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La crisi del Myanmar nel contesto interno ed internazionale

La possibilità di consolidare l’esperimento democratico in Myanmar si è rivelata


velleitaria di fronte al colpo di Stato che, agli inizi del febbraio 2021, ha consegnato
nuovamente il paese nella mani di una giunta militare guidata dal generale Min Aung
Hlaing, capo di Stato Maggiore dell’onnipotente esercito birmano (Tatmadaw). A poche
ore dall’inaugurazione del nuovo parlamento, numerosi esponenti del partito National
League for Democracy (NLD) sono stati arrestati, tra loro anche la leader Aung San Suu
Kyi. Nelle settimane precedenti gli alti gradi militari avevano denunciato l’irregolarità
delle ultime elezioni paventando la possibilità di un’azione golpista qualora il governo
non avesse verificato la validità del voto. Agli arresti è seguita la chiusura e
l’isolamento del paese con il blocco di Internet, dei social-media e la dichiarazione dello
Stato di emergenza a norma degli articoli 417 e 418 della Costituzione birmana del
2008. Aung San Suu Kyi, insieme ad alcuni suoi collaboratori, è stata accusata di
importazione illegale di tecnologie di comunicazione (walkie-talkie), imputazioni presto
estese al mancato rispetto di protocolli anti-covid e alla corruzione. Tuttavia la
popolazione, probabilmente con grande sorpresa della giunta, non ha voluto
supinamente accettare l’ennesimo colpo di Stato ed è scesa in piazza per protestare,
chiedere il rispetto del risultato elettorale e la liberazione dei detenuti politici. Quello
che avrebbe dovuto essere l’ennesimo colpo di Stato della storia birmana si è
trasformato, in poco più di un mese, in uno scontro aperto tra giunta militare e
popolazione civile.

Partita dagli studenti, la rivolta si è estesa alle minoranze etniche, ai buddisti, ai cristiani
ed alla Chiesa cattolica che ha visto diversi presbiteri e suore porsi inermi a difesa dei
manifestanti, fatto che ha provocato la reazione anche della Segreteria di Stato della
Santa Sede. La giunta ha reagito dispiegando le forze armate nelle strade ed in poche
settimane l’escalation di violenza ha portato alla morte di un centinaio di manifestanti,
quasi tutti colpiti a morte da cecchini o proiettili sparati ad altezza d’uomo. Il regime ha
altresì inasprito gli arresti, inviato mezzi blindati e schierato la 33° Divisione di Fanteria
Leggera, unità d’élite responsabile dei massacri della minoranza musulmana Rohingya
nel 2017. La repressione ha finito tuttavia per rafforzare il fronte del dissenso al punto
che, dopo aver proclamato uno sciopero generale, i principali gruppi di protesta si sono
uniti sotto le insegne dei numeri 22222 (22 febbraio 2021), chiaro riferimento simbolico
non soltanto alla magia rituale dei numeri in sequenza tipica della religiosità birmana
ma soprattutto alle rivolte dell’8 agosto 1988 (divenute in seguito famose come 8888)
contro il Partito del Programma Socialista all’epoca al potere. La generazione ’88,
quella che partecipò in prima persona alle dimostrazioni contro la dittatura, è divenuta il
modello della disobbedienza civile odierna e potrebbe essere la premessa ad una
resistenza civile maggiormente organizzata. D’altra parte, è possibile ipotizzare
parimenti che i disordini birmani non siano un fatto isolato, bensì parte di una più ampia
dinamica del dissenso che attraversa l’Asia sud-orientale dalla Thailandia ad Hong-
Kong fino a Taiwan. Finora non esiste un collegamento diretto tra queste realtà ma nulla
esclude che, in futuro, esse possano saldarsi attraverso i social-media sul modello delle
Rivolte arabe del 2011. Un primo esempio è quello della “Milk Tea Alliance”, un
network online di attivisti pro-democrazia nato in risposta agli attacchi informatici ed
alla propaganda nazionalista dei governi cinese, thailandese e taiwanese.

Sebbene il Myanmar sia al centro di diversi interessi stranieri, le origini del golpe è
probabile vadano ricercate nel complesso panorama politico del Paese e nei suoi precari
equilibri. La Costituzione disegna per il Tatmadaw un ruolo centrale nel controllo della
vita politica, sociale ed economica, tanto da assegnare di diritto al partito espressione
dei militari (l’Unione della Solidarietà dello Sviluppo/USDP) una quota fissa di seggi
parlamentari (25%) e i dicasteri-chiave di Interno, Difesa e Affari di Confine. Membri
dello Stato Maggiore siedono inoltre permanentemente nel Consiglio per la difesa e la
sicurezza nazionale, organo di controllo e veto su qualunque legge considerata nociva
per l’unità del Myanmar e la sua sicurezza. Secondo Zachary Abuza, docente al
National War College degli Stati Uniti, il Tatmadaw potrebbe essere descritto come un
conglomerato armato retto da un articolato sistema di patronato e clientele, dedito
all’estrazione delle risorse naturali ed al prelievo sistematico di percentuali sul traffico
di metanfetamine. Il Myanmar è infatti il più grande produttore al mondo di droghe
sintetiche ed il secondo, dopo l’Afghanistan, di eroina, un business che vale oltre
quaranta miliardi di dollari ed è in gran parte sotto il controllo delle alte gerarchie
dell’esercito e delle loro famiglie. Il perenne stato di guerra civile contro le varie
minoranze etniche, buddiste e contro i gruppi di insorgenza nell’entroterra del Paese,
garantisce poi la cornice adatta al fiorire di questi traffici e una giustificazione per la
permanenza al potere dei militari. In tal senso, il golpe di febbraio è stato un azzardo
poiché ha messo in discussione il cammino politico avviato nel 2011 e la collaborazione
con l’NLD di Aung San Suu Kyi. I principali fattori che potrebbero aver contribuito
sono stati la schiacciante vittoria dell’NLD nelle elezioni di novembre, la crisi
economica e del coronavirus e lo stallo nelle trattative di pace con i ribelli. La
combinazione di questi eventi rappresenta una chiara minaccia al sistema di potere dei
militari. Con l’83% di consensi acquisiti nelle ultime consultazioni, il partito della Kyi
avrebbe provocato malumori all’interno dell’USDP che ha iniziato a temere di essere
ostracizzato. Si tratta di timori privi di fondamento, in quanto la stessa Aung San Suu
Kyi ha dimostrato negli ultimi anni un cinico pragmatismo nei suoi rapporti con i
militari, fornendo loro copertura anche di fronte alle accuse di genocidio. D’altronde,
nonostante gli arresti domiciliari a cui è stata costretta per decenni, la Kyi rimane
affezionata ad una istituzione che suo padre contribuì a fondare e negli anni di potere si
è comportata più come un leader nazionalista di etnia Bamar che non come una
riconciliatrice dei conflitti etnici. Se da un lato questa postura ha favorito il
rafforzamento di un culto della personalità e di un vasto consenso popolare a scapito di
riforme democratiche, dall’altro ha riportato la Kyi nel mirino nel Tatmadaw. È altresì
probabile che, sulla lettura che i militari hanno dato delle dinamiche suddette, abbiano
influito in modo preponderante gli interessi personali dello stesso Hlaing e dei suoi
fedelissimi. In quanto capo di Stato Maggiore dell’esercito, egli detiene il controllo dei
due principali conglomerati economici del paese: la Myanmar Economic Corporation e
la holding Myanmar Economic Limited. Il mandato del generale sarebbe scaduto nel
luglio prossimo e questo avrebbe messo a repentaglio il sistema di patronato, che
coinvolge anche membri della sua famiglia, su cui si basa il suo potere. Da questo
insieme di preoccupazioni sarebbe dunque maturata la decisione dello scorso febbraio di
dare seguito alle minacce eversive.

Di fronte al ritorno al potere dell’esercito e alle violenze delle prime settimane contro i
manifestanti, la comunità internazionale ha reagito condannando unanimemente il
regime e minacciando l’imposizione di sanzioni. Al contrario, tanto la Cina popolare
quanto la Russia hanno reagito tiepidamente e sottotono, fatto che ha indotto numerosi
osservatori ad intravedere la longa manus di uno dei due Paesi, o forse di entrambi,
dietro al golpe. In realtà è probabile che né Mosca, né tantomeno Pechino, fossero a
conoscenza delle intenzioni dei generali e che si siano limitate ad accettare
malvolentieri, almeno finché i loro interessi saranno garantiti, il nuovo status quo.
Mentre la Russia intrattiene infatti un proficuo commercio di armi con il Tatmadaw (il
ministro della Difesa Sergej Shoigu ha incontrato il suo omologo birmano pochi giorni
prima del golpe), la Cina ha interessi ancora più vasti che guardano tanto alla posizione
geografica del Myanmar quanto alle sue risorse naturali. Per il Partito Comunista Cinese
(PCC) l’ex Birmania è la principale alternativa allo Stretto di Malacca per
l’approvvigionamento energetico e commerciale. Il corridoio sino-birmano
permetterebbe alla Cina di ridurre distanze, costi e dipendenze dalle rotte marine
soggette potenzialmente ad azioni di esclusione da parte di potenze navali nemiche
(Stati Uniti ed India). Uno dei progetti più importanti è quello del porto di Kyaukpyu,
un hub per il rifornimento di petrolio collegato ad una rete di autostrade, gasdotti e
oleodotti connessi direttamente con la città cinese di Kunming nello Yunnan. Parimenti,
la Cina è interessata a sfruttare le potenzialità del mercato interno del Myanmar e della
sua giovane popolazione ma la possibilità di massicci investimenti rimane legata alla
stabilità interna del Paese ed alla sua legittimità internazionale. Se il regime militare
venisse nuovamente sanzionato con conseguenze dirette sull’economia birmana,
Pechino correrebbe il rischio di perdere un profittevole mercato di sbocco. Da questo
punto di vista, il golpe non favorisce certamente la posizione cinese ma il PCC non può
condannare apertamente i militari senza contraddire uno dei principi cardine della sua
politica estera, la non-ingerenza e il rispetto della sovranità. Un’eccezione nel caso del
Myanmar, anche se allineata all’Occidente, sancirebbe un precedente. Allo stesso modo,
la comunità internazionale è pressoché inerme. Mentre i Paesi occidentali hanno pochi o
scarsi strumenti di pressione da brandire contro la giunta, gli attori dell’area asiatica
temono di alterare un equilibrio regionale già abbastanza precario. Singapore, che
potrebbe esercitare una reale pressione sui militari birmani grazie ai suoi numerosi
legami finanziari, ha scelto una postura temporeggiatrice tipica di un certo
atteggiamento dominante tra i Paesi dell’Asean. L’Indonesia, al contrario, sta cercando
di proporsi come onesto sensale ma possiede scarso o poco credito politico, soprattutto
di fronte alla decisione della Cina popolare di non condannare il golpe. Finché il PCC
sosterrà anche solo indirettamente i generali birmani, è improbabile che la comunità
internazionale sarà messa nelle condizioni di poter agire ed ottenere risultati concreti.
Nondimeno, i recenti attacchi da parte dei manifestanti contro attività economiche cinesi
hanno allarmato Pechino al punto da chiedere ufficialmente alla giunta di riprendere il
controllo della situazione. Ma se quest’ultima dovesse dimostrarsi così incapace da
porre in pericolo gli interessi cinesi, Xi Jinping potrebbe anche pensare di scaricare
Hlaing e i suoi fedelissimi.

Di fronte ad una situazione altamente esplosiva, i militari potrebbero risolversi a cercare


un accordo con i vari gruppi di insorgenza sparsi nel paese. La giunta potrebbe infatti
impegnarsi a non disturbare i traffici illegali su cui gli insorti prosperano in cambio di
una loro neutralità qualora la situazione dovesse degenerare in una vera guerra civile.
Ma anche all’interno delle Forze Armate cominciano a serpeggiare malumori rispetto
alla repressione e all’alto numero di morti e non è impensabile ipotizzare la nascita di
una Fronda potenzialmente disposta ad allinearsi con i dimostranti. Le fortune del
regime rimangono comunque legate alla sorte di Aung San Suu Kyi e all’esito del
processo a cui è sottoposta. Una condanna della leader potrebbe rappresentare il punto
di non ritorno per la giunta che, di conseguenza, ha bisogno di guadagnare tempo e lo
farà probabilmente allungando i tempi del procedimento. In tal modo, i generali sperano
di poter riprendere il controllo della situazione nelle strade, rinsaldare il loro potere
indebolendo i partiti e le associazioni pro-democrazia e riconvertirsi ad un governo
civile o restituire il potere alle autorità civili ma sotto un giogo sempre più stretto.