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La sessualità umana

i.La complessità della sessualità umana


Sostenere che in una relazione affettiva con una persona dell'altro sesso l'espressione genitale
corrisponda all'espressione della massima intensità dell'amore, non è in sé un'affermazione
sbagliata o falsa. Allo stesso tempo, però, dobbiamo riconoscere che una lettura solo
«romantica» della sessualità non corrisponde, purtroppo, a ciò che accade nella realtà. Questo
non significa che la sessualità non possa essere «romantica»; significa che la sessualità sembra
contenere al suo interno un mondo assai più variegato di istanze che non necessariamente
corrispondono a ciò che genericamente potremmo siglare come «amore».
Ahimè, sono proprio le deviazioni sessuali a metterci in guardia da un approccio ingenuo alla
sessualità. Perché se amore e sessualità andassero a braccetto, come qualcuno sostiene — e come
realmente sarebbe bello che fosse —, come mai la sessualità si arricchisce suo malgrado di una
serie perfino «creativa» di comportamenti che con l'amore non hanno visibilmente nulla a che
fare? In effetti non esiste altro aspetto della nostra personalità che si presti a veicolare, anche
simbolicamente, un così grande numero di istanze: la sessualità può esprimere l'amore; «serve» a
far nascere un bambino; però è fonte di piacere, anche senza che sia implicato l'amore o il
desiderio di avere un figlio.
Questo ci aiuterebbe (forse) a capire le ragioni di tutta una serie di vissuti sessuali — quali
l'autoerotismo, la pornografia, la prostituzione ecc. —, ma ugualmente rimarrebbero senza
spiegazione altrettanti comportamenti. Ad esempio: come è possibile che esista una violenza
sessuale? Se è solo per procurarsi piacere... beh, perché non tentare con metodi più «tranquilli ».

La sessualità come microsistema della personalità


L'intuizione della psicoanalisi freudiana creò non poco scompiglio nella cultura europea di fine
'800. Per una mentalità come quella di allora, che ancora doveva smaltire la sbornia del
razionalismo illuminista, sentirsi dire che al principio di tutto sta la pulsione, e non la ragione; e
che non si tratta di una pulsione qualunque, ma di quella sessuale... beh, non poteva non
innescare una bomba. Ciò che talora è detto pansessualismo della psicoanalisi freudiana si
riferisce precisamente a questa considerazione di base: che ogni comportamento della persona
umana — teniamoci forte: anche ogni comportamento «religioso» — nasce dall'elaborazione più
o meno riuscita di un bisogno sessuale.
Attualmente, anche all'interno della psicologia psicoanalitica il pansessualismo freudiano viene
considerato perlomeno eccessivo e si ha la consapevolezza che non tutto può essere ricondotto al
bisogno sessuale. Allo stesso tempo, però, il successo e l'importanza per la psicologia
dell'impostazione psicoanalitica stanno precisamente nell'aver messo in luce come lo spazio
della sessualità solo riduttivamente potrebbe essere ritenuto come uno spazio fra, tanti,
all'interno del funzionamento della personalità. E questa è un’acquisizione importante che, al di
là degli eccessi iniziali, sembra trovare molti consensi nella psicologia, anche non psicoanalitica.
Potremmo identificare il posto singolare occupato dalla sessualità all’interno della personalità,
nel modo seguente: se la personalità è un grande sistema, che organizza tutto quell'insieme di
tratti che appartengono a una persona, la sessualità non è un tratto, ma nemmeno un semplice
sottoinsieme di tratti, ma un vero e proprio microsistema della personalità. Sarebbe come dire:
nella sessualità si ritrova «in piccolo», ciò che «in grande» — cioè a livello complessivo — si
trova in tutta la personalità.

Un modello a partire dai bisogni fondamentali


Possiamo esemplificare ulteriormente la cosa, ricorrendo a una delle scale dei bisogni
fondamentali. Si tratta di quei bisogni che vengono riconosciuti come parte di un repertorio che
appartiene a ogni persona di questo pianeta. Come i bisogni — fisici — del cibo e del sonno, si
tratta di bisogni — psichici — che hanno valenza transculturale. Questo non significa però che
nella loro concretizzazione siano identici da una cultura a un'altra. Anzi: ogni cultura provvede a
dare a ogni bisogno una caratterizzazione propria, così come ogni vicenda singola di sviluppo.
Questo comporta che se, ad esempio, esiste un bisogno universale di affetto, la modalità concreta
in cui questo si rende visibile assume tante forme quanti sono gli abitanti del pianeta.
In questo caso utilizzeremo la scala dei bisogni di Murray. Non si tratta della sola scala esistente.
Inoltre, come ogni categorizzazione della realtà psichica, anche quella di Murray ha in sé un che
di convenzionale. D'altra parte il ricorso ad altre scale, sottolinea alcuni aspetti a discapito di
altri, ma tutto sommato non cambia la sostanza delle affermazioni che qui ci interessano.
La presento qui di seguito per intero. Le indicazioni fornite accanto a ogni bisogno hanno valore
esemplificativo. In ogni singola persona ciascun bisogno si esprime in modi originali.

1) Accettazione sociale (recognition): ottenere prestigio, ricevere onori, lodi, essere


apprezzato.
2) Acquisizione (acquirement): ottenere possedimenti e proprietà. Avere beni e denaro
per se stessi.
3) Affiliazione (affiliation): lavorare a fianco di un alleato e collaborare o scambiare
punti di vista con lui con piacere. Piacere a un altro e guadagnare l'affetto di un altro.
Legarsi a un amico e rimanergli fedele.
4) Aggressività (aggression): superare energicamente un'opposizione. Lottare. Vendicare
un'offesa. Attaccare. Ferire o uccidere. Opporsi con forza o punier
5) Aiuto agli altri (nurturance): dare il proprio affetto a un altro e soddisfare i suoi
bisogni, in special modo se «piccolo »: una persona fragile, disorientata, stanca,
inesperta, ammalata, sviata, umiliata, sola, rifiutata, un bambino, un animale Assistere
un altro in pericolo. Nutrire, aiutare, sostenere, consolare, proteggere, confortare,
curare, guarire.
6) Autonomia (autonomy): liberarsi, scrollarsi dalle costrizioni, evitare la reclusione.
Resistere alla coercizione e alla restrizione. Evitare o abbandonare attività imposte da
autorità esterne. Essere indipendente e libero. Non essere trattenuto da nessun legame,
da nessuna condizione, da nessuna responsabilità. Sfidare le convenzioni.
7) Cambiamento (change): cambiare, modificare le circostanze, l'ambiente, le
associazioni, le attività. Evitare la routine o la ripetizione.
8) Conoscenza (knowledge): conoscere, ,soddisfare la curiosità; esplorare, acquisire
informazioni e conoscenze.
9) Dipendenza affettiva (succorance): soddisfare dei bisogni grazie all'aiuto di un
alleato. Essere curato, appoggiato, sostenuto, circondato, protetto, amato, consolato,
guidato, favorito, perdonato. Avere sempre un appoggio.
10) Dominazione (domination): controllare l'ambiente. Influenzare o dirigere il
comportamento altrui attraverso í suggerimenti, la seduzione, la persuasione o gli
ordini. Dissuadere, impedire, vietare.
11) Eccitamento (excitement): essere facilmente commosso, stimolato, eccitato, agitalo.
12) Esibizionismo (exhibition): fare colpo. Cercare di essere notato e ascoltato. Eccitare,
stupire, affascinare, divertire, colpire, incuriosire, sedurre.
13) Evitare il pericolo (avoid injury): evitare il dolore, i danni fisici, la malattia, la morte.
Sfuggire a una situazione pericolosa. Prendere misure di precauzione.
14) Evitare l'inferiorità (avoid failure): evitare l'umiliazione. Sbarazzarsi di una situazione
imbarazzante. Evitare quelle condizioni che potrebbero portare all'inferiorità: íl
disprézzo, la derisione ò l'indifferenza degli altri. Trattenersi dall'agire per paura
dell'insuccesso. Conformità passiva. Difendersi dagli attacchi, dalle critiche, dal
biasimo. Nascondere o giustificare un misfatto, un insuccesso, un'umiliazione.
15) Gioco (playfulness): agire per divertirsi, senza altro scopo. Amare lo scherzo e il riso.
Cercare di rilassarsi in allegria. Partecipare a giochi, sport, balli, feste, partite a carte;
sognare a occhi aperti.
16) Gratificazione sessuale (sexual gratification): formare e sviluppare un legame erotico.
Avere rapporti sessuali.
17) Ordine (organization): mettere le cose in ordine. Assicurare la pulizia, la sistemazione
esatta, l'organizzazione, l'equilibrio, la precisione, il comportamento appropriato.
18) Reazione (counteraction): sforzarsi con tenacia di superare difficoltà, esperienze
frustranti, umiliazioni o situazioni imbarazzanti, opponendosi alla tendenza a evitarle
o a ritirarsi di fronte a un compito o a una condizione che potrebbe condurre a tali
risultati.
19) Sottomissione (submission): ammirare e appoggiare qualcuno ritenuto superiore.
Stimare, onorare, lodare. Abbandonarsi con passione all'influenza di un alleato.
Seguire un esempio. Conformarsi alle norme e agli usi.
20) Successo (achievement): riuscire in qualcosa di difficile. Dirigere, manipolare,
organizzare oggetti fisici, esseri umani o idee. Fare ciò il più rapidamente e
indipendentemente possibile. Superare gli ostacoli e raggiungere una posizione
elevata. Eccellere. Competere con gli altri e superarli. Aumentare l'opinione positiva
che si ha di se stessi con l'impiego dei propri talenti.
21) Umiliazione/inferiorità (abasement): sottomettersi passivamente a una forza esterna.
Accettare le ingiurie, il biasimo, le critiche, le punizioni. Arrendersi. Rassegnarsi al
proprio destino. Ammettere l'inferiorità, gli errori, la sconfitta, il lavoro mal fatto.
Confessarsi ed espiare. Biasimarsi, sminuirsi. Cercare il dolore, la malattia, la
sfortuna e goderne.

A un'analisi attenta di ciò che è, e di ciò che implica, ogni comportamento sessuale, rileviamo un
dato per molti aspetti sorprendente: tutti i ventuno bisogni della scala, seppure in modi differenti,
sono presenti nel comportamento sessuale. In questo senso, perciò, parliamo di un microsistema
e non di un semplice sottoinsieme. Tanto meno possiamo parlare di un singolo tratto o di un
bisogno isolato.
Talora, almeno implicitamente, si scambia il bisogno che abbiamo chiamato di gratificazione
sessuale con la sessualità in senso complessivo. Come abbiamo notato dalle brevi
esemplificazioni riportate nel paragrafo 1, ricondurre il comportamento sessuale all'espressione
del solo bisogno di gratificazione sessuale sembra riduttivo per una grande quantità di vissuti.
Se il repertorio dei bisogni fondamentali esiste in ogni essere umano fin dalla nascita, con il suo
sviluppo assistiamo a un processo importante: quei bisogni vanno via via organizzandosi in
configurazioni, che chiamiamo atteggiamenti, che sono come disposizioni abituali di
comportamento a livelli crescenti di complessità. In altre parole: i bisogni, pian piano, si
compongono, agganciando successivamente, oltre ad altri bisogni, anche istanze culturali, valori
ecc...
Ecco: possiamo dire che ciò che chiamiamo sessualità risulta dalla configurazione originale che
in una persona specifica è assunta da quei ventuno bisogni fondamentali.

Un equilibrio difficile
A questo punto, ragionando a partire dai processi psicologici, potremmo dire quanto segue:
considerando il funzionamento della personalità, se quelli elencati sono bisogni, occorre che
trovino qualche spazio nella vita concreta della persona. D'altra parte — e sarà importante averlo
presente — non può esistere uno stato di vita che comunque li realizzi tutti.
Da una prima lettura dell'elenco di Murray, ad esempio, si noterà infatti come alcuni bisogni —
già dalla stessa denominazione — alludano a dinamismi opposti a quelli espressi da altri. E
questo significa che la personalità matura, cioè integrata — in grado di ricondurre alla propria
volontà il maggior numero di funzioni della personalità — dovrà trovare uno stato di equilibrio
fra l'espressione di alcuni bisogni a discapito di altri.
In proposito, per quanto possa sembrare un discorso quasi da «bilancio energetico»,
effettivamente l'aspetto quantitativo non è di rilievo secondario. Un conto, infatti, è che di
quell'elenco di bisogni uno, due, o tre siano penalizzati o addirittura estromessi. Altra cosa è che
i bisogni penalizzati o estromessi siano cinque, sei o dieci.
A ogni modo — e a costo di diventare noioso — vorrei ribadire che a questo livello siamo
interessati al buon funzionamento psicologico e che la pienezza è un'altra cosa. D'altra parte
sembra sensato ritenere che là dove un buon funzionamento psicologico è garantito, le cose
anche in senso complessivo possano andare meglio. Altrimenti si dovrebbe giungere a un
risultato che ha del paradossale: che l'essere umano si realizza al meglio (nella sua umanità
complessiva), quanto peggio funziona (nei suoi processi psicofisici).
Dal punto di vista antropologico (filosofico e teologico) una simile affermazione condurrebbe
alla tesi realmente singolare, secondo la quale tutto ciò che appartiene alla dimensione storica è
fatto per dare fastidio all'essere umano. Chiunque fosse l'autore di un simile ordine della
creazione, a buon diritto potrebbe essere accusato, o di essere stato maldestro o, peggio, di essere
un sadico.
In questo senso, perciò, la nozione di bisogno psichico è analoga, ma non identica a quella di
bisogno fisico.

Alcuni bisogni particolari

1. L'aggressività
Vorrei accennare alla questione dell'aggressività. Di quel repertorio di bisogni fondamentali,
l'aggressività è uno dei più importanti. È importante, fra le altre cose, perché svolge una funzione
evolutiva decisiva. Senza aggressività — verrebbe da dire — non ci può essere sviluppo.
L'aggressività, infatti, è quel bisogno che consente alla persona di «saltare» da uno stadio al
successivo.
Benché un approfondimento in proposito ci porterebbe troppo distanti dal nostro percorso, è
importante segnalare il forte legame che viene a stabilirsi, nella configurazione della sessualità
adulta, fra l'aggressività e l'intimità/genitalità. In altre parole: chi ha una vita sessuale attiva ha
come un canale in più per convogliare il proprio bisogno di aggressività.
La questione è delicata, perché verrebbe spontaneo sospettare che ragionando in tal senso si
voglia strumentalizzare il rapporto di coppia. Eppure, se è vero che la relazione a due può
fomentare una buona dose di aggressività — perché vivere in due sempre in armonia è possibile
solo nei cartoni animati (e dai Simpson in poi nemmeno in tutti) — sembra altrettanto vero che
l'intimità fisica consenta un notevole smaltimento delle tensioni aggressive, legate alla stessa vita
di coppia, ma anche indipendenti da questa.

2. La dipendenza affettiva
Un altro bisogno è quello della dipendenza affettiva. Come cercherò di mostrare anche nel
paragrafo successivo, il fatto di vivere relazioni di intimità sessuale intercetta livelli diversi
dell'esperienza affettiva. Qui vorrei soffermarmi su quella presenza di «altri» a un livello intimo,
che significa materialmente sentire qualcuno vicino, al di là delle forme di comunicazione più
evolute, o delle relazioni di amicizia adulte.
L'assunzione del celibato potrebbe condurre a ritenere che in realtà si debba prescindere da ogni
relazione di intimità, intesa qui, dunque, nel senso di una prossimità che non è legata ad alcuna
aspettativa e rispetto alla quale ci si ci può sentire semplicemente accolti per quello che sí è,
avendo smesso i panni ufficiali, del ruolo sociale.
Non ravvisare la presenza di questo bisogno e, al contrario, investire sempre più sugli aspetti di
ruolo — magari proprio come strategia difensiva inconsapevole, messa in atto per non percepire
quel desiderio di relazioni di intimità nel senso detto — può condurre a un ventaglio di
comportamenti possibili. Alcuni di questi possono assomigliare a quelli che ho cercato di
evidenziare nel paragrafo precedente relativamente all'aggressività. Ma se ne possono aggiungere
altri: da un bisogno di accumulare cose come procedimento simbolico teso a colmare un senso di
vuoto profondo, all'esperienza diretta di quel vuoto, che può avere un esito di tipo depressivo.
Ciò può significare molte cose: la passività, l'indolenza, l'apatia, l'irritabilità, ma perfino la
depressione vera e propria.

3. L'intimità sessuale: dominazione e sottomissione


La relazione di intimità sessuale è una relazione molto complessa che avviene a livelli diversi di
esperienza. Semplificando un po' la questione, potremmo dire che l'esperienza dell'intimità —
intesa in questo caso soprattutto nel senso dell'intimità fisica — attiva almeno due registri
esperienziali, presenti poi in modo simultaneo.
Un primo registro appartiene a quella modalità, che potremmo denominare infantile, che consiste
in un semplice «stare bene», a contatto fisico ravvicinato con il corpo di un altro, caldo e
accogliente. È in fondo il benessere del bambino che si sente coccolato, custodito e protetto dal
corpo avvolgente della mamma. Egli non deve fare proprio niente, se non «lasciarsi fare».
Questo però non è il tutto dell'esperienza dell'intimità sessuale adulta. E non già — o non
soltanto — perché all'interno di quella adulta si inserisce anche il registro sessuale-genitale, ma
perché per l'adulto l'intimità sessuale non casualmente è presentata anche come atto. In altre
parole si tratta di un comportamento deliberato in cui non è sufficiente lasciarsi andare, ma
occorre anche «fare» e «fare bene ».
Ecco dunque entrare in gioco il secondo registro: questo ha a che fare con l'intimità sessuale
come « prestazione», atto che deve riuscire bene, per me e perché l'altro stia bene. In questo
senso, l'enfasi attribuita dalla nostra cultura all'atto sessuale come prestazione, in modo parti-
colare proprio per il maschio, non può essere considerata di rilievo secondario.
Da ciò mi pare si possa cogliere bene in che modo all'interno del comportamento sessuale entri
quel bisogno di dominazione — e il suo reciproco di sottomissione — che abbiamo già segnalato
a partire dall'elenco di Murray. L'intimità sessuale, infatti, è anche «potere»: potere sull'altro,
perché è capacità di controllo dell'altro, ma anche capacità di produrre nell'altro emozioni forti.
Dunque l'intimità sessuale offre una buona opportunità per un «rilascio» tenero del bisogno di
dominazione. La mancanza di intimità sessuale, se accompagnata poi da una vita di relazioni
complessiva all'insegna della carenza di rapporti « alla pari» — perché anche questi sono, co-
munque, rapporti di intimità — può lasciare allo scoperto quel bisogno di dominazione. E questo
può foraggiare il desiderio — talora perfino la ricerca spasmodica — di giungere a ruoli di
comando, di autorità, sino ad arrivare alle posizioni più esplicite di potere. Non importa di quale
potere si tratti: l'importante è avere almeno un po' di potere su qualcosa.

4. L'identità di genere
L'identità di genere consiste fondamentalmente nell'esperienza del sentirsi maschio o del sentirsi
femmina. Dunque va distinta dal cosiddetto sesso biologico. Potremmo dire che, mentre il sesso
biologico è il «dato» sessuale, l'identità di genere è l'«esperienza del dato» sessuale.
La questione dell'identità di genere sembra andare al di là della semplice organizzazione di un
insieme di bisogni. Eppure, essendo l'identità di genere comunque parte di quell'esperienza
psicologica importantissima per la personalità che chiamiamo, appunto, identità, ed essendo
questa connessa con un insieme di tratti che caratterizzano la persona in modo tendenzialmente
stabile, fra questi annoveriamo anche i bisogni fondamentali e, soprattutto, il modo originale in
cui questi si sono configurati nella personalità di una persona specifica.
Dunque l'identità di genere comprende anche un repertorio configurato di bisogni.
Essendo poi l'identità un processo e non una struttura, quella dell'identità si presenta come
ricerca continua, una sorta di domanda aperta in attesa di risposta, che in modo più o meno
consistente — ma comunque sempre presente — caratterizza ogni situazione.
E questo vale anche per l'identità di genere. La percezione del proprio essere uomo o quella del
proprio essere donna ha bisogno di conferme e il fatto che queste non vengano, soprattutto se in
modo reiterato, può condurre a un indebolimento nella percezione del proprio sentirsi maschio o
del proprio sentirsi femmina, con il desiderio conseguente (e magari pérfino impellente) di una
ricerca supplementare di conferme.
Anche in questo caso il rilievo dato alla sessualità genitale rispetto alla conferma della propria
identità di genere ha una provenienza che può essere ulteriormente enfatizzata dalla cultura.
Quali, in tal caso, i bisogni che, a questo livello — cioè caratteristici dell'identità di genere —
possono ritenersi «scoperti» dall'assenza di una sessualità genitale attiva? Ad esempio i seguenti:
accettazione sociale, autonomia, dominazione, esibizionismo e, in modo particolare, evitare
l'inferiorità, reazione e successo.
Ritengo che ciò sia oltremodo importante e, appunto, in modo particolare nel nostro attuale clima
culturale, il quale riconosce nella «prestazione» sessuale uno spazio importante di
autoaffermazione, soprattutto per il genere maschile. È di rilievo la messa a fuoco di questo
dinamismo — con l'enfasi che gli proviene dalla cultura — soprattutto di fronte ai suoi esiti
possibili che, seppure apparentemente contrapposti, provengono dalla medesima ricerca di
conferma.
Un primo esito possibile riguarda il desiderio di coltivare relazioni di intimità con l'altro sesso,
secondo diverse modalità: da quella vagamente narcisista, che sperimenta un gusto particolare
nel fare innamorare di sé un'altra persona (o altre persone), ma senza compromettersi in un
legame stabile; a quella che, pian piano, conduce, o può condurre, allo sviluppo di un legame di
intimità anche genitale.
Nel caso della reiterazione di legami di innamoramento, talora il fatto che questi non giungano a
una relazione stabile può essere sostenuto con motivazioni pretestuosamente spirituali. In realtà
queste possono prestare il fianco a motivazioni di tipo narcisista, presenti almeno in modo
concomitante.
Far innamorare di sé, senza compromettersi in un rapporto d'amore concreto — che
comporterebbe a quel punto costi elevati —, può essere un'esperienza molto gratificante sotto il
profilo della ricerca di una conferma della propria mascolinità.
Nel caso del legame di intimità genitale, si può giungere quasi a forme di «doppia vita» nel
proprio ministero. Non è detto che in questi casi non ci sia la consapevolezza di una tale
«dissociazione », ma attribuendo il desiderio dell'intimità al solo «impulso» sessuale, senza
considerare la possibile presenza simultanea di un desiderio di conferma della propria
mascolinità, í tentativi per interrompere quella relazione possono risultare infruttuosi.
Un secondo esito possibile riguarda il desiderio di coltivare relazioni molto strette con una
persona del proprio sesso. L'indebolimento nella percezione della propria mascolinità, infatti,
potrebbe condurre al desiderio di rafforzarla, con un processo che sembra di innamoramento — e
che dal punto di vista dell'esperienza concreta ne ha tutte le caratteristiche — ma che dal punto di
vista psicodinamico svolge soprattutto la funzione di una forte identificazione.
Nell'indebolimento (più o meno consapevole) della propria mascolinità percepita,
l'innamoramento è la conseguenza del desiderio di giungere alla relazione con un altro, il quale,
però, in un certo qual modo è percepito alla stregua di un'estensione di sé. La componente di
gelosia e possessività che si accompagna sovente a questo tipo di relazioni è legato al carattere di
esclusività rivendicato su quella persona, precisamente perché percepita, in qualche modo, come
una parte di sé.
Gli aspetti su cui quell'innamoramento fa leva possono essere diversi — e talora anche molto
circoscritti —, ma avranno in comune il fatto di rappresentare il simbolo di una positiva
mascolinità-o-di una positiva immagine di sé come maschio: bellezza fisica, statura, età (minore
o maggiore), impostazione della voce, modo di sorridere, modo di gesticolare, e altro ancora,
sono tutti simboli possibili.

5. Il gioco
La mancanza di una intimità sessuale può lasciare scoperto il bisogno di gioco. L'intimità
sessuale, infatti, è uno spazio di gioco. Proprio il fatto di andare a intercettare livelli differenti
dell'esperienza affettiva, compresi possibilmente' quelli appartenenti agli stadi più precoci del
proprio sviluppo, favorisce un processo regressivo. E non casualmente nella relazione di intimità
sessuale tutti i panni — in senso stretto e in senso lato — dovrebbero cadere. Dovrebbero cadere
dunque i titoli, i ruoli, le competenze professionali. Uno è semplicemente ciò che è, senza
finzioni.
Il gioco nell'adulto consiste precisamente in una tale capacità di assumere (deliberatamente e
consapevolmente) forme di comportamento che appartengono a stadi più precoci, rinunciando ad
assumere la personalità propria dello stadio di sviluppo presente.
Il gioco fa molto bene alla personalità adulta, perché le consente di integrare attivamente tutte
le personalità precedenti, sia molte istanze emozionali e interpersonali che nella vita presente
potrebbero non trovare spazi di espressione. Tutto ciò favorisce una grande flessibilità, che è
sempre promettente, sia per il presente, sia per il futuro.
Nell'intimità chi è ingegnere o magistrato sarà semplicemente Marco o Carlo e, magari, perfino
Carluccio! Per un magistrato farsi chiamare Carluccio dalla propria moglie — oltre che
assolutamente accettabile — rappresenta realmente una modalità di gioco.
La conoscenza di sé

Il tema della conoscenza di sé meriterebbe forse maggiori approfondimenti. In questo spazio


vorrei limitarmi a due semplici sottolineature.

Conoscersi è lasciarsi conoscere


Talora identifichiamo la conoscenza di noi stessi con la capacità introspettiva. Sarebbe come
dire: quanto più saprai guardarti dentro, tanto più ti conoscerai. In se stessa la capacità
introspettiva è una buona cosa, intendiamoci. Anzi, possiamo dire che la capacità introspettiva è
una condizione importante per la conoscenza di sé. Tuttavia dobbiamo anche aggiungere che si
tratta di una condizione non sufficiente.
Infatti se è vero che ciascuno di noi rappresenta per se stesso un oggetto singolarissimo —
difficilmente assimilabile ad altri oggetti della propria conoscenza del mondo (comprese le altre
persone) — è altrettanto vero che per conoscere qualsiasi cosa (dunque anche me stesso) io non
posso non utilizzare quella struttura dinamica di mediazione con la realtà che è la mia
personalità. La mia personalità — così come il mio corpo fisico — costituisce l'inevitabile
passaggio di ogni atto di conoscenza, essendo quello della conoscenza un atto psichico (e pure
fisico).
A volte ragionando con le persone raccogliamo una persuasione diffusa, per quanto non
necessariamente tematizzata: che il «titolare» della conoscenza di me stesso sono... io stesso.
Cioè: « Gli altri sapranno alcune cose di me, ma quello che mi conosce veramente bene e in pro-
fondità... sono io stesso! ».
L'affermazione non è del tutto falsa, ma nemmeno del tutto vera. È vero che ci sono degli aspetti
di me stesso che soltanto io conosco; però accade, in modo esattamente simmetrico, che esistano
degli aspetti della mia personalità che gli altri vedono e che io probabilmente no.
Dunque l'affermazione andrebbe corretta così: « Ci sono alcuni aspetti della mia personalità che
soltanto io conosco. Così come ci sono altri aspetti della mia personalità che io posso non
conoscere e che può conoscere chi mi osserva, avendo una personalità che non è la mia»
La conseguenza di questo stato di cose è semplice, ma realmente importante: nel cammino della
conoscenza di sé — per quanto si tratti, appunto, di un cammino e dunque di qualcosa di mai
concluso — io posso giungere a un buon livello di conoscenza di me soltanto nella misura in cui
mi sono «lasciato dire» da altre persone, cioè quando ho incorporato nella conoscenza di me
qualche cosa che proveniva dalle osservazioni altrui.
In questo senso, perciò, conoscersi è anche lasciarsi conoscere.
Certo: questo non significa che io debba ascoltare sempre e comunque tutti coloro che hanno
qualcosa da dire su di me. Effettivamente, in un ministero pubblico qual è quello del prete,
questa è una circostanza che può verificarsi: come tutte le persone pubbliche può accadere di
finire sotto il bersaglio delle osservazioni, delle critiche e, ahimè, qualche volta anche dei
pettegolezzi altrui. Questo varrà in modi diversi a seconda delle comunità.
Generalizzando non poco, si potrebbe dire che si passa da un certo anonimato, più frequente
nelle grandi città, sino a giungere al regime quasi da «sorvegliato speciale» che talora vige in
alcuni piccoli paesi, dove prete, sindaco e farmacista pare siano ancora figure di spicco, di cui
conoscere fatti e misfatti... altrimenti al bar di cosa si parla? Sotto un simile fuoco incrociato, uno
potrebbe pensare di sé di essere di tutto e di più.
La conoscenza di sé non consiste evidentemente in questo. Si tratta piuttosto di avere nella
propria vita alcune figure di riferimento, considerate affidabili, capaci di supporto, ma anche di
dire con franchezza le cose come stanno. I veri amici non sono quelli che ti danno sempre
ragione (lo so che è banale, ma vale la pena ricordarlo!). La raccolta dei dati provenienti da una
tale osservazione dall'esterno andrà a integrare quella dei dati che provengono da una buona
auto-osservazione. Il risultato andrà nella direzione di una buona conoscenza di sé.

Conoscenza di sé statica e conoscenza di sé dinamica


Con la notevole diffusione della psicologia sulle riviste o in televisione, talora con vere proprie
rubriche del tipo: «Lo psicologo risponde », alcune questioni quali la conoscenza di sé,
l'autostima, l'accettazione di sé, sono diventate oggetto di considerazione da parte del senso
comune. Tutto può essere utile, intendiamoci.
Allo stesso tempo, però, non sarebbe male vigilare su alcune piccole o grandi insidie che una
mentalità più psicologistica che autenticamente psicologica finisce per veicolare. Una di queste
insidie è proprio in riferimento alla questione della conoscenza di sé. Troppa gente ama
frequentare i salotti televisivi per raccontare di sé, con il risultato che l'espressione conoscenza di
sé finisce per essere del tutto equivalente a «elenco più o meno disperso (e, talora, più o meno
esibizionistico) di virtù e di vizi».
In sostanza: in una tale prospettiva conoscenza di sé significa tutto sommato: « Sono fatto così!».
Da cui accettazione di sé vuol dire: «Che cosa ci devo fare? Sono fatto proprio così! ». E infine
autostima equivale a credere che «Insomma: devo piacermi, a tutti i costi, anche così! ».
Di questioni che sono e rimangono importanti, una lettura così semplificata rischia di condurre a
una visione statica, autocontemplativa e, soprattutto, che potrebbe lasciare le cose esattamente
come stavano. Invece la conoscenza di sé non consiste o non dovrebbe consistere in un elenco
statico di caratteristiche di cui semplicemente prendere atto o addirittura da contemplare
narcisisticamente.
Non è infatti importante sapere soprattutto se un tratto, un bisogno, un desiderio... ci sono o non
ci sono, ma piuttosto sapere qual è la forma che questi assumono concretamente nella mia vita e
soprattutto in che modo entrano a far parte di ciò che oggi io scelgo di essere e di diventare.
Potrei dire: «So di essere aggressivo! ». L'informazione non è da buttare, ma è ancora un po'
poco. Dovrei riuscire a rispondere anche ad altre due domande: «Qual è la forma che
l'aggressività assume nella mia vita?». E poi: «In che modo intendo condurre la mia aggressività
a essere parte del mio progetto di vita? ».
Mettiamo l’esempio di un ragazzo di vent’anni – un po’ timido ed entroverso – che non trova una
ragazza e che confessa di fare uso di pornografia. Dice di conoscersi bene e di conoscere bene
anche i propri desideri, ma di non resistere al suo impulso sessuale, e di cadere sempre nella
stessa “tentazione”.
Ma è positivo «etichettare» la questione della pornografia sotto la categoria di un impulso che
solo non si sa gestire? Oppure dire che è «tentazione» non equivale forse a riconoscere che c'è e
che sarebbe meglio che non ci fosse? Possiamo dire che è tutto qui?
Innanzitutto potremmo almeno chiedere al giovane come mai nella sua vita la “tentazione”
significhi guardare ogni tanto le riviste pornografiche e non invece, ad esempio, consumare
misticamente mezzo chilo di Nutella, magari direttamente dal barattolo e con un cucchiaio di
legno. Basta siglare il tutto con la parola «tentazione» e a quel punto una cosa vale l'altra?
Se liquidiamo la pornografia come «tentazione » rischiamo di non cogliere ciò che esprime,
ovvero qual è la domanda che ci sta dietro. Possiamo anche aggiungere, poi, che la forma
assunta dalla «tentazione» non è secondaria. In questo caso, di che cosa sia forma, non è per
niente chiaro.
Il nostro giovano forse dovrebbe chiedersi: nel progetto che lui ha di sé nella sua vita, c'è la
possibilità che alcuni tratti della sua personalità trovino spazio reale. La sua intelligenza, la sua
capacità di interagire comunque con le altre persone, trovano modo di esprimersi... Ma: dov'è lo
spazio della pornografia?
Si obietterà legittimamente: «Ma quale spazio?! ». Risposta: certo, nessuno spazio per la
pornografia in quanto tale, che non è buona in se stessa per nessuno, celibe o non celibe,
cristiano o non cristiano che sia. Eppure la pornografia probabilmente esprime qualcosa che c'è;
risponde male a qualcosa che potrebbe essere buono e perfino importante.
Il nostro giovane, invece, vorrebbe progettare un modo di essere cristiano in cui un aspetto
importante della sua personalità viene totalmente estromesso e, assumendo infine la forma
infausta del comportamento deviante, rischia di finire etichettato come cosa brutta, da eliminare
o di cui vergognarsi. Come se non avesse nulla di buono da dire e da dare.
Provocatoriamente dovremmo poter dire al ragazzo: «Se c'è questo desiderio, di pornografia, in
che modo c'entra con la tua vocazione? Con la relazione che hai con le ragazze».
Questa è la domanda giusta per avviarsi sulla strada di una autentica conoscenza di sé.

Allargare spazi di Vangelo


L'importanza della conoscenza di sé talora evoca un fantasma: quello che ha le sembianze del
disturbo psichico.
Lo psicologo, ossessionato dall'idea di scovare ovunque sintomi e sindromi, mi butterà addosso
un'evidenza: che anch'io, che pure mi sentivo tutto sommato bene con me stesso, ho almeno un,
problema che non sapevo di avere. E, magari si tratta di un problema grosso come una casa, ma -
ovviamente assolutamente inconscio. Così non potrò nemmeno obiettare; lui, invece, con
ostentata sicurezza, mi dirà: «Per forza non lo vede: è inconscio! ». In tal modo, tutto quello che
pensavo di aver capito fin qui su di me è falso.
In realtà, obiettivo di quel direttore spirituale che decidesse di conoscere meglio anche la
personalità della persona che segue nella direzione spirituale non è quello di scovare i disturbi,
prima che questi saltino fuori e facciano pasticci. È soprattutto quello di allargare spazi di
Vangelo.
Si tratta di conoscere anche le profondità della persona in formazione, affinché il Vangelo possa
discendervi, quasi dilagare al loro interno. Così che una scelta vocazionale impegnativa come
quella .del prete non comporti il semplice adeguamento di alcuni comportamenti di superficie.
Il Vangelo è più che eloquente in proposito, e l'importanza che sia raggiunta la personalità fino in
fondo e non solo la sua « scorza », non è certo un'invenzione della psicologia: «Non chiunque mi
dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è
nei cieli »"; «Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me »
Nel caso del giovane descritto nel precedente paragrafo, sarebbe come dire: «La questione della
pornografia c'entra con la tua vita futura, con progetto che hai su di te o è come se “congelasse”
il tuo stadio. Anche quello è uno spazio di Vangelo.

Coinvolgere tutta la personalità


L'esplorazione del sottosuolo, cioè delle profondità della nostra personalità non è un'attività
facile. E da un certo punto di vista non è nemmeno un'attività in sé priva di pericoli. Le
profondità della nostra personalità custodiscono un mondo fatto di movimenti, di desideri che
sono ad alto contenuto emozionale. La ragione di questa prevalenza dell'emozionale negli strati
più profondi e forse meno noti della nostra personalità è di tipo evolutivo. Il nostro sviluppo di
persone umane, infatti, inizia muovendo da stadi in cui gli aspetti emozionali sono preponderanti.
È bene che sia così e l'interpretazione di questo stato di cose potrebbe essere fatta secondo
prospettive teoriche differenti. Tuttavia, seppure positiva, la sfera dell'emozionale una volta fatta
riaffiorare, si presenta con una problematicità maggiore rispetto a-quella che astrattamente
potremmo chiamare razionale.
Non si può dire in senso stretto che l'emozionale sia «non razionale » o addirittura irrazionale.
Però si può certamente riconoscere nella razionalità dell'emotività una logica propria, non sempre
rispondente a quella del pensiero logico-deduttivo, del processo discorsivo. L'emozione è
altalenante, chiede una gratificazione immediata, tende a concentrarsi sul beneficio per il
soggetto e non è molto preoccupata dell'oggettività della realtà con cui ha a che fare.
Guai a considerarla come qualcosa che per il fatto di seguire una logica propria, disturba e perciò
va semplicemente eliminata o non considerata. Senza vita emotiva la nostra vita psichica sarebbe
una vita realmente incolore. E non solo: l'emotività è realmente un livello di conoscenza della
realtà. E sarebbe riduttivo ritenere qualitativamente «migliore» íl livello razionale della
conoscenza soltanto perché più prevedibile e meno soggetto a fluttuazioni.
La nostra cultura ha operato una grande revisione della portata conoscitiva dell'emotività. E
questo costituisce un guadagno notevole, anche solo rispetto a una cultura quale quella dei nostri
nonni, ma forse perfino dei nostri padri, che talora si esprimeva in modo svalutativo o sospettoso
nei confronti dell'emozionale.
Tutte le volte che di una dimensione del reale ci si concentra sui cosiddetti « -ismi», significa che
tutto sommato non se ne ha una grande considerazione. E in effetti così è accaduto in un passato
nemmeno troppo remoto, ad esempio riguardo al rapporto fra vita di fede e vita emotiva. La
sottolineatura era sulla stabilità della fede, sulla sua oggettività e... guai all'emozional-ismo, guai
al sentimentalismo, guai... Già: ma sentimento non è per forza di cose sentimentalismo.
Riducendo tuttavia quello a questo, diventa poi piuttosto imbarazzante parlare di amore di Dio
(sia nel senso del genitivo soggettivo, sia in quello del genitivo oggettivo) pretendendo di
estromettervi la dimensione affettiva o sentimentale. Come se la Scrittura stessa invitasse ad
amare Dio ma... senza affetto o senza sentimento. Questo sì sarebbe un vero guaio!
D'altra parte la nostra cultura, forse anche in posizione rivendicativa — e perciò inevitabilmente
ideologica — rispetto alla cultura dei nostri padri e dei nostri nonni, ha inteso enfatizzare
l'emozionale. L'enfasi attuale, tuttavia, non sembra sull'emozionale in quanto tale, ma sulla sua
assunzione acritica.
In altre parole: se una cosa è sentita come buona, allora deve essere buona. E questa
affermazione è ingenua. Se una cosa è sentita come buona, significa certamente che sta dicendo
qualcosa a chi la sente così. E questa considerazione non è trascurabile. Il riconoscimento della
reale bontà di quella cosa, però, è un atto conoscitivo molto più complesso, che esige
un'interpretazione, emozionale e razionale, ma anche morale.
Ogni oggetto della realtà, infatti, è conosciuto non semplicemente «perché c'è », o «perché è lì»,
ma anche a partire dalla posizione, dall'orientamento che ho nei suol confronti. Posizione e
orientamento sono due termini della psicologia cognitiva: se questa automobile è sporca e questa
automobile, guarda caso, è anche la mia automobile, posso dire che l'affermazione cognitiva («
questa automobile è sporca ») è puramente oggettiva? Oppure devo dire che l'atto conoscitivo è
comunque condizionato dal fatto che si tratta della mia automobile (cioè di un oggetto esterno
rispetto al quale ho una posizione o un orientamento, e non di un oggetto qualsiasi)? Dunque
nell'atto di conoscere una realtà qualsiasi, io devo disporre anche della volontà. Devo accertarmi,
cioè, di fare riferimento, comunque, a un criterio di bene.
Fatte queste premesse, e cercando di averle ben presenti, ecco che l'esplorazione della propria
personalità — la conoscenza di sé — non deve fare paura.
Per esempio, la possibilità di scoprire che alle radici di una mancanza di innamoramento c'era
soprattutto un atteggiamento inconsapevolmente difensivo verso ogni esperienza affettiva
potrebbe condurre a un bel terremoto in casa propria.