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Centro Culturale Agostiniano

Roma
Percorsi Agostiniani
Rivista Semestrale degli Agostiniani d’Italia
Anno IX, n° 18 - 2016
ISSN 1974-5249
Aut. Trib. di Roma, n. 54/08 del 20 febbraio 2008
Iscrizione al ROC, n. 45/08 del 14 febbraio 2008

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| Percorsi Agostiniani, IX/18 (2016), pp. 163-164 |

abstract

V. Grossi, Come dire la verità religiosa e a chi dirla. Dal De mendacio al Con-
tra mendacium di Agostino d’Ippona, pp. 165-180.
Agostino, dopo aver lasciato a Milano nell’estate del 386 la cattedra di retorica, scris-
se libri solo di carattere religioso, relativi alla ricerca della verità (Dialogi), al vero culto
di Dio (De vera religione), al formarsi della città di Dio nel tempo della storia (De civitate
Dei). Se questi potevano essere argomenti generali nel contesto religioso del tardoantico,
lui dedicò una particolare attenzione al libro sacro dei cristiani, la Bibbia, spiegando sia

sommario
“come” leggerla sia come parlarne ovvero predicarla. Oltre ai quattro libri del De doctrina
christiana (scritti negli anni 395-427) sull’argomento, vi dedicò altri due specifici trattati, il
De mendacio (a. 393) ed il Contra mendacium (a. 420).

L. Beretta, Il rus Cassiciacum nei Dialoghi di Agostino: ambiente storico,


personaggi, scritti, tradizione iconografica e devozionale, pp. 181-218.
Nel libro IX delle Confessioni, Agostino ricorda il luogo, una villa di campagna nel ter-
ritorio milanese, dove, fra l’estate del 386 e la primavera del 387, soggiornò assieme ai suoi 163
amici e parenti, per il tempo necessario alla preparazione al battesimo. Il rus Cassiciacum
dell’amico Verecondo, non ha goduto nei secoli della giusta considerazione, ma è piutto-
sto rimasto ai margini di ogni ricostruzione storica già a partire dalla prima biografia di
Agostino scritta da Possidio. L’articolo propone di identificare il rus Cassiciacum con l’o-
dierna Cassago in Brianza, seguendo tre direttrici: la verifica della esistenza, della storicità
e della tipologia della villa di Verecondo; l’analisi dei particolari disseminati nei Dialoghi
agostiniani di Cassiciaco; infine il tentativo di localizzare la villa di Verecondo alla luce
delle scoperte archeologiche, nonché della tradizione devozionale lombarda.

G. Redaelli, Il dialogo come via alla felicità: il De beata vita di Agostino,


pp. 219-241.
Il De beata vita è uno dei dialoghi di Agostino ambientato a Cassiciaco, sulla ricerca
della felicità che coincide con l’habere Deum. Questo stato richiede la scelta, insieme etica e
morale, di comportarsi in modo virtuoso e soprattutto di abbracciare una vita di modera-
zione. Solo in apparenza questo dialogo sembra ripetere concetti filosofici antichi, relativi
ad una concezione eudemonica della vita. Una lettura più profonda del testo rivela, tutta-
via, il senso della ricerca e del dialogo come educazione volta alla crescita della persona.
Il dialogo/convivio assume la forma del ricercare, del nutrirsi, dell’apprendere, e quindi
del crescere insieme. I partecipanti al banchetto dell’anima costruiscono insieme la cono-
scenza: ogni convitato contribuisce secondo il proprio intelletto, la propria esperienza,
la propria comprensione. Nel dialogo, più che la discussione sull’essenza della felicità, è
l’azione del dialogare stesso che fa crescere, per condurre alla felicità sperata e desiderata.

F. Tola, L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa,


pp. 242-265.
La presenza degli Eremitani di S. Agostino in Sardegna risale alla prima metà del XIV
secolo, quando venne edificato un nuovo convento nel luogo in cui furono conservate le
reliquie del santo vescovo di Ippona, portate nell’isola alla fine del VII secolo dall’Africa
settentrionale. La presenza delle reliquie nell’isola si ridusse a pochi anni, fino a quando,
| Redazione |

tra il 721 e il 725, il re dei Longobardi Liutprando le portò con sé a Pavia. Nel 1491 il Priore
generale, fr. Anselmo da Montefalco, acquistò quel sacro luogo della Sardegna, dove ven-
ne edificato un convento che nel 1499 accolse cinque frati mandati da Valencia. Nel 1512 il
Priore generale, Ventura da Foligno, decretò l’erezione della nuova provincia di Sardegna.
Un culto agostiniano, diffuso in tutto il territorio isolano, fu quello della Vergine del Soccor-
so o della Difesa. L’iconografia rende visibile l’intercessione della Vergine Maria durante gli
assalti del demonio e la sua speciale protezione nei confronti del genere umano. Pur nella
varietà delle versioni iconografiche, la devozione alla Vergine del Soccorso ebbe ampia dif-
fusione soprattutto verso la fine del XV e i primi del XVI secolo, come dimostra il numero
considerevole di statue policrome, tele ed altari o chiese dedicate alla Vergine.

M. Mattei, Gli Agostiniani a Recanati, pp. 266-273.


L’articolo raccoglie i primi documenti sulla presenza degli Agostiniani nella città di
Recanati (MC), a partire dalla bolla di papa Alessandro IV dell’anno 1255, con la quale si
cercava una pacifica soluzione ad un contenzioso che interessava i Francescani e le mo-
nache e frati che seguivano la Regola di sant’Agostino. Questi frati agostiniani, chiamati
genericamente Fratres Heremitani Sancti Augustini, devono essere ricondotti al gruppo dei
Brettinesi, frati che dimoravano nella località di Brettino, nei pressi di Fano, e che nel 1256
confluirono, per volontà del papa Alessandro IV, nella “Grande Unione”, evento fondante
l’Ordine agostiniano come Ordine eremitico. Tra il 1272 e il 1298, gli Agostiniani lasciaro-
no la località eremitica del Crocifisso da Longo per trasferirsi all’interno delle mura urba-
ne di Recanati, edificando la chiesa di S. Agostino. Tra i personaggi che vissero in questo
164 convento si ricorda il beato Girolamo Gherarducci, morto nella prima metà del XIV secolo.
Le soppressioni napoleoniche prima e dell’Unità d’Italia poi, inflissero un duro colpo alla
presenza agostiniana a Recanati.

M. Mattei, I fratelli recanatesi Giovanni ed Agostino Ruelli, pp. 274-283.


L’articolo traccia un essenziale profilo biografico di due fratelli agostiniani, Giovanni
(1867-1908) e Agostino Ruelli (1874-1939) della città di Recanati, vissuti in quei tempi diffi-
cili della fine dell’Ottocento, quando, l’Ordine di sant’Agostino con grandi difficoltà e sa-
crifici venne lentamente recuperando la vita religiosa nelle proprie comunità. Tra i diversi
incarichi ricoperti, p. Giovanni Ruelli fu il primo parroco della parrocchia di San Tommaso
da Villanova a Castel Gandolfo, che sarà ceduta ai Salesiani quando il papa Pio XI affiderà
agli Agostiniani la cura della parrocchia di Sant’Anna in Vaticano. Di quest’ultima sarà
nominato primo parroco il p. Agostino Ruelli, il 7 giugno 1929.

G.L. Bruzzone, La primitiva chiesa di Nostra Signora della Consolazione in


Genova (1470-1681), pp. 284-309.
L’articolo presenta la chiesa ed il convento di Nostra Signora della Consolazione in
Genova, primo frutto della Congregazione osservante, detta anche Battistina, fondata
dall’agostiniano Giovanni Battista Poggi (1430-1497). La fabbrica, eretta canonicamente
da papa Sisto IV, fu arricchita di cappelle interne, ricche di opere d’arte, per la generosità
delle famiglie della cosiddetta “nobiltà nuova” di Genova. Al tempo della peste del 1656-
1657, il complesso della Consolazione divenne il principale lazzaretto cittadino sia per la
sua posizione salubre e ventilata sia per la relativa distanza dal tessuto urbano. Quando il
governo genovese, all’inizio del 1681, deliberò la demolizione di tutto il complesso, così da
approntare mezzi di difesa sul territorio, i Frati agostiniani scesero al piano e costruirono
nel borgo di San Vincenzo, quartiere a levante di Genova, un nuovo tempio dedicato a
Nostra Signora della Consolazione in strada Giulia, oggi denominata via XX Settembre,
tuttora officiato dall’Ordine.
| Percorsi Agostiniani, IX/18 (2016), pp. 242-265 |

l’iconografia in sardegna
della madonna del soccorso o della difesa

1. Agostino e la Sardegna: l’antica chiesa extra-muros

L
’importanza della figura di S. Agostino (354-430), vescovo e dot-
tore della Chiesa è cosa ben risaputa, ancor di più per la Sar-
degna1. La tradizione riporta che il giovane Agostino durante
il suo viaggio di ritorno in Africa da Ostia, dopo la morte della madre
iconografia

Monica, si fermò in Sardegna, nei pressi di Cagliari. Qui dimorò per breve
tempo, erigendo però un piccolo cenobio per sé e per i suoi compagni di
viaggio, al di fuori della città, vicino al mare. Durante la costruzione di
questo luogo di preghiera Agostino compì il famoso miracolo della trave
(biga o viga nelle fonti iberiche)2. Se questa non può essere che una pia
tradizione, un luogo vicino alla città di Cagliari, accanto al mare, diven-
242 ne veramente il centro propulsore di un culto speciale verso il grande
dottore della Chiesa quando i resti delle sue spoglie furono trasferiti da
Ippona (attuale Annaba) in Sardegna, e deposti in quel luogo visitato in
vita dal santo. La tradizione riferisce che le sacre spoglie furono trasferite
in Sardegna al tempo della presenza dei Vandali nell’Africa Settentrionale
(507-508), ad opera dei vescovi africani esiliati nell’isola, perché contrari

1
Sui diversi aspetti del cristianesimo primitivo in Sardegna si vedano i contributi con-
fluiti in P.G. Spanu (a cura di), Insulae Christi. Il cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica
e Baleari, Oristano 2002.
2
Cfr. J. Massot, Compendio historial de los Heremitaños de Nuestro Padre San Agustin […],
en la Imprenta de Juan Jolis impressor, Barcellona 1699, [s.p.]: «El mismo año de 388 de-
xando alli en Hostia enterrada à la santa madre Monica se embarcò para Africa, aco[m]
pañado de su religiosa familia; aportò a Caller Metropoli de la Isla de Cerdeña; donde
fabricò una hermita, que con la poca ostentacion, que pedia su apostolica pobreza, en bre-
ve dias se acabò, fuera de la Ciudad, à 70 passos de la orilla del mar. Hechas las paredes,
subieron una biga, y estando ya arriba, vieron que era corta, con que fue forçoso el baxarla,
con muy desconsuelo de nuestros Heremitaños; pero el gran Padre Agustino, lleno de fé
viva; con ayuda de sus religiosos, bolviò à levantar la biga, y subiendola, los Oficiales la
sentaron, hallando tener el largo que se requeria, y aun sobraba de la una, y otra parte,
mas de lo que pedian las paredes; y se conserva en estos nuestros años incorrupta. Es de 4
varas de largo, y ancho poco mas de una quarta en esquadra». La miracolosa trave allar-
gata dal santo era ancora esistente nel XVII secolo, pare però scomparsa alla fine del XVIII,
perché smembrata in diversi pezzi, donati ai fedeli come reliquie. Ne danno testimonianza
gli stessi Agostiniani durante la visita pastorale del vescovo, Vittorio Filippo Melano, nel
1780: cfr. Archivio Storico della Diocesi di Cagliari [= ASDC], Visite Pastorali, vol. 10 (1779-
1788), cc. 19r-20.
| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

alla fede ariana del re Trasamondo3. Appare ormai assodato che le reliquie
del santo furono portate in Sardegna solo alla fine del VII secolo, quando
la presenza araba nell’Africa settentrionale si fece sempre più pressante,
ritenendo più sicuro un loro trasferimento in Sardegna4. La presenza del-
le reliquie agostiniane nell’isola deve quindi ridursi ad una manciata di
anni, fino a quando cioè, tra il 721 e il 725, il re dei Longobardi Liutpran-
do ordinò il loro trasferimento a Pavia, luogo più sicuro per conservare i
preziosi resti5. In Sardegna rimasero le così dette vesti di S. Agostino, oggi
conservate nel Museo del Duomo di Cagliari, un parato composto da una
dalmatica, una pianeta, e una tonacella in ermesino di seta con fodera in
lino e inserti broccati6. Ammirate dal visitador generale della Sardegna, il
canonico Martin Carrillo, nel 1611, le descrive nella sua relazione al so-
vrano Filippo III, assieme alla mitra ricamata e al pastorale in avorio del
santo che in quel tempo si trovavano già nel convento degli Agostiniani
di Valencia (oggi al Museo del Duomo). Lo stesso Carrillo però portò con
sé in Spagna, dalla Sardegna, un’altra casula che egli dice impreziosita da
una reliquia del santo7. Nonostante le sacre spoglie avessero lasciato l’iso-
la nell’VIII secolo, il ricordo di una memoria storica così importante non
243

3
A partire dal XVI secolo le fonti riferiscono esplicitamente che le reliquie di Agostino
vennero portate nell’isola dai vescovi africani esiliati in Sardegna, tra cui vi era Fulgenzio
di Ruspe (460-533). La notizia fu riportata ancora agli inizi del ‘900: cfr. E. Besta, Sardegna
Medievale, vol. I, Palermo 1908, p. 7; D. Filia, La Sardegna cristiana, vol. I: Dalle origini al
secolo XI, Sassari 1910, p. 92.
4
A.C. de Romanis, Sant’Agostino. Il Santo Dottore nella vita e nelle opere, appendice II,
Roma 1931; L. Cherchi, La traslazione delle reliquie di S. Agostino dall’Africa alla Sardegna e
dalla Sardegna a Pavia, (riproduzione fotostatica del testo dattiloscritto); L.M. Gastoni, Le
reliquie di S. Agostino in Sardegna, in L’Africa romana. Atti del VI convegno di studi (Sassari,
16-18 dicembre 1988), Sassari 1989, pp. 583-593; R. Turtas, Storia della Chiesa in Sardegna.
Dalle origini al 2000, Roma 1999, pp. 155-157.
5
R. Martorelli, Archeologia cristiana e medievale: introduzione allo studio, Cagliari 2008, p. 21.
6
P. Hartmann Grisar, Note archeologiche sulla mostra di arte antica a Orvieto, in «Nuovo
Bullettino di archeologia cristiana», 1897, pp. 5-44 (qui p. 41); L. Siddi, I Tesori della Catte-
drale di Cagliari, in Il Tesoro della Cattedrale nel Museo del Duomo di Cagliari, Monastir 2006, p.
19. Il parato è datato al X-XI secolo, mentre gli inserti in broccato, di probabile provenienza
cinese, sarebbero ancora più antichi, del VII-VIII secolo: L. Nucci, Il parato di “Sant’Ago-
stino” conservato nel museo della Cattedrale di Cagliari: un’ipotesi di studio, in «Kremes. Arte,
conservazione, restauro», anno X, n. 28, gennaio-aprile 1997, pp. 53-70.
7
Cfr. M. Carrillo, Relacion al Rey Don Philipe Nuestro Señor […], Barcellona 1612, p. 27:
«Conservase assi mesmo la casulla, capa, y dalmaticas, las quales he visto, que estan en
el convento de San Francisco, que en su corte y forma muestra bien su antiguedad: es de
tafetan blanco senzillo, forrada de lienço con cruz delante, y à las espaldas, de telilla de
brocatel, y à la misma forma y traça tafetan y lienço, traygo yo otra casulla que he hecho
hazer con reliquia de la misma del santo, el baculo, y la mitria està en la ciudad de Valen-
cia y convento de san Agustin que aqui se llevò á Valencia donde la conservan con muy
grande veneracion como reliquia tan precioada».
| F. Tola |

venne mai meno. La presenza degli Eremitani di S. Agostino nell’isola


viene riportata entro la prima metà del XIV secolo8, ma fu alla fine del XV
secolo che la famiglia agostiniana decise di edificare un nuovo convento
nel luogo in cui furono conservate le reliquie del santo. Nel 1491, infatti, il
Priore generale, fr. Anselmo da Montefalco, acquistò quel sacro luogo, che
nel 1499 accolse i cinque frati mandati da Valencia nel momento in cui si
ebbe l’autorizzazione dal Priore generale, Ventura da Foligno, di erigere
la nuova provincia di Sardegna (eretta ufficialmente nel 1512). Nei primi
di aprile del 1500 i frati presero possesso della struttura extra-muros, che
era già abitata da monache agostiniane9, promuovendo importanti lavori
di restauro, conclusi con la dedica del convento e della chiesa alla Vergine
del Soccorso10. Ancora a metà del ‘500, quando Sigismondo Arquer de-
scrive Cagliari nella Cosmographia di Sebastian Münster (1550), la chiesa
era esterna alla cinta muraria e vicina al mare. La necessità di ampliare
il sistema difensivo della città portò Filippo II a inviare in Sardegna gli
ingegneri militari Jacopo e Giorgio Palearo Fratino, una prima volta nel
1563 e una seconda nel 1572, quando iniziarono effettivamente i lavori,
proprio nella zona della chiesa e del convento. L’opera di demolizione
244 sembra però aver interessato solo parte del convento e non l’antica chiesa
della fine del ‘400, come attesta lo storico sardo Giovanni Francesco Fara
nella sua Sardiniae Corografia, scritta proprio in quegli anni (post 1580, ante
1590)11. Le fonti della prima metà del XVII secolo testimoniano ancora l’e-

8
La prima presenza agostiniana in Sardegna pare sia quella di Iglesias, entro la prima
metà del XIV secolo, dove sarebbe esistito un presunto convento di S. Lucia (G. Manno,
Storia di Sardegna, vol. III, Cagliari 1840, p. 425; C. Baudi di Vesme, Codice diplomatico di Vil-
la di Chiesa in Sardigna, Torino 1877, col. 1065ss.; P. Martini, Storia Ecclesiastica di Sardegna,
vol. III, Cagliari 1841, pp. 458-460; D. Filia, La Sardegna cristiana, vol. II: Dal periodo giudicale
al 1720, Sassari 1913, pp. 259-260). Di questo convento fu rettore Martino di Cabas, che nel
1329 venne eletto vescovo di Terralba. Anche il Turtas (Storia della Chiesa in Sardegna. Dalle
origini al 2000, Roma 1999, p. 844) riporta nell’elenco dei vescovi di Terralba il nome di
Martino (1329-ante 6 aprile 1332), definendolo priore agostiniano. Lucio Neccia (La provin-
cia Agostiniana in Sardegna dagli inizi a tutto il XVI secolo, in «Analecta Augustiniana», LXII
[1999], p. 374) afferma che i chierici operanti ad Iglesias, e che nelle fonti vengono definiti
agostiniani, non erano effettivamente membri dell’Ordine, ma dei chierici che vivevano
in comunità - dipendenti dall’Ospedale Nuovo di Pisa e gestite dall’Ordine di S. Spirito
-, che prestavano un servizio di assistenza ai bisognosi e che vivevano secondo la regola
monastica di s. Agostino, non facendo comunque parte dell’Ordine.
9
È possibile che esistesse un primo insediamento nel luogo in cui sorgeva il sepolcro
del santo, forse quello edificato secondo il Martini - che attinge la notizia dall’archivio
degli Agostiniani di Cagliari - nel 1421 da un religioso chiamato Agostino Carbonell (in
Storia ecclesiastica di Sardegna, vol. III, cit., p. 458).
L. Neccia (La provincia Agostiniana in Sardegna..., cit., p. 374) non fornisce la fonte di
10

questa intitolazione.
Ioannis Francisci Farae Opera, vol. 1.1: In Sardiniae chorographiam (a cura di E. Cadoni),
11

Sassari, p. 209.
| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

sistenza della chiesa e non solo del se-


polcro del santo, come l’agostiniano
Ambrogio Staibano, che scrisse il suo
Tempio eremitano dei Santi nel 160812. Al-
trettanto fece Francisco Vico nella sua
Historia cronologica (1639), dove scrive:
«permaneciendo la Iglesia antigua, que
es sumamente venerada de los fieles,
en el lugar que estuvo el cuerpo del
santo»13. Importante è anche la testimo-
nianza del padre eremitano Francisco
de Ribera, che diede alle stampe la sua
Vida del admirable doctor de la Iglesia S.
Agustín nel 1684. In essa egli dedica ben
due capitoli, il X e l’XI, alla descrizione
dei numerosi miracoli che lo stesso S.
Agostino avrebbe compiuto per impe-
dire che la sua chiesa cagliaritana ve-
nisse distrutta, permettendo la soprav- 245
vivenza dell’edificio fino al momento in Fig. 1 - Altare di S. Agostino, marmi
policromi, 1638, santuario ipogeo di S.
cui il Ribera scrisse la sua opera14. Agostino, Cagliari.
L’antico luogo di culto continuava ad
esistere anche perché veniva nominato un priore del S. Agostino vecchio
(extra muros), diverso da quello del nuovo convento di S. Leonardo (intra
moenia), che poteva però esercitare il suo ufficio solo all’interno della vec-
chia chiesa. Almeno dal 1632 la chiesa antica fu interessata da importanti
lavori eseguiti dai genovesi Francesco Bianco e Pietro Giovanni Amoretto,
finanziati dalla marchesa di Villacidro, donna Elena Brondo y Gualbes, che
fece erigere nel 1638 un altare marmoreo nel luogo in cui si credeva fosse
stato deposto il corpo del santo prima del suo trasferimento a Pavia (fig.
1). L’altare, con al centro la statua di S. Agostino, presenta un interessante
paliotto in marmi intarsiati a motivi geometrici con la figura giacente del

12
A. Staibano, Tempio eremitano de santi, e beati dell’Ordine Agostiniano, Napoli 1608, pp.
91-96: «[…] et li portarono (= il corpo di S. Agostino) alla lor principal città che era Ca-
gliari, et dal contorno, et insieme gli eressero un sontuoso tempio con una ricchissima se-
poltura, et l’edificarono il monastero per i suoi figlioli, che potessero stare, et servire il lor
Padre, et così perseverarono gli Eremitani in quello per sino al giorno, che fu trasportato à
Pavia, come si dirà alla seconda traslazione; il quale Monastero anch’oggi di è in piedi, et
è servito da detti frati Eremitani, senza haverlo tralasciato mai».
13
F. Vico, Historia general de la Isla y Reyno de Sardeña. Sexta parte (a cura di F. Manconi),
Cagliari 2004, p. 219.
14
F. de Ribera, Vida del admirable doctor de la Iglesia S. Agustín […], Madrid 1684, pp.
431-436.
| F. Tola |

santo in abiti pontificali,


sostenuto da due ange-
li15 (fig. 2). Il luogo ebbe
una grande rilevanza
anche per la devozione
mostrata verso S. Ago-
stino dalla monarchia
degli Asburgo, sin dal
tempo di Filippo II, e at-
testata ancora nel 1687,
quando, per volontà del Fig. 2 - Particolare del paliotto dell’altare di S. Agostino,
viceré Niccolò Pignatelli Cagliari.
(1687-1690), fu disposto che la lampada d’argento donata al santo dal re
Carlo II ardesse perennemente davanti all’altare della cripta, dimostran-
do l’importanza che il santuario aveva non solo per la città di Cagliari, ma
per tutto il Regno16.
Grazie ad alcuni documenti del XVIII secolo riusciamo oggi anche a
sapere come effettivamente era questa chiesa. Il primo documento è un
246 atto notarile del 1715, attraverso il quale i frati agostiniani prendevano
accordi con il muratore Ignazio Boi per la realizzazione di alcuni lavori
strutturali e di consolidamento della volta centrale e di alcune cappelle
della chiesa17. Una descrizione più attenta dell’edificio ecclesiastico si ha
pochi anni dopo, quando nel 1719 il priore del convento di S. Agostino,
Geronimo Siddi, richiese una valutazione dell’intera chiesa ai maestri
Francesco Senis e Basilio Meloni, albaniles, e a Domingo Lampis e Antio-
co Argiu carpinteros della città di Cagliari. I quattro s’impegnarono, per
quanto riguardava il loro rispettivo mestiere, a valutare la chiesa, lascian-
docene un’attenta descrizione. Veniamo a sapere che l’edificio aveva una
struttura tardogotica ad aula unica di tradizione catalana, era lungo 100
palmi (sui 25 metri), compreso l’altare maggiore, e largo poco o meno 27
palmi (sui 6 metri). La facciata in muratura presentava un grande portale
centrale, sul quale si apriva un rosone di pietra traforata. L’interno aveva
un’unica navata coperta con volte a crociera, da cui si accedeva al presbi-
terio ornato da volta a crociera stellata con cinque gemme pendule. Nella
navata si affacciavano sei cappelle laterali, tre per lato, anch’esse voltate

15
G. Spano, Guida alla città di Cagliari, Cagliari 1861, p. 190; M.G. Scano, Pittura e scul-
tura del ‘600 e del ‘700, Nuoro 1991, p. 90
16
A. Pasolini, Art in times of crisis: the Camarasa plot and the Mercedarian Cycle in Cagliari
(1670-72), in Cagliari and Valencia during the Baroque Age. Essays on art, history and literature
(a cura di A. Pasolini, R. Pilo), Valencia 2016, pp. 111-138 (qui p. 137).
Archivio di Stato di Cagliari [= ASC], Atti notarili legati Cagliari città, vol. 1126 (notaio
17

Maglias), 1715, cc. 537v-543v.


| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

a crociera. La prima a destra, accanto al portale, era dedicata alla Vergine


di Montenegro, la seconda a S. Anna, e la terza era dedicata alla Virgen de
Buenviaje, ossia la Madonna del Buon Cammino. Dall’altro lato, a destra,
si poteva accedere alla cappella di S. Tommaso d’Aquino, seguiva la cap-
pella del S. Cristo e della Pietà che accoglieva ancora la sua statua, e infine
vi era la cappella di S. Agostino, sotto la quale si trovava il santuario con
l’altare eretto sopra l’antica sepoltura del santo. Come da tradizione mo-
nastica e conventuale, sopra il portale d’accesso vi era il coro che aveva il
suo parapetto in pietra traforata18.
In quel momento la chiesa presentava diversi danni nella zona delle
due cappelle laterali di destra, di S. Agostino e della Pietà, causati dallo
scoppio di mine durante gli ultimi strascichi della guerra di successione
spagnola (1701-1713\1714), e il tentativo di riconquista iberica della Sar-
degna da parte di Filippo V (1717-1720). Nel 1780 la chiesa però era ancora
in piedi e funzionante come risulta dalla visita pastorale dell’arcivescovo
di Cagliari, Vittorio Filippo Melano di Portula, il 29 luglio di quell’anno19.
La struttura deve aver avuto nel corso della seconda metà del XVIII e
soprattutto nel XIX secolo una generale trasformazione, che ne ridusse
gli spazi conservando però la zona presbiteriale con l’altare maggiore e 247
la parte destra, dalla quale si scendeva nella zona ipogea con il santuario.

18
ASC, Atti notarili legati Cagliari città, vol. 1130, (notaio Maglias) 1719, cc. 196-198v:
«Die octavo July 1719 Callari. [196r] en la forma sig(uen)te es asaber la dicha Iglesia tenia
de largo sien palmos comprehendido el districto del Altar Mayor poco mas o menos, y
veynte y siete de ancho poco mas o menos [exceptuado el districto de las capillas] con su
fachada de canteria y su portal grande conforme y a perfession con un ovado en alto la-
brado de canteria a forma de rosa, y la boveda del cuerpo de la iglesia era hecha a canteria
con llaves de cantos; y el altar mayor con su arco de canteria y tenia la boveda con cinco
llaves de canteria, y en uno y otro lado del cuerpo de ditha Iglesia se hallavan seys capil-
las, tres asta mano esquierda entrando por dicho portal grande que tenian sus arcos de
canteria cada una, con sus bovedas tambien de canteria, y sus llaves tambien de canteria.
La primera de dichas tres capillas a entrar de dicho portal grande hera de la Virgen SS.ma
de Montenegro, y tendria de largo beynte y sinco palmos y quinze de ancho, la segunda
que hera de la gloriosa Santa Anna tendria de largo treynta palmos y veynte de ancho, la
tercera que hera de la Virgen // [197] SS.ma de Buenviage tendria beynte y ocho palmos
de largo, y de ancho diez y nueve a la qual seguia el oratorio aun lado que tendria beynte
quatro palmos de largo, y de ancho quinze palmos hecho a boveda, y venia a estar apega-
do a una pared del Altar mayor, y a otra de dicha capilla. Y tambien a la mesma parte de la
mano esquierda estava imediato y junto al portal grande, y a la sobre dicha primera capilla
de Montenegro, la sacristia que tendria de largo beynte y sinco palmos y quinze de ancho.
Y a la mano derecha de dicha Iglesia entrando por dicho portal grande estavan otras tres
capillas con sus arcos de canteria cada una, y la primera hera del glorios Santo Thomas de
Aquino que solos tendria siete palmos de largo, y de ancho quinze, la segunda que hera
del Santo Christo y la Virgen de la Piedad aun se halla y exsibe su forma, y la tercera que es
la de dicho glorioso Padre San Agustin con el santo y venerado sepulcro de dicho glorioso
santo bajo de dicha capilla tan bien exisbe, y se halla su forma, si bien esta dos».
19
ASDC, Visite Pastorali, vol. 10 (1779-1788), cc. 19r-20.
| F. Tola |

Le fonti dell’Ottocento parlano sem-


pre di una chiesa di piccole dimensio-
ni20, descritta dallo Spano ancora nel
186121: nelle sue ristrette dimensioni
(10 metri di lunghezza), conservava
solo l’altare maggiore, dove era collo-
cata una tela con l’effigie del santo in
sostituzione di una “tavola giottesca”,
da identificare con il S. Agostino in tro-
no che schiaccia la figura di Maomet-
to, personificazione dell’eresia (oggi
nella Pinacoteca Nazionale di Ca-
gliari), attribuita al pittore sardo Pie-
tro Cavaro (datata agli anni venti del
‘500)22, ma a quel tempo già conserva-
ta nella chiesa nuova (fig. 3); e la zona
ipogea con l’altare seicentesco. Dopo
la soppressione ottocentesca si ebbe
248 un lento declino dell’edificio sacro che
fu acquistato dal Comune di Cagliari
nel 188523, arrivando alla totale distru-
zione nel 1894, quando fu stipulato il
contratto di cessione dell’area per la
costruzione dell’odierno Palazzo Ac-
cardo progettato dall’architetto Dioni-
gi Scano24, con la clausola che venisse Fig. 3 - Pietro Cavaro (attr.), S. Agostino
conservato il sottostante santuario di in trono, tempera e olio su tavola, 1528 c.,
S. Agostino, ancora oggi esistente e Pinacoteca Nazionale, Cagliari. Proviene
segnato da un affresco del pittore ri- dalla chiesa di s. Agostino.
minese Gaetano Bilancini (1836-1907), nell’arco della lunetta sopra il por-
tale di accesso.

20
P. Martini, Storia ecclesiastica di Sardegna, vol. III, cit., p. 459.
21
G. Spano, Guida alla città di Cagliari, cit., pp. 189-192.
22
M. Valery, Voyages en Corse, à l’île d’Elbe et en Sardaigne, II, Parigi 1837, p. 179; A.M.
Maxia, scheda PI 13, S. Agostino in cattedra, in Pinacoteca Nazionale di Cagliari. Catalogo, vol.
I, Muros 1988, p. 47; R. Serra, Pittura e scultura dall’età Romanica alla fine del ‘500, Nuoro
1990, scheda 89, p. 192; A. Pasolini, El caballero de la Orden de Santiago Salvatore Aymerich y
Pietro Cavaro: encargos, retratos y fondos de oro en la pintura sarda del Cinquecento, in «Quinta-
na», n. 8 (2012), pp. 187-227.
23
Archivio Storico Comune di Cagliari [= ASCC], sez. III, Consiglio Civico, vol. 70,
1895, Atti relativi alla cessione e acquisto dell’area di S. Agostino vecchio fatta dal fondo culto.
24
M. Pintus, Architetture, in Stampace. Cagliari quartieri storici, Cagliari 1995, p. 90.
| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

2. Devozioni agostiniane in Sardegna


Anche se, come si è argomentato, l’antica chiesa di S. Agostino extra
muros non fu immediatamente abbandonata e demolita durante i rifaci-
menti delle mura difensive della città, per volontà del re Filippo II, fu co-
struita una nuova chiesa, ad opera degli ingegneri Jacopo e Giorgio Pale-
aro Fratino25. I lavori di costruzione iniziarono nel 1577 e furono ultimati
nel 1580, grazie alle sovvenzioni del sovrano, che volle allo stesso tempo
che fosse mantenuta la memoria della sepoltura del santo nell’antica chie-
sa26. L’impronta del rigorismo purista di Filippo II marca il severo manie-
rismo dell’edificio, la cui progettazione viene attribuita a Jacopo, ma con
la supervisione di Giorgio, che rimase in Sardegna dal 1573 al 157827. I due
fratelli di origini ticinesi lavorarono sia in Italia sia in Spagna per Filippo
II, conoscendo bene lo stile caro al sovrano, che ebbe nell’Escorial il più
grande esempio.
L’edificio cagliaritano, a pianta a croce greca con cupola all’incrocio
dei bracci, rimanda all’idea rinascimentale della chiesa a pianta centrale,
costituendo una novità importante nel panorama architettonico isolano
ancora dominato dal tardo gotico di ascendenza catalana. La nuova chie- 249
sa quindi divenne non solo un centro importante di vita spirituale e cul-
turale per Cagliari, che continuava a mantenere viva la devozione al santo
vescovo di Ippona con un’attenzione particolare alla sua spiritualità, ma
anche un nuovo modello architettonico di stile, che verrà ripreso, seppur
contaminato con elementi della tradizione locale, in diversi altri edifici
non solo cagliaritani.
La nuova chiesa di S. Agostino si arricchì nel corso dei secoli d’im-
portanti opere d’arte, tra le quali mi limito a citare solo la monumentale

25
M. Viganò, El fratin mi ynginiero. I Paleari Fratino da Morcote, ingeneri militari ticinesi in
Spagna (XVI-XVII secolo), Bellinzona 2004.
26
D. Scano, Forma Kalaris, Cagliari 1934, pp. 67-77; doc. n. 9, p. 173; C. Maltese, Arte in
Sardegna dal V al XVIII secolo, Roma 1962; Id., L’architettura del ‘500 in Sardegna e la politica
artistica di Filippo II, in Atti del XII Convegno Storico dell’Architettura (Sardegna), I, Roma
1966, pp. 271-277; C. Maltese, R. Serra, Episodi di una civiltà anticlassica, in Sardegna (a cura
di F. Barreca, A. Boscolo), Milano 1969, pp. 177-404.
27
A. Sari, L’architettura del Cinquecento, in La società sarda in età spagnola (a cura di F.
Manconi), vol. I, Quart (Valle d’Aosta), 1992, pp. 74-89; F. Segni Pulvirenti, A. Sari, Archi-
tettura tardogotica e d’influsso rinascimentale, Nuoro 1994, scheda 57, p. 200. I frati poterono
prendere possesso dell’edificio solo dopo il 1601, perché ancora in quell’anno il visitatore
apostolico, fra Antonio Marzen, prescriveva: «Della fabbrica et casi del Convento Novo.
1. Non piglieranno possesso della Chiesa nova, et Convento se prima non ne saranno
consapevoli il Re Nostro Signore e il Vice Re del Regno, et saranno alli obblighi giusti, et
honesti che comandarà sua Maestà Catholica come protettore et Signore che ha fatto fare
la fabbrica» (cfr. L. Neccia, La provincia agostiniana di Sardegna dal XVII al XIX secolo: cenni
storici, in «Analecta Augustiniana» LXIV [2001], p. 185).
| F. Tola |

statua del titolare, il cui fine intaglio, la delicata


resa psicologica del volto e la raffinata cromia
a estofado de oro delle vesti permettono di inclu-
derla nell’ambito della scultura napoletana del-
la prima metà del XVII secolo28 (fig. 4). Il simu-
lacro fu certamente anteriore al 1629, quando è
menzionato come modello per un’altra statua
di S. Agostino, destinata al villaggio di Samas-
si (provincia di Cagliari) dove esisteva un con-
vento agostiniano fondato nel 1551-1555 presso
la chiesa romanica di S. Gemiliano29.
In questa sede mi preme sottolineare l’im-
portanza che per la Sardegna ebbe la spiritua-
lità agostiniana, che
Fig. 4 - S. Agostino, legno si manifesta nella
dorato e policromo (prima sopravvivenza di
metà sec. XVII), Cagliari.
alcune devozioni
che furono nel corso del tempo incrementate
250 dall’Ordine. Diversi centri isolani mostrano an-
cora una profonda devozione per S. Agostino,
come il paese di Pauli Arbarei (provincia del
Sud Sardegna) in cui si venera un seicentesco
simulacro del Santo, dorato e policromato di
ambito sardo-napoletano (fig. 5). Non meno di
quello di Cagliari, anche in questo di Pauli Ar-
barei l’anonimo scultore ha cercato di rappre-
sentare lo spessore psicologico di Agostino, nel
volto corrugato e pensieroso, tenendo ben pre-
sente come modello la statua cagliaritana. Non
Fig. 5 - S. Agostino, legno
manca la devozione verso alcuni santi dell’Or- dorato (prima metà sec. XVII)
dine, tra i più s. Rita o s. Nicola da Tolentino. chiesa di S. Vincenzo martire,
Alla spiritualità agostiniana si deve anche la Pauli Arbarei.
diffusione nell’isola dell’iconografia del Torchio
Mistico30, di cui si conservano due tele in Sardegna, una seicentesca nella

28
M.G. Scano, Pittura e scultura..., cit., scheda 133, p. 163; L. Siddi, S. Agostino vescovo,
in: Estofado de oro. La statuaria lignea nella Sardegna spagnola, Cagliari 2001, pp. 103-104.
29
M.G. Scano Naitza, L’apporto campano nella statuaria lignea della Sardegna spagnola, in
La scultura meridionale in età moderna nei suoi rapporti con la circolazione mediterranea (a cura
di L. Gaeta), Lavello 2007, p. 149.
30
L’iconografia del Torchio mistico si diffuse nell’Europa cattolica dal sec. XV e per tutta
l’età moderna. Profonda dal punto di vista teologico, rende in maniera visibile il concetto
dell’offerta di Cristo per la salvezza dell’umanità, come anche delle anime del Purgatorio.
| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

chiesa di S. Agostino di Cagliari e l’altra settecentesca nella chiesa di S.


Giacomo a Soleminis, attribuita all’ambito del pittore cagliaritano Seba-
stiano Scaletta (1698-1762), o meglio al suo allievo Francesco Massa (174-
1805)31. La tela cagliaritana, seppur di modesto interesse artistico, riprende
la canonica scena con la figura del Cristo che viene schiacciato dalla croce/
torchio azionata da Dio Padre, assistito dalla Vergine e qui arricchita dalle
figure delle anime del Purgatorio che ricevano direttamente dal catino il
sangue prezioso di Cristo32. La composizione riprende chiaramente l’in-
cisione eseguita da Hieronymus Wierix (1553-1619), e dovrebbe essere a
sua volta copia di una grande tela custodita in una cappella della ex chie-
sa gesuitica di S. Teresa di Cagliari. Viene descritta nel 1861 dal canonico
Spano che, non riuscendo però a comprenderne l’iconografia, la definisce:
«curiosa e la più originale di questa chiesa, e si può dire pure di Cagliari»33.
Un culto tutto particolare ebbe la Vergine, invocata per lo più col titolo
di Nostra Signora d’Itria, che conobbe una larghissima diffusione in tut-
to il territorio isolano grazie alla fondazione di numerose confraternite34;
meno diffuso, ma altrettanto caro all’Ordine fu quello della Vergine del
Soccorso o della Difesa (sa Defenza in sardo).
251

Dal sacrificio della croce, in cui egli viene “spremuto” come l’uva nel torchio, scaturisce il
sangue della salvezza, che è lo stesso vino che durante la messa, per la dottrina della tran-
sustanziazione, diventa il vero sangue di Cristo. L’immagine deriva dall’esegesi su diversi
passi delle Sacre Scritture, in particolare i versi del profeta Isaia 63,3 o Apocalisse 19,5. Im-
portante fu soprattutto la esposizione di Agostino sul salmo 55,3-4 (Enarrationes in Psalmos
1-79: PL 36, 67-1027), con riferimento al passo di Numeri 13,21-23, nel quale si racconta
come i primi esploratori mandati nella terra di Canaan portarono il primo grappolo d’uva.
Bonaventura da Bagnoregio (1217/1221-1274) scrisse: «Il vino che si ricava dalla spremi-
tura del grappolo, è l’immagine del sangue del Corpo di Cristo pressato dai giudei sotto
la croce» (cfr. De preparatione missae, in Opera omnia, Peltier, Tomo XII, Parigi 1868, p. 279).
Cfr. D.A. Bidon (a cura di), Le Pressoir mystique. Actes du Colloque de Recloses (27 maggio
1989), Parigi 1990; X. Bray, Scheda 74: Christ in the Wine Press, abaut 1600, in G. Finaldi (a
cura di), The Image of Christ, Londra 2000, pp. 188-189; 
A. Loda, Il Torchio Mistico: Cristo e
la vite fra Passione e Eucaristia, in «Il Sangue della Redenzione», Anno III, n° 2 (2005), pp.
27-62, con annessa ampia bibliografia sull’argomento; S. Canalda i Llobet, C. Fontcuberta
I Famadas, El “lagar místico” en época moderna. Evolución, y uso y significados de una imagen
controvertida, in Atti del Congresso Internazionale Imagen y Aparicencia, Murica 2009, [s.p].
31
M. Serreli, Quadri e sculture della chiesa parrocchiale, in Soleminis un paese e la sua storia,
Dolianova 1991, pp. 293-301; A. Pasolini, L’iconografia della fontana mistica nell’arte moderna:
alcuni esempi di ambito gesuitico, in Ricerche sulle Architetture dell’Acqua in Sardegna (a cura di
M. Cadinu), Wuppertal 2015, pp. 103-124.
32
Sull’iconografia del Torchio Mistico con anime del Purgatorio si veda: F. M. Carmona
Carmona, La prensa mística como redención de las Almas del Purgatorio. A propósito del lienzo de
la Iglesia de San Francisco de Córdoba, in «Ámbitos. Revista de estudios de ciencias sociales
y hymanidades», n. 30 (2013), pp. 65-78.
33
G. Spano, Guida alla città di Cagliari, cit., pp. 214-215.
34
C. Masala, Il culto di Nostra Signora d’Itria: la storia, le tradizioni, le località, Cagliari 2008.
| F. Tola |

3. Origine e diffusione dell’iconografia della Madonna del Soccorso o della


Difesa
3.1. L’immagine
Secondo la tradizione, l’origine della devozione mariana sotto il tito-
lo del Soccorso si deve alla miracolosa guarigione del teologo e predica-
tore agostiniano, Nicolò Bruno da Messina, quando nel 1306 si trovava
gravemente malato a Palermo nel
convento di S. Agostino. All’inter-
no della stessa chiesa palermitana,
nella cappella di S. Martino, si con-
servava un’antica immagine della
Vergine, alla quale egli era solito
rivolgere le proprie preghiere. Una
notte mentre giaceva a letto per i
dolori, gli apparve Maria, guaren-
dolo miracolosamente e invitando
a diffondere il nuovo titolo con il
252 quale voleva essere onorata: quel-
lo del Soccorso. Il giorno dopo fra
Nicolò Bruno, prodigiosamente sa-
nato, s’impegnò personalmente a
diffondere la devozione alla Vergi-
ne del Soccorso, titolo con il quale
venne da qual momento venerata
l’antica immagine di S. Martino35.
Fig. 6 - Pittore siculo-bizantino, Santa Maria Tradizionalmente l’opera viene ri-
del Soccorso, sec. XIII, tavola, chiesa di S. ferita ad autore siculo-bizantino
Agostino, Palermo. del XIII secolo e mostra la Vergine
che stringe a sé il bambino Gesù36 (fig. 6).
Ad essa vennero subito ricondotti numerosi miracoli, uno dei quali
venne utilizzato per codificare un’altra precisa iconografia della Vergine
del Soccorso o della Difesa. Si narra infatti che sempre a Palermo, in quel-
lo stesso anno, vivesse una donna poco paziente con il proprio bambi-
no che continuava a piangere insistentemente, fino a quando, persa ogni
pazienza, imprecò contro di lui gridandogli: “Che il diavolo ti prenda!”.

35
L. Torelli, Secoli agostiniani overo historia generale del Sagro Ordine Eremitano del Gran
Dottore di Santa Chiesa S. Aurelio Agostino vescovo d’Hippona, […], tomo V, Bologna 1680, p.
269 e p. 339.
36
M.C. di Natale, “Cammini” mariani per i tesori di Sicilia. Parte I, in «OADI. Rivista
dell’Osservatorio per le Arti Decorative in Italia», versione online: http://www1.unipa.
it/oadi/oadiriv/?page_id=432.
| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

Immediatamente apparve un demonio che


cercò di afferrare il piccolo, mentre la ma-
dre pentita implorò la Vergine di venire in
sua difesa; istantaneamente apparve la Ma-
donna che con un bastone scacciò il diavo-
lo, dando rifugio al bambino impaurito. La
madre volle ringraziare Dio per la grazia
ricevuta, entrò nella chiesa di S. Agostino,
dove trovò la miracolosa immagine della
Vergine del Soccorso, che riconobbe come
quella che aveva salvato il proprio bimbo.
Il clamore suscitato dalla notizia indusse gli
Agostiniani a realizzare un’immagine della
Vergine del Soccorso che brandisce il basto-
ne contro il diavolo in difesa del fanciullo37
Fig. 7 - Giovanni Federico Greuter, (fig. 7).
Santa Maria del Soccorso in S. La nuova iconografia ebbe larga diffusio-
Agostino di Palermo, incisione, 1664. ne, grazie agli Agostiniani che ne vollero la
presenza nelle proprie chiese, anche perché 253
sommava in sé diversi significati. La Vergine che schiaccia e sconfigge il
demonio riprende la figura di Maria come nuova Eva, donna che calpesta
il serpente (Gn 3,13-15), e che, vestita di sole e coronata di stelle, lotta con-
tro il dragone, ossia il male (Ap 12,1-3). La forza di Maria contro l’antico
nemico è immagine della donna forte esaltata nel libro dei Proverbi (31,10-
31). L’iconografia rende visibile in modo efficace l’intercessione di Maria
e la sua speciale protezione nei confronti del genere umano. Difesa contro
le avversità, la Vergine rappresenta la saldezza della torre di Davide, de-
clamata nel Cantico dei Cantici (4,4), immagine ripresa nelle litanie laure-
tane, come spiega Franz Xavier Dornn (1745-1765 ca.), nel suo Litaniae
Lauretanae ad Beatae Virginis in cui la riflessione sulle virtù di Maria è ac-
compagnata dalle splendide incisioni dei fratelli Joseph Sebastian (1710-
1768) e Johann Baptist Klauber (1712-1787). Il titolo del Soccorso riprende
anche la definizione di Maria come Auxilium Christianorum, introdotta da
Pio V dopo la vittoria di Lepanto (1571), inserita anch’essa nelle litanie
lauretane e rappresentata allegoricamente nel libro del Dornn attorniata
da insegne militari, sullo sfondo di una battaglia navale, a sottolineare

37
O. Caietano, Raguagli delli ritratti della Santissima Vergine Nostra Signora più celebri, che
si riveriscono in varie Chiese nell’isola di Sicilia. Aggiuntavi una breve relazione dell’Origine e mi-
racoli di quelli […], Palermo 1664, rist. anastatica, Palermo 1991, p. 52. Nelle fonti siciliane
del XVII secolo, la Madonna viene definita anche come “Madonna della mazza”: cfr. A.
Mangiatore, Palermo divoto di Maria Vergine protettrice di Palermo, vol. I, Palermo 1720, cap.
IV, pp. 273-277.
| F. Tola |

come la Vergine sia l’unico


vero aiuto del cristiano in
qualsiasi tipo di combatti-
mento fisico e spirituale38.
Inoltre il titolo del Soc-
corso si rifà ad un’antica
preghiera attribuita a S.
Agostino, che invocava la
Vergine come Succurre mi-
seris39, ossia Maria quale
unico soccorso dei miseri,
e lo stesso momento che
la vede in aiuto dei fedeli
contro il demonio era pre-
sente in diverse raccolte di
miracoli della Vergine sin
dal XIII secolo40. Sostan-
zialmente quindi esistono
254 due versioni dell’icono-
grafia della Vergine del
Soccorso, la prima ripren-
de l’immagine della tavola
della chiesa di S. Agostino Fig. 8 - Melanzio Francesco, Madonna del Soccorso, 1509,
chiesa di S. Marina, Castel Ritardi.
di Palermo, che si ritrova
anche a Roma nell’icona di Scuola Cretese conservata nella chiesa di S.
Alfonso all’Esquilino; la seconda quella che si diffonde in contesto sardo

38
Francisco Xaverio Dornn, Litaniae Lauretanae ad Beatae Virginis caelique reginae Mariae
[…], Augusta 1771, pp. 35-37; 44-45.
39
«Sancta Maria, succurre miseris, juva pusillanimes, refove flebiles, ora pro populo,
interveni pro clero, intercede pro devoto femineo sexu. Sentiant omnes tuum juvamen,
quicumque celebrant tuam commemorationem. Assiste parata votis poscentium, et repen-
de omnibus optum effectum. Sit tibi studium assidue orare pro populo Dei, que meruisti
benedicta pretium ferre mundi, qui vivit et regnat in saecula saeculorum». La preghiera
conclude il sermone CXCV sull’Annunciazione inserito fra quelli dubbi di S. Agostino
(Aurelius Augustinus, Sermones supposti. Classe III. De Sanctis, in PL 39, 2104-2107). Lo
stesso sermone viene attribuito al vescovo di Chartres, Fulberto, nato verso il 951 e mor-
to verso il 1029 (Fulberti Carnotensis, Sermo IX. De Annuntiatione Dominica, in PL 121,
336-340). Sembra più probabile che il sermone sia opera di Ambrogio Autperto (730-784),
abate dell’abbazia di S. Vincenzo al Volturno: cfr. G. Réginald, L’abate Ambrogio Autperto e
la spiritualità altomedievale, in San Vincenzo al Volturno. Una grande abbazia altomedievale nel
Molise. Atti del Convegno di studi sul Medioevo meridionale (Venafro-S. Vincenzo al Volturno,
19-22 maggio 1982), Montecassino 1985, pp. 249-268.
40
E. Levi, I miracoli della Vergine nell’arte del Medio Evo, in «Bollettino d’Arte», anno 12,
n° 1-4 (1918), Roma, pp. 47-58.
| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

come in altre zone dell’Italia centro-meridionale, ossia la Madonna del


Soccorso con bastone e demonio ai piedi, di cui abbiamo diverse opere
nella Toscana e nella zona umbro-marchigiana41, come la bella tela di Me-
lanzio Francesco nella chiesa di S. Marina a Castel Ritardi, datata 1509
(fig. 8).

3.2. La diffusione in Sardegna


Pur nella varietà delle versioni iconografiche, la devozione verso la
Vergine del Soccorso ebbe ampia diffusione soprattutto verso la fine del
XV e i primi del XVI secolo, nelle zone della penisola italica e iberica42.
Anche in Sardegna, che dopo la conquista aragonese del 1323-1326 ri-
mase all’interno dell’influsso ispanico fino ai primi del ‘700, il culto fu
sostenuto dall’Ordine agostiniano, in particolare dal padre Joan Exarch,
noto per aver fondato per voto l’importante monastero della Virgen del
Socorro di Valencia (1500). Il suo nome è legato anche alla Sardegna, in
cui egli, secondo alcune fonti del XVII secolo, sarebbe vissuto, promuo-
vendo l’osservanza nei conventi esistenti. Se queste informazioni vanno
prese con le debite riserve, per le difformità e contraddizioni presenti tra 255
di esse43, è certo che l’Exarch, insieme ad altri frati agostiniani, fu colui che

41
T. Marozzi, Iconografia umbro-marchigiana della Madonna del Soccorso, Recanati 2001.
42
J.M. Benítez Sánchez OSA, Advocaciones marianas en la Orden de San Agustín, in
«Advocaciones marianas de gloria» (XX Simposium), S. Lorenzo del Escorial, 5/9 sep-
tiembre 2012, 2012, pp. 641-660.
43
Secondo J. Massot (in Compendio historial de los Heremitaños..., cit., pp. 250-251), padre
Joan Exarch nacque a Lerida, in Catalogna, da una famiglia nobiliare al servizio del re
Ferdinando II d’Aragona. Proprio servendo il sovrano, il padre dovette trasferirsi a Na-
poli e con lui partì il giovane Joan. Qui abbandonata la carriera politica decise di entrare
nel monastero agostiniano di San Giovanni in Carbonara, dove professò i voti solenni,
mostrando subito le sue grandi qualità morali e spirituali. Per questo fu scelto per essere
mandato in Spagna, con licenza e facoltà di poter riformare e fondare nuovi conventi. Egli
riporta anche la notizia per la quale durante il suo ritorno in Spagna il padre si fermò in
Sardegna, nel 1477, e qui fondò il convento dell’Osservanza di Sassari. Dall’isola si recò
poi in quelle di Mallorca e Minorca, dove fondò rispettivamente due monasteri e rinnovò
gli esistenti. Finalmente arrivò a Valencia, dove fece costruire l’importante convento della
Vergine del Soccorso, di cui divenne vicario generale fino al 1510, e dove morì dopo il
1517. Padre Jaime Járdon (Historia de la provincia de la corona de Aragona de la sagrada orden
de los Eremitaños […], Parte Primera, Tomo II, en la imprenta de Antonio Bordazar, Valen-
cia 1712, pp. 10-14), descrivendo la fondazione del convento del Soccorso di Valencia, si
sofferma nell’illustrare la vita del fondatore. Don Joan Exarch, originario di Valencia e
discendente dei nobili marchesi di Benedites, serviva, come già aveva fatto suo padre, il re
Ferdinando II a Napoli. Qui trascorsi alcuni anni volle però far ritorno in patria, imbarcan-
dosi quindi diretto verso la Spagna, ma la nave fu colpita da una forte tormenta vicino alla
Sicilia; temendo la morte, egli si appellò alla Vergine del Soccorso, la cui venerata immagine
si conservava nella chiesa di S. Agostino di Palermo, facendo voto che se avesse avuto
salva la vita si sarebbe fatto monaco agostiniano, fondando poi un monastero con il titolo
| F. Tola |

promosse e realizzò la fondazione nel 1512 della Provincia agostiniana di


Sardegna44. Secondo la tradizione lo stesso Exarch ricevette dalla Vergine,
durante un’apparizione in cui ella prometteva d’essere il “Soccorso di Va-
lencia”, un dipinto che egli collocò nel convento valenzano da lui fondato.
L’edificio andò purtroppo distrutto nel XIX secolo, a seguito delle leggi di
soppressione degli Ordini religiosi, insieme alla venerata immagine, di
cui si conserva una copia nella chiesa del collegio di Gesù e Maria, sorto
nel sito dell’antico convento. Una descrizione dell’opera è fornita dall’a-
gostiniano Jaime Járdon nella sua Historia de la provincia de Aragona (1712),
da cui ricaviamo che l’immagine riprendeva l’iconografia siciliana della
chiesa di S. Agostino di Palermo45.
In Sardegna, invece, trovò diffusione la variante “combattiva” della
Vergine che difende il credente, brandendo il bastone contro il demonio.
Con questa iconografia fu venerata probabilmente nell’antica chiesa di S.
Agostino extra muros di Cagliari, di cui però non rimane alcun riferimento
documentale, ma che emerge dalla intitolazione della chiesa alla Vergine
del Soccorso46.
L’unico elemento superstite a conferma si trova nella croce marmorea
256 che fino alla fine dell’800 svettava sulla sommità della facciata della chie-
sa. Oggi esposta negli spazi espositivi di San Pancrazio, come patrimonio
della Pinacoteca Nazionale di Cagliari, viene datata tra la fine del XVI
e i primi del XVII secolo, e mostra da una parte la figura del Crocifisso

del Soccorso nella sua Valenzia. Improvvisamente il mare si calmò e l’imbarcazione trovò
rifugio presso le coste della Sardegna, dove Joan discese. Si recò a Cagliari, nel convento
di S. Agostino, e qui chiese di poter vestire l’abito agostiniano. Nel convento di Cagliari
fece il suo anno di noviziato e vestì l’abito degli Agostiniani, fino a quando chiese licenza
di potersi recare a Roma, dal Priore generale, perché potesse ottenere la licenza di fondare
un nuovo convento a Valencia, dove desiderava tornare. Il Priore generale lo inviò però
dapprima a Napoli, nel convento di San Giovanni a Carbonara, dove si viveva nella rigida
regola dell’Osservanza, quella che il frate Joan avrebbe dovuto fare propria e trasmettere
ai conventi di Sardegna e di Valencia. Arrivato finalmente in Spagna fece costruire il con-
vento del Soccorso, che divenne un importante centro di spiritualità per tutta la città, dove
riposò poi anche il corpo del venerato S. Tommaso da Villanova e dove veniva venerata
l’antica immagine della Vergine.
44
L. Neccia, La provincia agostiniana di Sardegna..., cit., pp. 359-389.
45
J. Járdon, Historia de la provincia de la corona de Aragona..., cit., p. 6: «Libro III, Cap.
II, De la milagrosissima Imagen de Nuestra Señora del Socorro, que se venera en este
Convento desde su fundacion; y grandes maravillas que ha obrado. […] Es la Imagen de
pincel muy devota, graciosa, y hermosa, de medio cuerpo; tiene dos palmos de alto; su
hechura muy parecida à las que pintò San Lucas. Tiene en la mano izquierda al Niño Jesus,
y le abraça con la derecha, inclinando el rostro como que le da un osculo al Niño. El Niño
tiene el rostro levantado; con la una mano le toca la cara à su Madre, y en la otra tiene un
dedico, ò juguete de cristal. Es la Virgen morenita, y tambien el Niño, y los dos estan coro-
nados con coronas de plata sobredorada […]».
46
L. Neccia, La provincia agostiniana di Sardegna..., cit., p. 366.
| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

e dall’altra la figura della Vergine che


reggendo il bambino con la sinistra
brandisce con la destra una mazza,
pronta a colpire una scomparsa figura
del diavolo47 (fig. 9).
L’intitolazione della chiesa alla Ver-
gine del Soccorso e non a S. Agostino
potrebbe spiegare anche il fatto che,
come emerge nei documenti settecen-
teschi sopra citati, il santo avesse la
propria cappella tra quelle laterali, e
non dove era collocato l’altare maggio-
re, com’era solito per il titolare della
chiesa. Le stesse fonti però non ci di-
Fig. 9 - Croce, fine del XVI, primi
del XVII secolo, marmo, Pinacoteca cono a chi fosse dedicato l’altare mag-
Nazionale di Cagliari. Dalla chiesa di S. giore, ed è probabile che a S. Agostino
Agostino vecchio. fosse consacrata quella cappella latera-
le perché da essa ci accedeva al sotto-
stante santuario. Un culto davvero importante che fu trasferito anche nella 257
nuova chiesa, quella intra moenia, conosciuta come il S. Agostino Nuovo.
Il canonico Spano nel 1861, descrive il grande altare maggiore ligneo
realizzato dagli ebanisti locali Giorgio Podda e dai figli Giuliano e Geroni-
mo nel 1759-176048, in cui egli vide, al centro, non la statua di S. Agostino
ma della Vergine, che egli definisce d’Itria49. Il titolare della chiesa aveva
invece il suo altare a sinistra del presbiterio, il cui bel simulacro ligneo
in estofado de oro del XVII secolo occupava la nicchia centrale del retablo,
tra le immagini di S. Giovanni Battista e S. Caterina, dipinte nel 1646 dal
genovese Pantaleone Calvo, attivo in Sardegna almeno dal 1631 al 166450.
Attualmente la nicchia centrale del retablo maggiore è occupata da una
grande statua in cartapesta policroma della Vergine del Soccorso. Stante,
regge con la sinistra uno scomparso Gesù Bambino, mentre solleva con la

47
A. Pasolini, scheda LA 42: Croce, in Pinacoteca Nazionale di Cagliari, cit., p. 165.
48
Il documento di commissione (in ASC, Atti insinuati Cagliari città, 1761, c. 61) è
citato in I. Farci, Contributo alla conoscenza dei maestri marmorari e lombardi attivi in Sardegna
nel Settecento, in «Biblioteca Francescana sarda», anno X (2002), pp. 293-310 (qui p. 310).
49
Se la statua che ancora oggi è collocata nella nicchia centrale del retablo dell’altare
maggiore è quella vista dallo Spano, costui può aver letto non correttamente l’iconografia
della Vergine, identificandola come d’Itria, che è un’altra devozione mariana sostenuta e
diffusa dagli Agostiniani. Proprio alla Vergine d’Itria fu consacrato un piccolo oratorio af-
fianco alla chiesa di S. Agostino nuovo, con la fondazione di una confraternita con questo
titolo nel 1607: cfr. C. Masala, L’arciconfraternita della Vergine d’Itria in Cagliari. Profilo storico
1607-1700, Monastir 2013.
50
M.G. Scano, Pittura e scultura..., cit., p. 114.
| F. Tola |

destra una spada


o un bastone. Ai
suoi piedi le co-
stanti figure del
fanciullo, da lei
difeso, e del dia-
volo. Eviden-
temente questa
dev’essere anche
la statua che vide
lo Spano, assie-
me al S. Guglielmo
d’Aquitania e al S.
Nicola da Tolentino
(egli dice S. Leo-
nardo), tutt’oggi Fig. 10 - Altare maggiore, legno intagliato, dorato e policromato,
sistemate nelle 1759-1761, chiesa di S. Agostino, Cagliari.
nicchie laterali,
258 opere in cartapesta realizzate presumi-
bilmente con la statua della Vergine nel-
la seconda metà del XVIII secolo, assie-
me all’altare (fig. 10-11).
La dedica dell’altare maggiore della
nuova chiesa alla Vergine del Soccorso
la si può desumere anche dal bel pa-
liotto marmoreo, dalle eleganti forme
tardo settecentesche, analogo a quello
realizzato per la chiesa della Purissima
di Cagliari da Giovan Battista Franco
nel 177451, o per la parrocchiale di San
Gavino Monreale da Michele Spazzi del
178052, che presenta al centro un alto-
rilievo della Vergine del Soccorso. Il pic-
colo gruppo, descritto con attenzione,
mostra Maria che con Gesù in braccio
difende il piccolo che a lei si stringe,
Fig. 11 - Madonna del Soccorso,
mentre il diavolo viene sconfitto da un cartapesta, seconda metà del XVIII
angelo. La presenza di quest’immagini secolo, chiesa di S. Agostino, Cagliari.

51
I. Farci, Contributo alla conoscenza..., cit., p. 324.
A. Pasolini, Marmorari intelvesi in Sardegna (1740/1830). Le botteghe Spazzi e Franco, in
52

«Artisti dei Laghi», n° 1 (2011), pp. 908-935.



| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

nel luogo più importante


della chiesa conferma che
tale devozione fosse pre-
minente nella comunità
cagliaritana.
Possiamo rintracciare
in tutta l’isola altri ele-
menti, almeno del XVII
secolo, che attestano una
sentita devozione verso
il Soccorso. Nella prima
metà del secolo il pittore
napoletano Giulio Adato
(residente a Cagliari dal
1588 al 1632) dipingeva
l’ancóna delle Anime del
Purgatorio (1623) per la
parrocchiale di S. Giusta a
Gesico53. Nella parte sini- 259
stra, al di sotto della Tri-
nità, in una precisa gerar-
chia compositiva, viene
rappresentata la Vergine
seduta, in atteggiamen-
to orante che prega per Fig. 12 - Giulio Adato, Anime del Purgatorio, olio su tela,
le anime sante che sotto 1623, chiesa di S. Giusta, Gesico (Cagliari).
di lei implorano pietà. Pur non presentando gli attributi della Vergine del
Soccorso, essa è immagine dell’aiuto che riversa verso le anime purganti,
come sottolinea la scritta posta ai suoi piedi, che la identifica come S. M.
Sucurre Miseris fig. 12).
Esisteva una Madonna della Difesa, forse d’importazione campana o
opera sardo-napoletana, nella bottega dello scultore napoletano, ma re-
sidente a Cagliari, Francesco Marsiello (attestato a Cagliari dal 1633 al
1649), quando fu redatto l’inventario dei beni alla morte dello scultore
nel 164954.
Una statua della Madonna della Difesa, dall’impostazione frontale e
dall’intaglio che riprende il modello delle madonne napoletane della pri-
ma metà del XVII secolo, si conserva a Sardara, nella chiesa di S. Antonio
di Padova (fig. 13).

53
M. G. Scano, Pittura e scultura..., cit., p. 27.
54
M.G. Scano Naitza, L’apporto campano..., cit., p. 165.
| F. Tola |

260

Fig. 13 - Madonna della Difesa, statua Fig. 14 - Madonna della Difesa, olio su tela, 1734,
lignea, prima metà del sec. XVII, chiesa di S. Giorgio vescovo, Donori (Cagliari).
chiesa di S. Antonio, Sardara.

A Donori, paese della regione storica del Parteolla, tutt’oggi si ha gran-


de venerazione verso la Vergine della Difesa, il cui culto risale almeno al
XVII secolo. Non si conserva più l’antica statua della Vergine della Dife-
sa, realizzata nel settembre del 1633 dallo scultore napoletano Antonio
Amatuccio, attivo a Cagliari dal 1624 al 163755. Con molta probabilità, per
quella medesima statua, l’intagliatore maiorchino Jaime Maxia fu pagato
nel 1709 per realizzare la nicchia della Defenza56.
La devozione portò ad edificare una chiesa rurale con questo titolo,
ancora nel 1734, perché la troviamo dipinta nella tela (fig. 14), commis-
sionata dai coniugi Giuseppe Antonio Musiu e Maria Filippa Meloni per
devozione alla Vergine, rappresentata nella canonica iconografia del Soc-

55
M. G. Scano Naitza, L’apporto campano..., cit., p. 159. Il documento di committenza è
in F. Virdis, Artisti napoletani in Sardegna nella prima metà del Seicento. Documenti d’archivio,
Dolianova 2002, pp. 53-62.
56
M.G. Messina, A. Pasolini, Scultori, intagliatori ed ebanisti nel Meridione sardo, in Esto-
fado de oro..., cit., pp. 253-281 (qui p. 271).
| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

corso57. L’opera popolaresca,


realizzata da un poco dotato
pittore locale, esprime però
la sincera devozione verso la
Madonna non solo dei due
committenti, ma dell’intera
comunità di Donori, ancora
attestata nel questionario in-
viato a tutte le parrocchie della
diocesi cagliaritana (le Respue-
stas) nel 1778, in cui si precisa
che la festa veniva celebrata la
terza domenica di settembre58.
Attualmente la devozione per-
siste, anche se ormai non si
conserva più la statua antica,
sostituita da un’altra realizza-
ta negli anni Sessanta del ‘900.
A Quartucciu, centro agri- 261
colo accanto a Cagliari, la de-
vozione alla Vergine del Soc-
corso portò alla commissione
Fig. 15 - Madonna della Difesa, statua lignea di un ragguardevole gruppo
policromata, 1653 (?), chiesa di S. Giorgio Martire, ligneo, realizzato alla metà del
Quartucciu (Cagliari). XVII secolo da maestranze na-
poletane (fig. 15). Il culto risale
almeno agli anni 30 del ‘600, quando è documentata nei libri di ammini-
strazione della parrocchia una confraternita di Nostra Signora della Di-
fesa59. Il gruppo presenta la figura della Vergine stante, che indossa una
veste rossa e un manto verde scuro, interamente decorati in estofado de oro.
Protegge il piccolo fanciullo che si volge verso di lei, assistito da un ange-
lo, mentre il demonio, più rigido e dalle evidenti sproporzioni anatomi-

Nella tavola si legge: [H]ANC, SANCTISSIMA VIRGINIS MATRIS DEI HONOREM


57

SUB TITULO DEFENTIONIS TABULAM FIERI PRO SUA DEVOTIONE FECERUNT JO-
SEPHUS ANTONIUS MUSIU ET MARIA PHILIPA MELONI HUIUS DONORI OPIDI
CONIUGES ANNO DOMINI MDCCXXXIV.
58
ASDC, Respuestas, vol. 4, 1778, c. 59.
59
A. Pasolini, Madonna della Difesa, in Estofado de oro..., cit., pp. 126-127. Nella base
del simulacro vi è una non chiara iscrizione che menziona i coniugi Giovanni Bullita e
Marchesa Puliga, che commissionarono l’opera in un abraso 16[23], da intendere invece,
secondo la Pasolini, come un 1643 o un 1653. Cfr. G. Guarino, Un itinerario tra le opere d’arte,
in Quartucciu: il suo patrimonio culturale (a cura di P. Corona), Oristano 1997, pp. 169-182.
| F. Tola |

che nella parte inferiore


(forse realizzato da altra
mano rispetto al restan-
te gruppo) si sottomette
alla Vergine.
Anche a Bitti si con-
serva l’antica immagine
della Vergine, statua su
trespolo di produzione
locale, custodita nella
sua piccola chiesa nel
centro del paese. An-
cora a Loculi, dove si
festeggia sa Defenza,
mentre esisteva una
cappella dedicata al
Soccorso nella chiesa di
S. Domenico di Iglesias,
262 dove si conserva anco-
Fig. 16 - Madonna del Soccorso, pietra, prima metà del XVII
ra la statua dalla postu- secolo, chiesa di S. Agostino, Sassari.
ra rigida e dall’intaglio
sommario, opera di
bottega locale della prima metà del XVII secolo60.
La pregnanza teologica della devozione, che sommava in sé diversi
significati, portò gli Agostiniani a diffonderla anche a Sassari61, la cui co-
munità fu istituita con sicurezza nel 1517 e non prima, come alcuni autori
del XVII secolo hanno affermato62. Già il Vico nella sua Historia General
(1639) descrive l’insediamento di Sassari con queste parole: «Es pues la
Iglesia deste conve[n]to dedicata al mismo Patriarca S. Agustín, puesto
en un lindo sitio a las murallas de la Ciudad; y entre otras ai en ella dos
sigulares devociones: la una es de la Virgen del Remedio, que correspo[n]
de a la Virgen del Socors, que refiere frai Jerónimo Romá[n]; y la otra es de
nuestra Señora de Itria, donde ocude en sus días muchísimo concurso de
pueblo»63, sottolineando l’importanza della devozione verso la Vergine del
Soccorso, qui conosciuta come Vergine del Rimedio, altro titolo ampiamente
diffuso in tutta l’isola64.

60
G. Murtas, Chiese e arte sacra in Sardegna. Diocesi di Iglesias, Sestu 2001, p. 135.
61
G. Caratelli, La chiesa di S. Agostino in Sassari, Sassari 1950.
62
L. Neccia, La provincia agostiniana di Sardegna dal XVII al XIX secolo, cit., pp. 250-261.
63
F. Vico, Historia general de la Isla y Reyno de Sardeña. Sexta parte, cit., p. 169.
64
La devozione alla Vergine del Rimedio, o del buen Remedio o de los Remedios nella ver-
| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

Oggi nella chiesa


sassarese di S. Agosti-
no, costruita tra il 1574
e il 160565, passata poi
nel XIX secolo ai Do-
menicani, rimane solo
l’immagine della Ver-
gine del Soccorso scolpi-
ta nella chiave di volta
della quarta cappella di
sinistra, probabilmen-
te dedicata in origine a
questo titolo (fig. 16). La
devozione mariana nel-
la chiesa sassarese non
venne mai meno, ma
cambiò solo titolatura
modificandosi nella de-
vozione alla Vergine del 263
Buon Cammino, patrona
del gremio dei viandan-
ti che nel 1633 occupa-
vano l’ultima cappella
a sinistra, e la cui bella
statua dorata fu realiz-
zata da uno scultore lo-
cale nel 170366.
Fig. 17 - Giuseppe Antonio Lonis (attr.), Madonna della Ancora nel XVIII
Difesa o del Patrocinio, statua lignea policromata, secondo/ secolo il culto era am-
terzo decennio della seconda metà del XVIII secolo, chiesa piamente diffuso. Del
di S. Giacomo, Cagliari. secolo è la statua della
Vergine del Soccorso nella chiesa di S. Giacomo a Cagliari, conosciuta come
Vergine del Patrocinio (fig. 17). La diversa titolatura si ricollega al fatto che

sione iberica, si rifà alla parola latina rimedium, ossia farmaco, elemento che sana la salute
sia del corpo che dell’anima, e che vede quindi Maria come ausilio e farmaco nelle avver-
sità della vita. Una devozione codificata alla Vergine del Rimedio si ebbe però soprattutto
attraverso l’Ordine trinitario, che scelse la Vergine con questo titolo come propria speciale
patrona. Cfr. Pablo Aznar y Lapuente, Libro de los milagros de Nuestra Señora del Remedio, en
Barcelona por la emprenta de Estevan Liberos en la calle de Santo Domingo, 1626.
65
M. Porcu Gaias, Sassari. Storia architettonica e urbanistica dalle origini al ‘600, Nuoro
1996, pp. 197-202
66
Id., Madonna di Buoncammino, in Estofado de oro..., cit., pp. 176-178.
| F. Tola |

la scultura veniva utilizzata per far memoria del patrocinio della Vergine
verso l’Ordine domenicano. Nel 1861, quando lo Spano visitò la chiesa di
S. Giacomo, nella cappella che era di S. Sebastiano, non poté vedere il si-
mulacro perché in quel tempo era di proprietà privata, del sacerdote Fran-
cesco Ramo. Dal suo testamento redatto il 30 giugno del 1907, sappiamo
che una festa del Patrocinio della Vergine veniva già celebrata nella chiesa
di S. Domenico con l’uso di questa statua, che egli custodiva nella propria
casa, e che dopo la sua morte doveva essere consegnata alla chiesa di S.
Giacomo con la clausola che si continuasse a celebrare la festa nella chie-
sa domenicana, come ancora oggi avviene67. Il simulacro, che presenta
l’iconografia della Vergine del Soccorso, con demonio angelo e fanciullo
ai suoi piedi, quasi una copia settecentesca dell’antico simulacro di Quar-
tucciu, fu quindi commissionato da qualche privato, forse dagli stessi avi
del sacerdote Francesco Ramo, alla bottega dello scultore Giuseppe An-
tonio Lonis (1720-1805). Pur senza prova documentale, l’analisi stilistica
evidenzia lo stile proprio della scultura del Lonis sia nell’impostazione
generale della figura della Vergine, che riprende la consueta postura ag-
graziata tardo barocca (gamba destra tesa e portante, gamba sinistra fles-
264 sa e indietreggiata, leggera torsione del busto verso destra, viso estatico
dalla bocca semiaperta), sia nella descrizione del panneggio, con il manto
che dalle spalle scende sul davanti annodandosi sulla spalla destra, infine
nelle caratteristiche fisionomiche di Maria e di Gesù, molto simili a quelle
della Vergine del Rosario realizzata dal Lonis nel 1773 per l’omonima con-
fraternita di Villacidro68.
Una statua della Virgen de la Defenza esisteva anche a Sinnai, nella par-
rocchiale di S. Barbara, almeno fino al 1762, quando è annotata tra i diver-
si simulacri esistenti nella chiesa69.
A Sisini (frazione di Senorbì) l’odierna parrocchiale è dedicata alla Ma-
donna della Difesa. Un culto moderno però, perché la chiesa andò a sosti-
tuire l’antica parrocchiale dedicata a S. Pietro, esistente con questa dedica
sin dal 1612 e fino alla prima metà dell’Ottocento70.

67
L. Cherchi, Madonna del Patrocinio e della difesa, Cagliari 1977, pp. 17-21.
68
M.G. Scano Naitza, La cultura sardo-campana di Giuseppe Antonio Lonis alla luce di nuovi
documenti, in Interventi sulla questione meridionale. Saggi di Storia dell’Arte (a cura di F. Abba-
te), Roma 2005, pp. 305-326 (qui p. 313).
A. Pasolini, La statuaria lignea di Sinnai attraverso alcuni recenti interventi di restauro, in
69

Analisi e sistemi di gestione del territorio. Atti del seminario di studi, 2005, pp. 67-80.
70
ASDC, Visite Pastorali, vol. 5, 1612, cc.16-16r. Die XXVIII predictor, in villa de Sisini et
in Parrocc. […] eiusde sub invocatio S.tos Petri et Pauli. Ancora all’inizio del XIX secolo era
dedicata a S. Pietro (cfr. ASDC, Visite pastorali, vol. 12, 1805, cc. 281-282r). L’arcivescovo
Diego Gregorio Cadello però visitò in quel giorno (5 giugno 1805) il luogo in cui si pensa-
vo di fabbricare la nuova chiesa parrocchiale. Nel 1846 esisteva già la nuova chiesa che era
dedicata alla Madonna della Difesa (cfr. ASDC, Visite pastorali, vol. 16, 1846, cc. 151-153r),
| L’iconografia in Sardegna della Madonna del Soccorso o della Difesa |

Del XIX secolo è anche la Vergine del Soccorso vista dallo Spano nel 1861
nella chiesa di S. Giorgio di Suelli a Cagliari, opera, egli dice, dello sculto-
re sardo Domenico Locci71, ormai perduta.
Sempre dell’800 è la tela che rappresenta la Vergine che scaccia il de-
monio dalle Anime del Purgatorio, del pittore Giovanni Marghinotti (1798-
1865), che la tradizione popolare e il Tyndale, quando visitò la cattedrale
di Ozieri nel 1849, identificano come Madonna della Difesa, proprio per il
soccorso concreto verso le anime purganti72.
Come visto, nonostante le parche notizie documentarie e ancor di più
le poche immagini sopravvissute della Vergine del Soccorso, la devozione
fu ampiamente diffusa in tutta l’isola, promossa dall’Ordine agostiniano
che, soprattutto nel XVII e XVIII secolo, mantenne sempre vivo il ricordo
della presenza in Sardegna delle preziose spoglie del fondatore e dell’an-
tica devozione alla Madonna con il titolo del Soccorso.

dr. Fabrizio Tola


fabrizio12tola@gmail.com

265

ma ancora nel 1872 esisteva l’antica parrocchiale di S. Pietro (cfr. ASDC, Visite pastorali, vol.
17, 1872, cc. 46-47).
71
G. Spano, Guida alla città di Cagliari, cit., p. 132.
72
J. Warre Tyndale, L’isola di Sardegna, vol. I (a cura di L. Artizzu), Nuoro 2002, p. 466.