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Il

libro
A Ketterdam, vivace centro di scambi commerciali internazionali, non c’è niente che non possa essere comprato e
nessuno lo sa meglio di Kaz Brekker, cresciuto nei vicoli bui e dannati del Barile, la zona più malfamata della città, un
ricettacolo di sporcizia, vizi e violenza. Kaz, detto anche Manisporche, è un ladro spietato, bugiardo e senza un
grammo di coscienza che si muove con disinvoltura tra bische clandestine, traffici illeciti e bordelli, con indosso gli
immancabili guanti di pelle nera e un bastone decorato con una testa di corvo. Uno che, nonostante la giovane età,
tutti hanno imparato a temere e rispettare.

Un giorno Brekker viene avvicinato da uno dei più ricchi e potenti mercanti della città e gli viene offerta una
ricompensa esorbitante a patto che riesca a liberare lo scienziato Bo Yul-Bayur dalla leggendaria Corte di Ghiaccio,
una fortezza considerata da tutti inespugnabile. Una missione impossibile che Kaz non è in grado di affrontare da solo.
Assoldati i cinque compagni di avventura – un detenuto con sete di vendetta, un tiratore scelto col vizio del gioco, uno
scappato di casa con un passato da privilegiato, una spia che tutti chiamano lo “Spettro”, una ragazza dotata di poteri
magici –, ladri e delinquenti con capacità fuori dal comune e così disperati da non tirarsi indietro nemmeno davanti
alla possibilità concreta di non fare più ritorno a casa, Kaz è pronto a tentare l’ambizioso quanto azzardato colpo. Per
riuscirci, però, lui e i suoi compagni dovranno imparare a lavorare in squadra e a fidarsi l’uno dell’altro, perché il loro
potenziale può sì condurli a compiere grandi cose, ma anche provocare grossi danni...

Finalmente arriva in Italia il primo romanzo della duologia che ha consacrato Leigh Bardugo come una delle voci più
talentuose e autorevoli della narrativa fantasy. Una serie ambientata in un mondo articolato e straordinario, il
GrishaVerse, dove si muovono personaggi sapientemente costruiti e sfaccettati. Una storia avventurosa ricca di colpi
di scena che vi mancherà nell’istante stesso in cui avrete letto l’ultima pagina.

L’autore

Leigh Bardugo, nata a Gerusalemme ma cresciuta a Los Angeles, si è laureata a Yale e ha lavorato, tra le altre cose,
nella pubblicità e nel giornalismo. È una scrittrice conosciuta (e amatissima) in tutto il mondo per le sue saghe
ambientate nel suggestivo GrishaVerse, dalle quali Netflix sta sviluppando una serie tv.
Leigh Bardugo

SEI DI CORVI
GrishaVerse

Traduzione di Fabio Paracchini e Lorenza Pellegri


SEI DI CORVI
A Kayte,

arma segreta,

amica inaspettata
GRISHA

Soldati del secondo esercito dominatori della piccola scienza


CORPORALKI

Ordine dei Vivi e dei Morti

Spaccacuore

Guaritori

Plasmaforme
ETHEREALKI

Ordine degli Evocatori

Chiamatempeste

Inferni

Scuotiacque
MATERIALKI

Ordine dei Fabrikator

Tempratori

Alchemi
P ARTE PRIMA

TRAFFICI NELL’OMBRA
1

JOOST
Joost aveva due problemi: la luna e i baffi.

Avrebbe dovuto fare la ronda a casa Hoede, ma era da quindici minuti che gironzolava intorno al muro del
giardino affacciato a sud-est, cercando di pensare a qualcosa di intelligente e romantico da dire ad Anya.

Se soltanto gli occhi di lei fossero stati blu come il mare o verdi come lo smeraldo. Invece, erano marroni
– adorabili, un sogno... Cioccolato fuso? Pelo di coniglio?

«Dille semplicemente che ha la pelle color chiaro di luna» gli aveva suggerito il suo amico Pieter. «Le
ragazze vanno matte per questo tipo di cose.»

Una soluzione perfetta, ma il tempo a Ketterdam non stava collaborando.

Quel giorno non aveva spirato alcuna brezza dal porto, e una nebbia grigia e lattiginosa aveva avvolto
d’umido i canali e i vicoli tortuosi della città.

Anche qui, tra i palazzi della Geldstraat, l’aria sapeva di pesce e acqua di sentina, e il fumo delle
raffinerie che arrivava dalle isole più esterne dell’abitato aveva spalmato una foschia salmastra sopra il
cielo scuro della notte. La luna piena sembrava più una vescica purulenta in procinto di scoppiare che un
gioiello.

E se avesse adulato la risata di Anya? Peccato che non l’avesse mai sentita ridere. Non era molto bravo a
fare battute.

Joost diede un’occhiata al proprio riflesso in uno dei pannelli in vetro delle doppie porte che dalla casa
immettevano nel giardino laterale. Sua madre aveva ragione. Anche nella nuova uniforme, sembrava
ancora un bambino. Con delicatezza, si strofinò il dito sul labbro superiore. Se solo gli fossero apparsi dei
veri baffi. Avrebbe giurato che li sentiva più folti del giorno prima.

Si era arruolato nella stadwatch da meno di sei settimane, e non era neanche lontanamente così eccitante
come si era immaginato. Sperava di rincorrere i ladri lungo il Barile, di pattugliare i porti, di ispezionare
per primo le navi cargo che attraccavano nelle banchine. Ma da quando quell’ambasciatore era stato
assassinato nel municipio, il Consiglio dei Mercanti si era lamentato della sicurezza. Così lui dov’era?
Bloccato a girare in circolo attorno alla casa di qualche fortunato mercante. Anche se non esattamente
uno qualunque. Nessuno poteva arrivare più in alto all’interno del governo di Ketterdam di quanto il
Consigliere Hoede era arrivato. Il genere di uomo in grado di fare carriera.

Joost si sistemò il cappotto e il fucile, poi diede una pacca al manganello che gli pesava al fianco. Forse
Hoede lo avrebbe preso in simpatia. “Occhio sveglio e bastone veloce” avrebbe detto. “Quel ragazzo
merita una promozione.”

«Sergente Joost Van Poel» sussurrò, assaporando il suono delle parole. «Capitano Joost Van Poel.»

«Piantala di fissarti come un’idiota.»

Joost roteò su se stesso, le guance che prendevano fuoco, mentre Henk e Rutger entravano spediti a
grandi falcate nel giardino laterale. Erano entrambi più vecchi, più grossi e più larghi di spalle di Joost, ed
erano le guardie private della casa del Consigliere Hoede. E ciò comportava che indossassero
un’uniforme verde pallido, che portassero ottimi fucili provenienti da Novyi Zem, e che non permettessero
mai a Joost di dimenticare la sua condizione di umile soldato semplice della guardia cittadina.

«Trastullarti quel mucchietto di peluria non lo farà crescere più in fretta» disse Rutger scoppiando a
ridere.

Joost cercò di mantenere un minimo di dignità. «Devo finire il mio giro di ronda.»

Rutger diede di gomito a Henk. «Significa che andrà a infilare la testa nella bottega Grisha per dare
un’occhiata alla sua ragazza.»

«Oh, Anya, perché non usi la tua magia Grisha per farmi crescere i baffi?» lo scimmiottò Henk.

Joost girò sui tacchi, le guance in fiamme, e si avviò a passo di marcia verso il lato orientale della casa. Lo
provocavano da quando era arrivato. Se non fosse stato per Anya, probabilmente avrebbe supplicato il
suo capitano di assegnargli un altro incarico. Lui e Anya si erano scambiati solo qualche parola durante i
suoi giri di ronda, ma lei era sempre la parte migliore della notte.
E poi doveva ammetterlo, gli piaceva anche casa Hoede, per quelle poche sbirciate che era riuscito a dare
dalle finestre. Hoede possedeva uno dei palazzi più maestosi sulla Geldstraat: pavimenti lucidi a
scacchiera, con riquadri bianchi e neri di pietra, pareti in legno scuro e lucido illuminate da lampadari in
cristallo soffiato che galleggiavano come meduse nel soffitto a cassettoni. A volte Joost fingeva che fosse
casa sua, e fantasticava di essere un ricco mercante a passeggio nel proprio raffinato giardino.

Prima di svoltare l’angolo, fece un bel respiro. Anya, i tuoi occhi sono marroni come... la corteccia di un
albero? Avrebbe trovato qualcosa. In ogni caso, meglio essere spontanei.

Fu sorpreso nel vedere aperte le porte a pannelli di vetro della bottega Grisha. Più delle mattonelle blu
dipinte a mano della cucina o della mensola del camino stracarica di tulipani in vaso, era questa bottega
la vera prova della ricchezza di Hoede. Avere un Grisha sul proprio libro paga non era cosa a buon
mercato, e Hoede ne aveva tre.

Ma Yuri non era seduto al bancone da lavoro, e Anya non si vedeva da nessuna parte. C’era soltanto
Retvenko, allungato su una sedia in una vestaglia blu scuro, gli occhi chiusi, un libro aperto sul petto.

Joost gironzolò nell’atrio, poi si schiarì la voce. «Queste porte dovrebbero essere chiuse a chiave di
notte.»

«Casa è come fornace» disse Retvenko strascicando le parole e senza aprire gli occhi, nel suo accento
Ravkiano forte e avvolgente. «Di’ a Hoede quando smetto sudare chiudo porte.»

Retvenko era un Chiamatempeste, più anziano degli altri Grisha a contratto, i capelli corti striati
d’argento. Girava voce che avesse combattuto per la fazione perdente nella guerra civile di Ravka e che
fosse fuggito a Kerch dopo la guerra.

«Sarò lieto di riportare le sue rimostranze al Consigliere Hoede» mentì Joost. La casa era sempre
surriscaldata, come se Hoede fosse obbligato a bruciare carbone, ma non sarebbe stato Joost a tirar fuori
la faccenda. «Fino a quel momento...»

«Porti notizie di Yuri?» lo interruppe Retvenko, aprendo finalmente gli occhi sotto palpebre pesanti.

Joost guardò a disagio la scodella piena di acini di uva rossa e i mucchietti di velluto bordeaux sul tavolo
da lavoro. Yuri stava studiando un modo per impregnare le tende della Padrona Hoede con il colore
rubino della frutta, ma qualche giorno prima si era ammalato gravemente, e Joost da allora non l’aveva
più visto. La polvere aveva cominciato ad accumularsi sul velluto, e l’uva stava andando a male.

«Non ho sentito niente.»

«Per forza non senti niente. Troppo occupato andare in giro con stupida uniforme viola.»

Cosa aveva che non andava la sua uniforme? E perché Retvenko doveva essere qui? Era il
Chiamatempeste personale di Hoede e spesso viaggiava con i carichi più preziosi del mercante, in modo
da garantire venti favorevoli e condurre le navi velocemente e al sicuro in porto. Perché ora non era via
per mare?

«Penso che Yuri potrebbe essere in quarantena.»

«Molto utile» disse Retvenko con scherno. «Puoi smettere di allungare collo come oca giuliva» aggiunse.
«Anya andata via.»

Joost sentì che la sua faccia era tornata a scottare. «E dov’è?» chiese, cercando di suonare autorevole.
«Dovrebbe essere dentro quando fa buio.»

«Un’ora fa, Hoede la prende. Come notte quando venuto per Yuri.»

«In che senso, “venuto per Yuri”? Yuri si è ammalato.»

«Hoede viene per Yuri, Yuri torna indietro malato. Due giorni dopo, Yuri sparisce per sempre. Adesso
Anya.»

Per sempre?

«Forse c’è stata un’emergenza. Se qualcuno ha avuto bisogno di essere curato...»

«Prima Yuri, adesso Anya. Io sarò prossimo, e nessuno si accorgerà tranne povero piccolo Poliziotto Joost.
Vai adesso.»

«Se il Consigliere Hoede...»

Retvenko sollevò un braccio e una raffica d’aria spinse Joost indietro. Joost barcollò, ma riuscì a restare in
piedi, aggrappandosi allo stipite della porta.

«Ho detto adesso.» Retvenko disegnò un cerchio nel vuoto e la porta si chiuse con violenza. Joost mollò la
presa appena in tempo per evitare di ritrovarsi con le dita spappolate, e cadde nel giardino.

Si rimise in piedi più in fretta che poté, ripulendo l’uniforme dal fango, con la vergogna che gli strizzava
le budella. Uno dei pannelli di vetro si era rotto per via dell’urto. Joost, guardandoci dentro, vide che il
Chiamatempeste stava facendo un sorrisetto.

«Questo verrà detratto dal suo contratto» disse, puntando l’indice verso il pannello rotto. Detestò il modo
in cui la sua voce risuonò, meschina e petulante.

Retvenko gli fece ciao con la mano, e le porte sussultarono nei loro cardini. Senza neanche pensarci, Joost
fece un passo indietro.

«Vai a fare tuoi giri, piccolo cane da guardia» gridò Retvenko.

«Ti è andata bene» lo derise Rutger, appoggiato al muro del giardino.

Da quant’è che stava lì? «Non hai niente di meglio da fare che seguirmi?» gli chiese Joost.

«Tutte le guardie devono presentarsi a rapporto alla rimessa. Anche tu. O sei troppo occupato a farti dei
nuovi amici?»

«Gli stavo chiedendo di chiudere la porta.»

Rutger scrollò la testa. «Non si chiede. Si ordina. Sono servi. Non ospiti di riguardo.»

Joost prese a camminargli accanto, dentro di sé ancora in fiamme per l’umiliazione. La cosa peggiore era
che Rutger aveva ragione. Retvenko non aveva il diritto di parlargli a quel modo. Ma lui cosa poteva fare?
Anche se avesse avuto il coraggio di mettersi a litigare con un Chiamatempeste, sarebbe stato come
attaccare briga con un vaso costoso. I Grisha non erano soltanto dei servitori; erano le preziose proprietà
di Hoede.

A ogni modo, che cosa aveva voluto dire Retvenko a proposito di Yuri e Anya portati via? Stava forse
coprendo Anya? I Grisha sotto contratto erano tenuti a stare in casa per un buon motivo. Andare in giro
per le strade senza protezione voleva dire rischiare di essere rapiti da uno schiavista e scomparire nel
nulla. “Forse si vede con qualcuno” suppose tristemente Joost.

I suoi pensieri furono interrotti dal tripudio di luce e attività giù alla rimessa che si affacciava sul canale.
Sull’altra sponda poteva vedere altre eleganti dimore di mercanti, alte e slanciate, i tetti acuti che
stagliavano la loro sagoma scura contro il cielo nero, i loro giardini e le loro rimesse illuminati dal
chiarore delle lanterne.

Qualche settimana prima, a Joost era stato detto che la rimessa di Hoede sarebbe stata ristrutturata e
quindi di escluderla dalla ronda. Ma quando lui e Rutger vi entrarono, Joost non vide né vernici né
ponteggi. Gondels e remi erano stati spinti contro le pareti. Le altre guardie della casa erano là nelle loro
divise verdemare, e Joost riconobbe due guardie della stadwatch in viola. Tuttavia la maggior parte dello
spazio era occupata da una scatola gigantesca – una specie di gabbia che sembrava fatta di acciaio
rinforzato, i profili spessi e inchiavardati, un’ampia finestra incastonata in una delle pareti. Attraverso il
vetro, con una curvatura ondulata, Joost vide una ragazza seduta a un tavolo, che si stringeva forte le
vesti di seta rossa attorno al corpo. Dietro di lei, una guardia della stadwatch stava in piedi sull’attenti.

“Anya” realizzò Joost con un sussulto. Gli occhi di lei erano spalancati e terrorizzati, il viso pallido. Il
ragazzino che le stava di fronte sembrava spaventato il doppio di lei. Aveva i capelli arruffati come se
fosse appena sceso dal letto, e le gambe gli penzolavano giù dalla sedia e scalciavano nervosamente
l’aria.

«Perché tutte queste guardie?» domandò Joost. Ce ne dovevano essere più di dieci radunate dentro la
rimessa. C’era anche il Consigliere Hoede, insieme a un mercante che Joost non conosceva, entrambi
vestiti in nero mercantile. Joost si raddrizzò quando vide che stavano parlando al capitano della
stadwatch. Sperò di essersi tolto via dall’uniforme tutto il fango del giardino. «Di cosa si tratta?»

Rutger scrollò le spalle. «Chi se ne frega. Almeno è una novità.»

Joost si girò a guardare al di là del vetro. Anya lo stava fissando, ma lo sguardo era fuori fuoco. Il giorno
in cui lui era arrivato a casa Hoede, lei gli aveva guarito un livido sulla guancia. Non era niente di che, la
traccia gialloverde di una botta che si era preso in faccia durante un allenamento, ma a quanto pareva
Hoede se n’era accorto e a lui non piaceva che le sue guardie avessero l’aspetto di delinquenti. Joost era
stato spedito nella bottega Grisha, e Anya lo aveva fatto sedere in un quadrato di luce, disegnato dal tardo
sole invernale. Con le dita fresche gli aveva sfiorato la pelle e, anche se il prurito era stato terribile,
appena pochi secondi dopo era come se il livido non ci fosse mai stato.

Quando Joost l’aveva ringraziata, Anya aveva sorriso e lui si era sentito perso. Sapeva di essere un caso
senza speranza. Anche se lei avesse avuto qualche interesse per lui, Joost non si sarebbe mai potuto
permettere di acquistare il suo contratto da Hoede, e lei non avrebbe mai potuto sposarlo a meno che
Hoede non l’avesse permesso. Ma questo non l’aveva dissuaso dal passare a trovarla per dirle ciao o dal
portarle qualche regalino. Più di tutti le era piaciuta la cartina di Kerch, un disegno bizzarro del loro
paese, un’isola circondata dalle sirene che nuotano nel Mare Vero e dalle navi sospinte dai venti,
raffigurati come uomini con le guance paffute. Era un souvenir di poche pretese, di quelli che i turisti si
compravano sullo Stave dell’Est, ma sembrava averla resa felice.

Ora si azzardò ad alzare una mano in segno di saluto. Anya non accennò alcuna reazione.

«Non può vederti, idiota» ghignò Rutger. «Il vetro è specchiato sul lato opposto.»

Le guance di Joost si fecero rosse. «Come potevo saperlo?»

«Apri gli occhi e fai attenzione per una volta.»

Prima Yuri, ora Anya. «Perché hanno bisogno di una Guaritrice Grisha? Quel ragazzo è ferito?»

«A me sembra a posto.»

Hoede e il capitano parevano aver raggiunto un qualche accordo.

Attraverso il vetro, Joost vide Hoede entrare nella gabbia e dare al ragazzo una pacca d’incoraggiamento.
Ci dovevano essere dei condotti di ventilazione all’interno perché sentì il mercante dire: «Fai il bravo, e ci
sarà qualche kruge per te». Poi Hoede afferrò il mento di Anya con una mano punteggiata di macchie
dell’età. Lei si irrigidì, e le budella di Joost si attorcigliarono. Hoede diede ad Anya una scrollatina. «Fai
come ti è stato detto, e presto sarà tutto finito, ja?»

Lei fece un sorrisino tirato. «Certamente, Onkle.»

Hoede sussurrò qualche parola alla guardia che era alle spalle di Anya, poi uscì dalla gabbia. La porta si
chiuse con un fragoroso suono metallico, e Hoede fece scattare una pesante serratura.

Hoede e l’altro mercante presero posto quasi di fronte a Joost e Rutger.

L’uomo che Joost non conosceva disse: «Sei sicuro che sia saggio? Questa ragazza è una Corporalki. Dopo
quello che è successo al tuo Fabrikator...».

«Se si trattasse di Retvenko, sarei preoccupato. Ma Anya ha un’indole docile. È una Guaritrice. Non
incline all’aggressione.»

«E hai abbassato il dosaggio?»

«Sì, ma siamo d’accordo che se otterremo gli stessi risultati del Fabrikator, il Consiglio mi ricompenserà?
Non mi si può chiedere di affrontare quella spesa.»

Quando il mercante annuì, Hoede fece segno al capitano. «Procediamo.»

Gli stessi risultati del Fabrikator. Retvenko sosteneva che Yuri fosse sparito. Era a questo che si riferiva
Hoede?

«Sergente» disse il capitano, «siete pronti?»

La guardia dentro la gabbia rispose: «Sissignore». Ed estrasse un coltello.

Joost deglutì a fatica.

«Prima prova» disse il capitano.

La guardia si piegò in avanti e ordinò al ragazzino di arrotolarsi la manica. Quello obbedì e tirò fuori il
braccio, infilandosi in bocca il pollice dell’altro mano. “Troppo grande per farlo ancora” pensò Joost. Ma il
ragazzino doveva essere molto spaventato. Joost aveva dormito con un orsacchiotto fatto con un calzino
fino a quasi quattordici anni, cosa per cui i suoi fratelli maggiori l’avevano sfottuto senza pietà.

«Sentirai pungere leggermente» disse la guardia.

Il ragazzino tenne il pollice in bocca e annuì, gli occhi sgranati.

«Non è davvero necessario» disse Anya.


«Silenzio, per favore» replicò Hoede.

La guardia diede una pacca al ragazzino e poi fece un luminoso taglio rosso nel suo avambraccio. Il
giovane scoppiò immediatamente a piangere.

Anya provò ad alzarsi dalla sedia, ma la guardia, con severità, le piazzò una mano sulla spalla.

«È tutto a posto, sergente» disse Hoede. «La lasci fare.»

Anya si sporse in avanti e prese la mano del ragazzino con delicatezza. «Sssh» disse gentilmente. «Lascia
che ti aiuti.»

«Farà male?» deglutì l’altro.

Lei sorrise. «Per niente. Solo un po’ di prurito. Cercherai di stare fermo per me?»

Joost si ritrovò a sporgersi in avanti. Non aveva mai visto veramente Anya guarire qualcuno.

Lei prese un fazzoletto dalla tasca e ripulì il sangue in eccesso. Poi le sue dita sfiorarono con attenzione la
ferita. Joost guardò stupefatto la pelle che lentamente sembrava rigenerarsi e ricongiungersi.

Pochi minuti dopo, il ragazzino fece un gran sorriso e porse il braccio. Appariva leggermente arrossato,
ma era morbido e senza traccia di cicatrici. «Era una magia?»

Anya gli diede un colpetto sulla punta del naso. «Più o meno. La stessa magia che fa il tuo corpo quando
gli dai un po’ di tempo e un pezzo di garza.»

Il ragazzino sembrava quasi deluso.

«Bene, bene» disse Hoede con impazienza. «Ora la parem.»

Joost aggrottò le sopracciglia. Non aveva mai sentito quella parola.

Il capitano fece cenno al sergente. «Seconda prova.»

«Tira fuori il braccio» disse quello al ragazzino per la seconda volta.

Lui scrollò la testa. «Non mi piace questa parte.»

«Muoviti.»

Il labbro inferiore del ragazzino tremò, ma eseguì l’ordine.

La guardia lo tagliò di nuovo.

Poi piazzò una bustina di carta cerata sul tavolo di fronte ad Anya.

«Inghiotti il contenuto del pacchetto» la istruì Hoede.

«Che cos’è?» chiese lei, la voce tremante.

«Questo non ti riguarda.»

«Che cos’è?» ripeté.

«Non ti ucciderà. Ti dobbiamo chiedere di svolgere dei semplici compiti per valutare gli effetti della
droga. Il sergente è lì per assicurarsi che tu faccia soltanto quello che ti viene detto e nient’altro, capito?»

Anya serrò la mascella, ma annuì.

«Nessuno ti farà del male» disse Hoede. «Ma ricorda, se colpisci il sergente, non hai vie di fuga da quella
gabbia. Le porte sono chiuse dall’esterno.»

«Che cos’è quella roba?» sussurrò Joost.

«Non lo so» disse Rutger.

«Che cosa sai?» bisbigliò.

«Abbastanza da tenere il becco chiuso.»

Joost lo guardò storto.

Con le mani che le tremavano, Anya sollevò la piccola busta cerata e aprì la linguetta.
«Vai avanti» disse Hoede.

Lei rovesciò la testa all’indietro e mandò giù la polvere. Rimase seduta per un momento, in attesa, le
labbra contratte.

«È solo jurda?» domandò, speranzosa. Anche Joost si ritrovò a sperarlo. La jurda non era niente di
pericoloso, una sostanza eccitante che tutti nella stadwatch masticavano per rimanere svegli durante le
ore di guardia notturne.

«Di che cosa sa?» chiese Hoede.

«Di jurda ma più dolce.»

Anya inspirò bruscamente. Con le mani afferrò il tavolo, le pupille dilatate al punto che gli occhi
sembravano quasi del tutto neri. «Oooh» disse, con un sospiro. Ricordava le fusa di un gatto.

La guardia strinse la presa sulla sua spalla.

«Come ti senti?»

Lei fissò lo specchio e sorrise. La lingua, con macchie color ruggine, le fece capolino tra i denti bianchi.
Joost sentì improvvisamente freddo.

«Proprio com’è successo con il Fabrikator» mormorò il mercante.

«Guarisci il ragazzo» ordinò Hoede.

Lei agitò la mano nell’aria, con un gesto quasi sprezzante, e il taglio sul braccio si rimarginò all’istante.

Il sangue si sollevò velocemente dalla pelle in tante goccioline vermiglie che poi svanirono. La pelle
appariva perfettamente liscia, ogni traccia di sangue e ogni rossore spariti. Il ragazzino era raggiante.
«Questa era proprio magia.»

«Fa sentire come se fosse magia» disse Anya con lo stesso sorriso inquietante.

«Non l’ha neanche toccato» disse meravigliato il capitano.

«Anya» cominciò Hoede. «Ascolta attentamente. Ora diremo al capitano di procedere con la prossima
prova.»

«Mmh» mugugnò lei.

«Sergente» disse Hoede. «Amputa il pollice.»

Il ragazzino fece un urlo e ricominciò a piangere. Nascose le mani tra le gambe per proteggerle.

“Dovrei fermare tutto questo” pensò Joost. “Dovrei trovare un modo per proteggerla, per proteggerli
entrambi.” Ma poi cosa sarebbe successo? Lui non era nessuno, nuova recluta della stadwatch, nuovo in
questa casa. “Oltretutto” si scoprì a pensare pieno di vergogna, “voglio tenermi il mio lavoro.”

Anya sorrise appena e inclinò la testa all’indietro in modo da guardare il sergente. «Rompi il vetro.»

«Che cos’ha detto?» domandò il mercante.

«Sergente!» tuonò il capitano.

«Rompi il vetro» ripeté Anya. Il viso del sergente si rilassò. Piegò la testa da un lato come per ascoltare
una melodia lontana, poi sollevò il fucile e lo puntò.

«Mettilo giù!» urlò qualcuno.

Joost si buttò a terra, coprendosi la testa mentre la raffica di spari gli riempì le orecchie e pezzi di vetro
gli piovvero sulle mani e sulla schiena.

I suoi pensieri erano in preda al panico. La mente cercava di negare, ma lui sapeva cosa aveva appena
visto. Anya aveva ordinato al sergente di rompere il vetro. Lei glielo aveva fatto fare. Ma non poteva
essere vero. I Grisha Corporalki erano specializzati nel corpo umano. Potevano fermarti il cuore,
rallentarti il respiro, spezzarti le ossa. Ma non potevano entrarti in testa.

Per un momento ci fu silenzio. Poi Joost fu in piedi come tutti gli altri, alla ricerca del proprio fucile.
Hoede e il capitano gridarono nello stesso istante.

«Prendetela!»
«Sparatele!»

«Hai idea di quanto costa?» lo rimbeccò Hoede. «Qualcuno la blocchi! Non sparate!»

Anya alzò le mani, le maniche rosse spalancate. «Aspettate» disse.

Il panico di Joost si dileguò. Sapeva di essere stato spaventato, ma la paura adesso era lontana. Si sentiva
pieno di speranza. Non era sicuro di quello che sarebbe arrivato, o quando, solo che sarebbe arrivato e
che era fondamentale essere pronti a riceverlo. Avrebbe potuto essere qualcosa di buono o di cattivo. Non
gli importava veramente. Il suo cuore era libero da preoccupazioni e desideri. Non si aspettava niente,
non voleva niente, la mente era muta, il respiro fermo. Doveva solo aspettare.

Vide Anya alzarsi e tirare su il ragazzino. La sentì canticchiargli teneramente qualcosa, qualche ninna
nanna Ravkiana.

«Apri la porta ed entra, Hoede» disse lei. Joost sentì le parole, le capì, le dimenticò.

Hoede si incamminò e aprì la serratura. Entrò nella gabbia d’acciaio.

«Fai come ti viene detto, e presto sarà tutto finito, ja?» mormorò Anya con un sorriso. I suoi occhi erano
neri come piscine senza fondo. La sua pelle in fiamme, splendente, incandescente. Un pensiero baluginò
nella mente di Joost... “Bella come la luna”.

Anya spostò il peso del ragazzino da un braccio all’altro. «Non guardare» gli sussurrò all’orecchio. «Ora»
disse rivolta a Hoede. «Prendi il coltello.»
2

INEJ
Kaz Brekker non aveva bisogno di un motivo. Questo era quello che si sussurrava nelle strade di
Ketterdam, nelle taverne e nelle caffetterie, nei vicoli bui e dannati del quartiere del piacere noto come il
Barile. Il ragazzo che chiamavano Manisporche non aveva bisogno di un motivo più di quanto avesse
bisogno di un’autorizzazione per spaccare una gamba, per rompere un’alleanza, o per cambiare le sorti di
un uomo girando una carta.

Naturalmente si sbagliavano, considerò Inej mentre attraversava il ponte sopra le acque nere del
Beurskanal per dirigersi verso la piazza principale deserta che fronteggiava la Borsa. Ogni atto di
violenza era deliberato e a ogni cortesia erano legati così tanti fili invisibili da mettere in scena uno
spettacolo di marionette. Kaz aveva sempre i suoi motivi. Inej non poteva mai essere certa che fossero
buoni. Specialmente questa notte.

Inej controllò i propri coltelli, recitando in silenzio i loro nomi come faceva sempre quando pensava che
avrebbe potuto trovarsi nei guai. Era un’abitudine pratica, ma anche una consolazione. Le lame erano le
sue compagne. Le piaceva sapere che sarebbero state pronte per qualunque cosa la notte avesse portato
con sé.

Inej vide Kaz e gli altri radunati vicino al grande arco in pietra che segnalava l’ingresso orientale alla
Borsa. Tre parole erano state scolpite nella roccia sopra di loro: ENJENT, VOORHENT, ALMHENT. Industriosità,
Integrità, Prosperità.

Si tenne vicina alle vetrine con le saracinesche abbassate che costeggiavano la piazza, evitando le sacche
di luce a gas sfarfallante create dai lampioni. Mentre avanzava, passò in rassegna la squadra che Kaz
aveva portato con sé: Dirix, Rotty, Muzzen e Keeg, Anika e Pim, e i suoi secondi per il convegno di stasera,
Jesper e Bolliger il Grande. Si spingevano e si buttavano l’uno contro l’altro, ridendo, pestando i piedi
contro il freddo improvviso che questa settimana aveva sorpreso la città, l’ultimo colpo di coda
dell’inverno prima che la primavera iniziasse sul serio. Erano tutti grossi e rissosi, reclutati tra i membri
più giovani degli Scarti, la gente di cui Kaz si fidava di più. Inej fece caso al luccichio dei coltelli infilati
nelle cinture, ai tubi di ferro, alle catene pesanti, ai manici delle asce decorati di borchie arrugginite e,
qui e là, al bagliore di una canna di pistola ben oliata. Inej scivolò silenziosamente nei loro ranghi,
scrutando le ombre vicino alla Borsa per capire se fossero spie delle Punte Nere.

«Tre navi!» stava dicendo Jesper. «Le hanno mandate gli Shu. Stavano semplicemente ancorate al Primo
Porto, con i cannoni spianati, le bandiere rosse che volteggiavano, imbottite d’oro fino alle vele.»

Bolliger il Grande fece un fischio sottovoce. «Mi sarebbe piaciuto vederlo.»

«Mi sarebbe piaciuto rubarlo» replicò Jesper. «Mezzo Consiglio dei Mercanti era laggiù ad agitarsi e a
spiare, nel tentativo di capire cosa fare.»

«Non vogliono che gli Shu paghino i loro debiti?» domandò Bolliger il Grande.

Kaz scrollò la testa, e i capelli neri brillarono alla luce dei lampioni. Era un insieme di linee dure e spigoli
inconfondibili – mascella squadrata, corporatura muscolosa, giacca di lana attillata sulle spalle. «Sì e no»
disse lui con la sua voce roca. «È sempre bene avere un paese in debito con te. Rende le negoziazioni più
amichevoli.»

«Forse gli Shu hanno finito di essere amichevoli» disse Jesper. «Non dovevano mandare quel tesoro tutto
in una volta. Pensi che siano stati loro a infilzare quell’ambasciatore?»

Gli occhi di Kaz scovarono subito Inej nella folla. Ketterdam era stata in fermento per settimane a causa
dell’omicidio dell’ambasciatore. Aveva quasi distrutto le relazioni tra i Kerch e gli Zemeni e messo in
subbuglio il Consiglio dei Mercanti. Gli Zemeni incolpavano i Kerch. I Kerch sospettavano degli Shu. A
Kaz non interessava chi fosse il responsabile; l’omicidio lo affascinava solo in quanto non riusciva a
immaginare come fosse stato portato a termine. In uno dei corridoi più affollati della Stadhall, davanti a
più di dodici ufficiali del governo, l’ambasciatore del commercio Zemeni era andato al gabinetto. Nessun
altro ci era entrato o ne era uscito, ma quando il suo assistente aveva bussato alla porta pochi minuti
dopo, non era arrivata nessuna risposta. Buttata giù la porta, avevano trovato l’ambasciatore a faccia in
giù sulle mattonelle bianche, un coltello nella schiena, il rubinetto del lavandino ancora aperto.

A distanza di qualche ora, Kaz aveva mandato Inej a svolgere delle indagini nei locali dell’edificio. Il
gabinetto non aveva altri ingressi, niente finestre o camini, e persino Inej non padroneggiava l’arte di
infilarsi dentro le tubature. Eppure l’ambasciatore Zemeni era morto. Kaz odiava i rompicapo che non
riusciva a risolvere, e lui e Inej avevano architettato un centinaio di teorie per spiegare l’omicidio...
nessuna delle quali li soddisfaceva. Tuttavia questa notte avevano problemi più urgenti.

Inej vide Kaz fare segno a Jesper e a Bolliger il Grande di spogliarsi delle armi. La legge della strada
voleva che per un convegno di quel genere ciascun vicecomandante fosse accompagnato da due dei
propri soldati semplici e che tutti fossero disarmati. Convegno. La parola suonava come un inganno –
curiosamente cerimoniosa, obsoleta. Non importava cosa la legge della strada decretasse, questa notte
sapeva di violenza.

«Avanti, metti giù quelle pistole» disse Dirix a Jesper.

Con un sospiro, quello si slacciò il cinturone dai fianchi. Inej dovette ammettere che, senza, sembrava un
po’ meno se stesso. Il tiratore scelto Zemeni aveva le gambe lunghe, la pelle scura e non stava fermo un
attimo. Premette le labbra sul manico perlato delle sue preziose rivoltelle, donando a ciascuna un bacio
addolorato.

«Abbi cura delle mie bambine» disse Jesper mentre le porgeva a Dirix. «Se le ritrovo con anche solo un
graffio o una ammaccatura, scriverò “perdonami” sul tuo petto con i buchi delle pallottole.»

«Non sprecheresti le munizioni.»

«E poi sarebbe morto a metà della parola “perdonami”» disse Bolliger il Grande mentre nelle mani di
Rotty lasciava cadere un’accetta, un coltello a serramanico e la sua arma preferita: una spessa catena
appesantita da un grosso lucchetto.

Jesper roteò gli occhi. «Il punto è mandare un messaggio. Qual è il senso di un tizio morto stecchito con la
parola “perd” scritta sul petto?»

«Veniamo a un compromesso» rispose Kaz. «“Scusa” fa lo stesso effetto e spreca meno pallottole.»

Dirix scoppiò a ridere, ma a Inej non sfuggì il fatto che reggeva le rivoltelle di Jesper con grande
attenzione.

«E quello?» domandò Jesper, indicando il bastone da passeggio di Kaz.

La risata di Kaz suonò bassa e priva di umorismo. «Chi negherebbe a un povero storpio il suo bastone?»

«Se lo storpio sei tu, ogni uomo dotato di buon senso.»

«Allora è un bene che stiamo per incontrare Geels.» Kaz estrasse un orologio dal taschino del gilè. «È
quasi mezzanotte.»

Inej volse lo sguardo alla Borsa. Era poco più di un largo cortile rettangolare circondato da magazzini e
uffici di spedizione. Ma durante il giorno era il cuore di Ketterdam, animato dal via vai dei ricchi mercanti
che compravano e vendevano azioni nei viaggi di lavoro che li conducevano nei porti della città. Adesso
che erano quasi dodici rintocchi di campana, la Borsa era deserta a eccezione delle guardie che
controllavano la recinzione e il tetto. Guardie comprate a suon di mazzette per volgere gli occhi altrove
durante il convegno di questa notte.

La Borsa era una delle poche zone della città ancora non spartite e rivendicate nelle lotte senza fine tra le
bande rivali di Ketterdam. Era considerata territorio neutrale. Ma a Inej non sembrava neutrale.
Sembrava il silenzio dei boschi prima dello scatto della tagliola e degli strilli del coniglio. Sembrava una
trappola.

«È un errore» disse. Bolliger il Grande sussultò; non si era accorto che lei era lì in piedi. Inej udì il nome
che gli Scarti le avevano affibbiato passare tra i ranghi in un sussurro: lo Spettro. «Geels sta tramando
qualcosa.»

«Certo che sì» disse Kaz. La sua voce aveva la consistenza ruvida e raschiosa di una pietra sfregata
contro un’altra pietra. Inej si chiedeva ogni volta se Kaz avesse avuto quella voce anche da bambino.
Sempre che fosse mai stato un bambino.

«Allora perché venire qui stanotte?»

«Perché così vuole Per Haskell.»

“Al vecchio piace fare le cose alla vecchia maniera” pensò Inej senza dirlo, ed ebbe il sospetto che gli altri
Scarti stessero pensando la stessa cosa.

«Ci farà uccidere tutti.»

Jesper stiracchiò le lunghe braccia sopra la testa e fece un gran sorriso, mostrando i denti bianchi in
contrasto con la pelle scura. Lui doveva ancora rinunciare al suo fucile, la cui sagoma sulla schiena lo
faceva assomigliare a un uccello sgraziato dalle zampe lunghe. «Secondo la statistica, farà probabilmente
uccidere solo qualcuno di noi.»

«Non si scherza su queste cose» replicò Inej. Lo sguardo che le rivolse Kaz era divertito. Lei sapeva come
doveva sembrargli: rigida, pignola, come una vecchia bacucca che lancia le sue tragiche profezie dal
portico. Non le piaceva, ma era anche certa di avere ragione. E poi le donne anziane qualcosa la sapranno
pure, sennò vivrebbero solo per accumulare rughe e berciare dalle loro porte di casa.

«Jesper non sta scherzando, Inej» disse Kaz. «Sta calcolando le probabilità.»

Bolliger il Grande fece scrocchiare le sue enormi nocche. «Be’, io ho della birra chiara e una padellata di
uova che mi aspettano al Kooperom, per cui non posso essere quello che muore stanotte.»

«Ti va di fare una scommessa?» chiese Jesper.

«Non scommetterò sulla mia morte.»

Kaz si girò il cappello in testa e fece scorrere le dita guantate lungo l’orlo in un veloce saluto militare.
«Perché no, Bolliger? Lo facciamo tutti i giorni.»

Aveva ragione. L’obbligo di Inej nei confronti di Per Haskell comportava che lei scommettesse la propria
vita ogni volta che accettava un nuovo lavoro o un nuovo incarico, ogni volta che lasciava la propria
stanza alla Stecca. Questa notte non era diversa.

Kaz urtò il selciato con il bastone da passeggio quando le campane della Chiesa di Barter iniziarono a
battere i colpi. Il gruppo si fece silenzioso. Il tempo delle chiacchiere era finito. «Geels non è astuto, ma è
sveglio abbastanza da essere un problema» disse Kaz. «Non importa cosa senti, tu non ti unisci alla
mischia finché io non do l’ordine. Stai attenta.» Poi rivolse a Inej un veloce cenno del capo. «E stai
nascosta.»

«Nessun rimpianto» disse Jesper mentre lanciava il suo fucile a Rotty.

«Nessun funerale» mormorò in risposta il resto degli Scarti. Tra di loro, valeva come un “buona fortuna”.

Prima che Inej si mescolasse tra le ombre, Kaz le toccò il braccio con la testa di corvo del suo bastone.
«Dai un occhio alle guardie sul tetto. Geels potrebbe essersele comprate.»

«Allora...» cominciò lei, ma Kaz era già sparito.

Inej alzò le mani in un gesto di frustrazione. Aveva un centinaio di domande, ma come al solito Kaz stava
dando una stretta alle risposte.

Inej trotterellò verso il canale che si affacciava sul muro della Borsa. Solo ai vicecomandanti e ai loro
secondi era permesso di entrare durante il convegno. Però, nel caso le Punte Nere si fossero messe in
testa strane idee, gli altri Scarti avrebbero aspettato subito fuori dall’arco orientale con le armi sguainate.
Sapeva che Geels avrebbe avuto la sua squadra di Punte Nere ben armate radunata all’ingresso
occidentale.

Inej si sarebbe fatta strada tra di loro. Le regole della condotta leale tra bande venivano dall’epoca di Per
Haskell. In più, lei era lo Spettro – l’unica legge che le si poteva applicare era la legge di gravità, e
c’erano giorni in cui sfidava anche quella.

Il piano inferiore della Borsa era occupato da depositi senza finestre, e Inej individuò il tubo di una
grondaia per arrampicarsi. L’attimo prima di appoggiarvi sopra la mano, qualcosa la fece esitare. Estrasse
dalla tasca un osso di luce e lo scrollò, gettando un pallido bagliore verde sopra il tubo. Era coperto d’olio.
Seguì il muro, alla ricerca di un altro punto, e trovò a portata di mano un cornicione di pietra che
sosteneva una statua con i tre pesci volanti di Kerch. Si sollevò in punta di piedi e con prudenza esplorò
con la mano il bordo del cornicione. Era stato ricoperto di cocci di vetro. “Mi stanno aspettando” pensò
con feroce piacere.

Si era unita agli Scarti meno di due anni prima, appena qualche giorno dopo il suo quindicesimo
compleanno. Era stata una questione di sopravvivenza, ma la gratificava sapere che, in così poco tempo,
era diventata qualcuno da gestire con precauzione. Ciononostante, se le Punte Nere credevano che
trucchetti come questo avrebbero impedito allo Spettro di raggiungere il suo obiettivo, si sbagliavano di
grosso.

Estrasse due chiodi da arrampicata dalla tasca del corpetto imbottito e li incastrò, prima l’uno e poi
l’altro, tra le fessure del muro per spingersi in alto, con i piedi che andavano alla ricerca delle prese e
degli appigli più piccoli nella roccia. Come un bambino che impara a stare in equilibrio sulla corda da
funambolo, lei era sempre andata a piedi nudi. Ma le strade di Ketterdam erano troppo fredde e bagnate.
Dopo qualche brutta caduta, aveva pagato un Grisha Fabrikator che lavorava di nascosto fuori da un
negozio di liquori sulla Wijnstraat perché le fabbricasse un paio di scarpette di pelle con la suola di
gomma morbida. Le aderivano perfettamente ai piedi e le davano la certezza di tenere la presa su ogni
superficie.

Al secondo piano della Borsa, si issò sul davanzale di una finestra largo a sufficienza soltanto per
appollaiarcisi sopra.

Kaz aveva fatto del suo meglio per insegnarglielo, ma Inej non era ancora brava quanto lui come
scassinatrice, e le ci volle qualche tentativo per forzare la serratura. Alla fine sentì un bel clic, e la
finestra si aprì su un ufficio deserto, dalle pareti tappezzate con cartine geografiche che evidenziavano le
rotte commerciali e lavagne che elencavano i prezzi di mercato e i nomi delle navi. Si piegò per entrare
dentro, richiuse con il chiavistello e si fece strada dietro le scrivanie vuote, sulle quali i contratti erano
impilati con ordine.

Attraversò la sala, raggiunse una serie di porte sottili e uscì su un balcone che si affacciava sul cortile
centrale della Borsa. Tutti gli uffici navali ne avevano uno. Da qui, i messaggeri annunciavano partenze e
arrivi delle scorte in magazzino, o issavano la bandiera nera per segnalare che una nave era stata persa al
largo con tutto il suo carico. La sala contrattazioni della Borsa vomitava un turbinio di traffici, i fattorini
diffondevano le notizie in tutta la città, e il prezzo delle merci, dei tassi di cambio e delle azioni nei viaggi
in partenza si alzava o si abbassava. Ma questa notte era tutto silenzioso.

Dal porto arrivò una folata di vento che recava con sé l’odore del mare, e arruffò i capelli sfuggiti dalla
treccia sulla nuca di Inej. Giù, vide la luce oscillante delle lanterne e udì il bastone di Kaz battere sui sassi
mentre lui e i suoi secondi attraversavano la piazza. Sul lato opposto, notò un’altra serie di lanterne che
avanzavano verso di loro. Le Punte Nere erano arrivate.

Inej si alzò il cappuccio. Salì sopra la balaustra e balzò senza far rumore sul balcone accanto, poi su
quello successivo, seguendo gli altri lungo la piazza, cercando di stargli il più vicino possibile. La giacca
scura di Kaz si increspava nell’aria salata, il suo passo zoppicante era più pronunciato questa notte, come
sempre quando il tempo era freddo. Inej riusciva a sentire Jesper, che teneva accesa la conversazione, e i
sogghigni di Bolliger il Grande, che echeggiavano bassi.

Mentre si portava più vicino all’altro lato della piazza, Inej vide che Geels aveva scelto di portarsi dietro
come secondi Elzinger e Oomen – esattamente come lei aveva previsto. Inej conosceva la forza e la
debolezza di ciascun membro delle Punte Nere, per non parlare dei Segugi di Harley, degli Scoperchiati,
dei Becchi di Rasoio, dei Centesimi di Leone, e di ogni altra banda che operava nelle strade di Ketterdam.
Era il suo lavoro sapere che Geels si fidava di Elzinger perché erano cresciuti insieme tra le fila delle
Punte Nere, e perché Elzinger era solido come un ammasso di rocce: alto quasi sette piedi, muscoloso,
con una faccia larga e schiacciata che si incastrava in un collo spesso come un traliccio.

Inej fu improvvisamente felice che Bolliger il Grande fosse con Kaz. Che lui avesse scelto Jesper come uno
dei suoi secondi non era una sorpresa. Nervoso com’era Jesper, con o senza le sue rivoltelle, in un
combattimento dava il meglio di sé, e lei sapeva che avrebbe fatto qualunque cosa per Kaz. Era stata
meno sicura quando Kaz aveva insistito per Bolliger il Grande: faceva il buttafuori al Club dei Corvi, ed
era perfettamente attrezzato per gettare in strada ubriaconi e perditempo, ma era troppo pesante e poco
agile per essere di aiuto quando si arrivava a una vera rissa. Comunque, era perlomeno alto abbastanza
da guardare Elzinger dritto negli occhi.

Inej non voleva pensare eccessivamente all’altro secondo di Geels. Oomen la rendeva nervosa. Non era
fisicamente minaccioso come Elzinger. Anzi, Oomen aveva l’aspetto di uno spaventapasseri – non che
fosse scheletrico, ma era come se sotto i vestiti il suo corpo fosse stato messo insieme congiungendo le
articolazioni sbagliate. Si diceva che una volta avesse spaccato il cranio di un uomo a mani nude, che si
fosse ripulito i palmi sul davanti della camicia e che fosse andato avanti a bere.

Inej cercò di mettere a tacere l’agitazione che montava dentro di lei, e si mise ad ascoltare i convenevoli
di Geels e Kaz in piazza, mentre i loro secondi si perquisivano l’un l’altro per accertarsi che nessuno
avesse portato con sé delle armi.

«Cattivone» disse Jesper mentre estraeva un coltellino dalla manica di Elzinger e lo lanciava dall’altra
parte della piazza.

«Pulito» sentenziò Bolliger il Grande mentre finiva di perquisire Geels e passava a Oomen.

Kaz e Geels discutevano del tempo e del sospetto che il Kooperom servisse gli alcolici annacquati ora che
l’affitto era stato alzato, girando attorno al vero motivo per cui erano venuti qui stasera. In teoria,
avrebbero chiacchierato, si sarebbero chiesti scusa, si sarebbero detti d’accordo nel rispettare i confini
del Quinto Porto, poi tutti fuori a cercarsi qualcosa da bere insieme – almeno questo era quello che Per
Haskell aveva insistito che facessero.

“Ma che cosa ne sa Per Haskell?” pensò Inej mentre cercava con gli occhi le guardie che pattugliavano il
tetto di sopra, tentando di individuare la loro sagoma nel buio. Haskell era a capo degli Scarti, ma in
questi giorni preferiva sedere al caldo del suo ufficio, a bere birra tiepida, a costruire modellini di navi, e
a raccontare le lunghe storie delle sue imprese a chiunque le volesse stare a sentire.

Sembrava che pensasse che le guerre per il territorio potessero essere gestite come una volta: con una
piccola zuffa e una stretta di mano amichevole. Ma tutti quanti i sensi di Inej le dicevano che non era
quello il modo in cui le cose sarebbero andate a finire. Suo padre avrebbe detto che le ombre erano al
lavoro questa notte. Qualcosa di brutto stava per accadere.

Kaz era in piedi con entrambe le mani infilate nei guanti e appoggiate sulla testa di corvo intagliata in
cima al suo bastone. Dava l’idea di essere totalmente a proprio agio, il viso stretto tenuto in ombra dalla
tesa del cappello. Per lo più, i membri delle bande del Barile amavano vestire in modo appariscente:
panciotti vistosi, orologi da taschino incastonati di gemme false, pantaloni in ogni tessuto e fantasia
immaginabile. Kaz era l’eccezione, l’immagine della sobrietà, con i suoi gilè scuri e i suoi pantaloni dal
taglio semplice e su misura nel rispetto delle linee più severe. All’inizio, Inej aveva pensato che fosse una
questione di gusto, ma poi era arrivata a capire che si trattava di uno scherzo che lui giocava ai mercanti
onesti. Gli piaceva sembrare uno di loro.

«Sono un uomo d’affari» le aveva detto. «Niente di più, niente di meno.»

«Tu sei un ladro, Kaz.»

«Non è quello che ho appena detto?»

Ora assomigliava a qualche specie di prete venuto a raccogliere in preghiera un gruppo di acrobati da
circo. “Un giovane prete” pensò in preda a un altro attacco d’ansia.

Kaz aveva definito Geels vecchio e bollito, ma di certo non era come appariva stasera. Il vicecomandante
delle Punte Nere poteva anche avere delle rughe che gli sgualcivano il contorno occhi e delle guance
cascanti sotto le basette, ma pareva sicuro di sé, competente. Accanto a lui Kaz sembrava... be’, un
diciassettenne.

«Siamo onesti, ja? Tutti noi vogliamo grattare via qualcosa in più» disse Geels, tamburellando sui bottoni
a specchio del suo panciotto giallo-verde. «Non è giusto da parte tua prosciugare ogni turista pieno di
soldi che scende da una nave da crociera a Quinto Porto.»

«Quinto Porto è nostro» replicò Kaz. «Gli Scarti spennano per primi i polli che arrivano a cercare qualche
divertimento.»

Geels scrollò la testa. «Tu sei così giovane, Brekker» disse con una risatina indulgente. «Forse non ti
rendi conto di come funzionano queste cose. I porti appartengono alla città, e noi abbiamo i nostri diritti
come chiunque altro. Dobbiamo tutti campare.»

Tecnicamente, era vero. Ma Quinto Porto era un luogo inservibile e quasi del tutto abbandonato all’epoca
in cui Kaz se ne era impadronito. Lui l’aveva riportato alla luce, aveva ricostruito i moli e le banchine, e
aveva dovuto ipotecare il Club dei Corvi per farlo. Per Haskell aveva imprecato contro di lui e lo aveva
accusato di essere un pazzo ad affrontare dei costi simili, ma alla fine aveva ceduto. Stando a quanto
diceva Kaz, le esatte parole del vecchio erano state: “Prendi tutta la corda e impiccati”.

Ma gli sforzi erano stati ripagati in meno di un anno. Ora Quinto Porto offriva ormeggi tanto alle navi
mercantili quanto alle barche che da tutto il mondo portavano turisti e soldati desiderosi di scoprire le
attrattive e assaporare i piaceri di Ketterdam. Gli Scarti erano i primi ad accoglierli e a condurli – loro e i
loro portafogli – nei bordelli, nelle taverne e nelle bische di proprietà della banda. Quinto Porto aveva
reso il vecchio molto ricco, e aveva consolidato gli Scarti come figure di spicco nel Barile in un modo che
nemmeno il successo del Club dei Corvi aveva ottenuto. Ma insieme ai profitti erano arrivate le attenzioni
indesiderate. Era da un anno che Geels e le Punte Nere creavano problemi agli Scarti, sconfinando a
Quinto Porto, andando a caccia di polli che non spettavano a loro.

«Quinto Porto è nostro» ripeté Kaz. «Non sono qui per negoziare. Ti stai intromettendo nel nostro traffico
dalle banchine, e hai intercettato un carico di jurda che avrebbe dovuto attraccare due notti fa.»

«Non so di cosa tu stia parlando.»

«So che ti viene facile, Geels, ma cerca di non fare il finto tonto con me.»

Geels avanzò di un passo. Jesper e Bolliger il Grande si irrigidirono.

«Piantala di mostrare i muscoli, ragazzino» disse Geels. «Lo sappiamo tutti che il vecchio non ce l’ha lo
stomaco per una vera scazzottata.»

La risata di Kaz suonò asciutta come il fruscio delle foglie secche. «Ma ci sono io alla tua tavola, Geels, e
non sono qui per darti solo un assaggio. Se vuoi la guerra, farò in modo di farti mangiare fino a
scoppiare.»

«E se tu non sei in circolazione, Brekker? Lo sanno tutti che sei tu la spina dorsale dell’operazione
Haskell: basta spezzarla e gli Scarti crollano a terra.»

Jesper sbuffò. «Stomaco, spina dorsale. Adesso a chi tocca? Alla milza?»

«Chiudi quella bocca» ringhiò Oomen. Le regole del convegno volevano che soltanto i vicecomandanti
potessero parlare una volta che le negoziazioni avevano avuto inizio. Jesper mosse le labbra per formare
la parola “scusa” ed esasperò in modo esagerato il gesto di tapparsi la bocca.

«Sono ragionevolmente certo che tu mi stia minacciando, Geels» disse Kaz. «Ma voglio essere sicuro al
cento per cento prima di decidere cosa fare a riguardo.»

«Sicuro di te, vero, Brekker?»

«Di me e di nessun altro.»

Geels scoppiò a ridere e diede di gomito a Oomen. «Ma senti questo presuntuoso piccolo pezzo di merda.
Brekker, queste strade non sono tue. I bambini come te sono pulci. Ogni qualche anno salta fuori una
nuova nidiata a dare fastidio ai migliori, finché un cane grosso decide di grattarsele via. E lascia che te lo
dica, io sono piuttosto stanco di sentire prurito.» Incrociò le braccia, con la soddisfazione che gli si
riversava fuori in ondate compiaciute. «E se ti dicessi che ci sono due guardie con i loro fucili d’ordinanza
puntati contro di te e contro i tuoi, proprio adesso?»

A Inej si strizzarono le budella. Era questo che intendeva Kaz quando aveva detto che Geels forse si era
comprato le guardie?

Kaz guardò in alto verso il tetto. «Assoldare le guardie cittadine per i tuoi omicidi? Oserei dire che è un
progetto costoso per una banda come le Punte Nere. Non sono convinto che i tuoi fondi possano
sostenere questo tipo di spesa.»

Inej si arrampicò sulla balaustra e si lanciò, lasciando la sicurezza del balcone, per puntare al tetto. Se
fossero sopravvissuti a stanotte, ci avrebbe pensato lei a uccidere Kaz.

C’erano sempre due guardie della stadwatch appostate sul tetto della Borsa. Qualche kruge proveniente
dalle tasche degli Scarti e delle Punte Nere aveva fatto in modo che non interferissero con il convegno,
una transazione abbastanza comune.

Ma Geels stava insinuando qualcosa di molto diverso. Aveva davvero corrotto le guardie della città per
farle diventare i suoi cecchini? In questo caso, le probabilità degli Scarti di sopravvivere alla notte si
erano appena ridotte alla punta di un coltello.

Come la maggior parte degli edifici di Ketterdam, la Borsa aveva un tetto spiovente per far scivolare via la
pioggia torrenziale, così le guardie lo pattugliavano da una stretta passerella che dava sul cortile. Inej la
ignorò. Era la via più semplice, ma l’avrebbe esposta troppo. Invece si arrampicò sulle tegole scivolose del
tetto e iniziò a strisciare, con il corpo inclinato a un’angolazione instabile, muovendosi come un ragno
mentre teneva un occhio sulla passerella in cui c’erano le guardie e un orecchio sulla conversazione di
sotto.

Forse Geels stava bluffando. O forse due guardie erano curve sopra la balaustra proprio in questo
momento, e avevano Kaz o Jesper o Bolliger il Grande sotto tiro.

«C’è costato un po’» ammise Geels. «Al momento, siamo ancora una piccola impresa, e le guardie
cittadine non sono a buon mercato. Ma il premio varrà la pena.»

«Il premio sarei io?»

«Il premio saresti tu.»

«Sono lusingato.»

«Gli Scarti non dureranno una settimana senza di te.»

«Gli darei un mese, per pura inerzia.»

Quel pensiero si dibatté con rumore nella testa di Inej. Se Kaz morisse, resterei? Oppure disonorerei il
mio debito? Correrei il rischio con gli scagnozzi di Haskell?

Se non si fosse data una mossa, l’avrebbe scoperto di sicuro.

«Piccolo ratto arrogante dei bassifondi.» Geels rise. «Non vedo l’ora di cancellarti quello sguardo dalla
faccia.»

«E allora fallo» disse Kaz. Inej si azzardò a guardare giù. La sua voce era cambiata, ogni ironia sparita.

«Devo farti piantare una pallottola nella gamba buona, Brekker?»

“Dove sono le guardie?” si chiese Inej, accelerando il passo. Attraversò di corsa la ripida pendenza del
tetto. La Borsa si estendeva in lunghezza più o meno quanto un isolato della città. Il territorio da
controllare era troppo.

«Piantala di blaterare, Geels. Digli di sparare.»

«Kaz...» disse Jesper nervosamente.

«Avanti. Tira fuori le palle e dai l’ordine.»

A che gioco stava giocando Kaz? Se l’era aspettato? Aveva semplicemente dato per scontato che Inej
avrebbe raggiunto le guardie in tempo?

Guardò giù di nuovo. Geels era in trepidante attesa. Fece un respiro profondo, gonfiando il petto. Inej
vacillò, e dovette farsi forza per non scivolare dal bordo del tetto. Sta per farlo. Vedrò morire Kaz.

«Fuoco!» gridò Geels.

Uno sparo spezzò l’aria. Bolliger il Grande si lasciò sfuggire un lamento e si accasciò a terra.

«Dannazione!» sbraitò Jesper, piegandosi su un ginocchio accanto a Bolliger e pigiando la mano sul buco
della pallottola mentre l’omone gemeva. «Tu, miserabile ciccione!» inveì contro Geels. «Hai appena
violato il territorio neutrale.»

«E chi lo dice che non avete sparato voi per primi?» replicò Geels. «E chi lo verrà a sapere? Nessuno di
voi uscirà vivo da qui.»

La voce di Geels suonava troppo alta. Stava cercando di mantenere il controllo, ma Inej poteva sentire il
terrore pulsare nelle sue parole, il convulso battito d’ali di un uccello terrorizzato. Ma perché? Solo
qualche istante prima si era comportato da spaccone.

Fu allora che Inej si accorse che Kaz non si era ancora mosso. «Non hai un bell’aspetto, Geels.»

«Sto bene» disse lui. Ma non era vero. Era pallido e malfermo. Gli occhi sfrecciavano a destra e a sinistra
come in cerca delle ombre sulla passerella del tetto.

«Davvero?» chiese Kaz, come per fare conversazione. «Le cose non stanno andando esattamente come
previsto, giusto?»

«Kaz» disse Jesper. «Bolliger sta perdendo sangue.»

«Bene» replicò Kaz.

«Ha bisogno di un medico!»

Kaz rivolse all’uomo ferito il più freddo degli sguardi. «Quello di cui ha bisogno è smettere di
piagnucolare ed essere grato che non ho chiesto a Holst di piantargli una pallottola in testa.»

Anche da lassù, Inej vide Geels trasalire.

«È il nome della sentinella, giusto?» domandò Kaz. «Willem Holst e Bert Van Daal, le due guardie
cittadine in servizio stasera. Quelle che ti sei comprato dilapidando i fondi delle Punte Nere?»

Geels non disse niente.

«A Willem Holst» gridò Kaz, la voce che saliva fluttuando fino al tetto, «piace scommettere quasi quanto
piace a Jesper, così i tuoi soldi gli hanno fatto gola. Ma Holst ha problemi molto più grossi... chiamiamoli
desideri. Non scenderò nei dettagli. Un segreto non è una moneta. Non ha più valore, una volta speso. Ti
basti sapere che farebbe rivoltare lo stomaco persino a te. Non è vero, Holst?»

La risposta fu un altro sparo. Che colpì i ciottoli accanto ai piedi di Geels. L’uomo si lasciò uscire un
lamento scioccato e fece un salto indietro.

Questa volta Inej ebbe modo di rintracciare l’origine dello sparo. Il colpo era partito da qualche parte
nella zona occidentale dell’edificio. Se Holst era là, voleva dire che l’altra sentinella – Bert Van Daal – si
trovava a est. Kaz aveva neutralizzato anche lui? Oppure stava contando su di lei? Salì di corsa sul tetto.
«Sparagli, Holst!» urlò Geels, con una disperazione evidente nella voce. «Sparagli in testa!»

Kaz fece una smorfia di disgusto. «Pensi veramente che il segreto morirebbe con me? Avanti, Holst» lo
incalzò. «Mettimi un proiettile nel cranio. I corrieri arriveranno di corsa alla porta di tua moglie e del tuo
capitano prima ancora che io tocchi terra.»

Niente spari.

«Come hai fatto?» chiese Geels in modo brusco. «Come sei venuto a sapere chi sarebbe stato in servizio
stanotte? Ho dovuto pagare un occhio della testa per ottenere l’elenco dei turni. Non avresti potuto
offrire di più.»

«Mettiamola così: la mia valuta unge meglio le ruote.»

«I soldi sono soldi.»

«Io smercio informazioni, Geels, le cose che gli uomini fanno quando pensano che nessuno li stia
guardando. La vergogna ha un valore che il denaro non potrà mai avere.»

Stava attirando l’attenzione su di sé, Inej lo vedeva, così da guadagnare tempo per lei, che intanto balzava
sopra le tegole di ardesia.

«Sei preoccupato per la seconda sentinella?» Il buon vecchio Bert Van Daal?» chiese Kaz. «Forse è quassù
proprio ora, a domandarsi cosa fare. Sparare a me? Sparare a Holst? O forse mi sono comprato anche lui,
ed è pronto a farti un buco nel petto, Geels.» Si sporse come se lui e Geels stessero condividendo un
grosso segreto. «Perché non dai l’ordine a Van Daal e non lo scopri?»

Geels aprì e chiuse la bocca come un pesce, poi strillò: «Van Daal!».

Non appena la guardia mosse le labbra per rispondere, Inej scivolò dietro di lui e gli mise una lama alla
gola. Aveva avuto a malapena il tempo di individuare la sua ombra e slittare veloce giù per le tegole del
tetto. Santi numi, a Kaz piaceva farcela per un pelo.

«Sssh» sussurrò all’orecchio di Van Daal. Gli diede un colpetto nel fianco in modo che lui potesse sentire
la punta del secondo pugnale premuta sul rene.

«Ti prego» piagnucolò. «Io...»

«Mi piace quando gli uomini supplicano» disse lei. «Ma non è questo il momento.»

Di sotto, il petto di Geels si alzava e si abbassava in preda al panico. «Van Daal!» gridò di nuovo. Quando
si girò verso Kaz, la sua faccia era stravolta dalla rabbia. «Sempre un passo avanti, vero?»

«Geels, quando si tratta di te, mi vien da dire che parto avvantaggiato.»

Ma Geels fece un sorriso – un sorrisino, tirato e soddisfatto. “Il sorriso del vincitore” realizzò Inej in preda
a una nuova paura.

«Non è ancora finita.» Geels infilò una mano nella giacca ed estrasse una grossa pistola nera.

«Era ora» disse Kaz. «La grande rivelazione. Finalmente Jesper può smetterla di piangere su Bolliger
come una vedova.»

Jesper fissò la pistola con uno sguardo scioccato e furibondo. «Bolliger l’ha perquisito. Lui... Oh, Bol il
Grande, sei un idiota» disse con un gemito.

Inej non riusciva a credere ai propri occhi. Alla guardia tra le sue braccia scappò uno squittio. Per la
rabbia e la sorpresa, aveva premuto un po’ troppo. «Rilassati» gli disse, mollando leggermente la presa.
Ma, per tutti i Santi, accidenti se voleva infilare un coltello da qualche parte. Bolliger il Grande era stato
l’unico a perquisire Geels. Non poteva non essersi accorto della pistola.

Li aveva traditi.

Era per questo che Kaz aveva insistito nel portarsi dietro Bolliger il Grande stanotte... per avere la prova
pubblica che era passato dalla parte delle Punte Nere? Era di certo quello il motivo per cui aveva lasciato
che Holst gli piantasse una pallottola in pancia. E allora? Adesso tutti sapevano che Bol il Grande era un
traditore. Ma Kaz aveva ancora una pistola puntata al petto.

Geels fece un sorrisetto. «Kaz Brekker, il grande artista della fuga. Come farai a scappare questa volta?»

«Uscendo dalla stessa parte dalla quale sono entrato.» Kaz ignorò la pistola e indirizzò la sua attenzione
all’uomo grande e grosso che giaceva a terra. «Sai qual è il tuo problema, Bolliger?» Pungolò la ferita nel
ventre di Bol il Grande con la punta del suo bastone. «Non era una domanda retorica. Sai qual è il tuo
problema più grosso?»

Bolliger si lamentò. «Nooo.»

«Prova a indovinare» sibilò Kaz.

Bol il Grande non disse niente, emise solo un altro guaito tremolante.

«D’accordo, te lo dico io. Sei pigro. Lo so io. E lo sanno tutti. Per cui mi sono dovuto chiedere perché mai
il più pigro dei miei buttafuori si alzasse la mattina presto due volte alla settimana e si facesse a piedi due
miglia in più per fare colazione da Friggicilla, specialmente quando le uova del Kooperom sono molto
meglio. Bol il Grande diventa mattiniero, le Punte Nere iniziano a spadroneggiare intorno a Quinto Porto
e poi intercettano il nostro carico di jurda più grosso. Non è stato un collegamento difficile da fare.» Kaz
sospirò e disse, rivolto a Geels: «Questo è quello che succede quando le persone stupide iniziano a fare
grandi progetti, ja?».

«Non importa granché ora, che dici?» replicò Geels. «Questa farà dei gran brutti danni, sto per spararti
da distanza ravvicinata. Forse le tue guardie colpiranno me o i miei ragazzi, ma tu di sicuro non schiverai
questo proiettile.»

Kaz fece un passo avanti, verso la canna della pistola, che ora premeva direttamente contro il suo petto.
«No di sicuro, Geels.»

«Tu credi che non lo farò.»

«Oh, io credo che tu lo faresti con gioia, sulle note di una canzone nel tuo cuore nero. Ma non lo farai.
Non stanotte.»

Il dito di Geels fremette sul grilletto.

«Kaz» disse Jesper. «Tutto questo “sparami” sta iniziando a preoccuparmi.»

Oomen non si disturbò a rinfacciare a Jesper il fatto che stesse parlando ad alta voce. Un uomo era a
terra. Il territorio neutrale era stato violato. L’odore acre e pungente della polvere da sparo aleggiava
ancora nell’aria – e in aggiunta a tutto questo c’era una domanda, inespressa, come se la Signora con la
Falce in persona fosse in attesa della risposta: quanto sangue sarebbe stato sparso stanotte?

Una sirena ululò in lontananza.

«Burstraat diciannove» disse Kaz.

Finora Geels aveva spostato leggermente il suo peso da un piede all’altro; ora si immobilizzò.

«È l’indirizzo della tua ragazza, vero, Geels?»

L’altro deglutì. «Non ho una ragazza.»

«Oh sì che ce l’hai» lo sbeffeggiò Kaz. «È anche carina. Be’, carina il giusto per una canaglia come te.
Sembra dolce. Tu la ami, vero?» Persino dal tetto, Inej riusciva a vedere il luccichio del sudore sulla faccia
cerea di Geels. «Ma certo che la ami. Nessun’altra altrettanto graziosa avrebbe mai rivolto lo sguardo due
volte a uno scarto del Barrel come te, ma lei è diversa. Ti trova affascinante. Un chiaro segnale di follia,
se vuoi il mio parere, ma l’amore, si sa, è strano. Le piace appoggiare la sua testolina sulla tua spalla?
Ascoltarti mentre le racconti com’è andata la giornata?»

Geels guardò Kaz come se lo vedesse finalmente per la prima volta. Il ragazzo a cui aveva parlato era
stato presuntuoso, avventato, facile alle risate, ma non spaventoso... non veramente. Ora il mostro era
qui, con lo sguardo spento e senza nulla da temere. Kaz Brekker era sparito, ed era arrivato Manisporche
a fare, appunto, il lavoro sporco.

«Vive al numero diciannove della Burstraat» continuò Kaz nella sua voce rauca. «Al terzo piano, con i
gerani alle finestre. Ci sono due Scarti in attesa fuori dalla sua porta proprio ora, e se io non esco fuori di
qui tutto intero e in buone condizioni, daranno fuoco a quel posto dalle fondamenta al tetto. Le fiamme
saliranno nel giro di qualche secondo, incenerendo tutto da entrambi i lati con la povera Elise
intrappolata in mezzo. I suoi capelli biondi prenderanno fuoco per primi. Come lo stoppino di una
candela.»

«Stai bluffando» disse Geels, ma la mano che reggeva la pistola tremava.

Kaz alzò la testa e trasse un respiro profondo. «Si sta facendo tardi. Hai sentito la sirena. C’è un odore
salmastro nell’aria, di mare, di sale, e forse... è fumo l’odore che sento?» C’era del piacere nella sua voce.
“Oh, in nome dei Santi, Kaz” pensò Inej tristemente. “Che cosa hai fatto?”

Di nuovo, il dito di Geels fremette sul grilletto, e Inej si irrigidì.

«Lo so, Geels. Lo so» disse Kaz comprensivo. «Tutto quel pianificare e complottare e corrompere per
niente. Ecco a cosa stai pensando in questo momento. A quanto ti farà male tornare a casa sapendo quel
che hai perso. A quanto si arrabbierà il tuo capo quando ti presenterai a mani vuote e molto più povero
per niente. A quanta soddisfazione ti darebbe piantarmi una pallottola nel cuore. Puoi farlo. Tira il
grilletto. Possiamo cadere a terra insieme. Possono portare fuori i nostri corpi e bruciarli alla Chiatta del
Mietitore, dove vanno a finire tutti i poveracci. Oppure il tuo orgoglio può incassare questo colpo e tu
puoi tornartene sulla Burstraat, adagiare la testa nel grembo della tua ragazza, addormentarti mentre
ancora respiri e sognare la tua vendetta. Sta a te, Geels. Ce ne andiamo a casa stanotte?»

Geels cercò lo sguardo di Kaz, e qualunque cosa ci vide gli fece afflosciare le spalle. Inej si sorprese a
provare una fitta di compassione per lui. Era entrato qui tutto gasato, spavaldo, un sopravvissuto, un
campione del Barile. E ne sarebbe uscito da vittima, l’ennesima, di Kaz Brekker.

«Un giorno avrai quello che ti meriti, Brekker.»

«L’avrò» disse Kaz, «se c’è una giustizia a questo mondo. E sappiamo tutti quanto sia improbabile.»

Geels lasciò cadere il braccio. La pistola penzolava inutile al suo fianco.

Kaz fece un passo indietro, spazzolando il punto della camicia dov’era stata appoggiata la canna della
pistola. «Di’ al tuo generale di tenere le Punte Nere alla larga da Quinto Porto, e che ci aspettiamo un
risarcimento per il carico di jurda che abbiamo perso, più il cinque per cento per aver estratto il ferro in
territorio neutrale e un altro cinque per cento per essere un così spettacolare ammasso di teste di cazzo.»

Poi, all’improvviso, il bastone di Kaz roteò bruscamente e disegnò un arco.

Geels lanciò un urlo quando le ossa del polso gli si spezzarono. La pistola sferragliò sul selciato.

«L’avevo abbassata!» strillò Geels, reggendosi la mano. «L’avevo abbassata!»

«Puntamela contro un’altra volta e ti spacco tutti e due i polsi, così dovrai assumere qualcuno che ti aiuti
a pisciare.» Kaz si sollevò la tesa del cappello con la cima del bastone. «O forse puoi chiedere alla tua
adorabile Elise di darti una mano.»

Kaz si accovacciò a terra accanto a Bolliger. L’omone uggiolò. «Guardami. Ammesso che tu non muoia
dissanguato stanotte, hai tempo fino al tramonto di domani per andartene da Ketterdam. Se vengo a
sapere che sei da qualche parte attorno ai confini della città, ti ritroverai dentro un barile del Friggicilla.»
Poi guardò Geels. «Se scopro che lo stai aiutando, o che lavora per le Punte Nere, stai tranquillo che
vengo a cercarti.»

«Ti prego, Kaz» supplicò Bolliger.

«Avevi una casa, e ne hai distrutto la porta con una palla da demolizione. Non cercare la mia
comprensione.» Si rialzò e controllò l’orologio da taschino. «Non mi aspettavo che andasse così tanto per
le lunghe. Sarà meglio che mi incammini o la povera Elise soffrirà un po’ il caldo.»

Geels scrollò la testa. «C’è qualcosa che non va in te, Brekker. Non so cos’è, ma non sei a posto.»

Kaz piegò la testa di lato. «Tu vieni dalla periferia, giusto, Geels? Arrivato in città per cercare fortuna?»
Si lisciò il bavero della giacca con una mano guantata. «Bene, io sono quel genere di bastardo che
soltanto nel Barile sono capaci di fabbricare.»

Kaz diede le spalle alle Punte Nere, nonostante ai loro piedi ci fosse la pistola carica, e zoppicando si
avviò sull’acciottolato verso l’arco orientale. Jesper si accucciò vicino a Bolliger e gli diede un buffetto
gentile sulla guancia. «Idiota» disse con tristezza, e seguì Kaz fuori dalla Borsa.

Dal tetto, Inej continuò a guardare Oomen che raccoglieva la pistola di Geels e la metteva nella fondina, e
le Punte Nere che si scambiavano qualche parola sottovoce.

«Non andartene» implorava Bolliger il Grande. «Non abbandonarmi.» Cercò di aggrapparsi ai risvolti dei
pantaloni di Geels.

L’uomo se lo scrollò di dosso. Lo lasciarono rannicchiato su un fianco, a perdere sangue sul selciato.

Inej strappò il fucile dalle mani di Van Daal prima di lasciarlo andare. «Vai a casa» disse alla guardia.

Lui gettò una singola occhiata terrorizzata da sopra la spalla e sparì di corsa giù per la passerella.
Di sotto, Bol il Grande cercava di trascinarsi sul pavimento della Borsa. Avrebbe potuto essere abbastanza
stupido da rincrociare Kaz Brekker, ma era sopravvissuto a lungo nel Barile, e per quello ci voleva una
certa forza di volontà. Poteva farcela.

“Aiutalo” disse una voce dentro di lei. Fino a pochi minuti prima, era stato suo fratello d’armi. Sembrava
sbagliato lasciarlo da solo. Avrebbe potuto raggiungerlo, offrirsi di mettere fine alla sua sofferenza
velocemente, tenergli la mano mentre se ne andava. Avrebbe potuto andare a chiamare un medico per
salvarlo.

Invece disse una veloce preghiera nella lingua dei suoi Santi e iniziò a scendere lungo il muro esterno.
Inej aveva pietà del ragazzo che avrebbe potuto morire da solo, senza nessuno che gli desse un po’ di
conforto nelle sue ultime ore, o che avrebbe potuto sopravvivere e trascorrere tutto il resto della vita in
esilio. Ma il lavoro di stanotte non era ancora finito, e lo Spettro non aveva tempo per i traditori.
3

KAZ
Grida di giubilo accolsero Kaz mentre spuntava dall’arco orientale, con Jesper subito dietro che, se non si
ingannava, stava già mettendo il broncio.

Dirix, Rotty e gli altri si fiondarono da loro, urlando e sparando, le rivoltelle di Jesper puntate in alto. La
banda aveva visto poco di quello che era successo con Geels, ma in compenso avevano sentito quasi tutto.
Ora stavano scandendo lo slogan: “La Burstraat va a fuoco! Gli Scarti non hanno acqua!”.

«Non riesco a credere che abbia infilato la coda tra le gambe» lo schernì Rotty. «Aveva una pistola carica
in mano!»

«Dicci cosa sapevi sulla guardia» supplicò Dirix.

«Non può essere una delle solite cose.»

«Ho sentito che c’era questo ragazzo a Sloken a cui piaceva rotolarsi nel succo di mela e poi prendere
due...»

«Non dirò niente» disse Kaz. «Holst potrebbe tornare utile in futuro.»

L’atmosfera era nervosa, e le risate avevano l’isteria tipica di quando il disastro è imminente. Alcuni si
erano aspettati uno scontro e non vedevano l’ora che ce ne fosse uno. Ma Kaz sapeva che c’era
qualcos’altro in ballo, e non aveva mancato di notare che nessuno aveva menzionato B olliger il Grande. Il
suo tradimento li aveva colpiti duramente – sia scoprirlo sia il modo in cui Kaz l’aveva punito. Dietro tutte
quelle urla e quegli spintoni, c’era paura. Bene. Kaz contava sul fatto che gli Scarti fossero tutti assassini,
ladri e bugiardi. Doveva però essere sicuro che non prendessero l’abitudine di mentire a lui.

Spedì due di loro a controllare Bol il Grande, e ad accertarsi che se si fosse rimesso in piedi avrebbe
lasciato la città. Gli altri potevano tornare alla Stecca e al Club dei Corvi ad affogare le preoccupazioni
nell’alcol, a fare casino e a far girare la voce di come si erano svolti gli eventi della notte. Avrebbero
raccontato cosa avevano visto, avrebbero ricamato il resto, e a ogni versione Manisporche sarebbe
diventato sempre più pazzo e spietato. Ma Kaz aveva degli affari da sbrigare, e la sua prima tappa
sarebbe stata Quinto Porto.

Jesper incrociò il suo cammino. «Avresti dovuto avvisarmi su Bolliger il Grande» disse in un sussurro
furioso.

«Non dirmi cosa devo fare, Jes.»

«Pensi che anch’io sia un venduto?»

«Se lo pensassi, adesso ti staresti infilando le budella nella pancia sul pavimento della Borsa come
Bolliger il Grande, quindi piantala di dare aria alla bocca.»

Jesper scrollò la testa e mise le mani sulle rivoltelle che si era fatto restituire da Dirix. Tutte le volte che
era di cattivo umore gli piaceva accarezzare una pistola, come un bambino che cerca il conforto del suo
pupazzo preferito.

Sarebbe stato piuttosto facile fare pace. Kaz avrebbe potuto dire a Jesper che sapeva che era pulito,
ricordargli che si era fidato al punto da avere solo lui come secondo in un conflitto che avrebbe potuto
finire veramente male. Invece gli disse: «Vai, Jesper. C’è un conto aperto che ti aspetta al Club dei Corvi.
Gioca fino a domani mattina o finché la fortuna ti volterà le spalle, qualunque cosa arrivi prima».

Jesper lo guardò storto, ma non riuscì a tenere il barlume di cupidigia lontano dai suoi occhi. «Un’altra
mazzetta?»

«Sono una persona abitudinaria.»

«Buon per te, lo sono anch’io.» Esitò abbastanza a lungo da aggiungere: «Non ci vuoi con te? I ragazzi di
Geels saranno nervosi, dopo quello che è successo».

«Lasciali venire» rispose Kaz, e svoltò sulla Nemstraat senza dire altro. Se non eri in grado di camminare
da solo per Ketterdam una volta calato il buio, allora tanto valeva che ti appendessi al collo un cartello
con scritto “smidollato” e che ti sdraiassi a terra a prenderle.

Sentiva gli sguardi degli Scarti sulla schiena mentre si avviava verso il ponte. Non aveva bisogno di
ascoltare i loro bisbigli per sapere cosa si stavano dicendo. Volevano bere insieme a lui, farsi raccontare
come aveva fatto a scoprire che Bolliger il Grande era passato dalla parte delle Punte Nere, ascoltarlo
mentre descriveva lo sguardo di Geels nel momento in cui aveva abbassato la pistola. Ma erano situazioni
che con Kaz non avrebbero mai vissuto, e se non gli stava bene potevano cercarsi un’altra banda.

Indipendentemente da cosa pensavano di lui, stanotte avrebbero camminato a testa più alta. Ecco perché
restavano, perché gli offrivano la loro versione migliore di lealtà. Quando era diventato ufficialmente un
membro degli Scarti aveva dodici anni, e la banda era lo zimbello della città, bambini di strada e
scrocconi senza futuro che facevano il gioco delle tre carte e altri imbrogli da quattro soldi fuori da una
baracca fatiscente nella zona peggiore del Barile. Ma a lui non serviva una banda importante, piuttosto
una banda che poteva diventare importante – una banda che aveva bisogno di lui.

Ora avevano il loro territorio, la loro bisca, e quella baracca era diventata la Stecca, un posto accogliente
dove potevi mangiare un piatto caldo o rifugiarti quand’eri ferito. Ora gli Scarti erano temuti. Era stato
Kaz a dargli tutto questo. Non era tenuto a dargli, in più, anche le chiacchiere.

E poi, ci avrebbe pensato Jesper a spianare le cose. Qualche bicchiere giù per la gola, qualche mano
alzata e il buon carattere del suo tiratore scelto sarebbe riemerso. Reggeva il rancore tanto quanto
reggeva l’alcol, e aveva il dono di far sembrare le vittorie di Kaz come se fossero le vittorie di tutti.

Non appena si diresse verso uno dei canaletti che l’avrebbero portato dietro Quinto Porto, Kaz si accorse
che si sentiva – per tutti i Santi – quasi fiducioso. Forse avrebbe dovuto farsi vedere da un medico. Le
Punte Nere gli erano stati alle calcagna per settimane, e ora lui li aveva costretti a compiere la loro
mossa. Anche la gamba non gli faceva troppo male, malgrado il freddo invernale. Il dolore era sempre lì,
ma questa notte pulsava solo leggermente. Ciononostante, una parte di lui si domandava se il convegno
fosse stato una specie di esame che gli aveva preparato Per Haskell. Haskell era capacissimo di
convincersi di essere lui il genio che aveva fatto rifiorire gli Scarti, specialmente se uno dei suoi compagni
di merenda glielo andava sussurrando nell’orecchio. Quest’idea non lo faceva stare tranquillo, ma Kaz si
sarebbe preoccupato di Per Haskell il giorno dopo. Per il momento, avrebbe verificato che tutto al porto
stesse procedendo come da programma e poi sarebbe tornato a casa alla Stecca per un po’ di meritato
riposo.

Sapeva che Inej lo stava seguendo come un’ombra. Era stata con lui per tutto il tempo, dalla Borsa in poi.
Non le chiese di uscire allo scoperto. Si sarebbe fatta vedere quando fosse stata pronta. Di solito gli
piaceva la quiete; anzi, avrebbe cucito volentieri la bocca alla maggior parte delle persone. Ma quando
voleva, Inej sapeva come farti pesare il suo silenzio. Ti portava al limite.

Kaz riuscì a sopportarlo fino a dopo le ringhiere di ferro di Zentzbridge, con l’inferriata ricoperta da
piccoli pezzi di corda allacciati in nodi elaborati, le preghiere per tornare a casa sani e salvi che
lasciavano i marinai. Sciocche superstizioni. Alla fine cedette e disse: «Sputa il rospo, Spettro».

La voce di lei arrivò dall’oscurità. «Non hai mandato nessuno sulla Burstraat.»

«Perché avrei dovuto?»

«Se Geels non arriva là in tempo...»

«Nessuno sta dando fuoco al numero civico diciannove.»

«Ho sentito la sirena.»

«Una fortuita coincidenza. Ho colto l’occasione che mi si è presentata.»

«Stavi bluffando, quindi. Quella ragazza non è mai stata in pericolo.»

Kaz scrollò le spalle, non era disposto a darle una risposta. Inej cercava sempre di cavargli fuori delle
briciole di umanità. «Quando tutti pensano che sei un mostro, non devi più perdere tempo a fare cose
mostruose.»

«Perché mai hai acconsentito all’incontro se sapevi che era una trappola?» Lei era da qualche parte alla
sua destra, e si spostava senza far rumore. Kaz aveva sentito gli altri membri della banda dire che lei si
muoveva come un gatto, ma lui sospettava che i gatti si sarebbero seduti attentamente ai suoi piedi per
imparare quelle tecniche.

«Definirei questa notte un trionfo» disse lui. «Tu no?»

«C’è mancato poco che tu rimanessi ucciso. E anche Jesper.»

«Geels ha svuotato le casse delle Punte Nere per delle bustarelle inutili. Noi abbiamo fatto uscire allo
scoperto un traditore, ristabilito i nostri diritti su Quinto Porto, e io non ho un graffio. È stata una notte
eccellente.»

«Da quant’è che sapevi di Bolliger il Grande?»


«Settimane. Per un po’ saremo a corto di personale. Il che mi fa venire in mente che devi licenziare
Rojakke.»

«Perché? Non c’è nessuno come lui ai tavoli da gioco.»

«È pieno il mondo di figli di puttana che sanno come far girare le carte. Rojakke è un po’ troppo veloce.
Sta facendo la cresta.»

«È un bravo croupier, e ha una famiglia da mantenere. Potresti dargli un avvertimento, prendergli un


dito.»

«A quel punto non sarebbe più tanto bravo come croupier, non credi?»

Quando un croupier veniva colto a fare la cresta in una bisca, il capo sala gli amputava un mignolo. Era
una di quelle punizioni assurde che in qualche modo erano state codificate come regole delle bande.
Toglieva abilità alla mano del ladro, lo costringeva a rimparare come mescolare le carte, e faceva capire a
ogni futuro dipendente che sarebbe stato tenuto d’occhio. Ma lo rendeva anche maldestro ai tavoli da
gioco. Lo faceva concentrare sulle cose semplici, come i gesti delle mani, invece di fargli osservare i
giocatori.

Kaz non poteva vedere la faccia di Inej nel buio, ma avvertiva il suo sguardo di disapprovazione.

«L’avidità è il tuo dio, Kaz.»

Lui per poco non scoppiò a ridere. «No, Inej. L’avidità si inchina di fronte a me. È la mia serva e la mia
musa.»

«E allora qual è il dio che onori?»

«Qualunque dio mi conceda la fortuna.»

«Non credo che gli dèi funzionino così.»

«Non credo che me ne freghi qualcosa.»

Inej sospirò esasperata. Nonostante tutto quello che aveva passato, lei credeva ancora che i suoi Santi
Suli la stessero proteggendo. Kaz lo sapeva, e per qualche motivo gli piaceva farla innervosire. Adesso
desiderò poter interpretare la sua espressione. Era sempre così gratificante vedere quel piccolo solco tra
le sue sopracciglia nere.

«Come facevi a sapere che avrei raggiunto Van Daal in tempo?» domandò lei.

«Perché ci riesci sempre.»

«Avresti dovuto darmi qualche informazione in più.»

«Ho pensato che i tuoi Santi avrebbero apprezzato la sfida.»

Per un po’ lei non disse niente, poi la udì da qualche parte dietro di lui. «Gli uomini deridono gli dèi finché
non hanno bisogno di loro.»

Lui non la vide andar via, percepì solo la sua assenza.

Kaz, irritato, scrollò la testa. Se avesse detto che si fidava di Inej l’avrebbe sparata grossa, ma a se stesso
poteva ammettere che era arrivato a farci affidamento. Era stata una decisione di pancia saldare il suo
contratto con il Serraglio, ed era costato tanto agli Scarti. Era stato necessario convincere Per Haskell,
ma Inej era stata uno degli investimenti migliori che Kaz avesse mai fatto. Essere così abile a restare
invisibile faceva di lei un’eccellente ladra di segreti, la migliore nel Barile. Ma il fatto che potesse
semplicemente scomparire lo impensieriva. Non aveva neanche un odore. Tutte le persone ce l’hanno, e
quegli odori raccontano delle cose – una traccia di disinfettante sulle dita di una donna o di legna bruciata
tra i suoi capelli, la lana umida dell’abito di un uomo, o il retrogusto di polvere da sparo che si trattiene
sui polsini della sua camicia. Ma non Inej. In qualche modo lei controllava l’invisibilità. Era una risorsa
preziosa. E allora perché non poteva semplicemente fare il suo lavoro e risparmiargli i suoi malumori?

All’improvviso, Kaz seppe di non essere da solo. Si fermò, in ascolto. Aveva tagliato per un vicoletto
spaccato in due da un canale torbido. Non c’erano lampioni e non c’era il minimo passaggio, nient’altro
che la luna luminosa e le barchette che sbattevano contro gli attracchi. Aveva abbassato la guardia,
lasciato che la sua mente vagasse distratta.

La sagoma scura di un uomo apparve in cima al vicolo.

«Cosa vuoi?» chiese Kaz.


La forma balzò verso di lui. Kaz mosse il bastone in un arco basso. Avrebbe dovuto entrare a diretto
contatto con le gambe del suo assalitore, invece andò a fondo nello spazio vuoto. Kaz incespicò,
l’equilibrio perso per via della forza del colpo.

Poi, chissà come, l’uomo era in piedi proprio di fronte a lui. Un pugno entrò in rotta di collisione con la
sua mascella. Kaz scrollò via le stelle che facevano fuochi artificiali nella sua testa. Ruotò il corpo indietro
e diede un altro colpo di bastone. Ma non c’era nessuno lì. L’impugnatura della canna da passeggio sibilò
nel nulla e si schiantò contro il muro.

Kaz si vide strappare il bastone dalle mani da qualcuno alla sua destra. Ce n’era più di uno?

E poi una figura si fece avanti attraverso il muro. La mente di Kaz farfugliò e vacillò, nel tentativo di
spiegare che quello che gli era sembrato un banco di nebbia diventava un mantello, degli stivali, la pallida
carnagione di una faccia.

“Fantasmi” pensò Kaz. La paura di un bambino, ma arrivò con la certezza più assoluta.

Alla fine, Jordie era venuto a prendersi la sua vendetta. È tempo di pagare i tuoi debiti, Kaz. Non si ha mai
niente per niente.

Il pensiero attraversò il suo cervello in un’onda umiliante e insensata di panico, poi il fantasma gli fu
sopra, e lui avvertì la puntura di un ago affondargli nel collo. Un fantasma con una siringa?

“Follia” pensò. E subito dopo fu tutto buio.

Kaz si svegliò per via del forte odore di ammoniaca. La testa gli sobbalzò all’indietro mentre riprendeva
del tutto conoscenza.

L’uomo anziano di fronte a lui indossava la toga di un dottore universitario. Aveva una bottiglietta di sali
d’ammonio tra le mani e la sventolava sotto il naso di Kaz. La puzza era quasi insopportabile.

«Stammi alla larga» gracchiò Kaz.

Il dottore lo fissò senza alcuna emozione, rimettendo i sali d’ammonio in un borsellino di pelle. Kaz mosse
le dita, ma era tutto quello che era in grado di fare. Era stato legato a una sedia con le braccia dietro la
schiena. Qualunque cosa fosse quella che gli avevano iniettato, lo aveva lasciato intontito.

Il dottore si mosse di lato, e Kaz sbatté le palpebre due volte, cercando di schiarirsi la vista e di dare un
senso al lusso assurdo dell’ambiente che lo circondava. Si era aspettato di svegliarsi nel covo delle Punte
Nere o di qualche altra banda rivale. Ma questa non era la tipica paccottiglia da quattro soldi del Barile.
Per agghindare una casa occupata abusivamente in quel modo ci voleva del denaro vero. Pannelli di
mogano affollati di intagli di onde schiumose e pesci volanti, librerie ricoperte di libri, finestre istoriate, e
Kaz era piuttosto sicuro che ci fosse un vero DeKappel, uno di quei discreti ritratti a olio di donna con un
libro aperto in grembo e un agnello disteso ai piedi. L’uomo che lo osservava da dietro un’ampia scrivania
aveva l’aspetto di un ricco mercante. Ma se questa era casa sua, perché c’erano i soldati armati della
stadwatch di guardia alla porta?

“Dannazione” pensò Kaz, “sono in arresto?” Nel caso, questo mercante sarebbe rimasto a bocca aperta.
Grazie a Inej, aveva delle informazioni su ogni giudice, ufficiale giudiziario e alto consigliere di Kerch.
Sarebbe uscito dalla sua cella prima dell’alba. Solo che non era in una prigione, era incatenato a una
sedia, per cui cosa diavolo stava succedendo?

L’uomo era sulla quarantina, aveva una faccia scavata ma bella e un’attaccatura dei capelli che stava
battendo la ritirata sulla fronte. Quando Kaz incontrò il suo sguardo, l’uomo si schiarì la gola e congiunse
le dita.

«Signor Brekker, spero che non si senta troppo indisposto.»

«Mandi via questa vecchia piaga. Sto bene.»

Il mercante fece un cenno con la testa al dottore. «Può andare. Per favore, mi faccia avere la sua parcella.
E, ovviamente, apprezzerei la sua discrezione al riguardo.»

Il dottore chiuse la borsa e uscì dalla stanza. Subito dopo, il mercante si alzò e sollevò un fascio di carte
dalla scrivania. Indossava l’abito a redingote perfettamente tagliato su misura di tutti i mercanti di Kerch
– scuro, sofisticato, volutamente serio e compassato. Ma gli accessori raccontavano a Kaz tutto quello che
gli serviva sapere: l’orologio da tasca era d’oro, con grosse maglie di foglie d’alloro, e il fermacravatta era
un enorme, perfetto rubino.

“Per avermi legato a questa sedia, staccherò quel brillocco dalla montatura e userò il fermaglio per
infilzare il tuo ricco collo” pensò Kaz. Ma tutto ciò che disse fu: «Van Eck».
L’uomo annuì. Nessun inchino, ovviamente. I mercanti non si inchinavano davanti alla gentaglia del
Barile. «Mi conosce, dunque?»

Kaz conosceva i simboli e i gioielli di tutte le casate di mercanti di Kerch. Lo stemma dei Van Eck era
l’alloro rosso. Non bisognava essere dei luminari per fare il collegamento.

«La conosco» disse Kaz. «Lei è uno di quei mercanti sempre pronti a fare una crociata per ripulire il
Barile.»

Van Eck fece un altro piccolo cenno di assenso con il capo. «Io cerco di trovare un lavoro onesto alle
persone.»

Kaz rise. «Qual è la differenza tra scommettere al Club dei Corvi e fare speculazioni finanziarie alla
Borsa?»

«Il primo è ladrocinio, l’altro è commercio.»

«Un uomo che perde il proprio denaro potrebbe far fatica a distinguerli.»

«Il Barile è un ricettacolo di sporcizia, vizi, violenza.»

«Quante delle navi che manda fuori dai porti di Ketterdam non tornano più?»

«Questo non...»

«Una su cinque, Van Eck. Un’imbarcazione su cinque che spedisce a cercare caffè e jurda e rotoli di seta
affonda negli abissi del mare, si schianta sulle rocce, diventa bottino dei pirati. Una ciurma su cinque
muore, i loro cadaveri dispersi in acque straniere, cibo per pesci che nuotano nelle acque profonde. Non
parliamo di violenza.»

«Non discuterò di questioni etiche con un ragazzino del Barile.»

Kaz non si aspettava davvero che lo facesse. Stava solo guadagnando tempo mentre controllava quanto
fossero strette le manette che aveva ai polsi.

Con le dita tastò la lunghezza della catena fin dove riuscì, e intanto continuava a scervellarsi per capire
dove fosse. Anche se Kaz non l’aveva mai incontrato prima di persona, aveva avuto i suoi motivi per
studiare nel dettaglio la piantina della casa di Van Eck. E dovunque fossero, non erano nel palazzo del
mercante.

«Dal momento che non mi ha portato qui per filosofeggiare, a che pro allora?» Era la classica domanda
che dava inizio a una riunione. Un convenevole tra pari, non la supplica di un prigioniero.

«Ho una proposta per lei. O, meglio, il Consiglio ne ha una.»

Kaz nascose lo stupore. «Il Consiglio dei Mercanti è solito cominciare tutte le negoziazioni con un
pestaggio?»

«Lo consideri un avvertimento. E una dimostrazione.»

A Kaz tornò in mente la forma nel vicolo, il modo in cui era apparsa e scomparsa come un fantasma.
Jordie.

Si sforzò di riordinare le idee. Lascia perdere Jordie, idiota. Stai concentrato. Lo avevano acciuffato
perché si era fissato su una vittoria e si era distratto. Questo era il suo castigo, e non era un errore che
avrebbe fatto di nuovo. Il che non spiega il fantasma. Per il momento, mise quel pensiero da parte.

«E in che modo potrei tornare utile al Consiglio?»

Van Eck sfogliò le carte che aveva in mano. «La prima volta che è stato arrestato aveva dieci anni» disse,
scorrendo la pagina.

«La prima volta non si scorda mai.»

«Due volte in quello stesso anno, due volte l’anno dopo. Quando aveva quattordici anni è stato catturato
dalla stadwatch durante un’irruzione in una bisca, ma da allora non è più finito dietro le sbarre.»

Era vero. Nessuno aveva più pizzicato Kaz negli ultimi tre anni. «Ora sono pulito» disse. «Ho trovato un
lavoro onesto, la mia vita è tutta casa e chiesa.»

«Non sia blasfemo» replicò Van Eck gentilmente, ma con un rapido lampo d’ira negli occhi.

“Un uomo di fede” notò Kaz, mentre la sua mente passava in rassegna tutto quello che sapeva di Van Eck:
agiato, devoto, un vedovo risposatosi di recente con una donna non molto più grande di Kaz. E poi,
ovviamente, c’era il mistero del figlio.

Van Eck continuò a scorrere le pagine del dossier. «Lei gestisce le scommesse dei combattimenti di
pugilato, delle corse dei cavalli e dei giochi d’azzardo di sua proprietà. È stato il capo sala del Club dei
Corvi per più di due anni. Il più giovane ad aver mai gestito una ricevitoria di scommesse, e in quei due
anni ha raddoppiato i profitti. Lei è un ricattatore.»

«Tratto le informazioni.»

«Un genio della truffa.»

«Creo opportunità.»

«Un ruffiano e un assassino.»

«Non sfrutto le prostitute e uccido solo per giusta causa.»

«E quale sarebbe questa giusta causa?»

«La stessa che ha lei, mercante. Il profitto.»

«Come ottiene le sue informazioni, signor Brekker?»

«Si potrebbe dire che sono un grimaldello.»

«Dev’essere un grimaldello molto dotato.»

«Lo sono eccome.» Kaz slittò leggermente indietro con la schiena. «Vede, ogni uomo è una cassaforte, un
caveau di segreti e desideri. Ora, ci sono quelli che usano modi brutali, ma io preferisco un approccio più
gentile: la giusta pressione esercitata al momento giusto, nel posto giusto. È una cosa delicata.»

«Lei parla sempre per metafore, signor Brekker?»

Kaz sorrise. «Non è una metafora.»

Fu in piedi, libero, prima che le catene toccassero terra. Superò con un salto la scrivania, con una mano
agguantò un tagliacarte che vi era appoggiato sopra e con l’altra afferrò la camicia di Van Eck. A Kaz
girava la testa, e si sentiva braccia e gambe intorpidite per essere rimasto bloccato a lungo sulla sedia,
ma con un’arma in mano tutto acquistava una luce migliore.

Le guardie di Van Eck lo fronteggiarono, con le pistole e le spade sguainate. Poteva sentire il cuore del
mercante battere forte sotto la lana dell’abito.

«Non credo di dover sprecare fiato con le minacce» cominciò Kaz. «Mi dica come raggiungere la porta o
verrà via dalla finestra con me.»

«Penso di riuscire a farle cambiare idea.»

Kaz gli diede una spintarella. «Non mi interessa chi è lei o quant’è grande quel rubino. Non può
trascinarmi via dalle mie strade. E non fa un patto con me mentre sono legato.»

«Mikka» chiamò Van Eck.

E a quel punto accadde di nuovo. Un ragazzo entrò nella stanza dalla libreria a muro. Era bianco come un
cadavere e indossava una giacca blu ricamata da Grisha Scuotiacque con un fiocco rosso e oro sul bavero
a segnalare il suo legame con la casa dei Van Eck. Ma nemmeno un Grisha poteva andare a spasso
attraverso le pareti.

“Drogato” pensò Kaz, cercando di dominare il panico. “Sono stato drogato.” Oppure era un qualche
numero di illusionismo, del genere che mettevano in scena nei teatri dello Stave dell’Est – una ragazza
tagliata in due, colombe che uscivano da una teiera.

«Cosa diavolo è?» ringhiò.

«Mi lasci andare e glielo spiegherò.»

«Me lo può spiegare lì dov’è.»

Van Eck sbuffò fuori un breve respiro tremante. «Quelli che vede sono gli effetti della jurda parem.»

«La jurda è solo uno stimolante.» I fiorellini essiccati erano coltivati a Novyi Zem e venduti nei negozi di
tutta Ketterdam. Nei primi tempi con gli Scarti, Kaz l’aveva masticata per restare sveglio durante i turni
di sorveglianza. Gli aveva macchiato i denti di arancione per giorni. «È innocua» disse.

«La jurda parem è una sostanza completamente diversa, e sicuramente non è innocua.»

«Quindi mi ha drogato.»

«Non lei, signor Brekker. Mikka.»

Kaz si rese finalmente conto del pallore malato sulla faccia del Grisha. Aveva ombre scure sotto gli occhi,
e la corporatura fragile e tremolante di qualcuno che aveva saltato parecchi pasti e sembrava non
importargli.

«La jurda parem è parente della jurda comune» continuò Van Eck. «Viene dalla stessa pianta. Non
sappiamo bene come funziona il processo per sintetizzarla, ma un campione è stato mandato al Consiglio
dei Mercanti di Kerch da uno scienziato di nome Bo Yul-Bayur.»

«Uno Shu?»

«Sì. Voleva lasciare il suo paese, così ci ha mandato un campione per convincerci degli straordinari effetti
della droga. La prego, signor Brekker, è una posizione davvero scomoda. Se non le dispiace, le faccio
consegnare una pistola così almeno ci sediamo e parliamo in maniera più civile.»

«Una pistola e il mio bastone.»

Van Eck fece cenno a una delle guardie, che uscì dalla stanza e ritornò dopo un momento con il bastone
da passeggio. Kaz era a dir poco felice che fosse passato per una dannata porta.

«Prima la pistola» disse Kaz. «Lentamente.» La guardia sfoderò la propria arma e la porse tenendola per
il calcio. Kaz l’afferrò e la caricò velocemente in un solo gesto, poi lasciò andare Van Eck, lanciò il
tagliacarte sulla scrivania e strappò il proprio bastone dalla mano della guardia. La pistola era più utile,
ma il bastone dava a Kaz un sollievo che non si poneva il problema di quantificare.

Van Eck fece qualche passo indietro, mettendo un po’ di distanza tra lui e l’arma carica di Kaz. Non
sembrava aver voglia di sedersi. Nemmeno Kaz, che si portò vicino alla finestra, pronto a uscire da lì se
necessario.

Van Eck fece un respiro profondo e cercò di sistemarsi i vestiti. «Quel bastone è davvero un capolavoro,
signor Brekker. È stato realizzato da un Fabrikator?»

In effetti, era opera di un Grisha Fabrikator, imbottito di piombo e perfettamente bilanciato per spezzare
le ossa. «Niente che la riguardi. Vada avanti a raccontare, Van Eck.»

Il mercante si schiarì la gola. «Quando Bo Yul-Bayur ci mandò il campione di jurda parem, la


somministrammo a tre Grisha, uno per ogni Ordine.»

«Volontari entusiasti?»

«Sotto contratto» ammise Van Eck. I primi due erano un Fabrikator e una Guaritrice al servizio del
Consigliere Hoede. Mikka è uno Scuotiacque. Lui è mio. E ha visto cosa è in grado di fare sotto l’effetto di
quella sostanza.»

Hoede. Perché quel nome gli diceva qualcosa?

«Non lo so cos’ho visto» ammise Kaz mentre lanciava un’occhiata a Mikka. Lo sguardo del ragazzo era
fisso su Van Eck come se stesse aspettando un altro ordine. O forse un’altra dose.

«Uno Scuotiacque qualunque è in grado di controllare le correnti, di raccogliere l’acqua o l’umidità


dall’aria o da una superficie nelle vicinanze. Gli Scuotiacque supervisionano le maree nei nostri porti. Ma
sotto l’effetto della jurda parem, possono modificare il proprio stato da solido a liquido a gassoso e
viceversa, e fare lo stesso con altri oggetti. Anche un muro.»

Kaz fu tentato di negare, ma non avrebbe potuto spiegare in altro modo quello che aveva appena visto.
«Come?»

«Difficile da dire. Ha presente gli amplificatori che indossano alcuni Grisha?»

«Li ho visti» rispose Kaz. Ossa di animali, denti, squame. «So che sono difficili da trovare.»

«Alquanto. Ma gli amplificatori possono solo aumentare il potere di un Grisha. La jurda parem altera la
percezione di un Grisha.»

«E quindi?»
«I Grisha manipolano la materia ai suoi livelli più essenziali. Loro la chiamano la Piccola Scienza. Sotto
l’effetto della parem, queste manipolazioni diventano più veloci e di gran lunga più precise. In teoria, la
jurda parem è soltanto uno stimolante come la sua banale cugina. Ma sembra accentuare e perfezionare i
sensi dei Grisha. Che riescono a creare connessioni a una velocità straordinaria. Diventano possibili cose
che non dovrebbero esserlo.»

«Cosa fa a quelli come noi?»

Van Eck sembrò irritarsi leggermente all’idea di essere paragonato a Kaz, ma disse: «È letale. Una mente
comune non può tollerare la parem nemmeno alle dosi più basse».

«Ha detto che l’avete somministrata a tre Grisha. Gli altri due che cosa sono in grado di fare?»

«Qui» disse Van Eck, allungando la mano verso un cassetto della scrivania.

Kaz sollevò la pistola. «Piano.»

Con esasperata lentezza, Van Eck infilò la mano nel cassetto ed estrasse un mattoncino d’oro. «Questo era
piombo.»

«Sì, certo, come no?!»

Van Eck si strinse nelle spalle. «Posso solo dirle ciò che ho visto. Il Fabrikator ha preso un pezzo di
piombo tra le mani, e dopo pochi istanti abbiamo ottenuto questo.»

«Come fa a sapere che è autentico?» chiese Kaz.

«Ha lo stesso punto di fusione dell’oro, lo stesso peso e la stessa malleabilità. Se non è identico all’oro in
tutto e per tutto, la differenza ci è sfuggita. Lo faccia valutare anche lei, se vuole.»

Kaz si infilò il bastone sotto il braccio e prese il pesante mattoncino dalla mano di Van Eck. Se lo fece
scivolare in tasca. Che fosse vero o solo un’imitazione verosimile, con un bel pezzo giallo così grosso ci
potevi comprare un sacco di cose nelle strade del Barile.

«Potrebbe provenire da qualunque parte» puntualizzò Kaz.

«Porterei qui il Fabrikator di Hoede a mostrarglielo di persona, ma non si sente bene.»

Lo sguardo di Kaz scattò alla faccia malaticcia di Mikka e alla sua fronte sudata. Evidentemente, la droga
aveva il suo prezzo.

«Ammettiamo che sia tutto vero e non un trucchetto da quattro soldi. Io che cosa c’entro?»

«Ha forse sentito in giro la storia degli Shu che hanno estinto per intero il loro debito a Kerch con un
improvviso afflusso d’oro? L’omicidio dell’ambasciatore del commercio di Novyi Zem? Il furto di
documenti da una base militare a Ravka?»

Quindi era quello il segreto dietro l’uccisione dell’ambasciatore in gabinetto.

E l’oro nelle tre navi Shu doveva essere opera di un Fabrikator.

Kaz non sapeva nulla dei documenti Ravkiani, ma annuì comunque.

«Secondo noi dietro tutti questi avvenimenti ci sono i Grisha, che stanno agendo sotto il controllo del
governo Shu e sotto l’effetto della jurda parem.» Van Eck si strofinò una guancia con la mano. «Signor
Brekker, vorrei che si soffermasse un attimo a riflettere su quanto sto per dirle. Uomini in grado di
passare attraverso i muri... nessuna camera blindata e nessuna fortezza saranno più al sicuro. Persone
che possono trasformare il piombo in oro, o in qualunque altra cosa se è per questo, che possono
modificare l’essenza della materia di cui è fatto il mondo... i mercati finanziari sprofonderebbero nel caos.
L’economia mondiale crollerebbe.»

«Estremamente eccitante. Che cosa vuole da me, Van Eck? Vuole che rubi una spedizione? La formula?»

«No, desidero che lei ci porti quell’uomo.»

«Vuole che rapisca Bo Yul-Bayur?»

«Che lo salvi. Un mese fa ricevemmo un messaggio da Yul-Bayur in cui ci pregava di dargli asilo. Era
preoccupato dalle mire del suo governo sulla jurda parem, e noi concordammo di aiutarlo a espatriare.
Organizzammo un rendez-vous, ma ci fu una schermaglia nel luogo dell’appuntamento.»

«Con gli Shu?»


«No, con i Fjerdiani.»

Kaz alzò un sopracciglio. I Fjerdiani dovevano avere spie dappertutto a Shu Han o a Kerch se avevano
saputo della droga e dei piani di Bo Yul-Bayur così in fretta. «E allora fatelo sorvegliare da qualche vostro
agente segreto.»

«La situazione diplomatica è un po’ delicata. È di vitale importanza che il nostro governo non sia collegato
a Yul-Bayur in alcun modo.»

«Sa meglio di me che probabilmente è già morto. I Fjerdiani odiano i Grisha. Non permetteranno mai che
la conoscenza di questa droga si diffonda.»

«Le nostre fonti sostengono che è vivissimo e che è in attesa di giudizio.» Van Eck si schiarì la gola. «Alla
Corte di Ghiaccio.»

Kaz fissò Van Eck per un lungo istante, poi scoppiò a ridere. «Bene, è stato un piacere essere reso
incosciente e tenuto prigioniero da lei, Van Eck. Può stare tranquillo che la sua ospitalità sarà ripagata al
momento opportuno. Ora mi faccia condurre alla porta da uno dei suoi lacchè.»

«Siamo disposti a offrile cinque milioni di kruge.»

Kaz si mise la pistola in tasca.

Adesso non temeva più per la sua vita, era solo irritato che questo ciarlatano gli avesse fatto perdere
tempo. «La sorprenderà, Van Eck, ma noi ratti dei canali teniamo alla nostra pellaccia quanto voi alla
vostra.»

«Dieci milioni.»

«Cosa me ne faccio se non avrò più una vita per godermeli? Dov’è il mio cappello... non è che il suo
Scuotiacque l’ha lasciato nel vicolo?»

«Venti.»

Kaz si fermò. Ebbe l’inquietante sensazione che il pesce intagliato sui pannelli di mogano si fosse bloccato
nel bel mezzo di un guizzo per ascoltare. «Venti milioni di kruge?»

Van Eck annuì. Non sembrava contento.

«Dovrei convincere una squadra a partire per una missione suicida. Non sarà a buon mercato.» Questo
non era del tutto vero. A dispetto di quello che aveva detto, il Barile era pieno di gente che non aveva tutti
questi motivi per vivere.

«Venti milioni di kruge le sembra un prezzo a buon mercato?» scattò Van Eck.

«La Corte di Ghiaccio non è mai stata violata.»

«Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno di lei, signor Brekker. È possibile che Bo Yul-Bayur sia già
morto o che abbia rivelato tutti i suoi segreti ai Fjerdiani, ma noi crediamo di avere almeno un po’ di
tempo per agire prima che la formula della jurda parem sia divulgata.»

«Se gli Shu hanno la formula...»

«Yul-Bayur ha dichiarato di aver fatto in modo di sviare i suoi superiori e di tenere segreti gli ingredienti
della formula. Secondo noi stanno conducendo degli esperimenti su una fornitura limitata che Yul-Bayur
gli ha lasciato.»

L’avidità si inchina di fronte a me. Forse Kaz era stato un po’ presuntuoso al riguardo. Ora l’avidità gli
stava facendo accettare l’offerta. La musa era al lavoro, stava vincendo le sue resistenze, lo stava
rimettendo al suo posto.

Venti milioni di kruge. Che tipo di colpo sarebbe stato? Kaz non sapeva niente di spionaggio o di
controversie diplomatiche, ma perché portare via Bo Yul-Bayur dalla Corte di Ghiaccio avrebbe dovuto
essere diverso dal sottrarre oggetti di valore dalla cassaforte di un mercante? “La cassaforte più
inespugnabile del mondo” ricordò a se stesso. Avrebbe avuto bisogno di una squadra di superspecialisti,
una squadra così disperata che non si sarebbe tirata indietro davanti alla possibilità concreta di non fare
mai ritorno. E non avrebbe potuto attingere ai ranghi degli Scarti. Tra le loro fila non c’erano i talenti che
facevano al caso suo. E questo significava che avrebbe dovuto guardarsi le spalle più del solito.

Ma se si fossero organizzati, anche dopo aver dato a Per Haskell la propria parte, la fetta di Kaz sarebbe
stata sufficiente per cambiare tutto, per far finalmente avverare il sogno che aveva avuto sin da quando
era strisciato fuori da un porto gelido con la vendetta che gli scavava un buco ardente nel cuore. Il suo
debito verso Jordie alla fine sarebbe stato ripagato.

Ci sarebbero stati anche altri vantaggi. Il Consiglio di Kerch sarebbe stato in debito con lui, per non
parlare di quello che avrebbe fatto questo colpo alla sua reputazione.

Introdursi nell’impenetrabile Corte di Ghiaccio e portar via qualcosa di prezioso dalla roccaforte
dell’aristocrazia Fjerdiana e della sua potenza militare? Con un’impresa come quella all’occhiello e quel
genere di ricompensa sottomano, non avrebbe più avuto bisogno di Per Haskell. Avrebbe potuto avviare
un’attività per conto proprio.

Ma c’era qualcosa che non tornava. «Perché io? Perché gli Scarti? Ci sono bande con più esperienza là
fuori.»

Mikka iniziò a tossire, e Kaz vide del sangue sulla manica della sua camicia.

«Siediti» ordinò con gentilezza Van Eck a Mikka, aiutandolo a sedersi e porgendogli un fazzoletto. Fece
cenno a una guardia. «Dell’acqua.»

«Allora?» lo incalzò Kaz.

«Quanti anni ha, signor Brekker?»

«Diciassette.»

«Lei non viene arrestato da quando ne aveva quattordici, e dal momento che so per certo che lei non è un
uomo onesto più di quanto sia mai stato un ragazzo onesto, posso semplicemente dedurre che ha la
qualità che più di tutte mi serve in un criminale: non si fa catturare.» A quel punto Van Eck sorrise
leggermente. «C’è poi anche la questione del mio DeKappel.»

«Sono certo di non sapere di cosa stia parlando.»

«Sei mesi fa, un dipinto a olio di DeKappel del valore di quasi centomila kruge è sparito da casa mia.»

«Una grossa perdita.»

«Può ben dirlo, soprattutto perché mi avevano assicurato che la mia galleria d’arte fosse inaccessibile e
che le serrature alle porte fossero impossibili da forzare.»

«Mi sembra di ricordare di aver letto qualcosa al riguardo.»

«Sì» ammise Van Eck con un piccolo sospiro. «L’orgoglio è una cosa pericolosa. Ero impaziente di
sfoggiare il mio acquisto e le precauzioni che avevo preso per proteggerlo. Eppure, nonostante tutte le
mie tutele, nonostante i cani e gli allarmi e il personale di servizio più fidato di tutta Ketterdam, il mio
dipinto è scomparso.»

«Le mie condoglianze.»

«Deve ancora spuntare fuori da qualche parte sul mercato mondiale.»

«Forse il suo ladro aveva già pronto un acquirente.»

«Può essere, di certo. Ma sono più incline a credere che il ladro l’abbia preso per un altro motivo.»

«E quale sarebbe?»

«Dimostrare che ne era capace.»

«Mi sembra un rischio stupido.»

«Be’, chi può conoscere i moventi dei ladri?»

«Io no di certo.»

«Da quel che so della Corte di Ghiaccio, chiunque abbia rubato il mio DeKappel è proprio la persona che
mi serve per questo lavoro.»

«Allora farebbe meglio ad assumerlo. O assumerla.»

«Assolutamente. Ma dovrò accontentarmi di lei.» Van Eck sostenne lo sguardo di Kaz come se sperasse di
trovarci una confessione scritta. Alla fine, chiese: «Abbiamo un accordo, quindi?».

«Non abbia fretta. Che cosa mi dice della Guaritrice?»


Van Eck apparve confuso. «Chi?»

«Ha detto che avete somministrato la droga a un Grisha di ciascun Ordine. Mikka è uno Scuotiacque, il
suo Etherealki. Il Fabrikator che ha realizzato quell’oro era un Materialki. Quindi cos’è successo alla
Corporalki? La Guaritrice?»

Van Eck trasalì leggermente, ma si limitò a dire: «Vuole accompagnarmi, signor Brekker?».

Con cautela, tenendo d’occhio Mikka e le guardie, Kaz seguì Van Eck fuori dalla sala e lungo il corridoio.
La casa trasudava la ricchezza del mercante: pannelli di legno scuro alle pareti, pavimenti rivestiti di
piastrelle bianche e nere, tutte di ottimo gusto, tutte impeccabilmente fatte a mano e perfettamente
posate. Ma aveva il calore di un cimitero. Le stanze erano deserte, le tende tirate, i mobili coperti da
lenzuola bianche tanto che ogni sala in ombra che oltrepassavano sembrava un paesaggio marino
abbandonato e riempito alla rinfusa di iceberg.

Hoede. Ora il nome andò al suo posto. C’era stato un qualche tipo di incidente al palazzo di Hoede sulla
Geldstraat la settimana precedente. Tutta la zona era stata isolata e pullulava di stadwatch. Stando alle
chiacchiere che erano arrivate a Kaz, era scoppiata un’epidemia di febbre bubbonica, ma nemmeno Inej
era riuscita a scoprire di più.

«Questa è la casa del Consigliere Hoede» disse Kaz, e gli venne la pelle d’oca. Non voleva avere niente a
che fare con la pestilenza, ma né il mercante né le guardie sembravano minimamente preoccupati.
«Pensavo che questo posto fosse in quarantena.»

«Per noi, quello che è successo qui non è pericoloso. E se lei farà il suo lavoro, signor Brekker, non lo sarà
mai.»

Van Eck lo guidò attraverso una porta verso un giardino estremamente curato, fitto di ciclamini profumati
appena sbocciati. L’odore colpì Kaz come un pugno in faccia. I ricordi di Jordie affiorarono all’istante,
freschi e vividi, e per un istante Kaz non stava più camminando nel giardino di un ricco mercante a lato di
un canale, ma era nell’erba alta fino alle ginocchia, il sole caldo che gli inondava la faccia e la voce di suo
fratello che lo chiamava a casa.

Kaz si scosse. “Mi serve una tazza del caffè più nero e più amaro che c’è” pensò. “Oppure un vero
cazzotto in faccia.”

Van Eck lo stava conducendo a una rimessa affacciata sul canale. La luce che filtrava dalle persiane
chiuse delle finestre disegnava delle forme sul sentiero del giardino. Un solitario soldato della guardia
cittadina scattò sull’attenti accanto alla porta mentre Van Eck estraeva una chiave dalla tasca e la
introduceva nella pesante serratura. Kaz si portò alla bocca la manica non appena il tanfo dell’edificio
chiuso lo raggiunse – urina ed escrementi. Alla faccia dei ciclamini appena sbocciati.

L’interno era illuminato da due lanterne alle pareti. Un drappello di soldati era in piedi di fronte a una
grande scatola in ferro, dai cui vetri rotti si spargeva immondizia sul pavimento. Alcuni indossavano
l’uniforme viola della stadwatch, altri la divisa verde mare della casata di Hoede. Attraverso quella che
Kaz riconobbe come una finestra d’osservazione, vide un’altra guardia cittadina davanti a un tavolo vuoto
e a due sedie ribaltate. Esattamente come gli altri, la guardia aveva le braccia penzoloni lungo i fianchi, la
faccia inespressiva, gli occhi aperti, persi nel nulla. Van Eck accese la luce di una lanterna, e Kaz vide un
uomo dentro una divisa viola che giaceva sul pavimento, gli occhi chiusi.

Van Eck sospirò e si accovacciò per rigirare il corpo. «Ne abbiamo perso un altro» disse.

Era un ragazzino, con giusto un alone di baffi sul labbro superiore.

Van Eck diede ordine al soldato che li aveva lasciati entrare di sollevare il cadavere e portarlo fuori dalla
stanza con l’aiuto di una guardia della propria scorta. Gli altri soldati non reagirono, continuarono
semplicemente a fissare nel vuoto davanti a loro.

Kaz riconobbe uno di loro, Henrik Dahlman, il capitano della stadwatch.

«Dahlman» lo chiamò, ma l’uomo non rispose. Kaz agitò una mano davanti al viso del capitano, poi fece
schioccare le dita vicino al suo orecchio. Nient’altro che un lento, indifferente battito di ciglia. Kaz sollevò
la pistola e la puntò direttamente alla fronte del capitano. Tirò il cane della pistola. L’uomo non trasalì,
non reagì. Le sue pupille non si contrassero.

«È come se fosse morto» disse Van Eck. «Spari. Gli faccia saltare le cervella. Non protesterà e gli altri
non reagiranno.»

Kaz abbassò la pistola, e il gelo gli scese nella profondità delle ossa. «Che cos’hanno? Che cosa gli è
capitato?»
«La Grisha era una Corporalki sotto contratto a servizio presso la casa del Consigliere Hoede. Dal
momento che era una Guaritrice e non una Spaccacuore, Hoede pensò di andare sul sicuro scegliendo lei
per sperimentare la parem.»

Sembrava piuttosto sensato. Kaz aveva visto gli Spaccacuore al lavoro. Potevano romperti le cellule,
incendiarti il cuore nel petto, rubarti il fiato dai polmoni, o rallentarti il polso finché non finivi in coma, e
tutto senza neanche metterti un dito addosso. Se quello che Van Eck aveva detto era vero anche solo in
parte, l’idea di uno di loro drogato di jurda parem era spaventosa. Per cui i mercanti avevano preferito
provare la droga su una Guaritrice. Ma a quanto pareva le cose non erano andate secondo i loro piani.

«Lei l’ha drogata e la Grisha ha ucciso il suo padrone?»

«Non esattamente» disse Van Eck, schiarendosi la gola. «La tenevano in quella cella sotto osservazione.
Entro pochi secondi dall’assunzione della parem, lei prese il controllo della guardia dentro la stanza.»

«Come?»

«Non lo sappiamo con certezza. Ma qualunque metodo abbia usato, le ha permesso di sottomettere anche
queste guardie.»

«Non è possibile.»

«No? Il cervello è solo un altro organo, un ammasso di cellule e impulsi. Perché un Grisha sotto l’effetto
della jurda parem non dovrebbe essere in grado di manovrarlo?»

Lo scetticismo di Kaz doveva essere evidente.

«Guardi quegli uomini» insistette Van Eck. «La Grisha ha detto loro di aspettare. E questo è esattamente
quello che stanno facendo... è tutto quello che hanno fatto finora.»

Kaz studiò più attentamente il gruppetto silenzioso. I loro occhi non erano spenti o morti, i loro corpi non
erano del tutto a riposo. Erano in attesa.

Soffocò un brivido.

Ne aveva viste di cose bizzarre, e straordinarie, ma niente di simile a quello di cui adesso era testimone.

«Cos’è successo a Hoede?»

«La Grisha gli ordinò di aprire la porta, e quando lui obbedì, lei gli comandò di amputarsi il pollice. Se noi
sappiamo com’è andata è solo perché era presente un ragazzino che lavora in cucina. La Grisha non lo
toccò nemmeno, ma lui sostiene che Hoede si sia affettato via il pollice sorridendo per tutto il tempo.»

A Kaz non piaceva l’idea di una Grisha che gli spostava le cose nella testa. Ma non si sarebbe stupito se
Hoede si fosse meritato tutto quello che gli era capitato. Durante la guerra civile di Ravka, parecchi
Grisha erano sfuggiti ai combattimenti e avevano pagato il loro ingresso a Kerch finendo sotto contratto,
senza rendersi conto che si erano di fatto ridotti da soli in schiavitù.

«Il mercante è morto?»

«Il Consigliere Hoede ha perso una grande quantità di sangue, ma si trova nelle stesse condizioni di
questi uomini. È stato portato in campagna con la sua famiglia e il personale di servizio della casa.»

«La Guaritrice Grisha è tornata a Ravka?» chiese Kaz.

Van Eck fece cenno a Kaz di uscire dall’inquietante rimessa e chiuse a chiave la porta dietro di loro.

«Deve averci provato» disse mentre ripercorrevano i propri passi attraverso il giardino e lungo il fianco
della casa. «Sappiamo che si è procurata una piccola imbarcazione, e sospettiamo che si sia diretta verso
Ravka, ma abbiamo trovato il suo corpo trascinato a riva due giorni fa vicino a Terzo Porto. Pensiamo che
sia annegata nel tentativo di rientrare in città.»

«Perché avrebbe dovuto tornare qui?»

«Per la jurda parem.»

Kaz pensò agli occhi brillanti di Mikka e alla sua pelle cerea. «Dà così tanta dipendenza?»

«Sembra che basti una dose sola. Una volta che la droga ha fatto il suo corso, lascia il corpo del Grisha
spossato e con un desiderio intenso. È decisamente debilitante.»

Decisamente debilitante suonava un po’ riduttivo. Il Consiglio delle Maree controllava l’ingresso ai porti
di Ketterdam. Se la Guaritrice drogata aveva cercato di tornare di notte a bordo di una barchetta, non
avrebbe avuto grandi chance contro la corrente. Kaz pensò ancora alla faccia smunta di Mikka, al modo in
cui i vestiti gli cascavano addosso. Era stata la droga a ridurlo così. Era strafatto di jurda parem e già in
scimmia per la dose successiva. Sembrava anche in procinto di avere un collasso. Quanto a lungo poteva
reggere un Grisha?

Era una domanda interessante, ma irrilevante rispetto alla faccenda in questione.

Erano arrivati al cancello principale. Era giunto il momento di parlare di affari.

«Trenta milioni di kruge» disse Kaz.

«Abbiamo detto venti!» farfugliò Van Eck.

«Lei ha detto venti. È evidente che è disperato.» Kaz guardò verso la rimessa, dove c’era una stanza piena
di uomini che aspettavano semplicemente di morire. «E ora posso capire perché.»

«Il Consiglio vorrà la mia testa.»

«Canteranno le sue lodi una volta che avrà Bo Yul-Bayur nascosto al sicuro dovunque vorrà tenerlo.»

«Novyi Zem.»

Kaz si strinse nelle spalle. «Può infilarlo in una caffettiera per quel che me ne importa.»

Lo sguardo di Van Eck catturò il suo. «Lei ha visto cosa può fare questa droga. Le posso assicurare che
questo è solo l’inizio. Se la jurda parem circolasse nel mondo, la guerra sarebbe inevitabile. I nostri
scambi commerciali verrebbero distrutti, e i nostri mercati crollerebbero. Kerch non sopravvivrebbe. Le
nostre speranze sono riposte in lei, signor Brekker. Se lei fallirà, tutto il mondo ne patirà.»

«Oh, anche peggio, Van Eck. Se io fallirò, non verrò pagato.»

L’espressione di disgusto sulla faccia del mercante era qualcosa che da sola si meritava un dipinto a olio
di DeKappel in commemorazione.

«Non sia così deluso. Consideri invece quanto sarebbe stato deprimente scoprire che questo ratto dei
canali cova dentro di sé una traccia di patriottismo. Avrebbe dovuto togliersi quella smorfia di ribrezzo da
sotto il naso e trattarmi con qualcosa di simile al rispetto.»

«La ringrazio per avermi risparmiato quel disagio» disse Van Eck sdegnato. Aprì la porta, poi si fermò.
«Davvero mi domando cosa sarebbe diventato un ragazzo della sua intelligenza se le circostanze fossero
state diverse.»

“Lo chieda a Jordie” pensò Kaz con una fitta di rabbia. Ma si limitò a scrollare le spalle. «Deruberei dei
fessi di livello superiore. Trenta milioni di kruge.»

Van Eck annuì. «Trenta. Un patto è un patto.»

«Un patto è un patto» disse Kaz. Si diedero la mano.

Mentre quella perfettamente curata di Van Eck stringeva le dita guantate di Kaz, il mercante ridusse gli
occhi a una fessura.

«Perché indossa i guanti, signor Brekker?»

Kaz alzò un sopracciglio. «Sono sicuro che conosce le storie che si raccontano.»

«Una più mostruosa dell’altra.»

Anche Kaz le conosceva. Le mani di Brekker erano macchiate di sangue. Le mani di Brekker erano
coperte di cicatrici. Brekker aveva degli artigli al posto delle dita perché era un mezzo diavolo. Il tocco di
Brekker bruciava come il fuoco: se solo avessi sfiorato la sua pelle nuda, la tua si sarebbe seccata e poi
sarebbe caduta.

«Ne scelga una» disse Kaz mentre spariva nella notte, i pensieri già rivolti ai trenta milioni di kruge e alla
banda che lo avrebbe aiutato a ottenerli. «Sono tutte vere a sufficienza.»
4

INEJ
Inej seppe che Kaz era rientrato alla Stecca nell’istante in cui lui varcò la porta. La sua presenza
riecheggiò nelle stanze anguste e nei corridoi sbilenchi mentre ogni delinquente, ladro, spacciatore e
truffatore presente si mise in allerta. Il vicecomandante preferito di Per Haskell era a casa.

La Stecca non era granché, un edificio qualunque nella zona peggiore del Barile, tre piani accatastati uno
sopra l’altro, con una mansarda e un tetto aguzzo. In questa zona la maggior parte degli edifici era stata
costruita senza fondamenta, molti si ergevano direttamente sul terreno paludoso dove i canali erano stati
scavati a casaccio. Si appoggiavano l’uno all’altro come amici ubriachi in un bar, inclinati ad angoli
improbabili. Inej ne aveva visitati parecchi durante le sue commissioni per gli Scarti, e non erano messi
molto meglio all’interno: freddi e umidi, l’intonaco scrostato dai muri, fessure alle finestre grosse
abbastanza da lasciar entrare pioggia e neve. Però Kaz aveva speso del denaro di tasca propria perché gli
spifferi della Stecca fossero eliminati e le pareti coibentate. La Stecca era brutta, storta e affollata, ma
era magnificamente asciutta.

La stanza di Inej si trovava al terzo piano, una fetta striminzita di spazio a malapena sufficiente a farci
stare una brandina e un baule, ma con una finestra che dava sui tetti appuntiti e sul guazzabuglio di
comignoli del Barile. Quando il vento arrivava a pulire la coltre di fumo di carbone sospesa sulla città, Inej
riusciva persino a vedere un pezzetto blu di porto.

Sebbene l’alba fosse distante ancora qualche ora, la Stecca era del tutto sveglia. La casa era davvero
silenziosa solo durante le lente ore pomeridiane, questa notte inoltre tutti erano eccitati dalle notizie della
resa dei conti tenutasi alla Borsa, dalla punizione di Bolliger il Grande, e ora dal licenziamento del povero
Rojakke.

Dopo aver parlato con Kaz, Inej era andata direttamente a cercare il mazziere al Club dei Corvi. Lui era al
tavolo a dare le carte di Tre Uomo Mora per Jesper e per un paio di turisti di Ravka. Quando ebbe finito di
servire la mano, Inej gli aveva proposto di scambiare due parole in uno dei privé per risparmiargli
l’imbarazzo di essere licenziato di fronte ai suoi amici, ma Rojakke non aveva voluto.

“Non è giusto” aveva urlato nel momento in cui lei gli aveva riportato gli ordini di Kaz. “Non sono un
baro!”

“Prenditela con Kaz” aveva risposto Inej con calma.

“E abbassa la voce” aveva aggiunto Jesper, gettando uno sguardo ai turisti e ai marinai seduti ai tavoli
vicini. Le risse erano all’ordine del giorno nel Barile, ma non tra le mura del Club dei Corvi. Se avevi
qualcosa di cui lagnarti, la risolvevi fuori, dove non rischiavi di interferire nella pratica sacrosanta di
separare i polli dal loro denaro.

“Dov’è Brekker?” aveva ringhiato Rojakke.

“Non lo so.”

“Tu sai sempre tutto di tutti” aveva detto il croupier in tono di scherno, facendo un passo in avanti,
l’odore di birra chiara e cipolle nell’alito. “Non è per questo che ti paga Manisporche?”

“Non so dove sia o quando tornerà. Ma so per certo che non vuoi essere qui quando lo farà.”

“Dammi la mia paga. Mi spetta, per il mio ultimo turno di lavoro.”

“Brekker non ti deve niente.”

“Non ha nemmeno il coraggio di dirmelo in faccia? Manda una ragazzina come te a darmi il benservito?
Forse devo scuoterti fino a farti uscire qualche moneta.” Rojakke aveva allungato le braccia per afferrare
Inej per il colletto della camicia, ma lei lo aveva scansato facilmente. Lui aveva cercato di afferrarla di
nuovo.

Con la coda dell’occhio Inej vide Jesper alzarsi dal suo posto, ma lei gli fece segno di no e strinse le dita
intorno al tirapugni che teneva nella tasca sul fianco destro. Con una rapida mossa, tirò un colpo sulla
guancia sinistra di Rojakke.

La mano di lui era salita a toccarsi la faccia. “Ehi” aveva detto. “Io non ti ho neanche toccata. Facevo per
dire.”

Ora tutti stavano guardando, così lei lo colpì di nuovo. A prescindere dalle regole del Club dei Corvi,
questo aveva la priorità. Quando Kaz l’aveva portata alla Stecca, l’aveva avvisata che lui non ci sarebbe
stato a proteggerla, che avrebbe dovuto cavarsela da sola, e lei se l’era cavata da sola. Sarebbe stato più
facile girarsi dall’altra parte quando la insultavano o quando si avvicinavano furtivamente per ottenere
una carezza, ma se avesse fatto così ben presto si sarebbe ritrovata una mano dentro la camicetta o
schiacciata contro un muro da qualcuno che ci stava provando. Per cui non aveva mai permesso che le
piovessero addosso insulti o battute a doppio senso. Aveva sempre colpito per prima e colpito duro. A
volte aveva anche procurato qualche taglio. Era faticoso, ma a Kerch non c’era niente di sacro tranne il
commercio, così lei era andata dritta per la sua strada, che consisteva nel rendere il pericolo più grosso
del premio quando si trattava di mancarle di rispetto. Con espressione stupita, Rojakke si toccò con le
dita il brutto livido che si stava formando sulla guancia, come se fosse stato un po’ tradito. “Pensavo che
eravamo amici” aveva protestato lui. La cosa triste era che lo erano veramente. Ma per il momento, lui
era solo un uomo spaventato che cercava di sentirsi più grosso di qualcun altro.

“Rojakke” aveva detto lei. “Ho visto come fai andare il mazzo di carte. Puoi trovarti un lavoro
praticamente in ogni bisca. Vai a casa e sii grato che Kaz non voglia indietro quello che gli hai preso di
nascosto?”

Se n’era andato, un po’ traballante, ancora con la mano sul livido come un moccioso scioccato, e Jesper
l’aveva raggiunta.

“Ha ragione lui, e lo sai. Kaz non dovrebbe mandare te a fare il suo lavoro sporco.”

“Sono tutti lavori sporchi.”

“Ma ci tocca farli comunque” aveva detto lui con un sospiro.

“Hai l’aria stanca. Non vai a dormire?”

Jesper le aveva fatto l’occhiolino. “Non finché le carte girano per il verso giusto. Resta e fatti un giro.
Offre Kaz.”

“Veramente, Jesper?” aveva detto lei, alzandosi il cappuccio. “Se volessi vedere degli uomini scavarsi da
soli la fossa, mi cercherei un cimitero.”

“Eddai, Inej” l’aveva chiamata indietro lui mentre lei varcava le doppie porte per uscire in strada. “Tu mi
porti fortuna.”

“Santi numi, se lo crede veramente dev’essere proprio alla frutta” aveva pensato. Tutta la fortuna lei se
l’era lasciata alle spalle, in un accampamento Suli sulle sponde occidentali di Ravka. E c’era da dubitare
che l’avrebbe ritrovata.

Ora Inej lasciò la sua stanzetta nella Stecca e si diresse al piano di sotto usando i corrimani delle
ringhiere. Non aveva motivo, qui, di celare i suoi movimenti, ma il silenzio era ormai diventato
un’abitudine, e i gradini tendevano a squittire come topi che si accoppiavano. Quando raggiunse il
pianerottolo del secondo piano e vide la folla accalcarsi di sotto, esitò.

Kaz era stato via più a lungo di quanto chiunque si fosse aspettato, e non appena varcò l’ingresso buio, fu
abbordato da tutti quelli che volevano congratularsi con lui per come aveva sconfitto Geels e che volevano
notizie sulle Punte Nere.

«In giro si dice che Geels stia già mettendo insieme i suoi per attaccarci» disse Anika.

«Lasciamoglielo fare!» brontolò Dirix. «Ho il suo nome scritto sul manico della mia ascia.»

«Geels non si farà vivo per un po’» disse Kaz mentre iniziò a percorrere il corridoio. «Non ha i numeri per
affrontarci in strada, e le sue casse sono troppo vuote per reclutare altra gente. Non dovreste essere già
in cammino per il Club dei Corvi?»

Bastò il sopracciglio sollevato a far precipitare fuori Anika e a spedire Dirix alle sue calcagna. Arrivarono
altri a congratularsi o a lanciare minacce contro le Punte Nere. Nessuno, però, si avvicinò al punto da
dargli una pacca sulla spalla: quello sarebbe stato un buon modo per perdere la mano.

Inej sapeva che Kaz si sarebbe fermato a parlare con Per Haskell, e così, invece di scendere l’ultima
rampa di scale, si avviò per il corridoio. Qui c’era un armadio pieno di cianfrusaglie, vecchie sedie dagli
schienali rotti, teli macchiati di vernice. Inej spostò un cesto pieno di attrezzi per pulire che lei aveva
piazzato là proprio perché sapeva che nessuno della Stecca l’avrebbe mai toccato. La grata che c’era
dietro offriva una visuale perfetta dell’ufficio di Per Haskell. Si sentì un po’ in colpa ad ascoltare Kaz di
nascosto, ma era stato lui a farla diventare una spia. Non puoi addestrare un falcone e poi aspettarti che
non vada a caccia.

Attraverso la grata Inej sentì Kaz bussare alla porta di Per Haskell e porgere i suoi saluti.
«Di ritorno vivo e vegeto?» chiese il vecchio. Era seduto nella sua poltrona preferita, a giocherellare con
un modellino di nave che stava costruendo ormai da un anno, e una pinta di birra a portata di mano, come
sempre.

«Non avremo più problemi con Quinto Porto.»

Haskell grugnì e tornò al suo modellino. «Chiudi la porta.»

Inej sentì l’uscio sbattere e i rumori dal corridoio che si smorzavano. Riusciva a vedere la punta della
testa di Kaz. I suoi capelli neri erano umidi. Doveva aver iniziato a piovere.

«Era più opportuno aspettare il mio permesso prima di punire Bolliger» disse Haskell.

«Se avessi prima parlato con te, la voce avrebbe potuto spargersi in giro.»

«Secondo te avrei lasciato che accadesse?»

Le spalle di Kaz si sollevarono. «Questo posto non è diverso da tutti gli altri, qui a Ketterdam. Ci sono
delle fughe di notizie.» Inej avrebbe giurato che lui guardasse dritto alla grata mentre lo diceva.

«Non mi piace, ragazzo. Bolliger il Grande era un mio soldato, non tuo.»

«Certamente» disse Kaz, ma entrambi sapevano che era una menzogna. Gli Scarti di Haskell erano
guardie malconce, truffatori e furfanti di vecchia generazione. Bolliger era uno del giro di Kaz: sangue
fresco, giovane e impavido. Forse troppo impavido.

«Sei sveglio, Brekker, ma devi imparare l’arte della pazienza.»

«Sissignore.»

Il vecchio abbaiò una risata e gli fece il verso. «“Sissignore. Nossignore.” Quando sei così rispettoso, è
perché hai in mente qualcosa. Quindi cosa bolle in pentola?»

«Un colpo» disse Kaz. «Potrei aver bisogno di un periodo di congedo.»

«La cifra è grossa?»

«Molto grossa.»

«Il rischio è grosso?»

«Anche, sì. Ma tu avrai il tuo venti per cento.»

«Tu non farai nessuna mossa senza il mio permesso, capito?»

Kaz doveva aver annuito perché Per Haskell si appoggiò allo schienale della sedia e bevve un sorso di
birra. «Saremo ricchi?»

«Ricchi come Santi con le corone d’oro.»

Il vecchio sbuffò. «Basta che io non debba vivere come uno di loro.»

«Parlerò con Pim» disse Kaz. «Può sostituirmi lui mentre io sarò via.»

Inej si accigliò. Dove doveva andare Kaz? Non le aveva accennato nessun colpo grosso. E perché Pim? Il
pensiero la mise un po’ in imbarazzo. Poteva quasi sentire la voce di suo padre: “Sei così impaziente di
diventare Regina dei Ladri, Inej?”. Una cosa era fare il proprio lavoro e farlo bene. Un’altra era voler far
carriera. Lei non desiderava un posto a tempo indeterminato presso gli Scarti. Voleva ripagare il suo
debito e liberarsi di Ketterdam per sempre, allora perché le importava così tanto che Kaz avesse scelto
Pim per guidare la banda in sua assenza? Perché sono più sveglia di Pim. Perché Kaz si fida più di me che
di lui. Ma forse Kaz non credeva che la banda avrebbe dato retta a una ragazza come lei, che da due soli
anni era fuori dai bordelli e non ne aveva ancora diciassette. Portava le maniche lunghe e il fodero del
coltello nascondeva quasi del tutto la cicatrice all’interno dell’avambraccio sinistro, dove una volta c’era il
tatuaggio del Serraglio, ma tutti sapevano che era lì.

Kaz uscì dall’ufficio di Haskell, e Inej lasciò il suo osservatorio per aspettarlo mentre lui zoppicava su per
le scale.

«Rojakke?» chiese lui, mentre le passava accanto e iniziava a salire verso il secondo piano.

«Andato» disse lei, mettendosi in fila dietro di lui.

«Ha opposto molta resistenza?»


«Niente che non potessi gestire.»

«Non ti ho chiesto questo.»

«Era arrabbiato. Potrebbe tornare qua attorno a cercare guai.»

«Quelli non mancano mai» disse Kaz mentre raggiungevano l’ultimo piano. La mansarda era stata
trasformata nel suo ufficio e nella sua camera da letto. Inej sapeva che tutte quelle rampe di scale erano
micidiali per la sua gamba malata, ma lui sembrava apprezzare il fatto di avere tutto il piano per sé.

Entrò nel suo ufficio e senza girarsi verso di lei disse: «Chiudi la porta».

La stanza era quasi del tutto occupata da una scrivania di fortuna – la porta di un magazzino appoggiata
su due pile di cassette della frutta – sepolta dalle scartoffie. Alcuni capibanda avevano iniziato a usare le
calcolatrici, delle macchine che facevano strani rumori metallici, piene di bottoni d’ottone e rotoli di
carta, ma Kaz faceva tutti i conti del Club dei Corvi a mente. Aveva dei libri, ma solo per far stare
tranquillo il vecchio e perché così aveva qualcosa su cui puntare il dito quando accusava qualcuno di aver
imbrogliato o quando era in cerca di nuovi investitori.

Questo era uno dei grandi cambiamenti che Kaz aveva introdotto nella gestione della banda. Ai negozianti
qualsiasi e agli uomini d’affari onesti aveva dato la possibilità di acquistare le azioni del Club dei Corvi.
All’inizio erano stati scettici, sicuri che si trattasse di una truffa, ma lui li aveva coinvolti con piccoli
interessi, e aveva fatto in modo di mettere insieme abbastanza capitale da comprare il vecchio edificio
fatiscente, dargli una rinfrescata e farlo funzionare. Quei primi investitori erano stati ripagati molto bene.
O così si raccontava. Inej non poteva mai sapere con certezza quali delle storie che circolavano su Kaz
fossero vere e quali dicerie che lui stesso aveva messo in giro per i propri scopi. Per quello che ne sapeva
lei, Kaz aveva portato via a qualche povero onesto commerciante i risparmi di una vita intera pur di far
decollare il Club dei Corvi.

«Ho un lavoro per te» disse Kaz mentre scartabellava i conti del giorno precedente. Ogni foglio veniva
degnato a malapena di uno sguardo e memorizzato. «Cosa ne diresti di quattro milioni di kruge?»

«Così tanti soldi sono più una maledizione che un dono.»

«Mia piccola idealista Suli. Tutto quello che ti serve è la pancia piena e la strada libera?» disse lui,
prendendola in giro.

«E il cuore leggero, Kaz.» Quella era la parte difficile.

Lui scoppiò a ridere apertamente mentre infilava la porta che dava sulla piccola camera da letto. «Non c’è
speranza, allora. Preferisco i soldi in contanti. E tu li vuoi o no?»

«Fare regali non è il tuo lavoro. Di cosa si tratta?»

«Un colpo impossibile, morte quasi certa, ostacoli praticamente insuperabili, ma se dovessimo farcela...»
Si interruppe, le dita sui bottoni del gilè, lo sguardo distante, quasi sognante. Era raro sentire così tanta
eccitazione nella sua voce rauca.

«Dovessimo farcela...?» lo imbeccò lei.

Lui le rivolse un gran sorriso, improvviso e impetuoso come un tuono, gli occhi neri come il caffè amaro.
«Saremo re e regine, Inej. Re e regine.»

«Mmh» fece lei in modo evasivo, fingendo di esaminare uno dei propri pugnali, determinata a ignorare il
sorriso di lui. Kaz non era tipo da sorridere a vanvera e fare progetti con lei. Era un giocatore pericoloso
che aveva sempre un secondo fine. “Sempre” ricordò a se stessa con fermezza. Inej distolse lo sguardo e
sistemò una pila di fogli sulla scrivania mentre Kaz si levava gilè e camicia. Non sapeva se essere
lusingata o offesa dal fatto che lui nemmeno considerasse la sua presenza.

«Quanto tempo staremo via?» chiese lei, lanciandogli un’occhiata attraverso la porta aperta. Era
ricoperto da muscoli e cicatrici, ma aveva soltanto due tatuaggi: il corvo e il calice degli Scarti
sull’avambraccio e una R nera sul bicipite. Non gli aveva mai chiesto che cosa significasse.

Furono le mani ad attrarre la sua attenzione nel momento in cui lui si sfilò i guanti di pelle e immerse un
panno nel catino. Kaz si toglieva i guanti solamente nelle proprie stanze e, per quel che ne sapeva,
soltanto davanti a lei. Qualunque malattia stesse nascondendo, lei non ne vedeva traccia, solo dita snelle
e abili a scassinare, e il segno lucido di una cicatrice che risaliva a qualche vecchia rissa di strada.

«Qualche settimana, forse un mese» disse lui, mentre si sfregava il panno sotto le ascelle e sui muscoli
tesi del petto, con l’acqua che gli scorreva lungo il torso.

“Per tutti i Santi” pensò Inej mentre le guance le prendevano fuoco. Aveva perso quasi ogni senso del
pudore ai tempi della sua permanenza nel bordello del Serraglio, ma c’era un limite a tutto. Cosa avrebbe
detto Kaz se lei si fosse spogliata all’improvviso e avesse preso a lavarsi di fronte a lui? “Probabilmente
mi direbbe di non sgocciolare sulla scrivania” pensò aggrottando le sopracciglia.

«Un mese?» disse lei. «Sei sicuro che sia una buona idea partire con le Punte Nere così su di giri?»

«È questa la mossa giusta da fare. A proposito, raduna Jesper e Muzzen. Li voglio qui per l’alba. E mi
serve che Wylan si presenti al Club dei Corvi domani notte.»

«Wylan? Se è per un lavoro grosso...»

«Fallo e basta.»

Inej incrociò le braccia. Il minuto prima la faceva arrossire, quello dopo le faceva venir voglia di ucciderlo.
«Intendi spiegarmi qualcosa?»

«Quando ci saremo tutti.» Si infilò una camicia pulita, poi esitò mentre si abbottonava il colletto. «Questo
non è un incarico come gli altri, Inej. È un lavoro che puoi prendere o lasciare come meglio credi.»

Dentro, le suonò un campanello d’allarme. Metteva a repentaglio la propria vita ogni giorno nelle strade
del Barile. Aveva ucciso per gli Scarti, rubato, rovinato brava e brutta gente, e Kaz non aveva mai messo
in dubbio, a ogni incarico, che fosse un ordine a cui obbedire. Questo era il prezzo che aveva accettato
quando Per Haskell aveva acquistato il suo contratto e l’aveva liberata dal Serraglio. Ma allora cosa c’era
di diverso in questo colpo?

Kaz finì di allacciarsi i bottoni, indossò un gilè grigio scuro e le lanciò qualcosa. Brillò alla luce, e lei lo
prese al volo con una mano. Quando aprì il pugno, vide un grosso fermacravatta di rubino circondato da
foglie d’oro.

«Rivendilo» disse Kaz.

«Di chi è?»

«Ora è nostro.»

«Di chi era?»

Kaz rimase in silenzio. Raccolse la giacca e usò una spazzola per togliere il fango che si era seccato sopra.
«Qualcuno che avrebbe dovuto pensarci due volte prima di aggredirmi alle spalle.»

«Aggredirti?»

«Mi hai sentito.»

«Qualcuno ti ha colto di sorpresa?»

Lui la guardò e annuì una volta. Una sensazione di malessere serpeggiò dentro di lei e si attorcigliò in una
spirale d’ansia. Nessuno prendeva Kaz in contropiede. Era il tipo più duro e più pericoloso in giro per i
vicoli del Barile. Lei faceva affidamento su questo. E anche lui.

«Non accadrà più» promise Kaz.

Indossò dei guanti puliti, afferrò il bastone da passeggio e infilò la porta per uscire. «Sarò di ritorno fra
qualche ora. Metti in cassaforte il DeKappel che abbiamo portato via dalla casa di Van Eck. Credo che sia
arrotolato sotto il mio letto. Ah, ordinami un cappello nuovo.»

«Per favore.»

Kaz tirò un sospiro e si preparò ad affrontare tre dolorose rampe di scale. Si guardò alle spalle e disse:
«Per favore, mia cara Inej, tesoro del mio cuore, vuoi farmi l’onore di acquistarmi un cappello nuovo?».

Inej gettò un’occhiata eloquente al bastone. «Guardati le spalle» disse, poi saltò sulla balaustra e andò giù
un piano dopo l’altro, scivolando agile e sciolta come burro in padella.
5

KAZ
Kaz seguì lo Stave dell’Est verso il porto, attraverso i confini del quartiere delle bische del Barile. Il
famigerato groviglio di stradine e corsi d’acqua secondari noto come il Barile si infilava come una
parentesi tra due canali importanti, lo Stave dell’Est e lo Stave dell’Ovest, ognuno dei quali soddisfaceva i
bisogni di una clientela particolare. Gli edifici del Barile erano diversi da quelli di tutte le altre zone di
Ketterdam, più alti, più ampi, dipinti in colori sgargianti, a reclamare l’attenzione dei passanti: lo Scrigno
del Tesoro, l’Ansa d’Oro, il Battello di Weddel. Le migliori case da gioco si trovavano a nord, nella zona di
lusso del Coperchio, la sezione del canale più vicina ai porti, in posizione favorevole per attrarre turisti e
marinai che arrivavano allo scalo.

“Ma non il Club dei Corvi” rifletté Kaz mentre alzava lo sguardo verso la facciata nera e rosso cremisi. Ce
n’era voluto per adescare turisti e mercanti amanti del rischio e indurli ad andare a divertirsi così a sud.
Ora le campane stavano per suonare quattro rintocchi ed era ancora pieno di gente ammassata fuori dal
club. Kaz osservò la marea di persone fluire tra le colonne nere dei portici, sotto l’occhio vigile del corvo
d’argento ossidato che spiegava le ali sopra l’entrata. “Benedetti polli” pensò. “Che siate benedetti,
sempre pronti a svuotare i portafogli nelle casse degli Scarti a cuor contento.” Gli imbonitori lì di fronte
urlavano ai potenziali clienti, offrendo loro bevute gratis, tazze di caffè bollente e l’affare più onesto di
tutta Ketterdam. Li salutò con un cenno del capo e proseguì più a nord.

C’era solo un’altra bisca sullo Stave che gli interessava: il Palazzo di Smeraldo, l’orgoglio e la gioia di
Pekka Rollins. L’edificio era di un brutto verde, addobbato da alberi sintetici carichi di monete d’oro e
d’argento false. Il posto era stato eretto come una specie di tributo all’eredità Kaelish di Rollins e alla sua
banda, i Centesimi di Leone. Anche le ragazze che lavoravano ai banconi e ai tavoli da quattro soldi
indossavano tubini aderenti in seta di un verde scintillante, e si tingevano i capelli di un rosso scuro e
innaturale per avere l’aspetto delle ragazze dell’Isola Errante. Appena Kaz entrò allo Smeraldo, guardò in
alto verso le monete false e lasciò che la rabbia lo invadesse. Questa notte gli serviva come promemoria di
quello che aveva perso, e di quello che voleva riguadagnare. Gli serviva per prepararsi a quest’impresa
sconsiderata.

«Una cosa alla volta» mormorò tra sé. Erano le uniche parole che tenevano a bada il suo furore, che gli
impedivano di marciare attraverso le sgargianti porte verde e oro dello Smeraldo, insistere per ottenere
un incontro privato con Rollins e tagliargli la gola. Una cosa alla volta. Era la frase che lo faceva dormire
di notte, che gli consentiva di andare avanti ogni giorno, che teneva lontano il fantasma di Jordie. Perché
una morte veloce sarebbe stata troppo generosa per Pekka Rollins.

Kaz guardò il flusso di clienti entrare e uscire dalle porte dello Smeraldo e intravide i propri strilloni,
uomini e donne che aveva assunto per attirare i clienti di Pekka a sud con la prospettiva di affari migliori,
vincite più grosse, ragazze più carine.

«Da dove arrivi, così pieno di soldi?» disse uno di loro, a voce più alta del necessario.

«Appena uscito dal Club dei Corvi. Gli ho levato un centinaio di kruge in sole due ore» rispose l’altro.

«Non mi dire!»

«Davvero! Ho risalito lo Stave per farmi una birra e vedere un amico. Perché non ti unisci a noi, e ci
torniamo tutti assieme?»

«Il Club dei Corvi! Chi l’avrebbe mai detto?»

«Avanti. Ti offro da bere. Offro da bere a tutti!»

E se ne andarono ridendo, lasciando che tutti i clienti abituali attorno a loro si domandassero se non fosse
il caso di affrontare qualche ponte, scendere per il canale e scoprire se le probabilità di fare fortuna
fossero migliori laggiù – mentre la serva di Kaz, l’avidità, li conduceva come un pifferaio con il flauto in
mano.

Kaz si era accertato che gli strilloni si alternassero e cambiassero connotati in modo da non farsi scoprire
dai buttafuori di Pekka, e cliente dopo cliente, come una sanguisuga, aveva spremuto via il giro d’affari
dello Smeraldo. Era uno dei tanti piccoli modi che aveva trovato per diventare più forte a spese di Pekka:
intercettare i suoi carichi di jurda, fargli pagare il dazio per accedere a Quinto Porto, batterlo sui prezzi
degli immobili per tenere le sue proprietà sfitte, e lentamente, molto lentamente, tirare i fili che tenevano
insieme la sua vita.

Nonostante le menzogne che aveva fatto circolare e i proclami che questa notte aveva fatto a Geels, Kaz
non era un bastardo. Non era nemmeno di Ketterdam. Lui aveva nove anni e Jordie tredici quando erano
arrivati per la prima volta in città, con un assegno che proveniva dalla vendita della fattoria del padre
cucito al sicuro nella tasca interna del vecchio cappotto di Jordie. Kaz si vide com’era allora, mentre
camminava lungo lo Stave con gli occhi sgranati, la mano stretta in quella di Jordie per non essere portato
via dalla folla. Odiava i ragazzini che erano stati, due stupidi polli pronti per essere spennati.

Ma quei ragazzini erano spariti da un pezzo, ed era rimasto soltanto Pekka Rollins ancora da punire.

Un giorno Rollins sarebbe andato da Kaz in ginocchio, implorando aiuto. E se Kaz fosse riuscito a portare
a termine questo lavoro per Van Eck, quel giorno sarebbe arrivato molto prima di quanto avesse mai
sperato. Una cosa alla volta, ti distruggerò.

Ma se voleva avere delle possibilità di introdursi nella Corte di Ghiaccio, doveva formare la squadra
giusta, e le vicende delle prossime ore l’avrebbero portato un po’ più vicino ad assicurarsi due pezzi
decisamente cruciali del puzzle.

Svoltò in un vialetto che costeggiava uno dei canali più piccoli. Ai turisti e ai mercanti piaceva tenersi
sulle strade principali ben illuminate, così il traffico a piedi qui era scarso, e lui poteva fare prima. Presto
apparvero le luci e la musica dello Stave dell’Ovest, il canale ostruito da persone di ogni rango e paese in
cerca di distrazioni.

Dalle porte spalancate delle case d’appuntamento fuoriusciva la musica, e gli uomini e le donne
poltrivano sui divani con addosso poco più di qualche scampolo di seta e qualche chincaglieria pacchiana.
Gli acrobati penzolavano dalle corde sopra il canale, i loro corpi flessuosi coperti da nient’altro che
lustrini, mentre gli artisti di strada suonavano il violino nella speranza di raggranellare una moneta o due
dai passanti. I venditori ambulanti urlavano all’indirizzo delle slanciate gondels private dei ricchi
mercanti, così come dei grossi traghetti che dal Coperchio portavano turisti e marinai sulla terraferma.

Molti visitatori non entravano mai nei bordelli dello Stave dell’Ovest. Venivano solo a osservare la folla,
che era uno spettacolo di per sé. In parecchi sceglievano di recarsi in questa zona del Barile in incognito:
velati, mascherati o sotto dei mantelli che lasciavano visibili solo il bianco degli occhi. Compravano i
costumi in una delle botteghe di articoli speciali nei pressi dei canali principali, e a volte abbandonavano i
loro compagni per un giorno o una settimana, o comunque finché non esaurivano i fondi. Si travestivano
da Signor Cremisi o da Sposa Perduta, oppure indossavano la maschera, grottesca e dagli occhi
sporgenti, del Folle: tutti personaggi della Commedia Bruta. E poi c’erano gli Sciacalli, un gruppo di
teppisti, più o meno giovani, che scorrazzava per il Barile con il viso coperto dalle maschere rosse laccate
dei cartomanti Suli.

Kaz si ricordò di quando Inej aveva visto in vetrina per la prima volta le maschere da sciacallo. Non era
stata capace di trattenere il disprezzo. “I veri cartomanti Suli sono rari e speciali. Sono uomini e donne
infusi di santità. Queste maschere, passate di mano in mano come giocattoli da festa, sono simboli sacri.”

“Ho visto dei cartomanti Suli lavorare nei carrozzoni e sulle navi di piacere, Inej. Non sembravano
particolarmente santi.”

“Quelli fanno finta. Fanno i pagliacci per te e per quelli della tua risma.”

“La mia risma” e Kaz era scoppiato a ridere.

Lei aveva agitato la mano indignata. “Shevrati” aveva detto. “Zoticoni ignoranti. Ridono di voi dietro
quelle maschere.”

“Non di me, Inej. Io non ho mai allungato una moneta per farmi predire il futuro da nessuno, ciarlatani o
santi che fossero.”

“Il destino ha piani per tutti noi, Kaz.”

“Che destino era quello che ti ha portato via dalla tua famiglia e ti ha chiusa in un bordello a Ketterdam?
O è stata semplicemente sfortuna?”

“Non lo so ancora” aveva risposto lei con freddezza.

In momenti come quello, lui era certo che lei lo detestasse.

Kaz si fece largo tra la folla, un’ombra in un turbinio di colori. Tutte le case di piacere più importanti
avevano una specialità, alcune più ovvie di altre. Lui passò accanto all’Iris Blu, alla Gatta Storta, agli
uomini barbuti che lanciavano occhiatacce dalle vetrine della Fucina, all’Obscura, al Frustino di Vimini,
alle bionde ingenue della Casa di Neve, e ovviamente al Serraglio, anche conosciuto come Casa delle
Creature Esotiche, dove Inej era stata costretta a indossare delle finte vesti di seta Suli. Individuò Tante
Heleen, con le sue penne di pavone e il suo famoso girocollo di diamanti, circondata da ammiratori nel
salotto dorato. Gestiva il Serraglio, procurava le ragazze, faceva in modo che si comportassero bene.
Quando vide Kaz, ridusse le labbra a una sottile riga amara e sollevò il calice di vino, in un gesto più di
minaccia che di brindisi. Lui la ignorò e passò oltre.
La Casa della Rosa Bianca era uno dei locali più lussuosi sullo Stave dell’Ovest. Aveva un molo privato, e
la facciata di scintillante pietra bianca le dava più l’aspetto di un palazzo mercantile che di una casa di
tolleranza. I riquadri delle finestre rigurgitavano di rose bianche rampicanti in ogni stagione, e il loro
profumo denso e dolce avviluppava l’aria sopra questo tratto del canale.

L’ingresso era persino più profumato. Enormi vasi in alabastro traboccavano di rose bianche, e uomini e
donne – alcuni mascherati o velati, altri a viso scoperto – aspettavano il loro turno su divani d’avorio,
sorseggiando vino quasi incolore e sbocconcellando dolcetti alla vaniglia affogati nel liquore alla
mandorla.

Il ragazzo all’ingresso indossava un abito di velluto color crema con una rosa bianca all’occhiello. Aveva i
capelli bianchi e gli occhi neutri. Fatta eccezione per gli occhi, poteva sembrare albino, ma Kaz aveva
scoperto che era stato modificato da un Grisha per andare incontro al gusto della Casa.

«Signor Brekker» salutò il ragazzo. «Nina è con un cliente.»

Kaz annuì e scivolò lungo il corridoio dietro un cespuglio di rose in vaso, resistendo alla tentazione di
seppellire il naso nel colletto della camicia. A Onkle Felix, il gestore della Rosa Bianca, piaceva dire che le
ragazze della sua casa erano dolci come i suoi boccioli. Ma era una battuta sarcastica. Quell’innesto
particolare di rose bianche, l’unico abbastanza robusto da sopravvivere all’umidità di Ketterdam, non
aveva odore. Tutti i fiori venivano spruzzati con del profumo.

Kaz fece scorrere le dita su un pannello posizionato dietro il vaso con il cespuglio e premette il pollice in
un incavo del muro. Il pannello si aprì, e lui salì per una scala a chiocciola di servizio.

La stanza di Nina era al terzo piano. La porta della camera da letto attigua era aperta, così Kaz scivolò
dentro, spostò di lato una natura morta e pigiò la faccia contro il muro. Gli spioncini erano una peculiarità
di tutti i bordelli. Erano un modo per garantirsi la sicurezza e l’onestà dei dipendenti, e offrivano un
brivido a tutti quelli che godevano nel guardare gli altri darsi piacere. Kaz aveva visto così tanti poveracci
dei quartieri bassi sfogare i propri istinti negli angoli bui dei vicoli che la cosa aveva perso il suo fascino.
In più, sapeva che chiunque avesse occhieggiato attraverso questo spioncino in particolare nella speranza
di eccitarsi sarebbe stato profondamente deluso.

Un omino pelato era seduto, completamente vestito, a un tavolo rotondo drappeggiato con un panno color
avorio, e teneva le mani ordinatamente incrociate accanto a un vassoio da caffè in argento. Nina Zenik
era in piedi dietro di lui, avvolta nella kefta di seta rossa che promuoveva il suo stato di Grisha
Spaccacuore, il palmo di una mano pressato sulla fronte del cliente, l’altro sulla nuca.

Era alta e solida come la polena di una nave intagliata da una mano generosa. I due stavano in silenzio,
quasi fossero stati congelati lì al tavolo. Non c’era neanche un letto nella stanza, solo un piccolo sofà dove
Nina si rannicchiava ogni notte.

Quando Kaz aveva chiesto a Nina perché, lei aveva semplicemente risposto: «Non voglio che qualcuno si
metta in testa delle idee».

«A un uomo non serve un letto per mettersi in testa delle idee, Nina.»

Nina aveva fatto svolazzare le ciglia. «E tu cosa ne sai, Kaz? Togliti quei guanti, e vediamo che idee ti
vengono.»

Kaz aveva tenuto lo sguardo fisso sui suoi occhi finché lei non li aveva abbassati. Non era interessato a
flirtare con Nina Zenik, e sapeva che nemmeno lei era minimamente interessata a lui. A Nina,
semplicemente, piaceva provarci con tutti e tutto. Una volta l’aveva vista fare gli occhi dolci a un paio di
scarpe nella vetrina di un negozio.

Nina e l’uomo pelato restavano seduti, senza parlare, mentre i minuti scorrevano, e quando l’orologio
scoccò l’ora, lui si alzò e le baciò la mano.

«Vai» disse lei in tono solenne. «Vai in pace.»

Il pelato le baciò la mano un’altra volta, con le lacrime agli occhi. «Grazie.»

Non appena il cliente fu nel corridoio, Kaz uscì dalla camera da letto e bussò alla porta di Nina.

Lei aprì con cautela, senza togliere la catenella dal chiavistello. «Oh» disse quando lo vide. «Sei tu.»

Non sembrava particolarmente contenta di vederlo. Niente di strano. Difficile che Kaz Brekker alla porta
fosse una buona cosa. Nina tolse la catenella e lasciò che Kaz entrasse mentre lei sgusciava fuori dalla
kefta rossa, mostrando una sottoveste di raso così sottile che a malapena si poteva definire un indumento.

«Per tutti i Santi, come odio quest’affare» disse lei, calciando via la kefta e prendendo da un cassetto una
vestaglia logora.

«Cos’ha che non va?» domandò Kaz.

«Non è fatta bene. E prude.» La kefta era prodotta a Kerch, non a Ravka: era un costume, non
un’uniforme. Kaz sapeva che Nina non l’avrebbe mai indossata per strada; semplicemente troppo
rischioso per una Grisha. La sua appartenenza agli Scarti faceva sì che chiunque le avesse fatto qualcosa
di male avrebbe rischiato una punizione da parte della banda, ma la vendetta non avrebbe contato
granché per lei se si fosse ritrovata legata su una nave di schiavi diretta chissà dove.

Nina si buttò su una delle sedie attorno al tavolo e liberò i piedi dalle scarpette ingioiellate, sprofondando
le dita nel soffice tappeto bianco. «Aaah» disse con soddisfazione. «Molto meglio.» Si cacciò in bocca uno
dei dolcetti del vassoio e biascicò: «Cosa vuoi, Kaz?».

«Ti sono finite delle briciole nella scollatura.»

«Chissenefrega» disse lei, addentando un altro pezzo di dolce. «Ho una fame.»

Kaz scrollò la testa, divertito e impressionato da quanto in fretta Nina smettesse di recitare la parte della
sapiente sacerdotessa Grisha. Avrebbe dovuto fare l’attrice, pensò. «Quello era Van Aakster, il mercante?»
chiese Kaz.

«Sì.»

«Sua moglie è morta un mese fa, e da allora i suoi affari vanno a picco. Ora che viene a farti visita,
possiamo aspettarci un’inversione di rotta?»

A Nina non serviva un letto perché la sua specialità erano le emozioni. Lei trafficava in gioia, calma,
sicurezza. La maggior parte dei Grisha Corporalki si concentravano sul corpo – per uccidere o per guarire
– ma Nina aveva bisogno di un lavoro che la mantenesse a Ketterdam e la tenesse fuori dai guai. Così,
invece di rischiare la vita e fare più soldi come mercenaria, rallentava i battiti cardiaci, placava il respiro,
rilassava i muscoli. Aveva un secondo lavoro piuttosto redditizio come Plasmaforme, che consisteva nel
prendersi cura delle rughe e dei doppi menti della Kerch benestante, ma la sua principale fonte di reddito
proveniva dalla manipolazione degli stati d’animo. I suoi clienti si sentivano soli, in lutto, tristi per nessun
motivo al mondo, e se ne andavano rinfrancati, le loro ansie sedate. L’effetto non durava a lungo, ma a
volte solo l’illusione della felicità bastava a farli sentire in grado di affrontare un altro giorno. Nina
sosteneva che avesse a che fare con le ghiandole, ma a Kaz non importavano i dettagli finché lei era
presente quando lui ne aveva bisogno e pagava in orario a Per Haskell la sua percentuale.

«Mi aspetto che tu veda un cambiamento» disse Nina. Finì l’ultimo dolcetto, si leccò le dita con gusto, poi
mise il vassoio fuori dalla porta e suonò il campanello per chiamare una cameriera. «Van Aakster ha
iniziato a venire alla fine della scorsa settimana e da allora è stato qui ogni giorno.»

«Eccellente.» Kaz si appuntò in testa di acquistare dei titoli a basso costo della compagnia di Van Aakster.
Anche se gli stati umorali dell’uomo erano opera di Nina, le azioni sarebbero salite. Kaz esitò e poi disse:
«Lo fai sentire meglio, stemperi la sua angoscia e tutto il resto... ma saresti in grado di forzarlo a fare
qualcosa? Per esempio, scordarsi di sua moglie?».

«Alterare i percorsi della sua mente? Non essere assurdo.»

«Il cervello è un organo come gli altri» disse Kaz parafrasando Van Eck.

«Sì, ma è uno di quelli particolarmente complessi. Controllare o alterare i pensieri di un’altra persona...
be’, non è come abbassare le pulsazioni o rilasciare una sostanza chimica per migliorare l’umore di
qualcuno. Ci sono troppe variabili. Nessun Grisha è in grado di farlo.»

“Eppure” pensò Kaz. «Per cui tu tratti i sintomi, non la causa.»

Lei fece spallucce. «Quel mercante sta evitando il dolore invece di elaborarlo. Se io sono la sua soluzione,
non supererà mai per davvero la morte della moglie.»

«Quindi lo manderai per la sua strada? Gli consiglierai di trovarsi un’altra moglie e di smetterla di
mettere piede qui?»

Lei si passò la spazzola tra i lucenti capelli castani e lo guardò dallo specchio. «Per Haskell ha in
programma di cancellare il mio debito?»

«Assolutamente no.»

«Allora Van Aakster ha il permesso di piangere a modo suo. Ho un altro cliente in agenda fra mezz’ora,
Kaz. Vieni al punto.»
«Il tuo cliente aspetterà. Cosa sai della jurda parem?»

Nina fece di nuovo spallucce. «Ci sono delle voci, ma per me sono senza senso.» Con l’eccezione del
Consiglio delle Maree, i pochi Grisha che lavoravano a Ketterdam si conoscevano tutti l’un l’altro e si
scambiavano informazioni di buon grado. Molti erano in fuga da qualcosa, attenti a evitare di destare
l’attenzione degli schiavisti o l’interesse del governo Ravkiano.

«Non sono solo voci.»

«Chiamatempeste che volano? Scuotiacque che si trasformano in vapore?»

«Fabrikator che trasformano il piombo in oro.» Si frugò nella tasca e le lanciò il lingotto giallo. «È vero.»

«I Fabrikator producono tessuti. Si dilettano con metalli e intelaiature. Non possono trasformare una cosa
in un’altra.» Sollevò il lingotto alla luce. «Avresti potuto trovarlo ovunque» disse, proprio come aveva
detto lui a Van Eck poche ore prima.

Senza essere invitato, Kaz si sedette sul divano morbido e allungò in avanti la gamba malandata. «La
jurda parem esiste, Nina, e se sei ancora la piccola brava soldatessa Grisha che io penso tu sia, starai a
sentire che cosa fa a quelli come te.»

Lei si rigirò il mattoncino d’oro tra le mani, poi si strinse nella vestaglia e si rannicchiò in fondo al divano.
Di nuovo, Kaz rimase incantato dalla trasformazione. In queste stanze, lei recitava la parte che i suoi
clienti volevano vedere in scena: la potente Grisha, sicura del proprio sapere. Ma seduta lì con le
sopracciglia aggrottate e i piedi raccolti sotto di sé, appariva per quello che effettivamente era: una
ragazza di diciassette anni, allevata nel lusso protetto del Piccolo Palazzo, lontana da casa, faticando per
tirare avanti ogni giorno.

«Dimmi tutto» acconsentì lei.

Kaz si mise a raccontare. Tenne per sé i dettagli della proposta di Van Eck, ma le parlò di Bo Yul-Bayur,
della jurda parem, e della sua capacità di dare assuefazione, ponendo particolare enfasi sul furto dei
documenti militari Ravkiani.

«Se è tutto vero, allora Bo Yul-Bayur dev’essere eliminato.»

«Non è questo il lavoro, Nina.»

«Questo non ha a che fare con i soldi.»

Aveva sempre a che fare con i soldi. Ma Kaz sapeva che c’era bisogno di un altro tipo di motivazione. Nina
amava il proprio paese e il proprio popolo. Riponeva ancora speranze nel futuro di Ravka e nel Secondo
Esercito, l’élite militare Grisha che era stata quasi disintegrata durante la guerra civile.

Gli amici di Nina che erano rimasti a Ravka credevano che fosse morta, vittima dei cacciatori di streghe
Fjerdiani, e per il momento lei preferiva lasciare che lo pensassero. Ma Kaz sapeva che lei sperava di fare
ritorno, un giorno.

«Nina, il nostro compito è recuperare Bo Yul-Bayur, e a me serve un Corporalki per farlo. Voglio te nella
mia squadra.»

«Dovunque si sia nascosto, lasciarlo in vita dopo che l’avrai trovato sarebbe la più ignobile delle
irresponsabilità. La mia risposta è no.»

«Non si è nascosto. I Fjerdiani lo tengono prigioniero alla Corte di Ghiaccio.»

Nina fece una pausa. «Allora è come se fosse morto.»

«Il Consiglio dei Mercanti non la pensa così. Non si prenderebbero questo disturbo e non ci offrirebbero
questo tipo di ricompensa se pensassero che è già stato eliminato. Van Eck era preoccupato. Si vedeva.»

«Il mercante con cui hai parlato?»

«Sì. Sostiene che i loro servizi segreti sono affidabili. Se non lo sono, be’, ne subirò le conseguenze. Ma se
Bo Yul-Bayur è vivo, qualcuno dovrà farlo evadere dalla Corte di Ghiaccio. Perché non noi?»

«La Corte di Ghiaccio» ripeté Nina, e Kaz sapeva che aveva iniziato a mettere insieme i pezzi. «A te non
serve solo un Corporalki, vero?»

«No. Mi serve qualcuno che conosca la Corte, dentro e fuori.»

Lei balzò in piedi e iniziò a camminare per la stanza, le mani sui fianchi, la vestaglia che le sventolava
attorno. «Sei uno stronzo, lo sai? Quante volte sono venuta da te, a implorarti di aiutare Matthias? E ora
che sei tu a volere qualcosa...»

«Quella di Haskell non è un’associazione di beneficenza.»

«Non scaricare tutto sul vecchio» scattò lei. «Se avessi voluto aiutarmi, avresti potuto farlo.»

«E perché avrei dovuto?»

Lei andò in confusione. «Perché... perché...»

«Quando mai ho fatto qualcosa gratis?»

Nina aprì la bocca e la richiuse.

«Lo sai quanti favori avrei dovuto chiedere? Quante mazzette avrei dovuto pagare per tirare fuori di
galera Matthias Helvar? Il prezzo sarebbe stato troppo alto.»

«E adesso invece?» riuscì a dire lei, gli occhi ancora fiammeggianti d’ira.

«Adesso la libertà di Helvar vale qualcosa.»

«Qualc...»

Lui alzò una mano a interromperla. «Vale qualcosa per me.»

Nina si portò le mani alle tempie. «Anche se arrivassi a lui, Matthias non ti aiuterà mai.»

«Si tratta solo di usare la leva giusta, Nina.»

«Non lo conosci.»

«Dici? È come tutti gli altri, motivato dall’avidità, dall’orgoglio e dalla sofferenza. Dovresti capirlo meglio
di chiunque altro.»

«Helvar è motivato dall’onore e solo dall’onore. Non puoi corromperlo o minacciarlo.»

«Poteva essere vero un tempo, Nina, ma è stato un anno molto lungo. Helvar è cambiato.

«L’hai visto?» Gli occhi sgranati, ansiosi di sapere. “Eccola lì” pensò Kaz, “il Barile non ha ancora spento
la tua speranza.”

«L’ho visto.»

Nina fece un respiro profondo, fremente. «Vuole la sua vendetta, Kaz.»

«Quello che vuole non è quello di cui ha bisogno» disse Kaz. «Per usare la leva giusta, devi conoscere la
differenza.»
6

NINA
La sensazione di nausea alla bocca dello stomaco non aveva niente a che fare con il dondolio della barca a
remi. Nina provò a fare dei respiri profondi, a concentrarsi sulle luci del porto di Ketterdam che
scomparivano dietro di loro e sul tonfo regolare dei remi nell’acqua. Accanto a lei, Kaz si aggiustò la
maschera e il mantello, mentre Muzzen vogava in modo energico, senza sosta, per condurli vicino a
Terrenjel, una delle isolette esterne di Kerch, vicino all’Anticamera dell’Inferno e a Matthias.

La nebbia aleggiava bassa sull’acqua, umida e avvolgente. Portava con sé l’odore del catrame e dei
cantieri navali sopra Imperjum, e qualcos’altro: il tanfo dolciastro dei corpi in fiamme che arrivava dalla
Chiatta del Mietitore, là dove Ketterdam si sbarazzava dei morti che non potevano permettersi di venir
seppelliti nei cimiteri fuori dalla città. “Disgustoso” pensò Nina, stringendosi nel mantello. Perché mai
qualcuno volesse vivere in un posto come questo era al di là della sua comprensione.

Muzzen canticchiava tutto contento mentre remava. Nina lo conosceva solo di sfuggita: un buttafuori e un
sicario, come quel disgraziato di Bolliger il Grande. Lei evitava la Stecca e il Club dei Corvi il più
possibile. Kaz l’aveva etichettata come una snob per questo, ma lei non era particolarmente interessata
all’opinione che aveva Kaz Brekker dei suoi gusti. Si voltò per guardare le spalle enormi di Muzzen. Si
domandò se Kaz se lo fosse portato dietro solo per remare o perché si aspettava guai stanotte.

Per forza ci saranno guai. Stavano per entrare in una prigione. Non era come andare a una festa. E allora
perché erano vestiti così?

A mezzanotte si era incontrata con loro a Quinto Porto, e quando era salita a bordo della barchetta a remi,
Kaz le aveva passato una cappa di seta blu e un velo dello stesso colore: i simboli della Sposa Perduta,
uno di quei costumi che i libertini amavano indossare quando andavano a spassarsela nel Barile. Lui e
Muzzen si erano entrambi messi un grosso mantello arancione e una maschera del Folle in bilico sopra la
testa. Tutto quello che serviva loro era un palcoscenico, e poi avrebbero potuto recitare in una di quelle
cupe, crudeli scenette tratte dalla Commedia Bruta che i Kerch sembravano trovare così spassose.

Ora Kaz le diede una gomitata. «Abbassa il velo.» Anche lui si calò la maschera; nella nebbia, il lungo
naso e gli occhi sporgenti erano doppiamente mostruosi.

Stava per arrendersi e per chiedere perché fossero necessari i costumi quando si accorse che non erano
soli. Attraverso la nebbia che si faceva di continuo più o meno fitta, vide altre barche scivolare sull’acqua
e trasportare le sagome di altri Folli, altre Spose, un Signor Cremisi, una Regina Scarabeo. Che cosa ci
facevano queste persone all’Anticamera dell’Inferno?

Kaz si era rifiutato di metterla a parte dei dettagli del piano, e quando lei aveva insistito, aveva detto
soltanto: “Sali sulla barca”. Tipico di Kaz. Lui sapeva che non era tenuto a dirle niente perché la speranza
di liberare Matthias aveva già spazzato via, in lei, ogni briciola di buon senso. Per quasi un anno aveva
tentato di convincere Kaz a farlo evadere. Ora lui era in grado di offrire a Matthias qualcosa di più della
libertà, ma il prezzo sarebbe stato molto maggiore di quello che lei aveva previsto.

Quando si avvicinarono al fondo roccioso di Terrenjel, le luci visibili erano poche. Per il resto, solo
oscurità e onde che si infrangevano.

«Non potevi limitarti a corrompere il direttore della prigione?» borbottò Nina verso Kaz.

«Non ho bisogno che lui sappia di possedere qualcosa che voglio.»

Quando lo scafo della barca grattò la sabbia, due uomini si precipitarono a trascinarli sulla terraferma. Le
altre barche stavano approdando nella stessa baia, tirate a riva da uomini che grugnivano e imprecavano.
Attraverso il velo le loro fattezze risultavano vaghe, ma Nina intravide i tatuaggi sulle braccia: un gatto
selvatico dentro una corona, il simbolo dei Centesimi di Leone.

«I soldi» disse uno di loro quando sbarcarono.

Kaz porse un sacchetto di kruge e dopo che le monete furono contate, il Centesimo di Leone fece loro
cenno di andare.

Seguirono una fila di torce per un sentiero che saliva storto lungo il lato sottovento della prigione. Nina
reclinò indietro la testa per osservare le alte torri scure della fortezza nota come Anticamera dell’Inferno,
un pugno nero di pietra che dal mare si proiettava verso il cielo. L’aveva vista da lontano in passato, dopo
aver pagato un pescatore per portarla sull’isola. Ma quando lei gli aveva chiesto di avvicinarsi, lui si era
rifiutato. «Là gli squali sono cattivi» aveva sentenziato. «Hanno le pance piene di detenuti.» Nina
rabbrividì al ricordo.

Una porta era stata tenuta aperta, e un altro affiliato dei Centesimi di Leone li lasciò passare. Si
ritrovarono in una cucina scura, sorprendentemente pulita, le pareti ricoperte da enormi tinozze più
adatte a una lavanderia che a una cucina. La stanza aveva uno strano odore, un misto di aceto e salvia.
“Come la cucina di un mercante” pensò Nina. I Kerch credevano che il lavoro fosse simile alla preghiera.
Forse le mogli di un mercante venivano qui a sfregare pavimenti, pareti e finestre, e a onorare Ghezen, il
dio dell’industria e del commercio, con l’acqua, il sapone e le loro mani rosse e irritate. Nina resistette
alla tentazione di fare una battutaccia. Potevano sfregare quanto volevano. Sotto quell’odore di santità
c’era l’indelebile olezzo di muffa, urina e corpi non lavati da tempo. Ci sarebbe voluto un vero miracolo
per rimuoverlo.

Attraversarono un’anticamera umida e malsana, e lei pensò che avrebbero puntato verso le celle, invece
superarono un’altra porta e salirono in alto per una passerella in pietra che collegava l’edificio principale
a quella che sembrava un’altra torre.

«Dove stiamo andando?» bisbigliò Nina. Kaz non rispose. Si alzò il vento, che le sollevò il velo e le sferzò
le guance con l’acqua salata.

Mentre entrarono nella seconda torre, una figura emerse dall’ombra e Nina soffocò a stento un urlo.

«Inej» disse, in un sussurro incerto. La ragazza Suli indossava le corna e la tunica accollata
dell’Imperatore Grigio, ma Nina la riconobbe comunque. Nessun altro si muoveva a quel modo, come se il
mondo fosse fatto di fumo e lei ci stesse semplicemente passando in mezzo.

«Come sei arrivata qui?» le chiese Nina in un sussurro.

«Sono arrivata prima con una chiatta da carico.»

Nina digrignò i denti. «La gente va e viene dall’Anticamera dell’Inferno per divertirsi?»

«Una volta alla settimana, sì» disse Inej, con le sue piccola corna che andavano su e giù insieme alla
testa.

«Che cosa intendi per una volta alla...»

«Fai silenzio» ringhiò Kaz.

«Non dirmi di stare zitta, Brekker» sussurrò Nina con furia. «Se è così facile entrare all’Anticamera
dell’Inferno...»

«Il problema non è entrare, è uscire. Ora taci e fai attenzione.»

Nina trattenne la rabbia. Doveva fidarsi di come Kaz stava conducendo il gioco. Lui aveva fatto in modo
che lei non avesse altra scelta.

Entrarono in una strettoia. Questa torre era diversa dalla prima: più vecchia, con le mura di pietra grezza
squadrate e annerite dalle torce fumanti. Qui la puzza dei corpi e dei rifiuti era più intenso, intrappolato
dall’umidità dell’acqua di mare.

Iniziarono a scendere a spirale nelle viscere della roccia. Nina si aggrappò al muro. Non c’era nessuna
ringhiera, e anche se non si vedeva il fondo, nutriva qualche dubbio sulla possibilità di cadere sul
morbido. La discesa non durò a lungo, ma quando raggiunsero la loro destinazione lei stava tremando, i
muscoli contratti, più per la consapevolezza che Matthias fosse da qualche parte in questo posto orrendo
che per lo sforzo. È qui. È sotto questo tetto.

«Dove siamo?» bisbigliò mentre abbassavano la testa per infilarsi dentro angusti tunnel di pietra e
passavano davanti a caverne buie chiuse da sbarre di ferro.

«Questa è la prigione vecchia» disse Kaz. «Quando fu costruita la torre nuova, fu lasciata in piedi.»

Lei udì dei lamenti provenire da una delle celle.

«Ci tengono ancora dei prigionieri qui?»

«Solo i peggiori.»

Nina sbirciò dentro le sbarre di una cella vuota. C’erano catene ai muri, scurite dalla ruggine e da quello
che doveva essere sangue.

Un rumore penetrò le pareti e le raggiunse le orecchie: colpi ritmici. All’inizio pensò all’oceano, ma poi
capì che era qualcuno che cantava. Sbucarono nell’ansa di un tunnel.
Alla sua destra c’erano altre celle, ma la luce si riversava nel tunnel dagli archi che si susseguivano a
distanza ravvicinata sulla sinistra, e in mezzo vide una folla chiassosa e turbolenta.

Il Centesimo di Leone li guidò lungo la galleria fino al terzo arco, dove si trovava una guardia carceraria
nella sua divisa blu e grigia, con il fucile a tracolla sulla schiena. «Altri quattro per te» gridò il Centesimo
di Leone per sovrastare il rumore della folla. Poi si girò verso Kaz. «Quando vorrete uscire, la guardia
chiamerà una guida. Nessuno vaga qua in giro senza essere accompagnato, intesi?»

«Ma certo, chiaro, non ce lo sogneremmo neanche» disse Kaz da dietro la sua ridicola maschera.

«Divertitevi» disse il Centesimo di Leone con un brutto ghigno. La guardia carceraria fece loro cenno di
avvicinarsi.

Nina mosse un passo sotto l’arco e le sembrò di essere finita in uno strano incubo. Si trovavano sopra un
pianerottolo che sporgeva dalla roccia su un anfiteatro ricostruito rozzamente. La torre era stata
sventrata per fare posto a un’arena. Erano rimaste soltanto le mura nere della vecchia prigione e la
porzione di tetto sopravvissuta alla caduta o alla distruzione, per cui lassù in alto si vedeva il cielo
notturno, fitto di nubi e privo di stelle. Era come stare nel tronco cavo di un grosso albero, morto da
tempo, pieno di echi.

Attorno a lei, uomini in maschera e donne velate, ammassati sugli spalti, che pestavano i piedi mentre
guardavano in basso. Le mura che circondavano il ring erano illuminate dalle torce e la sabbia del
pavimento dell’arena, là dove aveva assorbito il sangue, era rossa e umida.

Davanti all’imboccatura di una caverna, un uomo barbuto e macilento in catene era in piedi, vicino a una
grossa ruota di legno, contrassegnata da quelli che sembravano simboli di animali. Era evidente che un
tempo era stato un uomo forte, ma ora la pelle gli pendeva flaccida e i muscoli erano flosci. Accanto a lui
c’era un tizio più giovane, che aveva addosso una pelle di leone spelacchiata a fargli da mantello e il viso
era incorniciato dalle fauci del felino. Tra le orecchie da leone era stata posizionata una sgargiante corona
d’oro, e gli occhi erano stati rimpiazzati da due luccicanti monetine d’argento.

«Gira la ruota!» ordinò quello più giovane.

Il prigioniero alzò le mani avvolte dalle catene e fece fare alla ruota un bel giro. Un ago rosso ticchettava
lungo i bordi mentre girava, e produceva un allegro tintinnio metallico, finché lentamente la ruota si
fermò. Nina non riuscì a identificare il simbolo dell’animale, ma la folla ululò, e le spalle dell’uomo si
incurvarono mentre una guardia si fece avanti per sfilargli le catene.

Il prigioniero le gettò di lato nella sabbia, e l’istante dopo Nina lo sentì: un ruggito che coprì persino i
latrati eccitati della folla. La guardia e l’uomo con la pelle di leone raggiunsero di corsa una scala di corda
tramite la quale furono tirati fuori dal ring e portati al sicuro su una sporgenza, mentre il prigioniero
afferrò un coltello dall’aspetto malandato da un mucchio di armi che giaceva nella sabbia. Poi si allontanò
dall’imboccatura del tunnel quanto più poté.

Nina non aveva mai visto prima una creatura come quella che strisciò fuori dalla galleria. Era una specie
di rettile, con il corpo massiccio ricoperto da squame grigioverdi, la testa larga e piatta, gli occhi gialli a
fessura. Si muoveva lentamente, in modo sinuoso, scivolando pigramente con la pancia a terra. C’era una
crosta bianca attorno all’ampia mezzaluna che aveva per bocca, e quando aprì le fauci per ruggire di
nuovo, una specie di schiuma sgocciolò fuori dai suoi denti aguzzi.

«Che cos’è quella cosa?» chiese Nina.

«Una rinca moten» rispose Inej. «Una lucertola del deserto. Il veleno che le esce dalla bocca è mortale.»

«Non sembra veloce.»

«Sì. Non sembra.»

Il prigioniero si lanciò avanti con il coltello. La lucertolona si mosse così velocemente che Nina non riuscì
quasi a seguirla. L’istante prima l’uomo stava correndole incontro; quello dopo, il rettile era dall’altra
parte dell’arena. Pochi secondi più tardi si era scagliata contro il prigioniero, bloccandolo a terra mentre
lui urlava, sgocciolandogli il veleno sulla faccia e lasciando dei buchi fumanti dove entrava a contatto con
la sua pelle.

La creatura si lasciò cadere di peso sulla vittima producendo uno scricchiolio rivoltante e si mise a
dilaniargli lentamente una spalla mentre lui giaceva là sotto continuando a gridare.

La folla, delusa, fischiava.

Nina distolse gli occhi, incapace di guardare. «Che cos’è questo orrore?»
«Benvenuta allo Spettacolo Infernale» disse Kaz. «Un’idea di Pekka Rollins: l’ha avuta qualche anno fa e
l’ha venduta al membro giusto del Consiglio.»

«Il Consiglio dei Mercanti è al corrente?»

«Ovvio. Ci fanno dei gran soldi, qui.»

Nina si conficcò le dita nei palmi. Quando Kaz usava quel tono condiscendente le faceva prudere le mani
dalla voglia di tirargli un ceffone.

Conosceva bene il nome di Pekka Rollins.

Al momento era il re del Barile, il proprietario non di uno ma di due case da gioco – una sfarzoso, l’altra
accessibile ai marinai con le tasche semivuote – e di parecchi bordelli di lusso.

Quando Nina era arrivata a Ketterdam un anno prima era senza un amico, senza un soldo e lontana da
casa. Aveva trascorso la prima settimana nei tribunali di Kerch, ad affrontare le accuse contro Matthias.
Ma una volta finito di testimoniare, era stata scaricata senza tante cerimonie a Primo Porto con appena i
soldi sufficienti per tornare a Ravka. Malgrado la smania di rientrare nel proprio paese, non poteva
lasciare Matthias a marcire nell’Anticamera dell’Inferno.

Non sapeva cosa fare, ma la notizia che c’era una nuova Grisha Corporalki a Ketterdam era già circolata
in città. Gli uomini di Pekka Rollins la stavano aspettando al porto per offrirle un posto sicuro dove stare.
L’avevano portata al Palazzo di Smeraldo, dove Pekka in persona aveva insistito perché si unisse ai
Centesimi di Leone, offrendole un lavoro alla Bottega delle Dolcezze. Era stata lì lì per dire di sì, ridotta
com’era senza un soldo e terrorizzata dagli schiavisti che pattugliavano le strade. Ma quella notte, Inej si
era intrufolata nella sua stanza all’ultimo piano del Palazzo di Smeraldo con in mano una proposta di
lavoro da parte di Kaz Brekker.

Nina non era mai riuscita a capire come avesse fatto Inej ad arrampicarsi per sei piani di pietra, resi
scivolosi dalla pioggia, nel bel mezzo della notte, ma le condizioni degli Scarti erano di gran lunga più
favorevoli di quelle che le offrivano Pekka e i Centesimi di Leone. Era un contratto che di fatto avrebbe
potuto ripagare in un anno o due se fosse stata brava a gestire i propri soldi. E Kaz aveva mandato la
persona giusta a sostenere la sua causa: una ragazza Suli, più giovane di Nina solo di pochi mesi, che era
cresciuta a Ravka e che aveva passato un gran brutto anno vincolata per contratto al Serraglio.

«Che cosa mi dici di Per Haskell?» aveva chiesto Nina quella notte.

«Non molto» aveva ammesso Inej. «Non è né meglio né peggio della maggior parte dei capi del Barile.»

«E Kaz Brekker?»

«Un bugiardo, un ladro, senza un grammo di coscienza. Ma terrà fede a qualunque accordo prenderai con
lui.»

Nina aveva percepito della convinzione nella voce di Inej. «Ti ha liberata dal Serraglio?»

«Non c’è libertà nel Barile, solo condizioni migliori di altre. Le ragazze di Tante Heleen non guadagnano
niente per se stesse. Lei si accerta che non succeda. Lei...» A quel punto Inej si era interrotta
bruscamente, e Nina aveva sentito la rabbia scorrere potente dentro di lei. «Kaz ha convinto Per Haskell a
pagare per il mio riscatto. Sarei morta al Serraglio.»

«Potresti ancora morire, con gli Scarti.»

Gli occhi scuri di Inej avevano scintillato. «Potrei. Ma morirei in piedi con un pugnale in mano.»

La mattina successiva Inej aveva aiutato Nina a sgattaiolare fuori dal Palazzo di Smeraldo. Si erano
incontrate con Kaz Brekker, e nonostante i suoi modi algidi e quegli strani guanti di pelle, lei aveva
accettato di unirsi agli Scarti ed esercitare la professione presso la Rosa Bianca. Neanche due giorni dopo
una ragazza morì alla Bottega delle Dolcezze, strangolata nel suo letto da un cliente vestito da Signor
Cremisi che non fu mai individuato.

Nina si era fidata di Inej e non se ne era mai pentita, anche se in quel preciso momento era furibonda con
tutti. Vide un gruppo di Centesimi di Leone pungolare la lucertola del deserto con lunghe aste. Il mostro
sembrava soddisfatto del suo pasto; si concesse di tornare nel tunnel, spostando da una parte all’altra il
proprio corpo pesante con movimenti pigri e sinuosi.

La folla continuò a fischiare mentre le guardie entravano nell’arena per rimuovere i resti del prigioniero,
dalla cui carne martoriata si levavano ancora piccoli tentacoli di fumo.

«Di cosa si lamentano?» domandò Nina con rabbia. «Non è per questo che sono venuti qui?»
«Volevano un combattimento» disse Kaz. «Volevano che l’uomo durasse di più.»

«È disgustoso.»

Kaz si strinse nelle spalle. «L’unica cosa disgustosa di questa faccenda è che non ci ho pensato io per
primo.»

«Questi uomini non sono schiavi, Kaz. Sono prigionieri.»

«Sono assassini e stupratori.»

«E ladri e truffatori. La tua gente.»

«Nina, dolcezza, non sono costretti a combattere. Fanno la fila per averne la possibilità. In cambio
ottengono cibo migliore, celle private, alcol, jurda, rapporti sessuali con le ragazze dello Stave
dell’Ovest.»

Muzzen si scrocchiò le dita. «Meglio di quello che abbiamo alla Stecca.»

Nina guardò le persone urlare e gridare e gli strilloni raccogliere le scommesse tra gli spalti. I prigionieri
dell’Anticamera dell’Inferno potevano anche fare la fila per combattere, ma era Pekka Rollins a portare a
casa i soldi veri.

«Helvar non... Helvar non combatte nell’arena, vero?»

«Secondo te siamo qui per l’atmosfera?» disse Kaz.

Era oltre gli schiaffi. «Sei consapevole del fatto che potrei muovere le dita e fartela fare nei pantaloni?»

«Vacci piano, Spaccacuore. Mi piacciono questi pantaloni. E se ti metti a incasinarmi gli organi vitali,
Matthias Helvar non rivedrà mai più la luce del sole.»

Nina fece un sospiro e si risolse a non guardare in cagnesco nessuno.

«Nina» mormorò Inej.

«Non ti ci mettere anche tu.»

«Si risolverà tutto. Lascia che Kaz faccia quello che sa fare meglio.»

«È una persona orribile.»

«Ma efficiente. Essere arrabbiata con Kaz perché è spietato è come essere arrabbiata con il fornello
perché è caldo. Lo sai com’è fatto.»

Nina incrociò le braccia. «Ce l’ho anche con te.»

«Me? E perché?»

«Non lo so ancora. Ce l’ho e basta.»

Inej strinse rapidamente la mano di Nina, e dopo un momento lei ricambiò. Con la testa nel pallone,
sopportò fino in fondo il combattimento successivo, e poi quello dopo ancora. Disse a se stessa che era
pronta: a rivederlo, rivederlo qui in questo posto brutale. Dopo tutto, era una Grisha e un soldato del
Secondo Esercito. Aveva affrontato di peggio.

Ma quando Matthias emerse dalla bocca della caverna, seppe che non era vero niente. Nina lo riconobbe
immediatamente. Ogni notte dell’anno passato si era addormentata pensando al suo viso. Non poteva
sbagliarsi con quelle sopracciglia dorate e il taglio netto di quegli zigomi. Ma Kaz non aveva mentito:
Matthias era mutato. Il ragazzo che ricambiava lo sguardo della folla con occhi furiosi era uno straniero.

A Nina venne in mente la prima volta in cui lo aveva visto in un bosco Kaelish illuminato dalla luna. La sua
bellezza le era sembrata ingiusta. In un’altra vita, avrebbe potuto credere che lui era venuto a salvarla,
un cavaliere senza macchia e senza paura con i capelli d’oro e gli occhi dello stesso azzurro chiaro dei
ghiacciai nordici. Ma aveva capito come stavano le cose dal linguaggio che usava, e dal disgusto sulla sua
faccia ogni volta che i suoi occhi si depositavano su di lei. Matthias Helvar era un drüskelle, un cacciatore
di streghe Fjerdiano incaricato di stanare i Grisha per sottoporli a processo e poi giustiziarli, per quanto a
lei fosse sempre parso un Santo guerriero, miniato d’oro.

Ora appariva per quello che era veramente: un assassino. Il torso nudo sembrava intagliato nell’acciaio e,
anche se non era possibile, pareva più grande, come se la struttura del suo corpo fosse cambiata nel
profondo. Prima la sua pelle era color miele; ora, sotto la sporcizia, era bianca come la pancia dei pesci. E
i suoi capelli: aveva capelli bellissimi, folti e dorati, che lui portava lunghi alla maniera dei soldati
Fjerdiani. Ora, come gli altri prigionieri, aveva la testa rasata, probabilmente per evitare i pidocchi. La
guardia che se ne era occupata aveva fatto un disastro. Anche a distanza si vedevano i tagli e i graffi sul
cuoio capelluto, e piccole strisce di stoppa gialla nei punti in cui il rasoio non era passato. E
ciononostante, era ancora bellissimo.

Matthias guardò con aria truce la folla e diede alla ruota una spinta così forte che per poco non la staccò
dalla base.

Tic tic tic tic. Serpente. Tigre. Orso. Cinghiale. La ruota ticchettò allegramente, poi rallentò e finalmente
si fermò.

«No» disse Nina quando vide dove stava puntando l’ago.

«Poteva andargli peggio» replicò Muzzen. «Avrebbe potuto finire di nuovo sulla lucertolona.»

Lei arpionò il braccio di Kaz attraverso il mantello e sentì i suoi muscoli fremere. «Devi mettere fine a
questa cosa.»

«Mollami, Nina.» La sua voce, ruvida come la ghiaia, era bassa, ma lei ci sentì una minaccia reale.

Fece cadere la mano. «Per favore, tu non capisci. Lui...»

«Se sopravvive, porterò Matthias Helvar fuori da qui questa notte stessa, ma ora tocca a lui.»

Nina scrollò la testa per la frustrazione. «Non ci arrivi.»

La guardia tolse le manette a Matthias, e non appena le catene caddero nella sabbia saltò sulla scala a
pioli e chiese di essere messo in salvo. La folla urlò e pestò i piedi. Invece Matthias restò in silenzio,
anche quando si aprì il cancello, anche quando i lupi uscirono dal tunnel. Erano tre e ringhiavano, si
azzannavano e si rovinavano addosso l’un l’altro per raggiungerlo.

All’ultimo secondo Matthias si accovacciò, atterrando il primo lupo nella polvere, poi rotolò alla sua
destra per raccogliere il coltello insanguinato che il combattente precedente aveva lasciato nella sabbia.
Saltò in piedi, con la lama puntata davanti a sé, ma Nina poteva percepire la sua riluttanza. Aveva la testa
inclinata da un lato, e lo sguardo che i suoi occhi azzurri lanciavano era di supplica, come se stesse
cercando di coinvolgere i due animali che gli ruotavano intorno in qualche silenziosa trattativa. Di
qualunque preghiera si fosse trattato, rimase inascoltata. Il lupo sulla destra fece un balzo. Matthias si
accucciò e ruotò su se stesso, piantando il coltello nella pancia della belva, che emise un guaito
straziante. Matthias sembrò sussultare. Questo gli costò dei secondi preziosi. Il terzo lupo fu su di lui, e lo
scaraventò nella sabbia. Le zanne gli affondarono nella spalla. Matthias rotolò, portandosi dietro
l’animale. Le fauci scattavano su e giù, e Matthias le serrò tra le mani. Poi le spalancò a forza, i muscoli
delle braccia che si flettevano, la faccia stravolta dalla ferocia. Nina chiuse forte gli occhi. Ci fu un crac
terribile. La folla ruggì.

Matthias si inginocchiò sopra il lupo, che aveva le mascelle spezzate e giaceva a terra contorcendosi per il
dolore. Prese una pietra e la schiantò con violenza sul cranio del povero animale, che si immobilizzò. Le
spalle di Matthias crollarono. La gente ululava e pestava i piedi. Soltanto Nina sapeva cosa gli costava, lui
che era un drüskelle. I lupi erano sacri per il suo popolo, venivano allevati per combattere, come i loro
cavalli giganteschi. Erano amici e compagni, e combattevano fianco a fianco con i loro padroni drüskelle.

Il primo lupo si era ripreso e gli stava girando intorno. “Muoviti, Matthias” pensò lei disperatamente. Lui
si rimise in piedi, ma i suoi movimenti erano lenti, stanchi. Il suo cuore non era qui, in questo
combattimento. I suoi nemici erano i lupi grigi, vagabondi e selvaggi, e tuttavia cugini dei lupi bianchi del
Nord. Matthias non aveva in mano un coltello, solo la pietra insanguinata, e il lupo si aggirava nella zona
dell’arena che stava tra lui e il mucchio di armi.

La belva abbassò la testa e scoprì i denti.

Matthias si tuffò a sinistra. L’animale scattò, e gli affondò le zanne nel fianco. Lui grugnì, e colpì forte il
suolo. Per un momento, Nina pensò che avrebbe mollato e lasciato che il lupo si prendesse la sua vita. Poi
il ragazzo allungò un braccio e scavò con la mano dentro la sabbia, alla ricerca di qualcosa. Le dita
strinsero i ceppi che gli avevano bloccato i polsi.

Li afferrò, avvolse la catena attorno alla gola del lupo e tirò, le vene del collo tese come corde per lo
sforzo. La faccia imbrattata di sangue era schiacciata contro la gorgiera dell’animale, gli occhi erano
chiusi, le labbra si muovevano. Cosa stava dicendo? Una preghiera drüskelle? Un saluto di addio?

Le zampe posteriori del lupo raspavano la sabbia. Gli occhi roteavano, bianchi e spaventati spiccavano
luminosi sulla pelliccia arruffata. Un profondo guaito gli si levò dal petto. E poi fu tutto finito. Il corpo
della creatura si placò. Entrambi i combattenti giacevano immobili nella sabbia. Matthias tenne gli occhi
chiusi, la faccia ancora seppellita nella pelliccia dell’animale.

La folla tuonò il suo apprezzamento. La scala a pioli fu abbassata e il presentatore saltò giù, tirò in piedi
Matthias, gli afferrò il polso e gli sollevò la mano in segno di vittoria. Poi gli diede un colpetto con il
gomito, e il ragazzo alzò la testa. A Nina mancò il respiro.

La faccia sporca di Matthias era rigata dalle lacrime. La collera era sparita, ed era come se una qualche
specie di fiamma se ne fosse andata via con lei. Gli occhi color mare del Nord erano più freddi che mai,
vuoti e inespressivi, spogliati di qualunque traccia di umanità. Ecco quello che gli aveva fatto
l’Anticamera dell’Inferno. Ed era colpa di Nina.

Le guardie afferrarono Matthias e tolsero i ceppi dalla gola del lupo per chiuderli di nuovo ai suoi polsi.
Mentre veniva condotto via, la folla intonò un coro di protesta: «Ancora! Ancora!».

«Dove lo portano?» domandò Nina, la voce tremante.

«In una cella, a smaltire il combattimento» rispose Kaz.

«Chi gli controllerà le ferite?»

«Ci sono dei medici. Aspetteremo finché non saremo sicuri che sia da solo.»

“Io potrei curarlo” pensò Nina. Ma una voce si levò dentro di lei, cupa e beffarda. “Nemmeno tu puoi
essere così sciocca, Nina. Nessun Guaritore può curare quel ragazzo. Sei stata tu a fare in modo che fosse
così.”

I minuti se ne andavano in fumo e Nina non stava più nella pelle. Gli altri guardarono il combattimento
successivo: Muzzen avidamente, piegando le dita e facendo previsioni sul risultato, Inej ferma e silenziosa
come una statua, Kaz imperscrutabile come sempre, preso dalle sue trame dietro quell’orribile maschera.
Nina si rallentò il respiro, costrinse le proprie pulsazioni a scendere e cercò di calmarsi ma non poté fare
nulla per zittire il tumulto che aveva in petto.

Finalmente, Kaz le diede un colpetto con il gomito. «Pronta, Nina? Per primo il piantone.»

Lei lanciò un’occhiata alla guardia carceraria in piedi accanto all’arco.

«Quanto?» Era un modo di dire del Barile. Quanto male vuoi che gli faccia?

«Chiudigli gli occhi.» Fagli perdere conoscenza, ma non fargli veramente male.

Seguirono Kaz verso l’arco dal quale erano entrati. La folla non ci fece quasi caso, tutti gli occhi erano
concentrati sui combattimenti.

«Avete bisogno della vostra guida?» domandò il piantone quando si avvicinarono.

«Ho una domanda» disse Kaz. Sotto il mantello, Nina sollevò le mani per sentire il sangue che scorreva
nelle vene della guardia, il tessuto dei suoi polmoni. «Su tua madre, mi chiedevo se siano vere le voci che
girano.»

Nina sentì il battito cardiaco della guardia accelerare bruscamente e sospirò. «Mai farla facile, vero,
Kaz?»

La guardia fece un passo avanti, con la pistola alzata. «Che cosa hai detto? Io...» Le sue palpebre
crollarono, esauste. «Tu non...» Nina gli fece colare a picco la pressione, e lui cadde in avanti.

Muzzen lo afferrò prima che finisse a terra mentre Inej lo infilò sotto il mantello che era stato di Kaz fino
a qualche istante prima. Nina fu solo leggermente sorpresa di scoprire che Kaz indossava la divisa delle
guardie carcerarie.

«Non avresti potuto semplicemente chiedergli l’ora o qualcosa del genere?» disse Nina. «E dove ti sei
procurato quell’uniforme?»

Inej piazzò la maschera del Folle sul viso della guardia e Muzzen gli passò un braccio attorno alla vita,
tenendolo su come se quell’uomo avesse alzato un po’ troppo il gomito. Poi lo mollarono su una delle
panche appoggiate al muro.

Kaz si tirò su le maniche della divisa. «Nina, la gente ama fidarsi degli uomini vestiti bene. Possiedo
uniformi della stadwatch e della polizia portuale, e una livrea per ogni casa mercantile della Geldstraat.
Andiamo.»

Discesero la passerella.
Ma invece di rifare la strada per la quale erano venuti, girarono in senso antiorario attorno alla vecchia
torre, lasciandosi sulla sinistra il muro dell’arena che vibrava per le voci e per i piedi della folla.

I soldati di guardia agli archi li degnarono di poco più di uno sguardo ma qualcuno fece un cenno di
saluto a Kaz, che procedeva a passo spedito, la faccia seppellita nel colletto della divisa. Nina era
immersa così profondamente nei suoi pensieri che per poco non inciampò quando Kaz sollevò una mano
per indicare loro di rallentare. Avevano svoltato in un passaggio tra due archi e si trovavano al riparo di
una grossa ombra. Davanti a loro, un medico stava spuntando fuori da una cella accompagnato dalle
guardie, e una reggeva una lanterna. «Dormirà tutta la notte» disse il medico. «Assicuratevi che beva
qualcosa domani mattina e controllategli le pupille. Ho dovuto dargli un sonnifero potente.»

Appena gli uomini si mossero nella direzione opposta, Kaz fece cenno ai suoi di andare avanti. La porta
incastonata nella roccia era di ferro ed era dotata solo di una stretta fessura attraverso la quale venivano
passati i pasti al prigioniero. Kaz si chinò sulla serratura.

Nina fissò la porta. «Questo posto è incivile.»

«Quasi tutti i combattenti migliori dormono nella torre vecchia» replicò Kaz. «Li tengono lontani dagli
altri carcerati.»

Nina guardò a destra e a sinistra, dove la luce filtrava dagli ingressi dell’arena. In questi varchi c’erano
guardie in piedi, al momento distratte, ma bastava che una sola girasse la testa. Se fossero stati catturati
qui, i soldati si sarebbero presi la briga di affidarli alla stadwatch per il processo, o li avrebbero
semplicemente buttati nell’arena per farli divorare da una tigre?

“Magari qualcosa di meno dignitoso”pensò senza speranza. “Un branco di topi con la rabbia.”

A Kaz bastò il tempo di qualche battito per forzare la serratura. La porta si aprì con un cigolio e loro si
infilarono dentro.

La cella era al buio pesto. Dopo un breve istante, il freddo bagliore verde di un osso di luce ebbe un
guizzo di vita accanto a Nina. Inej reggeva in alto la piccola sfera di vetro. La sostanza al suo interno era
fatta dei corpi essiccati e frammentati dei pesci luminosi d’alto mare. Gli ossi di luce erano piuttosto
diffusi tra i furfanti del Barile che non volevano essere colti alla sprovvista in un vicolo scuro, ma non
potevano neanche ritrovarsi impacciati dal peso delle lanterne.

“Perlomeno è pulito” pensò Nina, appena i suoi occhi si abituarono all’oscurità. “Vuoto e gelido, ma non
sudicio.” Vide un giaciglio di coperte per cavalli e due secchi contro il muro, da uno dei quali sporgeva
uno straccio insanguinato.

Questo era quello per cui gli uomini dell’Anticamera dell’Inferno facevano a gara: una cella privata, una
coperta, acqua pulita, un secchio per gli escrementi.

Matthias dormiva con la schiena rivolta al muro. Anche nel bagliore fioco dell’osso di luce, lei poteva
vedere che il viso stava iniziando a gonfiarsi. Sulle ferite era stato spalmato qualche tipo di balsamo:
calendula. Riconobbe l’odore.

Nina si mosse verso di lui, ma Kaz la fermò mettendole una mano sul braccio. «Lascia che Inej valuti il
danno.»

«Io posso...» cominciò Nina.

«Mi serve che tu lavori su Muzzen.»

Inej lanciò a Kaz il bastone con la testa di corvo che doveva aver nascosto sotto il costume da Imperatore
Grigio e si curvò sopra il corpo di Matthias con l’osso di luce. Muzzen fece un passo avanti. Si tolse il
mantello, la camicia e la maschera da Folle. La testa era rasata, e indossava i pantaloni forniti dalla
prigione. Nina guardò Matthias e poi tornò a fissare Muzzen, e capì che cosa aveva in mente Kaz. I due
ragazzi erano più o meno alti e grossi uguali, ma la somiglianza finiva lì.

«Non puoi davvero pensare che Muzzen possa prendere il posto di Matthias.»

«Non è qui per la sua brillante conversazione» replicò Kaz. «Tu devi riprodurre le ferite di Helvar. Inej,
cosa abbiamo in repertorio?»

«Nocche ammaccate, denti scheggiati, due costole rotte» disse Inej. «La terza e la quarta a sinistra.»

«La sua sinistra o la tua?» domandò Kaz.

«La sua.»

«Non funzionerà» disse Nina in tono frustrato. «Io posso anche riprodurre i danni riportati dal corpo di
Helvar, ma non sono una Plasmaforme abbastanza abile da far assomigliare Muzzen a lui.»

«Tu fidati di me e basta, Nina.»

«Non mi fiderei di te neanche per farmi allacciare le scarpe perché mi ruberesti i lacci, Kaz.» Poi scrutò la
faccia di Muzzen. «Anche se lo gonfio, non passerà mai per Matthias.»

«Questa notte Matthias Helvar – o, piuttosto, il nostro caro Muzzen – contrarrà la febbre bubbonica, e in
particolare il ceppo portato dai lupi o dai cani. Domani mattina, quando le guardie lo troveranno così
ricoperto di pustole da essere irriconoscibile, sarà tenuto in quarantena per un mese per vedere se
sopravvive alla febbre e per evitare il contagio. Nel frattempo Matthias sarà con noi. Ci sei?»

«Vuoi che faccia in modo che Muzzen sembri malato di febbre bubbonica?»

«Sì, e fallo in fretta, Nina, perché nel giro di dieci minuti le cose si faranno movimentate, qua attorno.»

Nina lo fissò. Che cosa stava tramando Kaz? «Qualunque cosa gli farò, non durerà un mese. Non sono in
grado di provocargli una febbre permanente.»

«Il mio contatto in infermeria farà in modo che lui rimanga malato quanto basta. A noi serve soltanto che
superi la diagnosi. E ora mettiti al lavoro.»

Nina squadrò Muzzen in lungo e in largo. «Ti farà male proprio come se fossi stato tu a combattere» lo
avvisò.

Lui serrò i denti, preparandosi alla sofferenza. «Posso sopportarlo.»

Lei roteò gli occhi, poi sollevò le mani, concentrandosi. Con un gesto veloce della mano destra sopra
quella sinistra, spezzò le costole di Muzzen.

Lui si lasciò sfuggire un grugnito e si piegò in due.

«Bravo ragazzo» disse Kaz. «Incassa come un campione. Adesso le nocche, poi la faccia.»

Nina sparse lividi e tagli sulle nocche e sulle braccia di Muzzen, facendo combaciare le ferite con la
descrizione di Inej.

«Non ho mai visto la febbre bubbonica da vicino» disse Nina. Aveva dimestichezza solo con le illustrazioni
dei libri che si usavano a lezione di anatomia nel Piccolo Palazzo.

«Ritieniti fortunata» disse Kaz tristemente. «Datti una mossa.»

Si basò sui ricordi, gonfiando e spaccando la pelle sul viso e sul petto di Muzzen, finché le vesciche furono
così piene di pus e le piaghe così malandate che era diventato veramente irriconoscibile. L’omone
gemette.

«Perché hai acconsentito a farti fare tutto questo?» mormorò Nina.

La carne tumefatta sulla faccia di Muzzen tremolò, e Nina pensò che stesse provando a sorridere. «La
paga era buona» disse lui con voce roca.

Lei sospirò. Per quale altro motivo tutti accettavano di fare qualunque cosa nel Barile? «Buona
abbastanza da finire rinchiuso all’Anticamera dell’Inferno?»

Kaz picchiò il bastone sul pavimento della cella. «Smettila di creare problemi, Nina. Se Helvar collabora,
lui e Muzzen riavranno entrambi la propria libertà non appena il lavoro sarà finito.»

«E se non collabora?»

«In quel caso, Helvar torna dritto nella sua cella e Muzzen viene pagato comunque. E io gli offrirò la
colazione al Kooperom.»

«Posso avere le cialde?» biascicò Muzzen.

«Cialde per tutti. E whisky. Se questo colpo non va in porto, nessuno vorrà starmi attorno da sobrio. Hai
finito, Nina?»

Nina annuì, Inej prese il suo posto e bendò Muzzen come Matthias.

«Bene» disse Kaz. «Mettete Helvar in piedi.»

Nina si inginocchiò accanto a Matthias mentre Kaz era alle sue spalle con l’osso di luce. Anche nel sonno,
i lineamenti di Matthias erano agitati, le sopracciglia chiare aggrottate. Lei sfiorò con la mano la linea
ammaccata della mascella, resistendo alla tentazione di trattenerla lì.

«Lascia perdere la faccia, Nina. Dev’essere in grado di muoversi, non dev’essere bello. Dagli una
sistemata veloce, per ora devi solo permettergli di camminare. Non lo voglio vispo abbastanza da
tormentarci.»

Nina abbassò la coperta e si mise al lavoro. “È solo un corpo come un altro” disse a se stessa.

Riceveva di continuo chiamate di Kaz nel cuore della notte per guarire qualche Scarto ferito che lui non
voleva portare da medici veri: ragazze accoltellate, ragazzi con le gambe rotte o con i proiettili in corpo,
vittime di scontri con la stadwatch o con un’altra banda. “Fai finta che sia Muzzen” si disse. “Oppure
Bolliger il Grande o qualche altro idiota. Tu non conosci questo ragazzo.” Ed era così. Quello che
conosceva lei poteva essere l’impalcatura, ma sopra, nel frattempo, era stato costruito qualcosa di nuovo.

Gli toccò delicatamente la spalla. «Helvar» disse. Lui non si mosse. «Matthias.»

Le salì un groppo in gola, e sentì le lacrime premere per uscire. Stampò un bacio sulla sua tempia. Sapeva
che Kaz e gli altri la stavano osservando e che stava facendo la figura della scema, ma dopo così tanto
tempo lui era finalmente lì, di fronte a lei, e così malridotto. «Matthias» ripeté.

«Nina?» La voce era rude ma adorabile, così come se la ricordava.

«Oh, per tutti i Santi, Matthias» sussurrò lei. «Per favore, svegliati.»

Helvar aprì gli occhi, intontiti, dell’azzurro più chiaro che c’è. «Nina» disse piano. Passò le nocche sulla
guancia di lei; la mano ruvida circondò il suo viso a tentoni, con fare incredulo. «Nina?»

Gli occhi di lei si riempirono di lacrime. «Sssh, Matthias. Siamo qui per portarti via.»

Prima che potesse battere le ciglia, lui l’aveva presa per le spalle e l’aveva bloccata a terra.

«Nina» ringhiò.

Poi le serrò le mani sulla gola.


PARTE SECONDA

SERVA E MUSA
7

MATTHIAS
Matthias stava sognando di nuovo. Stava sognando lei.

In tutti i suoi sogni le dava la caccia, a volte nei verdi prati in fiore di primavera, ma di solito sulle distese
ghiacciate, schivando massi e crepacci con passo infallibile. La inseguiva sempre, e la catturava sempre.
Nei sogni belli, la sbatteva a terra e la strangolava, e con il cuore traboccante di vendetta guardava la vita
prosciugarsi nei suoi occhi: finalmente, finalmente. Nei sogni brutti, la baciava.

In questi sogni, lei non lottava. Rideva come se la caccia non fosse altro che un gioco, come se lei avesse
sempre saputo che lui l’avrebbe inseguita, come se l’avesse desiderato e come se non volesse stare in
nessun altro posto che sotto di lui. Lei era accogliente e perfettamente a proprio agio fra le sue braccia.
Lui la baciava, sprofondava il viso nell’incavo dolce del suo collo. I ricci di lei sfregavano contro le sue
guance, e lui sentiva che se solo avesse potuto stringerla a sé un po’ di più, ogni ferita, ogni sofferenza,
ogni bruttura si sarebbe dissolta.

«Matthias» sussurrava lei, il suo nome così soffice sulle sue labbra. Questi erano i sogni peggiori, e
quando si svegliava si ritrovava a odiare se stesso quasi quanto odiava lei. Sapere che poteva tradirsi e
tradire di nuovo il proprio paese persino nel sonno, sapere che – dopo tutto quello che Nina aveva fatto –
una parte di lui, disgustosa, moriva dalla voglia di lei... era troppo.

Questa notte si trattava di un brutto sogno, bruttissimo. Lei aveva un vestito di seta blu, di gran lunga più
lussuoso di qualunque altra cosa le avesse mai visto addosso; una specie di velo trasparente era
agganciato ai suoi capelli, e la luce dei lampioni vi si rifletteva come gocce di pioggia. Djel, profumava di
buono. L’umidità che sapeva di muschio c’era ancora, ma c’era anche il profumo. Nina amava il lusso e
questo era costoso: rose e qualcos’altro, qualcosa che il suo naso da poveraccio non sapeva riconoscere.
Lei premette le labbra soffici sulla sua tempia, e lui avrebbe giurato che stava piangendo.

«Matthias.»

«Nina» cercò di dire lui.

«Oh, per tutti i Santi, Matthias» sussurrò lei. «Per favore, svegliati.»

E a quel punto lui aprì gli occhi, e seppe che era impazzito perché lei era lì, nella sua cella, in ginocchio
accanto a lui, la mano delicatamente posata sul suo petto.

«Matthias, per favore.»

Il suono della voce di lei, che lo implorava. L’aveva sognato. A volte chiedeva pietà. A volte erano altre le
cose per cui lo supplicava.

Lui si tirò su e le toccò il viso: aveva la più morbida delle pelli. L’aveva presa in giro, per questo, in
un’occasione. Nessun vero soldato aveva una pelle come quella, le aveva detto – viziata e coccolata. Aveva
deriso il corpo rigoglioso di lei, imbarazzato dalle proprie reazioni. Circondò con la mano la curva calda
del suo profilo, sentì il tocco lieve dei capelli. Così piacevole. Così reale. Non era giusto. Poi si rese conto
del sangue incrostato sulle proprie mani. Il dolore lo investì di botto mentre tornava completamente
cosciente: le costole rotte, le nocche peste. Si era scheggiato un dente. Non sapeva bene quand’era
successo, ma a un certo punto si era tagliato la lingua passandocela sopra. In bocca aveva ancora il
sapore ramato del sangue. I lupi. Gli avevano fatto uccidere dei lupi.

Era sveglio.

«Nina?»

C’erano lacrime nei bellissimi occhi verdi di lei. La collera lo invase. Nina non aveva nessun diritto alle
lacrime, nessun diritto alla pietà.

«Sssh, Matthias. Siamo qui per portarti via.»

Che scherzo era quello? Quale nuova crudeltà? Aveva appena imparato a sopravvivere in questo luogo
mostruoso, e ora era apparsa lei a somministrargli nuove torture.

Si lanciò in avanti e la gettò a terra, le serrò le mani attorno alla gola e si mise a cavalcioni su di lei in
modo che le ginocchia le bloccassero le braccia sul pavimento.

Sapeva dannatamente bene che Nina con le mani libere era una creatura letale.

«Nina» disse a denti stretti. Lei strinse le mani. «Strega» sibilò lui, chino su di lei. Vide i suoi occhi
spalancarsi e il suo viso farsi sempre più rosso. «Supplicami» disse. «Supplicami di salvarti la vita.»

Sentì un clic, e una voce rauca ordinare: «Toglile le mani di dosso, Helvar».

Qualcuno alle sue spalle gli aveva puntato una pistola al collo. Matthias non lo degnò di un’occhiata.
«Avanti, sparami» disse. Affondò le dita ancora di più nella gola di Nina: niente glielo avrebbe tolto.
Niente.

Traditrice, strega, abominio. In lui affiorarono tutte queste parole, ma se ne aggiunsero anche altre:
bellissima, fata. Röed fetla, l’aveva soprannominata, e cioè cardellino, per il rosso dell’Ordine Grisha a cui
apparteneva. Il colore che lei amava. Premette ancora più forte, per mettere a tacere quel cedimento
della volontà.

«Se sei davvero uscito di testa, sarà molto più difficile del previsto» disse la voce rauca.

Sentì un fruscio, come se qualcuno, muovendosi, avesse spostato l’aria, poi un dolore straziante
attraversò la sua spalla sinistra. Era come se fosse stato colpito da un pugno minuscolo, ma tutto il
braccio gli divenne insensibile. Grugnì mentre cadeva in avanti, una mano ancora serrata attorno alla
gola di Nina. Sarebbe finito direttamente su di lei, se qualcuno non l’avesse strattonato indietro per il
collo della maglia.

Un ragazzo con la divisa delle guardie era in piedi di fronte a lui, gli occhi scuri scintillanti, una pistola in
mano, un bastone da passeggio nell’altra. L’impugnatura era intagliata in modo da sembrare una testa di
corvo, con un becco spietatamente appuntito.

«Datti una calmata, Helvar. Siamo qui per liberarti. Posso farti alla gamba quello che ti ho appena fatto al
braccio, e ti trasciniamo fuori da qui, oppure puoi andartene da uomo, in piedi.»

«Nessuno esce dall’Anticamera dell’Inferno» disse Matthias.

«Questa notte sì.»

Matthias si sporse in avanti, cercando di orientarsi, stringendosi il braccio paralizzato. «Non potete
portarmi a spasso fuori da qui» latrò. «Non ho intenzione di perdere i miei privilegi di lottatore per essere
portato fuori, Djel sa dove, da voi.»

«Sarai mascherato.»

«Se le guardie controllano...»

«Saranno troppo occupate per controllare» disse lo strano ragazzo pallido. E a quel punto partirono le
urla.

Matthias sobbalzò. Sentì il rombo dei passi provenire dall’arena, che salivano di intensità come un’onda
mentre la gente irrompeva nel corridoio davanti alla sua cella.

Udì le grida delle guardie, e poi il ruggito di un grosso felino, e il barrito di un elefante.

«Hai aperto le gabbie.» La voce di Nina era malferma per l’incredulità, per quanto chi poteva sapere
cos’era vero e cos’era finto con lei? Lui si rifiutò di guardare dalla sua parte. Se l’avesse fatto, avrebbe
perso ogni senso della realtà. Già così riusciva a stento a mantenere un minimo di lucidità

«Jesper doveva aspettare fino alla terza campana» disse il ragazzo pallido.

«È la terza campana, Kaz» replicò una ragazzina dai capelli neri e la tipica pelle bronzea dei Suli,
dall’angolo della stanza. Una figura ricoperta da pomfi e garze si appoggiava a lei.

«Da quando Jesper è puntuale?» si lamentò il ragazzo dando un’occhiata al proprio orologio. «In piedi,
Helvar.»

Gli offrì una mano guantata. Matthias la fissò. È un sogno. Il sogno più strano che abbia mai fatto, ma di
sicuro un sogno. O forse uccidere i lupi l’aveva alla fine portato alla pazzia definitiva. Questa notte aveva
assassinato la propria famiglia. Nessuna preghiera per le loro anime selvagge avrebbe aggiustato le cose.

Sollevò lo sguardo verso il demone pallido e le sue mani nei guanti neri. Kaz, l’aveva chiamato lei.
Avrebbe portato Matthias fuori da questo incubo o l’avrebbe trascinato in un altro tipo di inferno? Scegli,
Helvar.

Matthias strinse la mano del ragazzo. Se tutto questo era reale e non un’illusione, sarebbe sfuggito a
qualunque trappola queste creature avessero preparato. Sentì Nina liberare un lungo sospiro: era
sollevata? Esasperata? Lui scrollò la testa. Se la sarebbe vista con lei più tardi. La ragazzina di bronzo gli
avvolse velocemente le spalle con un mantello e gli piazzò sulla testa una brutta maschera con il naso a
becco.

Nel corridoio fuori dalla sua cella c’era la baraonda. Uomini e donne in costume premevano per cercare
di uscire dall’arena, urlando e spingendosi l’un l’altro. Le guardie avevano estratto le pistole, e si udivano
colpi di arma da fuoco. Lui si sentiva stordito, e il fianco gli faceva molto male. Il braccio sinistro era
ancora fuori uso.

Kaz indicò l’arco più a destra e a gesti spiegò che si sarebbero dovuti muovere controcorrente rispetto
alla folla, verso l’arena. Matthias non se ne curò. Quello che avrebbe fatto lui, piuttosto, sarebbe stato
immergersi nella calca, farsi strada su per la scalinata e calarsi dentro una barca. E poi? Non aveva
importanza. Non c’era tempo per stare a pianificare.

Entrò nell’orda in piena e fu trascinato indietro all’istante.

«Quelli come te non sono fatti per avere delle idee, Helvar» disse Kaz. «Quella rampa di scale conduce a
una strettoia. Pensi che le guardie non vorranno controllare sotto la maschera prima di farti passare?»

Matthias lo guardò torvo e seguì gli altri, la mano di Kaz sulla schiena. Se il corridoio era stato una
bolgia, l’arena era la follia. Matthias vide delle iene saltare e scavalcare gli spalti. Una si stava sfamando,
china su un corpo avvolto da un mantello color cremisi. Un elefante caricò il muro dell’arena, sollevando
una nuvola di polvere e barrendo per la frustrazione. Vide un orso bianco e uno dei grandi felini delle
Colonie del Sud accucciato sui cornicioni, con le zanne scoperte. Sapeva che c’erano anche dei serpenti
nelle gabbie. Poteva solo sperare che questo tizio di nome Jesper non fosse stato così incosciente da
liberare anche loro.

Si precipitarono sulla sabbia del ring dove Matthias negli ultimi sei mesi aveva combattuto per ottenere
dei privilegi, ma non appena imboccarono il tunnel la lucertola del deserto sfrecciò verso di loro, con le
fauci che sgocciolavano schiuma bianca e velenosa e la grossa coda che frustava il terreno. Matthias non
fece in tempo a pensare a come muoversi che la ragazza di bronzo aveva scavalcato la schiena della
bestia e l’aveva fatta fuori conficcandole due pugnali luminosi sotto la corazza. La lucertola emise un
lamento e crollò su un fianco. Matthias sentì una fitta di tristezza. Era una mostruosità, e non aveva mai
visto un lottatore sopravviverle, ma era anche una creatura vivente. “Non ho mai visto un lottatore
sopravviverle fino a ora” si corresse. “I pugnali della ragazza di bronzo sono degni di nota.”

Aveva dato per scontato che avrebbero attraversato l’arena e avrebbero risalito i gradini degli spalti per
evitare la fiumana di gente che ostruiva il passaggio, e con ogni probabilità avrebbero preso d’assalto le
scale e sperato di avere la meglio sulle guardie che li aspettavano in cima. E invece Kaz li condusse giù
per il tunnel dietro le gabbie. Queste erano vecchie celle che erano state ristrutturate per ospitare ogni
genere di bestia su cui i signori dello Spettacolo Infernale mettevano le mani di settimana in settimana:
animali da circo, bestiame malato se necessario, creature catturate nelle foreste e nelle campagne.
Mentre passavano di corsa accanto alle porte aperte, colse un paio di occhi gialli guardarlo in modo truce
dall’ombra, e poi fu già oltre. Maledisse il braccio paralizzato e il fatto di essere senza un’arma. Era
praticamente indifeso. Dove ci sta portando questo Kaz? Passarono dietro a un cinghiale che si stava
mangiando una guardia e a un leopardo che soffiò e sputò verso di loro ma non si avvicinò.

E poi, tra l’odore muschiato degli animali e il tanfo dei loro escrementi, Matthias udì il profumo forte e
pulito dell’acqua di mare. Sentì il fragore delle onde. Scivolò e scoprì che le pietre che aveva sotto i piedi
erano bagnate. Non gli era mai stato permesso di scendere così in profondità nel tunnel. Doveva portare
al mare. Qualunque cosa fosse quella che Nina e la sua gente avevano in mente, lo stavano davvero
strappando via alle viscere dell’Anticamera dell’Inferno.

Dentro la luce verde proiettata dalle sfere in mano a Kaz e alla ragazza di bronzo, Matthias scorse una
barchetta ormeggiata davanti a loro. Sembrava che ci fosse una guardia seduta all’interno, ma quella
sagoma alzò una mano e fece loro cenno di avvicinarsi.

«Eri in anticipo, Jesper» disse Kaz mentre spingeva Matthias verso la barca.

«Ero in orario.»

«Nel tuo caso, si chiama anticipo. La prossima volta che ti viene in mente di sorprendermi, avvisami.»

«Gli animali sono in giro e ti ho recuperato una barca. È uno di quei casi in cui un grazie sarebbe
opportuno.»

«Grazie, Jesper» disse Nina.

«Ma non c’è di che, bellezza. Visto, Kaz? Ecco come si comporta la gente civile.»

Matthias stava prestando ascolto solo in parte. Le dita della mano sinistra avevano preso a formicolare e
la sensibilità stava tornando. Non poteva lottare contro tutti, non nel suo stato e non quando loro erano
armati. Però Kaz e il ragazzo dentro la barca, Jesper, sembravano gli unici con la pistola. Sgancia la cima,
disarma Jesper. Avrebbe avuto un’arma e il controllo della barca. “E Nina ti fermerà il cuore prima che tu
abbia toccato i remi” ricordò a se stesso. Allora spara a lei per prima. Pianta un proiettile nel suo, di
cuore. Resisti abbastanza a lungo da vederla crollare a terra e poi falla finita con questo posto. Poteva
farcela. Sapeva che poteva farcela. Tutto quello di cui aveva bisogno era un diversivo.

La ragazza di bronzo era in piedi giusto alla sua destra. Gli arrivava a malapena alla spalla. Pur essendo
ferito, avrebbe potuto buttarla in acqua senza perdere l’equilibrio e senza arrecarle nessun vero danno.

Fai cadere la ragazza. Libera la barca. Neutralizza l’uomo armato. Uccidi Nina. Uccidi Nina. Uccidi Nina.
Trasse un respiro profondo e con tutto il peso si buttò addosso alla ragazza di bronzo.

Lei fece un passo di lato come se avesse previsto la sua mossa, e con un gesto lento e languido agganciò il
tallone dietro alla sua caviglia.

Matthias emise un sonoro grugnito mentre rovinava a terra sulle pietre.

«Matthias...» disse Nina, avanzando di un passo. Lui scattò indietro, e per poco non si buttò nell’acqua.
Se lei avesse posato le mani su di lui un’altra volta, Matthias avrebbe perso la testa. Nina si arrestò,
offesa, e il dolore che le si dipinse in volto era inequivocabile. Non ne aveva il diritto.

«Un po’ goffo, il tipo» disse, impassibile, la ragazza di bronzo.

«Mettilo a nanna, Nina» ordinò Kaz.

«No» protestò Matthias, e il panico si impossessò di lui.

«Sei così scemo da ribaltare la barca.»

«Stai lontana da me, strega» ringhiò Matthias alla volta di Nina.

Lei gli rivolse un veloce cenno del capo. «Con piacere.»

Alzò le mani, e Matthias sentì le palpebre farsi pesanti mentre lei lo spediva nel mondo dell’incoscienza.
«Ti uccido» biascicò lui.

«Dormi bene.» La voce di Nina era un lupo, e gli stava alle calcagna. Lo inseguì fin nell’oscurità.

In una stanza senza finestre, drappeggiata di nero e rosso cremisi, Matthias ascoltava in silenzio le strane
parole che uscivano dalla bocca del bizzarro ragazzo pallido. Sapeva com’erano fatti i mostri, e una sola
occhiata a Kaz Brekker gli aveva rivelato che era una creatura che aveva passato troppo tempo al buio, e
quando era riemerso alla luce si era portato con sé qualcosa di oscuro. Matthias riusciva a percepirlo.
Sapeva che gli altri si prendevano gioco della superstizione Fjerdiana, ma lui si fidava della propria
pancia. Perlomeno, l’aveva fatto fino a Nina. Una delle conseguenze peggiori del suo tradimento era stato
il modo in cui si era visto costretto a dubitare di se stesso. Nell’Anticamera dell’Inferno, dove l’istinto era
tutto, il dubbio lo aveva quasi distrutto.

Matthias aveva sentito parlare di Brekker in prigione, e aveva udito quali parole venivano associate al suo
nome: genio del crimine, senza pietà, senza morale. Lo chiamavano Manisporche perché non c’era
peccato che non avrebbe commesso per la giusta ricompensa. E ora questo demone parlava di introdursi
nella Corte di Ghiaccio, di indurre Matthias a tradire. “Di nuovo” si corresse Matthias. “A tradire di
nuovo.”

Teneva gli occhi fissi su Brekker. Era acutamente consapevole del fatto che Nina lo stava osservando
dall’altra parte della stanza. Riusciva ancora a percepire il suo profumo di rosa nel naso e persino in
bocca; l’intensa fragranza fiorita persisteva sulla sua lingua, come se la stesse assaporando.

Matthias si era svegliato legato a una sedia in quella che sembrava una bisca clandestina. Nina doveva
averlo ridestato dallo stato di incoscienza in cui l’aveva spedito. Lei era lì, a fianco della ragazza di
bronzo. Jesper, il tizio longilineo della barca, era seduto in un angolo con le ginocchia ossute al petto, e un
ragazzo dai riccioli rossi e oro scarabocchiava su un foglio davanti a un tavolo rotondo fatto per giocare a
carte, e ogni tanto si masticava un pollice. Il tavolo era coperto da una tovaglia cremisi con disegnata
sopra una serie di corvi che si ripeteva, e una ruota, simile a quella usata nell’arena dello Spettacolo
Infernale ma con bersagli diversi, era stata piazzata contro un muro laccato di nero. Matthias aveva la
sensazione che qualcuno – probabilmente Nina – si fosse occupato delle sue ferite mentre era incosciente.
Il pensiero lo faceva stare male. Meglio un onesto dolore della corruzione Grisha.

Poi Brekker aveva cominciato a parlare: di una droga chiamata jurda parem, di una ricompensa così alta
da non essere credibile, e dell’idea assurda di provare a fare irruzione nella Corte di Ghiaccio. A Matthias
non era chiaro se tutto ciò fosse realtà o finzione, ma poco importava. Quando Brekker ebbe finalmente
terminato, rispose semplicemente: «No».
«Credimi, Helvar, se te lo dico: so bene che essere messi fuori gioco e risvegliarsi in un ambiente
sconosciuto non è il modo più amichevole per iniziare una collaborazione, ma tu non ci hai dato molte
altre opzioni, per cui cerca di tenere la mente aperta a diverse possibilità.»

«Potresti anche chiedermelo in ginocchio, e la mia risposta sarebbe la stessa.»

«Tu ti rendi conto, vero, che posso farti tornare all’Anticamera dell’Inferno nel giro di qualche ora? Una
volta che il povero Muzzen sarà arrivato in infermeria, scambiarvi è un attimo.»

«Fallo. Non vedo l’ora di raccontare al direttore del carcere il tuo ridicolo piano.»

«Cosa ti fa credere che torneresti indietro insieme alla tua lingua?»

«Kaz...» protestò Nina.

«Fai quello che vuoi» disse Matthias. Lui non avrebbe tradito un’altra volta il proprio paese.

«Te l’avevo detto» commentò Nina.

«Non fingere di conoscermi, strega» ringhiò lui, gli occhi fissi su Brekker. Non l’avrebbe degnata di uno
sguardo. Si rifiutava di farlo.

Jesper uscì dall’angolo. Ora che erano fuori dalle tenebre dell’Anticamera dell’Inferno, Matthias poteva
vedere che aveva la pelle scurissima degli Zemeni e due occhi verdi che non c’entravano niente. Aveva la
corporatura di una cicogna. «Senza di lui, non se ne fa niente» disse Jesper. «Non possiamo penetrare
nella Corte di Ghiaccio alla cieca.»

Matthias voleva mettersi a ridere. «Non potete penetrare nella Corte di Ghiaccio punto e basta.» Non era
un edificio come gli altri. Era un’antica fortezza Fjerdiana a più livelli, la dimora di una successione
ininterrotta di re e regine, il deposito dei loro più grandi tesori e delle loro reliquie religiose più sacre.
Era impenetrabile.

«Veniamo a noi, Helvar» disse il demone. «C’è sicuramente qualcosa che vuoi. La causa è abbastanza
nobile per un fanatico come te. A Fjerda credono di aver catturato il drago per la coda, ma non saranno in
grado di controllarlo. Una volta che Bo Yul-Bayur avrà replicato la formula, la jurda parem invaderà il
mercato, ed è solo questione di tempo prima che anche altri comincino a produrla.»

«Non succederà mai. Yul-Bayur sarà sottoposto a giudizio, e se sarà giudicato colpevole verrà condannato
a morte.»

«Colpevole di cosa?» chiese Nina a voce bassa.

«Di crimini contro le persone.»

«Quali persone?»

Matthias sentì la rabbia trattenuta a stento nella voce di lei. «Persone normali» rispose. «Persone che
vivono in armonia con le leggi di questo mondo invece di piegarle per i propri tornaconti.»

Nina emise una specie di verso esasperato. Gli altri, semplicemente divertiti, fecero un sorrisetto al
povero e ingenuo Fjerdiano. Brum aveva avvisato Matthias che il mondo era pieno di bugiardi, depravati,
barbari senza fede. E sembrava si fossero concentrati in questa stanza.

«Sei poco lungimirante, Helvar» disse Brekker. «Altri potrebbero arrivare a Yul-Bayur per primi. Gli Shu.
Magari i Ravkiani. Ciascuno con propri fini. Le guerre di confine e le vecchie rivalità ai Kerch non
interessano. Al Consiglio dei Mercanti importa solo del commercio, e loro vogliono fare in modo che la
jurda parem rimanga una diceria e niente di più.»

«Quindi guidare dei criminali fin nel cuore di Fjerda per rapire un prigioniero importante sarebbe un
gesto patriottico?» domandò Matthias sprezzante.

«Ho come il sospetto che neanche la promessa di quattro milioni di kruge ti smuova.»

Matthias sputò per terra. «Puoi tenerteli. Fino a strozzarti.» Poi un pensiero gli attraversò la mente: un
pensiero spregevole, inumano, ma era l’unica cosa che gli avrebbe permesso di tornare all’Anticamera
dell’Inferno con la pace nel cuore, anche se non avesse più avuto la lingua in bocca. Si inclinò all’indietro
fin dove arrivavano le corde e concentrò tutta l’attenzione su Brekker. «Ti propongo un patto.»

«Sono tutto orecchie.»

«Non verrò con voi, ma vi darò una mappa della Corte. Dovrebbe permettervi di superare almeno il primo
posto di blocco.»
«E cosa mi costerà questa preziosa informazione?»

«Non voglio i tuoi soldi. Ti darò la mappa gratis.» Dire quelle parole lo fece vergognare, ma le disse
comunque: «Se mi lasci uccidere Nina Zenik».

La piccola ragazza di bronzo emise un verso di disgusto, il suo disprezzo per lui era evidente, e il ragazzo
al tavolo smise di scarabocchiare, a bocca aperta. Kaz, invece, non sembrava sorpreso. Semmai,
compiaciuto. Matthias aveva la spiacevole sensazione che il demone avesse sempre saputo come sarebbe
andata a finire.

«Ti darò di meglio» gli disse.

Cosa ci poteva essere di meglio della vendetta? «Non voglio nient’altro.»

«Posso farti tornare a essere un drüskelle.»

«Sei uno stregone, quindi? Uno spirito wej che esaudisce i desideri? Sono superstizioso, non stupido.»

«Mah, sai com’è, potresti essere entrambi, ma non è questo il punto.» Kaz infilò una mano nella sua
giacca scura. «Ecco qua» disse, e diede un pezzo di carta alla ragazza di bronzo. Un altro demone: si
muoveva in modo impercettibile, come se fosse scivolato giù in questo mondo da quell’altro e nessuno
avesse avuto il buon senso di rimandarlo indietro. Il demone gli mise il pezzo di carta davanti al viso per
permettergli di leggere. Il documento era scritto in Kerch e Fjerdiano. Non sapeva leggere il Kerch – in
prigione aveva solo imparato qualche parola – ma il Fjerdiano era piuttosto chiaro, e mentre gli occhi
scorrevano il foglio, il cuore iniziò ad accelerargli.

Alla luce delle nuove prove, vengono revocate tutte le accuse relative al traffico di schiavi a carico di Matthias
Benedik Helvar. Il suddetto verrà rilasciato nella giornata odierna, _______________, con le scuse della corte, e con
grande sollecito si provvederà a trasferirlo in patria o presso qualsivoglia destinazione a sua scelta. Le scuse più
sincere di questo tribunale e del governo di Kerch.

«Quali nuove prove?»

Kaz si appoggiò allo schienale della sedia. «Sembra che Nina Zenik abbia ritrattato le sue dichiarazioni.
Dovrà affrontare un processo per falsa testimonianza.»

Ora sì che Matthias la guardò; non riuscì a trattenersi. Sulla sua gola graziosa erano rimasti dei lividi. Se
ne rallegrò con se stesso.

«Falsa testimonianza? Quanto ti toccherà scontare, Zenik?»

«Due mesi» rispose lei a bassa voce.

«Due mesi?» Ora sì che scoppiò a ridere, forte e a lungo. Il suo corpo si contorse, come se un veleno gli
facesse contrarre i muscoli.

Gli altri lo guardarono con interesse.

«Ma quant’è fuori di testa?» domandò Jesper, con le dita che tamburellavano sul calcio di perla delle
rivoltelle.

Brekker fece spallucce. «Non lo definirei un tipo affidabile, ma è tutto quello che abbiamo.»

Due mesi. Probabilmente in qualche prigione confortevole dove avrebbe sedotto tutte le guardie per farsi
portare del pane fresco e sprimacciare i cuscini ogni mattina. O forse li avrebbe semplicemente convinti a
tramutare la pena in una multa che i suoi ricchi custodi Grisha di Ravka avrebbero liquidato per lei.

«Non puoi fidarti di Nina, lo sai» disse a Brekker. «Quali che siano i segreti che speri di estorcere a Bo
Yul-Bayur, lei li rivelerà a Ravka.»

«Lascia che sia io a preoccuparmene, Helvar. Tu fai la tua parte, e i segreti di Yul-Bayur, così come la
jurda parem, saranno nelle mani delle persone più adatte a fare in modo che rimangano chiacchiere.»

Due mesi. Nina avrebbe scontato la sua pena e avrebbe fatto ritorno a Ravka con quattro milioni di kruge
in più, per non dargli mai più nessun altro pensiero. Ma se la grazia non era fasulla, anche lui avrebbe
potuto tornare a casa.

Casa. Aveva fantasticato di scappare dall’Anticamera dell’Inferno tantissime volte, ma non si era mai
dedicato veramente a un piano di fuga. Che vita lo avrebbe aspettato là fuori, con sulla testa l’accusa di
essere uno schiavista? Non avrebbe mai potuto tornare a Fjerda. Se anche avesse sopportato il disonore,
avrebbe vissuto ogni giorno della sua vita da ricercato del governo di Kerch, un uomo segnato. Avrebbe
potuto sbarcare il lunario a Novyi Zem, ma avrebbe avuto senso?
La grazia era tutta un’altra cosa. Se quel demone di Brekker diceva la verità, Matthias sarebbe tornato a
casa. Il desiderio gli si aggrovigliò nel petto: sentir parlare la sua lingua, rivedere gli amici, riassaporare
la semla ripiena di pasta alle mandorle, affrontare il morso del vento del Nord che arrivava ruggendo sul
ghiaccio. Tornare a casa ed essere accolto senza il peso del disonore. Con il suo nome ripulito, poteva
tornare alla sua vita di drüskelle. E il prezzo sarebbe stato il tradimento.

«E se Bo Yul-Bayur fosse morto?» domandò a Brekker.

«Van Eck insiste a dire che non lo sia.»

Ma come faceva il mercante di cui parlava Kaz a comprendere appieno gli usi e i costumi Fjerdiani? Se
non c’era ancora stato un processo, ci sarebbe stato, e Matthias non aveva difficoltà a prevedere il
verdetto. Il suo popolo non avrebbe mai concesso la libertà a un uomo in possesso di informazioni così
spaventose.

«Ma se lo fosse, Brekker?»

«Avrai comunque la tua grazia.»

Anche se il loro bersaglio era già in procinto di passare a miglior vita, Matthias avrebbe avuto indietro la
propria libertà. A quale prezzo, però? Aveva già commesso degli errori in precedenza. Era stato tanto
pazzo da fidarsi di Nina. Era stato debole, e si sarebbe portato dietro quella vergogna per il resto della
vita. Ma aveva già pagato per la sua stupidità con il sangue, lo squallore e il tanfo dell’Anticamera
dell’Inferno. E i suoi peccati erano stati veniali, le azioni di un ragazzotto ingenuo. Questo era molto
peggio. Rivelare i segreti della Corte di Ghiaccio, rivedere la terra natia sapendo che ogni passo sarebbe
stato un atto di tradimento: poteva fare una cosa del genere?

Brum gli avrebbe riso in faccia, avrebbe ridotto la grazia in coriandoli. Ma Kaz Brekker era sveglio. Era
pieno di risorse. Che cosa sarebbe successo se Matthias avesse detto di no e contro ogni previsione
Brekker e la sua squadra fossero comunque riusciti a penetrare nella Corte di Ghiaccio e rapire lo
scienziato Shu? Oppure se Brekker avesse avuto ragione e un altro paese fosse arrivato per primo?
Sembrava che la parem desse troppa dipendenza per essere utile ai Grisha, ma cosa sarebbe successo se
la formula fosse finita nelle mani dei Ravkiani, e loro fossero riusciti in qualche modo a modificarla? E se
avessero reso i Grisha di Ravka, il loro Secondo Esercito, ancora più forte? Se avesse partecipato alla
missione, lui avrebbe potuto assicurarsi che Bo Yul-Bayur non respirasse più una volta fuori dalle mura
della Corte di Ghiaccio, o avrebbe potuto allestire un incidente di qualche tipo nel viaggio di ritorno a
Kerch.

Prima di Nina, prima dell’Anticamera dell’Inferno, non l’avrebbe mai preso in considerazione. Ora si
scopriva in grado di stipulare un accordo del genere con se stesso. Si sarebbe aggregato alla squadra dei
demoni, avrebbe ottenuto la grazia, e quando fosse stato di nuovo un drüskelle, Nina Zenik sarebbe stata
il suo primo obiettivo. Le avrebbe dato la caccia a Kerch, a Ravka, in qualunque buco e in qualunque
angolo del mondo lei avesse pensato di trovarsi al sicuro. L’avrebbe stanata e gliel’avrebbe fatta pagare in
ogni modo possibile. Darle subito la morte sarebbe stato un gesto troppo clemente. L’avrebbe gettata
nella cella più orribile della Corte di Ghiaccio, dove non si sarebbe scaldata mai più. L’avrebbe trattata
come un giocattolo, così come aveva fatto lei con lui. Le avrebbe promesso la salvezza e poi gliel’avrebbe
negata. Le avrebbe donato affetto e piccole gentilezze e poi gliele avrebbe strappate via. Avrebbe
conservato ogni lacrima che lei avesse versato e l’avrebbe assaporata con la lingua, sostituendo il suo
dolce profumo fiorato con il sale del dolore.

E tuttavia, le parole suonarono amare in bocca a Matthias quando disse: «Ci sto».

Brekker fece l’occhiolino a Nina, e Matthias avrebbe voluto rompergli tutti i denti.

Quando avrò dato alla vita di Nina una bella fetta di miseria, passerò a te. Aveva cacciato le streghe;
quanto diverso poteva mai essere uccidere un demone?

La ragazza di bronzo ripiegò il documento e lo consegnò a Brekker, che lo fece scivolare in un taschino sul
petto. Matthias si sentì come se stesse guardando un vecchio amico, uno che non aveva più sperato di
rivedere, sparire nella folla e lui non riuscisse a chiamarlo a gran voce.

«Stiamo per slegarti» disse Brekker. «Spero che la prigione non ti abbia privato di tutte le buone maniere
e del buon senso.»

Matthias annuì, e la ragazza di bronzo prese un coltello per recidere le corde che lo legavano. «Immagino
tu conosca già Nina» continuò Brekker. «L’adorabile ragazza che ti sta liberando è Inej, la nostra ladra di
segreti e la migliore sul mercato. Jesper Fahey è il nostro tiratore scelto, con sangue Zemeni nelle vene
ma non prendertela con lui per questo, e questo è Wylan, il miglior esperto di demolizioni del Barile.»

«Raske è più bravo» disse Inej.


Il ragazzo sollevò lo sguardo, con i capelli rosso oro che gli caddero sugli occhi, e parlò per la prima volta.
«Non è più bravo. È incosciente.»

«Sa il fatto suo.»

«Anch’io.»

«Poco» disse Jesper.

«Wylan è nuovo sulla scena» ammise Brekker.

«Per forza è nuovo, sembra che abbia dodici anni» ribatté Matthias.

«Ne ho sedici» disse Wylan con fare scontroso.

Matthias ne dubitava. Al massimo quindici. Il ragazzo pareva non avere ancora cominciato a radersi.
Infatti, con i suoi diciott’anni, Matthias aveva il sospetto di essere il più vecchio del gruppo. Gli occhi di
Brekker erano antichi, ma non poteva essere più grande di lui.

Per la prima volta, Matthias guardò veramente le persone che gli stavano attorno. Che razza di squadra è
questa per una missione così rischiosa?

Il tradimento non sarebbe più stato un problema se fossero tutti morti. E solo lui sapeva esattamente
quanto infida avrebbe potuto dimostrarsi quest’impresa.

«Dovremmo usare Raske» disse Jesper. «È bravo sotto pressione.»

«Questa cosa non mi piace» concordò Inej.

«Non ho chiesto la vostra opinione» disse Kaz. «In più, Wylan non è solo bravo a far saltare le cose. È la
nostra assicurazione.»

«Da che cosa?» chiese Nina.

«Vi presento Wylan Van Eck» replicò Kaz Brekker mentre le guance del ragazzino si facevano di fuoco. «Il
figlio di Jan Van Eck, nonché la nostra garanzia su trenta milioni di kruge.»
8

JESPER
Jesper fissò Wylan. «Ma certo, sei il figlio di un Consigliere.» Scoppiò a ridere. «Questo spiega tutto.»

Si rendeva conto che avrebbe dovuto avercela con Kaz per averli tenuti all’oscuro di un altro
fondamentale tassello d’informazione, ma in quel preciso momento si stava proprio godendo la scena
della rivelazione dell’identità di Wylan Van Eck, che si aggirava sbandando per la stanza come un puledro
scontroso che scalcia la polvere.

Wylan era rosso in viso e mortificato. Nina sembrava scioccata e infastidita. Il Fjerdiano pareva
semplicemente confuso. Kaz appariva totalmente compiaciuto di se stesso. E, ovviamente, Inej neanche
lontanamente sorpresa. Lei raccoglieva i segreti di Kaz e li conservava. Jesper tentò di ignorare la fitta di
gelosia che provò a quel pensiero.

La bocca di Wylan si aprì e chiuse, la gola andò su e giù. «Lo sapevi?» domandò avvilito.

Kaz si appoggiò allo schienale della sedia, con un ginocchio piegato e la gamba malandata distesa davanti
a sé. «Perché credi che ti tenga qua attorno?»

«Perché sono bravo a demolire.»

«Sei passabile a demolire. Ma come ostaggio sei una bomba.»

Era crudele, ma Kaz era fatto così. E il Barile era un maestro molto più brutale di quel che Kaz avrebbe
mai potuto essere. Perlomeno questo spiegava perché Kaz si stesse coccolando Wylan e gli stesse
passando dei colpi.

«Chissenefrega» disse Jesper. «Dovremmo comunque prendere Raske e lasciare questo cucciolo di
mercante sottochiave a Ketterdam.

«Non mi fido di Raske.»

«E ti fidi di Wylan Van Eck?» chiese Jesper in tono incredulo.

«Wylan non conosce abbastanza gente per poterci creare dei veri problemi.»

«Posso dire la mia?» si lamentò Wylan. «Visto che sono seduto qui?»

Kaz sollevò un sopracciglio. «Ti hanno mai svuotato le tasche, Wylan?»

«Io... non che io sappia.»

«Aggredito in un vicolo?»

«No.»

«Tenuto sospeso giù da un ponte con la testa nel canale?»

Wylan sbatté le palpebre. «No, ma...»

«Mai stato pestato fino a non poter camminare?»

«No.»

«E come mai, secondo te?»

«Io...»

«Sono tre mesi che hai lasciato il palazzo di papino sulla Geldstraat. Come ti spieghi che il tuo soggiorno
nel Barile sia stato così benedetto?»

«Fortuna, forse?» suggerì Wylan in maniera poco convinta.

Jesper sbuffò. «Si chiama Kaz la tua fortuna, mercantuccio. Ti ha messo sotto la protezione degli Scarti:
anche se sei così inutile che finora nessuno era riuscito a spiegarsi il perché.»

«Lasciava perplessi» ammise Nina.

«Kaz ha sempre i suoi motivi» mormorò Inej.


«Perché sei scappato dalla casa di tuo padre?» domandò Jesper.

«Era tempo» disse Wylan in modo fermo.

«Idealista? Romantico? Rivoluzionario?»

«Idiota?» suggerì Nina. «Nessuno sceglie di vivere nel Barile se ha un’altra opzione.»

«Non sono inutile» disse Wylan.

«Raske è il migliore a demolire...» iniziò Inej.

«Sono stato alla Corte di Ghiaccio. Con mio padre. Siamo andati a una cena dell’ambasciata. Posso darvi
una mano con la mappa.»

«Visto? Ha delle qualità nascoste.» Le mani guantate di Kaz tamburellarono sulla testa di corvo del
bastone. «E non voglio che la nostra unica leva su Van Eck se ne stia al fresco a Ketterdam mentre noi ci
dirigiamo a nord. Wylan viene con noi. È bravo a sufficienza con le esplosioni e se la cava con gli schizzi,
grazie a tutti quei precettori cari come il fuoco.»

Wylan arrossì ancora di più, e Jesper scrollò la testa. «Suoni anche il piano?»

«Il flauto» disse Wylan sulla difensiva.

«Perfetto.»

«E dal momento che Wylan ha visto la Corte di Ghiaccio con i suoi occhi» continuò Kaz, «ti darà una mano
a essere sincero, Helvar.»

Il Fjerdiano lo guardò storto, e Wylan sembrò sen tirsi male.

«Non preoccuparti» disse Nina. «Gli sguardi in cagnesco non sono letali.»

Jesper fece caso al modo in cui le spalle di Matthias si sollevavano ogni volta che Nina apriva bocca. Non
aveva idea di quale storia ci fosse tra i due, ma si sarebbero probabilmente ammazzati a vicenda prima
ancora di arrivare a Fjerda.

Jesper si massaggiò gli occhi. Era in debito di sonno ed esausto dopo l’adrenalina dell’evasione, e ora
aveva la testa in subbuglio al pensiero dei trenta milioni di kruge. Anche dopo che Per Haskell avesse
avuto il suo venti per cento, sarebbero rimasti quattro milioni a testa. Cosa poteva farci con un mucchio
di soldi simile? Jesper poteva sentire suo padre dirgli: “Cacciati in un sacco di merda grosso il doppio”.
Santi numi, quanto gli mancava.

Kaz picchiò il bastone sul pavimento di legno lucido.

«Tira fuori una penna e un pezzo di carta, Wylan. Mettiamo Helvar al lavoro.»

Wylan infilò la mano nella borsa a tracolla ai suoi piedi ed estrasse un sottile rotolo di carta da macellaio,
e a seguire un astuccio di metallo che custodiva un set di pennini e boccette di inchiostro dall’aspetto
estremamente costoso.

«Ma che bello» commentò Jesper. «Un pennino per ogni occasione.»

«Inizia a vuotare il sacco» disse Kaz al Fjerdiano. «È ora di pagare l’affitto.»

Matthias puntò uno sguardo furioso su Kaz. Proprio uno sguardo in cagnesco. Era quasi divertente
contrapposto a quello da squalo di Kaz.

Alla fine fu il Fjerdiano ad abbassare gli occhi, poi fece un bel respiro e disse: «La Corte di Ghiaccio si
trova su una scogliera che affaccia sul porto di Djerholm. È stata costruita in cerchi concentrici, come gli
anelli di un albero». Parlava lentamente, come se ogni parola gli costasse sofferenza. «Per prime ci sono
le mura ad anello, poi c’è il cerchio esterno, che è diviso in tre settori. Al di là c’è il fossato di ghiaccio,
poi al centro di tutto quanto c’è l’Isola Bianca.»

Wylan si mise a disegnare. Jesper sbirciò da sopra la sua spalla. «Non sembra un albero, sembra una
torta.»

«In effetti, è più o meno una torta» disse Wylan sulla difensiva. «È tutto costruito su un’altura.»

Kaz fece cenno a Matthias di proseguire.

«Le pareti della scogliera non si possono scalare, e la strada verso nord è l’unica via per andare e venire.
Bisogna attraversare un posto di blocco armato prima di raggiungere le mura ad anello.»
«Due posti di blocco» lo interruppe Wylan. «Quando ci sono stato io, erano due.»

«Ed eccole qua» disse Kaz a Jesper. «Competenze preziose. Wylan ti tiene d’occhio, Helvar.»

«Perché due posti di blocco?» chiese Inej.

Matthias fissò le assi in noce scura del pavimento e disse: «È difficile riuscire a corrompere due gruppi di
guardie. La difesa della Corte si basa sempre su sistemi multipli di sicurezza. Se arriverete fin lì...».

«Arriveremo, Helvar. Se arriveremo fin lì» lo corresse Kaz.

Il Fjerdiano alzò quasi impercettibilmente le spalle. «Se arriveremo fin lì, il cerchio esterno sarà suddiviso
in tre settori: la prigione, gli edifici dei drüskelle e l’ambasciata, e ogni settore ha il suo cancello
all’interno delle mura esterne. Il cancello della prigione è sempre in funzione, ma è sempre sotto
sorveglianza armata. Degli altri due, solamente uno è operativo in qualsiasi momento.»

«In base a che cosa viene stabilito quale dev’essere il cancello operativo?» domandò Jesper.

«Il programma cambia ogni settimana, e le postazioni delle guardie vengono assegnate solo la notte
prima.»

«Forse è una buona cosa» disse Jesper. «Se riusciamo a scoprire quale cancello non è in funzione, non
essendo presidiato o sorvegliato...»

«Ci sono sempre almeno quattro sentinelle in servizio anche quando il cancello non è in funzione.»

«Con quattro sentinelle ce la possiamo fare, poco ma sicuro.»

Matthias scosse la testa. «I cancelli pesano migliaia di libbre e solo le sentinelle possono aprirli e
chiuderli da dentro le guardiole. E anche se si riuscisse ad alzarne uno, aprire un cancello non previsto
dal programma innescherebbe il Protocollo Nero. Tutta la Corte sarebbe messa in sicurezza, e si verrebbe
localizzati subito.»

Un mormorio di agitazione attraversò la stanza. Jesper, a disagio, si mise a camminare.

Se le espressioni sulle facce degli altri erano significative, erano attraversati tutti dallo stesso pensiero:
“In che cosa, esattamente, ci stiamo andando a cacciare?”. Solo Kaz sembrava impassibile.

«Metti tutto su carta» disse Kaz, picchiettando sul foglio. «Helvar, mi aspetto che più tardi tu descriva per
filo e per segno tutti i meccanismi del sistema d’allarme a Wylan.»

Matthias si accigliò. «Non so come funziona. È tutta una serie di cavi e campanelli.»

«Digli quello che sai. Dove staranno tenendo Bo Yul-Bayur?»

Lentamente, Matthias si alzò e si avvicinò alle mappe che prendevano forma sotto la penna di Wylan. Si
muoveva in modo cauto e riluttante, come se Kaz gli avesse detto di accarezzare un serpente a sonagli.

«Probabilmente qui» disse il Fjerdiano, mettendo il dito sulla carta. «Il settore della prigione. Le celle di
sicurezza sono al livello più alto. È dove tengono i criminali pericolosi. Assassini, terroristi...»

«Grisha?» chiese Nina.

«Esattamente» rispose lui con un’espressione tetra.

«Ragazzi, ci regalerete momenti di vero spasso, lo sapete?» fece Jesper. «Di solito, la gente ci mette una
settimana per iniziare a odiarsi sul lavoro, ma voi due vi siete portati avanti.»

Gli lanciarono due occhiatacce gemelle, e Jesper li ricambiò con un sorriso a trentadue denti, mentre
l’attenzione di Kaz era tutta sulle mappe.

«Bo Yul-Bayur non è pericoloso» disse pensieroso. «Almeno non in quel modo. Non credo che lo tengano
rinchiuso insieme alla gentaglia peggiore.»

«Secondo è in una fossa» disse Matthias.

«Parti dal presupposto che non sia morto. È un prigioniero prezioso, uno di quelli che non deve finire
nelle mani sbagliate prima del processo. Dove potrebbe essere?»

Matthias guardò le mappe. «Gli edifici del cerchio esterno circondano il fossato di ghiaccio, e nel centro
del fossato c’è l’Isola Bianca, dove si trovano la camera del tesoro e il Palazzo Reale. È il posto in assoluto
più sicuro della Corte di Ghiaccio.»
«È lì che si trova Bo Yul-Bayur» disse Kaz.

Matthias sorrise.

A dir la verità, era più uno scoprire i denti che un sorriso. “L’ha imparato all’Anticamera dell’Inferno”
pensò Jesper.

«Allora la tua ricerca è inutile» disse Matthias. «Un gruppo di estranei non ha modo di arrivare all’Isola
Bianca.»

«Non essere così compiaciuto, Helvar. Se noi non entriamo, tu non avrai la tua grazia.»

Matthias fece spallucce. «Non posso cambiare la realtà delle cose. Il fossato di ghiaccio è tenuto d’occhio
da diverse torri di guardia sull’Isola Bianca e da un posto di vedetta in cima all’Orologio Maggiore. L’unico
modo per attraversarlo è passare per il ponte di vetro, e l’unico modo per passare per il ponte di vetro è
avere l’autorizzazione.»

«Manca poco a Hringkälla» disse Nina.

«Stai zitta» scattò Matthias.

«Ti pregherei di non farlo più» commentò Kaz.

«Hringkälla. È il Giorno dell’Ascolto, quando i nuovi drüskelle vengono iniziati sull’Isola Bianca.»

Le nocche di Matthias sbiancarono. «Non hai nessun diritto di parlare di queste cose. Sono sacre.»

«Sono dati di fatto. La famiglia reale Fjerdiana dà una festa grande con ospiti provenienti da ogni regione
del mondo, e la maggior parte dell’intrattenimento arriva dritto dritto da Ketterdam.»

«Intrattenimento?» chiese Kaz.

«Attori, ballerini, una troupe della Commedia Bruta, e i talenti migliori delle case di appuntamento dello
Stave dell’Ovest.»

«Ero convinto che i Fjerdiani non apprezzassero questo tipo di cose» disse Jesper.

Inej arricciò le labbra. «Non hai mai visto i soldati Fjerdiani sugli Stave?»

«Intendevo quando sono a casa loro» si corresse Jesper.

«È l’unico giorno dell’anno in cui tutti smettono di comportarsi da asceti e si godono un po’ la vita»
rispose Nina. «E comunque, solo i drüskelle vivono come monaci.»

«Godersi la vita non vuol dire ricorrere per forza al vino e... alla carne» farfugliò Matthias.

Nina sbatté le lunghe ciglia lucide. «Tu, la vita, non te la godresti neanche se ti si avvicinasse e ti si
infilasse un lecca-lecca in bocca.» E tornò a guardare le mappe. «Il cancello dell’ambasciata dovrà essere
aperto. Forse non è il caso di preoccuparsi di come penetrare nella Corte di Ghiaccio. Forse potremmo
semplicemente entrare camminando insieme agli artisti.»

«Non è lo Spettacolo Infernale» disse Kaz. «Non sarà così semplice.»

«Tutti i visitatori sono comunicati settimane prima del loro arrivo alla Corte di Ghiaccio» fece Matthias. «I
documenti di chiunque entri all’ambasciata saranno controllati e ricontrollati. I Fjerdiani non sono
stupidi.»

Nina alzò un sopracciglio. «Non tutti, almeno.»

«Non stuzzicare l’orso, Nina» disse Kaz. «Ci serve collaborativo. Quand’è che si tiene la festa?»

«In questa stagione» rispose Nina, «durante l’equinozio di primavera.»

«Due settimane a partire da oggi» puntualizzò Inej.

Kaz piegò la testa di lato e puntò lo sguardo su qualcosa in lontananza.

«È la faccia che fa quando trama qualcosa» sussurrò Jesper a Inej.

Lei annuì. «Proprio quella.»

«La Rosa Bianca manderà una delegazione?» domandò Kaz.


Nina fece segno di no con la testa. «Non ne so nulla.»

«Anche se partiamo subito per Djerholm» disse Inej, «ci vorrà più di una settimana per arrivare. Non c’è
tempo per procurarsi dei documenti falsi, o viaggiare sotto copertura in modo sicuro, e superare gli
accertamenti.»

«Non entreremo dall’ambasciata» disse Kaz. «Colpire sempre dove il pollo non guarda.»

«Come il pollo?» chiese Wylan.

Jesper scoppiò a ridere. «Oh, per tutti i Santi, sei un fenomeno. Il bersaglio, il mammalucco, lo scemo che
stai cercando di spennare.»

Wylan raddrizzò la schiena. «Posso non aver ricevuto la tua... istruzione, ma sono certo di conoscere
molte parole che tu ignori.»

«E anche il modo più appropriato di avvolgere un tovagliolo e danzare il minuetto. Oh, e sei capace di
suonare il flauto. Tutte competenze spendibili sul mercato.»

«Nessuno danza più il minuetto» borbottò Wylan.

Kaz si appoggiò al muro. «Qual è il modo più semplice per rubare il portafogli a qualcuno?»

«Un coltello alla gola?» suggerì Inej.

«Una pistola alla schiena?» disse Jesper.

«Del veleno nella tazza?» insinuò Nina.

«Siete delle persone orribili» disse Matthias.

Kaz roteò gli occhi. «Il modo più semplice per rubare il portafogli a qualcuno è dirgli che state per
rubargli l’orologio. Catturate l’attenzione e la indirizzate dove voi volete che vada. Questo lavoro lo farà
Hringkälla al posto nostro. La Corte di Ghiaccio dovrà dirottare delle risorse per sorvegliare gli ospiti e
proteggere la famiglia reale. Non saranno in grado di guardare ovunque nello stesso momento. È
l’occasione perfetta per tirar fuori da lì Bo Yul-Bayur.» Kaz indicò il cancello della prigione nel muro ad
anello. «Ricordi cosa ti ho detto all’Anticamera dell’Inferno, Nina?»

«È difficile tenere a mente tutte le tue perle di saggezza.»

«In prigione se ne fregheranno di chi entra, staranno attenti solamente a tutti quelli che proveranno a
uscire.» Il dito guantato scivolò di lato sul settore successivo. «All’ambasciata se ne fregheranno di chi
esce, saranno concentrati soltanto su quelli che vogliono entrare. Noi entreremo dalla prigione e ce ne
andremo dall’ambasciata. Helvar, l’Orologio Maggiore funziona?»

Matthias annuì. «Batte ogni quarto d’ora. Anche i protocolli d’allarme sono impostati così.»

«È preciso?»

«Ovviamente.»

«Alta ingegneria Fjerdiana» commentò Nina, acida.

Kaz la ignorò. «Allora useremo l’Orologio Maggiore per sincronizzare i nostri movimenti.»

«Entreremo travestiti da guardie?» domandò Wylan.

Jesper non riuscì a non suonare sprezzante. «Soltanto Nina e Matthias parlano Fjerdiano.»

«Io lo parlo» protestò Wylan.

«Scuola Fjerdiana, giusto? Scommetto che tu parli Fjerdiano più o meno come io parlo la lingua degli
alci.»

«La lingua degli alci è probabilmente la tua lingua madre» bofonchiò Wylan.

«Entreremo così come siamo» disse Kaz. «Vestiti da criminali. La prigione è la nostra porta d’ingresso.»

«Fammi capire bene» disse Jesper. «Tu vorresti che i Fjerdiani ci chiudano in prigione. Non è quello che
cerchiamo di evitare?»

«I criminali hanno identità anonime, sfuggenti. È uno dei benefici di appartenere alla classe sociale dei
farabutti. Staranno a contare le teste al cancello della prigione, staranno a guardare i nomi e i reati, ma
non controlleranno i passaporti e non verificheranno i sigilli dell’ambasciata.»

«Perché nessuno vuole andare in galera» disse Jesper.

Nina incrociò le braccia sopra la testa. «Non voglio essere rinchiusa in una cella Fjerdiana.»

Kaz si diede un colpetto alla manica e tra le dita gli apparvero due sottili bacchette metalliche. Gli
ballarono in mano, tra una nocca e l’altra, e poi sparirono nuovamente.

«Grimaldelli?» domandò Nina.

«Alle celle lasciate che ci pensi io» disse Kaz.

«Colpire dove il pollo non guarda» fece Inej, pensosa.

«Esatto» convenne Kaz. «E la Corte di Ghiaccio è come qualunque altro pollo, un grande pollo bianco
pronto per essere spennato.»

«Yul-Bayur ci verrà dietro senza battere ciglio?» domandò Inej.

«Van Eck sostiene che il Consiglio abbia dato a Yul-Bayur una parola d’ordine la prima volta che hanno
tentato di portarlo fuori da Shu Han, in modo che lui potesse sapere di chi fidarsi: Sesh-uyeh. La parola
d’ordine gli farà capire che siamo stati mandati da Kerch.»

«Sesh-uyeh» ripeté Wylan, scandendo le sillabe in modo sgraziato. «Che cosa significa?»

Nina fissò una macchia sul pavimento e disse: «Disperato».

«Si può fare» concluse Kaz «e saremo noi a farlo.» Jesper sentì che l’atmosfera della stanza mutava a
mano a mano che l’impresa diventava plausibile. Era una sensazione sottile, che lui aveva imparato a
percepire ai tavoli da gioco: quel momento in cui un giocatore diventa consapevole del fatto che potrebbe
vincere la partita. Il senso di aspettativa lo ringalluzzì, un mix spumeggiante di paura ed eccitazione che
gli rendeva difficile stare fermo.

Forse anche Matthias la avvertì, perché incrociò le enormi braccia che si ritrovava e disse: «Voi non vi
rendete conto di cosa state per affrontare».

«Ma tu sì, Helvar. Lavorerai alle mappe della Corte di Ghiaccio ogni minuto che c’è da qui a quando
salperemo. Nessun dettaglio è insignificante o irrilevante. Ogni tanto verrò a dare un occhio.»

Inej seguì con il dito il bozzetto che Wylan aveva tracciato, una serie di cerchi concentrici. «Assomiglia
davvero agli anelli di un albero» disse.

«No» replicò Kaz. «Assomiglia a un bersaglio.»


9

KAZ
«Qui abbiamo finito» disse Kaz agli altri. «Manderò un messaggio a ognuno di voi dopo che avrò trovato
una barca, ma preparatevi a partire entro domani notte.»

«Così presto?» domandò Inej.

«Non sappiamo che razza di tempo ci toccherà, e abbiamo un lungo viaggio davanti a noi. Hringkälla è la
nostra occasione migliore per arrivare a Bo Yul-Bayur. Non intendo rischiare di perderla.»

A Kaz serviva del tempo per riflettere a fondo sul piano che stava prendendo forma nella sua testa. I punti
fondamentali c’erano: da dove sarebbero entrati, come sarebbero usciti. Ma la strategia che si era
figurato prevedeva che non si portassero dietro granché. Avrebbero dovuto cavarsela senza le loro solite
risorse. E questo voleva dire più variabili e molte più possibilità che le cose andassero storte.

Con Wylan Van Eck al seguito potevano almeno essere sicuri che avrebbero ricevuto la loro ricompensa.
Ma non sarebbe stato facile. Non avevano nemmeno lasciato Ketterdam e Wylan sembrava già un pesce
fuor d’acqua.

Non era tanto più giovane di Kaz, ma in un certo senso sembrava un bambino – la pelle liscia, gli occhi
spalancati, un po’ come un cucciolo dalle orecchie morbide dentro una stanza piena di cani da
combattimento.

«Vedi di tenere Wylan fuori dai guai» disse a Jesper mentre li congedava.

«Perché io?»

«Perché sei così sfortunato da essere nel mio campo visivo, e perché non voglio riconciliazioni improvvise
tra padre e figlio prima che salpiamo.»

«Per questo non ti preoccupare» disse Wylan.

«Io mi preoccupo di tutto, mercantuccio. Ecco perché sono ancora vivo. E anche tu devi tenere d’occhio
Jesper.»

«Tenere d’occhio me?» disse Jesper, indignato.

Kaz fece scorrere di lato un pannello di legno scuro e aprì la cassaforte che era nascosta dietro. «Sì, tu.»
Estrasse quattro rotolini di kruge e ne consegnò uno a Jesper. «Questi sono per i proiettili, non per le
scommesse. Wylan, verifica che non imbocchi misteriosamente la strada per una bisca mentre sta
andando a comprare le munizioni, ci siamo intesi?»

«Non ho bisogno di una bambinaia» sbottò Jesper.

«Direi piuttosto una dama di compagnia, ma se desideri che Wylan ti cambi i pannolini e ti rimbocchi le
coperte quando vai a nanna, sono affari tuoi.» Ignorò l’espressione ferita di Jesper e distribuì qualche
kruge a Wylan, per gli esplosivi, e a Nina, per qualunque cosa servisse. «Fai la scorta solo per il viaggio»
disse. «Se andrà come penso, ci toccherà entrare nella Corte di Ghiaccio a mani vuote.»

Vide passare un’ombra sul viso di Inej. Le piaceva stare senza pugnali come a lui piaceva stare senza
bastone.

«Bisogna che ti procuri dei vestiti pesanti» le disse. «C’è un negozio sulla Wijnstraat per i cacciatori di
pellicce: incomincia da lì.»

«Vuoi arrivare da nord?» chiese Helvar.

Kaz annuì. «Il porto di Djerholm pullula di doganieri, e sono pronto a scommettere che stringeranno la
sicurezza durante la vostra bella festona.»

«Non è una festa.»

«Ha tutta l’aria di essere una festa» disse Jesper.

«Non dovrebbe essere una festa» si corresse Helvar in modo scontroso.

«Che cosa facciamo con lui?» chiese Nina, indicando Matthias con un cenno del capo. Lo chiese in tono
disinteressato, ma era un’esibizione sprecata per tutti tranne che per Helvar. Avevano visto le sue lacrime
all’Anticamera dell’Inferno.
«Per il momento, se ne resta qui al Club dei Corvi. Voglio che tu vada a ripescare nella tua memoria anche
i dettagli, Helvar. Wylan e Jesper ti raggiungeranno più tardi. Terremo questa stanza chiusa. Se qualche
giocatore nel salone si mette a fare domande, ditegli che è in corso una partita privata.»

«Dobbiamo dormire qui?» domandò Jesper. «Ho delle cose da controllare alla Stecca.»

«Sopravvivrai» disse Kaz, anche se chiedere a Jesper di trascorrere la notte in una bisca senza poter
puntare neanche una volta era proprio una crudeltà. Si voltò verso gli altri. «Non una parola con nessuno.
Non si deve sapere che state lasciando Kerch. State lavorando con me a un colpo in una casa di campagna
fuori città. Tutto qui.»

«Hai intenzione di dirci qualcos’altro del tuo incredibile piano?» domandò Nina.

«Sulla nave. Meno sapete, meno spifferate in giro.»

«E intendi lasciare Helvar slegato?»

«Ti comporterai bene?» chiese Kaz al Fjerdiano.

Lo sguardo di Matthias era omicida, ma fece segno di sì con la testa.

«Chiudiamo la stanza e mettiamo una guardia.»

Inej soppesò la stazza da gigante del Fjerdiano. «Magari due.»

«Chiamate Dirix e Rotty, ma non entrate troppo nei dettagli. Loro salperanno con noi, e posso sempre
aggiornarli dopo. Wylan, io e te dobbiamo farci due chiacchiere. Voglio sapere tutto della società
commerciale di t uo padre.»

Wylan si strinse nelle spalle. «Io non so niente. Lui non mi coinvolge in questo genere di discussioni.»

«Mi stai dicendo che non hai mai ficcato il naso nel suo ufficio? Che non hai mai sbirciato nelle sue carte?

«No» ribatté Wylan, il mento leggermente sporgente. Kaz, a sorpresa, si ritrovò a credergli.

«Che ti ho detto?» fece Jesper allegramente mentre si dirigeva alla porta. «Inutile.»

Gli altri si accodarono e Kaz chiuse la cassaforte, girando la rotella della serratura a combinazione.

«Devo parlarti, Brekker» disse Helvar. «In privato.»

Inej lanciò a Kaz un’occhiata di avvertimento. Kaz la ignorò. Pensava forse che non fosse in grado di
gestire una massa di muscoli campagnoli come Matthias Helvar? Chiuse il pannello a muro e scrollò la
gamba. Gli faceva male: troppe notti insonni e troppo tempo in piedi.

«Vai pure, Spettro» disse. «Chiudi la porta quando esci.»

Non appena la serratura scattò, Matthias balzò su di lui. Kaz lo lasciò fare. Se lo aspettava.

Matthias gli tappò la bocca con una mano sudicia. La sensazione della pelle di lui sulla propria gli diede il
voltastomaco, ma poiché aveva previsto l’attacco, riuscì a tenere sotto controllo la nausea che lo
invadeva. Con l’altra mano, intanto, Matthias frugava nelle tasche del suo gilè, prima l’una e poi l’altra.

«Fer esje?» grugnì con rabbia in Fjerdiano. Poi, in Kerch: «Dov’è?».

Kaz gli regalò un altro istante di ricerca frenetica, poi abbassò il gomito e lo affondò, costringendo Helvar
a lasciare la presa. Kaz gli scivolò via facilmente. Quindi lo colpì dietro la gamba destra con il bastone. Il
grande e grosso Fjerdiano crollò a terra. Quando cercò di rialzarsi, Kaz gli diede un calcio.

«Stai giù, patetico stronzo.»

Helvar tentò di sollevarsi un’altra volta. Era veloce, e la prigione lo aveva irrobustito. Kaz lo colpì forte
sulla mascella e poi, con la punta del bastone, infilzò velocemente le enormi spalle di Helvar, proprio nei
due punti di pressione. Il Fjerdiano emise un grugnito mentre le braccia gli si afflosciavano sui fianchi.

Kaz fece ruotare il bastone e premette la testa di corvo sulla gola di Helvar. «Muoviti ancora e ti
spappolerò la mandibola, così sarai costretto a mangiare con la cannuccia per il resto della tua vita.»

Il Fjerdiano rimase immobile, gli occhi azzurri illuminati dall’odio. «Dov’è la grazia?» ringhiò. «Ti ho visto
metterla in tasca.»

Kaz si accovacciò accanto a lui e, da una tasca che sembrava vuota fino a un attimo prima, estrasse il
documento ripiegato. «Questa?»
Il Fjerdiano fece ciondolare le braccia paralizzate e inservibili, e si lasciò andare a un verso animale
quando Kaz fece sparire la grazia nell’aria. Il foglio gli riapparve tra le dita. Lo girò una volta, mostrando
per un attimo il testo, poi ci passò la mano sopra, e mostrò a Helvar la pagina apparentemente bianca.

«Demjin» biascicò Helvar. Kaz non parlava il Fjerdiano, ma quella parola la conosceva. Demone.

Per niente. Aveva imparato a fare i trucchi con le carte dai bari dello Stave dell’Est, e passato ore e ore a
fare pratica di fronte a uno specchio opaco che aveva comprato con la prima paga settimanale.

Kaz diede un colpetto con il bastone, delicatamente, sulla guancia di Helvar. «Per ogni trucco che hai
visto, ne conosco altri mille. Pensi che un anno all’Anticamera dell’Inferno ti abbia indurito? Che ti abbia
insegnato a combattere? A me l’Anticamera dell’Inferno sarebbe sembrata un paradiso quand’ero
bambino. Ti muovi come un bue: saresti durato sì e no due giorni sulle strade dove sono cresciuto io.
Questo era il tuo unico bonus, Helvar. Non mettermi di nuovo alla prova. Fai cenno di sì con la testa per
farmi vedere che hai capito.»

Helvar serrò le labbra e annuì una volta.

«Bene. Mi sa che per questa notte ti metteremo i ceppi alle caviglie.»

Kaz si alzò, prese il cappello nuovo dalla scrivania su cui lo aveva appoggiato, e diede al Fjerdiano un
ultimo calcio nei reni per sicurezza. A volte quelli grossi non sapevano quando abbassare la cresta.
10

INEJ
Il giorno dopo Inej vide che Kaz incominciava a muovere le pedine del suo piano sulla scacchiera.

Era stata messa al corrente delle sue congetture insieme a ogni altro membro della squadra, ma
conosceva solo alcuni frammenti della trama.

Era il gioco che Kaz faceva sempre.

Se lui aveva dei dubbi su ciò che stavano per fare non li mostrava, e Inej desiderava possedere le sue
certezze. La Corte di Ghiaccio era stata costruita per resistere alla carica di eserciti, assassini, Grisha e
spie. Quando l’aveva fatto notare a Kaz, lui aveva risposto semplicemente: «Ma non è stata costruita per
tenere fuori noi».

La sua sicurezza la turbava. «Cosa ti fa credere che ce la possiamo fare? Ci saranno delle altre squadre là
fuori, soldati addestrati e spie, professionisti con anni di esperienza.»

«Questo non è un lavoro per soldati addestrati e spie. È un lavoro per ladri e delinquenti. Van Eck lo sa,
ecco perché ha tirato in mezzo noi.»

«Non puoi spendere il suo denaro da morto.»

«Indulgerò in vizi costosi nell’aldilà.»

«C’è differenza tra la sicurezza e l’arroganza.»

A quel punto lui si era voltato e aveva dato un brusco strattone a entrambi i guanti. «Quando vorrò
sentire una predica sull’argomento, saprò chi chiamare. Se vuoi tirartene fuori, basta dirlo.»

Lei aveva raddrizzato la spina dorsale, l’orgoglio levato in propria difesa. «Matthias non è l’unico membro
insostituibile di questa banda, Kaz. Tu hai bisogno di me.»

«Ho bisogno delle tue abilità, Inej. Non è la stessa cosa. Sarai anche il ragno migliore che zampetta per il
Barile, ma non sei l’unico. Farai bene a ricordartelo se vuoi la tua parte di bottino.»

Lei non aveva ribattuto, non voleva fargli vedere quanto l’avesse fatta arrabbiare, ma aveva lasciato il suo
ufficio e da allora non gli aveva più rivolto la parola.

Adesso, mentre si dirigeva verso il porto, si domandò che cosa la spingesse ad andare avanti.

Avrebbe potuto lasciare Kerch in qualsiasi momento. Avrebbe potuto viaggiare clandestinamente su una
nave diretta a Novyi Zem. Avrebbe potuto tornare a Ravka e mettersi in cerca della propria famiglia.

Se tutto era andato per il verso giusto, i suoi si erano messi in salvo a ovest quand’era scoppiata la guerra
civile, o forse si erano rifugiati a Shu Han. Le carovane Suli facevano sempre le stesse strade da anni, e
lei sarebbe stata capace di rubare quello che le serviva per sopravvivere finché non li avesse trovati.

Ma questo avrebbe voluto dire non ripagare il proprio debito agli Scarti. Per Haskell avrebbe dato la
colpa a Kaz; Kaz sarebbe stato costretto a ripagare di persona il prezzo del suo contratto, e lei l’avrebbe
reso vulnerabile, sprovvisto dello Spettro che carpiva per lui i segreti.

Ma lui non le aveva forse detto che l’avrebbe facilmente rimpiazzata? Se fossero riusciti a portare a
termine questo colpo e a tornare a Kerch con Bo Yul-Bayur sano e salvo al seguito, la ricompensa che le
spettava sarebbe stata più che sufficiente a estinguere il debito e a comprarsi la via d’uscita dagli Scarti.
A Kaz non doveva niente, e non ci sarebbe stato più alcun motivo per restare.

Il sole sarebbe spuntato da lì a un’ora, ma le strade erano affollate mentre lei si dirigeva dallo Stave
dell’Est allo Stave dell’Ovest.

C’era un modo di dire Suli che faceva così: “Il cuore è una freccia. Richiede un obiettivo da centrare con
precisione”. Suo padre amava citarlo quando lei si esercitava sul filo o al trapezio. “Schiarisciti le idee”
diceva. “Devi sapere dove vuoi andare se vuoi arrivarci.” Sua madre aveva riso ascoltandolo. “Non parla
di questo” aveva detto. “Tu riesci a togliere il romanticismo da qualsiasi cosa.” E invece non era affatto
così. Suo padre aveva adorato sua madre.

Inej ricordava che lasciava in giro piccoli mazzi di gerani selvatici perché lei li trovasse ovunque, negli
armadietti della credenza, nelle pentole da campo, nelle maniche dei suoi costumi da circo.

“Vuoi che ti dica il segreto del vero amore?” le aveva domandato una volta suo padre. “A un mio amico
piaceva dire che le donne amano i fiori. Lui aveva avuto molte avventure, ma non aveva mai avuto una
moglie. E sai perché? Perché è vero che le donne amano i fiori, ma c’è solo una donna che ama il profumo
delle gardenie di fine estate che le ricorda la veranda della nonna. E c’è solo una donna che ama i boccioli
degli alberi di melo dentro una tazza blu. E c’è solo una donna che ama i gerani selvatici.”

“È la mamma!”aveva urlato Inej.

“Sì, la mamma ama i gerani selvatici perché nessun altro fiore ha quel colore lì, e lei sostiene che quando
recide lo stelo e infila un gambo dietro l’orecchio, il mondo intero profuma d’estate. Molti ragazzi ti
regaleranno dei fiori. Ma un giorno ne incontrerai uno che imparerà a riconoscere qual è il tuo fiore
preferito, la tua canzone preferita, il tuo dolce preferito. E anche se sarà troppo povero per regalarti
quelle cose, non avrà importanza perché lui si sarà preso il tempo per conoscerti come nessun altro.
Solamente quel ragazzo si merita il tuo cuore.”

Sembrava che fossero passati cent’anni.

Suo padre si era sbagliato. I ragazzi che le avevano portato i fiori non c’erano stati, soltanto uomini con
mucchietti di kruge e borsellini pieni di monete. Avrebbe mai rivisto suo padre? Avrebbe mai risentito
sua madre cantare, avrebbe mai riascoltato gli stupidi racconti di suo zio? Non sono sicura di avere
ancora un cuore, papà.

Il problema era che Inej non sapeva più bene qual era il suo obiettivo. Quand’era piccola era facile: un
sorriso di suo padre, un altro passo sulla corda tesa, torte d’arancia avvolte nella carta bianca. Poi era
stata la volta del riconquistare la libertà da Tante Heleen e dal Serraglio, e dopo di quello, sopravvivere
ogni giorno, diventare un po’ più forte ogni mattina. Ora, invece, non sapeva più quello che voleva.

“Questa volta, mi dovrà porgere le sue scuse” decise. “E non salirò a bordo della nave finché non le avrò.
Se Kaz non è veramente dispiaciuto, può fare finta. Mi deve almeno la sua migliore imitazione di un
essere umano.”

Se non fosse stata in ritardo, si sarebbe aggirata per lo Stave dell’Ovest o sarebbe saltata da un tetto
all’altro: era questa la Ketterdam che amava, vuota e silenziosa, che stava in alto sopra la folla, una
catena montuosa illuminata dalla luna di tetti a punta e comignoli sbilenchi. Ma questa notte aveva poco
tempo. Kaz, all’ultimo minuto, l’aveva mandata a rovistare nei negozi alla ricerca di due pezzi di paraffina.
Non le aveva neanche spiegato a che cosa servivano o perché erano così necessari. E gli occhialini da
neve? Aveva dovuto fare visita a tre botteghe diverse per trovarli. Era così stanca che non si fidava del
tutto a scalare i tetti, non dopo le due notti insonni e un giorno passato a trattare sul prezzo delle
provviste per il loro lungo viaggio fino alla Corte di Ghiaccio.

Ebbe il sospetto che si stesse anche mettendo alla prova.

Non aveva mai percorso lo Stave dell’Ovest da sola. Con gli Scarti al suo fianco, poteva passeggiare
davanti al Serraglio senza degnare di uno sguardo le sbarre d’oro alle finestre. Ma stanotte il cuore le
batteva all’impazzata, e sentì il sangue pulsarle alle tempie quando le apparve davanti la facciata dorata.
Il Serraglio era stato costruito per sembrare una gabbia a più livelli, con i primi due piani lasciati aperti
se non per le sbarre d’oro ampiamente distanziate fra loro. Era anche noto come la Casa delle Creature
Esotiche. Se si aveva un debole per una ragazza Shu o una gigantessa Fjerdiana, per una rossa dell’Isola
Errante o per una Zemeni dalla pelle scura, era il Serraglio la meta ideale. Tutte le ragazze erano
chiamate con un nome di animale: leopardo, cavallo, volpe, cornacchia, ermellino, cerbiatto, serpente. Le
veggenti Suli indossavano la maschera da sciacallo quando leggevano le carte e sbirciavano nel destino
delle persone. Ma quale uomo avrebbe voluto andare a letto con uno sciacallo? Così le ragazze Suli – e il
Serraglio aveva sempre a disposizione una ragazza Suli – erano linci. Ai clienti non interessavano le
donne in quanto tali, ma solo la pelle scura Suli, il fuoco dei capelli Kaelish, il taglio degli occhi gialli Shu.
Gli animali rimanevano gli stessi, invece le ragazze andavano e venivano.

Inej intravide delle penne di pavone nell’ingresso, e al suo cuore mancò un battito. Era solo un particolare
decorativo, un dettaglio della sfarzosa composizione floreale, ma alla paura dentro di lei non importava. Il
terrore crebbe e le attanagliò il respiro. La gente era ammassata da tutte le parti, gli uomini in maschera
e le donne velate: o forse erano uomini con il velo e donne in maschera. Era impossibile a dirsi. Le corna
dell’Imperatore. Gli occhi strabuzzati del Folle, la faccia triste della Regina Scarabeo in nero e oro. Gli
artisti amavano dipingere le scene dello Stave dell’Ovest, i ragazzi e le ragazze che lavoravano nei
bordelli, i libertini vestiti da personaggi della Commedia Bruta. Ma non c’era nessuna bellezza nel
Serraglio, nessuna vera allegria e nessuna gioia, soltanto compravendite, gente in cerca di una fuga o di
un oblio colorato, qualche sogno di decadenza da cui potevano svegliarsi ogni qual volta lo desideravano.

Inej si sforzò di guardare il Serraglio mentre ci passava davanti.

“È solo un luogo” disse a se stessa. “Solo un’altra casa.” In che modo l’avrebbe guardato Kaz? Dove sono
le entrate e le uscite? Come funzionano le serrature? Quali finestre sono senza sbarre? Quante guardie
sono in servizio, e quali sembrano attente? Solo un edificio pieno di serrature da forzare, casseforti da
aprire, polli da gabbare. Ed era lei il predatore adesso, non Heleen nelle sue piume di pavone, non gli
uomini che camminavano per strada.

Non appena Inej si allontanò dal Serraglio, la morsa che aveva al petto e alla gola iniziò ad allentarsi. Ce
l’aveva fatta. Aveva percorso da sola lo Stave dell’Ovest, era passata proprio davanti alla Casa delle
Creature Esotiche. Qualunque cosa la stesse aspettando a Fjerda, l’avrebbe affrontata.

Una mano arpionò il suo avambraccio e tirò, facendola incespicare.

Inej recuperò velocemente l’equilibrio. Girò sui talloni e cercò di staccarsi, ma la presa era troppo forte.

«Ciao, piccola lince.»

Inej inspirò e liberò il braccio con uno strattone. Tante Heleen. È così che le ragazze dovevano chiamare
Heleen Van Houden se non volevano assaggiare il dorso della sua mano. Per il resto del Barile lei era il
Pavone, anche se Inej aveva sempre pensato che fosse più un gatto pieno di sé che un uccello. I suoi
capelli erano di un color oro viscoso e sensuale, gli occhi nocciola e leggermente felini. La sua
corporatura alta e sinuosa era avvolta in un abito di vivace seta blu, la profonda scollatura accentuata da
piume cangianti che solleticavano il girocollo di diamanti che come al solito le luccicava sulla pelle.

Inej si voltò per scappare, ma la strada era bloccata da un colosso, la giacca di velluto blu strizzata sulle
grosse spalle. Cobbet, lo scagnozzo preferito di Heleen.

«Oh no, non lo farai, piccola lince.»

Lo sguardo di Inej si offuscò. Intrappolata. Intrappolata. Intrappolata di nuovo.

«Non mi chiamo così» cercò di dire Inej con il respiro corto.

«Piccola testarda.»

Heleen afferrò la casacca di Inej.

“Muoviti” le urlò una voce dentro la testa, ma non ci riuscì. I muscoli erano rattrappiti; la mente era
invasa da un gemito acuto di terrore.

Heleen fece scorrere un artiglio curatissimo lungo la sua guancia. «Lince è il tuo unico nome» cantilenò.
«Sei ancora abbastanza carina da tirar su dei bei soldi. Però gli occhi sono più duri: hai passato troppo
tempo con quel delinquente di Brekker.»

Un verso di umiliazione scaturì dalla gola di Inej, un rantolo strozzato.

«Io so di che pasta sei fatta, lince. So quanto vali fino all’ultimo centesimo. Cobbet, forse dovremmo
portarla a casa adesso.»

La vista di Inej si offuscò. «Non osare. Gli Scarti...»

«Posso aspettare il momento giusto, piccola lince. Indosserai ancora i miei vestiti di seta, è una
promessa.» Heleen lasciò andare Inej. «Goditi la serata» disse con un sorriso, poi aprì il suo ventaglio blu
e sparì nella folla portandosi dietro Cobbet.

Inej rimase ferma, a tremare. Poi si immerse anche lei nella calca, impaziente di scomparire. Voleva
mettersi a correre, ma continuò ad avanzare in modo regolare, senza scatti, spingendosi verso il porto.
Mentre camminava slacciò i ganci dei foderi fissati agli avambracci e sentì i manici dei pugnali scivolarle
in mano. Sankt Petyr, famoso per il suo coraggio, nella destra; la lama sottile e dal manico di osso che
aveva chiamato Sankta Alina nella sinistra. Recitò anche i nomi di tutti gli altri coltelli che possedeva.
Sankta Marya e Sankta Anastasia, fissati con una cinghia alle sue cosce. Sankt Vladimir, nascosto in uno
dei suoi stivali, e Sankta Lizabeta, comoda alla cintura, la lama decorata con una fantasia di rose.
Proteggetemi, proteggetemi. Inej aveva bisogno di credere che i suoi Santi vedessero e capissero quello
che faceva per sopravvivere.

Cosa c’era che non andava? Lei era lo Spettro. Non aveva più niente da temere da Tante Heleen. Per
Haskell aveva riscattato il suo contratto. L’aveva liberata. Non era più una schiava; era un valido membro
degli Scarti, una ladra di segreti, la migliore nel Barile.

Si affrettò dietro la luce e la musica del Coperchio e finalmente le apparvero i porti di Ketterdam, e più si
avvicinava all’acqua più i luoghi e i rumori del Barile sbiadivano. Qui non c’erano gruppi di persone da
urtare, profumi nauseanti o maschere feroci. Fece un lungo respiro profondo. Da dove si trovava poteva
vedere la cima di una delle torri degli Scuotiacque, dove le luci delle torce erano sempre accese. I grossi
obelischi di pietra nera erano presidiati giorno e notte da un gruppo prescelto di Grisha che tenevano
costantemente alte le maree sopra il ponte di terra che altrimenti avrebbe collegato Kerch a Shu Han.
Persino Kaz non era mai stato capace di scoprire chi formava il Consiglio delle Maree, dove vivevano, o
come era stata garantita la loro lealtà a Kerch. Gli Scuotiacque controllavano anche i porti, e se dai
capitani o dai marinai arrivava un segnale, loro modificavano le maree e impedivano a tutti di partire. Ma
quella sera non ci sarebbe stato nessun segnale. Erano state date le bustarelle giuste agli ufficiali giusti, e
la loro nave doveva essere già pronta per salpare.

Inej si mise a correre, puntando verso le banchine galleggianti di Quinto Porto. Era in ritardissimo, e non
moriva dalla voglia di vedere lo sguardo di disapprovazione di Kaz quando fosse arrivata al pontile.

Le piaceva la pace delle banchine, ma sembravano quasi troppo calme dopo il fracasso e la confusione del
Barile. Qui, le file di casse e di scatole colme di merci erano impilate su entrambi i lati: tre, a volte quattro
casse, una sull’altra. Facevano sembrare questa zona della banchina un labirinto. Il sudore freddo le
imperlò il fondo della schiena. L’incontro inaspettato con Tante Heleen l’aveva scossa, e la presenza
confortante dei pugnali in mano non era sufficiente a placare i suoi nervi scoperti. Sapeva che avrebbe
dovuto abituarsi a portare una pistola, ma il peso destabilizzava il suo senso dell’equilibrio, e poi le pistole
potevano incepparsi o scattare nel momento sbagliato. Piccola lince. I suoi pugnali erano affidabili. E la
facevano sentire come se fosse nata con gli artigli giusti.

Attraverso la nebbiolina leggera che si stava sollevando sopra l’acqua, Inej vide Kaz e gli altri che stavano
aspettando vicino al molo. Indossavano banali vestiti da marinaio: pantaloni di tela ruvida, stivali, giacche
di lana pesante e cappelli. Anche Kaz aveva rinunciato al suo abito tagliato su misura in maniera
impeccabile a favore di una pesante giacca di lana. I folti capelli neri erano pettinati all’indietro, ai lati
erano tagliati corti come sempre. Sembrava uno scaricatore di porto, o un ragazzo che prendeva il largo
per la sua prima avventura in mare. Era un po’ come se lei stesse scrutando, attraverso una lente
d’ingrandimento, una realtà diversa e più piacevole.

Alle loro spalle vide la piccola goletta che Kaz aveva requisito: su un fianco, a grosse lettere, c’era scritto
Ferolind. Sventolava la bandiera con i pesci viola di Kerch e quella colorata della Compagnia della Baia
Haanraadt. A tutti, a Fjerda o tra i flutti del Mare Vero, sarebbero semplicemente sembrati dei cacciatori
di pelli e pellicce che puntavano a nord. Inej accelerò il passo. Se lei non fosse stata in ritardo, gli altri
sarebbero già saliti a bordo o addirittura sarebbero stati in viaggio fuori dal porto.

Avevano tenuto l’equipaggio al minimo, tutti ex marinai che si erano fatti strada nei ranghi degli Scarti
tra una sventura e l’altra. Attraverso la nebbia contò velocemente chi c’era nel gruppo in attesa. Il
numero non tornava. Sarebbero dovuti esserci anche quattro membri in più degli Scarti per dare una
mano a mettere in mare la goletta dal momento che nessuno di loro conosceva davvero le manovre da
fare, ma non ne vedeva nessuno. Forse erano già a bordo? Ma proprio quando il pensiero le attraversò la
mente, i suoi stivali toccarono qualcosa di morbido e inciampò.

Guardò in basso. Nella luce fioca dei lampioni del porto, vide Dirix, uno degli Scarti che avrebbe dovuto
viaggiare con loro. Aveva un coltello in pancia, e gli occhi erano vitrei.

«Kaz!» urlò Inej.

Troppo tardi. La goletta esplose, buttando Inej a terra e riducendo la banchina in fiamme.
11

JESPER
Jesper stava bene quando le persone gli sparavano. Non perché gli piacesse l’idea di morire (anzi,
quell’eventualità era sicuramente un inconveniente), ma quando si preoccupava di rimanere vivo non
poteva permettersi di pensare a nient’altro. Quel suono – il veloce, scioccante rimbombo di uno sparo –
faceva concentrare la sua mente sbandata, irascibile e sempre a zonzo, come nessun’altra cosa al mondo.
Era meglio che stare seduto ai tavoli da gioco ad aspettare di perdere, ed era meglio che stare in piedi
alla Ruota della Fortuna di Makker a veder uscire il proprio numero.

L’aveva scoperto durante il primo combattimento alla frontiera Zemeni. Suo padre sudava, tremava, ed
era a malapena in grado di ricaricare il fucile. Ma Jesper aveva scoperto la propria vocazione.

Ora incrociò le braccia in cima alla cassa dietro cui si era riparato e fece fuoco con entrambe le canne. Le
sue rivoltelle erano di fabbricazione Zemeni, potevano sparare sei colpi in rapida successione e non
temevano confronti con altre pistole a Ketterdam. Le sentì diventare calde nelle sue mani.

Kaz li aveva avvisati di anticipare la concorrenza perché altre squadre si sarebbero date da fare per
ottenere la ricompensa a ogni costo, ma erano appena all’inizio della missione ed era un po’ presto perché
le cose andassero già così male. Erano circondati, almeno uno di loro era a terra, e la barca bruciava alle
loro spalle. Avevano perso il mezzo di trasporto per Fjerda, e se gli spari che gli piovevano addosso
volevano dire qualcosa, i nemici erano di gran lunga di più. Però sarebbe potuta andare peggio; potevano
essere sulla barca al momento dell’esplosione.

Jesper si accucciò per ricaricare le pistole e quasi non poté credere ai propri occhi. Wylan Van Eck era
raggomitolato sul molo, e teneva le sue mani lisce da mercante sopra la testa. Jesper tirò un sospiro,
sparò qualche colpo per coprirsi e balzò allo scoperto, fuori dal dolce, confortante rifugio della cassa.
Afferrò Wylan per il colletto della camicia e, a strattoni, lo trascinò al riparo.

Jesper gli diede una scrollata. «Fatti forza, ragazzino.»

«Non sono un ragazzino» bofonchiò Wylan, spingendo via le mani di Jesper.

«D’accordo, sei un grande statista. Sei capace di sparare?»

Wylan annuì lentamente. «Tiro al piattello.»

Jesper sollevò gli occhi al cielo. Si sfilò il fucile dalla schiena e lo spinse verso Wylan, schiacciandoglielo
sul petto. «Grandioso. Questo è proprio come sparare ai piccioni di argilla, solo che fanno un rumore
diverso quando ne prendi uno.»

Jesper ruotò su se stesso, le rivoltelle in alto, mentre una figura gli appariva nella coda dell’occhio, ma
era solamente Kaz.

«Dirigetevi a est sul molo successivo e imbarcatevi all’attracco ventidue» disse Kaz.

«Cosa c’è all’attracco ventidue?»

«La vera Ferolind.»

«Ma...»

«La barca che hanno fatto saltare era un’esca.»

«Tu lo sapevi?»

«No, ho preso delle precauzioni. È il mio lavoro, Jesper.»

«Avresti potuto dirci che...»

«E l’esca non avrebbe più avuto senso. Datti una mossa.» Kaz guardò Wylan, che stava in piedi a cullare il
fucile come se fosse stato un neonato. «E fai in modo che lui arrivi alla nave tutto intero.»

Jesper osservò Kaz svanire nell’ombra, il bastone in una mano, la pistola nell’altra. Anche con una sola
gamba buona, era agile in modo sinistro.

A quel punto Jesper diede a Wylan un altro spintone. «Andiamo.»

«Andiamo?»
«Non hai sentito cos’ha detto Kaz? Dobbiamo arrivare all’attracco ventidue.»

Wylan annuì senza parlare. Aveva lo sguardo confuso e gli occhi così sgranati che sembravano bicchieri.

«Stammi dietro e cerca di non farti ammazzare. Pronto?»

Wylan fece segno di no con la testa.

«Allora fai finta che non te l’abbia chiesto.» Piazzò la mano di Wylan sul manico del fucile. «Avanti.»

Jesper sparò un’altra serie di colpi all’impazzata, qua e là, nella speranza di mascherare la loro posizione.
Con una pistola scarica, saltò fuori dalla cassa ed entrò nell’ombra. Una parte di lui si era aspettata che
Wylan non lo seguisse, invece riusciva a sentire il mercantuccio dietro di lui respirare forte, un fischio
basso nei polmoni mentre puntavano alla pila successiva di barili.

Jesper sibilò mentre una pallottola gli sfrecciava accanto alla guancia, abbastanza vicino da lasciare il
segno della bruciatura.

Si gettarono dietro i barili. Da dove si trovava, vide che Nina era in mezzo a due pile di casse. Aveva le
braccia alzate, e quando uno dei suoi aggressori si spostò dove lei poteva vederlo, gli sferrò un pugno. Il
ragazzo si accasciò a terra, stringendosi il petto. Tuttavia, in questo parapiglia, lei era in svantaggio. Gli
Spaccacuore avevano bisogno di vedere i loro bersagli per poterli buttare giù.

Helvar era accanto a lei con la schiena alle casse, le mani legate. Una precauzione ragionevole, ma il
Fjerdiano sarebbe stato un aiuto prezioso, e Jesper ebbe solo un istante per chiedersi perché mai Kaz lo
avesse lasciato in quella situazione difficoltosa: subito dopo Nina estrasse un coltello dalla manica e tagliò
le corde ai polsi di Helvar. Quindi gli schiaffò una pistola in mano. «Difenditi» disse con un ringhio, e
tornò a concentrarsi sul combattimento.

“Stupida mossa” pensò Jesper. “Non si volta la schiena a un Fjerdiano i ncazzato.” Helvar sembrava che
stesse seriamente prendendo in considerazione l’idea di spararle. Jesper sollevò la rivoltella, pronto a far
crollare a terra il gigante. Ma l’attimo dopo Helvar era in piedi accanto a Nina, a mirare verso il labirinto
di casse davanti. Proprio come se stessero combattendo fianco a fianco. Kaz aveva lasciato Matthias
insieme a Nina di proposito? Jesper non sapeva mai se quella di Kaz era astuta pianificazione o fortuna
sfacciata.

Fece un fischio acuto. Nina diede un’occhiata alle spalle e il suo sguardo incontrò quello di Jesper. Lui
mostrò due dita, due volte, e lei fece un rapido cenno della testa. Nina aveva sempre saputo che l’attracco
ventidue era la loro vera meta? E Inej? Kaz lo stava facendo di nuovo: giocare con le informazioni, tenere
all’oscuro qualcuno, oppure tutti, costringerli a indovinare la mossa a seguire. Era una cosa che Jesper
detestava, ma non poteva negare che così facendo avevano ancora la possibilità di arrivare a Fjerda. Se
fossero riusciti a imbarcarsi sulla seconda goletta.

Jesper fece segno a Wylan, e insieme continuarono a farsi strada dietro le barche e le navi ormeggiate
lungo la banchina, tenendosi più bassi possibile.

«Laggiù!» sentì una voce gridare da qualche parte dietro di lui. Erano stati avvistati.

«Dannazione» disse Jesper. «Corri!»

Si precipitarono giù per la banchina. All’attracco ventidue c’era una goletta con il nome Ferolind scritto
su un fianco. Era inquietante quanto assomigliasse all’altra. Non c’erano lanterne accese a bordo, ma non
appena lui e Wylan salirono sulla rampa, apparvero due marinai.

«Siete i primi ad arrivare» disse Rotty.

«Speriamo di non essere anche gli ultimi. Siete armati?»

Rotty annuì. «Brekker ci ha detto di rimanere nascosti finché...»

«Eccolo, il finché» concluse Jesper indicando gli uomini all’assalto che puntavano verso di loro e
riprendendosi il fucile che aveva dato a Wylan. «Devo trovare un punto in alto. Respingeteli e teneteli
impegnati il più a lungo possibile.»

«Jesper» incominciò a dire Wylan.

«Non far passare nessuno. Se prendono questa goletta, siamo spacciati.» Gli uomini che stavano dando
loro la caccia non volevano soltanto impedire agli Scarti di lasciare il porto. Li volevano morti.

Jesper sparò ai due tizi che guidavano l’assalto sulla banchina. Uno cadde, l’altro rotolò a sinistra e si
riparò dietro il bompresso di un peschereccio. Jesper esplose altri tre colpi, poi scattò di corsa verso
l’albero della barca.
Sotto di lui sentiva esplodere altri colpi di arma da fuoco. Salì per dieci piedi, venti, gli stivali che si
impigliavano nel sartiame. Avrebbe dovuto fermarsi per levare di mezzo le cime. Aveva quasi raggiunto la
coffa quando sentì una lama rovente di dolore affondargli nella coscia. Scivolò e per un momento penzolò
sopra il ponte con nient’altro a reggerlo che i palmi sudati aggrappati alle cime. Costrinse le gambe a
darsi da fare e cercò un appiglio con la punta degli stivali. La gamba destra era quasi inutilizzabile per via
dello sparo, e dovette tirarsi su per fare gli ultimi piedi che ancora mancavano, con le braccia tremanti
per lo sforzo e il cuore che pompava forte nelle orecchie. Tutti e cinque i sensi sembravano in fiamme.
Decisamente meglio di una serie fortunata al tavolo da gioco.

Non si fermò per riposare. Agganciò la gamba ferita nel sartiame, ignorando la sofferenza, puntò l’occhio
nel mirino del fucile e cominciò a eliminare chiunque si trovasse nel suo raggio d’azione.

“Quattro milioni di kruge” disse a se stesso mentre ricaricava il fucile e cercava un altro nemico in vista.
La foschia rendeva la visibilità difficile, ma sparare era l’abilità che gli aveva permesso di restare negli
Scarti anche dopo che i suoi debiti si erano accumulati, ed era diventato evidente che Jesper amasse le
carte molto più di quanto la fortuna amasse lui. Quattro milioni di kruge avrebbero cancellato i suoi debiti
e l’avrebbero reso ricco per un bel pezzo.

Individuò Nina e Matthias che tentavano di farsi strada sul molo, c’erano almeno dieci uomini sul loro
cammino. Kaz sembrava che stesse correndo nella direzione opposta, e Inej non si vedeva da nessuna
parte, per quanto questo non significasse granché trattandosi dello Spettro. Poteva essere appesa a due
passi di distanza da lui, per quel che ne sapeva.

«Jesper!»

Il grido arrivava da sotto, e a Jesper ci volle un momento per rendersi conto che era Wylan che lo stava
chiamando. Provò a ignorarlo e a riprendere la mira.

«Jesper!»

Lo ucciderò, quel piccolo idiota. «Che cosa vuoi?» gli gridò di rimando.

«Chiudi gli occhi!»

«Non puoi baciarmi da lì sotto, Wylan.»

«Tu fallo!»

«Sarà meglio per te che sia una cosa importante!» E chiuse gli occhi.

«Sono chiusi?»

«Dannazione, Wylan, sì, sono...»

Ci fu un urlo stridulo e penetrante, e poi un bagliore fiorì dietro le palpebre di Jesper. Quando svanì, aprì
gli occhi.

Di sotto, i nemici barcollavano, accecati dalla bomba luminosa che Wylan aveva lanciato. Invece Jesper
riusciva a vedere perfettamente. “Non male per essere il figlio di un mercante” pensò, e aprì il fuoco.
12

INEJ
Prima ancora di mettere piede sulla corda da funambolo o anche solo su una da allenamento, il padre di
Inej le aveva insegnato a cadere: per proteggere la testa e ridurre al minimo l’impatto non doveva opporsi
allo slancio. Quando l’esplosione al porto la sollevò da terra, lei si rannicchiò in modo da rotolare. Andò a
sbattere forte, ma era in piedi dopo pochi istanti, schiacciata contro il fianco di una cassa, le orecchie che
fischiavano, il naso che colava per colpa dell’odore di polvere da sparo.

Inej diede a Kaz e agli altri giusto un’occhiata, poi fece quello che sapeva fare meglio: svanì. Si lanciò su
per le casse piene di merci, scalandole agile come un insetto, con le suole di gomma che trovavano prese
e appoggi.

La vista dall’alto era inquietante. Gli Scarti erano numericamente inferiori, e c’erano uomini che si
facevano strada sia a destra sia a sinistra.

Kaz aveva fatto bene a non rivelare agli altri quale fosse il vero punto di partenza. Qualcuno aveva
parlato. Inej ci aveva provato, a tenere sott’occhio il gruppo, ma qualche membro della banda poteva aver
ficcanasato. Kaz l’aveva detto: a Ketterdam c’era sempre una fuga di notizie, in qualunque posto, inclusi
la Stecca e il Club dei Corvi.

Qualcuno stava sparando dall’albero della nuova Ferolind. Bisognava sperare che Jesper ce l’avesse fatta
ad arrivare alla goletta, e che lei dovesse solo far guadagnare tempo agli altri in modo che ci arrivassero
anche loro.

Inej corse leggera sopra le casse, facendosi largo tra le file, cercando i bersagli da colpire di sotto. Era
piuttosto facile. Nessuno di loro si aspettava minacce dall’alto.

Scivolò a terra dietro due uomini che stavano per fare fuoco su Nina, e disse una preghiera silenziosa
mentre squarciava prima una gola, poi l’altra. Quando il secondo cadde, lei gli si accucciò accanto e gli
sollevò la manica destra: il tatuaggio di una mano, con il primo e il secondo dito recisi all’altezza delle
nocche.

Le Punte Nere.

Era la rappresaglia per lo scontro tra Kaz e Geels, o c’era qualcos’altro in ballo? Non potevano aver
radunato tanta gente in così poco tempo.

Si spostò sulla pila successiva di casse, seguendo una mappa mentale delle posizioni degli aggressori. Per
prima, eliminò una ragazza che teneva in mano un fucile enorme e difficile da maneggiare, poi trapassò
l’uomo che avrebbe dovuto guardarla ai fianchi.

Il tatuaggio di lui mostrava cinque uccelli disposti a cuneo: i Becchi di Rasoio. Quante bande avevano
contro?

L’angolo successivo era cieco. Doveva scalare le casse di merci per controllare la posizione o rischiare che
ci fosse qualcuno ad aspettarla sull’altro lato? Fece un bel respiro, mandò giù l’aria lentamente e scivolò
dietro l’angolo con uno scatto. Stanotte i suoi Santi erano generosi: due uomini stavano facendo fuoco
sulla banchina dandole le spalle. Inej li eliminò con un paio di veloci affondi di pugnale. Sei corpi, sei vite
che si era presa.

Avrebbe dovuto fare un sacco di penitenza, ma aveva anche aumentato le probabilità di successo degli
Scarti. Ora doveva arrivare alla goletta.

Ripulì i pugnali sulle braghe di pelle e li rimise nei loro foderi, poi fece marcia indietro e prese a correre
verso il cassonetto più vicino. Non appena toccò il bordo con le dita, sentì un dolore intenso sotto il
braccio. Si voltò in tempo per vedere la brutta faccia di Oomen divisa in due da una smorfia accanita.
Tutte le informazioni che aveva raccolto sulle Punte Nere le tornarono in mente all’improvviso e le
diedero il voltastomaco: Oomen, il macellaio di Geels, l’unico in grado di spaccare crani a mani nude.

Lui la tirò giù, agguantò il suo corpetto e le infilò il coltello nel fianco, applicando una brusca torsione.
Inej lottò per non perdere i sensi.

Quando il cappuccio le ricadde sulle spalle, lui esclamò: «Ghezen! Ho preso lo Spettro di Brekker».

«Avresti dovuto colpire... più in alto» rantolò Inej. «Hai mancato il cuore.»

«Non ti voglio morta, Spettro» disse lui. «Sei proprio un bel bottino. Non vedo l’ora di sentire tutti i tuoi
pettegolezzi su Manisporche, per non parlare di tutti i suoi segreti. Vado matto per le belle storie.»
«Posso raccontarti come andrà a finire questa» disse lei con voce incerta. «Ma non ti piacerà.»

«Davvero?» La sollevò e la sbatté con violenza contro le casse, e il dolore la invase. Con le punte dei piedi
sfiorava appena terra, mentre il sangue le sgorgava dalla ferita sul fianco. Oomen la bloccava con un
braccio davanti alle sue spalle.

«Lo sai come si fa a combattere con uno scorpione?»

Lui scoppiò a ridere. «Straparli, Spettro? Non morire troppo in fretta. Bisogna farti rattoppare.»

Inej incrociò una caviglia dietro l’altra e sentì un clic rassicurante. Se indossava le imbottiture alle
ginocchia era per strisciare e arrampicarsi, ma c’era anche un altro motivo: vale a dire le minuscole lame
d’acciaio nascoste in ciascuna delle due.

«Il segreto» ansimò «è non distogliere mai gli occhi dalla coda dello scorpione.» Sollevò il ginocchio e
spinse la lama tra le gambe di Oomen.

Lui urlò e la lasciò andare per portarsi le mani all’inguine sanguinante. Lei tornò barcollando alla fila di
casse. Sentiva gli uomini che si gridavano addosso, e i botti degli spari che ora arrivavano a raffiche
successive. Chi stava vincendo? Gli altri erano arrivati alla goletta? Un’ondata di vertigini la travolse.

Quando si toccò il taglio sul fianco e ritrasse la mano, questa era bagnata. Troppo sangue. Rumore di
passi. Stava arrivando qualcuno. Non riusciva ad arrampicarsi, non ferita a quel modo, non con tutto il
sangue che aveva perso. Si ricordò di quando suo padre l’aveva messa sulla scala a pioli per la prima
volta. Arrampicati, Inej.

In quel punto le casse erano impilate a piramide. Se fosse riuscita a scalarne anche solo una, avrebbe
potuto nascondersi al p rimo livello. Solo una. Poteva arrampicarsi o poteva restare lì e morire.

Si costrinse a schiarirsi la mente e saltò su, aggrappandosi con le dita alle casse imballate. Arrampicati,
Inej. Si trascinò oltre il bordo fino al tetto di lamiera del cassonetto.

Stava così bene sdraiata lì, ma sapeva di essersi lasciata dietro una scia di sangue. “Ancora una” si disse.
“Ancora una e sarai al sicuro.” Si costrinse a mettersi carponi e a raggiungere la pila successiva.

La superficie su cui poggiava i piedi cominciò a oscillare. Sentì delle risate.

«Vieni fuori, vieni fuori, Spettro! Abbiamo dei segreti da confidarti!»

Con la forza della disperazione arrivò anche questa volta al bordo del nuovo cassonetto e lo afferrò,
lottando contro una sferzata potente di dolore mentre quello sotto di lei crollava. A quel punto era appesa
solo per le braccia, le gambe penzolavano inutili sotto di lei. Non aprirono il fuoco; la volevano viva.

«Scendi, Spettro!»

Non sapeva da dove le arrivasse la forza, ma in qualche modo riuscì a portarsi in cima. Si sdraiò sul tetto
del cassonetto, ansimando.

Ancora una. Ma non ce la faceva più. Non ce la faceva a spingere sulle ginocchia, non ce la faceva ad
avanzare, non ce la faceva nemmeno a rotolare. Faceva troppo male. Arrampicati, Inej.

«Non ce la faccio, papà» sussurrò. Persino in quel momento odiava deluderlo.

“Muoviti” si disse. “È un posto stupido per morire.” E tuttavia si levò una voce, nella sua testa, a dirle che
c’erano posti peggiori. Sarebbe morta qui, libera, alle prime luci dell’alba. Sarebbe morta con onore, a
seguito di un degno combattimento, non perché degli uomini si erano stancati di lei o le avevano chiesto
più di quel che lei poteva dargli. Meglio morire qui, per mano del suo stesso pugnale, che con la faccia
truccata e il corpo avvolto in finte vesti di seta.

Qualcuno le afferrò la caviglia. Avevano scalato gli imballaggi. Come mai non li aveva sentiti? Era messa
così male? L’avevano catturata. La stavano girando sulla schiena.

Si fece scivolare in mano lo stiletto che teneva nel fodero. Nel Barile, una lama così piccola e affilata era
chiamata l’acciaio gentile. Significava una morte veloce. Meglio che ritrovarsi torturata, alla mercé delle
Punte Nere o dei Becchi di Rasoio.

Che i Santi mi accolgano. Spinse la punta dello stiletto sotto il seno, tra le costole, come una freccia verso
il cuore. Poi una mano le afferrò in malo modo il polso, costringendola a lasciar andare la lama.

«Non è ancora il momento, Inej.»

Pietra che sfregava contro pietra. Spalancò gli occhi. Kaz.


Lui se la caricò in spalla e saltò giù dal cassonetto, atterrando bruscamente, con la gamba malandata che
cedette.

Lei gemette quando toccarono terra.

«Abbiamo vinto?»

«Sono qui, no?»

Stava correndo. Il corpo di Inej sobbalzava dolorosamente contro il fianco di Kaz a ogni passo barcollante.
Non poteva portare lei e usare il bastone allo stesso tempo.

«Non voglio morire.»

«Farò del mio meglio per trovarti un’altra soluzione.»

Lei chiuse gli occhi.

«Continua a parlare, Spettro. Non sparire.»

«Ma è quello che so fare meglio.»

Lui la strinse più forte. «Cerca solo di arrivare alla goletta. Apri quei dannati occhi, Inej.»

La ragazza ci provò. La vista si stava appannando, ma riusciva ancora a vedere una cicatrice, pallida e
lucida, sul collo di Kaz, proprio sotto la mascella. Le venne in mente la prima volta che l’aveva visto al
Serraglio. Lui pagava Tante Heleen per avere delle informazioni: dritte finanziarie, chiacchiere da letto
sulla politica, tutte le cose che i clienti del Serraglio spifferavano quand’erano ubriachi o intontiti dal
piacere. Non faceva mai visita alle ragazze di Heleen, malgrado ce ne fossero tante che sarebbero state
felici di portarselo in camera. Sostenevano che mettesse i brividi, che le sue mani, sotto quei guanti neri,
fossero sempre macchiate di sangue, ma lei coglieva il desiderio nelle loro voci e sapeva in che modo lo
seguivano con lo sguardo.

Una notte, mentre lui le era passato accanto nel salotto, lei aveva fatto una pazzia, una cosa impulsiva.
“Io posso aiutarti” aveva sussurrato. Lui l’aveva guardata, poi aveva proseguito per la sua strada come se
lei non avesse detto niente. La mattina successiva era stata convocata nel salotto di Tante Heleen. Era
certa che le sarebbero arrivate altre botte o peggio, invece c’era Kaz Brekker in piedi, appoggiato al
bastone da passeggio con la testa di corvo, in attesa di cambiare la sua vita.

«Io posso aiutarti» gli disse ora.

«Aiutarmi in che modo?»

Non riusciva a ricordare. C’era qualcosa che doveva dirgli. Ma non aveva più importanza.

«Parlami, Spettro.»

«Sei tornato a prendermi.»

«Io proteggo i miei investimenti.»

Investimenti. «Sono contenta di sanguinare sulla tua camicia.»

«La metterò sul tuo conto.»

Ora si ricordò. Le doveva delle scuse. «Di’ che ti dispiace.»

«Per che cosa?»

«Tu dillo.»

Lei non sentì la sua risposta. Il mondo era diventato davvero molto buio.
13

KAZ
«Andiamo via da qui» urlò Kaz non appena arrancò zoppicando a bordo della goletta con Inej fra le
braccia. Le vele erano già pronte, e loro si ritrovarono fuori dal porto nel giro di pochi istanti, ma neanche
lontanamente alla velocità che sarebbe piaciuta a Kaz. Sapeva che avrebbe dovuto assoldare dei
Chiamatempeste per il viaggio, ma era difficile come l’inferno trovarli. Sul ponte era la baraonda: tutti
urlavano e tentavano di far arrivare la goletta in mare aperto il prima possibile.

«Specht!» gridò Kaz all’uomo che aveva scelto come capitano, un marinaio con un certo talento per i
lavori di lama che aveva passato momenti difficili ed era finito nei ranghi più bassi degli Scarti. «Richiama
il tuo equipaggio prima che mi metta a spaccare qualche testa.»

Specht fece il saluto militare, poi sembrò rendersi conto che non era più nella marina da tempo, e che Kaz
non era l’ufficiale in comando.

Il dolore alla gamba di Kaz era terribile, il peggiore che avesse sofferto da quando se l’era spezzata
precipitando dal tetto di una banca vicino alla Geldstraat. Era possibile che si fosse di nuovo fratturato
l’osso. Il peso di Inej non aiutava, ma quando Jesper si avvicinò per dargli una mano, Kaz lo spinse via.

«Dov’è Nina?» ringhiò.

«Di sotto, a dare un occhio ai feriti. Si è già presa cura di me.» Kaz colse appena il sangue essiccato sulla
coscia di Jesper. «Wylan si è fatto male durante lo scontro. Lascia che ti aiuti...»

«Togliti di mezzo» disse Kaz, e si precipitò superandolo giù per la rampa di scale che portava
sottocoperta.

Nina si stava occupando di Wylan in un’angusta cabina; le sue mani vagavano sul braccio del ragazzo per
ricongiungere insieme due lembi di carne separati da un proiettile. Era a dir tanto un graffio.

«Spostati» ordinò Kaz, e Wylan saltò praticamente giù dal tavolo.

«Non ho finito» cominciò Nina. Poi si accorse di Inej. «Santi numi» imprecò. «Cos’è successo?»

«Una ferita da pugnale.»

La minuscola cabina venne illuminata da una serie di lanterne, e una scorta di bende pulite fu appoggiata
su una mensola accanto a una bottiglia di canfora.

«Ha perso molto sangue» disse Nina in un soffio.

«Aiutala.»

«Kaz, sono una Spaccacuore, non una vera Guaritrice.»

«Ora che ne troviamo una sarà morta. Mettiti al lavoro.»

«Sei davanti alla luce.»

Kaz fece un passo indietro. Inej giaceva perfettamente immobile sopra il tavolo, la sua luminosa pelle
scura risultava spenta alla luce oscillante della lanterna.

Lui era vivo grazie a Inej. Tutti erano vivi grazie a Inej. Erano riusciti, combattendo, a cavarsene fuori
solo perché lei aveva impedito che venissero circondati. Kaz conosceva bene la morte.

Poteva sentire la sua presenza, ora, sulla barca, che incombeva su di loro, pronta a portarsi via il suo
Spettro. Era ricoperto del sangue di Inej.

«O ti rendi utile o te ne vai» disse Nina senza alzare gli occhi a guardarlo. «Mi stai innervosendo.» Lui
esitò, poi con passo pesante se ne tornò da dove era venuto, prendendo nel frattempo una maglia pulita
da un’altra cabina. Non avrebbe dovuto essere così scosso per una rissa sul molo, e neanche per una
sparatoria, però lo era.

Si sentiva stressato e con i nervi scoperti. Era la stessa sensazione che aveva provato da ragazzo, in quei
primi giorni di disperazione dopo la morte di Jordie.

“Di’ che ti dispiace.” Era l’ultima cosa che Inej gli aveva detto. Per cosa voleva che lui si scusasse? C’era
l’imbarazzo della scelta. Un migliaio di crimini. Un migliaio di battute stupide.
Sul ponte respirò a pieni polmoni l’aria marina e intanto guardò il porto e Ketterdam sparire all’orizzonte.

«Che cosa diavolo è successo?» domandò Jesper. Era appoggiato alla balaustra, il fucile accanto a lui.
Aveva i capelli arruffati e le pupille dilatate. Sembrava quasi ubriaco, o come se fosse appena rotolato
fuori dal letto di qualcuno.

Aveva sempre quell’aspetto dopo uno scontro. Helvar si piegò oltre il parapetto e vomitò. Non era un
uomo di mare, a quanto pareva. A un certo punto avrebbero dovuto legargli di nuovo le gambe.

«Siamo caduti in un’imboscata» disse Wylan dal suo trespolo sul ponte di prua. Aveva una manica
arrotolata e stava passando le dita su una macchia rossa, nel punto in cui Nina si era presa cura della
ferita.

Jesper scoccò a Wylan un’occhiata feroce. «Professori universitari come tutori privati ed è tutto qua
quello che sai dire, ragazzino? “Siamo caduti in un’imboscata”?»

Wylan arrossì. «Smettila di chiamarmi ragazzino. Abbiamo praticamente la stessa età.»

«Non ti piacerebbero gli altri nomi che mi fai venire in mente. Lo so che siamo caduti in un’imboscata. Ma
questo non spiega come facessero a sapere che eravamo là. Forse Bolliger il Grande non era l’unica Punta
Nera infiltrata negli Scarti.»

«Geels, da solo, non ha né il cervello né le risorse per reagire così duramente e così in fretta» disse Kaz.

«Sei sicuro? Perché sembra proprio una gran bella reazione.»

«Chiediamoglielo.» Kaz andò zoppicando dove Rotty aveva scortato Oomen.

“Ho infilzato il tuo Spettro” aveva detto ghignando Oomen quando Kaz l’aveva trovato piegato a terra.
“L’ho infilzata per bene.” Kaz aveva dato un’occhiata al sangue sull’inguine di Oomen e aveva risposto:
“Sembra che anche lei ti abbia infilzato”. Ma la mira doveva essere fuori uso, altrimenti Oomen non
avrebbe più avuto la possibilità di parlare con nessuno. Kaz l’aveva steso e scaricato a Rotty mentre lui
andava a cercarla.

Adesso Helvar e Jesper trascinarono Oomen, che aveva le mani legate, fino alla balaustra.

«Fallo stare su.»

Con una sola enorme mano, Helvar mise Oomen in piedi.

Quello sorrise, i lunghi capelli bianchi e stopposi appiccicati sulla fronte larga.

«Perché non mi dici cos’è che stanotte ha portato fuori le Punte Nere al completo?» domandò Kaz.

«Te lo dovevamo.»

«Una sparatoria a cielo aperto e con trenta uomini? Non credo proprio.»

Oomen rise sotto i baffi. «A Geels non piace perdere.»

«Potrei far stare il cervello di Geels sulla punta dei miei stivali, e Bolliger il Grande era l’unica spia che
aveva dentro gli Scarti.»

«Forse.»

Kaz lo interruppe. «Voglio che ci pensi molto molto attentamente, Oomen. Poco ma sicuro, Geels pensa
che sei morto, per cui non ho le regole dello scambio di ostaggi da rispettare. Posso fare quello che voglio
con te.»

Oomen gli sputò in faccia.

Kaz prese un fazzoletto dal taschino della giacca e si ripulì con cura. Pensò a Inej immobile sul tavolo, il
suo peso leggero tra le braccia.

«Tenetelo» disse a Jesper e al Fjerdiano.

Kaz si sfiorò la manica della giacca e in mano gli apparve un coltellino per sbucciare le ostriche. Kaz
aveva sempre almeno due coltelli nascosti da qualche parte nei vestiti. Su questo, per davvero, non aveva
mai fatto affidamento: una piccola lama cattiva.

Diede un taglio netto passando di traverso sull’occhio di Oomen – dal sopracciglio allo zigomo – e prima
ancora che quello potesse raccogliere il fiato per urlare, diede una seconda rasoiata nella direzione
opposta, una X quasi perfetta. Adesso Oomen stava gridando a squarciagola.

Kaz ripulì il coltellino, lo rinfilò nella manica e gli cacciò le dita guantate nell’orbita. Oomen strillò e si
contorse mentre Kaz estrasse il bulbo oculare, trascinandosi dietro la radice insanguinata. Il sangue
sgorgò fuori dall’orbita e zampillò sulla faccia di Oomen.

Kaz udì Wylan vomitare. Buttò il bulbo oltre il parapetto e infilò il fazzoletto imbevuto di saliva nel buco
che prima ospitava l’occhio di Oomen. Poi gli afferrò la mascella, e i guanti gli lasciarono delle macchie
rosse sul mento.

I suoi movimenti erano fluidi, precisi, come se stesse distribuendo le carte da gioco al Club dei Corvi o
forzando una serratura semplice, ma la rabbia che provava era bollente e folle e sconosciuta. Qualcosa,
dentro di lui, si era scatenato.

«Stammi a sentire» sibilò, con la faccia vicinissima a quella di Oomen. «Hai due scelte. Mi dici quello che
voglio sapere, e ti scarichiamo nel primo porto che incontriamo con le tasche piene di monete, sufficienti
per farti ricucire e comprarti un biglietto per tornare a Kerch. Oppure mi prendo anche l’altro occhio e
rifaccio lo stesso discorso a un uomo cieco.»

«Era solo un incarico» balbettò Oomen. «Geels ha ricevuto cinquemila kruge per far uscire le Punte Nere
al gran completo. Abbiamo assoldato anche qualche Becco di Rasoio.»

«E allora perché non c’erano più uomini? Perché non raddoppiare le vostre possibilità?»

«Dovevate essere sulla barca quando è esplosa. Noi dovevamo solo occuparci degli eventuali ritardatari.»

«Chi vi ha assunto?»

Oomen esitò e si passò la lingua sul labbro, dove si raccoglieva il moccio che gli colava dal naso.

«Non farmelo ripetere, Oomen» disse Kaz a bassa voce. «Chiunque sia stato, in questo momento non può
proteggerti.»

«Mi ucciderà.»

«E io ti farò desiderare di essere morto, per cui ti tocca soppesare queste due opzioni.»

«Pekka Rollins» rivelò Oomen tra i singhiozzi. «È stato Pekka Rollins!»

Anche se sotto shock, Kaz notò l’effetto che il nome aveva fatto su Jesper e Wylan. Helvar non ne sapeva
abbastanza per farsi intimidire.

«Per tutti i Santi» gemette Jesper. «Siamo spacciati.»

«Rollins in persona guida la banda?» chiese Kaz a Oomen.

«Quale banda?»

«Quella verso Fjerda.»

«Non so niente di nessuna banda. Noi dovevamo solo impedirvi di uscire dal porto.»

«Capisco.»

«Mi serve un medico. Mi portate da un medico ora?»

«Ma certo» disse Kaz. «Da questa parte.» Prese Oomen per il bavero della giacca e lo sollevò da terra,
schiacciandolo contro il parapetto.

«Ti ho detto quello che volevi!» urlò Oomen, dimenandosi. «Ho fatto quello che mi hai chiesto!»

Nonostante la corporatura nodosa, era forte senza darlo a vedere. Un tipo da fattoria come Jesper.

Probabilmente era cresciuto in campagna.

Kaz si sporse verso di lui in modo che nessun altro potesse sentirgli dire: «Il mio Spettro avrebbe pietà.
Ma grazie a te, non è qui per intercedere in tuo favore».

E senza un’altra parola lo buttò in mare.

«No!» gridò Wylan, sporgendosi dal parapetto, la faccia pallida, gli occhi sbarrati che seguivano Oomen
tra le onde. Quando il suo volto mutilato scomparve alla vista, stava ancora supplicando.
«Tu... tu hai detto che se ti avesse aiutato...»

«Per caso vuoi andargli dietro?» domandò Kaz.

Wylan respirò a fondo come per risucchiare il coraggio e sputacchiò: «Non mi lancerai in mare. Io ti
servo».

Perché la gente continuava a ripeterglielo? «Forse» ammise Kaz. «Ma non sono molto ragionevole, al
momento.»

Jesper mise una mano sulla spalla di Wylan. «Lascia perdere.»

«Non è giusto.»

«Wylan» disse Jesper, scrollandolo leggermente. «Forse i tuoi precettori non te l’hanno insegnato, ma non
si discute con un uomo ricoperto di sangue che ha un coltello infilato nella manica.»

Wylan serrò le labbra fino a farle quasi sparire. Kaz non sapeva dire se il ragazzino fosse terrorizzato o
furioso, e non gli interessava granché. Helvar stava in silenzio come una sentinella a osservare tutto, con
la faccia di un color verde malato sotto la barba bionda.

Kaz si voltò verso Jesper. «Trova delle catene che facciano stare buono Helvar» disse mentre si dirigeva di
sotto. «E procurami dei vestiti puliti e dell’acqua fresca.»

«Da quando sono il tuo valletto?»

«Uomo con il coltello, ricordi?» gli disse senza nemmeno voltarsi.

«Uomo con la pistola!» gli urlò dietro Jesper.

Kaz rispose con un gesto rapido del dito medio e sparì sottocoperta. Desiderava farsi un bagno caldo e
scolarsi una bottiglia di brandy, ma si sarebbe accontentato di ritrovarsi solo e libero dalla puzza di
sangue per un po’.

Pekka Rollins. Quel nome, in testa, suonava come uno sparo. Tutto portava sempre a Pekka Rollins,
l’uomo che gli aveva tolto ogni cosa. L’uomo che ora stava tra Kaz e il bottino più grosso su cui qualunque
banda avesse mai tentato di mettere le mani. Rollins avrebbe mandato qualcuno al proprio posto o
avrebbe guidato lui stesso la squadra incaricata di rapire Bo Yul-Bayur?

Tra le quattro pareti fiocamente illuminate della sua cabina, Kaz sussurrò: «Una cosa alla volta».
Uccidere Pekka Rollins era sempre un’allettante tentazione, ma non gli bastava. Kaz voleva trascinare
Rollins nel fango. Voleva che soffrisse come aveva sofferto lui, come aveva sofferto Jordie. E soffiare
trenta milioni di kruge direttamente dalle sue spregevoli mani era un buon modo per iniziare. Forse Inej
aveva ragione. Forse era vero che il destino si preoccupava di quelli come lui.
14

NINA
Nella piccola e soffocante cabina chirurgica, Nina cercò di rimettere a posto il corpo di Inej, ma non era
addestrata per quel tipo di lavoro.

Durante i primi due anni di istruzione nella capitale di Ravka, tutti i Grisha Corporalki studiavano
insieme, frequentavano le stesse lezioni ed eseguivano le stesse autopsie. Ma successivamente il loro
addestramento si differenziava. I Guaritori apprendevano il complicato lavoro di guarire le ferite, mentre
gli Spaccacuore diventavano soldati: esperti a fare danni, non a ripararli. Era un modo diverso di gestire
quello che di fatto era lo stesso potere. Ma la vita chiedeva di più della morte. Un colpo fatale esigeva
decisione e determinazione. Curare era invece un processo lento, ponderato, e quel ritmo pretendeva lo
studio attento di ogni piccola decisione. Gli incarichi che aveva svolto per Kaz durante l’ultimo anno a
qualcosa erano serviti, e in qualche modo anche il lavoro che svolgeva presso la Rosa Bianca, che
consisteva nel cambiare gli stati d’animo e modificare le facce.

Ma guardando Inej, Nina si trovò a desiderare che il proprio addestramento non fosse stato così breve. La
guerra civile di Ravka era scoppiata quando era ancora una studentessa al Piccolo Palazzo, e lei e i suoi
compagni di classe erano stati costretti a nascondersi. Dopo che la guerra fu finita e le acque si furono
calmate, re Nikolai era stato impaziente di riprendere l’allenamento sul campo dei pochi soldati Grisha
sopravvissuti, così Nina aveva frequentato soltanto per sei mesi i corsi avanzati prima di essere spedita
fuori per la sua prima missione. All’epoca, era stata elettrizzata. Ora avrebbe benedetto anche solo una
settimana in più di scuola.

Inej era flessuosa, tutta muscoli e ossa fini, il corpo di un’acrobata. Il pugnale l’aveva penetrata sotto il
braccio sinistro. Ci era andato molto vicino. Fosse scesa appena più in profondità, la lama avrebbe
perforato il cuore.

Nina era consapevole del fatto che se avesse semplicemente sigillato la pelle come aveva fatto con Wylan,
la ragazza avrebbe continuato a perdere sangue internamente, per cui aveva tentato di fermare
l’emorragia da dentro. Credeva di essersela cavata abbastanza bene, ma Inej aveva perso un mucchio di
sangue, e Nina non sapeva cosa fare a riguardo. Aveva sentito che alcuni Guaritori erano in grado di
mescolare il sangue di una persona con quello di un’altra, ma se la miscela non veniva eseguita nel modo
corretto, era come avvelenare il paziente. Il processo era al di là delle sue abilità.

Finì di chiudere la ferita, quindi coprì Inej con un panno di lana leggera. Per il momento, tutto quello che
Nina poteva fare era controllarle il polso e il respiro. Quando infilò le braccia di Inej sotto la coperta, Nina
vide le cicatrici all’interno dell’avambraccio. Con il pollice, sfiorò delicatamente bozzi e increspature. Lì
doveva esserci stata la piuma di pavone, il tatuaggio portato da chi lavorava al Serraglio, la Casa delle
Creature Esotiche. Chiunque fosse stato a rimuoverlo, aveva fatto un gran brutto lavoro.

Curiosa, Nina sollevò l’altra manica. La pelle, lì, era morbida e senza segni. Inej non aveva accettato di
farsi marchiare con il corvo e il calice, il tatuaggio di qualunque membro degli Scarti. Le alleanze si
spostavano di qua e di là nel Barile, ma la tua banda era la tua famiglia, l’unica protezione che aveva
importanza. Nina per prima portava due tatuaggi. Quello sull’avambraccio sinistro era per la Casa della
Rosa Bianca. Quello che contava era a destra: un corvo che cerca di bere da un calice vuoto. Diceva al
mondo che lei apparteneva agli Scarti, che a scherzare con lei si rischiava la loro vendetta.

Inej era con gli Scarti da più tempo di Nina eppure non aveva il loro tatuaggio. Strano. Era uno dei
membri più stimati della banda, ed era evidente che Kaz si fidava di lei – nei limiti in cui uno come Kaz
poteva fidarsi di qualcuno. Nina ripensò all’espressione sulla sua faccia quando aveva deposto Inej sul
tavolo. Era lo stesso Kaz – freddo, sgarbato, intrattabile – ma sotto tutta quella rabbia lei credeva di aver
visto anche qualcos’altro. O forse era soltanto una romanticona.

Dovette ridere di se stessa. Nina non avrebbe augurato l’amore al suo peggiore nemico: era l’ospite che
accoglievi a braccia aperte e di cui poi non ti liberavi più.

Scostò i capelli neri e lisci dal viso di Inej. «Per favore, riprenditi» sussurrò. Odiò il tono debole e incerto
con cui la propria voce risuonò nella cabina. Non sembrava un soldato Grisha o una degli Scarti.
Sembrava una ragazzina che non sapeva cosa stava facendo. Ed era esattamente così che si sentiva. Il suo
tirocinio era stato troppo breve. Era stata mandata in missione troppo presto. Zoya l’aveva detto ai tempi,
ma Nina aveva implorato per andare, e loro avevano bisogno di lei, così l’anziana Grisha aveva ceduto.

Zoya Nazyalensky – una Chiamatempeste potente, bella in modo assurdo, e capace di annientare
l’autostima di Nina con una sola alzata di sopracciglio. Nina la adorava. Incosciente. Stolta. Testa per
aria. Zoya l’aveva chiamata in tutti quei modi e anche peggio.

«Avevi ragione, Zoya. Contenta adesso?»


«In estasi» rispose Jesper dalla soglia.

Nina, colta di sorpresa, trasalì e sollevò lo sguardo per vedere Jesper dondolarsi avanti e indietro sulle
piante dei piedi. «Chi è Zoya?» le chiese.

Nina si lasciò andare all’indietro sulla sedia. «Nessuno. Un membro del Triumvirato Grisha.»

«Figo. Quelli a capo del Secondo Esercito?»

«Ciò che ne è rimasto.» I soldati Grisha di Ravka erano stati decimati durante la guerra. Qualcuno aveva
disertato. La maggior parte era stata uccisa. Nina si stropicciò gli occhi stanchi. «Sai qual è il modo
migliore per trovare un Grisha che non vuole essere trovato?»

Jesper si grattò la nuca, mise le mani sulle pistole, tornò al collo. Sembrava non stare mai fermo un
attimo. «Non ci ho mai pensato» disse.

«Cerca i miracoli e ascolta le favole della buonanotte.» Bisognava seguire i racconti di streghe e folletti, e
gli avvenimenti inspiegabili. A volte erano solo superstizioni. Ma spesso c’era della verità nel cuore delle
leggende locali: persone che erano nate con doni speciali che i loro paesi non comprendevano. Nina era
diventata molto brava a fiutare queste storie.

«Mi vien da dire che se i Grisha non vogliono essere trovati, dovremmo semplicemente lasciarli stare.»

Nina lo guardò in modo cupo. «I drüskelle non li lasceranno mai stare. Danno loro la caccia ovunque.»

«Sono tutti adorabili come Matthias?»

«Anche di più.»

«Devo trovar e delle catene da mettergli alle caviglie. Kaz mi assegna i lavori divertenti.»

«Vuoi fare cambio?» gli chiese Nina stancamente.

Tutta l’energia e la frenesia sembrarono abbandonare la figura smilza di Jesper. Si immobilizzò in un


modo che Nina non gli aveva mai visto, e lo sguardo di lui si fissò su Inej per la prima volta da quando era
entrato nella cabina. “La sta evitando” si rese conto Nina. “Non vuole guardarla.” La coperta si sollevava
leggermente al ritmo del suo debole respiro. Quando Jesper parlò, lo fece con voce tesa, come le corde di
uno strumento accordato su una nota troppo alta.

«Non può morire» disse. «Non in questo modo.»

Nina scrutò Jesper, disorientata. «In quale modo?»

«Non può morire» ripeté lui.

Nina sentì una fitta di frustrazione. Era lacerata: da una parte voleva abbracciarlo stretto, dall’altra
voleva urlargli che ci stava provando. «Santi numi, Jesper» replicò. «Sto facendo del mio meglio.»

Lui si mosse e il suo corpo sembrò tornare a vivere. «Scusa» disse un po’ imbarazzato. «Tu stai andando
alla grande.»

Nina sospirò. «Non mi hai convinta. Perché non vai a incatenare l’energumeno biondo?»

Jesper le fece il saluto militare e abbassò la testa per uscire dalla cabina.

Per quanto fosse irritante, Nina fu quasi tentata di richiamarlo. Ora che Jesper se n’era andato, non le
restava nient’altro che la voce di Zoya dentro la testa, e la consapevolezza che fare del proprio meglio non
era abbastanza.

La pelle di Inej era troppo fredda al tatto. Nina appoggiò una mano su entrambe le spalle della ragazza e
tentò di migliorare il flusso sanguigno, aumentando leggermente la temperatura del corpo.

Non era stata del tutto onesta con Jesper. Il Triumvirato Grisha non aveva semplicemente voluto salvare i
Grisha dai cacciatori di streghe Fjerdiani. Aveva spedito i soldati in missione all’Isola Errante e a Novyi
Zem perché Ravka aveva bisogno di rinforzi. Si era messo sulle tracce dei Grisha che vivevano in segreto
e aveva provato a persuaderli a diventare cittadini di Ravka e a mettersi al servizio della corona.

Ai tempi della guerra civile Ravkiana, Nina era troppo giovane per combattere, per cui in seguito aveva
disperatamente voluto contribuire alla ricostituzione del Secondo Esercito. Era stato il suo talento per le
lingue straniere – Shu, Kaelish, Suli, Fjerdiano, persino un po’ di Zemeni – a vincere, alla fine, le
resistenze di Zoya. Aveva ceduto e permesso a Nina di accompagnare lei e una squadra di Grisha
Esaminatori all’Isola Errante. Malgrado tutti i timori dell’anziana Grisha, Nina se l’era cavata alla grande.
Travestita da viaggiatrice, si intrufolava nelle taverne e nelle rimesse delle carrozze per origliare le
conversazioni e i pettegolezzi della gente del posto, quindi riportava all’accampamento le loro
chiacchiere.

Se sei diretto a Maroch Glen, vedi di viaggiare di giorno. Spiriti inquieti vagano per quelle terre: le
tempeste si scatenano dal nulla.

La Strega delle Colline esiste, proprio così. Un mio cugino di secondo grado andò da lei per un attacco di
tsifil e giura di non essere mai stato meglio. Che cosa significa che non ha la testa a posto? Ce l’ha più a
posto lui di te.

Avevano trovato due famiglie Grisha nascoste nelle presunte grotte fatate di Instamere, e a Fenford
avevano salvato da un’orda inferocita una madre, un padre e due ragazzi – tutti Inferni, ossia capaci di
controllare il fuoco. Avevano anche fatto irruzione in una nave di schiavi vicino al porto di Leflin. Una
volta smistati i profughi, a quelli senza poteri era stato offerto un lasciapassare per tornare a casa. A
quelli i cui poteri erano stati verificati da un Grisha Esaminatore era stato offerto asilo a Ravka. Soltanto
la vecchia Spaccacuore nota come la Strega delle Colline aveva scelto di restare. “Se vogliono il mio
sangue, lasciate che vengano a prenderselo” aveva detto ridendo. “In cambio, io mi prenderò il loro.”

Nina parlava Kaelish da madrelingua e adorava mettersi alla prova e assumere una nuova identità in ogni
paese. Ma malgrado tutti i suoi trionfi, Zoya non era contenta. “Essere brava con le lingue non basta”
l’aveva rimproverata. “Devi imparare a essere meno... ingombrante. Sei troppo rumorosa, troppo
esuberante, troppo facile da tenere a mente. Corri troppi rischi.”

“Zoya” aveva detto l’Esaminatore che viaggiava con loro. “Vacci piano.” Lui era un amplificatore vivente.
Da morto, le sue ossa sarebbero servite ad aumentare il potere Grisha, in modo non diverso dai denti di
squalo o dalle unghie di orso che indossavano altri Grisha. Da vivo, era preziosissimo per la loro missione,
abile com’era a utilizzare il proprio dono per avvertire, attraverso il tatto, la presenza del potere Grisha.

Il più delle volte Zoya era protettiva con lui, ma in quell’occasione i suoi profondi occhi blu si ridussero a
una fessura. “I miei insegnanti non ci sono andati piano con me. Se Nina finirà per essere inseguita in un
bosco da una massa di contadini, dirai loro di andarci piano?”

Nina se n’era andata via a grandi falcate, mortificata nell’orgoglio, vergognandosi delle lacrime che le
riempivano gli occhi. Zoya le aveva urlato dietro di non andare oltre il promontorio, ma lei l’aveva
ignorata, volendo ritrovarsi lontana dalla Chiamatempeste più che poteva – e finì dritta in un
accampamento drüskelle. Sei ragazzi biondi che parlavano Fjerdiano erano raggruppati su una scogliera
affacciata su una spiaggia di sabbia. Non avevano acceso nessun falò ed erano vestiti da contadini
Kaelish, ma lei aveva capito chi erano dal primo momento.

Loro la fissarono per un lungo istante, illuminati soltanto dal chiaro di luna color argento.

“Oh, grazie al cielo” aveva detto lei con la cadenza Kaelish. “Sto viaggiando con la mia famiglia e mi sono
persa nel bosco. Uno di voi può aiutarmi a ritrovare la strada?”

“Mi sa che si è persa” aveva tradotto in Fjerdiano uno di loro per tutti.

Un altro sollevò la lanterna che aveva in mano. Era il più alto e, mentre le si avvicinava, l’istinto di
sopravvivenza le urlò di mettersi a correre. “Non sanno chi sei” aveva ricordato a se stessa. “Sei solo una
simpatica ragazza Kaelish che si è persa nel bosco. Non fare niente di stupido. Conducilo lontano dagli
altri, poi stendilo.”

Lui sollevò la lanterna, e la luce illuminò i visi di entrambi. I capelli di lui erano lunghi e color oro brunito,
e gli occhi azzurro chiaro luccicavano come il ghiaccio sotto il sole invernale. “Sembra un dipinto” aveva
pensato lei, un Santo miniato nella lamina d’oro sui muri di una chiesa, creato per impugnare una spada
di fuoco.

“Cosa stai facendo qui fuori?” le aveva domandato lui in Fjerdiano.

Lei aveva finto confusione. “Mi dispiace” aveva risposto in Kaelish. “Non capisco. Mi sono persa.”

Lui balzò su di lei. Non si fermò a riflettere, semplicemente reagì, e alzò le mani per attaccare. Lui era
troppo veloce. Senza esitare buttò via la lanterna e le afferrò i polsi, unendole con violenza le mani e
rendendole impossibile fare ricorso al proprio potere.

“Drüsje” aveva detto lui soddisfatto. Strega. Sorrideva come un lupo.

Il balzo di lui era stato un test. Una ragazza persa nel bosco avrebbe indietreggiato; avrebbe cercato di
recuperare un coltello o una pistola. Non avrebbe usato le mani per fermare il cuore di un uomo.
Incosciente. Precipitosa.
Ecco perché Zoya non aveva voluto portarla. I Grisha addestrati in modo appropriato non facevano questi
errori. Nina era stata una sciocca, ma non per questo doveva essere anche una traditrice. Li supplicò in
Kaelish, non in Ravkiano, e non gridò per chiedere aiuto: non gridò quando le legarono le mani, non gridò
quando la minacciarono e non gridò quando la scaraventarono su una barca a remi come un sacco di
miglio. Lei voleva eccome urlare a squarciagola il suo terrore, far accorrere Zoya, implorare qualcuno di
salvarla, ma non avrebbe messo a repentaglio le vite degli altri. I drüskelle la portarono, remando, su una
nave ancorata al largo e la gettarono in una gabbia sottocoperta piena di altri prigionieri Grisha. Fu a
quel punto che iniziò il vero orrore.

La notte si mescolava al giorno nella pancia umida e malsana della nave. Le mani dei prigionieri Grisha
erano legate strette per impedire loro di usare i poteri. Venivano nutriti con dei pezzi di pane raffermo
attaccato a dei punteruoli – solo lo stretto necessario per tenerli in vita – e dovevano stare attenti a
razionare l’acqua dolce perché non sapevano mai quando ne avrebbero avuta dell’altra. Non c’erano
latrine, e il tanfo dei corpi e di tutto il resto era insopportabile.

Di tanto in tanto la nave gettava l’ancora, e i drüskelle tornavano con un altro prigioniero.

I Fjerdiani stavano in piedi fuori dalle gabbie, a mangiare e bere, e a deridere i vestiti sudici dei
prigionieri e la puzza che emanavano. Per quanto fosse terribile, il pensiero di quello che li attendeva era
di gran lunga più spaventoso: gli inquisitori della Corte di Ghiaccio, le torture, e inevitabilmente la morte.
Nina sognava di essere bruciata viva su una pira e si svegliava urlando. Gli incubi e la paura e il delirio
per la fame erano un unico groviglio, e così smise di distinguere quello che era reale da quello che non lo
era.

E poi, un giorno, i drüskelle si erano radunati nella stiva con indosso le uniformi nere e argento stirate di
fresco, la testa di lupo bianco sulle maniche. Si erano disposi in ranghi ordinati e scattarono sull’attenti
quando il loro comandante entrò. Come tutti loro, era alto ma aveva una barba ordinata, e i lunghi capelli
biondi erano grigi alle tempie. Percorse la lunghezza della stiva per poi fermarsi davanti ai prigionieri.

“Quanti sono?” aveva domandato.

“Quindici” aveva risposto il ragazzo dai capelli d’oro brunito che aveva catturato Nina. Era la prima volta
che lo vedeva nella stiva.

Il comandante si era schiarito la gola e aveva intrecciato le mani dietro la schiena. “Io sono Jarl Brum.”

Un brivido di terrore attraversò Nina, e lei lo sentì diffondersi tra i Grisha nella gabbia, un grido di
allarme che nessuno di loro era libero di ascoltare.

A scuola Nina era ossessionata dai drüskelle. Erano le creature che affollavano i suoi incubi, con i loro
lupi bianchi e i loro pugnali crudeli e i cavalli che allevavano apposta per le battaglie contro i Grisha.
Erano il motivo per cui aveva studiato alla perfezione la lingua e la cultura Fjerdiane. Era stato un modo
per prepararsi a incontrarli, per lo scontro che prima o poi sarebbe arrivato. E Jarl Brum era il peggiore
di tutti.

Era una leggenda vivente, il mostro che ti aspetta acquattato nel buio. I drüskelle esistevano da centinaia
di anni, ma sotto la guida di Brum erano diventati il doppio di numero e infinitamente più letali. Lui aveva
modificato il loro addestramento, sviluppato nuove tecniche per estirpare i Grisha da Fjerda, aveva
mandato degli infiltrati dentro i confini di Ravka e iniziato a perseguitare i Grisha soli e isolati nelle altre
terre, arrivando persino a scovare le navi degli schiavisti per “liberare” i prigionieri Grisha con l’unico
obiettivo di rimetterli in catene e spedirli a Fjerda per il processo e la condanna a morte. Nina aveva
immaginato di ritrovarsi faccia a faccia con Brum, un giorno, nei panni della guerriera vendicatrice o
della spia astuta. Non aveva previsto di affrontarlo ingabbiata, affamata, con le mani legate, ricoperta di
stracci.

Senz’altro, Brum sapeva che effetto faceva il suo nome. Indugiò per un lungo istante prima di dire, in un
Kaelish eccellente: “In piedi davanti a voi si trova la nuova generazione di drüskelle, il sacro ordine
incaricato di eliminare la vostra razza per proteggere la nazione sovrana di Fjerda. Loro vi porteranno a
Fjerda ad affrontare il processo e in questo modo si guadagneranno i gradi da ufficiali. Loro sono i più
forti e i migliori della nostra razza”.

“Bulli” aveva pensato Nina.

“Quando arriveremo a Fjerda, sarete interrogati e processati per i vostri crimini.”

“La supplico” aveva detto uno dei prigionieri. “Io non ho fatto niente. Sono un contadino. Non vi ho fatto
alcun male.”

“Tu sei un insulto a Djel” aveva replicato Brum. “Una piaga di questa terra. Tu parli di pace, ma che cosa
mi dici dei tuoi figli, che potrebbero ereditare questo potere demoniaco? E i loro figli? La mia pietà va agli
uomini e alle donne falciati dagli abominii Grisha.”
Aveva guardato in faccia i drüskelle. “Ottimo lavoro, ragazzi” aveva detto in Fjerdiano. “Salperemo subito
per Djerholm.”

I drüskelle sembravano scoppiare d’orgoglio. Non appena Brum lasciò la stiva, si diedero pacche
affettuose sulle spalle, ridendo di sollievo e di soddisfazione.

“Ottimo lavoro, mi sembra il minimo” aveva detto uno in Fjerdiano. “Quindici Grisha da consegnare alla
Corte di Ghiaccio!”

“Se questo non ci fa ottenere i gradi...”

“Lo sai che accadrà.”

“Bene, sono stanco di farmi la barba ogni mattina.”

“Io me la farò crescere fino all’ombelico.”

Poi uno di loro aveva allungato il braccio tra le sbarre e afferrato Nina per i capelli. “Questa qui mi piace,
è ancora carina e in carne. Forse dovremmo aprire la porta della gabbia e innaffiarla con la canna.”

Il ragazzo con i capelli dorati aveva schiaffeggiato la mano del camerata. “Cosa ti prende?” aveva detto,
ed era la prima volta che apriva bocca da quando Brum se n’era andato. L’improvviso moto di gratitudine
che Nina aveva provato si era spento all’istante quando lui aveva aggiunto: “Vorresti fornicare con una
cagna?”.

“Dipende dall’aspetto della cagna.”

Gli altri si erano sbellicati dalle risate mentre si dirigevano di sopra. Quello che l’aveva paragonata a una
bestia fu l’ultimo ad avviarsi, e proprio mentre stava per mettere piede nel corridoio, lei aveva detto in un
perfetto, cristallino Fjerdiano: “Quali crimini?”.

Lui si fermò, e quando si girò a guardarla, gli occhi azzurri erano lucidi di odio. Lei si rifiutò di abbassare
lo sguardo.

“Come fai a sapere la mia lingua? Hai prestato servizio ai confini a nord di Ravka?”

“Sono Kaelish” aveva mentito lei, “e conosco tutte le lingue.”

“Un’altra stregoneria.”

“Sì, se per stregoneria intendi l’arcana pratica della lettura. Il tuo comandante ha detto che saremo
processati per i nostri crimini. Voglio che tu mi dica quali crimini avrei commesso.”

“Sarete processati per spionaggio e crimini contro le persone.”

“Non siamo criminali” aveva detto un Fabrikator, in un Fjerdiano incerto, seduto sul pavimento. Era lì da
più tempo di tutti ed era troppo debole per alzarsi. “Siamo gente qualunque... contadini, insegnanti.”

“Non io” aveva pensato Nina tristemente. “Io sono un soldato.”

“Avrete un processo” aveva detto il drüskelle. “Sarete trattati con più giustizia di quella che la vostra
razza si merita.”

“Quanti Grisha sono stati giudicati innocenti?” gli aveva domandato Nina.

Il Fabrikator aveva ribattuto: “Non provocarlo. Non gli farai cambiare idea”.

Ma lei aveva stretto le sbarre con le mani legate e aveva detto: “Quanti? Quanti ne hai mandati sulla
pira?”.

Lui le aveva dato le spalle.

“Aspetta.”

Lui l’aveva ignorata.

“Aspetta! Ti prego! Solo... solo un po’ d’acqua. Tratteresti così il tuo cane?”

Lui aveva esitato, la mano sulla porta. “Non avrei dovuto dirlo. I cani, almeno, conoscono la lealtà. La
fedeltà al branco. È un insulto ai cani chiamarti così.”

“Ti darò in pasto a un branco di segugi affamati” aveva pensato Nina. Ma tutto quello che aveva detto era
stato: “Acqua. Ti prego”.
Lui sparì nel corridoio. Lei lo sentì salire la scala a pioli, e il portello si chiuse sbattendo forte.

“Non sprecare fiato con quello” l’aveva consigliata il Fabrikator. “Non ti mostrerà nessuna gentilezza.”

Ma poco dopo il drüskelle fece ritorno con una tazza di latta e un secchio di acqua dolce.

Li piazzò nella gabbia e chiuse le sbarre senza dire una parola. Nina aiutò il Fabrikator a bere, poi lei
stessa trangugiò una tazza d’acqua. Le sue mani tremavano così tanto che si rovesciò metà della tazza
sulla camicia. Il Fjerdiano si voltò e, con piacere, Nina si accorse che l’aveva messo in imbarazzo.

“Ucciderei per un bagno” l’aveva punzecchiato. “Potresti lavarmi tu.”

“Non parlarmi” aveva ringhiato lui, già diretto alla porta.

Lui non era più tornato, e loro erano rimasti senz’acqua per i tre giorni successivi. Ma quando sarebbe
arrivata la tempesta, quella tazza di latta le avrebbe salvato la vita.

La testa di Nina crollò, e lei si svegliò di soprassalto. Si era addormentata?

Matthias era in piedi nel corridoio subito fuori dalla cabina. Riempiva con la sua figura tutta la porta,
troppo alto per stare comodo sottocoperta. Da quanto tempo la stava osservando? Velocemente, Nina
controllò le pulsazioni e il respiro di Inej, e la sollevò scoprire che le sue condizioni erano stazionarie, al
momento.

«Stavo dormendo?» domandò Nina.

«Stavi sonnecchiando.»

Lei si stiracchiò, nel tentativo di far sparire la stanchezza. «Ma non stavo russando, vero?» Lui non disse
niente, si limitò a guardarla con quei suoi occhi di ghiaccio. «Ti hanno lasciato in mano un rasoio?» fece
Nina.

Lui si portò le mani incatenate alle guance rasate di fresco. «Ci ha pensato Jesper.»

Jesper doveva aver pensato anche ai capelli di Matthias. I ciuffi biondi che erano cresciuti in modo
irregolare erano stati sistemati. Erano ancora troppo corti, a malapena una peluria dorata che non
riusciva a nascondere i tagli e i lividi del suo ultimo combattimento all’Anticamera dell’Inferno.

Comunque, probabilmente era contento di non avere più la barba, pensò Nina. Fino a che un drüskelle
non aveva portato a termine una missione da solo e non gli erano stati concessi i gradi da ufficiale, era
tenuto a rimanere sbarbato. Se Matthias avesse condotto Nina ad affrontare il processo alla Corte di
Ghiaccio, sarebbe stato autorizzato a farsela crescere. Avrebbe indossato la testa di lupo d’argento che
contrassegnava gli ufficiali drüskelle. Pensarci la faceva stare male. Congratulazioni per il suo recente
avanzamento come assassino di primo grado. Quel pensiero le ricordò con chi aveva a che fare. Si
raddrizzò sulla sedia e sollevò il mento.

«Hje marden, Matthias?» domandò.

«Non farlo» rispose lui.

«Preferisci che io parli Kerch?»

«Non voglio che la mia lingua esca dalla tua bocca.» Gli occhi si spostarono sulle labbra di lei, e Nina si
sentì invadere da uno sgradito rossore.

Per il piacere di vendicarsi, disse in Fjerdiano: «Eppure ti è sempre piaciuto il modo in cui parlavo la tua
lingua. Dicevi che suonava pura». Era vero. Lui adorava la sua dizione: parlava come una principessa,
merito dei suoi insegnanti al Piccolo Palazzo.

«Non sfidarmi, Nina» disse lui. Il Kerch di Matthias era brutto, sgraziato, e aveva l’accento aspro dei ladri
e degli assassini che aveva incontrato in prigione. «Quella purezza è un sogno a cui è difficile stare
aggrappati. Invece, il ricordo della tua vita che si spegne tra le mie mani è molto più facile da
conservare.»

«Mettimi alla prova» disse lei, la rabbia che divampava. Era stufa delle sue minacce. «Non ho più le mani
bloccate, Helvar.» Contrasse la punta delle dita, e Matthias rimase senza fiato quando il suo cuore
cominciò ad accelerare.

«Strega» sputò fuori, afferrandosi il petto.

«Sono sicura che puoi fare meglio di così. Avrai centinaia di insulti a cui ricorrere, ormai.»
«Migliaia» grugnì lui, mentre il sudore gli imperlava la fronte.

Lei rilassò le dita, improvvisamente in imbarazzo. Cosa stava facendo? Lo stava punendo? Stava giocando
con lui? Aveva tutti i diritti di odiarla.

«Vai via, Matthias. Ho una paziente a cui badare.» Si concentrò sulla temperatura corporea di Inej.

«Vivrà?»

«Ti importa?»

«Certo che mi importa. È un essere umano.»

Nina sentì la conclusione inespressa della frase. Lei è un essere umano, a differenza di te. Per i Fjerdiani,
i Grisha non erano umani. Non erano neanche alla pari con gli animali, erano qualcosa di inferiore e di
diabolico, un cancro del mondo, un’aberrazione.

Lei sollevò una spalla. «Non lo so, davvero. Ho fatto del mio meglio, ma i miei poteri sono altri.»

«Kaz ti ha chiesto se la Rosa Bianca manderà una delegazione a Hringkälla.»

«Conosci la Rosa Bianca?»

«Lo Stave dell’Ovest è uno degli argomenti di conversazione preferiti all’Anticamera dell’Inferno.»

Nina si soffermò a riflettere per un istante. Poi, senza dire una parola, si sollevò la manica della camicia.
Due rose le si intrecciavano sull’avambraccio. Avrebbe potuto spiegargli che cosa ci faceva, là, che non si
era mai prostituita per campare, ma non erano affari di Matthias quello che lei aveva fatto o non fatto.
Che credesse pure quello che voleva.

«È stata una tua scelta lavorare là?»

«Scelta è una parola grossa, ma sì.»

«Perché? Perché sei rimasta a Kerch?»

Lei si strofinò gli occhi. «Non potevo lasciarti all’Anticamera dell’Inferno.»

«Mi hai mandato tu all’Anticamera dell’Inferno.»

«È stato un errore, Matthias.»

La collera divampò negli occhi di lui e strappò via la patina di calma che li ricopriva. «Un errore? Io ti ho
salvato la vita e tu mi hai accusato di essere uno schiavista.»

«Sì» disse Nina. «E ho passato quasi tutto l’ultimo anno a cercare il modo di aggiustare le cose.»

«Le tue labbra hanno mai pronunciato una sola parola vera?»

Nina si afflosciò stancamente sulla sedia. «Non ti ho mai mentito. E non lo farò mai.»

«Le prime parole che mi hai detto erano una menzogna. Pronunciate in Kaelish, se ricordo bene.»

«Dette subito prima che mi catturassi e mi rinchiudessi in una gabbia. Era quello il momento giusto per
dire la verità?»

«Non dovrei fartene una colpa. Non puoi farci niente. È la tua natura, dissimulare le cose.» Lui le sbirciò
il collo. «I lividi sono andati via.»

«Li ho tolti io. Ti dà fastidio?»

Matthias non disse niente, ma Nina vide un barlume di vergogna passargli sul viso. Matthias aveva
sempre lottato contro il proprio senso della morale. Per diventare un drüskelle aveva dovuto uccidere le
cose buone che c’erano dentro di lui. Ma il ragazzo che avrebbe dovuto essere era sempre lì, e lei lo aveva
intravisto nei giorni che avevano trascorso insieme dopo il naufragio.

Voleva credere che quel ragazzo ci fosse ancora, rinchiuso da qualche parte, nonostante il tradimento di
lei e tutto quello che aveva subìto all’Anticamera dell’Inferno.

A guardarlo adesso, non ci avrebbe giurato. Forse era questo il vero Matthias, e l’immagine di lui a cui lei
si era aggrappata in quest’ultimo anno era stata un’illusione.

«Devo occuparmi di Inej» concluse Nina, impaziente che lui se ne andasse.


Ma lui non se ne andava. Invece, disse: «Hai mai pensato a me, Nina? Ho mai disturbato il tuo sonno?».

Lei fece spallucce. «Un Corporalki può dormire ogni volta che vuole.» E tuttavia non poteva controllare i
propri sogni.

«Il sonno è un lusso all’Anticamera dell’Inferno. Un rischio. Ma quando dormivo, io sognavo te.»

La testa di Nina fece uno scatto.

«Proprio così» disse lui. «Tutte le volte che chiudevo gli occhi.»

«Che cosa succedeva nei sogni?» chiese lei, volendo una risposta ma temendola anche.

«Cose orribili. Le torture peggiori. Tu mi affogavi lentamente. Mi incendiavi il cuore nel petto. Mi
accecavi.»

«Ero un mostro.»

«Un mostro, una fanciulla, una silfide di ghiaccio. Mi baciavi, mi sussurravi delle storie all’orecchio. Mi
cantavi delle canzoni e mi tenevi fra le braccia mentre dormivo. La tua risata mi rincorreva fino a che mi
risvegliavo.»

«Hai sempre odiato la mia risata.»

«Amavo la tua risata, Nina. E il tuo cuore impetuoso di guerriera. E avrei potuto amare anche te.»

Avrebbe potuto. Una volta. Prima che lei lo tradisse. Quelle parole le scavarono un buco di dolore nel
petto.

Sapeva che sarebbe stato meglio non parlare, ma non poté resistere. «E tu cosa facevi, Matthias? Che
cosa mi facevi nei tuoi sogni?»

La nave sbandò leggermente. Le lanterne oscillarono. Gli occhi di Matthias erano di un azzurro acceso.
«Di tutto» rispose, mentre si girava per andarsene. «Di tutto.»
15

MATTHIAS
Quando spuntò sul ponte, Matthias dovette dirigersi direttamente alla balaustra. Tutti quei ratti cresciuti
nei bassifondi si erano adattati facilmente alla vita di mare, abituati com’erano a saltare da una barca
all’altra sui canali di Ketterdam. Soltanto quello tenero, Wylan, appariva in difficoltà. Sembrava conciato
male come Matthias.

All’aria aperta andava un po’ meglio, qui poteva tenere d’occhio l’orizzonte. Come drüskelle, aveva
affrontato dei viaggi per mare, ma si era sempre sentito più a suo agio sulla terraferma, tra i ghiacci. Era
umiliante che quegli stranieri lo vedessero vomitare fuori dal parapetto per la terza volta in tre ore.

Almeno Nina non era lì ad assistere a quello spettacolo vergognoso. Continuava a pensare a lei, dentro la
cabina, ad accudire la ragazza di bronzo, così preoccupata e gentile. E stanca. Sembrava esausta. “È stato
un errore” aveva detto. Averlo bollato come schiavista, caricato su una nave Kerch, e mandato in
prigione? Sosteneva di aver provato a sistemare le cose. Ma anche se fosse stato vero, che importanza
aveva? La razza a cui apparteneva era senza onore. Lei ne era la dimostrazione.

Qualcuno aveva preparato il caffè, e lui osservò l’equipaggio sorseggiarlo dalle tazze di rame con i
coperchi di ceramica. L’idea di portare a Nina una tazza di caffè entrò nella sua testa, e lui la fece a pezzi.
Non doveva prendersi cura di lei o dire a Brekker che la ragazza aveva bisogno di un po’ di riposo. Piegò
le dita e si guardò le nocche scorticate. Nina aveva piantato in lui i semi della debolezza.

Brekker fece segno a Matthias di raggiungere lui, Jesper e Wylan sul ponte di prua, dove si erano riuniti
per studiare le mappe della Corte di Ghiaccio, lontani dagli occhi e dalle orecchie del resto
dell’equipaggio. Vedere quei disegni era come un pugnale nel cuore, per lui. Le mura, i cancelli, le
guardie. Avrebbero dovuto dissuadere quei matti, ma evidentemente lui era matto quanto loro.

«Perché non ci sono nomi da nessuna parte?» domandò Brekker, indicando le mappe.

«Io non conosco il Fjerdiano, e a noi servono informazioni corrette» disse Wylan. «Helvar dovrebbe
averle.» Si ritrasse quando vide l’espressione sul volto di Matthias. «Sto solo facendo il mio lavoro.
Smettila di fissarmi.»

«No» ringhiò lui.

«Tieni questo» disse Kaz, porgendogli un minuscolo disco trasparente che ammiccava alla luce del sole. Il
demone si era seduto su una botte, con la schiena appoggiata all’albero, la gamba malandata sollevata su
un rotolo di cime e quel velenoso bastone da passeggio in grembo. Matthias fantasticava di ridurlo in
schegge da far ingoiare a Brekker una dopo l’altra.

«Che cos’è?»

«Una nuova invenzione di Raske.»

La testa di Wylan scattò in su. «Pensavo che si occupasse di demolizioni.»

«Si occupa di tutto» disse Jesper.

«Incastratevelo tra i denti in fondo» disse Kaz mentre distribuiva i dischi agli altri. «Ma non morsicatelo.»

Wylan iniziò a sputacchiare e tossire, le mani alla gola. Sulle labbra gli era apparsa una pellicola
trasparente; la pellicola sporgeva come il gargarozzo di una rana mentre lui tentava di respirare, con gli
occhi che scattavano a destra e a sinistra per il panico.

Jesper attaccò a ridere, e Kaz si limitò a scuotere la testa. «Te l’avevo detto di non masticare, Wylan.
Respira dal naso.»

Il ragazzo inspirò forte, allargando le narici.

«Piano, se non vuoi svenire» disse Jesper.

«Che cos’è?» chiese Matthias, con il dischetto ancora nel palmo della mano.

Kaz spinse il proprio in fondo alla bocca, muovendolo avanti e indietro tra i denti. «Baleen. Avevo in
programma di conservarli, ma dopo quell’imboscata non so proprio in che razza di guai potremmo
imbatterci in mare aperto. Se finite sotto e non riuscite a risalire a galla, disincastrateli e masticateli.
Sarà come guadagnare dieci minuti d’aria. Di meno, se vi fate prendere dal panico» disse dando uno
sguardo significativo a Wylan. E diede al ragazzo un altro dischetto di baleen. «Stai attento, questa
volta.» Poi tamburellò sulle mappe della Corte di Ghiaccio.
«I nomi, Helvar. Tutti.»

Controvoglia, Matthias prese penna e inchiostro. Wylan aveva disteso le carte e iniziato a scrivere i nomi
degli edifici e delle strade circostanti. Ma farlo in prima persona, in un certo senso, era ancora più vile.
Una parte di lui si chiedeva se avrebbe potuto trovare un modo per separarsi dal gruppo una volta
arrivati, rivelare la loro posizione e in questo modo rientrare nelle grazie del governo. Qualcuno, alla
Corte di Ghiaccio, l’avrebbe riconosciuto? Con ogni probabilità era ritenuto morto, affogato nel naufragio
che aveva ucciso i suoi amici più cari e il Comandante Brum. Non c’era nulla che provasse la propria vera
identità. Sarebbe stato uno straniero che non aveva niente a che vedere con la Corte di Ghiaccio, e ora
che qualcuno l’avesse ascoltato...

«Non ce la stai contando tutta» disse Brekker, gli occhi scuri puntati su Matthias.

L’altro ignorò il brivido che lo attraversò. A volte era come se il demone gli leggesse nel pensiero. «Vi sto
dicendo quello che so.»

«La tua coscienza interferisce con la tua memoria. Tieni a mente i termini del nostro accordo, Helvar.»

«D’accordo» disse Matthias, mentre la rabbia rimontava. «Vuoi un consiglio professionale? Il tuo piano
non funzionerà.»

«Neanche lo conosci, il mio piano.»

«Entrare dalla prigione, uscire dall’ambasciata?»

«Per cominciare.»

«Non è possibile. Il settore della prigione è completamente isolato dal resto della Corte di Ghiaccio. Non è
collegato con l’ambasciata. Non c’è modo di raggiungerla da lì.»

«C’è un tetto, no?»

«Non puoi arrivare al tetto» disse Matthias tutto soddisfatto. «I drüskelle passano tre mesi a esercitarsi
con i prigionieri Grisha e con le guardie, fa parte del loro addestramento. Sono stato nella prigione, e non
c’è una via di accesso al tetto esattamente per lo stesso motivo: se qualcuno dovesse evadere dalla
propria cella, non vogliamo che si metta a correre attorno alla Corte di Ghiaccio. La prigione è totalmente
isolata dagli altri due settori nel cerchio esterno. Una volta che sei dentro, sei dentro.»

«C’è sempre una via d’uscita.» Kaz prese la cartina della prigione dalla catasta di fogli. «Cinque piani,
giusto? L’area di smistamento, e quattro piani di celle. Quindi qui cosa c’è? Nel seminterrato?»

«Niente. La lavanderia e l’inceneritore.»

«L’inceneritore.»

«Sì, dove bruciano i vestiti dei condannati quando arrivano. È una precauzione contro le epidemie ma...»
Non appena pronunciò quelle parole, capì cos’aveva in mente Brekker. «Santo Djel, vuoi che ci
arrampichiamo per sei piani lungo la canna fumaria dell’inceneritore?»

«Quando lo mettono in funzione?»

«Se ricordo bene, la mattina presto, ma anche senza il calore noi...»

«Non sta parlando di noi» disse Nina, affiorando da sottocoperta.

Kaz si tirò su a sedere. «Chi tiene d’occhio Inej?»

«Rotty» rispose lei. «Sarò di nuovo lì fra qualche minuto. Avevo solo bisogno di un po’ d’aria fresca. E non
fare finta di preoccuparti per Inej mentre programmi di mandarla ad arrampicarsi dentro una canna
fumaria alta sei piani con solo una corda e una preghiera su cui fare affidamento.»

«Lo Spettro può farcela.»

«Lo Spettro è una ragazza di sedici anni che al momento giace priva di sensi su un tavolo. Potrebbe non
superare la notte.»

«La supererà» disse Kaz, e negli occhi gli si accese una furia selvaggia. Matthias ebbe il sospetto che
Brekker sarebbe arrivato a trascinare quella ragazza fuori dall’inferno, se avesse dovuto.

Jesper prese il fucile e ci passò sopra un panno morbido. «Perché siamo qui a parlare di scalare comignoli
quando abbiamo problemi ben più grossi?»

«E quali sono?» chiese Kaz, anche se Matthias ebbe la netta impressione che li conoscesse.

«Non ha senso andare a cercare Bo Yul-Bayur se c’è di mezzo Pekka Rollins.»

«Chi è Pekka Rollins?» domandò Matthias, attorcigliando quelle ridicole sillabe con la lingua. I nomi
Kerch non erano dignitosi per i Fjerdiani. Sapeva che l’uomo era a capo di una banda e che si riempiva le
tasche con i soldi che faceva con lo Spettacolo Infernale. Già questo era uno schifo, ma Matthias aveva la
sensazione che ci fosse altro in ballo.

Wylan rabbrividì, tirando la sostanza gommosa che aveva ancora sulle labbra. «Soltanto il più grande e il
più cattivo trafficone di tutta Ketterdam. Lui ha soldi che noi non abbiamo, contatti che noi non abbiamo,
e probabilmente anche un vantaggio che noi non abbiamo.»

Jesper annuì. «Per una volta, quello che dice Wylan ha senso. Se per miracolo riuscissimo a tirar fuori Bo
Yul-Bayur prima che lo faccia Rollins, una volta che lui avrà scoperto che siamo noi quelli che lo hanno
fregato, saremo tutti morti.»

«Pekka Rollins è un boss del Barile» disse Kaz. «Niente di più, niente di meno. Smettetela di dipingerlo
come una specie di creatura immortale.»

“C’è qualcos’altro in ballo” pensò Matthias. Brekker non aveva più in corpo quella carica di violenza che
l’aveva guidato prima, quando aveva assassinato Oomen. Ma c’era ancora in lui una certa aggressività, ed
era trattenuta a stento nelle sue parole. Matthias era sicuro che Kaz Brekker odiasse Pekka Rollins, e non
solo perché il boss aveva fatto saltare per aria la loro barca e assoldato dei delinquenti per sparargli
addosso. Aveva l’impressione che tra quei due ci fossero vecchie ferite e cattivo sangue.

Jesper si allungò all’indietro e disse: «Non credi che Per Haskell ti farà tornare sui tuoi passi quando
scoprirà che hai tagliato la strada a Pekka Rollins? Pensi che il vecchio voglia la guerra?».

Kaz scosse la testa, e Matthias lesse in quel gesto una frustrazione vera. «Pekka Rollins non è venuto al
mondo vestito di velluto e sguazzando nelle kruge. Tu pensi ancora in piccolo. Pensi nel modo in cui pensa
Per Haskell, nel modo in cui uomini come Rollins vogliono che pensi. Portiamo a termine questo colpo,
dividiamoci il bottino e saremo noi le leggende del Barile. Saremo la banda che le ha suonate a Pekka
Rollins.»

«Forse dovremmo lasciar perdere l’idea di arrivare da nord» disse Wylan. «Se la banda di Pekka ha un
vantaggio su di noi, dovremmo veleggiare dritti su Djerholm.»

«Il porto pullulerà di vigilanti, per non parlare di tutte le guardie abituali e degli addetti alla dogana.»

«Il Sud? Attraverso Ravka?»

«Quel confine è chiuso a chiave» disse Nina.

«È un confine lungo» commentò Matthias.

«Ma non c’è modo di sapere in che punto è più vulnerabile» replicò lei. «A meno che tu non sia
magicamente a conoscenza di quali torri di guardia e quali avamposti sono attivi. In più, se entrassimo da
Ravka, dovremmo vedercela con i Ravkiani e con i Fjerdiani.»

Quello che aveva detto Nina aveva senso, ma lo innervosì. A Fjerda le donne non parlavano in quella
maniera, non discutevano di questioni militari o strategiche. Ma lei era sempre stata così.

«Entreremo da nord come da piano originario» disse Kaz.

Jesper picchiò la testa contro lo scafo e puntò gli occhi al cielo. «D’accordo. Ma se Pekka Rollins ci
ucciderà tutti, io andrò dal fantasma di Wylan a chiedergli di insegnare al mio fantasma come si fa a
suonare il flauto, così posso far uscire di testa il tuo fantasma.»

Brekker arricciò le labbra e scoprì i denti. «E io assumerò il fantasma di Matthias per prendere a calci in
culo il tuo fantasma.»

«Il mio fantasma non vorrà avere niente a che fare con il tuo» disse Matthias in tono elegante, e poi si
chiese se l’aria di mare gli stesse facendo marcire il cervello.
PARTE TERZA

DISPERATO
16

INEJ
Le faceva male tutto. E perché la stanza si muoveva?

Inej si risvegliò lentamente, i pensieri impastati. Si ricordava il pugnale di Oomen che si faceva strada
dentro di lei, l’arrampicata sulle casse, la gente che gridava mentre lei penzolava nel vuoto, appesa solo
per la punta delle dita.

Vieni giù, Spettro.

Ma Kaz era tornato da lei, per mettere in salvo il proprio investimento. Dovevano avercela fatta, a salire
sulla Ferolind.

Provò a voltarsi, ma il dolore era troppo intenso, per cui si accontentò di girare la testa.

Nina stava sonnecchiando su uno sgabello nell’angolo accanto al letto, la mano di Inej stretta nella sua.

«Nina» gracchiò. Le sembrava di avere la gola rivestita di lana.

Nina si svegliò di colpo. «Ci sono!» le scappò, d’impulso, poi fissò Inej con occhi appannati. «Sei sveglia.»
Si tirò su a sedere. «Oh, per tutti i Santi, ti sei svegliata.»

E infine scoppiò a piangere.

Inej cercò di sollevarsi, ma riusciva a malapena a tirar su la testa.

«No, no» disse Nina. «Non muoverti, devi riposare.»

«Stai bene?»

Nina si mise a ridere e a piangere insieme. «Io sto bene. Sei tu quella che è stata pugnalata. Non lo so,
cosa mi prende. È che è molto più semplice uccidere le persone che prendersi cura di loro.» Inej sbatté le
palpebre, e poi scoppiarono a ridere entrambe. «Oww» gemette Inej. «Non farmi ridere. Fa male da
morire.»

Nina fece una smorfia imbarazzata. «Come ti senti?»

«Fa male, ma potrebbe essere peggio. Ho sete.»

Nina le porse una tazza di latta piena di acqua. «È fresca. L’abbiamo filtrata ieri.»

Inej bevve piano, mentre Nina le teneva la testa. «Per quanto tempo ho dormito?»

«Tre giorni, quasi quattro. Jesper ci sta facendo uscire pazzi. Credo di non averlo mai visto fermo per più
di due minuti di fila.» Si alzò di scatto. «Devo dire a Kaz che sei sveglia. Noi pensavamo...»

«Aspetta» fece Inej, afferrando la mano di Nina. «Solo... possiamo non dirglielo proprio adesso?»

Nina tornò a sedersi, perplessa. «Certo, ma...»

«Solo per stanotte.» Si interruppe. «È notte ora?»

«Sì. È appena passata la mezzanotte, per l’esattezza.»

«Sappiamo chi ci ha attaccato al porto?»

«Pekka Rollins. Ha assoldato le Punte Nere e i Becchi di Rasoio per impedirci di uscire da Quinto Porto.»

«Come facevano a sapere da dove saremmo partiti?»

«Non lo sappiamo ancora.»

«Ho visto Oomen.»

«Oomen è morto. L’ha ucciso Kaz.»

«Kaz?»

«Ne ha fatti fuori parecchi. Rotty l’ha visto seguire le Punte Nere che ti avevano spinta sulle casse. Mi sa
che le sue parole esatte siano state: “Con tutto quel sangue si poteva dipingere un fienile”.»
Inej chiuse gli occhi. «Troppa morte.» Nel Barile erano circondati dalla morte. Ma lei non ci era mai
andata così tanto vicino.

«Ha avuto paura per te.»

«Kaz non ha paura di niente.»

«Avresti dovuto vedere la sua faccia quando ti ha portata da me.»

«Sono un investimento prezioso.»

Nina restò a bocca aperta. «Non dirmi che ti ha detto così.»

«Ovvio. Be’, no, prezioso non l’ha detto.»

«Idiota.»

«Come sta Matthias?»

«Un altro idiota. Ce la fai a mangiare?»

Inej scosse la testa. Non aveva fame per niente.

«Sforzati» la incalzò Nina. «Non mi hai dato granché su cui mettere le mani.»

«Per ora voglio solo riposare.»

«Ma certo» disse Nina. «Spengo la lanterna.»

Inej le prese di nuovo la mano. «No. Non voglio tornare subito a dormire.»

«Potrei leggerti delle cose, se qui ci fosse qualcosa da leggere. C’è uno Spaccacuore, al Piccolo Palazzo, in
grado di recitare poesia epica per ore. A quel punto vorresti solo morire.»

Inej rise e poi fece una smorfia di dolore. «Mi basta che rimani qui.»

«Va bene» disse Nina. «Visto che ti va di parlare, raccontami perché non hai il calice e il corvo tatuati sul
braccio.»

«Partiamo dalle domande facili?»

Nina incrociò le gambe e infilò il mento tra le mani. «Sto aspettando.»

Inej rimase in silenzio per un po’. «Hai visto le cicatrici.» Nina fece segno di sì con la testa. «Quando Kaz
convinse Per Haskell a comprare il mio riscatto al Serraglio, come prima cosa mi feci togliere il tatuaggio
della piuma di pavone.»

«Chiunque se ne sia occupato ha fatto un pessimo lavoro.»

«Non era un Corporalki e nemmeno un medico.» Solo uno dei tanti macellai provvisto di qualche nozione
che praticava il mestiere tra i disperati del Barile. Le aveva offerto un sorso di whisky e poi le aveva fatto
a fette la carne, lasciandole sul braccio una serie di ferite slabbrate. Lei se n’era fregata. Il dolore era una
liberazione. Alla Casa delle Creature Esotiche non avevano fatto altro che parlare della sua pelle. Era
dolce come il caffellatte. Era come lo zucchero caramellato. Era come seta. Lei aveva accolto con gioia
ogni taglio del coltello e ogni cicatrice che si era lasciato dietro. «Kaz mi disse che non avrei dovuto fare
niente, a parte rendermi utile.»

Kaz le aveva insegnato a scassinare le casseforti, a sfilare i portafogli dalle tasche, a brandire un pugnale.
Le aveva regalato la sua prima lama, quella che aveva chiamato Sankt Petyr: un dono meno elegante di un
mazzo di gerani selvatici, ma decisamente più pratico.

“Chissà, forse la userò su di te” gli aveva detto.

Lui aveva sospirato. “Magari fossi così assetata di sangue.” Lei non aveva capito se stava scherzando
oppure no.

Si mosse leggermente sul tavolo. Faceva male, ma non era insopportabile. Considerato quanto in
profondità era andato il pugnale, i suoi Santi dovevano aver guidato la mano di Nina.

«Kaz mi disse che se avessi dimostrato quanto valevo, avrei potuto unirmi agli Scarti quando mi fossi
sentita pronta. E l’ho fatto. Ma niente tatuaggio.»

Nina alzò un sopracciglio. «Non credevo che fosse facoltativo.»


«Tecnicamente, non lo è. Lo so che in molti non capiscono, ma Kaz mi ha detto... ha detto che spettava a
me scegliere, che non sarebbe stato lui a marchiarmi di nuovo.»

Eppure lo aveva fatto, a suo modo, malgrado le migliori intenzioni. P rovare qualcosa per Kaz Brekker era
la follia peggiore. Lei lo sapeva. Ma era stato l’unico a salvarla, a vedere il suo potenziale. Aveva
scommesso su di lei, e questo voleva pur dire qualc osa... anche se lo aveva fatto per il proprio tornaconto
personale. L’aveva anche soprannominata lo Spettro.

“Non mi piace” aveva detto lei. “Mi ricorda un cadavere.”

“Un fantasma” l’aveva corretta lui.

“Non avevi detto che ero il tuo ragno? Cos’ha che non va il ragno?”

“È pieno di ragni nel Barile. E a parte questo, vogliamo che i tuoi nemici ti temano. Non che pensino che
possano schiacciarti con la punta dello stivale.”

“I miei nemici?”

“I nostri nemici.”

Kaz l’aveva aiutata a costruirsi una leggenda e a indossarla come un’armatura, come qualcosa di più
grande e di più spaventoso di chi la portava. Inej sospirò. Non voleva più pensare a Kaz.

«Parla» disse a Nina.

«Ti crollano le palpebre. Dovresti dormire.»

«Non mi piacciono le barche. Brutti ricordi.»

«Anche per me.»

«Canta qualcosa, allora.»

Nina rise. «Ricordi quello che ti ho detto a proposito di voler morire? Ecco, credimi, tu non vuoi che io
canti.»

«Per favore.»

«Conosco solamente melodie popolari Ravkiane e canzoni Kerch da ubriaconi.»

«Canzone da ubriaconi. Qualcosa di chiassoso, ti prego.»

Nina sbuffò. «Solo perché sei tu, Spettro.» Si schiarì la voce e attaccò. «Giovane possente capitano,
audace sul mare. Soldato e marinaio, ti piace il malaffare…»

Inej si mise a ridacchiare e si tenne il fianco. «Hai ragione. Non riesci a imbroccare una nota neanche per
sbaglio.»

«Te l’avevo detto.»

«Vai avanti.»

Nina faceva veramente schifo a cantare. Però aiutava Inej a tenere la propria mente su quella barca, in
quel momento. Non voleva ripensare all’ultima volta che era stata in mare, ma i ricordi erano duri a
morire.

Non doveva nemmeno trovarsi sul carrozzone la mattina in cui gli schiavisti la catturarono. Aveva
quattordici anni, e la sua famiglia stava trascorrendo l’estate sulla costa di Ravka Ovest, godendosi la
stagione e andando in scena in una fiera alla periferia di Os Kervo. Lei avrebbe dovuto aiutare suo padre
a rammendare le reti. Ma aveva sonno, e se l’era presa comoda per dormire qualche altro minuto, per
sonnecchiare sotto le coperte di cotone fino e per ascoltare le onde che si infrangevano con un sospiro.

Quando la sagoma di un uomo era apparsa sulla porta del carrozzone, lei non aveva nemmeno capito di
trovarsi in pericolo. Aveva semplicemente detto: “Ancora cinque minuti, papà”.

Poi l’avevano presa per le gambe e trascinata fuori.

Sbatté forte la testa a terra. Loro erano in quattro, erano grossi, uomini di mare. Quando provò a gridare,
la imbavagliarono. Le legarono mani e polsi e uno se la caricò in spalla, quindi si calarono in una
scialuppa che avevano ormeggiato nella baia.

Tempo dopo, Inej venne a sapere che la costa era un luogo molto bazzicato dagli schiavisti. Avevano
avvistato il carrozzone Suli dalla loro nave e l’avevano raggiunto a remi subito dopo l’alba, quando
l’accampamento era quasi deserto.

Il resto del viaggio era avvolto nella confusione. Fu gettata nella stiva della nave insieme ad altri bambini:
alcuni più grandi, alcuni più piccoli, per lo più femmine, ma c’era anche qualche maschio. Lei era l’unica
Suli, ma qualcuno parlava Ravkiano, e le raccontarono com’erano stati catturati.

Una era stata rapita dal cantiere navale del padre; un’altra stava giocando a saltare nelle pozzanghere e
si era allontanata troppo dagli amici. Una era stata venduta dal fratello maggiore per pagare i debiti di
gioco. I marinai parlavano una lingua che lei non capiva, ma uno dei bambini affermò che li stavano
portando nell’isola esterna più grande di Kerch, dove sarebbero stati venduti all’asta a proprietari privati
o a case d’appuntamento di Ketterdam e di Novyi Zem.

La gente arrivava da tutto il mondo per fare un’offerta. Inej credeva che la schiavitù fosse illegale a
Kerch, ma evidentemente era ancora in vigore.

Non arrivò mai all’asta. Quando finalmente gettarono l’ancora, Inej fu scaricata sulla banchina e
consegnata a una delle donne più belle che avesse mai visto, alta e bionda, con occhi color nocciola e una
massa di capelli d’oro.

La donna aveva sollevato la lanterna e scrutato Inej dall’alto al basso: i denti, i seni, persino i piedi. Aveva
dato uno strattone ai suoi capelli aggrovigliati. “Questi vanno rasati.” Poi aveva fatto un passo indietro.
“Ossuta e piatta come una tavola, ma ha una pelle perfetta.”

La donna si era girata dall’altra parte per trattare con i marinai e Inej era rimasta in piedi sul molo,
stringendosi al petto le mani legate, la camicia ancora aperta, la gonna ancora sollevata fino alla vita. Inej
poteva vedere la luce della luna oltre le onde della baia. “Salta” si era detta. “Meglio in fondo al mare che
nel posto dove ti sta portando questa donna.” Ma non ne aveva avuto il coraggio.

La ragazza che sarebbe diventata un giorno avrebbe saltato senza pensarci due volte, e forse avrebbe
trascinato giù con sé uno degli schiavisti. O forse si stava prendendo in giro da sola.

Era rimasta paralizzata dalla paura quando Tante Heleen l’aveva avvicinata nello Stave dell’Ovest.

Non era stata più forte, non era stata più coraggiosa, era stata la stessa ragazzina Suli terrorizzata e
umiliata sul ponte di quella nave.

Nina stava ancora cantando, una canzonaccia su un marinaio che era stato abbandonato dalla sua bella.

«Insegnami il ritornello» disse Inej.

«Devi dormire.»

«Ritornello.»

E così Nina le insegnò le parole, e cantarono insieme, farfugliando i versi, stonate senza rimedio, finché le
lanterne si spensero.
17

JESPER
Jesper era pronto a lanciarsi oltre il parapetto solo per spezzare la routine. Altri sei giorni. Sei giorni su
questa barca – se erano fortunati e il vento era favorevole – e poi avrebbero dovuto toccare terra. La costa
ovest di Fjerda era tutta un susseguirsi di rocce pericolose e ripide scogliere. La si poteva raggiungere in
sicurezza soltanto a Djerholm e a Elling, e dal momento che entrambi i porti erano strettamente vigilati,
erano stati costretti a farsi tutto il viaggio fino ai porti del Nord, quelli da dove partivano le baleniere.

In segreto Jesper sperava che venissero attaccati dai pirati, ma la goletta era troppo piccola per
trasportare merci di pregio. Erano un bersaglio senza valore e, con le loro bandiere neutrali di Kerch,
passavano indisturbati per le rotte più trafficate del Mare Vero. Presto si erano ritrovati nelle acque
fredde del Nord, diretti a Isenvee.

Jesper si aggirava sul ponte, si arrampicava sulle sartie, cercava di convincere l’equipaggio a giocare a
carte con lui, puliva le proprie pistole. Gli mancavano la terraferma, il cibo decente e la birra buona. Gli
mancava la città. Se avesse mai desiderato gli ampi spazi aperti e il silenzio, se ne sarebbe rimasto alla
frontiera e avrebbe fatto il contadino come sperava suo padre. C’era ben poco da fare sulla barca, a parte
studiare gli schemi della Corte di Ghiaccio, ascoltare Matthias che brontolava e dar fastidio a Wylan, che
era sempre intento a cercare di ricostruire i meccanismi dei cancelli delle mura ad anello.

Kaz rimase colpito dai suoi disegni.

«Tu ragioni come un grimaldello» disse a Wylan.

«Non è vero.»

«Intendo dire che sei in grado di vedere lo spazio in modo tridimensionale.»

«Non sono un criminale» protestò Wylan.

Kaz gli rivolse un’occhiata quasi di compassione. «No, sei un flautista che è finito in pessima compagnia.»

Jesper si sedette accanto a Wylan. «Impara a incassare i complimenti. Kaz non ne dispensa molti.»

«Non è un complimento. Io non sono niente per lui. E non c’entro niente, io, qui.»

«Nulla da obiettare.»

«E anche tu non c’entri niente.»

«Come hai detto, mercantuccio?»

«Stando al piano di Kaz non ci serve un tiratore scelto, per cui tu cosa fai, a parte pedinare e far
innervosire tutti?»

Jesper fece spallucce. «Kaz si fida di me.»

Wylan sbuffò e prese la penna. «Sicuro?»

Jesper si spostò, a disagio. Certo che era sicuro. Aveva passato così tanto tempo a indovinare cosa
passasse per la testa di Kaz Brekker. E se si era guadagnato un po’ della sua fiducia, non lo meritava,
forse?

Picchiettò i pollici sulle rivoltelle e disse: «Quando cominceranno a volare i proiettili, scoprirai quant’è
bello avermi intorno. Non saranno quei bei disegni a tenerti in vita».

«Queste cartine ci servono. E nel caso te lo fossi scordato, una delle mie bombe luce ci ha aiutati a uscire
dal porto di Ketterdam.»

Jesper sbuffò. «Che strategia brillante.»

«Ha funzionato o no?»

«Hai accecato i nostri tanto quanto le Punte Nere.»

«Era un rischio calcolato.»

«Era un incrociamo-le-dita-e-speriamo-bene. Credimi, conosco la differenza.»

«Così ho sentito dire.»


«Sarebbe?»

«Sarebbe che lo sanno tutti che non sei capace di stare lontano da una rissa o da un tavolo da gioco, quali
che siano le probabilità a tuo favore.»

Jesper puntò lo sguardo alle vele e strizzò gli occhi. «Se non nasci con la camicia, devi imparare a
cogliere al volo le occasioni.»

«Non stavo...» Wylan si interruppe e posò la penna. «Perché pensi di sapere tutto di me?»

«Ne so a sufficienza, mercantuccio.»

«Buon per te. Io sento di non saperne mai abbastanza.»

«Su cosa?»

«Su tutto» mormorò Wylan.

Contro ogni previsione, Jesper si incuriosì. «Tipo?» insistette.

«Be’, tipo quelle pistole» disse lui, indicando le rivoltelle di Jesper. «Il meccanismo di sparo è insolito,
vero? Se potessi smontarle...»

«Non pensarci neanche.»

Wylan scrollò le spalle. «Oppure, tipo il fossato di ghiaccio» disse, tamburellando le dita su una delle
mappe della Corte di Ghiaccio. Matthias aveva detto che il fossato non era solido, soltanto uno strato
scivoloso e sottilissimo di ghiaccio sopra l’acqua gelida, completamente esposto alla vista e impossibile da
attraversare.

«Che cosa c’è da sapere?»

«Da dove arriva tutta l’acqua? La Corte è situata su una collina, per cui dov’è la falda acquifera o
l’acquedotto che la porta in alto?»

«Ha importanza? C’è un ponte. Non ci serve attraversare il fossato di ghiaccio.»

«Ma non sei curioso?»

«Santi numi, no. Dammi un sistema per vincere a Tre Uomo Mora oppure alla Ruota della Fortuna di
Makker. Quello sì che mi interessa.»

Wylan tornò al suo lavoro, evidentemente deluso.

Per qualche motivo, anche Jesper era un po’ deluso.

Jesper andava a controllare Inej tutte le mattine e tutte le sere.

L’idea che l’imboscata sul molo avrebbe potuto essere la fine per lei l’aveva scosso.

Nonostante gli sforzi di Nina, si era convinto che lo Spettro non sarebbe rimasto a lungo a questo mondo.

Ma una mattina Jesper arrivò e trovò Inej seduta, vestita di tutto punto: pantaloni alla zuava, corpetto
imbottito e casacca con cappuccio.

Nina era china su di lei, si stava sforzando di infilare i piedi di Inej in quelle strane scarpette con le suole
di gomma.

«Inej!» gracchiò Jesper. «Non sei morta!»

Lei sorrise leggermente. «Non più di chiunque altro.»

«Se sputi sagge e deprimenti sentenze Suli, allora vuol dire che stai meglio.»

«Non stare lì fermo» si lamentò Nina. «Aiutami a infilarle queste cose ai piedi.»

«Se lasciassi fare a me...» provò a dire Inej.

«Tu non ti piegare» scattò Nina. «Non saltare. Non muoverti di scatto. Se non giuri di andarci piano, ti
rallento il cuore e ti tengo in coma finché non sono sicura che ti sei ripresa del tutto.»

«Nina Zenik, non appena scoprirò dove hai messo i miei pugnali, scambieremo due parole.»
«Sarà meglio che le prime siano “Ti ringrazio, grande Nina, per aver dedicato ogni minuto di veglia di
quest’orribile viaggio a salvare la mia miserabile vita”.»

Jesper si aspettava che Inej scoppiasse a ridere e rimase sorpreso quando lei prese il viso di Nina tra le
mani e le disse: «Grazie per avermi trattenuta in questo mondo quando il destino sembrava determinato a
trascinarmi in quell’altro. Ti sono debitrice della mia vita».

Nina arrossì fino alla punta dei capelli. «Ti stavo prendendo in giro, Inej.» Si fermò un attimo. «E penso
che di debiti ne abbiamo entrambe sin troppi.»

«Questo è un debito che sono felice di avere.»

«Va bene, va bene. Quando torniamo a Ketterdam, mi porti fuori a mangiare le cialde.»

Ora Inej scoppiò a ridere sul serio.

Lasciò cadere le mani e assunse l’aria di chi stava ragionando. «Dei dolci in cambio di una vita? Non
credo sia uno scambio equo.»

«Mi aspetto delle cialde pazzesche.»

«Conosco giusto un posto» disse Jesper. «Hanno questo sciroppo di mela...»

«Tu non sei invitato» replicò Nina. «Ora dammi una mano a farla alzare.»

«Posso alzarmi da sola» borbottò Inej mentre scivolava giù dal tavolo e si metteva in piedi.

«Fai come ti dico.»

Con un sospiro, Inej si aggrappò al braccio che le offriva Jesper, e insieme si fecero strada fuori dalla
cabina e su per il ponte, con Nina che li seguiva.

«Questo è ridicolo» disse Inej. «Sto bene.»

«Tu sì» replicò Jesper, «ma io potrei collassare da un momento all’altro, quindi fai attenzione.»

Giunti sul ponte, Inej gli strinse il braccio per farlo fermare. Reclinò la testa all’indietro e respirò a fondo.

Era un giorno grigio come la pietra, il mare era una lastra scura solcata dalla schiuma bianca, il cielo era
increspato da nuvole dense di pioggia. Un vento duro gonfiava le vele e spingeva il piccolo vascello sulle
onde.

«Mi fa bene questo genere di freddo» mormorò lei.

«Questo genere?»

«Il vento nei capelli, gli spruzzi d’acqua sulla pelle. Il freddo di chi è vivo.»

«Due giri attorno al ponte» le ordinò Nina. «E poi vai di nuovo a letto.» Quindi raggiunse Wylan a poppa.
A Jesper non sfuggì che si era diretta verso il punto della nave più lontano da Matthias.

«Hanno fatto così per tutto il tempo?» domandò Inej, guardando Nina e poi il Fjerdiano.

Jesper annuì. «È come guardare due gatti selvatici che girano uno intorno all’altro.»

Inej emise un rumore simile a un piccolo ronzio. «E cosa faranno quando si salteranno addosso?»

«Si graffieranno a morte?»

Inej roteò gli occhi. «Non mi stupisce che perdi sempre al gioco.»

Jesper la guidò verso il parapetto, dove potevano fare la cosa che più assomigliava a una passeggiata
senza intralciare nessuno. «Ti minaccerei di buttarti di sotto, ma c’è Kaz che ci osserva.»

Inej annuì. Non alzò lo sguardo a cercare Kaz in piedi accanto a Specht al timone. Jesper invece sì, e con
la mano gli fece un saluto allegro. L’espressione di Kaz non cambiò.

«Lo ucciderebbe sorridere una volta ogni tanto?» sbottò Jesper.

«È altamente probabile.»
Ogni membro dell’equipaggio la salutò e le fece gli auguri, e Jesper si accorse che a ogni “Evviva, lo
Spettro è tornato!” Inej si rianimava. Persino Matthias le fece un inchino impacciato e le disse: «A quanto
mi dicono tu sei il motivo per cui siamo usciti vivi dal porto».

«Ho il sospetto che i motivi siano stati più d’uno» disse Inej.

«Io sono uno di quelli» si offrì volontario Jesper.

«A ogni modo» disse Matthias, ignorando Jesper, «ti ringrazio.»

Andarono avanti, e Jesper vide un sorriso compiaciuto stirare le labbra di Inej.

«Sorpresa?» le domandò.

«Un po’» ammise lei. «Trascorro così tanto tempo con Kaz. Immagino...»

«È una novità sentirsi apprezzati.»

Si lasciò sfuggire una risatina e si premette la mano sul fianco. «Ridere mi fa ancora male.»

«Sono contenti che tu sia viva. Io sono contento.»

«Lo spero. È che non mi sono mai sentita veramente una degli Scarti.»

«Be’, non lo sei.»

«Grazie.»

«Siamo una banda dagli interessi limitati, e tu non scommetti, non bestemmi, non bevi fino a sfondarti.
Ma senti qui come si fa a diventare popolari: rischiare la propria vita per salvare i compagni e impedire
che siano fatti a pezzi in un’imboscata. Metodo straordinario per farsi degli amici.»

«Basta che non mi tocchi iniziare a venire alle vostre feste.»

Quando raggiunsero il ponte a poppa, Inej si appoggiò al parapetto e guardò l’orizzonte. «È mai venuto a
trovarmi?»

Jesper sapeva che si stava riferendo a Kaz. «Tutti i giorni.»

Inej posò gli occhi scuri su di lui, poi scrollò la testa. «Non sai capire le persone, e non sai bluffare.»

Jesper sospirò. Detestava deludere la gente. «No» ammise.

Lei annuì e tornò a guardare l’oceano.

«Secondo me è perché non gli piacciono i letti d’ospedale» disse Jesper.

«A chi piacciono?»

«Voglio dire, è stato difficile per lui starti vicino a quel modo. Il giorno in cui sei stata ferita... ha un po’
perso la testa.» Gli costò caro riconoscerlo.

Kaz si sarebbe trasformato in un simile cane rabbioso se fosse stato Jesper quello con un pugnale piantato
nel fianco?

«Per forza. Questo è un colpo per sei persone, e Kaz ha evidentemente bisogno di me per scalare la canna
fumaria dell’inceneritore. Se io schiatto, il piano fallisce.»

Jesper non si mise a discutere. Non riusciva a far finta di capire Kaz o quello che lo faceva agire a quel
modo. «Dimmi una cosa. Che razza di litigio c’è stato tra Wylan e suo padre?»

Inej diede un’occhiata veloce a Kaz, poi si guardò alle spalle per accertarsi che nessuno dell’equipaggio
fosse nei paraggi. Kaz aveva specificato con chiarezza che ogni informazione anche solo vagamente
correlata con il colpo doveva rimanere fra loro sei. «Non lo so» disse. «Tre mesi fa Wylan è apparso in una
stamberga vicino alla Stecca sotto falso nome. Kaz, che tiene d’occhio tutti i nuovi arrivati nel Barile, mi
ha chiesto di curiosare.»

«E?»

Inej si strinse nelle spalle. «La servitù di casa Van Eck è pagata bene e non è facile da corrompere. Le
informazioni che ho raccolto non aggiungono granché. Secondo i pettegolezzi, Wylan è stato trovato a
letto con uno dei suoi precettori.»
«Sul serio?» disse Jesper incredulo. Ha delle qualità nascoste per davvero.

«Solo pettegolezzi. E comunque Wylan non è andato via di casa per convivere con il suo amante.»

«E allora perché papà Van Eck l’ha buttato fuori?»

«Non credo sia andata così. Ogni settimana Van Eck scrive a Wylan una lettera, e lui non apre neanche le
buste.»

«Che cosa c’è scritto nelle lettere?»

Inej si appoggiò con cautela alla balaustra. «Stai dando per scontato che io le legga.»

«Non lo fai?»

«Certo che lo faccio.» Poi aggrottò la fronte, ricordando. «C’è scritta sempre la stessa cosa: “Se stai
leggendo, allora sai quanto desideri riaverti a casa”. Oppure: “Prego che tu legga queste mie parole e ti
renda conto di tutto quello che ti sei lasciato alle spalle”.»

Jesper alzò gli occhi per guardare Wylan, che stava chiacchierando con Nina. «Il misterioso mercantuccio.
Mi domando cos’abbia fatto di così brutto Van Eck da spingere Wylan a mescolarsi con gentaglia come
noi.»

«Adesso di’ tu qualcosa a me, Jesper. Chi te lo fa fare di partecipare a questa missione? Lo sai quant’è
rischioso il colpo, e quante sono le probabilità di tornare indietro. E va bene che ami le sfide, ma questa è
oltre, anche per te.»

Jesper fissò le onde grigie del mare che marciavano schierate verso l’orizzonte, all’infinito. Non gli era
mai piaciuto l’oceano, quella sensazione di avere l’ignoto sotto i piedi, e che ci fosse qualcosa di affamato
e pieno di denti aguzzi in attesa di trascinarti di sotto. Sensazione che ormai aveva ogni giorno, anche
sulla terraferma.

«Sono pieno di debiti, Inej.»

«Sei sempre pieno di debiti.»

«No. Questa volta è peggio. Mi sono fatto prestare dei soldi dalla gente sbagliata. Lo sai che mio padre
possiede una fattoria?»

«A Novyi Zem.»

«Sì, a ovest. Ha iniziato a guadagnare qualcosa quest’anno.»

«Oh, Jesper, dimmi che non l’hai fatto.»

«Avevo bisogno del prestito. Gli ho detto che in questo modo posso finire gli studi.»

Lei lo fissò. «Tuo padre crede che studi?»

«È il motivo per cui sono venuto a Ketterdam. Durante la mia prima settimana in città scesi allo Stave
dell’Est con altri studenti. Puntai qualche kruge al tavolo. Fu un gesto d’impulso, una voglia improvvisa.
Neanche sapevo come si giocava alla Ruota della Fortuna di Makker. Ma quando il croupier diede un giro
alla ruota, fu il suono più bello mai sentito prima. Vinsi, e continuai a vincere. Fu la notte più bella della
mia vita.»

«E da allora non fai altro che cercare di riviverla.»

Lui fece di sì con la testa. «Avrei dovuto rimanere in biblioteca. Invece vinsi. E poi persi. Persi ancora.
Avevo bisogno di soldi, così iniziai a fare qualche lavoretto per le bande. Una notte, due tizi mi saltarono
addosso in un vicolo. Kaz li cacciò via, e ci mettemmo a lavorare insieme.»

«Probabilmente assoldò lui quei tizi per aggredirti, così ti saresti sentito in debito.»

«Non l’avrebbe mai fat...» Jesper si interruppe, e poi scoppiò a ridere. «Ma certo che l’avrebbe fatto.» Si
sgranchì le dita delle mani e si mise a fissare le linee sui palmi. «Kaz è... Non lo so, è diverso da chiunque
abbia mai conosciuto. Mi stupisce sempre.»

«Sì. Come un nido di api nel cassetto del comò.»

Jesper rise forte. «Esattamente.»

«E quindi cosa ci facciamo qui?»


Jesper voltò le spalle al mare, con le guance che gli scottavano. «Puntiamo al miele, direi. E preghiamo di
non essere punti.»

Inej diede un colpetto con la spalla a quella di lui. «Perlomeno siamo in due a fare la stessa sciocchezza.»

«Io non so quale sia la tua motivazione, Spettro. La mia è che davanti alla sfortuna non so mai tirarmi
indietro.»

Lei agganciò il braccio a quello di lui. «Questo fa di te un pessimo giocatore, Jesper. Ma un ottimo amico.»

«Tu sei troppo per lui, lo sai.»

«Lo so. E vale anche per te.»

«Camminiamo?»

«Sì» disse Inej, facendo un passo accanto a lui. «E poi mi serve che tu distragga Nina, così posso
mettermi a cercare i miei pugnali.»

«Non c’è problema. Basta portare su Helvar.» Mentre scendevano dal lato opposto del ponte, Jesper si
girò a guardare il timone. Kaz non si era mai mosso. Li stava ancora osservando, gli occhi duri, il viso
imperscrutabile come sempre.
18

KAZ
Kaz ci mise due giorni ad avvicinare Inej, dopo l’apparizione di lei fuori dalla cabina chirurgica. Sedeva da
sola, a gambe incrociate, la schiena contro lo scafo della nave, e sorseggiava una tazza di tè.

Kaz arrancò zoppicando da lei. «Voglio farti vedere una cosa.»

«Sto bene, grazie per avermelo chiesto» disse, guardando in su verso di lui. «Tu come stai?»

Kaz arricciò le labbra. «Uno splendore.» In modo maldestro, si abbassò accanto a Inej e mise il bastone di
lato.

«Ti fa male la gamba?»

«È a posto. Guarda qui.» Distese tra loro il disegno che Wylan aveva fatto del settore della prigione. Per lo
più le mappe di Wylan mostravano la Corte di Ghiaccio dall’alto, ma quella della prigione era una sezione
trasversale che mostrava i livelli dell’edificio disposti uno sopra l’altro.

«L’ho visto» disse Inej. Fece scorrere il dito su una linea retta, dal seminterrato fino al tetto. «Sei piani su
per la canna fumaria.»

«Ce la fai?»

Lei alzò le sopracciglia scure. «Ho delle alternative?»

«No.»

«Per cui se ti dico che non posso farcela ad arrampicarmi, tu dirai a Specht di girare la barca e riportarci
a Ketterdam?»

«Troverò un altro modo» disse Kaz. «Non so quale, ma non rinuncio a quel bottino.»

«Lo sai che posso farcela, Kaz, e sai che non mi tirerò indietro. Allora perché me lo chiedi?»

Perché sono due giorni che cerco una scusa per parlarti.

«Voglio essere sicuro che sai con che cosa hai a che fare, e che stai studiando le mappe.»

«Potrò fare una prova?»

«Sì» disse Kaz. «E se non la superi ci ritroveremo chiusi tutti insieme in un carcere Fjerdiano.»

«Mmh» disse lei, e bevve un sorso di tè. «E io sarò morta.» Chiuse gli occhi e appoggiò la nuca contro lo
scafo. «Mi preoccupa la via di fuga verso il porto. Non mi piace l’idea che ci sia soltanto una via d’uscita.»

Anche Kaz si appoggiò allo scafo. «Nemmeno a me» ammise, allungando la gamba dolorante. «Ma è per
quello che i Fjerdiani l’hanno costruita in quel modo.»

«Ti fidi di Specht?»

Kaz la guardò di sottecchi. «C’è un motivo per cui non dovrei?»

«Nient’affatto, ma se la Ferolind non dovesse aspettarci al porto...»

«Mi fido quanto basta.»

«È in debito con te?»

Kaz annuì. Si guardò attorno e poi disse: «La marina l’ha buttato fuori per insubordinazione rifiutandosi
di pagargli la pensione. Ha una sorella da mantenere vicino a Belendt. Gli ho fatto avere il suo denaro».

«È stato bello da parte tua.»

Kaz ridusse gli occhi a due fessure. «Non sono il personaggio di una favola per bambini che fa scherzi
innocui e ruba ai ricchi per dare ai poveri. C’erano soldi da fare e informazioni da ottenere. Specht
conosce le rotte nautiche come le sue tasche.»

«Mai fare niente per niente, Kaz» disse lei, lo sguardo fermo. «Lo so. Comunque, se la Ferolind venisse
intercettata, non avremmo vie d’uscita da Djerholm.»
«Vi farò uscire. Lo sai.» Dimmi che lo sai. Aveva bisogno che lei glielo dicesse. Questo colpo non era come
quelli che aveva tentato prima. Ogni dubbio che Inej aveva sollevato era lecito, e non faceva che
riecheggiare i timori che lui aveva in testa. Prima di lasciare Ketterdam, le aveva gridato addosso, le
aveva detto che si sarebbe trovato un altro ragno se lei pensava di non farcela. Doveva sapere che per lei
lui avrebbe potuto farcela, che per lei lui li avrebbe portati dentro la Corte di Ghiaccio e li avrebbe
riportati fuori tutti interi, proprio com’era andata con altre bande per altri colpi. Doveva sapere che lei
credeva in lui.

Ma tutto quello che Inej disse fu: «Ho sentito dire che è stato Pekka Rollins a spararci addosso al porto».

Kaz provò una fitta di delusione. «E con questo?»

«Non credere che non abbia notato come gli stai dietro, Kaz.»

«È solo un boss come un altro, l’ennesimo capobanda del Barile.»

«No, non è vero. Con le altre bande si tratta di affari. Ma con Pekka Rollins è una questione personale.»

Più tardi si ritrovò a chiedersi perché mai glielo avesse detto. Non l’aveva mai detto a nessuno, non
l’aveva nemmeno mai detto ad alta voce. Ma in quel momento tenne gli occhi fissi sulle vele sopra di loro
e annunciò: «Pekka Rollins ha ucciso mio fratello».

Non aveva bisogno di vedere la faccia di Inej per capire che era scioccata. «Avevi un fratello?»

«Avevo un sacco di cose» mormorò lui.

«Mi dispiace.»

Aveva voluto la sua solidarietà? È per quello che gliel’aveva detto?

«Kaz...» Inej esitò. Che cosa avrebbe dovuto fare? Dargli una pacca di incoraggiamento sul braccio? Dirgli
che lo capiva?

«Pregherò per lui» commentò. «Perché trovi la pace, nell’altro mondo se non in questo.»

Lui girò la testa. Erano seduti vicini, con le spalle che quasi si toccavano. Gli occhi di lei erano così scuri,
quasi neri, e per una volta aveva i capelli sciolti. Li portava sempre tirati indietro in uno chignon legato
stretto. Persino l’idea di essere così vicino a qualcuno avrebbe dovuto fargli accapponare la pelle. Invece
pensò: “Cosa succede se mi avvicino ancora di più?”.

«Non voglio le tue preghiere» disse lui.

«Che cosa vuoi, allora?»

Gli vennero in mente le solite, vecchie risposte. Soldi. Vendetta. La voce di Jordie nella mia testa che tace
per sempre. Ma una risposta nuova, diversa, ruggì dentro di lui, forte, insistente, e indesiderata. Te, Inej.
Voglio te.

Fece spallucce e si voltò dall’altra parte. «Morire seppellito sotto tutto l’oro che mi sono guadagnato.»

Inej sospirò. «Allora pregherò che tu abbia tutto quello che chiedi.»

«Altre preghiere?» domandò lui. «E tu cosa vuoi, Spettro?»

«Voltare le spalle a Ketterdam e non sentire mai più il suo nome.»

Bene. Avrebbe dovuto cercarsi un altro ragno, ma si sarebbe liberato di questa distrazione.

«Con la tua fetta di trenta milioni di kruge puoi esaudire il tuo desiderio.» Si rimise in piedi. «Quindi usa
le preghiere perché il tempo sia buono e le guardie siano stupide. E a me, tienimi fuori.»

Kaz zoppicò verso la prua, contrariato da se stesso e arrabbiato con Inej. Perché l’aveva cercata? Perché
le aveva parlato di Jordie? Era stato intrattabile e distratto per giorni. Era abituato ad avere il proprio
Spettro attorno – che dava da mangiare ai corvi fuori dalle finestre, che affilava i pugnali mentre lui
lavorava alla scrivania, che lo rimproverava con i suoi proverbi Suli. Non voleva Inej. Voleva indietro la
loro routine.

Kaz si puntellò alla balaustra della nave. Desiderò non aver rivelato niente su suo fratello. Anche quelle
poche parole avevano destato i ricordi e reclamato attenzione. Che cosa aveva detto a Geels alla Borsa?
“Io sono quel genere di bastardo che soltanto nel Barile sono capaci di fabbricare.” Un’altra bugia, un
altro pezzo di leggenda che aveva costruito a proprio uso e consumo.
Dopo la morte del padre, finito sotto un aratro con le budella sparpagliate per il campo come un sentiero
di umidi boccioli rossi, Jordie aveva venduto la fattoria. Non per molto. I debiti e le ipoteche si erano
mangiati quasi tutto. Ma c’era rimasto abbastanza per farli arrivare sani e salvi a Ketterdam e per
mantenerli in condizioni modeste ma confortevoli per un bel po’.

Kaz aveva nove anni, gli mancava il suo papà ed era terrorizzato all’idea di lasciare l’unica casa in cui
aveva mai abitato. Aveva tenuto stretta la mano del fratello maggiore me ntre attraversavano la
campagna dolcemente ondulata, finché raggiunsero uno dei corsi d’acqua principali e saltarono su una
bagnarola che portava prodotti agricoli a Ketterdam.

“Cosa faremo quando saremo là?” aveva chiesto a Jordie.

“Mi procurerò un lavoro alla Borsa come fattorino, poi come commesso. Diventerò un azionista e poi un
mercante vero e proprio, e farò i soldi.”

“E io?”

“Tu andrai a scuola.”

“Perché tu non andrai a scuola?”

Jordie lo aveva preso in giro. “Io sono troppo vecchio per andare a scuola. E troppo intelligente, anche.”

I primi giorni in città andarono come aveva promesso Jordie. Avevano percorso tutta l’enorme ansa del
porto nota come il Coperchio, e avevano camminato lungo lo Stave dell’Est per vedere le più grandi case
da gioco. Non si erano avventurati troppo a sud poiché erano stati avvertiti che lì le strade diventavano
pericolose. Alloggiavano in una pensione, piccola e ordinata, non lontana dalla Borsa e assaggiavano ogni
cibo che non conoscevano, ingozzandosi fino alla nausea con le mele candite. A Kaz piacevano le
bancarelle che vendevano le frittate dove si potevano scegliere gli ingredienti.

Tutte le mattine, Jordie andava alla Borsa a cercare lavoro e diceva a Kaz di restare in camera. Ketterdam
non era un posto sicuro per i bambini non accompagnati. Era piena di ladri e borseggiatori, ma anche di
uomini che rapivano i ragazzini e li vendevano al miglior offerente. E così Kaz restava in camera. Metteva
una sedia sopra il secchio per lavarsi e vi si arrampicava sopra in modo da guardarsi allo specchio mentre
si esercitava a far sparire le monete, proprio come aveva visto fare a un illusionista che si esibiva davanti
a una bisca. Kaz avrebbe potuto osservarlo per ore, ma dopo un po’ Jordie l’aveva trascinato via. I trucchi
con le carte erano belli, ma le monete che sparivano lo tenevano sveglio la notte. Come aveva fatto il
mago? Un momento prima era lì, e subito dopo non c’era più.

Il disastro iniziò con un cane a molla.

Jordie era tornato a casa affamato e nervoso, demoralizzato da un altro giorno andato a vuoto. “Dicono
che non c’è lavoro, ma quello che intendono è che non c’è lavoro per i ragazzi come me. Lì sono tutti
cugini o fratelli o figli del miglior amico di qualcuno.”

Kaz non era dell’umore giusto per tirargli su il morale. Era annoiato per aver trascorso tutte quelle ore al
chiuso, con soltanto le monete e le carte a tenergli compagnia. Voleva scendere allo Stave dell’Est a
vedere il mago.

Nel corso degli anni successivi, Kaz si sarebbe chiesto di continuo che cosa sarebbe accaduto se Jordie
non lo avesse accontentato, se in alternativa fossero andati al porto a vedere le barche, o se
semplicemente avessero fatto una passeggiata sull’altro lato del canale. Voleva tanto credere che avrebbe
fatto la differenza, ma più cresceva e più dubitava che avrebbe avuto la minima importanza.

Erano passati davanti allo sfarzo verde del Palazzo di Smeraldo, e proprio sul portone successivo, di
fronte al Colpo d’Oro, c’era un ragazzo che vendeva cagnolini meccanici. I giocattoli venivano caricati da
una chiave di bronzo e camminavano sulle gambe rigide, sbattendo le orecchie di latta. Kaz si era
accucciato a terra e aveva girato tutte le chiavi per provare a far camminare i cani insieme, e il giovane
venditore ambulante aveva attaccato bottone con Jordie. Venne fuori che era di Lij, un posto ad appena
due città di distanza da dove erano cresciuti Kaz e Jordie, e che conosceva un uomo alla ricerca di
fattorini: non alla Borsa, ma in un ufficio proprio in fondo alla strada. Jordie si sarebbe dovuto presentare
la mattina dopo, disse il ragazzo, e avrebbero potuto andare insieme a farci due chiacchiere. Anche lui
sperava di trovare lavoro come fattorino.

Sulla strada verso casa, Jordie aveva comprato una cioccolata calda per entrambi, non una da dividere
come al solito.

“La fortuna sta girando” aveva detto mentre mettevano le mani attorno alle tazze fumanti, i piedi che
penzolavano giù da un ponticello, le luci dello Stave che facevano i loro giochi sull’acqua. Kaz aveva
guardato la loro immagine riflessa sulla superficie brillante del canale e aveva pensato: “Io mi sento
fortunato adesso”.
Il ragazzo che vendeva i cagnolini meccanici si chiamava Filip, e l’uomo che conosceva si chiamava Jakob
Hertzoon, un piccolo commerciante che possedeva una caffetteria vicino alla Borsa, nella quale
organizzava incontri tra investitori di basso profilo per dividersi le partecipazioni nei viaggi commerciali
che passavano da Kerch.

“Dovresti vedere quel posto” si era vantato Jordie con Kaz, dopo essere arrivato a casa tardi quella sera.
“C’è gente a tutte le ore, parlano e si scambiano notizie, comprano e vendono azioni e contratti, gente
qualunque, macellai e fornai e scaricatori di porto. Il signor Hertzoon dice che ogni uomo può diventare
ricco. Tutto quello che gli serve è un po’ di fortuna, e gli amici giusti.”

La settimana successiva fu come un bellissimo sogno. Jordie e Filip lavoravano per il signor Hertzoon
come fattorini, portando messaggi avanti e indietro dal molo e di tanto in tanto effettuando delle
commesse per lui alla Borsa e in altri uffici commerciali. Mentre loro erano impegnati, Kaz aveva il
permesso di stare nella caffetteria. L’uomo che riempiva i bicchieri da dietro il bancone del bar lo lasciava
sedere alla cassa a fare pratica con i trucchi da prestigiatore, e gli dava tutta la cioccolata calda che
riusciva a trangugiare.

Furono invitati a casa Hertzoon per cena, una dimora imponente sulla Zelverstraat con un portone blu e
tende di pizzo bianco alle finestre. Il signor Hertzoon era un omone dalla faccia rubiconda e amichevole,
con le basette grigie e spesse. Sua moglie, Margit, pizzicò le guance di Kaz e gli diede da mangiare
l’hutspot con la salsiccia affumicata, e lui giocò in cucina con Saskia, la loro figlia. Aveva dieci anni, ed
era la ragazza più bella che Kaz avesse mai visto. Lui e Jordie rimasero fino a tarda notte a cantare
mentre Margit suonava il pianoforte e il loro grosso cane grigio sbatteva la coda a un ritmo mogio. Kaz
non si era mai sentito meglio da quando il padre era morto. Il signor Hertzoon aveva anche lasciato che
Jordie investisse piccole somme di denaro nelle azioni della compagnia. Jordie voleva investire di più, ma
il signor Hertzoon gli consigliava sempre prudenza. “Non facciamo passi più lunghi della gamba,
giovanotto.”

Le cose andarono persino meglio quando l’amico del signor Hertzoon tornò da Novyi Zem. Faceva il
capitano sulla nave di un mercante, e pareva che avesse incrociato il proprio cammino con quello di un
produttore di zucchero nel porto di Zemeni. L’agricoltore era ubriaco e si lamentava perché i suoi campi,
e quelli dei suoi vicini, erano stati allagati. Al momento il prezzo dello zucchero era basso, ma appena si
fosse scoperto quanto sarebbe stato difficile procurarselo nei mesi a venire, i prezzi sarebbero schizzati
alle stelle. L’amico del signor Hertzoon aveva intenzione di comprare tutto lo zucchero possibile prima che
la notizia arrivasse a Ketterdam.

“Sembrano chiacchiere” aveva sussurrato Kaz a Jordie.

“Non sono chiacchiere” aveva sbuffato il fratello. “Sono buoni affari. E come farebbero le persone
qualunque a farsi strada nel mondo senza un piccolo aiuto extra?”

Il signor Hertzoon aveva detto a Jordie e a Filip di effettuare le commesse in tre uffici commerciali diversi
per evitare che un acquisto troppo grosso attirasse attenzioni indesiderate. Le notizie del raccolto andato
a male arrivarono e i ragazzi, seduti in caffetteria, avevano visto i prezzi dello zucchero salire sulla
lavagna e contenuto a stento la gioia.

Quando il signor Hertzoon ritenne che le azioni non potevano salire più di così, mandò Jordie e Filip a
venderle e a riscuotere gli interessi. Tornati alla caffetteria, il signor Hertzoon aveva consegnato loro la
parte di guadagno che gli spettava prendendola direttamente dalla cassaforte.

“Che cosa ti ho detto?” aveva chiesto Jordie a Kaz mentre si addentravano nella notte di Ketterdam.
“Fortuna e buoni amici!”

Solo pochi giorni dopo, il signor Hertzoon aveva raccontato di aver ricevuto un’altra dritta da un amico
che faceva il capitano, e che aveva sentito una storia simile su un carico imminente di jurda. “Quest’anno
le piogge fanno danni ovunque” aveva detto il signor Hertzoon. “Però adesso non sono andati distrutti
soltanto i campi, ma anche i depositi sulle banchine a Eames. Ci saranno da fare dei gran bei soldi, e io ho
intenzione di andarci giù pesante.”

“Anche noi, allora” aveva detto Filip.

Il signor Hertzoon si era accigliato. “Questa volta temo di no, ragazzi. L’investimento minimo è troppo
alto. Ma ci saranno altri affari da fare!”

Filip si era infuriato. Aveva strillato contro il signor Hertzoon, gli aveva detto che non era giusto. Disse
che era come tutti gli altri mercanti della Borsa, che voleva essere ricco solo lui, e lo aveva chiamato in
modi che avevano messo Kaz in imbarazzo. Quando se ne andò sbattendo la porta, tutti nella caffetteria
avevano fissato la faccia rossa e mortificata del signor Hertzoon.

Era tornato nel suo ufficio ed era sprofondato nella sua poltrona. “Io... non posso farci niente se le cose
funzionano così. Quelli che gestiscono la vendita vogliono solo grossi investitori, gente che possa
affrontare il rischio.”

Jordie e Kaz erano rimasti lì in piedi, senza sapere cosa fare.

“Anche voi siete arrabbiati con me?” aveva domandato il signor Hertzoon.

Certo che no, avevano assicurato loro. Era Filip quello ingiusto.

“Capisco perché è arrabbiato” aveva detto il signor Hertzoon. “Opportunità come questa non arrivano
spesso, ma non c’è niente che io possa fare.”

“Io ho del denaro” aveva detto Jordie.

Il signor Hertzoon aveva fatto un sorriso accondiscendente. “Jordie, sei un bravo giovanotto, e non ho
dubbi che un giorno sarai un re della Borsa, ma non hai il capitale richiesto da questi investitori.”

Jordie aveva sollevato il mento. “Ce l’ho. Viene dalla vendita della fattoria di mio padre.”

“E immagino che sia tutto quello che tu e Kaz avete per vivere. Non lo si mette a rischio in un
investimento, non importa quanto siano sicuri i profitti. Un bambino della tua età non può...”

“Non sono un bambino. Se è un’opportunità, voglio coglierla.”

Kaz si sarebbe ricordato per sempre di quel momento, quello in cui aveva visto l’avidità prendere
possesso di suo fratello, una mano invisibile che lo spingeva avanti, la musa al lavoro.

Ce n’era voluto, per persuadere il signor Hertzoon. Erano tornati tutti alla casa sulla Zelverstraat e
discusso della faccenda fino a notte fonda. Kaz si era addormentato con la testa sul fianco del cane grigio
e il nastro rosso di Saskia stretto in mano.

Quando Jordie alla fine lo svegliò, le candele erano spente ed era già mattina. Il signor Hertzoon aveva
chiesto al proprio socio in affari di venire a firmare un contratto per un prestito da parte di Jordie. Per via
della sua età, Jordie avrebbe prestato il denaro al signor Hertzoon, e lui l’avrebbe investito. Margit servì il
tè con il latte, e pancake caldi con marmellata e panna acida. Poi erano andati tutti alla banca dove erano
depositati i soldi ricavati dalla vendita della fattoria e Jordie firmò il trasferimento di proprietà.

Il signor Hertzoon insistette per riaccompagnarli alla pensione, e sulla porta li abbracciò. Consegnò il
contratto del prestito a Jordie e gli consigliò di metterlo al sicuro. “Ora, Jordie” aveva detto, “le
probabilità che questo affare vada male sono poche, ma pur sempre ci sono. Nel caso, conto su di te e sul
fatto che non userai quel documento per ritirare il tuo prestito. Dobbiamo assumerci il rischio in due. Io
mi sto fidando di te.”

Jordie era raggiante. “Un patto è un patto.”

“Un patto è un patto” aveva ripetuto orgogliosamente il signor Hertzoon, e si strinsero la mano come dei
mercanti veri e propri. Il signor Hertzoon porse a Jordie un sacchettino di kruge. “Per festeggiare con una
bella cena. Torna alla caffetteria fra una settimana, e insieme guarderemo i prezzi salire.”

Quella settimana avevano giocato a ridderspel e a spijker nelle sale giochi del Coperchio. Avevano
comprato un cappotto nuovo per Jordie e per Kaz un paio di stivali di pelle morbida. Avevano mangiato
cialde e patatine fritte, e Jordie aveva acquistato tutti i romanzi che desiderava in una libreria sulla
Wijnstraat. Quando la settimana volse al termine, si incamminarono mano nella mano verso la caffetteria.

Era vuota. La porta d’ingresso era chiusa a chiave e sprangata. Quando schiacciarono i visi sulle vetrine
scure, videro che era sparito tutto – i tavoli, le sedie, i grossi vasi di rame e la lavagna dove venivano
segnate le cifre relative alle transazioni del giorno.

“Abbiamo sbagliato negozio?” aveva domandato Kaz.

Ma sapevano di non aver sbagliato. In un silenzio carico di tensione, si avviarono verso la casa sulla
Zelverstraat. Quando bussarono al portone blu, nessuno rispose.

“Sono solo andati via per un po’” aveva detto Jordie. Aspettarono sugli scalini per ore, finché il sole
cominciò a scendere. Non entrò e non uscì nessuno. Nessuna candela illuminò le finestre.

Alla fine, Jordie si fece coraggio e andò a bussare alla porta dei vicini. “Sì?” aveva detto la domestica che
venne ad aprire, nella sua piccola cuffia bianca.

“Lei sa dov’è andata la famiglia che abita alla porta accanto? Gli Hertzoon?”

La domestica aggrottò le sopracciglia. “Erano solo in visita, per un breve periodo, da Zierfoort.”
“No” aveva detto Jordie. “Vivono qui da anni. Loro...”

La domestica scrollò la testa. “La casa è rimasta vuota per circa un anno dopo che l’ultima famiglia se ne
andò. È stata affittata solo poche settimane fa.”

“Ma...”

Lei gli aveva chiuso la porta in faccia.

Kaz e Jordie non si dissero niente, né sulla via verso casa né quando salirono le scale della pensione che
portavano alla loro camera. Rimasero seduti a lungo nell’oscurità crescente. Dal canale di sotto
arrivavano fluttuando le voci delle persone che erano in giro a sbrigare i loro affari notturni.

“Gli è successo qualcosa” aveva detto Jordie alla fine. “C’è stato un incidente o un’emergenza. Ci scriverà
presto. Ci manderà a prendere.”

Quella notte, Kaz tirò fuori il nastro rosso di Saskia da sotto il cuscino. Lo arrotolò con cura in una spirale
e lo strinse forte nel palmo della mano. Era sdraiato a letto e cercava di pregare, ma tutto quello a cui
riusciva a pensare era la moneta dell’illusionista, che un momento c’era e il momento dopo non c’era più.
19

MATTHIAS
Era troppo per lui. Non aveva previsto quanto sarebbe stato difficile rivedere la propria patria per la
prima volta dopo così tanto tempo. Aveva avuto più di una settimana a bordo della Ferolind per
prepararsi, ma la mente era stata occupata dal pensiero del sentiero che aveva intrapreso, da Nina, dalla
magia malvagia che lo aveva tolto dalla prigione e messo su una barca spedita a tutta velocità a nord
sotto un cielo sconfinato, ancora legato non solo dalle catene, ma anche dal peso di quello che era in
procinto di fare. Avvistò per la prima volta la costa settentrionale nel pomeriggio inoltrato, ma Specht
decise di aspettare fino al tramonto per approdare sulla terraferma, nella speranza che il crepuscolo
concedesse loro un po’ di copertura. Si vedevano villaggi di cacciatori di balene lungo la costa, e nessuno
era impaziente di farsi notare. Nonostante il travestimento da cacciatori di pellicce, gli Scarti davano
comunque nell’occhio.

Passarono la notte sulla barca. All’alba del giorno dopo, Nina trovò Matthias intento a montare
l’attrezzatura invernale che Jesper e Inej avevano distribuito. Matthias era impressionato dalla capacità di
recupero di Inej. Benché avesse ancora dei cerchi scuri sotto gli occhi, non si muoveva in modo rigido, e
se aveva dei dolori li mascherava bene.

Nina gli mostrò una chiave. «Kaz mi ha mandata a toglierti le catene.»

«Me le rimetterai di notte?»

«Spetta a Kaz deciderlo. E a te, suppongo. Siediti.»

«Basta che tu mi dia la chiave.»

Nina si schiarì la gola. «Vuole anche che ti modifichi.»

«Cosa? Perché?» L’idea che Nina cambiasse il suo aspetto con la stregoneria gli era intollerabile.

«Siamo a Fjerda ora. Kaz vuole che tu sembri un po’ meno... un po’ meno te stesso, non si sa mai.»

«Hai idea di quanto è grande questo paese? Le probabilità che...»

«Le probabilità che tu venga riconosciuto saranno considerevolmente più alte alla Corte di Ghiaccio, e io
non riesco a fare modifiche al tuo aspetto tutte in una volta.»

«Perché?»

«Non sono una Plasmaforme così brava. Ormai fa parte dell’addestramento di tutti i Corporalki, ma io non
ci sono portata.»

Matthias fece un verso.

«Che cosa c’è?» domandò lei.

«Non ti ho mai sentita ammettere che non sei brava in qualcosa.»

«Sai com’è, succede così raramente.»

Si rese conto con orrore che le labbra gli si stavano aprendo in un sorriso, ma non fece fatica a reprimerlo
pensando alla propria faccia ritoccata. «Cosa ti ha chiesto di farmi Brekker?»

«Niente di radicale. Cambierò il colore degli occhi, i capelli... quelli che ti restano. Non sarà
permanente.»

«Non voglio.» Non ti voglio vicina a me.

«Non ci vorrà molto, e non ti farà male, ma se preferisci discuterne con Kaz...»

«Come non detto» disse lui, preparandosi. Era inutile discutere con Brekker, non quando poteva
semplicemente deriderlo con la promessa della grazia. Matthias sollevò un secchio, lo capovolse e ci si
sedette sopra. «Ora posso avere la chiave?»

Nina gliela porse e lui si liberò i polsi mentre lei si mise a rovistare nel cofanetto che aveva portato con
sé. Aveva una maniglia e tanti cassettini pieni di polveri e di pigmenti. Nina tirò fuori da un cassetto un
barattolo che conteneva qualcosa di nero.

«Che cos’è?»
«Antimonio.» Fece un passo verso di lui e gli spinse indietro il mento con la punta dell’indice. «Rilassa la
mascella, Matthias. O ti sbriciolerai tutti i denti per niente.»

Lui incrociò le braccia.

Nina iniziò a far cadere un po’ di antimonio sul cuoio capelluto di lui e fece un sospiro sconsolato. «Perché
il prode drüskelle Matthias Helvar non mangia la carne?» domandò in tono melodrammatico mentre si
dava da fare. «Questa è una storia triste davvero, bambino mio. Una Grisha cattiva gli ha estratto tutti i
denti, e ora può mangiare solo budino.»

«Finiscila» brontolò lui.

«Di fare cosa? Tieni la testa inclinata all’indietro.»

«Che cosa stai facendo?»

«Ti sto scurendo ciglia e sopracciglia. Quello che fanno le ragazze prima di andare alle feste.» Lui doveva
aver fatto una smorfia perché lei scoppiò a ridere. «Guarda che faccia che hai!»

Nina si sporse in avanti e i suoi capelli castani e ondulati gli sfiorarono le guance intanto che l’antimonio
gli colava sulle sopracciglia. La mano di lei gli circondò la guancia.

«Chiudi gli occhi» sussurrò. Gli passò i pollici sulle ciglia, e lui si rese conto che stava trattenendo il
respiro.

«Non sai più di rosa» disse lui, poi desiderò prendersi a calci da solo. Non avrebbe dovuto fare attenzione
al profumo di Nina.

«Più probabile che sappia di acqua di sentina.»

No, aveva un buon profumo, dolce come... «Caramelle al latte?»

Lei spostò lo sguardo con fare colpevole. «Kaz ha detto di mettere in valigia quello che ci serviva per il
viaggio. Una ragazza deve pur mangiare.» Si mise la mano in tasca ed estrasse un sacchetto di caramelle.
«Ne vuoi una?»

Sì. «No.»

Lei fece spallucce e se ne infilò una in bocca. Rovesciò gli occhi e sospirò felice. «Che buona.»

Era umiliante, ma avrebbe potuto guardarla mangiare per ore. Era una delle cose che gli piacevano di più
di Nina: lei gustava tutto, che fosse una caramella o l’acqua fredda di un ruscello o la carne di renna
essiccata.

«E adesso gli occhi» disse lei con la caramella in bocca mentre estraeva una bottiglietta dal suo cofanetto.
«Devi tenerli aperti.»

«Che cos’è quella roba?» chiese lui nervosamente.

«Una tintura realizzata da una Grisha che si chiama Genya Safin. È il modo più sicuro per cambiare il
colore degli occhi.»

Nina si sporse in avanti un’altra volta. Aveva le guance rosa per il freddo e la bocca leggermente aperta.
Le sue labbra erano a pochi pollici da quelle di lui. Se Matthias si fosse messo a sedere più dritto, si
sarebbero baciati.

«Devi guardare verso di me» gli spiegò lei.

Lo sto facendo. Lui spostò gli occhi su di lei. “Ti ricordi di questa costa, Nina?” voleva chiederle, sebbene
lei dovesse ricordarsela per forza.

«Di che colore me li fai?»

«Sssh. Questo è difficile.» Applicò qualche goccia sulla punta delle dita e le avvicinò agli occhi di
Matthias.

«Perché non le metti dentro e basta?»

«Perché non la smetti di parlare? Vuoi che ti accechi?»

Lui si zittì.

Alla fine Nina si ritrasse, lasciando vagare lo sguardo sui lineamenti di lui. «Marroncini» disse. Poi gli
fece l’occhiolino. «Come le caramelle al latte.»

«Cosa hai intenzione di fare a proposito di Bo Yul-Bayur?»

Lei si raddrizzò e si allontanò, l’espressione di chi sta per chiudersi in se stesso. «Che cosa vuoi dire?»

Gli dispiacque veder sparire la Nina disinvolta di poco prima, ma non aveva importanza. Si girò a
guardare che nessuno stesse ascoltando. «Sai perfettamente cosa voglio dire. Non ci credo neanche per
un secondo che permetterai a questa gentaglia di consegnare Bo Yul-Bayur al Consiglio dei Mercanti di
Kerch.»

Lei rimise la bottiglietta in uno dei cassettini. «Per fissare il colore dovremo ripetere l’operazione almeno
altre due volte prima di arrivare alla Corte di Ghiaccio. Raccogli le tue cose. Kaz ci vuole pronti a
sbarcare allo scoccare dell’ora.» Fece scattare il coperchio del cofanetto e raccolse le catene. Quindi si
dileguò.

Ora che salutarono l’equipaggio della barca, da rosa il cielo era diventato d’oro.

«Ci vediamo nel porto di Djerholm» urlò Specht. «Nessun rimpianto.»

«Nessun funerale» replicarono gli altri. Strana gente.

Con sua grande frustrazione, Brekker aveva tenuto la bocca cucita a proposito di come, esattamente,
avrebbero raggiunto Bo Yul-Bayur e di come, poi, sarebbero usciti dalla Corte di Ghiaccio con lo
scienziato al seguito, ma su una cosa era stato chiaro: una volta messe le m ani sull’obiettivo, la Ferolind
sarebbe stata la via di fuga.

La goletta era provvista dei documenti con i sigilli di Kerch, sui quali c’era scritto che erano state pagate
le imposte ed erano state presentate tutte le domande da parte dei rappresentanti della Compagnia della
Baia Haanraadt per trasportare pellicce e altre merci da Fjerda a Zierfoort, una città portuale nella parte
meridionale di Kerch.

Il gruppo si mise in marcia per risalire dalla costa rocciosa al fianco della scogliera. La primavera era in
arrivo, ma il ghiaccio a terra era ancora spesso, ed era una salita tosta. Quando raggiunsero la cima della
scogliera, si fermarono a riprendere fiato. La Ferolind era ancora visibile all’orizzonte, le vele gonfiate
dallo stesso vento che frustava le loro facce.

«Santi numi» disse Inej. «Lo stiamo facendo veramente.»

«Ho passato ogni minuto di ogni orrido giorno a desiderare di scendere da quella barca» disse Jesper.
«Allora perché improvvisamente mi manca?»

Wylan pestò i piedi dentro gli stivali. «Forse perché abbiamo già i piedi congelati.»

«Quando avremo i nostri soldi, potrete bruciare le kruge per scaldarvi» disse Kaz. «Andiamo.» Aveva
lasciato il bastone con la testa di corvo a bordo della Ferolind e l’aveva rimpiazzato con una canna da
passeggio meno appariscente. Jesper aveva rinunciato, con la faccia da funerale, alle sue pregiate
rivoltelle con i manici di perla a favore di un paio di pistole anonime, senza decorazioni, e Inej aveva fatto
lo stesso con il suo set di pugnali e stiletti, tenendosi solo quelli dai quali avrebbe sopportato di separarsi
quando fossero entrati nella prigione. Scelte pragmatiche, ma Matthias sapeva bene che anche i talismani
avevano il loro potere.

Jesper consultò la bussola e il gruppo girò a sud, alla ricerca di un sentiero che li avrebbe portati alla
strada principale. «Io pagherò qualcuno per bruciare le kruge al posto mio.»

Kaz prese a camminargli accanto. «Perché non paghi qualcuno che paghi qualcuno per bruciare le kruge
al posto tuo? È così che fanno i pezzi grossi.»

«Lo sai come fanno i pezzi veramente grossi? Pagano qualcuno che paghi qualcuno che paghi...»

Le loro voci si affievolirono a mano a mano che avanzavano, con Matthias e gli altri che li seguivano. Ma il
Fjerdiano notò una cosa: ciascuno di loro si lanciò un’ultima occhiata alle spalle, verso la Ferolind che si
andava dileguando. La goletta faceva parte di Kerch, era un pezzetto di casa loro, l’ultima cosa familiare,
e ogni istante che passava era sempre più lontana.

Matthias provò un po’ di compassione, ma mentre la mattina li guardava procedere dovette ammettere
che gli faceva piacere vedere i ratti dei canali, per una volta, rabbrividire e muoversi con fatica.
Pensavano di sapere cosa fosse il freddo, ma il bianco Nord costringeva gli stranieri a riconsiderare il loro
punto di vista. Gli Scarti inciampavano e barcollavano, impacciati nei loro stivali nuovi, sforzandosi di
capire quale fosse il trucco per camminare nella neve così dura, e presto Matthias si ritrovò alla guida del
gruppo, a segnare il passo, anche se Jesper continuava a tenere d’occhio la bussola.
«Mettiti gli...» Matthias si interruppe e dovette indicare Wylan. Non sapeva come si dicesse “occhiali” in
Kerch, e nemmeno “neve”, del resto. Non erano parole utili in prigione. «Scherma gli occhi, o potresti
danneggiarli in modo permanente.» Gli uomini diventavano ciechi nel profondo Nord; perdevano labbra,
orecchie, nasi, mani e piedi. La terra era brulla e crudele, e la maggior parte delle persone ci vedeva solo
quello. Ma per Matthias era bellissima. Il ghiaccio mostrava lo spirito di Djel. Aveva un colore e una forma
e anche un profumo, se si sapeva cercarlo.

Matthias avanzava, sentendosi in pace, come se qui Djel potesse sentirlo e alleviare la sua mente turbata.
Il ghiaccio faceva affiorare i ricordi d’infanzia a caccia con il padre. Vivevano più a sud, vicino a
Halmhend, ma in inverno quella zona di Fjerda non era molto diversa da questa, un mondo bianco e
grigio, spezzato da boschetti di alberi neri e flessuosi e grappoli di rocce aguzze che sembravano essere
sbucate dal nulla, come relitti sul fondo nudo dell’oceano.

Il primo giorno di cammino fu purificante: chiacchiere e il bianco silenzio del Nord che dava il bentornato
a Matthias senza giudicarlo. Si era aspettato più lamentele, ma persino Wylan si era limitato ad abbassare
la testa e camminare. “Sono tutti dei sopravvissuti” si rese conto Matthias. “Sanno adattarsi.” Quando il
sole andò giù, mangiarono la loro razione di gallette e carne essiccata e crollarono nelle tende senza una
parola.

Ma la mattina dopo segnò la fine della sua taciturna e fragile sensazione di pace. Ora che erano smontati
dalla nave e lontani dall’equipaggio, Kaz era pronto a inoltrarsi nei dettagli del piano.

«Se facciamo tutto giusto, entreremo e usciremo dalla Corte di Ghiaccio prima ancora che i Fjerdiani si
accorgano che il loro prezioso scienziato è sparito» disse Kaz mentre si rimettevano gli zaini in spalla e
riprendevano a puntare verso sud. «Quando entreremo nella prigione, saremo portati nell’area di
smistamento sotto il braccio delle celle maschili e femminili in attesa dei nostri capi d’accusa. Se Matthias
ha ragione e le procedure sono rimaste le stesse, la ronda passerà davanti alle celle di detenzione
preventiva tre volte al giorno per fare la conta delle teste. Una volta fuori da lì, dovremmo avere almeno
sei ore per attraversare l’ambasciata, localizzare Yul-Bayur sull’Isola Bianca e farlo arrivare giù al porto
prima che si rendano conto che qualcuno è sparito.»

«E cosa mi dici degli altri prigionieri in attesa nelle celle di detenzione?» domandò Matthias.

«Abbiamo un piano.»

Matthias si accigliò, ma non fu particolarmente sorpreso. Una volta in prigione, Kaz e gli altri sarebbero
stati estremamente vulnerabili. A Matthias sarebbe bastato dire una parola alle guardie per mettere fine
a tutte le loro trame. È quello che avrebbe fatto Brum, la decisione che avrebbe preso un uomo d’onore.
Una parte di Matthias aveva creduto che tornare a Fjerda l’avrebbe fatto rinsavire, che gli avrebbe dato
la forza di rinunciare a questo progetto folle; invece aveva solo reso più acuta la nostalgia di casa, e della
vita che aveva condotto con i suoi fratelli drüskelle.

«Dopo che saremo usciti dalle celle» continuò Kaz «Matthias e Jesper si procureranno delle corde dalle
stalle mentre io e Wylan faremo uscire Nina e Inej dal braccio femminile. Ci ritroveremo nel seminterrato.
È lì che c’è l’inceneritore, e dopo che la prigione avrà chiuso per la notte non ci dovrebbe essere nessuno
nella lavanderia. Mentre Inej si arrampicherà, io e Wylan passeremo al setaccio la lavanderia alla ricerca
di materiale esplosivo. E nel caso in cui i Fjerdiani avessero deciso di rinchiudere Bo Yul-Bayur nella
prigione e facilitarci la vita, Nina, Matthias e Jesper ispezioneranno le celle al piano superiore.

«Nina e Matthias?» domandò Jesper. «Lungi da me dubitare della professionalità di ognuno di noi, ma ti
sembra l’abbinamento ideale?»

Matthias ingoiò la rabbia. Jesper aveva ragione, ma detestava che si dubitasse di lui in quel modo.

«Matthias sa quali sono le procedure della prigione, e Nina può sistemare le guardie senza far rumore. Il
tuo compito è impedire che si ammazzino a vicenda.»

«Perché sono il diplomatico del gruppo?»

«Non c’è nessun diplomatico nel gruppo. Ora ascoltate» disse Kaz. «Il resto della prigione non è come
l’area di smistamento. Le guardie che fanno la ronda nel braccio delle celle si alternano ogni due ore, e
noi non vogliamo correre il rischio che qualcuno suoni l’allarme, quindi fate attenzione. Coordiniamoci in
base ai rintocchi dell’Orologio Maggiore. Saremo fuori dalle celle subito dopo i sei rintocchi, saremo su
per l’inceneritore e sopra il tetto entro gli otto rintocchi. Nessuna eccezione.»

«E poi?» chiese Wylan.

«Attraversiamo il tetto del settore dell’ambasciata e da lì raggiungiamo il ponte di vetro.»

«Ci ritroveremo al di là dei posti di blocco» disse Matthias, che non riuscì a non far trapelare nella voce
un accenno di ammirazione. «Le guardie sul ponte daranno per scontato che siamo passati dal cancello
dell’ambasciata e che i nostri documenti sono stati controllati lì.»

Wylan aggrottò la fronte, dubbioso. «Vestiti con la divisa della prigione?»

«Fase numero due» disse Jesper. «L’imbroglio.»

«Giusto» convenne Kaz. «Io, Inej, Nina e Matthias prendiamo in prestito i vestiti di qualche delegato, e
qualcosina in più per quando troviamo il nostro amico Bo Yul-Bayur, e ci facciamo una passeggiata sul
ponte di vetro. Recuperiamo Yul-Bayur e lo riportiamo all’ambasciata. Nina, se c’è tempo, tu gli cambierai
i connotati il più possibile, ma solo fino a quando non scatta un allarme, tanto nessuno noterà uno Shu in
più tra gli ospiti.»

A meno che Matthias non fosse riuscito ad arrivare per primo allo scienziato. Se gli altri lo avessero
trovato già morto, Kaz non avrebbe potuto prendersela con lui. E lui avrebbe avuto comunque la propria
grazia. E se non fosse mai riuscito a separarsi dal gruppo? A Yul-Bayur sarebbe potuto capitare un
incidente di bordo durante il viaggio di ritorno.

«Insomma, quello che ho capito io» disse Jesper «è che sono incollato a Wylan.»

«A meno che tu non abbia acquisito all’improvviso una conoscenza enciclopedica dell’Isola Bianca,
l’abilità di scassinare serrature, di scalare pareti inscalabili o di farti spifferare informazioni strettamente
confidenziali dagli ufficiali di alto rango, sì. Inoltre, voglio quattro mani a fabbricare bombe.»

Jesper guardò desolato le proprie pistole. «Un potenziale simile sprecato.»

Nina incrociò le braccia. «Mettiamo che niente vada storto. Come usciamo?»

«Camminando» rispose Kaz. «È questo il bello del piano. Ricordi cos’ho detto, a proposito del guidare
dove si vuole l’attenzione di chi guarda? Al cancello dell’ambasciata tutti gli sguardi saranno puntati sugli
ospiti che entrano nella Corte di Ghiaccio. Le persone che escono non sono un rischio per la sicurezza.»

«E allora a cosa servono le bombe?» domandò Wylan.

«Precauzione. Ci sono sette miglia di strada tra la Corte di Ghiaccio e il porto. Se qualcuno si dovesse
accorgere che Bo Yul-Bayur è scomparso, dovremo percorrerle di corsa.» Kaz tracciò una linea nella neve
con il bastone. «La strada principale incrocia un burrone. Se facciamo saltare il ponte, nessuno potrà
inseguirci.»

Matthias si prese la testa tra le mani, al pensiero dello scompiglio che queste creature inferiori erano in
procinto di scatenare nella capitale del suo paese.

«Si tratta di un prigioniero solo, Helvar» disse Kaz.

«E di un ponte» intervenne opportunamente Wylan.

«E di tutto quello che ci tocca far saltare in aria nel frattempo» aggiunse Jesper.

«State zitti, tutti» ringhiò Matthias.

Jesper alzò le spalle. «Fjerdiani.»

«Non mi piace niente di tutto questo» disse Nina.

Kaz alzò un sopracciglio. «Be’, almeno tu e Helvar avete trovato qualcosa su cui siete d’accordo.»

A mano a mano che si spostavano verso sud, la costa spariva e il ghiaccio sempre più spesso era
intervallato da squarci di foreste, assaggi di terra nera e tracce di animali, prove che il mondo era vivo,
che il cuore di Djel batteva sempre. Le domande degli altri non finivano mai.

«Quante torri di guardia ci sono sull’Isola Bianca?»

«Pensi che Yul-Bayur sia nel palazzo?»

«Ci sono delle caserme sull’Isola Bianca. Che cosa facciamo se è in una delle caserme?»

Jesper e Wylan discutevano di esplosivi, quali avrebbero potuto assemblare partendo dai materiali a
disposizione nella lavanderia della prigione, e si domandavano se sarebbero riusciti a mettere le mani su
un po’ di polvere da sparo nel settore dell’ambasciata. Nina cercava di aiutare Inej a calcolare la velocità
con cui avrebbe dovuto scalare la canna fumaria dell’inceneritore per avere il tempo sufficiente ad
assicurare le funi e far arrivare tutti in cima.

Si pungolavano di continuo l’un l’altro con domande sull’architettura e le procedure della Corte, sulla
disposizione delle tre portinerie nelle mura ad anello, ciascuna delle quali era costruita attorno a un
cortile.

«Il primo posto di blocco?»

«Quattro guardie.»

«Il secondo posto di blocco?»

«Otto guardie.»

«I cancelli delle mura ad anello?»

«Quattro, quando i cancelli non sono in funzione.»

Erano come un esasperante stormo di cornacchie, che gracchiavano nelle orecchie di Matthias:
“Traditore, traditore, traditore”.

«Protocollo giallo?» domandava Kaz.

«Disordini nel settore» rispondeva Inej.

«Protocollo rosso?»

«Violazione del settore.»

«Protocollo nero?»

«Siamo tutti spacciati?» rispose Jesper.

«Direi che può bastare» disse Matthias, stringendosi il cappuccio e arrancando avanti. Gli avevano anche
fatto riprodurre la successione dei rintocchi delle campane. Era necessario, ma si era sentito un cretino
mentre canticchiava: «Bing bong bing bing bong. No, aspettate, bing bing bong bing bing».

«Quando sarò ricco» disse Jesper dietro di lui «andrò in un posto dove non mi toccherà mai più vedere
dell’altra neve. E tu, Wylan?»

«Non lo so esattamente.»

«Secondo me dovresti comprarti un pianoforte d’oro.»

«Un flauto.»

«E tenere dei concerti su una nave da crociera. Puoi ancorarla nel canale proprio davanti alla casa di tuo
padre.»

«Nina può fare la cantante» si inserì nella conversazione Inej.

«Faremo un duetto» corresse il tiro Nina. «Tuo padre sarà costretto a traslocare.»

Nina faceva schifo a cantare. Matthias detestava l’idea di saperlo, ma non poté fare a meno di guardare
dietro di sé. Il cappuccio le era ricaduto sulle spalle e i fitti capelli mossi le sbucavano dal colletto.

“Perché continuo a fare così?” pensò lui in un impeto di frustrazione. Era successo anche a bordo della
nave. Si diceva tra sé e sé di ignorarla, e subito dopo la cercava con gli occhi.

Ma era assurdo fare finta di non pensare a lei. Avevano percorso a piedi questa stessa terra insieme. Se i
suoi calcoli erano esatti, erano stati trascinati a riva ad appena poche miglia di distanza da dove aveva
approdato la Ferolind. Tutto era cominciato con una tempesta, e in un certo senso quella tempesta non
era mai finita. Nina era stata soffiata dentro la sua vita insieme al vento e alla pioggia e aveva fatto
ruotare il suo mondo. Da allora, lui non aveva più ritrovato un equilibrio.

La tempesta era comparsa dal nulla, scuotendo la nave sulle onde come se fosse un giocattolo. Il mare era
andato avanti a trastullarsi finché non si era stancato, e a quel punto aveva trascinato la barca sott’acqua,
in un groviglio di cime e vele e uomini urlanti.

Le ultime cose che Matthias si ricordava erano l’oscurità dell’acqua, il freddo terribile, il silenzio degli
abissi. La prima cosa di cui era tornato conscio era se stesso che sputava gocce salate e rantolava per
respirare. Qualcuno gli aveva messo un braccio attorno alla vita, e insieme si stavano muovendo
nell’acqua. Il freddo era insopportabile, eppure in qualche modo lo stava sopportando.

“Svegliati, miserabile ammasso di muscoli.” Detto in un Fjerdiano pulito, impeccabile, aristocratico. Girò
la testa e fu scioccato nel vedere che la giovane strega che aveva catturato sulla costa meridionale
dell’Isola Errante lo aveva preso sottobraccio e stava borbottando tra sé e sé in Ravkiano. Lui lo aveva
sempre saputo che lei non era veramente Kaelish. In qualche modo si era liberata dalle catene ed era
uscita dalla gabbia. Ogni cellula del corpo di lui andò nel panico, e se fosse stato meno traumatizzato o
intorpidito avrebbe cercato di divincolarsi.

“Muoviti” gli aveva detto lei in Fjerdiano. “Per tutti i Santi, cosa vi danno da mangiare? Pesi come un
carro da fieno.”

Stava facendo una gran fatica, nuotando per tutti e due. Gli aveva salvato la vita. Perché? Si era dimenato
tra le braccia di lei e aveva scalciato per spingere entrambi in avanti. Lei aveva emesso un flebile
singhiozzo. “Grazie ai Santi” aveva detto. “Nuota, stupido gigante.”

“Dove siamo?” aveva domandato lui.

“Non lo so” aveva risposto lei, e lui aveva sentito il terrore nella sua voce. Aveva scalciato ancora per
allontanarsi da lei.

“No!” aveva urlato lei. “Non staccarti!”

Invece lui spinse forte e mollò la presa. Nel momento in cui uscì dal suo abbraccio, il freddo gli si avventò
contro. Il dolore fu tagliente e improvviso, e tutti gli arti gli si infiacchirono. Aveva usato la sua
ripugnante magia per riscaldarlo. La cercò nell’oscurità.

“Drüsje?” l’aveva chiamata, vergognandosi della paura che c’era nella sua voce. In Fjerdiano voleva dire
“strega”, e del resto lui non sapeva come altro chiamarla.

“Drüskelle!” aveva gridato lei, e poi lui aveva sfiorato con le dita quelle di lei nell’acqua nera. Si aggrappò
e l’attirò a sé. Il suo corpo non era propriamente caldo, ma non appena i due rientrarono in contatto il
dolore che Matthias provava nelle braccia e nelle gambe si attenuò. Fu preso da gratitudine e ribrezzo.

“Dobbiamo arrivare a riva” aveva rantolato lei. “Non ce la faccio a nuotare e a continuare a far battere i
nostri cuori.”

“Nuoto io” aveva detto lui. “Tu... nuoto io.” Strinse la schiena di Nina al petto e l’abbracciò come aveva
fatto lei con lui solo fino a pochi istanti prima, come se stesse affogando.

Ed era quello che stava succedendo, stavano entrambi affogando, o sarebbero affogati presto se prima
non fossero morti congelati.

Iniziò a scalciare nell’acqua a colpi regolari, cercando di non consumare troppa energia, ma sapevano
entrambi che con ogni probabilità era del tutto inutile. Quando erano stati colpiti dalla tempesta non
erano lontani dalla terraferma, ma era buio pesto. Potevano essersi avvicinati alla costa o essere finiti in
mare aperto.

Non si sentiva altro che il loro respiro, lo sciabordio dell’acqua, il rollio delle onde. Lui continuò a nuotare
per entrambi – anche se per quel che ne sapeva potevano benissimo essersi mossi in circolo – e lei
continuò a tenerli in vita entrambi. Chissà chi avrebbe ceduto per primo.

“Perché mi hai salvato?” le aveva chiesto lui alla fine.

“Non sprecare energie. Non parlare.”

“Perché l’hai fatto?”

“Perché sei un essere umano” aveva risposto lei con rabbia.

Menzogne. Se avessero raggiunto la terraferma, lei avrebbe avuto bisogno di un Fjerdiano che l’aiutasse
a sopravvivere, qualcuno che conosceva la zona, per quanto fosse evidente che lei parlava la sua lingua.

Per forza. I Grisha erano tutti spie e imbroglioni, addestrati a prendere di mira quelli come lui, quelli privi
di poteri contro natura. Erano predatori.

Matthias continuò a scalciare, ma i muscoli delle gambe erano affaticati e poteva sentire il freddo
insinuarsi dentro di lui.

“Stai già mollando, strega?”

La sentì scrollarsi di dosso la stanchezza, e il sangue gli tornò a scorrere nelle dita delle mani e dei piedi.

“Io non mollo mai, drüskelle. Se moriamo, sarai tu a portarne il fardello nella prossima vita.”

Gli strappò un sorriso. Di sicuro non le mancava il carattere. Era stato chiaro anche quand’era rinchiusa
nella gabbia.

Fu quello il modo in cui tirarono avanti quella notte, punzecchiandosi ogni volta che uno dei due vacillava.
Tutto ciò che sapevano era che c’erano il mare, il ghiaccio, e un tonfo occasionale che poteva essere
un’onda oppure un essere affamato che nuotava nell’acqua sotto di loro.

“Guarda” aveva sussurrato la strega quando venne l’alba, rosea e spensierata. Là, in lontananza, Matthias
riusciva appena a distinguere un promontorio di ghiaccio che sporgeva e il benedetto squarcio nero di
una spiaggia di ghiaia scura. Terra.

Non persero tempo a tirare il fiato o a festeggiare. La strega tirò indietro la testa, appoggiandola alla sua
spalla mentre lui spingeva avanti, pollice dopo maledetto pollice, mentre ogni onda li tirava indietro,
come se il mare non fosse disposto a mollare la presa.

Alla fine i loro piedi toccarono il fondo e a quel punto stavano per metà nuotando e per metà strisciando
sulla battigia. Si separarono, e il tormento invase il corpo di Matthias quando si trascinò oltre le rocce
nere, verso la terra brulla e ghiacciata.

All’inizio camminare fu impossibile. Entrambi si muovevano a scatti, nel tentativo di costringere gli arti a
obbedire, rabbrividendo per il freddo.

Poi lui riuscì a mettersi in piedi. Pensò solo ad andarsene, a cercare un riparo senza di lei. Lei era carponi,
la testa abbassata, i capelli una matassa bagnata e ingarbugliata che le copriva la faccia. Lui ebbe la netta
sensazione che si sarebbe accasciata e mai più rialzata.

Fece un passo, poi un altro. Poi tornò indietro. Qualunque fossero stati i motivi per cui l’aveva fatto,
quella notte lei gli aveva salvato la vita, e non una volta sola, ma tante. Ed era un debito di sangue da
onorare.

Lui barcollò per tornare da lei e le diede una mano da afferrare.

Quando lei sollevò lo sguardo su di lui, l’espressione sul suo viso era un misto deprimente di odio e
stanchezza. Dentro, lui ci vide la vergogna che si univa alla gratitudine, e capì che in quel momento lei
era lo specchio di lui. Anche lei non voleva avere nessun debito con lui.

Avrebbe deciso Matthias per lei. Le doveva questo e altro. Allungò la mano e la tirò su, e insieme,
arrancando, lasciarono la spiaggia.

Si diressero verso quello che Matthias confidava fosse l’Occidente. Il sole, così tanto a nord, faceva degli
scherzi al suo senso dell’orientamento e non avevano una bussola dalla quale farsi guidare. Era quasi
buio, e Matthias aveva già avvertito le prime avvisaglie di terrore vero quando finalmente individuarono il
primo degli accampamenti dei cacciatori di balene. Era deserto – gli avamposti erano attivi solo in
primavera – ed era poco più di un capanno rotondo fatto di zolle di terra, ossa e pelli di animali. Ma era
un riparo, e almeno sarebbero sopravvissuti alla notte.

La porta non aveva la serratura. Loro per poco non la sfondarono.

“Grazie” aveva sussurrato con un gemito lei mentre crollò accanto al focolare.

Lui non disse niente. Trovare l’accampamento era stata mera fortuna. Se si fossero trascinati anche solo
per poche miglia più in alto lungo la costa, sarebbero stati spacciati.

I balenieri avevano lasciato nel caminetto la torba e la legna secca. Matthias si diede da fare per
accenderlo, cercando di fare più fuoco che fumo. Era maldestro e stanco e affamato al punto che avrebbe
addentato con gioia la pelle dei suoi stivali. Quando sentì un fruscio dietro di lui, si voltò e per poco non
lasciò cadere il ciocco di legno che stava usando per alimentare la fiamma.

“Cosa stai facendo?” aveva tuonato.

Lei si era guardata alle spalle – delle spalle molto nude – e aveva detto: “C’è qualcosa che sarei tenuta a
fare?”.

“Rimettiti i vestiti!”

Lei aveva alzato gli occhi al cielo. “Non morirò congelata per salvaguardare il tuo senso del pudore.”

Lui aveva dato un colpo secco al fuoco, ma lei aveva fatto finta di niente e si era tolta tutto il resto – la
tunica, i pantaloni, persino la biancheria intima – per poi avvolgersi in una delle sudicie pelli di renna
ammucchiate accanto alla porta.

“Per tutti i Santi, come puzza” si era lamentata lei, strisciando i piedi per avvicinarsi e formando un nido
davanti al fuoco con altre pelli e coperte. Tutte le volte che si muoveva, la pelle di renna si apriva,
mostrando per un attimo un polpaccio rotondo, della pelle candida, un’ombra in mezzo ai seni. Era tutto
studiato. Lui lo sapeva. Stava cercando di irritarlo. Doveva concentrarsi sul fuoco. Era quasi morto, e se
non fosse riuscito ad accendere un fuoco come si deve, avrebbe di nuovo corso il rischio. Se soltanto lei
avesse smesso di fare tutto quel rumore. Il ciocco di legno gli si spezzò in mano. Nina sbuffò e si sdraiò
nel nido di pelli, appoggiandosi su un gomito. “Per l’amor del cielo, drüskelle, che problema hai? Voglio
solo scaldarmi. Giuro che non ti violenterò nel sonno.”

“Non ho paura di te” aveva detto lui in modo scontroso.

Lei aveva fatto un sorriso maligno. “Allora sei stupido come sembri.”

Matthias rimase accovacciato accanto al fuoco. Sapeva che avrebbe dovuto stendersi accanto a lei. Il sole
era tramontato, e le temperature stavano crollando. Stava sforzandosi di non battere i denti, e avrebbero
avuto bisogno l’uno del calore dell’altra per arrivare vivi al giorno dopo. Non avrebbe dovuto importargli,
ma non voleva starle vicino. “Perché è un’assassina” aveva detto a se stesso. “Ecco perché. È un’assassina
e una strega.”

Si costrinse ad alzarsi e ad avvicinarsi alle coperte. Ma Nina alzò una mano per fermarlo.

“Non pensarci neanche, ad avvicinarti a me tutto vestito. Sei bagnato fradicio.”

“Tu puoi tenerci il sangue al caldo.”

“Sono esausta” aveva detto lei stizzita. “E dopo che mi sarò addormentata, ci sarà solo quel fuoco a
scaldarci. Ti vedo tremare da qui. Tutti così puritani voi Fjerdiani?”

No. Forse. Davvero non lo sapeva. I drüskelle erano un ordine sacro. Erano destinati a vivere in castità
finché non prendevano moglie: delle brave donne Fjerdiane che non andavano in giro a sbraitare e a
togliersi i vestiti di dosso.

“Tutti così sfrontati voi Grisha?” aveva replicato lui sulla difensiva.

“Maschi e femmine si esercitano assieme fianco a fianco nel Primo e Secondo Esercito. Non c’è molto
margine per arrossire come delle signorine.”

“Non è naturale che le donne combattano.”

“Non è naturale che uno sia stupido tanto quanto è alto, eppure eccoti qui. Hai nuotato per tutte quelle
miglia solo per morire in questa baracca?”

“È un capanno, e non puoi sapere che abbiamo nuotato per miglia.”

Nina fece un sospiro esasperato e si rannicchiò sul fianco, rifugiandosi quanto più vicino possibile al
fuoco. “Sono troppo stanca per stare a discutere.” Chiuse gli occhi. “Non riesco a credere che l’ultima
cosa che vedrò prima di morire sarà la tua faccia.”

Matthias si sentì sfidato. Rimase lì in piedi sentendosi uno sciocco e detestandola per farlo sentire a quel
modo. Le diede le spalle e velocemente si tolse gli indumenti fradici che aveva addosso, per stenderli
accanto al fuoco. Le lanciò un’occhiata per assicurarsi che non stesse guardando, poi si avvicinò alle
coperte e si infilò dietro di lei, sempre cercando di mantenere le distanze.

“Più vicino, drüskelle” aveva cantilenato lei in modo romantico, prendendosi gioco di lui.

Matthias le passò un braccio sopra e poi intorno alla schiena e l’attirò verso il suo petto. Lei si lasciò
scappare un verso di sorpresa e si mosse a disagio.

“Smettila di muoverti” aveva bofonchiato lui. Era già stato a stretto contatto con delle ragazze – non
molte, a dir la verità – ma nessuna come lei. Era rotonda in modo indecente.

“Sei freddo e viscido” si era lamentata lei con un brivido. “È come stare vicino a un calamaro gigante.”

“Me l’hai chiesto tu di avvicinarmi!”

“Rilassati un po’” gli aveva ordinato lei e quando lui lo fece, lei si girò per guardarlo in faccia.

“Che cosa stai facendo?” aveva chiesto lui, arretrando terrorizzato.

“Calmati, drüskelle. Non ci sto provando con te.”

Lui ridusse gli occhi a due fessure. “Non mi piace il modo in cui ti esprimi.” Le era passata sul viso
un’ombra di dolore o se l’era solo immaginato? Come se le sue parole potessero fare effetto su una strega
simile.
Lei aveva fugato ogni dubbio dicendogli: “Credi che mi importi qualcosa di quello che ti piace o non ti
piace?”.

Nina appoggiò le mani sul petto di Matthias e si concentrò sul suo cuore. Lui non avrebbe dovuto
permetterglielo, non avrebbe dovuto mostrarsi così debole, ma non appena il sangue tornò a scorrere e a
scaldarlo, il sollievo e il conforto che lo invasero erano troppo piacevoli per resistere.

Si lasciò andare e si rilassò un po’, pur riluttante, sotto il tocco delle mani di lei. Lei si rigirò e si rimise il
braccio di lui attorno alla vita. “Prego, non c’è di che, gran pezzo di idiota.”

Aveva mentito. Gli piaceva parecchio il suo modo di parlare.

E gli piaceva ancora. La sentiva blaterare con Inej da qualche parte dietro di lui mentre le insegnava delle
parole Fjerdiane. «No, Hring-kaaalle. Devi accentare un po’ l’ultima sillaba.»

«Hringalah?» provò Inej.

«Meglio, però... ascolta, è come se il Kerch fosse una gazzella, che saltella da una parola all’altra» disse
Nina, mimando la gazzella. «Il Fjerdiano è come un gabbiano, che va giù in picchiata e si tuffa.» Le sue
mani diventarono degli uccelli che cavalcavano le correnti d’aria. In quel momento alzò lo sguardo e
sorprese Matthias che la fissava. Lui si schiarì la gola. «Non mangiate la neve» raccomandò loro. «Vi
disidraterà soltanto e vi abbasserà la temperatura corporea.» Si precipitò avanti, impaziente di essere
sulla collina e di mettere della distanza tra se stesso e loro. Ma appena superò la salita, si fermò di colpo.
Si voltò e alzò le braccia. «Stop! Non volete...»

Ma era troppo tardi. Nina si tappò la bocca per non urlare. Inej fece qualche gesto allarmato nell’aria.
Jesper scrollò la testa e a Wylan andò di traverso la saliva. Kaz diventò di pietra, con un’espressione
indecifrabile.

Sulla scogliera era stata costruita una pira. L’artefice aveva provato ad appiccare il fuoco nell’ansa di una
roccia sporgente, ma il riparo non era bastato a tener viva la fiamma contro il vento. Nel terreno
ghiacciato erano stati conficcati tre pali, a cui erano legati tre corpi carbonizzati. La loro pelle annerita e
squarciata stava ancora fumando.

«Ghezen» imprecò Wylan. «Cos’è?»

«È quello che i Fjerdiani fanno ai Grisha» disse Nina. Aveva un’espressione devastata e gli occhi verdi
fissi.

«È quello che fanno i criminali» disse Matthias, con le budella attorcigliate. «Le pire sono illegali da...»

Nina si girò di scatto verso di lui e lo spinse via con una violenta manata sul petto. «Non ti permettere»
ringhiò schiumando per la rabbia, mentre la furia divampava attorno a lei come un alone di fuoco. «Dimmi
quand’è stata l’ultima volta che qualcuno è stato condannato per aver dato un Grisha alle fiamme. O
chiamate assassini anche quelli che abbattono i cani?»

«Nina...»

«L’omicidio si chiama in un altro modo quando chi lo commette indossa un’uniforme?»

Fu allora che lo sentirono: un gemito, simile a un sibilo scricchiolante.

«Santi numi» disse Jesper. «Uno è ancora vivo.»

Il suono, flebile e straziante, scaturì di nuovo dal teschio scuro del corpo più a destra. Era impossibile
capire se fosse il corpo di un maschio o di una femmina. Il fuoco si era mangiato tutti i capelli e i vestiti si
erano fusi con le membra. In alcuni punti si erano staccati dei lembi di pelle nera, e sotto la carne era
viva. Dalla gola di Nina uscì un singhiozzo. Alzò le mani, ma stava tremando così forte che erano
inservibili, non sarebbe riuscita a usare il suo potere per mettere fine alla sofferenza di quella creatura.
Puntò gli occhi pieni di lacrime sugli altri. «Io... vi prego, qualcuno...»

Il primo a scattare fu Jesper. Sparò due colpi, e il corpo si quietò. Jesper rimise la pistola nella fondina.

«Dannazione, Jesper» ringhiò Kaz. «Hai appena annunciato la nostra presenza a tutti nel raggio di
miglia.»

«Penseranno che siamo qua fuori per una battuta di caccia.»

«Avresti dovuto lasciar fare a Inej.»

«Non ne avevo il desiderio» disse Inej a bassa voce. «Grazie, Jesper.»


Kaz contrasse la mascella, ma non aggiunse altro.

«Grazie» sussurrò Nina con la voce strozzata. Si lanciò in avanti sulla terra gelata, seguendo la traccia del
sentiero attraverso la neve. Stava piangendo, e incespicava a ogni passo. Matthias le andò dietro. C’erano
pochi punti di riferimento, ed era facile finire per perdersi e girare in circolo.

«Nina, non devi allontanarti dal resto del gruppo.»

«Ecco a cosa stai facendo ritorno, Helvar» gli disse lei duramente. «Eccolo, il paese che desideri servire.
Ti rende orgoglioso?»

«Io non ho mai mandato un Grisha sulla pira. I Grisha vengono sottoposti a un giusto processo.»

Lei si girò verso di lui, con gli occhiali sollevati e le lacrime congelate sulle guance.

«E allora perché nessun Grisha è mai stato giudicato innocente alla fine dei tuoi processi così giusti?»

«Io...»

«Perché il nostro crimine è esistere. Il nostro crimine è essere quello che siamo.»

Matthias fece silenzio, e quando parlò si ritrovò diviso tra la vergogna per quello che stava per dire e la
necessità di pronunciare a voce alta quelle parole, le parole con cui era cresciuto, le parole che ancora
suonavano vere dentro di lui. «Nina, ti è mai venuto in mente che forse voi... voi non dovreste esistere?»

Gli occhi della ragazza mandarono bagliori di fuoco verde. Fece un passo verso di lui, e lui avvertì il
furore che emanava. «Forse siete voi quelli che non dovrebbero esistere, Helvar. Deboli e rammolliti, con
le vostre brevi vite e i vostri piccoli miserabili pregiudizi. Adorate i folletti dei boschi e gli spiriti del
ghiaccio che non si disturbano a farsi vedere, ma il potere vero, quello lo ammirate e non vedete l’ora di
estirparlo.»

«Non prendere in giro ciò che non comprendi.»

«Le mie prese in giro ti offendono? La mia gente accoglierebbe volentieri le vostre risate al posto di
questa barbarie.» Un’espressione di enorme soddisfazione le attraversò il viso. «Ravka sta rinascendo. E
anche il Secondo Esercito, e quando saranno pronti io spero che vi sottopongano al giusto processo che
meritate. Spero che mettano i drüskelle in catene e li facciano stare in piedi ad ascoltare l’elenco dei
crimini che hanno commesso, in modo che il mondo intero abbia chiara tutta la vostra malvagità.»

«Se muori dalla voglia di veder rinascere Ravka, perché non sei là adesso?»

«Voglio che tu ottenga la tua grazia, Helvar. Voglio essere qui quando il Secondo Esercito marcerà a nord
e invaderà ogni fazzoletto di questa landa desolata. Spero che brucino ogni campo e spargano sale sulla
terra. Spero che mandino i tuoi amici e la tua famiglia a bruciare sulla pira.»

«L’hanno già fatto, Zenik. Mia madre, mio padre, la mia sorellina appena nata. Soldati Inferni, i tuoi
preziosi Grisha, così oppressi e perseguitati, hanno ridotto in cenere il nostro villaggio. Non mi è rimasto
niente da perdere.»

La risata di Nina risuonò amara. «Forse sei rimasto nell’Anticamera dell’Inferno troppo poco, Matthias.
C’è sempre qualcosa da perdere.»
20

NINA
Posso sentire il loro odore. Nina si scrollò i capelli e si diede delle pacche sui vestiti mentre barcollava
nella neve, cercando di reprimere i conati di vomito. Non riusciva a smettere di vedere quei corpi, quegli
involucri neri e abbrustoliti da cui faceva capolino, come carboni ardenti, la carne color rosso vivo. Era
come se fosse stata cosparsa delle loro ceneri, immersa nel tanfo delle membra bruciate. Non riusciva a
respirare a fondo.

Stare attorno a Matthias le aveva fatto scordare chi fosse veramente, e cosa pensasse veramente di lei. Lo
aveva modificato un altro po’ giusto quella mattina, sopportando sguardi torvi e brontolii. No,
godendoseli, grata per avere la scusa di stargli accanto, ridicolmente soddisfatta ogni volta che era lì lì
per strappargli una risata. Per tutti i Santi, perché mi interessa? Perché un singolo sorriso di Matthias
Helvar valeva come cinquanta sorrisi altrui? Aveva sentito il cuore di lui accelerare quando lei gli aveva
inclinato la testa all’indietro per modificargli il colore degli occhi. Aveva pensato di baciarlo. Aveva
desiderato baciarlo, ed era piuttosto certa che per lui fosse lo stesso. Oppure stava pensando di
strangolarmi di nuovo.

Non si era dimenticata che cosa le aveva detto a bordo della Ferolind, quando le aveva chiesto che
intenzioni avesse riguardo a Bo Yul-Bayur, se veramente volesse consegnare lo scienziato a Kerch. Se lei
avesse sabotato la missione di Kaz, avrebbe compromesso la sua grazia? Non poteva farlo. A prescindere
da cosa fosse lui, lei gli doveva la libertà.

Dopo il naufragio, aveva viaggiato con Matthias per tre settimane. Non avevano una bussola e non
sapevano dove stavano andando. Non sapevano neanche in quale punto della costa settentrionale erano
stati trascinati.

Avevano trascorso lunghe, interminabili giornate ad arrancare faticosamente nella neve, e gelide notti a
costruirsi un riparo rudimentale di qualunque genere, o dentro le baracche abbandonate negli
accampamenti dei balenieri quando erano fortunati abbastanza da incrociarli.

Avevano mangiato alghe di mare arrostite e qualunque genere di erba o di tubero trovati in giro. Il giorno
in cui, in uno degli accampamenti, avevano recuperato una scorta di carne di renna essiccata sul fondo di
uno zaino, era stato una specie di miracolo. L’avevano masticata in religioso silenzio, e il sapore li aveva
quasi ubriacati.

Dopo la prima notte, avevano dormito avvolti in tutti i panni asciutti e le coperte che erano riusciti a
trovare, ma ai due lati opposti del fuoco. Se non trovavano legna da ardere, si raggomitolavano l’uno
contro l’altra, toccandosi a malapena, ma ora che si faceva mattina si ritrovavano pigiati vicini vicini, e
respiravano in sincrono, imbozzolati in un sonno intorpidito, come una singola falce di luna.

Tutti i giorni lui si lamentava che lei era impossibile da svegliare.

“È come cercare di rianimare un cadavere.”

“La morta ha bisogno di altri cinque minuti” diceva lei, e seppelliva la testa sotto le pellicce.

Lui andava in giro sbattendo apposta i piedi, e raccoglieva le loro poche cose facendo più rumore
possibile, borbottando tra sé e sé. “Pigra, scandalosa, egoista...” finché finalmente lei si alzava e si
preparava.

“Qual è la prima cosa che farai quando tornerai a casa?” gli aveva chiesto lei in uno di quegli
interminabili giorni passati a camminare nella neve, nella speranza di trovare qualche segno di civiltà.

“Dormirò” aveva risposto lui. “Farò il bagno. Pregherò per gli amici che ho perso.”

“Ah, sì, quegli altri delinquenti e assassini. Come sei diventato un drüskelle, a proposito?”

“Durante un’incursione Grisha, i tuoi amici hanno massacrato la mia famiglia” aveva risposto lui
freddamente. “Brum mi ha accolto e mi ha dato qualcosa per cui combattere.”

Nina non aveva voluto crederci, ma sapeva che poteva essere. Le battaglie scoppiavano, vite innocenti
andavano perse negli scontri a fuoco. Altrettanto inquietante era pensare a quel mostro di Brum come a
una sorta di figura paterna.

Non le sembrò il caso né di discutere né di scusarsi, e allora aveva detto la prima cosa che le passò per la
testa.

“Jer molle pe oonet. Enel mörd je nej afva trohem verret.” “Sono stato fatto per proteggerti. Solo la morte
potrà esimermi da questo giuramento.”
Matthias l’aveva guardata scioccato. “Questo è il giuramento drüskelle a Fjerda. Come fai a conoscerlo?”

“Ho imparato quanto più possibile su Fjerda.”

“Perché?”

Lei aveva detto dopo una pausa: “Così non avrei avuto paura di voi”.

“Non sembri spaventata.”

“E tu, hai paura di me?” gli aveva chiesto lei.

“No” aveva risposto lui, ed era sembrato quasi sorpreso. Aveva già affermato in passato che non la
temeva. Questa volta lei gli credette. Tentò di rammentare a se stessa che non era una buona cosa.

Erano andati avanti a camminare per un po’, e poi lui aveva domandato: “Qual è la prima cosa che farai
tu?”.

“Mangerò.”

“Mangerai cosa?”

“Di tutto. Cavoli ripieni, ravioli di patate, torte di ribes, tartine con la scorza di limone. Non vedo l’ora di
vedere la faccia di Zoya quando tornerò a piedi al Piccolo Palazzo.”

“Zoya Nazyalensky?”

Nina si era fermata di colpo. “La conosci?”

“La conosciamo tutti. È una strega potente.”

Questa cosa la colpì. Per i drüskelle, Zoya era un po’ come Jarl Brum: crudele, inumana, la creatura che
aspettava nelle tenebre con la falce tra le mani.

Zoya era il mostro di questo ragazzo. Pensarci la mise a disagio.

“Come sei uscita dalla gabbia?»

Nina aveva sbattuto le palpebre. “Cosa?”

“Sulla nave. Eri legata e rinchiusa nella gabbia.”

“La tazza dell’acqua. Il manico si ruppe e usammo il bordo sbeccato per tagliare le corde. Tornati con le
mani libere...” La voce di Nina si era affievolita, imbarazzata.

Matthias aveva abbassato le sopracciglia. “Avevate in programma di attaccarci.”

“Ci saremmo mossi quella notte.”

“Ma poi arrivò la tempesta.”

“Sì.”

Un Chiamatempeste e un Fabrikator avevano fatto un buco proprio nel ponte, e si erano buttati in mare.
Ma qualcuno era sopravvissuto alle acque gelide? Erano riusciti a raggiungere la terraferma? Nina
rabbrividì. Se non avessero capito come usare la tazza, lei sarebbe annegata chiusa in una gabbia.

“Che cosa mangiano i drüskelle?” gli aveva chiesto, allungando il passo. “A parte i bambini Grisha,
intendo.”

“Noi non mangiamo i bambini!”

“Grasso di delfino? Zoccoli di renna?”

Aveva visto che lui contorceva la bocca e si era domandata se fosse schifato o se, invece, stesse
sforzandosi di non ridere.

“Mangiamo un sacco di pesce. Aringhe. Baccalà. E sì, renne, ma gli zoccoli no.”

“E cosa mi dici dei dolci?”

“Io non vado matto per i dolci. Mi domando se troveremo mai un terreno comune” rispose facendo
spallucce.
“Oh, avanti, drüskelle” aveva commentato lei. Non si erano ancora detti come si chiamavano, e Nina non
era certa che avrebbero dovuto farlo. Alla fine, se fossero sopravvissuti, avrebbero raggiunto una
cittadina o un villaggio. Non sapeva cosa sarebbe accaduto a quel punto, ma meno lui sapeva meglio era,
per ogni evenienza. “Non stai rivelando qualche segreto governativo di Fjerda. Voglio solo sapere perché
non ti piacciono i dolci.”

“Mi piacciono eccome i dolci, ma non abbiamo il permesso di mangiarli.”

“Nessuno ce l’ha? O soltanto i drüskelle?”

“Soltanto noi. I dolci sono considerati una debolezza. Come l’alcol o...”

“Le ragazze?”

Lui era arrossito e aveva accelerato il passo. Era così facile metterlo a disagio.

“Se gli zuccheri e l’alcol ti sono vietati, probabilmente adoreresti il pomdrakon.”

Non aveva abboccato subito e aveva continuato a camminare, ma alla fine aveva rotto il silenzio. “Che
cos’è il pomdrakon?”

“Scodella di drago” aveva detto Nina con entusiasmo. “Prima immergi i chicchi di uvetta nel brandy, poi
spegni le luci e gli dai fuoco.”

“Perché?”

“Perché così è difficile prendere i chicchi.”

“E cosa fai dopo che li hai presi?”

“Li mangi.”

“Non ti scottano la lingua?”

“Certo, ma...”

“E allora perché mai...”

“Perché è divertente, scemo. Hai presente ‘divertente’? C’è una parola per dirlo in Fjerdiano, per cui
dovrebbe esserti familiare.”

“Faccio tantissime cose divertenti.”

“Ah, sì? Cosa fai per divertirti?”

E andavano avanti così, a tirarsi le frecciatine, proprio come quel la prima notte nell’acqua, a tenersi vivi
a vicenda, rifiutandosi di accettare che stavano diventando sempre più deboli, che se non avessero
trovato un villaggio al più presto non sarebbero durati tanto a lungo. C’erano giorni in cui la fame e il
bianco accecante del ghiaccio del Nord li facevano girare in tondo, tornare indietro, incespicare sui propri
passi, ma non ne parlarono mai, non pronunciarono mai la parola “persi”, come se sapessero entrambi
che avrebbe in qualche modo ammesso la loro sconfitta.

“Perché i Fjerdiani non lasciano combattere le ragazze?” gli aveva chiesto lei una notte in cui giacevano
rannicchiati sotto una tettoia, il freddo palpabile attraverso le pelli che avevano gettato per terra.

“Le ragazze non vogliono combattere.”

“Come lo sapete? L’avete mai chiesto a una di loro?”

“Le donne Fjerdiane sono fatte per essere venerate e protette.”

“In effetti è una politica saggia.”

Ormai la conosceva abbastanza bene da rimanere sorpreso. “Lo pensi davvero?”

“Pensa a come sarebbe imbarazzante per voi essere surclassati da una ragazza Fjerdiana.”

Lui aveva sbuffato.

“Mi piacerebbe da matti vederti sconfitto da una ragazza” aveva detto lei allegramente.

“Non in questa vita.”


“Be’, immagino che non arriverò a vederlo. Ma arriverò a vivere il momento in cui io ti prenderò a calci in
culo.”

Questa volta lui era scoppiato a ridere, una risata vera e propria che lei sentì nella schiena.

“Santi numi, Fjerdiano, non sapevo che sapessi ridere. Stai attento però adesso, vacci piano.”

“La tua arroganza mi diverte, drüsje.”

Ora era toccato a lei ridere. “Questo potrebbe essere il peggior complimento che abbia mai ricevuto.”

“Dubiti mai di te stessa?”

“Di continuo” aveva risposto lei mentre scivolava nel sonno. “Solo, non lo faccio vedere.”

La mattina dopo si fecero strada lungo una banchisa piena di crepacci frastagliati, tenendosi sulle solide
distese in mezzo ai burroni mortali e discutendo delle abitudini notturne di Nina.

“Come fai a dire di essere un soldato? Dormiresti fino a mezzogiorno se io te lo lasciassi fare.”

“E questo cosa c’entra?”

“Disciplina. Routine. Significano niente per te? Djel, non vedo l’ora di avere di nuovo un letto tutto per
me.”

“Come no” aveva detto Nina. “Lo sento proprio quanto ti dispiaccia dormirmi vicino. Lo sento tutte le
mattine.”

Matthias si era fatto scarlatto. “Perché devi sempre dire cose così?”

“Perché mi piace quando diventi tutto rosso.”

“Sei disgustosa. Non c’è bisogno di rendere tutto così volgare.”

“Se soltanto ti dessi una calmata...”

“Io non voglio darmi una calmata.”

“Perché? Cos’hai paura che succeda? Che potrei cominciare a piacerti?”

Lui non aveva detto niente.

Malgrado la stanchezza, Nina trotterellava davanti a lui. “È questo il punto, non è vero? Non vuoi che una
Grisha ti piaccia. Ti fa paura l’idea di ridere alle mie battute o di rispondere alle mie domande, perché
potresti cominciare a credere che sono umana. Sarebbe così terribile?”

“Tu mi piaci.”

“Cos’hai detto?”

“Tu mi piaci” aveva ripetuto lui con rabbia.

Lei aveva sorriso, raggiante, e aveva sentito una sorgente di piacere sgorgare dentro di sé. “Ora, davvero,
è così brutta questa cosa?”

“Sì!” aveva risposto lui.

“Perché?”

“Perché sei terribile. Sei sfacciata e volgare e... infida. Brum ci ha messi in guardia, ci ha detto che le
Grisha possono essere seducenti.”

“Oh, capisco. Sono la perfida adescatrice Grisha. Ti ho ammaliato con le mie astuzie Grisha!”

Gli aveva dato dei colpetti sul petto.

“Smettila.”

“No. Ti sto ammaliando.”

“Mollami.”

Lei aveva ballato nella neve girandogli attorno, punzecchiandogli il torace, la pancia, il fianco. “Però! Sei
davvero irremovibile. Sarà un duro lavoro.” Lui si era messo a ridere. “Funziona! L’ammaliamento è
iniziato. Il Fjerdiano ha ceduto. Non sei in grado di resistermi. Tu...”

La voce di Nina si trasformò in un urlo quando il ghiaccio le cedette sotto i piedi. Buttò avanti le mani alla
cieca, alla ricerca di qualcosa, qualunque cosa capace di arrestare la sua caduta, e con le dita raschiò il
ghiaccio e la roccia.

Il drüskelle l’afferrò per un braccio, e lei gridò quando per poco non le scivolò via la presa.

Rimase attaccata lì così, sospesa nel nulla, aggrappata alle dita di lui che erano l’unica cosa che la
divideva dalla nera cavità del ghiaccio. Per un istante, guardandolo negli occhi, fu certa che il drüskelle
l’avrebbe lasciata andare.

“Ti prego” aveva detto lei, con le lacrime che le scorrevano sulle guance.

Lui la trascinò oltre il bordo, e lentamente tornarono sul ghiaccio più solido. Si sdraiarono sulla schiena,
ansimando per lo sforzo.

“Ho avuto paura... ho avuto paura che mi avresti lasciata andare” aveva detto lei.

Dopo una lunga pausa lui aveva replicato: “Ci ho pensato. Solo per un attimo”.

Nina aveva sbuffato fuori una risatina. “Ci sta” aveva detto alla fine. “Anch’io ci avrei pensato.”

Lui si era alzato in piedi e le aveva dato la mano. “Io sono Matthias.”

“Nina” aveva detto lei, prendendola. “Piacere di fare la tua conoscenza.”

Il naufragio era stato più di un anno fa, ma sembrava che fosse successo ieri. Una parte di Nina voleva
tornare indietro, all’attimo precedente a quando tutto aveva cominciato a girare per il verso sbagliato, a
quelle lunghe giornate sul ghiaccio in cui erano stati Nina e Matthias invece di una Grisha e di un
cacciatore di streghe. Ma più ci pensava e più sapeva per certo che non c’era mai stato un periodo così.
Quelle tre settimane erano state un inganno a cui lei e Matthias avevano dato vita per sopravvivere.

La verità era la pira.

«Nina» disse Matthias, correndole dietro. «Nina, ascoltami. Devi stare con gli altri.»

«Lasciami.»

Quando lui la prese per un braccio, lei girò su se stessa e serrò la mano a pugno, bloccando il passaggio
dell’aria nella gola di lui. Un uomo qualunque l’avrebbe lasciata andare, ma Matthias era un drüskelle
addestrato. Afferrò l’altro braccio di Nina e glielo bloccò lungo il fianco, poi la tenne stretta a sé in modo
che lei non potesse usare le mani. «Smettila» le disse dolcemente.

Lei si dimenò per divincolarsi dalla presa di lui, gelandolo con lo sguardo. «Lasciami.»

«Non posso. Non mentre sei una minaccia.»

«Per te sarò sempre una minaccia, Matthias.»

Gli angoli della bocca gli si piegarono in un sorriso triste. Gli occhi erano quasi malinconici. «Lo so.»

Lentamente, lui la lasciò andare. Lei fece un passo indietro.

«Che cosa mi toccherà vedere quando raggiungeremo la Corte di Ghiaccio?» fece lei.

«Sei terrorizzata.»

«Sì» disse lei, il mento in alto con aria di sfida. Non aveva senso negarlo.

«Nina...»

«Dimmelo. Devo saperlo. Camere di tortura? Una pira che arde sul tetto?»

«Non si usano più le pire alla Corte.»

«Allora cosa? Sbudellamenti e squartamenti? Plotoni d’esecuzione? Il Palazzo Reale si affaccia sulle
forche?»

«Mi sono stancato dei tuoi giudizi morali, Nina. La devi finire.»

«Ha ragione lui. Non puoi andare avanti così.» Jesper era in piedi, fermo nella neve insieme agli altri. Da
quanto erano lì? L’avevano vista aggredire Matthias?
«Fatti gli affari tuoi» scattò Nina.

«Se voi due continuate a litigare ci farete ammazzare tutti, e io avrei in programma un bel po’ di altre
partite a carte da perdere.»

«Dovete trovare il modo di fare pace» disse Inej. «Almeno per un po’.»

«Questo non è un tuo problema» ringhiò Matthias.

Kaz fece un passo avanti, l’espressione pericolosa. «È un problema nostro eccome. E attento a come
parli.»

Matthias alzò le mani in segno di resa. «Siete stati tutti imbrogliati da lei. Perché è questo quello che fa.
Ti fa credere di essere tua amica e poi...»

Inej incrociò le braccia. «E poi cosa?»

«Lascia stare, Inej.»

«No, Nina» fece Matthias. «Diglielo. Una volta hai affermato di essere mia amica. Ti ricordi?» Si girò
verso gli altri. «Camminammo insieme per tre settimane. Le salvai la vita. Ce la salvammo a vicenda.
Quando arrivammo a Elling, noi... Avrei potuto denunciarla ai soldati che c’erano là in qualunque
momento. Ma non lo feci.» Matthias iniziò a fare avanti e indietro e alzò la voce, come se i ricordi
avessero il sopravvento su di lui. «Mi feci, invece, prestare dei soldi. Mi procurai un alloggio. Ero disposto
a tradire tutto quello in cui credevo per la sua incolumità. Poi la vidi giù al molo che cercava di prenotare
un passaggio, e c’era un mercante Kerch, pronto a salpare.» Matthias era nuovamente là, in piedi sul
molo con lei, Nina glielo leggeva negli occhi. «Chiedetele che cosa fece a quel punto, questa nobile
alleata, questa ragazza che si permette di giudicare me e il mio popolo.»

Nessuno disse niente, tutti rimasero in attesa.

«Diglielo, Nina» insistette lui. «È giusto che sappiano in che modo tratti i tuoi amici.»

Nina deglutì e si sforzò di guardarli negli occhi. «Dissi ai Kerch che Matthias era uno schiavista e che mi
aveva fatto prigioniera. Mi buttai ai loro piedi e li implorai di aiutarmi. Avevo un sigillo, l’avevo preso da
una nave schiavista che avevamo saccheggiato vicino all’Isola Errante. Lo usai come prova.»

Non ce la faceva a guardarli. Kaz sapeva già tutto, ovviamente. Quando lei aveva elemosinato il suo aiuto,
aveva dovuto raccontargli quali erano le accuse che aveva rivolto e che poi aveva cercato di ritrattare. Ma
Kaz non aveva mai indagato, non aveva mai chiesto spiegazioni, non l’aveva mai rimproverata. In un certo
senso, raccontargli tutto era stato un sollievo. Da un ragazzo soprannominato Manisporche non potevano
piovere critiche.

Ma adesso la verità era sotto gli occhi di tutti. In cuor loro, tutti i Kerch sapevano che gli schiavi
entravano e uscivano dai porti di Ketterdam, e che la maggior parte dei lavoratori a contratto non erano
altro che schiavi con un altro nome. Ma pubblicamente biasimavano lo schiavismo ed erano obbligati per
legge a perseguitare chi lo praticava. Nina sapeva esattamente cosa sarebbe accaduto appena avesse
accusato Matthias di quel crimine.

«Io non capivo cosa stesse succedendo» disse Matthias. «Non parlavo il Kerch, ma Nina sicuramente sì.
Mi presero e mi misero in catene. Mi buttarono nella cella di un brigantino e mi tennero là al buio per
settimane mentre attraversavamo il mare. Rividi la luce del sole quando mi condussero fuori dalla nave, a
Ketterdam.»

«Non avevo scelta» disse Nina con un nodo alla gola. «Tu non sai...»

«Dimmi solo un’altra cosa» la interruppe lui. La voce risuonava di collera ma anche di qualcos’altro, una
specie di supplica. «Se potessi tornare indietro, se potessi cancellare quello che mi hai fatto, lo
cancelleresti?»

Nina si costrinse a fronteggiarli. Aveva avuto i propri motivi per fare quello che aveva fatto, ma che
importanza avevano per loro? E chi erano loro per giudicarla? Raddrizzò la schiena e sollevò il mento. Era
un membro degli Scarti, una dipendente della Rosa Bianca, e di tanto in tanto una ragazza incosciente,
ma prima di tutto era una Grisha e un soldato. «No» disse chiaramente, e la sua voce riecheggiò sulla
distesa sterminata di ghiaccio. «Rifarei tutto daccapo.»

Un brontolio improvviso scosse il terreno. Nina per poco non perse l’equilibrio e Kaz si tenne in piedi
grazie al bastone. I due si scambiarono un’occhiata perplessa.

«Ci sono delle faglie attive quassù nel profondo Nord?» domandò Wylan.

Matthias aggrottò la fronte. «Non che io sappia, ma...»


Una placca di terra si sollevò da sotto i piedi di Matthias, facendolo cadere. Un’altra esplose alla destra di
Nina e la mandò gambe all’aria. Attorno a loro, monoliti deformi di roccia e ghiaccio esplodevano verso
l’alto, come se il terreno stesse prendendo vita. Si levò un vento sferzante e turbinarono raffiche di neve.

«Cosa diavolo succede?» gridò Jesper.

«Sembrerebbe una specie di terremoto!» urlò Inej.

«No» disse Nina, indicando una macchia scura che pareva galleggiare indisturbata nel cielo, immune al
vento ululante. «Ci stanno attaccando.»

Nina si mise a camminare a quattro zampe, alla ricerca di un riparo. Pensò di essere impazzita. C’era
qualcuno che volteggiava alto nel cielo sopra di lei. Stava guardando qualcuno volare.

I Grisha Chiamatempeste erano in grado di controllare le correnti d’aria. Al Piccolo Palazzo li aveva anche
visti giocare a lanciarsi a vicenda nell’aria, ma il livello di precisione e di forza che serviva per mantenere
un volo sotto controllo era inimmaginabile: o almeno lo era stato finora. Jurda parem. Non aveva creduto
granché a Kaz. Aveva persino sospettato che lui le avesse palesemente mentito solo per convincerla ad
accettare di partecipare al colpo. Ma a meno che non avesse battuto la testa senza ricordarselo, quello
che vedeva era reale.

Il Chiamatempeste volteggiò nell’aria, facendo infuriare la bufera e spedendo in giro ghiaccio volante
finché le trafisse le guance. Vedeva a malapena. Quando un’altra lastra emerse dal terreno, cadde
all’indietro. Il Chiamatempeste li stava radunando, li stava spingendo a raggrupparsi e a diventare un
bersaglio unico.

«Mi serve un diversivo!» urlò Jesper da qualche parte nella tempesta.

Lei udì un plinc metallico.

«A terra» gridò Wylan. Nina si appiattì sulla neve. Un boom le deflagrò sopra la testa, e un’esplosione
illuminò il cielo proprio alla destra del Chiamatempeste. I venti attorno a loro calarono mentre il Grisha
veniva scagliato via e costretto a concentrarsi per raddrizzarsi. Gli ci volle giusto un attimo, ma a Jesper
bastò per puntare il fucile e fare fuoco.

Ci fu uno sparo, e il Chiamatempeste precipitò a terra veloce come una saetta. Un’altra lastra di ghiaccio
scivolò al proprio posto. Erano intrappolati in un recinto come animali pronti per il macello. Jesper puntò
tra le lastre, verso una lontana macchia di alberi, e Nina si accorse che c’era un altro Grisha, un ragazzo
con i capelli scuri. Prima che Jesper potesse fare fuoco, quello spinse un pugno verso l’alto e Jesper fu
sbalzato via da un pilone di terra. Mentre cadde rotolò su se stesso e sparò.

Il ragazzo in lontananza gridò e si piegò su un ginocchio, ma le braccia erano ancora alzate e la terra
brontolò e tremò di nuovo sotto di loro. Jesper sparò un’altra volta e lo mancò. Nina alzò le mani e cercò
di puntare al cuore del Grisha, ma era troppo fuori dalla sua portata.

Vide Inej fare segno a Kaz. Senza una parola, lui si addossò alla lastra più vicina e mise le mani a coppa
all’altezza del ginocchio. Il terreno si piegò e ondeggiò, ma lui rimase saldamente ancorato al suolo
mentre Inej usava le mani intrecciate di Kaz per lanciarsi in alto in un arco leggiadro. Sparì oltre la lastra
senza neanche un rumore. Un istante dopo, la terra si placò.

«Meno male che c’è lo Spettro» disse Jesper.

Erano in piedi, confusi, l’aria stranamente calma dopo il caos di prima.

«Wylan» ansimò Jesper, rimettendosi in piedi. «Portaci via da qui.»

Wylan annuì, tirò fuori un involto color stucco dal suo zaino e lo appoggiò delicatamente alla roccia più
vicina. «Tutti giù» ordinò.

Si accovacciarono raggruppandosi in un ammasso di corpi il più lontano possibile dal recinto. Wylan
azionò l’esplosivo e scattò via, incastrandosi tra Matthias e Jesper mentre tutti si tappavano le orecchie.

Non accadde nulla.

«Stai scherzando?» disse Jesper.

Boom. La lastra esplose. Sulle loro teste piovvero pezzi di ghiaccio e di roccia.

Wylan era coperto di polvere e aveva un’espressione leggermente confusa e fuori di sé dalla gioia. Nina
scoppiò a ridere. «Almeno provaci, a fare finta di sapere che avrebbe funzionato.»

Uscirono incespicando dal recinto di lastre. Kaz fece un cenno a Jesper. «Facciamo il giro. Assicuriamoci
che non ci siano altre sorprese.» Si incamminarono in direzione opposta.

Nina e gli altri trovarono Inej in piedi sopra il corpo tremante del Grisha. Indossava dei vestiti verde
militare e aveva gli occhi vitrei. Perdeva sangue dalla ferita da proiettile, nella coscia, e sulla destra gli
spuntava un pugnale dal petto. Inej doveva averlo infilzato quando era uscita dal recinto.

Nina si inginocchiò accanto a lui.

«Me ne serve ancora» mormorò il Grisha. «Solo un po’.» Afferrò la mano di Nina, e soltanto allora lei lo
riconobbe.

«Nestor?»

Lui fremette al suono del proprio nome, ma non diede l’impressione di sapere davvero chi fosse.

«Nestor, sono io, Nina.» Era stata a scuola con lui al Piccolo Palazzo. Durante la guerra, erano stati
mandati a Keramzin insieme. All’incoronazione di re Nikolai, avevano rubato una bottiglia di champagne e
al lago si erano sbronzati fino a stare male. Lui era un Fabrikator, un Tempratore che lavorava con
metalli, vetro e fibre. Non aveva senso. I Fabrikator producevano tessuti, armi. Nestor non poteva essere
in grado di fare quello che lei aveva appena visto.

«Ti prego» implorò lui, con la faccia che si contraeva in una smorfia. «Me ne serve ancora.»

«Parem?»

«Sì» singhiozzò lui. «Sì. Ti prego.»

«Posso guarire la tua ferita, Nestor, se stai fermo.» Le sue condizioni non erano buone, ma se lei fosse
riuscita a fermare l’emorragia...

«Non voglio il tuo aiuto» disse lui con rabbia, e si ritrasse.

Lei tentò di calmarlo, di abbassargli le pulsazioni, ma temeva di fermargli il cuore. «Per favore, Nestor.
Per favore, stai fermo.»

Ora lui stava urlando e si dimenava.

«Tenetelo giù» disse lei.

Matthias si mosse per dare una mano, e Nestor alzò le braccia.

Una porzione di terreno si sollevò e si increspò, spingendo indietro Nina e gli altri.

«Nestor, per favore! Lascia che ti aiutiamo.»

Lui si alzò, barcollando sulla gamba ferita, strappandosi via il pugnale conficcato nel petto. «Dove sono?»
urlò. «Dove sono andati?»

«Chi?»

«Gli Shu!» gemette lui. «Dove sono andati? Tornate indietro!» Fece un passo traballante, poi un altro.
«Tornate indietro!» Cadde a testa in giù nella neve e non si mosse più.

Nina si precipitò al suo fianco e lo voltò. Aveva la neve negli occhi e in bocca. Gli mise le mani sul petto,
cercando di recuperare il battito cardiaco, ma il cuore si era fermato. Se il suo corpo non fosse stato
devastato dalla droga, avrebbe potuto sopravvivere alle ferite. Però era troppo debole, la pelle tirata sulle
ossa e talmente pallida da sembrare trasparente.

“Non va bene” pensò Nina tristemente. Praticare la Piccola Scienza rendeva i Grisha più sani e più forti.
Era una delle cose che amava di più del proprio potere. E tuttavia il corpo aveva dei limiti.

Era come se la droga avesse spinto il potere di Nestor ad andare ben oltre la velocità del suo corpo. Lo
aveva semplicemente consumato tutto fino a esaurirlo.

Kaz e Jesper fecero ritorno, ansimando.

«Trovato qualcosa?» chiese Matthias.

Jesper annuì. «Un gruppo di persone dirette a sud.»

«Lui stava urlando il nome degli Shu» disse Nina.

«Sapevamo che gli Shu avrebbero mandato una squadra a recuperare Bo Yul-Bayur» disse Kaz.
Jesper abbassò lo sguardo sul corpo inanimato di Nestor. «Ma non potevamo immaginare che avrebbero
mandato i Grisha. Come facciamo a sapere che non sono mercenari?»

Kaz sollevò una moneta che aveva un cavallo inciso su un lato e due chiavi incrociate sull’altro. «Questa
era nella tasca del Chiamatempeste» disse lui, lanciandola a Jesper. «È una wen ye Shu. La Moneta
Lasciapassare. Questa è una missione governativa.»

«Come ci hanno scoperti?» domandò Inej.

«Forse li hanno attirati gli spari di Jesper» disse Kaz.

Jesper fece un gesto di stizza e indicò Nina e Matthias. «O forse hanno sentito questi due urlarsi addosso.
Potrebbero averci seguito per miglia.»

Nina cercò di dare un senso a quelle parole. Gli Shu non assoldavano i Grisha come soldati, e non erano
come i Fjerdiani; per loro il potere dei Grisha non era contro natura o ripugnante.

Ne erano affascinati. Però anche loro ritenevano che i Grisha fossero inferiori agli umani. Da anni il
governo Shu catturava i Grisha e conduceva esperimenti sui prigionieri per cercare di individuare
l’origine del loro potere. Non li avrebbero mai usati come mercenari. O perlomeno così stavano le cose
prima. Forse la parem aveva cambiato le regole del gioco.

«Io non capisco» disse Nina. «Se hanno la jurda parem, perché inseguire Bo Yul-Bayur?»

«Può darsi che ne abbiano una scorta, ma non siano capaci di sintetizzarne dell’altra» rispose Kaz. «Il
Consiglio dei Mercanti sembrava vederla così. O forse vogliono solo essere certi che Yul-Bayur non dia la
formula a qualcun altro.»

«Secondo te useranno i Grisha drogati per penetrare nella Corte di Ghiaccio?» domandò Inej.

«Se ne hanno degli altri, sì» rispose Kaz. «È quello che farei io.»

Matthias scrollò il capo. «Se hanno uno Spaccacuore, siamo morti.»

«C’è mancato un pelo già così» replicò Inej.

Jesper si mise in spalla il fucile. «Wylan si è guadagnato lo stipendio.»

A sentire il proprio nome, Wylan fece un saltino. «Davvero?»

«Be’, almeno l’acconto.»

«Muoviamoci» disse Kaz.

«Dobbiamo seppellirlo» lo fermò Nina.

«Il terreno è troppo duro, e non abbiamo tempo. La squadra Shu è in marcia verso Djerholm. Non
sappiamo quanti altri Grisha possano avere con loro, e la squadra di Pekka potrebbe essere già dentro la
Corte.»

«Non possiamo lasciarli in balia dei lupi» disse lei, con la gola chiusa.

«Vuoi costruirgli una pira?»

«Vai all’inferno, Brekker.»

«Fai il tuo dovere, Zenik» ribatté prontamente lui. «Non ti ho portata a Fjerda per celebrare riti funerari.»

Lei alzò le mani. «Cosa ne dici se ti apro in due il cranio come un uovo di pettirosso?»

«Credimi, non vuoi vedere quello che ho dentro la testa, cara la mia Nina.»

Lei fece un passo avanti, ma Matthias le si mise davanti.

«Smettetela» disse. «Lo farò io. Ti aiuterò a scavare la fossa.» Nina lo fissò. Lui prese un piccone dalla
propria borsa di arnesi e glielo porse, poi ne prese un altro dall’equipaggiamento di Jesper. «Da qui
procedete in direzione sud» disse Matthias agli altri. «Conosco il territorio, e sono sicuro che vi
riprenderemo prima che faccia notte. Ci muoveremo più veloci per conto nostro.»

Kaz gli rivolse uno sguardo fermo. «Vedi di ricordarti quella grazia, Helvar.»

«Siamo sicuri che sia una buona idea lasciarli da soli?» domandò Wylan mentre iniziavano a scendere
lungo il pendio.
«No» rispose Inej.

«E lo facciamo lo stesso?»

«O ci fidiamo adesso o ci fidiamo dopo» disse Kaz.

«Vogliamo parlare della piccola rivelazione che ci ha fatto Matthias? A proposito della lealtà di Nina?»
chiese Jesper.

Nina colse appena la risposta di Kaz: «Sono certo che nessuno di noi ha le parole fedeltà e sincerità incise
sul proprio stemma». Sebbene avesse volentieri preso a pugni Kaz, non poteva fare a meno di essergli
anche un po’ grata.

Matthias si allontanò di qualche passo dal corpo di Nestor. Piantò il piccone nella terra ricoperta di
ghiaccio, lo estrasse e lo conficcò di nuovo.

«Qui?» domandò Nina.

«Preferisci da un’altra parte?»

«Non... non lo so.» Nina puntò lo sguardo sui campi ricoperti di bianco, punteggiati da radi boschetti di
betulle. «Mi sembra tutto uguale.»

«Conosci i nostri dèi?»

«Qualcuno» rispose lei.

«Ma conosci Djel.»

«La sorgente.»

Matthias annuì. «I Fjerdiani credono che tutto il mondo sia collegato dalle acque: i mari, il ghiaccio, i
fiumi e i ruscelli, la pioggia e i temporali. Tutto nutre Djel ed è nutrito da lui. Quando moriamo, noi lo
chiamiamo felötobjer, prendere radice. Diventiamo come le radici del frassino, e beviamo da Djel ovunque
siamo stati seppelliti.»

«È per questo che i Grisha li bruciate invece di seppellirli?»

Lui aspettò un momento prima di rispondere, poi fece un veloce cenno di assenso con la testa.

«Però mi aiuterai a far riposare qui Nestor e il Chiamatempeste?»

Lui annuì di nuovo.

Nina afferrò l’altro piccone e tentò di seguire i colpi ritmici di lui. Il terreno era duro, quasi granitico, e
ogni volta che veniva colpito dal piccone ricambiava inviandole una scossa su per le braccia.

«Nestor non avrebbe dovuto poter fare quelle cose» disse lei, la testa ancora in subbuglio. «Nessun
Grisha può usare il proprio potere a quel modo. È tutto sbagliato.»

Matthias rimase in silenzio per un istante, poi disse: «Hai capito, adesso? Hai capito com’è, dover
affrontare un potere così alieno? Trovarsi di fronte a un nemico con una forza così anormale?».

Nina strinse la presa sul piccone. Nestor sotto l’effetto della parem era la versione perversa di tutto
quello che lei amava del proprio potere. Era così che Matthias e gli altri Fjerdiani vedevano i Grisha? Un
potere al di là della ragione, il mondo naturale alla deriva.

«Forse.» Era il massimo che poteva concedergli.

«Hai detto che non avevi scelta al porto di Elling» disse lui senza guardarla. Il piccone calò e si levò
sempre a ritmo. «Perché ero un drüskelle? Avevi organizzato tutto dall’inizio?»

A Nina tornò in mente il loro ultimo vero giorno insieme, l’euforia che avevano provato quando avevano
raggiunto la cima di una collina e avevano visto il porto della cittadina spalancarsi sotto di loro. Era
rimasta scioccata nel sentir dire da Matthias: “Quasi quasi mi dispiace, Nina”.

“Quasi quasi?”

“Ho troppa fame per essere dispiaciuto fino in fondo.”

“Alla fine, stai soccombendo al mio fascino. Ma come faremo a mangiare senza un soldo?” aveva chiesto
lei mentre scendevano lungo la collina. “Potrei vendere i tuoi bei capelli a un negozio di parrucche.”
“Non farti strane idee” aveva detto lui ridendo. Ridere, a mano a mano che camminavano, gli era venuto
sempre più facile, come se fosse diventato più sciolto a parlare una nuova lingua. “Se questa è Elling,
dovrei riuscire a procurarci un posto per dormire.”

Lei a quel punto si era fermata, la cruda verità della loro situazione di nuovo terribilmente chiara. Si
trovava nel profondo del territorio nemico con nessun altro alleato a parte un drüskelle che l’aveva
rinchiusa in una gabbia solo poche settimane prima.

Ma prima di riuscire a parlare, Matthias aveva detto: “Ti devo la mia vita, Nina Zenik. Ti porteremo a
casa sana e salva”.

Era rimasta sorpresa nello scoprire quant’era facile fidarsi di lui. E anche lui si era fidato di lei.

Nina diede un colpo di piccone, sentì le vibrazioni risalirle su per le braccia e le spalle, e disse: «C’erano
dei Grisha a Elling».

Lui si fermò a mezz’aria. «Che cosa?»

«C’erano delle spie che stavano perlustrando il porto. Mi videro varcare l’ingresso della piazza principale
e mi riconobbero come una del Piccolo Palazzo. Uno di loro riconobbe anche te, Matthias. Ti aveva visto
durante una schermaglia vicino al confine.»

Matthias rimase immobile.

«Quando tu andasti a parlare con il tenutario della pensione, loro mi abbordarono» continuò Nina. «Li
convinsi che anch’io, come loro, ero sotto copertura. Volevano farti prigioniero, ma gli dissi che non eri da
solo, che sarebbe stato troppo rischioso catturarti subito. Gli promisi che ti avrei consegnato loro il giorno
dopo.»

«Perché non me l’hai detto?»

Nina buttò a terra il piccone. «Dirti che a Elling c’erano delle spie Grisha? Magari con me avevi anche
fatto pace, ma ti aspetti che io creda che non li avresti denunciati?»

Matthias distolse lo sguardo, e dal modo in cui gli guizzò il muscolo della mandibola lei capì che ci aveva
preso.

«Quella mattina» disse lui «sul molo...»

«Dovevo far sì che andassimo via da Elling il più in fretta possibile. Pensavo che se fossi riuscita a trovare
una nave sulla quale viaggiare clandestinamente... ma i Grisha dovevano aver tenuto d’occhio la pensione
e ci avevano visti uscire. Quando si presentarono sul molo, capii che stavano venendo a prenderti,
Matthias. Se ti avessero catturato, saresti stato portato a Ravka, interrogato e forse condannato a morte.
Individuai i mercanti Kerch. Tu sai quali sono le loro leggi sullo schiavismo.»

«Certo che lo so» disse lui amaramente.

«Feci le mie accuse. Li pregai di salvarmi. Quello che sapevo è che ti avrebbero messo sottochiave e
portato in salvo a Kerch. Quello che non sapevo... Matthias, io non lo sapevo che ti avrebbero sbattuto
all’Anticamera dell’Inferno.»

Gli occhi di lui erano freddi quando la guardò in faccia, le nocche delle mani bianche sull’impugnatura del
piccone. «Perché non hai preso le mie difese? Perché non hai detto la verità quando siamo arrivati a
Ketterdam?»

«Ci ho provato. Te lo giuro. Ho cercato di ritrattare tutto. Non mi permettevano di vedere un giudice. Non
mi permettevano di vedere te. Non potevo spiegare il sigillo della nave schiavista né perché avessi fatto
quelle accuse, non senza svelare l’operazione di spionaggio di Ravka. Avrei messo in pericolo i Grisha
ancora in missione. Li avrei condannati a morte.»

«E quindi mi hai lasciato marcire nell’Anticamera dell’Inferno.»

«Avrei potuto tornarmene a casa a Ravka. Per tutti i Santi, era quello che volevo. Ma rimasi a Ketterdam.
Tutti i miei stipendi andarono nelle bustarelle, presentai petizioni su petizioni al Tribunale.»

«Hai fatto di tutto tranne dire la verità.»

Aveva avuto l’intenzione di essere gentile e dispiaciuta, di dirgli che non aveva fatto altro che pensarlo
giorno e notte. Ma in testa aveva ancora fresca l’immagine della pira. «Stavo cercando di proteggere la
mia gente, il popolo che tu provi a sterminare da tutta la vita.»

Lui fece una risata amara, girando il piccone tra le mani. «Wanden olstrum end kendesorum.»
Era la prima parte di un modo di dire Fjerdiano: L’acqua sente e capisce. Suonava abbastanza cortese, ma
Matthias sapeva che a Nina era familiare anche il resto.

«Isen ne bejstrum» finì di dire lei. L’acqua sente e capisce. Il ghiaccio non perdona.

«E cosa farai adesso, Nina? Tradirai un’altra volta le persone che chiami amici, per amore dei Grisha?»

«Che cosa?»

«Non dirmi che hai intenzione di tenere in vita Bo Yul-Bayur.»

Lui la conosceva bene. Con tutte le nuove informazioni che aveva appreso sulla jurda parem, adesso era
più che sicura che l’unico modo di proteggere i Grisha era mettere fine alla vita dello scienziato. Ripensò
a Nestor che con l’ultimo fiato che aveva in gola implorava il ritorno dei suoi padroni Shu. «Il pensiero del
mio popolo fatto schiavo mi è insopportabile» ammise lei. «Ma abbiamo un debito da onorare, Matthias.
La tua grazia è la mia penitenza, e non sarò io a separarti di nuovo dalla tua libertà.»

«Non la voglio, la grazia.»

Lei lo fissò. «Ma...»

«Forse il tuo popolo sarà ridotto in schiavitù. O forse diventerà una potenza inarrestabile. Se Yul-Bayur
vive e il segreto della jurda parem si diffonde, tutto è possibile.»

Per un lungo istante, Nina e Matthias sostennero l’una lo sguardo dell’altro. Il sole era basso nel cielo, la
luce cadeva sulla neve in raggi dorati. Nina riusciva a vedere le ciglia bionde di Matthias spuntare sotto
l’antimonio nero che aveva usato per tingerle. Presto avrebbe dovuto modificarlo di nuovo.

Nei giorni successivi al naufragio lei e Matthias avevano stipulato una tregua precaria. Quello che era
nato tra loro era diventato qualcosa di più forte dell’affetto, era la profonda comprensione che, essendo
entrambi soldati, in un’altra vita avrebbero potuto essere alleati invece che nemici. Fu la sensazione che
provò ora.

«Significherebbe tradire gli altri» disse lei. «Non riceveranno la ricompensa dal Consiglio dei Mercanti.»

«Vero.»

«E Kaz ci ucciderà entrambi.»

«Se scopre la verità.»

«Hai provato a mentire a Kaz Brekker?»

Matthias scrollò le spalle. «Moriremo come abbiamo vissuto.»

Nina guardò il corpo emaciato di Nestor. «Per una causa.»

«Siamo d’accordo, allora» disse Matthias. «Bo Yul-Bayur non lascerà vivo la Corte di Ghiaccio.»

«Un patto è un patto» disse lei in Kerch, il linguaggio degli affari, una lingua che non apparteneva a
nessuno dei due.

«Un patto è un patto» ripeté lui.

Matthias alzò il piccone e lo calò giù inarcandolo con forza, in una specie di dichiarazione. Lei sollevò il
proprio e fece lo stesso. Senza dirsi altro, si rimisero a scavare la fossa a un ritmo deciso.

Almeno su questo Kaz aveva ragione. Lei e Matthias avevano finalmente trovato qualcosa su cui essere
d’accordo.
PARTE QUARTA

IL TRUCCO PER CADERE


21

INEJ
Inej si sentiva come se lei e Kaz fossero diventati soldati gemelli, che marciavano, facevano finta che
andasse tutto bene e nascondevano ferite e lividi al resto della banda.

Ci vollero altri due giorni di cammino per raggiungere le scogliere che sovrastavano Djerholm, ma
procedere era più facile adesso che puntavano a sud verso la costa. Le temperature si erano fatte più
miti, la terra era scongelata, e Inej iniziò a vedere i primi segni della primavera. Aveva pensato che
Djerholm sarebbe stata simile a Ketterdam: un groviglio di strade nere, grigie e marroni, fitte di nebbia e
fumo di carbone, e navi di ogni genere nel porto, che palpitavano per la fretta e per il trambusto
commerciale. Il porto di Djerholm era affollato di navi, ma le sue strade pulite portavano verso l’acqua in
modo ordinato, e le case erano dipinte di tutti i colori – rosso, blu, giallo, rosa – come per sfidare le lande
bianche e selvagge e i lunghi inverni del profondo Nord. Persino i capannoni vicino alle banchine avevano
colori allegri. Era così che da bambina aveva immaginato le città, dove tutto era del colore delle
caramelle ed era al proprio posto.

La Ferolind stava già aspettando al molo, comodamente attraccata, con la bandiera di Kerch che
svolazzava e i simboli verde-arancio della Compagnia della Baia Haanraadt? Se il piano fosse andato come
sperava Kaz, domani notte avrebbero passeggiato lungo il molo di Djerholm con Bo Yul-Bayur al seguito,
sarebbero risaliti sulla loro nave e sarebbero stati in mare aperto prima che chiunque a Fjerda si
accorgesse di qualcosa. Preferì non pensare a come sarebbe stata la notte dell’indomani se il piano fosse
andato storto.

Inej alzò lo sguardo sulla Corte di Ghiaccio, ferma come una grande sentinella bianca sopra una scogliera
imponente affacciata sul porto. Matthias aveva definito inscalabili le sue mura, e lei doveva ammettere
che rappresentavano una bella sfida anche per lo Spettro. Sembravano incredibilmente alte, e a distanza
la loro superficie in calce bianca appariva pulita e luminosa come il ghiaccio.

«Cannoni» disse Jesper.

Kaz sbirciò in alto verso l’artiglieria pesante puntata sulla baia. «Sono entrato di nascosto in banche,
depositi, palazzi, musei, camere blindate, una biblioteca di libri rari, e una volta nella camera da letto di
un diplomatico Kaelish in visita che aveva una moglie con la passione per gli smeraldi. Ma non sono mai
stato preso a cannonate.»

«C’è sempre una prima volta» commentò Jesper.

Inej serrò le labbra. «Speriamo che non sia questa.»

«Quei cannoni sono là per fermare le navi da guerra nemiche» disse Jesper con sicumera. «Sarà dura che
riescano a colpire una piccola goletta striminzita che si apre un varco tra le onde in cerca di fama e
fortuna.»

«Citerò le tue parole quando una palla di cannone mi atterrerà in grembo» disse Nina.

Scivolarono agilmente nel via vai di viaggiatori e commercianti, là dove la strada della scogliera
incrociava quella settentrionale che portava a Djerholm Alta. La città alta era l’estensione scoordinata
della città bassa, una raccolta caotica di botteghe, mercati e locande che offrivano i propri servizi alle
guardie e al personale al lavoro presso la Corte di Ghiaccio così come alla gente di passaggio. Per fortuna,
la folla era così numerosa e variegata che l’ennesimo gruppo di stranieri passò inosservato, e Inej si
scoprì a tirare il fiato. Aveva temuto che lei e Jesper sarebbero stati troppo appariscenti nel mare di teste
bionde della capitale di Fjerda. Forse anche l’equipaggio che arrivava da Shu Han stava facendo
affidamento sulla folla disordinata per non essere scoperto.

I segni dei festeggiamenti per Hringkälla erano dappertutto. I negozi sfoggiavano in vetrina dei biscotti al
pepe a forma di lupo, alcuni pendevano come decorazioni dagli alberi più grossi e contorti, e il ponte che
abbracciava la gola del fiume era stato addobbato con i nastri color argento di Fjerda. Una strada sola per
entrare nella Corte di Ghiaccio e una strada sola per uscire. L’indomani avrebbero attraversato il ponte da
vincitori?

«Cosa sono?» chiese Wylan, fermandosi davanti al carretto di un venditore ambulante carico di ghirlande
realizzate con rametti contorti e nastri d’argento.

«Alberi di frassino» rispose Matthias. «Sacri a Djel.»

«Dovrebbe essercene uno nel bel mezzo dell’Isola Bianca» disse Nina, ignorando l’occhiata preoccupata
che le indirizzò il Fjerdiano. «È dove i drüskelle si radunano per la cerimonia dell’ascolto.»
Kaz picchiettò il bastone da passeggio per terra. «Perché è la prima volta che ne sento parlare?»

«Il frassino è alimentato dallo spirito di Djel» disse Matthias. «È il frassino il posto migliore dove sentire
la sua voce.»

Kaz sbatté velocemente le palpebre. «Non è quello che ho chiesto. Perché non c’è nelle nostre mappe?»

«Perché è il luogo più sacro di tutta Fjerda ed è irrilevante per la nostra missione.»

«Decido io cos’è rilevante. C’è qualcos’altro che hai deciso di escludere nella tua enorme saggezza?»

«La Corte di Ghiaccio è enorme» disse Matthias girandosi dall’altra parte. «Non posso etichettare ogni
fessura e ogni angolo.»

«Allora speriamo che non ci sia niente appostato in quegli angoli» replicò Kaz.

Djerholm Alta non aveva un vero e proprio centro, ma buona parte delle taverne, delle locande e delle
bancarelle era ammassata alla base della collina che portava alla Corte di Ghiaccio. Kaz li condusse in
giro per le strade come se non avessero una meta precisa, finché trovò una taverna malmessa chiamata
Gestinge.

«Qui?» si lamentò Jesper, sbirciando nella sala principale, fredda e umida. Il posto puzzava di pesce e
aglio.

Kaz lanciò un’occhiata significativa verso l’alto e disse: «La terrazza».

«Che cos’è una gestinge?» pensò Inej a voce alta.

«Significa “paradiso”» disse Matthias. Anche lui sembrava dubbioso.

Ci pensò Nina a chiedere un tavolo per tutti sulla terrazza della taverna. Era pressoché deserta, la
stagione ancora troppo fredda per attirare fuori i clienti. O forse erano scoraggiati dal cibo: aringhe in
olio rancido, pane nero stantio, e burro che aveva chiaramente sopra della muffa.

Jesper guardò verso il proprio piatto e gemette. «Kaz, se mi vuoi morto, preferirei un proiettile al posto
del veleno.»

Nina arricciò il naso. «Se non mi va di mangiare, poco ma sicuro c’è un problema.»

«Siamo qui per il panorama, non per il cibo.»

Dal loro tavolo avevano una buona vista, per quanto distante, del cancello esterno della Corte di Ghiaccio
e del primo posto di guardia.

Era stato costruito dentro una volta bianca formata da due monumentali lupi di pietra seduti sulle zampe
posteriori, e sovrastava la strada che portava su per la collina verso la Corte.

Inej e gli altri osservarono il via vai dal cancello mentre piluccavano dai piatti, in attesa dei carri dei
prigionieri.

Finalmente a Inej era tornato l’appetito, e stava mangiando il più possibile per recuperare le forze, ma la
pellicola sopra la zuppa che aveva ordinato non era di aiuto.

Il caffè non c’era, per cui ordinarono del tè e bicchierini di brännvin: bruciava la gola quando scendeva
ma aiutava a scaldarsi contro il vento che si era alzato, e che muoveva i nastri d’argento legati ai grossi
rami di frassino ai lati della strada sottostante.

«Presto daremo nell’occhio» disse Nina. «Questo non è il genere di posto in cui la gente si trattiene a
lungo.»

«Forse non hanno nessuno da portare in prigione» suggerì Wylan.

«C’è sempre qualcuno da portare in prigione» replicò Kaz, poi allungò il mento verso la strada. «Guarda.»

Un carro squadrato si stava fermando al posto di guardia. Una tela nera copriva il tetto e i lati, ed era
trainato da quattro cavalli tarchiati. La porta sul retro era di ferro pesante, chiusa a chiave e sprangata.

Kaz infilò la mano nella tasca della giacca. «Tieni» disse, e porse a Jesper un libro sottile dalla copertina
sofisticata.

«Ci leggiamo delle storie?»

«Basta che lo apri e vai in fondo.»


Jesper spalancò il volume e scrutò l’ultima pagina, perplesso. «Quindi?»

«Sollevalo, così non siamo costretti a vedere la tua brutta faccia.»

«La mia faccia ha personalità. Inoltre... oh!»

«Un’ottima lettura, vero?»

«Chi poteva immaginare che avessi una passione per la letteratura?»

Jesper passò il libro a Wylan, che lo prese esitando. «Che cosa dice?»

«Tu guarda» disse Jesper.

Wylan aggrottò la fronte e sollevò il libro, poi sorrise a trentadue denti. «Dove l’hai preso?»

Fu il turno di Matthias, che si lasciò scappare un grugnito stupefatto.

«Lo chiamano il libro senza retro» disse Kaz mentre Inej prendeva il volume da Nina e lo sollevava. Le
pagine erano piene dei soliti sermoni, ma la raffinata quarta di copertina nascondeva due lenti che
facevano da binocolo.

Kaz le aveva detto di tenere d’occhio le donne che al Club dei Corvi utilizzavano specchietti del genere.

Riuscivano a vedere che carte avevano i giocatori dall’altra parte della stanza, e poi avvisavano il loro
socio seduto al tavolo.

«Astuto» commentò mentre guardava dentro il binocolo. Per la barista e gli altri clienti sulla terrazza loro
si stavano passando di mano un libro per disquisire di qualche passaggio interessante.

In realtà, Inej guardava da vicino la gabbiola del posto di guardia e il carro posteggiato di fronte.

Il cancello tra i lupi era in ferro battuto, aveva il simbolo del frassino sacro ed era delimitato da una
recinzione alta e guarnita da spuntoni che circondava il perimetro della Corte di Ghiaccio.

«Quattro guardie» rimarcò, proprio come aveva detto Matthias. Due erano collocate a entrambi i lati della
portineria, e una di loro stava chiacchierando con il conducente del carro del carcere, che gli porse un
pacchetto di documenti.

«Sono la prima linea di difesa» disse Matthias. «Controllano i documenti, verificano le identità e
segnalano chiunque a loro avviso richieda un’indagine più approfondita. Domani, a quest’ora, la fila che
attraversa il cancello sarà piena di ospiti per la festa di Hringkälla e si snoderà fino al burrone.»

«A quest’ora, domani, saremo dentro» disse Kaz.

«Ogni quanto passano i carri?» domandò Jesper.

«Dipende» disse Matthias. «Di solito arrivano la mattina. A volte nel primo pomeriggio. Ma non credo che
vogliano far arrivare i prigionieri insieme agli ospiti.»

«Allora dobbiamo essere sul primo carro» concluse Kaz.

Inej sollevò di nuovo il libro senza retro. Il conducente del carro indossava un’uniforme grigia simile a
quelle delle guardie al cancello ma senza fascia e decorazioni.

Scese dal posto di guida e andò ad aprire la pesante porta di ferro.

«Santi numi» disse Inej appena la porta venne aperta. Dieci prigionieri erano seduti sulle panchine
disposte nel carro per il lungo, con mani e piedi ammanettati e dei sacchi neri a coprirgli la testa.

Restituì il libro a Matthias, e mentre questo rifaceva il giro lei sentì l’apprensione generale salire.
Soltanto Kaz sembrava indifferente.

«Incappucciati e incatenati?» disse Jesper. «Sei sicuro che non possiamo entrare spacciandoci per artisti?
Pare che Wylan sia un asso con il flauto.»

«Entreremo per quello che siamo: criminali» disse Kaz.

Nina diede un’occhiata dentro le lenti del libro. «Stanno contando i prigionieri.»

Matthias annuì. «Se le procedure non sono cambiate, faranno un conteggio veloce al primo posto di
blocco, poi un altro al prossimo, dove perlustreranno l’interno e il telaio alla ricerca di qualunque merce
di contrabbando.»

Nina passò il libro a Inej. «Quando aprirà la porta, il conducente si accorgerà che ci sono sei prigionieri in
più.»

«Se soltanto ci avessi pensato» disse Kaz seccamente. «Immagino che non abbiate mai scippato un
portafogli.»

«E io immagino che tu abbia trascurato il tuo taglio di capelli.»

Kaz si accigliò e fece scorrere una mano ai lati della testa, imbarazzato. «Non c’è niente, nel mio taglio,
che quattro milioni di kruge non possano sistemare.»

Jesper piegò la testa di lato, gli occhi grigi accesi. «Useremo un biscotto in tasca, vero?»

«Esattamente.»

«Non conosco questa parola, biscottointasca» disse Matthias, sillabando.

Nina diede a Kaz un’occhiataccia. «Nemmeno io. Non siamo gente di strada come te, Manisporche.»

«E non lo sarete mai» disse Kaz tranquillamente. «Ricordate il nostro pollo?» Wylan trasalì. «Facciamo
che il pollo è un turista che cammina per il Barile. Ha sentito dire che è il posto giusto per venir derubati,
così continua a dare dei colpetti al portafogli per accertarsi che sia ancora al suo posto, congratulandosi
con se stesso per essere così cauto e attento. Non è mica uno sciocco, lui. Naturalmente, ogni volta che si
dà una pacca sulla tasca di dietro o sul davanti della giacca, che cosa sta facendo? Sta dicendo a ogni
ladro dello Stave dove tiene esattamente la sua roba.»

«Per tutti i Santi» borbottò Nina. «Facile che l’abbia fatto anch’io.»

«Tutti lo fanno» disse Inej.

Jesper sollevò un sopracciglio. «Non tutti.»

«Solo perché tu non hai mai niente nel tuo portafogli» ribatté Nina.

«Cattiva.»

«Mi attengo ai fatti.»

«I fatti sono per chi non ha immaginazione» disse Jesper con un gesto sprezzante.

«Ora, un pessimo ladro» continuò Kaz, «uno che non sa come muoversi, arraffa il portafogli e cerca di
svignarsela. Un ottimo sistema per farsi pizzicare dalla stadwatch. Invece un ladro che sa il fatto proprio,
come me, sottrae il portafogli e mette qualcos’altro al suo posto.»

«Un biscotto?»

«“Biscotto in tasca” è solo un modo di dire. Può essere una pietra, una saponetta, anche un vecchio pezzo
di pane se è della dimensione giusta. Un ladro che sa il fatto proprio può dirti quant’è pesante un
portafogli già solo dal modo in cui modifica la piega di un cappotto. Il ladro fa la sostituzione e il povero
pollo continua a darsi pacche sulla tasca, tutto contento. Solo quando proverà a comprarsi un’omelette o
a fare una puntata al tavolo si renderà conto di essere un idiota. A quel punto il ladro sarà al sicuro da
qualche parte, a contare la refurtiva.»

Wylan si mosse a disagio sulla sedia. «Ingannare gli ingenui non è qualcosa di cui andare fieri.»

«Lo è, se lo fai bene.» Kaz indicò con un cenno del capo il carro del carcere, che aveva appena ripreso il
cammino su per la strada verso la Corte di Ghiaccio e il secondo posto di blocco. «Noi saremo il biscotto.»

«Aspetta» disse Nina. «La porta si chiude solo da fuori. Come facciamo a entrare e a richiuderla?»

«Questo è un problema solo se non conosci un ladro che sa il fatto suo. Lascia che della serratura mi
occupi io.»

Jesper si stiracchiò le lunghe gambe. «Per cui dobbiamo liberare, slegare e neutralizzare sei prigionieri,
prendere il loro posto, e chissà come risigillare ben bene il carro senza che le guardie o gli altri
prigionieri se ne rendano conto?»

«Giusto.»

«C’è qualche altra impresa impossibile che gradiresti farci mettere a segno?»
Un sorriso sfacciato baluginò sul viso di Kaz. «Ti farò una lista.»

Oltre a un colpo come si deve, a Inej sarebbe piaciuta una notte di sonno come si deve in un letto come si
deve, ma non ci sarebbe stato nessun pernottamento confortevole in nessuna locanda, non se dovevano
intrufolarsi dentro il carro del carcere e dentro la Corte di Ghiaccio prima che i festeggiamenti di
Hringkälla avessero inizio. C’erano troppe cose da fare.

Nina fu spedita a chiacchierare con la gente del posto e a scoprire il luogo migliore per tendere
un’imboscata al carro. Dopo le raccapriccianti aringhe del Gestinge, tutta la banda pretese da Kaz che
procurasse qualcosa di commestibile, e ora stavano aspettando Nina in una pasticceria affollata,
sorseggiando tazze di caffè caldo mescolato alla cioccolata, con i resti dei biscotti e delle girelle
smozzicate sparpagliati sul tavolo in mucchietti di briciole burrose.

Inej notò che la tazza di Matthias, ancora intatta davanti a lui, si stava lentamente raffreddando mentre
lui guardava fuori dalla finestra.

«Dev’essere dura per te» disse lei a bassa voce. «Trovarti qui, ma non essere veramente a casa.»

Lui abbassò lo sguardo sulla propria tazza. «Non puoi capire.»

«Posso, credimi. Non vedo casa mia da tanto tempo.»

Kaz si voltò e si mise a chiacchierare con Jesper. Lo faceva tutte le volte che lei accennava al fatto di
tornare a Ravka. Ovviamente, Inej non aveva alcuna certezza di ritrovare, laggiù, i propri genitori. I Suli
erano nomadi. Per loro, solo la famiglia significava davvero “casa”.

«Sei preoccupato perché Nina è là fuori?» chiese Inej.

«No.»

«Lei è molto brava a recitare. È un’attrice nata.»

«Ne sono consapevole» disse lui tristemente. «Può diventare qualunque cosa per chiunque.»

«È al meglio quando è Nina.»

«E chi è Nina?»

«Ho il sospetto che tu lo sappia meglio di chiunque di noi.»

Matthias incrociò le possenti braccia. «È coraggiosa» disse suo malgrado, a denti stretti.

«E divertente.»

«Pazza. Non può essere tutto un gioco.»

«Audace» disse Inej.

«Sfacciata.»

«E allora perché i tuoi occhi continuano a cercarla tra la folla?»

«Non è vero» si accalorò Matthias. Inej scoppiò a ridere di fronte alla ferocia del suo sguardo. Lui mise un
dito su un mucchietto di briciole. «Nina è tutto quello che dici. È troppa roba.»

«Mmh» mormorò Inej, bevendo un sorso dalla tazza. «Forse sei tu che non sei abbastanza.»

Prima che lui potesse rispondere, il campanello sulla porta della pasticceria suonò e Nina sfrecciò dentro,
le guance rosa, i capelli castani raccolti in un magnifico intreccio, e dichiarò: «Qualcuno mi dia subito da
mangiare delle girelle dolci».

Nonostante i borbottii di Matthias, Inej sapeva di non essersi immaginata il sollievo che gli era apparso in
faccia.

A Nina era bastata meno di un’ora per scoprire che la maggior parte dei carri della prigione passavano
accanto a una locanda nota come la Stazione di Warden, situata sul percorso verso la Corte di Ghiaccio.
Inej e gli altri dovettero scarpinare per quasi due miglia fuori da Djerholm Alta per individuare la locanda,
che era troppo affollata di contadini e braccianti locali per rivelarsi utile ai loro scopi, così si spinsero più
lontano lungo la strada, ma ora che trovarono un posto abbastanza nascosto e con una macchia d’alberi
abbastanza grande, Inej sentì che stava quasi per svenire. Ringraziò i propri Santi per l’energia
apparentemente senza limiti di Jesper, che si offrì allegramente di andare avanti e fare da vedetta.
Quando il carro dei prigionieri fosse transitato nei pressi, avrebbe avvisato il resto della banda con un
segnale luminoso, poi sarebbe tornato da loro di corsa.

Nina si prese qualche minuto per modificare l’avambraccio di Jesper, cancellando il tatuaggio degli Scarti
e lasciando al suo posto un pezzo di pelle chiazzato. Quella notte avrebbe pensato ai tatuaggi di Kaz e ai
propri. Era possibile che nessuno in prigione riconoscesse le bande di Ketterdam o i marchi dei bordelli,
ma non c’era motivo di correre il rischio.

«Nessun rimpianto» sentenziò Jesper mentre si allontanava nel crepuscolo, le lunghe gambe che
divoravano facilmente la distanza.

«Nessun funerale» risposero gli altri in coro. Inej lo benedisse anche con una vera preghiera. Sapeva che
Jesper era ben armato ed era in grado di badare a se stesso, ma tra la figura allampanata e la carnagione
Zemeni era troppo appariscente per stare tranquilli.

Si accamparono in un canale asciutto delimitato da un groviglio di arbusti, e a turno sonnecchiarono sul


duro terreno roccioso e fecero la guardia. Nonostante la fatica, Inej era convinta che non sarebbe riuscita
a dormire, ma la prima cosa di cui fu di nuovo consapevole era che il sole era alto sopra di loro, una sacca
luminosa in un cielo coperto di nuvole. Doveva essere mezzogiorno inoltrato. Nina era accanto a lei con
un pezzo di biscotto al pepe a forma di lupo che aveva comprato a Djerholm Alta. Inej vide che qualcuno
aveva acceso un fuocherello, e le tracce appiccicose della paraffina fusa erano visibili tra le ceneri.

«Dove sono gli altri?» domandò, guardandosi attorno nel canale deserto.

«Per strada. Kaz ci ha detto di lasciarti dormire.»

Si sfregò gli occhi. Immaginava che fosse un trattamento di favore per via delle sue ferite. Forse non
aveva nascosto affatto la propria spossatezza. Una raffica improvvisa di scoppiettii proveniente dalla
strada la rimise in piedi, con i pugnali in mano, in un istante.

«Calma» disse Nina. «È solo Wylan.»

Jesper doveva aver già dato il segnale. Inej prese il biscotto dalla mano di Nina e andò di corsa da Kaz e
Matthias che stavano guardando Wylan alle prese con qualcosa alla base di un grosso abete rosso.
Risuonò un’altra serie di schiocchi, e comparvero delle nuvolette di fumo nel punto in cui il tronco
dell’albero si univa al terreno. Per un po’ sembrò che non fosse successo niente, poi le radici si staccarono
dal suolo, arricciandosi e appassendo.

«Che cos’era quella roba?» chiese Inej.

«Concentrato di sale» disse Nina.

Inej piegò la testa di lato. «Matthias sta... pregando?»

«Sta recitando una benedizione. I Fjerdiani lo fanno tutte le volte che tagliano un albero.»

«Tutte le volte?»

«Le benedizioni dipendono da come intendi usare il legno. Ce n’è una per le case, una per i ponti.» Si
fermò. «Una per accendere il fuoco.»

Ci volle meno di un minuto per abbattere l’albero in modo che il tronco bloccasse la strada. Con le radici
intatte, sembrava che fosse stato semplicemente colpito da una malattia.

«Quando il carro si sarà fermato, l’albero ci farà guadagnare circa quindici minuti, non di più» disse Kaz.
«Muoviamoci in fretta. I prigionieri dovrebbero essere incappucciati, ma saranno in grado di sentire,
quindi neanche una parola. Non possiamo permetterci di destare dei sospetti. Per quello che ne sanno
loro, è una fermata di routine, e noi vogliamo che continuino a pensarlo.»

Mentre Inej aspettava nel canale insieme agli altri, passò in rassegna tutto quello che poteva andare
storto. I prigionieri potevano non essere incappucciati. Le guardie potevano aver messo uno di loro nel
retro del carro. E se invece ce l’avessero fatta? Bene, allora avrebbero raggiunto la Corte di Ghiaccio da
detenuti. Nemmeno questo prometteva particolarmente bene.

Proprio quando stava iniziando a chiedersi se Jesper si fosse sbagliato e avesse mandato il segnale troppo
presto, il carro del carcere apparve all’orizzonte. Li oltrepassò e si fermò davanti all’albero. Inej sentì il
conducente inveire contro il compagno di viaggio.

Scivolarono entrambi giù dai sedili e si diressero verso il tronco. Per un lungo minuto, rimasero lì fermi a
fissarlo. La guardia più grossa si tolse il cappello e si grattò la pancia.

«Quanto sono pigri?» mormorò Kaz.


Alla fine, sembrarono accettare l’idea che l’albero non si sarebbe spostato da solo. Tornarono al carro a
recuperare un rotolone di corda e staccarono un cavallo per trascinare l’albero oltre il ciglio della strada.

«State pronti» disse Kaz. Si portò in fretta sulla cima del canale fino a raggiungere il retro del carro.
Aveva lasciato il bastone da passeggio nel fosso e qualunque dolore avesse lo mascherava bene. Fece
scivolare fuori i grimaldelli dalla fodera della giacca e cullò delicatamente il lucchetto, quasi con amore.
In pochi secondi scattò, e Kaz spinse il chiavistello di lato. Diede un’occhiata agli uomini che stavano
legando la corda all’albero e aprì la porta.

Inej era nervosa, in attesa del segnale. Che non arrivò. Kaz stava là in piedi, a guardare dentro il carro.

«Cosa succede?» sussurrò Wylan.

«Forse non sono incappucciati?» rispose lei. Da dove si trovavano, non riuscivano a vedere. «Vado io.»
Non potevano radunarsi sul retro del carro tutti in una volta.

Inej si arrampicò fuori dal canale e arrivò dietro a Kaz. Lui era ancora lì in piedi, immobile. Lei gli sfiorò
velocemente la spalla, e lui sussultò. Kaz Brekker sussultò. Che cosa stava succedendo? Non poteva
chiederglielo e rischiare che i prigionieri lo sentissero. Così sbirciò dentro il carro.

I detenuti erano tutti ammanettati e avevano tutti un cappuccio nero sulla testa. Ma ce n’erano molti di
più che nel carro che avevano visto al posto di blocco. Invece di essere seduti e incatenati alle panchine
sui due lati, erano in piedi, pigiati l’uno sull’altro. Piedi e mani erano legati, e portavano tutti un collare di
ferro agganciato al tetto del carro. Se uno si lasciava cadere o si piegava troppo, il collare gli mozzava il
respiro. Non era bello, ma erano così ammassati da dare l’idea che nessuno avrebbe veramente potuto
cadere e strozzarsi.

Inej diede a Kaz un altro colpetto con il gomito. La faccia di lui era pallida, quasi cerea, ma perlomeno
questa volta non rimase fermo. Si issò all’interno, muovendosi a scatti e in modo sgraziato, e si mise a
sganciare i collari dei prigionieri.

Inej fece un cenno a Matthias, e lui balzò fuori dal canale per raggiungerli.

«Cosa succede?» chiese uno dei prigionieri in Ravkiano, la voce terrorizzata.

«Tig!» ringhiò ferocemente Matthias in Fjerdiano. Ci fu un fremito tra gli uomini sul carro, come se si
fossero tutti messi sull’attenti. Senza farci caso, anche Inej aveva raddrizzato la schiena. Una sola parola
e tutto l’atteggiamento di Matthias era cambiato, come se fosse bastato un solo ordine brusco a farlo
rientrare nella divisa da drüskelle. Inej lo osservò, tesa. Aveva iniziato a sentirsi a proprio agio con lui.
Un’abitudine facile in cui cadere, ma poco saggia.

Kaz aprì sei blocchi di ceppi a mani e piedi. Uno a uno, Inej e Matthias spinsero i sei prigionieri
vicinissimi alla porta. Non c’era il tempo di valutare il peso, l’altezza e nemmeno se fossero uomini o
donne.

Li guidarono sul ciglio del canale, e intanto tenevano d’occhio le guardie e i lavori in corso sulla strada.
«Cosa succede?» osò chiedere uno dei detenuti. Ma un altro veloce «Tig!» di Matthias lo fece tacere.

Una volta nascosti alla vista, Nina abbassò le loro pulsazioni fino a farli svenire. Solo allora Wylan rimosse
i cappucci: quattro uomini, uno dei quali piuttosto anziano, una donna di mezza età e un ragazzo Shu.
Non era esattamente l’ideale, ma c’era da sperare che le guardie non avessero fatto un’ispezione
accurata. Dopo tutto, un gruppo di detenuti con mani e piedi nei ceppi, che tipo di problemi poteva
creare?

Nina iniettò un sonnifero nei prigionieri per allungare il loro stato di incoscienza, e Wylan diede una mano
a farli rotolare nel fosso dietro gli alberi.

«Li lasciamo lì così?» sussurrò Wylan a Inej mentre tornavano di corsa al carro con i cappucci dei
prigionieri in mano.

Gli occhi di Inej erano puntati sulle guardie che stavano spostando l’albero, e non guardarono Wylan
mentre diceva: «Si sveglieranno molto presto e se la daranno a gambe. Potrebbero anche raggiungere la
costa e la libertà. Gli stiamo facendo un favore».

«Non sembra un favore. Sembra che li stiamo lasciando in un fosso.»

«Silenzio» ordinò lei. Non era né il momento né il posto per i cavilli morali. Se Wylan non conosceva la
differenza tra essere in catene ed essere libero, era sul punto di scoprirlo.

Inej mise una mano a coppa sulla bocca e fece un piccolo, tenero richiamo d’uccello. Avevano ancora
quattro minuti, forse cinque, prima che le guardie ripulissero la strada. Per fortuna, stavano facendo un
discreto baccano incitando il cavallo e strillandosi addosso l’uno l’altro.

Matthias legò Wylan per primo, poi Nina. Inej lo vide irrigidirsi mentre Nina sollevava i capelli per farsi
mettere il collare, esponendo così alla vista la curva bianca del collo. Quando lui le avvicinò il collare alla
gola, Nina lo fissò negli occhi da sopra la spalla, e lo sguardo che si scambiarono avrebbe potuto
sciogliere intere miglia di ghiaccio nordico. Matthias si allontanò di corsa. Inej per poco non scoppiò a
ridere. Così bastava questo a far scappare il drüskelle e a riportare indietro, al suo posto, il ragazzo.

Poi fu il turno di Jesper, che aveva il fiatone per via della corsa con cui era tornato. Mentre lei gli calava il
sacco sulla testa, lui le fece l’occhiolino. Si sentivano le guardie chiamarsi avanti e indietro.

Inej chiuse il collare di Matthias e si alzò in punta di piedi per infilargli il cappuccio in testa. Ma quando
stava per fare lo stesso con Nina, la Grisha sbatté gli occhi rapidamente, indicando con la testa la porta
del carro. Voleva sapere come avrebbe fatto Kaz a chiuderli dentro.

«Guarda» sillabò Inej con le labbra.

Kaz fece un cenno a Inej e lei saltò giù, chiuse la porta del carro, serrò il lucchetto e fece scivolare il
chiavistello. Un attimo dopo il lato opposto della porta si spalancò. Kaz aveva semplicemente tolto i
cardini. Era un trucco che aveva usato un sacco di volte quando una serratura era troppo complicata da
scassinare velocemente, oppure volevano che il furto sembrasse un lavoro fatto dall’interno. “L’ideale per
fingere un suicidio” le aveva detto Kaz una volta, e lei non aveva mai capito se lui dicesse sul serio.

Inej diede un’ultima occhiata alla strada. Gli uomini avevano finito con l’albero. Quello grosso si stava
togliendo la polvere dalle mani e dava delle manate alla schiena del cavallo. L’altro si stava già
avvicinando al davanti del carro. Inej afferrò il bordo e si sollevò, infilandosi dentro. Kaz si mise
immediatamente a riposizionare i cardini. Inej calò il cappuccio sulla faccia stupefatta di Nina e si mise
accanto a Jesper.

Ma anche se la luce era fioca, avrebbe detto che Kaz si stava muovendo troppo lentamente, e che le sue
dita erano più impacciate di come le avesse mai viste. Cos’aveva che non andava? E perché si era
immobilizzato davanti alla porta del carro? Qualcosa lo aveva fatto tentennare, ma cosa?

Udì un ping metallico quando Kaz fece cadere una delle viti. Scrutò il pavimento e con un calcetto fece
rotolare la vite verso di lui, cercando di non badare al cuore che le martellava nel petto.

Kaz si accucciò per rimettere al proprio posto la seconda cerniera. Stava respirando a fatica. Lavorava
senza luce, servendosi solo del tatto, con quei maledetti guanti di pelle che insisteva per avere sempre
addosso, eppure Inej non credeva fossero quelle le ragioni per cui sembrava così agitato. Sentì dei passi
alla destra del carro, una guardia urlò qualcosa all’altra.

Avanti, Kaz.

Non si era data il tempo per spazzar via le loro impronte. E se la guardia le avesse notate? Se avesse dato
uno strattone alla porta e questa fosse venuta via dai cardini, rivelando Kaz Brekker, senza cappuccio e
senza catene?

Inej udì un altro ping. Kaz imprecò una volta sottovoce. All’improvviso, la porta vibrò quando la guardia
fece sbatacchiare il lucchetto chiuso. Kaz sorresse la cerniera con una mano. La fessura di luce sotto la
porta si allargò. Inej tornò a respirare.

I cardini tennero.

Un altro urlo in Fjerdiano, altri passi. Poi lo schiocco delle redini e il carro balzò in avanti, rimbombando
sulla strada. Inej si permise di tirare il fiato. La gola le era diventata completamente secca.

Kaz le si mise di fianco. Le abbassò il cappuccio sulla testa e l’odore di muffa le riempì le narici. Lui si
sarebbe incappucciato da solo e poi si sarebbe legato. Roba piuttosto facile, un trucchetto per maghi da
quattro soldi, e Kaz quei trucchetti li conosceva tutti. Il braccio di lui premette contro quello di lei dalla
spalla al gomito, mentre si chiudeva il collare. Diversi corpi si mossero, accalcandosi intorno a lei.

Per il momento erano salvi. Ma nonostante il cigolio delle ruote del carro, Inej sentiva che il respiro di Kaz
era peggiorato: ansimi corti e rapidi, come quelli di un animale chiuso in trappola. Era un rumore che non
avrebbe mai immaginato di sentirgli fare.

Fu proprio perché lo stava ascoltando così attentamente che colse il momento esatto in cui Kaz Brekker,
Manisporche, il bastardo del Barile, il ragazzo più pericoloso di Ketterdam, svenne.
22

KAZ
Il denaro che il signor Hertzoon aveva lasciato a Kaz e Jordie finì dopo una settimana. Jordie tentò di
restituire il suo cappotto nuovo, ma il negozio non se lo riprese, e gli stivali di Kaz erano stati
evidentemente usati.

Quando portarono in banca il prestito che il signor Hertzoon aveva firmato, scoprirono che – a dispetto di
tutti i timbri all’apparenza ufficiali – era un pezzo di carta senza valore. Nessuno conosceva il signor
Hertzoon o il suo socio in affari.

Due giorni dopo furono sfrattati dalla pensione, e dovettero cercarsi un ponte sotto cui dormire, ma ben
presto la stadwatch li fece sloggiare. Dopodiché, vagarono senza una meta fino al mattino. Jordie
insistette per tornare alla caffetteria. Sedettero a lungo nel parcheggio dall’altra parte della strada, ma
quando si fece notte la ronda ricominciò a girare, e Kaz e Jordie si diressero a sud, nelle strade del Barile
più profondo, dove le guardie non si davano la pena di perlustrare.

Dormirono in un giroscala, in un vicoletto alle spalle di una taverna, infilati tra una stufa abbandonata e i
sacchi dei rifiuti della cucina. Nessuno diede loro fastidio quella notte, ma quella dopo furono scoperti da
una banda di ragazzi che li avvisò di trovarsi nel territorio dei Becchi di Rasoio. Diedero una bastonata a
Jordie e buttarono Kaz nel canale, ma non prima di avergli portato via gli stivali.

Jordie ripescò Kaz dall’acqua e gli diede il suo cappotto asciutto.

“Ho fame” aveva detto Kaz.

“Io no” aveva risposto Jordie. E per qualche motivo Kaz lo aveva trovato divertente, ed entrambi
iniziarono a ridere. Jordie strinse Kaz tra le braccia dicendo: “La città sta vincendo. Ma vediamo chi
vincerà per ultimo”.

Il mattino dopo, Jordie si svegliò con la febbre.

Negli anni a venire la gente avrebbe chiamato l’esplosione di pestilenza che colpì Ketterdam la Piaga
della Favorita, per via della nave che si credeva avesse portato il contagio in città. I bassifondi del Barile
furono i più colpiti. I corpi si accumulavano nelle strade, e i traghetti dei becchini passavano per i canali
usando badili e uncini per issare i cadaveri a bordo e portarli alla Chiatta del Mietitore per bruciarli.

A Kaz la febbre arrivò due giorni dopo quella di Jordie. Non avevano soldi per medici o medicine, così si
misero vicini dentro un mucchio di scatole di legno rotte che soprannominarono il Nido.

Nessuno si presentò a farli alzare. Le bande erano state messe fuori gioco dal morbo.

Quando la febbre divenne molto alta, Kaz sognò di essere tornato alla fattoria, e quando bussò alla porta
vide che il Jordie dei sogni e il Kaz dei sogni erano già lì, seduti al tavolo della cucina. Loro lo guardarono
dalla finestra, ma non lo fecero entrare, e allora lui vagò per il prato, timoroso di coricarsi nell’erba alta.

Quando si svegliò, non sentì odore di fieno o di trifoglio o di mele, solo fumo di carbone e il tanfo
dolciastro della verdura marcia nella spazzatura. Jordie era coricato accanto a lui e fissava il cielo. “Non
lasciarmi” voleva dirgli Kaz, ma era troppo stanco. Così appoggiò la testa sul petto di Jordie. C’era già
qualcosa che non andava, era freddo e duro.

Credette di sognare quando i becchini lo issarono sul traghetto dei morti. Si sentì cadere, e poi si ritrovò
dentro un ammasso di corpi. Voleva urlare, ma era troppo debole. Erano ovunque, gambe e braccia e
pance rigide, arti in decomposizione e facce dalle labbra blu piagate dalle pustole della peste. Galleggiò
dentro e fuori lo stato di coscienza, e mentre la barca usciva in mare non sapeva più cosa fosse reale e
cosa fosse un’allucinazione data dalla febbre. Quando lo gettarono nelle acque basse della Chiatta del
Mietitore, in qualche modo trovò la forza di urlare.

“Sono vivo” aveva gridato, più forte che riusciva. Ma era così piccolo, e il traghetto si stava già
allontanando per tornare al porto.

Kaz cercò di trascinare Jordie fuori dall’acqua. Il suo corpo era ricoperto dalle piccole piaghe suppuranti
che avevano dato alla febbre bubbonica quel nome, la pelle bianca e livida. Kaz ripensò al cagnolino
meccanico, alla cioccolata calda che avevano bevuto sul ponte. Pensò che il paradiso doveva essere come
la cucina nella casa sulla Zelverstraat e doveva profumare come l’hutspot dentro il forno degli Hertzoon.
Aveva ancora il nastro rosso di Saskia. In paradiso avrebbe potuto ridarglielo. Avrebbero fatto dei dolcetti
ricavandoli dall’impasto di mele cotogne. Margit avrebbe suonato il piano, e lui si sarebbe addormentato
accanto al fuoco. Chiuse gli occhi e attese di morire.
Kaz si aspettava di svegliarsi nell’altro mondo, al caldo e al sicuro, con la pancia piena e Jordie accanto.
Invece, si svegliò circondato da cadaveri. Giaceva nelle acque basse della Chiatta del Mietitore, i vestiti
fradici, la pelle tutta grinzosa per essere rimasta a mollo così a lungo. Il corpo di Jordie era vicino a lui, a
malapena riconoscibile, bianco e gonfio di gas, e galleggiava sulla superficie dell’acqua come un
raccapricciante pesce degli abissi.

Kaz vedeva più chiaramente, e le eruzioni cutanee si erano diradate. La febbre era svanita. Non aveva più
fame, ma aveva così tanta sete che pensava di impazzire.

Per tutto il giorno e per tutta la notte aspettò in quell’ammasso di corpi, guardando verso il porto,
sperando nel ritorno del traghetto dei morti. Dovevano venire ad appiccare il fuoco che avrebbe bruciato i
cadaveri, ma quando? I becchini passavano ogni giorno? A giorni alterni? Era debole e disidratato. Sapeva
che non avrebbe resistito a lungo. La riva sembrava così lontana, e sapeva anche di essere troppo debole
per nuotare fin là. Era sopravvissuto alla febbre, ma avrebbe benissimo potuto morire qui fuori, sulla
Chiatta del Mietitore. Gli importava? Non c’era niente in città, per lui, se non altra fame e altri vicoli bui e
altra umidità lungo i canali. Ma anche mentre lo pensava, sapeva che non era vero. C’era la vendetta ad
aspettarlo, vendetta per Jordie e forse anche per se stesso. Ma avrebbe dovuto andare a cercarsela.

Quando venne notte e la marea cambiò direzione, Kaz si costrinse a mettere le mani sul corpo di Jordie.
Era troppo debole per nuotare da solo, ma con l’aiuto di Jordie avrebbe potuto galleggiare. Si tenne
stretto a suo fratello e si mise a scalciare l’acqua verso le luci di Ketterdam. Andarono insieme alla deriva,
il corpo gonfio di Jordie che faceva da zattera. Kaz continuò a scalciare, cercando di non pensare a suo
fratello, alla sensazione della carne flaccida di Jordie sotto le mani; cercò di non pensare a nient’altro che
al ritmo delle proprie gambe che si muovevano nelle acque del mare. Aveva sentito dire che c’erano degli
squali in quelle acque, ma sapeva che non l’avrebbero toccato. Anche lui era un mostro, adesso.

Continuò a scalciare, e quando venne l’alba sollevò lo sguardo e si ritrovò all’estremità orientale del
Coperchio. Il porto era quasi deserto; il morbo aveva arrestato l’andirivieni delle navi a Kerch.

Le ultime cento iarde furono le più difficili. La marea era cambiata di nuovo, e gli stava remando contro.
Ma ora Kaz era pieno di speranza, speranza e furia, due fiamme gemelle che ardevano dentro di lui e che
lo portarono fino al molo e su per la scala a pioli. Quando arrivò in cima, cadde di peso sulla schiena e finì
sulle assi di legno, al che si sforzò di girarsi. Il corpo di Jordie era prigioniero della corrente, e continuava
ad andare a sbattere contro il traliccio sotto il molo. Gli occhi erano ancora aperti, e per un istante Kaz
pensò che suo fratello lo stesse fissando. Ma Jordie non parlò, non sbatté le palpebre e il suo sguardo non
cambiò quando la marea lo liberò dal traliccio e se lo portò via verso il mare.

“Dovrei chiudergli gli occhi” pensò Kaz. Ma sapeva che se fosse sceso per la scala a pioli e si fosse
ributtato in acqua, non sarebbe riemerso mai più. Si sarebbe lasciato annegare, e questo non era più
possibile. Lui doveva vivere. Qualcuno doveva pagare.

Nel carro del carcere, Kaz si svegliò a causa di un colpo secco alla coscia. Era un pezzo di ghiaccio ed era
al buio. C’erano dei corpi attorno a lui, pigiati sulla schiena e sui fianchi. Stava annegando nei cadaveri.

«Kaz.» Un sussurro.

Lui trasalì.

Un altro colpo alla coscia.

«Kaz.» La voce di Inej. Cercò di fare un respiro profondo dal naso. La sentì allontanarsi da lui. In qualche
modo, negli spazi ristretti del carro, stava provando a fargli spazio. Il cuore gli martellava nel petto.

«Continua a parlare» gracchiò.

«Cosa?»

«Continua a parlare.»

«Stiamo varcando il cancello della prigione. Abbiamo superato i primi due posti di blocco.»

A queste parole tornò a essere del tutto presente a se stesso. Avevano superato due posti di blocco. Voleva
dire che erano stati contati. Qualcuno aveva aperto la porta – non una ma due volte – forse gli aveva
anche messo le mani addosso, e lui non si era svegliato. Avrebbero potuto derubarlo, ucciderlo. Aveva
immaginato di morire in migliaia di modi diversi, ma mai nel sonno.

Si sforzò di respirare profondamente, nonostante la puzza dei corpi. Aveva tenuto addosso i guanti, e le
guardie avrebbero potuto notarli facilmente: era stata una stupida concessione alla propria debolezza, ma
se non l’avesse fatto, poco ma sicuro sarebbe impazzito del tutto.

Dietro di lui poteva sentire gli altri prigionieri bisbigliare in lingue diverse. Malgrado le paure che
l’oscurità risvegliava dentro di lui, era grato di essere al buio. Poteva solo sperare che il resto della
banda, incappucciato e confinato dentro le proprie ansie, non avesse notato niente di strano nel suo
comportamento. Era stato fiacco, lento a reagire quando avevano teso l’agguato al carro, ma questo era
tutto, e avrebbe potuto trovare una giustificazione per spiegare l’accaduto.

Odiava l’idea che Inej l’avesse visto conciato a quel modo, che chiunque potesse averlo visto, ma sulla
scia di quel pensiero ne arrivò un altro: “Meglio che sia toccato a lei”. Sapeva fin dentro le ossa che Inej
non ne avrebbe mai fatto parola con nessuno, che non avrebbe mai usato quell’informazione contro di lui.
Lei faceva affidamento sulla sua reputazione. Non l’avrebbe mai fatto apparire debole. Ma c’era qualcosa
in più di quello, vero? Inej non l’avrebbe mai tradito. Lui lo sapeva. Kaz si sentì male. Anche se le aveva
affidato la propria vita un’infinità di volte, era molto più spaventosa l’idea affidarle questa vergogna.

Il carro si fermò. Il catenaccio scivolò indietro e la porta si aprì.

Sentì parlare in Fjerdiano, poi dei rumori di sfregamento e un tunc. Il collare era slacciato, e fu condotto
giù dal carro su una specie di rampa insieme agli altri prigionieri. Udì il suono di quello che sembrava un
cancello che si apriva cigolando, e furono radunati lì davanti, con i piedi che si trascinavano dietro le
catene.

Kaz strizzò gli occhi quando gli strapparono via di colpo il cappuccio. Erano in piedi in un ampio cortile.
L’imponente cancello fissato nelle mura ad anello si stava già abbassando per chiudersi e andò a sbattere
contro le pietre in una raffica sinistra di cigolii e scricchiolii. Quando Kaz sollevò lo sguardo, vide che
c’erano guardie piazzate su tutto il tetto del cortile con i fucili puntati verso i prigionieri. Le guardie di
sotto, nel cortile, stavano passando in rassegna le file di detenuti in catene, cercando di abbinarli ai nomi
e alle descrizioni sui documenti del conducente.

Matthias aveva descritto la struttura della Corte di Ghiaccio nei dettagli, ma aveva detto ben poco a
proposito del suo vero aspetto. Kaz si era aspettato qualcosa di umido e vetusto: arcigna pietra grigia,
pronta per la battaglia. Invece era circondato da marmo così bianco che alla luce sembrava quasi blu. Era
come se stesse vagando dentro qualche versione surreale delle terre inospitali che avevano attraversato
su al Nord. Era impossi bile distinguere il vetro dal ghiaccio o dalla pietra.

«Se questa non è opera di un Fabrikator, allora io sono la regina degli spiriti di legno» borbottò Nina in
Kerch.

«Tig!» ordinò una delle guardie. Le conficcò il fucile in pancia, e lei si piegò in due per il dolore. Matthias
tenne la testa girata dall’altra parte, ma Kaz non mancò di notare quanto era teso.

Le guardie Fjerdiane gesticolavano sopra le carte, nel tentativo di far coincidere i numeri e le identità dei
prigionieri con i detenuti riuniti davanti a loro. Era il primo momento in cui rischiavano veramente di
essere smascherati, e Kaz non aveva il minimo controllo della situazione. Sarebbe stato troppo
dispendioso in termini di tempo, e troppo pericoloso, individuare e scegliere i prigionieri da sostituire.
Era un rischio calcolato, ma ora Kaz poteva soltanto aspettare e sperare che la pigrizia e la burocrazia
facessero il resto.

Appena le guardie passarono oltre, Inej aiutò Nina a rialzarsi.

«Stai bene?» chiese Inej, e Kaz si sentì attratto dalla voce di lei come l’acqua che scende a valle.

Lentamente, Nina si raddrizzò e si rimise in piedi. «Tutto a posto» sussurrò. «Ma credo che non dovremo
più preoccuparci della banda di Pekka Rollins.»

Kaz seguì lo sguardo di Nina in cima alle mura ad anello, in alto sopra il cortile, dove cinque uomini erano
stati impalati, infilzati sulle picche come carne da arrostire, le schiene piegate, gli arti penzolanti. Kaz
dovette strizzare gli occhi ma riconobbe Eroll Aerts, il miglior scassinatore di Rollins. I lividi e le ferite
delle percosse che gli erano state inflitte prima di morire erano di un viola profondo alla luce del mattino,
e Kaz riusciva giusto a distinguere una macchia nera sul suo braccio: il tatuaggio del Centesimo di Leone.

Scrutò le altre facce: erano troppo gonfie e deformate nello spasimo della morte per identificarle. Uno di
loro poteva essere Rollins? Kaz avrebbe dovuto felicitarsi che un’altra banda fosse fuori gioco, ma Rollins
non era uno sciocco, e il pensiero che la sua cricca non fosse riuscita a superare il cancello della Corte di
Ghiaccio era più che snervante. Inoltre, se Rollins avesse incontrato la morte in cima a una picca
Fjerdiana... No, Kaz lo escluse. Pekka Rollins era suo.

Ora le guardie stavano discutendo con il conducente, e una di loro stava indicando Inej.

«Cosa succede?» bisbigliò a Nina.

«Sostengono che i documenti non sono corretti, che c’è una ragazza Suli al posto di un ragazzo Suli.»

«E il conducente?» domandò Inej.


«Lui continua a dire che non è un suo problema.»

«Bravo, così che si fa» mormorò Kaz come incoraggiamento.

Li guardò andare avanti e indietro. Era quello il bello di tutte le misure preventive e dei livelli di
sicurezza. Le guardie erano sempre convinte di poter contare su qualcun altro per correggere un errore o
risolvere un problema. La pigrizia non era affidabile tanto quanto l’avidità, ma era comunque un’ottima
leva. Le guardie stavano parlando dei prigionieri – incatenati, circondati da tutte le parti, e in procinto di
essere buttati in cella. Inoffensivi.

Alla fine, una delle guardie carcerarie fece un sospiro e un segnale ai compari. «Diveskemen.»

«Avanti» tradusse Nina, e poi continuò a tradurre mentre la guardia parlava. «Portateli nel blocco
orientale e lasciate che se la vedano quelli del turno dopo.»

Kaz si permise di tirare un velocissimo sospiro di sollievo.

Come previsto, le guardie divisero il gruppo di detenuti in uomini e donne, poi condussero entrambe le
file, con le catene che tintinnavano, dentro un portale quasi circolare che aveva la forma della bocca
spalancata di un lupo.

Entrarono in una stanza dove una donna anziana era seduta con le mani legate, fiancheggiata da
sorveglianti. I suoi occhi erano assenti. A ogni prigioniero che si avvicinava, la donna prendeva il polso.

Un amplificatore umano. Kaz sapeva che Nina aveva lavorato con loro quando aveva passato al setaccio
l’Isola Errante per trovare dei Grisha da arruolare nel Secondo Esercito. Gli amplificatori potevano
avvertire la presenza del potere Grisha tramite il tatto, e un loro tipico impiego era nei tornei di carte con
puntate alte, per accertarsi che nessun giocatore al tavolo fosse un Grisha. Chiunque sapesse alterare le
pulsazioni di un altro giocatore o anche alzare la temperatura in una stanza godeva di un vantaggio
ingiusto. Ma i Fjerdiani li usavano per un altro scopo: per essere certi che nessun Grisha penetrasse
all’interno delle loro mura senza essere identificato.

Kaz guardò Nina avvicinarsi. Tremava mentre tendeva il braccio. La donna serrò le dita attorno al suo
polso. Le ciglia fremettero appena. Poi lasciò andare la mano di Nina e le fece un gesto di saluto.

Aveva capito e fatto finta di niente? O la paraffina che avevano usato per ricoprire il braccio di Nina aveva
funzionato?

Mentre venivano condotti all’interno di una volta sulla sinistra, Kaz intravide Inej sparire dentro l’arco di
fronte insieme alle altre prigioniere di sesso femminile. Sentì una fitta al petto, e realizzò con
inquietudine che si trattava di un attacco di panico. Lei era stata quella che, nel carro, lo aveva fatto
uscire dallo stato confusionale. La sua voce lo aveva portato fuori dall’oscurità; era stata il laccio che lui
aveva afferrato e usato per tirarsi fuori e recuperare una parvenza di sanità mentale.

I prigionieri di sesso maschile furono condotti, sferragliando, su per una buia rampa di scale fino a una
passerella di metallo. Alla loro sinistra c’era la mole bianca e liscia delle mura ad anello. Alla loro destra
la passerella si affacciava su un grosso recinto di vetro, lungo quasi un quarto di miglio e abbastanza alto
da accogliere comodamente una nave mercantile. La passerella era illuminata da una grossa lanterna di
ferro che pendeva dal soffitto come un bozzolo luminoso. Guardando in basso, Kaz vide file di carri
pesantemente corazzati e sormontati da torrette a cupola. Le ruote erano larghe e agganciate a un
battistrada spesso. Da ogni carro sporgeva un’enorme canna da fuoco – una cosa a metà strada tra un
fucile e un cannone – proprio là dove ci sarebbe dovuta essere una squadra di cavalli da traino.

«Cosa sono quelle?» sussurrò.

«Torvegen» disse Matthias sottovoce. «Non c’è bisogno dei cavalli per tirarli. Quando me ne andai
stavano ancora perfezionando il progetto.»

«Niente cavalli?»

«Carri armati» bisbigliò Jesper. «Ho visto i prototipi quando lavoravo con un armaiolo a Novyi Zem.
Mitragliatrici nella torretta, e quel grosso cilindro che sporge sul davanti? Una vera potenza di fuoco.»

C’erano anche pezzi di artiglieria pesante a gravità nel recinto, rastrelliere piene di fucili, munizioni, e
quelle bombette nere che i Ravkiani chiamavano grenatye. Sulle pareti dietro il vetro erano esposte le
armi più antiche, messe in mostra in modo preciso: asce, lance, archi lunghi. Sopra tutto, pendeva uno
stendardo bianco e argento: STRYMAKT FJERDAN.

Quando Kaz posò lo sguardo su Matthias, il gigante mormorò: «Potenza Fjerdiana».

Sbirciò attraverso il vetro spesso. Se ne intendeva di misure di protezione, e Nina aveva ragione, questo
vetro era un altro esempio di manifattura Fabrikator, antiproiettile e antisfondamento. Entrando e
uscendo dalla prigione, i detenuti avrebbero visto armi, armamenti, macchine da guerra: tutti brutali
promemoria della forza dello stato Fjerdiano.

“Andate avanti a tirarvela” pensò. “Non importa quanto siano grandi le canne delle vostre pistole se non
sapete dove puntarle.”

Dall’altra parte del recinto, Kaz vide una seconda passerella, sulla quale stavano sfilando le prigioniere.

Inej starà bene. Doveva restare lucido. Erano in territorio nemico adesso, un luogo pieno di pericoli, il
tipo di pericoli da cui non esci vivo se non mantieni l’autocontrollo. La squadra di Pekka era arrivata così
lontano prima di essere scoperta? E dov’era Pekka? Se n’era rimasto al sicuro a Kerch, o anche lui era
prigioniero dei Fjerdiani?

Niente di tutto ciò era importante al momento. Doveva concentrarsi sul piano e trovare Yul-Bayur. Lanciò
un’occhiata agli altri. Wylan sembrava che fosse lì lì per farsela addosso. Helvar era serio come al solito.
Jesper sorrise e sussurrò: «Be’, ci siamo dati da fare per rinchiuderci da soli nel carcere più sicuro del
mondo. O siamo dei geni o siamo i più stupidi figli di puttana mai visti».

«Lo sapremo presto.»

Furono condotti in un’altra stanza bianca, dotata di vasche di stagno e tubi di gomma.

La guardia farfugliò qualcosa in Fjerdiano, e Kaz vide che Matthias e alcuni degli altri incominciavano a
spogliarsi. Deglutì la bile che gli salì in gola e si rifiutò di vomitare.

Poteva farcela, doveva farcela. Pensò a Jordie. Cos’avrebbe detto Jordie se il suo fratellino avesse perso
l’ultima occasione di farsi giustizia solamente perché non era in grado di tenere a bada una stupida
nausea? Ma questo servì solo a riportargli alla memoria la carne fredda di Jordie, il modo in cui si
disfaceva nell’acqua salata, e l’ammasso di cadaveri intorno a lui sul traghetto. La vista gli si appannò.

“Torna in te, Brekker” si rimproverò duramente. Non servì a niente. Stava per svenire di nuovo, e poi
sarebbe tutto finito. Una volta Inej si era offerta di insegnargli come cadere.

“Il trucco non sta nell’andare giù” gli aveva detto ridendo. “No, Kaz” aveva continuato, “il trucco sta nel
tornare su.” Le solite banalità Suli, però il ricordo della voce di lei era di aiuto. Lui era meglio di così. Lui
doveva essere meglio di così. Non solo per Jordie, ma per la sua banda. Li aveva portati fin qui. Aveva
portato Inej. Era suo dovere farli uscire.

“Il trucco sta nel tornare su.” Tenne la voce di Inej in testa e ripeté quelle parole, ancora e ancora, mentre
si toglieva gli stivali, i vestiti, e alla fine i guanti.

Vide che Jesper gli stava fissando le mani. «Che cosa ti aspettavi?» gli ringhiò.

«Degli artigli, almeno» disse Jesper, spostando lo sguardo sui propri piedi nudi. «Oppure un pollice con le
spine.»

La guardia, dopo aver gettato i loro vestiti in un bidone che senza dubbio sarebbe stato portato
all’inceneritore, fece ritorno. Inclinò la testa di Kaz all’indietro, gli aprì a forza la bocca e si mise a tastare
in giro con le sue grasse dita. Negli occhi gli sbocciarono delle macchie nere mentre lottava per restare
cosciente. Le dita della guardia passarono nel punto tra i denti dove Kaz aveva incastrato il dischetto di
baleen, poi gli pizzicarono l’interno delle guance.

«Ondetjarn!» esclamò la guardia. «Fellenjuret!» urlò di nuovo mentre gli estraeva due sottili pezzi di
metallo dalla bocca. I grimaldelli colpirono il pavimento di pietra con un plinc-plinc. La guardia gli gridò
qualcosa in Fjerdiano e lo schiaffeggiò forte in faccia. Kaz cadde in ginocchio, ma si costrinse a rialzarsi.
Notò l’espressione terrorizzata di Wylan, ma era tutto quello che poteva fare per rimanere in piedi mentre
l’uomo lo spingeva dentro la fila in attesa di fare una doccia ghiacciata.

Quando emerse, fradicio e tremante, un’altra guardia gli porse i pantaloni sbiaditi della divisa carceraria
e una casacca, prelevandoli dalla pila di panni accanto. Kaz se li infilò, poi zoppicò verso la sala d’attesa
con il resto dei prigionieri. In quel momento, avrebbe rinunciato alla metà dei suoi trenta milioni di kruge
in cambio del peso familiare del suo bastone.

Le celle di detenzione preventiva assomigliavano molto di più alla prigione che si era immaginato: niente
pietra bianca o vetrate, solo umida pietra grigia e sbarre di ferro.

Furono radunati in una cella già affollata. Helvar si sedette con la schiena al muro a sorvegliare gli
uomini che andavano su e giù, guardandoli di traverso. Kaz si appoggiò alle sbarre, a osservare le guardie
andarsene. Sentiva i corpi muoversi dietro di lui. C’era spazio a sufficienza, ma erano comunque troppo
vicini. “Solo un altro po’” si disse. Le mani erano insopportabilmente nude.
Kaz aspettò. Sapeva cosa stava per succedere. Aveva soppesato gli altri detenuti non appena erano
entrati nella cella, e sapeva che sarebbe stato il Kaelish robusto e con la voglia sulla pelle ad arrivare da
lui. Era agitato, nervoso, e aveva notato chiaramente la zoppia di Kaz.

«Ehi, storpio» disse il Kaelish in Fjerdiano. Ci riprovò in Kerch, con una cadenza forte. «Ehi, storpio.» Non
c’era bisogno che si disturbasse. Kaz sapeva come si diceva “storpio” in tantissime lingue.

L’istante successivo, Kaz sentì l’aria spostarsi mentre il Kaelish allungava un braccio verso di lui. Fece un
passo a sinistra, e l’aggressore barcollò in avanti, trasportato dal proprio slancio. Kaz lo assecondò, gli
afferrò il braccio e lo infilò nello spazio tra le sbarre, fino alla spalla. Il Kaelish si lasciò sfuggire un
sonoro grugnito quando la faccia gli si spiaccicò contro le sbarre di ferro.

Kaz puntellò l’avambraccio dell’uomo a una sbarra. Si lasciò andare con tutto il peso contro il corpo
dell’avversario, e sentì un rumore appagante quando il braccio del Kaelish si dislocò dalla spalla. Non
appena l’uomo aprì la bocca per urlare, Kaz gliela coprì con una mano e gli tappò il naso con l’altra. La
sensazione della carne nuda sulle dita gli fece venir voglia di vomitare.

«Sssh» disse, usando la presa sul naso dell’uomo per spingerlo indietro verso la panca contro il muro. Gli
altri prigionieri si fecero da parte per liberare il passaggio.

L’uomo crollò a sedere, senza fiato e con gli occhi che gli lacrimavano. Kaz continuò a tappargli naso e
bocca. Il Kaelish tremava sotto la sua presa.

«Vuoi che te lo rimetta a posto?» gli chiese Kaz.

Il Kaelish uggiolò.

«Lo vuoi?»

Il Kaelish uggiolò più forte mentre i prigionieri osservavano.

«Tu urla, e io farò in modo che tu non possa usarlo mai più, ci siamo intesi?»

Lasciò andare la bocca dell’uomo e con una spinta rimise il braccio in posizione. Il Kaelish rotolò sul
fianco, si rannicchiò sulla panca e si mise a piangere.

Kaz si pulì le mani sui pantaloni e tornò nell’angolo accanto alle sbarre. Sentiva gli sguardi degli altri su
di sé, ma ora sapeva che l’avrebbero lasciato in pace.

Helvar gli andò accanto. «Era veramente necessario?»

«No.»

Invece sì: per essere lasciati in pace mentre facevano quello che dovevano fare, e per ricordare a se
stesso che non era un debole.
23

JESPER
Jesper voleva camminare avanti e indietro, ma si era preso un posto sulla panca e intendeva tenerselo.
Era come se avesse sottopelle delle piccole vibrazioni di ansia e di eccitazione, e Wylan seduto accanto a
lui a tamburellare freneticamente sulle ginocchia non lo stava aiutando a calmarsi. Non pensava di poter
tollerare altra attesa. Prima la barca, poi tutto quel camminare, e ora era bloccato in una cella fino a
quando le guardie non fossero passate a contare i detenuti per la sera.

Solamente suo padre aveva compreso la sua energia irrequieta. Aveva spinto Jesper a impiegarla nella
fattoria, ma il lavoro era troppo monotono per lui. L’università avrebbe dovuto indicargli la direzione da
prendere, ma lui aveva imboccato un sentiero diverso. Lo imbarazzò il pensiero di cosa avrebbe detto suo
padre se avesse saputo che il figlio era morto in una prigione Fjerdiana. Ma come avrebbe fatto a
scoprirlo? Rimuginarci sopra era troppo deprimente.

Quanto tempo era passato? E se chiusi qui dentro non avessero nemmeno sentito l’Orologio Maggiore? Le
guardie avrebbero dovuto fare la conta al sesto rintocco. A quel punto Jesper e gli altri avrebbero avuto
fino a mezzanotte per eseguire il colpo. O così speravano. Matthias aveva trascorso solo tre mesi in
prigione. Le procedure potevano essere cambiate. Poteva aver sbagliato qualcosa. O forse il Fjerdiano ci
vuole dietro le sbarre prima di spifferare tutto su di noi.

Ma Matthias era seduto in silenzio dall’altra parte della cella, vicino a Kaz. Jesper non si era perso la zuffa
con il Kaelish. Kaz era sempre inscalfibile sul lavoro, ma questa volta era sulle spine, e Jesper non sapeva
perché. Una parte di lui voleva chiederglielo, ma era la parte stupida, il fiducioso ragazzotto di campagna
che sceglieva di preoccuparsi della persona peggiore possibile, che cercava significati in cose che in
fondo non significavano niente: quando Kaz gli assegnava un incarico, quando Kaz stava al gioco delle sue
battute. Si sarebbe preso a calci da solo. Aveva finalmente visto il famigerato Kaz Brekker senza uno
straccio di vestito addosso ed era stato troppo preoccupato di finire su una picca per prestare la dovuta
attenzione.

Ma se Jesper era in ansia, Wylan sembrava sul punto di vomitare.

«Cosa faremo adesso?» gli sussurrò. «A cosa serve uno scassinatore senza attrezzi per scassinare?»

«Fai silenzio.»

«E a cosa servi tu? Un cecchino senza pistole. Sei del tutto irrilevante alla missione.»

«Non è una missione; è un colpo.»

«Matthias la chiama missione.»

«Lui è un militare, tu no. E mi trovo già in prigione, non istigarmi a commettere un omicidio.»

«Tu non mi ucciderai, e io non farò finta che vada tutto bene. Siamo bloccati qui dentro.»

«Sei decisamente più adatto a una gabbia dorata che a una gabbia vera.»

«Ho lasciato la casa di mio padre.»

«Già, hai rinunciato a una vita nel lusso per finire nei bassifondi con noi figli di puttana del Barile. Questo
non ti rende interessante, Wylan, solo stupido.»

«Tu non conosci la storia che c’è dietro.»

«E allora raccontamela» disse Jesper, girandosi verso di lui. «Abbiamo tutto il tempo. Che cosa spinge un
piccolo bravo ragazzo del mondo mercantile a lasciare casa per cercare compagnia tra i criminali?»

«Ti comporti come se fossi nato nel Barile come Kaz, ma non sei nemmeno Kerch. Anche tu hai scelto
questa vita.»

«Mi piacciono le città.»

«Non ci sono città a Novyi Zem?»

«Non come Ketterdam. Sei mai stato da qualche parte che non sia casa tua, il Barile, e le cene eleganti
alle ambasciate?»

Wylan distolse lo sguardo. «Sì.»


«Dove? Nei sobborghi durante la stagione delle pesche?»

«Alle corse di Caryeva. Nei giacimenti petroliferi degli Shu. Nelle piantagioni di jurda vicino a Shriftport.
Weddle. Elling.»

«Sul serio?»

«Mio padre mi portava ovunque con lui.»

«Finché?»

«Finché cosa?»

«Finché. Mio padre mi portava ovunque finché mi è venuto un terribile mal di mare, finché ho vomitato a
un matrimonio reale, finché ho tentato di chiavarmi la gamba dell’ambasciatore!»

«Era stata la gamba a chiedermelo.»

Jesper scoppiò a ridere forte. «Finalmente un po’ di spina dorsale.»

«Ne ho da vendere, di spina dorsale» borbottò Wylan. «E guarda dove mi ha...»

Fu interrotto dalla voce di una guardia che urlò in Fjerdiano proprio mentre l’Orologio Maggiore iniziava
a battere i sei rintocchi. Perlomeno in quel posto erano puntuali.

La guardia parlò ancora in Shu e poi in Kerch. «In piedi.»

«Shimkopper» ordinò. Tutti gli rivolsero uno sguardo inespressivo. «Il secchio del piscio» provò a dire in
Kerch. «Dov’è... svuotare?» Mimò il gesto.

Ci furono scrollate di spalle e occhiate perplesse.

L’espressione imbronciata della guardia mise in chiaro che non gliene poteva importare di meno. Spinse
dentro la cella un secchio d’acqua fresca e chiuse di colpo le sbarre.

Jesper si mise davanti a tutti e diede un lungo sorso dalla tazza legata al manico. La maggior parte
dell’acqua gli finì sulla casacca. Quando porse la tazza a Wylan, fece in modo che inzuppasse anche lui.

«Che cosa fai?» protestò il ragazzo.

«Pazienza, Wylan. E cerca di seguire.»

Jesper si sollevò i pantaloni e si tastò la pelle sottile delle caviglie.

«Dimmi cosa sta succ...»

«Fai silenzio. Ho bisogno di concentrarmi.» Era vero. Non ci teneva proprio che la pallina che si ritrovava
conficcata sottopelle si aprisse mentre era ancora dentro di lui.

Tastò i punti sottili che gli aveva messo lì Nina. Gli fece un male d’inferno quando li fece saltare per
estrarre la pallina. Aveva le dimensioni di un chicco d’uvetta ed era scivolosa per via del sangue di cui era
imbrattata. In quello stesso momento, Nina stava usando il proprio potere per aprire la propria, di pelle.
Jesper si domandò se facesse meno male dei punti.

«Copriti la bocca con la casacca» disse a Wylan.

«Cosa?!

«Smettila di fare il finto tonto. Sei più carino da sveglio.»

Le guance di Wylan si fecero rosse. Guardò storto Jesper e alzò il colletto della casacca.

Jesper si infilò sotto la panca dove aveva nascosto il secchio dei rifiuti e lo tirò fuori.

«Tempesta in arrivo» disse Jesper a voce alta in Kerch. Vide Matthias e Kaz sollevare i loro colletti. Girò la
faccia dall’altra parte, si portò la casacca alla bocca e lanciò la pallina nel secchio.

Ci fu un fruscio sfrigolante quando una nuvola di fumo sbocciò dall’acqua. In pochi secondi aveva avvolto
le celle in una coltre di nebbia verde lattiginosa.

Gli occhi di Wylan, che sbucavano dal colletto sollevato, erano terrorizzati. Jesper fu tentato di far finta di
svenire, ma si accontentò dell’effetto che faceva vedere tutti quegli uomini cadere a terra attorno a lui.
Contò fino a sessanta, poi abbassò il colletto e fece un respiro di prova. L’aria aveva ancora un odore
dolciastro e li avrebbe lasciati storditi per un po’, ma il peggio si era già disperso. Quando le guardie
fossero arrivate per la conta successiva, i prigionieri avrebbero avuto dei gran brutti mal di testa, ma
poco da dire.

E se tutto fosse andato per il verso giusto, per quell’ora sarebbero stati lontani.

«Era cloroformio?»

«Decisamente più carino da sveglio. Sì, la pallina è un involucro a base di enzimi riempita con polvere di
cloro. È innocua fino a che non entra in contatto anche con la minima quantità di ammoniaca. Che è
esattamente quello che è appena successo.»

«L’urina nel secchio... ma a quale scopo? Siamo ancora chiusi qua dentro.»

«Jesper» disse Kaz passando la mano sulle sbarre per attrarre la sua attenzione. «L’orologio fa tic tac.»

Jesper sciolse le spalle mentre si avvicinava. Di solito, per questo genere di lavoro ci voleva un sacco di
tempo, soprattutto perché non aveva mai ricevuto un vero addestramento. Posizionò le mani sui due lati
di una singola sbarra e si concentrò per individuare le particelle più pure di minerale.

«Che cosa sta facendo?» chiese Matthias.

«Sta celebrando un antico rituale Zemeni» rispose Kaz.

«Davvero?»

«No.»

Tra le mani di Jesper si stava formando una nebbiolina torbida.

Wylan disse con un rantolo: «È minerale di ferro?».

Jesper annuì mentre la fronte gli si imperlava di sudore.

«Sei capace di sciogliere le sbarre?»

«Non dire idiozie» grugnì lui. «Non vedi come sono spesse?»

In effetti, la sbarra sulla quale stava lavorando sembrava la stessa di prima, ma aveva estratto ferro a
sufficienza per far sì che la nuvola tra le mani fosse quasi nera.

Contrasse la punta delle dita, e le particelle si misero a vorticare e a ronzare dentro una spirale che
diventava sempre più fitta e stretta.

Lasciò cadere le mani e un ago sottile cadde sul pavimento con un melodioso ping.

Wylan lo sollevò da terra e lo tenne in modo che la luce ne facesse brillare la superficie opaca.

«Tu sei un Fabrikator» disse Matthias senza troppa allegria.

«Più o meno.»

«O lo sei o non lo sei» disse Wylan.

«Lo sono.» Con un dito lo punzecchiò. «E tu terrai la bocca chiusa quando saremo tornati a Ketterdam.»

«Ma perché dovresti mentire su...»

«Mi piace camminare libero per strada» disse Jesper. «Mi piace non dovermi preoccupare di essere rapito
da uno schiavista o condannato a morte da qualche stronzo come il nostro amico, qui, Helvar. E poi, ho
altri talenti che mi danno più piacere e benefici. Un sacco di altri talenti.»

Wylan tossì imbarazzato. Flirtare con il mercantuccio poteva essere più divertente che importunarlo, ma
era una scelta difficile.

«Nina lo sa che sei un Grisha?»

«No, e non deve saperlo. Non mi servono le sue prediche sul Secondo Esercito e sulla gloriosa causa di
Ravka.»

«Rifallo» lo interruppe Kaz. «E sbrigati.»


Jesper ripartì a sudare su un’altra sbarra.

«Se era questo il piano, perché cercare di introdurre di nascosto quei grimaldelli?» chiese Wylan.

Kaz incrociò le braccia. «Mai sentito parlare del moribondo a cui il medico disse che era miracolosamente
guarito? Danzò per le strade e venne travolto e ucciso da un cavallo. Devi lasciar credere al pollo di aver
vinto. Le guardie stavano scrutando Matthias e si stavano chiedendo se avesse un’aria familiare? Stavano
cercando rogne mentre Jesper entrava nelle docce con la paraffina che gli si staccava dalle braccia? No,
erano troppo occupati a congratularsi fra loro per avermi colto sul fatto. Hanno pensato che la minaccia
fosse stata neutralizzata.»

Q uando Jesper finì, Kaz prese i due aghi tra le dita. Era strano vederlo al lavoro senza i guanti, ma in
pochi istanti la serratura scattò e loro furono liberi. Una volta fuori dalla cella, Kaz utilizzò i minuscoli
grimaldelli per chiudere la porta dietro di loro.

«Sapete quali sono i vostri compiti» sussurrò. «Io e Wylan andremo a liberare Nina e Inej. Jesper, tu e
Matthias...»

«Lo so, sgraffignamo tutta la corda che riusciamo a trovare.»

«Ci ritroviamo nel seminterrato al mezzo rintocco.»

Si divisero. Gli ingranaggi erano stati messi in moto.

Secondo le mappe di Wylan, le stalle confinavano con il cortile della portineria, pertanto dovevano fare
dietro front e attraversare l’area di detenzione preventiva. In teoria, questa sezione del carcere era
operativa solo quando i prigionieri venivano giudicati e spediti dentro o fuori, ma era meglio stare attenti
comunque. Bastava una guardia imprevedibile a rovinare i loro piani. La cosa più spaventosa era
percorrere la passerella attraverso il recinto di vetro, un lungo tratto illuminato che li esponeva
totalmente alla vista. Non c’era altro da fare che incrociare le dita e attraversarla di corsa. Quindi scesero
giù per le scale e girarono alla sinistra della stanza in cui la povera vecchia amplificatrice Grisha li aveva
esaminati. Jesper represse un brivido. Anche se nelle bische la paraffina sulle braccia aveva sempre
funzionato, il cuore aveva comunque preso a martellargli in petto mentre le era di fronte. Era magra
come una buccia e altrettanto vuota. Ecco quello che accadeva ai Grisha che si trovavano nel posto
sbagliato al momento sbagliato: la condanna della schiavitù a vita o peggio ancora.

Quando aprì spingendo la porta delle stalle, sentì che qualcosina dentro di lui si rilassava. L’odore del
fieno, gli animali che si muovevano nelle cabine, i nitriti dei cavalli gli riportarono alla memoria Novyi
Zem. A Ketterdam, i canali rendevano superflua la maggior parte delle carrozze e dei carri. I cavalli erano
un lusso, un’esibizione per dimostrare che avevi lo spazio dove tenerli e il denaro per occupartene. Non si
era reso conto che essere circondato dagli animali gli mancasse così tanto.

Ma non c’era tempo per la nostalgia o per fermarsi ad accarezzare un naso vellutato. Camminò a grandi
passi dietro le cabine ed entrò nella selleria. Matthias si mise un enorme rotolo di funi su ogni spalla. E
fece la faccia sorpresa quando anche Jesper se ne caricò due.

«Sono cresciuto in un fattoria» spiegò lui.

«Non sembra.»

«Vero, sono smilzo» disse mentre tornavano indietro di corsa, «ma rimango più asciutto quando piove.»

«Come?»

«Me ne cade di meno, addosso.»

«Tutti i collaboratori di Kaz sono strambi come questa squadra?» domandò Matthias.

«Oh, dovresti conoscere il resto degli Scarti. In confronto, noi sembriamo dei Fjerdiani.»

Passarono per le docce e, invece di continuare verso la sala d’attesa, scesero lungo una stretta rampa di
scale e percorsero il lungo atrio scuro che portava al seminterrato. Ora erano sotto il carcere principale,
sopra di loro avevano cinque piani di celle, con tanto di detenuti e guardie.

Jesper si era aspettato di trovare il resto della banda nella grande sala della lavanderia, già alle prese con
la raccolta di materiali con cui fabbricare esplosivi. Ma vide soltanto vasche giganti di stagno, lunghi
tavoli per ripiegare i panni, e vestiti lasciati ad asciugare durante la notte su rastrelliere più alte di lui.

Trovarono Wylan e Inej nella stanza dei rifiuti. Era più piccola della lavanderia e puzzava di immondizia.
Due grossi bidoni a rotelle pieni di vestiti scartati erano appoggiati contro un muro, in attesa di essere
bruciati. Non appena entrarono, Jesper sentì il calore emanato dall’inceneritore.
«Abbiamo un problema» disse Wylan.

«Grosso quanto?» chiese Jesper, scaricando i rotoli di funi sul pavimento.

Inej indicò con un gesto un paio di enormi sportelli metallici inseriti in quello che sembrava un camino
gigante che sporgeva dal muro e arrivava fino al soffitto. «Mi sa che questo pomeriggio metteranno in
moto l’inceneritore.»

«Avevi detto che lo facevano funzionare di mattina» disse Jesper a Matthias.

«Così facevano.»

Quando Jesper afferrò le maniglie ricoperte di cuoio degli sportelli e le tirò per aprire, fu colpito da un
getto d’aria bollente, che portava con sé l’odore nero e acre del carbone – e qualcos’altro, un sentore
chimico, forse un additivo che aggiungevano per far bruciare meglio i fuochi. Non era spiacevole. Questo
era il posto in cui il carcere si sbarazzava di tutti i rifiuti – avanzi di cucina, secchi pieni di escrementi
umani, i vestiti tolti ai prigionieri, ma quale che fosse la sostanza che i Fjerdiani avevano aggiunto al
carburante, non era potente abbastanza da bruciare via ogni schifezza. Jesper si sporse e iniziò subito a
sudare. Molto più in basso vide le braci dell’inceneritore, coperte ma ancora vive sotto la cenere, che
pulsavano di adirati bagliori rossi.

«Wylan, prendimi una casacca da uno dei bidoni» disse Jesper.

Quindi strappò una manica e la buttò nel pozzo dell’inceneritore. Cadde senza fare alcun rumore, prese
fuoco a mezz’aria e incominciò a bruciare prima ancora di avere la possibilità di raggiungere le braci.

Jesper chiuse gli sportelli e gettò quel che rimaneva della casacca nel bidone. «Be’, il botto è escluso»
disse. «Non possiamo portare lì dentro degli esplosivi. Tu ce la fai ad arrampicarti?» domandò a Inej.

«Forse. Non lo so.»

«Cosa dice Kaz? Dov’è Kaz? E dov’è Nina?»

«Kaz non sa ancora dell’inceneritore» disse Inej. «Lui e Nina sono andati a perlustrare le celle dei piani
superiori.»

Lo sguardo torvo di Matthias diventò nero come un cielo carico di pioggia pronto a squarciarsi.
«Dovevamo andarci noi, io e Jesper, con Nina.»

«Kaz non ha voluto aspettare.»

«Eravamo in orario» disse Matthias con rabbia. «Che starà combinando?»

Jesper si stava chiedendo la stessa cosa. «Vuole zoppicare su e giù per tutte quelle rampe di scale e
schivare le guardie di ronda?»

«Ho tentato di farglielo presente» disse Inej. «Ma lui deve stupirci sempre, ricordate?»

«Come un nido di api. Spero proprio che non stiamo tutti per essere punti.»

«Inej» chiamò Wylan da uno dei bidoni a rotelle. «Questi sono i nostri vestiti.»

Allungò una mano dentro il bidone e, una dopo l’altra, tirò fuori le scarpette di pelle di Inej.

Il viso di lei si aprì in un sorriso smagliante. Finalmente un pizzico di fortuna. Kaz non aveva il suo
bastone. Jesper non aveva le sue pistole. E Inej non aveva i suoi pugnali. Ma almeno aveva quelle magiche
scarpette.

«Cosa dici, Spettro? Ce la fai ad arrampicarti?»

«Ce la faccio.»

Jesper prese le scarpe da Wylan. «Se non pensassi che potrebbero essere brulicanti di germi, le bacerei e
poi bacerei te.»
24

NINA
Nina seguì Kaz su per le scale di pietra. Rampa dopo rampa, sotto la luce a gas che sfarfallava. Lo guardò
attentamente. Teneva un buon passo, ma l’andatura era rigida. Perché aveva insistito per farla lui, questa
scalata? Non poteva essere una questione di tempo, per cui forse faceva parte del suo piano da sempre.
Forse aveva preferito tenere Matthias all’oscuro di qualche informazione. Oppure desiderava proprio
confonderli.

Si fermavano su ogni pianerottolo, ad ascoltare le guardie di ronda. Il carcere era rumoroso, ed era dura
non trasalire ogni volta: voci che rimbombavano nella tromba delle scale, il clangore metallico delle porte
che si aprivano e chiudevano. Nina ripensò alla violenza dell’Anticamera dell’Inferno, alle bustarelle che
passavano di mano in mano, al sangue che macchiava la sabbia, un mondo lontano anni luce da questo
luogo sterile. Per tenere le cose in ordine potevi senza dubbio contare sui Fjerdiani.

Mentre stavano arrivando al quarto piano, le scale si riempirono all’improvviso di voci e passi di stivali. In
fretta, Nina e Kaz arretrarono sul pianerottolo del terzo piano e scivolarono tra le porte che conducevano
alle celle. In quella più vicina un detenuto si mise a urlare. Nina alzò velocemente una mano e chiuse le
sue vie aeree. Lui la fissò, strabuzzando gli occhi e artigliandosi il collo. Lei gli rallentò il battito cardiaco
fino a farlo svenire e intanto mollò la presa sulla laringe, lasciandolo così tornare a respirare. Dovevano
zittirlo, non ucciderlo.

I rumori aumentarono mentre le guardie scendevano le scale e il Fjerdiano parlato ad alta voce
riverberava sui muri. Nina trattenne il respiro, gli occhi puntati sulla porta e le mani pronte. Kaz non era
armato, ma aveva assunto una posizione da combattimento, in attesa che la porta si spalancasse. Invece
le guardie oltrepassarono il pianerottolo, dirette al piano di sotto.

Quando i rumori si affievolirono, Kaz fece segno a Nina e uscirono dalla porta, chiudendola dietro di loro
il più silenziosamente possibile, e ripresero a salire.

Mentre raggiungevano l’ultimo piano suonarono i sette rintocchi. Era passata un’ora da quando avevano
messo fuori gioco i prigionieri nell’area di detenzione preventiva. Avevano quarantacinque minuti per
ispezionare le celle di massima sicurezza, rincontrarsi sul pianerottolo e raggiungere il seminterrato. Kaz
le fece segno di prendere il corridoio sulla sinistra mentre lui percorreva quello a destra.

La porta cigolò forte quando Nina la aprì. Qui le lanterne erano molto distanziate fra loro, e le ombre tra
l’una e l’altra sembravano così profonde da cascarci dentro.

Meno male, si disse, che era travestita da detenuta, ma non poteva negare di essere angosciata. Anche le
celle erano differenti, con solide porte d’acciaio pieno al posto delle sbarre di ferro.

Ogni uscio aveva una grata per guardare dentro, all’altezza degli occhi. Be’, all’altezza degli occhi per un
Fjerdiano. Nina non era bassa, ma doveva comunque sollevarsi sulle punte dei piedi per sbirciare dentro.

Per lo più i prigionieri dormivano o riposavano, rannicchiati negli angoli o coricati sulla schiena con un
braccio ripiegato sopra gli occhi per ripararsi dalla luce della lampada che filtrava dalla grata.

Altri sedevano con la schiena appoggiata alle pareti, a guardare fiacchi nel nulla. Ogni tanto Nina trovava
qualcuno che camminava su e giù e doveva allontanarsi in fretta. Nessuno di loro era Shu.

«Ajor?» la chiamò uno in Fjerdiano. Lei lo ignorò e andò avanti, con il cuore che aveva mancato un battito.

E se Bo Yul-Bayur fosse stato veramente in quelle celle? Nina sapeva che era improbabile, tuttavia...
avrebbe potuto ucciderlo dentro la sua cella, farlo scivolare in un sonno profondo e indolore e arrestargli
semplicemente il cuore.

A Kaz avrebbe detto che non l’aveva trovato. E se fosse stato Kaz a scovare Bo Yul-Bayur? Avrebbe dovuto
attendere di ritrovarsi fuori dalla Corte di Ghiaccio per risolvere il problema, ma in quel caso avrebbe
perlomeno potuto contare sull’aiuto di Matthias.

Che strano, macabro accordo avevano stipulato.

Mentre Nina si aggirava per i corridoi, la fievole speranza che lo scienziato fosse lì si spense del tutto.
“Un’altra fila di celle” pensò, “poi giù nel seminterrato con niente in mano.” Se non che, quando entrò
nell’ultimo corridoio, notò che era più corto degli altri. Dove avrebbero dovuto esserci altre celle c’era
una porta d’acciaio, e una luce brillante filtrava da sotto.

Fu scossa da un’ondata di malessere mentre si avvicinava, ma si costrinse a spingere la porta che non era
chiusa a chiave. Dovette socchiudere gli occhi a causa della luce. Una luce impietosa – chiara come quella
del giorno ma senza nessun calore – e Nina non riusciva a individuarne la fonte.

Sentì il fruscio della porta che si stava serrando dietro di lei. All’ultimo momento si girò e l’afferrò per il
bordo. Qualcosa le disse che per aprire quel battente dall’interno sarebbe servita una chiave. Si guardò
attorno alla ricerca di qualcosa da usare per bloccare la porta e tenerla aperta, e dovette accontentarsi di
strappare un lembo dei suoi pantaloni da galeotta e infilarlo nel blocco della serratura.

Questo posto sembrava tutto sbagliato. I muri, il pavimento e il soffitto erano di un bianco così accecante
che faceva male agli occhi. Metà di una parete era fatta di pannelli di vetro liscio, perfetto. Opera dei
Fabrikator. Proprio come il recinto di vetro che circondava quell’ignobile esposizione di armi. Nessun
artigiano Fjerdiano sarebbe riuscito a realizzare superfici così pure.

C’erano Grisha tanto disonesti da non poter lavorare in nessun paese, e che avrebbero preso in
considerazione l’idea di farsi ingaggiare dal governo di Fjerda. Ma sarebbero sopravvissuti a un simile
incarico? Era più probabile che si trattasse di un lavoro da schiavi.

Nina fece un passo avanti, poi un altro. Si voltò. Se una guardia fosse entrata nel corridoio dietro di lei,
non avrebbe potuto nascondersi da nessuna parte. Quindi datti una mossa, Nina.

Sbirciò dentro la prima finestrella. La cella era bianca come l’atrio e illuminata dalla stessa luce
abbagliante. La stanza era deserta e priva di qualsiasi arredamento: niente panca, niente bacinella, niente
secchio. L’unica interruzione in tutto quel candore era uno scarico proprio al centro del pavimento,
circondato da macchie rosse.

Nina passò alla cella successiva. Era identica e vuota come l’altra, e così quella dopo, e quella dopo
ancora. Ma qui qualcosa attirò la sua attenzione, una moneta accanto allo scarico: no, non una moneta, un
bottone. Un piccolo bottone argentato decorato da un’ala, il simbolo dei Grisha Chiamatempeste. Sentì un
brivido strisciarle su per le braccia. Queste celle erano state realizzate dai Grisha schiavi per i Grisha
prigionieri? Il vetro, le pareti e il pavimento erano stati fatti per resistere alla manipolazione dei
Fabrikator? Le stanze erano sprovviste di metallo. Non c’era un impianto idraulico, non c’erano tubi per
trasportare l’acqua che un Chiamatempeste avrebbe potuto usare. E Nina aveva il sospetto che il vetro
dentro il quale stava guardando fosse specchiato dall’altra parte, così uno Spaccacuore recluso non
sarebbe stato in grado di localizzare il suo bersaglio. Queste celle erano state progettate per chiuderci
dentro i Grisha. Erano state progettate per chiuderla dentro.

Nina girò sui tacchi. Bo Yul-Bayur non c’era, e lei voleva essere fuori da lì all’istante. Tolse il pezzo di
stoffa dalla serratura e infilò la porta senza nemmeno fermarsi a vedere se si chiudeva alle sue spalle. Il
corridoio delle celle in ferro era persino più buio dopo la luminosità da cui proveniva, e inciampò mentre
faceva di corsa la strada da cui era arrivata. Nina sapeva che si stava comportando in modo incauto, ma
non riusciva a scacciare dalla testa l’immagine di quelle stanze bianche. Lo scarico. Le macchie attorno.
Laggiù erano stati torturati dei Grisha? Costretti a confessare i loro crimini contro le persone?

Aveva studiato i Fjerdiani: i loro capi, la loro lingua. Aveva anche sognato di penetrare nella Corte di
Ghiaccio come una spia, proprio come in questo momento, e di colpire il cuore di questa nazione che la
odiava così tanto. Ma adesso che era qui, voleva soltanto andarsene. Ormai si era ambientata a
Ketterdam, si era abituata ai contratti che le arrivavano grazie agli Scarti, alla sua vita semplice, alla
Rosa Bianca. Ma persino là, si era mai sentita al sicuro? In una città dove non poteva camminare per
strada senza avere paura? Voglio andare a casa. La nostalgia la colpì forte, fu come un dolore fisico.
Voglio tornare a Ravka.

L’Orologio Maggiore iniziò a battere i tre quarti d’ora. Era in ritardo. Ciononostante, si costrinse a
rallentare prima di aprire la porta che dava sulle scale. Non c’era nessuno, nemmeno Kaz. Sbirciò nel
corridoio di fronte per vedere se stava arrivando. Niente: porte in ferro, ombre profonde, nessun segno di
Kaz.

Nina aspettò, non sapendo cosa fare. Dovevano rivedersi sul pianerottolo quindici minuti prima dello
scoccare dell’ora. E se si fosse trovato in qualche guaio? Esitò, poi si precipitò nella zona che toccava a
Kaz perlustrare. Corse oltre le celle, gli atrii che sfilavano avanti e indietro, ma Kaz non era da nessuna
parte.

Basta, pensò Nina quando arrivò alla fine del secondo corridoio. O Kaz l’aveva mollata lì ed era già nel
seminterrato con gli altri, o era stato catturato e portato da qualche parte. In entrambi i casi, lei doveva
andare all’inceneritore. Dopo aver raggiunto gli altri, insieme a loro avrebbero capito cosa fare.

Tornò indietro di corsa attraversando un atrio dopo l’altro e aprì la porta affacciata sul pianerottolo. Due
guardie stavano chiacchierando in cima alle scale. Per un momento, rimasero fermi a fissarla a bocca
aperta.

«Sten!» urlò uno dei due in Fjerdiano, ordinandole di fermarsi mentre rovistavano in cerca delle armi.

Nina sollevò entrambe le mani chiuse a pugno e osservò le guardie cadere all’indietro. Una finì distesa sul
pianerottolo, l’altra rotolò giù per i gradini e il suo fucile fece fuoco, spedendo i proiettili contro le pareti
di pietra e facendoli tuonare nella tromba delle scale.

Kaz l’avrebbe uccisa. Lei avrebbe ucciso Kaz.

Nina sfrecciò oltre i corpi delle guardie e scese un piano, due piani. Sul pianerottolo del terzo piano una
porta si aprì e una guardia si affacciò sulla rampa.

Nina ruotò le mani in aria e il collo della guardia si spezzò con un sonoro crac. Prima che il corpo
toccasse terra, lei si era gettata a capofitto giù per le scale.

Fu allora che l’Orologio Maggiore prese a suonare. Non i costanti rintocchi dell’ora, ma un rumore
penetrante, forte e ripetitivo: una sirena d’allarme.
25

INEJ
Inej guardò in alto, dentro l’oscurità. Sopra di lei galleggiava un pezzettino del grigio cielo serale. Sei
piani da scalare al buio con le mani rese scivolose dal sudore e le fiamme dell’inferno che bruciavano
sotto, con la corda che la appesantiva e nessuna rete di protezione ad accoglierla. Arrampicati, Inej.

Per arrampicarsi le mani nude erano la cosa migliore, ma le pareti dell’inceneritore erano troppo calde e
non lo consentivano. E così Wylan e Jesper l’aiutarono a ripescare i guanti di Kaz dai bidoni della
lavanderia. Lei esitò per un istante. Kaz le avrebbe detto di infilarseli punto e basta, di fare tutto quello
che era necessario per portare a termine l’impresa. E tuttavia, si sentì stranamente in colpa mentre
faceva scivolare la morbida pelle nera sulle mani, come se si fosse insinuata nelle sue stanze senza
permesso, come se avesse letto le sue lettere e si fosse infilata nel suo letto. I guanti erano sfoderati, e
avevano delle lamette sottilissime nascoste nelle punte delle dita. “Per i suoi giochi di prestigio” si rese
conto Inej, “per mantenere il contatto con le monete o con le carte o per maneggiare con destrezza il
meccanismo di una serratura. Toccare senza toccare.”

Non c’era tempo di abituarsi alla sensazione di impaccio che le procuravano i guanti. E poi si era
arrampicata con le mani coperte un’infinità di volte, quando gli inverni di Ketterdam le rendevano
insensibili i polpastrelli. Contrasse le dita dei piedi dentro le scarpette di pelle, godendosi la familiare
sensazione di indossarle, saltellando sulle suole di gomma, impavida e impaziente. Il calore non era
niente, solo un disagio. Il peso della corda avvolto attorno al corpo? Lei era lo Spettro. Aveva sopportato
di peggio. Si lanciò su per la canna fumaria armata di autentica fiducia in se stessa.

Quando le dita toccarono la pietra, il fiato le uscì fuori in un sibilo. Persino attraverso la pelle, avvertiva il
forte calore dei mattoni. Senza guanti, la pelle le si sarebbe immediatamente riempita di vesciche. Non
c’era altro da fare che resistere. Si arrampicò: una mano e poi un piede e poi ancora una mano, cercando
una fessura dietro l’altra, il buco nascosto dentro i muri ricoperti di fuliggine.

Il sudore le colava giù per la schiena. Avevano inzuppato d’acqua sia la corda che i vestiti, ma non
sembrava fosse servito a granché. Si sentiva arrossata in tutto il corpo, irrorata di sangue come se stesse
cuocendo lentamente dentro la propria pelle.

I piedi le pulsavano per il calore. Li percepiva pesanti, impacciati, come se appartenessero a qualcun
altro. Cercò di concentrarsi. Si fidava del proprio corpo. Conosceva la propria forza e fin dove poteva
spingersi. Sollevò un’altra mano, costringendo le gambe a collaborare, cercando di darsi un ritmo, ma
trovando soltanto scomodi contrattempi che le lasciavano i muscoli tremanti a ogni affondo verso l’alto.
Allungò la mano verso la presa successiva, scavando nel muro. Arrampicati, Inej.

Le scivolò un piede. Le dita persero il contatto con il muro e lo stomaco le sobbalzò quando sentì lo
strattone dato dal peso del proprio corpo e della corda. Si aggrappò alla pietra, scavando con le mani
nelle crepe, i guanti di Kaz che si attorcigliavano attorno ai polpastrelli umidi. Le dita del piede cercarono
di nuovo un appiglio ma scivolarono sui mattoni. Poi anche l’altro piede cominciò a slittare. Inej aspirò un
alito di aria bollente. Qualcosa non andava. Si arrischiò a guardare in basso. Giù in fondo rosseggiava il
bagliore delle braci, ma fu quello che vide sotto le caviglie che le fece partire il cuore al galoppo in preda
al panico. I piedi erano una melma gommosa. Le suole delle scarpette – le sue perfette, adorate scarpette
– si stavano sciogliendo.

“Va tutto bene” si disse. “Basta che cambi presa. Fai forza con le spalle. La gomma si raffredderà a mano
a mano che salirai. E ti aiuterà ad aderire meglio.” Ma i piedi le sembravano in fiamme. E scoprire quello
che stava succedendo in qualche modo aveva peggiorato la situazione, come se la gomma le si stesse
fondendo con la carne.

Inej sbatté forte le palpebre per togliersi il sudore dagli occhi e si sollevò di qualche altro centimetro.
Dall’alto sentì arrivare il rintocco dell’Orologio Maggiore. La mezz’ora? O un quarto all’ora? Doveva fare
più in fretta. Avrebbe già dovuto essere in cima, a legare la corda.

Si spinse più su e il piede le scivolò dal mattone. Tutto il corpo fremette contro il muro mentre lei si
dimenava per tenersi aggrappata. Non c’era niente a salvarla. Nessun Kaz pronto ad arrivare in suo
soccorso, nessuna rete a interrompere la caduta nel vuoto, c’era soltanto il fuoco a reclamarla.

Inej piegò la testa indietro e cercò quel pezzettino di cielo. Sembrava ancora inverosimilmente distante.
Quant’era lontano? Venti piedi? Trenta? Avrebbero potuto benissimo essere miglia. Sarebbe morta qui, sui
carboni ardenti, in modo lento e orribile. Sarebbero morti tutti – Kaz, Nina, Jesper, Matthias, Wylan – e
sarebbe stata colpa sua.

No. Non sarebbe stata colpa sua.

Si sollevò di un altro piede – è stato Kaz a portarci qui – e poi un altro. Si obbligò a trovare la presa
successiva. Kaz e la sua avidità. Lei non si sentiva colpevole. Non era dispiaciuta. Era semplicemente
arrabbiata. Arrabbiata con Kaz per aver progettato questo colpo insensato, e furiosa con se stessa per
aver accettato.

E perché lo aveva fatto? Per ripagare il proprio debito? O perché contro ogni buon senso e malgrado le
migliori intenzioni, si era permessa di provare qualcosa per il bastardo del Barile?

Quando Inej era entrata nel salotto di Tante Heleen quella notte di tanto tempo fa, Kaz Brekker stava
aspettando, vestito di grigio scurissimo, appoggiato alla testa di corvo del suo bastone. Il salotto era color
oro e verde acqua, e una parete era interamente decorata con piume di pavone. Inej detestava ogni
angolo del Serraglio: il salone, dove lei e le altre ragazze erano costrette a provocare e a sbattere le ciglia
davanti ai potenziali clienti, la sua camera da letto, che era stata arredata per sembrare la parodia di un
carrozzone Suli, addobbata di seta viola e profumata di incenso, ma più di tutto odiava il salotto di Tante
Heleen. Era la stanza dei pestaggi, quando Heleen montava su tutte le furie.

Inej aveva tentato di scappare appena giunta a Ketterdam. Era arrivata a due isolati dal Serraglio, ancora
avvolta nelle vesti di seta, stordita dalle luci e dalla confusione dello Stave dell’Ovest, correndo senza una
meta, prima che Cobbet le serrasse una manona sulla nuca e la trascinasse indietro. Heleen l’aveva
portata nel salotto e l’aveva picchiata tanto forte che Inej non aveva potuto lavorare per una settimana.
Per tutto il mese a seguire Heleen l’aveva tenuta in catene d’oro, non permettendole nemmeno di
scendere nel salone. Quando le aveva finalmente tolto i ceppi, le aveva detto: “Mi devi un mese di mancati
introiti. Scappa di nuovo, e ti sbatto all’Anticamera dell’Inferno per violazione del contratto”.

Quella notte era entrata nel salone in compagnia del terrore, e quando aveva visto Kaz Brekker il terrore
era raddoppiato. Manisporche doveva aver detto a Tante Heleen che Inej aveva parlato a sproposito, che
aveva intenzione di creare problemi.

Ma Heleen si era appoggiata allo schienale della sedia di velluto e aveva detto: “Bene, piccola lince,
sembra che adesso tu sia il problema di qualcun altro. A quanto pare Per Haskell ha una predilezione per
le ragazze Suli. Ha acquistato il tuo contratto per una bella sommetta”.

Inej aveva deglutito. “Devo andare in un’altra casa?”

Heleen aveva fatto un gesto con la mano. “Haskell possiede una casa di piacere, ammesso che si possa
chiamare così, da qualche parte nel Barile più profondo, ma lì saresti uno spreco di denaro, per quanto di
certo almeno capiresti quanto sia stata gentile con te Tante Heleen. No, Haskell ti vuole tutta per sé.”

Chi era Per Haskell? “Ha importanza?” aveva detto una voce dentro di lei. “È un uomo che compra le
donne. È tutto quello che ti serve sapere.”

L’angoscia di Inej doveva essere evidente perché Tante Heleen si era fatta una risatina. “Non
preoccuparti. È vecchio, disgustosamente vecchio, ma sembra abbastanza innocuo. Ovviamente, non si
può mai sapere.” Aveva alzato una spalla. “Magari ti vuole spartire con il suo galoppino, il signor
Brekker.”

Kaz aveva posato gli occhi gelidi su Tante Heleen. “Abbiamo finito?” Era la prima volta che Inej lo sentiva
parlare, e il timbro ruvido della sua voce l’aveva colta di sorpresa.

Heleen aveva tirato su con il naso, aggiustandosi la scollatura dell’abito blu scintillante. “Assolutamente,
piccolo mascalzone.”

Aveva riscaldato una candelina di cera color blu pavone e l’aveva usata per sigillare il documento davanti
a lei. Poi si era alzata e aveva studiato il proprio riflesso nello specchio appeso sopra la mensola del
camino. Inej aveva guardato Heleen raddrizzarsi il girocollo di diamanti e i gioielli scintillare. Nel
frastuono confuso che aveva in testa, aveva pensato: “Sembrano stelle rubate al cielo”.

“Addio, piccola lince” aveva detto Tante Heleen. “Dubito che durerai più di un mese in quella zona del
Barile.” Aveva guardato verso Kaz. “Non stupirti se taglia la corda. È più veloce di quel che sembra. Ma
forse Per Haskell si vorrà gustare anche questo. Ci vediamo in giro.”

Era uscita dalla stanza in una nuvola di seta e profumo al miele, lasciando nella propria scia una Inej
inebetita.

Lentamente, Kaz aveva attraversato la sala e chiuso la porta. Inej si era irrigidita in attesa di quello che
sarebbe accaduto, le dita che si contorcevano nelle vesti.

“Per Haskell è il capo degli Scarti” aveva detto Kaz. “Hai sentito parlare di noi?”

“Sono la tua banda.”

“Sì, e Per Haskell è il mio capo. Anche il tuo, se vuoi.”


Lei aveva raccolto tutto il proprio coraggio e aveva detto: “E se non voglio?”.

“Io ritiro l’offerta e torno a casa facendo la figura dello zimbello. Tu stai qui con quel mostro di Heleen.”

Inej si era portata le mani alla bocca. “Lei ci sente” aveva sussurrato, terrorizzata.

“Lasciala ascoltare. Nel Barile ci sono mostri di ogni genere, e alcuni sono davvero bellissimi. Io pago
Heleen per avere delle informazioni. Anzi, la pago sin troppo per le informazioni che mi dà. Ma so
esattamente, lei, che cos’è. Ho chiesto io a Per Haskell di comprare il tuo contratto. Sai perché?”

“Ti piacciono le ragazze Suli?”

“Non conosco abbastanza ragazze Suli per poterlo dire.” Era andato alla scrivania, aveva preso il
documento e se lo era infilato nella giacca. “L’altra notte, quando mi hai parlato...”

“Non volevo offenderti, io...”

“Volevi offrirmi delle informazioni. Magari in cambio di aiuto? Una lettera ai tuoi genitori? Una mancia
extra?”

Inej si era fatta piccola piccola. Era esattamente quello che aveva sperato. Aveva sentito per caso delle
chiacchiere a proposito del commercio della seta e aveva pensato di scambiarle con qualcosa. Era stata
sciocca e sfacciata.

“Inej Ghafa è il tuo vero nome?”

Dalla gola di Inej era sfuggito uno strano suono, metà singhiozzo e metà risata, un verso debole e
imbarazzante, ma erano passati mesi dall’ultima volta che aveva udito il proprio nome, e quello della
propria famiglia. “Sì” era riuscita a rispondere.

“È così che preferisci essere chiamata?”

“Certamente” disse lei, poi aveva aggiunto: “Kaz Brekker è il tuo vero nome?”.

“Vero a sufficienza. La notte scorsa, quando ti sei avvicinata, io non avevo idea che tu fossi accanto a me
finché non hai aperto bocca.”

Inej aveva aggrottato la fronte. Aveva voluto essere silenziosa, e lo era stata. Che importanza aveva?

“Hai dei campanelli sui fianchi” aveva detto Kaz, indicando il suo costume, “eppure non ti ho sentita.
Indossi vesti di seta viola e sfoggi dei disegni sulle spalle, eppure non ti ho vista. E io vedo tutto.” Lei si
era stretta nelle spalle e aveva piegato la testa di lato. “Sei stata addestrata per fare la ballerina?”

“L’acrobata.” Si era interrotta. “La mia famiglia... siamo tutti acrobati.”

“Corda da funambolo?”

“E trapezio. Giochi di destrezza. Acrobazie.”

“Usavi la rete?”

“Solo quand’ero molto piccola.”

“Bene. Non ci sono reti a Ketterdam. Sei mai stata coinvolta in una rissa?”

Lei aveva fatto segno di no con la testa.

“Hai mai ucciso qualcuno?”

Spalancò gli occhi. “No.”

“Ci hai mai pensato?”

Lei aveva esitato e poi incrociato le braccia. “Ogni notte.”

“È un inizio.”

“Non voglio uccidere la gente, non per davvero.”

“Questa è un’ottima regola finché la gente non vuole uccidere te. E nel nostro mestiere capita spesso.”
“Nel nostro mestiere?”

“Voglio che ti unisci agli Scarti.”

“Per fare cosa?”

“Raccogliere informazioni. Mi serve un ragno che si arrampichi per le pareti delle case e delle ditte di
Ketterdam, che ascolti alle finestre e attraverso le gronde. Mi serve qualcuno che sappia essere invisibile,
che possa diventare un fantasma. Pensi di poterlo fare?”

“Sono già un fantasma” aveva pensato lei. “Sono morta nella stiva di una nave schiavista.”

“Credo di sì.”

“Questa città è piena di uomini e donne con i soldi. Tu scoprirai le loro abitudini, dove vanno e da dove
vengono, le porcherie che fanno di notte, i misfatti che cercano di coprire di giorno, la misura delle loro
scarpe, la combinazione delle loro casseforti, qual era il giocattolo che preferivano da bambini. E io userò
queste informazioni per portargli via il denaro.”

“Che cosa succede quando gli porti via il denaro e diventi tu quello ricco?”

Kaz aveva fatto una piccola smorfia divertita. “A quel punto puoi rubare anche i miei, di segreti.”

“È per questo che mi hai comprata?”

Dalla faccia gli era sparita ogni traccia di umorismo. “Per Haskell non ti ha comprata. Ha comprato il tuo
contratto. Questo significa che gli devi dei soldi. Un sacco di soldi. Ma è un vero contratto. Guarda qua”
aveva detto, estraendo il documento dalla giacca. “Voglio che tu veda una cosa.”

“Io non leggo il Kerch.”

“Non importa. Li vedi questi numeri? Questo è il prezzo che Heleen sostiene di averti prestato per farti
arrivare da Ravka. Questo è il denaro che hai guadagnato alle sue dipendenze. E questa è la cifra che
ancora le devi.”

“Ma... ma non è possibile. È più alta adesso di quando sono arrivata.”

“Corretto. Heleen ti ha messo in conto il vitto, l’alloggio e le pulizie.”

“Mi ha comprata” aveva detto Inej, e la rabbia le era montata per se stessa. “Non sapevo nemmeno cosa
stavo firmando.”

“La schiavitù è illegale a Kerch. I contratti, no. Io lo so che questo documento è una farsa e anche
qualunque giudice ragionevole lo sa. Sfortunatamente, Heleen ha molti giudici ragionevoli in tasca. Per
Haskell ti sta facendo un prestito: niente di più, niente di meno. Il documento sarà redatto in Ravkiano.
Pagherai gli interessi, ma questo non ti ucciderà. E finché gli darai una percentuale sicura ogni mese,
sarai libera di andare e venire come ti pare.”

Inej aveva scosso la testa. Niente di tutto questo le sembrava plausibile.

“Inej, sarò molto chiaro con te. Se non rispetti le condizioni, Haskell manderà delle persone a cercarti,
persone al cui confronto Tante Heleen sembrerà una nonna eccessivamente affettuosa. E io non lo
fermerò. Sto rischiando il mio collo per questo piccolo accordo. Non è una situazione piacevole.”

“Se è tutto vero” aveva detto Inej lentamente, “allora sono libera di dire di no.”

“Ovviamente. Ma sei chiaramente pericolosa” aveva detto lui. “E preferirei che non diventassi pericolosa
per me.”

Pericolosa.

Inej voleva abbracciarsi stretta a quella parola.

Era quasi del tutto certa che quel ragazzo fosse matto o semplicemente un povero illuso senza speranza,
ma le piaceva quella parola e, a meno che non avesse frainteso, lui le stava offrendo la possibilità di
andarsene dal Serraglio quella notte stessa.

“Non è... non è un trucco, vero?” La voce di Inej era più flebile di quel che volesse.

L’ombra di qualcosa di oscuro era passata sul viso di Kaz. “Se fosse un trucco ti prometterei sicurezza. Ti
offrirei felicità. Non so se queste cose esistano nel Barile, ma con me non le avrai.”

Per qualche motivo, quella risposta l’aveva rassicurata. Meglio brutte verità che belle bugie.
“D’accordo” aveva detto Inej. “Da dove si comincia?”

“Cominciamo con l’uscire da qui e cercarti dei vestiti adatti. Ah, Inej” aveva detto lui mentre la guidava
fuori dal salone, “non avvicinarti a me così di soppiatto mai più.”

A dir la verità, da allora Inej aveva provato ad avvicinarsi di soppiatto a Kaz un’infinità di volte. Non ci era
mai riuscita. Era come se lui, dopo averla vista la prima volta, avesse capito come continuare a vederla.

Quella notte si era fidata di Kaz Brekker. Ed era diventata la ragazza pericolosa che lui aveva scovato
acquattata dentro di lei. Però aveva fatto l’errore di continuare a fidarsi di lui, di credere nella leggenda
che si era costruito attorno. Quel mito l’aveva condotta qui in questa oscurità soffocante, in equilibrio tra
la vita e la morte come l’ultima foglia attaccata a un ramo d’autunno. Alla fine, Kaz Brekker era solamente
un ragazzo, e lei gli aveva permesso di consegnarla a questo destino.

Non poteva nemmeno biasimarlo. Era stata lei a permetterglielo dal momento che non sapeva dove voleva
andare. Il cuore è una freccia. Quattro milioni di kruge, la libertà, la possibilità di tornare a casa. Si era
detta che voleva queste cose. Ma nel cuore non poteva sopportare il pensiero di tornare dai suoi genitori.
Sarebbe riuscita a dire la verità a sua madre e a suo padre? Avrebbero capito tutto quello che aveva fatto
per sopravvivere, non solo al Serraglio, ma ogni singolo giorno da allora? Lei sarebbe riuscita ad
appoggiare il capo nel grembo di sua madre ed essere perdonata? Loro cosa avrebbero visto
guardandola?

Arrampicati, Inej. Ma per andare dove? Quale vita l’avrebbe attesa dopo tutta quella sofferenza? La
schiena le faceva male. Le mani sanguinavano. I muscoli delle gambe erano scossi da tremori invisibili, e
la pelle sembrava fosse pronta a staccarsi dal corpo.

Ogni respiro di quell’aria nera le bruciava i polmoni. Non riusciva a respirare profondamente. Non
riusciva nemmeno a focalizzarsi sul quel pezzettino grigio di cielo. Il sudore continuava a gocciolarle giù
dalla fronte e a pungerle gli occhi. Se si fosse arresa, avrebbe perso per tutti loro: Jesper e Wylan, Nina e
il suo Fjerdiano, Kaz. Non poteva farlo.

“Non dipenderà da te ancora per molto, piccola lince” le canticchiò dentro la testa la voce di Tante
Heleen. “Da quanto tempo sei attaccata al nulla?”

Il calore dell’inceneritore avvolgeva Inej come una cosa viva, come una lucertola del deserto nella propria
tana, nascosta dal ghiaccio, che l’aspettava. Conosceva i propri limiti e sapeva che non poteva chiedere di
più al proprio corpo. Aveva fatto una scommessa sbagliata. Era così, semplice. La foglia d’autunno poteva
anche stare attaccata al ramo, ma era comunque già morta. L’unica domanda era quando sarebbe caduta.

Lasciati andare, Inej. Suo padre le aveva insegnato ad arrampicarsi, ad affidarsi alla corda, a oscillare, e
alla fine a confidare nella propria abilità, a credere che se si fosse lanciata sarebbe arrivata dall’altra
parte. Ci sarebbe stato lui ad aspettarla? Pensò ai propri pugnali, nascosti a bordo della Ferolind: forse
sarebbero andati a qualche altra ragazza che sognava di essere pericolosa. Bisbigliò i loro nomi: Petyr,
Marya, Anastasia, Vladimir, Lizabeta, Sankta Alina, morta martire prima di compiere diciotto anni.
Lasciati andare, Inej. Doveva saltare o semplicemente aspettare che il proprio corpo cedesse?

Si sentì le guance umide. Stava piangendo? Adesso? Dopo tutto quello che aveva fatto e che le avevano
fatto?

Poi lo udì, un leggero picchiettio, un dolce tamburellare che non aveva un vero ritmo. Lo percepì sulle
guance e su tutto il viso. Lo sentì sibilare nel momento in cui colpì le braci ardenti sotto di lei.

Pioggia. Fresca e clemente. Inej reclinò la testa all’indietro. Da qualche parte udì le campane battere i tre
quarti d’ora, ma non le importò. Sentiva solo la musica della pioggia che lavava via il sudore e la
fuliggine, il fumo di carbone di Ketterdam, la facciata dipinta del Serraglio, che bagnava i filamenti di juta
della corda e induriva le suole di gomma sotto i suoi piedi sofferenti. Sembrava una benedizione, anche se
Kaz l’avrebbe solo chiamata stagione.

Adesso doveva darsi una mossa, prima che le pietre diventassero scivolose e la pioggia si trasformasse in
un nemico. Costrinse i muscoli a flettersi, le dita a cercare, e si sollevò su un piede, poi sull’altro, e poi di
nuovo ancora e ancora, sussurrando parole di gratitudine ai propri Santi. Eccolo, il ritmo che le era
venuto a mancare prima, sepolto nella litania dei loro nomi.

Ma anche mentre rendeva grazie, sapeva che la pioggia non era abbastanza.

Voleva una tempesta – tuoni, vento, un diluvio. Voleva che si schiantasse sui bordelli di Ketterdam,
sollevando tetti e sradicando porte dai cardini. Voleva che alzasse i mari, che si impossessasse di ogni
nave schiavista, che facesse a pezzi i loro alberi e mandasse i loro scafi a schiantarsi sugli scogli più
spietati.

“Voglio evocare quella tempesta” pensò. E quattro milioni di kruge potevano essere abbastanza.
Abbastanza per avere una propria nave, piccola e feroce e pesantemente armata. Come lei. Avrebbe dato
la caccia agli schiavisti e ai loro acquirenti. Avrebbero imparato a temerla, e avrebbero conosciuto il suo
nome. Il cuore è una freccia. Richiede un obiettivo da centrare con precisione. Si aggrappò al muro, ma
alla fine, quello che Inej afferrò e che la portò in alto, fu uno scopo.

Lei non era una lince o un ragno e nemmeno lo Spettro. Lei era Inej Ghafa, e il futuro la stava aspettando
lassù.
26

KAZ
Kaz passò di corsa davanti alle celle più in alto, dedicando giusto qualche istante per dare un’occhiata
veloce dentro ogni grata. Bo Yul-Bayur non era qui. E lui non aveva molto tempo.

Una parte di lui si sentiva fuori asse. Non aveva il bastone. Era a piedi nudi. Indossava vestiti strani, le
sue mani erano pallide e senza guanti. Non si sentiva del tutto se stesso. No, non era proprio vero. Si
sentiva lo stesso Kaz delle settimane successive alla morte di Jordie, un animale selvaggio che lottava per
sopravvivere. Avvistò un detenuto Shu in una cella.

«Sesh-uyeh» sussurrò. Ma se l’uomo riconobbe la parola d’ordine, non lo diede a vedere. «Yul-Bayur?»
Niente. L’uomo iniziò a urlare contro di lui in Shu, e Kaz si affrettò a raggiungere le celle che restavano,
poi uscì di soppiatto sul pianerottolo e si fiondò al piano di sotto più veloce che riuscì. Sapeva che si stava
comportando in modo incosciente ed egoista, ma non era per quello che lo chiamavano Manisporche?
Nessun colpo era troppo rischioso. Nessuna azione troppo spregevole. Per Manisporche l’unica cosa che
contava era portare a termine il lavoro sporco. Non sapeva bene cosa lo guidasse. Pekka Rollins poteva
non essere qui. Poteva essere morto. Ma lui non ci credeva. Lo saprei. In qualche modo lo saprei. «La tua
morte è mia» sussurrò.

Il ritorno a nuoto dalla Chiatta del Mietitore aveva coinciso con la sua rinascita. Il bambino che era stato
era morto di febbre bubbonica.

La malattia aveva bruciato via ogni gentilezza che albergava in lui. Sopravvivere non era stato difficile
come aveva pensato, una volta lasciatasi alle spalle qualsiasi decenza. Come prima cosa, bisognava
trovare qualcuno più piccolo e più debole e portargli via quello che aveva. Tuttavia – piccolo e debole
com’era lui –non era un compito facile. Si trascinò lontano dal porto, tenendosi nei vicoli, dirigendosi
verso il quartiere dove avevano abitato gli Hertzoon. Quando vide un negozio di dolciumi aspettò fuori,
quindi abbordò uno scolaretto paffuto lasciato indietro dagli amici. Lo buttò a terra, gli svuotò le tasche e
gli prese il sacchetto di liquirizie.

“Dammi i pantaloni” gli aveva detto.

“Sono troppo larghi per te” aveva detto tra le lacrime il ragazzino.

Kaz lo morse. Il ragazzino mollò i pantaloni. Lui li arrotolò fino a farne una palla che gettò nel canale, poi
corse via alla velocità che le stanche gambe gli consentirono. Lui non voleva i pantaloni; voleva solo che il
ragazzino aspettasse prima di andare, piangendo, a chiedere aiuto. Sapeva che lo scolaretto si sarebbe
rannicchiato in quel vicoletto a lungo, a soppesare la vergogna di essere per strada mezzo nudo e il
bisogno di tornare a casa e raccontare cos’era successo.

Smise di correre quando arrivò nel vicolo più buio che c’era nel Barile. Si ficcò la liquirizia in bocca tutta
in una volta, la ingoiò e subito dopo la vomitò. Prese il denaro e si comprò un filone di pane bianco. Era
scalzo e sudicio. Il fornaio gliene diede due solo per farlo stare alla larga.

Quando si sentì un po’ più in forze e un po’ meno traballante, si incamminò verso lo Stave dell’Est. Si
imbatté nella bisca più squallida, senza insegna e con un solo scagnozzo di guardia all’entrata.

“Voglio un lavoro” aveva detto davanti alla porta.

“Non ce n’è, scemo.”

“Sono bravo con i numeri.”

L’uomo era scoppiato a ridere. “Sai svuotare un pitale?”

“Sì.”

“Be’, peccato. Abbiamo già un ragazzo che svuota i pitali.”

Kaz aspettò tutta la notte finché vide un ragazzo più o meno della sua età lasciare l’edificio. Lo seguì per
due isolati e lo colpì alla testa con una pietra. Si sedette sulle gambe del ragazzo e gli tolse le scarpe; poi
gli tagliò le piante dei piedi con un coccio di bottiglia. Il ragazzo sarebbe guarito, ma non avrebbe
lavorato da lì a breve. Toccare la pelle nuda delle sue caviglie lo aveva riempito di disgusto. Continuava a
vedere i corpi bianchi della Chiatta del Mietitore e a sentire la pelle gonfia e flaccida di Jordie sotto le
mani.

La sera dopo tornò alla bisca.

“Voglio un lavoro” aveva detto. E ne ebbe uno.


Da lì in poi aveva lavorato e risparmiato. Aveva seguito le orme dei ladri professionisti del Barile e
imparato come svuotare le tasche degli uomini e sfilare le borse delle donne. Finì in galera una prima
volta, e poi una seconda. Si guadagnò in fretta la reputazione di quello disposto ad accettare ogni genere
di lavoro, e il nome Manisporche arrivò in breve tempo. Era un combattente inesperto ma tenace.

“Non hai nessuna eleganza” gli aveva detto una volta uno scommettitore alla Giarrettiera d’Argento.
“Nessuna tecnica.”

“Certo che ce l’ho” aveva risposto Kaz. “Pratico l’arte del ‘coprigli la testa con la camicia e prendila a
pugni finché non vedi il sangue’.”

Si faceva ancora chiamare Kaz, come aveva sempre fatto, ma rubò il cognome Brekker a un macchinario
che aveva visto sul molo. Rietveld, il cognome di suo padre, fu abbandonato, amputato come un arto in
cancrena. Era un cognome di campagna, il suo ultimo legame con Jordie e con i genitori e con il ragazzo
che era stato. Ma non voleva che Jacob Hertzoon lo vedesse arrivare.

Aveva scoperto che la truffa tramite cui Hertzoon aveva raggirato lui e Jordie era una delle più comuni. La
caffetteria e la casa sulla Zelverstraat erano state niente più che delle scenografie, utili per derubare i
gonzi di campagna. Filip con i suoi cagnolini meccanici aveva fatto da adescatore, e aveva tirato dentro
Jordie, mentre Margit, Saskia e gli addetti all’ufficio del cambio avevano tutti fatto da esche
nell’imbroglio.

Era coinvolto anche un impiegato della banca, che passava informazioni a Hertzoon sui clienti e gli faceva
avere delle soffiate sui nuovi arrivati dalla campagna che aprivano un conto corrente. Probabilmente
Hertzoon aveva truffato più persone tutte in una volta. Il piccolo patrimonio di Jordie, da solo, non
bastava a giustificare un’organizzazione simile.

Ma la scoperta più crudele fu il talento che possedeva per le carte. Avrebbe potuto rendere ricchi lui e
Jordie. Dopo aver imparato un trucco, a Kaz bastavano poche ore per diventarne esperto e da lì in poi era
semplicemente imbattibile. Era in grado di tenere a mente ogni mano giocata, ogni scommessa fatta.
Riusciva a seguire le mosse di cinque mazzi di carte insieme. E se c’era qualcosa che non riusciva a
ricordare, compensava con l’inganno. Non aveva mai perso la passione per i giochi di prestigio, e dalle
monete che gli sparivano di mano passò a carte, bicchieri, portafogli e orologi. Un bravo mago non era
molto diverso da un bravo ladro. In poco tempo fu bandito dai tavoli di ogni bisca dello Stave dell’Est.

Dovunque andasse, in ogni bar, infima locanda, bordello e casa occupata, Kaz chiedeva di Jacob Hertzoon,
ma se qualcuno riconosceva quel nome faceva finta di niente.

Poi, un giorno, Kaz stava attraversando un ponte sopra lo Stave dell’Est quando vide un uomo dalle
guance floride e le basette folte entrare in un negozio di liquori. Non indossava più il severo abito scuro
da mercante, ma degli sgargianti pantaloni a strisce e un panciotto rosso a ghirigori. La giacca di velluto
era verde bottiglia.

Kaz si fece largo tra la folla, la mente in subbuglio, il cuore che galoppava, incerto su cosa intendesse
fare, ma sulla porta del negozio un gigante con una bombetta in testa lo aveva fermato con la sua
manona.

“Il negozio è chiuso.”

“A me sembra aperto.” La voce di Kaz era suonata strana – stridula, insolita.

“Devi attendere.”

“Devo vedere Jacob Hertzoon.”

“Chi?”

Kaz stava uscendo di testa. Aveva indicato dentro la vetrina. “Il fottuto Jacob Hertzoon. Voglio parlargli.”

Il gigante aveva guardato Kaz come si guarda un demente. “Schiarisciti le idee, figliolo” gli aveva detto.
“Quello non è Hertzoon. Quello è Pekka Rollins. Se vuoi combinare qualcosa nel Barile, sarà meglio che
impari il suo nome.”

Kaz conosceva il nome di Pekka Rollins. Tutti lo conoscevano. Solo, lui non aveva mai visto che faccia
avesse.

In quel momento, Rollins si voltò verso la vetrina. Kaz aspettò di veder apparire un cenno di
riconoscimento: una smorfia, un sogghigno, un lampo di consapevolezza. Ma lo sguardo di Rollins gli
passò sopra. L’ennesimo pollo da spennare. L’ennesima spunta da mettere. Perché avrebbe dovuto
ricordarsi di lui?
Kaz era stato corteggiato da qualunque banda a cui piaceva il suo modo di fare a pugni e di giocare con le
carte. Lui aveva sempre detto di no. Era venuto nel Barile per cercare Hertzoon e punirlo, non per unirsi
a qualche famiglia di ripiego. Ma apprendere che il suo vero bersaglio era Pekka Rollins cambiò tutto.
Quella notte, giacque sveglio sul pavimento della casa abbandonata in cui si era rifugiato e pensò a cosa
volesse fare, a cosa avrebbe reso giustizia a Jordie. Pekka Rollins gli aveva tolto tutto. Se Kaz intendeva
rendere lo stesso a Rollins, avrebbe dovuto diventare uguale a lui e poi migliore di lui, e non avrebbe
potuto farlo da solo. Gli serviva una banda, e non una banda qualsiasi, una che aveva bisogno di lui. Il
giorno dopo era entrato alla Stecca e aveva chiesto a Per Haskell se avesse bisogno di un altro scagnozzo.
Tuttavia lo aveva saputo sin da allora: avrebbe iniziato da soldato semplice, ma gli Scarti sarebbero
diventati il suo esercito.

Tutti quei passi l’avevano condotto qui stasera? A questi corridoi bui? Non era esattamente la vendetta
che aveva sognato.

Le file di celle andavano avanti e avanti, all’infinito. Non c’era speranza di trovare Rollins in tempo. Ma fu
impossibile soltanto finché non lo fu più, finché Kaz non avvistò quella figura robusta, quella faccia
rubiconda attraverso la grata di una porta di ferro. Fu impossibile soltanto fino a quando si trovò di fronte
alla cella di Pekka Rollins.

Era su un fianco, e dormiva. Qualcuno lo aveva pestato ben bene. Kaz osservò il suo petto andare su e giù.

Quante volte aveva visto Pekka da quella prima occhiata di sfuggita nel negozio di liquori? Mai c’era stato
un barlume di riconoscimento. Non era più un ragazzo; non c’era motivo per cui Pekka individuasse nei
suoi lineamenti il bambino che aveva frodato. Ma questo lo rendeva furibondo tutte le volte che le loro
strade si erano incrociate. Non era giusto. La faccia di Pekka – la faccia di Hertzoon – era indelebile nella
mente di Kaz, come incisa da una lama dentellata.

Esitò, il peso delicato dei piccoli grimaldelli come un insetto cullato nel palmo della mano. Non era quello
che voleva? Vedere Pekka detronizzato, umiliato, infelice e senza speranza, mentre i migliori della sua
banda erano morti sulle picche. Forse poteva essere abbastanza. Forse tutto quello che gli serviva ora era
che Pekka sapesse esattamente chi era lui, e che cosa aveva fatto. Avrebbe potuto inscenare da solo un
piccolo processo, emettere una sentenza e infliggere anche la punizione.

L’Orologio Maggiore cominciò a suonare i tre quarti d’ora. Doveva andare. Non gli era rimasto molto
tempo per arrivare al seminterrato. Nina lo stava aspettando. Tutti lo stavano aspettando.

Ma lui ne aveva bisogno. Aveva combattuto per questo. Non nel modo in cui se l’era immaginato, ma forse
non faceva differenza. Se Pekka Rollins fosse stato ucciso da qualche anonimo carnefice Fjerdiano, allora
niente di tutto questo avrebbe più avuto importanza. Kaz avrebbe avuto quattro milioni di kruge, ma
Jordie non avrebbe mai avuto la sua vendetta.

La serratura della porta cedette facilmente sotto i ferri di Kaz.

Pekka aprì gli occhi e sorrise. Non stava affatto dormendo.

«Ciao, Brekker» disse Rollins. «Sei venuto a gongolare?»

«Non esattamente» rispose Kaz.

E lasciò che la porta si chiudesse dietro di lui.


PARTE QUINTA

IL GHIACCIO NON PERDONA


27

JESPER

Otto rintocchi
Dove diavolo è Kaz? Jesper saltellò da un piede all’altro davanti all’inceneritore, mentre l’ottuso fragore
delle campane d’allarme gli riempiva le orecchie e gli sbatacchiava i pensieri. Protocollo Giallo?
Protocollo Rosso? Non riusciva a ricordare quale fosse. Tutto il loro piano si basava sul presupposto di
non sentire mai la sirena di un allarme.

Inej aveva legato il capo di una fune al tetto e aveva lanciato giù l’altra estremità perché loro si
arrampicassero. Jesper aveva spedito su Wylan e Matthias insieme al resto della corda, un paio di cesoie
che aveva trovato in lavanderia e un rozzo rampino che aveva fabbricato a partire dalle stecche di metallo
di un’asse da bucato. Poi aveva ripulito il pavimento della stanza dei rifiuti dagli schizzi di pioggia e
umidità, e si era accertato che non ci fossero segni della loro presenza. Non era rimasto nient ’altro da
fare a parte aspettare – e lasciarsi prendere dal panico quando l’allarme attaccò a suonare.

Sentì delle persone gridare, e ci fu una raffica di passi di stivale dall’altra parte del soffitto. In ogni
istante, qualche guardia particolarmente sagace avrebbe potuto avventurarsi di sotto per dare
un’occhiata al seminterrato. Se lo avessero trovato accanto all’inceneritore, la via di fuga per il tetto
sarebbe risultata ovvia. Sarebbe stato incriminante non solo per se stesso ma anche per gli altri.

Avanti, Kaz. Sto aspettando te. Tutti lo stavano aspettando. Nina era arrivata fiondandosi dentro la stanza
solo pochi minuti prima, a corto di fiato.

“Vai!” aveva strillato. “Che cosa stai aspettando?”

Ma quando lui le aveva chiesto dove fosse Kaz, il viso di Nina si era accartocciato.

“Speravo fosse con voi.”

Si era dileguata su per la fune, grugnendo per lo sforzo, lasciandolo in piedi lì sotto, immobilizzato
dall’indecisione. Le guardie avevano catturato Kaz? Era da qualche parte, nel carcere, a lottare per la
propria vita?

Lui è Kaz Brekker. Anche se l’avessero rinchiuso, sarebbe stato in grado di evadere da qualunque cella e
liberarsi da qualunque paio di manette. Jesper avrebbe potuto lasciargli della fune, e pregare che la
pioggia e l’inceneritore che si andava raffreddando bastassero a impedire che l’estremità prendesse
fuoco. Ma se fosse rimasto lì fermo come uno scemo, avrebbe tradito la loro via di fuga e avrebbero fatto
tutti una triste fine. Non c’era altro da fare che arrampicarsi.

Agguantò la fune proprio mentre Kaz sfrecciava attraverso la porta. La sua casacca era coperta di
sangue, i suoi capelli neri un disastro.

«Sbrigati» disse senza preamboli.

Mille domande gli si affollarono in testa, ma non si fermò a porle. Si dondolò sopra le braci e iniziò ad
arrampicarsi. Da sopra, la pioggia stava ancora scendendo con un leggero picchiettio e sentì la fune
vibrare quando Kaz l’afferrò. Non appena guardò giù, lo vide tenersi forte per chiudere le porte
dell’inceneritore dietro di loro.

Mise una mano sopra l’altra, spingendosi nodo dopo nodo, con le braccia che cominciavano già a fargli
male, la corda che gli lacerava i palmi, appoggiando i piedi contro il muro dell’inceneritore quando ne
aveva bisogno, per poi balzare indietro per via del calore dei mattoni. Come aveva fatto Inej ad affrontare
questa scalata senza niente a cui sostenersi?

Lassù in alto, le campane d’allarme dell’Orologio Maggiore sferragliavano ancora come un cassetto pieno
di pentole su tutte le furie. Che cos’era andato storto? Perché Kaz e Nina si erano divisi? E come
avrebbero fatto a cavarsi fuori da questa situazione?

Jesper scosse la testa e cercò di scrollar via le gocce di pioggia dagli occhi, con i muscoli della schiena
che urlavano mentre saliva sempre più in alto.

«Siano ringraziati i Santi» rantolò quando Matthias e Wylan lo afferrarono per le spalle e lo trascinarono
su per l’ultimo breve tratto. Ruzzolò oltre il bordo del comignolo e finì sul tetto, fradicio e tremante come
un micetto mezzo annegato. «Kaz sta salendo.»

Matthias e Wylan presero la corda per tirarlo su. Jesper non era certo che Wylan fosse veramente d’aiuto,
ma stava di sicuro dandosi un gran da fare. Trascinarono Kaz fuori dalla tromba dell’inceneritore. Lui
cadde di peso sulla schiena, ansimando per la mancanza d’aria. «Dov’è Inej?» disse con il fiato corto.
«Dov’è Nina?»

«Sono già sul tetto dell’ambasciata» rispose Matthias.

«Lasciate questa fune e prendete le altre» disse Kaz. «Muoviamoci.»

Matthias e Wylan gettarono in un cumulo di sporcizia la corda usata per arrampicarsi nell’inceneritore e
agguantarono due rotoli di fune puliti. Jesper ne prese un terzo e si sforzò di mettersi in piedi. Seguì Kaz
sul bordo del tetto dove Inej aveva attaccato una fune che scorreva dalla cima della prigione alla cima
dell’ambasciata più sotto. Qualcuno aveva montato un’imbracatura per quelli che, sprovvisti del dono
speciale dello Spettro, non potevano farsi beffe della gravità.

«Siano ringraziati i Santi, Djel e tua zia Eva» disse Jesper con gratitudine, e scivolò giù lungo la fune
seguito dagli altri.

Il tetto dell’ambasciata era incurvato, probabilmente per far andare giù la neve, ed era un po’ come
camminare sulla schiena gobba di un’enorme balena. Era anche decisamente più... permeabile del tetto
della prigione. Era punteggiato da molteplici punti d’ingresso: ventole, comignoli, lucernari di vetro a
forma di cupola. Nina e Inej si erano rannicchiate alla base della cupola più grande, un lucernario
filigranato che dava sull’ingresso rotondo dell’ambasciata. Non offriva molto riparo dalla pioggia che
andava diminuendo, ma se qualche guardia sulle mura avesse spostato l’attenzione dalla strada
d’ingresso al tetto della Corte, loro non sarebbero state viste.

Nina aveva i piedi di Inej in grembo.

«Non riesco a toglierle tutta la gomma dai talloni» disse quando li vide avvicinarsi.

«Aiutala» disse Kaz.

«Io?» replicò Jesper. «Non stai dicendo...»

«Fallo.»

Jesper avanzò lentamente sul lucernario per dare un’occhiata da vicino ai piedi pieni di vesciche di Inej,
ben consapevole che Kaz stava seguendo i suoi movimenti. La reazione di lui, l’ultima volta che Inej era
stata ferita, era stata decisamente inquietante, ma queste piaghe non erano neanche vagamente
paragonabili a una pugnalata – e stavolta Kaz non aveva le Punte Nere da incolpare. Jesper si concentrò
sui frammenti di gomma per estrarli dalla pelle di Inej nello stesso modo in cui aveva estratto il ferro
dalle sbarre della prigione.

Inej conosceva il suo segreto, ma Nina lo stava guardando a bocca aperta. «Sei un Fabrikator?»

«Mi crederesti se ti rispondessi di no?»

«Perché non me l’hai mai detto?»

«L’hai mai chiesto?» domandò lui con scarsa convinzione.

«Jesper...»

«Lascia perdere.» Nina serrò le labbra, ma lui sapeva che questa non sarebbe stata l’ultima volta che ne
avrebbero parlato. Si rifocalizzò sui piedi di Inej. «Santi numi» disse.

Inej fece una smorfia. «Sono messi così male?»

«No, sono solo veramente brutti.»

«Però ti hanno portato su questo tetto.»

«Ma siamo bloccati qui?» chiese Nina. L’Orologio Maggiore smise di suonare, e nel silenzio che seguì
Jesper chiuse gli occhi per il sollievo. «Era ora.»

«Cos’è successo alla prigione?» domandò Wylan, la cui voce era tornata a scricchiolare per la paura. «Che
cosa ha innescato l’allarme?»

«Mi sono imbattuta in due guardie» disse Nina.

Jesper sollevò lo sguardo da quello che stava facendo. «E non le hai stese?»

«Sì. Ma una delle due ha fatto partire qualche colpo. Un’altra è arrivata di corsa. E in quel momento le
campane hanno cominciato a suonare.»
«Dannazione. Quindi è stato quello a far partire l’allarme?»

«Forse» disse Nina. «Tu dov’eri, Kaz? Io non sarei stata ancora sulle scale se non avessi dovuto perder
tempo a cercarti. Perché non c’eri sul pianerottolo?»

Kaz stava guardando giù attraverso il vetro della cupola. «Ho deciso di perlustrare anche le celle al
quinto piano.»

Tutti lo fissarono. Jesper sentì che il proprio brutto carattere era sul punto di esplodere.

«Che diavolo stai facendo?» disse. «Ti levi di mezzo prima che io e Matthias torniamo, poi decidi di
allargare le ricerche e lasci che Nina pensi che tu sia nei guai?»

«C’era una cosa di cui dovevo occuparmi.»

«Non te la cavi così.»

«Ho avuto un presentimento» disse Kaz. «E l’ho seguito.»

L’espressione che fece Nina fu di autentica incredulità. «Un presentimento?»

«Mi sono sbagliato» brontolò Kaz. «Abbiamo finito?»

«No» disse Inej con calma. «Ci devi una spiegazione.»

Dopo un istante, Kaz continuò: «Sono andato a cercare Pekka Rollins». Jesper non riuscì a decifrare
l’occhiata che si scambiarono Kaz e Inej; celava un passaggio di informazioni da cui lui era escluso.

«Per l’amore dei Santi, perché?» domandò Nina.

«Volevo sapere chi degli Scarti gli avesse fatto la soffiata.»

Jesper aspettò. «E?»

«Non l’ho scoperto.»

«E il sangue sulla tua casacca?» chiese Matthias.

«Uno scontro con una guardia.»

Jesper non ci credette.

Kaz si passò una mano sugli occhi. «Ho fatto casino. Ho preso una decisione sbagliata e mi merito di
essere biasimato per questo. Ma non cambia la nostra situazione.»

«Qual è la nostra situazione?» chiese Nina a Matthias. «Cosa faranno i Fjerdiani adesso?»

«L’allarme che hanno dato è il Protocollo Giallo, disordini nel settore.»

Jesper si premette le tempie. «Non mi ricordo che cosa vuol dire.»

«Immagino che stiano pensando che ci sia un tentativo di evasione in corso. Il settore è già isolato dal
resto della Corte di Ghiaccio, per cui autorizzeranno un’ispezione, probabilmente per scoprire chi è
sparito dalle celle.»

«Troveranno quelli che abbiamo messo fuori gioco nel braccio femminile e nel braccio maschile» disse
Wylan. «Dobbiamo andarcene da qui. Lasciamo perdere Bo Yul-Bayur.»

Matthias agitò una mano nell’aria con fare sprezzante. «È troppo tardi. Se le guardie ritengono che ci sia
un’evasione in atto, i posti di blocco saranno sulla massima allerta. Non permetteranno a nessuno di
uscire.»

«Possiamo comunque provarci» disse Jesper. «Fasciamo i piedi di Inej.»

Lei li contrasse, poi si alzò e collaudò le piante nude sulla ghiaia. «Li sento bene. I calli sono spariti,
comunque.»

«Per le lamentele, ho un indirizzo da darti» disse Nina facendole l’occhiolino.

«Bene, lo Spettro è in grado di deambulare» disse Jesper, passandosi una manica sulla faccia bagnata. La
pioggia si era dissolta in nebbiolina. «Troviamo uno spazio accogliente dove colpire i festaioli sulla testa e
uscire da questo posto tutti in ghingheri a passo di valzer.»
«Passando davanti al cancello dell’ambasciata e a due posti di blocco?» disse Matthias, scettico.

«Nessuno, per quel che ne sanno loro, è fuggito dal settore della prigione. Hanno visto Nina e Kaz, e
quindi sanno che dei detenuti sono fuori dalle loro celle, ma le guardie dei posti di blocco cercheranno
delinquenti con la divisa carceraria, non diplomatici profumati in abito da sera. Dobbiamo agire prima che
si accorgano che sei persone sono a piede libero nel cerchio esterno.»

«Scordatelo» disse Nina. «Sono venuta qui per trovare Bo Yul-Bayur, e non me ne vado senza di lui.»

«A che pro?» disse Wylan. «Anche se ce la facessimo a raggiungere l’Isola Bianca e a trovare Yul-Bayur,
non avremmo modo di uscire. Jesper ha ragione: dobbiamo andarcene adesso, mentre abbiamo ancora
una possibilità.»

Nina incrociò le braccia. «Dovessi raggiungere l’Isola Bianca da sola, lo farò.»

«Potrebbe non essere un’opzione» disse Matthias. «Guarda.»

Si raccolsero attorno alla cupola di vetro. Nella rotonda di sotto c’era un ammasso di gente che beveva,
rideva, si salutava, dando vita a una specie di festa turbolenta prima delle celebrazioni ufficiali sull’Isola
Bianca.

Mentre osservavano la scena, un gruppo di guardie si fece strada a fatica dentro la stanza , cercando di
ordinare la folla e metterla in fila.

«Stanno aggiungendo un posto di blocco» disse Matthias. «Verificheranno le generalità di tutti un’altra
volta pr ima di permettere alla gente di accedere al ponte di vetro.»

«A causa del Protocollo Giallo?» chiese Jesper.

«Probabile. Una precauzione.»

Era come vedere l’ultima goccia di fortuna prosciugarsi dentro un bicchiere.

«Questo taglia la testa al toro» disse Jesper. «Salviamo il salvabile e andiamocene adesso.»

«C’è un modo» disse Inej con calma. Tutti si girarono a guardarla. La luce gialla della cupola aveva creato
una pozza nei suoi occhi scuri. «Possiamo superare il posto di blocco e arrivare all’Isola Bianca.» Indicò
un punto, di sotto, dove due gruppetti di persone erano entrati nella rotonda dal cortile della portineria e
stavano scrollandosi via la pioggerellina dai vestiti. Le ragazze della Casa dell’Iris Blu erano facilmente
identificabili dal colore dei loro abiti e dai fiori che sfoggiavano al collo e tra i capelli. E nessuno poteva
confondere gli uomini dell’Incudine: enormi tatuaggi messi in mostra con orgoglio e braccia nude
nonostante il freddo. «Le delegazioni dello Stave dell’Ovest hanno iniziato ad arrivare. Possiamo
mescolarci con loro.»

«Inej» disse Kaz.

«Entreremo io e Nina» continuò lei. La schiena era diritta, la voce ferma. Assomigliava a una condannata
a morte che fronteggiava il plotone d’esecuzione e mandava al diavolo la benda sugli occhi. «Entreremo
con il Serraglio.»
28

INEJ

Otto rintocchi e mezzo


Kaz la stava guardando attentamente, gli occhi color caffè amaro che scintillavano alla luce della cupola.

«Hai presente quei costumi» disse lei, «mantelli pesanti, cappucci. È tutto quello che i Fjerdiani
vedranno. Un cerbiatto Zemeni. Una giumenta Kaelish.» Deglutì e costrinse le parole successive a uscirle
di bocca. «Una lince Suli.» Non persone, non ragazze, solo adorabili oggetti da collezione. “Ho sempre
voluto rotolarmi con una ragazza Zemeni” sussurravano i clienti. “Una ragazza Kaelish con i capelli rossi.
Una ragazza Suli con la pelle color caramello bruciato.”

«È un rischio» disse Kaz.

«Quale colpo non lo è?»

«Kaz, tu e Matthias come farete a passare?» domandò Nina. «Potremmo aver bisogno di te per le
serrature, e se le cose si mettono male sull’isola, non voglio finire bloccata. Dubito che possiate farvi
passare per dei membri del Serraglio.»

«Non dovrebbe essere un problema» disse Kaz. «Anche se Helvar ce l’ha tenuto nascosto.»

«È così?» chiese Inej.

«Non è...» Matthias si passò una mano tra i capelli rasati. «Come fai a sapere queste cose, demjin?»
ringhiò verso Kaz.

«Logico. Tutta la Corte di Ghiaccio è un capolavoro di misure di sicurezza e sistemi a doppia protezione.
Quel ponte di vetro fa impressione, ma in caso d’emergenza ci dev’essere un altro modo per mandare
rinforzi all’Isola Bianca e portare fuori la famiglia reale.»

«Sì» disse Matthias esasperato. «C’è una seconda strada per arrivare all’Isola Bianca. Ma è un casino.»
Lanciò un’occhiata a Nina. «E di certo non può essere affrontata dentro un abito da sera.»

«Aspettate un attimo» li interruppe Jesper. «Che cosa importa se arrivate tutti sull’Isola Bianca?
Mettiamo che Nina si faccia spifferare da qualche Fjerdiano dov’è rinchiuso Yul-Bayur, e lo portate qui.
Saremo intrappolati. Per quell’ora, le guardie carcerarie avranno finito di perlustrare in giro e avranno
capito che sei detenuti in qualche modo sono usciti dal settore. Avremo perso ogni chance di varcare i
cancelli dell’ambasciata e i posti di blocco.» Kaz sbirciò oltre la cupola, verso il cortile aperto
dell’ambasciata e, ancora più in là, verso la portineria delle mura ad anello.

«Wylan, quanto sarebbe difficile mettere fuori uso uno di quei cancelli?»

«Per farlo aprire?»

«No, per tenerlo chiuso.»

«Intendi dire per romperlo?» Wylan alzò le spalle. «Non dovrebbe essere troppo difficile. Non sono
riuscito a vedere il congegno che lo regola quando siamo entrati, ma dallo schema direi che è piuttosto
comune.»

«Carrucole, ruote dentate, qualche vite davvero grossa?»

«Be’, sì, e un argano di notevoli dimensioni. I cavi gli si avvolgono attorno come una grande bobina, e le
guardie lo girano con una specie di maniglia o di timone.»

«So come funziona un timone. Puoi staccarne uno?»

«Penso di sì, ma è il sistema d’allarme a cui i cavi sono attaccati che è complicato. Dubito di riuscirci
senza innescare il Protocollo Nero.»

«Bene» disse Kaz. «Allora è quello che faremo.»

Jesper alzò una mano. «Scusate, il Protocollo Nero non è quello che vogliamo evitare a tutti i costi?»

«Mi sembra di ricordare che il Protocollo Nero equivalga morte certa» disse Nina.

«Non se lo usiamo contro di loro. Questa notte, quasi tutta la sicurezza della Corte è concentrata
sull’Isola Bianca e, proprio qui, nell’ambasciata. Quando suonerà il Protocollo Nero, il ponte di vetro verrà
chiuso e tutte quelle guardie saranno intrappolate sull’isola insieme agli ospiti.»

«E la strada alternativa di Matthias per uscire dall’isola?» chiese Nina.

«Non possono spostare un grosso spiegamento di forze da quella parte» riconobbe Matthias. «Perlomeno,
non in fretta.»

Kaz fissò l’Isola Bianca, la testa piegata, lo sguardo leggermente velato.

«È la faccia che fa quando trama qualcosa» mormorò Inej.

Jesper annuì. «Proprio quella.»

Le sarebbe mancato quello sguardo.

«Tre cancelli nelle mura ad anello» disse Kaz. «Il cancello della prigione è sotto stretta sorveglianza a
causa del Protocollo Giallo. Il cancello dell’ambasciata è un collo di bottiglia stipato di ospiti: i Fjerdiani
non faranno passare le truppe da lì. Jesper, a te e a Wylan rimane solo il cancello nel settore dei drüskelle
di cui occuparvi. Fate scattare il Protocollo Nero, poi distruggetelo. Sfasciatelo a tal punto che le guardie
chiamate a raccolta non riescano a uscire per seguirci.»

«Sono il primo a voler rinchiudere i Fjerdiani nella loro stessa fortezza» disse Jesper. «Davvero. Ma come
facciamo a uscirne noi? Una volta innescato il Protocollo Nero, voi sarete bloccati su quell’isola e noi
saremo bloccati nel cerchio esterno. Senza armi e senza esplosivi.»

Il sorriso di Kaz era tagliente come un rasoio. «Meno male che siamo dei ladri come si deve. Vorrà dire
che faremo un po’ di shopping: e andrà tutto sul conto di Fjerda. Inej» disse, «cominciamo con qualcosa di
brillante.»

Accanto alla grande cupola di vetro, Kaz espose quello che aveva in mente nei dettagli. Se il piano
precedente era stato coraggioso, almeno faceva perno sulla discrezione. Il piano attuale era audace, forse
persino folle. Non avrebbero semplicemente annunciato la loro presenza ai Fjerdiani, l’avrebbero
strombazzata. La banda si sarebbe separata un’altra volta, e un’altra volta avrebbero cronometrato i
movimenti basandosi sui rintocchi dell’Orologio Maggiore, ma a questo giro ci sarebbe stato ancora meno
spazio per fare errori. Inej ispezionò il proprio cuore, aspettandosi di trovarci cautela, paura. Ma sentì
solo che era pronta. Questo non era un colpo che stava mettendo a segno per ripagare il proprio debito a
Per Haskell. Non era un incarico da portare a termine per Kaz o per gli Scarti. Era per se stessa che lo
faceva: per il denaro, e per il sogno che il denaro avrebbe realizzato.

Mentre Kaz andava avanti a spiegare e Jesper usava le cesoie della lavanderia per tagliare la corda in
parti uguali, Wylan dava una mano a preparare lei e Nina. Per farsi passare da ragazze del Serraglio,
avrebbero dovuto avere dei tatuaggi. Incominciarono da Nina. Utilizzando uno dei grimaldelli di Kaz e la
pirite di rame che Jesper aveva estratto dal tetto, Wylan disegnò sul braccio di Nina la migliore imitazione
che gli riuscì della piuma del Serraglio, seguendo la descrizione di Inej e facendo delle correzioni laddove
necessario. Poi Nina fece penetrare l’inchiostro nella propria pelle. A una Corporalki non serviva un ago
da tatuaggi. Nina fece del suo meglio per spianare le cicatrici sull’avambraccio di Inej. Il lavoro non era
perfetto, ma non c’era tempo e fare la Plasmaforme non era la vocazione di Nina. Wylan tracciò lo schizzo
di una seconda piuma di pavone sulla pelle di Inej.

Nina si fermò: «Sei sicura?».

Inej fece un respiro profondo. «Sono colori di guerra» disse, sia a Nina sia a se stessa. «È il marchio che
devo avere.»

«È solo temporaneo» le promise Nina. «Te lo toglierò non appena saremo al porto.»

Il porto. Inej pensò alla Ferolind e alle sue bandiere spensierate, e cercò di tenere quell’immagine in testa
mentre guardava la propria pelle assorbire la piuma di pavone.

Quei tatuaggi non avrebbero superato nessun esame scrupoloso, ma la speranza era che non ce ne
sarebbe stato bisogno.

E finalmente si alzarono. Inej aveva previsto che il Serraglio sarebbe arrivato tardi – Tante Heleen
adorava le entrate a effetto – ma dovevano comunque essere pronti ad agire quando fosse giunto il
momento.

E tuttavia esitarono. La consapevolezza che avrebbero potuto non rivedersi più, che alcuni di loro – forse
tutti – avrebbero potuto non farcela a sopravvivere a quella notte, rendeva l’aria pesante. Un giocatore
d’azzardo, un detenuto, un figlio ribelle, una Grisha smarrita, una ragazza Suli che era diventata
un’assassina, un ragazzo del Barile che era diventato qualcosa di peggio. Inej guardò i suoi bizzarri
compagni di ventura, a piedi nudi, tremanti nelle divise carcerarie sporche di fuliggine, i lineamenti
illuminati dalla luce dorata della cupola e ammorbiditi dalla nebbiolina sospesa nell’aria. Che cosa li
teneva insieme? L’avidità? La disperazione? O era semplicemente perché sapevano che se uno di loro o
tutti quanti fossero scomparsi quella notte, nessuno sarebbe venuto a cercarli? La madre e il padre di Inej
forse versavano ancora delle lacrime per la figlia che avevano perso, ma se lei fosse morta tra qualche
ora, nessuno avrebbe pianto per la ragazza che era adesso. Non aveva una famiglia, non aveva genitori e
non aveva fratelli e sorelle, solo persone con cui combattere fianco a fianco. Ma forse anche quello era
qualcosa di cui essere grati.

Fu Jesper a parlare per primo. «Nessun rimpianto» disse sorridendo.

«Nessun funerale» risposero tutti gli altri in coro. Persino Matthias mormorò le parole a bassa voce.

«Se qualcuno di voi la scampa, faccia in modo che la mia cassa da morto resti aperta» disse Jesper mentre
si caricava in spalla due rotoli di fune e faceva segno a Wylan di seguirlo sul tetto. «Il mondo si merita
questa faccia fino all’ultimo momento.»

Inej si stupì appena nel vedere l’intensità dello sguardo che si scambiarono Nina e Matthias. Era
cambiato qualcosa tra loro dopo la battaglia con gli Shu, ma Inej non avrebbe saputo dire cosa.

Matthias si schiarì la voce e fece a Nina un piccolo inchino imbarazzato. «Posso scambiare due parole con
lei in privato?»

Nina ricambiò l’inchino con un’aria decisamente più raffinata, e si lasciò condurre via da lui. Inej era
contenta; anche lei voleva avere un momento da sola con Kaz.

«Ho qualcosa per te» disse, ed estrasse i guanti di pelle di Kaz dalla manica della casacca della prigione.

Lui li fissò. «Come...»

«Li ho recuperati dalla pila dei vestiti scartati. Prima di arrampicarmi.»

«Sei piani al buio.»

Lei annuì.

Non si aspettava ringraziamenti. Non per la scalata, non per i guanti, non per qualsiasi altra cosa.

Lui se l’infilò lentamente, e osservò le proprie mani pallide e vulnerabili scomparirvi dentro. Erano mani
da prestigiatore: lunghe dita aggraziate fatte per aprire serrature, nascondere monete, far sparire cose.

«Quando torneremo a Ketterdam prenderò la mia parte e lascerò gli Scarti.»

Lui spostò lo sguardo altrove. «Fai bene. Sei sprecata per il Barile.»

Era tempo di muoversi. «Buona fortuna, Kaz.»

Kaz l’afferrò per un polso. «Inej.» Il pollice rivestito dal guanto l’accarezzò dove le pulsava il sangue e
seguì la punta della piuma tatuata. «Se non ne usciamo vivi, voglio che tu sappia...»

Lei rimase in attesa. Sentì che la speranza, dentro di lei, faceva frusciare le ali, pronta a spiccare il volo
se Kaz avesse pronunciato le parole giuste. Per cui la costrinse a stare immobile. Quelle parole non
sarebbero mai arrivate. Il cuore è una freccia.

Allungò una mano e gli toccò una guancia. Era convinta che si sarebbe tirato indietro, che le avrebbe
persino colpito la mano. In quasi due anni di battaglie fianco a fianco, di complotti orditi fino a tarda
notte, di colpi impossibili, di commissioni clandestine e pranzi a base di patate fritte e hutspot ingollati di
corsa mentre si precipitavano da un posto all’altro, questa era la prima volta che lei lo toccava veramente,
senza la barriera dei guanti, della giacca o delle maniche della camicia. Gli incorniciò la guancia con la
mano. La pelle di lui era fredda e umida per via della pioggia. Kaz restò fermo, ma lei vide un tremito
attraversarlo, come se stesse conducendo una guerra con se stesso.

«Se non ne usciamo vivi, io morirò senza paura, Kaz. Tu puoi dire lo stesso?»

Gli occhi di lui erano quasi neri, le pupille dilatate. Inej si rese conto che stava impiegando fino all’ultima
briciola della sua spaventosa forza di volontà per restare fermo sotto il tocco delle dita di lei. E malgrado
tutto non si tirò indietro. Lei seppe che questo era il massimo che lui poteva offrirle. Non era abbastanza.

Lei tirò via la mano. Lui respirò a fondo.

Kaz le aveva detto di non volere le sue preghiere e quindi lei non le avrebbe dette, ma gli augurò
comunque di salvarsi. Aveva uno scopo tutto suo ora, il cuore aveva una direzione, e sebbene le facesse
male sapere che quel cammino l’avrebbe portata via da lui, l’avrebbe accettato.
Inej raggiunse Nina sul bordo della cupola per aspettare insieme l’arrivo del Serraglio. La cupola era
larga e poco profonda, tutta fatta di vetro e intrecci d’argento. Inej vide che c’era un mosaico sul
pavimento dell’ampia rotonda di sotto. Appariva per brevi istanti tra un individuo e l’altro: due lupi che si
inseguivano, destinati a rincorrersi in cerchio fino a che ci fosse stata la Corte di Ghiaccio.

Gli ospiti che entravano dal grande portale ad arco venivano condotti dentro alcune stanze fuori dalla
rotonda, divisi in gruppetti e perquisiti per verificare che non avessero armi con sé. Inej vide delle
guardie uscire con delle spille, degli aculei di porcospino, addirittura delle fasce che lei immaginò
contenessero del metallo o dei fili.

«Non sei obbligata, lo sai» disse Nina. «Non sei obbligata a rimetterti addosso quelle vesti di seta.»

«Ho fatto di peggio.»

«Lo so. Hai scalato sei piani di inferno per noi.»

«Non è quello che intendevo.»

Nina fece una pausa. «So anche questo.» Esitò, poi disse: «La ricompensa è così importante per te?». Inej
fu sorpresa di sentire del senso di colpa nella voce di Nina.

L’Orologio Maggiore iniziò a suonare i nove rintocchi. Inej puntò lo sguardo in basso sui lupi che si
inseguivano sul pavimento della rotonda. «Non so bene perché ho cominciato» ammise. «Ma so perché
devo finire. So perché il destino mi ha portata qui, perché mi ha messa sul cammino di questa
ricompensa.»

Si manteneva vaga perché non si sentiva ancora pronta a parlare del sogno che le si era acceso nel cuore:
una banda tutta sua, una nave sotto il suo comando, una crociata. Sentiva di doverlo tenere segreto, come
un nuovo seme che avrebbe potuto diventare qualcosa di straordinario se non fosse stato costretto a
sbocciare troppo presto. Non sapeva nemmeno come manovrare una barca a vela. Eppure una parte di lei
voleva raccontare tutto a Nina. Se Nina non avesse deciso di tornare a Ravka, una Spaccacuore sarebbe
stato un acquisto eccellente per la sua banda.

«Eccole» disse Nina.

Le ragazze del Serraglio entrarono dalle porte della rotonda, gli abiti da sera che scintillavano alla luce
delle candele, i cappucci dei mantelli che nascondevano i visi. Ogni cappuccio rappresentava un animale:
un cerbiatto Zemeni dalle orecchie morbide e le graziose macchie bianche, una giumenta Kaelish dal
codino ramato, un serpente Shu dalle squame rosse decorate di perline, una volpe Ravkiana, un leopardo
delle Colonie del Sud, un corvo imperiale, un ermellino, e naturalmente la lince Suli. La ragazza bionda e
alta che interpretava il ruolo del lupo Fjerdiano in pelliccia d’argento era la grande assente.

Delle soldatesse in uniforme andarono loro incontro.

«Non la vedo» disse Nina.

«Aspetta. Il Pavone entrerà per ultimo.»

E infatti eccola lì: Heleen Van Houden, luccicante nel suo abito di raso color verde acqua e con
un’elaborata gorgiera di penne di pavone a incorniciarle la testa color oro.

«Sobria» disse Nina.

«La sobrietà non vende nel Barile.»

Inej fece un fischio acuto e cinguettante. Quello di Jesper arrivò da qualche parte in lontananza. “Ci
siamo” pensò. Aveva dato lo spintone, e ora il macigno stava rotolando giù dalla montagna. Chi poteva
sapere quali danni avrebbe fatto e cosa sarebbe stato ricostruito sopra le macerie?

Nina guardò attraverso il vetro e strabuzzò gli occhi. «Come fa a non crollare sotto il peso di tutti quei
diamanti? Non possono essere veri.»

«Oh, sono veri eccome» disse Inej. Quei gioielli erano stati comprati con il sudore e il sangue e il dolore di
ragazze come lei.

Le guardie separarono le ragazze del Serraglio in tre gruppi, mentre Heleen veniva scortata via da sola.
Non si poteva pretendere che il Pavone si levasse i vestiti e sollevasse le gonne di fronte a loro.

«Eccole» disse Inej, indicando il gruppo che comprendeva la lince Suli e la giumenta Kaelish. Si stavano
dirigendo verso le porte sulla sinistra della rotonda.
Mentre Nina fissava il gruppo, Inej si spostò sopra il tetto, seguendo la loro traiettoria. «Quale porta?»
chiese.

«La terza a destra» disse Nina. Inej si spostò verso il condotto d’aria più vicino e sollevò la griglia.
Sarebbe stato bello stretto per Nina, ma se la sarebbero cavata. Scivolò dentro il condotto di ventilazione,
accovacciandosi e procedendo nel tunnel. Sentì dietro di sé un grugnito e a seguire un sonoro sbam nel
momento in cui Nina urtò il fondo del cunicolo come un sacco di biancheria. Inej trasalì. Bisognava
sperare che i rumori della folla di sotto avessero coperto i loro. O che alla Corte di Ghiaccio ci fossero dei
ratti davvero grossi.

Strisciarono avanti, sbirciando nelle ventole mentre procedevano. Alla fine si ritrovarono a guardare
dentro una specie di saletta sequestrata dai militari per perquisire gli ospiti.

Le Creature Esotiche si erano tolte i mantelli e li avevano appoggiati su un lungo tavolo ovale. Una
soldatessa bionda le stava ispezionando: tastava le cuciture e gli orli dei costumi e infilava persino le dita
nei capelli, mentre l’altra soldatessa stava a guardare con una mano sul fucile. Sembrava che l’arma la
mettesse a disagio. Inej sapeva che i Fjerdiani non permettevano alle donne di prestare servizio militare
nei reparti di combattimento. Forse le soldatesse erano state precettate da qualche altro reparto.

Inej e Nina attesero che le guardie avessero finito di perquisire le ragazze, i mantelli e le borsette con le
perline.

«Ven tidder» disse una delle due mentre uscivano dalla stanza per consentire alle ragazze di rimettersi a
posto.

«Cinque minuti» tradusse Nina in un bisbiglio.

«Vai» disse Inej.

«Mi serve che ti sposti.»

«Perché?»

«Perché ho bisogno della visuale libera, e al momento tutto quello che vedo è il tuo sedere.»

Inej lo fece, e un istante dopo udì quattro tonfi delicati mentre le ragazze del Serraglio crollavano sul
tappeto blu scuro.

Velocemente, tolse la griglia con uno strattone e cadde sulla superficie lucida del tavolo. Nina ruzzolò giù
dietro di lei, atterrando come un sacco.

«Scusa» disse con un gemito mentre si rimetteva dritta.

Inej per poco non scoppiò a ridere. «Sei così leggiadra in battaglia, tranne quando ti cali dall’alto.»

«Quel giorno ho saltato la scuola.»

Svestirono le ragazze Suli e Kaelish lasciandole in biancheria intima, quindi legarono i polsi e le caviglie
di tutte le ragazze con i cordoni delle tende e le imbavagliarono strappandosi via dei pezzi di divisa.

«Il tempo scorre» disse Inej.

«Scusami» sussurrò Nina alla ragazza Kaelish.

In condizioni normali avrebbe usato dei pigmenti per cambiarsi il colore dei capelli, ma non c’era proprio
tempo. Quindi strizzò il rosso acceso della ragazza facendolo colare direttamente dalle ciocche di lei,
lasciando la povera Kaelish con dei capelli bianchi che in alcuni punti sembravano vagamente arrugginiti,
e dando ai propri un colore che non era esattamente il rosso Kaelish. Gli occhi di Nina erano verdi e non
azzurri, ma quel tipo di modifica non poteva essere fatta di corsa, per cui avrebbero dovuto accontentarsi.
Prese della cipria bianca dalla borsetta della ragazza e fece del proprio meglio per schiarirsi la pelle.

Mentre Nina si dava da fare, Inej trascinò le altre ragazze dentro un armadio di legno color argento
addossato sulla parete più lontana, sistemando le gambe in modo che rimanesse dello spazio per la
Kaelish.

Sentì una fitta di senso di colpa quando si accertò che il bavaglio della Suli fosse a posto.

Tante Heleen doveva averla comprata per rimpiazzarla; aveva la stessa pelle bronzea, la stessa massa di
capelli neri. Aveva però una corporatura diversa, morbida e con le curve anziché magra e spigolosa. Forse
era arrivata da Tante Heleen di sua spontanea volontà. Forse aveva scelto lei quella vita. Inej sperava
fosse vero. «Che i Santi ti proteggano» sussurrò alla ragazza priva di sensi.
Bussarono alla porta e una voce parlò in Fjerdiano.

«Serve la stanza per le ragazze del turno dopo» bisbigliò Nina.

Inej e Nina spinsero la Kaelish nell’armadio e in qualche modo riuscirono ad accostare i battenti e a
chiuderli a chiave, poi si infilarono nei loro costumi. Inej fu felice di non avere il tempo di soffermarsi
sulla sgradita familiarità della seta sulla pelle e sull’orribile tintinnio dei campanelli alle caviglie. Si
buttarono addosso i mantelli e si diedero una veloce occhiata allo specchio.

Nessuno dei due costumi andava bene. Le vesti di seta viola di Inej erano troppo larghe, e per quanto
riguarda Nina...

«Cosa diavolo dovrebbe essere?» disse, guardandosi in basso. L’abito attillato le copriva a malapena la
consistente scollatura e le stava appiccicato sulle natiche. Era stato realizzato per dare l’impressione di
essere fatto di squame verdi e blu, che diventavano un ventaglio di chiffon luccicante.

«Una sirena?» suggerì Inej. «O un’onda?»

«Pensavo di essere un cavallo.»

«Be’, di certo non ti avrebbero messo addosso un vestito di zoccoli.»

Nina passò le mani sul proprio ridicolo costume. «Sto per diventare molto popolare.»

«Mi domando cosa direbbe Matthias del tuo travestimento.»

«Non lo approverebbe.»

«Non approva niente che ti riguardi. Ma quando ridi, si solleva di scatto come un tulipano nell’acqua
fresca.»

Nina sbuffò. «Il tulipano Matthias.»

«Il grosso, minaccioso tulipano giallo.»

«Sei pronta?» chiese Nina mentre si calavano i cappucci fino a coprirsi del tutto la faccia.

«Sì.» Inej diceva sul serio. «Bisognerà distrarle. Altrimenti si accorgeranno che sono entrate in quattro e
ne stanno uscendo solo due.»

«Lascia fare a me. E stai attenta all’orlo del tuo vestito.»

Non appena aprirono la porta per uscire in corridoio, le soldatesse fecero loro cenno di muoversi,
impazienti. Sotto il mantello, Nina fece schioccare le dita con forza. Una delle due fece un verso simile a
un belato quando il sangue cominciò a uscirle a fiotti dal naso e le zampillò, in modo comicamente
assurdo, sul davanti dell’uniforme. L’altra indietreggiò, ma l’istante successivo si tastò lo stomaco. Nina
stava ruotando lentamente il polso, procurando alla donna delle ondate di nausea.

«L’orlo» ripeté Nina con calma.

Inej ebbe appena il tempo di tirare su il mantello prima che la guardia si piegasse in due e riversasse la
cena sulle piastrelle del pavimento. Gli ospiti nel corridoio strillarono e si spintonarono a vicenda per
allontanarsi da lì. Nina e Inej volteggiarono attorno, emettendo appropriati squittii di disgusto.

«Probabilmente il sangue dal naso sarebbe stato sufficiente» bisbigliò Inej.

«In certi casi meglio non risparmiarsi.»

«Se non ti conoscessi bene, penserei che ti piace far soffrire i Fjerdiani.»

Tennero la testa bassa e si intrufolarono nel mare di gente che affollava la rotonda, ignorando il cerbiatto
Zemeni che tentava di indirizzarle dall’altra parte della stanza. Era fondamentale che non si avvicinassero
troppo alle vere ragazze del Serraglio. Inej sperava che i loro mantelli non fossero facili da rintracciare
nella folla.

«Questa qui» disse Inej, spingendo Nina dentro una fila lontana dalle ragazze del Serraglio. Sembrava
muoversi un po’ più veloce. Ma quando arrivarono ai controlli, Inej si chiese se non avesse scelto la fila
sbagliata. Questa guardia sembrava persino più severa e con meno senso dell’umorismo delle altre. Tese
la mano per avere i documenti di Nina e li scrutò con freddi occhi azzurri.

«Qua c’è scritto che lei ha le lentiggini» disse in Kerch.

«Le ho» disse Nina affabilmente. «Solo che adesso non si vedono. Vuole vederle?»
«No» rispose il Fjerdiano, gelido. «Lei è più alta di quel che risulta qui.»

«Gli stivali» disse Nina. «Mi piace poter guardare un uomo negli occhi. Lei ha degli occhi bellissimi.»

Lui osservò le carte, poi la scrutò. «A un primo sguardo direi che lei pesi più di quello che dice questa
carta.»

Nina scrollò astutamente le spalle, facendo scendere le squame della scollatura. «Quando sono in vena mi
piace mangiare» disse, e protese le labbra senza vergogna. «E io sono sempre in vena.»

Inej si sforzò di mantenere un’espressione seria in viso. Se Nina si fosse messa anche a sbattere le ciglia,
non ce l’avrebbe fatta e sarebbe scoppiata a ridere.

Ma il Fjerdiano sembrava essersela bevuta. Forse Nina faceva quello stupefacente effetto su tutti i
bacchettoni del Nord.

«Può andare» disse la guardia in tono burbero. Poi aggiunse: «Potrei... potrei essere alla festa più tardi».

Nina fece scorrere un dito sul braccio di lui. «Le concederò un ballo.»

L’uomo sorrise come uno sciocco, poi si schiarì la gola e tornò alla sua espressione severa. “Santi numi”
pensò Inej, “dev’essere estenuante essere sempre così impassibili.”

Il Fjerdiano guardò i documenti di Inej in modo superficiale, ancora immerso nel pensiero di scartare uno
dopo l’altro gli strati di chiffon verde e blu di Nina.

Le fece segno di procedere, ma appena fece un passo avanti Inej inciampò.

«Aspetti» disse la guardia.

Lei si fermò. Nina si guardò alle spalle.

«Cos’hanno le sue scarpe?»

«Mi stanno un pochino grandi» rispose Inej. «Si sono allargate più di quel che mi aspettassi.»

«Mi faccia vedere le braccia» disse la guardia.

«Perché?»

«Lo faccia e basta» replicò la guardia con durezza.

Inej liberò le braccia dal mantello e le tese verso di lui, mostrando lo sgraziato tatuaggio a forma di piuma
di pavone.

Una guardia con i gradi da capitano si sporse a vedere. «Che cosa c’è?»

«È una Suli, non c’è dubbio, e ha il tatuaggio del Serraglio, ma mi sembra un po’ strano.»

Inej scrollò le spalle. «Mi sono procurata una brutta ustione da bambina.»

Il capitano indicò un gruppo di festanti dall’aria infastidita radunato accanto all’entrata e circondato dalle
guardie. «Tutti i sospettati vanno là. Mettila con loro, la riportiamo al posto di blocco e riverifichiamo i
documenti.»

«Mi perderò la festa» disse Inej.

La guardia la ignorò, la prese per un braccio e la spinse indietro verso l’ingresso mentre le altre persone
in coda guardavano e bisbigliavano. Il cuore prese a martellarle in petto.

Nina era terrorizzata, pallida in viso persino sotto la cipria, ma non c’era niente che Inej potesse dire per
rassicurarla. Le fece un velocissimo cenno con il capo. “Vai” pensò in silenzio. “Tocca a te ora.”
29

MATTHIAS

Nove rintocchi
«E se dicessi di no, Brekker?» Era solo una sterile polemica, Matthias lo sapeva benissimo. Il tempo per
protestare era finito da un pezzo. Stavano già correndo lungo il tetto dolcemente ricurvo dell’ambasciata
verso il settore dei drüskelle, Wylan ansimando per lo sforzo, Jesper procedendo disinvolto a grandi
falcate e Brekker tenendo il passo malgrado fosse senza bastone. Ma a Matthias non piaceva il modo in
cui questo ladruncolo sapeva leggergli nel pensiero. «E se non ti consegnassi l’ultimo pezzo che resta di
me e del mio onore?»

«Lo farai, Helvar. Proprio in questo momento Nina sta arrivando all’Isola Bianca. Hai veramente
intenzione di abbandonarla là?»

«Fai troppe supposizioni.»

«A me sembra di fare quelle che servono.»

«Questi sono i tribunali, giusto?» disse Jesper mentre correvano sul tetto, catturando con lo sguardo le
immagini degli eleganti cortili di sotto, ciascuno costruito attorno a una fontana gorgogliante e
punteggiato di fruscianti alberi ricoperti di ghiaccio. «Immagino che ci siano posti peggiori dove essere
condannati a morte.»

«C’è acqua dappertutto» disse Wylan. «Le fontane sono il simbolo di Djel?»

«La sorgente» replicò Kaz in tono ispirato, «che ripulisce tutti i peccati.»

«O dove ti affogano e ti fanno confessare» disse Wylan.

Jesper sbuffò. «Wylan, i tuoi ragionamenti hanno preso una piega molto cupa. Temo che gli Scarti abbiano
una cattiva influenza su di te.»

Usarono una corda doppia e il rampino per passare al tetto del settore dei drüskelle. Wylan dovette
essere imbracato, invece Jesper e Kaz si spostarono agilmente, una mano dopo l’altra, con inquietante
velocità. Matthias si mosse con maggiore cautela, e anche se non lo diede a vedere non gli piacque il
modo in cui la corda scricchiolò e si piegò sotto il suo peso.

Gli altri lo tirarono sul tetto di pietra dei drüskelle, e quando Matthias si alzò in piedi fu colpito da
un’ondata di vertigini. Più di ogni altro posto alla Corte di Ghiaccio, più di ogni altro posto al mondo, qui è
dove si sentiva a casa. Ma era una casa capovolta, e la sua vita aveva la prospettiva sbagliata. Sbirciando
nell’oscurità, vide gli imponenti lucernari a forma di piramide.

Provò la sconvolgente sensazione che se avesse guardato attraverso il vetro avrebbe visto se stesso
mentre si allenava nella sala delle esercitazioni, o seduto al tavolone dove si pranzava.

In lontananza udì i lupi abbaiare e uggiolare nelle gabbie accanto alla portineria, domandandosi dove
fossero finiti i loro padroni quella notte. L’avrebbero riconosciuto se si fosse avvicinato con la mano tesa?
Non era certo di riconoscersi lui stesso. Tra i ghiacci del Nord, le scelte che aveva fatto gli erano
sembrate chiare. Ma ora i suoi pensieri erano stati mandati in confusione da questi delinquenti, dal
coraggio di Inej e dall’audacia di Jesper, e da Nina, sempre Nina. Non poteva negare il sollievo che aveva
provato quand’era spuntata dall’inceneritore, scarmigliata e ansimante, terrorizzata ma viva. Quando lui
e Wylan l’avevano tirata fuori dalla canna fumaria, si era dovuto fare forza per lasciarla andare.

No, non avrebbe guardato attraverso quei lucernari. Non poteva più permettersi altre debolezze, non
questa notte. Era tempo di andare avanti.

Raggiunsero il bordo del tetto che si affacciava sul fossato di ghiaccio. Da qui sembrava solido, la
superficie lucida come uno specchio e illuminata dalle torri di guardia sull’Isola Bianca. Ma le acque del
fossato erano in costante movimento, celate soltanto da un sottilissimo strato di brina.

Kaz allacciò un altro rotolo di fune al bordo del tetto e si preparò a calarsi sulla sponda in corda doppia.

«Sapete cosa fare» disse rivolto a Jesper e a Wylan. «Undici rintocchi e non prima.»

«Quando mai sono stato in anticipo?» domandò Jesper.

Kaz sparì oltre la fiancata. Matthias lo seguì, le mani aggrappate alla corda, i piedi nudi contro il muro.
Quando guardò in su, vide Wylan e Jesper che lo fissavano. Ma subito dopo, non c’erano più.
Il terreno che circondava il fossato di ghiaccio era poco più di una crosta sottile e scivolosa di pietra
bianca. Kaz si accovacciò, schiacciandosi contro il muro, a guardare torvo davanti a sé. «Come lo
attraversiamo? Non vedo niente.»

«Perché non sei degno.»

«Non sono nemmeno miope. Non c’è niente laggiù.»

Matthias prese a camminare seguendo il muro, passando la mano sulla pietra all’altezza dell’anca. «Su
Hringkälla i drüskelle terminano la loro iniziazione» disse. «Passiamo da candidati a novizi durante la
cerimonia presso il sacro albero di frassino.»

«Dove l’albero vi parla.»

Matthias resistette alla tentazione di buttarlo in acqua. «Dove speriamo di sentire la voce di Djel. Ma
quello è il momento finale. Per prima cosa, dobbiamo attraversare il fossato di ghiaccio senza che nessuno
ci veda. Se siamo giudicati degni, Djel ci mostra il sentiero.»

In realtà, i drüskelle anziani rivelavano il segreto per attraversarlo ai candidati che desideravano veder
entrare nell’ordine; era un modo per scartare i deboli o quelli che semplicemente non avevano ingranato
con il gruppo. Se ti eri fatto degli amici, se avevi dimostrato quanto valevi, allora uno dei fratelli ti
avrebbe preso da parte e ti avrebbe detto che la notte dell’iniziazione avresti dovuto andare sulla riva del
fossato di ghiaccio e far scorrere la mano lungo il muro del settore dei drüskelle. Al centro della parete
avresti trovato l’incisione di un lupo che segnalava la presenza di un altro ponte di vetro: non grande e
arcuato come quello che abbracciava il fossato dall’ala dell’ambasciata, ma piatto, dritto, e largo solo
pochi piedi. Stava proprio sotto la superficie brinata, completamente invisibile se non sapevi dove
guardare. Era stato il Comandante Brum in persona a dire a Matthias come trovarlo, e anche il trucchetto
per attraversarlo senza farsi vedere.

Matthias dovette passare le dita sul muro due volte prima di trovare il lupo intagliato. Lasciò che la mano
vi indugiasse sopra un istante, assaporando le tradizioni che lo collegavano all’ordine dei drüskelle,
antiche quanto la stessa Corte di Ghiaccio.

«Qui» disse.

Kaz si avvicinò strisciando i piedi e strizzò gli occhi per guardare attraverso il fossato.

Poi si sporse, e Matthias con uno strattone lo tirò indietro.

Indicò le torri di guardia in cima al muro che circondavano l’Isola Bianca. «Così ti vedranno» disse. «Usa
questo.»

Strisciò la mano lungo il muro e il palmo gli divenne bianco. La notte dell’iniziazione, si era sfregato i
vestiti e i capelli con quella stessa polvere di gesso. Così mimetizzato, invisibile alle guardie nelle torri,
aveva attraversato lo stretto sentiero che conduceva all’isola e si era riunito ai fratelli.

Ora lui e Kaz avrebbero fatto lo stesso, però Matthias si accorse che Kaz, per prima cosa, aveva riposto
con cura i propri guanti. Inej doveva averglieli restituiti.

Matthias fece un passo avanti sul ponte segreto, poi sentì Kaz emettere un sibilo quando immerse i piedi
nelle acque ghiacciate del fossato.

«Hai freddo, Brekker?»

«Se soltanto ci fosse tempo per una bella nuotata. Muoviamoci.»

Malgrado le prese in giro a Kaz, nel tempo che impiegarono per arrivare a metà strada tra la sponda e
l’isola, i piedi di Matthias erano diventati insensibili, e lui era estremamente consapevole delle torri di
guardia sopra il fossato.

I drüskelle dovevano essere passati di qui, qualche ora prima. Non aveva mai sentito di aspiranti
drüskelle individuati o fucilati sul ponte, ma tutto era possibile.

«Tutta questa fatica per diventare un cacciatore di streghe?» disse Kaz dietro di lui. «Gli Scarti hanno
bisogno di un rito di iniziazione migliore.»

«Questa è solo una parte della cerimonia di Hringkälla.»

«Sì, lo so, poi un albero vi svela la stretta di mano segreta.»

«Mi dispiace per te, Brekker. Non c’è niente di sacro nella tua vita.»
Ci fu una lunga pausa, alla fine della quale Kaz disse: «Ti sbagli».

Il muro esterno dell’Isola Bianca si stagliava di fronte a loro, rivestito da un motivo ornamentale di
scaglie. Ci volle un momento per individuare la rampa di scale che nascondeva il cancello. Solo fino a
poco prima, i drüskelle erano stati ammassati nella nicchia del muro a dare il benvenuto ai nuovi fratelli,
ma ora la nicchia era vuota, la grata di ferro chiusa con la catena. Kaz fece in fretta con la serratura, e
ben presto si ritrovarono in un passaggio angusto che li avrebbe condotti ai giardini, in fondo ai quali
c’era la caserma della guardia reale.

«Sei sempre stato bravo con le serrature?»

«No.»

«Come hai fatto a imparare?»

«Nel modo in cui si impara qualunque cosa. Smontandole.»

«E i trucchi magici?»

Kaz sbuffò. «Quindi non pensi più che io sia un demone?»

«So per certo che sei un demone, ma i tuoi trucchi sono umani.»

«Alcuni vedono una magia e dicono: “Impossibile!”. Battono le mani, pagano e dopo dieci minuti circa se
la sono già scordata. Altri chiedono come funziona. Vanno a casa, vanno a letto, si girano e si rigirano
domandandosi come si faccia a farla. Gli ci vuole una buona notte di sonno per scordarsi tutto. E poi ci
sono quelli che restano svegli, che ripensano al trucco continuamente, alla ricerca di quel che è sfuggito
alla percezione, di quella falla nell’illusione che rivela cos’è stato a ingannare gli occhi; sono quelli che
non si danno pace finché non diventano loro stessi i massimi esperti di quel pezzetto di mistero. Io sono
uno di questi.»

«Tu ami gli imbrogli.»

«Io amo gli enigmi. Gli imbrogli sono solo la mia lingua madre.»

«I giardini» disse Matthias, indicando le siepi. «Possiamo seguirli fino alla sala da ballo.»

Proprio mentre stavano per sbucare dal passaggio, due guardie girarono l’angolo: entrambe nell’uniforme
da drüskelle nera e argento, entrambe armate di fucile.

«Perjenger!» gridò sorpresa una di loro. “Prigionieri.” «Sten!»

Senza pensarci, Matthias disse: «Desjenet, Djel comenden!». “State giù, per volere di Djel.” Erano le
parole di un comandante in capo drüskelle, e lui le pronunciò con tutta l’autorità di cui era capace.

I soldati si scambiarono un’occhiata confusa. Quell’attimo di esitazione fu sufficiente. Matthias strappò di


mano il fucile al primo dei due e assestò una testata violentissima al drüskelle, che crollò a terra.

Kaz andò addosso all’altro soldato, facendolo cadere. Il drüskelle non mollò la presa sul fucile, ma Kaz
scivolò dietro di lui e gli schiacciò la gola con l’avambraccio, comprimendola finché gli occhi del drüskelle
si chiusero e la testa gli cadde in avanti mentre crollava svenuto.

Kaz si scrollò di dosso il corpo della guardia e si alzò in piedi.

La realtà della situazione colpì Matthias all’improvviso. Kaz non aveva raccolto il fucile. Matthias aveva
un’arma in mano, e Kaz era disarmato. Erano fermi, in piedi, davanti ai corpi di due drüskelle privi di
sensi, uomini che avrebbero dovuto essere i fratelli di Matthias. “Posso sparargli” pensò. “Condannare
Nina e tutti loro con un unico gesto.” Di nuovo, Matthias ebbe la strana sensazione di guardare la propria
vita dal lato sbagliato. Aveva addosso la divisa da detenuto, un intruso nel posto che una volta chiamava
casa. Chi sono io ora?

Guardò Kaz Brekker, un ragazzo che combatteva per una sola causa: se stesso. Eppure, era un
sopravvissuto, e un soldato anche lui a suo modo. Aveva rispettato l’accordo. In qualunque momento,
avrebbe potuto stabilire che Matthias non gli serviva più: dopo che li aveva aiutati a disegnare le mappe,
dopo che avevano superato le celle di detenzione, dopo che gli aveva rivelato il segreto del ponte. E
chiunque fosse diventato ora, Matthias non avrebbe sparato a qualcuno disarmato. Non era ancora finito
così in basso.

Matthias abbassò l’arma.

Le labbra di Kaz accennarono un vago sorriso. «Non ero sicuro di cosa avresti fatto se fossimo arrivati a
questo punto.»
«Nemmeno io» ammise Matthias. Kaz sollevò un sopracciglio, e la verità colpì Matthias con la forza di un
pugno. «Era un test. Tu l’hai fatto apposta a non raccogliere il fucile.»

«Dovevo essere sicuro che tu fossi veramente con noi. Con tutti noi.»

«Come facevi a sapere che non avrei sparato?»

«Perché, Matthias, tu puzzi di correttezza lontano un miglio.»

«Sei pazzo.»

«Conosci il segreto del gioco d’azzardo, Helvar?» Kaz pestò con il piede buono il calcio del fucile al suolo,
che saltò su, capovolgendosi. Kaz se lo ritrovò in mano e puntato contro Matthias nello spazio di un
respiro. Non era mai stato minimamente in pericolo. «Barare. Ora ripuliamoci e mettiamoci addosso
quelle uniformi. Dobbiamo andare a una festa.»

«Un giorno rimarrai a corto di trucchi, demjin.»

«Farai bene a sperare che non sia oggi.»

“Vedremo cosa ci porta questa notte” pensò Matthias mentre eseguiva gli ordini. “Gli imbrogli non sono la
mia lingua madre, ma sono ancora in tempo per imparare a parlarla.”
30

JESPER

Nove rintocchi e un quarto


Jesper avrebbe dovuto avercela con Kaz: per aver inseguito Pekka Rollins e aver mandato a rotoli il loro
piano originario, e pe r averli esposti a pericoli ancora più grossi con questo nuovo programma. Ma
mentre lui e Wylan strisciavano verso la portineria lungo il tetto dei drüskelle, era troppo dannatamente
felice per essere arrabbiato. Il cuore gli galoppava, e l’adrenalina gli scorreva in corpo in deliziose
ondate. Un po’ come era successo a quella festa nello Stave dell’Ovest. Qualcuno aveva riempito di
champagne una fontana cittadina, e Jesper ci aveva messo circa due secondi per tuffarsi senza stivali e
con la gola spalancata. Adesso era il rischio a riempirgli bocca e naso, e a farlo sentire carico di energia e
invincibile. Amava quella sensazione, e si odiava per il fatto di amarla. Avrebbe dovuto pensare al colpo,
al denaro, a cavarsi fuori dai debiti, a fare in modo che suo padre non soffrisse per le sue pagliacciate. Ma
quando la mente di Jesper sfiorava quel genere di pensieri, in lui tutto si ritraeva. Cercare di non morire
era la migliore distrazione possibile.

Comunque, Jesper era più consapevole dei rumori che producevano adesso che erano lontani dalla folla e
dalla confusione dell’ambasciata. Questa notte apparteneva ai drüskelle. Hringkälla era la loro festa, ed
erano tutti al sicuro sull’Isola Bianca. Questo edificio, per lui e Wylan, era probabilmente il posto più
sicuro dove stare. Eppure il silenzio sembrava pesante, sinistro. Qui non c’erano salici o fontane, a
differenza che all’ambasciata. Come il carcere, questa zona della Corte di Ghiaccio non era fatta per
essere esposta allo sguardo pubblico. Jesper si accorse che per il nervosismo stava muovendo con la
lingua, avanti e indietro, il dischetto di baleen che aveva incastrato tra i denti e si costrinse a smettere
prima di attivarlo. Era abbastanza certo che Wylan non gli avrebbe mai perdonato un’idiozia come quella.

Un grosso lucernario a forma di piramide si affacciava su quella che sembrava una stanza per le
esercitazioni, con una testa di lupo incisa sul pavimento e gli scaffali pieni di armi.

Attraverso il vetro del lucernario successivo, vide una grande sala da pranzo. Una parete era del tutto
occupata da un imponente camino, e sopra il camino c’era una testa di lupo scolpita nella pietra. Il muro
di fronte era decorato da un enorme stendardo che non aveva uno schema riconoscibile, sembrava
piuttosto un patchwork di strisce sottili di stoffa: per lo più rosse e blu, ma anche viola. Jesper impiegò un
attimo a capire che cosa stava guardando.

«Per tutti i Santi» disse, con un po’ di nausea. «I colori Grisha.»

Wylan aguzzò lo sguardo. «Lo stendardo?»

«Rosso per i Corporalki. Blu per gli Etherealki. Viola per i Materialki. Quelli sono pezzi delle kefta che i
Grisha indossano in battaglia. Sono trofei.»

«Sono parecchi.»

Centinaia. Migliaia. “Io avrei indossato il viola” pensò Jesper, “se mi fossi unito al Secondo Esercito.”

Cercò di recuperare l’entusiasmo effervescente che aveva gorgogliato dentro di lui solo pochi istanti
prima. Era stato addirittura entusiasta di rischiare la cattura e la condanna a morte come ladro e killer
professionista. Perché era peggio pensare di essere braccato come Grisha?

«Muoviamoci.»

Proprio come per la prigione e per l’ambasciata, la portineria nel settore dei drüskelle era stata costruita
attorno a un cortile di modo che chiunque, entrando, potesse essere tenuto d’occhio da sopra e colpito, se
necessario. Ma con il cancello chiuso, i parapetti affacciati sul cortile erano deserti come tutto il resto
dell’edificio. Qui, lastre di lucida pietra nera erano intarsiate con la testa del lupo d’argento, e le superfici
erano illuminate da un’inquietante fiamma blu. Era l’unica zona della Corte di Ghiaccio a non essere
bianca o grigia. Persino il cancello era di un qualche metallo nero che sembrava incredibilmente pesante.

Di sotto si vedeva una guardia, appoggiata alla volta della portineria, con un fucile a tracolla.

«Soltanto una?» domandò Wylan.

«Matthias ha detto che c’erano quattro guardie ai cancelli non in funzione.»

«Forse il Protocollo Giallo gioca a nostro favore» disse Wylan. «Potrebbero averle mandate al settore della
prigione o...»

«O forse ci sono dodici grossi Fjerdiani che se ne stanno dentro al calduccio.»


Sotto gli occhi di Jesper e Wylan, la guardia aprì un barattolo di jurda e si mise in bocca un mucchietto di
fiori d’arancio essiccati. Aveva l’aria annoiata e infastidita, probabilmente era frustrato dal fatto di essere
lontano dal divertimento e dai festeggiamenti di Hringkälla.

“Non ti biasimo” pensò Jesper. “Ma la tua vita sta per diventare molto più eccitante.”

Perlomeno la guardia indossava l’uniforme ordinaria invece della divisa nera dei drüskelle, considerò
Jesper, ancora incapace di scacciare via l’immagine dello stendardo dalla testa.

Sua madre era Zemeni, ma nelle vene di suo padre scorreva il sangue Kaelish che aveva regalato a Jesper
gli occhi grigi, e l’uomo non aveva mai abbandonato del tutto le superstizioni dell’Isola Errante. Quando
Jesper aveva iniziato a manifestare i propri poteri, a suo padre si era spezzato il cuore e lo aveva
incoraggiato a tenerli nascosti. “Ho paura per te” gli aveva detto. “Il mondo può essere crudele con quelli
come te.” Jesper si era sempre chiesto se anche suo padre avesse avuto un po’ paura di lui.

“E se andassi a Ravka invece che a Kerch?” pensò. “E se mi aggregassi al Secondo Esercito?”


Permettevano anche ai Fabrikator di combattere, o li tenevano rinchiusi nei laboratori? Ravka era più
solida ora, ricostruita. Non c’era un disegno prestabilito per i Grisha. Avrebbe potuto andarci, visitarla,
magari imparare a usare meglio i propri poteri, lasciarsi alle spalle le bische di Ketterdam. Se fossero
riusciti a consegnare Bo Yul-Bayur al Consiglio dei Mercanti, tutto sarebbe stato possibile. Si riscosse. A
cosa stava pensando? Gli serviva una dose di pericolo imminente per tenere la testa a posto.

Si alzò. «Io entro.»

«Qual è il piano?»

«Vedrai.»

«Lascia che ti aiuti.»

«Puoi aiutarmi stando zitto e rimanendo fuori dai piedi. Qui» disse Jesper mentre agganciava la fune oltre
l’orlo del tetto, lasciandola cadere dietro una fila di lastre di pietra che costeggiavano la passerella.
«Aspetta fino a che ho immobilizzato le guardie, poi stai giù.»

«Jesper...»

Jesper avanzò lungo il tetto, la testa bassa per non farsi vedere, tenendosi alla larga dal bordo che dava
sul cortile. Si piazzò sul muro dietro la guardia. Più silenziosamente che riuscì, agganciò un pezzo di fune
al tetto e lentamente si calò giù. La sentinella era quasi sotto di lui. Jesper non era lo Spettro, ma se fosse
riuscito a saltar giù senza far rumore e avvicinarsi di soppiatto alle sue spalle, non avrebbe agitato le
acque.

Si tese, pronto a saltare. Una seconda guardia uscì a passo spedito dalla portineria, battendo le mani per
il freddo e parlando a voce alta, e poi ne apparve una terza. Jesper si immobilizzò. Stava dondolando
sopra tre guardie armate, a penzoloni davanti a un muro, in piena vista. Ecco perché Kaz pianificava
sempre tutto. Il sudore gli imperlò la fronte. Non poteva fronteggiare tre uomini insieme. E se ce ne
fossero stati altri nella portineria, pronti a suonare l’allarme?

«Aspettate» disse uno di loro. «Non avete sentito niente?»

Non guardate in alto. Oh, Santi numi, non guardate in alto.

Le guardie si mossero lentamente in circolo, i fucili alzati. Una di loro piegò la testa indietro per scrutare
il tetto. Cominciò a voltarsi.

Un suono strano, dolce, trafisse l’aria.

«Skerden Fjerda, kende hjertzeeeeeng, lendten isen en de waaaanden.»

Delle parole in lingua Fjerdiana che Jesper non capiva raggiunsero la portineria in un brillante, perfetto
canto da tenore che sembrava librarsi sopra i bastioni di pietra nera.

Wylan.

Le guardie si girarono di scatto, i fucili puntati sul vialetto che conduceva al cortile, cercando di capire da
dove provenisse quel suono.

«Olander?» chiamò una.

«Nilson?» chiamò un’altra.

Le armi erano spianate, ma le voci erano più disorientate e incuriosite che aggressive.
Cosa diavolo sta facendo?

Apparve una sagoma nella volta del vialetto, che barcollava a destra e a sinistra.

«Skerden Fjerda, kende hjertzeeeeeng» cantò Wylan, dando l’impressione sorprendentemente


convincente di essere un Fjerdiano ubriaco ma di gran talento.

Le guardie scoppiarono a ridere, e si misero a cantare anche loro. «Lendten isen...»

Jesper saltò giù. Agguantò il Fjerdiano a lui più vicino, gli spezzò il collo e gli strappò via il fucile. Quando
l’altro soldato si voltò, Jesper gli sbatté il calcio del fucile in faccia, producendo un brutto scricchiolio. Il
terzo soldato sollevò l’arma, ma Wylan gli prese le braccia da dietro e gliele strinse goffamente. Il soldato
fece cadere il fucile, che produsse un rumore sferragliante sulla pietra.

Prima che potesse urlare, Jesper scattò in avanti e gli spinse con forza il calcio del fucile in pancia, poi lo
finì con due colpi alla mascella.

Si abbassò e lanciò un fucile a Wylan. Rimasero in piedi davanti ai corpi delle guardie, ansimando, le armi
alzate, aspettando di vedere altri soldati Fjerdiani riversarsi fuori dalla portineria. Non venne nessuno.
Forse il quarto era stato allontanato a causa del Protocollo Giallo.

«È così che stai zitto e fuori dai piedi?» bisbigliò Jesper mentre trascinavano i corpi delle guardie dietro
una lastra di pietra.

«È così che dici grazie?» lo rimbeccò Wylan.

«Cosa diavolo era quella canzone?»

«L’inno nazionale» disse Wylan compiaciuto. «Scuola Fjerdiana, ricordi?»

Jesper scrollò la testa. «Sono colpito. Da te e dai tuoi precettori.»

Si misero due uniformi, nascosero le proprie divise da galeotti in un mucchio ordinato, poi legarono mani
e piedi alle guardie che erano ancora in vita e le imbavagliarono con dei pezzi di stoffa strappati dalle
divise. L’uniforme di Wylan era troppo grande, mentre le maniche e le gambe dei pantaloni di Jesper
erano corte in modo ridicolo, ma almeno gli stivali andavano ragionevolmente bene.

Wylan fece un gesto per indicare le guardie. «È sicuro lasciarle, sai com’è...»

«Vive? Non sono bravo a uccidere uomini in stato di incoscienza.»

«Potremmo svegliarli.»

«Piuttosto spietato, il nostro mercantuccio. Hai mai ucciso qualcuno?»

«Non avevo neanche mai visto un cadavere prima di venire nel Barile» ammise Wylan.

«Non è qualcosa di cui vergognarsi» disse Jesper, sorprendendosi un po’. Ma diceva sul serio. Wylan
doveva imparare a badare a se stesso, ma sarebbe stato bello se avesse potuto farlo a distanza non troppo
ravvicinata con la morte. «Assicurati che i bavagli siano belli stretti.»

Presero la precauzione in più di bloccare le guardie già legate alla base di una lastra di pietra.
Probabilmente quei poveri idioti sarebbero stati trovati prima di riuscire a liberarsi.

«Andiamo» disse Jesper, e attraversarono il cortile diretti alla portineria. C’erano delle porte sia a destra
sia a sinistra dell’arco.

Presero il lato destro e salirono le scale con cautela. Per quanto Jesper non credesse ci fosse qualcuno
acquattato ad attenderli, delle guardie avrebbero potuto essere state incaricate di proteggere a tutti i
costi il congegno di apertura e chiusura del cancello. Invece la stanza sopra l’arco era vuota, illuminata
solo da una lanterna situata su un tavolino dove un libro giaceva aperto accanto a un mucchietto di noci
intere e gusci rotti. Le pareti erano ricoperte da rastrelliere zeppe di fucili – fucili molto costosi – e Jesper
diede per scontato che le casse sugli scaffali fossero piene di munizioni. Non c’era un granello di polvere
da nessuna parte. Troppo ordinati, questi Fjerdiani.

La stanza era quasi del tutto occupata da un grosso argano, con delle maniglie a entrambi i lati, avvolto
da spessi giri di catena. Vicino a ognuna delle due maniglie, le catene diventavano raggi tesi che si
infilavano dentro fessure nella pietra.

Wylan piegò la testa di lato. «Uh.»

«Non mi piace quel verso. Cosa c’è?»


«Mi aspettavo delle corde, o dei cavi, non delle catene di ferro. Se vogliamo che i Fjerdiani non riescano a
tenere aperto il cancello, dovremo tagliare il ferro.»

«Ma poi come inneschiamo il Protocollo Nero?»

«È questo il problema.»

L’Orologio Maggiore prese a suonare i dieci rintocchi.

«Indebolirò gli anelli» disse Jesper. «Cerca una lima o qualsiasi cosa abbia una punta.»

Wylan sollevò le cesoie prese in lavanderia.

«Ce le faremo andar bene» disse Jesper. Avrebbero dovuto andare bene.

“Abbiamo tempo” si disse mentre si concentrava sulla catena. “Possiamo ancora farcela.” Jesper sperò che
gli altri non avessero trovato sorprese.

Forse Matthias si sbagliava sull’Isola Bianca. Forse le cesoie si sarebbero spezzate tra le mani di Wylan.
Forse Inej avrebbe fallito. Oppure Nina. Oppure Kaz.

Oppure io. Forse fallirò io.

Sei persone, e un migliaio di modi in cui questo folle piano poteva finire male.
31

NINA

Nove rintocchi e mezzo


Nina si arrischiò a guardarsi alle spalle un’altra volta, e osservò le guardie trascinare via Inej. È sveglia,
ed è micidiale. Inej è capace di badare a se stessa.

Il pensiero le offrì un po’ di conforto, e doveva darsi una mossa. Era arrivata insieme a Inej, e Nina voleva
sparire prima che la guardia che l’aveva fermata iniziasse a sospettare anche di lei. E poi non c’era niente
che potesse fare per Inej ora, non senza tradirsi e rovinare tutto. Si tuffò nella folla e si slacciò il vistoso
mantello di crine di cavallo, facendolo strusciare per terra dietro di sé, quindi lasciò che cadesse e che la
folla lo calpestasse. Anche il costume che aveva indosso faceva girare le teste, ma almeno adesso non
doveva preoccuparsi che una grossa criniera rossa rivelasse dove si trovava.

Il ponte di vetro si erse davanti a lei in un arco scintillante, con le fiamme blu delle lanterne che
brillavano sulle guglie. La gente rideva e si sorreggeva a vicenda mentre saliva sopra il fossato di ghiaccio
la cui superficie, di sotto, splendeva come uno specchio quasi perfetto. L’effetto era sconcertante e dava le
vertigini; le sue scarpette troppo strette e ricoperte di perline sembravano fluttuare a mezz’aria. La gente
accanto a lei sembrava che stesse camminando sul nulla assoluto.

Di nuovo, Nina ebbe la spiacevole intuizione che in un lontano passato fosse stata l’abilità dei Fabrikator a
edificare questo posto. I Fjerdiani sostenevano che la Corte di Ghiaccio fosse opera di un dio o di Sënj
Egmond, uno dei Santi che secondo loro aveva sangue Fjerdiano nelle vene. Ma a Ravka la gente aveva
preso a riconsiderare i miracoli dei Santi. Erano stati dei veri prodigi o più semplicemente il lavoro di
Grisha dotati di talento? Quel ponte era un regalo da parte di Djel? Un frutto antico del lavoro degli
schiavi? Oppure la Corte di Ghiaccio era stata costruita in un’epoca precedente a quella in cui i Grisha
erano diventati dei mostri agli occhi dei Fjerdiani?

Sul punto più alto del ponte, Nina vide veramente per la prima volta l’Isola Bianca e il suo cerchio
interno. Da lontano, aveva già notato che l’isola era protetta da un altro muro. Ma da questo punto di
vista privilegiato, scoprì che il muro era stato realizzato a forma di leviatano, un enorme drago dei ghiacci
che circondava l’isola e ingoiava la propria coda. Nina rabbrividì. Lupi, draghi, qual era il prossimo? Nelle
favole Ravkiane, i mostri aspettavano di essere risvegliati dal richiamo degli eroi. “Be’” pensò, “noi non
siamo di certo degli eroi. Speriamo che questo mostro continui a dormire.”

La discesa dal ponte era ancora più vertiginosa, e Nina fu sollevata quando mise di nuovo piede sul solido
marmo. Alberi bianchi di ciliegio e siepi di platani argentati bordavano il vialetto, e i controlli da questo
lato del ponte sembravano decisamente meno rigidi. Le guardie sull’attenti indossavano raffinate uniformi
candide abbellite da pellicce e merletti d’argento molto poco minacciosi. Ma Nina si ricordò di cosa aveva
detto Matthias: più ci si addentra nei cerchi interni, più la sicurezza in realtà si stringe – diventa solo
meno evidente. Guardò le persone che si spostavano con lei su per le scale scivolose e attraverso la
fessura situata tra la coda e le fauci del drago. Quanti di loro erano davvero degli ospiti, dei nobiluomini,
degli artisti? E quanti erano soldati Fjerdiani o drüskelle travestiti?

Attraversarono un cortile di pietra all’aperto, varcarono le porte di un palazzo ed entrarono in un ingresso


a volta alto parecchi piani. L’edificio era fatto della stessa pietra bianca, pulita e disadorna di cui erano
costituite le pareti della Corte di Ghiaccio, e sembrava che fosse stato ricavato per intero da un
ghiacciaio. Nina non sapeva se erano i nervi, l’immaginazione, o se quel posto fosse particolarmente
freddo, ma aveva la pelle d’oca, e dovette sforzarsi di non battere i denti.

Entrò in un’ampia sala da ballo rotonda, affollata di gente che danzava e beveva sotto un branco
luccicante di lupi cesellati nel ghiaccio. Ci dovevano essere almeno una trentina di bestie scolpite, che
correvano, che saltavano, i fianchi che brillavano alla luce argentata, le fauci spalancate, e i musi che
lentamente si scioglievano e di tanto in tanto gocciolavano sulla folla sottostante. Sopra il brusio delle
chiacchiere, la musica proveniente da un’orchestra si udiva appena.

L’Orologio Maggiore iniziò a suonare i dieci rintocchi. Ci aveva messo troppo ad attraversare quello
stupido ponte di vetro. Le serviva una visuale migliore della sala. Mentre si dirigeva verso una vertiginosa
scalinata di pietra bianca, con la coda dell’occhio avvistò due figure familiari nell’ombra di una nicchia lì
vicino. Kaz e Matthias. Ce l’avevano fatta. E indossavano l’uniforme da drüskelle. Nina represse un
brivido. Vedere Matthias con quella divisa le faceva sentire un tipo diverso di freddo nelle ossa. Che cosa
aveva pensato Matthias quando se l’era messa? Lasciò che i propri occhi incontrassero per un istante
quelli di lui, ma il suo sguardo era impenetrabile. E tuttavia, vedere Kaz le fu di conforto. Non era sola, ed
erano ancora in orario.
Non rischiò nemmeno un cenno di riconoscimento, ma continuò a salire le scale verso il balcone al
secondo piano, da dove avrebbe potuto vedere meglio il flusso della folla. Era un trucco che aveva
imparato a scuola da Zoya Nazyalensky. C’erano degli schemi nel modo in cui gli individui si muovevano,
nel modo in cui si stringevano attorno al potere. La gente pensava di vagare, di aggirarsi qua e là senza
meta, in realtà era attirata verso le persone di un certo status. Com’era prevedibile, una grossa
concentrazione vorticava attorno alla regina dei Fjerdiani e ai suoi cortigiani. “Che strano” pensò Nina,
osservando i loro abiti da sera bianchi. A Ravka, il bianco era un colore da inservienti. In compenso c’era
poco da storcere il naso davanti a quella corona: spine attorcigliate di diamanti che sembravano rami
raggianti di nuova brina.

I reali erano troppo ben protetti per esserle utili, ma non lontano da lì Nina vide un altro mulinello attorno
a un gruppo di persone in abiti militari.

Se qualcuno sapeva dove fosse Yul-Bayur sull’isola, doveva essere un esponente di alto livello nelle forze
armate di Fjerda.

«Bella vista, vero?»

Nina per poco non sobbalzò quando un uomo le spuntò di fianco. Che gran spia che era. Non l’aveva
neanche notato avvicinarsi.

Lui le fece un gran sorriso e le mise una mano in fondo alla schiena. «Lo sa, ci sono delle stanze, qua,
riservate ai piccoli piaceri. E lei sembra molto più di un piccolo piacere.» La mano scivolò ancora più in
basso.

Nina gli rallentò il battito cardiaco, e lui cadde come un sasso, sbattendo il capo contro la ringhiera. Si
sarebbe svegliato in una decina di minuti con un brutto mal di testa e forse una piccola commozione
cerebrale.

«Tutto bene?» chiese una coppia di passaggio.

«Ha bevuto troppo» disse Nina, disinvolta.

Scivolò rapidamente giù per le scale e si immerse nella folla, procedendo fermamente verso un gruppo di
soldati in abiti militari bianchi e argento che circondavano un uomo corpulento con un lussureggiante
paio di baffi. Se la costellazione di medaglie che aveva sul petto voleva dire qualcosa, doveva essere il
generale o giù di lì. Avrebbe dovuto puntare a lui direttamente? A lei serviva qualcuno abbastanza in alto
da avere accesso a informazioni riservate. E anche qualcuno abbastanza sbronzo da prendere decisioni
sconsiderate, ma non così sbronzo da non riuscire a portarla dove lei doveva andare. Dall’aspetto
rubicondo delle guance e dal modo in cui barcollava, sembrava che il generale non potesse fare alcunché
a eccezione di un pisolino a faccia in giù dentro una pianta in vaso.

Nina sentiva scorrere i minuti. Era tempo di fare la propria mossa. Sgraffignò un bicchiere di champagne
e si avvicinò cautamente al circolo di militari. Non appena un soldato si staccò dal gruppo lei fece un
passo indietro, direttamente sulla sua traiettoria. Lui le andò addosso. Era un tipo piuttosto agile e non fu
un grosso urto, ma Nina lanciò un grido acuto e barcollò in avanti rovesciando lo champagne. All’istante,
diverse braccia forti si allungarono per sorreggerla.

«Sei uno scemo» disse il generale. «L’hai quasi buttata a terra.»

“E al primo tentativo” pensò Nina tra sé e sé. “Come non detto. Sono una spia eccezionale.”

Le guance del povero soldato erano di un rosso acceso. «Le mie scuse, signorina.»

«Mi spiace» disse lei in Kerch, fingendo di essere confusa e attenendosi alla lingua del Serraglio. «Non
parlo il Fjerdiano.»

«Le mie più sentite scuse» provò il soldato in Kerch. Poi fece un valoroso tentativo in Kaelish. «Molto
spiacente.»

«Oh no, è stata interamente colpa mia» disse Nina affannosamente.

«Ahlgren, smettila di massacrare la sua lingua e vai a prenderle un altro bicchiere di champagne.» Il
soldato si inchinò e si allontanò in fretta. «Va tutto bene? Le cerco una sedia?» domandò il generale in un
ottimo Kerch.

«Mi sono solo spaventata» disse Nina con un sorriso, sorreggendosi al braccio del generale.

«La mia opinione è che farebbe meglio a coricarsi.»

Nina inarcò un sopracciglio. Non ho dubbi. Ma prima devo scoprire quello che sai.
«E perdermi la festa?»

«Sembra pallida. Un po’ di riposo in una delle stanze al piano di sopra l’aiuterà.»

Per tutti i Santi, non perde tempo, vero? Prima che Nina potesse insistere che stava benissimo, ma le
sarebbe piaciuto fare un giro sulla terrazza, una voce calda disse: «Veramente, Generale Eklund, il modo
migliore per conquistare i favori di una donna non è quello di dirle che ha un aspetto malaticcio».

Il generale si accigliò, i baffi si fecero irti, ma poi sembrò scattare sull’attenti.

«Verissimo, verissimo» disse ridendo nervosamente.

Nina si voltò, e fu come se il pavimento le crollasse sotto i piedi. “No” pensò, con il cuore stretto dal
panico. “Non può essere. È annegato. Dovrebbe stare in fondo all’oceano.”

Ma se era morto Jarl Brum, era il cadavere più in forma di tutti i tempi.
32

JESPER

Dieci rintocchi e mezzo


I vestiti di Jesper erano coperti di schegge e trucioli di ferro. L’uniforme che aveva sottratto alla guardia
era inzuppata di sudore, le braccia gli dolevano e il mal di testa che si era insinuato nella sua tempia
sinistra sembrava che avesse deciso di prendervi fissa dimora. Per quasi mezz’ora si era concentrato su
un singolo anello della catena che scorreva dall’estremità sinistra dell’argano a una delle fessure nel
muro di pietra, usando il proprio potere per indebolire il metallo, mentre Wylan usava le cesoie della
lavanderia per segarlo. All’inizio erano stati cauti, preoccupati di spezzare l’anello e mettere fuori uso il
cancello prima che fosse arrivato il momento di alzarlo, ma il ferro era più resistente di quello che
avevano previsto, e i loro progressi erano lenti in maniera esasperante. Quando suonarono i rintocchi dei
tre quarti, il panico prese il sopravvento su Jesper.

«Basta, alziamo il cancello» disse con un ringhio frustrato. «Facciamo suonare il Protocollo Nero, poi
spariamo all’argano finché non cede.»

Wylan si tolse i riccioli dalla fronte e gli concesse un’occhiata fugace. Le sue mani erano insanguinate là
dove le vesciche si erano prima formate e poi, mentre segava l’anello, erano scoppiate. «Ti piacciono
davvero così tanto le armi?»

Jesper scrollò le spalle. «Non mi piace uccidere la gente.»

«Allora di che cosa si tratta?»

Jesper si rimise al lavoro sull’anello. «Non lo so. Il rumore. Il modo in cui il mondo si restringe attorno a
te e al bersaglio. Ho lavorato con un armaiolo a Novyi Zem che sapeva che io ero un Fabrikator. Ci siamo
inventati delle cose pazzesche.»

«Per uccidere la gente.»

«Tu costruisci bombe, mercantuccio. Risparmiami i tuoi giudizi morali.»

«Mi chiamo Wylan. E hai ragione. Non sono nella posizione di poterti criticare.»

«Non cominciare.»

«A fare cosa?»

«A darmi ragione» disse Jesper. «Ci farà fare una brutta fine.»

«Neanche a me piace l’idea di uccidere la gente. Non mi piace nemmeno la chimica.»

«Cosa ti piace?»

«La musica. I numeri. Le equazioni. Non sono come le parole. I numeri... i numeri non vanno in
confusione.»

«Se potessimo parlare alle ragazze con le equazioni.»

Ci fu un lungo silenzio, al termine del quale, gli occhi fissi sulla tacca che avevano formato nell’anello,
Wylan disse: «Soltanto alle ragazze?».

Jesper trattenne un sorriso. «No. Non soltanto alle ragazze.» Era veramente un peccato che sarebbero
probabilmente morti tutti quella notte. In quel momento l’Orologio Maggiore prese a suonare gli undici
rintocchi. I suoi occhi incontrarono quelli di Wylan. Non avevano più tempo.

Jesper balzò in piedi e si spazzò via dalla faccia e dalla camicia qualche frammento di metallo. La catena
avrebbe retto abbastanza a lungo? Troppo a lungo? Adesso l’avrebbero scoperto. «Mettiti in posizione.»

Wylan prese posto alla maniglia destra dell’argano, e Jesper afferrò la maniglia a sinistra.

«Pronto a sentire il suono della tragedia che si compie?» gli fece.

«Non hai mai visto mio padre dare di matto.»

«Il tuo senso dell’umorismo sta diventando sempre più consono al Barile. Se sopravviviamo, ti insegnerò a
imprecare. Al mio via» disse Jesper. «Facciamo sapere alla Corte di Ghiaccio che gli Scarti sono venuti a
trovarli.»
Jesper contò a rovescio dal tre e poi presero a girare l’argano, tentando di adeguarsi al ritmo l’uno
dell’altro, gli occhi sull’anello indebolito. Jesper si era aspettato dei rumori assordanti, ma a eccezione di
qualche cigolio e qualche scricchiolio, il macchinario era silenzioso.

Lentamente, il cancello delle mura ad anello cominciò ad alzarsi. Cinque pollici. Dieci pollici.

“Forse non succederà nulla” pensò Jesper. “Forse Matthias stava mentendo, o forse tutta questa storia del
Protocollo Nero è una balla per dissuadere la gente anche solo dal provarci, ad aprire i cancelli.”

E poi le campane dell’Orologio Maggiore risuonarono forti, come se fossero in preda al panico, acute ed
esigenti, una marea crescente di echi che riverberavano, che si rincorrevano, che rimbombavano per
l’Isola Bianca, il fossato di ghiaccio, il muro. Le campane del Protocollo Nero. Adesso non c’era modo di
tornare indietro. Jesper e Wylan mollarono le maniglie dell’argano in contemporanea, lasciando che il
cancello precipitasse giù, ma l’anello ancora non cedette.

«Avanti» disse Jesper, per convincere quel metallo ostinato. Con ogni probabilità, un Fabrikator più in
gamba avrebbe fatto un lavoro veloce. E uno sotto l’effetto della parem avrebbe trasformato la catena in
un set di coltelli da bistecca e gli sarebbe rimasto il tempo per farsi una tazza di caffè.

Ma Jesper non era nessuno dei due, e si era stancato di andare per il sottile. Si aggrappò alla catena, vi si
appese e usò tutto il proprio peso per fare pressione sull’anello. Wylan fece lo stesso, e per un momento
penzolarono dalla catena e la strattonarono come una coppia di scoiattoli che non padroneggiavano
ancora l’arte di arrampicarsi. Ormai, in qualunque istante le guardie avrebbero potuto precipitarsi
infuriate nel cortile, e loro avrebbe dovuto piantarla con questa follia per difendersi. Il cancello era
ancora in funzione.

Avevano fallito.

«Forse dovresti cantargli qualcosa» disse Jesper senza speranza.

E in quel momento, con un tremito finale di protesta, l’anello si spezzò.

Jesper e Wylan caddero sul pavimento mentre la catena sfrecciava tra le loro mani: un’estremità sparì nel
buco del muro, l’altra fece girare velocissime, a vuoto, le maniglie dell’argano.

«Ce l’abbiamo fatta!» urlò Jesper sopra il frastuono delle campane, tra l’eccitazione e il terrore. «Ti copro
io. Tu pensa all’argano!»

Jesper prese il fucile, si rannicchiò in una nicchia del muro affacciata sul cortile, e si preparò a scatenare
l’inferno.
33

INEJ

Dieci rintocchi e mezzo


«Per quanto dobbiamo stare ancora qui ad aspettare?» chiese un uomo in un abito di velluto color
vinaccia. Le guardie lo ignorarono, ma gli altri ospiti radunati accanto all’entrata con Inej brontolarono.
«Mi è costato un occhio della testa venire qui» continuò l’uomo «e non l’ho fatto per passare tutto il
tempo sulla porta d’ingresso.»

La guardia a loro più vicina recitò in tono piatto: «Gli uomini al posto di blocco stanno controllando altri
ospiti. Non appena saranno disponibili, sarete riportati indietro, oltre le mura ad anello, e trattenuti lì
finché le vostre generalità non saranno state verificate».

«Trattenuti» disse l’uomo in velluto. «Come criminali!»

Inej aveva sentito variazioni sul tema dello stesso dialogo per quasi un’ora. Lanciò un’occhiata al cortile
che portava al cancello dell’ambasciata. Se voleva seguire il piano doveva essere furba, e restare calma.
Peccato che non fosse esattamente questo il piano, e lei non fosse assolutamente calma. La sicurezza e
l’ottimismo che aveva provato solo poco prima si erano volatilizzati. Rimase in attesa mentre i minuti
scorrevano, con gli occhi che scrutavano la folla. Ma quando suonarono i tre quarti, si rese conto che non
poteva più aspettare. Doveva agire subito.

«Ne ho avuto abbastanza» disse a voce alta. «Portateci al posto di blocco o lasciateci andare.»

«Le guardie di presidio al posto di blocco...»

Inej si portò in testa al gruppo e disse: «Siamo tutti stufi di sentire questo discorso. Portateci al cancello e
procediamo».

«Fate silenzio» ordinò la guardia. «Siete degli ospiti, qui.»

Inej gli affondò un dito nel petto. «Allora trattateci come tali» disse, facendo la migliore imitazione
possibile di Nina. «Esigo di essere portata al cancello immediatamente, grosso energumeno biondo.»

La guardia l’afferrò per il braccio. «Sei così impaziente di andare al cancello? Andiamo. Non tornerai
indietro.»

«Io dico solamente...»

Un’altra voce echeggiò per la rotonda. «Fermi! Voi, laggiù, ho detto fermi!»

Inej sentì un odore denso e pastoso di gigli dorati. Il suo profumo. Voleva morire. Heleen Van Houden,
padrona e titolare del Serraglio, la Casa delle Creature Esotiche, dove il mondo era tuo se pagavi un
prezzo, si stava facendo largo tra la folla.

Aveva già detto che Tante Heleen adorava le entrate a effetto?

La guardia si fermò di colpo, colta di sorpresa, quando Heleen gli apparve davanti. «Signora, la sua
ragazza le sarà restituita alla fine della notte. I suoi documenti...»

«Lei non è una mia ragazza» disse Heleen, con gli occhi ridotti a due fessure crudeli. Inej rimase
perfettamente immobile, nemmeno lei poteva sparire se non aveva un posto dove andare. «Questa è lo
Spettro, il braccio destro di Kaz Brekker e una delle più note criminali di Ketterdam.»

La gente intorno si voltò a guardare.

«Come osi venire qui sotto la protezione della mia Casa?» sibilò Heleen. «La casa che ti ha nutrita e
vestita? E dov’è Adjala?»

Inej aprì la bocca, ma il panico si levò a serrarle la gola e a soffocare le parole prima che potessero uscire.
La lingua era inutile e paralizzata. Ancora una volta, stava guardando negli occhi della donna che l’aveva
colpita, minacciata, comprata una volta e poi venduta, e rivenduta, innumerevoli volte. Heleen l’afferrò
per le spalle e la scrollò. «Dov’è la mia ragazza?»

Inej abbassò lo sguardo a fissare le dita che le scavavano nella carne. Per un brevissimo istante le tornò in
mente ogni orrore, e diventò per davvero uno spettro, un fantasma che si staccava da un corpo che le
aveva procurato solo sofferenza. No. Un corpo che le aveva dato la sua forza. Un corpo che l’aveva
portata sopra i tetti di Ketterdam, che l’aveva servita in battaglia, che l’aveva condotta su per sei piani
nell’oscurità di una canna fumaria sporca di fuliggine.
Inej prese il polso di Heleen e lo torse con violenza. Heleen strillò e piegò le ginocchia mentre le guardie
scattavano in avanti.

«Ho scaraventato la tua ragazza nel fossato di ghiaccio» ringhiò Inej, che a malapena riconobbe la
propria voce. Con l’altra mano abbrancò la gola di Heleen e la strinse. «E si trova meglio laggiù che con
te.»

Poi delle braccia vigorose la strattonarono via, la staccarono dall’altra donna e la tirarono indietro.

Inej ansimò, il cuore lanciato al galoppo. “Avrei potuto ucciderla” pensò. “La sua vita mi pulsava in mano.
Avrei dovuto ucciderla.”

Heleen si rimise in piedi, piagnucolando e tossendo mentre gli ospiti si avvicinavano per aiutarla. «Se lei
è qui, vuol dire che c’è anche Brekker!» strillò.

Proprio in quel momento, manco a farlo apposta, le campane del Protocollo Nero attaccarono a suonare,
forti e insistenti. Ci fu un momento di inerme stordimento. Poi l’intera rotonda sembrò mettersi in azione
mentre le guardie correvano ai propri posti e i comandanti iniziavano a dare ordini.

Uno dei soldati, evidentemente il capitano, disse qualcosa in Fjerdiano. L’unica parola che Inej riconobbe
fu prigione. Lui la prese per la seta del mantello e urlò in Kerch: «Chi c’è con te? Qual è il vostro
obiettivo?».

«Non dirò niente» replicò Inej.

«Canterai, se vogliamo che tu lo faccia» sputò la guardia.

La risata di Heleen era bassa e colma di piacere. «Ti vedrò appesa alla forca. Insieme a Brekker.»

«Il ponte è chiuso» annunciò qualcuno. «Nessun altro potrà entrare o uscire dall’isola questa notte!» Gli
ospiti, arrabbiati, si girarono verso chiunque fosse disposto ad ascoltarli, pretendendo spiegazioni.

Mentre le campane continuavano a suonare, le guardie trascinarono via Inej attraverso il cortile, oltre gli
uomini a bocca aperta, e fuori dal cancello delle mura ad anello. Ora non si preoccupavano più di
mostrare gentilezza o diplomazia.

«Te l’avevo detto che avresti messo ancora le mie vesti, piccola lince» gridò Heleen dall’altra parte del
cortile. Il cancello si stava già abbassando, e le guardie lo stavano sigillando come previsto dal Protocollo
Nero. «E adesso ti ci impiccheranno, con quelle vesti.»

Il cancello si chiuse con violenza, ma Inej avrebbe giurato di riuscire ancora a sentire la risata di Heleen.
34

NINA

Dieci rintocchi e mezzo


Nina pregò perché il terrore che provava non fosse evidente. Brum l’aveva riconosciuta? Lui era
esattamente lo stesso: lunghi capelli biondi brizzolati alle tempie, la mascella sottile coperta da una barba
curata, l’uniforme dei drüskelle: nero e argento, la manica destra che esibiva la testa del lupo argentato.
Era passato più di un anno da quando si erano incontrati, ma lei non avrebbe mai scordato quella faccia o
l’azzurro determinato di quegli occhi.

L’ultima volta che si era ritrovata in sua compagnia, Jarl Brum si stava vantando di Matthias e dei suoi
fratelli drüskelle nella stiva di una nave. Matthias. Aveva visto che Brum, il suo mentore, era vivo e stava
parlando con lei? Li stava osservando proprio in quel momento? Nina riuscì a non cedere alla tentazione
di setacciare la folla in cerca di lui e di Kaz.

Tuttavia, la stiva della nave era buia, e lei era una dei prigionieri: sudicia e terrorizzata. Ora era pulita e
profumata. I suoi capelli di un altro colore; la sua pelle incipriata. Si sentì all’improvviso grata per
quell’assurdo costume. Brum era un uomo, dopotutto. C’era da sperare che Inej avesse ragione, e che
Brum vedesse soltanto una Kaelish dai capelli rossi con una scollatura molto accentuata.

Si inchinò quasi fino a terra e lo guardò tra le ciglia. «Piacere.»

Lo sguardo di lui vagò sulle forme di lei. «Potrebbe esserlo, in effetti. Viene dalla Casa delle Creature
Esotiche, vero? Kep ye nom?»

«Nomme Fianna» rispose lei in Kaelish. La stava mettendo alla prova? «Ma può chiamarmi come vuole.»

«Credevo che le ragazze Kaelish del Serraglio indossassero il mantello rosso da giumenta.»

Le i mise il broncio. «La nostra ragazza Zemeni l’ha calpestato e ha strappato via l’orlo. Secondo me l’ha
fatto di proposito.»

«Dannata ragazza. Andiamo a cercarla e la puniamo?»

Nina fece una risatina forzata. «In che modo vorrebbe farlo?»

«Dicono che la punizione debba essere adeguata al crimine, ma secondo me dovrebbe adeguarsi al
criminale. Se lei fosse mia prigioniera, sarebbe mia premura capire cosa le piace e cosa le dispiace, e di
cosa ha paura, ovviamente.»

«Io non ho paura di niente» disse lei facendogli l’occhiolino.

«Veramente? Molto intrigante. I Fjerdiani apprezzano moltissimo il coraggio. Come le sembra il nostro
paese?»

«È un posto incantevole» tubò Nina. Se ti piace il ghiaccio con dell’altro ghiaccio. Si fece forza. Se lui
sapeva chi era, tanto valeva scoprirlo subito. E se non lo sapeva, bene, allora era ancora necessario che
lei localizzasse Bo Yul-Bayur – e che soddisfazione sarebbe stata, strappare l’informazione al leggendario
Jarl Brum. Gli si fece più vicina. «Lo sa cosa mi piacerebbe davvero visitare?»

Anche lui usò un tono da cospiratore. «Vorrei tanto conoscere tutti i suoi segreti.»

«Ravka.»

Le labbra del drüskelle si serrarono. «Ravka? Una terra di blasfemi e barbarie.»

«Vero, ma vedere un Grisha? Riesce a immaginare l’emozione?»

«Glielo assicuro. Non è affatto un’emozione.»

«Lei dice così solo perché indossa il simbolo del lupo. Il che significa che lei è un... drüskelle, sì?» chiese
lei, facendo finta di essere in difficoltà con la pronuncia Fjerdiana.

«Sono il loro comandante.»

Nina sgranò gli occhi. «Allora lei deve avere sconfitto molti Grisha in battaglia.»

«Non c’è molto onore nel combattere con delle creature simili. Preferirei trovarmi di fronte un migliaio di
uomini leali armati di spada che una di quelle streghe bugiarde dai poteri contro natura.»
E quando arrivate con i vostri fucili automatici e i vostri carri armati, quando aggredite bambini e villaggi
inermi, noi non dovremmo usare le armi in nostro possesso? Nina si morse con forza l’interno della
guancia.

«Ci sono dei Grisha a Kerch, non è vero?» domandò Brum.

«Così ho sentito dire, ma non ne ho mai visto uno al Serraglio oppure nel Barile. Almeno, non che io
sappia.» Poteva rischiare di fare cenno alla jurda parem? La ragazza che stava fingendo di essere come
poteva avere certe informazioni? Si sporse verso di lui, piegando le labbra in un malizioso sorriso
colpevole, nella speranza di apparire più smaniosa di eccitazione che di informazioni. «Lo so che sono
spaventosi, ma... mi eccitano. Ho sentito che i loro poteri non hanno limiti.»

«Be’...» tentennò il drüskelle.

Nina lo vide dibattuto. Meglio battere abilmente in ritirata. Scrollò le spalle. «Ma forse non è questa
l’area di sua competenza.» Lanciò un’occhiata oltre la spalla di lui e attirò l’attenzione di un giovane
nobiluomo con un abito di seta grigio chiaro.

«Vorrebbe vedere un Grisha stanotte?»

Lo sguardo di Nina tornò alla svelta sul comandante dei drüskelle. Tutto quello di cui ho bisogno è uno
specchio. Brum aveva recluso dei prigionieri Grisha da qualche parte? Quello che voleva lei era sentire
tutto quello sapeva lui di Bo Yul-Bayur e della jurda parem, ma questo poteva essere un inizio. E se si
fosse ritrovata da sola con Brum...

Lei gli sfiorò il petto. «Mi sta stuzzicando.»

«Se lei sgattaiola via, la sua padrona ci farà caso?»

«Non siamo qui per questo? Per sgattaiolare via?»

Lui le porse il braccio. «Allora andiamo?»

Lei sorrise e posò una mano sull’avambraccio di lui. Lui gliela carezzò delicatamente.

«Brava ragazza.»

Voleva vomitare. “Magari ti rendo impotente” pensò Nina cupamente, mentre lui la guidava fuori dalla
sala da ballo e attraverso una foresta a terrazze di sculture di ghiaccio: un lupo con una doppia aquila
stridente tra le fauci, un serpente avvolto attorno a un orso.

«Com’è... primitivo» mormorò lei.

Brum fece una risatina e le accarezzò di nuovo la mano. «Siamo una civiltà guerriera.»

“Sarebbe stato così stupido ucciderlo ora?” prese in considerazione Nina mentre passeggiavano. “Farlo
sembrare un attacco di cuore? Lasciarlo lì al freddo?” Ma poteva sopportare ancora per un po’ che Jarl
Brum sbirciasse la sua scollatura, se questo voleva dire salvare il mondo dalla jurda parem.

Inoltre, se Bo Yul-Bayur era su quest’isola abbandonata dai Santi, Brum era uno dei pochi a poterla
condurre da lui. Le guardie alle porte della sala da ballo li avevano lasciati passare con poco più di un
sopracciglio alzato e un sorrisetto.

Davanti a loro, Nina vide un enorme albero argentato al centro di un cortile rotondo, i cui grossi rami si
aprivano sopra delle pietre a formare una tettoia scintillante. “Il frassino sacro” realizzò Nina. Quindi
dovevano essere nel centro dell’isola. Il cortile era circondato da colonnati ad arco su entrambi i lati. Se i
disegni di Matthias e Wylan erano giusti, l’edificio subito dopo era la camera del tesoro.

Invece di condurla attraverso il cortile, Brum girò a sinistra su un sentiero che abbracciava il colonnato.
Mentre lo percorreva, Nina intravide un gruppo di persone con giacche e cappucci neri avvicinarsi
all’albero.

«Chi sono?» domandò, anche se sospettava di saperlo.

«Drüskelle.»

«Non dovrebbe essere con loro?»

«Questa cerimonia è dedicata ai giovani fratelli a cui gli anziani danno il benvenuto, non ai capitani e agli
ufficiali.»

«Lei ci è passato?»
«Ogni drüskelle della storia è stato iniziato all’ordine con la stessa identica cerimonia da quando Djel ha
consacrato il primo di noi.»

Nina si sforzò di non alzare gli occhi al cielo. Come no, una gigantesca sorgente zampillante ha scelto dei
tizi per dare la caccia a della gente innocente e massacrarla. Sembra plausibile.

«Ecco quello che celebra Hringkälla» continuò Brum. «E ogni anno, se sono degli iniziati di valore, i
drüskelle si radunano presso il frassino sacro, dove possono ancora una volta sentire la Voce di Dio.»

Djel dice che sei un fanatico, ubriaco del tuo stesso potere. Torna l’anno prossimo.

«Le persone dimenticano che questa è una notte sacra» brontolò Brum. «Vengono a palazzo per bere,
danzare e fornicare.»

Nina dovette morsicarsi la lingua. Considerato l’interesse di Brum per la sua scollatura, dubitava che i
suoi pensieri fossero particolarmente puri.

«Sono cose così brutte?» chiese in tono provocatorio.

Lui sorrise e le strinse il braccio. «No, se fatte con moderazione.»

«La moderazione non è il mio forte.»

«Lo vedo» disse lui. «Ha l’aspetto di una donna che si diverte.»

“Mi divertirei a strangolarti lentamente” pensò Nina mentre con le dita gli accarezzava il braccio.
Guardandolo, si rese conto che non lo biasimava soltanto per le cose che aveva fatto ai Grisha, ma anche
per quello che aveva fatto a Matthias. Aveva preso un ragazzo triste e coraggioso, e lo aveva nutrito di
odio. Aveva messo a tacere la coscienza di Matthias con i pregiudizi e la promessa della voce divina, che
probabilmente non era altro che un alito di vento tra i rami di un vecchio albero.

Raggiunsero il lato più lontano del colonnato. All’improvviso, si rese conto che Brum le aveva fatto fare
tutto il giro del cortile. Forse non aveva voluto che una prostituta attraversasse un luogo sacro. Ipocrita.

«Dove stiamo andando?» gli domandò.

«Alla camera del tesoro.»

«Ha intenzione di corteggiarmi con i gioielli?»

«Non credevo che con le ragazze come lei servisse il corteggiamento. O mi sbaglio?»

Nina fece una risata. «Be’, a tutte le ragazze piace qualche piccola attenzione.»

«Allora è quello che avrà. Insieme all’emozione che andava cercando.»

Possibile che Yul-Bayur fosse nella camera del tesoro? Kaz aveva detto che sarebbe stato nel posto più
sicuro della Corte di Ghiaccio. Questo poteva voler dire il palazzo, ma poteva significare altrettanto
facilmente la camera del tesoro. Perché non qui? Era un’altra struttura circolare realizzata nella bianca
pietra lucente, ma non aveva finestre, né decorazioni bizzarre o squame di drago. Aveva l’aspetto di una
tomba. Al posto delle guardie comuni, c’erano due drüskelle a sorvegliare la porta massiccia.

Improvvisamente, tutto il peso di quello che stava facendo le piombò addosso. Era da sola con uno degli
uomini più pericolosi di Fjerda, un uomo che l’avrebbe torturata e uccisa con gioia se avesse saputo chi
era davvero. Il piano prevedeva che lei trovasse qualcuno che potesse darle informazioni su dov’era
recluso Bo Yul-Bayur, non che diventasse intima del drüskelle più potente dell’Isola Bianca. Gli occhi di lei
esaminarono gli alberi e i sentieri circostanti, il labirinto di siepi fatto crescere addosso al lato est della
camera del tesoro, sperando di veder muoversi qualche ombra, sperando di scoprire che c’era qualcuno lì
con lei e che non era del tutto sola. Kaz aveva giurato che l’avrebbe tirata fuori da quest’isola, ma il piano
originario era andato a rotoli, e forse anche questo avrebbe subìto la stessa sorte.

I soldati non batterono ciglio al passaggio di Nina e Brum, si limitarono ad accennare il saluto militare.
Brum si tolse una catenella dal collo, da cui pendeva uno strano disco rotondo. Fece scivolare il disco
dentro una rientranza quasi invisibile nella porta e gli diede un giro. Nina guardò con attenzione la
serratura. Questa avrebbe potuto superare persino le capacità di Kaz.

L’ingresso della volta a botte era freddo e spoglio, illuminato dalla stessa luce dura e accecante che c’era
all’interno delle celle dei Grisha nell’ala della prigione. Niente lampade a gas, niente candele. Niente che
i Chiamatempeste o gli Inferni potessero controllare.

Lei strizzò gli occhi. «Dove siamo?»


«Nella vecchia camera del tesoro. La cassaforte è stata spostata anni fa. Questa stanza è stata
trasformata in un laboratorio.»

Laboratorio. A quella parola un nodo freddo si formò sotto le costole di Nina. «Perché?»

«Com’è curiosa la mia piccina.»

“Sono alta quasi come te” pensò lei.

«La camera del tesoro era già sicura e in una posizione strategica sull’Isola Bianca, per cui è stata una
scelta logica utilizzarla per una struttura del genere.»

Le parole erano innocue, ma quel nodo di paura si strinse, ora era un pugno gelido che le premeva contro
il petto. Avanzò fianco a fianco con Brum lungo la sala a volta, oltre le lisce porte bianche, dotate ciascuna
di una finestrella di vetro.

«Eccoci qui» disse lui, fermandosi di fronte a una porta che sembrava identica alle altre.

Nina sbirciò attraverso il vetro. La cella era come quelle all’ultimo piano della prigione, ma il pannello
d’osservazione era sull’altro lato: un grosso specchio che occupava metà della parete di fronte. Dentro,
vide un ragazzino con indosso una kefta blu inzaccherata che faceva avanti e indietro senza sosta,
farfugliando tra sé e sé e grattandosi le braccia. Gli occhi erano delle cavità vuote, i capelli sporchi.
Assomigliava a Nestor prima che morisse.

“I Grisha non si ammalano” pensò Nina. Ma questa era un’altra specie di malattia.

«Non sembra molto minaccioso.»

Brum si mosse dietro di lei. Il suo respiro le sfiorò l’orecchio quando disse: «Oh, mi creda, lo è».

La pelle di Nina si accapponò, ma lei si costrinse ad abbandonarsi leggermente a lui. «Come mai è qui?»

«Il futuro.»

Nina si voltò e gli appoggiò le mani sul petto.

«Ce ne sono degli altri?»

Lui sbuffò, spazientito, e la condusse alla porta successiva. Una ragazza era coricata sul fianco, i capelli
arruffati le coprivano il viso. Indossava una sottoveste sporca e aveva le braccia ricoperte di lividi. Brum
diede un colpo secco alla finestrella, facendo trasalire Nina.

«Su, un po’ di vita» la sbeffeggiò lui, ma la ragazza non si mosse. Il dito di Brum si portò sopra un
pulsante d’ottone fissato vicino alla finestra. «Se vuoi un vero spettacolo, potrei premere questo tasto.»

«Che cosa fa?»

«Cose bellissime. Miracolose, addirittura.»

Nina pensava di saperlo; il pulsante avrebbe in qualche modo somministrato della jurda parem alla
ragazza. Per il divertimento di Nina. Trascinò via Brum. «Va bene cos ì.»

«Pensavo ti interessasse vedere una Grisha usare i propri poteri.»

«Oh, mi interessa, ma lei non sembra molto divertente. Ce ne sono degli altri?»

«Quasi trenta.»

Nina trasalì. Il Secondo Esercito era stato quasi annientato nella guerra civile di Ravka. Non tollerava il
pensiero che qui ci fossero trenta Grisha. «E sono tutti in quello stato?»

Lui scrollò le spalle e la spinse lungo un corridoio. «Alcuni sono in condizioni migliori. Alcuni, peggiori. Se
gliene trovo uno vivace, quale sarà la mia ricompensa?»

«Faccio prima a mostrarglielo» rispose lei facendo le fusa.

Nina ne aveva abbastanza di Grisha terrorizzati e morti di fame. A lei serviva Yul-Bayur. Brum doveva
sapere dov’era. La camera del tesoro era quasi deserta. Dentro, non avevano incrociato una sola guardia.
Se fosse riuscita a portarlo in un corridoio vuoto, lontano a sufficienza dall’ingresso, dove le guardie non
avrebbero potuto sentirli... Sarebbe stata capace di torturare un drüskelle così incallito? E di farlo
parlare? Sì, sarebbe stata in grado di farlo. Gli avrebbe tappato il naso e schiacciato la laringe. Qualche
minuto a rantolare in cerca di aria lo avrebbero ammorbidito.
«Cerchiamo un angolo tranquillo?» suggerì Nina.

Brum gongolò e gonfiò il petto in fuori. «Da questa parte, dirre» le disse, usando la parola Kaelish che sta
per “dolcezza”.

La condusse lungo una sala deserta, aprendo la porta con la chiave a forma di disco.

«Questa dovrebbe andare» disse con un inchino. «Un po’ di privacy e un po’ di charme.»

Nina gli strizzò l’occhio e gli sculettò davanti. Si era aspettata una specie di ufficio o di camera da letto
per soldati fuori servizio. Ma non c’era nessun tavolo e nessuna branda. La stanza era completamente
vuota, tranne che per uno scarico al centro del pavimento.

Girò su se stessa appena in tempo per vedere la porta chiudersi di colpo.

«No» urlò, e con le mani raspò la superficie della porta in cerca di un appiglio. Non c’erano maniglie.

La faccia di Brum apparve alla finestra. La sua espressione era compiaciuta, gli occhi freddi. «Potrei aver
esagerato con lo charme, però di privacy ce n’è parecchia, Nina.»

Lei si ritrasse.

«È così che ti chiami, non è vero?» disse lui. «Pensavi veramente che non ti avrei riconosciuta? Mi ricordo
la tua piccola faccia ostinata a bordo della nave, e abbiamo un dossier per ogni Grisha attivo a Ravka. Mi
faccio vanto di conoscerli tutti, anche quelli che spero siano stati inghiottiti dal mare.»

Nina sollevò le mani.

«Forza» disse lui. «Fammi esplodere gli occhi nelle orbite. Fammi scoppiare il cuore nel petto. Quella
porta non si aprirà, e nel tempo che impiegherai per manipolarmi il battito cardiaco io avrò premuto
questo tasto.» Nina non poteva vedere il pulsante d’ottone, ma poteva immaginare il dito di Brum che vi
gravitava sopra. «Lo sai che cosa fa? Hai visto gli effetti della jurda parem. Ti piacerebbe provarli anche
tu? In polvere è efficace, ma sotto forma di gas ancora di più.»

Nina si bloccò.

«Ragazza sveglia.» Il suo sorriso le fece venire la pelle d’oca. “Io non supplicherò” disse a se stessa. Ma
sapeva che l’avrebbe fatto. Una volta che la droga le fosse entrata in circolo, non sarebbe più stata
capace di fermarla. Inalò una boccata di aria pulita.

Un gesto inutile, infantile anche, ma era determinata a trattenerla il più a lungo possibile.

Brum riprese a parlare. «No. Questa non è la mia vendetta. C’è qualcun altro che se la merita molto di
più.» Sparì dalla finestra e un istante dopo la faccia di Matthias riempì il vetro. I suoi occhi erano spietati.

«Com’è possibile?» sussurrò Nina, nemmeno certa che potessero sentirla da dietro la porta.

«Davvero pensavi che avrei tradito il mio paese?» disse Matthias con una voce piena di ribrezzo. «Che
avrei abbandonato la causa a cui ho consacrato la mia vita? Sono andato ad avvertire Brum appena
possibile.»

«Ma tu hai detto...»

«Il proprio paese viene prima di se stessi, Zenik. È qualcosa che tu non hai mai compreso.»

Nina si portò una mano alla bocca.

«Non potrò mai più essere un drüskelle» disse Matthias. «Dovrò convivere per sempre con il marchio
infame dello “schiavista”, ma troverò un altro modo per servire Fjerda. E ti vedrò drogata di jurda parem.
Ti vedrò falcidiare la tua stessa gente e supplicare per un’altra dose. Ti vedrò tradire le persone che ami
come tu mi hai chiesto di tradire le mie.»

«Matthias...»

Lui diede un pugno alla finestra. «Non pronunciare il mio nome.» Poi sorrise, un sorriso gelido e spietato
come il mare del Nord. «Benvenuta alla Corte di Ghiaccio, Nina Zenik. Ora il nostro debito è pagato.»

Da qualche parte là fuori, le campane del Protocollo Nero si misero a suonare.


35

MATTHIAS

Undici rintocchi
«È bella» disse Brum, «in modo esagerato. Sei stato forte a non lasciarti sedurre.»

“Sono stato sedotto” pensò Matthias. “E non solo dalla sua bellezza.”

«L’allarme...» disse Matthias.

«I suoi compatrioti, senza dubbio.»

«Ma...»

«Matthias, ci penseranno i miei uomini. La Corte di Ghiaccio è al sicuro.» Si voltò a guardare la cella di
Nina. «Potremmo premere il pulsante ora.»

«Non sarà pericolosa?»

«Abbiamo mescolato la jurda parem con un sedativo che li rende più docili. Stiamo ancora lavorando ai
dosaggi giusti, ma ci siamo. E poi, con la seconda dose, ci pensa la dipendenza a tenerli sotto controllo.»

«La prima dose non basta?»

«Dipende dal Grisha.»

«Quante volte l’ha già fatto?»

Brum scoppiò a ridere. «Non le ho contate. Ma credimi, vorrà così disperatamente dell’altra jurda parem
che non oserà alzare un dito contro di noi. È una trasformazione incredibile. Secondo me la apprezzerai.»

A Matthias si aggrovigliarono le budella. «Quindi lo scienziato è rimasto in vita?»

«Ha fatto del suo meglio per replicare il processo di sintesi della droga, ma è una cosa complicata. Alcuni
lotti funzionano; altri non sono altro che polvere. Vivrà finché ci tornerà utile.» Brum mise la mano sulla
spalla di Matthias e addolcì lo sguardo. «Faccio fatica a credere che tu sia davvero qui, vivo, in piedi di
fronte a me. Pensavo fossi morto.»

«Ho pensato lo stesso di lei.»

«Quando ti ho visto nella sala da ballo, ti ho riconosciuto a malapena, malgrado l’uniforme. Sei così
cambiato.»

«Ho dovuto permettere alla strega di modificarmi.»

Il disgusto di Brum era evidente. «Tu le hai permesso di...»

In un certo senso, vedere quel tipo di reazione in qualcun altro fece vergognare Matthias del modo in cui
aveva reagito con Nina.

«Era necessario» disse. «Dovevo farle credere che avevo sposato la sua causa.»

«Adesso è tutto finito, Matthias. Sei finalmente al sicuro e con la tua gente.» Brum aggrottò la fronte.
«C’è qualcosa che ti preoccupa.»

Matthias guardò dentro la cella successiva a quella di Nina, e dentro quella dopo, e poi in un’altra,
procedendo lungo il corridoio con Brum che gli andava dietro. Alcuni dei Grisha che vi erano rinchiusi
erano agitati, e camminavano in tondo ininterrottamente. Altri tenevano la faccia schiacciata contro il
vetro. Altri ancora giacevano semplicemente sul pavimento. «Non potete sapere della parem da più di un
mese. Da quanto tempo esiste questa struttura?»

«L’ho fatta costruire quasi quindici anni fa con la benedizione del re e del suo consiglio.»

Matthias si fermò di colpo. «Quindici anni? Perché?»

«Ci serviva un posto dove mettere i Grisha dopo i processi.»

«Dopo? Quando i Grisha sono giudicati colpevoli, vengono condannati a morte.»

Brum scrollò le spalle. «È comunque una condanna a morte, solo che l’esecuzione è un po’ più lunga.
Tanto tempo fa abbiamo scoperto che i Grisha potevano rivelarsi una risorsa utile.»

Una risorsa. «Lei mi aveva detto che venivano cancellati dalla faccia della terra. Che erano un flagello per
il mondo naturale.»

«E lo sono, quando si mascherano da uomini. Non sono capaci di pensare rettamente, di avere una morale
umana. Sono fatti per essere controllati.»

«È per questo che ha voluto la parem?» gli chiese Matthias incredulo.

«Per anni abbiamo provato con i nostri metodi, ma con scarso successo.»

«Ma ha visto cosa può fare la jurda parem, cosa può fare un Grisha quando è dominato...»

«Una pistola, di suo, non è malvagia. E nemmeno una spada. La jurda parem garantisce obbedienza.
Trasforma i Grisha in quello a cui sono sempre stati destinati.»

«Un Secondo Esercito?» domandò Matthias, con la voce colma di disprezzo.

«Un esercito è fatto di soldati. Queste creature sono nate per essere armi. Sono nate per servire i soldati
di Djel.» Brum gli scrollò la spalla. «Ah, Matthias, come mi sei mancato. La tua fede è sempre stata così
pura. Sono contento che tu sia riluttante ad accogliere questa misura, ma è la nostra possibilità di
sferrare un colpo mortale. Sai perché i Grisha sono così difficili da uccidere? Perché non sono di questo
mondo. Ma sono bravissimi a uccidersi l’un l’altro. Loro la chiamano “dal simile al simile”. Aspetta di
vedere gli straordinari risultati che abbiamo raggiunto, gli armamenti che i loro Fabrikator ci hanno
aiutato a costruire.»

Matthias guardò indietro, nel corridoio. «Nina Zenik ha passato un anno a Kerch a contrattare per la mia
libertà. Non mi sembra il comportamento di un mostro.»

«Una vipera rimane ferma prima di colpire? Un cane randagio ti lecca la mano prima di azzannarti il
collo? Un Grisha può anche essere capace di gentilezza, ma questo non cambia l’essenza della sua
natura.»

Matthias prese in considerazione la cosa. Pensò a Nina, in piedi, terrorizzata in quella cella mentre la
porta si chiudeva di scatto. Aveva atteso a lungo di vederla imprigionata, punita com’era stato punito lui.
E tuttavia, dopo tutto quello che avevano passato, non era sorpreso che ora gli facesse male.

«Com’è lo scienziato Shu?» domandò a Brum.

«Ostinato. E ancora in lutto per il padre.»

Matthias non sapeva niente del padre di Yul-Bayur, ma c’era una domanda più importante da fare. «È al
sicuro?»

«La camera del tesoro è il posto più sicuro sull’isola.»

«Lo tiene qui con i Grisha?»

Brum annuì. «La volta principale è stata trasformata in un laboratorio per lui.»

«Ed è sicuro che stia bene?»

«Ho io il passe-partout» disse Brum, dando un colpetto al disco che gli penzolava al collo, «ed è
sorvegliato giorno e notte. Soltanto pochi prescelti sanno che si trova qui. È tardi, e devo accertarmi che
il Protocollo Nero sia stato seguito, ma se ti va, domani ti porterò a vederlo.» Brum mise un braccio sulle
spalle di Matthias. «E sistemeremo il tuo ritorno e il tuo reinserimento.»

«Su di me grava ancora l’accusa di commercio di schiavi.»

«Faremo firmare alla ragazza una dichiarazione che annullerà facilmente tutte le incriminazioni. Credimi,
dopo che avrà avuto il suo primo assaggio di jurda parem, farà qualunque cosa le chiederai e anche di
più. Ci sarà un’udienza, ma giuro che indosserai ancora i colori dei drüskelle, Matthias.»

I colori dei drüskelle. Li aveva portati con tale orgoglio. E i sentimenti che aveva provato per Nina gli
avevano procurato così tanta vergogna. La vergogna c’era ancora, e forse ci sarebbe stata sempre. Aveva
trascorso troppi anni imbottito di odio perché potesse sparire nell’arco di una notte. Ma ora la vergogna
era una eco, e tutto quello che Matthias sentiva era rimorso: per il tempo che aveva sprecato, per il
dolore che aveva causato, e sì, anche adesso, per quello che stava per fare.

Si girò verso l’uomo che era diventato un padre e un mentore per lui. Quando aveva perso la propria
famiglia, era stato Brum a reclutarlo nei drüskelle. Matthias era giovane, arrabbiato, totalmente
inesperto. Ma quello che era rimasto del suo cuore spezzato l’aveva dato alla causa. Una falsa causa. Una
menzogna. Quando se n’era accorto? Quando aveva aiutato Nina a seppellire i suoi amici? Quando aveva
combattuto fianco a fianco con lei? O era successo molto tempo prima, quando lei aveva dormito tra le
sue braccia, quella prima notte tra i ghiacci? Quando lei lo aveva salvato, impedendo che affogasse?

Nina gli aveva fatto del male, ma lo aveva fatto per proteggere il suo popolo. Lo aveva ferito, ma aveva
fatto tutto quello che era in suo potere per aggiustare le cose. Gli aveva dimostrato in mille modi di essere
onesta e forte e generosa e molto umana, forse più profondamente umana di chiunque altro avesse mai
conosciuto. E se lo era, allora i Grisha non rappresentavano il male assoluto. Erano come tutti: ricchi di
potenziale per compiere grandi cose, e anche grossi danni. Fingere che non fosse così avrebbe fatto di
Matthias un mostro.

«Comandante, lei mi ha insegnato così tanto» disse Matthias. «Mi ha insegnato a dare valore all’onore e
alla forza. Mi ha dato gli strumenti per cercare la mia vendetta quando ne avevo più bisogno.»

«E con quegli strumenti costruiremo un grande futuro, Matthias. Il tempo di Fjerda è finalmente giunto.»

Matthias ricambiò l’abbraccio del proprio mentore.

«Non so se si sbaglia sui Grisha» gli disse con dolcezza. «So solo che si sbaglia su di lei.»

Lo strinse applicando una presa che aveva imparato nelle sale di esercitazione piene di echi presenti nella
roccaforte dei drüskelle, sale che non avrebbe mai più rivisto. Lo strinse mentre Brum si dibatteva per
liberarsi e mentre il suo corpo si afflosciava.

Quando mollò la presa, Brum era sprofondato in uno stato di incoscienza, eppure Matthias sapeva di non
sbagliarsi: era rimasta impressa della collera sui suoi lineamenti. Si costrinse a memorizzarla. Era giusto
che lui si ricordasse quell’espressione. Alla fine si era rivelato per davvero un traditore, e avrebbe dovuto
portarne il peso.

Quando erano entrati nell’enorme sala da ballo, Matthias e Kaz si erano appostati in un angolino in ombra
accanto alle scale. Avevano visto Nina entrare, infilata dentro quell’abominevole abito di squame
scintillanti, poi Matthias aveva notato Brum. Allo stupore di scoprire il proprio mentore ancora vivo aveva
subito fatto seguito l’angosciante constatazione che lui stava seguendo Nina.

“Brum sa” aveva detto a Kaz. “Dobbiamo aiutarla.”

“Sii furbo, Helvar. Puoi salvarla e allo stesso tempo farci arrivare a Yul-Bayur.”

Matthias aveva annuito e si era tuffato nella folla. “L’onore” aveva sentito Kaz mormorare dietro di lui “è
come acqua di colonia a buon mercato.”

Aveva abbordato Brum accanto alle scale. “Signore...”

“Non adesso.”

Matthias era stato costretto a bloccargli il passaggio. “Signore.”

Brum a quel punto si era fermato. Il viso aveva mostrato prima collera, poi confusione e alla fine stupita
incredulità. “Matthias?” aveva sussurrato.

“Per favore, signore” aveva detto Matthias in fretta. “Mi dia solo un momento per spiegare. C’è una
Grisha, qui, determinata ad assassinare stanotte uno dei suoi prigionieri. Se ha la pazienza di ascoltarmi,
posso illustrarle il complotto e come può essere fermato.”

Brum aveva fatto cenno a un drüskelle di tenere d’occhio Nina e condusse Matthias in una nicchia sotto le
scale. “Parla” aveva detto, e Matthias gli aveva raccontato la verità, o perlomeno una parte essenziale:
che aveva scampato il naufragio, che era quasi annegato, che era stato ingiustamente accusato di
schiavismo da Nina, che era stato rinchiuso all’Anticamera dell’Inferno, e infine che gli era stata
promessa la grazia. Aveva addossato ogni responsabilità su Nina, e non aveva detto niente di Kaz o degli
altri. Quando Brum aveva chiesto se Nina fosse in missione da sola, aveva semplicemente risposto che
non lo sapeva.

“Nina crede che io stia per accompagnarla sul ponte segreto. Mi sono separato da lei appena ho potuto e
sono venuto a cercarla.”

Una parte di lui era disgustata dalla facilità con cui le bugie gli affioravano alle labbra, ma non avrebbe
lasciato Nina alla sua mercé.

Ora lo guardò, Brum aveva la bocca leggermente aperta mentre era incosciente. Una delle cose che aveva
rispettato di più del suo mentore era l’implacabilità, la determinazione a compiere scelte difficili per
amore della causa. Però Brum ci aveva preso gusto a fare ciò che aveva fatto a quei Grisha, a fare ciò che
avrebbe fatto a Nina e a Jesper. Forse le scelte difficili non erano mai state così difficili per Brum, non
come lo erano state per Matthias. Non si era trattato di un sacro dovere, portato a termine malvolentieri
per il bene di Fjerda. Erano state una fonte di gioia.

Fece scivolare via il passe-partout dal collo di Brum e lo trascinò dentro una cella vuota, mettendolo
seduto contro il muro. Detestò lasciarlo lì, il mento ciondoloni sul petto, le gambe divaricate, senza
dignità. Detestò pensare alla vergogna che il comandante dei drüskelle avrebbe provato, un guerriero
tradito da qualcuno a cui aveva offerto fiducia e affetto. Conosceva bene quel dolore.

Premette velocemente la fronte contro quella di Brum. Sapeva che il proprio mentore non poteva sentirlo,
ma parlò ugualmente. «La vita che vive, l’odio che prova: è un veleno. E io non riesco più a berlo.»

Matthias chiuse a chiave la porta della cella e si affrettò lungo il corridoio per correre incontro a Nina,
per correre incontro a qualcosa di meglio.
36

JESPER

Undici rintocchi
Jesper attese nella nicchia del muro, in una postazione da cecchino, il luogo perfetto per uno come lui.
“Che cosa abbiamo appena fatto?” si chiese. Ma il sangue gli scorreva nelle vene, aveva il fucile in spalla
e il mondo era tornato ad avere un senso.

Ma allora dov’erano le guardie? Si era aspettato di vederle precipitarsi in cortile nel momento stesso in
cui lui e Wylan avevano innescato il Protocollo Nero.

«Ce l’ho!» urlò Wylan dietro di lui.

Jesper odiava l’idea di abbandonare quella postazione prima di sapere a cosa andavano incontro, ma
avevano poco tempo e dovevano raggiungere il tetto. «Va bene, andiamo.»

Corsero giù per le scale. Mentre stavano per sbucare dal passaggio a volta della portineria, sei guardie
arrivarono di corsa nel cortile. Jesper si fermò di colpo e imbracciò il fucile.

«Torna indietro» disse a Wylan.

Ma Wylan stava indicando qualcosa dall’altra parte del cortile. «Lo vedi?»

Le guardie non si stavano dirigendo verso la portineria; tutta la loro attenzione era concentrata su un
uomo in abiti color verde militare, in piedi accanto a una lastra di pietra. Quell’uniforme...

Una donna passò attraverso il muro: era una figura fatta di nebbia luminosa che quando arrivò accanto
allo sconosciuto si solidificò. La donna indossava la stessa tenuta verde militare.

«Scuotiacque» disse Wylan.

«Gli Shu.»

Le guardie aprirono il fuoco, e gli Scuotiacque svanirono, poi riapparvero dietro i soldati e sollevarono le
braccia.

Le guardie urlarono e fecero cadere a terra le armi. Attorno a loro si formò una foschia rossa, che divenne
via via più fitta mentre i soldati gridavano, con la pelle che sembrava ritirarsi dalle ossa.

«È il loro sangue» disse Jesper, con la bile che gli risaliva in gola. «Per tutti i Santi, gli Scuotiacque li
stanno prosciugando.» Le guardie erano state spremute.

Il sangue formò delle pozze fluttuanti dalla vaga forma umana, ombre scivolose che volteggiavano
nell’aria, rosse e umide, poi si spiaccicò a terra nello stesso momento in cui le guardie crollarono, con la
pelle flaccida che pendeva dai loro corpi essiccati e formava delle pieghe grottesche.

«Torniamo su» bisbigliò Jesper. «Dobbiamo andarcene.»

Ma era troppo tardi. La Scuotiacque donna scomparve. Nel tempo di un respiro, era sulle scale. Con le
mani si sollevò sopra la ringhiera, si diede una spinta e piantò gli stivali contro il petto di Wylan,
calciandolo indietro e mandandolo addosso a Jesper. I due rotolarono sulla pietra nera del cortile.

Il fucile venne strappato di mano a Jesper e scaraventato via. Lui cercò di rialzarsi e la Scuotiacque gli
ammanettò le mani dietro la nuca. Era sdraiato accanto a Wylan e gli Scuotiacque torreggiavano sopra di
loro. Alzarono le mani, e Jesper vide che la tenue foschia rossa appariva su di lui. Stava per essere
prosciugato. La forza cominciava a svanire. Guardò alla sua sinistra, ma il fucile era troppo lontano.

«Jesper» ansimò Wylan. «Il metallo. Lavoralo.» E poi cominciò a urlare.

In un lampo, Jesper capì. Questa battaglia non l’avrebbe vinta con una pistola. Non c’era tempo per
pensare, non c’era tempo per avere dubbi.

Ignorò il dolore che gli lacerava la pelle e portò tutta l’attenzione sui frammenti di ferro che gli erano
rimasti attaccati ai vestiti, i trucioli e le minuscole pagliuzze dell’anello spezzato della catena. Non era un
granché, come Fabrikator, però gli Scuotiacque non si aspettavano nemmeno che lo fosse. Spinse le mani
avanti, e i pezzetti di metallo si sollevarono dall’uniforme in una nuvoletta luccicante che rimase sospesa
nell’aria per un brevissimo istante, e poi si scaraventò addosso agli Scuotiacque.
La donna strillò quando il metallo si fece largo nella sua carne, e tentò di trasformarsi in foschia. Il suo
compagno fece lo stesso, cercò di liquefare i propri lineamenti ma quando li solidificò di nuovo, la sua
faccia era grigia, punteggiata di pezzetti di ferro. Jesper non mollò. Guidò la nuvoletta dentro i loro
organi, scavando a fondo. Sentiva che gli Scuotiacque provavano a controllare le particelle di metallo. Se
si fosse trattato di un proiettile o di una lama ce l’avrebbero fatta, ma le pagliuzze erano troppe e troppo
piccole. La donna si abbracciò lo stomaco e cadde in ginocchio. L’uomo urlò e tossì sangue e granelli neri
di metallo.

«Aiuto» singhiozzò la donna. I bordi della sua sagoma sbiadirono e il suo corpo vibrò mentre lottava per
svanire nella foschia.

Jesper lasciò cadere le mani. Lui e Wylan filarono via di corsa dagli Scuotiacque che si contorcevano per il
dolore.

Sarebbero morti? Aveva appena ucciso due della sua gente? Jesper aveva solo desiderato di continuare a
vivere. Pensò di nuovo allo stendardo sulla parete, a tutte quelle strisce rosse, blu e viola.

Wylan lo tirò per il braccio. Il suo viso appariva leggermente trasparente, con le vene troppo evidenti.
«Jesper, dobbiamo andare.»

Lui annuì lentamente.

«Ora.»

Jesper si costrinse a muovere i piedi, a seguire Wylan e ad arrampicarsi su per la corda fino al tetto. Si
sentiva stordito e gli girava la testa. Gli altri dipendevano da lui, questo lo sapeva. Doveva andare avanti.
Ma si sentiva come se avesse lasciato una parte di sé nel cortile di sotto, qualcosa che non aveva neanche
mai saputo che ci fosse, intangibile come nebbia.
37

NINA

Undici rintocchi e un quarto


Quando Matthias aprì la porta della cella di Nina, per un brevissimo istante lei esitò.

Non poté farne a meno. Non si sarebbe mai scordata, per tutta la vita, il viso di lui affacciato alla finestra,
quanto era parso crudele, e il dubbio che le era nato nel cuore. Dubbio che aveva ancora, guardandolo in
piedi sulla soglia, ma quando Matthias le tese la mano, lei seppe che non c’era più motivo di avere paura.

Corse da lui, che la prese tra le braccia.

Lui seppellì il viso tra i capelli di lei. Lei sentì le labbra di lui sfiorarle l’orecchio mentre le disse: «Non
voglio mai più vederti così».

«Parli del vestito o della cella?»

Matthias scoppiò a ridere. «Della cella, senza dubbio.» Poi le prese il viso tra le mani. «Jer molle pe oonet.
Enel mörd je nej afva trohem verret.»

Nina deglutì a fatica. Si ricordava quelle parole e ciò che volevano dire veramente. Sono stato fatto per
proteggerti. Solo la morte potrà sottrarmi a questo giuramento. Era la promessa che i drüskelle facevano
a Fjerda. E ora era la promessa che Matthias faceva a lei.

Nina si rendeva conto che avrebbe dovuto dire in risposta qualcosa di profondo, qualcosa di bello. Invece,
disse la verità. «Se usciremo vivi da qui, ti bacerò fino a farti svenire.»

Un sorriso larghissimo sciolse lo splendido viso di Matthias. Lei non vide l’ora di rimirare l’azzurro
autentico dei suoi occhi.

«Yul-Bayur è nel caveau» disse lui. «Andiamo.»

Mentre Nina correva dietro a Matthias, il frastuono delle campane del Protocollo Nero le rimbombò nelle
orecchie. Se Brum l’aveva riconosciuta, era probabile che lo avessero fatto anche gli altri drüskelle. Non
ci avrebbero messo molto a venire a cercare il loro comandante.

«Ti prego, dimmi che Kaz non è sparito un’altra volta» disse lei mentre sfrecciavano lungo il corridoio.

«L’ho lasciato nella sala da ballo. Abbiamo appuntamento accanto al frassino.»

«L’ultima volta che l’ho visto, era circondato da drüskelle.»

«Forse, a questo, ci penserà il Protocollo Nero.»

«Se anche scampiamo ai drüskelle, non scamperemo a Kaz, non se uccidiamo Yul-Bayur...»

Matthias alzò una mano per fermare Nina prima di girare l’angolo. Si avvicinarono lentamente. Quando
svoltarono, Nina fece fuori la guardia davanti alla porta del caveau. Matthias prese il suo fucile, quindi
infilò la chiave di Brum nella serratura e la porta rotonda del caveau si sbloccò.

Nina sollevò le mani, pronta ad attaccare. Attesero, con i cuori al galoppo, mentre l’ingresso si apriva. La
stanza era bianca come tutte le altre, ma niente affatto spoglia. C’erano dei lunghi tavoloni coperti da
ampolle collocate sopra delle fiammelle blu, apparecchi per scaldare e per raffreddare, fiale di vetro
piene di polvere dalle varie sfumature arancioni. Su una parete campeggiava un’enorme lavagna
d’ardesia ricoperta di equazioni scritte con il gesso. L’altra era rivestita per intero da scatole di vetro
provviste di porticine metalliche. Le scatole contenevano piante di jurda in fiore, e Nina immaginò che
dovessero essere riscaldate. Addossata a un muro c’era una branda, le coperte leggere erano sgualcite,
carte e taccuini erano sparsi tutt’attorno. Un ragazzo Shu vi era seduto sopra a gambe incrociate. Li
guardò, con i capelli neri che gli cadevano sulla fronte e un quaderno in grembo. Non poteva avere più di
quindici anni.

«Non siamo qui per farti del male» disse Nina in Shu. «Dov’è Bo Yul-Bayur?»

Il ragazzo si scostò i capelli dagli occhi dorati. «È morto.»

Nina alzò un sopracciglio. Van Eck era in possesso delle informazioni sbagliate? «Allora cos’è tutta questa
roba?»

«Siete venuti per uccidermi?»


Nina non sapeva bene come rispondere a questa domanda. «Sesh-uyeh?» azzardò.

Il viso del ragazzo si distese, sollevato. «Siete Kerch.»

Nina annuì. «Siamo qui per liberare Bo Yul-Bayur.»

Il ragazzo si portò le ginocchia al petto e le circondò con le braccia. «Troppo tardi. Mio padre è morto
quando i Fjerdiani hanno impedito ai Kerch di portarci fuori da Ahmrat Jen.» La voce gli vacillò. «È
rimasto ucciso nello scontro a fuoco.»

Mio padre. Nina tradusse per Matthias e intanto cercò di dare un senso a quelle parole.

«Morto?» fece Matthias, e le spalle larghe gli si abbassarono. Nina sapeva a cosa stava pensando – a tutto
quello che avevano patito, tutto quello che avevano fatto, e nel frattempo Yul-Bayur era già morto.

Ma i Fjerdiani avevano tenuto in vita il figlio per un motivo. «Vogliono che tu riproduca la sua formula»
disse Nina.

«Io lo aiutavo in laboratorio, ma non mi ricordo tutto.» Si morsicò il labbro. «E mi sono bloccato.»

Quale che fosse la parem che i Fjerdiani stavano somministrando ai Grisha, doveva provenire dalla partita
originaria che Bo Yul-Bayur stava portando a Kerch.

«Sei in grado di farlo?» domandò Nina. «Sei capace di riprodurre la formula?»

Il ragazzo esitò. «Penso di sì.»

Nina e Matthias si scambiarono un’occhiata.

Lei deglutì. Aveva già ucciso. Aveva ucciso anche quella notte, ma adesso era diverso. Questo ragazzo non
le stava puntando contro un’arma, non stava cercando di farle del male. Assassinarlo – e sarebbe stato un
assassinio – avrebbe anche voluto dire tradire Inej, Kaz, Jesper e Wylan. Persone che stavano rischiando
la vita, anche in quel momento, per una ricompensa che non avrebbero mai visto. Però poi pensò a Nestor
che cadeva senza vita nella neve, e alle celle piene di Grisha condannati per sempre al tormento, e tutto
per colpa di questa droga.

Alzò le braccia. «Mi dispiace» disse. «Se tu dovessi farcela, non ci sarà fine alle sofferenze che
scatenerai.»

Lo sguardo del ragazzo era fermo, il mento sporgeva spavaldo, come se avesse sempre saputo che questo
momento prima o poi sarebbe arrivato. La cosa giusta da fare era ovvia. Uccidere questo ragazzo in modo
rapido e indolore. Distruggere il laboratorio e tutto quello che conteneva. Eliminare dalla faccia della
terra il segreto della jurda parem. Se vuoi sopprimere una pianta infestante, non ti limiti a potarla.
Strappi via le radici dal terreno. E tuttavia le mani le stavano tremando. Non era questo il modo in cui
ragionavano i drüskelle? Distruggere il pericolo, spazzarlo via, a prescindere dal fatto che la persona di
fronte a te sia o meno innocente.

«Nina» disse Matthias dolcemente, «è solo un ragazzo. È uno di noi.»

Uno di noi. Un ragazzo non tanto più giovane di lei, immischiato in una guerra che non aveva scelto di
combattere. Un sopravvissuto.

«Come ti chiami?» gli chiese lei.

«Kuwei.»

«Kuwei Yul-Bo» iniziò a dire prima di fermarsi. Intendeva pronunciare la sentenza di morte? Scusarsi?
Chiedere perdono? Non l’avrebbe mai saputo. Quando ritrovò la voce, tutto quello che disse fu: «Quanto
ci metti a distruggere questo laboratorio?».

«Poco» rispose lui. Tagliò l’aria con la mano, e le fiamme sotto una delle ampolle esplosero in un
semicerchio blu.

Nina lo fissò. «Sei un Grisha. Un Inferno.»

Kuwei annuì. «La jurda parem è stato un errore. Mio padre stava cercando un modo per dissimulare i miei
poteri. Era un Fabrikator. Un Grisha, come me.»

A Nina girava la testa: Bo Yul-Bayur era un Grisha che si nascondeva in piena vista dietro i confini dello
Shu Han. Non c’era tempo per assimilare la notizia.

«Dobbiamo distruggere quanto più possibile del tuo lavoro» disse lei.
«Ci sono dei combustibili» rispose Kuwei, che stava già raccogliendo le carte e i campioni di jurda. «Posso
far esplodere tutto.»

«Solo il caveau. Ci sono Grisha qui.» E guardie. E il mentore di Matthias. Nina sarebbe stata felice di
lasciar morire Brum, ma sebbene Matthias avesse tradito il proprio comandante, non avrebbe voluto
vedere fatto a pezzi l’uomo che era diventato un secondo padre per lui. Il cuore le si ribellò al pensiero
dei Grisha che si stava lasciando alle spalle, ma non c’era modo di farli arrivare al porto.

«Lasciate perdere il resto» disse. «Dobbiamo muoverci.»

Kuwei dispose una serie di fiale piene di liquido infiammabile sopra i fornelli. «Sono pronto.»

Controllarono il corridoio e corsero verso l’ingresso della camera del tesoro. A ogni angolo Nina si
aspettava di vedere dei drüskelle o delle guardie sbarrare loro il cammino, invece si fiondarono nelle sale
senza trovarvi ostacoli. Arrivati alla porta d’ingresso, si fermarono.

«C’è un labirinto di siepi alla nostra sinistra» disse Nina.

Matthias annuì. «Lo useremo per nasconderci e poi ce la faremo di corsa fino al frassino.»

Non appena aprirono la porta, il frastuono delle campane diventò quasi insopportabile. Nina poteva
vedere l’Orologio Maggiore sulla guglia d’argento più alta del palazzo, il quadrante luminoso come una
luna piena. Le luci forti proiettate dalle torri di guardia setacciavano l’Isola Bianca, e si sentivano le grida
dei soldati che si avvicinavano al palazzo.

Si mise rasente al muro dell’edificio e seguì Matthias, cercando di restare in ombra.

«Veloci» disse Kuwei dando un’occhiata nervosa dietro di sé, verso il laboratorio.

«Da questa parte» fece Matthias. «Il labirinto...»

«Fermi!» gridò qualcuno.

Troppo tardi. Le guardie stavano correndo verso di loro prop rio dal labirinto. Non c’era altro da fare che
scappare. Si precipitarono oltre l’entrata del colonnato e si infilarono nel cortile circolare. C’erano
drüskelle ovunque, di fronte e dietro di loro. Potevano essere abbattuti in qualunque momento.

E poi ci fu l’esplosione. Nina la percepì prima ancora di udirla: un’ondata di calore la sollevò e la
scaraventò in aria, subito seguita da un boato assordante. Precipitò a terra e colpì duramente la pietra
bianca del selciato.

C’erano fumo e confusione ovunque. Si sforzò di mettersi carponi, con le orecchie che le fischiavano. Un
lato della camera del tesoro era stato ridotto in macerie, il fumo e la polvere si sollevavano a ondate nel
cielo della notte.

Matthias stava già camminando a passi veloci verso di lei insieme a Kuwei. Nina si rimise in piedi.

«Sten!» urlarono due guardie che si staccarono da un gruppo di soldati diretti di corsa verso la camera
del tesoro. «Che cosa ci fate qui?»

«Ci stavamo solo godendo la festa!» esclamò Nina, e mise nella voce tutta la spossatezza e il terrore che
provava davvero. «E poi... poi...» La imbarazzò la facilità con cui riuscì a far scorrere le lacrime.

Lui sollevò il fucile. «Mi mostri i documenti.»

«Niente documenti, Lars.»

La testa del cacciatore di streghe si alzò di scatto mentre Matthias faceva un passo avanti. «Ci
conosciamo?»

«Una volta sì, anche se ero un po’ diverso. Hje marden, Lars?»

«Helvar?» fece lui. «Hanno detto... hanno detto che eri morto.»

«Lo ero.»

Lars passò lo sguardo da Matthias a Nina. «Questa è la Spaccacuore che Brum ha portato alla camera del
tesoro.» Poi prese nota della presenza di Kuwei e capì tutto. «Traditore» apostrofò Matthias.

Mentre stava alzando la mano per rallentare il battito cardiaco di Lars, Nina colse un movimento nel buio
alla sua destra. Urlò quando qualcosa la colpì. Abbassò lo sguardo e vide un cavo avvolgerla e
immobilizzarle le braccia al corpo. Non riusciva a sollevare le mani. Non poteva usare i suoi poteri.
Matthias emise un gemito e Kuwei strillò quando altri cavi sferzarono fuori dal buio e andarono ad
attorcigliarsi ai loro busti legando loro le braccia.

«Questo è quello che facciamo, mostri» sogghignò Lars. «Diamo la caccia alla sporcizia come voi.
Conosciamo tutti i vostri trucchi.» Diede un calcio da dietro alle gambe di Matthias, che cadde sulle
ginocchia e trattenne il respiro. «Ci hanno detto che eri morto. Ti abbiamo pianto, abbiamo bruciato rami
di frassino per te. Ma ora capisco che ci stavano proteggendo da qualcosa di peggio. Matthias Helvar, un
traditore, che presta soccorso ai nostri nemici, che si accompagna a esseri contro natura.» Lars sputò in
faccia a Matthias. «Come hai potuto tradire il tuo paese e il tuo dio?»

«Djel è il dio della vita, non della morte.»

«Ci sono altri qui per Yul-Bayur, a parte te e questa creatura?»

«No» mentì Nina.

«Non l’ho chiesto a te, strega» disse Lars. «Non importa. È un’informazione che ti caveremo fuori a modo
nostro.» Si voltò verso Kuwei. «E in quanto a te. Non pensare che non ci saranno delle ripercussioni.»

Fece un segnale. Dalle ombre del colonnato emerse un drappello di uomini e ragazzi: drüskelle, con i
cappucci calati sui lunghi capelli d’oro che brillavano sui colletti, vestiti di nero e argento, come creature
nate dai bui crepacci che spaccavano in due i ghiacci del Nord. Si aprirono a ventaglio, circondando Nina,
Matthias e Kuwei.

Nina pensò alle celle bianche della prigione, agli scarichi nei pavimenti. Tutta la parem era andata
distrutta insieme al laboratorio di Kuwei? Quanto tempo gli sarebbe servito per fare un’altra partita, e
come l’avrebbero punita nel frattempo? Gettò un ultimo sguardo disperato nell’oscurità, pregando per
vedere una traccia di Kaz. Era stato catturato anche lui? Li aveva semplicemente abbandonati lì? Doveva
comportarsi da guerriera. Doveva prepararsi a ciò che sarebbe accaduto.

Uno dei drüskelle si fece avanti con quella che sembrava una frusta dal lungo manico: era agganciata ai
cavi che li legavano, e il drüskelle la porse a Lars.

«La riconosci, Helvar?» domandò Lars. «Dovresti. Hai contribuito a progettarla. Cavi retrattili per
controllare più prigionieri. E gli uncini, ovviamente.»

Lars passò un dito sopra uno dei cavi e Nina rantolò mentre piccoli uncini pungenti le si conficcarono
nelle braccia e nel busto. Il drüskelle rise.

«Lasciala stare» ringhiò Matthias in Fjerdiano, sprizzando rabbia. Per un brevissimo istante, Nina vide un
lampo di panico nei suoi ex compagni d’armi. Era più grosso di tutti loro, ed era stato un capo, uno dei
migliori di questi giovani assassini. Poi Lars fece scattare un altro cavo. Gli uncini fuoriuscirono, e
Matthias fece un respiro sofferente, piegandosi in due, ancora una volta umano.

La risatina che seguì fu furtiva e crudele.

Lars diede un colpo secco alla frusta e i cavi si contrassero ancora, costringendo Nina, Matthias e Kuwei
a barcollare davanti a lui in una goffa sfilata.

«Preghi ancora il nostro dio, Helvar?» domandò Lars mentre passavano davanti al sacro albero. «Credi
che Djel ascolti i piagnucolii degli uomini che profanano se stessi concedendosi ai Grisha? Credi che...»

Poi ci fu un guaito acuto, animalesco. Nina e gli altri impiegarono un lungo istante per rendersi conto che
era stato emesso da Lars. Il drüskelle aprì la bocca e il sangue uscì a fiotti sul mento e sui lucidi bottoni
d’argento della sua divisa. La mano lasciò andare la frusta, e il drüskelle incappucciato accanto a lui si
lanciò in avanti per prenderla.

Dalla base dell’albero sacro uscì un improvviso pop pop pop. Nina riconobbe quel suono: l’avev a sentito
sulla strada del Nord prima di tendere l’agguato al carro della prigione.

Quando avevano abbattuto l’albero.

Il frassino scricchiolò e gemette.

Le sue radici antiche cominciarono ad arricciarsi.

«Nej!» gridò uno dei drüskelle. Rimasero a bocca aperta, guardando stupefatti l’albero colpito a morte.
«Nej!» ululò un’altra voce.

Il frassino iniziò a pendere. Era troppo grosso per essere buttato giù dal concentrato di sale soltanto, ma
mentre si inclinava un rombo sordo scaturì dalla voragine nera che si stava aprendo sul terreno.
Era il punto dove andavano i drüskelle per sentire la voce del loro dio. E ora stava parlando.

«Pungerà un po’» disse il drüskelle che teneva in mano la frusta. La sua voce era rauca, familiare. Portava
dei guanti sulle mani. «Ma se ne usciamo vivi, mi ringrazierete più tardi.» Il cappuccio scivolò via e Kaz
Brekker si voltò a guardarli. I drüskelle, scioccati, alzarono i fucili.

«Non fate scoppiare il baleen prima di aver toccato il fondo» gridò Kaz. Quindi afferrò Kuwei e si lanciò
insieme a lui sotto le radici dell’albero, dentro la cavità nera.

Nina gridò mentre veniva strattonata in avanti dai cavi. Raspò le pietre nel tentativo di trovare un
appiglio.

L’ultima cosa che intravide fu Matthias che cadeva nel buco vicino a lei.

Sentì dei colpi di arma da fuoco, e poi stava precipitando nel buio, nel freddo, nella gola di Djel, nel nulla
più completo.
38

KAZ

Undici ritocchi e tre quarti


Kaz aveva preso in considerazione l’idea di mettersi a origliare Matthias e Brum nella sala da ballo, ma
non voleva perdere di vista Nina quando c’erano così tanti drüskelle in giro. Aveva scommesso sui
sentimenti di lui per lei, ma le probabilità stavano cinquanta a cinquanta. Il vero rischio che stava
correndo era nel fatto che qualcuno onesto come Matthias riuscisse a mentire in modo convincente al
proprio mentore. A quanto pareva, il Fjerdiano aveva delle doti nascoste.

Kaz aveva seguito Nina e Brum fino alla camera del tesoro. Poi si era nascosto dietro una scultura di
ghiaccio e si era concentrato sull’ingrato compito di rigurgitare le bombe-radice di Wylan che aveva
inghiottito prima di tendere l’imboscata al carro della prigione. Aveva dovuto vomitarle a più riprese per
evitare di digerirle, insieme alla bustina di pallottole di cloroformio e ad alcuni grimaldelli che aveva
buttato giù a forza nell’esofago in caso di emergenza. Non era stato piacevole. Aveva imparato il trucco
da un illusionista dello Stave dell’Est: l’uomo possedeva un repertorio di numeri da mangiafuoco esibiti
per anni prima di avvelenarsi per errore ingerendo del kerosene.

Dopo che ebbe finito, Kaz aveva ispezionato il perimetro della camera del tesoro, il tetto, l’ingresso, ma
alla fine non gli era rimasto altro da fare che stare nascosto, rimanere vigile, e preoccuparsi di tutte le
cose che potevano andare storte. Gli venne in mente Inej, in piedi sul tetto dell’ambasciata, raggiante di
un ardore nuovo che lui non capiva e tuttavia riconosceva: uno scopo. L’aveva soffusa di luce. Prenderò la
mia parte e lascerò gli Scarti. Prima, nelle occasioni in cui aveva parlato di lasciare Ketterdam, non le
aveva mai creduto. Questa volta era diverso.

Era rimasto nascosto nell’ombra del colonnato occidentale quando le campane del Protocollo Nero
avevano iniziato a suonare, e i rintocchi dell’Orologio Maggiore avevano preso a rimbombare sull’isola
scuotendo l’aria. Le luci della torre di guardia si accesero in un fascio abbagliante. I drüskelle attorno
all’albero abbandonarono i loro rituali e si misero a urlare ordini, e una marea di guardie scese dalle torri
per riversarsi sull’isola. Kaz aveva aspettato, contando i minuti, ma ancora non c’era segno di Nina o di
Matthias. “Sono nei guai” aveva pensato. “Oppure ti sei completamente sbagliato sul conto di Matthias, e
ora stai per pagare care tutte quelle stupide battute sull’albero.”

Doveva entrare nella camera del tesoro, ma gli serviva una copertura mentre forzava quell’impenetrabile
serratura, e c’erano drüskelle dappertutto. Poi vide Nina e Matthias e un tizio che immaginò fosse Bo Yul-
Bayur scappare di corsa. Era stato sul punto di chiamarli quando ci fu l’esplosione, e tutto andò al
diavolo.

“Hanno fatto saltare in aria il laboratorio” pensò lui mentre tutt’attorno piovevano giù detriti. “Io di certo
non gli ho detto di farlo.”

Quello che seguì dovette improvvisarlo totalmente, e non ebbe tempo per spiegare niente. Tutto ciò che
aveva detto a Matthias era di incontrarsi al frassino quando il Protocollo Nero avesse cominciato a
suonare. Aveva calcolato di entrare nei dettagli prima che tutti precipitassero nell’oscurità. Ora poteva
solo sperare che non si facessero prendere dal panico e che la sua fortuna lo stesse aspettando là sotto da
qualche parte.

La caduta sembrava non finire più. Kaz sperò che il ragazzo Shu che stava stringendo fosse un Bo Yul-
Bayur sorprendentemente giovane e non qualche sfortunato prigioniero che Nina e Matthias avevano
deciso di liberare. Aveva spinto il disco nella bocca del ragazzo mentre si avvicinavano all’albero, e lo
aveva rotto con le proprie dita. Diede un colpo alla frusta per ritirare tutti i cavi, e mentre si ritraevano
sentì gli altri urlare. Almeno non sarebbero finiti in acqua legati. Kaz attese il più a lungo possibile prima
di addentare il proprio baleen. Quando finì nell’acqua gelida, temette che il suo cuore avrebbe ceduto.

Non sapeva cosa aspettarsi, ma la forza del fiume era terrificante, scorreva potente e veloce come una
valanga. Il rumore era assordante persino sott’acqua, ma insieme alla paura arrivò anche una specie di
euforica soddisfazione. Ci aveva preso.

La Voce di Dio. Nelle leggende c’era sempre della verità. Kaz aveva passato troppo tempo a costruire il
proprio, di mito, per non saperlo. Si era chiesto da dove arrivasse l’acqua che alimentava il fossato e le
fontane della Corte di Ghiaccio, e perché mai la gola del fiume fosse così larga e profonda. Non appena
Nina aveva descritto il rito di iniziazione dei drüskelle, aveva capito: la fortezza Fjerdiana non era stata
costruita attorno a un grande albero ma attorno a una fonte. Djel, la sorgente, che alimentava i mari e le
piogge, e le radici del frassino sacro.

L’acqua aveva una voce. Ogni ratto dei canali lo sapeva, e lo sapeva chiunque avesse dormito sotto un
ponte o superato una tempesta invernale su una barca capovolta: l’acqua parlava con la voce di un
amante, di un fratello perduto da tempo, persino di un dio. Era quella la chiave, e dopo che Kaz l’ebbe
riconosciuta, fu come se qualcuno avesse steso una planimetria perfetta sopra la Corte di Ghiaccio e i
suoi meccanismi. Se Kaz aveva ragione, Djel li avrebbe sputati fuori nella gola del fiume. Sempre che non
fossero affogati prima.

Ed era una possibilità concreta. Il baleen forniva aria a sufficienza per dieci minuti, forse dodici se
sapevano mantenere la calma, cosa che Kaz dubitava stessero facendo. Il suo cuore per primo stava
martellando, e sentiva già stringersi i polmoni. Il corpo era intorpidito e dolorante per via della
temperatura dell’acqua, e l’oscurità era impenetrabile. Non c’era nient’altro che il sordo fragore liquido e
la nauseante sensazione di continuare a cadere.

Non conosceva la velocità dell’acqua, ma dai suoi calcoli sapeva dannatamente bene che non poteva
mancare molto. I numeri erano sempre stati dalla sua parte: probabilità, margini, l’arte della scommessa.
Ma ora doveva fare affidamento su qualcosa in più. “Qual è il dio che onori?” gli aveva chiesto Inej.
“Qualunque dio mi conceda la fortuna.” Quelli fortunati non finiscono gambe all’aria sotto un fossato di
ghiaccio in territorio nemico.

Cosa ci sarebbe stato ad aspettarli quando fossero riemersi nella gola? Chi ci sarebbe stato ad aspettarli?
Jesper e Wylan avevano fatto scattare il Protocollo Nero. Ma erano riusciti a fare il resto? Avrebbe rivisto
Inej?

Sopravvivi. Sopravvivi. Sopravvivi. Era stato il modo in cui aveva vissuto la vita, attimo per attimo, respiro
dopo respiro, a partire da quella terrificante mattina in cui si era svegliato e aveva scoperto che Jordie
era ancora morto e che lui era ancora molto vivo.

Kaz era sospinto nel buio. Non aveva mai avuto così tanto freddo. Ripensò alla mano di Inej sulla guancia.
A quella sensazione la sua mente era divenuta un arsenale di confusione. Aveva provato terrore e disgusto
e – in mezzo a tutto quel baccano – desiderio, una voglia che non era più andata via, la speranza che lei lo
toccasse ancora.

Quando aveva quattordici anni, Kaz aveva messo insieme una squadra per derubare la banca che aveva
aiutato Hertzoon a mandare in rovina lui e Jordie. La squadra era fuggita con cinquantamila kruge, ma lui
si era spaccato la gamba cadendo dal tetto. L’osso non si era più saldato bene, e da quel momento in poi
aveva zoppicato. Si era trovato un Fabrikator e si era fatto fare il suo bastone. Il bastone divenne una
rivendicazione. Non c’era niente in lui che non fosse stato rotto, che non fosse stato curato nel modo
sbagliato, e non c’era niente in lui che non fosse diventato più forte, dopo essersi rotto. Il bastone si era
mutato in una parte del mito che aveva costruito. Nessuno sapeva chi fosse. Nessuno sapeva da dove
fosse arrivato. Era diventato Kaz Brekker, lo storpio e il truffatore, il bastardo del Barile.

I guanti erano la sua unica concessione alla debolezza. Da quella notte in mezzo ai cadaveri, in cui se l’era
fatta a nuoto dalla Chiatta del Mietitore, non era più stato in grado di tollerare la sensazione della pelle
nuda a contatto con altra pelle nuda. Per lui era straziante, rivoltante. Era l’unico pezzo del suo passato
da cui non riusciva a forgiare qualcosa di pericoloso.

Il baleen cominciò a provocargli delle bolle intorno alle labbra. L’acqua gli stava entrando in bocca. A che
distanza li aveva portati il fiume? Fino a dove erano arrivati? Con una mano stringeva ancora il colletto di
Bo Yul-Bayur. Il ragazzo Shu era più piccolo di Kaz; c’era da sperare che avesse abbastanza aria.

Sprazzi lucidi di ricordi attraversarono la mente di Kaz. Una tazza di cioccolata calda tra le mani chiuse
nelle muffole, Jordie che lo avvertiva di lasciarla raffreddare prima di berne un sorso. L’inchiostro che si
asciugava sul foglio mentre firmava l’atto di proprietà del Club dei Corvi. La prima volta che aveva visto
Inej al Serraglio, vestita di seta viola, gli occhi coperti di kajal. Il pugnale con il manico d’osso che le
aveva regalato. I singhiozzi che provenivano da dietro la porta della sua stanza allo Slat, la notte in cui lei
aveva ucciso per la prima volta. E che lui aveva ignorato. Kaz la ricordò appollaiata sul davanzale della
finestra della propria mansarda, in un qualche momento di quel primo anno, dopo che l’aveva introdotta
negli Scarti. Stava dando da mangiare ai corvi radunati sul tetto.

“Non dovresti fare amicizia con i corvi” le aveva detto lui.

“Perché no?” aveva domandato lei.

Kaz aveva sollevato lo sguardo dalla scrivania per rispondere, ma qualunque cosa fosse stato sul punto di
dire era svanita.

Una volta tanto c’era il sole, e Inej gli porgeva il viso. Teneva gli occhi chiusi, e le lucide ciglia nere le
solleticavano le guance. Il vento del porto le aveva sollevato i capelli scuri, e per un attimo Kaz fu di
nuovo un ragazzo, certo che la magia fosse di questo mondo.

“Perché no?” aveva ripetuto lei, con gli occhi ancora chiusi.

Lui disse la prima cosa che gli venne in mente. “Non conoscono le buone maniere.”
“Nemmeno tu, Kaz.” Inej aveva riso, e se lui avesse potuto imbottigliare quella risata e bersela fino a
ubriacarsi tutte le notti, l’avrebbe fatto. La cosa lo terrorizzò.

Kaz respirò a lungo mentre il baleen si dissolveva e l’acqua lo inondava. Strizzò gli occhi contro
quell’aggressione liquida, sperando di vedere un accenno di luce del giorno. Il fiume lo mandò a sbattere
contro la parete del tunnel. La pressione nel petto aumentò. “Io sono più forte” si disse. “La mia forza di
volontà è più grande.” Ma sentiva Jordie ridere. “No, fratellino. Nessuno è più forte. Hai imbrogliato la
morte troppe volte. L’avidità sarà anche ai tuoi ordini, ma la morte non è al servizio di nessuno.”

Kaz era quasi annegato quella notte nel porto, quando scalciava forte l’acqua nel buio, tenuto a galla dal
cadavere di Jordie. Adesso non c’era niente e nessuno a cui aggrapparsi. Provò a pensare a suo fratello,
alla vendetta, a Pekka Rollins legato a una sedia nella casa sulla Zelverstraat, i contratti infilati in gola
mentre Kaz lo costringeva a ricordarsi il nome di Jordie. Ma tutto quello a cui riusciva a pensare era Inej.
Doveva essere viva. Doveva essere uscita dalla Corte di Ghiaccio. E se non l’aveva fatto, allora lui doveva
restare in vita per andare a salvarla.

Il dolore nei polmoni era insopportabile. Kaz doveva dirglielo... che cosa? Che era adorabile e coraggiosa
e migliore di qualunque cosa lui si meritasse. Che lui era contorto, corrotto, sbagliato, ma non così guasto
da non poter rimettersi in sesto per lei, e tornare a essere qualcosa di simile a un uomo. Che senza
volerlo, aveva imparato ad appoggiarsi a lei, a cercarla, ad avere bisogno di averla accanto. Doveva dirle
che la ringraziava per il cappello nuovo.

L’acqua gli premeva sul petto e pretendeva che lui aprisse le labbra. “Non lo farò” si ripromise lui. Ma alla
fine Kaz aprì la bocca e l’acqua si avventò dentro di lui.
PARTE SESTA

LADRI COME SI DEVE


39

INEJ
Il cuore di Inej pulsava tra le costole. Sui trapezi c’è un momento, quando ne lasci andare uno e ti lanci
verso l’altro, in cui realizzi che hai fatto un errore e non ti senti più senza peso: è il momento in cui
cominci a cadere.

Le guardie attraversarono il cancello della prigione per riportarla indietro. C’erano molti più soldati e
molti più fucili puntati su di lei rispetto alla prima volta che era arrivata in questo cortile, quando era
scesa dal carro della prigione con il resto della banda. Attraversarono la bocca del lupo, andarono su per
le scale e la trascinarono lungo la passerella passando per il corridoio sul gigantesco recinto di vetro.
Nina aveva tradotto lo stendardo per lei: POTENZA FJERDIANA. Inej aveva fatto una smorfia la prima volta che vi
era passata davanti, guardando i carri armati e le armi, un occhio su Kaz e sugli altri nella passerella di
fronte. Si era domandata che razza di uomini fossero quelli che avevano bisogno di sfoggiare la propria
forza davanti a inoffensivi prigionieri in catene.

Le guardie andavano troppo veloci. Per la seconda volta, quella notte, Inej inciampò.

«Muoviti» le disse in malo modo, in Kerch, un soldato, spingendola avanti.

«Camminate troppo veloci.»

Lui le diede un brutto strattone al braccio. «Smettila di rallentare.»

«Non vuoi incontrare i tuoi inquisitori?» le chiese l’altro. «Loro ti faranno parlare.»

«Ma non sarai così carina, dopo che avranno finito.»

Scoppiarono a ridere, e a Inej si rivoltò lo stomaco. Stavano parlando in Kerch per fare in modo che lei
capisse.

Avrebbe potuto avere la meglio su quei due, malgrado loro avessero i fucili e lei non avesse nemmeno i
pugnali. Le sue mani non erano legate, e in più loro credevano ancora che lei fosse una povera prostituta.
Heleen l’aveva chiamata criminale, ma per quei soldati era solo una ladruncola dentro stracci di seta
viola.

Proprio mentre stava pensando di fare la propria mossa, udì passi avvicinarsi. Vide le sagome di altri due
uomini in uniforme procedere spediti verso di loro. Sarebbe riuscita a tenere a bada, da sola, quattro
guardie? Non ne era sicura, ma sapeva che se si fossero lasciati alle spalle questo corridoio, sarebbe stata
la fine.

Guardò di nuovo lo stendardo nel recinto di vetro. Ora o mai più.

Agganciò la gamba alla caviglia del soldato alla sua sinistra. Lui si sbilanciò in avanti, e lei menò un
fendente, con forza, spaccandogli il naso.

L’altro sollevò il fucile. «La pagherai per questo.»

«Non mi sparerai. Vi servono le mie informazioni.»

«Posso spararti a una gamba» sogghignò lui, puntando il fucile in basso.

Quindi si accasciò a terra, con un paio di cesoie malconce che gli spuntava dalla schiena. Il soldato in
piedi dietro di lui fece un allegro gesto di saluto.

«Jesper» boccheggiò lei per il sollievo. «Finalmente.»

«Ci sono anch’io, sai?» disse Wylan.

Il soldato con il naso rotto emise un lamento sul pavimento e provò ad alzare il fucile. Inej gli diede un
gran bel calcio in testa. Non si mosse più.

«Sei riuscita ad arraffare un diamante abbastanza grosso?» le chiese Jesper.

Inej fece segno di sì con la testa ed estrasse dalla manica un massiccio girocollo di diamanti.

«Sbrighiamoci» disse. «Se Heleen non si è ancora accorta che è scomparso, se ne accorgerà presto.»

Per quanto, con il Protocollo Nero in atto, non c’era granché che potesse fare.

Jesper strappò il girocollo di mano a Inej, la bocca spalancata. «Kaz ha detto che ci serviva un diamante.
Non ti ha detto di rubare i gioielli di Heleen Van Houden!»

«Tu pensa solo a metterti al lavoro.»

Kaz aveva dato a Inej due obiettivi: rubare un diamante abbastanza grosso perché Jesper potesse
lavorarlo e farsi trovare dentro questo corridoio dopo gli undici rintocchi. C’erano tantissime altre pietre
preziose utili ai loro scopi che lei avrebbe potuto rubare, così come c’erano altri guai che avrebbe potuto
creare per attirare l’attenzione delle guardie. Ma era Heleen che voleva beffare. A dispetto di tutti i
segreti raccolti, i documenti sottratti e la violenza inflitta, era Heleen Van Houden che aveva bisogno di
sconfiggere.

Ed Heleen le aveva reso il compito facile. Durante la zuffa nella rotonda, Inej aveva fatto in modo che le i
fosse troppo occupata a non farsi strozzare per preoccuparsi di essere derubata. Dopo, tutta l’attenzione
della donna era stata dedicata a gongolare. Inej si rammaricava solamente di una cosa: non sarebbe stata
lì a godersi lo spettacolo di Tante Heleen mentre scopriva che la sua preziosa collana era sparita.

Jesper accese una lanterna e andò a lavorare accanto a Wylan. Solo allora lei si accorse che erano
entrambi coperti di fuliggine per essere scesi dalla canna fumaria dell’inceneritore. Avevano portato con
sé anche due sudici rotoli di corda. Mentre lavoravano, Inej sbarrò le porte collocate nelle volte su
entrambi i lati del corridoio. Avevano solo pochi minuti prima che un’altra pattuglia arrivasse e si trovasse
davanti a un ingresso che non doveva essere chiuso.

Wylan aveva realizzato una lunga vite di metallo e una cosa che sembrava la manovella di un enorme
argano, e stava tentando di incastrarli insieme per formare quello che Inej sperava fosse uno sgorbio di
trapano, però funzionante.

Da una delle porte arrivò un colpo.

«Più in fretta» affermò Inej.

«Dirlo non mi fa andare più veloce» si lamentò Jesper mentre si concentrava sui diamanti. «Se li
disintegro, perderanno la loro struttura molecolare. Devono essere tagliati con attenzione, e i margini
assemblati in un’unica punta perfetta. Non ho ricevuto l’addestramento...»

«E di chi è la colpa?» puntualizzò Wylan, senza alzare gli occhi dal proprio lavoro.

«Anche questo non è d’aiuto.»

Ora le guardie stavano bussando alla porta. Attraverso il recinto, Inej vide degli uomini riversarsi
sull’altra passerella, gesticolando e gridando. E tuttavia non potevano certo sparare attraverso due pareti
di vetro antiproiettile.

Quel materiale era stato fabbricato dai Grisha. Nina l’aveva riconosciuto non appena erano passati per la
vetrina – la Potenza Fjerdiana protetta dall’abilità Grisha – e l’unica cosa più forte del vetro dei Fabrikator
erano i diamanti.

Ora entrambe le porte sui due lati della passerella stavano sbatacchiando. «Stanno arrivando!» disse Inej.

Wylan montò il pezzo di diamante sul trapano improvvisato. L’aggeggio fece un rumore raschiante quando
lo piazzarono contro il vetro, e Jesper si mise a girare la manovella. Tutto andava spiacevolmente per le
lunghe.

«Sta almeno funzionando?» urlò disperata Inej.

«Il vetro è spesso!»

Qualcosa colpì con forza la porta alla loro destra. «Hanno un ariete» gemette Wylan.

«Andate avanti» li incoraggiò Inej. E si tolse le scarpe.

Jesper girò la manovella più in fretta mentre la punta del trapano ronzava. Prese a farle fare una linea
curva, disegnando l’inizio di un cerchio, poi una mezzaluna. Più veloce.

La porta di legno cominciò a scheggiarsi.

«Prendi la manovella, Wylan!» gridò Jesper.

Wylan lo sostituì, girando la punta del trapano più veloce che poteva.

Jesper afferrò i fucili delle guardie cadute e li puntò sulla porta.

«Stanno arrivando!» urlò.


Sul vetro, le due linee si incontrarono. La luna era piena. Il cerchio rimbalzò in fuori e si inclinò verso
l’interno. Non aveva ancora toccato il pavimento e Inej era già scattata.

«Togliamoci di mezzo!» ordinò.

Stava correndo, i piedi leggeri e le vesti di seta come piume. In questo momento non le dispiacevano.
Aveva raggirato Heleen Van Houden. Si era portata via un pezzetto di lei, uno stupido simbolo, però uno
che lei aveva a cuore. Non era abbastanza – non sarebbe mai stato abbastanza – ma era un inizio. Ci
sarebbero state altre maîtresse da truffare, altri schiavisti da prendere in giro. Le sue sete erano piume, e
lei era libera.

Inej si concentrò su quel cerchio di vetro – una luna, una luna vuota, una porta sul futuro – e vi saltò
dentro. Il buco era grande appena per consentire al suo corpo di passarci in mezzo, e Inej sentì un
morbido fruscio mentre il bordo affilato lacerava la seta che la ricopriva. Si inarcò e allungò un braccio.
Avrebbe avuto un’opportunità sola per afferrare la lanterna di ferro che pendeva dal soffitto del recinto.
Era un salto impossibile, un salto folle, ma era ancora una volta la figlia di suo padre, e per lei le leggi di
gravità non valevano. Rimase sospesa in aria per uno spaventoso istante e poi le sue mani strinsero la
base della lanterna.

Dietro di sé, udì la porta della passerella spalancarsi e dei colpi di armi da fuoco. Tienili lontani, Jesper.
Guadagnami del tempo.

Oscillò avanti e indietro per darsi lo slancio. Un proiettile le passò accanto. Per sbaglio? O qualcuno aveva
superato Wylan e Jesper per spararle attraverso il buco?

Quando lo slancio fu sufficiente, Inej si lasciò andare. Colpì forte la parete. Non c’era un modo elegante
per evitare l’urto, però le sue mani si aggrapparono al ripiano in pietra sul quale erano esposte le asce
antiche. Da lì fu facile: dal ripiano alla trave al ripiano inferiore, e poi giù, facendo un rumore sordo
quando con i piedi colpì il tetto di un enorme carro armato. Scivolò dentro la torretta a cupola e raggiunse
l’abitacolo.

Girò una manopola e poi un’altra, nel tentativo di prendere il controllo. Finalmente una delle
mitragliatrici si sollevò. Inej premette il grilletto e tutto il suo corpo tremò mentre i proiettili venivano
sparati a raffica, come grandine, contro il recinto di vetro, rimbalzando e tintinnando in tutte le direzioni.
Era il segnale migliore che potesse lanciare a Jesper e a Wylan.

Inej poteva solo sperare di riuscire a far funzionare il cannone. Ispezionò l’abitacolo del carro armato.
Ruotò l’unica maniglia visibile e il muso del cilindro lungo si mise in posizione. La leva era lì, proprio
come aveva detto Jesper. Lei la tirò forte. Ci fu un clic sorprendentemente silenzioso. Poi, per un lungo
orribile istante, non accadde niente. “E se non è carico?” pensò. “Se Jesper ha ragione sul cannone, allora
i Fjerdiani sarebbero pazzi a lasciare in giro una potenza del genere.”

Un rumore metallico risuonò da qualche parte nel carro armato. Inej udì qualcosa rotolare verso di lei ed
ebbe il pensiero terrificante di aver commesso uno sbaglio. Il proiettile stava per cadere giù da quella
lunga canna ed esploderle in grembo. Invece, ci furono un sibilo e uno stridio, come di metallo sfregato
contro altro metallo. Il cannone vibrò. Un boom da far esplodere la testa lacerò l’aria con una nuvola di
fumo grigio scuro.

Il proiettile colpì il vetro, frantumandolo in migliaia di pezzi scintillanti. “Più belli dei diamanti” si
meravigliò Inej, e sperò che Wylan e Jesper avessero trovato il tempo e lo spazio per mettersi al riparo.

Attese che la polvere si diradasse, mentre le orecchie le facevano male. La parete di vetro non c’era più.
Tutto era immobile. Poi due funi, legate alla ringhiera della passerella, vennero giù, seguite da Jesper e
Wylan: il primo agile come un insetto, il secondo a sobbalzi, dimenandosi come un bruco che cerca di
uscire dal bozzolo.

«Ajor!» urlò Inej in Fjerdiano. Nina sarebbe stata fiera di lei.

Girò il cannone di qua e di là. Dall’altra parte della parete di vetro ancora in piedi, sulla passerella, degli
uomini gridavano. Quando la canna ruotò nella loro direzione, si sparpagliarono in giro.

Inej udì dei passi e dei rumori metallici mentre Jesper e Wylan si arrampicavano sul carro armato. Dal
tettuccio spuntò Jesper, a testa in giù. «Me lo fai guidare?»

«Se insisti.»

Inej si fece da parte in modo che lui potesse mettersi al posto di guida.

«Oh, ciao, caro» disse Jesper felice. Tirò un’altra leva, e il carro armato sembrò fremere di vita propria
intorno a loro mentre ruttava fumo nero. “Che razza di mostro è questo?” si domandò Inej.
«Che fracasso!» gemette.

«Che motore!» disse Jesper ridendo di gusto.

Si stavano muovendo, e non c’era un’anima in vista.

Da sopra, arrivava un rumore di spari. Evidentemente, Wylan aveva trovato il quadro di controllo.

«Per amore dei Santi» disse Jesper a Inej. «Aiutalo a prendere la mira!»

Inej si strinse accanto a Wylan nella torretta a cupola e puntò la seconda mitragliatrice, aiutandolo con il
fuoco di copertura mentre le guardie irrompevano nel recinto.

Jesper stava girando il carro armato, arretrando il più possibile. Fece fuoco una volta con il cannone. Il
proiettile frantumò il recinto di vetro, sfrecciò oltre la passerella e colpì le mura ad anello situate dietro.
Polvere bianca e frammenti di pietra andarono ovunque. Fece fuoco di nuovo. Il secondo proiettile formò
delle crepe. Jesper aveva ammaccato le mura ad anello: era un’ammaccatura notevole, ma non era un
buco.

«Pronti?» gridò.

«Pronti» risposero Inej e Wylan all’unisono. Si accucciarono sotto la torretta. A causa del vetro, Wylan
aveva dei graffi un po’ ovunque sulle guance e sul collo. Stava sorridendo. Inej gli prese le mani e gliele
strinse. Erano entrati nella Corte di Ghiaccio zampettando come dei ratti. Vivi o morti, ne stavano
uscendo come un esercito.

Inej udì un forte tunk e poi i rumori degli ingranaggi che giravano. Il carro armato ruggì; era il suono di
un tuono intrappolato in un tamburo di metallo che chiedeva a gran voce di uscire. Il mezzo arretrò, poi si
lanciò in avanti. Sempre più veloce. Il carro armato sobbalzò – dovevano essere fuori dal recinto.

«Tenetevi forte!» gridò Jesper, e andarono addosso alle leggendarie, impenetrabili mura della Corte di
Ghiaccio con uno schianto da frantumare le mandibole. Inej e Wylan volarono indietro e andarono a
sbattere contro la parete della torretta.

Avevano sfondato le mura. Se ne andarono rombando per la strada, i colpi sommessi dei fucili che
scomparivano dietro di loro.

Inej sentì un rumore che aveva a che fare con la felicità. Si raddrizzò e alzò lo sguardo. Wylan stava
ridendo.

Si era sporto dalla torretta e stava guardando la Corte di Ghiaccio. Quando lei lo raggiunse, vide il buco
nelle mura ad anello: uno sgorbio nero in tutta quella pietra bianca, e gli uomini ci correvano dentro
sparando invano alla scia polverosa del carro armato.

Wylan, ancora ansimante per le risate, alzò il dito medio e lo puntò in basso. Dietro di loro c’era uno
stendardo, finito nei battistrada del carro armato. Nonostante le macchie di fango e le bruciature della
polvere da sparo, Inej riusciva ancora a leggere: STRYMAKT FJERDAN. Potenza Fjerdiana.
40

NINA
Emersero dall’oscurità bagnati fradici, ammaccati e rantolanti alla luce chiara della luna. Nina si sentiva
come se fosse stata presa a pugni su tutto il corpo. I residui appiccicosi di baleen le si raggrumarono agli
angoli della bocca. Il vestito le si era sfilacciato fino a ridursi a un brandello di stoffa, e se non fosse stata
così disperatamente e vertiginosamente felice di essere viva e di respirare, si sarebbe potuta preoccupare
del fatto che era a piedi scalzi e praticamente nuda nella gola di un fiume del Nord, ancora a un miglio e
mezzo di distanza dal porto e dalla salvezza. In lontananza, sentiva risuonare le campane della Corte di
Ghiaccio.

Kuwei stava tossendo acqua, e Matthias stava trascinando un Kaz afflosciato e privo di sensi fuori dalla
corrente bassa del fiume.

«Per tutti i Santi, respira?» domandò Nina.

Matthias lo girò sull a schiena senza troppa delicatezza e iniziò a premergli il petto con più forza di quella
strettamente necessaria.

«Dovrei... Lasciarti... Schiattare...» mormo rò a ritmo con il massaggio cardiaco.

Nina avanzò cauta sulle rocce e si inginocchiò accanto a loro. «Lascia fare a me prima che gli rompi tutte
le costole. C’è polso?» Gli premette le dita sulla gola. «C’è, ma lo sta perdendo. Aprigli la camicia.»

Matthias la aiutò a strappare l’uniforme da drüskelle. Nina posizionò una mano sul torace di Kaz,
concentrandosi sul suo cuore per forzarlo a contrarsi. Usò l’altra mano per chiudergli il naso e tenergli la
bocca aperta mentre con la bocca immetteva aria nei suoi polmoni. I Corporalki più esperti sapevano
estrarre l’acqua, ma non aveva tempo di arrovellarsi sulle lacune del proprio addestramento.

«Vivrà?» chiese Kuwei.

Non lo so. Premette le labbra su quelle di Kaz un’altra volta, sincronizzando i respiri con i battiti che
pretendeva dal suo cuore. Avanti, spregevole delinquente del Barile. Sei uscito vivo da guai peggiori.

Avvertì il cambiamento quando il cuore di Kaz prese a battere per conto proprio.

Poi lui tossì, il petto si contrasse per gli spasmi e l’acqua gli uscì dalla bocca.

Spinse via Nina, inspirando aria.

«Stai lontana da me» disse rantolando, pulendosi la bocca con la mano guantata. Lo sguardo era fuori
fuoco. Sembrava che stesse vedendo attraverso di lei. «Non toccarmi.»

«Sei sotto shock, demjin» replicò Matthias. «Sei quasi affogato. Avresti dovuto affogare.»

Kaz tossì di nuovo, e tutto il suo corpo tremò. «Affogato» ripeté.

Nina annuì lentamente. «La Corte di Ghiaccio, ricordi? Il colpo impossibile? Quasi morto? Tre milioni di
kruge che ti aspettano a Ketterdam?»

Kaz sbatté le palpebre e lo sguardo gli si schiarì. «Quattro milioni.»

«Lo sapevo che questo ti avrebbe riportato fra noi.»

Kaz si strofinò le mani sul viso, mentre colpi di tosse annacquati gli squassavano ancora il petto. «Ce
l’abbiamo fatta» disse con stupore. «Djel fa miracoli.»

«Tu non ti meriti nessun miracolo» ribatté Matthias con lo sguardo duro. «Hai profanato il frassino
sacro.»

Kaz si rimise in piedi, barcollò leggermente, fece un altro debole respiro. «È un simbolo, Helvar. Se il tuo
dio è così delicato, forse dovresti procurartene uno nuovo. Andiamo via da qui.»

Nina alzò le mani. «Non c’è di che, ingrato mascalzone.»

«Ti dirò grazie quando saremo a bordo della Ferolind. Muoviamoci.» Si stava già trascinando sopra le
rocce che fiancheggiavano il lato opposto della gola. «Lungo il cammino mi spiegherete perché il nostro
illustre scienziato Shu sembra uno dei compagni di scuola di Wylan.»

Nina scrollò la testa, divisa tra il fastidio e l’ammirazione. Forse era questo ciò che ci voleva per
sopravvivere nel Barile. Non fermarsi mai.

«È un amico?» chiese Kuwei, scettico, in Shu.

«A volte.»

Matthias aiutò Nina a rialzarsi e andarono tutti dietro a Kaz, procedendo lentamente su per le pareti
rocciose della gola che li avrebbe portati dall’altra parte del ponte, e un po’ più vicini a Djerholm. Nina
non era mai stata così spossata, ma non poteva permettersi di riposare. Avevano il loro bottino. Si erano
spinti più in là di ogni altra banda. Avevano fatto saltare in aria un edificio nel cuore della Corte di
Ghiaccio. Ma non sarebbero mai arrivati al porto senza Inej e gli altri.

Andò avanti. L’unica altra opzione era sedersi su un masso e aspettare la fine. In lontananza ci fu un
rimbombo.

«Oh, Santi numi, vi prego, fate che sia Jesper» implorò mentre uscivano dalla gola e si giravano a
guardare il ponte addobbato di nastri e rami di frassino per la festa di Hringkälla.

«Qualunque cosa stia arrivando, è grossa» disse Matthias.

«Cosa facciamo, Kaz?»

«Aspettiamo» rispose lui mentre il rumore si faceva sempre più forte.

«Cosa ne dici di “mettiamoci al coperto”?» domandò Nina, saltellando nervosamente da un piede all’altro.
«“Non vi preoccupate”? “Ho nascosto venti fucili in questo comodo cespuglio”? Di’ qualcosa.»

«Cosa ne dici di qualche milione di kruge?» ribatté Kaz.

Un carro armato brontolò sopra la collina, con i battistrada che sollevavano polvere e ghiaia. Qualcuno li
stava salutando dalla torretta – no, i qualcuno erano due. Inej e Wylan stavano urlando e gesticolando
come pazzi.

Nina fece un urlo di vittoria mentre Matthias li fissava incredulo. Poi non riuscì quasi a credere ai propri
occhi. «Per tutti i Santi, Kaz, sembri veramente felice.»

«Non essere ridicola» scattò lui. Ma non c’era margine di errore. Kaz Brekker stava sorridendo come un
idiota.

«Devo supporre che li conosciamo?» chiese Kuwei.

L’euforia di Nina si dileguò quando la risposta di Fjerda all’assalto degli Scarti apparve all’orizzonte. Una
colonna di carri armati aveva raggiunto la cima della collina e stava scendendo giù per la strada
illuminata dalla luna, alzando dai battistrada pennacchi di polvere. Forse Jesper non aveva chiuso il
cancello dei drüskelle. O forse avevano dei carri armati pronti fuori dalla cittadella. Considerata la
potenza di fuoco presente all’interno delle mura della Corte di Ghiaccio, Nina immaginò che avrebbero
dovuto ritenersi fortunati. Tuttavia, di certo non era così che si sentivano.

Fu solo quando Inej e Wylan arrivarono rimbombando sul ponte che Nina riuscì a capire cosa stavano
urlando: «Toglietevi di mezzo!».

Balzarono giù dal sentiero mentre il carro armato gli ruggiva accanto per poi fermarsi con un gran
stridore di ingranaggi.

«Abbiamo un carro armato» disse Nina incantata. «Kaz, piccolo genio inquietante, il piano ha funzionato.
Ci hai fornito un carro armato.»

«Loro ci hanno fornito un carro armato.»

«Noi ne abbiamo uno» disse Matthias, poi indicò l’orda di metallo e fumo che si avvicinava
minacciosamente. «Loro ne hanno molti di più.»

«Già, ma vuoi sapere cosa non hanno?» chiese Kaz mentre Jesper ruotava il cannone del carro armato.
«Un ponte.»

Uno stridio metallico risalì dalle viscere corazzate del mezzo cingolato. Poi ci fu un’esplosione violenta, da
scuotere le ossa. Nina udì un fischio acuto quando qualcosa sfrecciò nell’aria accanto a loro ed entrò in
collisione con il ponte. I primi due piloni di sostegno andarono in fiamme, e le scintille e le travi di legno
precipitarono nella gola di sotto. Il cannone fece fuoco di nuovo. I piloni emisero un gemito e crollarono
definitivamente.

Se i Fjerdiani volevano attraversare la gola, avrebbero dovuto farlo volando.


«Abbiamo un carro armato e un fossato» disse Nina.

«Tutti a bordo!» urlò tronfio Wylan.

Si arrampicarono sui fianchi del mezzo, aggrappandosi disperatamente a ogni bordo e appiglio, e poi si
ritrovarono a procedere sulla strada per il porto a tutta velocità.

Mentre avanzavano rumorosamente davanti ai lampioni, la gente usciva di casa per vedere cosa stesse
succedendo. Nina provò a immaginare come dovesse apparire a questi Fjerdiani una squadra di selvaggi
come la loro. Cosa vedevano quando sporgevano le teste dalle finestre e dalle soglie di casa? Un gruppo
di ragazzini urlanti, avvinghiati a un carro armato dipinto con i colori della bandiera di Fjerda, che
procedeva come un bizzarro carro da parata uscito dalla sfilata: una ragazza avvolta in vesti di seta viola
e un ragazzo con i riccioli rosso e oro che sbucavano da dietro le mitragliatrici; quattro tizi bagnati fradici
aggrappati ai fianchi con tutte le loro forze – uno Shu con la divisa da carcerato, due drüskelle infangati, e
Nina, una ragazza mezza nuda con brandelli di chiffon turchese che gridava: «Abbiamo un fossato!».

Quando entrarono in paese, Matthias urlò: «Wylan, di’ a Jesper di puntare a ovest».

Wylan si accucciò, e il carro armato sterzò a ovest.

«È la zona industriale» spiegò Matthias. «Di notte è deserta.»

Il mezzo sferragliò sui ciottoli, oscillando a destra e a sinistra, su e giù dai marciapiedi per evitare i pochi
pedoni, poi accelerò nella zona del porto, oltre le taverne e i negozi e gli uffici di spedizione.

Kuwei inclinò la testa all’indietro, il viso raggiante di gioia. «Sento l’odore del mare» disse felice.

Anche Nina lo sentiva. Il faro lampeggiava in lontananza. Altri due isolati e avrebbero raggiunto la baia e
la libertà. Trenta milioni di kruge.

Con la loro parte, lei e Matthias sarebbero potuti andare ovunque avessero desiderato, vivere qualunque
vita avessero scelto.

«Ci siamo quasi!» urlò Wylan.

Girarono un angolo, e a Nina si chiuse lo stomaco.

«Fermi!» gridò. «Fermi!»

Inutile preoccuparsi. Il carro armato si arrestò di colpo e per poco non la scagliò via dal trespolo su cui
era seduta. Il molo era proprio davanti a loro, e subito dopo c’erano le banchine e le bandiere di migliaia
di navi sferzate dal vento. L’ora era tarda. Il molo avrebbe dovuto essere vuoto. Invece era affollato di
soldati, una fila dietro l’altra di uniformi grigie, almeno duecento – e ogni canna di ogni fucile era puntata
dritta su di loro.

Nina riusciva ancora a sentire le campane dell’Orologio Maggiore. Si guardò alle spalle. La Corte di
Ghiaccio si stagliava minacciosa, appollaiata sulla scogliera come un gabbiano imbronciato con le penne
arruffate, i muri di pietra bianca illuminati da sotto, brillanti nel cielo della notte.

«E questo cos’è?» chiese Wylan a Matthias. «Non hai mai detto...»

«Devono aver cambiato le procedure di dispiegamento delle forze.»

«Tutto il resto era uguale.»

«Non ho mai visto il Protocollo Nero in azione» ringhiò Matthias. «Forse ci sono sempre state delle truppe
armate nel porto. Non lo so.»

«Fate silenzio» disse Inej. «Smettetela.»

Nina sobbalzò quando una voce echeggiò sulla moltitudine di soldati. Parlò prima in Fjerdiano, poi in
Ravkiano, poi in Kerch e alla fine in Shu. «Liberate il prigioniero Kuwei Yul-Bo. Deponete le armi e
allontanatevi dal carro armato.»

«Non spareranno» disse Matthias. «Non rischieranno di colpire Kuwei.»

«Non ne hanno bisogno» replicò Nina. «Guarda.»

Un prigioniero scheletrico venne lasciato passare tra le file dei soldati. Aveva i capelli appiccicati alla
fronte. Indossava una kefta rossa ridotta a brandelli, si aggrappava alla manica della guardia più vicina e
muoveva le labbra febbrilmente, come se stesse dispensando qualche perla di disperata saggezza. Nina
sapeva che stava implorando per avere un po’ di parem.
«Uno Spaccacuore» disse, con tristezza, Matthias.

«Ma è lontanissimo» affermò Wylan.

Nina scrollò la testa. «Non fa differenza.» Lo tenevano quaggiù con le truppe appostate a Djerholm
Bassa? Perché no? Era un’arma migliore di qualunque fucile o carro armato.

«Vedo la Ferolind» mormorò Inej. Indicò la banchina, poco lontana. A Nina ci volle un momento, ma poi
riconobbe la bandiera di Kerch e l’allegro vessillo della Baia Haanraadt che svolazzavano. Erano così
vicini.

Jesper avrebbe potuto sparare allo Spaccacuore. Avrebbero potuto fiondarsi in mezzo alle truppe con il
carro armato, ma non ce l’avrebbero mai fatta ad arrivare alla nave. I Fjerdiani avrebbero preferito
mettere in pericolo la vita di Kuwei piuttosto che lasciarlo finire nelle mani di qualcun altro.

«Kaz?» chiamò Jesper da dentro il carro armato. «Questo potrebbe essere davvero un buon momento per
dire che l’avevi previsto.»

Kaz volse lo sguardo sul mare di soldati. «Questo non l’avevo previsto.» Scrollò la testa. «Helvar, un
giorno mi hai detto che sarei rimasto a corto di trucchi. Sembra che tu abbia avuto ragione.» Le parole
erano rivolte a Matthias, ma gli occhi erano puntati su Inej.

«Con la prigionia io ho già dato» disse lei. «Non mi avranno.»

«Non avranno vivo neanche me» disse Wylan.

Jesper sbuffò dall’abitacolo. «È assolutamente necessario che gli troviamo degli