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Il ritorno del delitto d’onore?

Alessandro F.Spata
Al profano medio che poco o nulla capisce di giurisprudenza e atti giudiziari vari può effettivamente apparire
aberranti certe sentenze. Adesso non voglio entrare nel merito del caso specifico perché non conosco a fondo
le motivazioni della sentenza e non sono un tecnico giuridico. Tuttavia, quel poco che ho letto mi lascia un
tantino perplesso da profano e mi dà soltanto l’opportunità di estrapolare qualche riflessione di respiro più
generale. Ora esaurito il “contesto” in cui mi muovo, se tengo conto di questo fatto e di altri di natura simile
del recente passato, potrebbe effettivamente sembrare (o quantomeno sembra a me) che il “delitto d’onore” a
suo tempo uscito a forza dalla porta stia rientrando quatto quatto dalla proverbiale finestra, seppure sotto
spoglie un tantino mentite. Nella sentenza, relativa ad un “femminicidio” avvenuto circa due anni fa si spiega
che la decisione di dimezzare la pena al reo deriva in primo luogo dalla valutazione positiva della
confessione. Inoltre, si legge nell’atto, sebbene la gelosia provata dall’imputato fosse un sentimento
“certamente immotivato e inidoneo a inficiare la sua capacità di autodeterminazione”, tuttavia essa
determinò in lui, “a causa delle sue poco felici esperienze di vita” quella che il perito psichiatrico che lo
analizzò definì una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”….Una condizione, questa, “idonea a
influire sulla misura della responsabilità penale” (dall’ergastolo, poi ridotto a 30 anni per il rito abbreviato si
è passati ai 16 anni per quello che sembra un brutale omicidio avvenuto dopo una lite tra due persone che si
frequentavano da poco). Qualcuno sa per caso se la “soverchiante tempesta emotiva e passionale” addotta dal
bravo perito psichiatrico sia un nuovo o più vecchio istituto giuridico da affiancare possibilmente a quelli più
noti che trattano “dell’infermità mentale” o “dell’incapacità di intendere e di volere”? O si tratta soltanto di
un “invenzione” oserei dire quasi “letteraria” del bravo perito psichiatrico? Vabbè che il bravo giudice alla
fine decide in piena autonomia com’è noto, senza farsi condizionare da suggestioni che non siano di natura
prettamente giuridica (?????) ma il profano si dice (a se medesimo): o - la gelosia provata dall’imputato è un
sentimento “certamente immotivato e inidoneo a inficiare la sua capacità di autodeterminazione”, o la gelosia
- determinò in lui, “a causa delle sue poco felici esperienze di vita” quella che il perito psichiatrico definì una
“soverchiante tempesta emotiva e passionale…“idonea a influire sulla misura della responsabilità penale”.
Ora a me sembra un tantino contraddittoria la formula. Boh! O forse bisognerebbe intendersi sul significato
di “autodeterminazione”. Non so, sinceramente non mi convince granché ‘sta storia della “tempesta emotiva
e passionale” avanzata (?) dal perito psichiatra che sembra aver voluto mettere insieme Shakesperare e
Goleman in un sol botto che verosimilmente la dice più lunga sulla cultura umanistica del perito cui va tutta
la nostra solidarietà in quanto anche noi sperticati sostenitori del “tempestoso” bardo inglese e del più
moderatamente “emotivo” Goleman. Spero che simili elucubrazioni non mi facciano passare come
rappresentante emblematico del solito bieco senso comune e giustizialista che affiora tradizionalmente tra la
media della popolazione. Non ci tengo proprio a questo onore. Ma tanto per chiacchierare, non sottovaluterei
nemmeno una forma di “giustizialismo del senso comune all’incontrario”. Il senso comune di quelli che - se
non vuoi battere l’avversario fanne proprie le tattiche e le strategie e i termini e gli slogan -. Allora ecco che
torna buono il concetto di “contesto” o di “ambiente” o “milieu” pure, tipico dei fautori dell’ambientalismo
in psicologia o comunque di tutti i sistemici sfegatati ad oltranza. Però questa volta i termini vengono
utilizzati impropriamente e soltanto per provare a giustificare certe azioni e diminuire le responsabilità
eventuali del singolo. Anche le sentenze giudiziarie e le perizie psichiatriche soffrono di un certo clima, non
sono immuni da un tal “contesto” forse. E il “contesto” in questo caso è quello in cui soffia un venticello che
trovo imbarazzante e che lambisce dolcemente le nostre guance ma senza mai sferzarle e allora risulta
piacevole persino per le anime meno reazionarie e più “moderate” perché tutto sommato non siamo ancora in
una fase di allarme sociale (ma dipende dai punti di vista) e allora anche le coscienze più progressiste
sonnecchiano. Il “contesto” generale attuale è quello in cui volentieri “qualsiasi cittadino può farsi giustizia
da solo”.
Mi spiego meglio. Questo è il tempo dei “giustizialisti ambientalisti” che si appellano ad un male interpretato
senso del “contesto” o “dell’ambiente” o delle “circostanze” (attenuanti) ma soltanto per provare a dare più
spazio a certi atteggiamenti davvero privi di qualsiasi crisma contestuale e pregni invece del più bieco
individualismo. Si potrebbe definire un “ambientalismo giudiziario” nel senso che si prendono a prestito
concetti o elaborazioni tipiche di certa psicologia o di certa sociologia o di certa antropologia per stravolgerli
e inserirli in più tipiche dinamiche giudiziarie o processuali. Dall’altra parte certi concetti tipicamente
giudiziari tipo il concetto di “infermità mentale” o quello di “incapacità di intendere e volere” vengono
utilizzati più o meno inconsapevolmente dal senso comune ma distorcendoli a loro volta. Mi sembra che
tante volte ci sia nella politica, nella giustizia e persino nelle perizie rivolte all’accertamento delle condizioni
psichiche dell’individuo l’esigenza inconfessata di soddisfare (più o meno inconsciamente) le aberrazioni
morali di certo popolare “senso comune”. Quel tipo di senso comune che non necessita di essere accreditato
da alcuna teoria scientifica perché sostenuto unicamente dalle ragioni del risentimento e della vendetta o
della “paura”.
Allora uccidere per “amore” è ancora un’idea concepibile,secondo il senso comune tale da meritare uno
sconto di pena, dunque. Voglio dire che ancora viene fatta balenare l’idea che in fondo in fondo per amore si
possa pure morire ammazzati. Seppure 16 anni, se te li fai tutti, sono pur sempre un bel carico da espiare. Ma
non è questo il punto, ovviamente.