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Capitolo 3

Equazioni idrodinamiche

3.1 Momenti dell’equazione di Boltzmann


Nel precedente Capitolo abbiamo visto come l’equazione di Boltzmann permetta
la descrizione della dinamica di un sistema di particelle a bassa densità che
interagiscono solo attraverso collisioni binarie. In questo Capitolo vogliamo
ricavare le equazioni macroscopiche per descrivere questo tipo di sistema; nel
successivo Capitolo mostreremo come esse coincidano con quella ricavate per
un mezzo continuo. L’equazione di conservazione (2.43) permette di stabilire il
legame cercato utilizzando per χ le quantità invarianti nelle collisioni binarie,
rispettivamente massa (o numero di particelle), momento ed energia cinetica.
Nella discussione faremo riferimento essenzialmente a particelle del tipo molecole
di un gas monoatomico; per particelle con gradi di libertà rotazionali alcune delle
formule possono richiedere ulteriori adattamenti.
Iniziamo ponendo χ = m nell’equazione di conservazione (momento di ordine
zero nella velocità) e supponiamo che le forze considerate non dipendano dalla
velocità:

(nm) + ∇ · (nm hvi) = 0 . (3.1)
∂t
dove Z
n= dv f ; (3.2)

assumendo inoltre che tutte le particelle abbiano la stessa massa, si definisce la


densità
ρ = nm . (3.3)

Il valore medio della velocità, che rappresenta la velocità di flusso del sistema,
è dato da:
Z
1
hvi = u = dv vf (3.4)
n

21
22 CAPITOLO 3. EQUAZIONI IDRODINAMICHE

da cui si ottiene l’equazione di continuità della massa:


∂ρ
+ ∇ · (ρu) = 0 . (3.5)
∂t
Poniamo ora χ = mvj con j = 1, 2, 3 (momento al prim’ordine nella velocità):

(nm hvj i) + ∇ · (nm hvvj i) − nFj = 0 . (3.6)
∂t
Considerando che v − u risulta essere la velocità di una particella rispetto alla
velocità di flusso, che indica cioè il moto disordinato rispetto al moto medio,
definiamo il tensore di pressione:

Pij = nm h(vi − ui ) (vj − uj )i . (3.7)

Si mostra immediatamente che

h(vi − ui ) (vj − uj )i = hvi vj i + ui uj − hvi i uj − hvj i ui =


= hvi vj i − ui uj

e quindi
Pij = nm hvi vj i − nmui uj . (3.8)
Quindi l’equazione del momento al prim’ordine può essere riscritta nella forma:
∂ ρ
(ρuj ) + ∇ · (ρuuj ) = − (∇ · P)j + Fj (3.9)
∂t m
dove P =Pij êi êj è la diade che rappresenta il tensore di pressione. Espandendo
il primo membro e utilizzando l’equazione di continuità si ottiene la forma al-
ternativa: µ ¶
∂uj ρ
ρ + u · ∇uj = − (∇ · P)j + Fj (3.10)
∂t m
e, utilizzando la scrittura vettoriale per riunire le tre componenti:
µ ¶
∂u ρ
ρ + u · ∇u = − (∇ · P) + F (3.11)
∂t m
Infine se il gas è monoatomico e le collisioni binarie sono elastiche, si può
scrivere l’equazione di conservazione per il momento del second’ordine con χ =
(1/2)m |v − u|2 che, con operazioni algebriche analoghe a quelle ora viste, di-
venta:

(ρ ) + ∇ · (ρ u) = −∇ · q − P : K (3.12)
∂t
dove
1D 2
E
= |v − u| (3.13)
2
è l’energia interna per unità di massa,
1 D E
q = ρ (v − u) |v − u|2 (3.14)
2
3.2. EQUAZIONI IDRODINAMICHE 23

è il flusso di energia e la diade K ha la forma:


µ ¶
1 ∂ui ∂uj
Kij = + ; (3.15)
2 ∂xj ∂xi
il prodotto ” : ” è il prodotto a doppio punto fra diadi (vedasi Appendice C).
Anche l’equazione dell’energia può essere ulteriormente elaborata:
µ ¶

ρ + u · ∇ = −∇ · q − P : K . (3.16)
∂t
Il sistema di 5 equazioni scalari (1 per la continuità, 3 per il moto ed 1
per l’energia) non rappresenta tuttavia un sistema chiuso per la soluzione del
problema dinamico, in quanto il numero di variabili scalari è pari a 14 (1 per
ρ, 3 per u, 1 per , 6 per P, 3 per q). Neppure andando a momenti di ordine
superiore si può comunque chiudere il sistema, perché ogni equazione di un
dato ordine introduce una grandezza (scalare o vettoriale) che corrisponde un
momento di ordine di un’unità superiore nella velocità. Per chiudere il sistema
occorre quindi ricorrere a condizioni fisiche, per esempio un’equazione di stato,
una condizione sul flusso di energia, o altre.

3.2 Equazioni idrodinamiche


Il comportamento collettivo dei sistemi di particelle è legato alle collisioni, in
particolare al fatto che il cammino libero medio sia molto minore delle dimen-
sioni dei sistemi in modo da permettere una rapida trasmissione degli effetti
collettivi e un comportamento continuo. Vedremo al termine di questo capitolo
che nel caso di plasmi gravitazionali si possono avere comportamenti collettivi
grazie all’azione di forze a lungo raggio; e simile, anche se concettualmente dif-
ferente, sarà il caso dei fluidi di particelle elettricamente cariche, i plasmi. Qui
ci occuperemo dei fluidi nel senso più tradizionale del termine, quelli che speri-
mentiamo normalmente, acqua, aria, ecc. in cui le collisioni sono quelle a corto
raggio discusse nel precedente Capitolo.
Consideriamo un sistema di particelle in cui le collisioni abbiano portato
il sistema all’equilibrio maxwelliano, eventualmente con differenti proprietà in
diversi punti del sistema, e mostriamo come sia possibile scrivere le equazioni
dei momenti in modo da trattare la loro dinamica in modo consistente. La
distribuzione maxwelliana in ogni punto del sistema sarà data da:
∙ ¸3/2 ( )
m m [v − u(x, t)]2
f (x, v, t) = n(x, t) exp − (3.17)
2πkB T (x, t) 2kB T (x, t)

dove le varie grandezze sono già state precedentemente definite. Possiamo ora
calcolare i momenti delle varie grandezze con questa forma della funzione di
distribuzione. Iniziamo dal tensore di pressione:
µ ¶3/2 Z µ ¶
m mU2
Pij = mn dU Ui Uj exp − (3.18)
2πkB T 2kB T
24 CAPITOLO 3. EQUAZIONI IDRODINAMICHE

dove si usa l’espressione U per la deviazione delle velocità rispetto alla velocità
media u
U=v−u.
L’integrando è dispari per i 6= j, e quindi si annulla se esteso da −∞ a +∞,
mentre è pari per i = j ed è uguale per tuttte le componenti; dalla (3.18) si
ricava facilmente che
Pij = pδ ij = nkB T δ ij . (3.19)
Dalla (3.14) si ottiene inoltre che il flusso di energia comporta un integrando
dispari, per cui:
q=0. (3.20)
Infine l’energia (3.13) diventa:

3 kB T
= (3.21)
2 m
e il termine prodotto di diadi:
µ ¶
1 ∂ui ∂uj
P : K = pδ ij + = p∇ · u . (3.22)
2 ∂xj ∂xi

Con queste espressioni le equazioni di momento nel caso collisionale maxwelliano


diventano dunque:
∂ρ
+ ∇ · (ρu) = 0 (3.23)
∂t
∂u 1 F
+ (u · ∇) u = − ∇p + (3.24)
∂t ρ m
µ ¶

ρ + u · ∇ = −p∇ · u . (3.25)
∂t
Questo sistema di 5 equazioni scalari contiene 5 variabili indipendenti, u,n, T
(ρ, p, possono essere espresse in funzione delle sole n, T ), ovviamente tenendo
conto che la forza F esterna è data. Quindi il sistema è chiuso e utilizzabile per
ricavare la dinamica in termini di grandezze macroscopiche.
I fluidi per i quali le approssimazioni ora utilizzate siano valide sono detti,
come vedremo più avanti, fluidi euleriani. In sostanza l’ipotesi di una dis-
tribuzione maxwelliana locale in tutto lo spazio ha portato a eliminare il flusso
di energia (q = 0) e ad avere un tensore di pressione diagonale, quindi senza
sforzi longitudinali agli strati e senza viscosità, cioè senza possibilità di trasporto
di momento da uno strato ad un altro del fluido. Sono scomparsi tutti i fenomeni
di trasporto. In situazioni reali sono invece possibili anche forti gradienti nelle
grandezze fisiche che non consentono quindi la stessa distribuzione maxwelliana
in ogni punto: laddove i fenomeni di trasporto siano importanti il fluido non ha
una distribuzione di equilibrio perché essi possono essere più rapidi del tempo
scala di raggiungimento della distribuzione di equilibrio. Occorre quindi appro-
fondire questo punto e introdurre qualche termine correttivo.
3.3. FENOMENI DI TRASPORTO 25

3.3 Fenomeni di trasporto


Per considerare situazioni diverse dai fluidi euleriani scriviamo la funzione di
distribuzione nella forma:

f (x, v, t) = f (0) (x, v, t) + g (x, v, t) (3.26)

dove f (0) è la maxwelliana locale e g rappresenta la deviazione, che per il


momento considereremo piccola. Con riferimento all’equazione di Boltzmann
(2.14), lo sviluppo dell’integrale di collisione, scritto trascurando termini quadratici
in g, risulta:
µ ¶ Z Z ³ ´
δf dσ 0 (0)0 (0)
≈ dv1 dΩ (Ω) |v − v1 | f (0) g10 + f1 g 0 − f (0) g1 − f1 g
δt c dΩ
(3.27)
il cui ordine di grandezza è ≈ gnσ tot vrel , dove vrel è la tipica velocità relativa
tra le particelle e σ tot la sezione d’urto totale. Il tempo τ = (nσ tot vrel )−1 può
essere considerato come un valore medio caratteristico del tempo di collisione.
Possiamo quindi scrivere la (2.14) nella forma approssimata:
µ ¶
∂ F f − f (0)
+ v · ∇x + · ∇v f = − (3.28)
∂t m τ

assumendo che la funzione f tenda alla maxwelliana f (0) nel tempo caratteristico
τ . Questa espressione prende il nome di equazione di Bhatnagar, Gross & Krook
(equazione BGK, 1954) e viene spesso usata per studiare i fenomeni di trasporto
in prima approssimazione. Una formulazioni più completa, estesa a sviluppi ad
ordine superiore, è stata sviluppata precedentemente da Chapman e Enskog
(1917).
Rimanendo nei limiti dell’equazione BGK, possiamo fare alcune consider-
azioni fenomenologiche molto utili. Partiamo dal considerare un sistema con
forti gradienti; in tal caso è il termine v · ∇x a produrre la massima deviazione
dalla maxwelliana, per cui si può porre:

|v| f (0) |g|


≈ (3.29)
L τ
dove L è la tipica scala del gradiente. Utilizzando l’espressione per il cammino
libero medio λ = vτ (2.3) si ha:
|g| λ
(0)
≈ =α; (3.30)
f L
quindi la deviazione dalla maxwelliana sarà tanto più piccola quanto più piccolo
sarà il libero cammino medio rispetto alla scala macroscopica. Questo fattore α
rappresenta il parametro di piccolezza nello sviluppo perturbativo dell’equazione
di Boltzmann con maxwelliana all’ordine zero proposto da Chapman ed Enskog:

f = f (0) + αf (1) + α2 f (2) + ... (3.31)


26 CAPITOLO 3. EQUAZIONI IDRODINAMICHE

Seguendo l’equazione BGK consideriamo le correzioni al prim’ordine. Riscrivi-


amo la (3.28) approssimando nel primo membro f con f (0) :
µ ¶
∂ F
g = −τ + v · ∇x + · ∇v f (0) ; (3.32)
∂t m

f (0) dipende da x e t attraverso n, T, u come illustrato nella (3.17), per cui:

∂f (0) ∂n ∂f (0) ∂T ∂f (0) ∂u ∂f (0)


= + + · (3.33)
∂t ∂t ∂n ∂t ∂T ∂t ∂u

e analogamente per ∂f (0) /∂x. Calcolando queste espressioni nella (3.32) con
f (0) dato dalla maxwelliana, si deriva:

∙ µ ¶ µ ¶¸
1 m 5 m 1
g = −τ ∇x T · U U2 − + Ui Uj êi êj − δ ij U2 êi êj
K: .
T 2kB T 2 kB T 3
(3.34)
Questa espressione per la deviazione dalla distribuzione maxwelliana con-
ferma le ipotesi iniziali, cioè che essa dipende essenzialmente dai gradienti delle
quantità fisiche macroscopiche, temperatura e velocità (attraverso K). Inoltre
è proporzionale al tempo di collisione: se le collisioni sono rare, τ grande, g
risulta maggiore; se sono frequenti, τ piccolo, la deviazione dalla maxwelliana è
minore.
Con questa espressione per g è possibile quindi ricavare le grandezze fisiche
macroscopiche che erano state calcolate all’ordine zero nel precedente paragrafo.
Per il flusso di energia si ottiene con opportuna algebra:
Z
ρ
q= dU UU2 g = −K∇T (3.35)
2n
2
5 kB T
K=τn (3.36)
2 m
che mostra appunto come il termine corrisponda effettivamente a trasporto di
energia termica, con il fattore moltiplicativo K avente la funzione di coefficiente
di conducibilità termica.
Per il tensore di pressione si calcola:

Pij = pδ ij + Πij (3.37)

dove Z
Πij = m dU Ui Uj g (3.38)

L’algebra mostra che:


Z µ ¶
τm 1
Πij = − Kkl dU Ui Uj Uk Ul − δ ij U2 f (0)
kB T 3
3.4. IDRODINAMICA DEI FLUIDI VISCOSI ED EQUAZIONE DI NAVIER-STOKES27

che risulta essere un tensore a traccia nulla (Πii = 0 con somma sugli indici), e
ha non nulli i termini non diagonali. Infine si ricava:
µ ¶
1
Πij = −2η Kij − δ ij ∇ · u (3.39)
3
con
η = τ nkB T . (3.40)
Questo termine di pressione non-diagonale permette una trasferimento di mo-
mento fra strati fluidi, come vedremo più avanti, e il coefficiente η può essere
quindi inteso come un coefficiente di viscosità.
Va notato al proposito che i coefficienti di conducibilità termica e viscosità
ricavati dall’equazione cinetica di Boltzmann sono in ottimo accordo con i dati
sperimentali sui fluidi reali ottenuti in laboratorio.

3.4 Idrodinamica dei fluidi viscosi ed equazione


di Navier-Stokes
Con le espressioni per q, Pij , Kij ora ricavate è possibile riscrivere le equazioni
idrodinamiche incorporando i termini di trasporto. Il termine di forza di pres-
sione diviene ∙ ¸
1
∇ · P = ∇p − η ∇2 u + ∇ (∇ · u)
3
dove si è considerato η costante. Con questa espressione l’equazione del moto
diventa:
µ ¶ ∙ ¸
∂u 1 ρ
ρ + u · ∇u = −∇p + η ∇2 u + ∇ (∇ · u) + F . (3.41)
∂t 3 m

Analogamente per l’equazione dell’energia:


∙ ¸
1
P : K = p∇ · u−2η K : K− (∇ · u)2
3

si ottiene:
µ ¶ ∙ ¸
∂ 1 2
ρ + u · ∇ = ∇ · (K∇T ) − p∇ · u−2η K : K− (∇ · u) . (3.42)
∂t 3

Alcuni termini sono nella maggior parte dei casi trascurabili: precisamente i ter-
mini viscosi che contengono variazioni spaziali di ∇ · u nella (3.41) e il terzo ter-
mine del secondo membro della (3.42) corrispondente alla produzione di calore
per dissipazione viscosa. Pertanto il sistema delle equazioni idrodinamiche con
termini di trasporto, scrivendo f in luogo di F/m a indicare la forza per unità
di massa, risulta:
∂ρ
+ ∇ · (ρu) = 0 (3.43)
∂t
28 CAPITOLO 3. EQUAZIONI IDRODINAMICHE

∂u 1 η
+ u · ∇u = − ∇p + ∇2 u + f (3.44)
∂t ρ ρ
µ ¶

ρ + u · ∇ = ∇ · (K∇T ) − p∇ · u (3.45)
∂t
e va sotto il nome di sistema di equazioni idrodinamiche per fluidi viscosi.
L’equazione del moto (3.44) è indicata comunemente come equazione di Navier-
Stokes. Se i coefficienti K e η e la forza f sono dati, le variabili scalari indipen-
denti del problema sono 5, cioè 3 componenti di u e 2 tra ρ, p, T, , come
comportato dalle definizioni (3.3), (3.19), (3.21). Anche le equazioni scalari
idrodinamiche sono 5, per cui il sistema è chiuso e risolubile consistentemente.
Le principali ipotesi che hanno permesso di ottenere un sistema risolubile
sono: l’indipendenza di ∇ · u e η dalle variabili spaziali e la trascurabilità della
produzione di calore da parte delle dissipazioni viscose. Si tratta di ipotesi
normalmente ben verificate sperimentalmente nei casi di interesse astrofisico
che per lo più coinvolgono fluidi a bassa densità in cui il cammino libero medio
tra collisioni è breve rispetto alle scale tipiche del sistema, ma le collisioni sono
essenzialmente di tipo binario.
Per il caso di fluidi ad alta densità la situazione non è di fatto sostanzial-
mente differente purché gli urti che mantengono il sistema coerente conservino
l’energia e il momento; infatti nel prossimo capitolo vedremo come sia possi-
bile derivare delle equazioni macroscopiche per sistemi continui e come queste
equazioni coincidano in effetti con quelle ora ricavate a partire dall’equazione di
Boltzmann per sistemi non continui resi coerenti da collisioni binarie.

3.5 Equazione di Boltzmann e sistemi stellari


Una domanda che nasce in contesto astrofisico è se l’equazione di Boltzmann e
i suoi momenti siano applicabili allo studio della dinamica dei sistemi stellari.
In linea di principio possiamo rispondere affermativamente, sebbene i sistemi
stellari abbiano caratteristiche molto diverse dal caso dei fluidi neutri molecolari.
Forse è utile fare un rapido riferimento a questo caso, proprio per evidenziare la
generalità dell’equazione di Boltzmann. Nel Capitolo 11 torneremo sui sistemi
di particelle non-collisionali, ma possiamo qui dare un rapido esempio.
Anzitutto le stelle interagiscono fra loro non tanto attraverso urti a breve
distanza, ma soprattutto attraverso l’effetto gravitazionale a lungo range. Le
singole stelle non si muovono liberamente tra urti successivi, ma la loro dinamica
è dominata dal campo gravitazionale consistente generato dall’insieme di tutte
le stelle del sistema. Pertanto l’equazione di Boltzmann può essere utilizzata
tenendo presente questo campo tra le forze esterne; il suo valore deve essere
definito attraverso un’equazione che definisca il campo dalla distribuzione di
materia, e cioè l’equazione di Poisson:

∇ · g = −4πGρmat (3.46)
3.5. EQUAZIONE DI BOLTZMANN E SISTEMI STELLARI 29

dove g è la forza gravitazionale (per unità di massa), G la costante gravitazionale


e ρmat la densità di materia che genera il campo, e che può comprendere, oltre
alle stelle, gas interstellare o materia invisibile.
Allo stesso tempo va anche notato che gli urti a breve range delle stelle non
sono molto frequenti, per cui possono essere trascurati, permettendo l’utilizzo
dell’equazione di Boltzmann non-collisionale.
In queste ipotesi è possibile, come mostrato da Oort nel 1932, arrivare ad
una valutazione della massa della Galassia sulla base dello studio della cinemat-
ica delle stelle del disco galattico. Assumiamo che il sistema sia in equilibrio
(∂/∂t = 0) e che sia un disco omogeneo in modo che siano trascurabili le vari-
azioni delle quantità fisiche nel piano del disco rispetto a quelle nella direzione
perpendicolare (∂/∂x = ∂/∂y = 0). In tal modo l’equazione del moto (3.11)
risulta:
1 d ¡ ­ 2 ®¢
n vz = gz . (3.47)
n dz
L’equazione di Poisson è:
dgz
= −4πGρmat . (3.48)
dz
I dati osservativi permisero a Oort una buona valutazione della distribuzione di
velocità e densità delle stelle a varie altezze sul piano galattico nell’intorno del
sistema solare, per cui potè valutare la densità di materia del disco dalla gravità
esercitata:
ρmat = 10 × 10−24 g cm−3 . (3.49)
Allo stesso tempo i conteggi stellari diedero una densità di massa nelle stelle

ρst = 4 × 10−24 g cm−3 . (3.50)

La differenza fra le due valutazioni (una dinamica ed una fotometrica) è noto


come il limite di Oort per la densità di materia nel mezzo interstellare, misurato
quindi quando ancora non esistevano metodi diretti di osservazione.
La discrepanza tra le misure dinamiche e fotometriche delle masse delle ag-
gregazioni astrofisiche è dunque un modo di rivelare la presenza di materia in-
visibile alle osservazioni delle onde elettromagnetiche da essa emessa. Nel caso
studiato da Oort si trattò semplicemente della rivelazione di una componente
difficile da osservare con gli strumenti dell’epoca; e comunque il rapporto tra la
componente invisibile e quella osservabile era dell’ordine dell’unità. Sappiamo
che in molte altre aggregazioni astrofisiche, ammassi stellari, galassie e ammassi
di galassie, questo rapporto può raggiungere valori anche di 100 - 1000 volte; il
che comporta che la materia invisibile deve essere di tipo speciale per non essere
rivelabile attraverso la sua radiazione essendo così cospicua. Si parla quindi
di materia oscura, intendendo con questo nome materia in grado di esercitare
forza gravitazionale, senza però interagire con la radiazione elettromagnetica,
né in emissione né in assorbimento. È questo un ben noto problema della mod-
erna cosmologia, messo appunto in luce dallo studio dei sistemi (non-collisionali)
astrofisici.
30 CAPITOLO 3. EQUAZIONI IDRODINAMICHE

3.6 Commenti finali


In questo Capitolo abbiamo visto come un sistema di particelle dominato da
frequenti collisioni con funzione di distribuzione localmente maxwelliana può
essere trattato attraverso un sistema di equazioni macroscopiche. Non è richiesto
che il sistema sia in equilibrio termodinamico globale, ma solo locale, in modo
da comportarsi come un sistema continuo.
In astrofisica si possono presentare tre diversi tipi di sistemi di particelle:

1. particelle senza interazioni a lungo range;


2. particelle interagenti attraverso forze gravitazionali a lungo range;
3. particelle cariche interagenti attraverso forze elettromagnetiche a lungo
range.

Un gas neutro (il mezzo interstellare, ad esempio) appartiene alla prima


categoria, in quanto tipicamente l’energia gravitazionale è trascurabile rispetto
all’energia cinetica termica. Invece la dinamica di un ammasso stellare o di
un ammasso di galassie appartiene alla seconda categoria, ove lo stabilirsi di
una struttura di quasi-equilibrio comporta che energia cinetica e gravitazionale
siano sostanzialmente paragonabili secondo un principio che va sotto il nome
di teorema del viriale. La terza categoria corrisponde ai plasmi, che verranno
studiati nella seconda Parte del corso.
Solo alla prima categoria si applica la trattazione fluida sviluppata in questo
Capitolo, quando cioè il cammino libero medio per collisione sia breve rispetto
alle scale del sistema, cioè quando il parametro di Chapman-Enskog sia α ¿ 1.
Anche nel caso del plasma, come vedremo, una trattazione fluida può essere
sviluppata, modificando la definizione del parametro α in termini della cosid-
detta lunghezza di Debye, la distanza al di sopra della quale le forze elettro-
magnetiche garantiscono una quasi-neutralità del sistema, schermando gli ef-
fetti delle singole cariche e quindi permettendo al sistema di rilassarsi verso un
equilibrio maxwelliano.
I sistemi stellari o di galassie sono invece non-collisionali e dominati dalle
interazioni auto-gravitazionali a lungo range, per cui sono incompatibili con una
trattazione fluida in quanto non esistono forze a breve range che li portino a
rilassare verso l’equilibrio locale maxwelliano. Ciò ne rende di fatto concettual-
mente più complicata la trattazione. Nel precedente paragrafo abbiamo dato
un esempio di comportamento di sistemi non-collisionali. L’effettivo raggiung-
imento di uno stato di equilibrio locale a partire da un sistema in contrazione
gravitazionale è in realtà legato all’effetto delle violente variazioni del campo
gravitazionale auto-consistente. Come proposto da Lynden-Bell nel 1967, le
forze che scaturiscono in tale situazione possono essere trattate come collisioni
che portano ad un rilassamento violento del sistema verso un equilibrio quasi-
maxwelliano anisotropo. Alcuni aspetti di questo comportamento verranno dis-
cussi in successivi Capitoli nella parte dedicata ai plasmi.