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Sul

sito della casa editrice sono disponibili:


- immagini scaricabili delle principali opere d’arte citate, adattate per essere stampate in rilievo con il fornetto
su carta a microcapsule (sistema Minolta);
- proposta di attività inclusiva per la classe;
- audiolibro in formato mp3.
Grazie ad un accordo tra la casa editrice e le Associazioni di riferimento, le richieste di libri per la riproduzione
a favore di studenti non vedenti, ipovedenti o con Disturbi Specifici di Apprendimento possono essere inoltrate
a:

Biblioteca Italiana per i Ciechi “Regina Margherita”


Via G. Ferrari 5/A, 20900 Monza (MB)
Tel. 039 283271 – Fax 039 833264
bic@bibciechi.it – www.bibciechi.it

Biblioteca digitale dell’Associazione Italiana Dislessia


Piazza dei Martiri 1/2 - 40121 Bologna
Telefono/Fax: 051 6311685
www.libroaid.it
Si ringrazia il Museo Tattile Statale Omero per la collaborazione.

Andrea Sòcrati
L’uovo Cosmico - Alle origini dell’arte occidentale

Responsabile editoriale: Beatrice Loreti


Art director: Marco Mercatali
Responsabile di produzione: Francesco Capitano
Redazione: Carla Quattrini

Progetto grafico: Sergio Elisei


Impaginazione:
Airone Comunicazione - Marcello Muzi
Illustrazioni: Alice Sosio
Copertina: Adami Design
Illustrazione: Alice Sosio
Foto: Shutterstock, archivio ELI-La Spiga Edizioni

© 2014 ELI – La Spiga Edizioni


Via Brecce – Loreto
tel. 071 750 701
leggermente@laspigaedizioni.it
www.elilaspigaedizioni.it

Stampato in Italia presso


Tecnostampa - Recanati
14.83.009.0
ISBN 978-88-468-3225-2
Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così
come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da
parte dell’editore

Edizione digitale: luglio 2014

ISBN: 9788846832368

Edizione digitale realizzata da Simplicissimus Book Farm srl


Nota introduttiva
I personaggi della storia sono quattro ragazzi, uniti da una salda e sincera amicizia.
Alessandro Sòc, il protagonista principale, è pieno di entusiasmo per la vita, amante dell’arte e
appassionato viaggiatore; sua sorella Giulia ama la lettura, la fotografia e la moda. Aldo e Daniela
sono non vedenti e, come Alessandro, sono appassionati d’arte e collaborano con un particolare
museo tattile.
Questa storia li porterà in Grecia, la culla dell’arte e della civiltà occidentale, dove, in un mondo
parallelo abitato dagli dèi dell’Olimpo e da creature mostruose al servizio del malvagio serpente
Ofione, sta accadendo qualcosa che potrebbe sconvolgere l’umanità.
Le avventure di Alessandro Sòc e dei suoi inseparabili amici vogliono costituire uno strumento
utile ai giovani studenti per avvicinarsi con criterio al mondo dell’arte, nonché per riflettere sulle
importanti questioni della diversità , sia essa relativa alla disabilità, con particolare riferimento a
quella visiva, sia essa inerente alle culture altre.
Il dialogo con l’opera d’arte non passa solo attraverso la vista ma, come ben insegnano Aldo e
Daniela, coinvolge il corpo e i sensi tutti. La diversità è sinonimo di straordinarie capacità e di
insospettabili risorse, che rappresentano una fonte di arricchimento e di progresso per tutti, così
come il confronto con le culture diverse da quella di appartenenza.

Le opere d'arte citate in grassetto sono riportate nella galleria fotografica.


Indice
Nota introduttiva
Parte prima - L’ultimo oracolo
Help me!
In volo per Atene
A casa della Pizia
La creazione del mondo
Le vicende degli dèi
L’ultimo oracolo
In viaggio per Capo Capra
Parte seconda - Nel mondo degli dèi
Verso l’ignoto
L’interpretazione dell’oracolo
Un mondo straordinario
Conoscere il mondo con le mani
In dialogo con l’opera d’arte
Alle origini dell’arte occidentale
La valle delle architetture
Parte terza - L’uovo Cosmico
L’origine del mondo
Le creature del Tartaro
La battaglia
Ritorno in superficie
Focus - Indovini e oracoli

Focus - Il Museo Tattile Statale Omero

Focus - Policleto e il canone

Focus - L’Acropoli di Atene, da Pericle a Lord Elgin

Dossier - Galleria fotografica

Dossier - Intervista all’illustratrice

Percorsi di lettura
Parte prima - L’ultimo oracolo

Help me!
Erano le undici di sera. Alessandro era davanti al suo computer. “Che sonno! Penso proprio che
andrò a dormire!”, esclamò allargando la bocca in un grande sbadiglio.
Dalla finestra socchiusa entrava l’aria fresca di una bella serata primaverile e la luce della luna
disegnava nella stanza ombre bizzarre. La sua grande scrivania era piena di libri, fogli e appunti,
ed era illuminata da una strana lampada a forma di coccodrillo. Sulla parete alle spalle della
scrivania erano appese vecchie carte geografiche e alcuni quadri antichi e moderni. Tutta la casa
era piena di strani oggetti, ricordi dei tanti viaggi e delle tante avventure vissute, ma anche
comprati nei mercatini delle pulci di mezzo mondo... Quei mercatini di cose usate, dove si trova di
tutto e gli oggetti sono disposti alla rinfusa. In realtà, anche la casa di Alessandro sembrava uno
di quei mercatini. Gli scaffali della libreria, che occupavano un’intera parete della stanza, oltre ai
tanti libri vecchi e nuovi, ospitavano modelli di macchine americane, riproduzioni in metallo di
legionari romani, vecchie bussole, un cannocchiale rotto, cappelli, fotografie, conchiglie dalle
forme più strane. Un posto speciale era riservato alle tantissime varietà di pietre e di sassi che
Alessandro era solito collezionare da ogni luogo che aveva occasione di visitare. Per lui, le pietre
avevano un significato particolare: era come se ogni singolo sasso avesse la propria anima e fosse
capace di conservare indelebilmente la memoria di un luogo o di un’esperienza vissuta. Le pietre
sono sempre in stretta relazione con l’ambiente in cui si trovano, si tratta di una specie di simbiosi
che ne determina l’aspetto e il carattere, proprio come fossero abitanti tipici di una certa località.
Forse anche per questo gli uomini hanno sempre legato le pietre agli aspetti magici, sacri e
religiosi della vita.
Gli ebrei, ad esempio, in luogo dei fiori, usano deporre dei sassi sulla tomba dei propri cari,
quale simbolo di continuità tra il passato e il futuro.
La pietra preferita da Alessandro era il lapislazzuli, soprattutto quando assumeva un colore
azzurro intenso e luminoso. Gli ricordava il bellissimo cielo del Giudizio Universale dipinto da
Michelangelo nella Cappella Sistina, usando proprio il pigmento blu ottenuto dalla macinazione
dei lapislazzuli.
Nella stessa stanza si trovavano anche il letto, quasi sempre disfatto, un grande armadio, il
finestrone che dava sul terrazzo e la porta attraverso la quale si accedeva alla cucina e al bagno.
L’appartamento era piccolo ma si trovava all’ultimo piano di un bel palazzo antico e dal terrazzo si
godeva di una vista bellissima sul mare e sulla città di Ancona.
Alessandro aveva già dato la buonanotte agli amici con cui stava chattando e si apprestava ad
uscire dal suo blog, quando arrivò un nuovo messaggio che iniziava con una richiesta di aiuto:
Help me !
“Chi può essere che mi invia questo messaggio?”
Curioso, Alessandro iniziò subito a leggere il testo che recitava così: “Caro Alessandro, conosco
la tua fama e quella dei tuoi amici nel risolvere casi intricati e misteriosi. Leggo sempre con
passione sul vostro blog i racconti delle vostre avventure, delle scoperte, dei luoghi meravigliosi
che avete conosciuto e vissuto. Per questo ti chiedo di aiutarmi. Si tratta di una questione di
fondamentale importanza per tutta l’umanità, ti spiegherò tutto quando ci incontreremo. Puoi
scaricare i biglietti aerei per te e i tuoi amici dal link che trovi sotto; vi aspetto ad Atene, firmato
Costantino”.

In volo per Atene


Alessandro e Aldo erano seduti vicini e avevano già allacciato le cinture di sicurezza. Avevano
scelto i posti in prossimità delle ali, come suggerito da Aldo, perché sono quelli dove si sentono
meno i sobbalzi dell’aereo in caso di turbolenza. Aldo è il più grande della compagnia ed è non
vedente, avendo perso la vista quando era molto piccolo. Ama la musica e la filosofia, parla
benissimo l’Esperanto 1 ed ha una cultura formidabile.
Inoltre, Aldo è uno stretto collaboratore, con la sua fidanzata Daniela, di un museo molto
particolare, il Museo Omero.
Questo museo è un museo tattile: significa che tutte le opere, che sono esposte nelle grandi sale
presso il settecentesco Lazzaretto della città di Ancona, possono essere toccate . Questo consente
ai non vedenti di conoscere i grandi capolavori della storia dell’arte e al pubblico in generale,
spesso abituato a cogliere la realtà unicamente attraverso la vista, di riscoprire il valore e le
straordinarie potenzialità di tutti i sensi.
Nella fila davanti erano posizionate le due ragazze del gruppo, Giulia e Daniela, indaffarate a
sistemare i loro bagagli a mano.
Giulia è la sorella di Alessandro, di cui è più grande di due anni; ama la moda, la fotografia ed è
una appassionata lettrice. Giulia è anche la responsabile del blog che i quattro amici gestiscono
insieme ormai da alcuni anni.
Daniela, infine, è un po’ più grande dell’amica e come Aldo, il suo ragazzo, è non vedente. Oltre
a frequentare il museo Omero e a conoscere anche lei alla perfezione l’Esperanto, Daniela ama
leggere ed è un’esperta organizzatrice di viaggi. È a lei che il gruppo si affida ogni volta che si
profila un’avventura in qualche parte del mondo. Ha inoltre la fama di essere la più
intraprendente ed anche la più scavezzacollo della compagnia, nel senso che affronta sempre con
temerarietà le situazioni più pericolose.
Insieme formano un gruppo inseparabile, sempre pronto a vivere nuove avventure, proprio
come quella che sta per iniziare.
“Avremo un’altra storia da raccontare sul nostro blog”, disse Alessandro ad Aldo. Il blog è il
modo che i nostri ragazzi hanno scelto per documentare le loro avventure ed è ricco di foto e di
video. Inoltre, con il blog possono facilmente rimanere in contatto con i tanti amici che hanno in
tutto il mondo.
“Ci siamo; sono sempre un po’ emozionata quando arriva il momento del decollo”, sussurrò
Giulia a Daniela, che al contrario leggeva tranquillamente degli appunti in Braille 2 .
L’aereo si posizionò sulla pista, poi partì di scatto e dopo pochi secondi percorsi a gran velocità
si staccò dal suolo puntando deciso verso il cielo.
Subito dopo si udì la voce calma e rassicurante del comandante, che diede il benvenuto a bordo
ai passeggeri e li informò sulle condizioni del tempo e sull’orario previsto di arrivo.
“Bene”, disse Aldo, “a mezzogiorno saremo ad Atene, la capitale della Grecia”.
“Giusto in tempo per un bel pranzetto”, aggiunse Alessandro.
“Io mi accontenterò di una bella insalata greca, con tante olive e con tanta feta”, replicò Aldo.
“La feta è uno dei miei formaggi preferiti, fatto con latte di pecora e di capra, dal gusto saporito e
piacevolmente salato”.
“Lo conosco anch’io” disse Alessandro, “ha un colore bianchissimo ed è davvero buono”.
Daniela era completamente assorbita dalla lettura dei suoi appunti mentre Giulia sfogliava una
rivista di moda che aveva comprato all’aeroporto.
Dal finestrino si vedeva solo la grande distesa azzurra del mare che in lontananza sembrava
fondersi con il cielo, mentre l’aereo procedeva veloce verso sud-est.
La Grecia è il Paese più a sud di tutta l’Europa, il suo territorio è prevalentemente montuoso e
comprende oltre tremila isole. Si dice giustamente che la Grecia è la culla della civiltà
occidentale. Qui nacque la democrazia, termine che deriva dalle parole greche démos , che
significa “popolo” e kràtos , che significa “potere”: vuol dire che il popolo partecipa alle decisioni
di governo. Qui nacquero le Olimpiadi, una serie di giochi che si ripetevano ogni quattro anni nel
santuario di Olimpia. Inoltre, la Grecia è la patria del teatro, della filosofia, della letteratura e
della storia, dei trattati di matematica e geometria, dell’arte che in tutto il mondo è conosciuta
come arte classica, in quanto modello insuperato a cui far sempre riferimento.

A casa della Pizia


L’aereo si posò dolcemente al suolo e i nostri amici entrarono nell’aeroporto, recuperarono i
bagagli e si diressero verso l’uscita. Appena si aprirono le porte che danno sulla grande sala dello
scalo, si trovarono di fronte a tantissime persone in attesa di parenti e amici.
Subito una voce sovrastò il brusio della sala: “Alessandro, da questa parte!” Era la voce di
Costantino, che salutò calorosamente uno ad uno i suoi quattro nuovi amici.
Costantino aveva l’aspetto esile, un viso simpatico e folti capelli neri. “Sono contentissimo che
siate venuti, amici! Non sapete quanto sia importante per me il vostro aiuto”.
“Bene”, rispose Alessandro, “anche noi siamo contenti di essere qui!”
La compagnia, guidata da Costantino, attraversò gli spazi dell’aeroporto e finalmente uscì
all’aperto. Un sole splendente accolse i ragazzi, i quali erano tutti di buon umore e allo stesso
tempo curiosi di sapere da Costantino che cosa li aspettava.
Il giovane greco aprì la sua borsa di cuoio che portava a tracolla e che gli scendeva su un fianco,
estrasse una chiave e si diresse verso un pulmino di colore azzurro.
In pochi minuti si trovarono per le ampie e trafficate strade di Atene; Alessandro e Giulia
guardavano curiosi dal finestrino, mentre Costantino descriveva di volta in volta i monumenti o i
luoghi interessanti che attraversavano. Aldo chiedeva spesso il nome della via che stavano
percorrendo e riusciva ad anticipare quello che di lì a poco avrebbero visto: “Tra poco si dovrebbe
vedere l’Acropoli!”, esclamò soddisfatto. Dopo pochi secondi, il pulmino imboccò la grande strada
che conduceva verso la zona più famosa di Atene, l’Acropoli con il Partenone e tutti gli altri
monumenti. Aldo iniziò a raccontarne la storia, affascinando tutti, compreso Costantino. Aldo era
solito, prima di ogni viaggio, individuare la posizione del luogo che avrebbe visitato e studiare i
posti che avrebbe visto, costruendosi una mappa mentale, come nel caso di Atene, con le vie
principali, con il loro orientamento secondo i punti cardinali e con i luoghi più significativi come
punti di riferimento.
“Conosci le coordinate geografiche di Atene?”, domandò Aldo a Costantino.
“Emh… veramente no!”, rispose un po’ stupito il giovane greco.
“Arrotondando, le coordinate sono 38 gradi Nord per la latitudine e 23 gradi Est per la
longitudine”, riprese Aldo, che poi continuò con una precisa spiegazione: “Vedi Costantino, per
collocare la posizione di un luogo sulla superficie terrestre utilizzo il sistema delle coordinate
geografiche, che assomiglia un po’ al gioco della battaglia navale. Queste coordinate si basano su
un reticolo di linee che avvolgono idealmente il globo in senso orizzontale e in senso verticale e
che si chiamano rispettivamente paralleli e meridiani. Il parallelo che divide il nostro pianeta a
metà, determinando verso il polo nord l’emisfero boreale e verso il polo sud l’emisfero australe, è
l’equatore ed è anche quello più grande; gli altri paralleli diminuiscono nella loro circonferenza
via via che si avvicinano ai due poli. Diversamente, i meridiani sono tutti uguali, pertanto si usa un
meridiano di riferimento (o fondamentale) che per convenzione è quello che passa per
l’Osservatorio Astronomico di Greenwich, una cittadina nei pressi di Londra dalla quale prende
anche il nome. L’equatore e il meridiano di Greenwich sono dunque i riferimenti da cui partire per
individuare un qualsiasi punto sulla superficie del nostro pianeta. La distanza di un luogo
dall’equatore definisce la latitudine e la distanza di un luogo dal meridiano di Greenwich definisce
la longitudine. Le distanze, essendo angolari a causa della rotondità della terra, si misurano in
gradi rispettivamente da 0° a +90° verso Nord e da 0° a -90° verso Sud rispetto all’equatore, 0° a
+180° verso Ovest e da 0° a -180° verso Est rispetto al meridiano fondamentale”.
“Allora avrai nella tua mente l’immagine di un mappamondo con tante coordinate memorizzate”
disse Costantino dopo qualche attimo di titubanza.
“È così” rispose Aldo, “di tanti luoghi importanti del nostro bel pianeta ho memorizzato le
coordinate e quando prendo in considerazione un posto nuovo, sapendone latitudine e longitudine
riesco a collocarlo nel mio personale mappamondo mentale con sufficiente precisione”.
Dopo alcuni minuti trascorsi nell’intenso traffico della capitale greca, i nostri amici giunsero a
destinazione.
“Siamo arrivati!”, esclamò Costantino, mentre si accostava al marciapiede con il pulmino.
I nostri si avviarono a piedi verso una piazzetta dalla forma circolare, con al centro un’ampia
aiuola verde con alte palme. Tutt’intorno si alzavano vecchi ma caratteristici palazzi, non molto
alti, con piccoli balconi decorati che sporgevano dalle facciate, perlopiù di colore bianco.
Costantino si infilò in un portone e salì le scale. Bussò ad una delle due porte che si trovavano al
secondo piano e dopo pochi secondi si udì una voce: “Chi è?”
“Sono Costantino, nonna, insieme ai nostri amici italiani”. La porta si aprì e comparve una
signora anziana, con i capelli corti e bianchi, con una bella ed elegante veste color verde e oro e
un coprispalle nero, ricamato a mano. “Entrate, finalmente siete arrivati!” esclamò con un bel
sorriso. La compagnia, dopo le presentazioni, si accomodò sul divano di un salotto piccolo ma
arredato con gusto, molto luminoso grazie all’ampio finestrone che dava su di un balconcino.
Questo ospitava diversi vasi di fiori dai colori diversi e alcune bellissime piante grasse. La nonna
portò del thè e dei biscotti fatti da lei, di cui Costantino andava matto. Si accomodò sulla sua
strana poltrona, sostenuta da soli tre piedi e decorata con enigmatici disegni, poi iniziò a parlare:
“È giunto il momento di spiegarvi il motivo della vostra presenza qui”, disse tenendo in mano la
sua tazza di thè.
“Per prima cosa”, aggiunse, “devo rivelarvi chi sono veramente. Certo, sono Kikilia, la nonna di
Costantino, ma sono anche... l’ultima Pizia, l’ultima sacerdotessa dell’oracolo di Delfi”.
Alessandro e gli altri rimasero a bocca aperta, aspettando con trepidazione che l’anziana
signora riprendesse a parlare.
“Molto tempo fa, nell’antica Grecia, le divinità parlavano agli uomini attraverso l’oracolo.
L’oracolo più importante era quello di Delfi, costruito sulle pendici del monte Parnaso, dove
sorgeva un bellissimo tempio dedicato ad Apollo”. Kikilia sorseggiò lentamente il suo thè e riprese
il racconto. “Nel tempio si trovava la sacerdotessa, la Pizia, la quale faceva da intermediario tra
gli uomini che si rivolgevano agli dèi per conoscere il futuro e gli dèi stessi, che parlavano
attraverso di lei”. L’anziana signora prese da un contenitore di ceramica delle foglie di alloro e le
mise in una specie di fornelletto di metallo, un piccolo braciere color oro decorato con figure nere,
e subito dopo ne uscì un fumo bianco, leggero e profumato. Poi riprese a parlare: “L’invocazione
dell’oracolo avveniva attraverso una cerimonia; per prima cosa la Pizia si recava alla fonte
Castalia per purificarsi nelle sue acque cristalline, quindi entrava nel tempio per bruciare
sull’altare foglie di alloro e farina di orzo, infine scendeva nella parte sotterranea del tempio. Qui,
seduta sul tripode, il sedile di bronzo a tre piedi, davanti alla statua di Apollo, avrebbe ricevuto
dalla divinità tutte le risposte alle richieste fatte da coloro che si erano rivolti all’oracolo per
conoscere il futuro e che erano in attesa nella parte superiore del tempio”. La Pizia si adagiò nella
sua poltrona, rimanendo per alcuni istanti in silenzio.
Costantino appariva divertito nel guardare le facce sorprese e meravigliate dei suoi amici, che
erano rimasti ad ascoltare il racconto come ipnotizzati.
Alessandro capì ora perché la poltrona dell’anziana signora avesse solo tre piedi.
“Ebbene, Apollo mi ha parlato e lo farà ancora un’ultima volta... l’ultimo oracolo sarà emesso
oggi... per voi”, riprese Kikilia, e dopo un lungo sospiro, aggiunse: “Per questo io sono l’ultima
Pizia, l’ultima sacerdotessa, dopo di me non ce ne saranno altre...”. Dal piccolo fornelletto che
bruciava alloro si levò un fumo più intenso, che salendo disegnava nell’aria una forma ovale, un
uovo. Tutti guardavano increduli quella forma inconsistente che saliva verso l’alto e piano piano
scompariva; incredibilmente, anche Aldo e Daniela percepirono quell’uovo fatto di fumo, come se
fosse la percezione dell’odore che esso emanava, al posto di quella visiva, a mandare al cervello le
informazioni relative alla sua immagine. Con un’espressione piuttosto seria, Kikilia continuò: “Per
farvi capire vi devo raccontare una storia… la storia della creazione del mondo secondo gli antichi
greci”.

La creazione del mondo


“Ogni civiltà, ogni popolo, ha immaginato chi creò il mondo e come lo creò. E nel crederci
fermamente, l’immaginazione finisce con il diventare realtà, ci aiuta a vivere nella speranza di un
conforto divino e a temere le forze del male che vogliono portarci sulla cattiva strada”. Nel fare
questa premessa la Pizia appariva più serena, prese un biscotto, invitando con la mano gli ospiti a
fare altrettanto, e si apprestò ad iniziare il racconto. Istintivamente, Alessandro prese dei biscotti
e li distribuì ai compagni, senza mai staccare gli occhi di dosso dall’anziana signora. “In principio,
Eurinome, dea di tutte le cose, emerse dal caos, da una specie di turbinio di energia informe e in
perenne movimento. La dea decise di separare il mare dal cielo dando loro consistenza e iniziò a
danzare sopra le onde, poi prese il vento del nord e, rigirandolo tra le mani, fece apparire il gran
serpente Ofione. I due si abbracciarono amorevolmente e subito dopo la dea iniziò a volare sul
mare prendendo le sembianze di una colomba e successivamente depose un uovo… l’Uovo
Cosmico o Uovo Universale.
Ofione si arrotolò sette volte intorno all’uovo e questo si dischiuse lasciando uscire tutte le cose
esistenti: il sole, la luna, i pianeti, le stelle, la terra con i suoi monti, con i suoi fiumi, con i suoi
alberi e con le erbe e le creature viventi.
Poi l’uovo si ricompose, si chiuse riprendendo la sua forma iniziale e trovò posto all’interno di
un tempio circolare, appeso ad un lungo filo che pendeva dal soffitto, sopra un altare di pietra
riccamente decorato con varie forme e figure. Esso ci ricorda che tutta la varietà del mondo, tutte
le cose e le persone così diverse tra loro, hanno un’origine comune e che tutte insieme
rappresentano l’unità primordiale dell’essere, l’universo nella sua totalità e perfezione”.

Ad Alessandro venne in mente che nelle diverse epoche, in alcune opere d’arte, soprattutto
pittoriche, si trovava rappresentato un uovo, come in un celebre dipinto del quindicesimo secolo
di uno dei suoi artisti preferiti, Piero della Francesca. In questa Sacra Conversazione , ovvero un
dipinto che rappresenta la Madonna in trono circondata da santi, l’uovo appare proprio appeso ad
un filo, pendente dal soffitto esattamente sopra la testa della Madonna.
Intanto, Kikilia proseguiva il suo racconto: “Eurinome e il serpente Ofione, lungo oltre venti
metri e con una cresta colorata sul dorso che lo faceva assomigliare ad un drago, si stabilirono sul
monte Olimpo. Il serpente, ogni giorno che passava, diventava sempre più prepotente e si vantava
di essere lui il creatore dell’Universo. Eurinome decise così di punirlo, scacciandolo dal monte
Olimpo e relegandolo nelle buie caverne del Tartaro, un luogo infernale dove finivano tutti i
malvagi. Ofione, precipitando verso il Tartaro, schiumante di rabbia, gridò a squarciagola che la
sua vendetta sarebbe stata terribile”.
Il volto di Kikilia lasciava trasparire una forte preoccupazione, mentre il fumo dell’alloro iniziò a
raffigurare nell’aria personaggi inquietanti, esseri mostruosi che si agitavano e si dimenavano
forsennatamente. Le schiene dei nostri amici furono percorse da brividi di paura.
Aldo interruppe quel freddo silenzio dicendo: “Qualcosa mi dice che stanno per cominciare i
guai”.

Le vicende degli dèi


“Purtroppo è così”, proferì con voce severa la Pizia. “Ma lasciate che vi completi la storia, che in
parte dovreste già conoscere. Per lungo tempo ci furono delle lotte per il dominio del mondo, che
coinvolsero divinità, titani, giganti, ciclopi e creature mostruose. Alla fine fu Zeus che riuscì a
portare l’ordine, a creare le condizioni favorevoli alla vita degli uomini e a governare con
saggezza. Egli fu riconosciuto signore di tutti gli dèi e divise il potere con i suoi fratelli. A
Poseidone fu assegnato il regno dei mari e degli oceani, ad Ade toccò il mondo sotterraneo dei
morti, l’Oltretomba, mentre la terra era governata contemporaneamente da tutte e tre le divinità.
Zeus, con sua moglie Era e altri dèi, viveva sulla sommità del monte Olimpo, che si dice
penetrasse profondamente il cielo e dove un’eterna primavera profumava la città divina.
Poseidone viveva nelle profondità degli oceani mentre Ade e sua moglie Persefone abitavano le
profondità della terra. Qui, oltre all’Erebo, ovvero il palazzo di Ade, vi erano tre zone: la Prateria
degli Asfodeli, dove vagavano senza meta le anime di coloro che in vita, pur non macchiandosi di
colpe gravi, non erano stati buoni e virtuosi, i Campi Elisi, un luogo di gioia dove c’è sempre luce,
dove dimoravano gli eroi e i giusti, ed infine il Tartaro, un luogo orribile e buio, dove si trovavano
coloro che si erano macchiati di colpe gravi verso gli dèi o verso i propri simili.
Ora, sicuramente saprete che un bel giorno un semidio di nome Prometeo, entrato di nascosto
nell’Olimpo, rubò il fuoco agli dèi per regalarlo agli uomini. Questi ultimi impararono presto come
usare e come dominare il fuoco e cominciarono a maturare la consapevolezza delle proprie
capacità e possibilità. Capirono che molte cose le potevano fare da soli, senza invocare l’aiuto
delle divinità e si resero da queste sempre più indipendenti. Allo stesso tempo gli dèi, non avendo
più influenza sugli uomini, persero i loro poteri e capirono che il loro tempo in quel mondo era
finito. Si ritirarono così in un regno inaccessibile nelle profondità della terra. Qui ricrearono la
loro dimora e i luoghi su cui avevano un tempo governato, conservando le cose più belle realizzate
dagli uomini, senza il ricordo dei quali non potrebbero vivere. Da parte loro, gli dèi hanno sempre
continuato ad esercitare un benefico influsso sugli uomini; sono loro che ci ispirano il piacere per
le cose belle, che ci fanno emozionare di fronte ad un bel tramonto, che ci fanno intenerire
davanti al sorriso di un bambino, che ci aiutano a guardare al futuro con gioia e con speranza.
Ora, nella stessa dimensione in cui si trova questo luogo di serenità e di bellezza abitato da dèi
benevoli, si trova naturalmente anche il Tartaro, il mondo del male. I due luoghi sono
fortunatamente molto lontani tra loro e separati da chilometri e chilometri di roccia durissima.
Nel Tartaro, oltre alle anime dei malvagi e al serpente Ofione, si trovano esseri terribili, come i
titani, creature in possesso di una forza incredibile, i loro fratelli, i crudeli giganti, oppure come il
mostro Tifone. Quest’ultimo ha una orrenda testa d’asino, lunghissime braccia con innumerevoli
teste di serpente al posto delle mani, due grandissime ali nere e, in luogo delle gambe, un
groviglio di giganteschi serpenti.
Tutte queste creature, nel tempo, hanno sfidato Zeus e le divinità olimpiche per conquistare il
potere e per tale ragione sono state confinate nel Tartaro. Esse non hanno mai smesso di tramare
contro gli dèi e contro gli uomini. Il loro obiettivo è… distruggere l’Uovo Cosmico. Se l’uovo
venisse distrutto, tutte le bellezze del mondo degli dèi scomparireb-bero, Ofione acquisterebbe un
immenso potere e sottometterebbe per sempre le divinità dell’Olimpo”.
Kikilia sospirò profondamente e riprese a parlare: “Purtroppo, se così fosse, anche noi ne
pagheremmo pesantemente le conseguenze. Gli esseri umani non riconoscerebbero più la bellezza
e perderebbero la capacità di emozionarsi, di meravigliarsi, di sognare, di abbandonarsi
all’immaginazione. Il mondo diventerebbe così un luogo piatto e monotono, dove regnerebbero
l’insensibilità e l’indifferenza”. La voce della Pizia si era fatta tremolante, il tono più basso, il volto
si era incupito.
“Il serpente Ofione e gli dèi malvagi potrebbero giungere presto al mondo delle divinità
benevole. Questo mi è stato rivelato dal dio Apollo pochi giorni fa”. La sacerdotessa rimase in
silenzio qualche istante per poi continuare nel racconto della profezia: “Le creature del Tartaro
hanno scoperto l’unico passaggio che collega il loro mondo a quello degli dèi dell’Olimpo. Un
lungo e buio tunnel che attraversa la roccia per chilometri e chilometri, ma che, fortunatamente,
si interrompe molto prima di sbucare nel regno di Zeus. Da tempo, però, le creature del male
stanno scavando ininterrottamente per completare la galleria, così potranno irrompere nel mondo
degli dèi e raggiungere il tempio dove è conservato l’Uovo Cosmico. Sotto lo sguardo degli
impotenti dèi benevoli, il serpente Ofione taglierà il filo che sostiene l’uovo, lasciandolo cadere a
terra. L’Uovo Cosmico si romperà in cento pezzi e... tutto sarà perduto”.
Il fumo del piccolo braciere si fece improvvisamente denso e nero, contribuendo ad aumentare
la paura che già si era impossessata del gruppo di amici.

L’ultimo oracolo
La Pizia, con uno scatto repentino si alzò in piedi e si avvicinò ad Alessandro fissandolo negli
occhi: “Fortunatamente c’è una speranza... un giovane umano potrà impedire la distruzione
dell’Uovo Cosmico”. Alessandro inghiottì a fatica la saliva mentre la mano dell’anziana signora si
poggiava sulla sua testa. “Questo ragazzo coraggioso, con l’aiuto dei suoi amici, dovrà
raggiungere il mondo degli dèi, recarsi presso il tempio dove si trova l’Uovo Cosmico e scoprire il
modo per restituire i poteri alle divinità e consentire loro di affrontare l’esercito del male. Se
questo giovane fallirà…”. La Pizia non aggiunse altro e tornò a sedersi nella sua poltrona
prendendo un sorso di thè. Alessandro e i suoi amici si guardavano increduli. L’anziana signora
iniziò a cantare sommessamente una strana litania attirando su di sé l’attenzione di tutti. Poi, con
gli occhi che sembravano guardare nel nulla, pronunciò queste parole: “Il giusto guarda con gli
occhi di Argo... e davanti al tempio dell’Uovo Cosmico ricordatevi di Deucalione e Pirra; non con
le ossa ma con la carne della grande madre rinasceranno i quattro segni del sommo dio e con essi
il suo potere”.
Il dio Apollo aveva parlato per bocca della Pizia, l’ultimo oracolo era stato emesso.
Dopo alcuni istanti l’anziana signora si ridestò e con decisione disse: “Costantino vi
accompagnerà in questo viaggio”. Poi estrasse da un cassetto del tavolo una sacca di lana bianca
e la porse ad Alessandro dicendo: “Porterete con voi questa sacca contenente un pane di argilla e
una pergamena con su scritte le parole dell’oracolo che avete appena ascoltato. Oltre al vostro
coraggio e alla vostra intelligenza, sono le due uniche cose che vi aiuteranno a compiere
l’impresa”.
Appena finì di parlare, la Pizia si adagiò sulla poltrona, sembrava rilassata. Aveva adempiuto al
suo compito.

In viaggio per Capo Capra


Il giorno successivo tutti si svegliarono di buon’ora. L’anziana signora, che si era alzata prima di
tutti, aveva già preparato una ricca colazione. Sull’elegante tavola rettangolare, apparecchiata
con una tovaglia di lino bianco, con un grande ricamo floreale al centro, si trovavano caffelatte,
biscotti, un bianchissimo e cremosissimo yogurt e fichi d’india. Questi ultimi erano già stati
accuratamente sbucciati, in modo da evitare eventuali problemi con le sottilissime spine che a
mazzetti ricoprono la buccia. Giulia era golosissima di yogurt greco e di fichi d’india e, al solo
vedere quella tavola imbandita, si mise di buonissimo umore.
Dopo la colazione, ognuno preparò il proprio zainetto con un po’ di cibo e poche altre cose che
si pensava potessero essere utili nell’avventura. Alessandro si mise a tracolla la sacca di lana
bianca che gli aveva dato la Pizia e controllò che fosse ben chiusa. Il gruppo era pronto a partire.
Kikilia accompagnò i ragazzi alla porta e con voce commossa disse loro: “Costantino vi guiderà
sulla sommità di Capo Capra. Quello che succederà dopo, è sconosciuto anche agli dèi. Tutto
dipende da voi”.
Raggiunto il pulmino, i nostri si misero in viaggio. Capo Capra si trovava nel sud della Grecia,
nella penisola del Peloponneso. Questa parte della Grecia è molto ricca di storia: qui sorgeva
Micene, la città del re Agamennone dalle mura gigantesche, qui sorgeva la città di Sparta, rivale
di Atene e famosa per la forza e il coraggio del suo esercito, qui si trovava Olimpia, dove ogni
quattro anni si svolgevano i giochi olimpici in nome degli dèi.
Il paesaggio era affascinante, caratterizzato ora da zone boscose ora da terreni accuratamente
coltivati e di tanto in tanto apparivano i resti delle vecchie e gloriose civiltà del passato. La zona
interna era caratterizzata da alte e impervie montagne. Quando la strada saliva rapidamente, il
pulmino avanzava a passo d’uomo e Giulia ne approfittava per scattare delle fotografie. Man mano
che ci si avvicinava alla costa, le alture lasciavano il posto a colline e pianure coperte da olivi,
vigne, gelsi, limoni e aranci.
Costantino era concentrato nella guida e il resto del gruppo se ne stava in silenzio. Aldo
ripensava continuamente alle parole della Pizia, cercando di attribuirgli un significato sensato.
“Che cosa ne pensate di quanto ci ha rivelato Kikilia?” chiese poi ai compagni.
Alessandro fu il primo a rispondere: “Sinceramente ho capito pochissimo, ma è da quel poco che
dobbiamo partire per decifrarne il significato”. Aldo si trovò d’accordo e disse: “Cominciamo con
lo scoprire chi sono Deucalione e Pirra”.
“Forse parliamo dell’inondazione del mondo?” intervenne sorridendo Giulia, che nel frattempo si
era dedicata a fare delle ricerche su internet con il suo cellulare. “Già, proprio così!”, continuò
Aldo, che subito iniziò a narrare la storia: “Si racconta che dopo la conquista del potere da parte
di Zeus, nel mondo si successero diverse stirpi di uomini, da quella aurea all’ultima, quella del
ferro. L’ultima stirpe fu purtroppo caratterizzata da uomini malvagi, dediti alla guerra, alle rapine,
all’inganno, che non avevano rispetto per niente e per nessuno, neanche per le divinità. Zeus,
molto indignato, decise di cancellare completamente questa generazione di uomini perfidi e biechi
comandando alle acque dei fiumi e dei mari di inondare totalmente la terra. Boschi, montagne,
città, tutto venne travolto e sommerso dalla furia delle acque. Solo la cima del monte Parnaso,
monte sacro ad Apollo, rimase al di sopra dell’immenso mare che tutto ricopriva. E lì giunsero su
di una piccola imbarcazione Deucalione e sua moglie Pirra, gli unici esseri viventi risparmiati
dalla furia di Zeus, in quanto persone buone e giuste. I due coniugi, in preda ad un comprensibile
sconforto, si diressero al tempio della dea Temi per chiederle aiuto. La dea, toccata dalle loro
suppliche, emise un responso con il quale comandava loro di uscire dal tempio e di gettare alle
loro spalle le ossa della grande madre. Deucalione e Pirra inizialmente non capivano che cosa
volesse dire l’oracolo, poi intuirono che la grande madre era la terra e quindi le pietre dovevano
essere le ossa del suo corpo. Raccolsero alcune pietre e le gettarono dietro di loro. Con grande
meraviglia videro che le pietre iniziavano a trasformarsi e a crescere. Sembravano delle statue
appena abbozzate, che lentamente assumevano sempre più le sembianze di esseri umani. Le parti
più dure delle pietre divennero le ossa, mentre quelle che conservavano tracce di terra e di acqua
divennero la carne. Così, dalle pietre di Deucalione rinacquero gli uomini e da quelle di Pirra le
donne, mentre la terra da sola generò gli animali, le piante e tutta la natura”.
“Che bella storia”, esclamò Giulia, “speriamo che prima o poi ci sia di aiuto”.
“Di sicuro ci sarà di aiuto”, riprese Aldo, “anche se adesso tocca a noi decifrare le parole
dell’oracolo, che sono sempre molto enigmatiche. Ricordo che l’oracolo della dea Temi è citato
anche da Dante nella Divina Commedia e precisamente nell’ultimo canto del Purgatorio . Qui
Beatrice spiega a Dante i prodigi della chiesa e allo stesso tempo profetizza la punizione di coloro
che l’hanno corrotta. Ad un certo punto si rende conto che le sue spiegazioni sono poco
comprensibili e possono confondere la mente, proprio come le profezie della dea Temi, ma
aggiunge, tranquillizzando Dante, che presto saranno i fatti a risolvere l’enigma e a rendere tutto
più chiaro. Spero proprio”, concluse Aldo, “che anche nel nostro caso i fatti che accadranno ci
aiutino a svelare i nostri misteri”.
Costantino ascoltava attento i dialoghi dei suoi compagni, rimanendo sorpreso delle loro
conoscenze e della loro abilità nel cercare di mettere insieme i pezzi dell’intricato puzzle.
“Per quanto riguarda Argo”, continuò Giulia, “si tratta di una creatura dai cento occhi, legata a
diverse vicende: sembra che abbia liberato l’Arcadia, una zona che si trova proprio qui nel
Peloponneso, da un toro mostruoso, da un satiro che rubava le mandrie e da un mostro dal corpo
di donna e dalla coda di serpente di nome Echidna, il quale divorava tutti coloro che gli
capitavano a tiro. Argo venne ucciso da Ermes mentre, per ordine di Era, la gelosa moglie di Zeus,
faceva la guardia ad una fanciulla di nome Io, in modo che Zeus non potesse frequentarla”.
“Infine i segni”, continuò Alessandro, “credo che siano da interpretare come segni di
riconoscimento, quelli che nell’arte prendono il nome di attributi . Essi consentono di identificare
il soggetto di un dipinto o di una statua e sono legati alle vicende del soggetto stesso: ad esempio,
Zeus sconfisse i titani, che volevano ucciderlo per prendere il potere, grazie alla folgore, un’arma
invincibile che gli fu donata dai ciclopi; ecco perché la folgore, o il fulmine, è un attributo di Zeus.
Pertanto, quando vediamo rappresentato un uomo possente con in mano la folgore, sappiamo che
si tratta di Zeus. Se, diversamente, tiene in mano il tridente, una lancia con tre punte, allora
sappiamo che si tratta di Poseidone, il dio del mare”.
“Bene, sono d’accordo” disse Giulia, “ma quali sono esattamente i quattro attributi di Zeus che
dobbiamo far rinascere, secondo quanto detto da Apollo per bocca della Pizia?”
Tutti rimasero in silenzio perché non era ancora possibile avere la risposta a tale domanda.
Quando la compagnia raggiunse la base del promontorio, situato nella punta estrema della
penisola, era ormai sera.
Lasciato il pulmino in uno spiazzo sul lato della strada, la compagnia si mise in marcia.
Costantino guidava il gruppo con sicurezza nonostante ormai fosse buio, seguendo un sentiero
che a volte scompariva e si confondeva nel suolo pietroso e apparentemente tutto uguale.
Il cielo era coperto da nuvole che si spostavano rapidamente e di tanto in tanto facevano filtrare
i raggi della luna. Quando questo accadeva, il terreno si animava delle lunghe ombre proiettate
dagli alberi, mentre gli arbusti in lontananza sembravano assumere forme bizzarre, a volte
inquietanti. Costantino proseguiva con passo veloce, strappando ogni tanto dei rametti dagli
arbusti che trovava sul cammino, per poi farne sentire l’odore a Daniela, che camminava al suo
fianco. Rosmarino, alloro, salvia… Daniela riconosceva di volta in volta la pianta che Costantino le
porgeva. Ricordava con piacere le piante aromatiche che, negli anni delle scuole medie, coltivava
con i compagni di classe nell’Istituto che frequentava.
Alessandro e Aldo seguivano subito dopo, in silenzio. Alessandro cercava di riflettere sulle
parole della Pizia, pensando che esse potessero rivelargli qualche altro segreto, ma non riusciva a
concentrarsi. Nella sua mente balenavano all’improvviso le terribili creature del Tartaro e
risuonavano rumori sinistri ed inquietanti. La sua mano scivolava di tanto in tanto sulla sacca di
lana, assicurandosi che il prezioso contenuto fosse sempre al suo interno.
“Ehi, sentite anche voi?”, esclamò ad un tratto Daniela. “Sembra il rumore delle onde che si
infrangono sulle rocce”. “Sì”, rispose Aldo, “lo distinguo benissimo”. “Stiamo per arrivare sulla
cima” disse Costantino. Infatti, poco dopo si ritrovarono sulla sommità di Capo Capra. Non
c’erano più alberi ma grandi pietre e cespugli che ad un certo punto sembravano sparire nel nulla.
“Attenti” mise in guardia Alessandro. “Sembra che qui finisca il mondo”. Infatti, il terreno si
interrompeva bruscamente per lasciare spazio solo al cielo che ora appariva sgombero dalle
nuvole. I ragazzi avanzarono cautamente fino a giungere sul bordo di un altissimo precipizio. Ora
la luna piena illuminava la bianca parete di roccia che scendeva quasi verticalmente fino al mare e
colorava l’acqua di un giallo brillante. “La luna sembra una gigantesca palla da tennis sospesa nel
cielo”, disse Giulia. Nessuno rispose; Aldo accennò ad un sorriso e ritenne interessante questa
nuova immagine della luna. Lo spettacolo offerto dalla natura fece rimanere tutti a bocca aperta.
La brezza marina accarezzava il volto dei ragazzi e portava con sé il soave profumo delle piante
aromatiche che crescevano abbondanti tutt’intorno.
1 L’Esperanto è una lingua creata nel 1887 da un medico polacco di nome Ludovico Lazzaro Zamenhof con lo

scopo di favorire la comunicazione e la conoscenza tra i popoli, promuovendone così la fratellanza e


l’amicizia.
2
Braille: il Braille è un sistema di scrittura e lettura per non vedenti. I caratteri sono formati dalla combinazione
di 6 puntini in rilievo, all’interno di uno spazio rettangolare di 6 mm di altezza e 3 mm di larghezza, disposti
su tre file da due. Essi vengono letti con il polpastrello del dito indice. Con tale metodo possono essere
rappresentati fino a 64 caratteri, compresa la notazione musicale.
Parte seconda - Nel mondo degli dèi

Verso l’ignoto
Improvvisamente, Aldo esclamò sorpreso: “Le onde! Le onde non si sentono più!” Due capre
che, incuriosite dalla presenza dei ragazzi erano sbucate dalle rocce, si rifugiarono veloci nella
boscaglia. Tutto era silenzio. “Che cosa sta succedendo?”, chiese Aldo. “C’è davvero qualcosa di
strano”, aggiunse Alessandro. Improvvisamente una grande nuvola nera coprì la luna lasciando
tutto al buio. “Guardate!”, disse Alessandro indicando alla sua destra alcune rocce che brillavano
nel buio.
Tutti si avvicinarono, incuriositi da quello strano fenomeno. “Una scala di roccia”, disse Giulia,
che precedeva il gruppo ed era già in prossimità delle rocce. “Scende verso il mare”.
Alessandro scese i primi gradini per controllare la situazione. La scala brillava come se fosse
fatta di diamanti. Emanava una luce verde intensa e bellissima, che disegnava una traiettoria
serpentinata, a zig zag, e scendeva ripida, fino ad inoltrarsi nel fondo del mare, adesso non più
coperto dall’acqua che si era ritirata di alcuni metri. Mentre Alessandro pensava il da farsi, la
nuvola nera che copriva la luna cominciò lentamente a spostarsi lasciando filtrare alcuni raggi di
luce. Contemporaneamente le rocce sembravano spegnere il loro brillio e il mare tornava ad
avanzare. “Andiamo”, disse Alessandro, “non credo che avremo ancora molto tempo a
disposizione”. I cinque ragazzi iniziarono a scendere in fila indiana, Alessandro apriva il gruppo
seguito da Aldo che gli teneva una mano sulla spalla, così come Daniela con Giulia subito dietro.
Chiudeva la fila Costantino, che ora appariva piuttosto turbato.
“Sono proprio curiosa di sapere dove ci condurrà questa scala”, disse eccitata Daniela. “Più
svelti”, incitò Alessandro, “le onde stanno per coprire il passaggio sul fondo. Sbrighiamoci, sento
che ci aspetta una grande avventura”.
Così i nostri amici accelerarono l’andatura e presto arrivarono sul fondo. “Che meraviglia!”
esclamò Giulia, e si mise a scattare fotografie a destra e a sinistra. Le rocce erano coperte da
colonie di gorgonie 1 , con forma di arbusto o di ventaglio, di colore rosso, giallo e marrone.
Conchiglie dalle forme più strane erano adagiate sulla sabbia bagnata. Costantino ne porse una
dalla forma allungata e sottile ad Aldo: “Bellissima, è perfettamente levigata, liscia, è un piacere
accarezzarla con le dita. È incredibile quello che è capace di creare la natura”.
Alessandro, intanto, aveva già perlustrato l’imbocco del tunnel che scendeva sotto il fondo
marino. “Forza, andiamo, la parte più interessante comincia ora”. Sotto di loro una scala a
chiocciola penetrava nel buio senza lasciar minimamente vedere dove conducesse. I ragazzi
cominciarono a scendere, mentre la luna tornò a brillare nel cielo, libera dalle nuvole. Sopra le
loro teste una grande razza 2 si adagiò proprio sopra l’imboccatura del tunnel e rimase come
pietrificata, mentre la marea iniziava velocemente a salire e l’acqua ricoprì tutto il fondale in
pochissimo tempo. Per un attimo il buio fu totale, poi la scala a chiocciola si illuminò come per
incanto. Emanava tutt’intorno una luce fosforescente, bianca. La preoccupazione dei ragazzi durò
solo pochi attimi, la voglia di scoprire che cosa ci fosse sotto di loro era fortissima e subito
ripresero a scendere. “Penseremo dopo a come risalire” disse Alessandro. Questa volta la scala
non era di roccia, come la precedente. Dava l’impressione di essere leggera, quasi trasparente. Ad
un certo punto Giulia si rese conto che stavano scendendo lungo le spirali di una gigantesca
conchiglia: “Ma… è una conchiglia, una incredibile, straordinaria conchiglia!”, esclamò ad alta
voce. Anche Aldo e Daniela avevano subito percepito che ciò su cui stavano mettendo i piedi aveva
una consistenza strana. Avevano la sensazione di camminare su una sottile e liscia lastra di
ghiaccio, ma mai e poi mai avrebbero pensato di camminare su di una conchiglia dalle proporzioni
enormi.
Finalmente, i nostri amici terminarono la discesa e si ritrovarono su di un tratto pianeggiante,
che proseguiva in un tunnel stretto e illuminato ancora da una luce fosforescente, emanata da
centinaia di piccole conchiglie dislocate lungo il percorso. Alessandro, che era in testa al gruppo,
avanzò con decisione, seguito da tutti gli altri. Dopo pochi minuti l’attento udito di Aldo notò un
cambiamento nella risonanza dei rumori e delle voci e capì che presto sarebbero arrivati in un
ambiente più grande.
Lo stretto tunnel conduceva infatti ad una sala dalla pianta rettangolare, e non appena i nostri
amici poterono affacciarvisi, rimasero sorpresi e ammaliati.
“Le pareti sono decorate da affreschi 3 bellissimi!”, esclamò eccitata Giulia.
“Affreschi?”, domandò incredulo Aldo, “Che tipo di affreschi? Cosa rappresentano?”
Alessandro si mise subito a descrivere l’ambiente e le decorazioni parietali in modo da poter
condividere quell’emozione con i suoi compagni non vedenti. “La sala è perfettamente
rettangolare, e rispetto alla nostra posizione si sviluppa orizzontalmente. Tutte le pareti sono
affrescate tranne quella che abbiamo di fronte, in cui si aprono cinque gallerie, cinque percorsi
diversi, ognuno dei quali sembra suddividersi ulteriormente in più cunicoli, tanto da creare un
intricato labirinto”.
Quindi, Alessandro si soffermò sulle pitture murali che facevano letteralmente risplendere la
sala e la trasformavano in un luogo incantevole e pieno di magia: “Ma questi affreschi li riconosco,
non posso sbagliarmi”, proseguì sempre più emozionato, “Quello sulla parete alla nostra sinistra è
conosciuto come Il salto sul toro , ed è uno dei più famosi dell’arte cretese”.
Ora appariva tutto chiaro. La sala in cui si trovavano richiamava alla memoria senza alcun
dubbio una delle prime civiltà che diedero l’avvio al mondo greco, quella minoica, e nel labirinto
che iniziava a snodarsi a cominciare dai cinque tunnel che si aprivano in una parete, intuirono il
riferimento alla leggenda di Teseo e del Minotauro.
“La civiltà minoica”, continuò Alessandro, “è la prima importante civiltà del mar Egeo, prende il
nome dal mitico re Minosse e si sviluppò nell’isola di Creta tra il 2000 e il 1500 a.C. La città più
importante era Cnosso, una città-palazzo formata da circa 1300 stanze, collegate da corridoi
intricati che formavano un vero e proprio labirinto. Si dice che in una parte di questo labirinto,
costruito dallo scultore e architetto Dedalo, vivesse il Minotauro, un mostro dal corpo umano e
dalla testa di toro”.
“La storia del Minotauro”, proseguì Aldo, “ è la storia di una punizione divina. Minosse, re
dell’isola di Creta, ricevette dal dio Poseidone, affinché gli venisse sacrificato, un bellissimo toro
bianco, quale riconoscimento alle sue capacità di regnante. Il re, colpito dalla bellezza
dell’animale, decise di tenerlo per sé, sacrificando a Poseidone un altro toro. Il dio non fu certo
contento del tentativo di Minosse di ingannarlo e non ci pensò due volte a punirlo, facendo
innamorare sua moglie, la regina Pasifae, della superba bestia. Dall’accoppiamento di Pasifae con
il toro nacque il Minotauro, che subito Minosse fece rinchiudere nel labirinto.

Alla terribile creatura dovevano essere dati in pasto ogni anno sette ragazzi e sette ragazze.
Finalmente, Teseo, il figlio del re di Atene, città dalla quale provenivano i giovani destinati ad
essere mangiati dal Minotauro, andò a Creta e affrontò il mostro sconfiggendolo”.
A Giulia venne in mente un aspetto meno mitologico della civiltà cretese: “Sapete che le donne
cretesi erano molto attente alla moda? Usavano abiti eleganti con preziosi ornamenti, calzavano
scarpe con tacchi a spillo e si truccavano con cipria e rossetto”.
Alessandro non riusciva a distogliere la sua attenzione dagli affreschi, caratterizzati da colori
vivaci e brillanti che raccontavano della gioia di vivere di quel popolo, della loro raffinatezza, del
loro amore per la natura e per gli animali.
“Il salto sul toro ”, spiegò ai compagni, “rappresenta un pericoloso gioco diffuso tra i giovani
cretesi, che consisteva nello scavalcare acrobaticamente un toro in corsa. L’animale e le tre figure
di giovani che compaiono nella scena ricordano i moderni fumetti. Esse sono rese senza volumi,
piatte, definite da precise linee di contorno e si stagliano nettamente su uno sfondo a tinte
azzurre”.

L’interpretazione dell’oracolo
Improvvisamente, come per magia, l’imbocco di ogni tunnel si animò di strane presenze: un toro
bianco, un pavone, una capra con un solo corno, una grande aquila e un ciclope il quale, viste le
sue dimensioni da gigante e la poca altezza del tunnel, doveva rimanere piegato sulle gambe.
I cinque ragazzi rimasero immobili, sorpresi.
“Sembra che il ciclope e gli animali ci invitino a seguirli ognuno nel proprio tunnel” osservò
Giulia.
Infatti, questi guardavano intensamente il gruppo di amici, accennavano improvvisamente ad
andare verso di loro per poi arretrare lentamente.
“Come facciamo a sapere chi seguire?” chiese Daniela. Dopo questa specie di danza, il ciclope e
gli animali si inoltrarono ognuno nella propria galleria.
“Se ne stanno andando, dobbiamo prendere una decisione! Ci vorrebbe la nonna ad aiutarci!”
disse Costantino con la voce tremolante. Alessandro, nell’udire quelle parole, ripensò al contenuto
della piccola sacca che portava a tracolla e che gli era stata data dalla Pizia. Estrasse la
pergamena e rilesse la frase che vi era scritta: “Il giusto guarda con gli occhi di Argo”.
Così dicendo, guardò gli animali che si stavano inoltrando nel tunnel e fu attratto dalla grande
coda a ruota che nel frattempo il pavone stava sfoggiando. La fissò ed ebbe l’impressione di
essere guardato da decine di occhi che spiccavano nella penombra. Infatti, le lunghe e leggere
piume che formano questo splendido ventaglio, sono decorate da tantissime piccole forme
circolari, con delle macchie più scure all’interno, che sembrano veri e propri occhi.
“Che cosa sta succedendo?”, chiese Aldo. “Gli occhi del pavone… voglio dire della sua grande
ruota...” provò a spiegare Alessandro. Aldo rimase in silenzio per qualche istante e, prima che
potesse aprir bocca, Daniela ebbe un sussulto ed esclamò: “Ma certo! Gli occhi del pavone sono
gli occhi di Argo! Ricordate la storia di Argo che fu ucciso da Ermes mentre faceva la guardia alla
fanciulla Io? Ebbene, Era, per ricordare il suo fido Argo, prese i suoi cento occhi e con essi
costellò la coda del pavone, animale a lei sacro”.
“Sì, ora è tutto chiaro!” disse Alessandro, “Il giusto guarda con gli occhi di Argo! Ecco spiegato
il significato della frase!” Giulia prese Daniela con sé e si apprestò a seguire il pavone all’interno
del tunnel, spronando i compagni a fare altrettanto. “Forza, allora! Andiamo, prima che il nostro
pennuto scompaia!”
Il gruppo si infilò velocemente nel tunnel, seguendo il pavone che avanzava sicuro nel dedalo di
gallerie.
Dopo qualche minuto, la penombra del tunnel si trasformò in buio totale ed il pavone sembrò
scomparire nel nulla.
“Non si vede più niente” disse spaventato Costantino. “È completamente buio ed abbiamo perso
il pavone!”
“Dobbiamo sicuramente proseguire” disse Aldo, portandosi in testa al gruppo e tirando fuori
dallo zaino il suo bastone bianco. “Ora faccio io da guida” e mentre diceva queste parole si inoltrò
sicuro lungo il percorso, muovendo ritmicamente il suo bastone davanti a sé, da destra a sinistra e
viceversa, per intercettare eventuali ostacoli.
La galleria proseguiva in discesa, con una pendenza piuttosto accentuata e alternava delle
curve, ora a destra, ora a sinistra. I nostri proseguivano in silenzio; si udiva solo il rumore del
bastone di Aldo che ogni tanto batteva sul terreno roccioso.
Daniela era eccitata e contenta per aver contribuito a risolvere il primo mistero celato nelle
parole della Pizia e cercava di immaginarsi il pavone con i cento occhi sulla grande coda. Poi,
pensò a come risolvere l’enigma dei segni di Zeus. Dopo alcuni istanti disse: “Credo che i quattro
segni li abbiamo già visti all’imbocco dei tunnel!”
“Ho pensato anch’io la stessa cosa”, rispose Alessandro, che lasciò poi proseguire Daniela: “Il
primo segno o attributo è la folgore, rappresentata dal ciclope. Infatti, come abbiamo già detto
durante il viaggio verso Capo Capra, i ciclopi, chiamati divini fabbri , sono quelli che hanno
forgiato la folgore per Zeus. Il secondo è l’aquila, simbolo di potenza che ben si addice al più
importante degli dèi, il terzo è il toro bianco, animale caro a Zeus, in cui egli si trasformò per
rapire la principessa fenicia Europa di cui si era innamorato. Infine, il quarto attributo ci è stato
suggerito dalla capra con un solo corno ed è la cornucopia, ovvero il corno dell’abbondanza. Si
narra che il corno, colmo di frutti e bevande, sia quello della capra Amaltea, che aveva allattato
Zeus ancora bimbo”. “Molto bene, Daniela”, intervenne Giulia, “vedo che durante il viaggio in
pulmino hai studiato tutte le vicende degli dèi. Ora ci rimane da capire che cos’ è la carne della
grande madre che dovremo usare per far riacquistare il potere a Zeus... anche se credo si
riferisca all’argilla che Alessandro ha nella sacca”. “Sì, proprio così!” rispose Daniela: “Dobbiamo
ripensare alla storia di Decaulione e Pirra. Come ricorderete, le pietre erano le ossa della grande
madre, ma alcune di esse avevano tracce di terra e acqua, ovvero di fango. Quest’ultimo
rappresenta la carne della grande madre e, come ben sapete, l’argilla non è altro che terra e
acqua”.
Tutti tirarono un sospiro di sollievo. Finalmente le parole della Pizia non costituivano più un
mistero.
“Avete visto?” disse soddisfatto Aldo, mentre continuava a guidare con sicurezza il gruppo
all’interno del tunnel “Le parole di Beatrice dirette a Dante si sono rivelate valide anche per noi: i
fatti e gli avvenimenti che abbiamo vissuto ci hanno aiutato a comprendere le parole dell’oracolo.
Ora non ci rimane che trovare il tempio dove è custodito l’Uovo Cosmico, plasmare con l’argilla i
quattro segni e lanciarli alle nostre spalle... e il gioco è fatto!”
“Già, un gioco da bambini”, intervenne ironicamente Costantino che sicuramente era quello più
preoccupato.
Improvvisamente, come a dare maggior conforto a tutta la compagnia, cominciò a filtrare nel
buio del tunnel una tenue luce, che aumentava di intensità man mano che il gruppo avanzava. Allo
stesso tempo una leggera brezza rinfrescò i volti dei ragazzi. L’uscita doveva essere vicina.
“Un’altra sala, stiamo arrivando in un’altra sala!”, disse eccitata Giulia.
La compagnia si arrestò sulla soglia di questo nuovo ambiente, anch’esso di forma rettangolare
ma più stretto, una sorta di corridoio che procedeva leggermente in salita. Le pareti erano
composte da grosse pietre squadrate e sulla parete di fronte sembrava aprirsi una imponente
porta, la quale emanava una luce abbagliante che non consentiva né di distinguerne bene le
fattezze né tantomeno di vedere oltre il luminoso varco.
“Avviciniamoci con cautela”, disse Alessandro, mentre descriveva attentamente quanto vedeva
ad Aldo e Daniela.
“Ecco, ora riesco a vedere bene; siamo quasi sulla soglia di una imponente porta di pietra... e so
anche di che porta si tratta”.
“La Porta dei Leoni dell’antica città di Micene”, lo anticipò Giulia.
“È proprio lei”, riprese Alessandro, continuando poi nella sua descrizione:
“La struttura è molto semplice, è composta da tre elementi di pietra: due verticali, chiamati i
piedritti , che sostengono l’elemento orizzontale, ovvero l’architrave . Quest’ultimo è sor-montato
da una grande lastra di pietra triangolare, con scolpiti due grandi leoni che si ergono fieri e
minacciosi ai lati di una colonna centrale, quale monito ai malintenzionati a non varcare la soglia”.
“Sembra che stiamo facendo uno straordinario viaggio nel tempo” disse Daniela.
“Già”, intervenne Aldo, “dopo quella cretese, la più importante civiltà dell’Egeo fu quella
micenea o degli Achei, che si sviluppò tra il 1600 e il 1000 a.C. nel Peloponneso, la parte sud della
Grecia. La città più importante era Micene, una cittàfortezza perché circondata da mura
gigantesche, di cui la Porta dei Leoni costituiva uno degli ingressi. Chi comandava era il re-
sacerdote, che viveva nella parte alta della città, chiamata acropoli. Gli Achei, popolo di abili
guerrieri comandati dal re Agamennone, combatterono una lunga guerra contro la città di Troia
che alla fine conquistarono e distrussero. Il famoso poeta greco Omero narrò questa vicenda in un
poema chiamato Iliade . Omero, di cui si dice che fosse cieco, racconta che gli Achei
conquistarono Troia grazie all’astuzia di Ulisse. Questo eroe greco suggerì di costruire un grande
cavallo di legno, dentro al quale si nascosero alcuni guerrieri. Il cavallo venne lasciato sulla
spiaggia e gli Achei finsero di ritirarsi partendo con le loro navi. I Troiani caddero nell’inganno e
trasportarono il cavallo dentro la città. Durante la notte i guerrieri achei uscirono dal cavallo e
aprirono le porte di Troia ai loro compagni che nel frattempo erano silenziosamente sopraggiunti
e così, dopo dieci anni di assedio, conquistarono la città”.
“A questo punto”, disse Alessandro con decisione, “dobbiamo varcare la soglia e continuare il
nostro viaggio”, e così dicendo, con Aldo alla sua sinistra che lo teneva sottobraccio, si immerse in
quel bagliore denso e biancastro, seguito subito dopo dal resto del gruppo.

Un mondo straordinario
In un istante i nostri amici si trovarono oltre la monumentale porta.
Lo spettacolo che si apriva davanti a loro lasciò tutti a bocca aperta. Anche Aldo e Daniela
percepirono questa forte sensazione di meraviglia e di grandezza, in quanto ciò che stava loro di
fronte era un mondo straordinario, capace di parlare non solo alla vista ma a tutti sensi: una valle
ricca di una vegetazione rigogliosa, alberi di limoni e mandarini, piante aromatiche, viti dai tralci
carichi di grappoli d’uva, corbezzoli, prati fioriti dai mille colori che all’orizzonte si univano
all’azzurro del cielo. In lontananza spiccava l’imponente profilo del monte Olimpo, la dimora degli
dèi. Un profumo primaverile e il canto degli uccelli rendeva tutto ancor più paradisiaco.
Il gruppo decise di fare una sosta per riposare e allo stesso tempo per godere di quel luogo
incantato. Giulia, ora che la situazione lo permetteva, prese la sua inseparabile macchina
fotografica e iniziò a fare numerosi scatti ma, con grande disappunto, scoprì presto che le foto
erano tutte oscurate, indecifrabili. “Che peccato!”, disse sconfortata; poi aggiunse: “D’altronde è
giusto così, questo mondo deve restare segreto”.
Tutti si sedettero sulle rocce e chiusero gli occhi, lasciando agli altri sensi il compito di cogliere
la bellezza e la serenità che si manifestava tutt’intorno. Dopo alcuni momenti passati in una sorta
di piacevole estasi, Alessandro, come sempre previdente, pensò di approfittare di quella pausa per
modellare con l’argilla i quattro segni di Zeus.
Aprì la sacca di lana bianca, estrasse il panetto avvolto nella plastica e lo divise in parti uguali
con Aldo, Daniela e Giulia. Dopo aver scelto ognuno il segno da modellare, i nostri si misero al
lavoro, sotto lo sguardo attento di Costantino.
“È davvero piacevole manipolare questa terra così morbida” disse Giulia.
“Pensate”, intervenne Daniela, “che l’argilla ha accompagnato praticamente tutta la storia
dell’uomo, dalla preistoria fino ai giorni nostri. C’è sicuramente qualcosa di molto particolare, di
magico, che unisce l’uomo a questa morbida terra”.
“Già”, continuò Alessandro, “tant’è vero che in culture e religioni diverse, i miti sulla creazione
dell’uomo hanno tutti in comune un riferimento alla terra e al fango. Tutti abbiamo bene in mente
il racconto biblico della creazione, allorché Dio prese dal suolo un po’ di terra e con quella plasmò
l’uomo, soffiandogli poi nelle narici un alito vitale. Allo stesso modo, un mito greco attribuisce a
Prometeo la creazione degli uomini per mezzo del fango mentre fu Vulcano, sempre con l’argilla, a
dare forma alla donna, alla quale Minerva infuse l’anima. Nell’antico Egitto si venerava il dio
Khnum, il divino vasaio dalla testa di ariete, il quale aveva plasmato tutti gli esseri viventi con il
limo del fiume Nilo”.
“Ecco fatto!”, disse Aldo appena Alessandro ebbe finito di parlare, mostrando con un certo
orgoglio il suo lavoro. “La mia aquila ha preso forma, con un corpo robusto, la testa dritta e fiera e
il grande becco ricurvo”.
“Molto bene!”, replicò Alessandro, “Questo invece è il toro, forte e possente”.
A loro volta Giulia e Daniela presentarono i loro segni, rispettivamente la folgore o saetta e la
cornucopia. Alessandro avvolse uno ad uno i quattro segni con delle stoffe bagnate nell’acqua di
un piccolo ruscello che scorreva lì vicino. “In questo modo eviteremo che l’argilla asciughi troppo
in fretta e possa rompersi”, spiegò mentre riponeva con cura i preziosi lavori nella sacca.
I nostri amici si rimisero così in cammino, scendendo verso la valle attraverso un ampio sentiero
ricoperto di soffice muschio, delimitato ai lati da alti alberi e da siepi.
La tranquilla discesa era accompagnata dal rumoreggiare delle acque del ruscello che scorreva
parallelamente al sentiero, poi il cammino iniziò a salire dolcemente, trasformandosi in una
comoda ma lunga scalinata di marmo che culminava con quello che sembrava un grandioso e
monumentale ingresso.
La scalinata era impreziosita da numerosi vasi di ceramica, disposti in file ordinate su entrambi
i lati.
“Che bei vasi!” esclamò Costantino, “Sono simili a quelli conservati nel Museo Archeologico di
Atene 1 ”.
“Quelli che vediamo adesso ai nostri lati” osservò Alessandro, “sembrano appartenere al
periodo geometrico, tra la fine della società micenea e l’VIII secolo a.C.; lo stile geometrico è
riferito alla decorazione dei vasi, caratterizzata da motivi molto semplici realizzati con linee rette,
ondulate, spezzate, con semicerchi ripetuti e concentrici”.
“I vasi avevano una funzione importante nei riti funerari nella Grecia di quel tempo”, suggerì
Giulia.
“Già”, riprese Alessandro, “allora si usava cremare i defunti e sotterrare l’urna che conteneva le
ceneri a circa un metro di profondità. Al di sopra veniva interrato un grande vaso, un’anfora o un
cratere, con la bocca che affiorava dal terreno. In questo modo il vaso costituiva una via di
comunicazione con il defunto, attraverso la quale i parenti potevano fargli giungere le loro offerte.
Nel tempo la decorazione di questi vasi funerari si fece molto più complessa e ai motivi
geometrici si aggiunse la rappresentazione del funerale con personaggi e animali, proprio come
nei vasi che stiamo vedendo ora. Anche i personaggi venivano rappresentati in maniera
geometrica, molto schematica, mentre nei vasi dei periodi successivi la loro rappresentazione
evolverà verso una modalità più naturalistica e raffinata”.
Mentre i nostri amici continuavano a salire la scalinata, si succedevano ritmicamente gli
straordinari vasi che, come muti spettatori, li accompagnavano lungo il percorso.
“I vasi attici!”, esclamò Alessandro “Nel VI secolo a.C. ad Atene nascono due nuove tecniche:
quella chiamata a figure nere , dove i personaggi rappresentati nel vaso erano realizzati con una
particolare vernice nera brillante che spiccava sullo sfondo ocra-rosso, e quella a figure rosse ,
dove accadeva il contrario, ovvero la vernice nera ricopriva tutto tranne le figure che
mantenevano il naturale colore ocra-rosso della terracotta. Le scene rappresentavano molto
spesso i personaggi e le storie tratti dall’epica.
Guardate quel vaso, è la famosa anfora a figure nere decorata dal pittore Exechias! Raffigura
Achille che sta trafiggendo con la sua lancia Pentesilea, la bellissima regina delle amazzoni, e il
mito racconta che Achille si innamorò della sua avversaria proprio nel momento in cui la feriva a
morte.”
Il gruppo era ormai giunto in prossimità del grande ingresso.
“Che imponenza!”, disse Giulia, descrivendo poi quanto stava vedendo ad Aldo e Daniela.
“Credo che quello che abbiamo davanti a noi sia l’ingresso alla valle e quindi al mondo degli
dèi”, disse Alessandro.
“Un ingresso monumentale preceduto da una scalinata” gli fece eco Aldo che aveva ascoltato
attentamente la descrizione fatta da Giulia. “Mi vengono in mente i propilei dell’acropoli di
Atene”.
“Proprio così”, riprese Alessandro, “nell’antica Grecia i propilei erano porticati che
caratterizzavano l’entrata dei templi, dei palazzi o delle piazze”.
Quello che stavano per percorrere i nostri amici era un ingresso formato da un lunghissimo
corridoio con il pavimento in marmo bianchissimo ed ai lati imponenti colonne e stupende statue.
Ogni lato del corridoio ospitava tre file di colonne, una per ognuno dei famosi ordini
architettonici greci: la prima di ordine dorico, la seconda ionico e la terza corinzio.
La colonna era l’elemento fondamentale del tempio greco. Essa era composta dal fusto verticale
e cilindrico il quale non era liscio ma solcato da scanalature per tutta la sua lunghezza e dal
capitello, che concludeva in alto la colonna e sul quale poggiava l’architrave, cioè l’elemento
orizzontale che sosteneva la copertura del tempio.
“Ricordo alla perfezione la descrizione dei tre ordini architettonici!”, intervenne sicura Daniela,
“La colonna dorica ha il fusto robusto, con il capitello formato da due elementi sovrapposti molto
semplici: l’echino, la parte inferiore, ha forma di un bacile o di una scodella mentre l’abaco,
l’elemento superiore, ha forma di un parallelepipedo schiacciato, una sorta di grossa piastrella.
La colonna ionica ha il fusto più sottile di quella dorica, mentre il capitello si arricchisce di un
elemento che si chiama pulvino, caratterizzato da due ampie volute o spirali ornamentali, che si
frappone tra l’echino e l’abaco, entrambi molto sottili. Infine, la colonna corinzia, l’ultima nata e la
più fantasiosa, ha il fusto esile e il capitello che assume la forma di un canestro decorato con
foglie di acanto e terminante con l’abaco”.
“Bravissima!”, si complimentò Alessandro, “La colonna è l’elemento architettonico che più
caratterizza l’arte greca e, oltre alla funzione pratica di sostenere l’edificio, ha anche una
funzione simbolica. Intanto, con la sua verticalità, la colonna sembra congiungere il mondo
terreno a quello celeste; poi, con la sua solidità, è simbolo di forza e di potere nonché di ferreo
divieto rispetto a ciò che per diverse ragioni non può essere varcato. Abbiamo già visto la grande
porta di Micene sopra la quale era raffigurata proprio una colonna con due leoni. I templi erano
circondati da colonne, le quali delimitavano così il luogo sacro al quale solo i sacerdoti potevano
accedere. Oppure, si narra che lo stretto di Gibilterra, che segnava il passaggio dal sicuro mare
Mediterraneo allo sconosciuto oceano Atlantico e che per tale ragione gli antichi navigatori non
osavano attraversare, fosse delimitato proprio da due gigantesche colonne, innalzate dal mitico
eroe Ercole”.
Quindi, Alessandro e Giulia iniziarono a descrivere ad Aldo e Daniela quanto si trovava di fronte
ai loro occhi. Le statue, che su entrambi i lati del corridoio si alternavano alle colonne, erano le
più belle realizzate dai migliori artisti dell’antica Grecia. Molte di esse erano quelle che oggi si
studiano sui libri di storia dell’arte, altre erano sconosciute. “Quanti kouroi e quante Korai !”,
esclamò Giulia. Aldo e Daniela si precipitarono verso quelle meravigliose opere d’arte per
esplorarle attentamente con le mani. I loro volti manifestavano una gioia indescrivibile per quella
straordinaria occasione di vivere emozioni irripetibili.

Conoscere il mondo con le mani


Costantino rimase sbalordito nel vedere i suoi due compagni ciechi apprezzare con le mani quei
capolavori, commentarne i particolari, scoprirne i dettagli e soprattutto trarne un piacere intenso.
“Ma… è incredibile!” esclamò il giovane greco “È straordinario come riusciate a vedere con le
mani quelle statue; sembra che ogni polpastrello delle vostre dita abbia un occhio”.
“In un certo qual modo è così”, rispose Aldo. “D’altronde”, continuò, “nel percepire un oggetto,
vista e tatto procedono praticamente allo stesso modo. Quando ci troviamo di fronte ad una
scultura, ad esempio, la vista la percepisce subito nel suo insieme, con un solo colpo d’occhio. Poi,
è necessario che gli occhi si spostino gradualmente su tutta l’opera, per analizzarla e coglierne i
diversi aspetti, i particolari, i dettagli. Alla fine di questo processo di analisi, si avrà così ben
definita la scultura nel suo complesso e nelle sue parti.
La stessa cosa avviene con il tatto: inizialmente è necessario cogliere l’insieme della forma, lo
schema generale dell’opera, attraverso un’esplorazione abbastanza rapida con entrambe le mani,
dall’alto verso il basso. In questo modo si riconosce ciò che abbiamo di fronte, le sue dimensioni,
la sua postura nello spazio. Quindi, si passa alla fase di analisi, un’esplorazione attenta e
minuziosa che consente di rendere particolareggiato lo schema generale iniziale. Un po’ come se
si andasse via via componendo un puzzle.
Alla fine, nella mente del cieco, si materializza l’immagine completa della statua, l’immagine
tattile e non visiva, ma che rispecchia sempre l’opera, tanto più fedelmente quanto più accurata
sarà la fase di analisi.
Ovviamente ci sono delle differenze tra percezione visiva e percezione tattile. Quest’ultima
necessita sicuramente di molto più tempo per analizzare l’opera ed anche di maggior impegno e
di una certa fatica unendo il lavoro fisico dell’esplorazione con le mani ad un notevole sforzo di
memoria e di intelletto.
Per concludere, mentre chi vede contempla l’opera direttamente, avendola davanti agli occhi,
chi non ha la vista la contempla nella sua mente. I sensi vengono disattivati e ci si affida ai
processi dell’intelletto, un po’ come quando ci godiamo una bella poesia”.
Al contrario di Alessandro e Giulia, per i quali queste cose erano ormai risapute, per Costantino
risuonavano completamente nuove e allo stesso tempo sorprendenti.
Così se ne stava immobile, senza dire una parola, riflettendo su quanto aveva appena ascoltato.
“Non devi stupirti, Costantino, di queste nostre capacità, che poi sono comuni a tutti gli
uomini”, riprese Aldo.
“Già”, intervenne Alessandro, “proprio gli antichi greci definivano l’uomo terribile , per le sue
capacità di superare ogni difficoltà, di adattarsi alle situazioni, di scoprire nella propria mente e
nel proprio corpo le risorse e i mezzi per vivere al meglio la vita. Insomma, come scriveva il padre
della tragedia greca, Eschilo, l’uomo è terribile perché trova la strada anche là dove sembra
impossibile”.
Quindi Alessandro, sempre più eccitato da tutta quella bellezza che lo circondava, cominciò a
commentare i kouroi e le korai che Aldo e Daniela stavano esaminando, dando sfoggio delle sue
conoscenze di storia dell’arte: “Il kouros , il cui plurale come ha detto Giulia è kouroi ,
rappresentava un giovinetto completamente nudo, in posizione frontale, rigido quasi come se
fosse sull’attenti come un soldato. Il corpo è abbastanza stilizzato, cioè, rispetto ad un vero corpo
umano, è molto più semplice, con pochi particolari”.
Poi, seguendo le mani dei suoi compagni che dalla testa scendevano verso il basso, continuò:
“Lo sguardo sembra perdersi all’infinito, come se fosse in contatto con una dimensione divina e la
bocca accenna ad un sorriso, chiamato sorriso arcaico, forse a significare uno stato di benessere e
di pace interiore. Le spalle sono perfettamente allineate e le braccia scendono dritte e addossate
ai fianchi, mentre la gamba sinistra è leggermente avanzata. La kore , il cui plurale è korai, è
l’equivalente femminile del kouros . La fanciulla però non viene mai rappresentata nuda ma
abbigliata con lunghe tuniche come il chitone e altri tipici vestiti greci come il peplo o una sorta di
mantello detto himation . La kore presenta un braccio steso lungo il fianco mentre l’altro,
solitamente il sinistro, è piegato verso il petto, con la mano che reca un’offerta. Kouroi e korai
sono infatti statue votive, ovvero costituivano offerte e doni per le divinità e per i defunti”. Aldo e
Daniela erano molto esperti nel leggere le sculture attraverso le mani e Alessandro era abituato a
fornire loro tutte le informazioni secondo un metodo ben sperimentato e valido sia per i non
vedenti che per i vedenti. Per comprendere bene la postura del kouros o della kore , entrambi la
riassumevano con il proprio corpo, assecondando un impulso naturale che porta ognuno di noi a
imitare inconsapevolmente chi abbiamo di fronte. Sembra che proprio questa imitazione sia alla
base della nostra capacità di comprendere gli altri e di entrare in relazione con loro. Costantino
era affascinato da questo modo di conoscere un’opera d’arte e si mise anche lui a toccare
delicatamente la statua e a riassumerne la posizione. Il corpo e i suoi sensi, al pari della mente, si
lasciavano trasportare da questa insolita esperienza.

In dialogo con L’opera d'arte


Alessandro spiegò allora a Costantino che per conoscere l’opera d’arte e per verificare quanto
essa sia capace di sospendere i nostri rapporti consueti con il mondo e di farcene scoprire di
inediti e di nuovi, è necessario instaurare con essa un dialogo.
“Il primo passo”, iniziò Alessandro, “è l’analisi della forma: dobbiamo riconoscere se il soggetto
rappresentato è una figura umana, un animale, un oggetto; quindi vederne e comprenderne la
posizione o la postura, lasciando libero il nostro corpo di seguirne i movimenti, le spinte, le
geometrie, valutare quanto la forma è realistica, cioè quanto è rispondente al vero. Questo serve
anche a individuarne lo stile. Nel caso del kouros , abbiamo detto che il soggetto è un giovinetto
in piedi e che la figura è rigida, abbastanza stilizzata, cioè il corpo è semplificato, con pochi
dettagli della muscolatura e dell’anatomia in generale.
Quindi, dopo l’aspetto della forma, c’è quello dell’iconografia. Significa riconoscere chi è o che
cos’è il soggetto rappresentato e qual è la sua funzione. Prendendo sempre ad esempio il kouros
che abbiamo di fronte, il soggetto è un giovane ragazzo che non rappresenta nessuno in
particolare e la funzione della statua era spesso quella di costituire un’offerta alle divinità.
Ricorderai, inoltre, quando abbiamo parlato degli attributi, come essi, quando sono raffigurati con
il soggetto, indicano esattamente chi esso sia, in modo da non lasciare dubbi sul suo
riconoscimento.
L’ultimo aspetto è quello dell’iconologia, ovvero la scoperta e lo studio dei significati palesi e
nascosti di quell’opera d’arte. Spesso i significati sono proprio legati alla forma dell’opera, nel suo
intero o nei particolari e sovente possono essere compresi solo se riferiti all’epoca e al contesto in
cui l’opera è nata. Il kouros , nella sua interezza ci mostra un corpo giovane e forte, dove vengono
esaltate le parti che concorrono a definire un fisico prestante come le spalle, i pettorali, la vita
stretta, dove la postura risulta fiera e decisa (si vede anche dai pugni chiusi) e tutto questo per
significare un ideale di bellezza fisica e spirituale, che consentiva di entrare in comunione con gli
dèi e con la grandezza dell’universo.
Abbiamo anche detto, prendendo in considerazione alcuni particolari, che il tipico sorriso del
kouros vuole significare uno stato di benessere e di pace interiore, mentre lo sguardo fisso, perso
nel nulla, significa il contatto con il divino. Tutto ciò si può spiegare solo pensando ai valori
religiosi e sociali degli antichi greci”.
“E mentre tutto questo accade”, intervenne Aldo, “il pensiero è libero di vagare nei nostri
ricordi e nelle nostre conoscenze, facendoci tornare in mente altre opere d’arte, poesie, musiche,
esperienze passate, sensazioni, sentimenti... attraverso collegamenti e associazioni che non
sarebbero mai avvenute nelle normali esperienze della vita quotidiana. È proprio la scoperta di
questa possibilità di mettere una vicina all’altra esperienze lontanissime e diverse tra loro, dando
vita a qualcosa di nuovo e particolare, che produce piacere. Ed è questo il momento in cui ci
sentiamo più liberi e consapevoli di appartenere a qualcosa di straordinario e di universale...
insomma, questa è l’esperienza estetica”.
“E più il nostro corpo e tutti i suoi sensi sono coinvolti e partecipi nella percezione dell’opera
d’arte” aggiunse Alessandro, “più sarà intenso il piacere intellettuale e più grande sarà
l’esplosione di sentimenti, di emozioni, di ricordi, di concetti, di pensieri...”.
“È proprio così”, concluse Aldo, “io dico sempre che le percezioni sono il detonatore che
determina e arricchisce questa meravigliosa esplosione. Non a caso, lo scrittore Oscar Wilde 2 , ci
ricorda nel suo celeberrimo romanzo Il ritratto di Dorian Gray , che i sensi, non meno dell’anima,
hanno i loro misteri spirituali da rilevare”.

Alle origini dell’arte occidentale


La compagnia, rapita da tanta bellezza e da tanto splendore, si era quasi dimenticata della
missione che doveva compiere. Procedendo nel lungo corridoio, tutti si resero conto che le statue
erano disposte in ordine cronologico.
I kouroi che avevano appena superato erano le statue più antiche, quelle del periodo o dello
stile arcaico, del VI secolo a.C., che ora lasciavano il posto alle opere dello stile severo. Questo
stile si concentra in un periodo piuttosto breve, tra il 480 e il 450 a.C. e testimonia un grande
progresso nella capacità degli artisti di rappresentare in maniera più realistica la figura umana.
Questo significa che i corpi sono meno stilizzati rispetto a quelli del periodo arcaico, sono più
dettagliati, più verosimili ma non raggiungono la naturalezza e l’armonia che si avrà solo
successivamente con il periodo classico.
“Ma… quello è l’Auriga di Delfi ” esclamò entusiasta Alessandro. “Santo cielo!” gli fece eco
Giulia, “È intero”.
Giulia non trovava le parole per dire che l’Auriga era rappresentato in tutta la sua maestosità
alla guida del carro, trainato da quattro superbi cavalli mentre fino a noi, conservato nel museo di
Delfi, è giunto solo il guidatore del carro, cioè l’Auriga, e per giunta senza il braccio sinistro.
Ancora una volta tutti si precipitarono a toccare quella meravigliosa rappresentazione in bronzo.
Costantino mise in pratica la lezione di Alessandro esaminando attentamente la statua e rivelando
come ci fosse contrasto, a livello formale, tra la lunga veste chiamata chitone, le cui lunghe e
rigide pieghe davano l’impressione di una solida e statica colonna, e la resa del volto e soprattutto
dei piedi, molto vera e naturale.
Una dopo l’altra, si susseguivano le sorprese e gli “ooohh” di meraviglia. Molte altre statue
rappresentavano lo stile severo, alcune conosciute, come lo Zeus di Artemision , altre
completamente ignote. Il fatto che lo Zeus di Artemision tenesse in mano la folgore, permetteva ai
nostri amici di sciogliere il dubbio se la divinità fosse Zeus, Poseidone o un atleta, visto che la
statua, oggi custodita nel Museo Nazionale di Atene, è stata ritrovata mancante dell’oggetto che il
protagonista stava per scagliare. Quindi, tale oggetto poteva essere la folgore di Zeus come il
tridente di Poseidone oppure il giavellotto di un atleta. Ora che l’attributo era presente,
l’identificazione del soggetto era possibile.
Proseguendo, le statue dello stile severo lasciarono il posto a quelle classiche, comprese nel
periodo che va dal 450 a.C. al 323 a.C.
Lo stile classico prese questo nome perché era ritenuto lo stile perfetto, quello che non poteva
essere superato e quindi rappresentava il modello da imitare. La prima cosa che si nota
guardando un’opera di questo periodo è la bellezza dei corpi, la loro naturalezza, l’anatomia
perfetta, l’armonia…
“Il Doriforo di Policleto !”, esclamò Alessandro, “È bellissimo!”
Aldo, Daniela e Costantino si avvicinarono all’atleta con la lancia ed Aldo recitò una famosa
frase di Sofocle, un grande scrittore greco di tragedie: “Molteplici sono le meraviglie della natura
ma, fra tutte, la più grande meraviglia è l’uomo”. Poi si inoltrò in una accurata spiegazione: “Per i
greci l’uomo è quanto di più importante esiste in natura e rappresentarlo nella sua perfezione
significava rappresentare la bellezza. Policleto, uno degli artisti più famosi vissuti in questa epoca,
definì nuove regole per rappresentare il corpo umano secondo determinati rapporti e proporzioni.
Ciò significa che non si guardava all’uomo reale ma alla sua rappresentazione ideale, quella
perfetta, senza errori. Il Doriforo, che significa portatore di lancia, costituisce uno degli esempi
più alti della scultura classica”. E mentre con entrambe le mani si soffermava sul volto della
statua, continuò la sua lezione: “Vedete, gli artisti classici non cercavano solo la bellezza fisica ma
anche quella interiore. L’armonia è nel corpo, nella sua posizione equilibrata, ma è anche
nell’animo, testimoniata dall’espressione serena del volto”.
“È proprio vero!”, esclamò Costantino correndo verso la statua vicina, “Anche il Discobolo ha la
stessa espressione!”
E così, dopo il celeberrimo Discobolo di Mirone , intento a lanciare il suo disco, altre
straordinarie statue classiche si susseguivano lungo il percorso, lasciando estasiato il gruppo di
amici. Ormai, il lungo corridoio del propileo stava per terminare e tutti erano ansiosi di conoscere
le ultime statue che dovevano inevitabilmente rappresentare l’ultima epoca greca, quella
ellenistica. Questo periodo, compreso tra il 323 a.C., anno della morte di Alessandro Magno e il 31
a.C., anno dell’annessione a Roma dell’Egitto, ultimo regno ellenistico, vede nuovamente un
rinnovamento nello stile.
“Ecco Laoconte con i suoi figli ”, esclamò Giulia affrettandosi verso il famoso gruppo
scultoreo, “Aveva ragione Michelangelo a definire quest’opera un portento d’arte”.
Costantino, che ormai provava un gran gusto a cogliere le differenze di stile tra un periodo e
l’altro, si affrettò a dire: “Qui ci sono tanti cambiamenti rispetto al periodo classico; intanto i volti
esprimono le emozioni che i personaggi stanno provando, poi mi sembra che la composizione sia
meno equilibrata, insomma ci sia maggiore libertà di movimento delle figure”.
“Bravo Costantino!” disse Alessandro “La scultura ellenistica, come la pittura, è caratterizzata
proprio dalla volontà di rendere i personaggi più reali, capaci di provare e di esprimere tutta la
gamma delle emozioni e dei sentimenti; inoltre, l’equilibrio compositivo dell’arte classica lascia il
posto ad atteggiamenti più dinamici, più liberi nello spazio. Osservate bene Laoconte, il sacerdote
di Apollo, rappresentato mentre viene ucciso insieme ai suoi figli dai serpenti inviati da Apollo,
quale punizione per la sua opposizione a far entrare dentro le mura di Troia il cavallo di legno
ideato da Ulisse. La composizione è complessa, asimmetrica, i personaggi assumono posizioni
contorte, dinamiche e tutti esprimono attraverso i loro volti il dramma che stanno vivendo”.
“Infine”, aggiunse Alessandro, “gli artisti di quel periodo erano anche interessati a cogliere i
vari aspetti dell’umanità, con le sue malattie e le sue debolezze. Guardate quella statua, raffigura
una vecchia ubriaca abbracciata all’anfora del vino”.
Dopo un ulteriore breve tragitto, i nostri amici si ritrovarono di fronte all’ennesimo capolavoro.
“Il satiro danzante , che portento!”, esclamò Giulia, “L’ho visto proprio questa estate a Mazara
del Vallo, in Sicilia, nel piccolo museo dove è conservato, ma questo è tutto intero, è imponente...
e con uno sguardo così reale…”
“Nella mitologia greca”, spiegò Alessandro, “il satiro è un essere con tratti umani e animaleschi
che abita i boschi ed è legato al culto di Dioniso, dio del vino, dell’estasi e della forza vitale. Qui è
rappresentato con orecchie e coda equine ed il braccio destro sorregge una pelle di leopardo per
sottolineare maggiormente l’aspetto bestiale del personaggio. Nella mano destra tiene il tirso , un
bastone ornato da edera e pampini, ovvero foglie e germogli della vite, e con sulla sommità una
pigna, che rappresenta un attributo di Dioniso. Nella mano sinistra tiene il Kantharos, ovvero un
calice per il vino con due alti manici laterali.
Il satiro è colto nell’atto di una danza sfrenata, in procinto di spiccare un salto e con il busto e il
capo flessi sulla parte destra. Il volto, con la bocca leggermente socchiusa e il realismo dello
sguardo dovuto agli occhi realizzati in calcare bianco e pasta vitrea, esprime tutto il rapimento,
l’ebbrezza e l’estasi della figura mitologica”.
“Davvero stupenda questa statua in bronzo”, commentò Aldo mentre si allungava per cogliere
con le mani ogni particolare del volto del satiro. “Dobbiamo ringraziare il mare che ce lo ha
restituito, seppur incompleto. Ricordo ancora quando venne data la notizia, nel 1998, del
ritrovamento del satiro nel canale di Sicilia, ad opera di un peschereccio di Mazara del Vallo che si
chiamava Capitan Ciccio. Pensate che lo stesso peschereccio aveva prima ritrovato la gamba e un
anno dopo il resto del corpo. Il Mediterraneo è come uno scrigno che racchiude e conserva il
nostro passato e la nostra storia e, di tanto in tanto, fortunatamente, ce ne restituisce un
pezzetto”.
Il gruppo proseguì il suo cammino, tra commenti e riflessioni suscitate dalle tante straordinarie
sculture che andava incontrando.
Terminato il propileo, la strada, sempre lastricata di marmo, proseguiva dritta al centro della
vallata, per poi risalire una verde collina ricoperta da ulivi secolari, maestosi, i cui tronchi e rami
disegnavano trame bizzarre. “Guardate lassù!”, esclamò Giulia, “Credo siano proprio dei satiri”.
I satiri non sembravano disturbati dalla presenza del piccolo gruppo di amici e continuavano
tranquillamente a danzare e a suonare il flauto con grande maestria. Durante il cammino la
compagnia incontrò altri gruppi di satiri festanti e, giunti in prossimità di un fiume, videro delle
bellissime fanciulle che si bagnavano nelle acque fresche e limpide: erano le ninfe. “Non saprei
come descrivere la loro bellezza” disse Alessandro ad Aldo, mentre guardava come ipnotizzato le
fanciulle. Avevano i capelli lunghissimi e decorati con fiori colorati e indossavano vesti di un
bianco candido. Ad Alessandro venne in mente un famoso dipinto di Pablo Picasso, intitolato La
gioia di vivere , e proprio gioia e felicità era ciò che quella bellissima scena ispirava. Il dipinto
dell’artista spagnolo rendeva proprio quell’atmosfera; rappresentava una donna ritratta come un
fiore, intenta a danzare in compagnia di due capretti, mentre un centauro suonava il flauto e un
fauno suonava il diaulos , una sorta di flauto a due canne. Il tutto reso con dei colori accesi che
sembrano sprigionare una potente energia vitale. Accompagnati da quelle dolci melodie, i nostri
raggiunsero la sommità della collina e, quando poterono liberare lo sguardo sul paesaggio che gli
si apriva davanti, non poterono trattenere espressioni di meraviglia.
La valle delle architetture
Un’altra straordinaria vallata si apriva sotto di loro, tagliata al centro dalla bianca strada di
marmo che si perdeva oltre il colle che stava loro di fronte. Ai lati si alzavano rilievi, colli e monti,
sui quali si trovavano straordinarie architetture che il gruppo non tardò a riconoscere. “Guardate
a destra”, disse Alessandro, “quella è l’Acropoli di Atene, il Partenone...”. Sul pianoro che si
trovava sulla sommità di un vasto rilievo roccioso splendevano i colori delle diverse costruzioni
che costituivano il luogo sacro della città di Atene.
“Che incanto!” esclamò Costantino “Non avrei mai pensato di poter vedere un giorno l’Acropoli
così come era, in tutta la sua magnificenza”.
“Mi piacerebbe un sacco salire su quel luogo straordinario, passeggiare tra i templi, toccare
quei marmi...”, continuò estasiato.
“Bravo Costantino!” intervenne Aldo, “È proprio ciò che vorrei fare io se potessi! Sarebbe come
rivivere per alcuni momenti il periodo d’oro della città di Atene, quando sotto la guida di Pericle
raggiunse il suo massimo splendore. Il Partenone è il tempio più importante, era dedicato ad
Atena, dea della saggezza, delle arti e della battaglia, protettrice della città di Atene. Ne conobbi
l’esatta forma solo quando ebbi la possibilità di toccare la sua riproduzione in scala presso il
museo Omero. Ha una struttura rettangolare e lungo tutto il perimetro si elevano imponenti
colonne doriche. All’interno ci sono due ambienti: il primo, la cella, custodiva la grande statua di
Atena, realizzata dallo scultore Fidia in oro e avorio e il secondo, la sala delle vergini, era
destinato alle giovani ateniesi consacrate alla dea”.
Sempre con gli occhi rivolti all’Acropoli, Costantino disse ad Alessandro: “Quanto mi hai detto
sulla conoscenza delle sculture vale anche per l’architettura? Credo che anche in questo caso non
solo la vista ma tutti i nostri sensi dovrebbero essere pienamente coinvolti; mi è venuto spontaneo
dire che avrei toccato con piacere quei marmi stupendi”.
“Certo!” rispose Alessandro “Quanto ti ho detto vale per la scultura come per la pittura e per
l’architettura. Il primo passo è sempre quello di analizzare le forme e di viverle con tutto il nostro
corpo. Esso deve partecipare attivamente all’esperienza della conoscenza attivando tutti i sensi
per cogliere ogni stimolo che quella costruzione e il luogo dove essa sorge sono capaci di
trasmetterci. È importante entrarci, camminarci, toccare le strutture e i materiali, sentire i pieni e
i vuoti, apprezzare le proporzioni, le simmetrie o le asimmetrie, respirare gli odori, ascoltare i
suoni, vedere i colori, le luci e le ombre, cogliere le variazioni di temperatura... Allo stesso tempo,
come per la scultura si procedeva al riconoscimento del soggetto, nell’architettura si riconosce la
tipologia dell’edificio e quindi la funzione che svolge. Nel caso del Partenone, ci troviamo di fronte
ad un tempio e la sua funzione è religiosa, in quanto il tempio è la casa della dea Atena, il luogo
dove i cittadini si recano a venerarla; ma la funzione del Partenone è anche identitaria, cioè
concorre a definire l’identità di un popolo e di una città, che si riconosce e si sente unita e
confortata da tanta grandiosità. Anche una cattedrale può svolgere la stessa funzione, mentre
altre tipologie di costruzioni svolgono funzioni diverse: pubblica e di rappresentanza come nel
caso di un palazzo comunale, celebrativa come un maestoso arco di trionfo e così via. Ed infine,
arriviamo ai significati, che come abbiamo detto a proposito delle sculture, sono spesso legati alle
forme. Nel caso del Partenone, ad esempio, la forma è regolare, caratterizzata dall’equilibrio e
dalla simmetria tra le parti, dall’accuratezza dei rapporti proporzionali, dalla razionalità. Il
concetto di proporzione in Grecia, soprattutto nel campo dell’architettura è il risultato di precisi
calcoli matematici, fatti osservando elementi naturali come conchiglie, forme vegetali e animali.
La facciata del Partenone segue proprio questi calcoli. Ora, queste forme così proporzionate e
perfette, collocate tra le molteplici e variegate forme della natura, rivestivano per i greci un
significato preciso, esprimendo la razionalità con la quale l’uomo doveva governare il mondo
nonché una profonda armonia che doveva rispecchiare quella dell’universo. Non a caso i templi,
che erano la casa degli dèi, venivano costruiti sulla sommità di rilievi e monti, e le celebrazioni e i
riti si svolgevano all’esterno, godendo di un bel panorama, vivendo appieno gli eventi della natura,
le albe, i tramonti, le brezze, le piogge, il sole, e tutto concorreva a infondere nelle persone un
senso di spiritualità, di magia, di comunione con il divino e con il mondo”.
“Il Partenone è anche ricco di belle decorazioni scolpite con grande maestria”, aggiunse
Daniela. “Già”, riprese Alessandro, “i bassorilievi, gli altorilievi e le statue a tutto tondo sono state
realizzate da tantissimi artisti sotto la guida di Fidia. Queste opere raccontano delle storie che si
riferiscono ad Atena, ed altre che narrano di lotte fra dèi, giganti, amazzoni, centauri e uomini.
Questi conflitti simboleggiano la guerra vittoriosa di Atene contro i persiani e più in generale,
rappresentano metaforicamente la lotta tra razionalità e bestialità, tra bene e male”.
Continuando la conversazione il gruppo avanzava, inoltrandosi in quella favolosa valle. Dopo
aver superato alcune dolci colline e risalito un lungo pendio, i nostri si trovarono di fronte ad
un’altra meraviglia dell’antico mondo greco: il grandioso teatro di Epidauro . “Favoloso!”
esclamò Giulia. Il grande teatro era proprio sotto di loro, con la cavea, ovvero lo spazio dove
erano disposte le gradinate in pietra che ospitavano il pubblico, adagiata sul pendio del colle, a
formare un settore circolare, un po’ come le curve dei moderni stadi di calcio. Sul fondo, in
lontananza, avvolta quasi completamente dalle gradinate, si trovava l’orchestra, di forma
circolare, riservata al coro, ovvero un insieme di persone che con canti e danze aveva il compito di
narrare, commentare e dare un senso al racconto. Subito dopo, si apriva lo spazio della scena
dove si muovevano gli attori, i quali, come scriveva Aristotele, sono persone che agiscono, che
imitano azioni e modi di vita, dando anima e corpo al racconto.
“Sapete”, esordì Aldo, “che il teatro di Epidauro poteva ospitare fino a quattordicimila
spettatori? E che la voce degli attori arrivava nitidamente fino alla fila più alta della gradinata,
proprio dove ci troviamo noi ora?”
“Incredibile!” disse Giulia “La scena sembra davvero lontana da qui”. “Gli attori”, riprese Aldo,
“indossavano delle maschere che amplificavano la loro voce e allo stesso tempo permettevano di
essere riconosciuti anche dagli spettatori che sedevano più lontano. Doveva essere uno spettacolo
straordinario; infatti, oltre agli attori, vi era il coro, formato da un altro gruppo di attori, che
accompagnava la rappresentazione con narrazioni, danze e canti; e naturalmente c’era la musica.
Insomma, un’opera d’arte totale! E pensate che gli spettacoli si susseguivano ininterrottamente
per più giorni, dall’alba al tramonto”.
“Già”, intervenne Alessandro, “il teatro nell’antica Grecia era molto importante per la comunità
e svolgeva sia una funzione religiosa, in quanto gli spettacoli erano sempre collegati a cerimonie
sacre in onore degli dèi, sia educativa. La rappresentazione per eccellenza era la tragedia, i cui
temi derivavano dai miti e dai racconti eroici e proponevano i valori etici e sociali e i modelli di
comportamento da seguire. Per questo a teatro erano ammessi tutti e, quando venne istituito
l’ingresso a pagamento, ai cittadini poveri lo stato dava un sussidio in modo che potessero
partecipare agli spettacoli. Pensiamo ora alla sua forma. Come per i templi, anche i teatri erano
costruiti seguendo una geometria semplice, perfetta e proporzionata. Le gradinate erano a
semicerchio e avvolgevano in parte lo spazio circolare e centrale dell’orchestra. Al centro
dell’orchestra si trovava l’altare o la statua dedicata alla divinità. È come se dal centro si
irradiasse tutt’intorno la magia della conoscenza e della saggezza: quella divina e superiore degli
dèi, rappresentata dall’altare o dalla statua, e quella razionale e pratica dello stato, rappresentata
dal coro.
Infine, il teatro era sempre all’aperto, un piccolo spazio terreno che si trasformava in spazio
sacro, circondato dalla natura-universo con cui entrava in comunione”.
Gli incontri con le meravigliose architetture dell’antica Grecia si susseguivano man mano che i
nostri amici avanzavano seguendo il bianco sentiero che faceva loro da guida.
“Quello è il tempio di Zeus a Olimpia!” esclamò Giulia. “Si intravede l’imponente statua di
Zeus realizzata da Fidia!”
“Non a caso”, intervenne Aldo, “è una delle sette meraviglie del mondo antico! Peccato che sia
andata perduta”.
L’imponente statua, realizzata in avorio, poggiava sopra un enorme basamento e raffigurava il
poderoso Zeus seduto sul suo trono, avvolto in un manto d’oro zecchino, i cui bagliori avvolgevano
il luogo di un’aura dorata.
La compagnia era completamente rapita dalle emozioni che quei luoghi straordinari e incredibili
sapevano suscitare. La bellezza e l’imponenza dei monumenti, la musica dei flauti, il costante
stormire delle grandi chiome degli alberi, la brezza leggera e rinfrancante, il gorgoglio ritmato
delle acque dei torrenti che scendevano allegre tra i sassi, i profumi e i colori della natura…
All’improvviso, a queste pia-cevoli sensazioni cominciò a sovrapporsi un sordo rumore di colpi,
che aumentava costantemente man mano che il gruppo avanzava. “Che cosa sta succedendo?”
chiese Giulia, piuttosto spaventata. “Non lo so, davvero non lo so!” rispose Alessandro. “Il sentiero
sale tra le rocce e sulla sommità riesco a intravedere delle alte colonne, come se stessero a
guardia di un passaggio, di un ingresso… forza, proseguiamo”.
“Proseguiamo!?”, esclamò spaventato Costantino, “Non dicevate che le colonne hanno anche la
funzione di segnalare un divieto di accesso, un limite che non si può oltrepassare? Ebbene questo
mi sembra proprio il caso!”
“Sicuramente”, rispose Alessandro, “ma a questo punto non possiamo tirarci indietro, qualsiasi
cosa succeda”.
“Già”, intervenne Daniela ridacchiando, “non vorremo mica perderci la parte più pericolosa ed
eccitante?”
Alessandro e Aldo avanzavano in testa al gruppo, che seguiva in silenzio. La salita si faceva
sempre più ripida e faticosa ed impegnò il gruppo per diverso tempo. Poi, finalmente, i nostri
amici si ritrovarono in prossimità delle due alte colonne. I boati erano ora molto forti e il terreno
vibrava e tremava come sotto l’azione di tremende scosse di terremoto.
“Il sentiero sembra terminare nel nulla, tra le due alte colonne di marmo”, avvertì Alessandro,
“dobbiamo avanzare con molta cautela”. In pochi istanti la compagnia si trovò tra le due colonne e
poté gettare lo sguardo su quanto si presentava davanti a loro.
gorgonie: invertebrati acquatici che formano colonie cespugliose e colorate.
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2 razza: pesce dal corpo romboidale.

affreschi: l’affresco è una antichissima tecnica di pittura murale. Sul muro vengono stesi due strati di intonaco
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composti di sabbia e calce: l’arricciato, più grossolano per l’uso di sabbia a grani grossi, e l’intonaco vero e
proprio, più sottile, con sabbia fine, e sul quale si andrà a dipingere mentre è ancora fresco (da cui il nome
della tecnica). I colori penetrano nell’intonaco e la pittura diviene particolarmente resistente.
Parte terza - L’Uovo Cosmico
L’origine del mondo
Ancora una volta i nostri amici rimasero ammaliati e senza parole. Si trovavano sulla sommità di
una cresta rocciosa, fatta di un marmo splendente. Le pareti scendevano a picco, completamente
lisce, formando un grande catino circolare colmo d’acqua cristallina e trasparente. Al centro si
ergeva una rocca, anch’essa dalla forma circolare. Questo grande cilindro di marmo costituiva il
fulcro di una croce, i cui quattro bracci formavano altrettanti passaggi sospesi nel vuoto, che
collegavano la rocca alla cresta circolare. Alessandro e i suoi amici si trovavano proprio all’inizio
di una di queste vie, piuttosto strette e delimitate da colonne. Da diversi punti della cresta
rocciosa sgorgavano piccoli ruscelli che, rifrangendo i raggi del sole, formavano delle
coloratissime cascate che si tuffavano rumorosamente nell’acqua sottostante. Al centro della
rocca si ergeva un tempio dalla base circolare, circondato da alte e maestose colonne che
sorreggevano una copertura, anch’essa di un marmo candido.
Giulia fu la prima a reagire: “Che meraviglia!” mormorò con un filo di voce. Tutti erano
ipnotizzati da quella straordinaria atmosfera. Anche Aldo e Daniela percepivano chiaramente il
tempio, riuscendo a materializzarne l’immagine nella loro mente.
“Guardate bene al centro del tempio” disse Alessandro. Aldo anticipò tutti nella risposta: “Un
uovo, un grande uovo... l’Uovo Cosmico!”
Infatti, al centro del tempio, sospeso a mezz’aria e sostenuto da un filo bianco, si trovava
proprio l’Uovo Cosmico, quello da cui aveva avuto origine l’universo. La forma perfetta
trasmetteva un senso di quiete e di serenità.
Per qualche istante, le menti dei cinque ragazzi si riempirono di strane immagini, evanescenti,
confuse, e di suoni misteriosi, mai uditi prima. Gradualmente, cominciò a materializzarsi la figura
di una fanciulla, la dea Eurinome, che in uno spazio infinito formato da cielo e mare iniziò a
danzare sulle note di quella particolarissima musica, lasciando dietro di sé un alone luminoso,
reso ancor più fluttuante da un leggero vento. Questa lucente scia, che andava assumendo via via
che la dea si muoveva nello spazio una forma serpentinata, sembrava dare consistenza alle
immagini le quali, avvicinandosi e interagendo tra loro, formarono un enorme uovo. Intorno
all’uovo si avvolse lentamente l’alone che subito si trasformò nel serpente Ofione.
Improvvisamente, l’uovo si disgregò, e da esso fuoriuscirono tutte le cose esistenti.
Alessandro e gli altri si ridestarono e subito capirono di aver vissuto tutti lo stesso eccezionale
sogno.
“Non so se è suggestione ma... siamo stati spettatori della nascita del mondo!” esclamò Daniela,
“davvero straordinario!”
“E sapete che cosa trovo ancora più straordinario?”, disse Alessandro, “che questo spettacolare
processo di creazione del mondo, che abbiamo appena vissuto nelle nostre menti, è
incredibilmente simile al modello attualmente teorizzato dagli scienziati. È come se la dea
Eurinome fosse il famoso bosone di Higgs, che prende il nome dal fisico britannico Peter Higgs
che l’ha ipotizzato diversi anni fa. Questo bosone è soprannominato non a caso la particella di Dio
, e la sua esistenza è stata recentemente provata. Questa particella forma un campo, come l’alone
luminoso lasciato dalla dea danzante, che attira le altre particelle che altrimenti continuerebbero
a vagare senza meta nello spazio. Queste ultime, attraversando il campo di Higgs, assumono
consistenza, cioè acquisiscono la massa e iniziano a interagire fra loro e ad aggregarsi, proprio
come nell’uovo. Ed è da queste molteplici aggregazioni che nasce la materia e quindi l’universo,
così come lo conosciamo”.
Le riflessioni dei giovani amici vennero ad un tratto interrotte da una serie di impressionanti
boati, che ora esplodevano con più frequenza e con più fragore, tanto che l’acqua sottostante, che
circondava la rocca del tempio, si increspava ad ogni colpo.

Le creature del Tartaro


Ormai tutti avevano individuato esattamente da dove provenivano quei colpi assordanti. Alla
destra del gruppo, sul fianco della parete rocciosa, cominciarono a cadere frammenti di roccia che
ben presto divennero di dimensioni sempre più consistenti. Cadendo nell’acqua, le rocce
provocavano grossi tonfi e addensavano ampie nubi di spruzzi che giungevano ad irrorare la
sommità della cresta rocciosa. Era chiaro per tutti che le creature malvagie del Tartaro stavano
ormai per riuscire nel loro intento di raggiungere il tempio dell’Uovo Cosmico. Ciò che stava
avvenendo all’interno del grosso tunnel era raccapricciante. La lunga galleria scavata nelle
viscere della terra era completamente piena di esseri mostruosi che si accalcavano l’uno
sull’altro, tanto che il tunnel appariva come un gigantesco e orrendo serpente che si dimenava nel
sottosuolo.
Tra i primi si trovavano i titani, esseri dalla forza immane, che con grandi picconi scavavano la
dura roccia. Insieme ad essi i giganti dai lunghi capelli e dalle lunghe barbe, con terribili serpenti
al posto dei piedi. Poi seguiva il grande serpente Ofione, che incitava continuamente i titani e i
giganti a scavare con più lena. Subito dopo si trovavano le empuse, demoni femminili con una
gamba d’asino e l’altra di bronzo, quindi il gigantesco Tifone che, considerate le sue incredibili
dimensioni, avanzava a fatica nonostante la galleria fosse assai grande. Dai suoi occhi uscivano
fiamme, la bocca sputava rocce infuocate, e dimenava continuamente la sua grande testa d’asino.
Malediva continuamente Zeus che lo aveva sconfitto schiacciandolo sotto il monte Etna, che da
quel giorno si trasformò in un grande vulcano che erutta fuoco e lava incandescente.
I titani continuavano a menare colpi tremendi, consapevoli che la meta era ormai vicinissima. Di
fatti, con un fragore tremendo, l’ultimo diaframma di roccia che ancora chiudeva il tunnel si
staccò dalla parete e cadde rovinosamente nelle acque sottostanti. Contemporaneamente, l’aria fu
scossa dalle urla disumane dei mostri che celebravano la loro impresa. La bianca e liscia parete di
marmo presentava ora un grande occhio scuro, animato da decine di esseri mostruosi che si
accalcavano gli uni sugli altri. Poi, d’improvviso, calò un silenzio agghiacciante. L’acqua
sottostante ritornò calma, i titani e i giganti che per primi si erano affacciati disordinatamente
dalla galleria si ritirarono al suo interno. Dopo alcuni istanti, sull’imbocco del tunnel apparve il
grande e terribile serpente Ofione.
Dalla sua bocca usciva una lunga lingua nera e biforcuta, i suoi occhi erano intrisi di sangue; se
ne stava immobile a guardare il tempio e l’Uovo Cosmico, che tanto tempo fa aveva fatto
dischiudere. Ofione sembrava assaporare il gusto dell’imminente vendetta che da tantissimo
tempo stava aspettando. Nel momento in cui fu cacciato dal mondo degli dèi, giurò di distruggere
l’Uovo Cosmico, trasformando così quell’universo pieno di bellezza e serenità in un luogo terribile
e spettrale. E l’uovo adesso era lì, davanti a lui... nulla sembrava ostacolare la sua vittoria.
Poi, alzò lo sguardo terribile verso il monte Olimpo, che in lontananza svettava imponente
circondato da candide nubi. Lì, impotenti, si trovavano gli dèi, in attesa che il destino si compisse.

La battaglia
Il gruppo di amici era rimasto pietrificato alla vista del serpente Ofione. Aldo fu il primo a
scuotere i compagni: “È ora di agire, sbrighiamoci, è il nostro momento!”
Alessandro gli fece eco: “Già, siamo qui per compiere la nostra missione, andiamo!”
Il gruppo si mise a correre a perdifiato lungo il passaggio che conduceva al tempio. Alessandro
teneva una mano sulla sacca di lana, come a proteggere il suo preziosissimo contenuto.
Costantino, terrorizzato, cercava di rimanere in mezzo al gruppo e correva come se avesse le ali
ai piedi.
Dopo alcuni metri percorsi tra le bianche colonne, il gruppo venne scoperto dalle creature del
Tartaro. Ofione, gettandosi nell’acqua sottostante, diede il segnale dell’attacco al suo esercito di
mostri. Tra urla strazianti e nuvole di polvere bianca, le creature malvagie uscirono dal tunnel.
Alcune seguirono Ofione gettandosi in acqua, altre risalirono la parete per raggiungere la
sommità e catapultarsi poi verso i passaggi che conducevano al tempio.
Alcuni giganti raccolsero delle grosse rocce e iniziarono a lanciarle verso il gruppo di amici.
Alcune pietre colpirono le bianche colonne che perimetravano il passaggio, mandandole in mille
pezzi.
“Presto, presto!” urlò Alessandro “Se arrivano al tempio prima di noi è la fine!”
Infatti, tutti e quattro i passaggi erano già gremiti di nemici, i quali correvano come forsennati.
Alle loro spalle stavano sopraggiungendo minacciosi titani e giganti, mentre Ofione ed altre
creature stavano arrampicandosi lungo la parete della rocca. Per quanto il gruppo corresse
veloce, sembrava non avere possibilità di giungere alla meta per primo e di compiere il rito che
avrebbe restituito i poteri agli dèi, i quali avrebbero così potuto cambiare favorevolmente il corso
degli eventi.
A questo punto, Zeus e le altre divinità, pur consapevoli di non poter sconfiggere l’esercito di
Ofione, decisero coraggiosamente di scendere in campo per aiutare i loro valorosi amici. Zeus, sul
suo carro trainato da cavalli alati, guidava gli dèi che con coraggio cercavano di attirare su di sé
l’attenzione dei nemici. La manovra di distrazione riuscì. Per alcuni istanti Ofione e i mostri si
volsero verso i nuovi arrivati, lanciando urla potenti e dimenandosi come bestie ferite.
Questo consentì ai nostri amici di guadagnare del tempo prezioso sugli avversari. Ormai il
tempio era a poche decine di metri. Alessandro aprì la sacca e distribuì in corsa, come avviene
nelle staffette, tre dei quattro attributi realizzati in creta a Daniela, Aldo e Giulia.
Improvvisamente, la testa di un serpente colpì Daniela ad una gamba, nel tentativo di afferrarla.
Era Tifone, che si trovava sul fondo del bacino; la sua altezza straordinaria e le sue lunghissime
braccia con decine di serpenti al posto delle mani, gli consentivano di arrivare fino alla sommità
della rocca. Daniela perse l’equilibrio e cadde a terra, perdendo la presa della cornucopia in creta
che teneva in mano. Il manufatto, sotto gli occhi increduli di Alessandro che aveva assistito alla
scena, volteggiava in aria, compiendo un’ampia parabola.
Tutto sembrava perduto. D’un tratto apparve, sopra le teste dei ragazzi un bellissimo cavallo
alato di colore bianco: Pegaso. Con velocità e determinazione il cavallo puntò verso la cornucopia
riuscendo ad afferrarla prima che si immergesse nelle acque sottostanti. Alessandro reagì
prontamente e aiutando Daniela ad alzarsi incitò i compagni: “Forza, forza, al tempio! Un amico
ha recuperato la cornucopia!”
Dopo neanche un minuto i nostri si trovarono di fronte al meraviglioso Uovo Cosmico mentre le
rumorose orde dei malvagi stavano per sopraggiungere.
“Bene, diamo le spalle al tempio e lanciamo dietro di noi i segni” disse perentorio Alessandro.
Daniela stava per ricordare ai compagni di non avere più il suo segno quando Pegaso passò
proprio sopra di lei. Daniela avvertì un sibilo sottile provenire dall’alto e istintivamente porse la
mano, sulla quale cadde la cornucopia.
Con un gesto sincronizzato i quattro amici si lanciarono alle spalle i segni, i quali ricaddero in
prossimità dei gradini del tempio. I mostri avevano ormai raggiunto la rocca circondando il
gruppo di amici e si avvicinavano minacciosi. Ofione si fece largo tra le schiere dei suoi terribili
soldati e dopo aver gettato uno sguardo di disprezzo sui ragazzi si diresse verso l’Uovo Cosmico.
“Ora assisterete al mio trionfo!” annunciò con voce potente tra le urla di giubilo del suo
esercito.
“Finalmente sarò io il signore e padrone dell’universo! Zeus e gli dèi olimpici saranno ridotti in
schiavitù per l’eternità e gli esseri umani conosceranno un mondo di bruttezza e di infelicità!”
I corpi dei nostri amici vennero percorsi da brividi di terrore. Nella loro mente risuonavano le
parole della Pizia: “Sono gli dèi buoni che ci ispirano il piacere per le cose belle, che ci fanno
emozionare... senza di loro il nostro mondo diventerebbe un luogo piatto e monotono, dove
regnerebbero l’insensibilità e l’indifferenza”.
Alessandro trovò la forza di volgere il capo verso i quattro segni, la loro unica speranza. Con
grande gioia vide che questi iniziavano ad animarsi. L’argilla si trasformava velocemente, si
allungava, cresceva, palpitava… In un baleno i quattro segni plasmati con il fango diedero vita ad
un ciclope con in mano la folgore, ad un superbo toro bianco, ad una maestosa aquila e ad
un’agile capretta con un solo corno.
I quattro segni di Zeus erano rinati davanti al tempio dell’Uovo Cosmico, per mano di umani
coraggiosi, così come voleva l’oracolo. Contemporaneamente, Zeus e le altre divinità riacquisirono
i loro poteri e senza pensarci due volte si scagliarono contro i malvagi. Zeus tornò in possesso
delle sue micidiali folgori, che lanciava con precisione in ogni direzione facendo strage dei mostri.
Questi ultimi, colti di sorpresa, tardarono a reagire. Ciò consentì ai nostri cinque amici di
raggiungere il tempio e di trovarvi riparo, mentre tutt’intorno infuriava la battaglia.
Ofione urlava come un ossesso, spronando i suoi a lottare, poi puntò deciso verso il tempio, con
l’intenzione di distruggere l’uovo. I titani e i giganti cercavano di rompere il marmo su cui stavano
camminando per ricavare delle pietre da scagliare verso gli dèi dell’Olimpo. Ade, riappropriatosi
del suo elmo che rende invisibili, imboccò uno dei passaggi che conducevano alla rocca spingendo
nel vuoto ogni mostro che trovava sulla sua strada. Apollo e Artemide scagliavano le loro frecce
con precisione, colpendo mortalmente i nemici che invano cercavano di ripararsi con i loro scudi.
Sul fondo del grande fossato che circondava la rocca, si stava combattendo lo scontro più
terribile. Alcune divinità avevano circondato Tifone, uno dei mostri più feroci e temibili. Atena,
dalla sommità della cresta di roccia, gli scagliava contro enormi pietre, evitando allo stesso tempo
di essere colpita dalle fiamme che uscivano dagli occhi del mostro. Poseidone, che si muoveva
agevolmente e velocemente nell’acqua, lo colpiva ripetutamente con il suo tridente. Ogni colpo
staccava di netto decine di teste di serpente che formavano le gambe di Tifone. Quest’ultimo si
dimenava come un forsennato facendo ribollire di schiuma l’acqua del fossato. Gli spruzzi si
alzavano alti e ricadevano tutt’intorno, tanto che sembrava che diluviasse. La sua orribile testa
d’asino si voltava ora a destra, ora a sinistra, mentre dalla bocca fuoriuscivano come proiettili di
cannone delle grosse rocce infuocate. Fortunatamente per gli dèi dell’Olimpo, nessuna andava a
segno, in quanto il mostro, assalito da ogni dove, non aveva il tempo di concentrarsi e di mirare
con precisione. Le sue lunghe braccia, in questo scontro ravvicinato, non gli erano di grande
utilità. Continuava ad agitarle in aria per poi farle ricadere pesantemente al suolo, provocando dei
forti boati e facendo tremare le rocce tutt’intorno.
La battaglia infuriava ed era giunta al culmine. Zeus e tutte le altre divinità combattevano
valorosamente e l’esercito nemico, che non si aspettava di trovare tale resistenza, cominciò a
sparpagliarsi e a ritirarsi disordinatamente verso il grande tunnel dal quale era venuto.
Nel frattempo, il serpente Ofione, sottraendosi allo scontro, stava per compiere la sua vendetta
apprestandosi a tagliare il filo che sorreggeva l’uovo.
Alessandro e i suoi amici erano lì, a pochi metri, nascosti dietro le grandi e lucenti colonne di
marmo. “Ofione sta per tagliare il filo!”, disse Alessandro, “Dobbiamo fare qualcosa!”
“Noi?!”, rispose Costantino, che tutto impaurito si riparava dietro Aldo.
“Dobbiamo distrarre Ofione e sperare che qualcuno ci venga in aiuto”, suggerì Giulia. Aldo e
Daniela, che avevano perfettamente memorizzato la struttura del tempio, corsero fuori dai loro
ripari girando intorno alle colonne e urlando come matti. Potevano percepire perfettamente il
sibilo della grossa lingua biforcuta di Ofione, così che potevano evitare di finirgli in bocca. Il
serpente per un istante rimase disorientato, poi spalancò le sue grosse fauci emettendo un suono
terrificante. Alle sue spalle, Alessandro, con Costantino che gli si era attaccato addosso come una
sanguisuga, e Giulia, iniziarono a loro volta a richiamare l’attenzione del serpente. Ofione si voltò
rapidamente sempre più arrabbiato: “Piccole pesti umane, credo che non rivedrete più il vostro
mondo!” E mentre proferiva questa terribile minaccia, sferrò un attacco repentino che i tre amici
riuscirono ad evitare per miracolo buttandosi a terra lateralmente. Ora, però, si trovavano alla
mercé del mostro che era proprio sopra di loro. Per fortuna, alcuni dèi si accorsero di quello che
stava accadendo, attirati dalle urla e dal movimento che animava il tempio. Ares, nonostante fosse
il più vicino, non avrebbe avuto il tempo di arrivare prima che Ofione sferrasse il secondo mortale
attacco né avrebbe potuto, con la sua lancia, colpire da quella distanza il nemico in un punto
mortale. In un lampo decise di scagliare la propria arma verso i tre amici in pericolo. La lunga
asta, lanciata con grandissima precisione, si arrestò al suolo vibrando, a pochi metri da
Alessandro. Questi, con uno scatto felino la prese e la puntò saldamente verso la bocca del
serpente, il quale non ebbe il tempo di frenare il suo slancio. La lama tagliente e appuntita della
lancia penetrò nella gola di Ofione, il quale, con un lamento straziante, si aggrovigliò su se stesso.
A porre fine all’agonia del grosso rettile fu una folgore scagliata da Zeus, che di gran carriera
stava giungendo in soccorso dei suoi giovani amici. Alessandro e i suoi compagni si abbracciarono
increduli ma allo stesso tempo orgogliosi e felici per l’impresa compiuta.
Vedendo il loro capo stramazzare al suolo, i superstiti dell’esercito delle tenebre cessarono
completamente di combattere per darsi ad una precipitosa e disordinata fuga nel tentativo di
raggiungere il più rapidamente possibile il tunnel dal quale erano venuti, la loro unica salvezza.
Lo stesso Tifone, la più terribile delle creature del Tartaro, capì di non avere più speranza di
vittoria e batté in ritirata. La sua immensa mole non gli consentiva movimenti agili e, sempre più
preso dal panico, sotto i colpi degli dèi, arrancava pesantemente e rumorosamente verso la
galleria, travolgendo i suoi stessi compagni. In men che non si dica, titani, giganti e tutte le
creature venute dagli inferi scomparvero nel buio del tunnel.

Ritorno in superficie
Gli dèi dell’Olimpo, grazie ad Alessandro e ai suoi valorosi amici, avevano sconfitto le creature
del male. L’Uovo Cosmico era salvo, e con esso il mondo degli dèi e il mondo degli umani.
Il tunnel fu subito riempito di una lava incandescente che penetrò fino al buio Tartaro. Quando
solidificò, creò una barriera così dura che nessuno avrebbe potuto scalfirla. Il mondo del male e
quello degli dèi dell’Olimpo erano ora separati per sempre.
Alessandro e i suoi compagni fissarono a lungo l’Uovo Cosmico e furono nuovamente pervasi da
un senso di serenità e di pace capace di annullare i sensi, di rendere il corpo leggero, di allietare
la mente.
Uno ad uno, tutti gli dèi si radunarono presso il tempio, stringendosi intorno ai piccoli eroi.
Questi, sotto l’influenza dell’Uovo Cosmico, avevano l’impressione di vivere un sogno. Un silenzio
perfetto aveva invaso il luogo sacro. Percepivano la presenza degli dèi, la loro vicinanza, ma le
immagini erano sfocate, distorte, rarefatte. Aldo e Daniela, al contrario, avevano chiare nella loro
mente le figure delle divinità. Solo quando Alessandro e gli altri chiusero gli occhi, riuscirono
anche loro a vedere distintamente gli dèi. Zeus, dalla lunga barba bianca, sedeva maestoso sul
suo carro, con la folgore in una mano e lo scettro nell’altra. La fiera aquila posava ai suoi piedi,
possente e bellissima. Tutt’intorno erano schierate le altre divinità, per rendere il giusto e
meritato omaggio ai loro piccoli eroi. La voce di Aldo interruppe quei momenti di estasi: “Bene,
credo sia ora di andare!” Tutti si destarono ed aprirono gli occhi. Gli dèi erano scomparsi, come
svaniti nel nulla. A terra, vicino alle scale del tempio, erano ricomparsi i quattro segni modellati
dai nostri amici. Alessandro si avvicinò per prenderli e si accorse che erano di terracotta.
“Guardate!” esclamò Alessandro “Sono diventati delle sculture di terracotta!” “Credo siano un
regalo degli dèi”, aggiunse Giulia, “mettiamoli nella sacca e riprendiamo la via del ritorno!”
Senza aggiungere altre parole la compagnia si mise in marcia, non dopo aver lanciato un ultimo
sguardo all’Uovo Cosmico, sicuri che ora nessuno avrebbe potuto minacciarlo.
Alessandro ed Aldo camminavano in testa al gruppetto, seguiti da Giulia e Daniela ed ultimo
Costantino, il quale non riusciva ancora a credere a tutto quello che era successo, e pensava alla
sua nonna e a quanto sarebbe stata orgogliosa di lui. La Pizia era rimasta seduta tutto il tempo
sulla sua poltrona, immobile, pregando affinché i suoi giovani amici riuscissero nell’impresa. Ed
ora se ne stava lì, rilassata e contenta, in quanto il fumo del suo piccolo braciere l’aveva informata
che la missione aveva avuto successo. Il pericolo era stato scongiurato. Il suo volto appariva
sereno, gli occhi le brillavano e gli angoli della bocca apparivano sollevati, come ad accennare un
sorriso.
Si alzò lentamente dalla poltrona e andò in cucina, a prepararsi un infuso di erbe.
La compagnia, intanto, ripercorreva a ritroso il percorso, accompagnata da una musica serena
che si diffondeva tutt’intorno. Su di loro lo sguardo degli dèi, che dall’alto del monte Olimpo,
avevano ritrovato la pace e la tranquillità.
Dopo esser ripassato nelle lussureggianti valli impreziosite da templi, teatri e santuari e dopo
essersi lasciato alle spalle il lungo e maestoso propileo che con le sue meravigliose sculture tanto
aveva affascinato Alessandro e i suoi amici, il gruppo giunse in prossimità dell’imponente Porta
dei Leoni con la sua aura luminosa. Tutti istintivamente si voltarono come a dare un ultimo saluto
a quel mondo straordinario e quindi attraversarono con decisione la porta per ritrovarsi
all’interno del buio tunnel che avrebbe dovuto ricondurli alla sala della civiltà cretese. Aldo e
Daniela si misero alla testa del gruppo guidandolo con sicurezza nell’oscurità e, dopo pochi minuti
di cammino, il tunnel cominciò ad essere invaso da un’aria fresca e da una tenue luce, fatto che
annunciava la fine prossima della galleria. Infatti, da lì a poco i nostri amici uscirono all’aperto e
si ritrovarono inaspettatamente sulla sommità di Capo Capra, esattamente nel luogo da dove
erano partiti. Il cielo era tutto uno scintillio di stelle che si rispecchiava nel mare, ora calmissimo
e silenzioso come se stesse dormendo. Il tempo non era passato, era esattamente la stessa ora in
cui i nostri erano giunti sul promontorio e si erano affacciati sul mare. Nessuno disse niente. In
silenzio, il gruppo prese a scendere, verso il pulmino, seguiti per un tratto da alcune agili capre.
Una aveva un solo corno.

1 Museo Archologico di Atene: è il più grande museo della Grecia e uno dei più importanti del mondo. Ospita

oltre 11.000 reperti, che offrono una panoramica delle civiltà greca dalla Preistoria fino alla tarda antichità.
Particolarmente interessante è la collezione di scultura, che annovera capolavori unici e mostra lo sviluppo
dell’antica scultura greca dal VII al V secolo a.C.
2
Oscar Wilde: Oscar Wilde nacque a Dublino nel 1854 e morì a Parigi nel 1900. La sua vasta opera va dalla
poesia, alle fiabe per bambini, dai racconti alle commedie teatrali. Scrisse un solo romanzo, pubblicato nel
1888, Il ritratto di Dorian Gray, un vero e proprio capolavoro che gli diede una grande fama.
Indovini e oracoli
Gli antichi Greci erano convinti che il futuro potesse essere rivelato sia attraverso la lettura di
segni e di indizi, ricorrendo a particolari tecniche di interpretazione che andavano sotto il
nome di “mantica”, sia per concessione degli dèi.
Il futuro poteva essere previsto esaminando e interpretando il volo degli uccelli o le viscere
di animali sacrificati oppure grazie all’intervento della divinità , la quale si metteva in
comunicazione con l’indovino, facendolo cadere in una condizione di estasi.
L’intervento divino nelle previsioni del futuro ebbe grande successo negli oracoli . Nell’antica
Grecia sorgevano diversi santuari oracolari, dove si recavano numerosissimi i pellegrini che
volevano conoscere il proprio futuro. Le domande venivano poste alla divinità, la quale
rispondeva per bocca di una sacerdotessa o pizia .
Il responso era sempre molto enigmatico e poco chiaro, in modo da mettere al riparo la
divinità dal pericolo di fornire previsioni sbagliate, in quanto si poteva far ricadere la colpa su
una errata o cattiva interpretazione della predizione. L’oracolo più famoso era quello di Delfi,
dedicato ad Apollo.
Altre figure mitologiche dotate di facoltà profetiche erano le sibille e dal loro nome deriva
l’aggettivo sibillino , per riferirsi a qualcosa di ambiguo e di poco chiaro.
Il Museo Tattile Statale Omero

Il Museo Tattile Statale Omero nasce nel 1993 su ispirazione dell’Unione Italiana dei Ciechi,
con il contributo del Comune di Ancona e della Regione Marche, e nel 1999 viene riconosciuto
statale con la legge n. 452, per la sua valenza educativa unica.
La finalità del museo è quella di favorire la conoscenza dell’arte e della realtà alle persone con
disabilità visiva , le quali “vedono” e conoscono il mondo che le circonda principalmente
attraverso il tatto. Purtroppo, il diffuso divieto di toccare le opere (che vige in quasi tutti i
musei) impedisce a questa categoria di persone di accedere ad un aspetto fondamentale della
cultura, come quello artistico. Al contrario, la caratteristica del museo Omero è quella di aver
fatto dell’osservazione tattile un canale di conoscenza privilegiato, per tutti i visitatori,
vedenti e non vedenti. Qui, il divieto di toccare le opere è stato abolito, le barriere abbattute e
le potenzialità di tutti i sensi esaltate.
Le sale del museo, con sede presso la settecentesca Mole vanvitelliana di Ancona, ospitano
una Sezione di Scultura con calchi in gesso o resina delle più celebri sculture di tutti i
tempi, da quella egiziana ai capolavori dell’arte greca, romana, gotica, rinascimentale e
neoclassica, e con opere contemporanee originali di artisti come Francesco Messina, Giorgio
De Chirico, Arnaldo Pomodoro; una Sezione di Architettura , composta da modelli
architettonici che riproducono fedelmente gli originali, come il Partenone, il Pantheon, la
Basilica di San Pietro, il duomo di Firenze, la cattedrale di Chartres ed infine una Sezione di
Archeologia dove sono esposti oggetti originali di particolare interesse.

La collezione del museo Omero costituisce un vero e proprio manuale tridimensionale di arte
e archeologia, una risorsa unica per favorire la conoscenza non solo ai non vedenti, ma a tutti
coloro che vogliono avvicinarsi ai beni artistici in un modo nuovo e coinvolgente, dove tutta la
sensorialità entra in gioco e la diversità diventa realmente fonte di arricchimento e
innovazione.
www.museoomero.it
Policleto e il canone
Per gli antichi Greci, la matematica e la geometria erano alla base della rappresentazione
estetica della realtà. Una realtà ideale, dove tutto è misura , equilibrio , armonia , con il fine
di rispecchiare l’ordine divino del mondo. Come l’architettura, anche la scultura, ed in
particolare la rappresentazione della figura umana, si basava sul concetto di proporzione. La
massima perfezione in tal senso fu raggiunta nel V secolo a.C. con lo scultore Policleto, nato ad
Argo, nel Peloponneso, e attivo anche ad Atene, dove conobbe Fidia. Purtroppo non ci sono
giunte sue opere originali, ma solo copie. Tuttavia, attraverso esse è possibile definire il senso
della sua ricerca artistica, volta alla determinazione rigorosa delle norme da seguire per
rappresentare alla perfezione il corpo umano, in base al corretto rapporto tra il tutto e le parti e
tra le parti stesse.
La figura del Doriforo , atleta olimpico ideale, è costruita sulla base di moduli, dove la testa è
assunta quale unità di misura. Essa deve corrispondere ad un ottavo dell’altezza complessiva,
ad un terzo del busto e ad un quarto delle gambe. I movimenti si alternano in un gioco degli
opposti: alla gamba destra, tesa a sorreggere il peso del corpo, si contrappone il braccio sinistro
piegato; alla gamba sinistra piegata, si contrappone il braccio destro teso lungo il fianco.
L’acropoli di Atene, da Pericle a Lord Elgin

Pericle governò Atene fino alla sua morte, avvenuta nel 429 a.C. durante il periodo d’oro della
città. Sotto il suo governo prese avvio la ricostruzione dell’acropoli, precedentemente distrutta
dai Persiani, esempio principe dell’architettura classica. Su una rocca alta circa 156 metri
s.l.m., si trovano lo scenografico ingresso monumentale, ovvero i Propilei , il Partenone ,
tempio dedicato alla dea Atena Parthenos (vergine), il tempio di Atena Nike , dedicato ad Atena
vittoriosa, ed infine l’Eretteo . Pericle affidò la gestione dei lavori a Fidia, il più famoso scultore
di Atene, che realizzò le decorazioni scultoree. Nel 1801, l’ambasciatore inglese Thomas Bruce,
settimo conte di Elgin, ottenne il permesso di staccare le decorazioni scultoree del Partenone e
di acquistarle. Metope, lastre del fregio, sculture dei frontoni, presero così la via dell’Inghilterra
per esser poi acquisite nel 1816 dal British Museum di Londra.
Galleria fotografica

Auriga di Delfi
■ Discobolo di Mirone
Il Discobolo di Mirone (scultore greco attivo ad Atene tra il 470 e il 440 a.C.) rappresenta un
atleta: il lanciatore del disco. L’originale doveva essere in bronzo, ma una copia in marmo è
conservata presso il Museo Nazionale Romano e testimonia l’interesse dell’artista per il
movimento, l’equilibrio e l’anatomia del corpo. dallo stile severo al periodo classico.
Mirone segna decisamente il passaggio

Discobolo di Mirone
Laoconte con i suoi figli
■ Piero della Francesca
Piero della Francesca (1415 circa – 1492) è stato uno dei più importanti pittori del
Quattrocento. La sua pittura, basata sulla prospettiva, è una delle migliori testimonianze degli
ideali artistici del primo Rinascimento. Toscano, lavorò per importanti corti e città dell’Italia
centrosettentrionale e a partire dagli anni Sessanta approdò ad Urbino, alla corte del duca
Federigo da Montefeltro, per il quale dipinse i suoi maggiori capolavori, come la celebre
Flagellazione o la Sacra Conversazione . Ad Urbino scrisse anche il trattato De prospectiva
pingendi , una guida, ricca di immagini, all’uso della prospettiva in pittura.

Sacra Conversazione di Piero della Francesca

Teatro di Epidauro
Porta dei Leoni

Tempio di Zeus a Olimpia

Zeus di Artemision
Satiro danzante
■ Museo del Satiro danzante
Si trova in Sicilia, a Mazara del Vallo, ospitato nella chiesa di Sant’Egidio, il museo dedicato alla
straordinaria statua in bronzo del Satiro danzante, ritrovata fortuitamente in mare da un
peschereccio nel 1998. Il museo espone anche altri interessanti reperti provenienti dal canale di
Sicilia, come il particolare frammento bronzeo di zampa di elefante di epoca punicoellenistica e
anfore da trasporto di epoche varie. Il museo intende così documentare le vicende, gli scambi
commerciali, le emigrazioni dei popoli del Mediterraneo, ricostruendo quel favoloso mosaico
culturale che è alla base della nostra civiltà.
Intervista all’illustratrice - Alice Sosio
■ Com’è nata la tua passione per il disegno?
Mi è sempre piaciuto disegnare ed è una cosa che ho sempre fatto, sin da bambina. Nel tempo
sono nate anche altre passioni, come il fumetto, l’animazione e la grafica che, insieme allo
studio della storia dell’arte, non hanno fatto altro che aumentare la mia voglia di disegnare in
modo più consapevole.

■ Che cosa caratterizza il tuo stile?


La semplicità del tratto, la sovrapposizione di colori e l’uso di texture.

■ Qual è la regola per essere un bravo illustratore?


In realtà non riesco ad individuarne solo una. Secondo me, un bravo illustratore deve essere
flessibile per avvicinarsi il più possibile al gusto e alle richieste dell’editore, deve essere
puntuale nel rispettare le scadenze concordate, ma soprattutto non deve smettere mai di essere
curioso, di sperimentare cose nuove, di fare e disfare… È importante continuare ad evolvere e a
crescere incessantemente.

■ Sei anche una buona lettrice?


Sì, mi piacciono libri di genere fantasy e horror, le raccolte di racconti e di fiabe, come anche i
saggi storici e di divulgazione scientifica. Ma ovviamente il mio pane quotidiano sono i libri
illustrati, i libri d’arte, i fumetti e i manga.

■ Che cosa ti ha colpito di questo romanzo?


L’arte e la mitologia greca mi hanno sempre affascinata e leggendo questo romanzo ho avuto
l’occasione di riscoprirle e di approfondirle, divertendomi allo stesso tempo con una buona dose
d’avventura e di mistero.

■ Che libro consiglieresti a noi ragazzi?


“La voce dei colori” di Jimmy Liao è un libro illustrato che affronta con poesia il percorso di una
ragazza che sta perdendo la vista, ma non certo lo spirito di avventura e la fantasia! La
protagonista intraprende un viaggio avventuroso in una metropolitana che la porterà in luoghi
ai limiti dell’immaginazione. Un altro testo che consiglio è “L’ultimo Elfo” di Silvana De Mari,
che da adolescente ho apprezzato moltissimo ed è tuttora uno dei miei libri fantasy preferiti.
Parla di amicizia, del desiderio di libertà e dei pregiudizi nei confronti del diverso, che vanno
superati. È una lettura piacevole, a tratti molto divertente, a tratti commovente. Assisterete alla
crescita di un piccolo elfo spaurito e solo che scopre di essere l’ultimo della sua specie. Sarà
salvato da due umani che lo aiuteranno ad andare incontro al suo destino.

■ Un messaggio importante:
Coltivate le vostre passioni: potranno arricchire la vostra interiorità e aprire la strada a nuove
amicizie e occasioni di crescita.
CAMMIN FACENDO

HELP ME!

Alessandro, il principale protagonista della storia:


V F
a) ama i viaggi e le avventure
b) non mostra interesse e curiosità per nessuna cosa
c) ama l’arte

Da quale pietra si ottiene il pigmento usato da Michelangelo per il cielo del Giudizio
Universale?
Turchese Lapislazzulo
Zaffiro Azzurrite

IN VOLO PER ATENE

Aldo e Daniela, inseparabili amici di Alessandro:


V F
a) sono non vedenti
b) sono i collaboratori di un museo tattile
c) sono fratello e sorella

Giulia, la quarta protagonista del racconto:


V F
a) è sorella di Alessandro
b) non ama leggere
c) ama la moda e la fotografia

A CASA DELLA PIZIA

Che cosa sono le coordinate geografiche?


..........................................................................................................................

Descrivi brevemente chi era la Pizia nell’antica Grecia.


..........................................................................................................................

LA CREAZIONE DEL MONDO

Eurinome, dea di tutte le cose, emerse:


dal buio dal caos
dal mare dalla terra

La descrizione di come nacque il mondo secondo gli antichi Greci, appartiene:


alla storia alla mitologia
alla leggenda all’epica

LE VICENDE DEGLI DÈI

Il signore di tutti gli dèi è:


Apollo Ade
Poseidone Zeus

Perché gli dèi persero tutti i loro poteri?


..........................................................................................................................

L’ULTIMO ORACOLO
Le parole dell’ultimo oracolo pronunciate dalla Pizia sono:
dettate da Zeus inventate dalla Pizia
lette da un libro dettate da Apollo

Che cosa contiene la sacca di lana che la Pizia dà ad Alessandro?


..........................................................................................................................

IN VIAGGIO PER CAPO CAPRA

Quali di queste città si trovano nel Peloponneso?


Atene Micene
Sparta Salonicco

Nell’ambito artistico, che funzione hanno gli attributi?


..........................................................................................................................

VERSO L’IGNOTO

Dove si sviluppò la civiltà minoica?


Creta Cipro
Peloponneso Turchia

Le figure dell’affresco chiamato Il salto sul toro sono:


V F
a) definite da nette linee di contorno
b) realistiche
c) stagliate nettamente sullo sfondo

L’INTERPRETAZIONE DELL’ORACOLO

Quali figure appaiono all’imbocco dei quattro tunnel?


..........................................................................................................................

Come si chiama la monumentale porta in pietra della città di Micene?


Porta dei dragoni Porta dei leoni
Porta dei tori Porta dei cavalli

UN MONDO STRAORDINARIO

Che cosa rappresentano i quattro oggetti modellati con la creta dai quattro protagonisti?
..........................................................................................................................

I Propilei sono:
V F
a) ingressi monumentali
b) piazze
c) vie principali

CONOSCERE IL MONDO CON LE MANI

Come “guardano” le statue Aldo e Daniela?


..........................................................................................................................

Che cosa rappresentano i kouroi ?


V F
a) Guerrieri
b) Giovani completamente nudi
c) Filosofi
d) Atleti

IN DIALOGO CON L’OPERA D'ARTE

Ricordando i suggerimenti di Alessandro, descrivi sul quaderno come può essere letta
un’opera d’arte.
Come è definito il piacere suscitato dall’arte?
Ricreativo Ludico
Estetico Edonistico

ALLE ORIGINI DELL’ARTE OCCIDENTALE

La folgore è un attributo di:


Zeus Apollo
Poseidone Ade

Elenca i quattro periodi o stili dell’arte greca antica:


..........................................................................................................................

LA VALLE DELLE ARCHITETTURE

Descrivi sul quaderno come analizzare e conoscere un monumento architettonico.


Il Partenone:
V F
a) è dedicato alla dea Atena
b) ha forma quadrata
c) sorge sull’Acropoli di Atene
d) custodiva una grande statua della dea

L’ORIGINE DEL MONDO

Il tempio che custodiva l’Uovo Cosmico ha una forma:


quadrata circolare
rettangolare esagonale

Ricordi come si chiama la particella da cui si pensa abbia avuto origine la materia e quindi
l’universo?
..........................................................................................................................

LE CREATURE DEL TARTARO

Le creature malvagie agli ordini di Ofione sono:


V F
a) titani
b) draghi
c) ciclopi

Qual è il monte sotto al quale Zeus schiacciò Tifone?


Etna Vesuvio
Olimpo Parnaso

LA BATTAGLIA

Quale proprietà ha l’elmo di Ade?


Rende invisibili Rende immortali
Moltiplica le forze Consente di volare

Chi scagliò la lancia con cui Alessandro colpì Ofione?


Zeus Poseidone
Ade Ares

RITORNO IN SUPERFICIE

Come viene descritto Zeus?


..........................................................................................................................

Scrivi sul quaderno quali emozioni provano i ragazzi nel far ritorno al loro mondo.
UNA VISIONE GLOBALE
IL GENERE LETTERARIO
Definisci il genere letterario del racconto che hai appena letto.

LA TRAMA
Riassumi sul quaderno la trama del romanzo.

I TEMI DEL ROMANZO


La disabilità è vista come risorsa e fonte di nuove conoscenze. Individua in quali episodi.

I PERSONAGGI
Chi sono i protagonisti? Chi sono i personaggi secondari?

I PERSONAGGI MITOLOGICI
Scrivi sul quaderno il loro nome e le loro caratteristiche.

DIVENTA CRITICO D'ARTE


Il romanzo ci offre un’analisi di molte opere d’arte.
Metti a confronto le caratteristiche formali o stilistiche del kouros e del Doriforo di
Policleto.

DIVENTA SCRITTORE
I protagonisti sono instancabili viaggiatori.
Pensi sia importante viaggiare per allargare i propri orizzonti e per avere una visione più
aperta? Scrivi un testo.

CAFFÈ LETTERARIO
Al termine della lettura avrai formulato un giudizio complessivo sul romanzo .
• Scrivi in un breve testo se ti è piaciuto e perché.
• Scrivi in un breve testo se il romanzo ti ha aiutato a comprendere meglio le principali
caratteristiche dell’arte dell’antica Grecia.
I GRANDI CLASSICI
Giovanni Boccaccio
Decameron
a cura di Alessandro Mazzaferro
Amori, duelli, magie. L’epica medievale
a cura di Alberto Cristofori
Mary Shelley
Frankenstein o il moderno Prometeo
a cura di Marco Giuliani
Bram Stoker
Dracula
a cura di Maria Catia Sampaolesi
Alessandro Mazzaferro
La storia di Odisseo
Frances H. Burnett
Il giardino segreto
a cura di Anna Pellizzi
Maristella Maggi
Enea, un eroe venuto da lontano
Dante Alighieri
La Divina Commedia
a cura di Alberto Cristofori
Alessandro Manzoni
I Promessi Sposi
a cura di Alberto Cristofori
Miguel de Cervantes
Don Chisciotte
a cura di Moreno Giannattasio
William Shakespeare
Tragedie e commedie
a cura di Alberto Cristofori
Emilio Salgari
Sandokan
a cura di Moreno Giannattasio
Jack London
Il richiamo della foresta
a cura di Fabiana Sarcuno
Jules Verne
Ventimila leghe sotto i mari
a cura di Marcella Papeschi
Mark Twain
Le avventure di Tom Sawyer
a cura di Marco Giuliani

RACCONTI D’AUTORE
Charles Dickens
Canto di Natale
a cura di Anna Pellizzi
Robert L. Stevenson
Lo strano caso del dottor Jekyll e
mister Hyde
a cura di Anna Pellizzi
Giovanni Verga
Rosso Malpelo
a cura di Moreno Giannattasio
Jerome K. Jerome
Storie di fantasmi per il dopocena
a cura di Anna Pellizzi
Oscar Wilde
Il fantasma di Canterville
a cura di Anna Pellizzi
Arthur C. Doyle
Le avventure di Sherlock Holmes
a cura di Maria Catia Sampaolesi

ORA E POI
Giorgio Di Vita
Onde. Uomini in viaggio alla ricerca
di mondi migliori
Giorgio Di Vita
Alya e Dirar
Maristella Maggi
Quando si aprirono le porte
Elisabetta Colonnesi – Serena Galligani
Storia di Zhang
Carmen Scarpelli
Il bullo innamorato
Fabiana Sarcuno
Diario di Edo. Un adolescente
in tempesta

NON SOLO LETTERE


Marina Carpineti
Un occhio nello spazio
Alberto Cristofori
Viva Verdi
Paolo Ercolini
Il valzer del bosco
Marcella Papeschi – Sergio Azzolari
1848 Uno straordinario viaggio
nella storia
Lara Corvatta
Una missione speciale
Andrea Sòcrati
L’uovo cosmico. Alle origini dell’arte
occidentale