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Ritornare a Macondo: ovvero leggere e rileggere Cent'anni di

solitudine di Gabriel García Márquez

Sul finire del maggio del 1967, la casa editrice argentina Editorial Sudamericana pubblicò per
la prima volta Cien años de soledad  dello scrittore colombiano Gabriel García Márquez.
Lo scrittore, che aveva iniziato la sua carriera come giornalista, carriera che non abbandonò
mai per tutto il corso della sua vita, aveva già pubblicato tre romanzi (La hojarasca, El
coronel no tiene quien le escriba e La mala hora, ovvero Foglie morte, Nessuno scrive al
colonnello e La mala ora, tradotti in italiano però solo più tardi), ma la sua consacrazione,
soprattutto a livello internazionale, arrivò proprio con la storia della famiglia Buendía

Da allora sono passati cinquant'anni. Il libro è stato letto da milioni di persone, è stato
tradotto in più di trenta lingue, è considerato da molti uno dei capolavori letterari del XX
secolo e ha svolto un ruolo fondamentale per l'assegnazione a Gabriel García Márquez del
premio Nobel per la letteratura del 1982.

La prima traduzione italiana di Cent'anni di solitudine risale all'anno successivo all'uscita, il


1968. A portare il libro in Italia è stato l’editore Feltrinelli e, soprattutto, il traduttore Enrico
Cicogna, molto attivo in quegli anni nella scoperta di alcuni autori sudamericani (oltre a
García Márquez, Mario Vargas Llosa e Manuel Puig).

Quarantanove anni per una traduzione sono indubbiamente tanti e la necessità di una
revisione abbastanza evidente. Oltre all'evoluzione della lingua e di alcune regole
grammaticali e ortografiche, spesso in traduzioni così vecchie si trovano anche
fraintendimenti di significato e veri e propri errori (non bisogna dimenticare che i mezzi a
disposizione dei traduttori un tempo erano molto limitati).
Per festeggiare questo cinquantesimo compleanno, quindi, Mondadori (nuovo editore dei
romanzi di Garcí Márquez a partire dall’inizio degli anni ‘80) ha deciso di regalare
a Cent’anni di solitudine e a tutta la famiglia Buendía una nuova traduzione, a opera di Ilide
Carmignani.

Questa nuova traduzione, come la stessa traduttrice spiega nella nota finale al libro, si basa
sull'edizione commemorativa data alle stampe dalla Real Academia Española e dalla
Asociación de Academias de Lengua Española nel 2007, in occasione degli ottant'anni dello
scrittore. Una versione considerata “definitiva”, che scioglieva alcuni dubbi interpretativi e
sistemava errori, su cui aveva lavorato lo stesso García Márquez:
“Nel 2007, in occasione dell’ottantesimo compleanno di Gabriel García Márquez e dei
quarant’anni dalla prima pubblicazione, la Real Academia Española e dalla Asociación de
Academias de Lengua Española hanno dato alle stampe un’edizione commemorativa che
fissa definitivamente il testo: attraverso un minuzioso lavoro di collazione delle edizioni
precedenti, realizzato con la supervisione dell’autore, sono state risolte espressioni dubbie
ed emendati errori; l’autore stesso ha poi effettuato interventi di natura stilistica relativi al
lessico, alla costruzione sintattica e alla punteggiatura. È su questa edizione rivista e
corretta che è stata realizzata la presente traduzione”.
Nella stessa nota, ma anche in un bell'articolo di confronto scritto da Ida Bozzi e pubblicato
su laLettura del 25 giugno 2017, Ilide Carmignani spiega l’approccio seguito da Cicogna
durante la traduzione e quali modifiche ha apportato invece lei affrontando di nuovo questo
testo, alla luce anche dei nuovi mezzi a disposizione.
In quasi cinquant’anni la lingua è italiana è molto cambiata, così come sono cambiate le
strategie di mediazione linguistico-culturale, oggi più rispettose dell’alterità dei testi. Per
aiutare i lettori, che all’epoca viaggiavano ben poco, si usava ad esempio addomesticare i
culturemi, e infatti la traduzione di Cicogna trasforma il sanchoco, piatto tipico colombiano
a base di verdure locali, in un generico stufato. […] Strettamente legata allo “specchio dei
tempi” è infine la tendenza esotizzante della traduzione di Cicogna, che esalta con forza la
componente magica a scapito di quella realistica: sinonimi rari e desueti si sovrappongono
al traducente naturale italiano, per cui medanos, secche, viene reso con sirti, oppure al
contrario si scelgono soluzioni iperletterali ricalcando il suo dei termini spagnolo a
detrimento del senso.

Nel corso della mia vita, ho letto questo romanzo diverse volte, in tre edizioni differenti:

La prima volta nella traduzione di Enrico Cicogna in un vecchio volume dalle pagine
ingiallite e la rilegatura ormai distrutta, dopo essere passato tra le mani di mio padre, mia
sorella e mio fratello (un libro poi sostituito da un’edizione più recente, nella collana dei
Grandi Classici del '900 in edicola con Repubblica qualche anno fa, che però, per forza di
cose, non aveva lo stesso fascino).

All’inizio, come mi è già capitato più volte di raccontare, io Cent’anni di solitudine  non lo
volevo leggere. Tutti in casa mi dicevano che avrei dovuto, che era un libro bellissimo, che
mi sarebbe piaciuto tanto. Ma visto com'ero da adolescente, dirmi quelle cose non era una
spinta ma un ostacolo.
Poi nell'estate tra la prima e la seconda liceo (o tra la seconda e la terza, non ricordo più
bene… avrò avuto quindici anni comunque), Cent’anni di solitudine compariva insieme a
una ventina di altri libri nella lista tra cui scegliere le letture per le vacanze. C’era
anche L’amore ai tempi del colera, primo romanzo scritto da García Márquez dopo aver
vinto il premio Nobel, e, per non dare ai miei quella soddisfazione, lessi prima quello. E mi
innamorai perdutamente della storia di Florentino Ariza e Fermina Daza. Capii così che era
arrivato il momento anche per Cent’anni di solitudine.

Così ho conosciuto Aureliano Buendía, il colonnello che "ha preso parte a trentadue
rivoluzioni e trentadue rivoluzioni le ha perdute", che ha avuto altrettanti figli e che è riuscito
a sopravvivere persino davanti a un plotone di esecuzione.
“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si
sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere
il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica
costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre
levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte
cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”.
Ho conosciuto Úrsula e José Arcadio Buendía, Amaranta e Rebeca e le loro passioni
amorose, Melquiades e la bella Remedios, e pian piano tutte le generazioni di Buendía che
hanno popolato Macondo, questo paese della Colombia caraibica fondato proprio da loro.

Temevo che mi sarei persa in questo fiume di personaggi che si susseguono (gli alberi
genealogici che si trovano di solito a inizio o fine volume in quasi tutte le edizioni aiutano
molto), in questo paesino dove realtà e magia si mescolano con naturalezza (non per niente
questo libro viene considerato uno dei capostipiti del “realismo magico”) e anche le cose più
assurde vengono considerate normali.
E invece no, non mi sono persa. O forse sì, ma è stato un perdersi bello, un perdere il contatto
con la realtà e immergersi per le strade di Macondo seguendo le sue avventure, il suo fiorire e
la sua successiva decadenza nel corso degli anni.

So che può sembrare retorico, ma da allora quel romanzo è diventato una parte di me. Sono
andata avanti per mesi (e ogni tanto lo faccio ancora adesso) ad ascoltare l’album Terra e
Libertà dei Modena City Rambles, al cui interno ci sono alcune canzoni che ispirate proprio
ai personaggi di Cent’anni di solitudine (tipo questa). A lungo sono rimasta convinta che
avrei chiamato mia figlia Remedios (anche Amaranta, in realtà, non mi dispiaceva) e che
magari, chissà, un giorno mi sarei trovata circondata da farfalle dorate o sarei volata via
insieme alle lenzuola.
“Ti senti male?” le chiese.
Remedios la bella, che teneva stretto il lenzuolo all’altro capo, fece un sorriso di
compatimento.
"Macché,” disse, “non mi sono mai sentita così bene.”
Aveva appena finito di dirlo, quando Fernanda sentì che un delicato vento di luce le
strappava le lenzuola dalle mani e le spiegava in tutta la loro ampiezza. Amaranta sentì un
tremito misterioso nei pizzi delle sue sottane e cercò di aggrapparsi al lenzuolo per non
cadere, nell’istante in cui Remedios cominciava a sollevarsi. Ursula, già quasi cieca, fu
l’unica che ebbe tanta serenità da riconoscere la natura di quel vento ineluttabile, e lasciò le
lenzuola alla mercé della luce, e vide Remedios la bella che la salutava con la mano, tra
l’abbagliante palpitare delle lenzuola che salivano con lei, che uscivano con lei dall’aria
degli scarabei e delle dalie, e con lei attraversavano l’aria in cui si spegnevano le quattro
del pomeriggio, e con lei si perdevano per sempre nelle alte arie dove non potevano
raggiungerla nemmeno i più alti uccelli della memoria.
Poi, in parte proprio per questo libro, ho scelto di studiare spagnolo all'Università, perché
volevo leggerlo in lingua originale. Ho aspettato circa un anno, per avere almeno le basi dello
spagnolo (lingua da cui partito proprio da zero) prima di cimentarmi in quest’impresa. Poi me
ne è stata regalata una copia, edita da Catedra e con un buffo colonnello Aureliano in
copertina.

Ricordo di aver aperto il libro per la prima volta con un po’ timore riguardo alla difficoltà
della lingua e alla mia comprensione. Poi ho letto l’incipit e mi sono ritrovata ancora una
volta persa per Macondo, a forgiare pesciolini d’argento e a temere che il prossimo figlio
nascesse con la coda di maiale.
Muchos años después, frente al pelotón de fusilamiento, el coronel Aureliano Buendía había
de recordar aquella tarde remota en que su padre lo llevó a conocer el hielo. Macondo era
entonces una aldea de veinte casas de barro y cañabrava construidas a la orilla de un río de
aguas diáfanas que se precipitaban por un lecho de piedras pulidas, blancas y enormes
como huevos prehistóricos. El mundo era tan reciente, que muchas cosas carecían de
nombre, y para mencionarlas había que señalarlas con el dedo
Da allora mi è capitato di rileggere Cien años de soledad un altro paio di volte, sempre in
lingua originale, per rendere ancor più forti e vividi l’incanto e la magia come solo le letture
in lingua riescono a fare. Io non sono una grande amante delle riletture, devo dir la verità, più
per una questione di tempo e di quantità di libri nuovi da leggere. Ma ci sono alcuni romanzi
a cui a volte sento il bisogno di tornare. E Cent’anni di solitudine è appunto uno di questi (un
altro è 1984 di Orwell).
Dalla mia ultima gita a Macondo, però, erano passati diversi anni e anche per questo, quando
è stata annunciata questa nuova traduzione, ho deciso di ricomprarla. In parte attratta dalla
bellissima copertina con le illustrazioni di Velia de Iuliis, in parte per la curiosità di scoprire
che cosa è cambiato. 

Non avevo però intenzione di fare un confronto vero e proprio: mi interessa di più
l’impressione generale di coinvolgimento nella lettura, della percezione di differenze o di
cose in qualche modo stonate (che in realtà era abbastanza improbabile ci fossero, perché
questa nuova versione ha ripristinato parti originali che Enrico Cicogna invece aveva
cambiato).
E quindi via, ho letto anche questa nuova versione di Cent’anni di solitudine.
Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello aureliano Buendía avrebbe
ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio.
Macondo era allora un villaggio di venti case di fango e canne costruite sulla riva di un
fiume dalle acque diafane che si precipitavano su un letto di pietre levigate, bianche ed
enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente che molte cose erano senza nome,
e per menzionarle bisognava indicarle con un dito.
E proprio come la prima volta, con la traduzione di Enrico Cicogna, e come la seconda,
quando l’ho letto in lingua originale, mi sono di nuovo ritrovata dentro Macondo, seduta al
tavolo di Ursula a mangiare insieme ad altri avventori sconosciuti, a soffrire con Amaranta
per le sue pene d’amore, a seguire Aureliano Segundo nelle sue peregrinazioni tra moglie e
amante, a tifare per Meme e il suo amore clandestino, e sì, ancora una volta, a immaginarmi
circondata di farfalle dorate o in volo insieme a delle lenzuola.

«Ti senti male?» le domandò.


Remedios la bella, che teneva l’altro capo del lenzuolo, fece un sorriso di compatimento.
«Al contrario,» disse «Non sono mai stata meglio».
Appena ebbe finito di dirlo, Fernanda sentì che un delicato vento di luce le strappava le
lenzuola di mano e le spiegava in tutta la loro ampiezza. Amaranta sentì un fremito
misterioso nei pizzi delle sottogonne e cercò di afferrarsi al lenzuolo per non cadere
nell’istante in cui Remedios la bella cominciava a sollevarsi. Úrsula, già quasi cieca, fu
l’unica abbastanza lucida da capire la natura di quel vento irreparabile, e lasciò il lenzuolo
alla mercé della luce, e vide Remedios la bella che le diceva addio con la mano,
nell’abbagliante aleggiare delle lenzuola che salivano con lei, che abbandonavano con lei
l’aria degli scarabei e delle dalie, e attraversavano con lei l’aria dove finivano le quattro di
pomeriggio, e si perdevano per sempre con lei nelle arie alte, dove non potevano
raggiungerla nemmeno i più alti uccelli della memoria.

In questa nuova edizione, ho trovato tutto quello che Ilide Carmignani ha detto nella sua nota
di traduzione (che, ammetto, ho letto prima del libro, per avere un'idea generale di cosa
aspettarmi) e nelle varie interviste, senza trovare praticamente mai nulla di stonato né di
incomprensibile, nemmeno nei localismi lasciati in lingua originale. Si nota, anche, il
ripristino degli accenti in tutti i nomi propri spagnoli (Cicogna, per esempio, non accentava
"Úrsula").
Solo in alcuni punti ho sentito la necessità (forse più curiosità, in realtà) di fare un confronto
tra la vecchia versione di Enrico Cicogna e quella nuova di Ilide Carmignani. Ma per parole
singole, per frasi forse un po’ troppo moderne che mi sembravano un po’ fuori contesto (un
“cavolo”al posto di un “accidenti”… cose così). 
Da appassionata di Cent’anni di Solitudine e di Gabriel García Márquez sono convinta che
questa nuova traduzione fosse necessaria. Io ho scoperto questo libro e me ne sono
innamorata con la prima traduzione, è vero, e come me molti altri. Però altrettanti l’hanno
trovato un po’ respingente, e la lingua utilizzata da Cicogna, perché invecchiata, perché a
volte eccessivamente esotica, può avere una sua colpa (e ve ne renderete conto ancor di più se
riuscirete a leggerlo in lingua originale).
Quindi se siete tra chi l’ha già letto e l’ha amato, anche in questa nuova traduzione
continuerete ad amarlo. Se ci avete provato in passato ma qualcosa non ha funzionato, o se
non vi ci siete mai approcciati per paura, ecco, forse questa nuova edizione può essere la
spinta necessaria a dare a Cent’anni di solitudine un'altra possibilità.