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Ascanio Bernardeschi: La teoria marxiana del valore.

Seconda parte

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Ascanio Bernardeschi: La teoria marxiana del valore. Seconda parte


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La teoria marxiana del valore. Seconda parte


di Ascanio Bernardeschi
III. Capitale e plusvalore
Il Capitale un rapporto sociale camuffato da cosa, da denaro in costante frenesia di autoespandersi. In realt si tratta di lavoro non
pagato che si accresce grazie al lavoro non pagato. Date la sua potenza sociale e la sua smania di accumulazione, straripa, sussumendo
sotto di s ambiti sempre nuovi e distruggendo progressivamente ogni forma di socialit non mediata dal mercato
Nella circolazione della merce (M-D-M), il denaro funziona solo da medium
dello scambio fra merci. Il primo e l'ultimo termine del ciclo sono due merci di
uguale valore. Il movente dello scambio l'appropriazione di un diverso
valore d'uso. Anche nella produzione capitalistica questo un aspetto
inevitabile del processo di scambio. Per non spiega il fondamento
dell'accumulazione e con essa dei principali fenomeni tipici de modo di
produzione capitalistico.
Con il capitale si sviluppa ulteriormente la contraddizione della merce. Il
denaro, come rappresentante generale della ricchezza astratta, diventa
denaro in perenne smania di accrescersi. Questo il fine ultimo del
movimento, mentre lo scambio fra merci diviene il mezzo.
La circolazione del capitale si presenta nella seguente forma
Denaro Merce Denaro (D-M-D').
Col denaro si acquistano delle merci (D-M), costituite dai mezzi di
produzione e dalla forza-lavoro, e dopo la produzione si rivende il prodotto (M-D').
All'inizio e alla fine del ciclo c' quindi la stessa merce, il denaro, e lo scopo non pu essere la trasformazione qualitativa, il
cambio fra due valori d'uso, ma solo l'incremento quantitativo del denaro. D', quindi ha il significato di D pi un delta, un suo
incremento. Questa forma espone correttamente l'anima della produzione capitalistica, quale accrescimento ricchezza astratta
fine a s stessa.
Visto che anche D' una quantit limitata, mentre la pulsione all'accrescimento illimitato, la fine del ciclo non rappresenta la
soddisfazione del nostro bisogno, come era nella metamorfosi della merce, ma deve rappresentare l'inizio di un nuovo ciclo.
Altrimenti il denaro incassato non potrebbe pi funzionare come capitale. Anche ci spiega perch con l'affermazione del modo di
produzione capitalistico si sia generalizzata e diffusa la produzione di merci.
Ma dietro questa potenza sociale del denaro in espansione c' la potenza sociale del suo possessore, il capitalista, agente
consapevole del movimento di circolazione. Egli il punto di partenza e di ritorno del denaro e la valorizzazione del valore il suo
fine soggettivo. Egli funziona come capitale personificato, dotato di volont e di consapevolezza. Per lui non conta il valore d'uso
e neppure il singolo guadagno, ma il moto incessante del capitale.
La regola aurea dello scambio lo scambio di equivalenti, di merci aventi uguale valore. Chi guadagna acquistando la merce
sotto costo, lo fa a scapito di chi la vende. Il guadagno del primo coincide con la perdita del secondo, n pi e n meno di quello
che avviene quando il ladruncolo sottrae beni al derubato. Chi guadagna vendendo la merce a un prezzo superiore del suo costo
sociale, ugualmente lo fa a scapito del compratore. Sembrerebbe quindi impossibile la valorizzazione nell'ambito della
circolazione, dello scambio di equivalenti. Com' possibile che il capitalista compra e vende merci al loro valore eppure alla fine si
ritrova nelle tasche pi valore di quanto ne abbia speso all'inizio? Qui entra in gioco una merce particolare, la forza-lavoro, la cui
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distinzione dal lavoro erogato stata la principale scoperta di Marx, secondo la sua stessa affermazione.
In base alla regola dello scambio fra equivalenti, la forza-lavoro viene acquistata al suo valore, cio al costo che la societ deve
sostenere per la sua riproduzione. Si tratta in media del valore dei mezzi di sussistenza per il lavoratore e per sua famiglia
secondo gli standard di vita storicamente determinati, che assume la forma fenomenica di salario. Supponiamo che tale valore
corrisponda a quello messo in atto in tre ore giornaliere di lavoro. La forza-lavoro viene acquistata per il suo valore d'uso, per il
fatto che si impegna a lavorare per un tempo determinato dal contratto di lavoro, per esempio otto ore. come se il lavoratore
ogni giorno dedicasse tre ore a riprodurre i propri mezzi di sussistenza e le altre cinque gratuitamente per il capitalista.
Questa merce davvero miracolosa deve essere reperibile sul mercato. Caratteristica specifica della produzione capitalistica sta
nella disponibilit di lavoratori liberi in quanto non in possesso dei mezzi di produzione e di sussistenza e che quindi sono
costretti a vendere la loro forza-lavoro al capitalista per tirare a campare. Al termine del ciclo il lavoratore ha riprodotto la propria
esistenza, ma si trova nuovamente privo dei mezzi di produzione e di sussistenza per il prossimo ciclo. Deve quindi nuovamente
vendere la sua forza-lavoro. D'altro lato il capitalista ha recuperato il valore del capitale anticipato e incamerato un plusvalore
che, se debitamente investito, gli permette di avviare un nuovo ciclo su scala allargata. Cos il capitale, producendo merci,
riproduce anche i propri presupposti.
Il risultato dello scambio fra capitalista e lavoratore la trasformazione del lavoro in un elemento del capitale in quanto conferisce
al primo il diritto di appropriarsi del lavoro del secondo, sottoposto al controllo del capitalista. Cade cos la rappresentazione
delle societ mercantili, secondo cui ognuno proprietario del prodotto del proprio lavoro.
Quindi fra la fase D-M, acquisto degli elementi del capitale produttivo, e la fase M-D', vendita del prodotto, sta in mezzo il
processo produttivo. Il ciclo del capitale pu, pi esaustivamente, essere rappresentato come
D-M...P...M'-D'
ove P sta per produzione e M' il nuovo prodotto che si distingue da M, le merci costituenti il capitale produttivo impiegate nella
produzione, non solo per la qualit, ma anche per il loro valore.
Il processo produttivo presenta due aspetti. Se lo guardiamo come processo naturale, comune a tutti i tipi di societ, volto a
creare valori d'uso, applicando le propriet naturali, le tecnologie ecc. per mettere in atto il ricambio organico fra l'uomo e la
natura, processo lavorativo. Nella produzione capitalistica tale processo assume la forma storicamente determinata di
processo di valorizzazione, che, trasformando le materie prime, conferisce un surplus di valore al prodotto rispetto alla spesa
iniziale di capitale. Anche in questo caso Marx si distanzia dagli economisti classici che identificavano il contenuto materiale con
la forma sociale in cui esso si presenta nelle diverse societ.
Il lavoro concreto, utile a realizzare un nuovo valore d'uso, consente di trasferire il valore delle materie prime e degli strumenti di
produzione consumati in un oggetto utile e in quanto tale vendibile. Se non producesse beni utili, tale valore andrebbe perduto.
Mentre la produzione richiede l'effettuazione di lavoro utile, richiede contemporaneamente dispendio di un quantum di lavoro
astratto, il quale aggiunge nuovo valore che si deposita nella merce prodotta, aggiungendosi a quello dei mezzi di produzione.
La forza-lavoro, la stessa corporeit del lavoratore presa in affitto per un determinato orario di lavoro e consumata in maniera
produttiva, permette quindi, nello stesso tempo, di: a) conservare il valore dei mezzi di produzione trasferendolo nei prodotti, b)
mettere in atto una quantit di lavoro corrispondente a quello necessario per la riproduzione del lavoratore (il lavoro oggettivato
nel salario del lavoratore) e c) mettere in atto una quantit di lavoro eccedente, o pluslavoro che al capitalista non costa niente
ma che gli consente, se riesce a vendere la merce, di incamerare un plusvalore.
Poich il valore dei mezzi di produzione destinato a trasferirsi pari pari nel prodotto, senza nessuna variazione, definito da
Marx capitale costante (C).
La spesa per l'acquisto di forza-lavoro viene invece definita capitale variabile (V), in quanto mette in moto una quantit di valore
superiore a quello in esso contenuto.
Il nuovo lavoro aggiunto a quello cristallizzato nei mezzi di produzione si distingue in lavoro necessario, che serve a reintegrare il
capitale variabile, e pluslavoro (Pv), che d luogo a un plusvalore, unica fonte dei profitti.
Il valore complessivo di una merce dato quindi da
capitale costante + capitale variabile + plusvalore (C+V+Pv)
Due rapporti cruciali per lo svolgimento successivo dell'analisi sono la composizione del capitale, cio il rapporto fra capitale
costante e variabile (C/V). Questo rapporto tende a storicamente a crescere in relazione alla progressiva sostituzione dei
lavoratori con le macchine.
L'altro il saggio del plusvalore, cio il rapporto e tra il plusvalore e il lavoro necessario (Pv/V) che esprime il grado di
sfruttamento del lavoro. un rapporto che tende a essere uniforme in tutte le industrie in quanto tendono ad essere uniformi sia il
costo di riproduzione della forza lavoro, dipendente solo dalle industrie che producono i mezzi di sussistenza, sia la durata della
giornata lavorativa. Si tratta ovviamente solo di una tendenza e non di una identit assoluta. Nel contempo il saggio del plusvalore
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tende a crescere con la crescita della produttivit del lavoro nei comparti che producono i beni di consumo dei lavoratori.
Concludendo, il processo lavorativo, non altro che il mezzo per la valorizzazione del capitale che invece il vero fine della
produzione. Il lavoro interessa solo in quanto eroga plusvalore, sorgente unica della valorizzazione del capitale, e non in quanto
produca singoli beni utili, valori d'uso. L'eccedenza del lavoro erogato rispetto a quello necessario alla riproduzione del lavoratore,
il plusvalore, l'elemento strategico.
Il lavoratore perde ogni autonomia, assoggettato al dispotismo del capitalista.
Marx inoltre individua due metodi per accrescere il plusvalore. Uno quello di prolungare la durata della giornata lavorativa. In tal
modo, rimanendo fissa la parte di lavoro necessario, si espande la parte destinata a produrre il plusvalore. Si parla in questo
caso di plusvalore assoluto. Le storiche lotte fra i lavoratori e i capitalisti per determinare gli orari di lavoro sono una
dimostrazione dell'importanza di questo fattore.
L'altro metodo consiste nel ridurre il lavoro necessario, cio la parte della giornata lavorativa destinata alla riproduzione del
lavoratore, di modo che, a parit di orario complessivo, residui una maggiore eccedenza di pluslavoro. Questo il plusvalore
relativo. L'aumento incessante della produttivit consente appunto di poter riprodurre i mezzi di sussistenza dei lavoratori con
meno lavoro. Tale aumento si realizza intensificando i ritmi di lavoro ma anche con accorgimento organizzativi o con soluzioni
tecnologiche appropriate. L'organizzazione della fabbrica stato il metodo classico che ha consentito sia di intensificare il lavoro,
riducendo i pori in cui il lavoro non viene erogato, come per esempio le pause per passare da un lavoro all'altro, sia
automatizzando in grandi complessi la produzione e riducendo il lavoratore ad appendice delle macchine. In tal modo non pi il
lavoratore che utilizza i fattori oggettivi della produzione (materie prime e strumenti di produzione), ma il capitale, cio il lavoro
trascorso, cristallizzato nel capitale, che utilizza e succhia il lavoro vivo. Il lavoro nuovamente un elemento del capitale. Questa
volta non solo formalmente, per i rapporti giuridici che si instaurano fra capitale e lavoro, ma anche realmente per le
caratteristiche materiali del processo produttivo.
Il capitale, nella sua frenetica espansione, tende a sussumere sotto di s non solo il lavoratore, ma anche molti altri aspetti della
vita sociale, impossessandosi di elementi precedentemente sottratti al mercato (beni comuni, informazione, servizi utili alla
riproduzione dei lavoratori), plasmandoli a propria immagine Marx, per esempio, descrive in maniera toccante le trasformazioni
urbane, le condizioni abitative dei lavoratori e lo sfruttamento dei bambini e distruggendo progressivamente ogni forma di
socialit non mediata dal mercato. Oggi le privatizzazioni e l'aggressione del capitale nei confronti dell'ambiente sono una precisa
esemplificazione di questa tendenza.
***

IV. Concorrenza, saggio del profitto e i prezzi di produzione


Quando nell'analisi si introducono i molti capitali in concorrenza fra di loro alla ricerca della massima valorizzazione, la legge del
valore si afferma, redistribuendo fra i vari capitalisti, nella forma di profitto, il plusvalore prodotto. Cambiano i singoli prezzi, ma a
livello aggregato si conservano le leggi formulate nel precedente livello di astrazione, quello del capitale in generale.
Il metodo di Marx consiste nel partire dai dati caotici della realt fenomenica per scoprire i nessi tra di loro in una discesa verso
rappresentazioni sempre pi schematiche, semplici e astratte, fino a giungere al nocciolo analitico elementare, la merce. Da qui
inizia la sua esposizione, un percorso a ritroso per risalire per gradi, introducendo sempre nuove complicazioni, verso la
complessit del reale, verso la forma con cui si presentano le categorie economiche alla superficie della societ, questa volta non
come descrizione di un insieme caotico di dati, ma come un sistema ordinato secondo una determinata struttura logica, come
una totalit ricca di molte determinazioni e rapporti [1].
Nei precedenti articoli si riferito l'esposizione di Marx, dalla cellula elementare della nostra societ, la merce, fino al capitale in
generale (libro I della sua opera principale).
Nel libro III [2], pubblicato postumo da Engels, vengono introdotti i vari capitali in concorrenza fra di loro, che si muovono alla
ricerca del massimo profitto. In questo nuovo quadro la legge del valore si afferma attraverso una mediazione complessa, e una
procedura per derivare i prezzi di produzione da una trasformazione dei valori.
Per la coscienza del capitalista, il costo della merce prodotta corrisponde al valore del capitale consumato per la sua produzione.
Cio al valore del capitale costante consumato pi quello del capitale variabile (C+V). Marx denomina prezzo di costo tale
importo. Nel prezzo di costo rientrano quindi il valore delle materie trasformate, la quota di strumenti di produzione consumati (per
esempio il 10% del valore dei macchinari ecc. se ogni anno viene consumato un decimo del loro valore iniziale) [3] e il costo della
forza-lavoro sotto forma di salario. Il plusvalore invece non vi figura, in quanto non costa niente al capitalista. Se poniamo il
prezzo di costo K=C+V, allora il valore della merce sar K+Pv. Il plusvalore appare quindi agli occhi del capitalista come
l'incremento di valore del suo capitale che si verifica per effetto della produzione effettuata spendendo produttivamente K, a
prescindere dalla distinzione tra capitale costante e capitale variabile.
In tale veste, il plusvalore assume la forma fenomenica di profitto, cio di una crescita del valore del capitale anticipato. Se la
merce viene venduta al suo valore, il profitto sar pari a Pv, che scaturisce dal lavoro non pagato, ma tale circostanza non
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emerge nella coscienza del capitalista. Per poter mettere in atto il lavoro creatore di plusvalore, egli deve anche impiegare i
necessari mezzi di produzione e il profitto come se scaturisse dall'impiego di tutto il capitale e non solo dall'uso della forzalavoro.
Non il saggio del plusvalore Pv/v, ma il saggio del profitto, Pv/(C+V), che rappresenta l'indice di valorizzazione del suo capitale,
l'eccedenza di valore del prodotto rapportata al valore del capitale impiegato.
Poich il capitalista pu sfruttare il lavoro soltanto anticipando il capitale costante, e poich pu valorizzare quest'ultimo soltanto
anticipando il capitale variabile, tutti questi elementi del capitale si presentano nella sua concezione come equivalenti, e ci tanto
pi in quanto la misura reale del suo guadagno determinata dal rapporto non con il capitale variabile, ma con il capitale
complessivo, non dal saggio del plusvalore ma dal saggio del profitto
Nella concorrenza fra capitali, inoltre si verifica che in generale i prezzi di mercato si differenziano dai valori, pur oscillando
intorno ad essi. Al singolo, che pu conseguire profitti anche acquistando sottocosto o vendendo a sovrapprezzo, appare che il
profitto scaturisca dalla circolazione, perfino dal vicendevole raggiro fra capitalisti e non dal diretto sfruttamento del lavoro.
Viene offuscata quindi la sua natura di lavoro non pagato. Tanto pi che concorre alla determinazione del saggio del profitto
anche la velocit di circolazione del capitale [4].
Sappiamo invece che l'unica fonte del profitto dei capitalisti il plusvalore, che dalla circolazione non pu scaturire nessun valore
ma tutt'al pi una sua redistribuzione. I prezzi di mercato determinano questa redistribuzione fra capitalisti sulla base del
movimento della concorrenza fra capitali e della legge della domanda e dell'offerta.
Supponiamo ora che due rami di industria, producenti rispettivamente smartphone e acciaio, abbiano una stessa dotazione
complessiva di capitale, ma una diversa composizione: il settore dei telefonini un capitale costante pari a 600 e un capitale
variabile pari a 400, e il settore dell'acciaio un capitale costante di 800 e uno variabile di 200. Entrambi i settori hanno quindi una
dotazione di capitale di 1.000, nonostante che la composizione di tali capitali C/V sia rispettivamente pari a 1,5 e 4.
Se il saggio del plusvalore uniforme, poniamo uguale al 100 per cento (cio met della giornata lavorativa serve a riprodurre i
salari e l'altra met a produrre plusvalore), il valore degli smart sar 600C+400V+400Pv=1.400 e i capitalisti di quel ramo si
vedranno ricompensati con un plusvalore di 400 e un saggio del profitto pari a 400/1000=40%, mentre il valore dell'acciaio sar
800+200+200=1.200, il plusvalore in quel ramo 200 e il saggio del profitto del 20%.
Ma il saggio del profitto l'elemento strategico per le scelte dei capitalisti. Le merci vengono scambiate come prodotti di
capitali che pretendono una partecipazione alla massa del plusvalore in proporzione alla rispettiva grandezza, e si attendono un
rendimento non inferiore a quello medio della societ. Cos un certo numero di produttori di acciaio, vista la maggiore redditivit
della produzione di telefonini, si sposter verso quel settore, incrementandone l'offerta e determinandone una riduzione del prezzo
di mercato e con essa dei profitti. Contemporaneamente diminuir l'offerta di acciaio e quindi crescer il suo prezzo di mercato. I
capitalisti avranno interesse a proseguire tale movimento fintanto che i prezzi non raggiungeranno un livello tale da uniformare
tendenzialmente il saggio del profitto. Anche se vi fossero degli ostacoli alla migrazione dei capitali da un ramo all'altro, da
supporre che le cessazioni di attivit per fallimento o altro saranno maggiori nell'industria meno profittevole, mentre gli ingressi di
nuovi capitali saranno maggiori in quella pi redditizia, determinando ugualmente modifiche dell'offerta tali da avvicinare, sia pure
pi lentamente, i rispettivi saggi del profitto a un profitto medio. I prezzi di mercato tenderanno ad oscillare attorno a questi nuovi
centri di gravit denominati prezzi di produzione, in grado di eguagliare i saggi settoriali del profitto.
La procedura indicata da Marx per la loro determinazione la seguente.
In primo luogo si determina il saggio medio del profitto in tutto il sistema, rapportando il plusvalore complessivamente prodotto,
nel nostro caso 400+200=600, al capitale complessivamente impiegato, 1.000+1.000=2.000. Il saggio medio nel nostro caso
sar pari a 600/2.000=30%.
Se questa la retribuzione media del capitale, i capitalisti del primo settore riceveranno un profitto pari al 30% di 1.000, cio
300. Ugualmente i capitalisti del secondo.
Il prezzo di produzione dei telefonini sar quindi pari a 600+400+300=1.300. Analogamente il prezzo di produzione dell'acciaio
sar 800+200+3000=1.300. In questo modo il prezzo di costo resta invariato, mentre il plusvalore complessivo prodotto
400+200, pare ripartito fra i capitalisti in proporzione al capitale complessivo investito, come avverrebbe in una societ per azioni.
Alcuni capitalisti realizzeranno un profitto inferiore al plusvalore prodotto, mentre altri uno superiore, in un gioco a somma zero,
nel senso che ci che alcuni capitalisti guadagnano, perduto da altri. Nel nostro caso da una parte si produce un plusvalore di
400, ma se ne realizza solo 300. La perdita di 100 va a favore dell'altra industria in cui si produce 200 ma si realizza 300.
Il saggio generale del profitto, e quindi anche il profitto medio dei singoli capitalisti, dipende perci oltre che dalle condizioni
specifiche di sfruttamento del lavoro nelle rispettive imprese, anche da quelle generali. Se un capitalista pi bravo della media a
sfruttare i lavoratori o a imbrogliare gli altri capitalisti con cui in relazione d'affari, realizzer un extraprofitto, se meno bravo
realizzer un profitto inferiore a quello medio. Anche le variazioni di prezzo del capitale costante, pur non incidendo sul plusvalore
e sul saggio del plusvalore, incidono sul saggio del profitto.
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Si eclissa cos la circostanza che il plusvalore prodotto solo dal lavoro non pagato, e si determina l'illusione che i profitti si
spieghino con l'abilit dell'imprenditore o come un contributo del capitale investito, una sua retribuzione. Il plusvalore, una volta
assunta la sua nuova forma di profitto, rinnega la sua origine e diviene irriconoscibile, pur essendo i profitti solo una forma
fenomenica del plusvalore che, attraverso la mediazione del mercato, viene ripartito fra i capitalisti in proporzione al rispettivo
capitale investito.
I manoscritti per il Libro III del Capitale vanno oltre, introducendo, oltre al capitale industriale, il capitale commerciale, quello
finanziario e la propriet fondiaria, quindi le relazioni fra capitalista e lavoratore e fra i vari tipi di capitalisti giungendo alla
conclusione che anche i profitti dei commercianti, l'interesse e la rendita non sono altro che una redistribuzione del plusvalore fra i
vari capitalisti.
Gli agenti economici ritengono che il profitto sia originato non dalla loro partecipazione al plusvalore complessivo, ma da
un'aggiunta che essi fanno al prezzo di costo delle merci e percepiscono solo le categorie economiche a loro visibili (prezzi,
profitti, salari, interessi, rendita), ignorando che tali categorie non sono altro che forme fenomeniche trasfigurate del valore e del
plusvalore. La coscienza del capitalista volgare coincide con la coscienza dell'economista volgare il quale pertanto nega che il
valore delle merci sia determinato dal tempo di lavoro.
La teoria del valore uno strumento per svelare i rapporti sociali antagonisti e una formidabile arma contro l'economia politica
borghese. Non c' da stupirsi quindi se un enorme fuoco di fila stato aperto per confutare questo scandaloso impianto, il cui
l'aspetto pi contestato, per mettere in questione la consistenza complessiva del sistema di analisi marxiano, proprio la
trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Ma di questo parleremo nel prossimo numero.
Qui (/marxismo/7078-ascanio-bernardeschi-la-teoria-marxiana-del-valore.html) la prima parte.
______________________________________
Riferimenti:
K. Marx, Il Capitale, libro I, ed Riuniti, Roma, 1964, sezioni seconda, terza e quarta.
[1] K. Marx, Introduzione alla critica dell'economia politica, a cura di Marcello Musto, trad. di Giorgio Backhaus, ed. Quodlibet, 2010.
[2] K. Marx, Il Capitale, libro III, ed Riuniti, Roma, 1965.
[3] Per semplicit di esposizione d'ora in poi non tratteremo il capitale fisso, quello cio che viene utilizzato in pi cicli produttivi e ogni volta cede
solo una frazione del suo valore al prodotto. Presupporremo che tutto il capitale costante viene consumato e reintegrato in un processo produttivo.
Marx mostra che ci non altera i risultati dell'analisi.
[4] Per comprendere quanto asserito facciamo un esempio. Poniamo che per mettere in movimento un certo numero di lavoratori, che costano 100 di
capitale variabile e producono 100 di plusvalore (saggio del plusvalore uguale al 100% ), occorra una dotazione di capitale costante di 200. Se in un
anno metto in atto un solo ciclo di produzione e vendita, il mio profitto annuo sar di 100Pv/(200C+100V)=33,3% circa. Se il prodotto invece viene
lavorato e venduto in un mese, al termine di quel mese ho riprodotto i fattori di produzione (mezzi di produzione e salari) senza dover ricorrere a una
nuova anticipazione di capitale e ho ugualmente una produzione di 200C+100V+100Pv=400. Per con lo stesso capitale anticipato posso ripetere il
ciclo produttivo 12 volte in un anno. Il plusvalore complessivo prodotto ogni anno 100*12=1.200, e il saggio del profitto 1.200/(200+100)=400% pur
restando il 100% il saggio del plusvalore. Nell'illustrazione che segue, per semplicit, si prescinde dalla velocit di circolazione.

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