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9/12/2020 Sui fondamenti della logica formale (Seconda parte) – LA BARBA DI DIOGENE

LA BARBA DI DIOGENE

Rivista di filosofia, ricerca, attualità

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Sui fondamenti della logica formale (Seconda parte)

Posted on 7 December 2014

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9/12/2020 Sui fondamenti della logica formale (Seconda parte) – LA BARBA DI DIOGENE

(h ps://rinabrundu.files.wordpress.com/2014/12/451px-schlick_si ing.jpg) di Michele Marsonet.


(continua dalla prima parte (h ps://rinabrundu.com/2014/12/06/sui-fondamenti-della-logica-formale-
prima-parte/)). Per concludere il discorso iniziato nel precedente articolo, intendo svolgere alcune
riflessioni di cara ere generale che me ano in grado il le ore di meglio comprendere quanto è stato de o.
Comincio allora col notare che la logica formale (o “matematica”) contemporanea si è sviluppata come
logica “della matematica”. Tu avia, i rapporti tra logica e filosofia in generale, e tra la logica e i vari so o-
se ori del sapere filosofico (metafisica, ontologia, etica, gnoseologia, etc.) non possono certamente essere
trascurati, se è vero che i rapporti tra logica e filosofia sono sempre stati molto stre i fin dall’antichità
greca. Non si può allora fare a meno di notare che la logica formale ha trovato nel secolo scotso l’ambiente
di coltura ideale nel neopositivismo logico e nella più vasta tradizione analitica. E’ proprio in quell’ambito
che essa è cresciuta sino a conseguire lo status di disciplina autonoma, tanto da far sorgere il sospe o che i
suoi antichi legami con la filosofia si siano ormai irrimediabilmente allentati.

Le ragioni che spiegano tale situazione sono in sostanza riconducibili proprio ai presupposti di base su cui
si reggeva il neopositivismo logico. Assumendo – al pari dei positivisti del secolo scorso – la scienza quale
punto di riferimento imprescindibile, i neopositivisti insistevano sul fa o che anche la filosofia deve
proporsi di raggiungere criteri di scientificità e di esa ezza, e in questo senso essi, rispe o ai loro
predecessori dell’800, a ribuirono un ruolo fondamentale alla logica formale (di qui l’aggiunta
dell’agge ivo logico al termine “positivismo”). Vennero quindi valorizzate le tecniche della moderna
logica matematica elaborate da Go lob Frege, e poi da Bertrand Russell e Alfred N. Whitehead negli anni
a cavallo tra ’800 e ’900 nella loro fondamentale opera “Principia Mathematica”. Tali tecniche erano rivolte
alla creazione di linguaggi artificiali in grado di eliminare le ambiguità presenti nel nostro linguaggio
quotidiano. L’uso di simili tecniche era, alle origini del positivismo logico, legato a un ambizioso
programma di rifondazione dell’intera conoscenza su basi puramente empiriche, programma che ci si
proponeva di realizzare mediante la costruzione di un linguaggio unificato di tu a la scienza (il che
significava, in sintesi, “ridurre” ogni disciplina scientifica al modello della fisica).

In altre parole, era opinione dei positivisti logici che la scienza moderna avesse occupato l’intero campo
della conoscenza, ivi inclusi quegli spazi che, tradizionalmente, venivano riservati alla filosofia. Lo spirito
scientifico andava pertanto trasferito senza esitazioni in ambito filosofico e, a questo proposito, il
caposcuola Mori Schlick – che fu in seguito assassinato da uno studente filo-nazista all’università di
Vienna – affermò che un filosofo che conoscesse soltanto la filosofia non era in grado di svolgere in modo
o imale il proprio lavoro. Con ciò intendeva dire che il filosofo deve essere esperto di almeno una
disciplina scientifica se vuole pronunciare dei discorsi dotati di senso. Solo nella scienza si dà vera
conoscenza, e le asserzioni della filosofia (intesa in primo luogo come metafisica) altro non sono che
enunciati privi di significato.

Dunque, tu o ciò che può dirsi chiaramente è formulabile nel discorso della logica formale. Le tecniche di
questa disciplina, inoltre, consentono di realizzare in filosofia un “principio di economia”, volto a ridurre
al minimo indispensabile gli impegni ontologici e gnoseologici, eliminando al contempo la possibilità
dell’errore e la costante presenza di ambiguità e confusioni nel linguaggio quotidiano. A questa concezione
astra a e fondazionalista della logica la corrente pragmatista, ad opera sopra u o di pensatori come John
Dewey e C.I. Lewis, oppose una visione diversa della logica stessa, considerandola alla stregua di
strumento per la ricerca e non di obie ivo da perseguire di per sé.

Gli obie ivi polemici di Dewey in quanto cultore di logica sono l’atomismo logico-psicologico e il
dualismo kantiano. Il filosofo americano denunciavainfa i l’astra ezza e l’irrealtà del cara ere
frammentario dell’esperienza umana che costituisce l’eredità negativa dell’empirismo e che, a suo avviso,
finisce col rafforzare il classico dualismo di Kant. Ora, non v’è dubbio a suo avviso che esista una stre a
interrelazione fra gli sviluppi della moderna logica formale e la presupposizione di “atomi” di esperienza,
o dati elementari, che devono a loro volta essere trado i in “proposizioni atomiche”. Un’altra e parallela
tendenza della logica contemporanea è – sempre secondo Dewey – quella di dar luogo a calcoli che
risultano così lontani dagli ambiti di conoscenza cui possono servire da dare spesso l’impressione della
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costruzione tecnica più o meno gratuita. Ad ogni modo, la logica così intesa riguarda, a suo avviso, più la
sistemazione di ciò che già si conosce che la conoscenza del nuovo, o almeno non ha quell’importanza per
la conoscenza del nuovo – e cioè per l’indagine vera e propria – che a Dewey sta cuore. Ne consegue che i
calcoli logici intesi nel senso anzide o servono a poco. E, in particolare, non servono quando si tenta di
so oporre le vicende umane a tra amento scientifico.

Per Dewey, la dimensione logica costituisce pertanto un’espressione organica della dimensione pratica, nel
senso che logica da un lato e prassi dall’altro non possono essere artificialmente scisse: l’unica logica valida
è quella che funziona praticamente. Egli voleva evitare la difficoltà di far incontrare una “materia”
empirica e una “forma” razionale scisse “ab initio”: a suo parere, nessuna “sintesi” può riunire cose
incompatibili. Intendeva così eliminare l’immediato, il fa o puro, il meramente sensoriale dal campo della
ricerca. Il suo “modello dell’indagine” si inserisce in un quadro di evoluzione biologica e sociale: esso
costituisce null’altro che un’articolazione, che è resa possibile dalle capacità del linguaggio e delle
transazioni vitali che necessariamente esistono fra ogni individuo biologico e l’ambiente in cui vive.

In realtà, la logica standard è basata su alcune assunzioni ontologiche forti, vale a dire: (1) esiste un
dominio di ogge i chiaramente identificabili, e (2) esistono delle relazioni fisse tra essi. Fino a che punto,
tu avia, i termini (a) “esistenza” e (b) “realtà” possano essere identificati? Se partiamo dall’assunto che
una distinzione tra essi sia legi ima, possiamo dire che (a) equivale ad “apparenza”, mentre (b) equivale
alla realtà in quanto tale. Questa è la strategia seguita da idealisti come Bradley. Se invece seguiamo il
sentiero kantiano, abbiamo che (a) corrisponde agli “ogge i esperibili” (fenomeni), mentre (b) corrisponde
alle “cose-in-sé” (noumeni). Si potrebbe obie are che una distinzione di questo tipo conduce ad affermare
che non possiamo dire alcunché di significante a proposito del mondo in sé, inteso come realtà
indipendente dalle indagini che noi svolgiamo su di essa. Tu avia, questo mondo è anche ambiente solo
nella misura in cui ha a che fare, dire amente o indire amente, con le funzioni vitali dell’organismo. In
ogni caso, si può dire ben poco circa le cose prima che esse entrino, per così dire, nel raggio d’azione della
nostra indagine.

E’ opportuno notare che chi afferma che non possiamo dire molto circa la realtà in sé, non è affa o
costre o a negare che vi sia un mondo indipendente dalla nostra esperienza. Per esempio, è legi imo
sostenere che v’è stato un tempo in cui non c’erano sogge i conoscenti che esperissero il mondo, e la storia
naturale ci insegna proprio questo. In termini kantiani, si potrebbe anche dire che c’è un mondo
indipendente dalla nostra a ività sensoriale e dai particolari modi in cui essa si esplica. Ma occorre fare
a enzione, perché il problema è molto complesso. Se parliamo di organismi e di ambiente, e di interazioni
tra quest’ultimo e gli organismi, stiamo parlando di certi aspe i della realtà che si collocano al di fuori dei
contenuti e dei risultati delle indagini messe in essere dai sogge i conoscenti.

Tu avia, è altre anto chiaro che, per fare questo, dobbiamo pur delineare una qualche cornice conce uale
in base a cui la formulazione di una teoria dell’indagine risulti possibile. In altri termini, il tempo in cui
non c’erano sogge i conoscenti possiamo solo immaginarlo e ricostruirlo in base a una cornice in cui i
sogge i conoscenti stessi sono presenti. E’ la nostra indagine che ci consente di fare questo, ed è il ricorso
alla dimensione della “possibilità” che ci fornisce la chiave per procedere su questa strada. Il tempo in cui i
sogge i conoscenti non c’erano può essere immaginato e ricostruito soltanto in riferimento a un tempo in
cui tali sogge i ci sono. Quel tempo è pur sempre visto a raverso gli occhi della mente, ed è lo schema
conce uale che noi abbiamo ora a perme erci di formulare ipotesi e giudizi al riguardo.

Tu o ciò ha degli effe i decisivi sulla concezione della logica. In altre parole: l’esperienza gioca o no un
ruolo anche nella formulazione delle leggi logiche? Il contrasto dunque divide chi ritiene che dal fa ore-
esperienza non si possa comunque prescindere, e coloro i quali invece sostengono che l’esperienza si
colloca al di fuori degli interessi propriamente logici.

Si può concordare sul fa o che la nostra esperienza del mondo è tale che consiste di ogge i che hanno
proprietà e stanno in relazione tra loro. Tu avia, il modo in cui il mondo si manifesta al sogge o dipende,
a sua volta, dalla prospe iva operativa che il sogge o ha nel mondo. Con ciò si potrebbe anche dire che
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ogge i, proprietà, relazioni, etc., che svolgono in logica un ruolo primario (particolarmente a livello
semantico, e cioè nell’interpretare un linguaggio e nello stabilire condizioni di verità per gli enunciati),
dovrebbero essere tra ati come elementi della nostra esperienza. Questo significa che essi sono, a un
tempo, prodo i e strumenti dell’a ività conoscitiva, e non dovrebbero invece essere visti come
indipendenti dalla – e precedenti alla – ricerca stessa.

Dunque, la costruzione di una cornice conce uale precede comunque l’elaborazione di qualsiasi teoria
semantica. Il punto è stabilire dove termina la costruzione della cornice e comincia la logica propriamente
de a. Se prendiamo in considerazione la disputa che nei tardi anni ’30 oppose Bertrand Russell a John
Dewey, possiamo notare che, secondo Russell, dobbiamo essere in grado di fare certe assunzioni sul
mondo indipendentemente dalla nostra esperienza di esso. Per Russell il mondo è diviso in ogge i che
hanno proprietà e stanno in relazioni reciproche: dobbiamo soltanto aprire i nostri occhi per notare tali
fa i. Questi fa i, a loro volta, non sono prodo i dell’esperienza. E’ piu osto la nostra esperienza a essere
ancorata ai fa i: una proposizione è vera se esprime un fa o, ed è falsa altrimenti. Ne consegue che la
logica è lo studio degli aspe i formali dei sistemi linguistici.

Dewey rispose che una simile strategia non copre affa o l’intero ambito di competenza della logica. Se si
ado a una visione come quella di Russell, si abbraccia quella che il filosofo americano definiva la “teoria
della conoscenza da spe atori”. Secondo tale visione, possiamo dire come il mondo realmente è
indipendentemente dalla nostra partecipazione a esso. Si assume, cioè, che vi sia un mondo “pieno di fa i”
senza chiederci come entriamo in conta o con essi nella nostra esperienza, scegliendo di concentrare
l’a enzione sullo studio astra o di sistemi linguistici artificiali. Russell, in altri termini, presupponeva che
noi si sia in grado di entrare in conta o immediatamente con le cose “prestando loro a enzione”,
o enendo una conoscenza di base e irrefutabile dei fa i stessi. Ciò, tu avia, significava secondo Dewey
ignorare il cara ere intera ivo del nostro “prestare a enzione” alle cose.

Come già ho accennato in precedenza, la fisica classica newtoniana dava per scontato un ne o distacco tra
osservatore da un lato e ogge o osservato dall’altro. La scienza a uale, e in particolar modo la meccanica
quantistica, revocano in dubbio proprio questo presupposto. Dalla scienza stessa, dunque, prima ancora
che dalla filosofia, viene la smentita di questo quadro russelliano così semplice (perché così intuitivo). Gli
schemi conce uali, a questo riguardo, possono essere concepiti proprio come prospe ive operative nei
confronti del mondo, e sono quindi simili a cornici di riferimento che “guidano” le nostre azioni.

Nella misura in cui una proposizione contiene un riferimento almeno implicito alla prospe iva operativa
impiegata per formularla, non c’è modo di o enere, per così dire, un fa o “più fa uale” di questo. Non
possiamo descrivere la realtà più concretamente di così, anche se possiamo descriverla in modo via via più
accurato. Non v’è motivo di ritenere che non si descrivano le cose come realmente sono perché le
descriviamo ado ando la prospe iva di un certo schema conce uale. Non c’è altro modo di farlo ora, e
non c’è mai stato in passato. E’ il nostro rapporto con il mondo, che è un’interrelazione
organismo/ambiente, a de are questi limiti. In altri termini, non possiamo trascendere la prospe iva
mediante la quale entriamo in conta o con il mondo, e non possiamo “staccarci” dal mondo per guardarlo
da una prospe iva esterna ad esso. Noto quindi, a mo’ di conclusione, che il problema dei fondamenti
filosofici della logica formale contemporanea è assai più complesso di quanto comunemente si creda.

Artwork, Moritz Schlick around 1930

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