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Quaderni di Ferentino

SCUOLA DI FORMAZIONE ICT


"Enrico Della Valle"
ENGINEERING INGEGNERIA INFORMATICA

n. 1

Quaderni di Ferentino

SCUOLA DI FORMAZIONE ICT


"Enrico Della Valle"
ENGINEERING INGEGNERIA INFORMATICA

a Enrico Della Valle

INDICE
UN PROGETTO COERENTE CON LA TRADIZIONE ENGINEERING: FORMARE DALLINTERNO I MANAGER DEL FUTURO Giampietro Castano INTERDIPENDENZA E TRASFORMAZIONI ECONOMICO-ISTITUZIONALI: IL CASO DEGLI INVESTIMENTI ITALIANI IN SUD AMERICA Giulio Sapelli IL BUSINESS DEL SOFTWARE OPEN SOURCE Alfonso Fuggetta DALLE ORIGINI ALLOPEN SOURCE: QUALE FUTURO PER LICT? Orazio Viele IL MERCATO DELLICT Mario Bolognani LA BIBLIOTECA DI FERENTINO Note di lettura: Furore, John Steinbeck I Buddenbrook - Decadenza di una famiglia, Thomas Mann a cura di Sergio de Vio

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INTRODUZIONE
UN PROGETTO COERENTE CON LA TRADIZIONE ENGINEERING: FORMARE DALLINTERNO I MANAGER DEL FUTURO
Giampietro Castano

INTRODUZIONE

Questa pubblicazione, nata allinterno delle attivit che svolge la nostra Scuola di Ferentino, si colloca dentro un progetto importante e ambizioso: arricchire le competenze manageriali di Engineering valorizzando le giovani risorse pi promettenti. In questo momento altre aziende IT stanno percorrendo la strada pi tradizionale della acquisizione di risorse dal mercato; noi pensiamo di poter fare diversamente, riteniamo di avere tempo e risorse per rinnovare le posizioni alte della direzione attraverso un naturale avvicendamento interno. E linvestimento al quale teniamo di pi in questo momento, perch interamente finalizzato alla valorizzazione del nostro patrimonio pi prezioso: le persone giovani, le pi valide umanamente e professionalmente. Non un caso, quindi, che siano direttamente coinvolti nei corsi, con compiti non marginali, molti top manager della nostra azienda che hanno accettato con entusiasmo di essere parte attiva nella costruzione del futuro manageriale di Engineering. Non abbiamo compiuto una scelta ideologica, non siamo n per principio, n nella prassi contrari allinserimento di altre esperienze e persino di altre culture manageriali; solo riteniamo pi efficace potendolo fare far crescere le potenzialit interne. Una parte di questo percorso occupata dal Progetto APE che ha come momento importante, ma non esclusivo, il lungo ciclo di formazione presso la Scuola di Ferentino, nel quale sono impegnati dallo scorso mese di aprile poco meno di 30 nostri colleghi. Formazione al business e alla managerialit per oltre 20 giornate di attivit, un breve, ma intenso Master, con il supporto di numerosi e validissimi docenti universitari, di volta in volta affiancati da manager di successo nel ruolo di testimonial invitati a raccontare la propria storia professionale. Con il Progetto APE sar accumulata una notevole quantit di materiale cognitivo ed esperienziale non facilmente reperibile; un patrimonio che non pu e non deve essere rinchiuso allinterno delle aule o nel ristretto gruppo dei partecipanti al progetto perch sarebbe contraddittorio con lo spirito che sta alla sua base. Siamo una realt industriale importante, che sta crescendo con rapidit inserendo giovani uomini e donne con elevata scolarit e, anche per questa ragione, con notevoli potenzialit che molto spesso si accompagnano ad alte aspettative di crescita. Far conoscere anche a costoro il contenuto del lavoro di formazione che lazienda sta realizzando, un modo per testimoniare lattenzione nei loro confronti e al tempo stesso stimolare linteresse verso i temi fondamentali di una crescita manageriale. Per noi, in altre paro9

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le, il lavoro che si sta svolgendo a Ferentino ha una valenza generale che deve essere fatta propria dalla parte migliore del nostro Gruppo. Dobbiamo coinvolgere in tutti i modi possibili una parte ampia di collaboratori nel percorso di creazione di valore manageriale che stiamo attuando. E dentro questa cornice che si collocano i Quaderni di Ferentino. Per ora ne sono programmati nove, uno per ogni modulo formativo del Progetto APE, pi un numero speciale dedicato ai lavori conclusivi (si tratta della elaborazione di un business plan coerente con gli obiettivi economici, finanziari e di mercato assegnati) che gli allievi hanno gi avviato e che dovranno presentare al termine del periodo formativo. Naturalmente se i Quaderni si dimostreranno strumento efficace ed utile, se ne potr prevedere la continuazione. Per questa pubblicazione abbiamo scelto un format povero: niente carta patinata, niente fotografie, solo bianco e nero e una impaginazione semplice; non si tratta di una brochure pubblicitaria e neppure di uno degli strumenti usuali per la presentazione del gruppo al mercato e alle istituzioni. Solo i caratteri di stampa vogliono essere rigorosi e leggibili in coerenza con lobiettivo che si vuol perseguire: trasmettere conoscenze ed esperienza a quanti hanno qualcosa da dire in Engineering. Ogni numero potr contare su un dono che Engineering chieder a docenti e testimoni: un loro scritto che riprenda alcuni temi affrontati in aula o altri che con essi abbiano attinenza. Non il riassunto delle lezioni o degli interventi (materiale a disposizione di chi lo volesse conoscere), ma qualcosa di pi. Una riflessione, un contributo originale, fatto solo per noi e stimolato anche dalla discussione con il nostro management e con gli allievi. Qualche cosa che vada oltre la lezione in aula e che aiuti ad arricchire ulteriormente le conoscenze e la capacit critica. Ho parlato di dono perch la parola esprime il senso della richiesta che faremo a tutti i nostri ospiti: chiederemo loro ci che si chiede ad un amico o che da lui ci si aspetta, perch vogliamo che restino nostri amici e vogliamo che il rapporto continui anche oltre la loro breve permanenza a Ferentino. In questo numero Giulio Sapelli ha scritto per noi un saggio apparentemente dedicato allinterscambio economico tra Italia ed America latina, ma che in realt esamina criticamente la divisione internazionale delleconomia e le sue ragioni storiche. Alfonso Fuggetta, insieme al nostro collega Orazio Viele e a Mario Bolognani, discute invece di temi a noi vicini: lo stato dellindustria del software e le prospettive dellinformatica. Infine troveremo le prime due note di lettura preparate dal presidente di Engineering Sergio de Vio; sono
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le schede che accompagnano i classici della letteratura consegnati ai corsisti perch alzino lo sguardo oltre i confini del quotidiano ... (io penso che saper andare oltre i confini rappresenti una qualit non marginale per un manager). Dal secondo numero prevediamo di aggiungere una o due testimonianze di allievi che partecipano al Progetto APE. Anche a loro sar richiesto un contributo originale, unopera che aiuti la riflessione e la ricerca di tutti, un dono che non sia la semplice riflessione attorno alla partecipazione ai corsi, alla loro buona o imperfetta organizzazione. Tutto questo sono i Quaderni di Ferentino. Uno strumento di lavoro che Enrico Della Valle che tanto si impegnato per far nascere e consolidare la bella struttura di Ferentino e la cui inventiva, tenacia, sensibilit ed eleganza di comportamento hanno lasciato un segno nella storia di Engineering certamente avrebbe apprezzato. Per queste ragioni un onore dedicare ad Enrico questa piccola nuova opera che vuole arricchire ulteriormente il patrimonio di idee e di cultura che ci ha lasciato.

Giampietro Castano

La carriera professionale di Enrico Della Valle inizia in Fiat Auto nel 1966, per poi proseguire in Rai e dal 1972 in Sperry Univac. Nominato lanno successivo Direttore Sviluppo Sistemi di Cerved, nel 1980 Della Valle passa in Cerved Engineering, ricoprendo diversi incarichi di responsabilit. Dal 1997 si dedica allo sviluppo della nuova Direzione Difesa e Spazio di Engineering e nel giugno 2001 viene nominato amministratore delegato e quindi presidente di Engisanit, oggi Engineering Sanit Enti Locali. La Scuola di Formazione del gruppo stata aperta nel 2000 e Enrico Della Valle stato uno dei promotori delliniziativa e della scelta logistica della sede. NellAprile 2003 rientra nella Direzione Difesa e Spazio, svolgendo anche incarichi di rilievo per linternazionalizzazione del gruppo. Enrico Della Valle si spento a Roma il 2 aprile 2004.

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INTERDIPENDENZA E TRASFORMAZIONI ECONOMICO-ISTITUZIONALI: IL CASO DEGLI INVESTIMENTI ITALIANI IN SUD AMERICA


Giulio Sapelli

Docente di Storia dellEconomia e delle Organizzazioni presso lUniversit Statale di Milano, Facolt di Lettere. Presidente di META, Consigliere di Unicredito e di altre importanti organizzazioni. Presidente della Fondazione Enrico Mattei dellENI.

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Questo saggio viene offerto alla riflessione dei componenti il gruppo seminariale che ha lavorato nellambito del progetto formativo APE sui temi della globalizzazione economica e sul macro scenario internazionale. Ho preferito offrire un materiale inedito per la discussione e per lesemplificazione di alcuni problemi affrontati nel corso delle due giornate seminariali dell1-2 aprile di questanno, quanto mai stimolanti: il fatto che il lavoro sia ancora inedito costituisce anche un omaggio allintelligenza e allinteresse dei partecipanti e della direzione aziendale. In queste pagine, che saranno pubblicate nelle edizioni dellUniverisit dellOnu in un prossimo futuro, discuto di un tema essenziale per comprendere i processi di interdipendenza economica e ne offro una esemplificazione in un continente chiave per il futuro dellumanit. Spero che esse siano accolte per ci che sono: la testimonianza di un impegno non effimero e non casuale.

1. La storica vulnerabilit e gli investimenti esteri in Sud America


Gert Rosenthal ha recentemente sintetizzato in un importante contributo analitico due questioni essenziali per comprendere i dilemmi della crescita economica sud americana: i paradigmi costitutivi delle recenti riforme neo liberiste in economia e le lezioni sulle vulnerabilit strutturali, storiche, che affliggono tutte le economie sud americane, in pi o meno larga misura. Tra i primi spicca lelimination of barriers to the entry of direct foreign investment, che si accomuna a tutte le altre misure che ben conosciamo: dalla liberalizzazione dei servizi di pubblica utilit alle privatizzazioni, dalle riforme fiscali alle misure di liberalizzazione del commercio estero. Tra le lezioni sulle vulnerabilit si debbono ricordare i temi che Rosenthal bene riassume in questo modo: Another manifestation of continued vulnerability despite the progress achieved can be found in two structural dimensions. One dimension is the weakness of the financial system in some countries, frequently compounded by failure on the part of regulatory agencies; the spread of financial crises affecting some of the large banking institutions has required rescue operations at a high fiscal cost. The second dimension of vulnerability refers to fiscal stability, since the progress achieved so far has proved to rest on somewhat fragile foundations; in both Argentina and Mexico the economic contraction of 1995 was accompanied by a dispropor15

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tionate fall in fiscal revenues, forcing both governments to raise the tax rate1. Il che ci ricorda la centralit dei meccanismi finanziari e la loro strategica importanza in economie secolarmente dipendenti e solo da pochi decenni avviate a processi di crescita endogena, come ci ha insegnato Irma Adelman nei suoi fondamentali studi2. La stabilit istituzionale avviluppata a quella finanziaria e luna e laltra si condizionano. Ma il problema precipuamente questo: la carenza di fonti endogene di stabilit nella crescita e il ricorso, quindi, a flussi esteri di capitali tanto per il sostegno alla stessa crescita endogena quanto per la creazione di reti per la interdipendenza. Il rapporto centro-periferia , in ogni caso, sempre stato essenziale in questo continente ed esso si articolato in primo luogo attraverso lo strumento degli investimenti esteri, diretti o indiretti chessi fossero o chessi siano. Lloyd Reynolds, nel suo grande affresco ancora insuperabile sullo sviluppo economico delle periferie mondiali3, aveva segnalato con meticolosa precisione questo assioma. Egli, per esempio, per quanto attiene allArgentina, sostiene che, nel periodo che va dallinizio del Novecento alla Prima Guerra Mondiale: close to half of fixed-capital formation in Argentina was foreign-financed. Indeed, in 1913 the total of long-term foreign investment in Argentina was about half the value of the countrys fixed-capital stock4 (il 60% era ancora proveniente dal Regno Unito) e, sino alla chiusura autarchica peronista, il ruolo degli investimenti esteri diretti fu, per il medesimo autore, ancora rilevantissimo5. E sempre, nei periodi di superamento delle condizioni che rendono impossibile iniziare la crescita autoctona, pur con tutti i limiti che essa ha in Sud America, il

G. Rosenthal, Development Thinking and Policies in Latin America and the Caribbean: Past and Future, in L. Emmerij (ed.), Economic and Social Development into the Century, Inter-American Development Bank Johns Hopkins University Press, Washington D.C., 1997, p. 194 e p. 197. 2 I. Adelman and C. T. Morris, Society, Politics and Economic Development: A Quantitative Approach, Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1967. 3 L. G. Reynolds, Economic Growth in the Third World. 1850-1980, Yale University Press New Haven and London, 1985. 4 Ibidem, p. 88. 5 A. Diaz, F. Carlo, Essays in the Economic History of the Argentine Republic, Yale University Press, New Haven, 1970.

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ruolo degli investimenti esteri, diretti e indiretti, sempre stato essenziale. Citer ancora il Messico e la sua situazione economica nel periodo del porfirato (1876-1911). Roger Hansen stim che in quel periodo i due terzi del totale degli investimenti erano stranieri. La loro provenienza era in gran parte nord americana (39%), britannica (29%), francese (27%)6. Nel caso messicano gli investimenti esteri diretti sono stati la piattaforma strutturale che ha consentito il decollo delleconomia nazionale. E che dire allora del Cile7 e del Per8, dove lindustria del rame e del guano fu il frutto di una pressoch totale e schiacciante presenza degli investimenti esteri diretti, inizialmente con la formidabile influenza britannica (e francese, per quanto riguarda il Per)? Da riflettere e meditare lesperienza brasiliana, dove linfluenza degli investimenti esteri diretti e indiretti, pare sia stata, invece, molto minore che negli altri Stati sud americani, con una fortissima presenza pubblica, pari soltanto a quella messicana, storicamente considerata9. Ci che necessario sottolineare, tuttavia, la centralit nella crescita degli investimenti esteri diretti - non di quelli non diretti, precipuamente volti alla finanziarizzazione delleconomia - nella costruzione della struttura di base della crescita medesima. Ossia nel superamento di quella soglia che Reynold ha cos ben definito come turning point: il momento storico di svolta che inizia allorch: The begins of a sustained rise in per capita output can be observed sustained in the sense that, although year to year growth rates are uneven, per capita output does not fall back to its initial level. I call the point at which this happens the turning point I call the sustained rise in per capita output after the turning point intensive growth10. E interessante, a me pare, ricordare oggi il ruolo avuto dagli investimenti esteri sul raggiungimento e sulla sostenibilit del turning point. Oggi - quan-

R. G. Hansen, The Politics of Mexican Development, Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1971. M. Mamalakis, The Growth and Structure of the Chilean Economy: From Indipendence to Allende, Yale University Press, New Haven, 1976. 8 R. Thorp and G. Bertman, Peru 1890-1977: Growth and Policy in an Open Economy, Columbia University Press, 1978. 9 J. Winpenny, Manifactured Exports and Government Policy: Brasils Experience since 1939, Latin American Publication Fund, London, 1972; W. Baer, The Brazilian Economy: Its Growth and Development, Grid, Columbus, 1979. 10 L. G. Reynolds, Economic Growth, cit., p. 8.
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do il periodo della golden age11 pare definitivamente tramontato unitamente a quello dei trionfi del neoliberismo, come molti osservatori concordano, pur partendo da punti di vista teorici diversissimi12 - il problema , semmai, non tanto e soltanto, quello di attrarre capitali per la produzione in Sud America da parte di grandi investitori, ma di frenare e, in definitiva, arrestare il cosiddetto capital flight, come lhanno definito Eliana Cardoso e Ann Helwege13. A differenza degli investimenti esteri, le fughe di capitali impongono quattro pesantissimi costi alle economie del continente. Il primo la destabilizzazione macroeconomica. I tassi di cambio debbono porsi in una posizione di contenimento dei flussi verso lestero e i tassi di interesse divengono immediatamente tanto alti da ostacolare ogni impiego produttivo del capitale, mentre le tasse su questi ultimi vengono soppresse o fortemente ridotte. Il secondo costo la diffusione, tra i residenti, della moneta straniera piuttosto che di quella locale per transazioni di grandi entit, mentre la creazione della moneta domestica si alimenta per il deficit di bilancio crescente, con conseguente spirale inflazionistica. E, ancora, ecco il terzo costo: la fuga di capitali uccide la moralit fiscale, con il consolidamento di grandi e illecite fortune allestero. Esse alimentano gli incentivi verso le frodi e la corruzione. E infine, allorch quote sempre pi ingenti di risorse, anno dopo anno, vengono trasferite allestero, sono sempre meno disponibili quelle per investimenti domestici, con la conseguente ridotta formazione degli stock di capitali e con le immediate conseguenze che tutto ci ha sullimpiego della forza lavoro. Ne deriva che il ruolo degli investimenti esteri virtuoso come dimostra lesperienza storica dellEuropa dellOttocento e dinizio Novecento. Coloro che hanno ben riassunto i termini della questione sono le due studiose prima ricordate, le quali debbono essere citate per intero: Joint-ventures with foreign firms brought in the same technology used in industriali-

J. Williamson, The Progress of Policy Reform in Latin America, Institute for International Economics, Washington D.C., 1990. 12 Notevole lorizzonte teorico variegato che offre il numero speciale di Economic Development and Cultural Change, April 1986, Special Issue: Growth, Reform and Adjustment: Latin Americans Trade and Macroeconomic Policies in the 1970s and 1980s. 13 E. Cardoso, A. Helwege, Latin Americas Economy: Diversity, Trends, and Conflict, The MIT Press, Cambridge, Mass. - London.

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zed countries. Capital intensive plants employed few unskilled workers. Expatriates filled highly skilled jobs, causing disappointment in local workers with technological advanced skills. These joint-ventures often involved a ban on exports; foreign firms had no interest in trying to coordinate international marketing decision with Latin America governments. Yet despite these criticisms of foreign involvement, foreign firms provided capital necessary to finance some major investments. The ISI (Import Sostitution Industrialization) experience perpetuated a love-hate relationship between Latin Americans and multinational firms. On one hand, Latin Americans objected to the extraction of profits and the enclave nature of foreign operations, but on the other, they saw MNCs (Multinational Companies) as sources of technology and capital vital to the realization of economic independence14.

2. Corsi e ricorsi nella divisione internazionale della circolazione del capitale


Nella storia dei popoli vi sono, senza dubbio, corsi e ricorsi e ogni passaggio della divisione sociale del lavoro, rinnovato attraverso le forche caudine del presente, muta i contenuti e le forme della medesima. Anche gli investimenti esteri sono, per un popolo e uno Stato storicamente considerati, forme di questa trasformazione. Vediamo di tracciare una sintesi di questo articolato percorso storico. Ricordiamo ancora una volta la distinzione tra investimenti esteri di portafoglioe investimenti esteri diretti. I primi, i portfolio investment, consistono essenzialmente in bonds che fluiscono dai centri dellaccumulazione mondiale attraverso il meccanismo dello stock market. Essi costituivano e costituiscono un rischioso impiego di risorse da parte degli investitori europei, essenzialmente anglosassoni sino alla prima guerra mondiale. Baster qui ricordare che nel 1880, ben 123 milioni di sterline di bonds acquistati da investitori e risparmiatori presso la City, erano in default: si dovette attendere sino al termine della prima decade del Novecento perch i governi che si erano impegnati in tali debiti potesse-

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E. Cardoso, A. Helwege, op. cit., p. 98.

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ro in parte provvedere ai pagamenti.15 E a quel tempo, il solo mercato di capitali in grado di esportare i medesimi era quello britannico, a cui, via via, si aggiunsero, per giungere allinizio del Novecento, quelli francese e tedesco e nord americano, con una presenza assai meno rilevante di quelli belga, italiano e spagnolo16. Ed era pure eccezionale che alcuni governi sud americani (Argentina, Brasile, Cile, Messico, Uruguay17), tra Ottocento e Novecento potessero farsi portatori di una politica di indebitamento estero per iniziare i loro programmi di crescita o per far fronte a quelle crisi fiscali dello Stato che costellano le prime decadi della formazione degli Stati sud americani. O meglio: che costellano linizio di quelle crisi sino a oggi. E altres noto che a fronte dellincapacit degli Stati di onorare il pagamento dei debiti (soprattutto quando a emettere i prestiti erano le grandi multinazionali), in cambio dei rimborsi si procedette molte volte alla cessione di compagnie statali o di quote azionarie di esse, come esemplarmente successe in Per nellultima decade dellOttocento, quando la Peruvian Company of London ottenne il gratuito esercizio delle ferrovie per 66 anni, la libera navigazione sul lago Titicaca e tre milioni di tonnellate di guano18. E fu certamente questo complesso di situazioni che indusse a una politica pi attiva e aggressiva in merito ai prestiti e al sostegno alle emissioni di bonds, tanto le grandi banche daffari, quanto le istituzioni statuali nord americane, preoccupate che la dottrina Monroe trovasse dinanzi a s gli ostacoli frapposti da una troppo persistente e pervasiva presenza delle istituzioni economiche britanniche: iniziava la cosiddetta diplomazia del dollaro, che sar vittoriosa nei decenni a venire19. Se questo era il contesto degli investimenti di portafoglio finanziario, diverso era il caso di quelli esteri diretti. Essi, come noto a chi abbia interesse per

F. J. Rippy, British Investment in Latin America, 1822-1949. A Case Study in the Operations of Private Enterprise in Retardated Regions, University of Minnesota Press, Minneapolis, 1959. 16 V. Bulmer Thomas, The Economic History of Latin America since Independence, Second Edition, Cambridge University Press, 1995, p. 101. 17 C. Marichal, A Century of Debt Crises in Latin America. From Indipendence to the Great Depression, University of North Carolina Press, Chapel Hill, 1989. 18 P. F. Klaren, The Origin of Modern Per, in L. Bethell (ed.), The Cambridge History of Latin America, Vol. V: 1870-1930, Cambridge University Press, Cambridge, 1986, pp. 596 e sg. 19 L. D. Langley, The Banana War: The Inner History of American Empire 1900-1934, University Press of Kentucky, Lexington, 1983.

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questi problemi, si sviluppano dirigendosi laddove vi sono aree territoriali in cui barriere tecnologiche oppure restrizioni allacceso dei capitali impediscono lo sviluppo di imprese locali considerate profittevoli. Non un caso che in tutto il mondo, allorch inizia il processo di industrializzazione - salvo che nel Regno Unito, come ben si comprende, visto che l si addensa linvenzione storica del medesimo - gli investimenti esteri diretti siano una costante dellaccumulazione del capitale e che si dirigano in primo luogo verso le infrastrutture e i beni strumentali. In Sud America, come noto, questa tendenza storica europea trova una sua correzione nei poderosi investimenti USA e britannici verso le produzioni agricole. In ogni caso ci che occorre sottolineare la costante politica liberale che caratterizza questi inizi verso il turning point e la diffusa cultura favorevole al free trade. C discussione sulla tesi di Reynold (e molto pi modestamente di chi scrive), che gli investimenti esteri diretti siano stati cos decisivi per accumulare gli stock di capitali necessari per innescare lirreversibilit di lungo periodo della crescita, cos come quello studioso ritiene. Le tesi contrarie si fondano sullesame, soprattutto, delle statistiche del commercio estero di grandi Paesi come lArgentina, il Brasile e il Messico, da cui si dedurrebbe che un trade surplus, non un deficit, sia stato una costante degli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale. This surplus - sostiene il principale sostenitore delle tesi non reynoldiane - was needed to finance the outflow of interest and profit on foreign capital, an outflow which lowered the net transfer of resources associated with a given gross inflow of foreign investment20. E in ogni caso indubbio che gli investimenti esteri diretti non possano, di per s, risolvere i problemi dellinadeguatezza del mercato dei capitali e della sua bassa istituzionalizzazione che , a sua volta, un riflesso della limitata istituzionalizzazione politica21. Ma altres indubbio che il basso livello di accumulazione capitalistica riflette lincapacit di mobilizzare capitali domestici verso investimenti produttivi. Il che, a sua volta, spiega il costante, anche se disuguale, basso livello di esportazioni che caratterizzano i sistemi economici sud americani. E accresce una volta di pi - a discapito di coloro che si affannano a cumulare prove a contrario e sui quali ancora ricade lonere della

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V. Bulmer Thomas, The Economic History of Latin America since Independence, cit., p. 106. Per questi concetti cfr. G. Sapelli, South Europe since 1945. Tradition and Modernization in Portugal, Spain, Italy, Greece and Turkey, Longman-Pearson, London-New York, 1995 (2000, 2nd edition).

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falsificazione della tesi reynoldiana - il significato degli investimenti esteri diretti. Eppure gli investimenti esteri diretti trovarono via via in Sud America sempre pi avversari tenaci, mano a mano che il turning point fu superato. Non solo nel cosiddetto marxismo ortodosso e nelle sue organizzazioni pi dogmatiche legate allegemonismo sovietico nel periodo della guerra fredda, ma anche nel pensiero e nellazione democratico-borghese degli Stati e dei gruppi intellettuali orientati in senso nazionalistico e populistico (aprista o peronista che fosse la loro origine e filiazione22) e di quei gruppi economici pi legati al mercato interno e alla sua protezione dalla concorrenza. Si giunse allevento topico della decisione in proposito assunta dal Patto Andino nel 1960, allorch si denunciava in quegli investimenti un modello di penetrazione imperialistica che minava alla base le possibilit di sviluppo dei Paesi del continente. Si sviluppava, in definitiva, una visione della crescita fondata sul rifiuto dellinterdipendenza e sullutopia che, senza quellinterdipendenza, la crescita sarebbe stata possibile senza sprofondare nellinstabilit finanziaria. La creazione delle istituzioni finanziarie internazionali, che caratterizzeranno il mercato mondiale dei capitali dopo i due shock petroliferi del 1973 e del 1979, spostava, del resto, in modo drastico lorientamento dei flussi dei capitali verso gli investimenti finanziari non immediatamente produttivi, limitando il ruolo delle multinazionali ed esaltando quello delle banche daffari. Iniziava un nuovo ciclo e un nuovo corso nella divisione internazionale della circolazione del capitale. Le banche daffari, a partire dallinizio della decade degli anni settanta del Novecento, emisero una lunga serie di prestiti a tutti gli Stati sud americani, simultaneamente agli interventi della Banca Mondiale, nonostante le cautele che alcune nazioni espressero in proposito (per esempio, la Colombia di Julio Cesar Turbay Ayala, che fu presidente dal 1978 al 1982 e che condusse una politica molto tradizionale negli affari finanziari23). Alla base di questo mutamento di orientamento risiedono forze storiche che ora necessario tratteggiare in estrema sintesi.

22 Per queste definizioni cfr. T. Di Tella, Historia de los partidos politicos en America latina, siglo XX, Fondo de Cultura Economica, Mexico, 1993. 23 J. Ocampo, Import Controls, Prices and Economic Activity in Colombia, Journal of Development Economics, n. 2, 1990, pp. 369-387.

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Il solco storico inizia dopo la grande depressione. Sino ad allora liniziativa privata era stata il grande motore della crescita sud americana. Fosse, quelliniziativa, nazionale od estera. Dopo la Grande Depressione, seguendo un movimento mondiale di spostamento dal mercato alla gerarchia nellallocazione delle risorse, il ruolo dello Stato cresce a dismisura. Solo il capitalismo anglosassone resiste a questa formidabile torsione e a questi formidabili chiusura e controllo dei mercati: protezionismo e statizzazione delleconomia divengono le fedi dominanti nelle lites politiche di governo nel mondo24. In Sud America questo processo si diffonde a macchia di leopardo, ossia con intensit disuguali e secondo la spinta pi o meno forte che a esso danno i populismi storici che, dal loro insediamento nazionale, si diffondono e si ibridano con le tradizioni e le sub culture politiche delle altre nazioni: la tradizione rivoluzionaria in Messico, laprismo in Per, il varghismo in Brasile, il peronismo in Argentina.25 Secondo lequilibrato giudizio di Victor Bulmer Thomas, in ogni caso: With rare exceptions, however, the state continued to see its general function as supporting private enterprise, although it was no longer possible to favour all factions of the private sector simultaneously On those rare occasions when the state was deeply hostile to the private sector or wished sharply to restrict the range of a activities left open to private enterprise, the inevitable counterrevolution usually proved triumphant.26 Laccumulazione di capitale promossa dallo Stato fu sempre intesa come sostegno agli investimenti privati nazionali. In ogni caso, nel dopoguerra, negli anni quaranta del Novecento e nel periodo della sostituzione delle importazioni, quellaccumulazione fu vieppi intesa come unoccasione decisiva per promuovere quella crescita hacia dientro che diverr per lungo tempo il verbo degli intellettuali e dei governi modernizzatori degli anni sessanta e settanta. Le imprese furono privatizzate attraverso lacquisto da parte di multinazionali estere, non tramite lintervento del capitale privato nazionale. Il peso percentuale rappresentato dalle imprese pubbliche sud americane divenne rapidamente elevato: alla fine della decade degli anni settanta del

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G. Sapelli. Perch esistono le imprese, cit. T. Di Tella, op. cit. 26 V. Bulmer Thomas, The Economic History of Latin America since Independence, cit., p. 339.

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Novecento esse contribuivano per il 29% al Pil dellAmerica del Sud, a fronte dell11% del Giappone, del 17% del Regno Unito e del 4% degli Usa27. Ma le difficolt finanziarie in cui si dibattevano queste imprese - in deficit cronico - divennero presto gravissime. Esse furono uno dei principali motivi che promossero una decisiva trasformazione delle politiche di investimento delle banche internazionali, unitamente alla trasformazione dei rapporti di forza mondiali, con la caduta dellUrss e, prima ancora, con la vittoria delle tendenze neo-liberiste in Usa e nel Regno Unito. Londata di investimenti esteri diretti e di portfolio che si determin negli anni settanta, quando il modello di intervento pubblico richiedeva il sostegno del credito estero a condizioni profittevoli per i grandi intermediari creditizi mondiali, spinse verso lalto tutti gli indicatori della crescita degli stessi rispetto al Pil. Ma si tratt di un breve periodo: presto si determin e su ci ritorner in seguito una subitanea caduta dei prestiti da parte delle grandi banche internazionali, con una drastica caduta degli investimenti pubblici28 e una vera e propria rivoluzione nel modello di accumulazione dei capitali che si era instabilmente consolidato nel periodo tra la Grande Depressione e gli anni ottanta del Novecento. Emergeva, tra il minaccioso pericolo del contagio del default messicano del 1982 e il declino dei prestiti bancari mondiali, un nuovo modello economico. Un modello export lead, hacia afuera, aperto alla competizione internazionale. Emergeva per la forza obbligante del moto storico della divisione internazionale del lavoro tanto della circolazione del capitale quanto delle merci che promuoveva la liberalizzazione e la privatizzazione in tutte le nazioni sud americane.29 Il processo di creazione del nuovo modello economico neo liberistico, se lo osserviamo ora che giunto a una sorta di problematica svolta e che una nuova trasformazione alle porte30, si impose assai rapidamente. La liberalizzazione del commercio si accompagn a un decisivo mutamento dellorien-

P. Kuczynski, Latin American Debt, Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1988, p. 54. J. W. Wilkie, Statistical Abstract of Latin America, University of California, Los Angeles, 1990. 29 R. Thorp, Progress, Poverty and Exclusion: An Economic history of Latin America in the 20th Century, Inter-American Development Bank, Washington, D.C., 1998; B. Stalling and W. Peres, Growth, Employment and Crisis: The Impact of the Economic Reforms in Latin America and Caribbean, Brookings Institution Press, Washington, D.C., 2000. 30 D. Green, Silent revolution. The Rise of Market Economics in Latin America, Cassel-LAB, London, 1995.
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tamento dei policy makers nei confronti degli investimenti esteri diretti. Nazione dopo nazione, ecco che emerse una violenta ondata di provvedimenti diretti a promuoverli, gli investimenti esteri diretti, mentre prima ogni sorta di ostilit si dirigeva verso di loro. Naturalmente questo processo andava di pari passo con le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Per comprendere con esaustivit questo processo, occorre citare un passo del testo che , a mio parere, il miglior lavoro apparso sulle privatizzazioni a livello internazionale: Il quadro delle privatizzazioni nellAmerica Latina rappresenta un caso molto importante per la quantit e i risultati dellintero processo. I dati sul numero delle operazioni sono fortemente influenzati da tre Paesi: Brasile e Argentina hanno realizzato il 51% delle operazioni (rispettivamente il 18 e il 33%); un quarto circa dei proventi totali dellarea stato realizzato dal Messico (25 miliardi di dollari)... Per quanto riguarda le modalit di vendita, le privatizzazioni ... sono avvenute in netta prevalenza per collocamento diretto. Dalla disaggregazione per industria si osserva che la met dei proventi sono stati realizzati nelle utility, seguite dallindustria e dal credito. Particolarmente interessante lanalisi delle quote di capitale ceduto. La percentuale media circa il 70%; se a questo dato si associa il fatto che non vi evidenza di vincoli quali la golden share e che la maggioranza delle operazioni sono aperte ai capitali stranieri, emerge una notevole disponibilit dei governi a cedere propriet e controllo a investitori privati. Alcune operazioni sono emblematiche del ruolo attivo svolto dagli investitori esteri nelle acquisizioni di partecipazioni nelle imprese privatizzate. Ad esempio, fra il 1994 e il 1997, mentre British Gas diventata uno degli azionisti di riferimento di Metrogas, Telefonica de Espana ha acquisito partecipazioni importanti nelle peruviane Cpt e Entel Per, mentre Credit Suisse, Chemical Bank e Dresdner Bank sono diventati investitori strategici del Banco Commercial Uruguayano. Questi dati aiutano a comprendere che le privatizzazioni in questarea del mondo hanno uno scopo aggiuntivo rispetto al modello originario varato in Inghilterra. Oltre i tradizionali obiettivi, la privatizzazione si propone anche di attrarre capitali esteri, necessari per lo sviluppo, e importare tecnologia, grazie a partner strategici internazionali. Per questi due motivi la privatizzazione nei Paesi emergenti va vista come parte costituente del processo di globalizzazione, nel quale il risparmio dei Paesi industriali (con mercati saturi e popolazione stabile e longeva) affluisce ai Paesi emergenti con altissimi fabbisogni di investimento e buone prospettive di redditivit, vista la dinamica
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della popolazione e i tassi di crescita delle economie (come ha messo bene in luce Domenico Siniscalco31)32. Va infine sottolineato che la liberalizzazione dei capitali non stata limitata agli investimenti esteri diretti, ma ha interessato i cosiddetti private portfolio capitals, soprattutto sotto la forma di bonds, diversamente dai consolidati modelli in voga negli anni settanta. E necessario sottolineare quanto problematica e foriera di instabilit sia questa liberalizzazione e non solo di opportunit, come hanno giustamente sottolineato gli studiosi italiani prima citati. Molti piccoli Paesi continuano a essere non attrattori di investimenti. Essi, del resto, continuano per la maggior parte a dirigersi verso le ex imprese statali e le risorse minerarie. E tutti i grandi Paesi divengono sempre pi pericolosamente dipendenti dal mercato finanziario internazionale, con esiti spesso disastrosi per la loro economia interna, come hanno dimostrato tanto il Messico quanto lArgentina, con risultati diversi, ma sempre difficili da sostenere per lo sviluppo umano delle rispettive societ. Il problema essenziale e che non possiamo illustrare con la dovuta ampiezza in questa sede rimane quello di collegare la riflessione sugli investimenti esteri alla questione del debito che affligge storicamente le economie e le societ sud americane. Solo una serie di azioni politico-economiche in grado di collegare la crescita dellaccumulazione interna resa possibile anche dagli investimenti esteri con la capacit di negoziare le condizioni di superamento del debito, potranno porre le basi per un nuovo corso economico, aperto ai mercati internazionali ma meno caratterizzato dalle contraddizioni sociali che le trasformazioni dei cicli economici hanno determinato nellultimo quarto del secolo che alle nostre spalle. Come stato scritto in quello che forse il pi esaustivo e non ortodosso studio sulle politiche degli intermediari finanziari mondiali nei riguardi dellAmerica del Sud: In closing, it can be said that history and common sense suggest that the question is not if, but exactly when and how, the outward net transfer of resources from Latin America will fall. The transfer could be reduced in an orderly and socially efficient way through a more ambitious international public policy initiative that recognized the collective solutions.

D. Siniscalco, Globalizzazione atto 2, in A. Calabr et al., Un viaggio imperfetto, Il Sole 24 Ore, Milano, 1999. 32 D. Siniscalco, B. Bertolotti, M. Fantini, S. Vitalini, Privatizzazioni difficili, Il Mulino, Bologna, 1999, pp. 24-26.

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Barring that, it will fall only through increasingly combative negotiations between creditor and debtor, often preceded by stoppage of payment of varying durations. The former solution is clearly preferable for the collective good of debtor and creditor countries. How realistic an option it is will depend to a large degree on the public spirit of our new political leadership in the creditor countries.33 E da queste stesse condizioni che dipende il destino degli investimenti esteri: possono essere una struttura essenziale della crescita endogena? Forse lesame pi da vicino del caso degli investimenti esteri italiani pu aiutarci a elaborare una risposta non ideologica.

3. Gli investimenti in Sud America: un primo approccio


Negli anni a noi pi vicini gli investimenti esteri diretti in Sud America e nei Caraibi sono fortemente diminuiti rispetto al passato. E dal 1999 che essi continuano a discendere inesorabilmente. Il World Investment Report del 200334 segnala che i flussi hanno registrato il pi basso livello, nel 2002, a partire dal 1996, con un declino esteso a tutta la regione, che tocca in primo luogo i servizi. Vi , senza dubbio, leco della stagnazione mondiale, ma ci che colpisce la contrazione del prodotto interno lordo e le crisi finanziarie che si sono succedute, unitamente a una crisi del consolidamento democratico quale mai si era riscontrata negli ultimi due decenni, dopo la fine del ciclo dittatoriale sud americano35. Ci che confortante, tuttavia, lattrazione che le grandi imprese multinazionali continuano a rendere manifesta nei confronti delle risorse naturali della regione, in special modo se, come pare certo, i prezzi del petrolio continueranno a rimanere elevati per le particolari condizioni del ciclo economicostrategico di questa commodity.

R. Devlin, Debt and Crisis in Latin America. The Supply Side Story, Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 1989, p. 282. 34 World Investment Report 2003. FDI Policies for Development: National and International Perspectives, UN Publications, New York, 2003. 35 F. Devoto and T. Di Tella (eds.), Political culture, social movements and democratic transitions in South America in the XXth century, Annale XXXII Feltrinelli Foundation, Milano, 1996.

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I flussi verso il Messico e il Brasile continuano in ogni caso, anche se con minore intensit rispetto al passato, e verso lArgentina si nota un risveglio di attenzione, che fa bene sperare, se il nuovo governo manterr le sue promesse di negoziare con il Fondo Monetario Internazionale una rischedulazione del debito estero senza scardinare i rapporti instabili con la finanza mondiale. E significativo, come vedremo in forma pi dettagliata in seguito, che siano le imprese investite dai processi di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione in primo luogo telecomunicazioni, elettricit e gas che continuano ad attrarre gli investimenti, a partire dal Brasile, nonostante che il recente processo di svalutazione del real abbia notevolmente peggiorato i bilanci delle filiali locali delle multinazionali. Anche in Messico si registra una caduta degli investimenti, che nel 2002 si sono quasi dimezzati rispetto a quelli registrati un anno prima. La ragione di ci risiede nel fatto che nel 2002 non vi stato nulla di simile allacquisizione di Banamex da parte di Citigroup. Ci che interessante rilevare che, nello stesso anno, le imprese manifatturiere hanno ricevuto gli stessi flussi di investimento del 2001, nonostante la concorrenza cinese e la stagnazione nord americana. Questo un indicatore decisivo per risalire dagli investimenti diretti alle dinamica della total factory productivity: la produttivit delle industrie messicane si posiziona sui livelli delle controparti dei Paesi sviluppati (si parla qui, sintende, delle imprese a medio e alto contenuto tecnologico) e quindi questo segnala una sorta di irreversibilit possibile e benefica. In Argentina lo scenario pi complesso. Nel 2002 i flussi di investimenti esteri diretti si collocavano sul 10% di tutti i flussi annuali medi che avevano caratterizzato la decade 1992-2001. Ci nonostante pochissime imprese multinazionali hanno lasciato il Paese, affrontando il rischio del default. I flussi negativi hanno interessato tanto gli utili reinvestiti quanto i prestiti intraaziendali degli investimenti esteri diretti, segnalando una stabilit dellallocazione industriale nella nazione, a fronte della sola contrazione negli investimenti. Segnalo, inoltre, che non bisogna dimenticare che la crisi ha consentito a talune imprese di acquistare aziende argentine a prezzi assai bassi. Si pensi alla Petrobas brasiliana che ha acquisito per una cifra irrisoria, internazionalmente parlando, la maggioranza di Perez Compac, potente impresa privata petrolifera: la pi grande acquisizione del 2002. Anche in Cile gli investimenti sono caduti sensibilmente, cos come nei Caraibi. I Paesi del Patto Andino non hanno fatto registrare mutamenti sostan28

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ziali, se si fa eccezione per il Venezuela, dove gli eventi politici hanno dominato lo scontro tra i diversi gruppi di interesse e lattivit economica. Vi un fattore che va ben considerato. Alcune iniziative di privatizzazione e di liberalizzazione sono state annullate o rimandate a causa della disgregazione delle costituency politiche che sostenevano quei progetti. Le ragioni sono varie e non possiamo dilungarci su di esse. Ma si trattato di un processo profondo ed esteso: Per, Paraguay, Ecuador sono stati i Paesi pi investiti da queste trasformazioni. Le multinazionali sono divenute pi caute e lunico processo che ha controbilanciato questa politica dellattenzione stata la privatizzazione, in Messico, della Aseguradora Hidalgo, acquisita dalla compagnia Usa MetLife. Un altro processo interessante e di segno tuttavia opposto, perch favorisce gli investimenti, il contesto a essi favorevole creato dagli ambiti competitivi delle nuove aree di zollverein: esse attraggono gli investimenti. Il caso esemplare quello del Nafta. I flussi che si dirigono verso il Messico sono di origine statunitense nella massima parte dei casi. Le imprese nord americane si trasferiscono con loro filiali nel Paese per assemblare i manufatti rivolti poi al mercato statunitense. Le aree di confine stanno divenendo un gigantesco centuron industriale per il basso costo del lavoro e le condizioni di flessibilit estrema della manodopera. Un enorme lavoro attende i sindacati nord americani e messicani, c da sperarlo, per la stessa produttivit del lavoro e per la dignit della persona. Naturalmente il processo degli investimenti esteri in America del Sud va inserito nel pi generale contesto delle regole internazionali che da sempre sovradeterminano tale processo, regole che via via si son fatte sempre pi compulsive e che tracciano strade obbligate per tutti coloro imprese o persone che vogliano operare tramite investimenti. Lelemento forse pi distintivo di questi ultimi anni a questo proposito stato, a livello mondiale e non soltanto sud americano, il deciso passaggio da un sistema in cui prevalevano gli accordi multilaterali a un altro in cui prevalgono, invece, quelli bilaterali e regionali. Il tutto, naturalmente, nella forte spinta gi ricordata alla liberalizzazione dei mercati finanziari e a quella dei diritti di propriet, limitando fortemente i vincoli nazionalistici che prima gravavano su questo mercato. La fase storica della sostituzione delle importazioni era caratterizzata da una forte scarsit degli investimenti esteri diretti e dalla rete dei finanziamenti garantiti dalle istituzioni internazionali, che erano la sola fonte di mobilizzazione dei capitali verso il continente.
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La crisi petrolifera mi ripeto ma importante farlo a questo punto del ragionamento muta la situazione: i prezzi delle commodities crescono e i guadagni che ne derivano agli esportatori di petrolio trovano il loro punto di aggregazione nelle banche commerciali, che iniziano a valorizzare questo capitale con una nuova divisione internazionale del lavoro finanziario, che ha di mira i cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Brasile e Messico, per primi, vedono in questo processo una colossale opportunit per finanziare i loro deficit fiscali, incoraggiati dallaumento del prezzo delle materie prime e dai contemporanei bassi tassi di interesse. Di contro, lo stesso fenomeno, produce una diminuzione dei guadagni derivanti dalle esportazioni, che divengono meno competitive con il peggioramento della bilancia dei pagamenti. La crisi messicana del 1992 d le ali al fenomeno della fuga dei capitali, su cui mi sono soffermato prima. E qui che si avvoltolano tutti questi fattori: nella crisi degli anni ottanta del Novecento. I prezzi delle commodities cadono, i tassi di interessi salgono e un dollaro forte aumenta le difficolt che sono create alle economie nazionali dal deflusso allestero dei capitali, con enormi disagi per pagare gli interessi dei debiti esteri. Iniziano le varie prove generali (i piani Baker e Brady) per ribaltare la situazione e attrarre nuovi capitali nel continente. E linizio del processo gi ricordato che capovolge completamente la tradizione economica e politica degli anni cinquanta, sessanta e settanta del Novecento e che, dopo la transizione degli anni ottanta, ha la sua acme nella decade degli anni novanta dellaltro secolo. Il rovesciamento completo: i flussi non derivano pi principalmente dalla rete delle istituzioni internazionali (salvo che nel 1995 per la crisi messicana, la cosiddetta Tequila crisis), ma dalle banche private e dalle grandi multinazionali. I risultati sono straordinari per un decennio. In Sud America gli investimenti esteri diretti sono numerosi quasi quanto in Asia: si pensi che nel 1999 essi raggiungono nel loro complesso i 106 miliardi di dollari. Nello stesso anno il Brasile, nazione leader, ne riceve 31, mentre la Cina ne registra 40.36 Un problema che va tuttavia sottolineato qui lo squilibrio che si registra tra il sistema internazionale di regolazione degli investimenti, dettato dal WTO, e le legislazioni nazionali. Queste ultime, come ho ricordato, hanno dato un grande impulso alla liberalizzazione degli investimenti, con risultati

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UNCTAD, World Investment Report 2000. UN Pubb., New York, 2000.

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notevoli sulla capacit di attrazione. Il sistema degli scambi multilaterali, invece, soffre di notevoli inadeguatezze: regola minuziosamente, per esempio, il regime degli scambi dei servizi, mentre lascia inespresse le regole che sovradeterminano gli scambi dei beni materiali, con una incertezza che non favorisce gli operatori privati. Gli studiosi del problema hanno imputato al sistema mancanza di neutralit ossia: Equality of policy treatment regardless of the means by which producers choose to supply a given market whether through imports, foreign direct investment, temporary presence of natural persons, or the licensing of domestic producers37.

4. Gli investimenti italiani in Sud America


E significativo che uno dei caratteri essenziali del commercio mondiale sia il suo disporsi per aree continentali, in gran parte contrassegnate dalla creazione istituzionale delle aree di zollverein che via via si sono determinate nel mondo dopo la costituzione dello spazio economico europeo, a partire dal 1957, sino a giungere al Mercosur e a tutti gli altri patti dintegrazione commerciale che ora segmentano i flussi internazionali delle merci e dei capitali38. Ci che colpisce che gran parte degli investimenti esteri diretti su scala mondiale siano indirizzati allinterno degli spazi economici continentali o subcontinentali prima richiamati, a riprova di quanto ancora imperfetta sia la globalizzazione delle merci e dei capitali e come i poli di attrazione siano ancora, fondamentalmente, quelli delle grandi storiche piattaforme dellaccumulazione capitalistica originaria: lEuropa e gli Usa. Di pi: la gran parte degli investimenti degli Stati europei sono rivolti verso lEuropa medesima, come gli Usa, del resto, che riconoscono al vecchio continente la supremazia nei loro flussi. Solo il Regno Unito, potenza transatlantica pi che europeo-continentale, dirige gran parte dei suoi investimenti esteri diretti fuori Europa.

S. Edward, Capital Flow in Latin America, in M. Feldestein (ed.), Internatonal Capital Flow, University of Chicago Press, Chicago, 1999, pp. 18-19. 38 G. Sapelli, Perch esistono le imprese, cit., e P. Lloyd and C. Milner (eds.), Global Trade Policy 2002, Blackwell, Oxford, 2003.

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E significativo riscontrare che lItalia, Paese tradizionalmente non dotato di grandi risorse finanziarie dirette allestero, per via della sua struttura economica fortemente caratterizzata da una alta patrimonializzione delle famiglie imprenditoriali e da una bassa liquidit delle imprese, abbia rivolto il gran flusso dei propri investimenti, oltre che verso i tradizionali partner commerciali europei Belgio, Francia e Germania in primo luogo soprattutto verso i Paesi dellAmerica del Sud, con spiccata preferenza per lArgentina, terra di fortissima immigrazione italiana39 e per il Brasile, piuttosto che per lAsia. Questo processo aumentato con grande forza verso la fine degli anni novanta, per via delle privatizzazioni e della presenza delle imprese italiane di telecomunicazioni ed energetiche in primo luogo, come dir di seguito. E da sottolineare il fatto che i flussi verso lestero, su scala geografica, si modellano con grande plasticit su o con quelli che provengono, invece, dallestero. Questo movimento di reciprocit ci fa comprendere quanto gli investimenti esteri diretti risentano della presenza delle imprese multinazionali italiane allestero e del lavoro delle loro filiali, che a loro volta esportano anche verso lItalia. Di questo in gran parte si tratta, piuttosto che di investimenti diretti a creare nuove occasioni di valorizzazione del capitale al di l delle gi presenti strutture organizzative dimpresa. La presenza delle multinazionali italiane40 comunque molto modesta e varr la pena di documentare questa affermazione con un esame pi dettagliato della questione41. Si deve in primo luogo sottolineare che la presenza delle multinazionali estere, misurata dal volume delle loro vendita, concentrata soprattutto nelle nazioni che hanno i pi ampi mercati interni, ossia Brasile, Messico e Argentina. Venti imprese concentrano circa il 56% di tutte le vendite delle prime 100 multinazionali presenti in Argentina, classificate sempre per volumi di fatturato42. Cinque multinazionali dellindustria autoveicolare, automo-

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F. Devoto, G. Rosoli, La immigracion italiana en la Argentina, Editorial Biblos, Buenos Aires, 1985. F. Onida and G. Viesti (eds.), The Italian Multinational, Croom Helm, London, 1988. 41 Un contributo fondamentale a questo riguardo in S. Mariotti, Italian inward and outward direct investment: a new pattern of internalisation, Rapporto Interno n. 89-104, Politecnico di Milano, 1989. E altres in S. Mariotti, M. Cainarca, M. G. Colombo, Impresa multinazionale e innovazione: il contributo alla crescita del sistema Italia, Business International and R. P., Roma, 1989. 42 Economic Commission for Latin America and the Caribbean, Foreign Investment in Latin America and Caribbean, CEPAL-ECLAC, Santiago-Chile, 2000, p. 58.

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bili e macchine movimento terra, dominano tutte le altre. Tra di esse (GM, Volkswagen, Ford, Daimler Chrysler) spicca Fiat, che ha una presenza storica in Argentina e Brasile e che allottavo posto nella classifica delle multinazionali straniere presenti in Sud America, sempre classificate per fatturato. Al trentanovesimo troviamo la telefonica Telecom Italia e al quarantacinquesimo Parmalat, impresa alimentare che recentemente si rivelata essere la sede di una colossale truffa manageriale e familiare (della famiglia Tanzi, proprietaria in forma maggioritaria di questa impresa quotata alla borsa di Milano e a quella di New York) e che presto sparir quindi dalla classifica43. Al sessantatreesimo posto troviamo Pirelli, storica produttrice di pneumatici e una fortissima presenza in Argentina, con stabilimenti a Buenos Aires dallinizio del Novecento44. Infine, al termine della classifica, al novantaseiesimo posto troviamo Agip, compagnia petrolifera del gruppo Eni.45 Solo cinque multinazionali italiane sulle cento presenti in Sud America! Veramente poche, pochissime, a confronto delle 44 statunitensi. Ma neppure gli altri Stati europei riescono ad avvicinarsi al primato schiacciante degli Usa: si contano otto imprese francesi, sette imprese svizzere, sei imprese olandesi, cinque imprese tedesche e spagnole. Cinque sono le imprese giapponesi, mentre Corea del Sud, Australia, Portogallo, Svezia e India, contano tutte una singola impresa46. Le banche hanno una presenza assai pi concentrata. Le prime venti banche presenti nel continente, considerate per valore degli assets, fanno registrare solo due presenze italiane, storicamente radicate sin dallepoca tra le due guerre mondiali del Novecento: la Banca Commerciale Italiana, ora incorporata nel gruppo Intesa, e la Banca Nazionale del Lavoro, storicamente anchessa listituto creditizio per eccellenza delle comunit emigrate in Argentina. Sei banche sono statunitensi, due spagnole, due del Regno Unito, due francesi, una olandese, una canadese (e una portoghese-francese)47.

G. Sapelli, ENRON e PARMALAT, Bruno Mondadori, Milano, 2004. Montenegro, The Development of Pirelli as an Italian Multinational 1872-1992, in G. Jones and G. S. Harm (8 eds.) The Rise of Multinational in Continental Europe, Aldersont-Elgar, London, 1993, pp. 184200. 45 G. Sapelli, F. Carnevali, Uno sviluppo tra politica e strategia. ENI, F. Angeli, Milano, 1992. 46 Economic Commission for Latin America and the Caribbean, Foreign Investment, cit., pp. 59-61. 47 Ibidem, p. 85.
44 A.

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Gli investimenti italiani hanno una caratteristica distintiva rispetto a quelli delle altre nazioni: essi non fanno parte di un sistema integrato che agisce sinergicamente. Ci stato evidente in occasione delle privatizzazioni. Mentre nel caso delle imprese statunitensi, francesi e tedesche il processo di acquisizione avvenuto con un complesso di azioni, dinterrelazioni diplomatiche, bancarie e industriali, nel caso dellintervento delle imprese italiane esse hanno spesso agito cos come loro accade anche in altri continenti con lappoggio di banche statunitensi, senza una spiccata azione diplomatica e spesso trascinando dietro di s non pochi problemi che scaturivano dalla loro scarsa esperienza dei sistemi di regolazione dei mercati. Cos accaduto, per esempio, in Brasile, nel campo delle telecomunicazioni che, del resto, stato lunico settore in cui con coraggio e determinazione strategica le multinazionali italiane hanno recentemente agito nel continente, a differenza di quanto abbiano fatto le imprese delle altre nazioni, polisettorialmente pi attive48. Del resto, se si analizza landamento degli investimenti esteri diretti negli ultimi anni della decade novanta del Novecento, si ha una straordinaria conferma dellimportanza delle radici storiche dei sistemi economici, che configurano la stessa sfera delle relazioni di mercato, al di l della materiale potenza di questi ultimi. Si veda il caso della Spagna. Si giustamente affermato che: Spain investments in the region have attained magnitudes that have surprised most analysts. This phenomenon has not been orchestrated (although it does enjoy the support of the Spanish Government) nor does it have a common underlying strategy. Instead, it is a manner of Spanish firms simply finding investment opportunities that have prompted them to place a strategic wager on Latin America. As result of this process, which has been confined to just a few firms, Spain becomes a net export of capital Thus, as they step forward into a new century, it is highly likely that Spanish firms are coming to the most complex phase of their expansion strategy in Latin America: becoming assimilated into the regions markets and gained full acceptance from each countrys authorities and customers49. LItalia, con le sue imprese e i suoi imprenditori, non ha saputo dar luogo a nulla di simile. Certo, linfluenza culturale spagnola con i legami profondis-

48 49

Ibidem. Ibidem, p. 166.

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simi e la politica estera di una media potenza attiva come la Spagna, non hanno nulla di paragonabile al ruolo solo mediterraneo di unItalia che non ha mai avuto le risorse, n post-imperiali, n industriali per divenire potenza transatlantica, supplendo con la sua egemonia culturale alla carenza di potenza economica, come infatti ha ben fatto la Spagna, con il Portogallo in misura minore ma incomprensibile con i soli parametri economici, in Sud America50. Unegemonia inespressa, dunque, a cui non si saputo supplire neppure con la presenza di tanti e numerosi nuclei di emigrati italiani nel continente. Nuclei via via sempre pi ben assimilati51 e che avrebbero potuto divenire, invece, con una politica diplomatico-economica pi attiva e consapevole, attrattori di investimenti, di spillover di capabilities e di cerchie sociali, politiche e diplomatiche. E importante, per misurare il grado di internazionalizzazione del sistema economico italiano, porre a confronto questi scarni dati con quelli della produzione internazionale. Iniziamo con il numero delle filiali delle multinazionali straniere che hanno sede in Italia nel 1999: sono 1.843, per un numero di 560.523 unit occupate. Tanto nel 1998 quanto nel 2001, riscontriamo alcune caratteristiche della presenza delle multinazionali italiane in Sud America: una storica presenza nellindustria automobilistica, una accentuata e rapida entrata in quella delle telecomunicazioni, una bassa finanziarizzazione e in generale una bassa quota relativa di investimenti nei Paesi sud americani (tra cui come sempre spiccano Brasile e Argentina) rispetto agli investimenti esteri diretti in altre parti del mondo, in primis in Europa. Vediamo ora pi da vicino come si articola la presenza italiana attraverso il numero delle filiali straniere delle multinazionali italiane operanti allestero. Il periodo 1989-1999 fa registrare le seguenti presenze sud americane: in Latin America and the Caribbean si passa da 164 presenze a 287 alla fine del periodo, mentre in South America si passa da 139 a 180, di cui si registra il passaggio da 24 a 74 in Argentina, da 84 a 106 in Brasile, da 1 a 7 in Cile, da 1 a 4 in Colombia, da 5 a 4 in Ecuador, da 1 a 3 in Paraguay, da 3 a 2 in Per,

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G. Sapelli, Southern Europe, cit. T. Di Tella, Argentina: una Australia italiana?, in Critica y Utopia, Buenos Aires, 1983.

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da 3 a 2 in Uruguay, da 19 a 22 in Venezuela. Nello stesso periodo in Other Latin America and Caribbean si passa da 25 a 41, rispettivamente: da 0 a 1 a Cuba, da 3 a 4 a Porto Rico e da 18 a 41 in Messico, mentre si rimane su 1 sola presenza in Costa Rica, Repubblica Dominicana, San Salvador, Panama, Trinidad e Tobago. Sono presenze enormemente inferiori a quelle che si registrano in altre parti del mondo: lEuropa e gli Usa, in primo luogo, lAfrica in seconda istanza, per via degli interessi petroliferi e storici che legano lItalia agli Stati che si affacciano sul Mediterraneo e che si attestano su valori simili a quelli che si riscontrano riguardo alla presenza in Asia, secondo i modelli di riferimento rispetto alle opportunit aperte dalla globalizzazione anche a Paesi come lItalia e su cui ho gi richiamato lattenzione. A eguali considerazioni giungiamo se confrontiamo i livelli di occupazione determinati da queste presenze: ci attestiamo attorno a un numero di occupati che oscilla tra i 150.000 e i 200.000 nello stesso decennio 1989-1999. Vorrei concludere questo saggio esaminando le presenze sud americane nellanno 2000 delle nostre multinazionali pi importanti per leconomia italiana. Le distinguer per settore economico e per Paese in cui operano. Esaminiamo il settore industriale e il Brasile. In questa nazione operano: Fiat, con un fatturato di 6.499 milioni di dollari; Pirelli, con un fatturato di 1.723 milioni di dollari; Parmalat Finanziaria (ora nelle condizioni che sappiamo), con 647 milioni di dollari; Eni, con un fatturato di 546 milioni di dollari. Fiat opera anche in Argentina, con un fatturato di 1.160 milioni di dollari. Passiamo al terziario. Qui riscontriamo una presenza assai meno varia. Telecom in Argentina con un fatturato di 2.326 milioni di dollari; in Cile con un fatturato di 909 milioni di dollari; in Brasile con un fatturato di 308 milioni di dollari. Se passiamo al settore finanziario e assicurativo, anche qui ritroviamo una monolitica presenza: quella della Banca Commerciale, con le sue attivit in Argentina, Brasile e Messico e fatturato rispettivamente di 2.384, 6.491 e 2.808 milioni di dollari. Dai dati a disposizione si evince la natura eminentemente industriale degli investimenti nei due Paesi sud americani presi in considerazione. E si evince pure il fatto che la presenza degli investimenti italiani in Sud America, se considerata nella comparazione internazionale, continua, con leccezione messicana, a essere concentrata in Argentina e Brasile, a riprova di legami storici e di presenze economiche che non sono sostanzialmente mutati da due secoli.
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E in questo quadro complessivo che dobbiamo giudicare la presenza degli investimenti italiani in Sud America. Essi hanno un valore importante per una zona a basso grado di globalizzazione. Sono relazioni economiche, tuttavia, fondate pi sulla tradizione storica di un insediamento ultracentenario che sullespressione di una trasformazione innovativa in corso nelleconomia italiana. E questo nonostante le enormi possibilit che si sono aperte nel continente dopo le recenti trasformazioni politiche e istituzionali che abbiamo segnalato. Ancora una conferma della bassa capacit innovativa e del lento declino in cui viene a collocarsi leconomia italiana nel contesto mondiale.

Giulio Sapelli

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IL BUSINESS DEL SOFTWARE OPEN SOURCE


Alfonso Fuggetta
(Questo articolo in via di pubblicazione su una rivista specializzata americana. Il Prof. Fuggetta, nellambito della sua collaborazione con il gruppo Engineering, ha acconsentito ad anticiparne i contenuti per i Quaderni di Ferentino)

Docente di Ingegneria del Software presso il Politecnico di Milano, Facolt di Ingegneria. Direttore del CEFRIEL, consorzio tra Universit, Enti e Societ private per la ricerca e la formazione nel settore delle tecnologie della comunicazione.

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Introduzione
Il software open source1 divenuto uno dei principali argomenti di discussione per i rilevanti e positivi impatti che si ritiene possa avere sullo sviluppo della nostra societ, a livello economico, culturale e sociale. Questi benfici impatti vengono fatti derivare dalla natura stessa del software open source. Con questo termine si intende un programma informatico che garantisce al suo utilizzatore una serie di libert: quella di poter esaminare il codice sorgente, poterlo modificare, copiare e ridistribuire liberamente. Ci avviene attraverso un sistema di licenze, la pi famosa delle quali la General Public License (Gpl) che definisce il concetto di copyleft, cio lutilizzo del copyright per imporre il fatto che sul codice considerato debbano valere le libert discusse in precedenza. Con open source, in realt, si possono identificare tre diversi tipi di contributi: 1) Un sistema di licenze, quali appunto la Gpl. 2) Un insieme di prodotti distribuiti tramite questo tipo di licenze (per esempio, i famosissimi Linux e Apache). 3) Un processo di sviluppo del software che sfrutta e valorizza il fatto che il codice sia liberamente distribuibile e accessibile a chiunque. Sullonda del successo di prodotti open source come Linux, si sono sviluppate una serie di ipotesi, posizioni e iniziative che hanno come scopo quello di promuovere e diffondere lutilizzo del software open source e la diffusione dei concetti e dei principi ad esso legati. In particolare, si ritiene da parte di molti che il modello di sviluppo e commercializzazione legato al software open source possa costituire una valida se non unica alternativa al modello del software proprietario. Ci anche alla luce del bisogno di eliminare pratiche monopolistiche, tutelare al meglio lutenza, e rafforzare la capacit di sviluppare unindustria del software legata al territorio che renda

Non si discuter in questa sede della distinzione tra open source e free software, considerando i due termini, almeno in prima approssimazione, come equivalenti. Per ulteriori approfondimenti, il lettore invitato a consultare A. Fuggetta, Open source software: an evaluation, pubblicato sulla rivista Journal of Systems and Software, Volume 66, Numero 1 (15 Aprile 2003).

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ALFONSO FUGGETTA

possibile ridurre la dipendenza dai grandi produttori di software statunitensi. Non ultimo, si considera il software open source uno strumento utile a garantire la diffusione delle conoscenze, un accesso equo e solidale alle tecnologie e, quindi, uno strumento di promozione dei paesi pi poveri e di riduzione del digital divide. Se queste aspirazioni sono certamente nobili e totalmente condivisibili, ad una analisi pi dettagliata esse appaiono basate su una conoscenza a volte superficiale e un po nave del problema. Molte delle presunte qualit del software open source sono ottenibili anche con software proprietario. In questarticolo, tuttavia, non si vuole affrontare questo insieme di problematiche, che peraltro sono state discusse in dettaglio in altri lavori2. Scopo di questo articolo proporre alcune riflessioni su un tema molto dibattuto e che incentrato sulluso del software open source come strumento per creare e sviluppare un nuovo e pi efficace modello di mercato del software. In sintesi, si vuole in questa sede studiare, anche se in modo preliminare e da un punto di vista qualitativo, quali siano i modelli di business del software open source. Questo tipo di analisi stata avviata da Eric Raymond nel suo celeberrimo articolo The Magic Cauldron (http://www.catb.org/~esr/writings/magic-cauldron/). In quellarticolo, Raymond suggerisce, in sostanza, che il futuro del business del software si orienter sempre meno sulla vendita di licenze, focalizzandosi al contrario sulla vendita di servizi con software open source (sviluppo, manutenzione, documentazione, assistenza, formazione). Larticolo strutturato in 5 capitoli. Il capitolo 1 introduce i concetti di prodotto e servizi, contestualizzandoli al caso del software. Il capitolo 2 descrive brevemente la struttura e le componenti di un prodotto software. Il capitolo 3 presenta una breve sintesi di alcuni trend di mercato nel settore dei prodotti e dei servizi informatici. Il capitolo 4 offre una serie di ipotesi di modelli di business che utilizzano in una qualche forma il concetto di open source e ne valuta natura, benefici e potenziali pericoli. Infine, il capitolo 5 presenta alcune conclusioni e considerazioni finali.

2 A.

Fuggetta, op. cit.

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1. Prodotti e servizi
Nella nostra societ possibile identificare due principali modelli secondo i quali svolgere una attivit imprenditoriale e commerciale: sviluppo e vendita di prodotti o fornitura di servizi. Nel primo caso, lazienda concepisce, sviluppa e vende un bene che offre specifiche funzioni al suo utente. Un prodotto software un programma che svolge specifiche funzioni e che viene in una qualche forma ceduto allutente. Per servizio, invece, si intende la prestazione di unattivit da parte del fornitore. Per esempio, nel caso del software, sono servizi le attivit di manutenzione di un programma, di assistenza telefonica e di formazione dellutenza.

1.1 I prodotti software Due sono le macro tipologie di prodotti software: pacchetti e software custom. Un pacchetto un prodotto software che stato sviluppato per essere poi offerto ad una vasta platea di utenti. Tipico esempio Microsoft Office System 2003, una suite di strumenti di produttivit e automazione di ufficio. Con software custom, invece, si intende un software sviluppato ad-hoc per specifiche esigenze di un utente. Tipico il caso di molte pubbliche amministrazioni e aziende che hanno bisogno di programmi informatici, ritagliati su proprie esigenze non soddisfacibili tramite ladozione di pacchetti. Sono esempi di programmi custom il software sviluppato ad-hoc per gestire il personale della scuola italiana o il software che offre i servizi di home banking di una banca. Certamente, esistono diverse relazioni tra pacchetti e software custom. In primo luogo, ogni software custom si basa di norma sullutilizzo di pacchetti. Per esempio, un programma per una pubblica amministrazione su architettura mainframe Ibm utilizzer i servizi del sistema operativo o del sistema di gestione di basi di dati del computer su cui gira e che sono tipicamente pacchetti (nel caso Ibm, prodotti quali Cics, Db2, Vm). In secondo luogo, il prodotto custom stesso pu integrare al proprio interno componenti pacchettizzate. Per esempio, un programma di calcolo strutturale sviluppato ad-hoc per una azienda di ingegneria potrebbe far uso di librerie standard disponibili in forma di pacchetto. Infine, spesso accade che un prodotto software sviluppato originariamente come prodotto custom si trasformi in pacchetto nel
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momento in cui si consolidano i requisiti e si valuta che esiste una base di potenziali utenti sufficientemente vasta per pacchettizare il prodotto. Ovviamente, il caso generale sar costituito da un mix di prodotti custom e di pacchetti. Si noti che in taluni casi (per esempio, Sap) un pacchetto software perch possa essere utilizzato deve essere customizzato, devono cio essere introdotte una serie di personalizzazioni che, pur non essendo attuate attraverso una tradizionale attivit di programmazione, sono pur tuttavia assimilabili ad una forma di sviluppo custom.3 I meccanismi attraverso i quali sono commercializzati i prodotti software sono sostanzialmente riconducibili ai seguenti modelli: I pacchetti sono ceduti attraverso una licenza. Tale licenza definisce le modalit secondo le quali lutente pu fruire del prodotto e i vincoli ai quali deve sottostare. Un software custom viene invece sviluppato attraverso un contratto di servizio che specifica i tempi, modi e le risorse che il fornitore impiegher per realizzare il programma. Nel caso del pacchetto si ha una situazione nella quale il prodotto esiste e viene dato in uso allutente, mentre nel caso dello sviluppo custom il prodotto nella sostanza non esiste e viene sviluppato appositamente dal fornitore su specifiche del cliente. Nel primo caso, tipicamente si paga il diritto di utilizzare il programma, mentre nel secondo caso si pagano i costi delle risorse necessarie allo sviluppo del programma. Per chiarire il ruolo, le attese e il comportamento di chi acquista un prodotto software, essenziale a questo punto proporre alcune precisazioni e chiarimenti: 1. I principi del software open source si applicano sostanzialmente al solo mondo dei pacchetti. Un pacchetto pu essere open source o meno, pu essere basato su licenza Gpl oppure su licenze che restringono i diritti del fruitore impedendo la possibilit di accedere al codice sorgente o di copiare il programma.
3

In SAP, per esempio, il prodotto viene personalizzato principalmente attraverso la definizione e la selezione di una serie di opzioni che progressivamente definiscono un modo di funzionamento del programma che si adatta alle caratteristiche e ai requisiti dellutente.

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QUADERNI DI FERENTINO N. 1

2. Al contrario, un programma custom deve sempre essere di propriet (al limite non esclusiva) del committente. Se si paga per intero il costo di sviluppo di un programma, appare indiscutibile che il committente possa e debba avere il controllo del codice sorgente prodotto. Nel rapporto con il fornitore, il codice non deve essere solo open source: una eventuale indicazione di questo tipo limiterebbe la possibilit di azione dellutente. Per esempio, una pubblica amministrazione potrebbe decidere di offrire un proprio software custom come software public domain (cio libero da qualsiasi vincolo). 3. Una licenza duso pu costare o meno indipendentemente dal fatto che il programma sia open source o proprietario. La reale differenza sta nei diritti che vengono garantiti allutente. Nel caso di Linux, per esempio, pu essere che per entrare in possesso di una copia del prodotto si debba sostenere un costo di acquisto, ma, una volta acquisito il prodotto, la licenza Gpl a quel punto permette di farne copie e di distribuirle anche gratuitamente. Nel caso del software proprietario, le copie sono illegali e chi le effettua incorre in pesanti sanzioni economiche. 4. Una licenza open source, come la Gpl, non esente da vincoli. Per esempio, il codice che in qualche modo venga ottenuto attraverso la manipolazione o integrazione di codice coperto da licenza Gpl deve essere anchesso ridistribuito tramite lo stesso tipo di licenza, pena la violazione della licenza originariamente concessa sul prodotto di partenza. In conclusione, per affrontare correttamente i problemi di gestione dei prodotti software e di definizione di un business model fondamentale tenere bene a mente la distinzione tra pacchetti e software custom. La mancanza di chiarezza su questo punto purtroppo la radice di fondo di molte affermazioni sbagliate o misleading sul potenziale impatto e sui possibili benefici derivanti dallutilizzo di prodotti e licenze open source.

1.2 I servizi I servizi collegati al mondo del software sono sintetizzabili nelle seguenti categorie: Servizi di sviluppo: sono servizi che vengono offerti da una societ di software per creare o gestire levoluzione di un prodotto software custom o
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per sviluppare componenti custom che integrano pacchetti sia open source o proprietari (per esempio, gli sviluppi in linguaggio Abap per Sap). Servizi di manutenzione e assistenza: sono servizi che offrono assistenza tecnica per un prodotto software e ne garantiscono laggiornamento per quanto riguarda, tipicamente, la manutenzione correttiva e adattiva (correzione degli errori e adeguamento del prodotto alle evoluzioni delle piattaforme o degli standard). Possono applicarsi sia a prodotti custom che a pacchetti. Servizi di oursourcing e facility management: sono i servizi che complessivamente permettono ad una organizzazione di delegare ad una azienda esterna la gestione della propria infrastruttura e del proprio patrimonio applicativo. Servizi di formazione: addestramento sul prodotto o sulle tematiche ad esso correlate (sia custom che pacchetti). Servizi di consulenza: servizi relativi al supporto fornito allutente nel risolvere uno specifico problema e che coinvolge lutilizzo di un particolare prodotto software (sia custom che pacchetti). Servizi di documentazione: creazione di documentazione ad-hoc per il cliente (sia per software custom che per pacchetti). Servizi Asp (Application Service Provider): utilizzo di prodotti software (custom, pacchetti proprietari o pacchetti open source) a consumo. una sorta di noleggio a tempo del programma che viene spesso fatto girare su macchine del fornitore del servizio e non dellutente. Come si pu notare, sostanzialmente tutti i servizi sono applicabili sia a prodotti custom che a pacchetti (sia proprietari che open source). Tuttavia, i servizi hanno pesi molto diversi a seconda della soluzione prescelta. Per esempio, consideriamo il caso di unazienda utente che deve scegliere tra una soluzione a pacchetto da personalizzare e uno sviluppo custom pesante: nel primo caso presumibilmente avr un costo elevato per lacquisto delle licenze e meno per i servizi, oltre che vantaggi sul fronte dellaggiornamento (update dei prodotti software rilasciati periodicamente) e contenuti di formazione gi predefiniti. Nel secondo caso (sviluppo custom) la spesa va tutta o quasi in servizi, quindi in giornate-uomo di lavoro: le economie di scala sono inferiori essendo il prodotto sviluppato ad hoc e per la prima volta. Una terza via, come quella di un pacchetto utilizzato in forma ASP e pagato come servizio, dovrebbe portare ulteriori benefici alle aziende in termini economici
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QUADERNI DI FERENTINO N. 1

(passaggio da un costo fisso a un costo variabile, a consumo), ma di fatto una modalit di acquisto del software ancora poco sviluppata. Queste sono ovviamente solo esemplificazioni delle considerazioni da fare per valutare vantaggi e svantaggi delle diverse alternative.

2. La struttura di un prodotto software


Un prodotto informatico un sistema complesso composto da diverse parti che possono essere molto schematicamente ricondotte alle componenti illustrate in Figura 1. In generale, un utente utilizza una applicazione informatica che offre specifici servizi: contabilit, foglio elettronico o servizi di infomobilit. Le applicazioni possono essere sviluppate utilizzando framework o librerie applicative, cio pezzi di software pi o meno standarizzati e riusabili che implementano alcune delle funzioni dellapplicazione (per esempio una libreria per operazioni matematiche).

Applicazione

Librerie e application framework Middleware e development environment

Operating system

Figura 1: Componenti di un prodotto informatico

Le moderne applicazioni informatiche sono tipicamente distribuite e basate su tecnologie molto sofisticate come quelle che permettono lo sviluppo per componenti o la realizzazione di applicazioni per il web. Per questo motivo, le moderne applicazioni sfruttano una nuova generazione di prodotti denominati
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di middleware quali, ad esempio, Corba o Cics. A queste tecnologie sono associati potenti ambienti di sviluppo e gestione dei componenti quali .Net di Microsoft o J2ee (Java 2 Enterprise Edition). In questa categoria possono essere considerati anche prodotti come i sistemi per la gestione di basi di dati (per esempio, Oracle DB) e i server http (come Apache). Infine, ogni programma informatico opera su un computer che gestito e controllato da un sistema operativo. A questo livello si collocano prodotti come Windows, Linux, Ibm Vm e Sun Solaris. Da questa classificazione emergono in modo evidente diverse considerazioni: I produttori di software sono entit molto diverse che si caratterizzano in primo luogo in base al tipo di strato di cui si occupano. Certamente pu accadere che uno stesso produttore cerchi di coprire lintero stack di strati, ma comunque si tratta di business e prodotti sostanzialmente diversi. Una cosa sviluppare contabilit per PMI, altra realizzare software di sistema (middleware o sistemi operativi).4 interesse dei produttori di piattaforme (altro nome utilizzato per identificare i sistemi operativi e il middleware) cercare di agganciare e vincolare le applicazioni agli strati bassi dello stack e di avere applicazioni di qualit. Lutente, infatti, interessato allapplicazione, non tanto alla piattaforma. Fornire un servizio applicativo di qualit pu essere quindi un modo per acquisire e mantenere un cliente su una specifica piattaforma. Tendenzialmente, gli strati bassi dello stack sono commercializzati come pacchetti (open source o proprietari) mentre via via che si sale nello stack aumenta la quota di prodotti custom. Ci facilmente spiegabile se si considera che il livello applicativo dipende fortemente dai bisogni e dai requisiti dellutente finale (molto variabili), mentre i livelli bassi ne sono ragionevolmente indipendenti e quindi pi facilmente standardizzabili.

3. I trend tecnologici e di mercato


Prima di esaminare alcuni possibili modelli di business che si basano direttamente o indirettamente sul software open source, appare utile proporre alcune considerazioni sui trend in atto nel mercato che possono essere

D. G. Messerschmitt, C. Szyperskyi, Software Ecosystem, The MIT Press, 2003.

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QUADERNI DI FERENTINO N. 1

utili per capire e spiegare alcune delle osservazioni che verranno proposte in seguito.

3.1 Open source e open standard Uno dei principali motivi di sostegno al software open source relativo al fatto che esso ritenuto sinonimo di apertura, interoperabilit e indipendenza da un singolo produttore. In realt, questa osservazione confonde open source con open standard. Ci che garantisce i benfici effetti discussi in precedenza il fatto che un prodotto software sia conforme a standard aperti. Tali standard possono essere poi implementati con software proprietari o open source. Per esempio, tramite Explorer (prodotto proprietario) posso accedere a siti web costruiti con tecnologie diverse, purch tutte conformi ad alcuni standard aperti (http, Html, Xml). Certamente esiste un rischio e cio che alcuni fornitori di tecnologie proprietarie cerchino di snaturare il carattere di apertura e indipendenza degli standard aperti introducendo funzionalit proprietarie che vincolano in qualche modo lo standard a un proprio prodotto. laccusa rivolta pi volte a Microsoft. Su questo aspetto devono attentamente vigilare sia gli enti di standardizzazione che le autorit antitrust. Anche gli utilizzatori, specie quelli istituzionali, possono influenzare i produttori attraverso oculate politiche di procurement e di sviluppo delle proprie infrastrutture IT. Per esempio, se i siti delle pubbliche amministrazioni sono conformi ad uno standard che non viene rispettato da un prodotture di software, questi sar nei fatti spinto ad adeguare i propri prodotti perch siano usabili in quellambito.

3.2 Da proprietario a open source Il mondo del software open source nato sostanzialmente attorno a due prodotti, Linux e Apache. Non casuale il fatto che si tratti di software di sistema nel quale si assistito ad una progressiva standardizzazione dei prodotti e ad una trasformazione in mercato di commodity. Pu questo fenomeno diventare un percorso obbligato per lintera industria del software? Certamente non facile capire quanto veloce sar e quale portata avr il processo di trasformazione di prodotti custom in pacchetti e per di pi open source. Sembra improbabile che tale trasformazione possa avvenire per tutti i tipi di software e in tempi ravvicinati. Inoltre, esistono pacchetti proprietari per i
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quali non ci sono incentivi alla creazione di alternative open source. Nel caso di Linux, il prodotto sostanzialmente nato dalla voglia di Torvalds di crearsi il proprio sistema operativo. Apache lo spin-off di un progetto universitario. Ci si potrebbe chiedere se verr mai creato un Cics open source. Se la risposta fosse no, bisognerebbe investigarne le motivazioni: si ritiene che Cics comunque destinato a scomparire nel breve periodo e quindi non ne vale la pena? Oppure le barriere tecnologiche allingresso sono troppo alte? Non va dimenticato che il sostegno dato da aziende come Ibm allo sviluppo e diffusione di prodotti come Linux (certamente giustificato da pi che valide strategie commerciali) testimonia il fatto che lo sviluppo di prodotti software sofisticati richiede comunque investimenti significativi.

3.3 Il rapporto prodotto-servizi Uno dei massimi esperti mondiali del mercato del software, Michael Cusumano, ha recentemente pubblicato un libro nel quale riassume i risultati di suoi precedenti studi (software factories giapponesi, Microsoft, Netscape) e propone una serie di considerazioni sui possibili sviluppi dellindustria e del mercato dellinformatica.5 In questo suo ultimo lavoro, Cusumano evidenzia tre modelli di funzionamento per una societ di software. Societ che vende prodotti a pacchetto. La societ ottiene i propri ricavi vendendo pacchetti proprietari e distribuendo open source. Societ di servizi. La societ ottiene i propri ricavi offrendo servizi, che vanno dallo sviluppo e manutenzione di prodotti custom, alla formazione e alla produzione di documentazione. Societ ibrida. I ricavi sono una combinazione di vendita di licenze di pacchetti e di servizi. il caso pi comune. Quasi tutte le societ hanno un mix di ricavi di questo tipo, siano esse societ considerate open source come Red Hat o proprietarie come Microsoft, Ibm, Oracle o Sun. Cusumano rileva che esistono pochi dubbi sul fatto che nel futuro sopravviveranno solo societ ibride, che saranno in altre parole in grado di trovare un giusto mix di prodotti e servizi in funzione del tipo di prodotto e mercato che intendono aggredire.
5

M. A. Cusumano, The business of software, Free Press, New York, 2004.

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3.4 La diffusione dei prodotti open source e i relativi operatori del tutto evidente che sul mercato alcuni prodotti open source hanno avuto un successo mondiale. Linux e Apache sono leader di mercato, nonostante la presenza di una competizione agguerritissima. Ma su cosa si basa questo successo? Quanto di esso dovuto al fatto che i prodotti sono open source? Chi sono gli operatori e i soggetti che alimentano questo successo e che da esso traggono vantaggio? Non possibile in questa sede proporre una riflessione completa e dettagliata su queste tematiche (si rimanda per alcuni approfondimenti allarticolo citato nella nota 1). Vale tuttavia la pena proporre alcune considerazioni di massima. 1. Il successo di Linux e Apache dovuto ad una molteplicit di fattori. Linux, per esempio, un prodotto che stato creato a partire da un sistema esistente (Unix), per sua natura fortemente modularizzato. La conoscenza di Unix diffusa su tutto il pianeta. Ci ha permesso di avviare progetti distribuiti che potevano contare su una massa di persone con cultura e conoscenza omogenee, plasmate su Unix. Inoltre, il vero sviluppo di Linux stato portato avanti da un nucleo assai ristretto di persone. Torvalds stesso dice che il kernel lha sviluppato lui e lo ha poi reso disponibile sulla rete. Raymond, analizzando il lavoro di Torvalds dice che ha replicato Unix, evitando di essere creativo. 2. Per molti utenti il vero fattore di competitivit dei prodotti open source consiste nel fatto che sono sostanzialmente gratuiti. Pochi hanno la capacit e il bisogno di accedere al codice sorgente. 3. Importanti produttori di sistemi proprietari e di hardware come Ibm sostengono lo sviluppo e la diffusione di prodotti open source come Linux in funzione di arma commerciale contro il predominio di Microsoft nel segmento dei sistemi operativi per architetture Intel. In questo modo, essi difendono i propri hardware e i propri pacchetti proprietari (per esempio, Cics, Db2 e i vari prodotti di middleware di Ibm). 4. Non ancora chiaro come far profitti con lopen source. Questo tema verr discusso in dettaglio nel prossimo capitolo. Cusumano sottolinea nel suo libro che anche un attore di successo come Red Hat ha avuto nellanno fiscale 2003 ricavi pari a $90 milioni e perdite pari a $6.5 milioni. In generale, il modello del software open source spesso ritenuto unarma per facilitare lo sviluppo dellindustria locale del software, in grado di competere
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con le grandi imprese statunitensi. Laffermazione appare azzardata e non basata su una analisi realistica e oggettiva del mercato. comunque chiaro che il fenomeno open source non pu essere ignorato n sottovalutato. Per questo motivo verranno nel seguito valutate una serie di opzioni relative a possibili modelli di business che sfruttino in qualche modo il concetto di open source.

4. Modelli di business open source: alcune ipotesi e valutazioni


Alla luce delle osservazioni e considerazioni fatte nei precedenti capitoli, ora possibile provare a delineare alcune ipotesi di business model per aziende che vogliano sfruttare il fenomeno dellopen source. Tale analisi verr portata avanti in modo bottom-up: in primo luogo si prover a delineare un possibile approccio al mercato; in seguito ciascuna proposta verr valutata per capire se costituisce un reale approccio innovativo basato sul software open source, o se invece non costituisce niente altro che una reinterpretazione o estensione di modelli di business esistenti. 4.1 Alcune ipotesi di strategia di business In generale, pensando alla natura del mercato del software e alla natura di una soluzione informatica, cos come delineata nel capitolo 2, possibile ipotizzare le seguenti strategie: 1. Sviluppo e distribuzione di pacchetti OS e relativi servizi: il caso di molte distribuzioni Linux. Si tratta di una azienda che ha preso un pacchetto OS (i componenti base di Linux), lo ha arricchito con proprie componenti OS e lo distribuisce sul mercato con licenza OS facendosi pagare il costo di distribuzione. A questa forma di ricavi si affiancano i ricavi da servizi di varia natura.6
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In effetti, questo modello non pi completamente vero in assoluto. Red Hat, per esempio, ha introdotto in parallelo allaccesso al codice sorgente anche un meccanismo di licenze annuali: Red Hat does not provide free access to the binaries of Red Hat Enterprise Linux, and these, combined with an annual subscription to Red Hat Network, access to upgrades, and selected support services, are the components that Red Hat bundles into each Red Hat Enterprise Linux solution. Since every Red Hat Enterprise Linux product includes support for the system on which it is installed, Red Hat supplies the products with a persystem usage/support subscription. This simple model ensures that systems which use Red Hat Enterprise Linux are able to access the maintenance, services and product upgrades to which they are entitled. Of course, as mentioned before, this has no impact on your access to the Red Hat Enterprise Linux source code. http://www.redhat.com/software/rhel/faq

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2. Sviluppo e distribuzione di pacchetti OS su pacchetti OS o proprietari (e relativi servizi): un caso particolare di quanto visto nel punto precedente quello di societ che sfruttano il successo di prodotti OS come Linux per distribuire propri prodotti OS che operano su tale sistema; associata al prodotto vi anche lofferta dei relativi servizi di supporto. il caso di societ come Zope che ha creato una piattaforma OS per lo sviluppo di applicazioni in grado di operare sia su sistemi operativi OS come Linux che su prodotti proprietari come Windows. 3. Sviluppo di pacchetti proprietari su pacchetti OS o proprietari (e relativi servizi): sono prodotti proprietari che vengono per portati su piattaforme OS oltre che su quelle proprietarie. Star Office un prodotto di Sun (non OS!) che pu funzionare, tra gli altri, sia su Linux che su Windows. Va annoverata in questo caso anche la strategia di Ibm che vende su Linux i propri prodotti di middleware con il modello del software proprietario. 4. Sviluppo di prodotti OS che arricchiscono e rendono pi competitiva una linea di prodotti: il caso dei produttori di hardware che utilizzano Linux come strumento per promuovere la commercializzazione dei propri prodotti hardware. Ibm, per esempio, ha adottato questa strategia di commercializzazione di Linux sulle proprie piattaforme HW proprietarie e non. 5. Sviluppo di prodotti custom su prodotti OS (e relativi servizi): il caso di unazienda che sviluppa soluzioni custom, per esempio per pubbliche amministrazioni o banche, e che decide di utilizzare come piattaforme di sviluppo pacchetti OS (come Linux, Zope, Tomcat e JBoss). Ovviamente, possono esistere aziende che combinano queste diverse strategie tra di loro o con altre incentrate su software proprietario. Considerando singolarmente, per, i modelli qui delineati, si possono proporre le seguenti considerazioni: Il modello 1 (Red Hat) costituisce una vera e propria azienda OS, anche se al momento vede pochi attori realmente in grado di proporsi sul mercato. Il fattore determinante il volume delle licenze vendute e dei servizi indotti. Non chiaro quale altro tipo di pacchetti potrebbe essere distribuito secondo questo modello. Il modello 2 (Zope) vede al momento poche realt presenti. Come nel caso del modello 1, necessario prevedere volumi di distribuzione e di servizi che siano in grado di sostenere i costi di
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ricerca e sviluppo (vedi successivi commenti). Certamente, questi problemi sono propri di qualunque societ che intenda offrire sul mercato soluzioni pacchettizzate e non solo delle aziende che scelgono lapproccio open source. In questultimo caso, a ci si aggiunge la necessit di trovare un giusto mix di ricavi che prescinda dai profitti su licenza e che punti ai servizi e ai ricavi da vendita di distribuzioni. Il modello 3 rappresenta il caso di produttori di pacchetti proprietari che hanno scelto come piattaforma di sviluppo un pacchetto OS (tipicamente Linux). In questo caso non esiste alcuna differenza rispetto al modello di chi vende prodotti proprietari su piattaforma proprietaria, se non per il fatto di poter sfruttare soprattutto laspetto di immagine e commerciale legato al mondo dellopen source. A questa situazione si riconduce anche il modello 4. Non a caso, gli approcci 3 e 4 sono seguiti da due grossi costruttori come Sun e Ibm. Il modello 5 in realt non fa altro che ricalcare il modello della societ di system integration. Gi oggi queste societ sono abituate a utilizzare diverse piattaforme, o perch la scelta tecnologica fatta dal cliente, o perch di volta in volta viene preferita la soluzione che ha un rapporto costoprestazione pi conveniente. In sintesi, gli unici modelli di business in cui il software open source gioca un ruolo chiave sono i primi due che, non per nulla, sono perseguiti da poche aziende che ancora non hanno trovato un loro consolidamento e una reale diffusione. I modelli 3 e 4 vedono lopen source come uno strumento commerciale e di penetrazione sul mercato, con lo scopo di rafforzare lofferta proprietaria. Nel modello 5, il ruolo del software open source di fatto marginale: si tratta di una piattaforma di sviluppo sicuramente di qualit e che ha costi molto concorrenziali. Ma questo non cambia il modo di lavorare dei system integrator.

4.2 Alcune osservazioni a margine Uno dei vantaggi che il software OS pu offrire ai system integrator che sviluppano software custom su piattaforme OS consiste nel fatto che la disponibilit del codice sorgente pu agevolare il processo di debugging e tuning del software custom sviluppato. Ma, come nel caso della tutela dei diritti dellutenza, per ottenere questo risultato pu bastare che il codice sia accessibile,
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senza peraltro richiederne la totale apertura secondo quanto previsto dalle tipiche licenze OS come la Gpl. Un secondo aspetto interessante riguarda i costi di ricerca e sviluppo per software open source. La letteratura sul tema ha sempre insistito sul fatto che tali costi sono bassi perch allo sviluppo del codice partecipa lintera comunit. Se per si guardano i costi di R&S di aziende come Red Hat o il volume complessivo degli investimenti che aziende come Ibm stanno facendo sul software OS, ci si rende conto che il costo non cos irrilevante. In realt, nel passato molti costi di R&S per progetti come Linux o Apache erano nascosti in quanto il lavoro era portato da ricercatori universitari o personale gi impiegato in grado di utilizzare parte del proprio tempo su attivit di sviluppo OS.

5. Conclusioni
Lindustria del software si trova ad operare in una fase di profondi cambiamenti e sfide. Se vero che il software sempre pi importante e vitale per lo sviluppo di moderni prodotti e servizi, altrettanto vero che la struttura del mercato sta mutando. I modelli originari di sviluppo, commercializzazione e diffusione delle tecnologie del software stanno cambiando sulla spinta di fattori quali la diffusione dei personal computer come prodotti consumer, la crescente complessit architetturale delle applicazioni informatiche, la diffusione di Internet e delle tecnologie di knowledge sharing come il web. In questo scenario, le industrie del software, in generale, si trovano di fronte a sfide profonde che stanno mettendo in crisi il loro modo di essere sul mercato e fare business. Persino un gigante come Microsoft si dice stia vivendo la sua midlife crisis.7 Il fenomeno del software open source una delle maggiori novit degli ultimi anni. Ad esso sono associate moltissime aspettative. Il presente articolo ha cercato di chiarire alcuni aspetti legati allindustria del software e al ruolo che il software open source vi pu giocare. In particolare, sono state precisate caratteristiche e propriet di prodotti e servizi software, la loro relazione con i modelli di business e linfluenza che il modello open source pu avere su di essa.

J. Greene, Microsofts Midlife Crisis, Business Week, European Edition, April 19, 2004.

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Lo studio del potenziale impatto del software open source non certamente di facile attuazione. Per rendersene conto, sufficiente esaminare alcune delle ricerche che sono state recentemente concluse sul tema. In esse tipicamente si parla di open source e di aziende open source in modo indistinto, intendendo con questi termini sia coloro che sviluppano e commercializzano prodotti open source (come Red Hat) che system integrator che sviluppano su Linux. Per capire realmente il potenziale impatto del modello open source essenziale considerare attentamente le distinzioni e le premesse fatte in precedenza su pacchetti e prodotti custom, e sui possibili profili di business di aziende che usano il software open source. Alla luce di queste considerazioni, gli effetti netti che ladozione diffusa dellapproccio open source potrebbe avere si possono sintetizzare come segue: ipotizzabile che per le aziende che intendano perseguire lapproccio 1 e 2 (sviluppo e distribuzione di pacchetti OS), le barriere allingresso aumentino rispetto alla vendita di licenze proprietarie. In un mercato gi difficile, ladozione di licenze open source richiede un ulteriore sforzo di business planning e business development, che permetta lo sviluppo di un giusto mix di ricavi, indipendentemente dalla vendita di licenze di tipo tradizionale. Ladozione da parte di un utente finale di pacchetti open source (come Linux, Open Office, o Apache) deve essere fatta sulla base di considerazioni tecnico-economiche (Tco - Total cost of ownership o value for money). Questo dovrebbe guidare sia la domanda di prodotti che la relativa offerta. Nello sviluppo di software custom, ladozione di piattaforme open source da parte dei system integrator (modello 5) potrebbe ridurre i costi di ingresso eliminando il costo delle licenze. Bench ci che conti alla fine il Tco, il pagamento delle licenze in talune circostanze pu costituire una barriera alladozione di soluzioni IT proprietarie (vedi il caso delle community discusso nel seguito). Il software custom utilizzato da community (come nel caso della pubblica amministrazione) potrebbe beneficiare dal modello open source e merita alcune osservazioni a parte. In primo luogo, il software sviluppato dovrebbe sempre essere di piena propriet dellamministrazione appaltante. Ci rende possibile la piena condivi56

QUADERNI DI FERENTINO N. 1

sione del software custom acquisito allinterno di una community e al limite sul mercato. Per attuare questa strategia, andrebbe pertanto attentamente valutata la possibilit di rendere disponibile tutto il software custom di propriet di una certa community tramite licenze open source. Si potrebbe utilizzare una delle licenze OS gi disponibili, oppure definirne una nuova che valorizzi il ruolo della community (per esempio per quanto riguarda la capacit di mettere a fattor comune i contributi sviluppati indipendentemente). Un aspetto interessante concerne la valutazione dellimpatto che la mancanza di costi di licenza potrebbe avere sulla facilit di diffusione di soluzioni custom in una community. ipotizzabile che in funzione della dimensione del partecipante alla community e del software da condividere, il peso di eventuali licenze software da acquisire per poter fruire di una soluzione custom di propriet della community possa costituire una barriera di ingresso significativa. Per esempio, per comuni di piccole dimensioni, la messa in linea di un sito web informativo pu avere costi di licenza per software di sistema a priori non trascurabili. In generale, andrebbe valutata con attenzione la correlazione tra dimensione dellutente e costo della soluzione in termini di licenze. Infine, un altro aspetto che andrebbe approfondito la possibilit che ladozione di software open source come piattaforma di sviluppo possa favorire lingresso sul mercato di nuovi system integrator. Questo fatto avrebbe secondo taluni due implicazioni: da un lato, la possibilit di ridirigere risorse economiche dalla spesa in licenze allinvestimento in software custom in ambito nazionale e, dallaltro, la possibilit che nuovi operatori di dimensioni anche medio-piccole entrino sul mercato. In realt, per quanto riguarda lo spostamento da costi di licenze a sviluppi custom, bisognerebbe valutare con attenzione la reale portata di questo trasferimento e la sua concreta fattibilit/convenienza (per esempio in rapporto al Tco). Per quanto riguarda lingresso di nuovi operatori, inoltre, dal punto di vista del sistema Paese si tratta di una ridistribuzione (o di un piccolo incremento, se collegato al punto precedente) di risorse allinterno del mercato dei system integrator. Un reale vantaggio per lindustria nazionale si avrebbe solo nel caso si creassero nuove imprese capaci di esportare prodotti pacchettizzati o di operare come system integrator allestero (alternativa difficilmente percorribile). Tuttavia, indipendentemente da queste preliminari note di cautela, indubbio che queste tematiche andrebbero approfondite per arrivare a conclusioni maggiormente consolidate e supportate da analisi quantitative.
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ALFONSO FUGGETTA

Ringraziamenti
Si ringraziano Giuseppe Attardi, Stefano Maffulli ed Elena Vaciago per i loro commenti alla versione preliminare del lavoro.

Alfonso Fuggetta

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DALLE ORIGINI ALLOPEN SOURCE: QUALE FUTURO PER LICT?


Orazio Viele

Responsabile della Direzione Centrale Innovazione & Ricerca del gruppo Engineering.

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Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze. T. W. ADORNO

Premessa
Scrivere un articolo di scenario nel settore dellICT pu essere pi pericoloso che attraversare un campo minato. Facilmente si intonano peana per abbacinanti novit che promettono di sconvolgere il mercato e poco dopo il coro costretto dai fatti a trasformarsi in un de profundis. Le valutazioni e le previsioni degli analisti del settore, soprattutto nel torno di tempo della fine degli anni Novanta, riviste ex-post, assumono una forma rapsodica che dimostra quanto sia costellato di agguati il percorso di chi si accinga a fare ipotesi su cosa accadr nel mercato dellICT nel prossimo futuro. Un fattore aggravante, nel caso di chi scrive, il background tecnico cha fa da sfondo al patrimonio di competenze che pu far facilmente indulgere nel valutare foriero di profitti ci che appare innovativo o (peggio) architetturalmente elegante rispetto a ci che utile e (meglio ancora) appetibile per il mercato. Come proteggersi da queste minacce? Partiamo dai fatti. Ci che accaduto evidente ai pi e, quindi, facilmente verificabile per cui far tesoro dei fatti pu essere il metallo giusto con cui costruire unarmatura che ci protegga dai pericoli appena enunciati e ci permetta di valutare con maggiore cognizione di causa cosa potr accadere. La trattazione che segue parte da una breve analisi del cammino percorso dallICT negli ultimi quindici anni. Cercher di evidenziare qual leredit positiva che gli anni trascorsi hanno lasciato nel settore dellICT. Nella seconda parte, illustrer come, partendo dalleredit, si possano prevedere i trend a breve e medio termine di questo settore.

Cosa rester di questi anni


Lincipit di questa sezione della trattazione richiama il refrain di una canzone molto in voga alla fine degli anni Ottanta, che, sia pure con uno stile non certamente da trattato accademico, tentava un bilancio delleredit che quegli anni ci lasciavano. Far passare messaggi significativi attraverso un puro
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divertissement (tipico dello stile canzonettistico) lo stile che vorrei utilizzare in questa trattazione. LICT (Information & Communication Technology) un settore di mercato generato dalla coniugazione delle tecnologie informatiche propriamente dette e delle telecomunicazioni. Sviluppatesi storicamente in modo indipendente, sia le tecnologie informatiche che le telecomunicazioni condividevano un humus comune: la microelettronica. Ci consent ad alcuni osservatori illuminati di preconizzare, a met degli anni Ottanta, un matrimonio che si sarebbe verificato nel successivo quindicennio. Pu destare forse sorpresa che tra tali osservatori possa essere annoverato un grande scrittore di narrativa come Italo Calvino che in Lezioni Americane del 1986 cos scriveva: La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate dacciaio, ma come i bits di un flusso dinformazione che corre sui circuiti sotto forma dimpulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono ma obbediscono ai bits senza peso. Una profezia inveratasi con una precisione galileiana. Dal punto di vista tecnico, il matrimonio fra tecnologie informatiche e telecomunicazione produsse nel breve periodo frutti straordinari ma, per certi aspetti, fruibili da segmenti di mercato e di popolazione molto limitati. Non si percepiva ancora ci che avrebbe fatto divenire lICT il settore di mercato centrale del terzo millennio: la pervasivit. Questa peculiare caratteristica dei prodotti del settore ICT avr, di l a pochi anni, degli innegabili enormi riverberi in tutti gli altri settori delleconomia. Facendo un salto temporale di un decennio, a met degli anni novanta la fusione prevista fra Information Technology e Communication era ormai arrivata a compimento dal punto di vista tecnologico, ma non aveva ancora dato luogo alla convergenza dei due mercati progenitori. Tutti gli attori del mercato dellIT, in quel torno di tempo, si confrontavano sul passaggio dalle architetture basate su mainframe alle architetture distribuite (volgarmente dette client-server). Era un confronto che assumeva tratti molto simili alla dialettica tra scuole di pensiero filosofiche, perci i frutti di questo confronto, seppur validi dal punto di vista tecnico-scientifico, producevano un impatto relativamente poco significativo sul mercato. Ne testimonianza il fatto che lin62

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formatica nel primo quinquennio degli anni novanta era un mercato in crisi e le diatribe sui modelli architetturali non portarono alcun giovamento dal punto di vista economico; anzi generarono effetti di rigetto che frenarono gli investimenti, aggravando cos la crisi delle aziende di IT. LInformation Technology non era ancora percepita come un fattore critico di successo per il business delle aziende operanti nei diversi settori merceologici. Ho intenzionalmente utilizzato il termine percezione, poich molte decisioni erano frutto pi di sensazioni soggettive che di valutazioni ponderate e fondate su misure oggettive. Daltro canto, da riconoscere che, in quel tempo, sarebbe stato abbastanza arduo dimostrare, in modo oggettivo, che unazienda avrebbe potuto aumentare quote di mercato facendo migrare il proprio sistema informativo da unarchitettura centralizzata a unarchitettura distribuita. In sintesi lIT faceva fatica a dimostrare la propria strategicit nei processi che creavano valore e, quindi, ci isteriliva sul nascere, dal punto di vista del ritorno economico, molte innovazioni tecnologiche. Dallaltro lato linformatica era ancora un fenomeno di nicchia. Anche se si era gi in presenza di tecnologie di personal computing, il segmento consumer era quasi inesistente e si era lontani anni luce dal fenomeno di massa a cui stiamo assistendo attualmente. In sintesi, lIT era praticamente insignificante per una larghissima parte dei cittadini dei Paesi industrializzati e riscuoteva interesse solo in una ristretta cerchia di operatori del settore. Questo limitato perimetro di riferimento condizionava fortemente la valutazione delle potenzialit delle innovazioni tecnologiche. Abbiamo analizzato cosa accadeva a cavallo degli anni ottanta e novanta nellambito dellIT; spostiamo ora lattenzione ora sullaltro partner del matrimonio: le telecomunicazioni. Il settore delle telecomunicazioni storicamente pi maturo di quello dellIT e negli anni ottanta e, soprattutto, novanta divenuto indiscutibilmente un fenomeno di massa. Le tecnologie di telecomunicazione erano gi di uso comune diffuso molto prima degli anni ottanta e con lavvento dei dispositivi radiomobili (cellulari), nati proprio nel periodo che stiamo considerando, hanno assunto connotati di fenomeno di massa. Inoltre, le tecnologie di telecomunicazione da molti anni erano impiegate nellambito dellIT come mezzo per far dialogare tra loro sistemi elaborativi. Questo secondo ambito di applicazione era fortemente penalizzato da due fattori:
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linterconnessione fra i sistemi elaborativi era basata per la maggior parte su tecnologie proprietarie e non standardizzate, che rendevano molto complesso e costoso far interoperare sistemi che usavano tecnologie diverse il costo dellutilizzo delle reti messe a disposizione degli operatori di telecomunicazioni era molto elevato e ne frenava la diffusione.

Allimprovviso lincoscienza
Con questo scenario si giunge alla met degli anni novanta, quando, del tutto inatteso, prima in sordina, e poi in maniera deflagrante, esplode un fenomeno che avrebbe cambiato radicalmente le prospettive dellICT: il web. In quel periodo, scrivendo un articolo su una rivista aziendale in cui tentavo di spiegare il fenomeno web, iniziavo cos: La mutazione genetica verificatasi appena qualche anno fa, che ha portato al progressivo passaggio dalle architetture centralizzate alle architetture distribuite, stata investita, proprio mentre stava affermandosi come organismo dominante, da una invasione degli Hyksos che sta sconvolgendo lo scenario dellInformation Technology, gi per sua natura organismo instabile. Tutto ci, mentre lintero popolo dei tecnologi si affannava per riparare allimminente disastro, eredit del passato, dellanno 2000. In una sintesi figurata tentavo di spiegare, in primo luogo a me stesso, cosa stesse accadendo sotto i nostri occhi che non riuscivamo a comprendere completamente. Al di l degli aspetti tecnici legati al fenomeno, ci che coglieva di sorpresa era lenorme eco nella societ: linformatica per la prima volta produceva un vero fenomeno di massa con effetti imprevedibili sul lato della domanda e, quindi, con conseguente totale disorientamento sul lato dellofferta. Vedremo fra poco come questo spaesamento da parte dei player sul mercato dellIT e delle telecomunicazioni abbia prodotto non pochi effetti negativi sul mercato, le cui conseguenze si stanno pagando in questi anni. La convivenza fra IT e telecomunicazioni aveva generato (inconsapevolmente) una prole (il web) che costringeva i genitori naturali al definitivo matrimonio: il web fa decollare lICT perch non pi possibile marcare confini fra Information Technology e Telecomunicazioni. curioso (e sintomatico) osservare come lesplosione di questo fenomeno non sia stata il frutto di una straordinaria invenzione, ma soltanto dellapplicazione intelligente di
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quanto era gi disponibile da almeno un decennio nellambito sia dellIT che delle telecomunicazioni. importante chiedersi cosa abbia decretato il successo travolgente di Internet, perch la risposta potrebbe costituire un buon insegnamento. In primo luogo, a mio parere, la semplicit intesa, per usare le parole dello scultore Brancusi, come complessit risolta. Le tecnologie che accompagnavano il web risolvevano le complessit su cui si erano arenate le architetture client-server: leterogeneit dei protocolli di comunicazione in rete e leterogeneit tecnologica dei sistemi che gestivano linterazione con lutente. Fino allavvento del web, costruire uninterfaccia utente che potesse essere eseguita su tutte le tipologie di sistemi elaborativi esistenti si traduceva in uno sforzo sisifeo; riuscire a far comunicare tra loro applicazioni distribuite richiedeva sforzi che spesso superavano quelli necessari a sviluppare le applicazioni stesse. Le parole magiche, entrate ormai nel gergo comune, furono http e html. La standardizzazione del protocollo di comunicazione e la definizione di un linguaggio semplice e standardizzato per descrivere le interfacce utente (Html) decretarono la fine delle complessit che frenavano la diffusione delle architetture distribuite. In secondo luogo, la riduzione della complessit favoriva la rapida diffusione dellutilizzo del web e, nello stesso tempo, il suo arricchimento. Si assistito al progressivo attuarsi di un sistema autopoietico in cui gli utilizzatori del web ne erano gli alimentatori, il crescere delle informazioni disponibili attirava nuovi utilizzatori che a loro volta provvedevano ad alimentare il sistema e cos via. In un breve lasso di tempo, nel triennio che va dal 1995 al 1998, il web divenuto uno sterminato serbatoio di informazioni, contenuti e servizi e le tecnologie ad esso correlate hanno spazzato via tutte le soluzioni tecnologiche fino a quel momento utilizzate per lo sviluppo di applicazioni con architetture distribuite. Se torniamo con la mente a quegli anni, impressionante verificare quante tecnologie in auge in quel momento siano improvvisamente divenute obsolete: corba, i rad, rpc, generatori di codice sono solo alcune delle vittime pi o meno illustri che lavvento del web ha ricoperto di polvere. Il paragone con linvasione degli Hyksos, alla luce di quanto si effettivamente verificato, non appare azzardato: gli Hyksos erano un popolo di provenienza sconosciuta che invase e conquist in brevissimo tempo lEgitto dei Faraoni, una civilt nel pieno del fulgore, provocando uno shock per gli storici ancora inspiegabile.
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Gli operatori dellICT non capirono immediatamente cosa stesse accadendo (qualcuno paragon Internet a un brain damage), e si pu affermare senza tema di smentita che fu il mercato a stimolare gli operatori e non viceversa. Molte aziende cominciarono ad interessarsi alle potenzialit di Internet e stimolarono i fornitori ad ipotizzare soluzioni tecnologiche che sfruttassero tali potenzialit. Purtroppo, non appena fu avvertito questo notevole interesse, si ripet lo stesso fenomeno negativo spesso verificatosi nellambito dellIT allinizio degli anni novanta: i fatti avevano meno rilevanza delle parole. Il web era nato per la pubblicazione elettronica dei documenti, e la sua funzionalit primaria era semplificare laccesso allinformazione. Le tecnologie native del web (http, Html) si mostravano affidabili quando applicate nella pubblicazione e fruizione di documenti in una rete di sistemi elaborativi eterogenei. Tuttavia, il gap di complessit architetturale tra la semplice pubblicazione elettronica di documenti e lo sviluppo di applicazioni distribuite mission critical enorme; quindi la traslazione sic et sempliciter delle tecnologie web dallalveo in cui erano nate al dominio delle applicazioni software appariva essere un percorso da intraprendere con molta prudenza. In molti casi non fu cos e si diffuse la leggenda che le tecnologie web comportassero un minor rischio di capitale e producessero un ritorno pi rapido dellinvestimento rispetto ad altre tecnologie di distributed computing. Una seconda percezione errata fu che realizzare unapplicazione web fosse pi semplice, perch semplice era la tecnologia, dimenticando in un sol colpo gli scopi per cui queste tecnologie fossero state pensate, e che la complessit della tecnologia solo uno dei fattori che concorrono alla complessit di unapplicazione. Il web consentiva a utenti esterni ad unorganizzazione di dialogare direttamente con essa per via elettronica per lo scambio di informazione per lacquisto di beni e servizi, allargando a dismisura lutenza potenziale; unopportunit fino a poco tempo prima impensabile, ma molti dovettero rendersi conto sperimentalmente (e amaramente) che il web era comunque unarchitettura distribuita elevata allennesima potenza, per cui i problemi gi noti delle architetture distribuite venivano enormemente amplificati. Riassumendo, potremmo dire che si incorse in: problemi tecnologici, dovuti a limitazioni della tecnologia direttamente proporzionali alla sua immaturit problemi strutturali, insiti nellapproccio di cui le tecnologie Internet erano portatrici.
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Concludevo il mio articolo di allora affermando che gli Hyksos, possessori di nuove tecnologie per guerreggiare (carro da guerra e cavallo) piegarono gli Egiziani, ma in poco tempo la cultura e la civilt raggiunta da questi ultimi fagocit gli invasori e fece nascere una civilt ancora pi forte. Era una profezia che poi, come vedremo fra poco, si sarebbe avverata.

La New Economy: il passato di unillusione


Arriviamo cos ai giorni nostri e, sulla scorta dei fatti che abbiamo test raccontato, possiamo provare a fare delle previsioni. Il mercato dellICT di questi anni eredita il lascito del fenomeno denominato giornalisticamente New Economy: fenomeno di breve durata, ma che ha prodotto notevoli ed irreversibili cambiamenti. Lanalisi del mercato e dellevoluzione dellofferta nellambito del settore dellICT non pu, quindi, prescindere dallevidenziare gli effetti duraturi prodotti dalla New Economy. Nata sullonda della diffusione tumultuosa del web e di tutte le tecnologie correlate ad Internet alla met degli anni novanta, entrata in crisi allinizio del nuovo millennio con lesplosione della bolla speculativa finanziaria che si era creata intorno a questo fenomeno. La crisi violenta della New Economy ha trascinato con s molte illusioni mal riposte, facendo emergere una grave debolezza, gi insita nella sua genesi: la tecnologia, da sola, non basta a creare o a stimolare la crescita di un mercato, se non vi sono i presupposti naturali affinch ci avvenga, come prodotti da vendere e segmenti di clientela da aggredire. Analizzando, brevemente, ci che si verificato, possiamo affermare che, nel secondo lustro degli anni novanta, abbiamo assistito ad un fenomeno assolutamente nuovo rispetto al passato: tutte le evoluzioni nellambito dellICT hanno avuto forti riverberi sulle strategie di business nei diversi settori merceologici. Ogni innovazione tecnologica sembrava mettere a disposizione una nuova opportunit che stimolava o costringeva a rivedere le strategie di business delle aziende. Potremmo dire che molte aziende hanno modellato le loro strategie di business per far posto alla nuova tecnologia con la sola garanzia che la tecnologia si stava diffondendo con grande intensit. Il fenomeno ha avuto una tale eco da far coniare nuovi termini come e-business e New Economy, a
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voler ancor di pi evidenziare lemergere di un nuovo modo di fare business prodotto dallutilizzo delle nuove tecnologie e in particolare del web, inteso sia come rete che come insieme di strumenti. Alcuni tra i maggiori analisti del mercato dellICT oggi affermano, anche se colpevolmente tardi, che si persa di vista una verit fondamentale, icasticamente cos sintetizzata: le-business prima di tutto business. Nella sua semplicit questaffermazione racchiude, sinteticamente, le ragioni della crisi della New Economy. Tale crisi si poi calata in un contesto macro-economico che mostrava i primi affanni allinizio del secondo millennio, aggravati ulteriormente nellanno successivo dai noti fatti terroristici che hanno condizionato fortemente leconomia occidentale. Spostando lattenzione sul segmento specifico dellICT, che oggetto di questa trattazione, si evidenzia che landamento del settore, sia a livello mondiale che nazionale (con tratti diversi), ha seguito levolversi della curva del ciclo di vita della New Economy. Il settore dellICT mondiale e nazionale, sia pure questultimo in misura minore, hanno goduto di strepitosi margini di crescita anno su anno mai verificatisi prima. Non sono da dimenticare, per spiegare tale crescita, due eventi congiunturali irripetibili che hanno portato non poco fatturato al settore: il millenium bug e il passaggio alleuro. Non tutte le aziende del settore ICT, soprattutto sul mercato nazionale, si sono gettate a capofitto nel nuovo mercato dei cosiddetti sistemi per le-business: molte hanno solo approfittato degli eventi congiunturali appena menzionati, aumentando volumi e margini. Leffetto collaterale stato che tali eventi hanno drenato risorse tecniche soprattutto nellultimo biennio degli anni novanta, lasciando campo aperto, nellambito della realizzazione di sistemi di e-business, a start-up companies e creando forti tensioni sul mercato delle risorse qualificate. C stata una esplosione di nuove aziende di piccole dimensioni con spiccato know-how nellambito delle tecnologie innovative legate a Internet, a cui faceva da contraltare la quasi totale mancanza di conoscenze nellambito della conduzione e realizzazione di progetti informatici complessi e la totale assenza di competenza nei diversi domini applicativi. Rifacendoci a quanto affermato in precedenza per la New Economy, anche in questo caso, si pu dire, che si era persa di vista una verit fondamentale: un sistema di e-business prima di tutto un sistema informatico complesso. Lo scenario appena delineato non appare, a prima vista, roseo e potrebbe portarci a concludere che la New Economy, e tutto ci che nel settore
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dellICT da essa derivato, stata soltanto una grande e costosa illusione. In realt, lesplosione del fenomeno New Economy ha gettato dei semi la cui germinazione pu costituire una solida base su cui innestare le future evoluzioni. Il boom delle dot-com e degli Internet provider ha finanziato la diffusione del web, facendolo diventare un fenomeno di consumo di massa, contribuendo in maniera decisiva a rendere familiari le tecnologie informatiche a larghe fette di popolazione. Nessuna delle evoluzioni tecnologiche maturate nellICT, dalla nascita di questo segmento di mercato, ha mai avuto un cos largo e rapido impatto. Questa senza dubbio uneredit non trascurabile poich rappresenta un mutamento irreversibile di cui tener conto nellelaborare le strategie di business dei prossimi anni. Le organizzazioni che operano nei diversi settori potranno far leva sulla dimestichezza alluso delle tecnologie acquisita dalle nuove generazioni nellelaborazione di nuovi servizi e prodotti. Non a caso si parla sempre di pi di convergenza delle quattro C (computer, communication, consumer, content), volendo con tale denominazione caratterizzare unarea sempre pi allargata, integrata e ad ampia pervasivit. Lespressione ICT tende a comprendere un settore molto pi allargato rispetto a computer e communication, in cui rientrano prodotti delle altre aree citate: in particolare la fascia tecnologicamente alta e sofisticata del settore consumer (i telefoni cellulari, i set-top-of-box, i pda, digital terrestrial television, ecc.) e la produzione dei contenuti digitali che attraverso i diversi dispositivi possono essere fruiti. Questarea ha gi assunto unimportanza fondamentale per valutare il livello di innovazione di un Paese: il numero di cellulari, il numero di utenti Internet, il numero di transazioni di e-commerce, sono indicatori sempre pi utilizzati dagli economisti per valutare le potenzialit di crescita di un sistema Paese. Appare chiaro che la diffusione e lo sviluppo delle relative tecnologie e servizi costituiscono uno dei fattori chiave per la crescita e la competitivit delle moderne economie e che il settore economico che nasce dalla convergenza delle quattro C incider significativamente sul Prodotto Interno Lordo dei Paesi industrializzati nei prossimi anni. I nuovi strumenti tecnologici messi a disposizione da Internet nellultimo
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quinquennio del millennio scorso sono stati utilizzati per inventare ed implementare nuovi canali di relazione con la clientela. Tali canali di relazione hanno assunto progressivamente, soprattutto in determinati settori, valenza strategica. Un caso esemplare che conferma tale affermazione quanto accaduto nel settore della finanza. Tutti gli operatori di questo settore hanno attivato, alla fine degli anni novanta, canali diretti (self-service) di distribuzione dei servizi finanziari che utilizzano tecnologie legate alla rete, affiancandoli ai tradizionali canali di contatto intermediati come le agenzie e i promotori finanziari. Si pensi alla diffusione del trading on-line e dellInternet banking, fenomeni del tutto inconcepibili fino a qualche anno fa. Considerando il mero ritorno economico di tale fenomeno, si pu affermare che le imprese finanziarie non hanno ottenuto vantaggi da tale diffusione: sui bilanci di queste istituzioni, i costi di implementazione e diffusione di tali servizi hanno ampiamente superato i ricavi. Ampliando il raggio dellanalisi ad altri aspetti qualificanti come la relazione con la clientela e lefficientamento dei processi operativi, il saldo da considerarsi certamente attivo. I nuovi canali costituiscono sorgenti di informazione sulla clientela assolutamente insostituibili che contribuiscono ad arricchire le conoscenze in possesso dellazienda. Inoltre, i nuovi canali contribuiscono a ridurre progressivamente il carico di attivit clerical degli operatori interni, rendendo pi efficiente lutilizzo delle risorse e i processi operativi. Ci vale soprattutto nei settori finanza e pubblica amministrazione, dove molti processi diretti al cliente o al cittadino tradizionalmente richiedono lintermediazione di un operatore interno. Lintroduzione dei nuovi canali di contatto consente di ripensare tali processi in modo da rendere superflua lintermediazione e trasformarli da people-intensive ad IT-intensive. In sintesi, i nuovi canali di relazione con la clientela diventeranno sempre pi strumenti irrinunciabili nelle strategie di business e nessun operatore sul mercato potr liberarsene senza sostenere un ritorno negativo. Unaltra importante eredit della diffusione di Internet stata laver stimolato lintegrazione dei sistemi informativi aziendali esistenti con le nuove piattaforme di erogazione di servizi. Storicamente i sistemi informativi aziendali esistenti nelle grandi organizzazioni hanno una loro connotazione tecnologica ed architetturale, frutto del contesto tecnologico e degli obiettivi che si avevano allepoca di realizzazione. La gran parte di essi basata su modelli transazionali, ha una struttura monolitica non distribuita ed stata pensata per
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gli utenti interni allorganizzazione, che possiedono un patrimonio di conoscenze specifico del dominio applicativo. Lavvento dei nuovi canali di erogazione, che, potenzialmente, permette allutenza indistinta di accedere ai servizi del sistema informativo aziendale, ha fatto emergere la necessit di far evolvere tali sistemi verso architetture aperte, distribuite e con logiche rivolte ad utenti le cui conoscenze del dominio applicativo siano scarse se non nulle. Anche in questo caso si tratta di un processo irreversibile che ha gi aperto un fronte di attivit foriero di notevoli prospettive, riguardante lintegrazione di sistemi eterogenei, la ristrutturazione delle applicazioni in accordo a modelli a servizi e a componenti e la personalizzazione dei servizi e dei processi in accordo al profilo dellutenza. Il web ha creato i presupposti per la cooperazione tra le diverse entit di un processo di business. I processi di business coinvolgono quasi sempre attori interni ed esterni allorganizzazione che eroga il servizio o vende il prodotto frutto di tale processo. Nel settore industriale lintegrazione della catena del valore divenuta un obiettivo primario alla fine degli anni novanta. I marketplace verticali e i sistemi e-procurement volti allefficienza dei processi di acquisto, sono tra i pochi investimenti nella New Economy cha hanno dato gi frutti dal punto di visto finanziario. I sistemi informativi aziendali sempre pi dovranno integrarsi con infrastrutture di cooperazione con tutte le entit coinvolte nei propri processi di produzione di prodotti o servizi. Lintegrazione della catena del valore un fenomeno che non si arrester e che coinvolger non soltanto le aziende che operano sul mercato, ma anche il settore della Pubblica Amministrazione dove si far sempre pi forte lattenzione allefficienza finanziaria dei servizi erogati ai cittadini. Anche questa eredit della New Economy da considerarsi irrinunciabile nei prossimi anni. Abbiamo illustrato i filoni tecnologici lasciati in eredit dalla New Economy che hanno prodotto condizioni favorevoli tali da essere sfruttate commercialmente nei prossimi anni dalle aziende operanti nellICT. Per completare il quadro vanno considerati gli indirizzi generali di politica socio-economica che possono rappresentare fattori motivanti per il mercato dellICT.
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Il mercato dellICT europeo e nazionale ha una connotazione molto chiara: le aziende ICT operanti in Europa e in particolare in Italia, si focalizzano sulla realizzazione di soluzioni verticali ritagliate per specifici domini applicativi. Le tecnologie di base e, pi in generale, le tecnologie abilitanti, vedono pochissimi players europei e nessun player sul mercato nazionale. Questa situazione ha motivazioni storiche, politiche ed economiche che non appaiono reversibili e, quindi, si presume che essa si confermer nei prossimi anni. La focalizzazione sul mercato delle applicazioni verticali confermata anche dalle scelte di politica degli investimenti nellICT fatti sia a livello comunitario che a livello nazionale. LAction Plan eEurope con termine 2005 prevede le seguenti priorit: connessioni a banda larga fra le amministrazioni pubbliche framework di interoperabilit fra servizi paneuropei, anche se la grande maggioranza dei servizi sar di tipo nazionale o regionale utilizzo dellelectronic procurement nel settore pubblico. Per bocca dei suoi rappresentanti ufficiali la Commissione afferma che la Commissione non pu e non vuole imporre one size fits all, Europewide solution, lasciando, cos, ai singoli Stati le scelte tecnologiche e applicative sui diversi temi, accettando il fatto che i servizi di e-Government manterranno comunque una connotazione nazionale (se non addirittura regionale) sia pure avendo come obiettivo la cooperazione tra i diversi servizi a livello paneuropeo. Il programma nazionale di e-Government lanciato dallo Stato italiano rispecchia in pieno tale approccio. A livello centrale sono stati indicati gli indirizzi generali ed stata lasciata a ciascuna Regione la facolt di presentare progetti di e-Government coerenti con le specifiche necessit delle realt locali. I due programmi suddetti prevedono investimenti molto cospicui per il prossimo quinquennio e le aziende di ICT operanti in Europa e in Italia partecipano in massa a questi programmi. Le indicazioni strategiche contenute, costituiscono una piattaforma di indirizzo che non pu non condizionare le attivit di ricerca e di innovazione delle aziende di ICT nei prossimi anni. E facile prevedere, e se ne scorgono gi le prime avvisaglie, che molti operatori concentreranno i loro sforzi nello sviluppo di soluzioni verticali per leGovernment, sia per gli ambiti nazionali che per gli ambiti regionali.
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Open Source: londa anomala


In quanto scritto in precedenza non ho volutamente inserito in questo lavoro considerazioni e valutazioni su un fenomeno che sta facendo molto discutere: lopen source. Ci per le seguenti ragioni: la discussione intorno allopen source divenuta fortemente dogmatica, tanto da scivolare spesso nel manicheismo. Mi sovviene a tale proposito un caso di cui sono stato testimone allinizio degli anni novanta dove si confrontavano due scuole di pensiero sui Dbms: chi propendeva per i Dbms relazionali e chi affermava che i Dbms object-oriented avrebbero soppiantato in breve tempo i primi. Furono pubblicati due manifesti contrapposti (la denominazione ufficiale era sintomatica del clima); nel dibattito molte energie furono sprecate. Oggi dei Dbms object-oriented non si sente pi parlare, mentre i Dbms relazionali offrono sempre pi funzioni e strutture a oggetti. Quando si poseranno i fumi del dogmatismo anche sullopen source il giudizio potr essere pi ponderato utilizzare le lente economica per valutare gli effetti del movimento open source riduttivo. Pochi mesi fa stata pubblicata una ricerca da Gartner sugli application server in cui veniva misurato il market share di ciascun prodotto in base al fatturato. Secondo questo criterio il market share di un application server open source sarebbe zero, visto che questo tipo di prodotti non ha costi di licenza. Evidentemente vanno rivisti i parametri di valutazione perch i risultati siano coerenti con la realt. Valutare se lopen source crei o meno valore al momento una discussione oziosa, poich le giustificazioni portate per suffragare luna o laltra tesi sono formalmente corrette ma, nel contempo, totalmente confutabili prendendo altri parametri per effettuare la stessa valutazione. Non a caso ho usato la parola movimento per qualificare ci che sta avvenendo: oggi questo movimento ha inequivocabilmente influenzato le strategie di mercato dei players principali nellambito ICT. Ibm ha fatto una scelta di campo netta con Linux, Microsoft considera il software open source lunico rivale dei prossimi anni. Basterebbero questi due fatti a dimostrare che il movimento fa breccia: tuttavia non sono in grado di affermare se crei valore, certamente sta cambiando il mercato dellICT e di questo non si pu non tenere conto.
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Gartner prevede (con probabilit 0,7) che alla fine del decennio lopen source sar la scelta privilegiata da molti Paesi dellEst europeo: la Cina ha fatto gi da tempo questa scelta di campo, le nuove economie che si affacciano al primo mondo sembrano orientate a muoversi in questa direzione. Possiamo continuare a chiederci da analisti certosini se il Tco dellopen source sia maggiore di quello del software proprietario o se quello proprietario sia meno sicuro di quello open source, ma segnali come quelli appena citati possono avere nel tempo una forza dirompente a cui sarebbe meglio prepararsi per tempo. Parafrasando il filosofo Pascal, che si autodefiniva un buon calcolatore, potremmo concludere che lopen source una scommessa comunque conveniente. Orazio Viele

Riferimenti bibliografici
Le citazioni e le parafrasi contenute nel testo sono tratte da: C. Brancusi, Aforismi, Abscondita, Milano, 2001. I. Calvino, Lezioni Americane, Mondadori, Milano, 2000. Per una descrizione breve ma incisiva degli effetti dellinvasione degli Hyksos si veda: A. Toynbee, Il racconto dellUomo, Garzanti, Torino, 1977. La citazione di Adorno e il richiamo a Pascal sono tratti da: N. Abbagnano, Storia della Filosofia, 6 vol.,Utet, Torino, 1995. La parafrasi introduttiva del capitolo sulla New Economy richiama il titolo del libro: F. Furet, Il passato di unillusione, Mondadori, Milano, 1996. La canzone degli anni Ottanta Cosa rester di questi anni Ottanta di Raf.
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IL MERCATO DELLICT
Mario Bolognani

Consulente di direzione e docente di Economia e organizzazione delle imprese di informatica presso le Universit Federico II (Napoli), Facolt di Scienze e Magna Grecia (Catanzaro), Corso di laurea in Economia aziendale.

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1. Alcuni dati sul mercato mondiale


Il mercato mondiale ICT sta attraversando una lunga e difficile crisi dopo un decennio di crescita a due cifre. Il grafico della figura 1 rappresenta il tasso di crescita dal 1999 al 2003. Come si vede, il mercato mondiale presenta segni di ripresa a partire dal 2003, mentre in Italia, come si vedr, il 2003 permane di segno piuttosto negativo.
Fig. 1 - Tassi di crescita 1999-2003 nel mercato mondiale ICT

Fonte: Assinform 2004

Anche per quanto riguarda lIT si osserva, a partire dal 2003, un certo miglioramento della situazione dopo la stagnazione del biennio 2001-2002. Tuttavia, la crisi ha colpito lEuropa pi duramente delle altre aree del mondo, con un tasso di crescita del mercato addirittura di segno negativo (-1,3%).
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MARIO BOLOGNANI

2. Crescita e concentrazione in Italia, un bipolarismo imperfetto


Nel 1991 le imprese di informatica e di telecomunicazioni rappresentavano circa l1% del totale delle imprese appartenenti ai settori industria e servizi [Assinform, 1999]. Tale quota raddoppiava, raggiungendo il 2% dopo cinque anni, nel 1996, evidenziando la straordinaria progressione quantitativa e la crescita di importanza di questo tipo di imprese nelleconomia italiana. Anche in termini di numero assoluto di imprese lo sviluppo stato senza precedenti. Dalle 40.734 imprese ICT del 1991 si passa, dieci anni dopo, a circa 77.000 imprese, con un incremento superiore al 90%. Alla fine del 2002 sono circa 79.000 con un ulteriore crescita del 2,6%. Tale crescita di molto superiore a quella che si registra negli altri settori industriali. Il settore ICT aggrega per diversi comparti industriali: software e servizi, hardware e assistenza tecnica, servizi e apparati di telecomunicazione, societ che operano nella distribuzione indiretta di prodotti e servizi (canale indiretto). Tra questi il comparto delle imprese di software e servizi di informatica quello a maggiore incidenza. Nel 2002 la quota di queste aziende era pari al 71,5% dellintero settore, con una crescita quantitativa di oltre due punti rispetto al 2001. Nello stesso decennio 1991-2001 la consistenza numerica di queste imprese passata da 29.698 a circa 55.000 unit, con una crescita superiore all85%, per arrivare fino a circa 56.500 unit nel 2002. Loccupazione diretta del settore ICT stata nel 2002 pari a circa il 3% del totale degli occupati in Italia, con una crescita, in valore assoluto, dai 442.979 occupati del 1991 ai 598.000 del 2002. Questo tasso di sviluppo delloccupazione, pari a circa il 35%, cinque volte superiore al risultato conseguito dal totale industria e servizi nello stesso periodo, che pari al 7,3%. La crescita stata pi rapida nel comparto software e servizi con un tasso di crescita medio annuo (Tcma) del 10,5% nel quinquennio 96-01 e del 3,9% nel 2002-2001, periodo caratterizzato da un generale rallentamento delleconomia. Si osservi che nel 2002 i lavoratori ICT che operano, da professionisti del settore, in altri comparti delleconomia sono circa 400.000 e che circa 1.700.000 lavorano sfruttando competenze di utenti di informatica. Ne consegue che il numero complessivo dei lavoratori italiani, che operano a contatto diretto con le tecnologie ICT, pari a circa 2,7 milioni, che corrispondono a circa il 13% del totale degli occupati. Se si allarga il computo agli utenti pro78

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fessionali (3,9 milioni) e agli utenti generici (6,7 milioni) si sale a circa a 13,3 milioni di lavoratori pari a oltre il 65% degli occupati [Federcomin, Anasin e Assinform, 2002]. La quota maggiore di occupazione diretta quella del comparto software e servizi professionali, in crescita dal 38% del 1991 al 52,8% nel 2002. Questultimo dato corrisponde a circa 315.000 occupati, con una crescita, nel periodo considerato, pari ad oltre l87%, a conferma della rilevanza di questo comparto per le politiche delloccupazione. Oltre alla crescita complessiva del numero delle imprese e delloccupazione, un altro fenomeno che caratterizza il comparto software e servizi, la polarizzazione dimensionale: insieme alla crescita della concentrazione, troviamo lo sviluppo ulteriore della frammentazione. Il processo di concentrazione in corso, ma non sembra impedire la continua fioritura di microimprese ad elevata natimortalit, sempre pi confinate, per la verit, in universi locali e di marginalit economica. In termini numerici, dal 1991 al 1996, le imprese del comparto software e servizi, con organico tra 1 e 9 addetti, sono aumentate del 48%. Un fenomeno analogo si registra tra le imprese di maggiori dimensioni, con organico superiore ai 250 addetti, che sono cresciute del 47,4%. Rispetto a queste due tendenze dominanti, si riduce, invece, il segmento delle imprese intermedie. Le imprese con organico da 10 a 49 addetti diminuiscono del 7,7%, mentre quelle da 50 a 249 addetti dell1,8%. interessante osservare pi da vicino la dinamica delloccupazione e del numero di imprese del comparto riportata nella Tabella 1. Nel 1991 il 90% delle imprese aveva meno di 10 addetti e assorbiva il 45% delloccupazione totale. Nel 1996, limportanza delle piccole e piccolissime imprese va ulteriormente crescendo. Esse sono il 93% del totale e assorbono il 47% degli occupati. Si osservi per anche il tasso di crescita medio annuo degli occupati nelle imprese con pi di 200 addetti. Qui la crescita la pi alta del settore (5,4%), evidenziando il progresso nel processo di concentrazione che accompagna la continua nascita di microimprese. Un altro dato che mette in evidenza laumento della concentrazione in Italia la quota di mercato delle maggiori imprese. Nel 1988 la quota di mercato delle prime otto imprese di software e servizi era pari a 26,8%, la pi elevata del mondo. Nel 2001 la situazione dimostra un altro drammatico aumento del tasso di concentrazione: i primi cinque operatori controllano il 45% del mer79

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cato e i primi trenta il 90%. In altri termini, pi del 99% delle imprese si contendono le briciole del 10% del mercato. Questa condizione strutturale di bipolarismo imperfetto, che ormai esiste da decenni, piuttosto tipica del nostro Paese e si presta a varie interpretazioni. I maggiori operatori sono in gran parte filiali di gruppi multinazionali. Tra le prime 20 maggiori imprese soltanto sei sono espressione dellimprenditoria italiana: It Telecom e Finsiel (Telecom Italia), Elsag (del gruppo pubblico Finmeccanica), Engineering Ingegneria Informatica, Sia (Societ Interbancaria per lAutomazione), Datamat e Zucchetti. Di queste soltanto Engineering e Datamat sono quotate in borsa. La conquista del mercato italiano avviene per lo pi dallesterno tramite acquisizioni di imprese di media e anche grande dimensione. I grandi gruppi stranieri hanno lavorato per pigliare la Italia col gesso, come scriveva Machiavelli, disegnando le relative mappe dinfluenza sul territorio, nellattesa di prendersela di fatto, senza spiegare mai uno padiglione n rompere mai pure una lancia, come, con non celata amarezza, affermava il Guicciardini, a proposito delle politiche di conquista del suo tempo. un processo inarrestabile? Com possibile invertire questa tendenza allabbandono di un settore da parte dei nostri imprenditori? Il rovescio di questa medaglia che le nostre imprese non mettono il naso fuori dai nostri confini, salvo poche e marginali eccezioni.

Tab. 1 - Occupazione e numero di imprese di software e servizi in Italia nel quinquennio 1991-96 Numero imprese

Numero addetti

1991 Da 1 a 9 addetti Da 10 a 49 addetti Da 50 a 199 addetti Oltre 200 addetti Totale 26.770 2.637 236 55 29.698

1996 39.615 2.435 239 66 42.355

Tcma* 8,2% -1,6% 0,3% 3,7% 7,4%

1991 74.909 46.868 21.139 24.293 167.209

1996 88.138 43.898 22.825 31.575 186.436

Tcma* 3,3% -1,3% 1,5% 5,4% 2,2%

*Tasso di crescita medio annuo Fonte: elaborazioni Assinform/Gartner Consulting su dati Istat, Censimento dellindustria e servizi 1991 e 1996

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3. I dati del mercato italiano


Nel 2001 abbiamo registrato un buon andamento del mercato fino a circa la met dellanno, cui seguito un brusco rallentamento. Al declino gi avviato si sono sommati gli effetti delle politiche adottate dopo lattentato dell11 settembre, che hanno ulteriormente appesantito landamento generale delleconomia. In effetti, i risultati del 2001 non rendono immediatamente visibile il rallentamento, per gli effetti di compensazione fra i due semestri di segno opposto. Eppure, la situazione nel 2001 si presentava sotto la luce pi favorevole. Il mercato italiano dellinformatica, secondo molti analisti, doveva crescere pi rapidamente del mercato europeo (12% contro 10,1%) a causa del divario che le imprese e le pubbliche amministrazioni italiane dovevano colmare nei confronti dei loro concorrenti e corrispondenti europei. Le previsioni pi favorevoli davano la crescita assicurata almeno fino al 2004. In generale, gli analisti stimavano i mercati del Sud Europa pi dinamici di quelli dellEuropa del Nord, a causa del loro relativo ritardo di sviluppo. A fronte ad una crescita zero per la Scandinavia e ad una crescita ad una sola cifra per Francia, Germania e Regno Unito, ci si aspettava una crescita a due cifre per Spagna e Italia. Queste favorevoli previsioni sono state per smentite da fatti pi recenti. Il rapporto 2002 di Assinform rivela che la crescita ICT per il mercato italiano nel 2001 stata solo dell8,3%, contro un dato del 12,6% del 2000. Ma i dati del 2002 e, soprattutto, del 2003 sono ancora pi deludenti. Le conseguenze di questa brusca variazione di velocit si sono riflesse immediatamente nelle scelte delle imprese, che hanno ridotto gli investimenti, svalutato il patrimonio invisibile e i crediti, liquidato partecipazioni e aziende, bloccato le assunzioni e, in qualche caso, ridotto il personale. Landamento del mercato italiano nel 2002-2003 stato caratterizzato da un preoccupante arretramento nel settore IT e da un rallentamento della crescita nelle Tlc. Se si esamina landamento per comparto si osserva che anche il mercato del software e dei servizi professionali, di solito pi vitale, ancora in crescita nel 2002, ha visto un brusco arresto nel 2003, con un tasso negativo per la prima volta da un decennio. Lesame dellandamento del mercato del software rispetto a quello dei servizi professionali mette in evidenza che la responsabilit delle difficolt del comparto sono tutte da addebitare al segmento dei servizi professionali, nel 2003 in calo del 4% rispetto al 2002.
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La crisi ha innescato una politica di taglio dei costi di formazione e della consulenza e marcata esternalizzazione, cio politiche di contenimento dei costi di sviluppo delle persone e della qualit dei prodotti-servizi.

4. Il mercato europeo e il posizionamento dellindustria italiana in Europa


LEuropa, un grande consumatore di software e di servizi di informatica, ha una quota di mercato mondiale di poco inferiore a quella degli Usa (31% contro 44%, dati 2001). Se si considerano le rispettive capacit produttive, si vede che lEuropa produce per soltanto per il 16% del mercato mondiale [Assinform, 2002]. Bisogna osservare che in Europa il consumo equipara la produzione solo nel software applicativo, mentre nei prodotti di sistema lEuropa il grande mercato degli americani. Questo squilibrio mette in luce unevidente condizione di dipendenza del nostro continente in un settore strategico per la qualit dello sviluppo. Tale dipendenza, ormai storica nel software di sistema per i computer di qualunque scala dimensionale, tende a ripresentarsi anche dove lEuropa pu vantare un consistente vantaggio, come nei telefoni cellulari di nuova generazione. Le difficolt dellEuropa derivano da una serie di fattori legati sia alla domanda sia allofferta di tecnologie informatiche. In primo luogo, la lenta integrazione delleconomia europea ha favorito lattenzione ai mercati nazionali e alle imprese locali, ma anche altre politiche dellUe, tra le quali la programmazione della ricerca e la regolamentazione antimonopolio, non si sono rivelate abbastanza incisive da invertire la tendenza, favorendo la formazione di grandi imprese competitive. La conseguenza di questi ritardi che: limpresa europea non usa efficacemente e in modo innovativo le tecnologie informatiche, preferendo imitare i modelli statunitensi i fornitori locali sono troppo piccoli e poco innovativi e i fornitori Usa, presenti in forza sul mercato europeo, non sono stimolati ad innovare quanto piuttosto ad applicare tecnologie ed esperienze realizzate altrove le scuole e gli insegnanti europei sono poco attrezzati e poco preparati i meccanismi finanziari e fiscali per stimolare limprenditorialit innovativa sono insufficienti
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la ricerca europea, che rappresenta una quota pari al 17% del totale, appare dispersiva e poco centrata sulle reali lacune della nostra industria le ricerche nazionali, poco coordinate, soffrono di difetti analoghi. In Italia, uno dei primi Paesi dEuropa a dotarsi di unindustria dellhardware e del software, la produzione e lesportazione di prodotti e tecnologie informatiche hanno oggi dimensioni trascurabili, a testimonianza di un nuovo gradino di arretratezza rispetto ai Paesi pi progrediti del continente. Il posizionamento del mercato italiano aggregato di informatica e telecomunicazioni, rispetto ai mercati dei maggiori Paesi europei, nel 2001 evidenzia lenorme divario che esiste tra la dimensione del mercato nazionale a confronto con quella di Germania, Inghilterra e Francia. Nel 1998 il tasso di crescita risultava pari se non inferiore a quello dei Paesi pi forti a testimoniare un inseguimento impossibile. Anzi, semmai, la maggiore crescita di Paesi come la Svezia e i Paesi Bassi dimostra la possibilit di sorpassi a nostro danno.

Fig. 2 - Tassi di crescita e dimensione del mercato ICT nei Paesi europei nel 1998

Tassi di crescita 98/97

Dimensione del mercato 1998 (mld $)

Fonte: Assinform

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Fig. 3 - Tassi di crescita e dimensione di mercato ICT in Europa nel 2001

Tassi di crescita 01/00

Dimensione del mercato 2001 (mld $)

Fonte: Assinform

La dinamica dei mercati dei diversi Paesi europei viene messa meglio in evidenza dallosservazione della figura 4, in cui la crescita del Pil viene messa in relazione con la crescita della spesa IT. Da questo punto di vista lItalia si
Fig. 4 - Spesa IT in rapporto al Pil

Fonte: Assinform 2004

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% Spesa IT

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schiera con il raggruppamento dei Paesi meno dinamici, assieme a Francia e Germania e con la media europea, mentre Inghilterra e Spagna si allineano al livello dei Paesi pi forti come Usa e Giappone. Mario Bolognani

Riferimenti bibliografici
ASSINFORM 1999, Indagine 1999 sulloccupazione nel settore dellinformatica e delle telecomunicazioni in Italia, Ricerca monografica in appendice al Rapporto Assinform. ASSINFORM 2002, Rapporto 2002 sullinformatica e le telecomunicazioni, Assinform. ASSINFORM 2004, Rapporto 2004 sullinformatica e le telecomunicazioni, Assinform. M. Bolognani, La gestione delle societ di software, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2003. M. Bolognani, F. Garibaldo, La societ dellinformazione, Donzelli, Roma, 1996. M. Bolognani, S. de Vio, N. Melideo, G. Scifo, I segreti di unimpresa di successo I ventanni di Engineering Ingegneria Informatica S.p.A., Il Sole 24 Ore, 2000. M. Bolognani, A. Fuggetta, F. Garibaldo, Le fabbriche invisibili, Meta Edizioni, Roma, 2002.

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Note di lettura
a cura di Sergio de Vio

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FURORE
John Steinbeck

Anche nei grandi romanzi che hanno un posto di privilegio nella letteratura mondiale, spesso succede che la trama o lintreccio intorno al quale si sviluppa tutto il racconto sia semplice. La trama o intreccio di Furore la seguente: nei primi anni trenta, ridotta in miseria dalle tempeste di sabbia e da rapaci proprietari terrieri, una famiglia di agricoltori dellOklahoma si mette in viaggio con uno sgangherato camioncino verso la fertile California in cerca di un posto dove stare e lavorare, e potere quindi sopravvivere. Questo il ncciolo narrativo di Furore, capolavoro indiscusso di John Steinbeck. Steinbeck nacque a Salinas in California nel 1902. Interrotti gli studi universitari, si dedic con abnegazione ai problemi sociali degli Stati Uniti negli anni bui della grande crisi, fino ad unirsi nellOklahoma a un gruppo di contadini che emigranti verso la costa occidentale. Proprio da questa forte esperienza nasce Furore. Ha scritto altre opere narrative socialmente impegnate, anche se con varie modalit. Nel 1962 venne insignito del premio Nobel per la letteratura; mor a New York nel 1968. Ad unosservazione approfondita il ncciolo narrativo, nella sua apparente semplicit, risulta essere il passaggio dalla storia con la S maiuscola alla storia di singoli individui o di gruppi familiari. Come rendere concretamente percepibile e intellegibile lo svolgimento della Storia, se non narrando le conseguenze che hanno le grandi, e spesso tragiche e improvvise, trasformazioni del mondo economico e sociale sul destino di singoli individui o gruppi? (nota bene: Steinbeck non voleva certo scrivere unopera di storia; voleva soltanto narrare il destino di un gruppo di persone con nome e cognome. Che poi questa narrazione aiuti noi, suoi lettori, a capire la storia, dimostra la validit e autenticit della narrazione di Steinbeck). Siamo negli anni della Grande Crisi del 29 e degli anni successivi che videro il crollo di un sistema economico ad impostazione liberista. Come scrive E. J. Hobsbawm nel suo libro Il secolo breve: In una frase: la Grande Crisi
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distrusse per mezzo secolo il liberismo economico. Infatti, quasi tutti i Paesi abbandonarono il sistema aureo, considerato da sempre la base di cambi internazionali validi. La disoccupazione di massa ebbe un impatto enorme e traumatico sulla politica dei Paesi industrializzati, poich la Grande Crisi colp il grosso dei loro cittadini innanzitutto e per lo pi nella forma della perdita di lavoro. Ci che rese la situazione ancora pi drammatica fu che le sovvenzioni pubbliche per la sicurezza sociale, incluso il sussidio di disoccupazione, non esistevano affatto, come negli Usa, oppure erano assai misere, se rapportate ai parametri valutativi odierni, soprattutto per i disoccupati di lungo periodo. Furore descrive come sono stati vissuti i meccanismi economici e istituzionali che hanno provocato la Grande Crisi dai protagonisti del racconto a partire da Tom Joad, il capo famiglia, il quale, appena uscito di prigione, scopre che la sua fattoria stata espropriata dalle banche, strumento di proprietari terrieri, violenti e senza scrupoli. Per il singolo individuo o gruppo familiare, quali potevano essere, allora, le vie di salvezza dal naufragio? Attraverso quali percorsi possibile prendere coscienza della propria situazione e reagire di conseguenza da soli e con altri? Come si comportano le istituzioni, pubbliche private? A favore di certe parti sociali e a sfavore di altre? Cos in concreto il mercato dei beni e del lavoro? Vi sono delle regole che ne disciplinano il funzionamento o il luogo dove il pi forte vince ed disposto ad usare, direttamente o indirettamente, la violenza? Quali reazioni in termini di politiche governative, economiche e sociali ha suggerito o imposto la Grande Crisi? E oggi, che succede? Quali forze modellano la situazione nella quale viviamo? Quali forze reagiscono pro e contro? Furore usc nel 1939, quando le rapide conquiste del New Deal rooseveltiano avevano gi neutralizzato quasi del tutto lincubo della Grande Depressione con una serie di provvedimenti che avevano date regole efficaci ai mercati finanziari, costituito organismi di controllo e stimolato leconomia. Anche per questo, probabilmente il suo successo fu enorme e immediato: quellincubo tornava a risaltare dalle pagine del libro in tutta la sua evidenza e drammaticit, ma anche, inevitabilmente, con i tratti consolatori dello scampato pericolo. Eppure nel romanzo di consolatorio c ben poco. Lodissea della famiglia
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Joad, una famiglia di contadini costretta dalla miseria a lasciare lOklahoma per raggiungere la lontanissima California alla ricerca angosciosa di un lavoro e di un posto dove vivere, una vera e propria esplorazione dellinferno: inferno sociale e morale di unAmerica stremata, in cui pochissimi profittatori accumulavano fortune grazie allo sfruttamento inumano e violento di masse sempre pi grandi di agricoltori ridotti sul lastrico, e in cui ogni tentativo di ribellione veniva soffocato nel sangue da un potere che si alleava spesso con la malavita contro i singoli e le istituzioni. La sconfitta di Joad e Tom, il figlio pi consapevole e coraggioso, una sconfitta senza riscatto, che tuttavia lascia intravedere, nelle forme di spontanea solidariet che si sviluppano tra le vittime, la traccia ancorch labile di una speranza: esigua, certo, ma ferma a testimoniare una ineliminabile possibilit di bene, anche dentro linferno sociale. A proposito del titolo del romanzo, Furore, e del travaglio delle coscienze dei protagonisti, ecco la frase esplicativa estratta dal testo: Le donne osservavano i mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne sostavano zitte e osservavano. E se scoprivano lira sostituire la paura nei volti dei mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finch la paura si fosse tramutata in furore.

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I BUDDENBROOK DECADENZA DI UNA FAMIGLIA


Thomas Mann

Questo libro una riflessione allegra e tragica, seria ed ironica sul contrasto tra vita di rispettabilit borghese, razionale e insopportabilmente banale e lo spirito artistico o critico, elemento disgregatore che vi si infiltrato per distruggerla e, invece, sorprendentemente, la fa rinascere in forme diverse. Cosicch, anche noi, borghesi di oggi, saremo coinvolti nella lettura di questo romanzo. Quando Thomas Mann negli anni 1896 e 1897 cerca un rifugio per lavorare al progetto de I Buddenbrook - Decadenza di una famiglia sceglie, su invito del fratello Heinrich, la tranquilla Palestrina, non molto distante in linea daria da Ferentino. A quellepoca lautore un giovane di poco pi di ventanni. Il romanzo uscir nel 1900 con la data 1901 ed il pi amabile e godibile dei libri di Mann, ma anche il pi difficile perch in esso la diagnosi politica e culturale calata nel gesto quotidiano e nel semplice dettaglio, come accade nella vita; la profondit della riflessione nascosta nella superficie. (Claudio Magris) Il grande romanzo giovanile di Thomas Mann inizia con la descrizione di un pranzo al quale sono invitati amici e personaggi influenti della citt e sono presenti tre generazioni della famiglia Buddenbrook, in occasione della lieta festa di inaugurazione della casa recentemente acquistata. La descrizione rivelatrice dellatmosfera di ordine, di armonia tra le persone e contegnoso comportamento di ciascuna di esse. La sequenza delle portate una manifestazione tipica nel romanzo di questordine, esterno ed interiore: zuppa di erbaggi, pesce, prosciutto dalla crosta impanata con cavoletti di Bruxelles e patate, plattenpudding ovvero dolce a strati di amaretti, lamponi, biscotti e spuma duovo, formaggio e frutta. La cena servita, al lume di candela, su piatti di Meissen con lorlo dorato. Nella conversazione affiora il ricordo, ancora ben vivo, di Napoleone. Siamo nellottobre 1835. Quando il racconto inizia incontriamo lultimo esemplare di unumanit in armonia con il mondo e padrona del proprio destino. Labbigliamento del vecchio Johann Buddenbrook ricorda ancora il Settecento: pantaloni chiari, parrucca incipriata e jabot di pizzo.
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Scrive Ladislao Mittner, il grande storico della letteratura tedesca: la prima generazione dei Buddenbrook vive ancora in uno spirito prevalentemente godereccio. Sono gentiluomini colti e galanti, ma anche spregiudicati commercianti dallistinto sicuro, attivi, sereni, energici senza brutalit, raffinati senza debolezza. Il loro senso di misura e di riserbo rifiuta la vanit del gesto eccentrico, lenfasi egocentrica della passione e della ribellione. La generazione successiva, quella di Johann Buddenbrook junior, religiosa ed attenta verso i sentimenti umani, ma non pi serena e sicura di s; i suoi scrupoli e dubbi sono i primi sintomi della vitalit diminuita. I protagonisti veri del romanzo sono, in un certo senso, i rappresentanti della terza generazione: Thomas, il fratello maggiore, Christian e Antonia. Thomas riuscito soltanto con tenace disciplina di volont a raccogliere quellenergia di cui aveva bisogno per affermarsi. Ma egli non ha pi listinto e lavidit di guadagno dei commercianti; il contegno tutto ci che resta a questuomo per nascondere il totale disinteresse per la vita di commerciante. Si pu ben dire che egli non pi il borghese sicuro della sua vocazione, e certo della validit oggettiva del codice etico-commerciale di cui la sua famiglia era depositaria; si convince anzi dellassoluta convenzionalit delle regole di comportamento. Queste regole convenzionali sono rispettate per una volont di assumere e mantenere un decoro, un atteggiamento compassato e misurato e non per intima convinzione. Sono regole di un gioco sociale che rischiano di diventare un gioco di regole modificabili secondo il proprio interesse o le contingenti necessit. Christian ha velleit artistiche e non ha pi il culto dei valori morali della borghesia; incapace di lavorare un dilettante della vita e dellarte. Man mano che si procede nelle generazioni si accresce il desiderio di distacco dalla vita. Nel giovane Hanno, rappresentante della quarta e ultima generazione della famiglia, che si dedica allarte ma privo di capacit artistica, la fiamma della vita si agita languida e fioca fino alla consunzione. Il contrasto fra Thomas e Christian si pone in questi termini: abbandonarsi alla decadenza o combattere contro di essa? In Christian lepoca nuova dissolve completamente la morale della vecchia borghesia patrizia. Anche in Thomas sono attive le medesime forze di dissolvimento, che tuttavia sono represse da lui con severa autodisciplina; dove Christian decade umanamente, Thomas si plasma in personalit borghese. E il dilemma tra contegno e anarchia del sentimento.
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Le conquiste spirituali non sono sempre segni di vitalit e di facilit di comunicazione tra gli uomini. Il conflitto fra la vita, sana ma banale, e lo spirito filosofico e artistico che la comprende e raffina, e la genesi della barbarie irrazionale dalla decadenza borghese sono i temi maggiori del romanzo. Antonia, con due matrimoni falliti alle spalle, sopravvive al crollo della famiglia e lei sola sente il dovere di difendere lo splendore e il prestigio dei Buddenbrook. La storia si svolge a Lubecca, citt interamente dedicata ai commerci, totalmente borghese senza aristocrazia n proletariato, che vive lo spirito borghese come dato assoluto della condizione umana, come forma di vita universale. Larco temporale entro il quale si svolge la storia di quattro generazioni della famiglia Buddenbrook si chiude nellinverno del 1877. In questo periodo la Germania, frantumata al termine delle guerre napoleoniche in una miriade di stati, principati e ducati, si costruisce in stato unitario trainata e guidata dalla Prussia fino alla proclamazione dellimpero nel 1871. I principali accadimenti di questo periodo le rivoluzioni del 1830 e 1848, lunione doganale, le guerre prussiane per lo Schleswig-Holstein e contro lAustria prima e la Francia poi nel 1870 non compaiono mai in primo piano nel tessuto narrativo, ma sempre per accenni nelle conversazioni. Ogni passaggio di generazione segnato dal rendiconto del capitale ricevuto dalla generazione seguente. Non un bilancio con stato patrimoniale e conto economico, ma linventario delle ricchezze monetarie ricevute depositate in qualche cassaforte in casa o affidate a banchieri di fiducia. Lambiente del romanzo un mondo agrario e mercantile. Il vecchio Marx, sviluppando le sue note storiche sul capitale commerciale, sottolineava come questo sia stato inizialmente in rapporto puramente estrinseco col modo di produzione, che rimaneva indipendente dal capitale e che il capitale lasciava intatto: il mercante non che il traspositore delle merci prodotte dai membri delle corporazioni o dai contadini, e trae il suo guadagno dalle differenze di prezzo esistenti tra diverse aree produttive. Solo in seguito il capitale comincia ad inserirsi nel modo di produzione in parte per sfruttarlo pi efficacemente e in parte per trasformare il modo di produzione esistente in vista di maggiori profitti e della soddisfazione di mercati pi ampi. Non sono compresi nel quadro storico del romanzo aspetti dellindustrializzazione che stava accelerando la sua corsa in quegli anni con lapplicazione
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sistematica dei risultati della ricerca scientifica basti pensare che gi dal 1824 il grande chimico Liebig aveva fondato il primo laboratorio di chimica applicata presso luniversit di Giessen perch essi avrebbero introdotto nel racconto la complessit dei rapporti di produzione, e avrebbero costretto Thomas Mann ad uscire dallambito della storia di una famiglia e dallambito dei ricordi della sua propria famiglia di borghesi commercianti. La dinamica del capitale industriale e finanziario avr bisogno di un altro tipo di borghesia: aggressivo e conquistatore, quello dei cosiddetti capitani dindustria come Krupp, Thyssen, Morgan o Vanderblit, il quale mand questo telegramma ai suoi avversari Signori, avete voluto frodarmi. Non vi citer in giudizio perch la legge troppo lenta. Vi mander in rovina. Distinti saluti. Chi sono allora i veri borghesi: gli Hagenstrom, i disinvolti commercianti emergenti che comprano la vecchia casa della famiglia Buddenbrook, o i Buddenbrook. La risposta da un punto di vista superficiale molto semplice. La borghesia patrizia dei Buddenbrook va inesorabilmente in rovina e gli Hagenstrom dominano la nuova Germania. Ma Thomas Mann non sembra rassegnato alla constatazione di questo fatto. Gli Hagenstrom sono apparentemente vittoriosi, per i Buddenbrook non sono semplicemente una stirpe che tramonta, bens sono i portatori di una civilt borghese vanto della Germania nel recente passato, e ora possibile fonte del suo rinnovamento. Il susseguirsi delle generazioni dei Buddenbrook la storia dunque del mutarsi delle tradizioni culturali tedesche e conferma della borghesia come forma di vita spirituale e immagine dellumanesimo dellOccidente.

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2004 Ed. Engineering a cura della Direzione Comunicazioni e Marketing

Finito di stampare nel mese di luglio 2004 Edigraf s.r.l. Via degli Olmetti, 38 - 00060 Formello (RM)