Sei sulla pagina 1di 28

APPUNTI ESAME DI FILOSOFIA

RINASCIMENTO
Dopo il Medioevo, si affacciava sull’Europa uno scenario storico
abbastanza complesso. Nuove esplorazioni geografiche marcarono
conquiste non indifferenti sul piano culturale ( Bartolomeo Diaz,
portoghese, nell’88 del 400 raggiunse il Capo di Buona Speranza,
all’estremità meridionale dell’Africa, Colombo nel ’92 scoprì
l’America pensando di essere giunto in India) e il rapporto fra
l’Europa e le civiltà precolombiane (Maya, Incas e Aztechi su
tutti) cominciò a minare la rigidità culturale antecedente. Avanzò
con sempre maggior credito da parte della comunità scientifica la
teoria eliocentrica Copernicana, senza contare l’impatto di un
pensatore politico ed essenzialmente laico, autonomo dalla
religione come il Machiavelli, che contribuì a rimarcarne sempre
più la distanza. L’invenzione Gutenberghiana della stampa
contribuì ad una certa diffusione della cultura e crebbe
esponenzialmente un certo attaccamento allo studio della filologia
(umanesimo), in quanto l’uomo rinascimentale si considerava il
vero interprete della cultura classica, ormai scevro dal filtraggio
ecclesiastico medioevale, dunque insieme esplorazione di nuove
possibilità e ritorno ad un classicismo idealistico. L’antropologia
umanistica era fortemente individualista a differenza
dell’assolutismo della Chiesa Medioevale, dove bisognava
adattarsi al filtraggio di cui si parlava ad opera dei ‘’migliori
interpreti’’ della Bibbia, mentre per i Rinascimentali gli uomini
erano tutti uguali. Se l’uomo greco era subordinato al fato mentre
quello cristiano a Dio, l’uomo per la prima volta è al centro di una
vita contemplativa che non richiede virtù che non sia la
conoscenza, vita per cui la solitudine esistenziale dell’uomo come
unico portatore della voce dell’Universo è il prezzo da pagare.
Questa voce stessa non si riconosce in un ‘’tutto’’ armonico, ma si
disperde nell’individualità di ogni singolo essere umano.

PICO DELLA MIRANDOLA


Fra i maggiori umanisti e filosofi rinascimentali (‘400), va
annoverato Pico della Mirandola, pensatore e linguista multiforme
del cabalismo e dell’astronomia (non dell’astrologia). Al centro
del suo pensiero, appunto, il principio di dignità umana che
concretizza nell’ opera ‘’Oratio de hominis dignitate’’ o
‘’Discorso/Orazione sulla dignità dell’uomo’’, ritenuto il
manifesto del Pensiero Rinascimentale. L’Oratio è un elogio alla
capacità intellettiva e deduttiva dell’uomo, unica forza in grado di
poter condizionare il suo destino. E’ in questo che differisce dalle
piante e dagli animali, avvalendosi della filosofia e uguagliando
Dio e gli angeli. La sua teoria è formulata tramite una mitologia
personale. Pico immagina Dio intento a creare il Cosmo, le piante,
gli animali (come nelle Sacre Scritture). Visto che la Catena
dell’Essere è stata completata inizialmente dagli angeli, i quali,
saliti di qualità si sono congiunti al Creatore, per completezza
diede vita alla razza umana, la quale può scegliere se avvalersi per
l’intelletto e congiungersi a lui o pensare alle cose inutili, per
diventare un vegetale ignorante. E’ su questo ciò su cui si basa il
concetto di ‘’dignità umana’’, ovvero la qualità suprema che solo
l’uomo ha ricevuto da Dio.
CARTESIO
Renè Descartes (fine ‘500,metà ‘600) è ricordato come uno dei
maggiori filosofi dell’età Moderna. A Cartesio si deve la formula
‘’Cogito ergo Sum’’, che identifica il pensiero come atto
dimostrativo dell’esistenza spirituale. L’intuizione va ugualmente
interpretata come tale. Alla base del pensiero Cartesiano vi è il
dubbio e il pensiero è definito da esso, dunque quell’ ergo non ha
un valore dimostrativo, quanto più un valore sincronico ed
esclamativo. Non esiste concreta differenza o rapporto fra i due
termini, che piuttosto rappresentano la stessa cosa, una certezza
unitaria. Il ‘’cogito’’ viene postulato per la prima volta nel
‘’Discorso sul Metodo’’, opera con cui Cartesio prova a definire
un metodo (basato sullo scorporare questioni complesse in parti
elementari e accettare come vera solo una evidenza, una realtà
inscindibile), uno dei possibili, cui sottoporre tutte le verità al fine
di avvantaggiare l’uomo nella complessità del mondo. La radice
del ‘’dubbio metodico’’ di Cartesio è concretizzata dai concetti di
‘’res cogitans’’ e ‘’res extensa’’ (rapporto anima/corpo), le due
realtà fisiche/ sostanza per Cartesio. La prima è a tutti gli effetti la
realtà psichica di inestensione, libertà e consapevolezza, la
seconda è la realtà fisica, estesa, limitata e inconsapevole. Per
Cartesio, il dualismo artificioso alla base di questa
schematizzazione è risolto organicamente dalla ghiandola pineale
(ritmo sonno-veglia, le cellule della ghiandola producono la
melatonina che lo regola) e filosoficamente dall’esistenza di Dio,
unica sostanza possibile, creatore sia della realtà che del pensiero.
Il pensiero Cartesiano venne però esteso dall’opera principale, le
‘’Meditazioni Metafisiche’’, nella quale Cartesio mette in dubbio i
sensi stessi, partendo dal presupposto che la vita stessa potrebbe
essere null’altro che un sogno. Tutto ciò che proviene dal mondo
sensibile è dubitabile, a differenza teoricamente quindi
dell’aritmetica, la geometria. Il dubbio però si estende anche al di
sopra di queste per via della teoria del ‘’genio maligno’’, per cui
anche quando ci avvaliamo della matematica, questa ‘’forza’’ ci fa
credere vere cose false. Dunque l’unica forma di verità
indubitabile è il dubbio stesso, suggerito dal ‘’cogito ergo sum’’,
poiché per dubitare bisogna necessariamente esistere (sum, ergo
cogito). Non siamo un corpo con un’anima, ma siamo una ‘’cosa
pensante’’ (res cogitans), poiché il genio maligno potrebbe
ingannarci e illuderci di esistere come corpi e di avere tutti gli
attributi corporei, cosa falsa poiché verità parziale.

GIAMBATTISTA VICO
Giambattista Vico è stato un filosofo e giurista italiano vissuto a
cavallo della seconda metà ‘600 e la prima metà del ‘700 a Napoli
(secondo cui il ‘’cogito’’ Cartesiano può darmi certezza del mio
essere, della mia esistenza, ma non può disvelarne la Natura. Ho
solo riconosciuto il mio essere, ma non l’ho prodotto. Ne ho
coscienza, ma non conoscenza). L’opera per cui è maggiormente
ricordato è La Scienza Nuova (nel senso di ‘’presa in
considerazione per la prima volta) , pubblicata in tre edizioni e la
cui definitiva (1744) conta cinque libri. Al centro della sua
riflessione, Vico pone la Storia, partendo da essa per un personale
discorso filosofico. Il suo studio si basa sulla filologia, che
consente di accertare i fatti particolari per un metodo scientifico e
sulla filosofia, che è la ricerca del vero e delle leggi generali cui i
singoli eventi possono essere ricondotti. Il solo oggetto, secondo
Vico, del quale l’uomo può raggiungere una autentica conoscenza
è ciò di cui è artefice, poiché ne possiede la nozione diretta. In
questo senso, essendo opera dell’uomo, la Storia è l’unica scienza
possibile, dunque va letta e interpretata e non compresa ricorrendo
a formule astratte di carattere generale. Le massime, gli assiomi, i
postulati, in Vico vengono definiti ‘’degnità’’. Il pensiero del
filosofo napoletano fu dapprima accolto solo con moderato
entusiasmo nell’ambiente napoletano, ma in sostanza rimase
sconosciuto altrove per il contrasto col razionalismo dell’epoca.
Fu poi rivalutato a partire dal Romanticismo (Foscolo ne tenne
grande considerazione, così come successivamente Croce e De
Sanctis). Secondo il filosofo, inoltre, la storia procede per ricorsi
che si ripetono ciclicamente. Lo sviluppo del mondo avviene
infatti in tre fasi, come quello della vita dei singoli individui. Nel
caso delle persone, si tratta di infanzia, adolescenza e maturità, nel
mondo, l’istinto, la fantasia e il raziocinio. Ad ognuna di queste
fasi corrisponde un’età, quella degli dei, degli eroi e degli uomini.
Giunta alla maturità, la storia ha compiuto un corso, dunque
subentra in una fase di decadenza dalla quale la storia risorge
seguendo il medesimo schema (ricorso). Un esempio di Vico è il
Medioevo, periodo di barbarie dopo quella dell’uomo primitivo.
Nell’evoluzione della storia, per Vico è fondamentale il valore
fantastico/poetico (due aspetti coincidenti). La poesia è infatti una
importantissima forma di conoscenza attraverso l’immaginazione.
L’uomo, prima di pensare scientificamente, pensa con la fantasia.
Se queste nozioni prelogiche tipiche della poesia non fossero
esistite, il mondo della ragione non sarebbe mai esistito. La
fantasia è difatti tipica dei bambini e Vico definisce gli uomini
preistorici ‘’i fanciulli del genere umano’’. Il riconoscimento di
questo porta Vico a dare un nuovo senso alle favole e alla
mitologia (storia vera per Vico). La ‘’barbarie’’ di Omero e Dante
non è quindi un elemento negativo, bensì frutto del fantastico,
rinnovando l’entusiasmo per i due autori. Vico ritenne inoltre che
il linguaggio sia uno strumento per comunicare in modo più
completo proprio in questo senso, laddove era parziale comunicare
gestualmente. Vico dunque non ritenne la lingua di origine divina,
quanto piuttosto la realtà stessa. Anche nella fantasia Vico
intravede una espressione della Provvidenza Divina, aspetto
comunque straordinario, seppur umanisiticamente contraddittorio.

ILLUMINISMO
L’illuminismo è stato un complesso movimento culturale
sviluppatosi nel Settecento a partire dall’Inghilterra e poi diffusosi
in tutta l’Europa, allo scopo di rischiarare con i lumi della
Ragione la mente degli Uomini (a proposito di ricorsi storici
Vichiani), al fine di sottrarli all’ignoranza e al pregiudizio. Gli
illuministi ritenevano che l’uomo non avesse in passato fatto buon
uso del bene prezioso costitutivo della nostra natura, l’intelletto,
rimanendo in una sorta di minorità. Fu Kant a cercare di
teorizzarlo col saggio ‘’Che cos’è l’illuminismo?’’. Per Kant,
dunque, l’illuminismo è l’attitudine umana al superamento dello
stato di minorità in cui l’uomo si è ridotto per mancanza di
coraggio o per pigrizia, delegando agli scaltri e ai potenti il ruolo
di tutori. (Kant contradditoriamente a questo credeva nello Stato
per il suo senso della morale. Lo Stato illuminato è quello che
garantisce l’obbedienza delle regole di pari passo all’uso della
Ragione. Per Kant la Prussia di Federico II). Usare liberamente la
ragione vuol dire dunque per gli Illuministi essere critici nei
confronti delle superstizioni e dei miti, parlando difatti di
‘’Tribunale della Ragione’’ per distinguere il vero dal falso. E’ in
questi anni che cambia la figura dell’intellettuale, che non è più il
‘’più sapiente’’, quanto colui che garantisce il progresso
divulgando il sapere e interessandosi criticamente di esso in ogni
sua forma ( Voltaire con l’interessamento all’ I Ching, introdotto
guarda caso da Leibniz in Europa). Ad incarnare questi valori fu
paradossalmente la borghesia, per garantirsi un certo predominio
culturale.

JEAN- JACQUES ROUSSEAU


Il primo dei maggiori pensatori del settecento è Rousseau, il quale
fu un pensatore politico, dei costumi del suo tempo. La prima
delle sue opere maggiori è sicuramente il Discorso sulle scienze e
sulle arti, risposta saggistica ad un tema bandito dall’accademia di
Digione (‘’il progresso delle scienze e delle arti ha contribuito a
corrompere o a purificare i costumi? ’’). A dispetto della cultura
illuministica, Rousseau nella prefazione del testo rivendica il
diritto al pensiero autonomo e porta avanti la tesi secondo cui il
progresso ha fatto in modo di corrompere i costumi, dunque una
critica alla scienza e alle arti come forze purificatrici di per sé. Le
arti per Rousseau abbelliscono (‘’ghirlande di fiori poste su
catene’’) ciò che non è bello, spesso utilizzate dal potere per
rendere accettabile una realtà che non è giusta. Le arti abituano
l’uomo di riflesso, ad apparire, trasformandolo dall’essere ciò che
è all’essere ciò che appare. Le maniere dell’uomo hanno perso
autenticità e le arti contribuiscono a far morire le inclinazioni e le
dimensioni più autentiche dell’uomo, creando un uomo apparente
con un ‘’codazzo di vizi’’. Rousseau fa l’esempio di Atene e
Roma, cadute in disgrazia quando artisti e scienziati hanno deciso
di manipolare i sentimenti più naturali dei due popoli rispettivi.
Elogia dunque Sparta, l’educazione più diretta e meno alterata
rispetto ad Atene. Se la cultura decide di andare contro la natura,
va condannata. Allontanarsi da essa, deve ricordarci la natura, crea
declino e corruzione. Le scienze invece per Rousseau sono di
certo uno strumento progressista, ma anche qui ne evidenzia i
limiti, poiché la scienza produce diseguaglianza sociale. Chi
possiede le risorse scientifiche, le tramanda, chi non le possiede è
inevitabilmente tagliato fuori. La scienza produce progresso, ma è
spesso anche strumento di diseguaglianza, di vantaggi per pochi.
E’ dunque condannata la cattiva disponibilità/distribuzione delle
scienze (basta pensare alla tecnologia oggi, pensieri retorici, o
all’energia atomica o case farmaceutiche). La scienza porta con sé
i drammi di paesi ricchi scientificamente che impediscono a paesi
più piccoli di usufruire di cose importanti. La seconda delle grandi
opere di Rousseau è il Discorso sull’Origine e i fondamenti della
disuguaglianza, a sua volta figlia del secondo concorso a cui prese
parte Rousseau bandito dall’accademia di Digione (‘’quale è
l’origine della disuguaglianza fra gli uomini e se essa sia
autorizzata dalla legge naturale’’), non vincendo a differenza del
precedente discorso, ma avrà un grande successo nei salotti
culturali dell’epoca. Qui Rousseau argomenta che siamo nati
uguali, ma ‘’subiamo’’ divergenze sociali. Gli uomini sono sì
diseguali in natura (alto, basso, magro, grasso), ma non lo siamo
socialmente, lo siamo diventati. L’origine di questa mutazione è
da ricercarsi nello stato di natura. Rousseau critica i giusnaturalisti
come Locke per aver sostanzialmente proiettato l’uomo moderno,
con capacità sociali sviluppate, nel passato, partendo quindi dal
presupposto che l’uomo naturale fosse razionale, cosa falsa.
Critica anche Hobbes, secondo cui ‘’homo homini lupus’’, dunque
egoista. L’uomo non è egoista per natura, secondo Rousseau. Lo è
semmai l’uomo contemporaneo. In sostanza c’è sempre un
problema di proiezione del contemporaneo ai filosofi politici
antecedenti circa il naturale. Secondo i navigatori, l’uomo era un
buon selvaggio, ma Rousseau rigetta anche questa ipotesi. Il
selvaggio non è buono, né cattivo, ma è ingenuo, semplice,
vivendo in perfetto equilibro tra risorse e necessità, riuscendo ad
esaudire bisogni semplici, primitivi, a cui la natura stessa
provvede (rapporto uomo-natura). Pochi bisogni e riesce ad
esaudirli. I due sentimenti costitutivi dell’uomo naturale sono
l’amor proprio e la pietà. L’uomo vuole salvarsi dalle forze
naturali, si difende o si sostiene (amor proprio), di fronte alla
sofferenza e/o alla morte, prova pietà. Non esisteva nessun altro
tipoi di assetto o parvenza sociale. Gli uomini decidono di
cambiare però perché hanno due altre spinte, la libertà e il
desiderio di perfettibilità. Il primo elemento di miglioramento è
stato il linguaggio, che ha marcato le prime differenze fra gli
uomini, fra chi riusciva a comunicare meglio o peggio, più o meno
primitivo. Da lì il ragionamento. La prima evoluzione è la famiglia
e da lì la gelosia, la volontà di primeggiare sugli altri e la
creazione di logoramento e tensioni. L’armonia definitivamente
però crolla con la nascita dell’agricoltura e della metallurgia,
facendo nascere civiltà sedentarie e della proprietà privata. La
seconda parte appunto (a differenza della prima incentrata sullo
stato di natura) si interessa della nascita dello stato civile.
Rousseau condanna il momento in cui l’uomo ha deciso di non
opporsi alla reclamazione possessiva di un territorio da parte di un
altro uomo. Da lì nascono i ricchi e i poveri, dunque le guerre
(ricchi contro ricchi/guerra orizzontale, poveri contro ricchi/guerra
verticale, poveri contro poveri/guerra orizzontale). Nel caso di
guerra verticale, i ricchi propongono il patto iniquo Hobbesiano ai
poveri, in cui tutti cedono le libertà in cambio di un sovrano che
gli garantisca la vita (proprietà privata, magistratura per
legittimare le differenze, il furto della terra, i poveri sono dunque i
ladri). Da qui la necessità di un patto equo fra il popolo e lo stato
tramite democrazia diretta di cui Rousseau parlerà nel Contratto
Sociale.

IMMANUEL KANT
Fra i principali, se non il più importante dell’Illuminismo, il
filosofo di Konisberg è fondamentale per la storia del pensiero
moderno. Il suo nome è principalmente legato alle tre Critiche
(ragion pura, ragion pratica, giudizio). La prima di queste, la
Critica della ragione pura è un’ opera incentrata sull’assestamento
del fulcro filosofico del periodo. Da una parte Kant rifiuta
l’empirismo (Hume) per la troppa fiducia riposta nell’esperienza,
dall’altra rifiuta il razionalismo per il suo dogmatismo troppo
rigido. Nella prefazione dell’opera, Kant si definisce un Copernico
della filosofia. Come l’astronomo ha ribaltato la percezione del
cosmo (la terra gira intorno al Sole), così Kant ribalta la
percezione che l’uomo ha della natura, che infatti per il filosofo
tedesco si adatta alla ragione, si modella su di essa, essendo
dunque condizionata dal soggetto, che si trova al centro della
realtà e che la percepisce. L’operazione di Kant a favore del
razionalismo e dell’empirismo è ‘’il giudizio sintetico a priori’’.
Se per i razionalisti il predicato è contenuto nel soggetto, dunque
sussiste un ‘’giudizio analitico a priori’’, mentre per l’empirismo il
predicato è aggiunto al soggetto in base all’esperienza, dunque
esiste nel divenire un ‘’giudizio sintetico a posteriori’’, per Kant il
predicato è aggiunto al soggetto per opera dello spirito (ogni causa
ha il suo effetto, 7 più 5 uguale 12). Il primo livello di conoscenza
individuato da Kant è l’estetica trascendentale (prima parte
dell’opera), ovvero l’uso che l’uomo fa di spazio e tempo
(strumenti fondamentali per il giudizio sintetico a priori) per
sintetizzare/ordinare l’esperienza sensibile. Le intuizioni sensibili
sono dunque il prodotto della nostra mente in contatto con
l’esperienza, grazie a spazio e tempo. Dunque esperienza
organizzata. Per Kant il trascendente non ha alcun tipo di contatto
con la realtà, mentre il trascendentale è un qualcosa di meta-
empirico, che riguarda dunque le forme a priori. La seconda parte
della Critica riguarda la logica trascendentale, a sua volta divisa in
analitica trascendentale e dialettica trascendentale. Nell’analitica,
viene preso in considerazione il secondo step della conoscenza, la
conoscenza astratta, dunque ciò che riguarda l’intelletto e non più
i sensi. Le intuizioni sensibili vengono nuovamente strutturate
dall’intelletto in categorie, che in Kant sono 12, 12 strutture
mentali a priori che ci permettono di fare sintesi dell’esperienza.
Le intuizioni sensibili difatti sono esperienza organizzata. Un
esempio può essere la ‘’causa-effetto’’, forse la più importante di
questi rapporti/categorie. Se mi scotto sul fuoco, il fuoco brucia e
trarrò una regola generale dall’esperienza, dunque un concetto. Le
categorie sono quindi delle strutture che mi permettono di
organizzare una serie di esperienze (ulteriori a quella organizzata)
in un concetto, una regola generale sempre valida. L’unità delle
categorie è l’ ‘’io penso’’, dunque fondamentalmente
l’autocosienza. La conoscenza stessa infatti avviene fra soggetto e
oggetto, un soggetto che conosce e un oggetto che viene
conosciuto. Il fenomeno infatti per Kant è ciò che si lascia
conoscere, ciò che si dà al soggetto, il noumeno, la cosa in sé, è la
parte misteriosa, l’intrinseco, ciò che non ci è dato conoscere.
L’uomo è infatti in grado di conoscere solo ciò che è conforme ai
propri sensi e non può dunque andare oltre il fenomeno. Da qui il
limite Kantiano. Se Dio è in grado di comprendere tutto, l’uomo è
in grado di comprendere solo la realtà fenomenica, la realtà
naturale, la realtà scientifica, di Newton. La dialettica
trascendentale è il sistema Kantiano per affrontare la metafisica, al
ragione, il desiderio umano di superare il fenomeno e conoscere
oltre. In campo metafisico, proprio per il giudizio sintetico a
priori, non esiste esperienza, poiché è impossibile fare esperienza
di Dio, dell’Essere, della Sostanza. In campo metafisico non vi è
alcun tipo di contatto con l’esperienza, dunque non può esserci
sintesi e dunque non può esservi giudizio sintetico a priori.
Estetica= Sensi/Logica: Analitica=Intelletto – Dialettica=Ragione
Nella Critica della Ragion pratica, Kant si domanda se esiste
implicitamente nella ragione una morale, un bene universale, a
differenza della prima opera per cui si domanda se esistono
strutture secondo cui il soggetto può giungere a conoscenza certa.
I principi morali di Kant sono sì universali, come quelli
gnoseologici, ma non possono essere necessari, poiché ognuno
può scegliere se seguirli o meno (in parte si torna all’Illuminismo).
Siamo dotati del libero arbitrio per cui possiamo scegliere se
seguire la ragione o assecondare gli impulsi. Se li assecondiamo,
stiamo seguendo ciò che Kant definisce l’Imperativo Ipotetico (se
vuoi…. allora devi….), se scegliamo la ragione, seguiremo
dunque l’Imperativo Categorico (devi! Il dovere per il dovere). Il
libero arbitrio è dunque la possibilità di scegliere fra ragione e
sentimento, la libertà è ciò che otteniamo seguendo solo ed
esclusivamente la ragione, poiché in sede razionale possiamo
ripudiare le nostre piccolezze/limiti (poor Aleister Crowley). Per
Kant è però fondamentale la ‘’volontà buona’’. Non è tanto
importante come agiremo, quanto la volontà autentica di giustizia
e di agire nel bene. Dunque non conta solo il gesto, ma soprattutto
l’intenzione. In quest’opera la rivoluzione Copernicana è morale,
poiché la morale è autonoma, poiché essa si fonda sulla ragione ed
è lo strumento affinchè può elevarsi. Il sommo bene teorico
dunque sarebbe per Kant la virtù, quindi una azione sempre e
sicuramente morale. Kant è però consapevole che l’uomo desidera
la felicità. Virtù e felicità sono infatti una antinomia etica, forse
quella per eccellenza, poiché la felicità deriva dall’appagamento
degli istinti. Il sommo bene dunque è il coincidere della virtù con
la felicità, che spesso è però una forzatura per noi stessi. Per
questo Kant va a postulare (postulato= base di un ragionamento
presa per buona proprio per questo) l’aldilà. In questa vita non è
dunque possibile realizzare il sommo bene, ma nell’aldilà
perderemo i limiti del corpo e lì potremo essere massimamente
virtuosi e felici, con Dio garante di questo connubio. Non siamo in
grado di conoscere Dio, ma moralmente in quest’opera abbiamo
bisogno di considerarlo. La ragione fonda la morale, la morale
fonda Dio. L’azione morale dunque non ha bisogno di regolarsi,
non ha bisogno dell’esperienza per essere morale. Non possiamo
esperire Dio, ma possiamo ragionevolmente postularlo. E’ Dio a
fondarsi sulla ragione e sulla morale e non il contrario.

ROMANTICISMO/IDEALISMO/FICHTE
Il Romanticismo è stato sicuramente un movimento culturale
estremamente eclettico, eterogeneo, pluriforme, peculiare, che si
diffuse a partire dalla Germania in tutta Europa. Nasce alla fine
del ‘700 e perdurerà con forza per tutta la prima metà dell’800.
Avrà a che fare con arte (Frederich, Turner, Gericault), politica e
filosofia e il comune denominatore è la polemica contro
l’intelletto umano come concepito dall’Illuminismo, inteso come
intelletto che accetta come orizzonte il limite, il finito, cercando
invece di intrecciare tramite il sentimento un rapporto con
l’assoluto, l’infinito e con Dio (il poeta comprende la natura
meglio dello scienziato, poiché la poesia disvela l’Assoluto, la
scienza solo il percettibile. Anche la musica non è intrattenimento,
ma forza catartica e salvifica. L’Assoluto è dunque la musa
dell’artista romantico. La vita diviene desiderio, ma anche
inquietudine. ‘’La battaglia per essere completamente umani’’ di
Goethe (siamo mancanti, senhsucht), che in Fichte sarà lo streben ,
lo slancio, il superamento dei limiti, come il Platone del Simposio
quando parla dell’Eros. Il romantico è titanico, stagliato contro la
vita in sfida verso l’assoluto, un prometeismo, sfidare gli dei.
Esalta anche il passato, l’armonia perduta, la ricerca di una Ellade
greca o di un Medioevo mistico/magico di valore, l’esaltazione di
tempi perduti, un passato mitizzato. Tolkien nel postmoderno. Lo
slancio è anche di natura creativa, l’esaltazione della genialità
creatrice profetica. La matrice di fusione dell’infinito è l’amore,
ovviamente, che porta l’uomo ad una dimensione
sovraindividuale, vera essenza della vita universale che ci conduce
verso la perfezione. Unione/anima/corpo e l’attrazione per la
natura. Grande interesse per la storia, esaltata come
sovraindividualità e universo, come provvidenziale,
libertaria/Delacroix in arte con la libertà, rivoluzione
francese/nazionalismo, con rischio di tradizionalismo
universalistico/vedi il fascismo e il giustificazionsimo superficiale.
Esaltazione del Nazionalismo, amore per il popolo indipendente e
della libertà delle Nazioni, anche delle altre da quelle appartenenti.
La Natura è ciò che ci definisce, il senso del nostro vivere,
L’Assoluto. Noi siamo natura. C’è sia ottimismo che pessimismo,
ma l’ottimismo in genere prevale poiché il negativo, il limite è
funzionale al positivo, all’infinito). In un certo senso,
filosoficamente nasce col Kant del giudizio, esaltatore della
ragione e poi demolitore della ragione limitante in ambito
teleologico, poiché tramite la ragione non si può determinare il
fine della natura. In un certo senso anche Rousseau è stato un
proto-romantico. Il big bang è però il circolo di Jena tedesco dei
fratelli Schlegel, che fu una forma collaborativa teorica di filosofi
come Fichte, Schelling e poeti come Novalis e Holderlin. Fichte fa
nascere filosoficamente l’Idealismo dividendo la filosofia
dogmatica del limite (la cosa in se, l’accettare un postulato,
dell’empirismo fine a ste stesso direbbero) con quella
idealistica/romantica (lo slancio). L’idealismo è dunque una realtà
gnoseologica, per cui tutta la realtà dell’essere è contenuto di
coscienza e pensiero. Per Platone, l’idealismo si concretizzava con
la convinzione che l’essere fosse il pensiero, le idee e non la realtà
sensibile, così come per Berkley si identifica con la percezione.
L’idealismo tedesco di Fichte, Hegel e Schelling rifiuta la cosa in
sé, la filosofia dogmatica del primo Kant. Tutta la realtà è inclusa
da un Io infinito (a differenza di quello Kantiano) e nulla è al di
fuori di questo principio. La natura, la cultura e la storia sono
tappe di un unico processo ideale in cui l’assoluto pensa sé stesso.
La coscienza si autodetermina tramite l’atto libero, dunque la
coscienza come autocoscienza è l’unico fondamento possibile di
spiegazione dell’esperienza. Ne la ‘’Dottrina della scienza’’,
Fichte pone tre principi:
1) L’Io pone se stesso
2) L’Io oppone a se un non io
3) L’Io oppone nell’Io un non io divisibile all’Io divisibile
Il Non io è la limitazione, la natura estrerna limitante e la natura
interna impulsiva. Il Non Io è posto dall’Io, ma l’indipendenza
dell’oggetto scaturisce dall’Inconscio, poiché è inconscia la
produzione stessa di materiale empirico della conoscenza. Il
compito infinito è dunque la liberazione dalla natura.

HUMBOLDT/HERDER: SUL LINGUAGGIO


Tra i primi filosofi romantici, Humboldt e Herder si interessavano
al linguaggio. Herder fu allievo di Kant a Konisberg e mosse una
grossa critica alla legge di Montesquieu, pensatore illuminista. Per
Montsquieau la legge era un qualcosa che andava obbedito nella
sua freddezza e astrattezza, mentre per il tedesco la legge è una
forma di costume, di usanza, di abitudine culturale. Attraverso la
storia il genere umano realizza sé stesso che può concretizzarsi in
un popolo specifico di specifici costumi, dunque la legge è un
modo di comportarsi costituito storicamente che ci abita. Herder
fissa un nuovo modo di analizzare la storia, una forma di storia
Provvidenziale. Ogni epoca storica è dunque dotata di significato,
tanto che Herder paragone le diverse fasi della storia alla crescita
dell’Individuo Umano. All’antichità orientale, l’infanzia, alla
grecità la fanciullezza, al mondo romano la maturità e la
decadenza della vecchiaia durante la decadenza dell’impero. In
questa prospettiva il medioevo e le invasioni barbariche riportano
l’uomo all’infanzia dalla quale ripartire (centrale in Hegel).
Sottinteso che il romanticismo è la nuova maturità. Nessun
periodo è dunque più insignificante e la storia è animata da un
principio immanente e scienza e natura sono articolazioni di un
unico essere divino. Per Herder il linguaggio è collegato alla
ragione, ed entrambi sono frutto di uno sviluppo storico. Per
Herder parlare non vuol dire solo comunicare, ma è la forma
completa del ragionamento. Il linguaggio è un perfezionamento
della ragione. L’opera principale di Herder è Idee per la filosofia
della storia dell’umanità. Simile all’interesse sul linguaggio di
Herder è quello del linguista e diplomatico Humboldt, la cui opera
maggiore è gli Scritti sul Linguaggio. Per Humboldt entrare in
un'altra lingua è entrare in un altro mondo. La lingua dunque non è
solo comunicazione, ma è una variazione della realtà linguistica,
che ha una sua storia e una cultura ben precise. Il linguaggio è
dunque il prodotto di un popolo, la manifestazione della sua
cultura e del suo mondo.

HEGEL
Il maggiore filosofo dell’Idealismo, la cui opere maggiori sono la
Fenomenologia dello Spirito, la Scienza della Logica e
l’Enciclopedia delle scienze filosofiche .
1) La risoluzione del finito nell’infinito (da Fichte)
2) Coincidenza di ragione e realtà (Spinoza)
3) La funzione giustificatrice della filosofia
Per Hegel la realtà non è un insieme di sostanze autonome, bensì è
un unicum, una unità e le singole parti, il finito, non sono altro che
manifestazioni dell’infinito, di un soggetto assoluto infinito che
autoproduce se stesso producendo anche il finito. Non esiste il
finito, è solo una manifestazione dell’infinito, ma le due cose
coincidono. Per Hegel è vero l’intero, non le singole parti, e
l’infinito è dunque un soggetto assoluto in costante divenire. Tutto
ciò che è razionale è reale e viceversa, dunque per Hegel la
ragione non è astratta, ma sempre concreta. Il razionale si
concretizza nel reale, che è una manifestazione del razionale. La
ragione non è mai al di fuori della realtà e si concretizza sempre
nel reale. Tutto è prodotto e coincide con/dal logos.
(pensieroparola). La filosofia è come la nottola di Minerva, come
la civetta giunge al termine del giorno per contemplare durante la
notte il giorno passato e si manifesta al crepuscolo, così la
filosofia giunge al termine della manifestazione della ragione e
della realtà per comprenderne le strutture. La filosofia non deve
cambiare la realtà, poiché essa è una manifestazione della ragione.
Bisogna dunque prendere atto della realtà e della struttura
razionale di essa, la filosofia è al servizio della comprensione della
realtà, della totalità, soggetto infinito assoluto che si manifesta
sempre nella realtà. Il sistema filosofico Hegeliano si divide in tre
parti di stampo lontanamente Kantiano:
1) La logica
2) La filosofia della natura
3) La filosofia dello spirito
La logica si sofferma sull’idea in sé (non la cosa in sé di Kant), la
filosofia della natura si sofferma sull’idea che si aliena, dunque
esce di sé, dunque l’idea fuori di sé, mentre quella dello Spirito si
occupa dell’idea che ritorna a sé dopo essersi smarrita, più
consapevole, più ricca di quanto non lo fosse nella sua originaria
staticità. E’ un sistema tripartito dialettico, con tesi, antitesi e
sintesi. Per Hegel la ragione è dialettica, si pone, si nega
(contrappone) e si ricompone nella sintesi, dunque di conseguenza
lo è anche la manifestazione di essa, la realtà. Il momento
indispensabile è l’antitesi, la negazione. La logica dunque si
occupa dell’idea in sé, identica a sé, rispettando il principio di non
contraddizione, di identità, e questa parte del ragionamento
Hegeliano è dunque dedicata al linguaggio e al ragionamento, è
l’idea nel suo momento di autoaffermazione in quanto idea,
pensiero chiuso in sé stesso, il secondo step rigurda l’idea alienata,
smarrita nella natura, nel mondo empirico, nella datità empirica,è
dunque il mondo della natura studiato dalle scienze naturali
(biologia, zoologia ecc…), dunque la filosofia della natura si
occupa dell’idea alienata, uscita fuori di sé e oggettivatasi nella
natura, mentre la filosofia dello spirito riguarda l’idea che torna a
se dopo essersi alienata, estraniata, oggettivata. La filosofia dello
spirito si divide in tre parti:
1) Filosofia dello spirito soggettivo
2) Filosofia dello spirito oggettivo
3) Filosofia dello spirito assoluto
La prima si occupa dello spirito che ritorna a sé come soggetto,
coscienza soggettiva, come coscienza, consapevole di essere tale e
diventa azione e ragione. La filosofia dello spirito soggettivo
riguarda quindi l’antropologia, la fenomenologia e la psicologia.
Spirito che diventa cosciente, agisce e diviene pienamente
razionale.
La seconda si occupa dello spirito che ritorna a sé come
oggettività, coscienza oggettiva, dunque come dimensione
pubblica/politica della collettività, della comunità, dunque
riguarda il diritto, moralità, eticità, che per Hegel non è un dover
essere etico, ma è una concretizzazione nella realtà rappresentata
dallo Stato.
La terza si occupa dello spirito che ritorna a sé in senso assoluto,
adeguato e riguarda l’arte, la religione e la filosofia. L’idea ritorna
a sé come intuizione dell’assoluto. L’arte può essere simbolica,
ricca di forma ma povera di contenuto (piramidi, ziggurat),
classica (equilibro fra contenuto e forma) e arte romantica
(contenuto assoluto, sovrabbondante, infinito, priva di forma), così
come le religioni possono essere animiste, naturalistiche, le
religioni della volontà e della libertà e la religione dell’assoluto, il
cristianesimo, religione triadica (pfss) in cui la ragione torna a sé
come rappresentazione. La filosofia è il massimo della purezza
possibile dell’idea, unico sistema per cui la ragione, consapevole
di essere tale, ritorna a sé dopo lo smarrimento.

MARX
Tra i maggiori pensatori dell’Ottocento, Karl Marx, filosofo e
analista globale della società e della storia, pesantemente
influenzato da Feuerbach e Hegel, fondendoli insieme. Storicizza
Feuerbach e materializza Hegel (specie dal secondo e da entrambi
per non essere COSI’ romantici) a cui appunto interessa
individuare le caratteristiche della società e dei tempi in cui vive,
per fare previsioni, per capire se ci sono leggi storiche,
economiche, delle tendenze e a partire da queste capire quale
possa essere l’azione da instaurare in queste dinamiche. A Marx
interessava la disalienazione e l’emancipazione umana. Per Marx
dunque l’uomo deve essere libero dallo sfruttamento dell’uomo
sull’uomo, dai pochi che impongono uno sfruttamento di molti.
Dunque un filosofo della libertà. Questo sfruttamento si realizza
innanzitutto nel lavoro, nei rapporti di forza economici in cui c’è
un soggetto dominante e un oggetto dominato, una tesi e una
antitesi (hegelianamente) e che pur nella dialettica storica ci si
impegni all’emancipazione. Da sempre la storia si muove nella
lotta fra classi subalterne e dominanti (la storia è una lotta di
classe) e questa lotta libera energie finalizzate all’emancipazione.
L’alternativa è la rovina di entrambe. Questa è la storia per Marx.
L’uguaglianza quindi è una condizione della libertà, ma Marx è un
filosofo dell’emancipazione. La libertà Marxiana/Marxista va oltre
le libertà formali della legge, ma analizza le realtà individuali di
individui sfruttati e le disparità socio-economiche-materiali su un
piano storico. Marx inoltre è un materialista, il teorico del
materialismo storico-dialettico. Criticava a Feuerbach il
materialismo astratto. Il divenire storico è dunque dialettico
perché procede per tesi e antitesi (Hegel), ma è anche materiale
(Feuerbach). La storia è bisogni/soddisfacimento. La storia è
lavoro, che soddisfa i bisogni. Anche il bisogno spirituale,
animistico, personale, ludico è connesso ad un corpo, dunque alla
materia. Anche l’anima è collegata alla dimensione materiale in
cui viviamo, dunque la concretizzazione dall’emancipazione è
inscindibile da una attitudine materialistica. In Marx, inoltre, la
dimensione teorica e pratica. Comprendere il reale (Hegel) per
trasformarlo attivamente (da Feuerbach). Non gli interessa la
Nottola di Minerva Hegeliana, semmai gli interessa scavare nella
storia per cambiare il contemporaneo con una filosofia pratica
(simil-Spinoziana), anzi politica (in Marx). La razionalità
Hegeliana, la sintesi, è l’uguaglianza per tutti (Lavoratori di tutto
il mondo, unitevi!). Marx dunque è un filosofo rivoluzionario, non
contempla ma idealizza trasformando attivamente (come Kant,
amava Copernico). La rivoluzione è l’unica possibilità di sintesi,
oltre che di emancipazione. Da ciascuno secondo le sua capacità a
ciascuno secondo le sue esigenze. Distribuzione equa. I filosofi
vogliono interpretare il mondo, a Marx interessa cambiarlo. Marx
critica con violenza la società economico-borghese illusoria,
politicamente astratta, idealistica, ugualitaria ma sostanzialmente
legata allo sfruttamento e all’annientamento sostanziale della vita
dell’operaio. Sono liberi e uguali nel diritto, ma non nella pratica,
per cui gli uomini si dividono in sfruttati e sfruttatori. La prima di
queste analisi si concretizza nei Manoscritti economico-filosofici,
in cui Marx parla apertamente di alienazione, condizione storica
dell’operaio nella società capitalistica, per cui l’uomo si aliena dal
prodotto che produce, non ne è più in possesso e l’uomo ne
dipende, dipende dalla produzione di quella merce, al punto da
mutarla in una divinità (come il Dio che aliena l’uomo in
Feuerbach), l’uomo perde la propria libertà lavorativa in virtù
della soddisfazione di un bisogno, ma vende se stesso per ragioni
sociali e per un salario, dunque non è più una scelta, ma una
necessità, muta quindi in un uomo meccanico, condannato ad un
abbrutimento spirituale e alla morte dell’energia creatrice e
rivoluzionaria che lo abita. Lo stadio finale dell’alienazione è
quello dagli altri uomini, per cui ci si divide anche solo tra
borghesi e proletari, sfruttati e sfruttatori, poiché il capitalismo
produce tante ricchezze ma le produce in maniera diseguale,
poiché ha un fine sociale, ma realizza profitti privati. Per Marx,
nell’opera maggiore, Il Capitale, quando qualcuno acquista una
merce, non considera le esperienze anche solo umane che ci sono
dietro, dando vita al feticismo delle merci, ovvero al considerarle
come dei dati indipendenti e non più valori sociali. Marx distingue
inoltre fra valore d’uso e valore di scambio di una merce. Il primo
è la capacità della merce di soddisfare un bisogno, la sua utilità. Il
valore di scambio è invece la quantità media di lavoro che serve
per produrre quella specifica merce in una data società e in un dato
momento storico. Per Marx il profitto dei capitalisti è un
Plusvalore, figlio di Pluslavoro, poiché anche la forza lavoro è una
merce, dotata di un valore d’uso e di scambio. Il valore d’uso è in
questo caso la capacità di lavorare, nonché la necessità di farlo
poiché il lavoro garantisce un salario. Il valore di scambio sono i
mezzi di sussistenza che servono all’operaio per vivere, mangiare,
riprodursi, sostenersi e sostenere il lavoro. A differenza però delle
altre merci, nel momento in cui la forza lavoro viene adoperata,
incrementa il valore della merce a cui sta lavorando, perché
contribuisce a plasmarla, dunque ad aumentarne il valore. Il
salario che però il capitalista, il proprietario dell’azienda o
dell’industria rende all’operaio un salario ben inferiore al
contributo dell’operaio. Dunque il guadagno del capitalista,
venduta la merce, è a tutti gli effetti un plusvalore, che deriva dal
pluslavoro degli operai. Lo sfruttamento dell’operaio è misurato
da Marx dal saggio del plusvalore, ovvero il rapporto fra
plusvalore e capitale variabile. Il capitale per Marx può essere
costante e variabile. Il primo è il costo dei mezzi di produzione, il
secondo è l’insieme dei salari corrisposti agli operai. Per Marx il
progresso della tecnica porta ad un aumento del Capitale Costante,
poiché si possono realizzare macchine più efficienti e più costose
e al contempo una diminuzione del Capitale Variabile, perché
macchine più efficienti permetteranno di utilizzare sempre meno
operai, andando a danneggiare il mercato interno e aumentanto la
disoccupazione del proletariato. Ciò porta all’impossibilità di
vendere le merci tanto quanto venivano vendute prima, in parte
rimarranno invendute e si concretizzerà la crisi da
sovrapproduzione. La ciclicità della crisi capitalistiche per Marx è
realizzabile solo tramite il superamento della società borghese e la
concretizzazione di una società comunista
Dialettica: Tesi/antitesi/sintesi

NIETZSCHE
In contrapposizione a Hegel, Nietzsche è il filosofo irrazionalista,
asistematico, neoromantico più importante dell’era moderna (il
transvalutatore dei valori), figlio di Schopenhauer e di Stirner (?).
Nasce come filologo e insegnante a Basilea di lingua e letteratura
greca, ed è proprio dallo studio della cultura classica, che
ammirava molto, scrive la prima delle opere più importanti, La
Nascita della Tragedia, che non trovò il riscontro del mondo
universitario tarpando la sua carriera accademica, da cui si
allontanerà sempre più, incentrata prevalentemente sulla
contrapposizione dei sue aspetti prevalenti dell’esistenza umana,
due spiriti, quello Apollineo (da Apollo, dio del sole, delle arti e
della poesia), basato su raziocinio, proporzione, misura,
razionalità, plasticità delle forme (scultura e arte greca in generale,
l’esistenza degli dei con cui si giustifica la caducità della vita) e
quello Dionisiaco (da Dioniso, dio del vino), basata sul divenire
(Eraclito il primo che l’ha colto) sull’ebbrezza, la passione, la
sfrenatezza, l’irrazionalità, la poesia lirica, l’orgiastico. Secondo
Nietzsche, questi due impulsi erano alla base del mondo greco
prima del razionalismo per cui era noto e la tragedia greca di
Eschilo e Sofocle ne era la perfetta sintesi (miracolo metafisico
poiché la tragedia è alla base della vita). Il racconto, la vicenda su
cui si basa la tragedia è il momento apollineo, ma essi sono
travolti dalla tragicità del coro (che Nietzsche definisce ‘’Il coro
dei Satiri’’, poiché nel partecipare alla processione dionisiaca
l’uomo si trasforma in satiro, essere umano-divino primigenio) ,
della musica, voce fuori campo dionisiaca del fato che travolge
l’eroe, compiendo lo sviulppo della tragedia (Edipo Re di
Sofocle). Da Euripide in poi, la tragedia perde queste forze tensive
con l’abolizione del coro, oltre che la variazione del focus
narrativo a favore non più di omuncoli quotidiani, bensì di figure
tridimensionali idealizzate e realistiche (Medea) e Socrate,
parallelamente, significherà l’avvento dell’uomo teoretico e dello
spirito razionalistico, nonché la morte del tragico e l’avvento del
Platonismo. Le due cose sono purtroppo conseguenti La vita per
Nietzsche è indefinibile, pagana, scevra dal concetto e dalla
definizione, essenzialmente tragica, tensiva, in divenire,
sottraentesi al principio di individuazione. Da qui l’amore
Nietzschiano iniziale per la musica di Wagner (da cui si
distaccherà umanamente per la sua conversione al Cristianesimo e
per il suo avvicinamento ad un certo populismo e
all’Antisemitismo) e per la filosofia di Schopenhauer. Per
Nietzsche le immagini apollinee e la tragedia attica sono forme di
redenzione che non comportano l’ipostatizzazione di essenze e
strutture metafisiche, poiché nascono da un bisogno di
rassicurazione dal caos tragico che è la vita. Questa rassicurazione
metafisica del Platonismo è per Nietzsche sintomo di una cultura
decadente, la quale non può che rinascere abbracciando il tragico.
L’evoluzione del pensiero Nietzschiano si concretizzerà in primis
ne La Gaia Scienza e nello Zarathustra (l’opera più importante e
mitologica del filosofo tedesco), con la ‘’parabola del folle’’,
aforisma 125 de LGS in cui viene annunciata la ‘’Morte di Dio’’
da parte di un profeta folle al mercato. Questo evento sarà il
primo, radicale passo per la vittoria del tragico sul metafisico, il
crollo traumatico di ogni illusione metafisica e/o religiosa. Questo
crollo porta l’uomo di fronte all’abisso, alla paura, alla vertigine,
un autentico precipizio nell’angoscia nichilista, l’impossibilità di
senso nell’esperienza umana ammesso possa esser definita tale.
Nonostante ciò, coloro che sapranno assumere quel vuoto sulle
spalle, potranno accogliere l’avvento dell’oltreuomo, uomo privo
di paure, l’unica forza che può colmare questo vuoto senza
lasciare che si verifichi il rischio di un surrogato metafisico di Dio.
Un ateismo istintuale, dionisiaco, figlio dell’adattamento ad un
mondo caotico. Solo gli spiriti liberi saranno illuminati dai raggi
di una nuova aurora, la propria. Non a caso, è il bambino secondo
Nietzsche a plasmare il mondo senza pregiudizi e l’oltreuomo
dovrebbe imparare a camminare senza paura sui cadaveri degli
dei. In particolare il crepuscolo degli idoli è il tramonto del
platonismo concretizzato in profezia, la fine dell’idealizzazione
del mondo ‘’vero’’ e pagano, oltre che del cristianesimo, la
‘’metafisica del boia’’. Anche il Kantismo è ovviamente messo in
discussione, poiché per il primo Kant in particolare, il mondo è
sintetizzabile, esperibile, ma non si può andare oltre il fenomeno
nel noumeno, oltre alla cura morale dell’anima per prospettiva
nell’aldilà. Il positivismo è stata l’ultima barricata di questi eccessi
idealistici, ‘’malattia dello spirito, poiché non si può perseguire
una realtà oggettiva in quanto essa è soggetta ad interpretazioni e
variabili percettive. L’Occidente si è autonarrato una favole per
cui gli uomini, i popoli, le civiltà si sono evolute. Questa
evoluzione è stata castrante, in quanto ha sacrificato l’abisso
violento, gorgonico del Dionisiaco. Il passo più radicale ed
estremo del pensiero Nietzschiano è indubbiamente l’eterno
ritorno, ulteriore prospettiva della vita dell’oltreuomo dopo la
distruzione col martello persino di Cartesio. Il concetto viene
introdotto sempre ne LGS, col sussurro notturno/profetico del
demone, ma in particolare nello Zarathustra, quando il profeta e il
nano (umanità ancora non elevata) si trovano sotto l’arco del
tempo, per cui siamo condannati a vivere una vita in medias res,
della quale non vedremo mai una fine, una eterna incompiutezza
paradossale e immanente, la logica del senso. Nel curvo è il vero,
nel lineare la menzogna, dice il nano. A quel punto il pastore,
l’uomo obbediente, il cammello, assopitosi sotto un albero, viene
aggredito da un serpente che tenta di soffocarlo, formando una
circolarità, una curva. Zarathustra, impaurito, grida al pastore di
mordere e staccargli la testa. Nel momento in cui lo fa, il pastore
diviene oltreuomo, eccede il tempo, violenta una linea di fuga, un
CsO, accetta la trasfigurazione, il riso dell’uomo che annuncia la
morte di Dio, l’eterno ritorno, il Tragico, il Dionisiaco, uccidere e
reggere la morte di Dio.
( Dio Vivente/ Cammello - Dio è morto/ Leone –
Oltreuomo/Bambino) = Cristo come l’oltreuomo/ Pietro e
Tommaso sono Cristiani
Il terzo, ultimo step del (l’anti)sistema di Nietzsche è la Volontà di
Potenza, il più ambiguo e controverso. Lo introduce a partire dalla
Genealogia della Morale, opera sulle origini della morale
apollinea. Per Nietzsche il modello originario di morale era
dionisiaco, quella cavalleresca, coraggiosa, vitale, definita morale
dei signori. Essa però era per pochi e gran parte degli uomini non
riusciva a realizzarla, facendo scaturire un sentimento di invidia.
Ne approfittarono i neo-sofisti sacerdoti, ingannando gli uomini
più incapaci e impotenti, i quali hanno iniziato a odiare la morale
dei signori e quel modello. I sacerdoti infatti, vista la maggioranza
degli uomini ‘’impotente’’, ne ha assunto il controllo facendo
dell’obbedienza e della rinuncia degli alti valori morali. Il sole per
Nietzsche è un illusione. La Volontà di Potenza è la linea di fuga
del pensiero Nietzschiano, per cui l’oltreuomo, con cognizione del
nulla, deve edificare se stesso e il mondo. Vanno rovesciate le
morali, transvalutare i valori. L’uomo è una corda tesa fra la bestia
e l’oltreuomo. Nietzsche non porterà a termine l’opera omonima a
causa della follia dell’88/89 di Piazza Carlo Alberto a Torino.
Devo essere musico, poeta, architetto del mondo (idea Giordano
Bruno). Io sono prospettiva creatrice, gioco col mondo, plasmo il
mondo. Sul nulla creo il mondo, sul nulla fondo la mia causa
(Stirner).