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7. Autovalori e autovettori.
2 2 2
Sia f : VO → VO un’applicazione lineare; ci chiediamo se ci siano vettori v ∈ VO tali che f (v) sia un
multiplo di v (ciò equivale a dire che la f non fa cambiare la direzione di v).
Ad esempio, vediamo questa cosa in R2 ; sia f (x, y) = (2x, x + 2y). Allora per tutti i vettori v = (0, y)
si ha f (v) = 2v, infatti f (0, y) = (0, 2y).
Vogliamo generalizzare tale nozione ad uno spazio vettoriale qualsiasi:

Definizione 7.1: Sia f : V → V un’applicazione lineare da uno spazio vettoriale V in sé (si dice anche un
endomorfismo di V ); diremo che un vettore v ∈ V , v = 0V è un autovettore per la f se ∃λ ∈ R tale che:

f (v) = λv.

A sua volta λ si dice un autovalore per la f , e v un autovettore relativo a λ.

Esempio: Sia f : R2 → R2 data da f (x, y) = (x + y, 2x); si ha allora che f (1, 1) = (2, 2) = 2(1, 1). Quindi
(1, 1) è un autovettore per f , relativo all’autovalore λ = 2.

Notiamo che se v è un autovalore per un’endomorfismo f , allora lo è anche ogni suo multiplo av, per
a ∈ R, a = 0; infatti se f (v) = λv, allora anche

f (av) = af (v) = aλv = λ(av),

quindi se f ha un autovettore, ne ha infiniti.

Notiamo anche che se non avessimo posto v = 0V nella Def. 7.1, allora ogni λ ∈ R sarebbe un autovalore
per la f in quanto f (0V ) = 0V = λ0V , qualsiasi sia λ ∈ R.

Definizione 7.2: Sia λ ∈ R un autovalore per un endomorfismo f : V → V ; allora l’insieme Vλ = {v ∈


V |f (v) = λv} ⊂ V si dice l’autospazio relativo a λ (Vλ è costituito da tutti gli autovettori relativi a λ più il
vettore nullo).
È facile verificare che Vλ è un sottospazio di V , infatti 0V ∈ V , e ∀v, w ∈ Vλ , ∀a, b ∈ R, si ha:

f (av + bw) = af (v) + bf (w) = aλv + bλw = λ(av + bw),

quindi av + bw ∈ Vλ .

Notiamo che con questo punto di vista, ker f non è altro che V0 , l’autospazio relativo all’autovalore
0 ∈ R, infatti
V0 = {v ∈ V |f (v) = 0.v = 0V } = ker f.

Vogliamo ora vedere come fare a determinare gli autovalori e gli autovettori relativi ad un endomorfismo
f ; ci limiteremo al caso in cui dim V < +∞. Sia dim V = n, allora, come abbiamo visto nella sezione
5, scegliendo una base B di V possiamo associare alla f una matrice A = MB,B (f ) ∈ Rn,n , tale che se
v = XB ∈ Rn,1 , cioè v è rappresentato dal vettore colonna X dei suoi coefficienti rispetto alla base B, allora
f (v) = A · X (sempre scritto rispetto alla base B).

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GEOMETRIA E ALGEBRA L GIMIGLIANO ALESSANDRO ALMA MATER STUDIORUM -
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Usando la A, avremo allora che cercare i possibili autovalori λ per f , equivale a determinare i valori
λ ∈ R per i quali esiste un vettore colonna X = 0 tale che A · X = λX.
Useremo il termine autovalore anche per le matrici quadrate: diremo che λ ∈ R è un autovalore per
A ∈ Rn,n quando esiste X ∈ Rn,1 , X = 0, tale che A · X = λX, e diremo che un tale X è un autovettore per
A, relativo a λ.
Allora, se λ è un autovalore per A, dovrà aversi: A · X − λX = 0, cioè (scrivendo X come I · X):
A · X − λI · X = 0, e quindi
(A − λI) · X = 0.

Gli autovalori di A saranno allora le soluzioni X, diverse dal vettore nullo, del sistema omogeneo: (A − λI) ·
X = 0. Sappiamo che tale sistema ammette sempre soluzione (quella nulla), ed in particolare ha ∞n−r
soluzioni, ove r è il rango della matrice dei coefficienti del sistema, cioè r = r(A − λI). Avremo quindi che
se r = n esiste un unica soluzione che è quella nulla, che non ci dà nessun autovalore X, mentre se r < n,
esisteranno infinite soluzioni X del sistema, che saranno autovettori per λ.
Riassumendo:
λ sarà un autovalore per f (e per A), se e solo se la matrice A − λI non ha rango massimo (= n);
quindi se e solo se
det(A − λI) = 0.

Questo ci dà il metodo per calcolare gli autovalori di una matrice A (e di un endomorfismo f ):

Data una matrice A ∈ Rn,n , i suoi autovalori sono le soluzioni della equazione:

pA (t) = det(A − tI) = 0.

Definizione 7.3: Il polinomio pA (t) = det(A − tI) si dice il polinomio caratteristico della matrice A, e le
sue radici, come abbiamo visto, sono gli autovalori di A.

Com’è fatto il polinomio pA (t)?


Sviluppando il determinante rispetto ad esempio alla prima colonna, è facile notare che
⎛ ⎞
a11 − t a12 ... a1n
⎜ a21 a22 − t ... a2n ⎟
det(A − tI) = det ⎜⎝ .. .. .. ⎟ = (−1)n tn + ... + det A.

. . .
an1 an2 ... ann − t
cioè che il termine noto di pA (t) è det A (viene dai termini dello sviluppo di det(A − tI) che non contengono
t), e che il grado del polinomio è sempre = n, con coefficiente di tn pari a (−1)n .

Esempio 7.4: Sia f : R2 → R2 l’applicazione: f (x, y) = (2x + y, −x). Vogliamo determinarne autovalori ed
autovettori.
Applicando f ai vettori della base canonica otteniamo:

f (1, 0) = (2, −1); f (0, 1) = (1, 0).


 
2 1
e perciò si ha che la matrice A = ME,E (f ) = . Per trovare gli autovalori di f (e di A) dobbiamo
−1 0
calcolare:      
2 1 t 0 2−t 1
det(A − tI) = det( − ) = det = t2 − 2t + 1
−1 0 0 t −1 −t

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Quindi gli autovalori sono le soluzioni dell’equazione t2 − 2t + 1 = 0, cioè (t − 1)2 = 0. La sola soluzione è
per t = 1.
Allora il solo autovalore è λ = 1. Gli autovettori sono le soluzioni del sistema: (A − 1I) · X = 0:
     
2−1 1 x 0
· =
−1 −1 y 0
 
x+y =0 x
cioè =⇒ X = .
−x − y = 0 −x
Allora gli autovalori sono i vettori non nulli dell’autospazio: V1 = {(x, −x)|x ∈ R}.
⎛ ⎞
1 0 0
Esempio 7.5: Vogliamo determinare autovalori ed autovettori per la matrice: A = ⎝ 0 0 1 ⎠.
0 −1 0
Calcoliamo il determinante di A − tI, e cioè il polinomio caratteristico di A, e cerchiamone le radici:
⎛ ⎞
1−t 0 0
det(A − tI) = det ⎝ 0 −t 1 ⎠ = (1 − t)(t2 + 1) = 0.
0 −1 −t

Il fattore t2 + 1 non si annulla mai (per nessun valore t ∈ R; ci sono valori complessi di t che lo annullano,
e cioè t = ±i, ma qui ci limitiamo allo studio di autovalori reali), quindi l’unico autovalore è dato da t = 1.
L’autospazio di V1 è dato dalle soluzioni del sistema:

⎨ 0=0
(A − 1I)X = 0, ⇒ −y + z = 0

−y − z = 0

cioè V1 = {(x, 0, 0)}.

Un Esempio.
Consideriamo il seguente problema: un’associazione venatoria vuole ripopolare di conigli selvatici una
zona che attualmente ne è sprovvista. La zona è divisa in tre aree comunicanti A,B, e C; solo nell’area C
sarà consentita la caccia.
La previsione è che la popolazione destinata all’area A si quadruplicherà ogni anno, quella dell’area B
settuplicherà , mentre quella dell’area C, essendo soggetta a caccia, si dimezzerà .
Poiché i ”nuovi conigli” nati durante l’anno si redistribuiscono uniformemente nelle tre zone, vorremmo
ottenere a fine anno una distribuzione della popolazione nelle tre aree proporzionale a quella iniziale. Se
ciò fosse possibile vogliamo sapere quale sarà la situazione dopo un anno se abbiamo immesso in tutto 800
conigli.
Siano x,y e z le quantità di conigli immesse nelle tre zone, si avrà :
⎛ ⎞ ⎛ ⎞ ⎛ ⎞ ⎛ ⎞ ⎛ ⎞
A x 4x x + 3x x + x + 2y 2x + 2y
B ⎝ y ⎠ → 1 anno → ⎝ 7y ⎠ = ⎝ y + 6y ⎠ → redistribuzione → ⎝ y + x + 2y ⎠ = ⎝ x + 3y ⎠
C z z/2 z/2 z/2 + x + 2y x + 2y + z/2

Quindi si ha un’applicazione lineare f : R3 → R3 , di matrice


⎛ ⎞
2 2 0
M = ⎝1 3 0 ⎠.
1 2 12

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Se X è la colonna delle distribuzioni iniziali, noi vorremmo che la distribuzione dopo un anno fosse del tipo
λX, proporzionale ad X, quindi quello che cerchiamo sono gli autovalori ed autovettori di M . Il polinomio
caratteristico è : ⎛ ⎞
2−t 2 0
1
pM (t) = det ⎝ 1 3−t 0 ⎠ = ( − t)(t2 − 5t + 4).
1 2
1 2 2 −t
Si vede facilmente che le soluzioni di pM (t) = 0 sono:

1
λ1 = , λ2 = 1, λ3 = 4.
2

Cerchiamo i rispettivi autovettori risolvendo i sistemi (M − λi I) · X = O, e cioè :


λ1 = 12 . Si ha:
⎛ ⎞ ⎛ ⎞ ⎛ ⎞ ⎧ 3x
2− 1
2 0 x 0 ⎨ 2 + 2y = 0
2 x=0
⎝ 1 3− 1
0⎠ · ⎝y ⎠ = ⎝0⎠ → x + 5y = 0 → .
2 ⎩ 2 y=0
1 2 0 z 0 x + 2y = 0
Quindi l’autospazio è : V 12 = {(0, 0, z)|z ∈ R}.

λ2 = 1. Si ha:
⎛ ⎞ ⎛ ⎞ ⎛ ⎞ ⎧
2−1 2 0 x 0 ⎨ x + 2y = 0
⎝ 1 x = −2y
3−1 0 ⎠ · ⎝y ⎠ = ⎝0⎠ → x + 2y = 0 → .
1 ⎩ z z=0
1 2 2 −1 z 0 x + 2y − 2 = 0

Quindi l’autospazio è : V1 = {(−2y, y, 0)|y ∈ R}.

λ1 = 4. Si ha:
⎛ ⎞ ⎛ ⎞ ⎛ ⎞ ⎧
2−4 2 0 x 0 ⎨ −2x + 2y = 0
⎝ 1 x=y
3−4 0 ⎠ · ⎝y ⎠ = ⎝0⎠ → x−y =0 → .
1 ⎩ 7z z = 6x
1 2 2 −4 z 0 x + 2y − 2 = 0 7

Quindi l’autospazio è : V4 = {(x, x, 6x


7 )|x ∈ R}.

Vediamo ora di interretare questi risultati alla luce del nostro problema.
L’autovalore λ1 = 12 , con gli autovettori {(0, 0, z)} ci danno una possibile soluzione al nostro problema:
immettere tutti i conigli nella sola area C! Ma questa è una scelta che solo dei cacciatori miopemente
ingordi farebbero. Certo, per il primo anno avrebbero a disposizione molta selvaggina cacciabile, ma essa si
dimezzerebbe ogni anno, e dopo poco la popolazione diventerebbe irrisoria.
L’autovalore λ2 = 1 non dà nessuna soluzione al nostro problema: infatti gli autovettori {(−2y, y, 0)}
non hanno alcun interesse in quanto non possiamo immettere in una zona una quantità di conigli negativa!
Quindi l’ultima speranza per i nostri cacciatori è l’autovalore λ3 = 4, con gli autovettori {(x, x, 6x
7 )}.
Se la quantità totale immessa deve essere 800, avremo:
x + x + 6x
7 = 800 e cioè
20x
7 = 800 e x = 280.
Quindi questa è la soluzione ottimale per i cacciatori: immetteranno 280 conigli rispettivamente nelle
aree A e B, e 240 nell’area C. Dopo un anno la popolazione totale sarà quadruplicata e nella zona C ci
saranno ben 960 conigli da cacciare, molti di più dei 400 che avremmo avuto con la soluzione ”ingorda” data
dal primo autovalore.

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Ma, purtroppo per i cacciatori, il problema non finisce qui. Un gruppo di agricoltori e di ”verdi” ha
esaminato il piano dei cacciatori ed ha fatto i conti un po’ più in là : cosa accadrà dopo 5 anni? Dopo
5 anni la situazione sarà data dalla matrice M 5 , ed avremo una distribuzione dei conigli descritta da:
M 5 X = λ5 X = 1024X. Quindi, dopo 5 anni, la popolazione dei conigli sarà di ben 819.200 unità (e dopo 10
anni sarebbe sul miliardo)! Questo causerebbe danni alle colture ed alle altre specie, e quindi questi gruppi
si opporranno strenuamente a queste modalità di immissione scriteriata di nuove specie nel territorio!

Come abbiamo visto anche negli esempi precedenti, in generale il polinomio caratteristico di una matrice
A ∈ Rn,n si potrà scrivere come:

pA (t) = (t − λ1 )n1 (t − λ2 )n2 ...(t − λs )ns q(t)

ove λ1 , ..., λs ∈ R sono le radici reali di pA (t), ed il fattore q(t) non ha radici reali. I λ1 , ..., λs sono gli
autovalori di A ed il numero ni è detto molteplicità algebrica dell’autovalore λi .
Ad esempio nell’Es.7.5, si ha un unico autovalore λ1 = 1, con n1 = 1, mentre q(t) = t2 + 1; invece in
Es. 7.4 si ha ancora il solo autovalore λ1 = 1, ma n1 = 2, mentre q(t) = 1.
Si ha ovviamente (poiché pA (t) ha grado n): n1 +n2 +...+ns ≤ n, ed il grado di q(t) è n−n1 −...−ns (in
particolare quando, come in Es. 7.4, n = n1 + ... + ns , allora q(t) = 1 e più semplicemente non lo scriviamo
nello sviluppo di pA (t)).

Si dice invece molteplicità geometrica di un autovalore λi il numero mi = dim Vλi , la dimensione


dell’autospazio relativo a λi . Se A è una matrice n × n, si ha che mi = n − r(A − λi I), in quanto ri-
cordiamo che Vλi è lo spazio delle soluzioni del sistema (A − λi I) · X = 0.
Si ha sempre (ma non lo dimostreremo qui) che

1 ≤ mi ≤ ni

(la prima disuguaglianza è ovvia perché se λi è un autovalore dim Vλi ≥ 1).

Data un’applicazione lineare f : V → V , dove dim V = n, è di particolare rilevanza determinare se esista


una base di V fatta di autovettori per f , in quanto se useremo una tale base (se esiste) per associare ad f una
matrice, essa risulterà in un certo senso “la più semplice” matrice che si possa associare ad f . Vediamolo; sia
B = {v1 , ..., vn } una base fatta tutta di autovettori di f , e siano µ1 ,...,µn i relativi autovettori (eventualmente
anche non distinti). La matrice A = MB,B (f ) si determinerà calcolando:
⎛ ⎞ ⎛ ⎞ ⎛ ⎞
µ1 0 0
⎜ 0 ⎟ ⎜ µ2 ⎟ ⎜ 0 ⎟
f (v1 ) = µ1 v1 = ⎜ ⎟ ⎜ ⎟
⎝ ... ⎠ , f (v2 ) = µ2 v2 = ⎝ .. ⎠ , ..., f (vn ) = µn vn = ⎝ ... ⎠ .
⎜ ⎟
.
0 0 B µn B
⎛ B ⎞
µ1 0 0 ... 0
⎜ 0 µ2 0 ... 0 ⎟
Si ha quindi: A = ⎜ ⎝ .. .. ⎟. Cioè la matrice A è una matrice che ha elementi diversi

. .
0 0 ... 0 µn
da 0 solo sulla diagonale, e tali elementi sono proprio gli autovalori.

Definizione 7.6. Una matrice D = (dij ) ∈ Rn,n si dice diagonale se è tale che dij = 0, ∀i = j. Una matrice
A ∈ Rn,n si dice diagonalizzabile se è simile ad una matrice diagonale, cioè se esistono una matrice invertibile

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P ∈ Rn,n ed una matrice diagonale D ∈ Rn,n tali che A = P · D · P −1 . Un endomorfismo f : V → V si dice


semplice se esiste una base di V fatta di autovettori di f .

È immediato (per quanto osservato prima) che se dimV = n, f è semplice se e solo se è rappresentabile
con una matrice diagonale (scegliendo come base una base di autovettori), e che a sua volta ciò equivale a
dire che ogni matrice che rappresenta la f (cioè comunque si scelga la base di V ) sarà diagonalizzabile.

Esempio 7.7 Sia f : R3 → R3 , con f (x, y, z) = (x + z, y + z, x + y).⎛ f è semplice?


⎞ Cerchiamo gli autovalori
1 0 1
di f . La matrice associata ad f rispetto alla base canonica è : A = ⎝ 0 1 1 ⎠, e quindi gli autovalori sono
1 1 0
le soluzioni dell’equazione: ⎛ ⎞
1−t 0 1
pA (t) = det ⎝ 0 1−t 1 ⎠=0
1 1 −t
sviluppando il determinante rispetto alla prima colonna si ottiene:

(1 − t)(t2 − t − 1) − (1 − t) = (1 − t)(t2 − t − 2) = 0

che dà come soluzioni: t = 1, −1, 2. Determiniamo gli autovettori relativi ai tre autovalori trovati:
λ1 = −1: V−1 è dato dalle soluzioni del sistema:

⎨ 2x + z = 0
−2x = z
2y + z = 0 ⇒
⎩ y=x
x+y+z =0

Quindi V−1 = {(x, x, −2x)}.


λ2 = 1: V1 è dato dalle soluzioni del sistema:

⎨ z=0
z=0
z=0 ⇒
⎩ y = −x
x+y−z =0

Quindi V1 = {(x, −x, 0)}.


λ3 = 2: V2 è dato dalle soluzioni del sistema:

⎨ −x + z = 0
x=z
−y + z = 0 ⇒
⎩ y=x
x + y − 2z = 0

Quindi V2 = {(x, x, x)}.

Consideriamo adesso gli autovettori (1, 1, −2), (1, −1, 0), (1, 1, 1), ognuno dei quali è un generatore di
uno dei tre autospazi. I tre vettori sono linearmente indipendenti (vederlo per esercizio) e quindi costituiscono
una base di R3 , che denotiamo con B. Vediamo ora di rappresentare f tramite questa base:
⎛ ⎞
−1
f (1, 1, −2) = (−1, −1, 2) = −1(1, 1, −2) + 0(1, −1, 0) + 0(1, 1, 1) = ⎝ 0 ⎠ ,
0 B
⎛ ⎞
0
f (1, −1, 0) = (1, −1, 0) = 0(1, 1, −2) + 1(1, −1, 0) + 0(1, 1, 1) = ⎝ 1 ⎠ ,
0 B

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⎛ ⎞
0
f (1, 1, 1) = (2, 2, 2) = 0(1, 1, −2) + 0(1, −1, 0) + 2(1, 1, 1) = ⎝ 0 ⎠ .
2 B
⎛ ⎞
−1 0 0
Quindi MB,B (f ) = ⎝ 0 1 0 ⎠, ed f è semplice. Quindi si ha anche che A è diagonalizzabile, infatti
0 0 2
avremo (se E è la base canonica):

ME,E (f ) = A = MB,E (id) · MB,B (f ) · ME,B (id).

ove MB,B (f ) è diagonale e le matrici dei cambiamenti di base sono una l’inversa dell’altra.

Vogliamo adesso un criterio per determinare se un’applicazione lineare f sia semplice (o una matrice A ∈
n,n
R sia diagonalizzabile), senza dover eseguire tutta la ricerca di una base di autovettori come nell’esempio
precedente.
Ci tornerà utile nel seguito la seguente
Definizione 7.8: Se V1 ,...,Vs sono sottospazi di uno spazio vettoriale V , si dice spazio somma di essi il
sottospazio
V1 + V2 + ... + Vs = {v ∈ V | ∃vi ∈ Vi , i = 1, ..., s, v = v1 + v2 + ...vs }.

Proposizione 7.9: Sia f : V → V , dim V = n, e siano λ1 , ..., λs gli autovalori (distinti) di f . Allora
dim(V1 + V2 + ... + Vs ) = dim V1 + dim V2 + ... + dim Vs .

Dimostrazione : Sia dim Vi = mi , e siano Bi = {v1,i , ..., vmi ,i } basi dei Vi , i = 1, ..., s. Per dimostrare la
proposizione vogliamo vedere che B = ∪si=1 Bi = {v1,1 , ..., vm1 ,1 , ..., v1,s , ..., vms ,s } è una base di V1 + ... + Vs .
Ovviamente B è un insieme di generatori per V1 +...+Vs , infatti se v ∈ V1 +...+Vs , si avrà v = v1 +...+vs ,
con vi ∈ Vi ; inoltre esisteranno α1,i , ..., αmi ,i ∈ R tali che vi = α1,i v1,i ... + αmi ,i vmi ,i , i = 1, ..., s, e quindi
v = α1,1 v1,1 + ...αm1 ,1 vm1 ,1 + ... + α1,s v1,s + ... + αms ,s vms ,s .
Per vedere che i vi,j sono anche linearmente indipendenti si procede per induzione su s. Per s = 1
l’enunciato è ovvio; supponiamo che esso sia vero per s − 1 e vediamo che allora vale anche per s. Siano
αi,j ∈ R tali che

α1,1 v1,1 + ... + αm1 ,1 vm1 ,1 + ... + α1,s v1,s + ... + αms ,s vms ,s = 0V .

Dobbiamo dimostrare che allora gli αi,j sono tutti nulli. Applicando la f ai due lati di questa uguaglianza
avremo:
f (α1,1 v1,1 + ... + αms ,s vms ,s ) = λ1 α1,1 v1,1 ... + λs αms ,s vms ,s = f (0V ) = 0V .

Moltiplicando la prima uguaglianza per λs e sottraendola dalla seconda si ottiene:

(λ1 − λs )α1,1 v1,1 ... + (λs−1 − λs )αms−1 ,s−1 vms−1 ,s−1 = 0V .

Ma, poiché λi −λs = 0, i = 1, ..., s−1, e, per ipotesi induttiva, v1,1 ...vms−1 ,s−1 sono linearmente indipendenti,
avremo che α1,1 = ... = αms−1 ,s−1 = 0. Allora la prima uguaglianza diviene:

α1,s v1,s ... + αms ,s vms ,s = 0V ,

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il che implica che α1,1 = ... = αms ,s = 0 (perché i v1,1 , ..., vms ,s sono indipendenti essendo una base di Vs ).
Quindi tutti gli αi,j sono tutti nulli.

Dalla Proposizione 7.9 ricaviamo immediatamente il criterio desiderato:


Proposizione 7.10. Sia f : V → V , dim V = n, e siano λ1 , ..., λs gli autovalori (distinti) di f . Allora f è
semplice se e solo se m1 + ... + ms = n.
Dimostrazione : Supponiamo che m1 + ... + ms = n, allora, per la 7.9, si ha che che dim(V1 + ... + Vs ) = n,
e cioè che V1 + ... + Vs = V e quindi che B = {v1,1 , ..., vm1 ,1 , ..., v1,s , ..., vms ,s } è una base di V , fatta di
autovettori di f (ogni vi,j ∈ Vj ), quindi f è semplice.
Viceversa, se esiste una base di V fatta di autovettori di f , poiché essi appartengono necessariamente a
V1 + ... + Vs , avremo che V1 + ... + Vs = V e quindi che m1 + ... + ms = n.

Notiamo che poiché si ha sempre m1 + ... + ms ≤ n1 + ... + ns ≤ n, quando f è semplice si ha anche


n1 + ... + ns = n. In particolare avremo che pA (t) = (t − λ1 )n1 (t − λ2 )n2 ...(t − λs )ns , cioè pA (t) ha solo
soluzioni reali (la parte in q(t) non appare).
Inoltre, quando f è semplice si ha anche mi = ni , i = 1, ..., s.
In particolare avremo:
Corollario 7.11: Se f : V → V , dim V = n, ha n autovalori distinti, λ1 , ..., λn , allora f è semplice.
Dimostrazione : Segue dal fatto che in questo caso abbiamo ni = 1, ∀i = 1, ..., n. Allora si ha anche
m1 = m2 = ... = mn = 1, in quanto 1 ≤ mi ≤ ni , ∀i = 1, ..., n, e quindi m1 + ... + mn = n.

Ad esempio osserviamo che nell’Esempio 7.7, una volta trovati gli autovalori 1, −1, 2, potevamo immedi-
atamente concludere che f era semplice (per il Corollario 7.11, avendo tre autovalori distinti). Naturalmente
se volevamo trovare una base di autovettori avremmo dovuto comunque eseguire il procedimento ivi svolto
per determinare gli autovettori.
Esempio 7.12: Sia f : R2 → R2 , con f (x, y) = (−y, kx + y). Discutere al variare di k se f sia semplice.

0 −1 −t −1
La matrice A = MEE (f ) è A = ; avremo quindi pA (t) = det(A − tI) = det =
k 1 k 1−t

t2 − t − k. Risolvendo l’equazione t2 − t − k = 0 si ha: t = 1± 21+4k .
Per 1 + 4k < 0, cioè k < −1/4, avremo che pA (t) = 0 non ha soluzioni reali, quindi f , non possedendo
autovalori reali, non è semplice.
√ √
Per 1 + 4k > 0, cioè k > −1/4, avremo due autovalori reali distinti: λ1 = 1− 21+4k e λ2 = 1+ 21+4k , e
quindi (per il Corollario 7.11), f è semplice.
Quando k = −1/4, l’unico autovalore è λ = 1/2, e pA (t) = (t − 12 )2 . Per vedere se la f è semplice
dobbiamo determinare
 semplice se mλ = nλ = 2. Si ha mλ = n − r(A − λI) e
mλ = dim Vλ ed f sarà 
−1/2 −1 −1/2 −1
A − 1/2I = , con r( ) = 1, quindi mλ = dim Vλ = 2 − 1 = 1 = nλ ed f non è
−1/4 1/2 −1/4 1/2
semplice.
Esercizi:
1) Dire se f : R3 → R3 , con f (x, y, z) = (x − y, y + z, x + ky + z) è semplice al variare di k.
2) Se f : R4 → R4 , con f (x, y, z, w) = (w, z, y, x), determinarne autovalori ed autovettori. f è semplice?
3) Se λ è autovalore per A, λk è autovalore per Ak (qui k ∈ N)?
4) Sia r(A) = n e λ un autovalore per A. È vero che λ−1 è un autovalore per A−1 ?

-8- 10/10/04

Facolta di Ingegneria Corso di Autore "Autovettori e autovalori" Copyright 2003


GEOMETRIA E ALGEBRA L GIMIGLIANO ALESSANDRO ALMA MATER STUDIORUM -
Univerità di Bologna
Tipo di Materiale Dispense A. A. 2007