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1.

Un quadro teorico per la discussione

Lo studio del linguaggio ha un significato particolare perché questa proprietà sembra


essere legata indissolubilmente alla specie umana. I problemi che lo studio della
conoscenza del linguaggio affronta si collocano in un contesto più generale che presenta
due aspetti: la tradizione della filosofia occidentale e della psicologia. Nel discutere la
tradizione intellettuale non farò una distinzione netta tra filosofia e scienza, perché
questa distinzione è relativamente recente. Ad ex. il lavoro filosofico di Cartesio non è
separabile dal suo lavoro scientifico. Il termine filosofia è sempre stato utilizzato insieme
a ciò che oggi chiamiamo scienza, infatti la fisica era la filosofia naturale e la
grammatica filosofica indicava la grammatica scientifica. Questa grammatica era intesa
come la scienza deduttiva che governava i principi immutabili e generali del parlato o
scritto, principi che sono gli stessi di quelli che governano la ragione umana. Quindi lo
studio del linguaggio e del pensiero venivano strettamente correlate. La concezione
generale della ricerca io la manterrò. Una persona che comunica ha sviluppato un certo
sistema di conoscenza che gli permette di esprimere le rappresentazioni all’interno della
mente, grazie ad una particolare configurazione fisica del cervello. In base a questo ci
domanderemo:

1. Qual è questo sistema di conoscenza? Cosa c’è all’interno della mente/cervello di un


parlante? 2. In che modo questo sistema di conoscenza si forma nella mente/cervello del
parlante? 3. In che modo si utilizza questa conoscenza nel parlato (o in sistemi secondari
come la scrittura)? 4. Quali sono i meccanismi fisici che fungono da base materiale per
questo sistema di conoscenza e per il suo uso?

La prima domanda era il tema centrale della grammatica filosofica del XVII e XVIII sec.
La seconda domanda riguarda il problema di Platone, che possiamo sintetizzare
seguendo Russell: come mai gli esseri umani, il cui contatto con il mondo è così breve,
personale e limitato, sviluppano una conoscenza così ampia? Platone prende in
considerazione un esperimento fatto da Socrate, dove dimostra che un giovane schiavo,
pur non avendo istruzione, riusciva attraverso una serie di domande ad arrivare alla
scoperta di alcuni teoremi. Platone rispose che la conoscenza veniva ricordata in base ad
una esistenza precedente e veniva risvegliata nella mente attraverso quelle domande.
Oggi, seguendo le orme di Platone, possiamo rispondere che alcuni aspetti della nostra
conoscenza sono innati, cioè fanno parte del nostro patrimonio biologico. La terza
domanda può essere considerata sotto due aspetti: il problema della percezione (il modo
in cui interpretiamo ciò che sentiamo) e il problema della produzione (ciò che diciamo e
perché diciamo quella cosa). Con questo si pone il problema dell’uso creativo del
linguaggio. L’uso normale del linguaggio è libero e non determinato, pur essendo
appropriato alla situazione; e viene riconosciuto appropriato anche da altri partecipanti
che potrebbero reagire allo stesso modo o in modo simile. Per i cartesiani l’aspetto
creativo dell’uso del linguaggio fornisce la prova migliore che un altro organismo ha una
mente come la nostra. L’aspetto creativo del linguaggio determina anche la conclusione
del pensiero cartesiano, ovvero che gli esseri umani sono diversi da qualsiasi altro
animale, e che quest’ultimi sono delle macchine, perché si comportano in modo
totalmente determinato. Ma non gli esseri umani, essi tendono a fare ciò che sono incitati
a fare, ma sono comunque liberi. La quarta domanda è relativamente nuova e si trova
all’inizio della ricerca. Le prime tre domande rientrano all’interno della linguistica e
della psicologia, due campi che preferisco non distinguere, considerando la linguistica
una parte della psicologia. Mentre la quarta tratta di meccanismi fisici, e si può iniziare
ad esplorare questi meccanismi tramite le proprietà rivelate dalla linguistica. Nel XX
sec. la fisica ha risposto efficacemente a molte domande e lo studio della mente/cervello
può essere concepito negli stessi termini. Perché quando si parla di mente si parla di
meccanismi fisici ancora ignoti, ma le scoperte della linguistica-psicologia aprono il
campo per ulteriori ricerche sui meccanismi del cervello, anche se queste ricerche
devono procedere alla cieca. Questo perché nello studio del linguaggio si procede in
modo astratto, al livello della mente. Le ricerche successive si baseranno sulle prime tre
domande, tralascerò la domanda quattro perché ancora si sa troppo poco. Si sostiene che
parlare e comprendere un linguaggio consista nell’avere una capacità di tipo pratico,
come andare in bicicletta; in questo modo si liquida in problema della creatività del
linguaggio in termini di analogia: il parlante produce nuove forme linguistiche per
analogia, tramite quelle che ha già sentito. Questo è errato, ed è errato anche far
coincidere la conoscenza con la capacità: infatti due persone che condividono la stessa
conoscenza possono dire cose del tutto diverse davanti ad una certa occasione. Inoltre la
capacità può migliorare senza che avvengano cambiamenti nella conoscenza; allo stesso
modo la capacità può sparire o essere danneggiata, ma la conoscenza non viene
diminuita. Ad ex. Gianni, che ha avuto un trauma e ha perso la capacità di parlare e
capire, non necessariamente perderà la conoscenza dell’italiano. Che potrà recuperare
con il decrescere degli effetti del trauma. Quindi qualcosa è stato mantenuto, ma questa
non è la capacità, perché era stata perduta per via del trauma. Quel qualcosa è il sistema
della conoscenza, un sistema cognitivo della mente/cervello. Questa conoscenza, quindi,
non può essere identificata con la capacità di parlare. Questo mostra che la conoscenza
del guidare una bicicletta non può essere ridotta ad un sistema di capacità. Chi crede
all’identificazione di questi due concetti (conoscenza e capacità) risponde che Gianni ha
mantenuto la capacità di parlare e capire l’italiano, ma ha perso la capacità di usala.
Questo implica due concetti di capacità, ma solo uno è giusto, ovvero ciò che viene
conservato, l’altro è solo un concetto inventato. Quindi i tentativi di spiegare la
conoscenza in termini di capacità sono sbagliate fin dal primo momento. Proprietà della
frase incassata  nelle lingue romanze è possibile produrre costruzioni causative
incassando una frase come complemento di un verbo causativo, questa è una proprietà
generale; il soggetto della frase incassata diventa un aggiunto o può rimanere inespresso;
mentre in inglese è diverso perché il soggetto rimane nella sua posizione. Quindi vi può
essere un certo grado di variazione dalla proprietà generale. Riconsideriamo questi fatti
dal punto di vista del bambino: come fa ad arrivare a padroneggiare le regole che
costituiscono il sistema maturo del linguaggio? La fonte di questa conoscenza è sia
nell’ambiente che nelle risorse biologicamente determinate nella mente/cervello, che
potremmo chiamare facoltà di linguaggio. L’interazione di questi fattori fornisce il
sistema di conoscenze che ci permette di parlare e comprendere. In base ai fattori
ambientali, bisogna determinare un meccanismo che
estrapoli le informazioni rilevanti da ciò che ci circonda, tali meccanismi potrebbero
essere specifici della facoltà di linguaggio o più generali meccanismi
dell’apprendimento. Quindi abbiamo tre fattori da considerare (1 e 3 sicuri esistenza, 2
meno chiaro):

1. I principi geneticamente determinati della facoltà del linguaggio; 2. I principi


geneticamente determinati dei meccanismi generali di apprendimento; 3. L’esperienza
linguistica del bambino che cresce in una comunità di parlanti.

Rivolgendoci a principi ancora più generali, la possibilità di formare costruzioni


complesse come una frase incassata non coinvolge l’apprendimento, ma è disponibile
come principio della facoltà di linguaggio. Quindi il problema di Platone si risolve nei
termini di alcune proprietà della mente/cervello e di certe caratteristiche dell’ambiente
linguistico. Esistono determinate regole che non vengono apprese, ma che il bambino già
conoscenza. Ma come fa a conoscere già? Qualsiasi sia il risultato di questa conoscenza,
non è da identificare con qualche tipo di abilità o capacità. Oltre questo non si può
parlare di analogia, perché casi linguistici complessi vengono formulati senza che il
parlante ne abbia mai sentito qualcuno analogo, indipendente dall’esperienza, e anche
senza un’istruzione specifica. Durante un discorso noi formuliamo continuamente frasi
nuove senza sapere se le abbiamo già sentite. Questi meccanismi sono noti perché è così
che lavora la mente umana. Prendendo ad esempio la struttura dei suoni, un parlante sa
quali parole sono potenzialmente possibili e quali no: ad ex. i parlanti italiani sanno che
la parola stridn non è possibile, anche senza averla mai sentita. Questi principi
appartengono alla facoltà di linguaggio, che è una componente della mente/cervello. Il
problema di Platone si risolve attribuendo i principi fissi della facoltà del linguaggio
all’organismo umano come parte della sua dotazione biologica. Questi principi regolano
la funzione della facoltà del linguaggio. Un fatto che colpisce riguarda la velocità di
apprendimento del linguaggio da parte del bambino. il grado di precisazione va ben oltre
quello di un adulto senza un particolare allenamento. La soluzione è che il bambino ha in
qualche modo disponibili i concetti prima dell’esperienza con la lingua. Quello che sta
apprendendo sono solo delle etichette (le parole) che sono da applicare a concetti che
sono già parte del suo apparato concettuale. Evidentemente i fatti sono già noti sulla base
di una dotazione biologica precedente ad ogni esperienza. Ma i concetti già disponibili e
che aspettano di essere etichettati non corrispondono ad una mera lista, si basano su
nozioni elementari ricorrenti e su principi combinatori. Ad ex. il bambino per
determinare il significato di persuadere deve acquisire abbastanza informazioni per
attaccare quella sequenza al concetto preesistente. Se guadiamo il passaggio da una
lingua all’altra, molti concetti sembrano non corrispondere, ma invece rientrano
all’interno di uno schema concettuale comune per tutti gli uomini. Quindi alcuni
enunciati sono riconosciuti come validi indipendentemente da qualsiasi esperienza: essi
sono verità di significato e non verità empirica. Il bambino acquisisce il linguaggio con
un ricco schema concettuale già instaurato che fa parte della nostra conoscenza e che
proviene “della mano originale della natura”, per usare i termini di Hume. Essi
costituiscono una parte della dotazione biologica umana, che deve essere risvegliata
dall’esperienza ed arricchita nel corso delle interazioni. Ci avviciniamo alla soluzione di
Platone escludendo l’esistenza precedente.
2. Il programma di ricerca della linguistica moderna

Riassumendo: la mente/cervello dell’uomo è un sistema complesso con vari componenti


che interagiscono, uno di questi è la facoltà di linguaggio. Questo sistema sembra essere
unico dell’uomo. Una volta esposta ai dati, la facoltà di linguaggio apprende una lingua
in particolare (ex. italiano). Questa lingua, a sua volta, può formare moltissimi enunciati
che superano quelli appresi. Il termine “lingua” identifica un sistema rappresentato nella
mente/cervello di un particolare individuo. Non ci sono due individui che condividono
precisamente la stessa lingua, ma ciò che hanno in comune le loro lingue gli permette di
comunicare. Nell’uso ordinario, invece, il termine lingua identifica un fenomeno sociale,
una proprietà di una comunità. È bene tenere a mente che la facoltà di linguaggio,
ovvero la capacità di esprimere i pensieri, è un’esclusiva dell’uomo. Anche altri
organismi hanno sistemi di comunicazione, ma sono diversi da quello dell’uomo. Negli
anni passati ci sono stati dei tentativi di insegnare ad altri animali alcune basi del
linguaggio umano, ma sono falliti. Quindi è inutile tentare di insegnare il linguaggio
umano agli animali perché non hanno la capacità di apprenderlo. La facoltà di
linguaggio si sviluppa anche in esseri umani con patologie oppure nei ciechi. Questo
spiega come anche da dati rudimentali o limitati si possa sviluppare la facoltà di
linguaggio. Lo scopo della ricerca è quello di determinare la natura e le proprietà del
linguaggio acquisito. Guardando alcune regole che governano gli spostamenti all’interno
dell’enunciato si può notare che alcune di queste regole sono molto più complesse da un
punto di vista computazionale di altre regole più semplici che potrebbero essere usate
(ex. regole per formare le frasi interrogative). Perché si usa la forma complessa e non
quella semplice? Ci troviamo davanti ad un caso del problema di Platone. Si potrebbe
ipotizzare che queste regole vengano insegnate, ma il bambino non usa la regola
semplice, ma usa quella complessa. La sola conclusione è che alcuni principi innati della
mente/cervello selezionano la regola più complessa come unica possibilità, questo
perché le regole del linguaggio non prendono in esame il semplice ordine lineare (regola
semplice), ma sono dipendenti dalla struttura. Il bambino sa, prima di ogni esperienza,
che le regole dipenderanno dalla struttura, perché questa conoscenza fa parte della
dotazione biologica del bambino. Rappresenta un tassello dell’equipaggiamento mentale
con cui il bambino affronta il mondo dell’esperienza. Se prendiamo un alieno e un
bambino e cerchiamo di insegnare ad entrambi una lingua, il procedimento sarà diverso.
Il bambino troverà meno difficoltà perché conosce già i principi base del linguaggio.
Non c’è nessuna ragione logica per cui il linguaggio utilizzi la regola dipendete dalla
struttura e non la regola semplice, si possono costruire delle lingue che utilizzano delle
regole lineari, ma per il bambino sarebbe difficile imparare quella lingua, perché la loro
facoltà di linguaggio è settata con la configurazione delle regole dipendenti dalla
struttura. Anche gli adulti troverebbero difficoltà perché, per imparare questa lingua con
regole lineari, dovrebbero fare delle operazioni computazionali invece di appoggiarsi ai
meccanismi già forniti dalla facoltà di linguaggio, che operano automaticamente. Per
anni si è pensato che gli organismi avessero delle generali capacità intellettuali e gli
uomini differiscono dagli animali perché riescono ad applicare queste capacità in modo
più esteso. Gli uomini apprendono una lingua grazie ai “meccanismi generali di
apprendimento”, li utilizzano per risolvere un compito tramite analogia, associazioni ecc.
Ma questo è sbagliato, la facoltà di linguaggio incorpora dei principi che vanno ben oltre
questi meccanismi. Si può ipotizzare che questi meccanismi siano solo una delle molte
facoltà mentali e che, se esistono, giocano un ruolo fondamentale nella crescita dei nostri
sistemi cognitivi. Quindi il linguaggio ha una struttura gerarchica, come altri sistemi in
natura. Ma il bambino come fa a scegliere senza sbagliare la regola complessa invece
che quella semplice? Questa è una proprietà della facoltà di linguaggio umano, e non dei
processi mentali. Alcuni principi sembrano essere delle regole valide per tutte le lingue,
questo perché tutte le lingue umane non si basano su una necessità logica. Un ex. è
l’asimmetria soggetto-oggetto (il verbo e l’oggetto formano un singolo sintagma, mentre
il soggetto dorma un sintagma distinto), un universale linguistico, che non è una
proprietà del linguaggio necessariamente valida sul piano della logica, ma è un fatto
riconducibile alle proprietà della facoltà di linguaggio. La facoltà di linguaggio è una
componente innata della mente/cervello, ovvero che fa parte della dotazione biologica.
Una volta in contatto con i dati il bambino, grazie alla sua facoltà di linguaggio, sviluppa
un linguaggio, un sistema che associa i pensieri ad espressioni linguistiche. Il compito
della linguistica è quello di determinare la natura degli elementi presenti in questo
schema:

dati  facoltà del linguaggio  lingua  espressioni strutturate

Il compito di un linguista è analizzare le espressioni di una lingua e costruire una


grammatica di quella lingua: le regole che determinano quella lingua (livello
descrittivo). Il compito successivo è spiegare perché le regole sono in quel modo, questo
ci porta alla ricerca della teoria della facoltà di linguaggio, che viene spesso chiamata
grammatica universale (livello esplicativo).

Grammatica universale  precedente all’esperienza, include i principi che regolano il


funzionamento della facoltà di linguaggio; Grammatica particolare  successivo contatto
della facoltà di linguaggio con i dati empirici; è la grammatica delle singole lingue.

I principi della grammatica universale non conoscono eccezioni perché costituiscono la


facoltà di linguaggio, la base per l’acquisizione di una lingua. Ma allora perché le lingue
sono diverse? Possiamo pensare ai principi della grammatica universale come dei
parametri, che possono essere fissati in vario modo in base all’esperienza. Una volta che
quei parametri seguono una configurazione possibile, in base all’esperienza, allora il
sistema funziona, perché è in accordo con la sua natura. Il bambino che apprende una
lingua deve essere esposto ad una quantità di dati sufficiente, in modo che i parametri
assumino una di quelle configurazioni possibili. Ogni configurazione possibile
determina una lingua in particolare. Una volta fissati i dati, in base all’esperienza,
all’interno dei parametri, il sistema entra in funzione. Ma la relazione tra i valori
selezionati ed un parametro non è semplice, ad ex. le lingue romanze hanno una struttura
simile, ma differiscono per varie proprietà sviluppate durante i secoli, che altro non
hanno che alcuni parametri configurati in modo differente, causato da varie influenza
come ad esempio da altre lingue. Quindi anche se le lingue differiscono, alcune volte
anche in modo apparentemente radicale, derivano tutte dallo stesso stampo, le loro
proprietà essenziali derivano dai principi fissi della grammatica universale.

3. Principi della struttura del linguaggio (I)

La grammatica universale permette l’esistenza di quattro categorie lessicali: verbi (V),


nomi (N), aggettivi (A), adposizioni (P). per ciascuna di queste categorie di base la GU
fornisce una proiezione, di cui la categorie costituisce la testa:

a) Sintagma Verbale (SV)  parlare inglese; b) Sintagma Nominale (SN)  traduzione


del libro; c) Sintagma Aggettivale (SA)  pieno d’acqua; d) Sintagma adposizionale (SP)
 a Gianni.

Ciascuno di questi sintagmi ha una testa e il suo complemento. Di solito la testa precede
il suo complemento, ma non in tutte le lingue, ex. miskito. Questo ordine è uno dei
parametri della GU. In italiano il valore di questo parametro è “testa iniziale”, mentre in
miskito il valore è “testa finale”. Queste due lingue sono l’immagine speculare l’uno
dell’altra. Alcune volte è più complicato di così e i parametri che cambiano sono di più,
ma questa sembra essere il modo di come funziona il sistema. Il fatto che colpisce, e che
ci rimanda al problema di Platone, è che si apprende una lingua sulla base di dati
semplici, senza bisogno di particolari istruzioni. Il valore in italiano testa iniziale viene
appreso prontamente, e da esso poi dipendono altri fatti. Alcune delle opzioni rese
disponibili dalla grammatica universale possono essere usate da una lingua, ma non da
un’altra: ad ex. in italiano si ha un diverso significato tra caro e carro; in inglese, dal
momento che non vi è questa distinzione fonetica, un parlante (inglese) può trovare
difficoltà a percepire questa differenza. I vari parametri forniti dalla GU non sono
sfruttati sempre da tutte le lingue, altri invece vengono sfruttati solo in parte. Oltretutto i
sintagmi non sono sempre adiacenti in tutte le lingue, ma possono presentarsi
frammentati, ma ci sono buone ragioni per credere che quei sintagmi funzionano come
quelli adiacenti. Principio di proiezione  le proprietà lessicali di ogni singolo elemento
sono conservate ad ogni livello di rappresentazione; questo principio porta a teorizzare le
cosiddette categorie vuote  quando un elemento si muove si lascia indietro una traccia,
ovvero una categoria vuota non dotata di alcun tratto fonetico che viene legata
dall’elemento mosso nello stesso modo circa d i un pronome legato. Questo non deve
essere appreso perché è un principio della grammatica universale. La traccia è un
elemento tra un insieme di categorie vuote, appaiono nella rappresentazione mentale ma
non vengono pronunciate: sono visibili ai meccanismi della mente ma non inviano
segnali ai meccanismi vocali. Questo perché la mente lavora in un suo modo specifico,
costruisce queste rappresentazioni mentali in modo inconscio. Questi meccanismi hanno
gli stessi diritti di altri meccanismi presenti in altre materie: elementi chimici, valenza
ecc. il bambino che apprende una lingua non possiede prove empiriche riguardo le
categorie vuote perché esse non vengono pronunciate. Però la facoltà di linguaggio
incorpora comunque il loro funzionamento. La mente del bambino colloca queste
categorie vuote al loro posto utilizzando il principio di proiezione.

4. Principi della struttura del linguaggio (II)


Esaminando un sintagma (ex. in italiano), il primo compito è identificare le parole e
assegnare loro le categorie appropriate attingendo al lessico. Dopo la mente utilizza i
principi della struttura sintagmatica, con i parametri fissati sui valori dell’italiano, per
determinare la struttura generale dell’espressione. Ma esistono degli elementi particolari
come gli operatori, che non sono espressioni referenziali ma legano delle variabili che
funzionano come espressioni referenziali. Le lingue appaiono tra loro molto differenti,
ad ex. in inglese non ci sono i pronomi clitici (parole prive di accento che si appoggiano
foneticamente alla parola precedente o seguente), come in italiano. Ma se le prendiamo
dal punto di vista della struttura di base, sono tutte conformi alla grammatica universale,
differiscono per la forma sintattica e fonetica dei loro elementi lessicali e nella scelta dei
parametri. Un esempio ci viene fornito da una componete della GU, la teoria del caso: un
principio della teoria del caso è che le espressioni referenziali devono avere caso. La
teoria generale del caso determina il modo in cui si assegna il caso, con un certo grado di
variabilità. Se andiamo a vedere le singole lingue scopriamo che i casi possono essere
manifesti, come in latino, oppure nascosti, come in italiano o in inglese. Alcune lingue ,
come lo spagnolo, usano anche delle preposizioni vuote per salvare un’espressione che
altrimenti violerebbe la teoria del caso. Questo è un dispositivo reso possibile dalla
grammatica universale. Quindi anche se le lingue differiscono di molto, i principi
generali sono sempre mantenuti. Il sistema cognitivo conosce in modo preciso molti fatti
sorprendenti ed intricati; riesce ad elaborare operazioni mentali complesse senza una
particolare riflessione. Questo è possibile perché la facoltà del linguaggio deve essere
considerata come un organo della mente/cervello.

5. Uno sguardo al futuro: prospettive per lo studio della mente

Tentiamo di rispondere alle domande poste a inizio libro. Per rispondere alla prima
domanda si cerca di costruire dapprima una grammatica particolare di una lingua, che
descrive come questa lingua associ le rappresentazioni mentali alle espressioni
linguistiche. Dopodiché si tenta di costruire una grammatica universale, che descrive le
regole invarianti e fisse che costituiscono la facoltà di linguaggio umana ed i parametri
di variazione ad esse associate. Da essa si possono dedurre le lingue particolari fissando i
parametri in un modo o in un altro. Al secondo quesito possiamo rispondere che
l’apprendimento di una lingua è il processo che determina i valori dei parametri lasciati
aperti dalla GU. L’ambiente determina quale configurazione quei parametri avranno,
producendo le differenti lingue. Inoltre la differenza tra un ambiente ricco e stimolante
con uno povero e spoglio può essere determinante nell’acquisizione della lingua. La
terza domanda può essere considerata sotto due aspetti: quello della percezione (il modo
in cui interpretiamo ciò che sentiamo) e quello della produzione (ciò che diciamo e
perché diciamo quella cosa). Per capire un’espressione la mente/cervello deve
comprendere la sua forma fonetica e attingere ai principi della GU e i valori dei
parametri per costruire una rappresentazione mentale di quella espressione. Con questo
definiamo e capiamo la percezione, ma la produzione? Per identificare la produzione
bisogna chiamare in causa il problema di Cartesio (l’uso creativo del linguaggio). Ma
questo problema solleva altri temi e l’affronterò tra qualche riga. Per quanto riguarda
l’ultima domanda non ho detto niente perché la ricerca in questo campo è solo agli inizi
ed è un compito che spetta alle generazioni future. Oltretutto non potendo effettuare
esperimenti sugli umani per ovvi motivi etici, i ricercatori devono limitarsi agli
esperimenti naturali: traumi patologia ecc. Questa rende la ricerca molto ardua. Le
risposte appena date sono molto diverse da quelle date solo qualche decennio fa (i
comportamentisti), che parlavano di analogia per spiegare come formuliamo le frasi e
che i meccanismi fisici che determinano l’apprendimento sono gli stessi che regolano le
singole abilità (ex. giocare a scacchi). Il problema di Platone veniva liquidato perché
banale quello di Cartesio non veniva riconosciuto. Secondo me queste idee non possono
essere aggiustate, ma devono venire completamente abbandonate in quanto prive di
valore sostanziale. Ritorniamo al problema di Cartesio. Quando parlo di uso creativo del
linguaggio non intendo l’uso estetico, quella creatività che un poeta usa nelle sue opere,
ma intendo qualcosa di più terreno. L’uso creativo del linguaggio di tutti i giorni, ovvero
que lla libertà dagli stimoli esterni e dagli stati interiori, ma coerente e consonante con la
situazione in corso. Cartesio formulò una teoria meccanica dell’universo, egli pensava
che ogni cosa potesse spiegarsi tramite un processo meccanico: corpi che interagiscono
tramite contatto diretto, che potremmo chiamare contatto meccanico. La ricerca dava i
suoi frutti ed egli credeva che per completare il progetto si dovevano riempire tutti i
buchi. L’unica cosa che non riusciva a far entrare all’interno di questo progetto era
proprio l’aspetto creativo dell’uso del linguaggio umano. Una particolarità di questo
aspetto è che ci fa capire che anche altri esseri hanno una mente, perché durante una
conversazione rispondono ed interagiscono come faremmo noi. La differenza con una
macchina è che essa è determinata ad agire in un certo modo entro certe condizioni
ambientali, un uomo invece è solo incitato ad comportarsi in un certo modo. Per i
cartesiani questa differenza tra esseri costretti ed esseri incitati è cruciale. Elevandosi
dalle spiegazioni meccaniche, è fondamentale trovare un altro principio, che potremmo
chiamare principio creativo. Esso appartiene alla mente, che è una seconda sostanza
interamente separata dal corpo e quindi non soggetta a spiegazione meccanica. Cartesio
infine suggerisce che non possiamo scoprire la natura della mente perché non abbiamo
intelligenza sufficiente. Quindi per i cartesiani la mente è una sostanza singola che è
distinta dal corpo. La mente degli animali invece è pura meccanica, quindi distinta da
quella dell’uomo: o si è umani o non lo si è, non esistono gradi di umanità. La
conclusione che possiamo accettare è che la mente è finita (ha dei limiti intrinseci).
Successivamente la concezione cartesiana fu ripresa da Newton, che mostrò che i moti
dei corpi celesti non potevano essere più spiegati tramite il contatto meccanico formulato
da Cartesio. Successivamente si concluse che il concetto cartesiano di corpo non poteva
più essere mantenuto. Oggi non c’è un chiaro e definito concetto di corpo, c’è invece un
mondo materiale, con proprietà che vanno scoperte senza demarcazione a priori del
concetto di corpo. Il problema della mente e del corpo non può essere risolto perché non
si sa come porlo, non avendo una concezione precisa di corpo. Bisogna comunque
continuare ad usare una terminologia mentalistica, come ho fatto in tutta la discussione
ad ex. parlando delle rappresentazioni mentali. Ma questa terminologia è ben diversa da
quella seconda sostanza di cui parlava Cartesio (qualcosa di completamente distinto da
corpo e che agisce in esso tramite forze misteriose). Il nostro compito è scoprire delle
teorie esplicative e, partendo da esse, capire i meccanismi fisici che governano

queste teorie. Anche se le teorie di Cartesio sui corpi sono state superate da quelle di
Newton, il “problema di Cartesio” sulla creatività del linguaggio resta ancora valido.
Perché nessuno è riuscito a risolverlo? Un’ipotesi potrebbe essere che ancora nessuno è
riuscito ad avere l’intuizione giusta, o un’altra, proposta proprio da Cartesio, è che noi
non abbiamo le facoltà intellettuali per poter risolvere la questione. Questo perché sia gli
animali che l’uomo hanno dei limiti. L’uomo può elaborare complessi calcoli, ma ad ex.
non sa ritrovare la via di casa come i piccioni. Non è che uno è più intelligente di un
altro, ma essi differiscono per le loro capacità biologicamente determinate. Non è vero
che la mente è “uno strumento universale che può servire in tutti i casi”, come sostenuto
da Cartesio. Se fosse così non potremmo affrontare nessun problema con successo. Nel
caso della facoltà del linguaggio, anch’essa possiede certe proprietà e non altre. La GU
cerca di carpire e formulare queste proprietà. Noi possiamo costruire lingue non
apprendibili, ma per apprendere non useremmo le proprietà della facoltà di linguaggio,
ma altre proprietà di qualche altra facoltà. Tutto ciò è trasparente nello studio dello
sviluppo fisico. Gli esseri umani sono progettati perché gli crescano gambe e braccia, e
non ali. Se vi è un problema l’embrione può non sviluppare le gambe o le braccia, ma in
nessun caso svilupperà le ali. Lo sviluppo del nostro fisico non riflette l’ambiente, ma
riflette quello della nostra natura. Indipendentemente da nove nasciamo, abbiamo
proprietà simili. Comunque l’ambiente ha un ruolo importante perché attiva lo sviluppo
in molti modi. Ci sono buone ragioni per supporre che ciò avviene anche per lo sviluppo
mentale. Quindi non riusciamo a risolvere il problema di Cartesio perché supera i limiti
della nostra capacità intellettuale. Se prendiamo il giudizio morale, esso, come la facoltà
di linguaggio, appartiene a qualche facoltà umana innata. In passato la schiavitù era
considerata legittima, delle persone ne affittavano altre per i propri servigi. Oggi il
capitalista affitta, in modo certamente diverso, gli operai. Con il progredire della società
le due cose possono essere viste in modo simile e, andando avanti, potremmo
comprendere la nostra natura e i principi morali che da essa derivano. Può non esserci
fine a queste scoperte perché una volta arrivati in un traguardo, se ne possono rivelare
altri. Alcuni studiosi, come il filosofo Pierce, hanno sostenuto che le capacità mentali
umane si siano evolute per selezione naturale. Ma questo non è coerente perché è
possibile pensare che uno scimpanzé abbia generato la paura dei serpenti, ma è
impossibile che li produrre scienza, come capire teorie complesse, sia frutto della
selezione. Altra area della psicologia cognitiva, oltre a quella del linguaggio, che ha
compiuti progressi è lo studio della visione. Ma il sistema visivo è diverso dalla facoltà
di linguaggio perché esso non produce un sistema di conoscenze, è solo un sistema di
elaborazione; ma ci sono delle somiglianze tra i due. Il sistema visivo umano osserva dei
principi come la facoltà del linguaggio. Uno di questi è il principio di rigidità, dato dal
sistema complesso occhio-cervello dell’uomo; perché i meccanismi visivi degli altri
organismi funzionano in modo diverso. Naturalmente i principi sono differenti sia per la
facoltà di linguaggio che il sistema visivo. Seguendo questa concezione possiamo
affermare che la mente sia un sistema modulare, ovvero costituita da sistemi separati
dotati di loro proprietà. E questi moduli interagiscono continuamente tra loro. Queste
prove attestano che gli aspetti fondamentali della nostra vita mentale e sociale, come il
linguaggio, fanno parte della nostra dotazione biologica e non acquisiti tramite
l’apprendimento. Molti, seguendo le orme dei comportamentisti, trovano questa
conclusione offensiva e preferiscono credere che gli esseri umani sono modificati
dall’ambiente. Se questo fosse vero gli esseri umani sarebbero degli esseri estremamente
limitati nelle loro capacità, meri riflessi di qualche esperienza accidentale. Ma come si
spiega l’evoluzione del linguaggio? La teoria dell’evoluzione spiega molte cose ma ha
ben poco da dire su questioni di questa natura. Le risposte potrebbero trovarsi non tanto
nella teoria della selezione naturale ma nella biologia molecolare. Nel caso di sistemi
come il linguaggio o le ali non è facile immaginare uno sviluppo graduale: un’ala
rudimentale, per esempio, è più un impedimento che un beneficio. Ma quindi come si
sviluppa quest’organo negli stati primitivi dell’evoluzione? In alcuni casi sembra che un
organo serva ad uno scopo, poi quando hanno raggiunto una certa forma durante il
processo evolutivo, diventano disponibili per altri scopi; solo a questo punto la selezione
naturale può migliorarli ulteriormente per quei scopi. È possibile che le capacità mentali
dell’uomo si siano evolute in un modo simile. La differenza con gli altri tipi di
comunicazione animale è che il linguaggio umano possiede la proprietà infinità discreta:
non vi è un limite nel comporre una frase o nel contare; a differenza degli animali che
hanno dei sistemi finiti. Il problema dell’origine resta aperto, si può ipotizzare che ad un
certo punto dell’evoluzione abbia avuto luogo una mutazione che ha generato la
proprietà di infinità discreta; forse per meccanismi fisici ancora sconosciuti.

6. Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio

La facoltà di linguaggio umana sembra essere una vera proprietà della specie che varia
in minima misura tra gli esseri umani ma che non ha equivalenti significativi altrove.
Oggi non ci sono motivi seri per mettere in dubbio la visione cartesiana per cui il
linguaggio umano segna la vera distinzione tra l’uomo e l’animale o la macchina. La
facoltà di linguaggio entra in ogni aspetto della vita, ad ex. è responsabile del fatto che
abbiamo una storia. Il linguaggio umano si basa su una proprietà che sembra essere
unica: l’infinità discreta. Ed è ragionevole considerarla come un organo a tutti gli effetti:
l’organo del linguaggio, che fa parte di un sistema e che quindi non è necessariamente
qualcosa che può essere estratto senza intaccare il resto del sistema. Ogni lingua è il
risultato dell’interazione di due fattori: lo stato iniziale e il corso dell’esperienza. Il
primo è una sorta di dispositivo di acquisizione del linguaggio, che prende l’esperienza
come input e dà la lingua come output. La lingua interna di un individuo determina un
numero infinito di espressioni, ognuna provvista di suono e di significato; genera le
espressioni di una lingua. Questa teoria viene chiamata grammatica generativa: ogni
espressioni è un complesso di proprietà, che trasmettono delle istruzioni ai sistemi di
esecuzione (ex. apparato articolatorio). La grammatica generativa è nata durante la
rivoluzione cognitiva degli anni ’50. In questo ambito avvenne un cambiamento di
prospettiva: dallo studio del comportamento e dei suoi prodotti, ai meccanismi interni
coinvolti nel pensiero e nell’azione (approccio mentalistico). Lo scopo è studiare un
oggetto reale del mondo naturale: il cervello. Questa rivoluzione ha riformulato molte
delle istanze della prima rivoluzione cognitiva del ‘700, dove venne riconosciuto che il
linguaggio presuppone “l’uso

infinito di mezzi infiniti”, ma le idee fondamentali rimanevano vaghe. Solo con lo


sviluppo delle scienze naturali nel ‘900 e alla formulazioni di concetti chiari di come si
generino le espressioni di una lingua, si può cogliere quell’idea. L’acquisizione del
linguaggio somiglia molto alla crescita di un organo. L’ambiente ha naturalmente peso,
ma il corso generale dello sviluppo è qualcosa di predeterminato dallo stato iniziale.
Quindi le lingue, nelle loro proprietà essenziali, devono corrispondere ad un unico
stampo. Ma come si dimostra che le lingue sono tutte variazioni di un unico tema? Una
teoria del linguaggio umano deve soddisfare due condizioni: l’adeguatezza descrittiva
(lingua particolare) e l’adeguatezza esplicativa (ogni singola lingua deriva da uno stato
iniziale uniforme nelle condizioni dell’esperienza). Queste due linee di ricerca vanno in
conflitto tra loro perché la ricerca dell’adeguatezza descrittiva sembra condurre ad una
complessa varietà di sistemi di regole, mentre la ricerca dell’adeguatezza esplicativa
richiede che la struttura del linguaggio sia il più possibile invariabile. Il modo naturale di
risolvere questo contrasto è mettere in discussione ipotesi della prima grammatica
generativa, ogni lingua ha le sue specifiche regole: semplici considerazione di
adeguatezza esplicativa suggeriscono che questo non può essere vero. Il problema
centrale era quello di individuare delle proprietà generali della facoltà di linguaggio, le
costruzioni grammaticali che ci sono familiari sono, secondo questo approccio, semplici
artifici privi di contenuto teorico. Tolte queste, il risultato sarebbe più semplice e
uniforme. Si può paragonare lo stato iniziale della facoltà di linguaggio come un circuito
collegato a un blocco di interruttori: il circuito è costituito dai principi del linguaggio,
mentre gli interruttori sono le opzioni determinate dall’esperienza. Ogni lingua umana
possibile viene identificata come una specifica configurazione degli interruttori (o una
disposizione dei parametri). Queste sono le proprietà che una teoria del linguaggio deve
in qualche modo catturare. Questo programma soddisfa le condizioni opposte
dell’adeguatezza descrittiva e esplicativa; il suo scopo è scoprire i principi e i parametri
e come questi interagiscono. Ma questo non è facile perché la facoltà di linguaggio è
immersa nella struttura mente/cervello, interagisce con altri sistemi e soddisfa delle
condizioni per funzionare. Queste vengono chiamate condizioni di leggibilità: gli altri
sistemi devono essere in grado di leggere le espressioni del linguaggio e di usarle come
espressioni per pensiero e azione. Ora dobbiamo chiederci: ma il linguaggio è una buona
soluzione per le condizioni di leggibilità? Alcuni suggeriscono che la facoltà di
linguaggio sia molto vicina alla perfezione, ma è vero? Il programma minimalista cerca
di esplorare queste questioni, esso teorizza che la facoltà di linguaggio coinvolga altri
sistemi della mente/cervello a due livelli di interfaccia collegati tra loro: suono e
significato. una questione importante è se esistono altri livelli oltre a questi. Il linguaggio
comprende tre tipi di elementi:

1. tratti  le proprietà di suono e significati (tratti); 2. elementi lessicali  gli elementi


che sono composti da queste proprietà; 3. unità atomiche  le espressioni complesse
costruite a partire da queste unità.

Questi elementi interagiscono tramite due operazioni computazioni fondamentali:

1. la prima mette insieme i tratti e li compone in elementi lessicali (come una lista,
lessico, di associazioni arbitrarie); 2. la seconda forma espressioni più complesse a
partire dagli elementi lessicali.

Ma se la facoltà di linguaggio è perfetta allora non dovrebbero esserci dei tratti nel corso
della computazione: non dovrebbero esserci indici, unità sintagmatiche o regole di
struttura. Quindi il linguaggio è imperfetto e dimostrare che tutte le costruzioni
grammaticali siano eliminabile in quanto indesiderabile tecnicismo descrittivo non è
facile. Ma le lingue differiscono tra loro, si tratta di capire come: un aspetto è
sicuramente quello della scelta dei suoni, un altro è l’associazione tra suono e
significato, che è arbitraria. Questi sono aspetti ben definiti, ma un altro più interessante
è che le lingue differiscono nei sistemi flessivi, ex. i casi: molto ricchi in latino ma
invisibili in cinese. Ma l’adeguatezza esplicativa suggerisce che sistemi del genere sono
molto meno differenti di quanto non sembrino all’apparenza, ex. inglese e cinese
possono avere lo stesso sistema di casi del latino, ma una diversa realizzazione fonetica.
Sembra inoltre che gran parte delle variazioni delle lingue si possa ridurre a proprietà del
sistemi flessivi. Le condizioni di leggibilità impongono tre tipi di tratti che servono per
formare elementi lessicali: semantici, fonetici, non vengono interpretati. In una lingua
perfetta ogni tratto dovrebbe essere o semantico o fonetico, ma invece vi sono anche
tratti non interpretabili (no a livello semantico e non vengono espressi a livello fonetico).
Un’altra imperfezione è la proprietà di dislocamento: i sintagmi vengono interpretati
come se si trovassero in una posizione diversa dell’espressione. Dislocamento e
flessione sono proprietà specifiche del linguaggio umano e vengono ignorate se si
provano a costruire linguaggi artificiale. Il perché esistono è ancora sotto discussione,
ma si può ipotizzare che la proprietà di dislocamento sia imposta da condizioni di
leggibilità imposte da sistemi esterni del pensiero. Le due operazioni computazionali
visti prima, elaborati all’origine della grammatica generativa, si possono semplificare
eliminandole a favore della fusione: due oggetti si uniscono per formane uno più ampio.
Quindi il processo computazionale ottimale si basa sulla fusione e sulla proprietà di
dislocamento. Un altro progetto teorizza che le operazioni di movimento non hanno
alcuna proprietà specifica, ma il modo in cui si applicano è dato dai parametri degli
interruttori scelti da una lingua. il passo successivo è dimostrare che sono proprio i tratti
non interpretabili il meccanismo che implementa la proprietà di dislocamento, in modo
da eliminare le imperfezioni e che quindi la definizione “perfezione” non sarebbe del
tutto fuorviante. L’idea di base è che i tratti non interpretabili debbano essere cancellati
per soddisfare le condizioni di interfaccia, e che tale cancellazione richieda una relazione
locale tra il tratto che deve essere cancellato e un tratto corrispondente in grado di
cancellarlo.

Osservando l’uso del linguaggio scopriamo che oltre ai tratti fonetici esistono i tratti
semantici, le parole vengono associate a determinate categorie: costituzione materiale,
scopo, uso, ecc. il linguaggio usa questi tratti in vario modo. Su come queste proprietà
siano legate alle leggi biochimiche generali è ancora da scoprire.