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INCONTRO CON UN UOMO STRAORDINARIO - 36

tratto dal blog http://ilgrandeignoto.blogspot.com di Angelo Ciccarella

1.
[…] l'anima, in complesso, tripartita, fatta di ragione, aggressività e appetizione. Virtù della ragione è
la saggezza; dell'aggressività il coraggio; dell'appetizione la moderazione; e dell'anima nel suo
complesso la giustizia. [...]Quando le cose vanno in questo modo, la vita diventa giusta.
[…] Anche le costituzioni politiche sorgono in conformità con la tripartizione dell'anima. Infatti i
governanti assomigliano alla ragione, i guerrieri all'aggressività, e le masse alle appetizioni. Sorge
regalità là dove tutto va secondo ragione, e comandi in assoluto il migliore; dove, invece si segua
ragione non disgiunta da aggressività, e comandi più di uno, si instaura aristocrazia; mentre la forma
in cui si governa sotto la guida delle appetizioni, e gli onori vanno assieme alle cifre di danaro, ha per
nome timocrazia.
("De diis et Mundo" di Salustio, Ed. Adelphi)

2.
Di qualunque cosa si tratti, non la conosciamo. Ma tu conosci i particolari, lo schema dei circuiti? Non
rispondere a voce alta, basta il pensiero, è un sistema più rapido e il tempo conta... Cerca di
ricordare... sì, hai visto gli schemi e i valori... l’equazione. Tu non li conosci coscientemente, ma essi
sono nel tuo subconscio, credo che potrei farli venire alla luce sottoponendoti a una leggera ipnosi.
Accetti di sottoporti all’esperimento?.
(L'ASSURDO UNIVERSO di Fredric Brown)

3.
Il mondo spirituale, invisibile, non è in qualche luogo lontano, ma ci circonda; e noi siamo come nel
fondo dell’oceano, siamo sommersi nell’oceano di luce, eppure per la scarsa abitudine, per
l’immaturità dell’occhio spirituale non notiamo questo regno di luce, nemmeno ne sospettiamo la
presenza, e soltanto con il cuore indistintamente percepiamo il carattere generale delle correnti
spirituali che si muovono attorno a noi. Quando il Cristo sanò il cieco dalla nascita, questi dapprima
vide la gente intorno come alberi: tale è il primo delinearsi delle cose celesti. Ma noi non vediamo gli
angeli trascorrenti come alberi e nemmeno come ombre di ali lontane interposte fra noi e il sole,
anche se i più sensitivi talvolta colgono i battiti possenti di ali angeliche; questi battiti si percepiscono
appena, come il più delicato dei soffi. (Pavel Florenskij)

4.
La filosofia non potrà produrre nessuna immediata modificazione dello stato attuale del mondo. E
questo non vale soltanto per la filosofia, ma anche per tutto ciò che è mera intrapresa umana. Ormai
solo un Dio ci può salvare.
(Martin Heidegger, Ormai solo un dio ci può salvare, Guanda, 1987, p.136)

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5.
Non si distruggerà mai il sistema con una rivoluzione diretta, dialettica, dell’infrastruttura economica o
politica. … Non lo si vincerà mai secondo la sua stessa logica, quella dell’energia, del calcolo, della
ragione e della rivoluzione, quella della storia e del potere,quella di qualsivoglia finalità o
controfinalità: a questo livello la peggiore violenza non ha presa e si rivolge contro se stessa. Non si
vincerà mai il sistema sul piano reale.
Ciò che occorre fare è dunque spostare tutto nella sfera del simbolico, dove la legge è quella della
sfida, della reversione, del rilancio. Tale che alla morte non si può rispondere che con una morte
uguale o superiore. … Se la dominazione proviene dal fatto che il sistema detiene l’esclusiva del dono
senza contro-dono (dono del lavoro al quale si può rispondere soltanto con la distruzione o il
sacrificio, se non nel consumo che non è che una spirale di più della dominazione…), allora l’unica
soluzione è di ritorcere contro il sistema il principio stesso del suo potere: l’impossibilità di risposta e
di ritorsione. Sfidare il sistema con un dono al quale non possa rispondere, se non con la propria
morte e il proprio crollo. Perché nulla, nemmeno il sistema, sfugge all’obbligazione simbolica, ed è in
questa trappola che sta l’unica possibilità della sua catastrofe. … Bisogna che il sistema stesso si
suicidi in risposta alla sfida moltiplicata della morte e del suicidio.
(Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte)

6.
Forse conservando e restaurando - attività gradita a un numero crescente di adepti - anche l'anima
tornerà a splendere nei suoi colori originari. (Fausto Gianfranceschi)

7.
LETTERA DI GUSTAV MEYRINK AL SIGNOR OLDRICH NEUBERT

da “La casa dell’Alchimista”, edizioni I libri del Graal

Gustav Meyrink
Al Signor Oldrich Neubert
Smichow-Hrebenka 29
(tel. 492-79)
25/07/1932

Mio caro amico,


ho ritrovato mio figlio e mi sono ricongiunto con lui. Ma questa ricongiunzione è totalmente differente
da come me l’ero rappresentata. Se qualcuno mi avesse detto, tempo fa, che le cose sarebbero
andate così e così, ne sarei stato molto rattristato, nella mia cecità terrena, pensando che questa
fosse una ben modesta consolazione. Ma in realtà è qualcosa di grandioso, da far sembrare, a chi lo
sperimenta, che debba scoppiare il cuore da un momento all’altro. Non riesco, qui sulla carta, a
metter giù i pensieri con ordine: sono costretto a scrivere senza una vera coerenza.

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Ma voglio mettere per iscritto tutto, anche se alla rinfusa, affinché ti possa giungere un suggerimento
interiore sul modo - uguale o simile - di metterti in contatto con la tua amata compagna. Non posso
affermare che mi sia stato comunicato, dall’aldilà, con parole cosa dovessi fare, bensì è scesa su di
me come una coscienza propria che diveniva sempre più desta, una coscienza che ho posseduto da
millenni ma che avevo dimenticato. Dapprima mi destai, nel cuore della notte, e mi parve di dover
bere un bicchier d’acqua. Non avevo affatto sete, eppure era proprio sete, ma differente da come
comunemente la si prova. Bevvi un bicchier d’acqua, ma mi ci dovetti costringere, poiché non mi
piaceva affatto. Allora ne fui d’un tratto conscio: mio figlio ha sete ed io bevo al suo posto! Così mi fu
improvvisamente chiaro che si stava instaurando nient’altro se non un rapporto con lui! Le particelle
elementari che si distaccano dal suo cadavere e che erano scomparse insieme a lui quali parti
costitutive della vita, esse hanno sete, non è lui ad aver sete! Il mattino seguente seppi, d’improvviso,
che dovevo indossare il suo cappello, così come nel Golem Pernath si mette il cappello dell’altro. Lo
feci pensando: ora sono, in un certo senso, mio figlio, e lui è me. Al tempo stesso intuii la chiave
fondamentale di cui si ha bisogno per giungere ad un rapporto autentico con i morti: deve esserci un
motivo giusto! La nostra nostalgia umana di rincontrare i morti e di star in loro compagnia non è
sufficientemente pura e altruista perché la nostra implorazione venga ascoltata; infatti il mondo
spirituale esaudisce solo un desiderio, la cui realizzazione ci sia veramente utile spiritualmente. Perciò
tal motivo deve essere: io devo aiutare il defunto. Non lui deve aiutare me, no, io voglio e devo aiutare
lui. Ma in che modo posso aiutarlo, mi sono domandato perplesso, non riesco a capire come fare.
Non è necessario che tu lo capisca, è stata la risposta: è sufficiente il tuo puro ed ardente desiderio di
aiutare; in verità lui non ha affatto bisogno del tuo aiuto, eppure tu devi dirigere tali pensieri verso di
lui, pensieri di aiuto, dato che altri pensieri non possono raggiungerlo. Da quel momento non ho
pensato né fatto nient’altro. Il resto è venuto da sé. È sopraggiunta poi, d’un tratto, una impetuosa
ispirazione: implora, con tutto il fervore possibile, ISIDE, la madre divina, la Madre degli Dèi degli
Egizi, della quale si dice che non è soggetta a legge alcuna, terrena o celeste che sia, che non
considera né torto né ragione. Con il suo amore infrange ogni rigida legge, ogni Karma, ogni cosa.
Allora ho rivolto lo sguardo in direzione dell’Egitto ed ho urlato, dentro di me: Iside, Madre di ogni
cosa, fai un miracolo, un miracolo incomprensibile, per mio figlio, per mia moglie e mia figlia, la sorella
di mio figlio! Non voglio sapere come sarà questo miracolo, e, anche se ne dovessi venir annichilito,
non importa, basta che Tu lo compia, il miracolo. E il prodigio ha avuto presto inizio, ed è ancora
lontano dal cessare; continua sempre. Si è riversato d’un tratto su di me un tale torrente di sapere e di
conoscenza inauditi, da non permettermi più di riconoscere il me stesso ch’ero ieri. È come se l’uomo
ch’ero ieri fosse morto e fosse risorto un uomo nuovo. Il dolore per mio figlio è scomparso, non ne è
rimasta traccia. Se potessi. solo con un gesto della mano, far sì che non fosse avvenuto tutto ciò che
è stato, la caduta sugli sci e tutto il resto, non lo farei, brucerei piuttosto la mano nel fuoco. Un infinito
senso di felicità del quale prima non supponevo che potesse esistere una cosa del genere. Così
stanno le cose: nel corso della vita sulla Terra, non si è affatto uniti alle persone che si amano! È
come se due bottiglie, l’una piena di un liquido rosso e l’altra, diciamo, di uno blu, stessero accanto,
vicine. Quei due liquidi non potranno mai mischiarsi, ne saranno sempre impediti dal vetro delle
bottiglie che li separano l’uno dall’altro. Solo dopo la morte i due liquidi si possono unire e diventare

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così di un colore solo: nel caso dell’esempio (che naturalmente è solo un esempio scadente), da
rosso e blu risulterebbe il viola. Questo divenir uno, nel mio caso non è necessario che sia qualcosa
di continuo, né lo desidererei, poiché quando viene la nostalgia e noi diventiamo d’improvviso un
essere solo, è molto più beatificante, il sentimento che mio figlio è di là ed io sono di qua.
Non sono in grado di descriverti con le parole quanto tutto ciò colmi di gioia, ma ti auguro, di tutto
cuore, che tu possa sperimentarlo lo stesso. Ad udire solo vuote parole, si pensa: ah, è troppo poco.
Se però lo si sperimenta, ci si accorge di quanto sino a quel momento si fosse stati ciechi, sordi e
muti.
Anche il mondo esteriore sembra mutato, è come se lo vedessi d’un tratto per la prima volta. Ogni
foglia, ogni albero e ogni animale mi appaiono nuovi. È come se, d’improvviso, io stesso fossi fresco e
giovane come un fanciullo e contemplassi la natura con gli occhi di un bimbo felice. Si dimentica, con
il passare degli anni, come si è visto il mondo da bambini e come si è gioito a giocare e a rallegrarsi.
Sono veramente stupito di come tutto ciò è ritornato dagli anni dell’infanzia. Ho dimenticato, poi, di
dire che quando iniziai a mettere il cappello di mio figlio - per stabilire, in un certo senso, un contatto
magnetico - mi immaginavo sempre, quando mangiavo o bevevo o fumavo: lui, - mio figlio, - mangia e
beve adesso con la mia bocca, io gli presto la bocca, gli occhi, il corpo e così via.
Mi è accaduto talvolta, in modo affatto straordinario, di aver d’improvviso desiderio di bevande o di cibi
che personalmente non mi piacciono. Mi rammentavo, allora, che a mio figlio, quand’era vivo,
piacevano particolarmente. È singolare anche che nella notte del 12 luglio, nella notte in cui mio figlio
si è ucciso, mi abbandonarono d’un tratto gli atroci dolori tra le spalle che sino a quel momento mi
avevano tormentato ininterrottamente per oltre un mese; mi destai al mattino quasi completamente
guarito! Mentre era ancora in clinica mio figlio soffrì orrendamente degli stessi dolori nello stesso
punto. Allora gli presi la mano e mi concentrai allo scopo di farli cessare. Poco dopo gli erano passati
ed erano venuti a me al suo posto. Più tardi, quando era già morto ed io cercavo un contatto con lui
mi colpì la riflessione: questo ricongiungermi con lui è un processo analogo a quello della cosiddetta
trasfigurazione medianica, solo che è molto superiore. In quanto la trasfigurazione medianica fa
prendere al medium per alcuni momenti persino la forma corporea del defunto, ma senza che ci sia
coscienza di quanto si fa, essendo in stato di trance, mentre io mi trasformavo interiormente in mio
figlio, restando desto e cosciente e raggiungendo ogni volta una perfezione sempre maggiore. So che
sarà sempre più bello e in un modo in cui oggi non sono in grado naturalmente di farmi immagine
alcuna. Io penso quindi che tu dovresti fare, con tua moglie, analogamente a come io ho fatto con mio
figlio. Rivolgi il tuo amore e la tua speranza alla Madre Universale Iside, e Lei ti aiuterà. Tua moglie
era l’amore e la bontà personificate; è quindi una brava figlia di Iside e la Madre Iside verrà in
soccorso, in qualche modo incomprensibile, tuo e di sua figlia. In un modo inconcepibile, del quale
non ti devi fare alcuna immagine, dato che l’avvenimento è molto al di là di ciò che un uomo è in
grado di immaginare. Soprattutto ti deve spingere il desiderio: devi aiutare tua moglie, anche se lei
non ne ha affatto bisogno. In questo modo tu ti avvicini a lei, anche se non spazialmente. In realtà,
non esiste né uno spazio né una distanza, queste sono solo suggestioni e cecità terrene. I defunti
sono proprio qui, dove siamo noi, sono soltanto le loro oscillazioni che sono differenti dalle nostre a
farci credere di essere separati da loro spazialmente. Se le oscillazioni diventano uguali allora ci

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ricongiungiamo a loro. In mia figlia, - sebbene io non abbia parlato con lei a proposito di mio figlio - si
è già manifestata la stessa mia condizione. Ieri sera mi ha detto: Non so che mi è accaduto, da un
momento all’altro, mi sento d’improvviso così infinitamente felice, come non mi era mai capitato in
tutta la mia vita. Non provo più sofferenza per lui e sono così lieta che sia morto... ho terrore di me
stessa, che la cosa suona come una mostruosa mancanza di sensibilità. Era presente mio genero che
impallidì di orrore: temeva naturalmente che mia figlia fosse impazzita. Mi venne di pensare a quel
passo del Golem, in cui il Rabbino Hillel ride lentamente sulla morte della sua amata sposa e al brano
dello spostamento dei lumi in Lazarus Eidotter nella Faccia Verde. Mi chiedo soltanto: come potevo
allora, quando ho scritto questi due romanzi, sapere che esiste qualcosa del genere?
Si deve sempre aver davanti agli occhi questo: la vita sulla Terra è come una condanna alla
reclusione: e invece di rallegrarsi di cuore quando uno vien fuori di prigione e ritorna alla libertà di cui
si era nel frattempo del tutto dimenticato, si piange e ci si dispera. L’uomo si è proprio del tutto
rovesciato? Quel che ho vissuto è naturalmente ancora ben poco in confronto a ciò che seguirà, ne
sono certo. Stai tranquillo, mio caro amico, ti scriverò subito non appena avrò qualcosa con cui poterti
aiutare e star vicino.
Ti auguro di tutto cuore di essere al più presto felice come sono io!
Per quel che riguarda mia moglie il miracolo è imminente. Va detto che sino ad ora lei è rimasta
calma, ma la cosa grande deve ancora aver luogo. Ho l’impressione che in lei sarà qualcosa di affatto
speciale.
Tuo
Gustav Meyrink

8.
Viva è ancora nella memoria, come certi incubi della fanciullezza, l'impressione della mia prima visita
al tempio di Kali a Calcutta. S'entrava per sdruccioli angusti e lerci in uno spazio, non molto capace,
pavimentato con lastre di pietra logore e mal connesse: nel centro, legato ad un palo, un caprone
presagiva, lamentando, il sacrificio imminente: sparso intorno nereggiava ed imputridiva al sole il
sangue delle vittime che lo avevano preceduto. Sullo sfondo, la cappella, costruita sopra un
basamento massiccio, spalancava la bocca della porta alta e stretta alla quale conducevano pochi
gradini di pietra: pellegrini e fedeli salivano raccolti, si prostravano di fronte all'immagine che
s'intravedeva nella cella e quindi, tenendo per devozione alla propria destra l'edificio, scendevano
frettolosi per la scala del lato opposto. Mi insinuai anche io tra la folla e l'alito delle bocche
contaminava la mia faccia e le carni nude e sudate s'appiccicavano ai miei vestiti; quasi trascinato da
quel gorgo mi trovai sulla soglia della cappella. Entrare chi non fosse brahmino non poteva.
Soffermatomi sul limitare scorsi la mole nera dell'immagine prendere a poco a poco precisione di
contorni, a mano a mano che l'occhio si abituava all'oscurità: protesa dalla bocca enorme e zannuta,
la lingua triangolare lambiva il sangue sugli squarci di un cadavere che la dea serrava nella stretta
delle mani adunche: ma le braccia non erano soltanto due: altre ancora apparivano sulle spalle
potenti e tutte brandivano strumenti di morte.
(Giuseppe Tucci, Il paese delle donne dai molti mariti - Neri Pozza - Il cammello battriano 2005)

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9.
Chi vuole osservare gli uccelli non li deve inseguire; deve appostarsi rimanendo cortesemente in
silenzio. Allora si avvicinano spontaneamente. con questa intenzione mi sono scelto un terreno pieno
di mandorli in fiore, circondato da un boschetto di acacie. Dal piumaggio bipennato del fogliame
svettava una pallida nidiata di lunghissimi aculei. E' un paradiso per le averle e gli uccelli di macchia e
di nido. Altre specie volatili sfrecciavano tra le chiome degli alberi. Mentre, seduto como su una pietra
in pieno sole, seguivo lo spettacolo, vidi passare lì vicino un gregge di pecore. I campanelli
tintinnavano; polvere sospinta dal vento veniva dal pendio già arido. Le bestie avevano strette e come
intagliate le teste, e le loro orecchie pendenti le coprivano in parte come mantelline. A capo del gregge
procedeva il montone con le corna scanalate e ritorte. Il pastore gli aveva legato sul davanti un
grembiule di pelle, per impedirgli di montare le pecore. Era un'immagine primordiale, quella delle
bestie che passavano oltre accalcandosi, scampanellanti sulle loro esili zampe. Seguiva una pecora
che doveva avere appena partorito, poiché l'agnellino che essa conduceva non era in grado di tenere
il passo. Era ancora roseo, forse appena nato, e si stringeva addosso alla madre per avvertirne la
presenza quando la toccava con la minuscola coda. Così si sentiva al sicuro. Di tanto in tanto la
madre si fermava e con la testa lo spingeva accostandolo a sé, stretto al suo corpo. Un quadretto
commovente - si, ma anche di potente forza. Qui si rivela ciò che lega gli atomi e tiene uniti il sole, la
luna e i pianeti. Come cantava lontano, il pastore, mentre passava oltre con il gregge! Questa è
autentica, perenne potenza, e un giorno il pastore sospingerà il gregge anche sulle nostre città.
(Ernst Junger, Il Contemplatore Solitario.)

DAREST SHARMA 4

La navicella aveva forma di conchiglia, grigiastra e grossa come un furgone. Atterrò di fronte a noi e
un portellone si aprì senza rumore. Una ventata di vapore ci investì, una rampa a scala mobile si
allungò verso la nostra direzione, a pochi centimetri. Fummo prelevati e fatti sedere su poltroncine
strette. L'abitacolo era spartano, non c'erano luci o altro che facesse intendere la presenza di una
qualche strumentazione. Due piloti muniti di casco integrale riportarono la navetta verso quella
'madre', come? non lo compresi. L'astronave mi apparve immensa vista da vicino. La piramide volante
ci inghiottì da un portale che si era aperto nel frattempo, posto sotto la base. Una specie di hangar
gigante ci accolse. Vi erano parcheggiate altre navette-conchiglia. Atterrati, si riaprì lo sportellone e un
pilota ci indicò di uscire con un gesto universale fatto con la mano. Mettemmo piede a bordo e la
sensazione fu non proprio di curiosità. Scandurra con gesto automatico si accese una 'nazionale'. Per
lui, ogni situazione sembrava avere la stessa intensità, cioè bassa. Gli chiesi cosa poteva capitarci.

- Al peggio ci scannano e ci danno in pasto a qualche bestiaccia mezzo umana. Ma vedrai che
cercheranno prima di negoziare. Quello che vogliono fare non servirà né a loro né a noi. A me stanno
a cuore i destini di tanta gente che sulla terra schiatta per un basso salario... e non viene mai
informata su niente.

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- Adesso mi fai il comunista...

- Macché, il movimento è fallito. Io in quanto fruttarolo sono per il capitalismo spinto... eh eh eh. Se la
montagna di bugie cadesse addosso ai bugiardi, il popolo finalmente vedrebbe un po' di luce. Chissà
un giorno che non ci riesca di rompere le scatole ai potenti della terra.

L'aria che si respirava era piena di gas e vapori. Gli occhi mi lacrimarono e cominciai a tossire.

- Poi mi rompi sempre col fumo... entri dentro una nave che vola e aspiri le peggiori cose
dell'universo. Ma dai, una sigaretta non ha mai ucciso nessuno.

- Se continui a fumare le nazionali, la fine è assicurata.

- Io sono nazionalista. Bisogna aiutare il monopolio, così le tasse le useranno per fare più ospedali,
scuole, bus, strade. Finanzio lo stato.

Il maestro mi sfotteva sempre. Mi chiamava 'socera' per i miei continui appunti. Ovviamente
inascoltati. Aspettammo che qualcuno si facesse vedere. Lì, era freddino e in penombra. Stavo
riacquistando fiducia nel maestro. Niente di brutto poteva capitarci. Scandurra non voleva che nutrissi
sentimenti ostili, con nessuno. Era difficile, ma era la cosa giusta da fare. A poche decine di metri, un
soldato o comunque un tizio in divisa spuntò non so da dove verso di noi. Aveva le scarpe gommate
evidentemente, non faceva il minimo rumore. Alto non più di me (175cm) ci si piazzò davanti. Divisa
grigionera, portava in testa un basco dello stesso colore. Carnagione chiara e capelli biondi, non
mostrava alcuna emozione. Sembrava un nazi. Ci indicò con un cenno della testa di seguirlo. Ci
incamminammo in fila indiana, dietro di lui. Aveva un doppio auricolare, di quelli da noi usati per
ascoltare le radioline senza disturbare il prossimo. In questo caso però, parlottava con qualcuno di là
dal filo, senza l'ausilio di un microfono. Mi parve curiosa la cosa. [E pensare che crediamo noi di aver
inventato la tecnologia!] Ad un certo punto il milite si fermò di colpo e questo mi fece 'storzare'
(scattare d'improvviso). Non aveva emesso un suono, evidentemente queste erano le sue consegne.
Ciò rendeva surreale la cosa, almeno per me. Un sogno, meglio, un incubo di quelli veridici, lo stavo
vivendo, senza comprendere in realtà cosa ci aspettava e perché volevano parlarci. Scandurra mi
toccò la spalla, improvvisamente. Un pizzicorio si espanse dappertutto, fino ai piedi, facendomi sentire
elettrico.

Ci trovammo sprofondati in un magazzino enorme, quadrangolare, dal soffitto alto e di metallo scuro,
illuminato fiocamente da una fonte invisibile, giallastra. Assomigliava ad una autorimessa militare, ma
non c'erano veicoli, bensì scatole giganti di ferro accatastate. L'odore era quello tipico di un
magazzino, o quasi. Scandurra ancora una volta mi aveva fatto passare da qualche botola transitoria,
di quelle che conosceva solo lui. Ebbi problemi di respirazione; mi mancava l'ossigeno; il maestro mi

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fece il verso di mettere 'a beccuccio' le labbra per assumere aria sottile, alla maniera di certe pratiche
psicofisiche tratte dalle sue materie oscure.

- Giriamo come uno stornavello [gergale: uccellino particolarmente esagitato e girandolone]. Gli si
intrecceranno gli occhi a quelli di Sharma. Ma di solito a me piace scegliermi da solo ora data e luogo
dell'appuntamento. Ora manderanno tutta una truppa a cercarci per l'astronave. E quando ci
pizzicano?

- Perché allora siamo saliti? Potevamo andarcene con comodo e sarebbero rimasti a bocca asciutta.
Non ci capisco niente.

- Quando si negozia, bisogna avere qualcosa da scambiare. Adesso ci andiamo a prendere il


fusibilone da cui traggono la 'brumba' [energia] per viaggiare. Vedrai. Il gran capo dovrà cedere
qualcosa. Quella merda di morbo nero che stanno seminando in questo universo e che arriverà pure
al nostro, andrà spazzata via. Che dici? Tanto se ci riusciremo, non ci daranno né medaglie né premi.
Io rimarrò un fruttarolo senza un conto in banca e tu diventerai come me. Sai che culo?

Scandurra con semplici parole descriveva cose dell'altro mondo. Avventure fantastiche e viaggi tra
universi e mondi, sembravano scaramucce tra bande di quartiere. Per lui l'incredibile era la vita
stessa. Il quotidiano era lo straordinario. E tutto senza superbia, né un pizzico di presunzione. Un
santo? No, un uomo che aiutava il prossimo senza pretendere nulla in cambio. Amava senza
possedere. In quei frangenti lo osservavo intensamente. Volevo bene a quell'uomo. A me e ad altri
aveva donato cose preziose, uniche, senza prezzo, con la stessa semplicità con cui si regala un fiore
di campo.

- Ora aspettami. Faccio un giretto e ritorno con la spoletta. Così li teniamo per le palle.

Si allontanò con quella sua andatura caracollante, i piedi divergenti. Con una velocità e agilità
insospettate, zigzagò tra pacchi, assi, sbarre e raggiunse una porta lì vicino e vi sparì dentro. Poi,
trovandomi da solo, mi venne in mente che forse eravamo controllati da qualche televisione a circuito
chiuso. Poi, pensai che Scandurra aveva sicuramente provveduto a neutralizzare qualsiasi occhio
malevolo. Passarono alcuni minuti – tempo di Deya – ed eccolo rispuntare da dove era partito. Si
avvicinò velocemente e mi mostrò una cosa che somigliava ad un fusibile, solo grande come una
bottiglia, che conteneva una luce scoppiettante, azzurrina, densissima. O meglio, quella luce si
trovava al centro del fusibile, come sospesa.

- Ecco l'arnese che li fa spostare. È una spoletta di quelle gagliarde, è spettacolare. Viaggiano in
questo universo, ma quando gli pare possono attraversare la botola per fare una visitina al nostro.
Insomma, un bel congegno adatto per muoversi con mezzi di grandi dimensioni. Sai che forza sulla
mia 500. Ma poi, il solito vigile cornuto me la sequestrerebbe perché non omologata. Che ci vuoi fare.

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Non conoscono le nuove frontiere della tecnica. L'autorità è sempre retromane [retrograde, forse
voleva dire].

Gli chiesi se quello che aveva in mano fosse il sistema propulsivo dei dischi volanti.

- Non è una propulsione. È una chiave per scivolare nello spazio attraverso le botole e per
attraversare gli universi. Con questa apri e poi chiudi la porta. È una spoletta prevista per cosmonavi
e pianeti artificiali. Gli ingegneri cosmici c'avevano una bella capoccia, cosa credi?

Caspita! Avevo a portata di mano il segreto degli u.f.o. . Però, come ogni segreto che si rispetti me lo
dovevo tenere per me. Non poterlo gridare ai quattro venti che non siamo soli nell'universo; che c'è il
modo di passare tra le dimensioni; che vivono miriadi di altre civiltà sparse un po' ovunque; ecco,
sapere, vedere, vivere queste realtà e mantenere il riserbo. Una bella fregatura.

- Maestro, potrò mai raccontare quanto sto vivendo? Potrò mai dimostrare che esiste il metodo per
viaggiare tra gli universi senza spostarsi?

- Alla vigilia del grande Varco, racconterai tutto o in parte quello che sarà necessario far sapere. Il
problema riguarda l'effetto provocato da quello che farai. All'inizio, vedrai, ti crederanno in pochi, quelli
giusti. Poi, qualche figlio di buona donna, sospetterà che dietro le tue rivelazioni mirabolanti c'è
dell'arrosto ed è allora che cominceranno le rogne. E di quelle grosse. Ma il grande segreto non è
nella spoletta interdimensionale, nei vascelli fantasma che schizzano da nord a sud, no, la cosa più
preziosa è il lumen. È quello che hai dentro di te e che fa muovere tutto. Nessuno te lo potrà mai
rubare... a meno che tu non lo voglia.

- Mi spaventa comunque. È un compito rognosissimo. Da un lato, lo sai, vorrei tanto che quanto ho
ricevuto gratis sia donato a tutti. Ma non sono uno sciocco. So bene che certi poteri non possono
essere trasmessi senza criterio. Tuttavia mi spaventa. Ho un fardello pesante e anche se fra trenta
anni dovessi essere gagliardo e tosto come dici sempre tu, mi troverei a dover giustificare, spiegare,
esporre cose scottanti. Ai fetenti al potere, tutto questo roderà.

Scandurra ondeggiò la testa e fece un ghigno dei suoi, come a dire: l'hai voluta la bicicletta... Poi
giocherellò – almeno così mi sembrava - con la spoletta gigante, muovendola avanti e indietro
ritmicamente per un numero determinato di volte, fino a quando emise un fascio di luce blu che
avvertii come vibrazione all'altezza del plesso solare. Mi prese uno sturbo. Quella cosa rispondeva
alle sollecitazioni di Scandurra, che contraccambiò. Dalla sua pancia fuoriuscì un budello di luce
azzurrina – lo vedevo distintamente - che si congiunse con quello proveniente dalla spoletta. I due
raggi si fusero per poi estinguersi velocemente. L'aria vibrò. Non avevo le traveggole. Scandurra era
in contatto con il cosmo e vibrava con le potenze operanti.

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- Ora, caro Angelo, riporto al suo posto la spolettona. Mi obbedirà come un cagnolino. Poi andremo
dal maestro dell'Ombra. Attento solo di una cosa: lui ti legge dentro fino alle frattaglie. Sarai di fronte a
lui come in un cacatoio pubblico senza porta.

USCITA DAL TEMPO


Voglio fare di questo racconto qualche cosa di più. E questo qualche cosa di più è un'altra uscita fuori
del tempo. Le Cronache di Atlantide si svolgono nelle tre dimensioni che formano o deformano il
nostro concetto del tempo: passato, presente e futuro. Dalla scomparsa del continente atlantideo – e
relativo incurvamento nel muro del Tempo - arriviamo al passato storico in pieno medioevo templare,
fino al '900, dove si allinea e riafferma un vettore di potenza, collegato ai punti di contatto
interdimensionali cosmici. Il secolo scorso ha visto assottigliarsi il canale temporale, tanto da
presentare una sfida inaudita per l'umanità: andare avanti o scivolare indietro? Avvicinarsi al Varco
2012 o ritornare alla sorgente maledetta? Se dal punto di vista esoterico ci si convince che il tempo in
cui ci troviamo è la fine di un ciclo, e che niente possiamo contro di lui, nessuna ribellione è efficace,
perché comunque dovremo arrivare fino in fondo al Kali Yuga, perché scrivere, perché sopravvivere?
In alcuni potrebbe subentrare un pessimismo distruttore, quasi una conclusione logica di fronte alla
fine. La maggioranza diciamo 'realista', non avrebbe nessun sentore di trovarsi ai margini
dell'Apocalisse, potrebbe così incorrere in un risveglio altrettanto distruttore. La prospettiva del
disastro è lo stesso nascosta nell'anima di ogni uomo ed è bene ricordarlo, non si sfugge. E allora?
Colui che sa, che ha coscienza della fine, è altrettanto consapevole dell'entrata in un nuovo ciclo e
diventa un preparatore del tempo nuovo. Non invito nessuno a seguirmi. Non sono né un politico né
un ideologo. Ho la convinzione però che in epoche agoniche come la nostra, sento forte il dovere di
scuotere le coscienze, di svegliarle dal loro sonno tecnico-ottimista, di provocare una rottura
nell'omogeneità, nel pensiero unico. Intanto preparo l'accampamento.

SULL'ORLO DEL MONDO


Certo, la scadenza epocale che vede la sua apoteosi nel Varco, mi induce a pensare in grande, ai
destini dei singoli e dei popoli. Il termine di una fase, di un ciclo della storia dell'umanità, non può
concepirsi con le categorie della ragione. Ci troviamo sull'orlo del mondo, dopo millenni di cammino,
dopo spinte e controspinte, nudi, senza soverchie possibilità di interferire sul nostro destino. Ai confini
dell'Apocalisse ci attende il venir meno di sogno e realtà, divisione e unità, e tutto ciò ci sarà imposto.
La salvezza – ci insegna il maestro - è situata nell'energia che scaturisce dall'unione dei contrari. Ma
la negazione dell'Ombra si frappone tra i contrari e impedisce il loro matrimonio. La separazione li
rende infetti. Redimere gli opposti, è il lavoro da fare. È alchimia. Il piano è chiaro e lineare.
Contrastare la diffusione del morbo nero e prepararsi ad accogliere gli esuli, secondo una previsione
di Scandurra:

L'ONDA-LUCE CHE GOVERNA LE COSE COMINCERÀ A INDEBOLIRSI GIÀ DALLA FINE DEL
MILLENNIO, COSÌ COME IL GRANDE TEMPO ESAURIRÀ IL SUO FIUME DI ENERGIA. A QUESTO
PUNTO, GLI URANIDI DISCENDERANNO SULLE ROVINE DELLO SPENTO UNIVERSO PER

Incontro con un uomo Straordinario – 36 / tratto dal blog http://ilgrandeignoto.blogspot.com di Angelo Ciccarella 10
RIPORTARE L'ORDINE. MA NON SARANNO BEN ACCOLTI. GLI EMISSARI DELL'OMBRA
AVRANNO ASSORBITO QUASI TUTTA LA LUCE E I POCHI UOMINI RIMASTI INDENNI,
DOVRANNO ASSUMERSI IL COMPITO DI ORGANIZZARE LA RESISTENZA.

Incontro con un uomo Straordinario – 36 / tratto dal blog http://ilgrandeignoto.blogspot.com di Angelo Ciccarella 11

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