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UNIVERSIT DEGLI STUDI DI PADOVA

FACOLT DI SCIENZE POLITICHE


Corso di laurea triennale in Economia Internazionale

LA CRISI DEL DEBITO GRECA ED EUROPEA DEL 2010

Relatore: Prof. Maurizio Mistri Laureando: FILIPPO VESCOVO matricola n. 575374

A.A. 2009/2010

Indice generale
Introduzione......................................................................................................................... Capitolo 1...........................................................................................................................7 L'Europa che abbiamo costruito.........................................................................................7 1.1. La lunga strada dell'Unione europea e della moneta unica.....................................7 1.2. Le politiche fiscali dell'Eurozona.........................................................................12 1.3. Il coordinamento delle politiche fiscali.................................................................13 1.4. Vincoli di bilancio e sanzioni...............................................................................15 1.5. La politica monetaria dell'euro.............................................................................17 Capitolo 2.........................................................................................................................21 Dieci anni di Unione monetaria tra luci ed ombre............................................................21 2.1. La strategia di Lisbona.........................................................................................21 2.2. La performance economica di Eurolandia nel decennio.......................................24 2.3. L'andamento dei bilanci governativi nel decennio................................................34 2.4. La riforma del Patto di Stabilit e Crescita...........................................................37 2.5. I risultati di Lisbona e dell'euro............................................................................40 Capitolo 3.........................................................................................................................43 La crisi economica in Europa e le misure di Eurolandia...................................................43 3.1. La crisi finanziaria in America.............................................................................43 3.2. La propagazione della crisi in Europa...................................................................45 3.3. La risposta della Bce.............................................................................................47 3.4. Le manovre dell'Europa e dei governi europei contro la crisi...............................48 Capitolo 4.........................................................................................................................53 La crisi dei debiti pubblici................................................................................................53 4.1. I bilanci dei governi europei dopo la crisi.............................................................53 4.2. La crisi greca e l'occhio dei mercati sui bilanci europei........................................58 4.3. Il ritorno dei Pigs e la crisi politica in Eurolandia.................................................61 4.4. La Grecia sull'orlo della bancarotta e la soluzione europea..................................65 4.5. Uno scudo per proteggere l'Eurozona...................................................................70 1

Capitolo 5.........................................................................................................................73 Gli effetti della Crisi del debito........................................................................................73 5.1. La convergenza del rischio in Eurolandia.............................................................73 5.2. Austerity time: fine dello stato sociale in Europa?................................................76 5.3. Il G-20 di Toronto ed il tema dell'austerit nel contesto mondiale........................80 5.4. L'ennesimo fallimento del PSC e le proposte di riforma.......................................83 5.5. Gli squilibri dell'Eurozona....................................................................................87 Conclusioni......................................................................................................................93 Abbreviazioni...................................................................................................................99 Bibliografia....................................................................................................................100

INTRODUZIONE

Esattamente un anno addietro rispetto alla pubblicazione di questa tesi, il neo-presidente greco Giorgos Papandreou annunciava all'Europa che i dati di bilancio del suo Paese erano stati truccati, e che la realt consisteva invece in un profondo deficit, pari al 12,7% del PIL nazionale. Quel giorno segn l'inizio di una spirale negativa in pochi mesi risucchi in s l'intera Eurozona, preda degli speculatori e delle proprie incertezze politiche. La prima vittima fu la Grecia stessa, che oltre ad aver perso credibilit rispetto agli investitori ed ai partner europei per la condotta non cristallina della propria agenzia statistica, presentava anche un'economia molto provata dalla crisi. In pochi mesi la sua capacit di rifinanziarsi sul mercato peggior notevolmente, e lo scenario della bancarotta divenne sempre pi plausibile. Nel frattempo gli altri membri di Eurolandia si trovavano ancora una volta divisi sul da farsi: aiutare l'indisciplinato Paese del Mediterraneo oppure lasciare che vadi in default? L'incapacit di trovare un accordo non fece che aumentare le tensioni sui mercati, che dopo la Grecia avevano gi negli occhi le prossime vittime Irlanda, Portogallo e Spagna anch'essi membri della zona euro dai bilanci preoccupanti. Quello che inizialmente sembrava il solito tiro mancino da parte di uno dei Paesi meridionali dalla scarsa disciplina fiscale si tramut ben presto in una questione di primaria importanza: in ballo non vi era solamente il futuro del popolo greco, ma anche la sopravvivenza della moneta unica e del processo di integrazione europea.

Ma sbagliato pensare che un Paese periferico e relativamente piccolo come la Grecia abbia da solo messo a repentaglio la soppravvivenza dell'euro: le radici della crisi sono molto pi profonde e vanno ricercate sopratutto nelle scelte politiche compiute in passato, sia a livello europeo che a livello nazionale. Il primo obiettivo della tesi sar proprio proprio quello di capire e portare alla luce quali sono stati i fattori dello scampato disastro a cui abbiamo assistitio nel corso dell'ultimo anno. A tale proposito si scelto un approccio di tipo storico e descrittivo; i primi tre capitoli saranno infatti dedicati a dare un'idea del contesto, delle scelte e degli accadimenti che hanno portato alla crisi dei debiti odierna; gli ultimi due capitoli si concentreranno invece sulle vicende dell'ultimo anno e sulle conseguenze che esse stanno portando.

Nel

primo

capitolo,

dopo

aver

ripercorso

brevemente

la

storia

dell'integrazione europea fino alla creazione dell'euro, forniremo un quadro del funzionamento della politica economica di Eurolandia, chiarendo i meaccanismi su cui si basa l'euro ed i processi di integrazione delle manovre fiscali dei vari Paesi membri. Nel secondo capitolo andremo invece ad analizzare i risultati conseguiti dalla moneta unica e dall'economia di Eurolandia nel suo primo decennio di vita: come vedremo, le prove fallite dal progetto dell'euro concorreranno in modo decisivo alla difficile situazione che viviamo oggi. Come ben sappiamo i primi dieci anni dell'euro si conclusero con lo scoppio della crisi economica e finanziaria del biennio 2008-09: nel terzo capitolo andremo a ripercorrere proprio quei fatti, andando a vedere quale stata la reazione di Eurolandia e quali misure abbiano preso i vari governi nazionali.

Nel quarto capitolo, dopo aver analizzato gli effetti del biennio 2008-09 sui bilanci dei Paesi dell'Eurozona, inizieremo finalmente a concentrarci sugli accadimenti dell'ultimo anno, andando a descrivere i vari atti della crisi del debito fino ad oggi. Il quinto ed ultimo capitolo si concentrer invece sull'altro obiettivo della tesi, ossia l'analisi degli effetti immediati sia economici che politici dei fatti esposti: si parler quindi della riforma del Patto di Stabilit e Crescita, dell'affermazione di politiche di austerit come risposta immediata alla crisi ed infine si andr a presentare brevemente l'interessante dibattito emerso negli ultimi mesi e profondamente collegato con le considerazioni emerse da questo lavoro quale la sostenibilit degli squilibri in Eurozona.

La tesi - che tenta di approcciare il problema intrecciando elementi di storia, economia e dibattito politico, si avvale di molteplici fonti. Quelle di carattere storico (soprattutto nei primi tre capitoli), ad esempio quelle relative alla storia dell'euro o ai vari accadimenti politici come la riforma del Patto, sono ricavate in gran parte da alcuni testi di studiosi dell'economia e delle istituzioni europee, come Bini Smaghi e Brunzzo. Per quanto riguarda gli aspetti pi strettamente di analisi economica si sono prese in considerazione diverse pubblicazioni di organi di studio come l'Eurostat o l'Fmi, i bollettini mensili della Bce, ed infine soprattutto nell'ultimo capitolo alcuni articoli tecnici pubblicati da giornalisti/economisti come Martin Wolf. Un ulteriore fonte che si deciso di adottare, in particolar modo nelle parti di cronaca, quella delle dichiarazioni di alcune cariche pubbliche europee, che hanno giocato un ruolo fondamentale nella crisi.

CAPITOLO 1 L'EUROPA CHE ABBIAMO COSTRUITO

Premessa

Prima di iniziare l'analisi sulla crisi greca ed europea, trovo utile ricordare cosa sia oggi l'Europa, e la strada che essa ha fatto negli anni per diventarlo. Dopo un breve excursus storico, ci soffermeremo invece ad analizzare il funzionamento e la struttura dell'Unione e dell'euro, andando a vedere i principi di funzionamento della politica economica e come si coordinano le politiche fiscali dei Paesi membri.

1.1. La lunga strada dell'Unione Europea e della moneta unica.

L'Unione Europea potrebbe essere definita come una partnership politica ed economica che unisce 27 Paesi democratici europei 1, ed il frutto di un lungo processo di integrazione iniziato dopo il secondo dopoguerra. L'intento iniziale dei padri fondatori era quello di evitare altre guerre che potessero devastare il continente, ed al tempo stesso tentare di avvicinare popoli che per secoli si erano combattuti. A partire dal 1951 con l'istituzione della Comunit Europea del carbone e dell'acciaio (CECA), e nel 1957 con il Trattato di Roma che costitu la Comunit Economica Europea (CEE), il cammino dell'Unione ha compiuto diversi passi avanti,
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Definizione fornita dal sito internet ufficiale dell'Unione Europea, europa.eu

ponendosi di volta in volta obiettivi sempre pi grandi. Se la filosofia iniziale era quella di ricostruire l'Europa e mantenere la pace essenzialmente attraverso la cooperazione economica, negli anni si fatta spazio l'idea che le comunit dovessero toccare anche altri aspetti politici, come i diritti dell'uomo e scelte comuni in campi come l'istruzione, il lavoro e molto altro. Nel frattempo anche il numero degli Stati partecipanti si ingrandiva: dai 6 fondatori degli anni '50 (Italia, Germania Ovest, Francia, Paesi Bassi, Lussemburgo e Belgio), oggi si contano ben 27 Stati membri. In mezzo secolo, si pu dire che la cooperazione europea ha conseguito obiettivi ambiziosi, come la libera circolazione delle merci, delle persone e dei capitali tra gli Stati, l'attuazione di politiche agricole e di pesca comuni e un sistema di trasporti comunitario sempre pi integrato. In tal contesto forse il pi grande obiettivo raggiunto per quello della moneta unica, l'euro, adottato oggi da 16 di questi 27 Paesi. Entrando nell'Eurozona, essi hanno deciso mutuamente di delegare la sovranit sulla politica monetaria ad un'istituzione sovranazionale, comunitaria ed indipendente quale la Banca Centrale Europea (BCE). Le politiche fiscali, al contrario, restano in mano ai singoli governi nazionali, anche se, come vedremo meglio in seguito, i Trattati prevedono una qualche forma parziale di coordinamento (cfr. 1.3). Il cammino della moneta unica ha lontane radici: nel 1970, il famoso Rapporto Werner prospettava l'adozione della moneta unica mediante un percorso in tre fasi, che prevedevano la stabilit dei cambi, la creazione di istituzioni idonee ed infine il coordinamento delle politiche economiche. Il progetto fu per presto abbandonato a seguito della crisi monetaria postBretton Woods del 1971, che lasci spazio al cosiddetto serpente

monetario, conosciuto ufficialmente come Sistema Monetario Europeo (SME). I compiti dello SME erano essenzialmente la stabilit dei tassi di cambio ed il contenimento dell'inflazione. Il sogno di costruire un'unit monetaria vera e propria non era stato per abbandonato, ma semplicemente rimandato a tempi migliori, e sopratutto politicamente maturi (Brunazzo 2009, p.176). Questi vennero sul finire degli anni 80', con la guerra fredda ormai agli sgoccioli, ed il progetto poteva riprendere cos nuove energie. Nel 1988, poco prima della caduta del Muro, il Consiglio Europeo si impegnava solennemente a creare l'Unione Economica e Monetaria (UME), costituendo un comitato che implementasse un progetto e le possibili fasi operative. Il resoconto del collegio, il cosiddetto Rapporto Delors, venne approvato un anno dopo nel Consiglio Europeo tenutosi a Madrid e prevedeva tre fasi successive che avrebbero portato, un giorno, ad una moneta unica europea. La prima parte del progetto, che prese inizio nel luglio 1990, consisteva principalmente nell'abolizione di tutte le restrizioni alla circolazione di capitale all'interno degli stati dell'Unione e nell'istituzione di una primitiva forma di controllo multilaterale delle politiche economiche dei Paesi membri. Se il primo progetto degli anni '70 era stato rimandato principalmente per via del contesto macroeconomico altamente instabile, il secondo tentativo stava invece acquisendo velocit grazie anche alla fine della guerra fredda ed all'unificazione della Germania. Venne cos la seconda fase, che prevedeva la creazione delle basi istituzionali e giuridiche necessarie ad un'unione monetaria, e port allo stipulazione di due fondamentali accordi: il Trattato di Maastricht del 1992 e il Patto di

Stabilit e Crescita, nel 1996 (Brunazzo 2009, p.177). Il primo storico trattato, firmato il 7 gennaio 1992, sanciva al tempo stesso la nascita dell'Unione Europea, basata sul sistema dei tre pilastri, e della moneta unica, che sarebbe dovuta entrare in vigore nel 1999, a seguito della creazione di una banca centrale (la BCE appunto) al comando di un organismo in cui sarebbero confluite le diverse banche centrali nazionali. Fu in quello stesso documento che vennero varate le clausole di non partecipazione al progetto della moneta unica per il Regno Unito e la Danimarca, con riserva di entrata in un secondo momento. Il Trattato dettava ai Paesi precise condizioni per l'entrata nell'euro, rappresentate dai cinque cosiddetti parametri di convergenza. Essi consistevano in: sostenibilit nei conti pubblici: rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3% e rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60%; stabilit dei prezzi: tasso d'inflazione inferiore all'1,5% rispetto alla media delle tre economie pi virtuose; tasso di interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio dei tre Paesi pi con pi bassa inflazione; stabilit del tasso di cambio della valuta nazionale per almeno 2 anni. Tali parametri ci fanno capire quale sia la filosofia di fondo che si deciso di adottare nell'avventura dell'euro, ossia quella della stabilit dei prezzi e della disciplina di bilancio: un modo di vedere l'economia perfettamente in linea con la tradizione accademica tedesca. Fu infatti la Germania il vero leader nella creazione della moneta unica, e gli altri Stati

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firmatari si trovarono d'accordo nel prenderne a modello la banca centrale, la Bundesbank, che negli anni aveva mantenuto il marco tedesco stabile e forte, facendone la seconda valuta pi scambiata a livello internazionale e quella di riferimento nell'esperimento dello SME (Bini Smaghi 2001, p.74). Per quanto riguarda l'aspetto operativo invece, il Trattato prevedeva la creazione di un istituto a carattere transitorio chiamato Istituto Monetario Europeo (IME), con il compito di gettare le basi logistiche e perfezionare i metodi di funzionamento della futura banca centrale della moneta unica, oltre a chiarirne i rapporti con le banche centrali nazionali. La maturit del Trattato di Maastricht arriv per con il Patto di Stabilit e Crescita, concordato ad Amsterdam nel giugno 1997, in cui i Paesi dell'Eurozona si impegnarono a rispettare i parametri di convergenza anche dopo l'entrata nella moneta, oltre a darsi l'obiettivo del pareggio di bilancio nel medio termine. Con il Patto si prevede inoltre la possibilit, per il Consiglio, di applicare sanzioni nei confronti di quegli Stati che non avrebbero adottato programmi volti a porre fine a deficit persistenti. Il Patto verr modificato in un secondo momento, nel 2005, come vedremo pi dettagliatamente pi avanti (cfr. 2.4). La terza ed ultima fase prese luogo il 31 dicembre 1998, un giorno prima dell'entrata in vigore della moneta unica, quando furono fissati i tassi di conversione finali tra le valute dei singoli Paesi prossime all'estinzione e l'euro. Il giorno successivo l'Europa era in festa nelle piazze a festeggiare la nascita della moneta unica: 11 Paesi Italia, Belgio, Germania, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Irlanda, Austria e Finlandia - erano pronti a dare il via al progetto, e presto a loro si sarebbero aggiunti altri 5 stati: con la Grecia nel 2001, e Slovenia, Cipro,

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Malta e Slovacchia entrate nell'ultimo triennio, il conto sale a 16 Stati, per un totale di circa 310 milioni di abitanti (Bini Smaghi 2008, p.7).

1.2. Le politiche fiscali dell'Eurozona.

Prima di guardare a come andato finora questo esperimento, che ora vive una fase piuttosto critica, andiamo a capire meglio i meccanismi che hanno pensato per la nostra moneta i politici e burocrati europei che negli anni 90' hanno implementato tale macchina. Ad esempio, perch si deciso di seguire la filosofia della disciplina di bilancio e bassa inflazione? Come detto poco sopra, lo stampo quello tipico tedesco di una politica economica equilibrata, che porti ad una crescita stabile in un contesto di prezzi stabili. Ci si traduce nel mantenimento di bilanci prossimi al pareggio, in modo di accrescere la capacit di risposta nei casi di cicli negativi dell'economia (Bini Smaghi 2001, p.49). E' un po' come il comportamento della formica nella paradigmatica storiella che la vede in contrasto con la cicala: mette da parte risorse durante le floridi stagioni (cicli economici positivi) per meglio affrontare i rigidi inverni (cicli negativi). Come nella favola scritta dal greco Esopo, allo stesso modo, la filosofia dettata dai Trattati quella di attuare politiche fiscali restrittive in fasi di crescita ed espansive nelle fasi di recessione, mentre la moneta deve mantenersi su valori stabili in modo - al tempo stesso - di evitare l'inflazione e fornire un contesto economico stabile su cui poter attuare le diverse manovre. Mantenendo un tetto di deficit pubblico annuale del 3%, valore relativamente vicino al pareggio, i governi acquisiscono una certa

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flessibilit, e all'avvento di un periodo di recessione possono rispondere attuando politiche anti-cicliche senza compromettere i propri bilanci; al tempo stesso, nell'attuare tali manovre, possono trovare la liquidit necessaria nel mercato finanziario, vendendo i propri titoli statali senza dover pagare premi troppo elevati. Ci dovuto al fatto che un bilancio in buone condizioni indica ceteris paribus - scarso rischio di insolvibilit, e quindi abbassa notevolmente il premio da pagare. Ma perch si sono scelti come valori di riferimento proprio il 3 e il 60%? Essi sono stati calcolati prendendo in considerazione una crescita dell'economia del 5% annuo in termini nominali, che comporterebbe, dato un un deficit del 3%, una convergenza del debito pubblico ad un livello inferiore al 60% nel medio periodo. Nel caso per in cui la crescita sia bassa ahim aspetto molto vicino alla realt nella nostra Europa tali parametri andrebbero rivisti. Ad esempio, ipotizzando una crescita media attorno 1,5% come stato per l'Italia nel primo decennio del 2000, la soglia massima del deficit andrebbe spostata ad un valore di 1,5%, pari alla met del 3%. Ecco quindi che, la diminuzione dei debiti pubblici passa obbligatoriamente per una modifica dei parametri oppure per un aumento dei tassi di crescita (Bini Smaghi 2008, p.94).

1.3. Il coordinamento delle politiche fiscali2

Se questa la logica di fondo per le singole politiche fiscali, ben pi grossi problemi vengono dal loro coordinamento, tema tornato fortemente a galla durante l'attuale crisi dei bilanci europei (cfr. 5.5). Vediamo come
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La base giuridica del coordinamento della politica economica si trova all'articolo 121 TFUE, in cui viene anche spiegato il meccanismo di formazione degli IMPE e gli strumenti di pressione politica in mano alla coppia Consiglio/Commissione.

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funziona il meccanismo di coordinamento. Il Patto di Stabilit e Crescita prevede che le politiche di bilancio nazionali siano soggette a un processo di sorveglianza multilaterale, che consiste principalmente nell'adozione, da parte Consiglio, degli indirizzi di massima per le politiche economiche (IMPE). Implementati dall'Ecofin, essi stabiliscono, a scadenza triennale, gli orientamenti economici che l'Unione intende seguire. I Governi sono tenuti a redigere le loro politiche fiscali in modo di rispettare le strategie dettate dagli IMPE, e proprio per questo motivo, i bilanci dei governi nazionali sono sottoposti annualmente a verifica da parte di organi predisposti all'interno dell'Ecofin, i quali possono emettere raccomandazioni e richiederne seppur senza vincoli concreti la modifica (Brunazzo 2009, p.179). Il coordinamento delle politiche fiscali diviene una necessit quando ci si trova in un'unione monetaria, in quanto gli incentivi per l'attuazione di politiche espansive, e quindi inflazionistiche, aumenta. Ci dovuto al fatto che il braccio monetario vincolato all'Unione, e quindi un aumento del disavanzo pubblico da parte di uno Stato produce un aumento del tasso di interesse inferiore e un aumento del reddito maggiore rispetto a quello che si verificherebbe in un sistema di cambi flessibili, incentivando regimi di overspending. Inoltre, l'adozione di una moneta unica comporta l'eliminazione del rischio di cambio e i connessi premi per il rischio fra i Paesi partecipanti, allentando la disciplina normalmente esercitata dai mercati finanziari sulla condotta dei governi in materia di conti pubblici. Se cos un una minoranza di Paesi indisciplinati mettesse in moto politiche espansive generando spinte inflazionistiche, la Bce si troverebbe obbligata ad aumentare il tasso di interesse in tutta l'Eurozona,

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danneggiando direttamente anche i governi in linea con i parametri (Bini Smaghi 2001, p.41). In poche parole, citando uno dei padri fondatori dell'euro Tommaso Padoa-Schioppa, sbagliato credere che l'Euro e la piena sovranit nazionale siano compatibili3, e il funzionamento dell'unione monetaria sembra dover passare necessariamente per un certo coordinamento delle politiche fiscali e strutturali. Che il meccanismo fin qui utilizzato non abbia poi funzionato, resta un'altra storia, di cui parleremo nel corso prossimi capitoli.

1.4. Vincoli di bilancio e sanzioni

Da un punto di vista pi operativo, l'Unione ha messo appunto un sistema di tipo coercitivo per indurre i Paesi membri a rispettare i vincoli del Patto, in particolare i parametri del 3 e 60%. L'articolo 126 del TFUE prevede la possibilit, per gli Stati che perdurano in uno stato di disavanzo eccessivo, di incorrere in una procedura per deficit eccessivo (PDE). Alla fine dell'iter procedurale previsto da tale legge, fatto di richiami e controlli da parte della Commissione, se il governo sotto osservazione si dimostra recidivo nel perseguimento di politiche in linea alle raccomandazioni, prevista la possibilit di infliggere delle sanzioni allo stesso.

Esse sono elencate al comma 9 dello stesso articolo: obbligo, per lo Stato sotto osservazione, di pubblicare informazioni supplementari sui propri bilanci e con regolarit;

Vedi articolo Euro remains on the right side of the Hystory, di Tommaso Padoa-Schioppa, da Financial Times, 13 maggio 2010.

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invito, alla banca europea degli investimenti, a riconsiderare la sua politica di prestiti verso tale Stato; richiesta allo Stato un deposito infruttifero; ammende di quantit adeguata. Potenzialmente, l'articolo 126 sarebbe un ottimo disincentivo all'attuazione di politiche inflazionistiche, ma nel decennio trascorso possiamo constatare come le sanzioni previste non siano mai state applicate, malgrado se ne fosse presentata la necessit in diversi casi. Il momento decisivo nella crisi dell'articolo 126 stato probabilmente il biennio 2003-04, quando Francia e Germania utilizzarono il loro imponente peso politico per evitare le sanzioni a loro previste. Entrambi i Paesi, a seguito di deficit eccessivi nel 2003 si erano impegnati formalmente con la Commissione a prendere le misure necessarie per rientrare in breve tempo. Peccato che, le leggi di bilancio successivamente approvate dai parlamenti nazionali non andavano bene alla Commissione, la quale aveva previsto la possibilit di sanzionare i due Stati. Alla fine, Francia e Germania, con la loro influenza ed autorit, guidarono il Consiglio ad una soluzione che li avrebbe salvati, di fatto ovviando alle raccomandazioni della Commissione. A seguito di tale avvenimento si scaten un grosso dibattito in Europa, con scontri a pi riprese tra le opinioni pubbliche ed i governi: il sistema sanzionatorio previsto dall'articolo 126 ne usc molto indebolito. Fu proprio questo il motivo principale che port alla riforma del PSC nel 2005, ma da allora ben poco cambiato in realt, e ad oggi, nessun governo dell'Eurozona teme il PDE. Sar anche questa una delle chiavi di lettura per la crisi del debito che viviamo oggi in Eurolandia.

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1.5. La politica monetaria dell'euro.

Alle politiche fiscali appena descritte, si accompagna una politica monetaria comune, la cui responsabilit attribuita al Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC), composto dalla Banca Centrale Europea (BCE) e dalle banche centrali dei 16 Paesi che partecipano all'euro. Al Consiglio direttivo della Bce affidata la formulazione della politica monetaria per l'area dell'euro e degli orientamenti per la sua attuazione; nel quadro di tale competenza esso ha annunciato alla sua nascita, nell'ottobre 1998, una strategia tesa a conseguire l'obiettivo primario della stabilit dei prezzi, come sancito nel Trattato di Maastricht, e presente all'articolo 127, comma 1 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE):
L'obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali, in appresso denominato SEBC, il mantenimento della stabilit dei prezzi. Fatto salvo l'obiettivo della stabilit dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nell'Unione al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell'Unione definiti nell'articolo 3 del trattato sull'Unione europea. Il SEBC agisce in conformit del principio di un'economia di mercato aperta e in libera concorrenza, favorendo una efficace allocazione delle risorse e rispettando i principi di cui all'articolo 119.

La strategia della Banca Centrale si articola in due elementi principali: una definizione quantitativa di inflazione accompagnata continuamente dall'analisi combinata del quadro economico e monetario. Secondo la definizione di stabilit dei prezzi l'obiettivo principale della Bce consiste nel mantenere l'inflazione su livelli prossimi al 2%. L'obiettivo si basa sulla teoria comprovata che un livello stabile dei prezzi sia il principale contributo al benessere economico che la politica monetaria possa offrire (Boll. Bce Maggio 2008, p.12).

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Secondo diversi analisti, l'articolo 127 presenta tuttavia delle ambiguit strutturali, in quanto il primo ed il secondo obiettivo possono talora entrare in contrasto: in presenza di imperfezioni del mercato monetario e finanziario, la non neutralit della moneta implica un collegamento tra obiettivi monetari ed obiettivi reali della politica economica; diverse combinazioni di politiche fiscali e politica monetaria possono essere pi o meno efficaci per il raggiungimento di taluni tra gli obiettivi finali della politica economica (Arcelli 2007, p.53). Ci ha portato negli ultimi dieci anni a diversi contrasti tra Bce e governi nazionali, come nel 2007, quando il presidente francese Sarkozy, vedendo la risposta alla crisi finanziaria nella riduzione dei tassi di interesse inizi a fare pressioni a Francoforte. La Bce decise invece, in autonomia, di mantenere i tassi stabili. Pochi mesi dopo, l'inflazione dell'area euro vide una crescita preoccupante oltre il 3%, e i governi europei che avevano tentato di contrastare l'azione della Bce fecero marcia indietro (Bini Smaghi 2008, p.42). Il tema dell'autonomia della banca centrale, molto discusso sia prima che dopo la sua istituzione, merita una breve analisi. Come suggerisce Bini Smaghi [2008, p.43], l'esigenza di avere una Banca centrale fortemente indipendente deriva dal fatto che la politica monetaria produce effetti di segno opposto nel breve termine rispetto a quelli di medio termine. Se nel breve una politica espansiva genera crescita economica, stimolando occupazione e redditi, nel medio porta invece a maggiore inflazione, molto pi difficile da curare. Ecco quindi che l'indipendenza spinge la Bce a far propria una prospettiva di lungo periodo, nel perfetto interesse dei cittadini dell'Unione

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e del loro futuro, anzich quello che pu essere un interesse politico legato ai cicli elettorali. Altre misure volte a garantire l'indipendenza di Francoforte sono ad esempio la proibizione dei finanziamenti diretti dei tesori nazionali, oppure il metodo di votazione del Consiglio direttivo (organo decisionale principale dell'istituzione), a cui prendono parte tutti i presidenti delle banche centrali con ugual potere. Un altro aspetto da tenere in considerazione che l'autonomia della Bce auspicabile anche al fine del contenimento dei disavanzi pubblici: senza il braccio della moneta, i Tesori nazionali sono forzati a finanziare i propri deficit solo sul mercato, e quindi secondo le condizioni dettate dagli operatori. Ecco quindi che i vari Governi verrebbero a percepire con chiarezza il costo di una politica economica non rigorosa, dovendo pagare premi elevati sui titoli di Stato emessi. Come vedremo nel quinto capitolo, tale assunzione impeccabile dal punto di vista teorico si riveler inefficace nella realt (cfr. 5.1). L'autonomia della Bce e l'efficacia delle sue politiche monetarie nel corso del decennio l'hanno resa un'istituzione solida e credibile, e ci consente di assicurare agli operatori finanziari aspettative d'inflazione pi basse, diminuendo i rischi ed aumentando l'efficienza economica ad ogni livello. In poche parole, se c' qualcosa che non ha funzionato nel modello di economia pensato per l'Europa, questo sembra non aver a che fare con la Bce (Brunazzo 2009, p.94).

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CAPITOLO 2 DIECI ANNI DI UNIONE MONETARIA TRA LUCI ED OMBRE

Premessa

Se nella prima parte abbiamo analizzato i meccanismi della macchinaEuropa, ora andremo invece a vedere i risultati che essa ha conseguito, ed in particolare il cammino dell'euro nel suo primo decennio. La domanda a cui vogliamo rispondere qui erano tutte rose e fiori nell'area euro prima della crisi?. Nella prima parte del capitolo si andranno a vedere quali erano gli obiettivi decennali dell'Unione, in particolare quelli dell'agenda di Lisbona, mentre nel resto del capitolo si analizzeranno gli andamenti

macroeconomici dell'area, tentando di scoprire quanto questi trend siano stati influenzati dall'appartenenza all'unione monetaria. Alla fine del capitolo si traccer un breve bilancio del primo decennio dell'euro, confrontando i risultati conseguiti con gli obiettivi originali.

2.1. La Strategia di Lisbona

Nel Consiglio europeo straordinario di Lisbona del 23 e 24 marzo 2000, gli Stati membri dell'Unione Europea si riunirono per concordare l'inizio di un nuovo progetto strategico decennale, al fine di sostenere l'occupazione, le riforme economiche e la coesione sociale nel contesto di

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un'economia basata sulla conoscenza4. Nelle premesse del Consiglio si osserva come l'evoluzione del processo di globalizzazione e il continuo rinnovamento delle tecnologie rendano indispensabile un'azione immediata da parte dell'Unione, per sfruttare appieno i vantaggi derivanti dalle nuove opportunit. L'obiettivo di fondo era quello di far dell'Unione la pi competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010. Per far ci, i capi dei governi europei, decisero di concordare un programma ambizioso, votato alla creazione delle infrastrutture del sapere, alla promozione di riforme economiche strutturali e alla modernizzazione dei sistemi di previdenza sociale e d'istruzione. Al punto 3 del documento, venivano elencati i principali problemi strutturali che l'Unione si trovava ad affrontare ad inizio millennio, tra cui: Tasso di occupazione eccessivamente basso, caratterizzato da bassa partecipazione da parte di anziani e donne; Eccessiva disoccupazione strutturale di lungo periodo; Profondi squilibri regionali, con conseguenti trend di spopolamento ed impoverimento del territorio; Sottosviluppo del settore dei servizi, in particolar modo telecomunicazioni e Internet; Mancanza di manodopera altamente qualificata, che comporta posti di lavoro inoccupati. La soluzione a tali problematiche andava ricercata nel conseguimento di un nuovo obiettivo strategico decennale, che avrebbe fondato le sue basi sulla diffusione e sviluppo della conoscenza, in grado di realizzare una
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Conclusioni della presidenza, C.E. 23-24 Marzo 2000.

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crescita economica sostenibile, creando nuovi e migliori posti di lavoro e garantendo una maggiore coesione sociale. I canali di sviluppo di tale obiettivo sarebbero stati: miglioramento della conoscenza, in concreto con il potenziamento delle politiche di istruzione e della ricerca; lotta all'esclusione sociale; accelerazione delle riforme sui temi della competitivit e dell'innovazione. Il documento propone come chiave del futuro europeo il triangolo conoscenza competitivit - occupazione: attuando forti investimenti e riforme a vantaggio della conoscenza, interpretata sia come alti livelli di istruzione che come R&S (sopratutto nel campo dell'informatica e telecomunicazioni), si potranno a loro volta migliorare occupazione e competitivit delle imprese, garantendo nel lungo periodo una crescita del benessere tra gli Stati dell'Unione. Parallelamente, va migliorato il contesto in cui debba avvenire tale processo, ossia il completamento del mercato unico ed il pieno sfruttamento del potenziale dell'euro. Tra gli obiettivi principali previsti dal documento ricordiamo: realizzazione di una crescita media del 3% all'interno dell'area (punto 6); completamento dell'integrazione dei mercati finanziari (punto 20); risanamento dei bilanci pubblici e miglioramento della sostenibilit delle finanze pubbliche (punto 22); potenziamento degli investimenti in capitale umano ed istruzione (punti 25-27);

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crescita del tasso di occupazione dal 61% al 70% ed aumento dell'occupazione femminile dal 50 al 60% (punto 30).

2.2. La performance macroeconomica di Eurolandia nel decennio5

In dieci anni l'euro diventato la seconda moneta mondiale dopo il dollaro, e rappresenta un'area economica e finanziaria integrata di 16 nazioni, dal Mediterraneo al Baltico, con un peso economico comparabile a quello degli Stati Uniti (Bini Smaghi 2008, p.7). Alcuni obiettivi della strategia di Lisbona sono stati raggiunti, molti altri no; di certo c' che all'interno della stessa Unione e dell'Eurozona si sono verificati andamenti molto eterogenei, sia nell'attuazione di riforme che nei risultati.

Crescita Dal 1996 al 2008, la crescita media dell'area euro stata del 2,2% annuo, cifre invariate rispetto al periodo 1980-95, e anche in termini di reddito pro-capite non ci sono differenze rilevanti. Il cambiamento pi rilevante forse per quantomeno fino a prima della crisi economica 2008-09 - la riduzione della variabilit del ciclo economico, con una diminuzione della deviazione standard del tasso di crescita dall'1,8% all'1,3% nell'area euro negli stessi periodi considerati (Bini Smaghi 2008, p.99). Da alcuni studi6 si denota come la crescita in Europa rimanga di natura sostanzialmente export-led, ed in particolare legata agli andamenti
5

Il paragrafo prende spunto in gran parte dal Bollettino mensile della Bce del Maggio 2008, dal titolo Dieci anni di Bce, in cui vengono analizzate le performance economiche dell'Eurozona nel suo primo decennio di vita. 6 Si veda Cer, Rapporto n.3, 2006.

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dell'economia americana, mentre la correlazione con le emergenti economie asiatiche risulta addirittura negativa. In altri termini l'economia europea non sembra ancora essersi agganciata alla locomotiva asiatica (Rhi-Sausi-Vacca 2007, p.63). Qui di seguito (Grafico 1) sono rappresentati gli andamenti dei tassi di crescita dell'Eurozona, della Grecia e degli Stati Uniti. Innanzitutto si notano dei trend generali comuni alle tre serie di dati: crescita in calo tra il 2000 e 2002, con Stati Uniti e Grecia capaci di accelerare i ritmi prima rispetto alla media europea; crescita pi sostenuta fino al 2007, con gli USA costantemente sopra alla media europea di un punto percentuale; ritmi negativi nel 2008 e addirittura decrescita per il 2009 come effetto della crisi finanziaria ed economica.
Grafico 1 - Variazioni percentuali del PIL in Eurozona, USA e Grecia, 2000-2010
PIL %
6 5 4 3 2 1 0 -1 -2 -3 -4 -5 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010

usa eu16 grecia

fonte: Eurostat

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Dal confronto tra le serie di dati notiamo invece come la crescita degli Stati Uniti sia stata mediamente pi alta di quella europea: considerando le medie per il periodo in esame (e quindi anche l'ultimo biennio), gli USA presentano una media del +2,0, contro il +1,3 dell'Eurozona. Se prendiamo in esame invece il periodo 2000-07 il divario si accorcia, con gli Stati Uniti al +2,6 e l'Eurozona al +2,2: segno che la crescita della nostra economia ha risentito di pi degli effetti della crisi, perdendo terreno rispetto agli USA. Per quanto riguarda la Grecia, notiamo invece che essa ha mantenuto tassi di crescita relativamente molto alti fino al 2007, con una media del +4,2%, solo che le proiezioni per il 2010 sono piuttosto pessimistiche: la crisi ed il piano di austerit proposto dal governo porteranno ad un calo del PIL stimato attorno al 3%. Se allarghiamo l'analisi ai Paesi dell'Eurozona, notiamo invece come si siano verificati andamenti differenti all'interno dell'area. Al proposito prendiamo in analisi la Tabella 1, che presenta la crescita media del periodo 2000-07 dei maggiori Paesi dell'Eurozona.
Tabella 1 Tassi medi di crescita Eurozona
(%PIL) 2000-2007 Belgio Germania Irlanda Grecia Spagna Francia Italia Lussemburgo Olanda Austria Portogallo Finlandia Media UE16
fonte: Eurostat

2,2 1,5 6,0 4,2 3,6 2,1 1,5 4,8 2,2 2,3 1,5 3,5 2,2

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Possiamo identificare tre gruppi: un primo gruppo a crescita consistente, oltre il 3%, quali Finlandia, Lussemburgo, Spagna, Irlanda e Grecia; quelli che presentano una crescita in linea con la media europea del 2%, quali Belgio, Francia, Olanda e Austria; quelli a bassa crescita, Italia, Germania e Portogallo con tassi attorno all'1,5%. Parte delle differenze nei ritmi di crescita potrebbe essere attribuita alla convergenza dei Paesi meno ricchi verso livelli di reddito in linea con le medie europee: ci vale sicuramente per Spagna, Irlanda e Grecia, che ad inizio decennio presentavano redditi ben inferiori alla media europea mentre oggi si trovano all'altezza dei loro partner. Sotto questo punto di vista, l'eterogeneit delle crescite all'interno dell'Eurozona andrebbe quindi valutata positivamente (Bini Smaghi 2008, p.101). Andando ad un'analisi pi accurata, e prendendo in considerazione i dati di Pil pro-capite, risulta tuttavia che il fenomeno di catching-up delle economie pi povere verso le pi ricche subisce una forte battuta d'arresto nei primi anni 2000, dopo un lustro in cui la convergenza era risultata ben marcata. Anzi, dal 2001 escludendo Grecia e Irlanda - emersa una preoccupante tendenza alla divergenza, che ha progressivamente riportato l'indicatore dove si trovava nel biennio 1996-97, prima della nascita dell'euro (Rhi-Sausi-Vacca 2007, p.65). Questi trend spesso ignorati dai nostri politici europei - hanno sollevato tra gli economisti grosse preoccupazioni sulla compatibilit del progetto della moneta unica con gli obiettivi di convergenza economica. Il link logico tra i due fattori resta comunque ancora tutto da verificare: negli stessi anni, infatti, altri Paesi

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dell'est Europa e dei Balcani non appartenenti all'Eurozona sono cresciuti a ritmi piuttosto sostenuti. Poi nell'ultimo anno, lo scoppio della bolla immobiliare in Spagna, e la bolla del deficit dei bilancio in Grecia e Irlanda fanno suscitare forti dubbi sulla reale consistenza di queste crescite. Ma di questo parleremo meglio negli ultimi due capitoli. In ultima analisi, la conclusione resta che la crescita economica in Europa resta piuttosto bassa, sia rispetto agli obiettivi del 3% che l'Unione si era data con la Strategia di Lisbona, sia rispetto agli Stati Uniti. Parte di questa lentezza - come vedremo di seguito - pu essere spiegata con i bassi tassi di crescita della produttivit.

Proddutivit La sostanziale stabilit dei tassi di crescita prima e post-euro nasconde due trend differenti: mentre la crescita occupazionale aumentata significativamente nell'ultimo decennio, la produttivit media continua a calare dalla met degli anni 90' (Boll. Bce Maggio 2008, p.69). Ed forse in questo secondo dato che va ricercata una delle cause principali dei bassi tassi di crescita dell'area euro. Basta infatti sfogliare un qualsiasi manuale di macroeconomia per capire che uno degli ingredienti fondamentali per una crescita stabile nel lungo periodo il miglioramento della produttivit del lavoro. Come si pu notare nel Grafico 2 (pagina successiva), tra il 1980 e il 1995, la crescita media del prodotto per ora lavorata nell'area euro stato del 2,3% mentre la crescita del 2,2%. Dalla met degli anni 90' in poi, abbiamo assistito ad un generale rallentamento della produttivit: dal 2,3 all'1,3%, con una crescita media invariata al 2,2%.

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Grafico 2 Produttivit in Eurozona e USA 1980-2008

fonte: Bollettino Bce, Maggio 2008

Se confrontiamo i dati europei con quelli relativi all'economia statunitense (cfr. Grafico 2), notiamo che gli Stati Uniti, negli stessi periodi considerati, hanno mantenuto invariata la crescita di ore di lavoro annuali (dall'1,4% all'1,3%), mentre la produttivit ha visto i tassi di crescita passare dall'1,4% al 2,1%. Una delle chiavi di lettura pu essere quella della maggiore diffusione in terra statunitense delle Information and

Communication Technologies (ICT), sopratutto nel settore dei servizi, che permettono alle aziende diversi vantaggi, tra cui l'aumento dell'efficienza nei processi decisionali, la riduzione dei costi di comunicazione e il miglioramento della pianificazione (Boll. Bce Maggio 2008, p.70).

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Un altro fattore importante per il miglioramento della produttivit che vede tutti gli economisti concordi quello dell'aumento della flessibilit ed efficienza del lavoro. Ad esempio, legando i salari alla produttivit, si garantirebbe al tempo stesso un sistema pi equo e meritocratico, aumentando l'efficienza delle aziende e quindi le prospettive economiche di lungo periodo (Bini Smaghi 2008, p.111). Anche qui l'Europa presenta andamenti molto differenti all'interno dell'area: Paesi come la Germania e l'Olanda nell'ultimo decennio hanno varato profonde riforme del settore che ora garantiscono loro importanti vantaggi in termini di competitivit. Altri Paesi come la Grecia, la Spagna ed in parte l'Italia non hanno avuto la forza, e forse nemmeno la volont politica di produrre questi stessi impopolari cambiamenti, ed i dati pre-crisi parlano di aumenti del costo del lavoro del settore manufatturiero rispettivamente del 45, 40 e 47%, a fronte di un calo in termine di valori assoluti da parte della Germania (Bini Smaghi 2008, p.104). Come vedremo in seguito negli ultimi capitoli, l'abbassamento dell produttivit e quindi della perdita di competitivit dei Paesi della periferia avranno un ruolo fondamentale nella crisi del debito odierna.

Lavoro ed occupazione Se il totale di ore lavorate per persona aumentato mediamente di un simbolico 0,2% nel periodo 1997-07, la partecipazione al lavoro invece aumentata dal 67,2% del 1997 ad un 71% nel 2007, grazie alla diffusione del lavoro part-time e del pi largo accesso da parte di donne ed anziani. L'indice generale vede invece una crescita dell'occupazione, nel periodo 1999-07, dal 60,3% al 65,5% per un totale di 15 milioni di nuovi

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posti di lavoro creati nei primi otto anni dell'unione monetaria. Gli standard dell'occupazione restano comunque bassi, se comparati ai livelli di occupazione oltre il 70% degli Stati Uniti e degli obiettivi posti ad inizio decennio con la Strategia di Lisbona.
Grafico 3 Disoccupazione e occupazione nell'Eurozona 1991 2007

Andando a guardare il Grafico 3, segnali positivi arrivano da quello che forse il dato pi significativo: la diminuzione del livello di disoccupazione in et 15-64 dal 9,1% al 7,5% tra il 1999 e il 2007. I problemi semmai sono arrivati poi con la crisi, come vedremo. Alcuni studi sostengono che le riforme nei campi del lavoro e dell'immigrazione sono riusciti a contrastare parte di quelli che possono essere i vincoli alla crescita derivanti da una troppa rigidit e regolamentazione del mercato del lavoro (Boll. Bce Maggio 2008, p.71). Un fattore che sicuramente ha influenzato positivamente l'occupazione rappresentato comunque dalla politica monetaria della Bce, che mantenendo i prezzi stabili, ha creato le basi per nuovi posti di lavoro e bassa

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disoccupazione. Le lamentele di gran parte degli economisti riguardo al fattore-lavoro in Europa restano quelle legate alla regolamentazione ed agli impedimenti giuridici ad una pi ampia liberalizzazione del mercato relativo. L'idea sarebbe come visto poco sopra - quella di aumentare la flessibilit, convergendo verso un modello pi americano, in cui le retribuzioni siano legate alla produttivit, ed in cui sia pi facile assumere e licenziare il lavoro dipendente. Citando il Bollettino Bce, si sostiene che un maggior livello di flessibilit aiuterebbe i mercati nazionali del lavoro ad adeguarsi agli shock economici, migliorando cos l'efficienza allocativa delle risorse inoltre la differenziazione dei salari aumenterebbe le possibilit d'impiego per le fasce di lavoratori meno qualificati7.

Inflazione Andiamo a vedere ora quello che alla luce delle considerazioni fatte nel primo capitolo - forse rappresenta il pi grande obiettivo raggiunto dall'UME, ossia la stabilit dei prezzi. Secondo i dati ufficiali Eurostat (cfr. Tabella 2, pagina successiva), dal 1999 al 2009 l'inflazione media nell'area dell'euro stata del 2,0%. Questo dato evidenzia un livello

significativamente inferiore ai tassi medi prevalsi nella maggior parte dei Paesi dell'Eurozona nei decenni precedenti all'entrata in vigore dell'euro (Bini Smaghi 2008, p.26). Anche qui, tuttavia si presentano alcune divergenze, ed in particolare medie d'inflazione pi accentuate (attorno al 3% in media) in Paesi come Grecia, Spagna e Irlanda dovute ad un certo numero di fattori, tra cui la
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Bollettino Bce di Maggio 2008, p.73.

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diversa dipendenza dall'import di materie prime, il costo di lavoro per unit prodotta e, pi in generale, i tassi di crescita (Rhi-Sausi-Vacca 2007, p.68).
Tabella 2 Inflazione media nell'Eurozona, 1999 2009
1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 media 1,2 2,2 2,4 2,3 2,1 2,2 2,2 2,2 2,1 3,3 0,3 2,0
fonte: Eurostat

Oltre all'inflazione in s, molto importanti sono anche le aspettative sull'inflazione, determinanti nel preservare la fiducia del mercato finanziario e nell'attrarre gli investimenti esteri. Andando al Grafico 4 si pu notare come la Bce sia stata in grado di ancorare in modo duraturo le aspettative di inflazione a lungo termine alla sua definizione di stabilit dei prezzi, come confermano le misure ricavate dai rendimenti delle obbligazioni indicizzate all'inflazione proposte da organismi autorevoli come Consensus Economic Forecasts e Survey of Professional Forecasters, riportate sullo stesso grafico (Boll. Bce Maggio 2008, p.49).
Grafico 4 Aspettative di inflazione a lungo termine

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Questi risultati non fanno che testimoniare la fiducia che il settore finanziario nutre o forse sarebbe meglio dire nutriva, visti gli ultimi sviluppi - verso la stabilit della moneta unica, fattore peraltro rilevante se si considerano gli shock petroliferi registrati nell'ultimo decennio. Alla luce di tutte queste considerazioni, possiamo ritenere quindi soddisfacenti i risultati della Bce e del progetto dell'euro in termini di inflazione.

2.3. L'andamento dei bilanci governativi nel decennio

Un altro aspetto importante da analizzare considerata anche la sua rilevanza rispetto al tema principale della tesi - l'andamento delle finanze pubbliche dei Paesi dell'Eurozona nel corso del primo decennio di moneta unica, cercando magari di capire se l'appartenenza ad un'area valutaria unificata abbia in qualche modo influenzato le dinamiche di spesa e finanziamento dei rispettivi governi. Iniziamo la nostra analisi prendendo in considerazione il Grafico 5 della pagina successiva, in cui sono rappresentati gli andamenti del debito (sinistra) e della spesa (destra) nei Paesi dell'Eurozona dagli anni 80' ad oggi. Notiamo innanzitutto come gli anni '80 e '90 siano stati caratterizzati da alti tassi di crescita della spesa pubblica, finanziati pesantemente con l'emissione di titoli di Stato: da un debito globale del 40% nel 1980 si arrivati oltre il 70% in meno di vent'anni. In parallelo vediamo logicamente alti livelli di deficit nel corso dello stesso periodo, sempre oltre il 3% e con punte del 5,5%. Questo secondo trend per cala vertiginosamente a partire dalla met degli anni '90: parte del merito va certamente ai parametri di convergenza previsti da Maastricht (cfr. 1.1), che imposero agli aspiranti

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membri dell'Eurozona un profondo risanamento dei bilanci8 ed una riduzione del ricorso al debito.
Grafico 5 Debito e Spesa per i governi dell'Eurozona, 1980-2008

I primi anni della moneta vedono un calo generale del debito lordo, in conseguenza ai bassi livelli di deficit negli anni precedenti; allo stesso modo il trend si inverte a partire dal 2005 come risposta al crescente ricorso ai mercati fatto registrare nel primo lustro del nuovo millennio. Spostandoci sul grafico di destra notiamo come i rapporti pi bassi fra disavanzo pubblico e PIL nell'area euro durante gli anni recenti possano essere attribuiti - in larga misura - a un significativo calo della spesa sui tassi di interesse, passata dall'incidere per il 6% del prodotto nel 1993 al circa 3% del 2008. Questo fatto pu essere considerato un vantaggio derivante
8

Vedi Bce Working Paper N^1054 Fiscal Behaviour in the EU; Rules, Fiscal Decentralization and Government Indebtness di Antnio Alfonso e Sebastian Hauptmeier, Maggio 2009. Nel paper vengono analizzati gli andamenti dei bilanci governativi dei Paesi membri dell'Unione nel periodo 1990-2005, e viene dimostrata l'importanza delle imposizioni di rigore fiscale da parte delle istituzioni comunitarie.

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prevalentemente dall'eliminazione del rischio di cambio e dalla transazione a politiche macroeconomiche pi orientate alla stabilit, oltre che alla solidit della moneta unica in s (Boll. Bce Maggio 2008, p.76). Come vedremo meglio in seguito (cfr. 5.1), ci ha permesso a Paesi con posizioni di bilancio non brillantissime come la Grecia di finanziarsi a tassi relativamente bassi, probabilmente inferiori ai veri valori di rischio attendibili, rendendo cos lo strumento del debito oltremodo appetibile. Passiamo ora ad analizzare gli andamenti dei deficit di bilancio dei Paesi dell'Eurozona dalla nascita dell'euro in poi.
Tabella 3 Deficit di bilancio dei Paesi di Eurolandia 1999-2009 (%PIL)
Belgio Germania Irlanda Finlandia Spagna Francia Italia Lussemburgo Paesi Bassi Austria Portogallo Grecia (dal 2000) Slovenia (07) Cipro (08) Malta (08) Slovacchia (09) Eurozona fonte: Eurostat 1999 -0,6 -1,5 2,7 1,6 -1,4 -1,8 -1,7 3,4 0,4 -2,3 -2,8 -3,4 -3 -4,3 -7,7 -7,4 -1,3 2000 0 1,3 4,8 6,9 -1 -1,5 -0,8 6 2 -1,7 -2,9 -3,7 -3,7 -2,3 -6,2 -12,3 0,1 2001 0,4 -2,8 0,9 5 -0,6 -1,5 -3,1 6,1 -0,2 0 -4,3 -4,5 -4 -2,2 -6,4 -6,5 -1,8 2002 -0,1 -3,7 -0,4 4,1 -0,5 -3,1 -2,9 2,1 -2,1 -0,7 -2,8 -4,8 -2,5 -4,4 -5,5 -8,2 -2,5 2003 -0,1 -4 0,4 2,6 -0,2 -4,1 -3,5 0,5 -3,1 -1,4 -2,9 -5,6 -2,7 -6,5 -9,9 -2,8 -3,1 2004 -0,3 -3,8 1,4 2,4 -0,3 -3,6 -3,5 -1,1 -1,7 -4,4 -3,4 -7,5 -2,2 -4,1 -4,7 -2,4 -2,9 2005 -2,7 -3,3 1,7 2,8 1 -2,9 -4,3 0 -0,3 -1,6 -6,1 -5,2 -1,4 -2,4 -2,9 -2,8 -2,5 2006 0,3 -1,6 3 4 2 -2,3 -3,3 1,4 0,5 -1,5 -3,9 -3,6 -1,3 -1,2 -2,6 -3,5 -1,3 2007 -0,2 0,2 0,1 5,2 1,9 -2,7 -1,5 3,6 0,2 -0,4 -2,6 -5,1 0 3,4 -2,2 -1,9 -0,6 2008 -1,2 0 -7,3 4,2 -4,1 -3,3 -2,7 2,9 0,7 -0,4 -2,8 -7,7 -1,7 0,9 -4,5 -2,3 -2 2009 -6 -3,3 -14,3 -2,2 -11,2 -7,5 -5,3 -0,7 -5,3 -3,4 -9,4 -13,6 -5,5 -6,1 -3,8 -6,8 -6,3

La tabella qui sopra mostra i deficit/surplus di bilancio degli Stati membri dell'euro dal 1999 al 2009, in rosso vengono evidenziati i valori che sforano il limite del 3% previsto dai parametri di convergenza. Si pu notare che, mentre la maggior parte dei Paesi sono stati in grado di seguire le prescrizioni del Patto di Stabilit e Crescita, mantenendo

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bilanci attorno al pareggio per quasi tutto il decennio, altri tra cui sopratutto le tre grandi economie di Eurolandia - Italia, Germania e Francia - hanno invece fatto registrare deficit eccessivi anche per diversi anni consecutivi. Oltre a questi tre big v presa nota del caso greco, con buchi oltre il 3% per tutto il decennio. Al di l delle implicazioni politiche di questi fatti (di cui peraltro parleremo nel prossimo paragrafo) da un punto di vista economico, accompagnare livelli di deficit pur non altissimi con bassi livelli di crescita quali quelli europei, potrebbe risultare estremamente dannoso per la crescita potenziale del prodotto, con grossi debiti sulle spalle dei futuri governi del Vecchio Continente, gi minacciati dalle dinamiche di invecchiamento della popolazione9. La causa dei rilevanti deficit di questi Paesi da ricercarsi nella maggiore dei casi a previsioni troppo ottimistiche su parametri macroeconomici e di spesa oltre che alla carenza di misure governative adeguate, dovute molto spesso alla mancanza di volont politica di mantenere gli impegni presi a livello comunitario (Boll. Bce Maggio 2008, p.78), oltre che alla scarsa efficacia degli strumenti di coercizione come la PDE, specialmente per gli Stati pi grossi.

2.4. La riforma del Patto di Stabilit e Crescita

Nel biennio 2001-02, con il verificarsi del primo rallentamento economico della storia dell'euro, in diversi Paesi i disavanzi dei bilanci governativi toccarono o superarono il valore di riferimento del 3% (cfr. Tabella 3). Fu questo quindi anche il primo banco di prova per la procedura per deficit eccessivo (PDE) dell'articolo 121, e gli imputati principali erano
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A tal proposito si veda l'inserto speciale Repent at Leisure A special report on debt su The Economist del 26 Giugno 2010.

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Francia e Germania. In questo contesto i pareri erano discordanti circa l'applicazione della stessa norma, e la storia si concluse, come visto nel primo capitolo (cfr 1.4), con la decisione dell'Ecofin del novembre 2003 di sospendere le procedure per disavanzi eccessivi nei confronti dei due Paesi. Da qui nacque il dibattito che port alla riforma del Patto, nella primavera 2005. Micossi e Tosato [2008, p.93] hanno due spiegazioni sul perch il Patto non funzion. La prima consiste nel fatto che una volta entrati nel gruppo, i Paesi perdevano gli incentivi al mantenimento del rigore nella finanza pubblica, in quanto da free riders gi godevano della stabilit nominale senza doversi impegnare per essa, ed una volta entrati nell'unione monetaria, non potevano essere pi venir cacciati dal club. A questo si accompagna il secondo motivo, ossia il meccanismo delle sanzioni, la cosiddetta PDE, che appariva poco plausibile vista la coincidenza nel Consiglio tra vigilanti e vigilati. Il risultato fu una maggioranza di Paesicicala (tra cui Italia, Germania e Francia, che sono le tre pi forti economie d'Europa), con il che quello che sarebbe dovuto essere controllo e coordinamento multilaterale si trasform in una collusione che metteva in disparte gli obiettivi del Trattato di Bruxelles: un cambiamento del sistema era quanto di pi necessario. Cos inizi l'iter di riforma, con un lungo dibattito tra l'estate del 2004 e la primavera dell'anno successivo, che port infine all'adozione del documento intitolato Migliorare l'attuazione del Patto di Stabilit e Crescita da parte dell'Ecofin nel marzo 2005. Cerchiamo di riassumere brevemente i punti salienti della riforma10.
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Vedi Bollettino Mensile Bce, Agosto 2005, p. 61-76 in cui un vasto articolo spiega bene la riforma del PSC, il suo contesto ed il punto di vista della Bce.

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Rafforzamento della sorveglianza sulle posizioni di bilancio e sul coordinamento delle politiche economiche. Se nel PSC originale il percorso di avvicinamento all'obiettivo del pareggio di bilancio era fissato al valore di almeno 0,5% del PIL all'anno, con la nuova riforma tale miglioramento va misurato in termini di variazioni del saldo corretto per gli effetti del ciclo economico, mentre le misure una tantum devono essere considerate singolarmente caso per caso. Definizione dell'obiettivo di bilancio a medio termine. Ogni Stato membro deve specificare un obiettivo di medio termine (OMT) nell'ambito del programma di stabilit o di convergenza, che successivamente valutato dal Consiglio Ecofin. Gli OMT sono differenziati per Paese in modo da tener conto delle peculiarit dello stesso, ma fanno riferimento ad un valore comune di riferimento del 3% di deficit e vengono rivisti ogni 4 anni. - Percorso di Aggiustamento nel medio termine. Per i governi con i conti non in regola, si richiede uno sforzo maggiore, in particolare nei momenti di congiuntura favorevole, cosicch quando il prodotto supera il livello potenziale si possano raggiungere livelli di deficit vicino allo 0 per cento se non addirittura avanzi. Riforme strutturali. Nel valutare l'operato dei governi, la Commissione ed il Consiglio dovranno tener presente l'attuazione, da parte degli stessi governi, di riforme strutturali atte al contenimento dei costi ed all'aumento della crescita potenziale nel lungo periodo. Ci d l'incentivo ai governi all'attuazione delle riforme strutturali, concedendo in cambio pi tempo agli stessi nel percorso di risanamento del bilancio. Particolare risalto viene dato alle riforme dei sistemi pensionistici.

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Meccanismo correttivo. Il Pde ha subito alcune modifiche che lo rendono complessivamente meno rigido e ne allungano le scadenze procedurali, suggerendo invece un rafforzamento del sistema di pressioni politiche reciproche tra i governi degli Stati membri. Come si pu notare, complessivamente la riforma del Patto tenta di rendere i meccanismi correttivi pi flessibili ed adattabili alle peculiarit dei diversi Paesi e del ciclo economico. Fin qui tutto bene, ma come vedremo il problema principale, ossia dell'inefficacia del PDE, rimase ancora una volta irrisolto, come ampiamente previsto dalla Bce11. I risultati della riforma infatti non sembrano, a cinque anni di distanza, molto incoraggianti; citando Alesina-Giavazzi12 Nonostante diversi tentativi di riesumarlo (il Patto) e di far rispettare ai membri dell'unione monetaria le regole di disciplina fiscale, oggi queste regole non vengono osservate anche se la Commissione e l'Ecofin si comportano come se ci accadesse e convocano riunioni periodiche con i ministri dell'economia e funzionari degli Stati membri dove di solito li censurano per i loro deficit.

2.5. I risultati della strategia di Lisbona e dell'euro in dieci anni.

Se la Strategia di Lisbona aveva degli obiettivi decennali ben precisi da raggiungere (cfr. 2.1), oggi alla sua scadenza non possiamo dirci troppo soddisfatti. In parte ci dovuto alla crisi finanziaria che ha colpito l'economia mondiale negli ultimi due anni, che ha ridimensionato sopratutto gli obiettivi di ordine economico come i tassi di crescita e la
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Si veda la Dichiarazione del Consiglio Direttivo Bce del 21 marzo 2005, presente nel Bollettino Bce agosto 2005, p.61. In tale occasione la Bce non nascose i propri dubbi e perplessit sulla riforma del Patto. 12 ALESINA A. e GIAVAZZI F., Goodbye Europa. Cronache di un declino economico e politico, Milano, Rizzoli, 2006, p.193.

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disoccupazione; ma anche prima della grande congiuntura del biennio 2008-09 i risultati non erano granch soddisfacenti. Alle porte della crisi Pierucci e Vilella [2008, p.66] notavano seccamente come a quasi dieci anni di distanza il risultato non quello sperato. Tuttavia non si pu dire che l'agenda di Lisbona non abbia dato alcun frutto, in particolare presso quei Paesi come la Germania - che hanno deciso effettivamente di adottare certe riforme strutturali, sopratutto nei settori del lavoro e della pubblica amministrazione, e che oggi ne raccolgono i risultati (Bini Smaghi 2008, p.106). Il problema semmai stato che gli altri Paesi meno virtuosi non abbiano deciso di copiare i modelli vincenti all'interno dell'area. Come fa notare Bini Smaghi [2008, p.108], uno dei vantaggi dell'euro, e del processo di Lisbona, stato di creare maggior trasparenza nei risultati ottenuti dai vari Paesi, rendendo pi facile il fare paragoni ed eventualmente copiare le politiche di successo. Tale meccanismo purtroppo non ha dato grossi risultati, e spesso le scelte politiche dei vari governi sono state influenzate molto pi dai cicli elettorali e fattori interni piuttosto che da un ambiente di confronto con gli altri Paesi sulle manovre di lunga prospettiva. Se c' un obiettivo che stato mancato in pieno, come visto quello del risanamento dei bilanci governativi ed il miglioramento della loro sostenibilit, fattore rivelatosi poi decisivo nella crisi odierna. L'acuirsi di tali situazioni indesiderate nei bilanci pubblici va certamente attribuito alla classe politica, sia a livello nazionale che a livello comunitario (PadoaSchioppa 2006, p.62-63). A livello nazionale perch alcuni governi in primis quello greco hanno conseguito politiche fiscali inflazionistiche ed insostenibili, andando

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a finanziarsi sul mercato ed aumentando il debito complessivo senza al tempo stesso attuare riforme atte a migliorare la potenzialit di crescita del lungo periodo. Come visto una delle cause di questo atteggiamento quella dell'adozione di prospettive di breve periodo da parte della classe politica, che sembra pensare pi ai cicli elettorali che non a quelli economici. Con la congiuntura poi tali errori non hanno fatto che venire a galla. L'altra faccia degli insuccessi da ricondurre invece alle istituzioni comunitarie, ed in particolare al duo Consiglio-Commissione, che dopo il fallimento del Patto di Stabilit e Crescita, hanno apportato una riforma che anzich rafforzarlo lo ha indebolito, portando ad un secondo fallimento a cui seguir nel futuro un'ulteriore revisione (cfr. 5.4). Passando invece all'analisi della performance macroeconomica, abbiamo invece notato risultati non del tutto soddisfacenti, che in parte si spiegano con le considerazioni appena fatte sulle deficienze della struttura politica dell'Unione. Tuttavia vorrei chiudere questo capitolo facendo presente che si tratta di considerazioni che scontano una logica temporale di breve periodo: come suggeriscono alcuni economisti (Krugman 1993, p.241-261), alcuni effetti posso richiedere molto tempo per manifestarsi in quanto derivanti da variazioni nei modelli di commercio e di specializzazione in tutta l'area dell'euro.

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CAPITOLO 3 LA CRISI ECONOMICA IN EUROPA E LE MISURE DI EUROLANDIA

Premessa

Come abbiamo visto, l'Europa e l'euro si sono affacciati al 2008 con grandi dilemmi sul proprio futuro, e risultati economici non troppo soddisfacenti: crescita bassa, apertura della forbice della produttivit nelle diverse aree e il persistere di livelli insufficienti di occupazione. In questo capitolo vedremo come, nell'affrontare la crisi, i Paesi dell'Unione decisero di adottare politiche a sostegno delle banche ed in minor misura dell'economia reale, mettendosi in pancia rischi e debiti con l'obiettivo di dare slancio all'attivit economica.

3.1. La crisi finanziaria in America.

L'origine della crisi economica e globale dell'ultimo biennio quantomeno a livello temporale - da ricercarsi negli Stati Uniti: cerchiamo brevemente di ricordare quanto accaduto. Nella seconda met del 2007, l'esplosione della bolla immobiliare americana ha fatto crollare il valore dei mutui ipotecari, gran parte dei quali erano cartolarizzati, cio raggruppati e rivenduti ad altre istituzioni finanziarie (Bini Smaghi 2008, p.130). La conseguenza stata la diffusione di una generale sfiducia verso questo tipo di prodotti derivati, che dall'oggi

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al domani sono passati da livelli di rating di primo livello a titolispazzatura13. In breve tempo il mercato dei titoli subprime ampiamente diffuso - si cos arenato, e la corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori ha fatto perdere la liquidit di tali titoli, ormai carta straccia. Vediamo di creare uno schema logico riassuntivo della crisi finanziaria in terra statunitense.

Tavola 1 - La crisi finanziaria in America in dieci tappe14


Antefatto 1) 2000-05 Ingrossamento della bolla immobiliare negli Stati Uniti (valore delle case cresciuto ben oltre il valore reale) guidato de una corposa domanda, legata anche ai bassi tassi della Fed fino al 2004 e dalle politiche sulla casa portate avanti del governo Bush; 2) Emissione dei mutui subprime, ossia mutui ad alto rischio (sia per debitore che creditore) e legati ai tassi di interesse della Banca Centrale; 3) Emissione di titoli derivati collegati a tali mutui da parte sopratutto delle grandi banche finanziarie statunitensi; 4) Aumento dell'indebitamento delle famiglie, che utilizzano come garanzia le loro case, il cui valore si riveler poi in sovrapprezzo; Inizio e sviluppo della crisi 5) 2005: la Fed inizia ad alzare i tassi di interesse e con essi anche le rate dei mutui, portando la bolla immobiliare ad un lento sgonfiamento, guidata da un eccesso di offerta: crescita esponenziale delle insolvenze delle persone che avevano stipulato un mutuo subprime; 6) Giugno 2007: inizio della caduta del valore dei titoli derivati che erano collegati ai mutui subprime; 7) Agosto 2007: Espansione rapida della sfiducia verso le borse: fuga degli investitori, coinvolgimento di altri titoli, crollo dei prezzi e perdite di milioni di dollari. Il panico degli investitori si tramuta in ricerca di liquidit mediante
13

Traduzione letterale del termine inglese junk-bond, che indica titoli con livello di rischio inferiore alla tripla B (quindi da BBB- in gi), caratterizzati da alto rischio per l'investitore ed alti rendmenti. 14 Ispirato da una conferenza a cura del dott. Daniele Pesce all'Universit di Padova dal tema La Crisi Finanziaria del 2008 nel corso del secondo semestre dell'anno accademico 2009-10.

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disinvestimenti su titoli bancari e finanziari, contribuendo al crollo delle borse; 8) La sfiducia porta ad un inasprimento delle condizioni di finanziamento: inizio di un periodo di restrizione della liquidit da parte delle banche, con conseguente blocco del mercato monetario; 9) La sotto-capitalizzazione di alcune banche che utilizzavano prestiti di medio termine per finanziare impegni di lungo termine, le porta ad una crisi di liquidit, aumentandone in poco tempo il rischio di insolvenza; nel 2008 crisi dei grandi istituti finanziari e tracollo di Lehman Brothers; 10) Il blocco del flusso di moneta strozza il circolo di liquidit alle aziende, trasmettendosi cos all'economia reale.

Ecco quindi che la crisi, nata nel settore finanziario americano, si in poco tempo propagata al resto dell'economia, sia in termini settoriali che geografici, passando dall'essere definita come mera crisi finanziaria a crisi economica globale.

3.2. La propagazione della crisi in Europa.

I primi effetti della crisi in Europa si iniziarono a vedere nell'estate del 2007 stessa. Il 9 agosto nelle prime pagine dei giornali europei si leggono gli annunci della francese BNP Paribas, che congela tre fondi di investimento specializzati in obbligazioni immobiliari subprime. A questa ulteriore iniezione di sfiducia - che port il tasso interbancario a un giorno dal 4 a oltre il 4,70% - rispose la Bce conducendo un'operazione di pronti conto termine con scadenza un giorno, prestando oltre 90 miliardi di euro. Presto la tempesta avrebbe colpito anche altre due grosse banche tedesche, IKB e Sachsen LB, mentre a settembre la Banca d'Inghilterra annuncer il salvataggio di Northern Rock, quinta banca di mutui immobiliari del Paese, poi nazionalizzata nel mese di febbraio.

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Il meccanismo di propagazione della sfiducia identico a quello a cui accennavamo poco sopra: > diffidenza verso il mercato finanziario da parte dei risparmiatori ed investitori; > restrizione della liquidit da parte delle banche; > condizioni di finanziamento alle aziende e alle famiglie molto pi difficili; > contrazione dell'economia reale. Nel grafico 6 proposto qui sotto rappresentato l'andamento degli standard necessari per ricevere credito dalle banche: si pu ben notare come come la crisi finanziaria abbia notevolmente aumentato tali requisiti per tutti i soggetti (aziende e famiglie), raggiungendo il picco nell'ultimo quadrimestre del 2008, momento riconosciuto da tutti come apice della crisi. Tale fenomeno, conosciuto anche come credit crunch, rappresenta il canale decisivo di propagazione della sfiducia dal mercato finanziario a quello dell'economia reale.
Grafico 6 Standard necessari per il finanziamento a imprese e famiglie in Eurozona, 2007 (Q1) 2009 (Q2)

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Tra la fine del 2008 ed il 2009, infatti, non era difficile trovare aziende che pur presentando anche rilevanti surplus di bilancio, presentavano problemi di liquidit e diffusi ritardi nei pagamenti in quanto il ruolo di veicolo di liquidit delle banche era fortemente rallentato. Tornando al grafico, notiamo che dopo un'ascesa che va dall'estate 2007 fino a fine 2008, i trend iniziano a calare solo nel primo semestre del 2009, in risposta agli annunci dei vari governi sugli aiuti alle ricapitalizzazioni e le garanzie sui debiti emessi dalle banche (Boll. Bce Maggio 2009, p.22), e torneranno a livelli pre-crisi solo nel 2010.

3.3 La risposta della Bce.

Per quanto riguarda invece la politica economica portata avanti dalla Bce, quando alla fine dell'estate 2007 la crisi intacc il mercato monetario, la domanda di liquidit inizi a salire, alzando gli spread tra Euribor (Euro Interbank Offered Rate) ed Eonia (Euro Overnight Index Average). E qui intervenne, come gi accennato, la Bce, con ingenti immissioni di liquidit con l'obiettivo di stabilizzare l'indice Eonia e fermando il rialzo dei tassi di interesse. Dopo quasi un anno, caratterizzato da una generale sfiducia e scarsi investimenti, nell'ottobre del 2008 arriv il crollo del colosso finanziario Lehman Brothers, e con esso una nuova ondata di stress per i mercati finanziari e monetari. Questa volta la Bce rispose con misure eccezionali, riducendo i tassi di interesse delle pi importanti operazioni, ed una diminuzione del rating minimo per le operazioni principali di rifinanziamento. Tale episodio pu essere considerato uno spartiacque: a seguito di questo fatto la crisi divent apertamente sistemica, con la paralisi

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del mercato finanziario, ed il panico tra le borse mondiali (Padoa-Schioppa, 2009, p.52). La banca centrale aveva fatto quanto necessario, rispettando il suo ruolo istituzionale di prestatore di ultima istanza: ora stava ai governi ed alle altre istituzioni europee intervenire.

3.4. Le manovre dell'Europa e dei governi europei contro la crisi. Le tipologie di intervento apportate dai governi europei possono essere classificate principalmente in due aree: a favore del settore finanziario ed a favore dell'economia reale.

Aiuti alle banche. Come abbiamo visto, in Europa fino alla caduta di Lehman Brothers si pensava che le istituzioni finanziarie davvero a rischio fossero un numero limitato, ed in particolare quelle strettamente legate ad un certo tipo di operazioni di finanza creativa. A partire dall'ottobre del 2008, per, un numero crescente di banche europee inizi ad accusare problemi di liquidit, vedendosi costrette ad intraprendere massicce sottoscrizioni degli asset, con implicazioni negative per le loro solidit finanziaria. In risposta a questi fenomeni si mosse innanzitutto l'Ecofin, che nel consiglio del 7 ottobre approv delle linee guida da adottare nei diversi governi per restaurare la fiducia nel settore della finanza. I principi generali consistevano nella limitatezza temporale delle misure, in un coordinamento a livello europeo e la salvaguardia degli interessi dei contribuenti (Boll. Bce Luglio 2009, p.63).

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Il piano di aiuti prevedeva tre canali: 1) garanzie da parte dei governi per i prestiti interbancari e nei

nuovi debiti emessi dalle banche; 2) iniezione di capitale per le istituzioni finanziarie in difficolt

sotto forma di preference shares o bond; sono molto costose per la banca, ed il loro obiettivo quello di aumentare il livello di solvibilit delle istituzioni; 3) estensione delle assicurazioni governative sui depositi bancari

(retail, corporate, interbank), 4) aiuto nel ripulire i bilanci delle banche dai titoli tossici, mediante

la rimozione oppure l'assicurazione rispetto a questi titoli. Queste misure avrebbero fatto quindi da complemento alle operazioni della Bce (cfr. 3.2.) in termini di immissione di liquidit. Gli interventi finanziari pi profondi in termini di incidenza sui bilanci governativi si sono registrati in Irlanda, Regno Unito e Paesi Bassi. Ad esempio, nel salvataggio della Anglo-Irish Bank, il governo irlandese arrivato a stanziare 4 miliardi di euro, pari al 2,4% del suo PIL 15. In totale si stima che tra la fine di settembre e la fine di ottobre 2008 ben dieci Paesi dell'Unione hanno annunciato pacchetti di salvataggio per le banche private. A titolo di cronaca va ricordato che questi fatti hanno aperto diversi dibattiti nell'opinione pubblica riguardo alla loro legittimit: da una parte chi li consider mali necessari, dall'altra i critici, a ricordarci i rischi del moral hazard e le sue conseguenze in termini di distorsioni sul sistema economico e costi sociali.

15

Vedi Public Finances in EMU 2010 da European Economy 4/2010, p.24.

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Il piano EERP e gli aiuti all'economia reale. Con il crollo della Lehman Brothers ed il conseguente intensificarsi degli effetti della crisi, nel Novembre 2008 la Commissione approv lo European Economic Recovery Plan (EERP), un piano che prevedeva una serie di misure di stimolo rivolte al settore privato con l'obiettivo di sostenere la domanda e ripristinare la fiducia dei consumatori e delle aziende.
Tabella 4 Spese per il piano EERP in UE, PIL% , 2009-2010
2009 EERP 2009 1,1 1,7 0,7 0,6 2,4 1,6 0,8 3,4 0,9 1,5 1,1 1,5 1,6 0,7 2,7 0,4 0,3 2,3 0,7 0,0 1,5 0,0 0,5 1,6 0,2 1,7 1,9 1,5 2010 EERP 2010* 1,1 2,4 1,0 0,0 0,8 1,4 0,8 2,2 1,0 1,8 0,6 1,8 2,7 1,1 2,4 0,5 1,0 1,2 1,5 1,2 0,1 0,0 2,1 3,2 0,3 2,7 0,5 1,4

Belgio Germania Irlanda Grecia Spagna Francia Italia Lussemburgo Paesi Bassi Austria Portogallo Slovenia Finlandia Malta Cipro Slovacchia Bulgaria Rep. Ceca Danimarca Estonia Lettonia Lituania Ungheria Polonia Romania Svezia Regno Unito UE (27)

* - i dati per il 2010 sono prev isioni f onte: Commission's serv ices spring 2010 EEF

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La manovra vede come attori principali sia i governi che le istituzioni europee, e va ad affiancarsi alle altre misure di aiuto al settore finanziario ed agli stabilizzatori automatici previsti nei vari Paesi membri. Il piano EERP ha durata triennale, e cesser quindi nel 2011. Sin dall'autunno 2008 una grossa parte degli Stati dell' Unione mise in atto operazioni in linea con l'EERP: i dati del 2009 (cfr. Tabella 4) vedono in testa Lussemburgo (3,4% del PIL nel 2009) Cipro (2,7%), Spagna (2,4%) e Repubblica Ceca (2,3%) mentre gli altri Paesi presentano valori tra l'1,7% della Germania e lo 0,0% dell'Estonia. Il totale di spesa per la UE nel 2009 risultato pari all'1,5% in termini di prodotto aggregato. Le misure previste dal piano lavoravano su diversi aspetti dell'economia reale, tra cui il sostegno al potere d'acquisto delle famiglie, maggior spesa nelle politiche sul mercato del lavoro, riduzione delle tasse, sistemi di incentivi alle aziende e aumento degli investimenti pubblici. Dai dati resi noti dalla Commissione, risultato che circa due terzi delle spese EERP sono da ricondursi a misure di sostegno alle famiglie ed alle imprese. Per il momento la Commissione si dice soddisfatta rispetto ai risultati conseguiti dall'EERP, considerando le misure rapide ed incisive, con obiettivi ben definiti ed in accordo ai principi di Lisbona16.

Il ruolo degli Stabilizzatori automatici. Per stabilizzatori automatici intendiamo quella parte dei sistemi pubblici di spesa per i quali l'entit del supporto economico fornito dai governi correlata al ciclo economico senza il bisogno di alcun esplicito intervento. Tali strumenti hanno quindi natura anti-ciclica, portando a
16

Vedi Public Finances in EMU 2010 da European Economy 4/2010, p.19.

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maggiori spese governative in momenti recessivi a sostegno dell'economia ed a interventi minori, con maggiori entrate in momenti di espansione (EMU Public Finance 2010, p.22). Tipici esempi di stabilizzatori automatici sono i trasferimenti ai disoccupati, che saranno chiaramente in misura maggiore in fasi di contrazione (e quindi di alta disoccupazione); oppure le imposte personali sul reddito, che sono spesso legate al ciclo economico. Le ingenti spese dei governi europei nell'ultimo biennio sono da ricondurre in grossa parte proprio all'attivazione di tali stabilizzatori pi che alle misure temporanee dell'EERP appena viste (EMU Public Finance 2010, p.23).

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CAPITOLO 4 LA CRISI DEI DEBITI PUBBLICI

Premessa

Nel capitolo precedente abbiamo visto come la crisi economica globale abbia colpito l'Europa in maniera profonda e diffusa, spingendo i governi dell'Unione ad adottare misure di sostegno al settore bancario ed all'economia reale. Oggi questi stessi governi si trovano a pagare un conto salatissimo, con deficit in doppia cifra e un mercato finanziario poco disposto a rifinanziarli: questa spirale negativa ha portato in pochi mesi alla prima vera crisi d'identit di Eurolandia, che verr ricordata come la crisi dei debiti pubblici europei. In questo capitolo inizieremo con un'analisi dei dati di bilancio di Eurolandia per poi andare a ripercorrere le tappe della crisi.

4.1. I Bilanci dei governi europei durante e dopo la crisi17

Nell'analizzare gli effetti della crisi sui bilanci governativi, prenderemo in considerazione i dati relativi al periodo di tempo che va dal 2007 al 2011, con particolare risalto ai cambiamenti registrati durante il biennio tra il 2007 ed il 2009. Nella Tabella 5 della pagina successiva sono rappresentati i dati di
17

Questo paragrafo trae dati e considerazioni dal rapporto Public Finances in EMU 2010, in European Economy 4, pubblicato dalla Comissione Europea in maggio 2010 (p.13-17).

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bilancio dei governi dell'Eurozona nel periodo considerato. Come si pu notare, se nel 2007 la situazione generale era piuttosto equilibrata (con solamente tre Paesi oltre il 2%), nel 2008 e 2009 la posizione dei bilanci pubblici dell'Unione progressivamente peggiorata, facendo registrare profondi deficit in molti Stati membri. La media dell'Eurozona vede un dato medio del 6,3% del PIL nel 2009, di gran lunga pi grave dei dati di 0,6% e 2,0% dei due anni precedenti. Non vanno meglio le cose per il dato aggregato dell'Unione a 27, che vede un buco pari al 6,8% del PIL (attorno ai 565 miliardi di euro) per l'anno passato.
Tabella 5 Surplus e deficit di bilancio nell'Eurozona, 2007-2011 (%PIL)
Belgio Germania Irlanda Grecia Spagna Francia Italia Lussemburgo Paesi Bassi Austria Portogallo Slovenia Finlandia Malta Cipro Slovacchia Eurozona (16) UE (27) 2007 -0,2 0,2 0,1 -5,1 1,9 -2,7 -1,5 3,6 0,2 -0,4 -2,6 0,0 5,2 -2,2 3,4 -1,9 -0,6 -0,8 2008 -1,2 0,0 -7,3 -7,7 -4,1 -3,3 -2,7 2,9 0,7 -0,4 -2,8 -1,7 4,2 -4,5 0,9 -2,3 -2,0 -2,3 2009 -6,0 -3,3 -14,3 -13,6 -11,2 -7,5 -5,3 -0,7 -5,3 -3,4 -9,4 -5,5 -2,2 -3,8 -6,1 -6,8 -6,3 -6,8 2010* -5,0 -5,0 -11,7 -9,3 -9,8 -8,0 -6,3 -3,5 -6,3 -4,7 -8,5 -6,1 -3,8 -4,3 -7,1 -6,0 -6,6 -7,2 2011* -5,0 -4,7 -12,1 -9,9 -8,8 -7,4 -5,1 -3,9 -5,1 -4,6 -7,9 -5,2 -2,9 -3,6 -7,7 -5,4 -6,1 -6,5 2007-2009 -5,8 -3,5 -14,4 -8,5 -13,1 -4,8 -3,8 -4,3 -5,5 -3,0 -6,8 -5,5 -7,4 -1,6 -9,5 -4,9 -5,7 -6,0

* - i dati per il 2010 e 2011 sono previsioni fonte: Commission's services spring 2010 European Economic Forecast.

Considerando i dati del 2007 e 2009 per i singoli Stati, i deterioramenti pi ingenti si sono verificati in Irlanda (-14,4 punti percentuali in due anni), Spagna (-13,1), Cipro (-9,5) e Grecia (-8,5). Come si pu notare, nel 2009 nessun Paese membro ha conseguito

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avanzi di bilancio, mentre solo Finlandia e Lussemburgo hanno registrato dati inferiori alla soglia del 3% prevista dal PSC. Quattro Paesi in particolare hanno chiuso con posizioni di bilancio piuttosto gravi, oltre il 9%. Si tratta di Portogallo (-9,4%), Irlanda (-14,3%), Grecia (-13,6%) e Spagna (-11,2%), che hanno cos permesso ai giornalisti di rispolverare termini spiacevoli come quello di PIGS18. Guardando alle stime per i prossimi due anni, ci si aspetta un generale ed ulteriore lieve peggioramento per l'anno venturo ed un miglioramento altrettanto lieve del saldo per il 2011. Nella Tabella 6 qui proposta sono invece presentati i dati di bilancio dell'aggregato dell'intera Eurozona. Dalle prime tre righe possiamo notare che mentre i ricavi sono rimasti abbastanza costanti rispetto al PIL, con un -1% nel 2007-09, le spese sono invece aumentate quasi del 5% nello stesso periodo considerato.
Tabella 6 Bilancio generale di governo, aggregato Eurozona, 2007-2011 (%PIL)
totale ricavi (1) totali spese (2) bilancio attuale (3) = (1) - (2) Interessi (4) bilancio primario (5) = (3) + (4) bilancio attuale (rispetto al ciclo) bilancio primario (rispetto al ciclo) PIL, var%
* - i dati per il 2010 e 2011 sono previsioni fonte: Commission's services spring 2010 European Economic Forecast.

2007 45,4 46,0 -0,6 2,9 2,4 -1,9 1,1 2,8

2008 44,9 46,8 -2,0 3,0 1,0 -2,9 0,1 0,6

2009 44,4 50,7 -6,3 2,8 -3,5 -4,8 -1,9 -4,1

2010* 44,2 50,8 -6,6 3,0 -3,6 -5,1 -2,1 0,9

2011* 44,1 50,2 -6,1 3,2 -2,9 -4,8 -1,7 1,7

07-09 -1,0 4,7 -5,7 -0,1 -5,9 -2,9 -3,0

Il risultato dell'apertura di questa forbice si riflette nella terza riga, alla


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Pigs un un acronimo e termine giornalistico utilizzato a partire dagli anni 90' per indicare in modo dispregiativo (Pigs significa infatti 'maiali' in lingua inglese) il gruppo di Paesi europei formato da Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, che presentavano una certa tendenza a creare grossi buchi nei bilanci governativi. Con l'attuale crisi, il termine sembra tornato di moda, con la sostituzione dell'Irlanda all'Italia, la quale presenta una posizione pi equilibrata.

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voce bilancia attuale, con un deficit nel 2009 pari al -6,3%. Se la relativa costanza del dato dei ricavi facilmente spiegabile con il fatto che il livello delle tasse rimasto costante nel corso del biennio (anche se in valori assoluti, c' stato un grosso calo delle entrate, anche pi profondo rispetto alla caduta del PIL), l'impennata dei costi da ricercarsi sopratutto tra le dinamiche degli stabilizzatori automatici (cfr. 3.4) e nei profondi sistemi di protezione sociale dei welfare state europei. Se ad esempio prima si spendeva una certa somma per l'istruzione o la sanit, tali costi saranno piuttosto difficili da abbattere, sia per l'impopolarit che porterebbero ai governi in carica, sia per il fatto che i dati dell'erario si basano sopratutto su stime imprecise sull'evoluzione delle dinamiche di bilancio, rendendo difficile il calcolo del budget esatto; ecco quindi che i governi tendono a non apportare i tagli necessari se non quando la situazione lo rende indispensabile (indebitandosi nel frattempo nel mercato finanziario). L'incidenza delle spese per interessi resta costante attorno al 3% durante in tutto l'arco 2007-11 mentre nelle ultime due righe sono proposti i dati corretti per il ciclo economico: gli andamenti del deterioramento del bilancio dell'area euro sono migliori rispetto al dato nominale, ma restano comunque abbastanza preoccupanti, considerate anche le non entusiasmanti previsioni in termini di crescita del prodotto (tra l'1 e 1,5% nei prossimi due anni). Sia nell'anno venturo che nel prossimo, nessun membro dell'Eurozona atteso a centrare l'obiettivo dell'OMT 19, mentre

considerando anche gli altri Stati dell'Unione, solo la Bulgaria sembra avere buone possibilit. Passando alla Tabella 7 della pagina seguente, in cui presentato il
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OMT un acronimo che sta ad Obiettivo di bilancio di Medio Termine, ed descritto brevemente al capitolo 2.5.

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dettaglio delle voci principali di bilancio per i governi di Eurolandia, si possono annotare anche qui dei trend interessanti. Sul lato delle entrate, si distingue il calo rilevante delle imposte sull'import e sui redditi, come effetto del rallentamento generale dell'attivit economica, anche se parzialmente recuperati con un aumento delle voci contributi sociali ed altri ricavi.
Tabella 7 Principali voci di bilancio in Eurozona, 2007-2010 (%PIL)
ricavi totali tasse su import e produzione (indirette) tasse sui redditi contributi sociali altri ricavi spese totali consumi collettivi social benefit in natura trasferimenti sociali (non in natura) interesse sussidi investimenti altre spese
* - i dati per il 2010 sono previsioni fonte: Commission's services spring 2010 European Economic Forecast.

2007 45,4 13,5 12,4 15,1 4,4 46,0 7,9 12,1 15,8 2,9 1,2 2,6 3,4

2008 44,9 13,0 12,2 15,3 4,4 46,8 8,1 12,4 16,1 3,0 1,2 2,5 3,5

2009 44,4 12,8 11,3 15,7 4,6 50,7 8,8 13,3 17,7 2,8 1,4 2,8 4,0

2010* 44,2 12,7 11,3 15,7 4,5 50,8 8,8 13,4 18,0 3,0 1,4 2,7 3,6

07-09 -1,0 -0,7 -1,1 0,6 0,2 4,7 0,9 1,2 1,9 -0,1 0,2 0,2 0,6

Per quanto riguarda le spese, aumento di 1 e 2% rispettivamente per i trasferimenti in natura e non, in accordo con le considerazioni di cui a prima, riguardanti il ruolo degli stabilizzatori automatici e le politiche EERP. I risultati dei buchi di bilancio dell'ultimo biennio hanno chiaramente effetti rilevanti anche sul debito aggregato (cfr. Tabella 8, pagina seguente), che da un valore del 66% (6 biliardi) nel 2007, passato al 79% (7 biliardi) alla fine del 2009 ed atteso al 88,5% per la fine del 2011. Ma i dati aggregati nascondono diverse peculiarit all'interno dell'area. Tre grossi Paesi come la Spagna, l'Irlanda ed il Regno Unito, che nel 2007 avevano

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debiti relativamente bassi (tra il 25% dell'Irlanda e il 44% del Regno Unito), in due anni si trovano con debiti tra il 55% e 68%, ed aspettative oltre la soglia del 70% per il 2011.
Tabella 8 Debito pubblico in Eurozona, 2007-2011 (%PIL)
Belgio Germania Irlanda Grecia Spagna Francia Italia Lussemburgo Paesi Bassi Austria Portogallo Slovenia Finlandia Malta Cipro Slovacchia Eurozona (16) UE (27) 2007 84,2 65,0 25,0 95,7 36,2 63,8 103,5 6,7 45,5 59,5 63,6 23,4 35,2 61,9 58,3 29,3 66,0 58,8 2008 89,8 66,0 43,9 99,2 39,7 67,5 106,1 13,7 58,2 62,6 66,3 22,6 34,2 63,7 58,4 27,7 69,4 61,6 2009 96,7 73,2 64,0 115,1 53,2 77,6 115,8 14,5 60,9 66,5 76,8 35,9 44,0 69,1 56,2 35,7 78,7 73,6 2010* 99,0 78,8 77,3 124,9 64,9 83,6 118,2 19,0 66,3 70,2 85,8 41,6 50,5 71,5 62,3 40,8 84,7 79,6 2011* 100,9 81,6 87,3 133,9 72,5 88,6 118,9 23,6 69,6 72,9 91,1 45,4 54,9 72,5 67,6 44,0 88,5 83,8 2007-2009 12,5 8,2 39,0 19,4 17,0 13,8 12,3 7,8 15,4 7,0 13,2 12,5 8,8 7,2 -2,1 6,4 12,7 14,8

* - i dati per il 2010 e 2011 sono previsioni fonte: Commission's services spring 2010 European Economic Forecast.

Ad essi si aggiungono gli storici Paesi dai grossi deficit come l'Italia, che pur avendo uno dei bilanci meno affetti dalla crisi, rimane quello con il debito pi alto d'Europa (115,8% a fine 2009), seguito a ruota da Grecia (115,1%) e Belgio (96,7%).

4.2. La crisi greca e l'occhio dei mercati finanziari sui bilanci europei

Passata la fase pi critica della crisi a fine 2008, sar invece nel terzo trimestre dell'anno successivo che si inizieranno a vedere i primi timidi segnali di ripresa per l'economia europea. Ma proprio mentre la fiducia

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degli investitori e delle famiglie sembrava avere nuovo slancio, si iniziavano a diffondere preoccupanti stime sui conti pubblici dei Paesi dell'Eurozona, che come appena visto scontavano ed ancora scontano, chiaramente gli effetti della profonda recessione dell'ultimo biennio. Ma siamo solo all'inizio. In ottobre, subito dopo essere stato eletto alla guida del nuovo governo greco, il neo-presidente Giorgos Papandreou sciocca l'opinione pubblica e l'Europa intera raddoppiando le stime annuali del deficit di bilancio del governo precedente, portandole dal 6 al 12,7%. In poco tempo i giornali e la finanza internazionale, occupate nell'affrontare la crisi dei debiti di Dubai, tornarono cos puntare i riflettori sullo stato di salute dei conti pubblici europei, ed in particolare sulla situazione della Repubblica Ellenica. La fiducia del settore finanziario verso le attivit sottoscritte dal governo di Atene inizi cos a scemare, facendo salire i rendimenti dei titoli greci e allargando la forbice dello spread con quelli tedeschi20 (cfr. Grafico 7), registrando un balzo da 140 a 280 punti base tra met novembre e met dicembre. Ed proprio nell'ultimo mese del 2009 che arrivarono i declassamenti del rischio di default da parte di tutte e tre le maggiori agenzie di rating21, e con esse il primo annuncio ufficiale di un piano di risanamento del deficit da parte del governo greco, con l'obiettivo di riportare il bilancio sotto la soglia del 3% in tre anni. Nel frattempo, sul piano politico emergevano i primi dissapori con i vari governi europei, risentiti del fatto che anche le stime per gli anni precedenti sembravano
20

I rendimenti (tasso di interesse) dei Bund tedeschi sono utilizzati come base di calcolo dello spread degli altri titoli emessi dai governi europei, in quanto essi sono generalmente quelli meno rischiosi e di conseguenza con premi molto bassi. 21 Il primo sar Fitch, l'8 dicembre che porta il rating da A- a BBB+, lo stesso poi far S&P il 16 dicembre ed infine Moody's da A1 ad A2 il 21 dicembre.

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esser state abilmente truccate dall'agenzia statistica del governo, El.Stat, peraltro non nuova a simili operazioni22. Il premier Papandreou, parlando alla nazione, si trov ad ammettere quello che ormai era chiaro a tutti, ossia che la Grecia ha perso ogni credibilit internazionale e rischia di essere strangolata dal debito, Serve una New Deal per salvare il Paese: i problemi principali riguardano le modalit con cui gestita la sanit, la corruzione e l'evasione fiscale23.
Grafico 7 Tasso % dei bond governativi greci a 10 anni

fonte: TradingEconomics.com

Le sorti della Grecia dell'ultimo anno possono essere in un certo senso ben rappresentate dal Grafico 7 proposto qui sopra, che ci mostra l'andamento dei tassi di interesse dei titoli di Stato ellenici. Il governo greco si trovava infatti di fronte un 2010 in cui, per rifinanziare i debiti precedenti e mantenere l'ingente macchina statale, avrebbe dovuto raccogliere sui

22

Anche nel 2004, con l'avvento al governo di Karamanlis (predecessore di Papandreou), si scopr che le cifre utilizzate dal governo ateniese per entrare nell'Unione monetaria tre anni prima erano state falsate, permettendo cos l'entrata illegittima della Grecia in Eurozona. 23 Vedi l'articolo Grecia, Papandreou presenta il piano antictisi, da Il Sole 24 Ore, 14 Dicembre 2010.

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mercati una somma attorno ai 55 miliardi di euro 24, ma la speculazione e l'avversione ad un rischio percepito con intensit crescenti dagli investitori minacciava seriamente la sostenibilit delle finanze statali. Da un tasso del 5,5% a inizio gennaio si arriv fino a punte oltre il 12% in maggio, momento come vedremo nei prossimi paragrafi - massimo della crisi del debito. Una domanda inizi a farsi spazio nelle cancellerie europee e nei mercati: quanto probabile che Atene dichiari default? Gli altri Paesi dell'Eurozona o l'Fmi interverranno in suo aiuto? Con dichiarazioni pubbliche contrastanti da parte di diversi organi di governo europei sull'aiuto o meno al Paese ellenico e gli speculatori in fibrillazione, la situazione appariva giorno dopo giorno pi drammatica, e le ipotesi di bancarotta si facevano sempre pi concrete.

4.3. Il ritorno dei Pigs e la crisi politica in Eurolandia

Quello che all'inizio sembrava un problema periferico e limitato (non dimentichiamoci che l'economia greca conta solo per il 2,6% del totale di Eurolandia) inizi ben presto ad essere percepito come una minaccia all'Eurozona intera, con il diffondersi dei timori su un possibile contagio ad altri Paesi membri o all'Unione monetaria intera. Come visto all'inizio del capitolo infatti, l'area euro si presentava a fine 2009 con i conti profondamente segnati e prospettive di crescita non entusiasmanti: l'incertezza dei mercati finanziari era pi che comprensibile. In particolare oltre alla Grecia che rimaneva comunque l'osservato speciale - anche Spagna, Irlanda e Portogallo presentavano grossi buchi nei bilanci,
24

Vedi l'articolo Papandreou tries to prop up the pillars, da The Economist, 19 Dicembre 2009, p.47.

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rispettivamente 11,2%, 14,3% e 9,6% (cfr. Tabella 5); cifre che inserite in uno scenario europeo di ripresa ancora molto debole facevano temere un ulteriore aumento dei tassi di interesse dei rispettivi bond, simile a quello che si stava verificando per i titoli greci in novembre e dicembre. Altre domande iniziarono cos a farsi spazio tra le testate della stampa europea e tra i pensieri dei broker: Dopo la Grecia, chi sar la prossima vittima? Su quale degli altri Paesi in difficolt si sposter l'attenzione degli speculatori dopo la bancarotta greca? Le parole di Steve Erlanger25, giornalista del New York Times descrivono bene l'atmosfera che si respirava ad inizio anno, quando la crisi stava entrando nel vivo:
All'inizio era solo apprensione per la capacit della Grecia di far fronte a un debito alto, bilanci truccati e una crescita debole. Poi la preoccupazione si trasformata nell'esame pi severo degli undici anni della storia dell'euro. I dubbi per la salute della moneta europea, che dalla Grecia si diffusa a Portogallo e Spagna e Italia, non dipendono solo dai debiti, dalle agenzie di rating e dalla volatilit dei mercati. Al cuore della questione ci sono tutti gli elementi di una crisi politica (...).

E proprio la disunione politica con blocchi pro e contro un possibile aiuto da parte degli altri Paesi dell'UME - sembrava alimentare i dubbi dei mercati, spingendo i rendimenti di Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda sempre pi in alto, rendendo la situazione sempre pi critica. Ad ogni uscita incerta o contraddittoria delle autorit europee (spesso provenienti dagli organi di governo tedeschi), i mercati rispondevano immediatamente con massicce vendite di titoli, come avvenne ad esempio in gennaio, in risposta
25

Tratto dall'articolo Euro Debt Crisis is Political Test for Bloc, di Steve Erlanger, da The Financial Times, 5 Febbraio 2010 (trad. su Internazionale n833, 12 Febbraio 2010, p.14).

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alle dichiarazioni del capo-economista Bce Jurgen Stark 26, che espresse molto chiaramente la scarsa solidariet di Francoforte e della Banca Centrale allo Stato ellenico: I mercati si illudono se pensano che i Paesi della UE metteranno mano ai portafogli per aiutare la Grecia. L'altro grande effetto della crisi greca sui listini delle borse a cui abbiamo assistito nella prima parte dell'anno oltre all'aumento degli spread sui bond governativi e dei relativi Cds 27 stato il rapido deprezzamento della moneta unica, che a partire da un valore di 1,45 dollari ad inizio gennaio, scese fino ad un minimo di 1,19 in giugno (cfr. Grafico 8).
Grafico 8 Tasso di Cambio Euro/Dollaro nel'ultimo anno

fonte: yahoofinance.com

Tale fenomeno non fa che testimoniare la perdita di fiducia degli


26

Vedi articolo EU visit starts in Greece, Starks say no bailout di Lefteris Papadimas e Stephen Jewkes, 6 Gennaio 2010, Reuters.com 27 Cds acronimo che corrisponde a Credit Default Swap, un prodotto finanziario derivato che permette agli investitori di proteggersi dal rischio d'insolvenza, nel nostro caso il rischio che i titoli di debito sovrano non vengano ripagati una volta in scadenza. Spesso il trend del premio di rischio sui bond ed i relativi Cds sono molto simili, in quanto sono entrambi collegati al rischio di insolvenza sottostante al titolo.

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investitori nei confronti di Eurolandia, incapace nei mesi critici di parlare con una sola voce e dar prova di unit politica: la fortezza dell'euro che in dieci anni aveva dato prova (malgrado tutto) di una certa solidit era finalmente vulnerabile, e l'ipotesi di una sua disgregazione non sembrava pi cos impossibile. Da un lato si trovava il blocco tedesco, guidato dal suo presidente Angela Merkel, che si esprimeva contro ogni possibile aiuto da parte degli altri Paesi membri, appellandosi ai dettami del Patto di Stabilit, che vieta aiuti diretti tra gli Stati dell'Eurozona. La sua posizione politica in realt era per fortemente influenzata dalle importanti elezioni nella regione del Nord Reno Westfalia di maggio, ed il capo del governo tedesco ben sapeva che un eventuale intervento in favore della Grecia sarebbe stato punito dagli elettori tedeschi, molto sensibili rispetto all'argomento28. Le soluzioni suggerite dalla cancelliera ed i suoi collaboratori contavano sulle diverse manovre di austerit apportate governo greco e su un eventuale aiuto da parte del Fondo Monetario Internazionale29. Dall'altra parte c'erano i rimanenti Stati dell'Eurozona chi in maniera pi forte come la Francia, chi meno come il blocco dei Paesi nordici che invece auspicavano un intervento coordinato per salvare la Grecia dalla bancarotta, al tempo stesso imponendo riforme strutturali e leggi che ne migliorassero la performance economica. Ma senza l'appoggio della Germania leader economico dell'Eurozona era impossibile fornire chiare risposte ai mercati finanziari.
28

Vedi sondaggi pubblicati dal Financial Times nell'articolo Germany hostility to greek aid hardens, 22 marzo 2010. I dati parlano di una grande maggioranza di tedeschi (61%) contrari ad aiutare la Grecia. 29 Vedi l'articolo Berlino apre all'ipotesi Fmi, di Vittorio Da Rold, da Il Sole 24 Ore, 18 Marzo 2010

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4.4. La Grecia sull'orlo della bancarotta e la soluzione europea

A fine marzo finalmente sembrava che i leader europei avessero trovato un accordo, e con esso il modo per rassicurare i mercati, varando in collaborazione con l'Fmi - un piano di aiuti che prevedeva prestiti bilaterali da circa 22 miliardi di euro. La Grecia decise quindi di tornare sul mercato, ma anche questa volta con ben poco successo: il 29 del mese riusciva a collocare dei bond a 7 anni per un valore di 5 miliardi di euro a un tasso del 5,9%, ben 334 punti sopra i Bund tedeschi e con una domanda appena superiore all'offerta30. Con quell'asta di titoli, il governo greco era riuscito da inizio anno a raccogliere 24 dei 52 miliardi di fabbisogno stimati per il 201031, ma era chiaro che finanziarsi a tassi cos elevati non sarebbe risultato sostenibile. Nonostante la presa di posizione dell'Eurogruppo in favore della Grecia, la corsa alle vendite dei titoli ellenici non si arrest, ed i rendimenti dei bond a 2 anni superarono quelli decennali, segno che i mercati temevano un'insolvenza a breve. Allen Sinai, di Decision Economics dichiar in quei giorni32:
Un default della Grecia resta possibile e il mercato ha bisogno di maggiori certezze. Ovviamente c' attivit speculativa. La Grecia un ovvio short, un'ovvia scommessa negativa. Non c' nulla di male. Sono le pessime condizioni del Paese a dettare la reazione, la storia ha insegnato ai trader che i negoziati sui bailout sono complicati.(...) Il messaggio alle autorit : put up or shut up, salvate la Grecia o lasciatela andare in default.
30

Vedi articolo Alla Grecia altri 5 miliardi, ma il costo elevato, di Vittorio Da Rold, da Il Sole 24 Ore, 30 Marzo 2010. 31 Quattro i collocamenti nei primi tre mesi del 2010: il 12 gennaio 1,2 miliardi di bot a sei e dodici mesi (1,38 e 2,20%), il 26 gennaio 8 miliardi di bond a 5 anni (6,1%), il 4 marzo a 10 anni (6,25%) ed infine il 29 marzo (5,9%). 32 Vedi articolo Gli investitori scaricano Atene, di Maria Monti e Marco Valsina, da Il Sole 24 Ore, 8 Aprile 2010.

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Il piano UE-Fmi infatti, difettava dei dettagli tecnici tanto cari ai trader, a caccia pi di sicurezze che di promesse. Fu cos che la speculazione spinse i ministri dell'Ecofin e l'Fmi a ritoccare l'entit del piano a 30 miliardi di euro, a sole due settimane dal primo accordo. Ma nemmeno stavolta funzion: in pochi giorni i titoli ripresero la loro corsa, ed il 21 aprile il tasso decennale si trovava ad un valore del 7,67%, mentre per i titoli a 3 anni si scollinava l'8%, a conferma della percezione di rischio di default di breve periodo. I mercati mantenevano le proprie riserve sul piano di salvataggio essenzialmente per 2 motivi. Innanzitutto la somma di 30 miliardi sarebbe stata appena sufficiente per arrivare all'inizio del 2011, troppo poco per un adeguato risanamento delle finanze pubbliche; il secondo motivo riguardava invece la 'concretezza' del piano, che difettava ancora una volta dei dettagli tecnici e delle scadenze che avrebbero reso vincolanti gli impegni dei Paesi partecipanti al sistema di aiuti. Visti gli altissimi rendimenti, il premier Papandreou si dovette quindi arrendere, chiedendo ufficialmente di poter usufruire dei prestiti previsti dal piano UE-Fmi, che ancora non era stato formalizzato del tutto: con cedole in scadenza pari ad 8 miliardi in maggio, l'Unione Europea e l'Eurogruppo erano attesi ad una decisione chiara e definitiva: lasciare che la Grecia vada in default oppure concretizzare le promesse di aiuto dei piani varati nei mesi precedenti. Non si trattava di decidere solo se salvare un membro dell'unione monetaria in crisi, la posta in gioco riguardava il futuro della moneta unica e dell'integrazione europea. Fortunatamente, dopo due settimane di tensione e pressing politico sul governo tedesco (ancora ostaggio degli affari politici interni), finalmente il 2 maggio si riunivano davanti alla stampa internazionale le cariche pi

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importanti di Eurolandia, nonch attori di prim'ordine nei mesi della crisi, quali il presidente della Bce Jean-Claude Trichet, il commissario europeo per gli affari economici e monetari Oli Rehn ed il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker; insieme a loro, il ministro greco delle finanze, Giorgos Papakonstantinou. In tale occasione si rese noto quello che diventer poi il piano di salvataggio definitivo al governo greco, per un valore pari a 110 miliardi di euro in tre anni, di cui 80 provenienti dagli altri Paesi membri dell'Eurozona (in proporzione alla quota di partecipazione nella Bce) e 30 dalle casse dell'Fmi. Il presidente dell'Ecofin, Olli Rehn dichiar33:
() Il programma non ha precedenti, n per lo scopo, n per l'entit del supporto finanziario 110 miliardi di euro che verranno assicurati dai Paesi dell'area euro e dal Fondo Monetario Internazionale. Siamo certi che la Grecia affronter la sfida ed avr successo. ()Riconosciamo che il programma chiede grandi sacrifici ai cittadini greci e, data la seriet della situazione in cui si trova il Paese, non ci si potr aspettare un risanamento dall'oggi al domani. Sar necessario un aiuto sostanzioso e di durata pluriennale per diminuire il debito del paese e aumentarne la competitivit. Se implementato a dovere e noi crediamo lo sar il piano porter ad un economia pi dinamica, che porter a sua volta crescita, lavoro e la prosperit di cui la Grecia necessita in futuro.

Nel documento di 32 pagine34 venivano per dettate delle precise condizioni al governo greco, il quale se avesse fallito nell'implementare le riforme prescritte, non avrebbe ricevuto le trance quadrimestrali previste dal piano. A questo scopo sarebbe stata creata una commissione speciale di
33

Conferenza stampa a seguito della riunione straordinaria dell'Eurogruppo, Bruxelles, 2 Maggio 2010 (trad. eseguita dal sottoscritto). 34 Il documento, intitolato Greece: Memorandum of Understanding on specific Economic Policy Conditionality disponibile all'indirizzo http://peter.fleissner.org/Transform/MoU.pdf

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sorveglianza, composta da tecnici ed economisti scelti dall'Ecofin e dall'Fmi, che avrebbe al tempo stesso controllato l'andamento del piano ed aiutato il governo di Papandreou ad attuarlo. La Grecia era quindi salva, e la prima trance di aiuti da 8 miliardi e mezzo sarebbe arrivata alla met del mese, permettendo cos al governo di finanziarsi a tassi di gran lunga migliori rispetto a quelli di mercato. Se infatti il rendimento dei bond decennali era arrivato in maggio anche al 12%, i prestiti bilaterali previsti dal piano avevano un tasso del 5%, mentre la parte dei soldi in arrivo dall'Fmi presentava un tasso variabile, comunque pi conveniente rispetto a quello europeo.

Tavola 2 Il programma di aggiustamento economico greco35


Background A seguito della richiesta ufficiale di aiuto finanziario internazionale da parte della Grecia, il 21 Aprile 2010, una missione congiunta Bce/Fmi/UE ha visitato Atene dal 21 Aprile al 3 Maggio. Il 2 Maggio i tre organi sono giunti ad un accordo che porter ad un piano di finanziamento al Paese di 110 miliardi di euro, aiuti che saranno per vincolati all'attuazione delle riforme indicate in questo stesso documento (p.1) Obiettivi del programma Breve periodo provvedere alle necessit finanziarie immediate del governo mediante i fondi stabiliti; ridare sicurezza ai mercati sul fatto che il governo determinato nel portare avanti le misure previste ed atte a riportare la situazione fiscale ad un livello sostenibile; apportare le riforme pi urgenti, ossia sulle pensioni, sul sistema di tassazione, pubblica amministrazione e sull'evasione fiscale; frenare gli outflows di capitali verso l'estero mediante misure adeguate (p.10) Medio periodo necessit di preparare ed implementare riforme strutturali atte a
35

La seguente tavola propone un piccolo riasunto delle linee guida e degli obiettivi del piano di risanamento economico, ed ispirato al documento Occasional Paper 61 / May 2010 dal titolo The Economic Adjustment Program for Greece, emesso dall'Ecofin e reperibile al sito europa.eu

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rialzare la competitivit e la crescita; tali riforme riguardano: liberalizzazione dei settori chiusi; modernizzazione del settore pubblico; rendere il mercato del lavoro pi flessibile ed efficiente; creazione di un ambiente appetibile agli investitori esteri; riduzione delle societ a partecipazione statale (p.10). Punti cruciali del programma - ribaltamento della bilancia dei pagamenti, dagli 8,5% di deficit di oggi ad un surplus del 6% nel 2013-14 (p.12); - riduzione del peso del settore pubblico, mediante privatizzazioni, tagli alle retribuzioni del personale della pubblica amministrazione e riduzione delle pensioni (p.14-17); - diverse le riforme strutturali che saranno portate a termine nel corso dei prossimi tre anni, che riguarderanno diversi settori: pensioni, pubblica amministrazione, sistema di tassazione e spesa statale, lavoro, innovazione ed istruzione, finanza, sistema statistico statale (che diverr indipendente dal governo) Previsioni Nella Tabella 9 vengono riportate le previsioni macroeconomiche: per quanto riguarda la crescita economica, recessione fino al 2011 e quindi ripresa dal 2012; disoccupazione in aumento fino al 15%; il deficit torner sotto la soglia del 3% solo nel 2014, e la fetta pi grossa di riduzione avverr nel corso dell'anno venturo (da 13,6 a 8%); il debito aggregato inizier a calare solo dopo il 2013, dopo aver toccato il 150%; anche per la bilancia commerciale si prevede un profondo miglioramento, con una riduzione del deficit dal 10,2% alla quasi parit.
Tabella 9 Aggiustamenti Macroeconomici e fiscali in Grecia (%PIL)
2009 2010 2011 2012 2013 2014

Crescita PIL Disoccupazione % Deficit bilancio governativo Bilancia primaria Interessi Debito aggregato Bilancia commerciale

-2 -4 9,5 11,9 -13,6 -8,0 -8,6 -2,4 5,0 5,6 -10,2 -7,3

-2,6 14,8 -7,6 -1,0 6,6 -4,7

1,1 15,3 -6,5 0,9 7,5 -3,2

2,1 14,9 -4,9 3,2 8,1 -1,9

2,1 14,6 -2,6 5,9 8,5 -0,6

115,1 133,2 145,2 148,8 149,6 148,4

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4.5. Uno scudo per proteggere l'Eurozona

Al termine della conferenza del 2 maggio le maggiori cariche europee si stavano chiedendo - esausti - se l'accordo sul salvataggio della Grecia avesse finalmente convinto i mercati finanziari che l'Europa e la sua moneta si basavano su solidi basi politiche, contro cui non conveniva scommettere. Ma i broker ancora una volta non erano convinti, e nei giorni successivi le loro attenzioni iniziarono a focalizzarsi sugli altri Pigs: borse europee in perdita, aumento dei risk premia dei bond governativi ed euro in caduta libera. Questa volta l'Ecofin pens bene che fosse necessario un piano pi ampio e consistente, che potesse dare ai mercati il chiaro messaggio che l'Europa unita politicamente, e c' la volont profonda di portare avanti il progetto dell'UME. Per usare le parole del commissario Oli Rehn36: L'obiettivo difendere l'euro, costi quel che costi; riusciremo a dissuadere gli speculatori, che da settimane puntano su un fallimento della zona euro. Il piano, reso noto al termine di una lunga riunione di 10 ore, sciocc tutti gli addetti ai lavori ed i giornali: era pronto un nuovo programma, molto simile a quello varato per la Grecia, che avrebbe messo a disposizione ben 750 miliardi di euro in tre anni a protezione dell'intera Eurozona. Anche in questo caso si trattava di un'operazione congiunta UEFmi, con i governi membri della moneta unica a fornire 500 miliardi e il Fondo i rimanenti 250. L'operazione, come gi detto, ricalcava quella attuata per la Grecia esattamente una settimana prima: i fondi (provenienti delle casse dei Paesi appartenenti all'UME) sarebbero serviti a finanziare eventuali situazioni di difficile accesso ai mercati da parte dei governi di
36

Vedi articolo Nella notte l'accordo dell'Ecofin. Maxi-piano fino a 750 miliardi per salvare l'Eurozona, da Il Sole 24 Ore, 9 Maggio 2010.

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Eurolandia, come sembrava verosimile al momento per Paesi come Spagna, Portogallo ed Irlanda. In cambio si chiedeva ai vari governi dell'area ed in particolare a quelli appena citati di adottare misure di austerity ed al tempo stesso iniziare oppure accelerare quei processi di riforma che avrebbero permesso ai bilanci statali di tornare a livelli sostenibili nel corso dei seguenti tre o quattro anni. In appoggio al piano UE-Fmi intervenne a sorpresa anche la Bce, che luned 10, alla riapertura delle borse, diede il via al Securities Market Programme, un intervento di acquisto massiccio di bond sovrani sul mercato secondario. Gli effetti della giornata furono stupefacenti: la forte domanda, spinta dalle banche centrali dell'Eurosistema e dalla Bce stessa spinse le borse ad un netto rialzo mentre gli spread (sempre sui Bund) dei titoli Pigs risultavano a fine giornata quasi dimezzati 37. Ma il contributo della Bce ricevette forte critiche, in quanto tale mossa si pensava mettesse in discussione l'indipendenza della Bce (di cui abbiamo parlato al paragrafo 1.5) e quindi la sua credibilit. Trichet dichiar nella stessa giornata 38:
La Bce ha bisogno di riequilibrare la liquidit, non distribuita in modo uniforme: deve dirigerla verso i segmenti di mercato dove i rendimenti sono balzati fino a diventare incoerenti con quelli di titoli analoghi. () Siamo indipendenti, totalmente ed in modo risoluto: non abbiamo ricevuto alcuna pressione.

Il primo mattone per riportare la fiducia verso il progetto dell'Eurozona era stato dunque compiuto, ma ora si rendeva necessaria una
37

Rispettivamente: Portogallo da 426 a 198 punti (-53%); Irlanda da 311 a 176 (-43%); Grecia da 950 a 532 (-44%); Spagna da 168 a 106 (-36%). Vedi articolo Banche centrali sul mercato, Al via gli acquisti di bond, di Maximilian Cellino, da Il Sole 24 Ore, 11 Maggio 2010, p.6. 38 Vedi articolo La Bce indipendente, di Riccardo Sorrentino, da Il Sole 24 Ore, 11 Maggio 2010, p.7.

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pi profonda riflessione su che cosa non era funzionato, e perch la seconda area monetaria del mondo era caduta preda dei mercati finanziari e degli speculatori, rischiando il fallimento.

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CAPITOLO 5 GLI EFFETTI DELLA CRISI DEL DEBITO

Premessa

Dai primi mesi del 2010, con l'intensificarsi della crisi del debito nel Vecchio Continente, la parola d'ordine dei Paesi dell'Unione e di tutto il mondo occidentale divenuta austerit, facendo cos registrare un drastico cambio di rotta rispetto alla filosofia keynesiana fino ad oggi adottata nelle politiche economiche del mondo industrializzato. Accanto a questo fenomeno di carattere generale si affianca una precisa volont, tornando al contesto europeo, di modificare il sistema su cui si basa l'organizzazione economica dell'area, in particolare per quanto riguarda le politiche fiscali dei singoli Paesi e la loro indipendenza rispetto agli organi centrali europei. Di questi due argomenti, o meglio 'dibattiti', parleremo nel corso di questo quinto ed ultimo capitolo della tesi, per poi dare spazio alle conclusioni.

5.1. La convergenza del rischio tra i Paesi di Eurolandia

Una delle lezioni che ci ha dato la crisi greca che a seguito del biennio 2008-09 i mercati finanziari hanno modificato il loro approccio alla gestione dei debiti sovrani, divenendo molto pi sensibili allo stato di salute ed alla sostenibilit delle finanze pubbliche.

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Per quanto riguarda il caso europeo, con la nascita della moneta unica si era assistito nell'ultimo lustro degli anni 90' ad un rapido allineamento del premio di rischio dei diversi Paesi dell'area, rimasto poi costante per quasi tutti gli anni 2000, come possiamo vedere nel grafico 9:
Grafico 9 Convergenza del premio di rischio in Eurolandia (1995-2010)
spread sul Bund tedesco, punti base

fonte: b log.cfr.org/geographics; dati: Bce, Bloomb erg; grafico: Paul Swartz

Erano differenziali che davvero tenevano conto delle divergenze economiche tra i Paesi di Eurolandia? A mio avviso no. commenta Dante Roscini, insegnante ad Harvard University 39. Quello che sta avvenendo oggi un repricing del rischio. Rispetto alla met degli anni '90, cio prima dell'avvento dell'euro, gli spread tra i titoli di Stato tedeschi e quelli dei Paesi oggi definiti 'periferici' dell'area, si erano ridotti fino quasi ad azzerarsi negli anni scorsi. Come abbiamo visto (cfr. 2.2), infatti dal 2002 ad oggi il fenomeno della convergenza economica ha subito generalmente una battuta d'arresto (tranne che per Grecia ed Irlanda): ecco che l'allineamento dei premi di rischio nel corso del passato decennio stato un
39

Vedi articolo Intervista a Roscini, di Giuseppe Chiellino, da Il Sole 24 Ore, 7 Maggio 2010.

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fenomeno che non era in linea con le vere condizioni macroeconomiche di Eurolandia, e pertanto si sarebbe reso necessario prima o poi un qualche aggiustamento. Ci sar da obiettare che in parte l'assottigliamento degli spread spiegabile con l'eliminazione del rischio valutario e l'effetto derivante dall'abbassamento dell'inflazione basti pensare alle vicende della nostra lira italiana ma le economie e la solidit di Germania e Grecia, per dirne una, erano e sono ancor ben lontane l'una dall'altra. Chiaramente, dare la possibilit di finanziarsi sui mercati a tassi molto inferiori ai livelli pre-euro, ha permesso ai Paesi periferici di spostare una rilevante parte della propria spesa pubblica dal pagamento degli interessi ad altri settori (cfr. Grafico 5). Il problema che questi 'altri settori' raramente sono stati parte della voce investimenti o per piani di sostegno alla crescita economica come quelli proposti dall'agenda di Lisbona. Il caso pi clamoroso e non per nulla quello che ha dato il l alla crisi proprio quello della Grecia, dove, nel corso di tutto il decennio, i governi che si sono susseguiti40 hanno preferito utilizzare le nuove risorse a fini elettorali, distribuendo fondi ed agevolazioni alle diverse clientele, ingrossando cos una macchina statale sempre pi inefficiente e costosa. Tali decisioni politiche sono anche state uno dei driver principali alla perdita di produttivit fatta registrare dal Paese Ellenico nel corso del decennio: data la massa critica dei lavoratori statali sul totale degli impiegati (circa il 50%), l'aumento sconsiderato degli stipendi del settore pubblico ha guidato infatti la Grecia ad una profonda perdita di competitivit rispetto ai partner europei, in particolare quelli del centro e nord-Europa, mentre molte compagnie greche si trovavano ad investire i
40

Fino al 2004 una coazlizione guidata dal PASOK (centro-sinistra), 2004-09 Nea Dimokratia (centro-destra) ed dall'anno scorso nuovamente PASOK, con presidente Papandreou.

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ricavi nei Paesi balcanici, dove il costo del lavoro restava a livelli molto convenienti. Sembra insomma che, quello che doveva essere un vantaggio per le economie europee con scarso accesso al mercato finanziario, si sia rivelato alla fine un disincentivo al processo di riforma e modernizzazione a cui erano attese le stesse. Si tratta di un'altra chiave di lettura per spiegare il parziale fallimento dell'agenda di Lisbona di cui abbiamo parlato nel capitolo 2. Chiudiamo il paragrafo con un commento sulla situazione da parte di due giornalisti di un noto quotidiano italiano41:
L'idea che l'adesione all'Unione monetaria sia necessaria per cancellare il rischio-paese, risparmiando cos sul servizio nazionale, non solo sbagliata, ma anche pericolosa, perch pu spingere i governi a rimandare le riforme necessarie per uno sviluppo equilibrato. Lo vediamo oggi nel caso della Grecia. Il piano orchestrato dai membri dell'Eurozona insieme all'Fmi prevede l'impegno della Grecia a fare il consolidamento fiscale che non stato fatto nel passato.

5.2. Austerity time in Europa: la fine dello stato sociale?

Forse l'effetto pi rilevante della crisi dei debiti quello dell'avvio, in tutta Europa (ma non solo) di profondi piani di austerity, che hanno l'obiettivo di ridurre drasticamente le voci di spesa dei governi. I motivi di questo cambio di rotta in controtendenza rispetto alle politiche di stimolo viste durante la crisi (cfr. 3.4) - sono due, di cui abbiamo ampiamente parlato negli ultimi due capitoli.
41

Vedi articolo Un modello Usa per la Ue, di Pietro Reichlin e Nicola Borri, da Il Sole 24 Ore, 13 maggio 2010.

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1)

La crisi economica appena trascorsa ha lasciato una grossa fetta

dei Paesi dell'Eurozona con pesanti deficit di bilancio (cfr. 4.1), i quali dovranno rifinanziare i loro debiti per valori molto ingenti, in particolar modo nei prossimi 3-4 anni. Viste le scarse prospettive di crescita economica dell'area, c' da escludere che si potr coprire questo fabbisogno con maggiori entrate (date da maggiore attivit economica), e dunque si dovr passare ancora una volta per i mercati finanziari: questo ci porta al secondo passo. 2) Il fenomeno di repricing (cfr. 5.1) smorzato in parte dal piano

da 750 miliardi salva-Europa (cfr. 4.5) rende molto pi sconveniente l'accesso ai mercati da parte dei Paesi dell'area euro, ed inoltre ai nuovi tassi ulteriori debiti non farebbero che peggiorare la solidit di lungo periodo delle finanze statali, causando un circolo vizioso che aumenterebbe ulteriormente i premi di rischio da pagare. L'unica soluzione plausibile risultata quindi quella di un rapido risanamento dei bilanci mediante misure di austerit, con tagli alle spese e agli ampi welfare state di cui il nostro continente va tanto fiero. Il messaggio di fondo chiaro: sistemi economici con uno Stato cos forte non sono pi sostenibili. Un articolo apparso su Newsweek a febbraio sembra cogliere la questione al suo punto cruciale42:
Quello che sta succedendo in Grecia riguarda due questioni che coinvolgono centinaia di milioni di persone: il futuro dello stato sociale e il destino dell'euro. () Stato sociale e indebitamento sono in rotta di collisione. () La vera minaccia per l'euro deriva da un welfare state troppo costoso.

42

Vedi articolo The Real Greek Tragedy, di Robert J. Samuelson, da Newsweek, 19 febbraio 2010 (trad. su Internazionale n835, 26 Febbraio 2010, p.14).

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Tra maggio e giugno pi o meno tutti i governi dell'Eurozona avevano approvato delle manovre pluriennali di taglio della spesa e del deficit in linea con le direttive dell'Ecofin. Nel grafico proposto di seguito sono rappresentate le stime programmate per i prossimi tre anni, considerate le previsioni di crescita del PIL di Eurostat.
Grafico 10 Variazioni programmate di entrate e spese in Eurolandia
Periodo 2010 2012/13, PIL % (sx=rif.valori asse sinistro)

fonte: Pub lic Finances in EMU 2010, da European Economy 4/2010

Come ci insegnano diversi studi empirici dell'Economia Pubblica, il risanamento dei conti economicamente pi efficiente se fatto prevalentemente dal lato dei tagli di spesa anzich dall'aumento della tassazione. Malgrado ci, vista l'entit dei tagli, i programmi annunciati prevedono anche aumenti della imposte di considerevole entit43.
43

Vedi Public Finances in EMU 2010 da European Economy 4/2010, p.51.

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Dal grafico possiamo notare che le entrate saranno aumentate in misura maggiore in Grecia (+6% del PIL), Spagna ed Irlanda (+4%). Per quanto riguarda le voci di spesa, solo in Olanda, Lussemburgo e Cipro vi saranno degli aumenti peraltro minimi, inferiori all'1% mentre in tutti gli altri Paesi le misure di austerit ridurranno le spese fino ad un massimo del 5%, come previsto nei programmi di Grecia, Spagna, Irlanda e Slovacchia. In termini aggregati si prevede che il costo globale dell'operazione di risanamento sar pari a circa 300 miliardi per i membri dell'UME; tra i vari programmi, quelli che colpiscono di pi sono per quelli messi a punto da Francia, Regno Unito e Spagna, per valori rispettivamente di 90, 106 e 67 miliardi di euro nel corso del quadriennio 2010-2013 44. Un progetto di risanamento cos drastico in un periodo cos breve non lo si era mai visto in Europa prima d'ora. I casi precedenti nel nostro continente infatti prevedevano tempi molto pi lunghi, in modo da poter meglio attutire gli effetti di breve periodo. Tra essi ricordiamo quello della Finlandia (-24% del debito tra il 1995 e 2008), del Belgio (-50% tra il 1994 e 2007) e dell'Irlanda (-69% tra 1994 e 2006)45.

Tavola 3 Programmi di austerit di alcuni Paesi UE46


Gran Bretagna Le misure includono il congelamento delle assunzioni nei servizi pubblici e la riduzione di numerosi programmi previsti dal governo precedente come quelli di ricerca sulla information technology.
44

Vedi articolo Un risanamento da 300 miliardi, di Gianluca Di Donfrancesco, da Il Sole 24 Ore, 26 Maggio 2010. 45 Vedi il Box Fiscal Consolidations: Past Experience, Cost and Benefits, da ECB Monthly Bulletin, June 2010, p.83. 46 Tratto dall'articolo European's new austerity measures, da eubusiness.com, 30 maggio 2010.

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Danimarca Il governo danese, che presenta uno dei pi ampi programmi di welfare state al mondo, ha annunciato drastici tagli agli assegni di disoccupazione e agli assegni alle famiglie. Francia Il governo francese ha annunciato un congelamento triennale della spesa pubblica a partire dal 2011 e l'innalzamento dell'et pensionabile dai 60 ai 65 anni. Grecia Il governo ellenico ha annunciato in marzo tagli per 4,8 miliardi di euro, ritoccati a 30 in maggio, nel piano di austerit che le ha permesso di usufruire del piano messo appunto dall'UE-Fmi. Le misure includono aumenti delle tasse, riduzione dei salari nel pubblico impiego, oltre che la riforma delle pensioni (gi approvata). Irlanda A causa della crisi finanziaria che ha colpito il Paese nel 2009, il governo ha gi approvato due piani di austerit lo scorso anno, e quindi si trova in anticipo sulla tabella di marcia. Le misure sono centrate sui tagli allo stato sociale e riduzioni tra il 5 e 15% agli stipendi dei dipendenti pubblici. Italia Il governo italiano ha approvato misure di austerit per un valore di 24 miliardi di euro per il biennio 2011-12. Comprendono un congelamento degli stipendi pubblici, tagli alle cariche politiche e nuove tasse sulle stock options e bonus. Portogallo Il Paese ha annunciato un piano di austerit che vede un aumento dell'imposta sul valore aggiunto dal 20 al 21%, tagli dei salari del pubblico impiego oltre che ad un aumento delle tasse sugli alti redditi. Il piano presenta anche profondi tagli agli investimenti e vendita di diversi assets pubblici. Spagna Il 28 maggio il governo ha approvato un piano di austerit da 15 miliardi di euro, che va ad aggiungersi a quello da 50 varato in gennaio. Le misure comprendono tagli ai stipendi del settore pubblico e congelamento delle pensioni per il 2011.

5.3. Il G-20 di Toronto ed il tema dell'austerit nel contesto mondiale

Il 26-27 giugno era atteso a Toronto il G-20, e con esso il primo vero momento in cui i capi di Stato mondiali avrebbero scoperto le loro carte

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rispetto alla situazione europea e alle misure di austerit messe a punto da Eurolandia. Interessanti le dichiarazioni dell'asse americano, con il presidente Barack Obama e il capo della Fed Ben Bernanke a esprimere le loro ovviamente in modo sfumato - perplessit rispetto alle misure europee, accusate di essere troppo restrittive e pertanto di ostacolo alla crescita 47. La ricetta proposta dagli Stati Uniti sembra insomma quella di ulteriori misure di stimolo per sostenere la ripresa nel breve periodo e risanamenti di bilancio e riforme nel medio. Alle dichiarazioni rispose il vero portavoce dell'Eurozona, il presidente tedesco Angela Merkel, sottolineando come l'Europa abbia intrapreso la via di un risanamento rapido, premessa non rimandabile per poter parlare davvero di crescita, considerato sopratutto l'atteggiamento ostile dei mercati. Insomma, venne al pettine quello che il vero dibattito sulle politiche di austerit, ossia il trade-off tra misure di stimolo alla crescita e politiche di tagli alla spesa pubblica. E' preferibile premere ancora un po' sull'acceleratore della spesa pubblica per aiutare definitivamente la crescita a tornare vigorosa, e allungare il risanamento ad un periodo pi lungo oppure meglio apportare un taglio del deficit immediato per ridare fiducia ai mercati e ridare stabilit alle finanze pubbliche? Allo stesso summit, il Fondo Monetario Internazionale pubblicava sull'argomento un interessante documento intitolato Ten Commandaments for Fiscal Adjustments in Advanced Economies, in cui prendeva una posizione n pro-USA, n pro-EU, sottolineando sia la necessit di riportare la crescita nelle economie occidentali che di risanare i bilanci dei governi.
47

Vedi articolo Europa spiazzata dagli Usa, di Adriana Cerretelli, da Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2010.

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Tra le ricette proposte, quella di varare programmi con obbiettivi chiari e fattibili, riformare i sistemi pensionistici e varare misure che contribuiscano alla crescita di medio e lungo periodo. Due mesi pi tardi, per, a seguito delle turbolenze finanziarie che non hanno dato tregua ai mercati durante l'estate, lo stesso Fmi modificher le sue posizioni spostandosi pi a favore della linea dell'austerit intrapresa dall'Europa. Nel supplemento al World Economic Outlook di luglio48, infatti, gli economisti del Fondo hanno sottolineato in modo marcato la priorit di ridare fiducia ai mercati, perch altre turbolenze finanziarie potrebbero compromettere i progetti di ripresa dei vari Paesi industrializzati d'occidente, ed in particolare quelli europei. Per usare le parole di Alberto Alesina49:
Il Fondo ha detto in poche parole che bisogna ritirare il piede dall'acceleratore fiscale, e che la crescita va sostenuta con misure che non siano spesa pubblica a pioggia e che si deve lavorare ancora sulla stabilit finanziaria. Il Fondo si dunque pronunciato con una certa chiarezza contro chi ancora predica pi spesa pubblica e pi indebitamento.

La dichiarazione del Fondo ha scatenato ancora una volta l'ira di noti economisti come Paul Krugman e Wolfgang Mnchau, che assieme a molti altri preferirebbero ulteriori misure di stimolo. Le loro obiezioni non fanno che sottolineare l'importanza del dibattito su quale tipo di exit strategy debba impiegare l'Europa. Solo il tempo ci sapr dire se la scommessa dell'austerit si riveler un successo.
48

Disponibile al sito ufficiale dell Fmi, all'indirizzo: http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2010/update/02/pdf/0710.pdf 49 Vedi articolo Il Fondo torna ortodosso: meno spese e banche sane, di Alberto Alesina, da Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2010, p.1

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5.4. L'ennesimo fallimento del PSC e le proposte di riforma

Se come soluzione di breve periodo si optato per l'austerit, per il lungo periodo sono previste numerose riforme in agenda, sopratutto su grandi temi come l'organizzazione del lavoro, i sistemi pensionistici e gli apparati statali. Ma oltre a queste manovre che vedranno la luce nei vari parlamenti d'Europa, parallelamente negli organi legislativi dell'Unione prender forma un'altra importante riforma, ossia quella del Patto di Stabilit e Crescita. La discussione sulle modifiche da apportare al PSC gi aperta da maggio, e ci si attende entro il 2011 l'approvazione della nuova versione. Ma perch cambiare nuovamente - dopo soli 5 anni (cfr. 2.4) - un testo cos importante per la struttura politico-economica dell'euro e dell'Unione? Semplice, ancora una volta esso ha fallito nei suoi obiettivi, impliciti nel suo stesso nome: stabilit e crescita. L'idea, sopratutto in Germania e tra i Paesi pi virtuosi dell'area euro, quella che se il Patto fosse stato rispettato da tutti, oggi l'Europa non sarebbe preda degli speculatori e quindi non sarebbero necessarie le dolorose manovre di austerit che ora stiamo osservando. Nell'analisi dei fallimenti del framework europeo nella crisi dei debiti e degli scenari di riforma del Patto che si prospettano, trovo propizio riproporre alcune parti di un recente intervento di Lorenzo Bini Smaghi50
I recenti avvenimenti hanno dimostrato un'urgente necessit di migliorare la governance economica e la stabilit dell'Unione ed in particolare dell'area euro.
50

Tratto dall'intervento del 15 settembre 2010 di Lorenzo Bini Smaghi all'ECON Committee Hearing, Bruxelles dal tema Improving the economic governance and stability framework of the Union, in particular in the euro area. Traduzione a cura del sottoscritto. L'intervento disponibile al sito www.ecb.int/press

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() Il sistema non stato capace di imporre la disciplina che un'unione monetaria necessita. In particolare, i meccanismi designati per incentivare la disciplina di bilancio non hanno funzionato come ci si aspettava. Innanzitutto, il processo decisionale sottostante al PSC non ha prevenuto deficit eccessivi, n alla nascita, n riuscito a correggerli in tempi utili. In secondo luogo, i mercati finanziari non hanno agito da deterrente contro l'accumulazione di deficit eccessivi, non riuscendo a percepire le diverse entit dei rischi tra i Paesi di Eurolandia. () I Paesi dell'euro non possono utilizzare lo strumento monetario per sgonfiare i propri debiti, quindi il deterioramento delle finanze pubbliche ha portato alla superficie una serie di questioni mai prese in considerazione dall'UME. Il primo che i Paesi potrebbero aver problemi a rifinanziare i propri debiti: una possibilit del genere non era prevista dal Patto, il quale si proponeva semplicemente di prevenire il problema. Al tempo stesso, il fatto che si possa lucrare dalla bancarotta di compagnie, o addirittura di Paesi, senza nemmeno investire in essi, sposta l'attenzione sul funzionamento del mercato finanziario. La terza questione riguarda il fatto che un eventuale dafault di un Paese membro, pu avere effetti sistematici nell'unione monetaria, come risultato delle connessioni finanziarie. Questo spiega come la vicenda di una parte relativamente piccola dell'unione abbia avuto effetti cos importanti sull'intera area monetaria.

Ecco quindi affiorare 3 questioni importanti, che dovranno essere affrontate nel Consiglio e nel Parlamento europeo: implementare un sistema che possa risolvere i problemi del finanziamento dei Paesi, fatto non sempre evitabile con la prevenzione predicata dalle vecchie versioni del PSC; rendere i governi dell'Eurozona meno sensibili e quindi meno dipendenti dal mercato finanziario; risolvere il problema del contagio, riuscendo a tamponare gli eventuali effetti sistemici di un eventuale defult di un Paese periferico.

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Nella seconda parte dell'intervento, l'economista analizza quelle che sono state le assunzioni fatte in passato, rivelatesi poi sbagliate, chiarendo successivamente la posizione delle autorit in merito:
Qualsiasi cambiamento delle strutture istituzionali dell'euro dovr evitare le semplici assunzioni che si sono fatte in passato. Lasciatemene menzionare tre. La prima stata pensare che i mercati hanno sempre ragione e che riescono a disciplinare le spese dei Paesi ed i rispettivi debiti. I mercati hanno fatto errori nel passato, sottostimando il rischio, e fanno probabilmente lo stesso oggi, sovrastimandolo, e faranno altri errori in futuro. Lasciare ai mercati il compito di disciplinare le politiche di budget, inducendo i Paesi ad adottare manovre correttive un'illusione che solo gli economisti possono avere. Se davvero vogliamo prevenire e correggere gli squilibri, in particolare quelli fiscali, abbiamo bisogno di meccanismi istituzionali pi forti, nell'area euro e tra i paesi. Questo significa pi regole e pi sanzioni.

Questa dichiarazione fa pensare che la riforma porter a regole pi dure ed inflessibili, rendendo la minaccia delle sanzioni molto pi verosimile di quanto lo sia stata in passato. Rispetto alla riforma del 2005 in cui si era invece optato per pi flessibilit (cfr. 2.4) - si tratta di un cambiamento di rotta pressoch totale.
Il secondo errore stato quello di pensare che le crisi si potessero evitare tutti assieme. Le crisi ci sono state nel passato e ci saranno in futuro, anche per via del contagio. Dobbiamo quindi farci trovare preparati, ed imparare a come trattarle efficacemente. Il terzo errore stato pensare che esistano facili soluzioni alle crisi. Esse sono confusionarie, contagiose ed hanno conseguenze difficili da capire.

Questi due punti ci parlano di una presa di coscienza da parte della Bce e delle autorit europee dei propri errori. Bisogna essere preparati

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all'eventualit delle crisi ed essere pronti ad affrontarle, possibilmente con un pizzico di umilt in pi. Ma i primi passi per la riforma del PSC sono gi stati fatti: come proposto dalla Commissione in maggio, il 7 settembre l'Ecofin ha approvato il nuovo framework semestrale, con una nuova struttura che presenta dei cambiamenti sia a livello nazionale che europeo: A livello nazionale, la Bce sostiene la creazione di quadri nazionali di bilancio, che fissano i requisiti minimi per le conformit con le regole europee. A livello europeo, favorendo un rafforzamento del quadro di bilancio per mezzo di: procedure pi semplificate e quindi pi efficaci nella valutazione degli andamenti di finanza pubblica; inversione dell'onere della prova, rendendo pi difficile per il Consiglio di ribaltare nelle proprie decisioni la valutazione della Commissione; maggiore indipendenza nella raccolta, verifica e valutazione dei dati di bilancio e analisi di bilancio a livello di Commissione; pi enfasi allo sviluppo del debito pubblico, come previsto dal Trattato; quasi automaticit delle sanzioni in caso di non rispetto delle regole. Il processo di riforma del Patto in questi mesi nel suo vivo si dilungher probabilmente fino alla prossima primavera, e porter con se importanti cambiamenti per il funzionamento della struttura economica dell'Unione e dell'Eurozona.

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5.5. Gli squilibri dell'Eurozona

Diversi osservatori fanno notare come il nuovo Patto non dovr consistere in un mero inasprimento delle punizioni per i Paesi con i conti fuori regola. Esso dovr incorporare anche le soluzioni ad un altro dei nodi venuti al pettine con la crisi dei debiti: il rapporto centro-periferia in Eurozona e gli squilibri interni. Come ha fatto notare nel corso di questi mesi l'economista-giornalista Martin Wolf, l'area monetaria dell'euro presenta dei problemi strutturali, che in accordo alla teoria delle Aree Valurarie Ottimali, la portano a delle disfunzionalit, emerse brutalmente con la crisi economica del 2008-09, e che a loro volta hanno portato ad una resa dei conti, con la crisi del debito che oggi viviamo. Nelle sue analisi, l'Eurozona viene presentata come un'area monetaria fortemente polarizzata, in cui convivono formiche (stati centrali come Germania e Olanda) e cicale (i Paesi della periferia, i Pigs in un certo senso). Tali gruppi di Paesi hanno vissuto in questi anni secondo un determinato equilibrio: da una parte, le formiche (Olanda, Belgio, Germania, Austria) sono i Paesi pi ricchi della zona, e sono caratterizzati da ingenti surplus della bilancia commerciale e bassa domanda interna: queste caratteristiche li rendono utilizzando le parole di Wolf dei deflation exporters, esportatori di deflazione; dall'altra parte, le cicale (Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia) si trovano invece geograficamente fuori dal cuore dell'area, sono quelle economie che partono da condizioni pi povere e sono attese alla convergenza verso i Paesi pi ricchi. Esse hanno presentato invece nel corso del decennio grossi deficit nella bilancia commerciale, con un settore

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privato che spendeva pi di quanto guadagnasse. Tali caratteristiche per i due gruppi di Paesi sono ben rappresentate nel Grafico 11:
Grafico 11 Bilancia finanziaria per settore, "formiche"(sx) contro "cicale"(dx) %PIL

2006

2010

fonte: Financial Times, 5 gennaio 2010

Possiamo notare quindi che nel 2006 alla voce delle attivit, i Pigs presentavano quasi totalmente innesti di capitali, mentre tra le passivit grosso deficit del settore privato e una certa parte riconducibile al settore pubblico; le formiche presentavano una situazione opposta. Poi il disastro: con la crisi, i settori privati dei Pigs sono risultati inevitabilmente quelli pi colpiti. Tra il 2006 e il 2009, Irlanda, Spagna e Grecia hanno avuto oscillazioni tra entrate ed uscite rispettivamente del 16,

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15 e 10 per cento del Pil 51. Secondo l'economista del Financial Times, la crisi dei debiti a cui assistiamo oggi il frutto dell'insostenibilit del settore privato, che va a ricadere sui bilanci pubblici, strozzati dai minori introiti delle tasse. E' esattamente quello che abbiamo visto durante la crisi e di cui abbiamo ampiamente parlato nel corso dei capitoli precedenti. In un sistema monetario cos fortemente polarizzato, in cui l'avvento di una crisi porta a ricadute fortemente differenti sulle finanze statali nazionali (vedi deficit settore pubblico pre- e post-crisi tra i due gruppi di Stati), un aiuto da parte dei Paesi formica verso quelli cicala pi che auspicabile, se si vuole mantenere vivo il sistema e la moneta unica. E questo ci porta alla prima delle carenze strutturali della nostra Unione: scarsa integrazione fiscale dell'area. Se infatti il sistema di raccolta fosse pi centralizzato (come ad esempio quello americano), sarebbe pi facile la re-distribuzione verso quelle zone dove c' un temporaneo calo del reddito52. La realt in Europa sembra ben diversa: solo dopo mesi di litigi ed incomprensioni si giunti alla fine e con l'acqua alla gola ad uno scudo fiscale da 750 miliardi, ma con tassi del 5% che hanno pi l'aria di essere una scappatoia momentanea che parte di un disegno di integrazione pi ampio. Martin Wolf si dice molto pessimista sulla soluzione a base di risanamento e riforme pensate per i Pigs; secondo lui ad essa va accompagnata una ristrutturazione dei rapporti centro-periferia vera ragione della crisi - ed in particolare attraverso lo stimolo della domanda interna delle formiche. A suo parere, infatti, finch permarranno questi
51

Vedi articolo The Eurozone's next decade will be tough, di Martin Wolf, in Financial Times, 5 Gennaio 2010. 52 Vedi articolo La Crisi annunciata dell'euro, di Martin Feldstein, in Il Sole 24 Ore, 27 maggio 2010.

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disequilibri - che prima dell'euro venivano neutralizzati dal basso valore delle monete nazionali delle cicale i Paesi periferici non potranno uscire dalla situazione di difficolt in cui ora si trovano. In particolare l'economista pone risalto sul ruolo della Germania, che essendo il leader e il fulcro centrale dell'economia europea (ma anche chi dalla moneta unica ha guadagnato di pi), dovrebbe in qualche modo essere in prima linea nel curare la salute dell'Unione. La realt, come abbiamo visto, stata ben diversa, ed il governo di Angela Merkel stato il motivo principale dei ritardi nelle decisioni del Consiglio sul salvataggio della Grecia e sul varo dello scudo da 750 miliardi. L'altra chiave per cui passa il riequilibrio quella della competitivit, che per i Pigs andata scemando nel corso del decennio a pari passo con il rigonfiamento del settore privato. La paura quella che il programma reform and deflation previsto per le cicale possa portare ad una spirale negativa, spingendo ancora pi in basso la crescita economica, con i vari costi sociali annessi. In particolare, quello che proccupa di pi la disoccupazione, che in Spagna si aggira attualmente al 20% mentre in Grecia sull'11%, e non escluso che entrambi i valori possano aumentare nei prossimi anni. Proprio il lavoro, e la sua scarsa mobilit all'interno dell'area rappresenta l'altra grossa deficienza strutturale della nostra Unione: se infatti negli USA una famiglia mediamente cambia diverse volte dimora nel corso della propria vita in funzione del lavoro (spostandosi anche di Stato), in Europa le differenze di lingua e cultura rendono tali possibilit molto pi sottili, frenando l'efficienza e l'integrazione dell'area. La realt sembra dirci che i Pigs, dovranno quindi, in un certo senso, arrangiarsi a ritrovare la via della competitivit. La Germania, da parte

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sua, infatti, non per disposta a prendersi le responsabilit a cui chiamata dalla schiera di economisti capitanata dal signor Wolf, e si posta anch'essa delle manovre di austerit, che la permetteranno nel 2016 di ottenere conti pubblici in surplus. Queste decisioni ci fanno capire che ancora una volta, la filosofia dell'Unione resta quella del Aiutati che Dio t'aiuta, ossia che ogni Paese si deve prendere le proprie responsabilit. Il blocco opposto a quello di Wolf fa notare a ragione - che se la Germania oggi gode di alta competitivit e buoni livelli di crescita lo deve solo a s stessa ed alle manovre attuate durante il decennio che le hanno permesso di controllare la spesa pubblica e mantenere i salari a livelli competitivi. Insomma, anche il tema del centro-periferia e degli squilibri dell'area atteso ad una soluzione in quello che sar il nuovo Patto di Stabilit. La volont politica sembra comunque quella di rendere l'apparato dell'euro pi forte, portando pi poteri all'Eurogruppo da una parte, e sottraendo parte della sovranit fiscale ai governi dall'altra. Non detto che sia un male: quello che stiamo vedendo nel parlamento ellenico negli ultimi mesi ad esempio - una corsa al tempo perduto, con approvazioni di riforme le stesse a cui erano attesi i governi durante il decennio a ritmo giornaliero. Anche qui, solo il tempo ci sapr dire se la risposta giusta agli squilibri dell'Unione sar davvero quella di una maggiore integrazione fiscale.

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CONCLUSIONI

1. La crisi del debito figlia di una molteplicit di fattori.

Nel corso di questo paper abbiamo 'attaccato' il problema della crisi dei debiti pubblici in Europa da diverse angolazioni, portando alla luce alcuni dei fattori che ne stanno dietro. Una prima semplice conclusione che il momento difficile che sta vivendo l'euro e la nostra economia in generale intesa come 'economia europea' figlio di molteplici fattori, aventi diverse dimensioni, a livello temporale, geografico nonch istituzionale e politico.

L'approccio di tipo 'storico' con cui affrontato il tema che ha ripreso i fatti fin da quando il progetto della moneta unica non era che un'embrione ha fatto emergere innanzitutto gli obiettivi economici mancati dal progetto, che possono essere letti come 'fattori di medio-lungo periodo' rispetto agli accadimenti odierni. In particolare nel secondo capitolo, in cui abbiamo analizzato la performance economica della moneta unica e di Eurolandia, sono emersi tre grossi problemi di natura macro, rivelatisi poi decisivi: bassa crescita del prodotto, calo della produttivit, in particolare nelle aree periferiche e rallentamento della convergenza economica dei Paesi meno sviluppati verso quelli pi ricchi (cfr.2.2). Tali squilibri, che hanno concorso ad una polarizzazione dell'Unione in quelle che abbiamo poi chiamato formiche

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(economie export-led, con domande interne deboli e grossi surplus commerciali) e cicale (economie importatrici di capitali, con domande interne troppo forti) ha creato i presupposti per il crack poi verificatosi con la crisi economica del biennio 2008-09. La grossa depressione, che ha avuto effetti devastanti in Europa, non ha che fatto affiorare tali squilibri scenario non previsto dal PSC e dall'impalcatura di politica economica europea - i quali a loro volta ne hanno in un certo senso prolungato gli effetti portandoci ad una seconda crisi, quella dei debiti pubblici che stiamo vivendo oggi.

Le performance negative dell'Unione possono essere in una certa parte esser spiegati da quelli che sono i fallimenti politici e le mancate riforme del decennio. Come fatto notare nel secondo capitolo infatti, gli obiettivi decennali dell'agenda di Lisbona sono stati in buona parte mancati per demeriti della classe politica: da una parte il fallimento del Patto di Stabilit non riuscito a disciplinare ed integrare le politiche fiscali d'Europa (cfr. 2.4); dall'altra la debolezza delle istituzioni europee, che non sono riuscite a creare i giusti incentivi per l'accelerazione sui processi di riforma necessari ai Paesi dell'Unione (cfr. 2.5). Un certo risalto stato dato all'andamento delle politiche fiscali dei Paesi dell'Eurozona (cfr. 2.3 e 4.1), che come visto sono portate avanti in alcuni casi senza tener conto n degli impegni verso gli altri membri dell'Unione, n della sosteniblilit delle stesse nel medio periodo. E sar infatti proprio dai conti pubblici e dal loro pessimo stato di salute post-2009 che prender il via la crisi del debito. In particolare abbiamo visto come la scelta in linea con le teorie keynesiane di gravare sulle finanze dello

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Stato per dare stimolo alla ripresa economica si sia rivelata un elemento assieme al ruolo degli stabilizzatori automatici e agli aiuti alle banche (cfr.3.4) che risultato determinante nel deterioramento dei bilanci pubblici e quindi determinante nella crisi che ne seguita. Vien tuttavia da chiedersi quale sarebbe la situazione oggi, se tutti i Paesi dell'Unione avessero da un lato apportato le riforme a cui erano attesi e dall'altro si fossero impegnati soprattutto nei momenti favorevoli del ciclo economico a migliorare lo stato di salute sei propri bilanci pubblici.

Oltre ai demeriti e alle colpe dell'Unione stessa, vanno per aggiunti alcuni fattori ambientali di cui si parlato poco nella tesi e che meritano una breve nota. Nel corso del decennio infatti le dinamiche economiche mondiali hanno inciso profondamente sulla nostra economia europea, concorrendo anch'esse all'acuirsi dei fenomeni che osserviamo oggi. L'ascesa delle economie del Bric, unita ad un'accresciuta mobilit internazionale dei capitali, hanno avuto ad esempio un grosso impatto sul tessuto industriale di diversi Paesi dell'Unione, che ha visto e sta vedendo sempre pi un fenomeno di terziarizzazione con implicazioni in termini di occupazione e pi in generale sulla struttura economica del nostro continente e del mondo.

2. Un'exit strategy a base di austerit, riforme, ed un'Europa (forse) pi unita

Il secondo obiettivo di questa tesi era quello di andare a scoprire gli effetti generali della crisi dei debiti. Considerata la contemporaneit degli accadimenti con la stesura di questo lavoro, appare per abbastanza ovvio

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che gli unici risultati che possiamo limitarci a descrivere sono le scelte politiche ed economiche intraprese dai Paesi e dall'Unione fino a questo momento.

Come abbiamo visto nel quinto capitolo, la crisi del debito ha messo l'Europa davanti al proprio avvenire. La prima possibilit consisteva nel forzare un allungo nel processo di integrazione europea, mettendo assieme le risorse nazionali per la salvaguardia della Grecia e poi di tutti gli altri membri in condizioni simili. L'alternativa, caldeggiata a lungo da un blocco guidato dalla Germania, stava invece nella filosofia contraria: ognuno per la propria strada, si continua a condividere la moneta, ma nessun aiuto finanziario per i Paesi che rischiano la bancarotta. Il prevalere della soluzione comunitaria ha segnato malgrado le infinite discussioni che la hanno preceduta un passo fondamentale nel processo di integrazione europea, dando ai mercati ed al resto del mondo il segnale che in qualche modo l'Unione ancora viva, ed i suoi membri sono determinati nel portarne avanti il progetto.

Accanto alle decisioni del piano di prestiti bilaterali per la Grecia, e del fondo di aiuto da 750 miliardi per l'intera area, sono previste per delle manovre di risanamento rapido dei bilanci pubblici. La exit strategy messa in piedi dall'Unione si ispira ad una scelta precisa, quale quella dell'austerit, e qui sta forse l'effetto pi rilevante almeno per il momento della crisi. Nell'ultimo anno le vicende del caso greco e le crescenti difficolt degli altri partner nel rifinanziamento del debito hanno infatti portato ad un drastico cambiamento di fronte: se a fine 2009 si discuteva

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ancora di piano EERP e di aiuti all'economia reale, a pochi mesi di distanza quasi tutti i governi europei avevano approvato drastiche manovre di riduzione della spesa pubblica. Un cambiamento non solo pratico, ma anche filosofico: da una politica economica di stampo keynesiano risultata letale in un ambiente in cui i mercati finanziari e la loro perenne volatilit sono i veri giudici si passati ad un regime di stretta austerit, con il progressivo smantellamento del welfare state e degli interventi dello Stato nell'economia.

Gli scenari futuri risultano di difficile interpretazione, ed il dibattito tra i perenni schiaramenti di liberisti e keynesiani tornano a sfidarsi ancora una volta. Gli economisti in linea con la filosofia dell'austerit, leggisi neoclassici e liberisti, per la maggior parte riconoscono che la strada intrapresa avr probabilmente degli impatti negativi nel breve periodo: aumenti delle tasse e tagli alla spesa pubblica risulteranno certo driver negativi per la ripresa economica, quantomeno nell'immediato. Le speranze sono semmai per il medio e lungo periodo: le riforme in atto, che hanno lo scopo generale di alleggerire il peso delo Stato e di rendere pi efficiente il settore privato, avranno effetti fortemente positivi in termini di crescita economica, e vanno ad unirsi ai benefici derivanti dagli sgonfiamenti dei debiti pubblici. Il fronte anti-austerity vede invece nella propria schiera i cosiddetti keynesiani-interventisti, tra cui il premio nobel Paul Krugman ma anche le forze di governo statunitensi di Barak Obama e Ben Bernanke. Il movimento sostiene che alla caduta della spesa pubblica far seguito anche una caduta del prodotto in generale e della domanda aggregata: in tal senso

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le manovre di austerit anziche ridurre il rapporto deficit/PIL lo porteranno ad aumentare, vista la diminuzione della voce al denominatore. Oltre agli effetti meramente collegati ai meccanismi dell'economia, tali osservatori ricordano anche i costi sociali che le misure di austerit porteranno.

Il dibattito sulle manovre di austerity si ricollega anche ad un'altro grande cambio di rotta nella politica economica dell'Eurozona, quale il processo di riforma del Patto di Stabilit e Crescita. Bench non sia stata presa ancora alcuna misura definitiva, come abbiamo visto (cfr. 5.4) si sta delineando una certa corrente di pensiero comune che fa presupporre un 'irrigidimento' del Patto, con regole pi ferree e una maggiore disciplina di bilancio. Ma accanto al rafforzamento del processo di corcizione, sono previste delle profonde modifiche anche nel campo dell'integrazione delle politiche fiscali nazionali, che porteranno ad un'economia europea pi 'centralizzata' ed interdipendente. Un'Europa pi unita quindi, ma anche pi rigida e meno tollerante rispetto ai fallimenti delle politiche nazionali.

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ABBREVIAZIONI

BCE BRIC CDS CECA CEE EERP EONIA EURIBOR FED FMI IME IMPE OMT PDE PIL PSC SEBC SME TFUE UE UEM UME

Banca Centrale Europea Brasile, Russia, India e Cina Credit Default Swap Comunit Europea del Carbone e dell'Acciaio Comunit Economica Europea European Economic Recovery Plan Euro Overnight Index Rate Euro Interbank Offered Rate Federal Reserve Fondo Monetario internazionale Istituto Monetario Europeo Indirizzi di Massima per le Politiche Europee Obiettivi di Medio Termine Procedura Deficit Eccessivo Prodotto Interno Lordo Patto di Stabilit e Crescita Sistema Europeo Banche Centrali Sistema Monetario Europeo Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea Unione Europea Unione Economica e Monetaria Unione Monetaria Europea

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