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Sommario

icerche di
Anno XII, numero 1, marzo 2009

SAGGI

La delegittimazione dell'avversario politico, legittimo


nell'Italia post-unitaria
d i Fulvio C ammarano

Dove non osò la diplomazia. Alcune riflessioni


sull'internazionalismo democristiano e sulle relazioni
italo-cilene, 19(62-1970
d i Raffaele Nocera 29

RASSEGNE

Scrivere una storia sociale del politico e del religioso nella


Francia contemporanea
d i Bruno Dumons 53

TAVOLA ROTONDA

Storia narrativa, storia narrazione. Tavola rotonda con


Hayden White
a cura d i Mauro Moretti.
Intervengono: Giuliana B e n v e n u t i , Girolamo Imbruglia,
Mauro M o r e t t i , Marcello M u s t è 69

BIBLIOTECA
Biblioteca 95

Indice degli autori e dei volumi recensiti 171

1 8 Ricerche di Storia Politica 1/2009


Tavola rotonda

Storia narrativa, storia narrazione


Tavola rotonda con Hayden White
A cura di Mauro Moretti
Intervengono: Giuliana Benvenuti, Girolamo
Imbruglia, Mauro Moretti, Marcello Mustè
Roundtable with Hayden White

In this roundtable Hayden White responds to several questions posed by a panel


of historians that comprises Giuliana Benvenuti, Girolamo Imbruglia, Mauro Moretti,
Marcello Mustè. The questions concentrate on the relationship between discourse and
narration, history and fiction. The objective ofthe discussion was to discuss whether
history can be considered a science or a literary genre, and to define the mie ofthe
narrative component in the writing of history.

Keywords: History, Narration, Fiction, Literature

Giuliana Benvenuti: Mi coLpisce iL fatto che La sua analisi della storiografia


abbia messo in discussione costantemente iL presupposto fondamentale deL reaLismo occidentale,
o almeno di queLLo che fino a poco tempo fa consideravamo reaLismo ocridentale, n o è La contrap-
posizione fra fatto e finzione. Sarebbe venuta meno, a suo avviso, La distinzione netta tra discorso
realistico e discorso immaginato con La nascita di nuove forme di narrazione: i l docu-drama, la
meta-fiction storica, La fact-fiction, nuovi generi ibridi che prevedono La sospensione della d i -
stinzione fra i l reaLe e L'immaginario. Ora, queste forme si differenziano nettamente daL romanzo
storico, se ben capisco, sostanzialmente per due motivi. In primo Luogo, p e r c h é la funzione re-
ferenziale è depotenziata. Questo depotenziamento nasce daLla svoLta linguistica, da Barthes e,
prima ancora, daLLa riflessione di Nietzsche. In secondo Luogo, esse prevedono un Lettore che non
scinde fra eventi immaginari ed eventi reali, che non distingue p i ù nettamente tra vita e finzione
- un fatto che investe, evidentemente, iL rapporto dello storico con iLsuo pubblico. AL contrario di
quanto avveniva nel romanzo storico non c'è p i ù un patto narrativo che renda avvertito i l Lettore
deLla distinzione tra finzione e reaLtà. Vi è perdo i m p o s s i b i l i t à di distinguere fra v e r i t à , mito,
ideologia, illusione, i l che ri rimanda nuovamente a Nietzsche e aL problema dell'origine estetica
del discorso scientifico e del discorso morale, dove origine estetica significa bisogno umano di
imporre un ordine alL'esperienza.

Mi sembra che siano questi alcuni punti fermi della sua anaLisi, che, congiunti
con La teoria dei tropi di Frye, La conducono a porre L'accento suLLa storia intesa come narrazione.

La tavob rotonda si è svolta il 14 aprile 2007 preso iL Dipartimento di Politica, Istituzioni,


Storia dell'Università di Bologna.

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L'attenzione alia componente narrativa e alla costruzione retorica del discorso storiografico è sta-
ta aL centro di molta riflessione postmoderna, ma Lei insiste suL Livello pre-critico e s p e r i f ì c a m e n t e
Linguistico, s u l quale si fonda L'accordo tra Lo storico e i l suo pubblico, c i o è suLL'aspetto trasfor-
mativo del Linguaggio. Lei mette in discussione Le semplici opposizioni fra discorso referenziale e
discorso non referenziale, tra prosa fattuale e prosa di fantasia, legittimando Le forme ibride deL
racconto modernista in quanto forme che rendono rappresentabili specifici eventi modernisti. Si
tratta di ricercare forme di rappresentazione che rendano pensabili e accettabili gLi eventi trauma-
t i r i deLla nostra storia recente. IL rischio è queLLo di delineare una immagine di storico mitografo
che risponde alla domanda di senso del proprio pubblico e va incontro aLL'orizzonte di attesa di
un pubblico occidentale che cerca di. scendere a patti con i propri crimini. È questa, in sostan-
za, L'obiezione che Le ha mosso Ginzburg. Ora, vorrei chiederle se La sua immagine deLLo storico
non è in fondo quella di uno storico-terapeuta. Se è vero che La f a t t u a l i t à dipende dai protocolli
descrittivi usati per trasformare i fatti, e dunque segue Le tipologie di intrecrio proposte da Frye
(tragico, comico, satirico, ironico), e se è vero che questa messa in intrecrio è mediata dai pre-
supposti che Lo storico condivide con iL pubblico, con L'uditorio, quaL è La componente critica che
resta allo storico? C'è un margine che gLi consenta di non Limitarsi ad assecondare le proiezioni
deL desiderio che una c o L L e t t i v i t à compie s u l proprio passato in funzione del proprio futuro o Lo
storico deve invece Limitarsi a riportare L'estraneo nei confini del familiare, ovvero a costruire,
come Lei scrive, « u n ' i c o n a » , re-intrecciando i dati in modo da cambiare iL loro significato per la
vita di una coLLettività traumatizzata?

Mi dilungo su questa immagine deLLo storico terapeuta p e r c h é secondo me essa


ha delle implicazioni non solo epistemologiche ma anche politiche, se è vero che oggi La lotta po-
litica si svolge anche neL segno del governo delLe emozioni e che Le armi della critica dell'ideologia
poco possono contro La mobilitazione delLe emozioni in un mondo che vive una sorta di coLLasso
deL senso, a l quaLe mi pare che Lo storico sia da Lei chiamato a dare i n qualche modo una risposta,
ricostruendo narrativamente dei sensi possibili, che è queLLo che fa anche La letteratura e che Lo
storico fa con strumenti Letterari. Per descrivere La de-reaLizzazione dell'evento Lei si rivoLge alla
letteratura, analizza ad esempio Between the Acts di Virginia WooLf [London, The Hogarth Press,
1941], un'autrice che ha rappresentato una grande rottura del realismo ottocentesco studiato da
Auerbach. La Letteratura si pone qui, come in altri casi, quale potente strumento di conoscenza;
p e r ò mi chiedo: La scrittura storiografica p u ò prendere a modello questo tipo di interruzione, di
scomparsa deLL'evento, p u ò prendere a modello un testo di WooLf n e l quale si susseguono epifanie
mancate? È praticabile questo modeLLoin sede storiografica? Lei parla di « v o c e m e d i a » , riprenden-
do Barthes, di scomparsa del narratore e non solo del narratore onnisciente, ma in generaLe deL
narratore come punto di vista esterno alla narrazione. Propone allora una storiografia che pratica
sistematicamente i l flusso di coscienza, iL monologo interiore, che « e m p a t i z z a » fortemente con iL
proprio oggetto di studio? Lo storico deve cercare, attraverso un'operazione di empatia, di rico-
struire La storia dell'esperienza degli attori? È questa La m o d a l i t à operativa che occorre prendere
in considerazione per rappresentare quelli che Lei definisce gLi « O L o c a u s t i n o v e c e n t e s c h i » ? Non si
rischia, Le domando, di mettere i n qualche modo a tacere quella c a p a r i t à che Lo storico dovrebbe
avere acquisito di Lavorare suLLa distorsione deLle fonti? Detto in altri termini, questa volta quelli

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usati da Ginzburg, quaL è i l rapporto che possiamo istituire tra micro e macro-storia, o, per restare
a dei modeLLi Letterari, tra Tolstoj, a l quaLe si richiama anche Ginzburg, e La WooLf e La narrativa
post-reaListica, aLLa quaLe invece Lei si richiama?

Marcello Mustè: IL cosiddetto revival della narrazione risale almeno aLLa m e t à


degLi anni Sessanta deL Novecento. Ancora prima del Libro di Paul Veyne deL 1971 [Comment on
écrit l'histoire. Essai d'epistemologie, Paris, Seuil, 1971] i l « n a r r a t i v i s m o » aveva avuto un forte
impuLso nei filosofi di Lingua inglese, come WiLLiam GaLLie e Arthur C. Danto. Ma La posizione
di Hayden White, che pure p u ò essere iscritta in questa Linea di pensiero, appare certamente
peculiare. A differenza di altri autori (e anche di Paul Ricoeur), White pone La teoria narrativa
dentro la « s v o l t a L i n g u i s t i c a » , e quasi sdrammatizza Le questioni che ancora erano a l centro della
tradizione analitica: mi riferisco ai problemi di teoria della spiegazione, o a l rapporto della .storia
con le « s r i e n z e deLLa n a t u r a » . In W h i t è , i l discorso storico (con Le nozioni di significato e v e r i t à )
tende a risolversi interamente neLL'anaLisi dello stile storiografico, ossia nel paradigma deL testo.
Da questo punto di vista, i l debito di White con La filosofia analitica, da un Lato, e con L'ermeneu-
tica, d'altro Lato, è forte ma, neLLo stesso tempo, distaccato. E si farebbe fatica a inserire White
in questi due indirizzi dominanti deLLa teoria deLLa storia contemporanea. IL suo « f o r m a l i s m o » ha
molti debiti, ma non si risolve in nessuno di essi.

Recentemente White ha definito La filosofia di Ricoeur una « m e t a f i s i c a della nar-


r a t i v i t à » : in questa espressione io colgo una punta di critica, un bisogno di differenziarsi da queL
paradigma. Alcune differenze risultano chiare: come queLLe reLative aL rapporto tra r e a l t à e finzio-
ne, o alla teoria deLLa spiegazione. La posizione di White è p i ù radicale, queLLa di Ricoeur tende
invece a conservare un aggancio p i ù forte con La tradizione (non solo con queLLa fenomenologica
e heideggeriana, ma anche con queLLa « m e t o d o l o g i c a » ) . Tuttavia, vi sono tre questioni suLle quali
mi piacerebbe tornare, e attraverso Le quali vorrei capire meglio iL rapporto di White con L'erme-
neutica. Le espongo schematicamente. IL primo punto riguarda i l rapporto tra storia e struttura
della t e m p o r a l i t à . In Temps etrécit di PauL Ricoeur [3 voLL, Paris, Seuil, 1983-85], La Mimesis 2,
ossia L'atto di configurazione narrativa, rappresenta una « r e p l i c a » alle aporie deL tempo ereditate
daLLa tradizione filosofica (il « t e m p o deL c o s m o » di Aristotele e iL « t e m p o d e l l ' a n i m a » di Agostino,
anzitutto): La mimesis genera un tempo umano, che è i l tempo proprio della narrazione. Nella
filosofia di White, se intendo bene, accade quaLcosa di simile nel passaggio dalla « c r o n a c a » alla
« s t o r i a » . In Metahistory [H. White, Metahistory: the HistoricaL Imagination in Nineteenth-Century
Europe, BaLtimore and London, The Johns Hopkins University Press, 1973; trad. i t : Retorica e sto-
ria, 2 v o l i , Napoli, Guida, 1978], La « s p i e g a z i o n e secondo implicazione i d e o l o g i c a » comporta una
differenziazione degli « o r i e n t a m e n t i t e m p o r a l i » tra i l presente (conservatori), iL futuro (Liberali),
L'imminente (radicali) e iL passato remoto (anarchia). Nei saggi successivi/questo stesso passag-
gio dalla cronaca alla storia sembra configurarsi come un passaggio dalla cronologia a un tempo
del racconto, dove eventi i n i z i a l i , centrali e terminali segnano La t e m p o r a l i t à secondo strutture
« c h i u s e » (anche se taLi da restare aperte ad altre storie).

I l secondo punto riguarda la funzione dell'immaginazione. Nel saggio su La que-


stione della narrazione nella teoria contemporanea della storiografia [H. White, La questione della

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narrazione netta teorìa contemporanea detta storiografia, in P. Rossi, La teoria detta storiografia
oggi, Milano, I l Saggiatore, 1983, pp. 33-78], dove ha insistito sul carattere di « a l l e g o r i a » e s u l
simbolismo deL testo storico, White ha sottolineato La funzione dell'immaginazione come « p r o -
duzione di una v e r i t à specificamente u m a n a » . Dobbiamo aLLora dire che è nelLa f a c o l t à deLL'im-
maginazione che va cercata la radice e i l fondamento delLa v e r i t à storica? IL terzo punto riguarda
i l probLema deLL'etica. Già in Metahistory, quando si trovava a spiegare i l passaggio dalla cronaca
aLLa storia, e poi L'atto poetico che inaugura iL discorso storico, White ricorreva a l concetto di
« d e c i s i o n e » : La storiografia - spiegava - deriva da una derisione, e come taLe non trova un f o n -
damento nella res, in una presupposta r e a l t à della cose (diremmo piuttosto che questa derisione
è essa stessa costitutiva deLLa r e a l t à ) . Nei saggi successivi a Metahistory il rapporto tra storia ed
etica è emerso sempre p i ù in primo piano. Nel saggio del 1987 su IL vatore detta narrazione netLa
rappresentazione detta reattà, White giunge ad affermare che « i l discorso narrativizzante è subor-
dinato a l proposito di formulare giudizi m o r a l i z z a n t i » [H. White, Forme di storia. Dotta reattà atta
narrazione, a cura di E. Tortarolo, Roma, Carceri, 2006, p. 59]. In altri termini, iL discorso etico
passa per iL discorso storico-narrativo, e La storia è anche una deLLe forme di costruzione deLL'eti-
ca. Anche qui, p e r ò , vorrei intendere meglio i l rapporto tra finzione e storia, non solo rispetto a l
tema dassico della referenza, ma proprio i n rapporto all'etica. I personaggi della storia (gLi stati,
Le nazioni, Le masse, Le classi) sembrano avere un rapporto diverso con L'etica (di « a p p a r t e n e n z a
p a r t e c i p a t i v a » , scriveva Ricoeur) rispetto ai personaggi della finzione, che spesso restituiscono
qualcosa di p i ù intimo e profondo dell'individuo umano. Non potrebbe essere proprio in questo
diverso rapporto con La dimensione individuale, e quindi con L'etica, una differenza fondamentaLe
tra storia e finzione?

Girolamo Imbruglia: Vorrei partire dal fatto che anche qui, come in Forme di
storia. Dotta reattà aLLa narrazione, « s t i a m o considerando non i l probLema dei metodi di ricerca che
dovrebbero essere utilizzati per investigare iL passato, ma La questione della scrittura s t o r i c a » .
A questo probLema mi vorrei quindi restringere. In effetti La relazione tra storico di professione,
come compare diriamo a m e t à Settecento, e natura del suo discorso, è in questa prospettiva
centraLe. Lei ha insistito suLLa « n a r r a t i v i z z a z i o n e » della storiografia, intesa come iL risuLtato deLLa
sua visione deLLa storia i n termini di interpretazione. Tuttavia, a me sembra che questa c o n t i g u i t à
tra storiografia e Letteratura non sia c o s ì scontata. La grande storiografia ottocentesca, pur rifug-
gendo daLLa categoria di progresso, Ranke i n testa, ha pensato La storia come un Luogo, nel quale
si svoLgono conflitti, tensioni, guerre, lotte, ma nel quale i l risuLtato derisivo è dato dall'affer-
mazione deL positivo. E p o i c h é parliamo di letteratura, La definizione di positivo che Ranke aveva
probabilmente in mente è queLLa di Goethe: quaLcosa cui si p u ò educare e che si p u ò tramandare.
IL negativo, che non p u ò essere tramandato, dunque non p u ò essere oggetto di storia. AL contra-
rio, La Letteratura francese dell'Ottocento ha esplorato anche e forse soprattutto, con LesfLeurs,
Le ragioni e Le dinamiche del male. Victor Hugo, in una deLLe poesie di La corde d'airain, scritta
intorno iL 1870-71, Aux historiens, chiede ai « J u s t e s h i s t o r i e n s » : « S o y e z juges. Soyez a p ò t r e s .
Soyez P r é t r e s / Dites Le v r a i » ; ma chiede anche Loro di non parlare dei tradimenti e degli orrori. Di
questo, si occupava la Letteratura. Lo stesso Hugo, neLsuo celebre discorso ai funerali di Balzac

72 S Tavola rotonda
(iL 28 agosto 1850), riconobbe che La Comédie Humaine era un'opera che - ^ « a v e c j e ne sais quoi
d'effaré et de terribile mèle au r é e l » - descriveva la civilizzazione contemporanea. La letteratura
poteva evitare i l compimento; almeno, nel suo campo i l superamento delmale non era necessario.
La storia, invece, ne aveva bisogno. Storia e letteratura difficilmente potevano p e r c i ò essere avvi-
cinate in questo senso. In Metahistory si discute infatti la logica storiografica, ma la prospettiva
assunta era quella della lunga durata otto-novecentesca. In questo libro, invece, mi pare che la
prospettiva sia cambiata dal punto di vista deLLa periodizzazione (per un altro verso invece non
c'è cambiamento, p e r c h é La storiografia continua ad essere oggetto di Logica letteraria, come è
stato poi contestato, nella notissima polemica, da Momigliano e Ginzburg). Vi si dice infatti che
L'Olocausto è « l ' e v e n t o modernista paradigmatico nella storia deLL'Europa o c r i d e n t a l e » . Mi chiedo
se i n questa diversa periodizzazione, p i ù che le forme della storia, non abbiano avuto peso quelle
dell'arte: White fa riferimento alla Letteratura, ma si potrebbe pure pensare aLla musica e alla
pittura. IL mondo dell'arte (mondo « d e L'observation et de L ' i m a g i n a t i o n » , diceva Hugo), dopo
Auschwitz è stato investito da una crisi, che ne ha segnato una cesura. Ma altrettanto radicale
mi pare La frattura che si è avuta nella storia. L'orrore è divenuto i l pensiero della storia. Esiste
un cambiamento di prospettiva tra Metahistory e questi saggi?; e L'avvianamento che si continua
a fare di storia e Letteratura ha un nuovo baricentro? Ancora un'osservazione. Sia in Metahistory,
sia in Forme di stona si sottolinea i l fatto che uno storico si trova in contesti s o d a l i , di potere, i n
rapporti di a u t o r i t à con La c o m u n i t à ; e che pure L'artista vive simili rapporti. Questo è, ovviamente
innegabile; ma a me sembra che si debba forse insistere p i ù suLla d i v e r s i t à di questi rapporti.
Torniamo a Hugo, che chiede agli s t o r i a , nella q u a l i t à di « g i u d i r i , apostoli, p r e t i » , di dire «Le
v r a i » : debbono tutti « f o u d r o y e o > . Ma dascuna di quelle tre figure ha un suo determinato rapporto
con la c o m u n i t à ; e dascuno ha una sua v e r i t à . Pur amando Victor Hugo, non credo che questo sia
i l Lavoro dello storico. Nella poesia di Hugo, i l rapporto immaginato per gli s t o r i a con La s o d e t à
è, si direbbe, di natura « e p i c a » ; e anche La v e r i t à è di genere epico. Nel caso della storiografia, i l
rapporto è, invece, di indipendenza e critico. Vorrei ricordare un altro testo, poco noto. Narration
dell''Enciclopedia di Diderot. Vi si dice che una cosa è la retorica, una cosa è la storia; che la storia
non ricorre infatti agli abbellimenti, e nemmeno ricorre alla evocazione deLLe passioni. La storia è
una narrazione forte e virtuosa del passato, d o è è una storia repubblicana, nel senso che d porta
ad essere rittadini, che d educa ad una dimensione repubblicana. Diceva Diderot che i l vero sto-
rico è « p e r i c o l o s o » : è, d o è , autonomo. Come perdo La rappresentazione e L'auto-rappresentazione
dell'artista sono diverse da quelle dello storico, cosi credo che si debbano riconoscere ai loro
discorsi e alle v e r i t à che vi sono cercate e dette una netta d i v e r s i t à . È b e n s ì vero che anche i l
discorso dello storico educa e si tramanda; ma i l bisogno di v e r i t à da cui è dettato, e che è quello
che anima le s o d e t à cui appartiene, è diverso dal bisogno di arte.

Mauro Moretti: Io vorrei soffermarmi su un aspetto particolare, e su aLcune i m -


plicazioni sperifiche che mi sembrano di un certo interesse all'interno degLi scritti di White. Che d
si muova su un piano di storia della storiografia, affrontando simili questioni, è ovvio; ma a l di là
della sfera p i ù generale della « s t o r i a del pensiero s t o r i c o » Le riflessioni e Le suggestioni di White
potrebbero essere proiettate anche su uno spazio p i ù definito in senso materiale-disdplinare;

73 Tavola rotonda
ed una storia deLLa storiografia scritta «aLLa Hayden W h i t e » (e non penso soLo a Metahistory, ma
anche a vari p i ù recenti saggi, da poco proposti anche i n versione itaLiana) sarebbe segnata da
tratti e scansioni i n parte diversi da queLLi che contraddistinguono abituaLmente La storia deLLa
storiografia professionaLe - Le riflessioni degli uomini di mestiere sulle caratteristiche del mestiere
- da un punto di vista tecnico innanzitutto, ma qui soprattutto da un punto di vista espressivo
ed etico. Nella proposta di Lettura di White iL prevalere normativo e pratico della deontologia pro-
fessionaLe negli s t o r i a di mestiere rischia di affievolire i l senso della Loro r e s p o n s a b i l i t à morale;
come osserva su questo punto Edoardo Tortarolo, « L ' a d d o m e s t i c a m e n t o del passato prodotto dalla
storiografia accademica ha sterilizzato le p o t e n z i a l i t à della s t o r i o g r a f ì a » . Così, mentre i l percorso
del pensiero storico del XIX secolo segnava « u n cerchio completo, da una rivolta contro La visione
storica ironica del tardo illuminismo al ritorno della prevalenza di una simile visione ironica alla'
vigilia del ventesimo s e c o l o » - e non o c c o r r e r à qui insistere sulla contrapposizione fondamentale,
nella rappresentazione di White, fra impianto « m e t a f o r i c o » ed « i r o n i c o » della scrittura storica - le
concrete articolazioni disciplinari deLLa storiografia avrebbero posto Le basi per uno slittamento
che ha sottratto « a l "discorso della storia" La sua originaria funzione sociale di attribuire a l fatto
un s i g n i f i c a t o » . Da questo assunto generale potrebbero essere fatte discendere varie posizioni
particolari. All'inizio del capitolo burckhardtiano di Metahistory, White osserva che con iL passag-
gio « d a una storia in svolgimento, o diacronica, a una storia strutturale, o sincronica, l'elemento
tematico tende ad annullare L'elemento d e l L ' i n t r e c r i o » ; ed è forse lecito domandarsi, ad esempio,
se in una storia della storiografia professionale scritta da White L'anaLisi del Methodenstreit ger-
manico sarebbe svolta da un punto di vista p i ù prossimo a quello dei neo-rankiani, p i ù sensibile
a l mantenimento di un grande centro narrativo del discorso storico - i n quel caso una storia
dello Stato - , che ad un'analisi strutturale delle forme sociali ed economiche. A l t r i aspetti da
discutere potrebbero poi- riguardare la mancata pratica - o l ' i m p r a t i c a b i l i t à - i n storiografia
di un. linguaggio formalizzato: se per White « L o strumento caratteristico dello storico per la
codificazione, la comunicazione e lo scambio è i l comune Linguaggio colto. Questo implica che
i soli strumenti che egli possiede per attribuire ai suoi dati un significato, per rendere familiare
rio che è estraneo e, rendere comprensibile iL passato misterioso sono Le tecniche deL Linguaggio
figurativo», b i s o g n e r à anche ricordare che i n precisi ambiti intellettuali - quello di Henri Berr
e delle prime « A n n a L e s » , ad esempio - si t e n t ò di porre in maniera p i ù sistematica proprio iL
probLema di una stabilizzazione, e della « t r a d u c i b i l i t à » , se non della stretta formalizzazione,
del Lessico storiografico. Quanto, p o i , alla divaricazione fra le pratiche ed i l questionario dei
professionisti, e Le domande e Le aspettative che Legano aLtre figure ed altre esperienze a l
discorso storico, si d o v r à forse dire che soprattutto nei saggi p i ù recenti White attribuisce un
peso preponderante alle forme di comunicazione scritta interne alla c o m u n i t à degli storia', aL
saggio erudito, rispetto aLLa tradizione, invece, ed a l peso che, nelLa formazione di senso comu-
ne storico, nella costruzione di un discorso storico p i ù generale di queLLo professionaLizzante,
ha avuto e c o n t i n u e r à ad avere l'insegnamento (forse, i n certa manualistica generaLe, e in certe
forme di didattica compressa. Luogo di sopravvivenza di implicite e spesso inconsapevoli filosofìe
della storia), dove si mantiene un rapporto con un pubblico diverso da quello della circolazione
ristretta e interna alla c o m u n i t à degli storici. È vero, del resto, che questo rapporto è da molto

74 Tavola rotonda
lahistory, ma tempo assai problematico; e proprio in uno dei momenti apicali-.del processo-di professionalizza-
a segnata da zione, negli ultimi decenni dell'Ottocento, gli s t o r i a tedeschi, e non solo, avevano avvertito i l
i s t o r i a della modificarsi deLLa Loro condizione ed i l pericolo della perdita di funzione s o d a l e Legato alle nuove
fcdel mestiere regole ed agli spazi definiti della storiografia accademica.
la espressivo
fitùlogia pro- Hayden White: Mi avete posto degli interrogativi tra Loro complementari, e ve
li Lità morale; ne ringrazio. Voglio comindare ricordando iL fatto che Metahistory è stato stampato nel 1973,
r ò d o t t o dalla non ieri, non L'anno scorso, ma quasi quaranfanni fa, daL momento che avevo finito di scriverlo
feil percorso g i à nel 1971. Le case editriri, p e r ò , respingevano iL manoscritto, p e r c h é gli s t o r i d interpellati
irò la visione per una valutazione rispondevano « q u e s t a non è s t o r i a » , e i filosofi, a Loro volta, « q u e s t a non è
h'ronica alla filosofìa». GLi storia" mi dicevano: « W h i t e , Lei è diventato uno studioso di Letteratura e di teorie
fhdamentale, Letterarie; deve aLLora spedire iL testo ad un critico L e t t e r a r i o » ; e per d i e d anni L'opera non è stata
a storica - le recensita e discussa neLLa c o m u n i t à degLi s t o r i a , p o i c h é L'opinione diffusa era che Metahistory
i slittamento « n o n ha a che fare con La professione s t o r i c a » . Ma anch'io, in un certo senso, mi sbagliavo. Avevo
Fui re a l fatto preteso di fare una storia delL'immaginazione storica fra Otto e Novecento; voLevo confrontarmi
rie posizioni con la storia dello scrivere storia, e della scrittura sulla storia. In buona parte, tuttavia, Le sto-
srnil passag- rie della storiografia non si occupavano sperificamente dei testi, i n quanto testi, che gli s t o r i d
li, l'elemento hanno in effetti scritto, se non per selezionare ed isoLare un argomento, o parafrasarlo, e poi
tad esempio, criticare La parafrasi. E normalmente gLi argomenti impiegati i n queste critiche sono iL dubbio, la
etistreit ger- constatazione del fatto che ogni rappresentazione della storia realmente accaduta tende a essere
H ù sensibile riduttiva, La c o n t r a d d i t t o r i e t à deLL'argomentazione, La tensione fra gLi estremi formali e Logia
b una storia deLL'anaLisi, mentre nei f a t t i , nella maggior parte dei casi, si stanno proponendo due descrizioni
n aspetti da deLLa stessa cosa, o di qualcosa che è nominato dallo stesso sostantivo proprio. Io ho dedso di
Istoriografia affrontare davvero iL probLema di selezionare i testi che si devono prendere in considerazione
brico per la quando si vuoLe fare una storia deL pensiero e deLl'immaginazione storica di un dato periodo. Ho
i m p l i c a che perdo scelto quegLi s t o r i a che sono conosriuti come grandi narratori ed hanno anche una certa
Se familiare formazione ed attitudine filosofica; Burkhardt, ad esempio, è stato un grande narratore della
t Linguaggio storia ma ha anche fatto riflessioni profonde ed originali sulla natura deLLa cultura, della s o d e t à
ì Henri Berr ecc. Anch'io ho scelto di: compiere un'anaLisi di tipo testuale, di spiegazione del testo, ho preso
h proprio i l suL serio La dichiarata v o l o n t à di quegLi storia" di svolgere un tipo di discorso che è m e t à s d e n z a
èlizzazione, e m e t à arte. Essi stessi erano orgogliosi deLLa Loro a b i l i t à neLLo scrivere discorsivamente. Quando
(io na rio dei avviai iL mio Lavoro, mi prefiggevo di impiegare iL metodo Linguistico per analizzare questi testi
^perienze a l s t o r i o g r a f ì a , ma mi sbagliavo, avrei dovuto riferirmi aLLa teoria del discorso a n z i c h é aLLa teoria
aibuisce un Linguistica, p e r c h é , sebbene mi rifacessi in maniera sperifica alla Linguistica e a un certa teoria
Li s t o r i d , a l del discorso propria della Linguistica strutturale, in r e a l t à gLi elementi Linguistici nella mia analisi
fenso cornu- concernevano soLo iL Livello alto, letterale del discorso, queLLo del quale gLi Stati si sarebbero
t a Lizzante, appropriati in funzione politico-pedagogica. Io ero sperificamente interessato ad un problema
a> e i n certe posto dal diriannovesimo secolo, rispetto aLle p i ù antiche concezioni storiografiche, quello di
foli filosofìe come ricostituire Le fonti e di come riferirsi ad esse, p e r c h é per definizione La materia propria del
l i reo Lazio ne discorso storico non è p i ù disponibile n é direttamente percettibile, non p u ò p i ù essere toccata o
da molto sentita. Noi non possiamo davvero dire: « q u e s t a è La rappresentazione della Rivoluzione francese
di Mirabeau, o di Benedetto C r o c e » , non possiamo interpellare oggi Benedetto Croce per cercare
di trovare delle soluzioni ai problemi che noi ci poniamo riguardo alle nostre interpretazioni dei
suoi scritti. A me interessava iL fatto che nel diciannovesimo secolo la professione di storico
non era ancora compiutamente definita: c'era una sorta di « m e s t i e r e dello s t o r i c o » , ma non una
professione; ed i praticanti non erano chiamati « s t o r i c i » . Erano piuttosto « l o g o g r a f i » ed erano
persone che raccoglievano e scrivevano informazioni, e maturavano L'idea di essere uno storico,
e in particolare di essere riconosciuti come studiosi del passato in un modo che è peculiare degli
storici. QueL che voglio sottolineare è che negLi anni ho compreso come gLi storici reclamino un
peculiare « p o s s e s s o » del passato, cioè di essere capaci di fare affermazioni dotate di autorevolez- 1

za e c r e d i b i l i t à riguardo iL passato, che altre persone, appartenenti ad altri ambiti professionali,


come gLi amatori, i dilettanti, gLi antiquari, ma anche i fiLosofi, non sono in grado di fare. Se
provate a chiedere a uno storico professionista che cos'è una spiegazione storica, Lo storico vi
risponderà: « v o i non ci capite, voi non sapete cosa sia andare negli a r c h i v i » . GLi storici si rifanno
sempre a un'esperienza che Lega Le cose alla Loro u n i c i t à rispetto aL passato, facendo vaLere una
pratica che chi rimane seduto nel suo studio, un filosofo, non p u ò condividere. Questa è La ragio-
ne per La quale non avrei dovuto usare iL singolare coLLettivo «Lo s t o r i c o » , p e r c h é questo mi crea
immediatamente dei problemi con Le persone che dicono: « b e h , io sono uno storico, e questo non
corrisponde per niente a quello che faccio r e a l m e n t e » .

GLi s t o r i a moderni iniziarono a rivendicare La separazione deLLa storiografia daLla


retorica, e all'inizio deL diciannovesimo secolo si ebbe una sorta di rivolta generaLe contro La « r e -
t o r i c a » , che era vista sia dai romantici che dai positivisti come artifiriosa, non autentica, quasi
ornamentale e non come una strategia, non come un sistema di conoscenza. Io ritengo invece che
La storia deLLa retorica mostri i mutamenti nella concezione della funzione pubblica deL discorso,
con particolare riferimento aLLa r e a l t à politica del tempo; e chiunque conosca La retorica sa che
essa è probabilmente nata neLL'ambito giuridico, nelle polemiche sui procedimenti Legali, e che
dunque la sua natura è politica sin daLL'inizio e rimase politica fino a quando Platone Lanciò iL
suo attacco contro La retorica, ed è sempre stata vista come quaLcosa che non ha nulla a che fare
con L ' « i n v e n z i o n e » , se non superficiaLmente. Metahistory, devo ammetterlo, è stato ispirato dalla
Scienza nuova di Vico, in particolare dal secondo Libro, Della Sapienza poetica. Stavo cercando iL
modo di caratterizzare i discorsi che non posseggono un vocabolario tecnico e nemmeno deLLe
procedure per un controllo sperimentale della v e r i t à o del vaLore delle Loro affermazioni e pre-
visioni; stavo cercando un modo per tentare di intrecriare questi discorsi con quelli nei quali La
storia a partire daL diciannovesimo secoLo si è qualificata come scienza, dato che prima non era
considerata n é chiamata scienza, e questo spazio discorsivo appartiene alla retorica. Se leggete
un qualsiasi Libro di retorica del diriassettesimo secoLo, i n f a t t i , troverete che La storia è trattata
come un ramo deLLa retorica, insieme a l discorso LegaLe, a l discorso politico.

Dunque, pensavo, La storia non è una scienza. Per quanto sia divenuta una
disciplina sistematica, non Lo è diventata neLLo stesso modo da noi inteso quando diciamo che
La chimica è una srienza, non ha un controllo sperimentale sulle sue generalizzazioni, evita
di confrontarsi con iL probLema della previsione, e nel diciannovesimo secoLo, con L'intento di
addomesticare iL discorso suLLa sfera della n a z i o n a l i t à , ha sostenuto di non avere niente da dire

76 Tavola rotonda
sul presente, con un discorso da parte degli s t o r i a che suonava pi i r ò meno c o s ì : « n o n stiamo
cercando di eliminare i l presente, ma siamo interessati a l passato come oggetto di conoscenza in
quanto t a l e » . È i l famoso criterio dell'interesse disinteressato. La storia s i - è presentata come una
scienza i n questo modo: elaborando una immagine specifica, i l « g e n i o » nazionale, dei nuovi stati
nazionali che s i stavano affermando nel diciannovesimo secolo; istituzionalizzandosi, ed entrando
n e l l ' U n i v e r s i t à per la prima volta come disciplina autonoma - è nel diciannovesimo secoLo che le
u n i v e r s i t à iniziano ad avere dipartimenti di storia, fino a quel momento La storia era per Lo p i ù
collocata accanto agli studi g i u r i d i d . Ma su quali basi La storia ha potuto presentarsi come srien-
za? E in che cosa è davvero consistita questa presentazione? Nella formazione di una particolare
m o d a l i t à discorsiva che si svolge all'interno di determinati confini, che ha certi vincoli f ì s s a t i da
una nuova teoria delle fonti - del documento, e del monumento - e d a l tentativo di stabilire le
regole di un tipo s p e d i i co di ricerca empirica non-positivistica. I l legame con le fonti e i docu-
menti è quello che sostiene la rivendicazione di s d e n t i f i d t à da parte della nuova storiografia, se
i documenti sono i testimoni dei tempi.

E p e r ò la funzione s o d a l e della storia quello che mi interessa particolarmente,


i l suo presentarsi come antidoto all'ideologia. Occorre ricordare che la storia diventa una sdenza
nello stesso momento in cui la teoria dell'ideologia viene elaborata, e la relazione tra le due con-
tinua fino all'elaborazione del Lavoro di Mannheim su ideologia e utopia. La funzione della storia
è quella di mediare tra diverse rappresentazioni ideologiche della relazione tra i l passato della
nazione, i l presente e i l suo futuro immaginato. Questo è i l modo nel quaLe la storia pretende di
essere una disciplina realistica, diventando una sorta di criterio n e l quale iL reaLismo viene inteso
come riferimento ad eventi che possono essere dimostrati - i documenti lo provano - escludendo
c o s ì l'immaginazione, salvo che nella rappresentazione del discorso.
GLi s t o r i a non possono eludere La questione del « c o m e sia possibile La s t o r i a » ,
e questa è La questione metafisica i n gioco se pensiamo agLi eventi che vogliamo definire « e v e n t i
s t o r i a » . Dunque, com'è possibile la storia? E la seconda domanda, epistemologica, è: com'è pos-
sibile La conoscenza storica? Questi interrogativi sono emersi nel didannovesimo secolo p e r c h é in
questo periodo la storia si è costituita come una disriplina srientifica, senza p e r ò essere capace
di realizzare la promessa di produrre una scienza. Scienza di cosa? Del passato? Della relazione tra
passato e presente? Mi pare che ri siano numerose concezioni i n campo, e che se si vuole parlare
del modo di scrivere storia, dei procedimenti dello storico, sia sufficiente analizzare un paio di
pagine per verificare i n quale misura agisca La pretesa di fare affermazioni empiriche basate sulle
fonti, e quanto invece lo storico si valga di raffigurazioni per costruire un discorso complesso nel
quale la r e a l t à viene presentata come un flusso; ed iL problema è di come si riesca a diminuire
L'attrito nei passaggi dai fenomeni di superficie, dalla ricostruzione empirica alla dimensione sot-
tostante, alle strutture profonde di senso e significato, come si possa passare da affermazioni di
fatto a.questioni morali. Ad esempio, se questa è la storia della mia nazione, che cosa devo fare?
Una volta che ho Letto questa storia, come devo comportarmi? Mi devo arruolare nell'esercito?
Devo sostenere la guerra in Iraq?

Io credo che la storia abbia anche questo tipo di funzione terapeutica, di ren-
derci dei cittadini funzionalmente attivi, credo che ri sia sempre stato un imperativo morale

77 8 Tavola rotonda
inscritto ne Lia rappresentazione di d ò che appare, del fatto o dell'evento, e che sia la narrazione
a porre innanzi a noi questo imperativo. Quando parlo di « n a r r a z i o n e » intendo distinguere tra
una semplice « e n u n d a z i o n e » e la forma che viene data alle cose da u n ' « e n u n d a z i o n è » di tipo
narrativo: questa è qualcosa di p i ù compLesso, che ha a che fare con un piano p i ù profondo di
senso rispetto alla semplice affermazione di fatti.
Una certa forma di t e m p o r a l i t à è espressione linguistica, o espressione perso-
nale nella narrativa; io posso « n a r r a t i v i z z a r e » la reaLtà, dando a questa la forma di una « s t o r i a ,
racconto o f a b u l a z i o n e » : e mentre tutti riconosdamo che Le fiabe sono imposizioni di un universo
morale s u l mondo animale, non riusdamo p e r ò a riconoscere che anche i l mondo reale d viene
svelato sotto forma di una « s t o r i a » , sotto una forma che possiamo identificare ad esempio come
una tragedia, anche se non esiste una tragedia nella vita reale, p e r c h é Le tragedie esistono s o l -
tanto nei testi, nei discorsi. Su questo punto molti saranno in disaccordo, ma quel che voglio dire
è che denominare qualcosa come tragedia significa pronundare un giudizio morale, e assemblare
una serie di eventi in un insieme di categorie morali, che hanno a che fare con Le motivazioni e
le intenzioni del soggetto agente, e con Le drcostanze che hanno condotto ad uno scontro fra
diverse ragioni che minacda Le fondamenta della s o d e t à . Ci sono state catastrofi, d sono stati
disastri, ma non d sono i n r e a l t à tragedie, p e r c h é parlare di tragedia significa assegnare respon-
s a b i l i t à morali, implica una trama e rapporti interpersonali. È per questo che io impiego simili
categorie, che probabilmente non sono esaustive, ma che possiamo usare Legittimamente, dato
che gli s t o r i a del dia'annovesimo secolo vennero educati, da giovani, ad utilizzare la retorica; e
anche se la retorica è ormai divenuta teoricamente secondaria nella composizione, le figure del
discorso sono assolutamente necessarie per ogni atto di iniziale descrizione di un fenomeno, e
questo vale anche per i classid della storiografia.

Questo succedeva negli anni Sessanta. Io sono un prodotto, e una s p e d e di


« m o n u m e n t o » degli anni Sessanta. È cambiato tutto in quegli anni; e tutto per me è cambiato,
non mi vergogno a ricordarlo, con i l radicalismo femminista, quando, nel 1973, una giovane don-
na si è alzata i n piedi durante Lina lezione e mi ha posto una domanda su un fenomeno storico di
cui stavamo discutendo: « C o m e apparirebbe la cosa dal punto di vista di una d o n n a ? » . Ho com-
preso i n quel momento che io stavo studiando e insegnando storia come un discorso scritto dagli
uomini, sugli uomini, per altri uomini, e che non mi ero mai accorto che esistevano due generi
nella storia. Sappiamo, voglio dire, che La funzione delle donne nella storiografia era stata conce-
pita come passiva, come quella di uno spettatore; era quella di contemplare Napoleone, come si
narra in tanti aneddoti su Napoleone abbracdato aLle sua amanti durante La pianificazione deLLe
sue campagne militari. Questo è i l genere di cose che p u ò prendere molto spazio nella conoscenza
storica, spedalmente quando si lavora negli archivi alla ricerca di eventi ed aneddoti fra l'ordina-
rio e L'eccentrico, e Li si riporta alla Luce con una certa sorpresa ed un certo gusto per La scoperta.
Ora, queste sono cose che io credo siano note, anche se possiamo averne diverse
visioni. Io non avrei dovuto usare i l termine « l o s t o r i c o » , p o i c h é chiunque ha i l diritto di studiare
i l passato nel modo che vuole. Gli s t o r i a pretendono di essere studiosi professionali del passato,
e sono n'usati ad organizzare un sistema istituzionaLe che conferisce i t i t o l i per studiare i l pas-
sato in quel modo che essi stessi deddono essere i l p i ù appropriato.
Ma cos'è una-disciplina? Su questo punto sono stato.-molto'influenzato da M i -
chel Foucault che nel parlare di rivoluzione scientifica parlava di disd pLine'e scienze e non di
;

fisica, o chimica. Ma come si forma una disriplina? Una disriplina si forma, tra Le aLtre cose, a
partire dalle domande interdette rispetto ad un oggetto di studio, secondariamente è costituita
da un Linguaggio tecnico per identificare un oggetto di studio valido per queLLa disriplina - ad
esempio, ogni volta che in una recensione di un libro di storia Leggete « q u e s t o è un Libro molto
interessante, che utilizza dati interessanti, ma non è s t o r i a » , vuol dire che quel libro parla del
passato, ma La persona che Lo ha scritto non controlla quello che si chiama l'«idioma degli sto-
ria di p r o f e s s i o n e » , e questi non Lo hanno preso in considerazione. IL linguaggio ha a che fare
con i l modo in cui si formano gli storia': gli storici apprendono con La pratica, frequentano un
seminario, ricevono un incarico o parteripano a un convegno, e gradualmente si introietta un
certo modo di pensare i l passato senza estendere i l passato a l presente. L'interesse per La storia
nel ventesimo secolo è stato molto intenso p e r c h é , sotto diversi aspetti, quando la storia arriva
a parlare delle i d e n t i t à politiche e sociali non Lo fa producendo delle analisi sorioLogiche del tipo
« c o m e t i senti ad essere un Italiano, e che cosa vuol dire essere un vero Italiano contro un falso
I t a l i a n o ? » . La storiografia è connessa aLLa dimensione identitaria, anche nel momento i n cui Le
i d e n t i t à nazionali sembrano declinare; e g i à Lo si p u ò constatare facilmente anche oggi: quando
vado all'Istituto Universitario Europeo di Fiesole c'è sempre qualcuno che, arrivando da Bruxelles,
dice di « f a r e ricerca s u l l ' i d e n t i t à E u r o p e a » , e se uno vuole mantenere iL suo Lavoro, o se vuole
ottenere una borsa di studio, deve proporre iniziative didattiche e di ricerca s u l l ' i d e n t i t à Europea,
p e r c h é da Bruxelles vogliono investire n e l l ' i d e n t i t à Europea, e gli storia' rispondono « N o ! » . Io
ero presente quando un grande storico tedesco, Lutz Niethammer, chiese « m a chi lo v o r r à mai
f a r e ? » . Parafrasando la celebre frase attribuita a Massimo d'Azeglio, rimangono datare gli Europei,
e dobbiamo ancora Lavorare per fare gli europei se vogliamo avere un'Unione Europea. Inoltre,
io penso che la religione sia soltanto un probLema; La religione non offre nessuna soluzione alle
grandi questioni soriali del nostro tempo, e quanto p i ù velocemente sapremo neutralizzarla, tanto
p i ù velocemente saremo i n grado di neutralizzare certe forme di conflitto e iL fanatismo di tanti
gruppi fondamentalisti - tra l'altro, questo fondamentalismo è abbastanza comprensibile dato i l
grado di corruzione e di doppiezza del moderno sistema degli Stati, che è i n fondo completamente
governato dagli interessi capitalistici.

E c o s ì , con la religione che ha conquistato La metafisica, chi crede p i ù nella


metafisica? C'è ancora qualcuno che crede nell'ontologia? Qualcuno che possa sostenere Le basi
ontologiche dell'esistenza storica? Io sicuramente no. L'ho studiato: da giovane ero piuttosto i n -
genuo e pensavo che La fiLosofia mi avrebbe insegnato i l senso della vita, come sia possibile la co-
noscenza, che cosa avrei dovuto fare per vivere una buona vita, tutte queste cose. Ma non è suc-
cesso nulla di questo: tutto queLLo che è successo, studiando, è che queste sono diventate grandi
questioni, ancora p i ù complesse. E dove Le ho trovate affrontate in Letteratura? Le ho trovate nella
Letteratura moderna, e sono stato particolarmente attratto daL fatto che La Letteratura realistica,
da BaLzac in poi, affronti i l presente, ma colga la storia come suo oggetto e come riferimento ulti-
mo. BaLzac diceva: « s t o scrivendo la storia del cuore u m a n o » , e quello che intendeva era che stava
trattando i l presente come storia, qualcosa che gli storia" invece non intendevano fare. Quando io

79 Tavola rotonda
parlo di storia nel presente intendo dire che ci troviamo in un-;mondo i n movimento e mutevole,
che p u ò essere colto in diversi modi, concettualmente ma anche poeticamente, ed è questo che ci
insegna davvero Vico e che è importantissimo per noi: nelle situazioni e negli ambiti d'indagine
dove non ci sono certezze, dove non c'è vera scienza, lì possiamo procedere soltanto con metafore
e rappresentazioni. Quello che lui chiama « c r e a t i v o » , d o è « p o e t i c o » , è forse nei fatti una medio-
cre ideologia, ma è meglio avere una mediocre ideologia, che nessuna ideologia.
Ora, a me questo sembra i l modo giusto per procedere. Siamo p e r ò lontani da
quella ideologia storiografica secondo La quale noi studiamo i l passato come un fine i n s é , e quindi
da tutti coloro che tentano di trarre inferenze sul presente dal passato vanno considerati colpevoli
di un errore categoriale. Uno storico moderno potrebbe prendere Virginia Woolf come un modello
di scrittura? P e r c h é no? Intendo dire, chi pensa che Virginia Woolf abbia a che fare solo con la
fantasia e non con i l mondo reale, dovrebbe prendere seriamente in considerazione i l fatto che Lei
si s u i d d ò i n conseguenza della disperazione che le era provocata dalla sensazione di un fallimento
nel riusdre a cogliere adeguatamente i l mondo.
Per quanto riguarda Lo stile, se prendiamo ad esempio Bachtin, io non ho proble-
mi con la sua nozione di « p o l i v o c a l i t à » , credo sia una p o s s i b i l i t à , e non vedo p e r c h é uno storico
non dovrebbe sfruttarla. Uno storico p u ò rivolgersi a vari interlocutori; p u ò deddere di scrivere
soltanto per altri s t o r i a di professione, e allora va negli archivi e stende un resoconto dettagliato,
dicendo: « q u e s t o è quanto è successo a Firenze in questo determinato anno, e questa è la prova
di quanto sto a f f e r m a n d o . . . » ; questo va bene se si scrive solo per altri storia' di professione, ma
si pone poi la questione di come si riesca ad ottenere l'attenzione di un pubblico p i ù vasto, edu-
cato, intellettualmente impegnato, di avvocati, giuristi, t e c n i r i e funzionari, insegnanti di scuole
medie e superiori. Come si fa a coinvolgerli? Si possono coinvolgere soltanto con i l cuore, p e r c h é
nessuno pensa che si v i v r à meglio leggendo un .rapporto accuratissimo e assolutamente vero
sull'architettura domestica a Firenze nel dodicesimo secolo. Questo p u ò forse essere di qualche
interesse per altri storia' dell'architettura domestica operanti altrove; ma i l racconto storico, i l
riferimento al passato ha sempre avuto anche altre funzioni, e le conserva anche ora che l'ontolo-
gia è stata sostituita dalle scienze naturali. Quanto alla religione...il mio punto di vista è davvero
volteriano. La religione dovrebbe essere spazzata via, p e r c h é iL male che ha prodotto oltrepassa
di gran Lunga iL bene. L'istituzionalizzazione della C r i s t i a n i t à è uno dei grandi disastri nella storia
del mondo, per queL che mi riguarda, per quanto possa essere stata consolante per le vittime della
caduta deLL'impero Romano. C o s ì , questa è la storia, e la scienza soriale non si mostra in grado di
fornire terapie per problemi come L'urbanizzazione, per le grandi d i s p a r i t à tra ricchi e poveri, per
La delusione dei giovani sui cambiamenti nel mondo del Lavoro. La sua vocazione è quella di un
costante lamento, una sorta di constatazione del tipo « o k , questa è la s i t u a z i o n e » , ma nessuno
sa immaginare come uscirne, nessuno sa immaginare come uscire da questo circolo vizioso. Forse
l'unica p o s s i b i l i t à per farlo è grazie all'ispirazione, bisogna avere una visione, e con le visioni si
misurano i poeti. Quali sono le p o s s i b i l i t à ? IL discorso poetico sarebbe così un modo per fare La
storia, scrivere storia, pensare la storia, una cosrienza storica rilevante p e r i giovani. Te ne resti
seduto chiedendoti che cosa farai del resto della tua v i t a , p e r c h é La filosofia non t i a i u t e r à . Quindi
è necessario anche dal punto di vista teorico tener conto deL genere neL Lavoro che si fa. La fami-

80 I Tavola rotonda
glia è sempre stata di natura patriarcale e alla fine è finita sotto attacco ed e sotto attacco i n p i ù
parti deL mondo," è un movimento mondiaLe, questo è iL significato deL movimento femminista e
deL movimento deLLe donne: La distruzione di una forma che era vista come eterna, una distruzione
che moLti politici considerano immoraLe.
Dunque, come avrebbe potuto uno storico maschio cogliere La r e a l t à delle vite
deLLe donne? Avrebbe dovuto credere aLLe testimonianze ed alle prove presentate dai grandi scrit-
tori deLLa m o d e r n i t à . Dobbiamo cercare di avere la prova che i nostri scrittori Letterati non si
stiano inventando La coscienza femminile o la s e n s i b i l i t à di genere, che stiano esaminando, stiano
esplorando, stando investigando questi fattori come delle componenti della nostra richiesta, i n -
dividuale e collettiva, di u n ' i d e n t i t à con La quale poter vivere. La maggior parte di noi è costretta
in i d e n t i t à nelle quali ci sentiamo a disagio, a partire dal momento in cui i nostri genitori ci
danno un nome . . . i l probLema è : come sbarazzarsi di queste operazioni identificato rie che ci sono
imposte e che sono costruite nella s o d e t à e considerate e prese come naturali? George Bush, nel
tentativo di far passare una riforma costituzionale, definendo iL matrimonio come unione tra un
uomo e una donna, aveva detto che Le cose sono sempre state c o s ì , che è naturale, e che dunque
iL matrimonio deve essere tra un uomo e una donna. M a . . . sapete... io direi di no...
Possiamo spazzar via molte di queste affermazioni, ma non trattando tutto se-
condo una tradizionale argomentazione storica, e d o è dicendo « q u e s t o è iL probLema, guardiamo
al passato per vedere quando è emerso, come si è originato e seguiamo i l suo sviluppo fino a l
p r e s e n t e » - queLLo che si fa in questo modo è di fornire deLLe giustificazioni mostrando che esi-
stono suffidenti ragioni per dar conto di d ò che è avvenuto. In un altro modo si p u ò dire che
abbiamo un probLema neL presente, e aLLora vediamo quando è emerso i l probLema, non quaLe sia
La soluzione del probLema . . . Comunque...
Ora, Ginzburg e Momigliano... Momigliano era un mio amico, d conoscevamo
molto bene, d vedevamo spesso, era divertente, gLi piacevano Le donne, mangiar bene, è . s t a t o
divertente usare con Lui, mentre CarLo Ginzburg . . . ha passato moLto tempo difendendo d ò che
riteneva Momigliano avesse sostenuto neLLa seconda parte della sua vita . . . . Mi ricordo ora che
Momigliano è stato membro deL Partito fasdsta . . . Che fu molto traumatizzato daLLa sua espulsione
dal Partito f a s d s t a , e che non ebbe probLemi dopo queL momento neLLo scrivere storia in un modo
tale da presentarsi come sdenziato apolitico. Bene, a Momigliano, appena dopo L'espulsione dal
Partito fasdsta a causa deLLe Leggi razziali, accadde quel che era accaduto a San Paolo sulla via di
Damasco: improvvisamente ebbe una rivelazione . . . dobbiamo soLo dire La v e r i t à . . . e dunque che
cosa divenne? Divenne iL nemico di tutte Le ideologie: ovunque vi sia ideologia non c'è storia. E
divenne anche iL nemico della retorica: ovunque c'è retorica non c'è storia, e dove c'è storia non
c'è retorica. Ora, questo è un vero controsenso, e difatti questo tipo di affermazione è retorica:
non si p u ò scrivere contro La retorica senza usare La retorica, è assoLutamente impossibile, La re-
torica deLL'anti-retorica è queLLo che PaoLo Valesio chiama nel suo grande Libro Ascoltare il silenzio
[BoLogna, IL Mulino, 1986].

Dunque, CarLo Ginzburg ha esperienza deLLe persecuzioni, suo padre fu ucdso


dai f a s d s t i . . . ma Lui è sempre rimasto un po' i l tipo da « p r i m o deLLa c l a s s e » , ed è preoccupato
da due cose, iL relativismo e Lo scettidsmo: Ginzburg pensa che se uno è scettico non c r e d e r à in

81 • Tavola rotonda
nessuna v e r i t à , e dunque non darà credito a niente, e che^se, uno è un relativista p u ò s rivo La re
verso iL fascismo, p e r c h é per Lui iL relativismo coinride con una sorta di indifferentismo, per iL
quaLe ogni posizione p u ò essere buona o cattiva come ogni-altra. Non è questo, tuttavia, iL signi-
ficato del relativismo, e bisognerebbe comunque fare una distinzione tra i l relativismo etico e i l
relativismo epistemologico ...Ginzburg è un tipo intelLigente, si rende conto di tutto questo, ma
si è persuaso di dover guidare La storiografia italiana neL modo in cui Arnaldo Momigliano ha fatto
con gLi studi classici i n Italia e altrove; io c r é d o che sia consapevole di questo, e inoltre penso
che la sua s t é s s a scrittura storiografica sia intessuta di forme retoriche e pretese Letterarie . . . un
Lavoro come li Forni aggio e i vermi [Tonno, Einaudi, 1976] p u ò essere compreso soltanto come una
performance retorica, è fondato su un paio di pagine di documenti dell'Inquisizione e i l resto è . . .
vorrei criticarlo suLLa base di quelle che considero delle contraddizioni performative.
Bene, gLi eventi deLLa storia contemporanea, per quanto ora inquadrati ed ad-
domesticati, erano assoLutamente inimmaginabili, in quanto, eventi, in tempi precedenti . . . qual-
cuno affermava L'altro giorno che Karl Marx non avrebbe potuto immaginare L'impatto sul lavoro
deLLa digitalizzazione e deLLe comunicazioni globali; o pensate aLLe Torri Gemelle . . . dunque ri
sono alcuni eventi per Loro natura globali che hanno iniziato a comparire . . . che sembrano i n i m -
maginabili, indescrivibili, assoLutamente imprevedibili, ma iL Loro impatto è immediatamente glo-
bale. La gente mi dice sempre, indipendentemente dal paese neL quale mi trovo, che ricorda L'11
settembre, che qualcuno gli ha detto « g u a r d a La televisione, stanno attaccando Le Torri G e m e l l e » .
La rappresentazione di queLL'evento è incredibilmente accurata...
QuaLcuno mi ha chiesto se sono uno storico di professione., non p i ù . Da un Lato
credo che gli storia' abbiano i l diritto di penetrare neL campo della cultura e della s o r i e t à e di
perseguire L'obiettivo di comprenderle. L'ultima fase deL mio Lavoro deriva dal fatto che sono stato
portato a comprendere un discorso di scrittura Letteraria come un discorso nel quale L'oggetto di
riferimento deve essere fondato nella scrittura, daLLa scrittura, dal discorso prima di essere i n d i -
viduato come un oggetto di analisi. Apprezzo Ricoeur, ho sempre lavorato con Lui, p e r c h é prende
La storia seriamente, la prende molto p i ù seriamente di quanto facciano molti storici, lui sa che
iL passato è un probLema filosofico. Pensate a l « c o m p i m e n t o » : iL pensiero storico occidentale si
è dovuto misurare con una teoria del « c o m p i m e n t o » per poter parlare di un'autentica relazione
storica tra i l passato come prefigurazione e i l presente come « c o m p i m e n t o » . E io credo che que-
sta nozione di realizzazione, « c o m p i m e n t o » , sia una meta-categoria cruciale per capire un certo
modo ocridentale di pensare alla storia, e iL suo modo di pensare aLLa cronaca e alla narrazione
deLLa storia . . . è La nozione di « t i p o » e « a n t i - t i p o » . . . c'è un modo di pensare a l processo in
termini non teLeoLogiri e non deterministici, che permette di considerare Le sceLte individuali e
dei gruppi, per rappresentarle i n un modo che non poteva essere previsto all'inizio. Ricoeur cogLie
questo probLema, e Ricoeur è fondamentalmente una persona religiosa che ha speso gran parte
deLLa sua vita cercando una giustificazione secolare per Le sue credenze religiose ...e Lui pensava
che avrebbe potuto farlo combinando diverse concezioni di processo con elementi della filosofia
di Heidegger... era un inteLLettuaLe onesto, o n e s t à e s i n c e r i t à nella vita intelLettuale sono molto
p i ù importanti dell'erudizione, sperialmente quando si ha a che fare con questioni per Le quali
non ri sono risposte determinate: quaL è iL significato deLLa vita, Lo sapete? E io credo che noi

82 • Tavola rotonda
à t i v i s t a p u ò s rivo la re siamo sleali v e r s o i nostri studenti quando non diriamo Loro « S e qu.esta*'disriplina non vi aiuta nel
indifferentismo, per iL condurre la vostra vita, come vivrete la vostra v i t a ? » . AlLora,"sarebb:e meglio smetterla, e lasriare
sto, tuttavia, iL signi- tutto da parte; non dovremmo ripetere « l a storia a l d i sopra d i V t u t t o » ; coscriverla solo per produrre
ireLativismo etico e iL aLtri storici di professione, se non riusciamo ad attribuire alla storiografia anche una funzione p i ù
a d i tutto questo, ma pratica, e credo che Croce Lo avesse capito, e allora cominciamo a capire p e r c h é Croce è stato
^Momigliano ha fatto c o s ì importante i n tutta Europa, i n tutto l'Ocridente.
^sto, e inoltre penso Ricoeur ha ripreso in considerazione alcune delle questioni che avevano preoc-
stese Letterarie . . . un cupato Croce, la relazione tra la letteratura e la storia, ad esempio, a proposito della quale Croce
so soltanto come una riconobbe che « d o v e non c'è narrazione non c'è s t o r i a » ; si p u ò avere una conoscenza d e l passato,
sizione e i l resto è . . . ma non si p u ò avere una conoscenza storica deL passato al di fuori della narrazione.
ipnative. Allora còsa penso dell'ermeneutica? Penso che L'ermeneutica sia qualcosa di Lar-
ajra inquadrati ed ad- gamente artificioso, ma sfortunatamente è solo un prodotto delXIX secoLo che cerca di perpetuarsi.
ii precedenti . . . qual- Voglio dire, le persone devote alle idee, alla produzione culturale, del XIX secolo., è un tentativo
^ L'impatto suL Lavoro di mettere in salvo un mondo che è tramontato . . . ma sento che dobbiamo stare nel nostro tempo,
ètnelLe . . . dunque ri e svolgere i l nostro lavoro intellettuale in questo tempo, per questo tempo, e non soltanto per un
>che sembrano i n i m - gruppo di persone che si interessano del passato in modo disinteressato . . . no . . . meglio essere
È m m e d i a t a m e n t e glo- un relativista e dire qualcosa di significativo. Credo che i l probLema posto da un approcrio erme-
pvo, che ricorda L'ii neutico alla conoscenza storica, La d i f f i c o l t à neL maneggiarlo stia nel fatto che soffoca Le passioni,
|do Le Torri G e m e l L e » . le emozioni nell'apprendimento, dopotutto un approcrio ermeneutico all'interpretazione conduce
i a mettere d à parte tutte Le cose che si sono imparate, e p i ù còLti si è p i ù domande si possono fare
^•-non p i ù . Da un Lato . . . e io credo che l'ermeneutica porti con s é un modo passivo di porsi in relazione con i l mondo . . .
Ire deLLa s o c i e t à e d i Credo che i l capitalismo occidentale si sia scatenato negli ultimi 50 anni . . . ha
fatto che sono stato veramente creato p i ù devastazione che articoli di consumo, ed è dedito ad una espansione i n f i n i -
&EL quale L'oggetto di t a , uno sfruttamento infinito delle risorse naturali della terra.
i)rima di essere i n d i -
Si l u i , p e r c h é prende Giuliana Benvenuti: Trovo molto interessanti Le sue ultime aperture alla critica
£i storia", Lui sa che della storia globale. A questo proposito occorrerebbe entrare in un orizzonte postcoloniale, chia-
borico occidentale s i mare in causa i subaLtern studies e Chakrabarty, affrontare i l discorso delle storie dei subalterni
^autentica relazione e di chi ha i l potere di raccontarle, ma sono questioni troppo complesse per essere discusse in
iE io credo che que- pochi minuti.
fcper capire un certo Allora torno a l problema della r e f e r e n z i a l i t à . Prendiamo, un po' provocatoria-
Ica e alla narrazione mente, un Libro come II codice Da Vino di Dan Brown [Milano, Mondadori, 2004], un caso let-
jsare a l processo in terario che ri riporta alla commistione fra r e a l t à e finzione. Questo best seller è stato al centro
jsceLte individuali e dell'attenzione per molti motivi, ma i n primo Luogo ha destato reazioni contrastanti la c e n t r a l i t à
jizio. Ricoeur cogLie del femminile nella revisione della storia del cristianesimo. I l punto è che Brown riscrive la figura
ja speso gran parte della MaddaLena. Si tratta, a mio modo di vedere, di un'utopia regressiva, che ri mostra chiara-
Dse ...e Lui pensava mente come La commistione fra r e a l t à e finzione porti in tanti e diversi Luoghi.
pienti della filosofia
Uscire, come ha fatto Lei, da un discorso strettamente epistemologico sulla
fèttuale sono moLto
storia ed entrare in un dibattito per i l quale potremmo richiamarri ad Althusser, e a Foucault,
estioni per Le quali
ovviamente, nel quale L'enunriato s t o r i o g r à f i c o è innestato nei rapporti di sapere/potere, porta
feE io credo che noi
ad interrogarsi - e credo, come Lei, che sia un dovere degli storici porsi questo interrogativo -

83 I Tavola rotonda
sui problemi di costruzione degli archivi e su quali sono le forme di Legittimazione del discorso
storiografico, soprattutto di quello proferito dallo storico di professione.
L'enunciato dello storico è sorretto - come lei ha appena ricordato - da luoghi
istituzionali e occorre chiedersi: da dove viene La Legittimazione? Ma oggi, le chiedo, lo storico
di professione non appare, almeno i n certa misura, delegittimato? Lo storico non è p i ù l'unico
rappresentante, o iL rappresentante priviLegiato, del rapporto con i l passato. A questo proposito
b i s o g n e r à menzionare almeno i l Libro di Michel de Certeau sulla scrittura della storia, che ci mo-
stra come la scrittura della storia sia una deLLe forme di rapporto con i morti e ci ricorda che molte
altre ce ne sono state, ce ne possono e devono probabilmente essere. Allora, forse, in un'epoca
nella quale La storia sembra aver perduto gran parte della sua c a p a c i t à euristica, divenuta narra-
zione tra Le narrazioni, Lo storico sta perdendo parte della sua legittimazione, non è p i ù il rappre-
sentante del nostro rapporto con i l passato. Ma, le domando con una battuta, non è un rischio
che questo accada se è Dan Brown a fare concorrenza alla storiografia ufficiale?

Hayden White: Beh, non ogni scrittura letteraria è contraddistinta da un carat-


tere fittizio. Io propongo una distinzione non tra la storia e La finzione, ma tra La scrittura lettera-
ria su eventi reali, e La scrittura Letteraria su eventi immaginari; dunque i o considero Se questo è
un uomo di Primo Levi [Torino, Einaudi, 1958] un esempio di scrittura Letteraria, che utilizza tutti
gLi stratagemmi della letteratura per far immaginare, evocare. Se si Legge Primo Levi chiedendosi
se sia possibile controllare, in dettaglio, l'esattezza di quanto egli dice sia successo, confrontan-
dolo con altri resoconti, penso che probabilmente troveremo che non ha inventato molto, e infatti
all'inizio Levi scrive che « è superfluo aggiungere che nessuno di questi elementi è i n v e n t a t o » .
Levi afferma, dunque, che non ha inventato niente; e tuttavia i l testo è pieno di invenzioni,
come opera Letteraria. Non è un'opera scientifica, ma ha quel tipo di acutezza e prensione che
noi attribuiamo ai migliori scritti scientifici, i migliori, Darwin ad esempio, o Galileo, p e r c h é è
pieno di metafore, di figure retoriche, è una ricca esperienza retorica; ed i l motivo per i l quale
è convincente, avvincente, non è dato dalla sua o g g e t t i v i t à , ma daL suo essere un'opera d'arte.
Dunque direi che non tutta la scrittura Letteraria è finzione, ma alcuni scritti letterari sono finzio-
ne. L'opera di Brown è finzione senza essere letteraria. In aLtre parole, la ragione per La quale noi
intellettuali dinamo che Brown è una schifezza, e possiamo capire p e r c h é molta gente Lo Legge,
p e r c h é è popolare, sta nella sua v o l g a r i t à : non è un'opera d'arte, pretenderebbe di essere un'opera
d'arte ma non lo è. IL vero probLema è p e r ò forse un altro: se uno scrittore di prosa letteraria mette
insieme eventi immaginari con eventi reali, emerge subito i l timore che iL pubblico non riesca p i ù
a distinguere tra la r e a l t à e L'immaginario. Ma, in primo Luogo, gli s t o r i a non hanno i l potere di
impedire che rio accada, ed i n secondo luogo molte persone non sarebbero comunque capaci di
distinguere tra i l reale e l'immaginario - direi anzi che questa sia una condizione normale, e del
resto una grande opera d'arte mette sempre alla prova la relazione tra i l reale e l'immaginario e
lavora sempre sulla « s o g l i a » tra i l reale e L'illusorio, l'allurinazione e così via.

La scrittura moderna ocridentale è collocata nella tradizione della rappresen-


tazione realistica. Io penso che Manzoni, inventando i l romanzo storico, avesse g i à anticipato
la grande problematica che sta dietro i l desiderio di distinguere facilmente tra fatto e finzione.

84 I Tavola rotonda
Questa distinzione era qualcosa che serviva a f f i n c h é gli storici ^potessero continuare ad affermare
che non si possono accogliere eLementi Legati aLLa sfera dell'immaginario:... Dobbiamo ri-pensare
la relazione tra i l reaLe e L'immaginario peculiare della nostra epoca alla Luce del modernismo let-
terario, e Virginia WooLf ne è un buon esempio. I personaggi delle sue opere sono probabilmente
inventati, e basati su personaggi reali, ma questo non significa che essi non siano usati per darci
una visione daLL'interno deL suo mondo reaLe nel quale iL probLema è di distinguere tra reale e
immaginario . . . se vi c a p i t e r à di vivere a Lungo quanto me, vedrete che tutto c i ò che vi sembra
c o s ì chiaro in voi . . . Così penso che in fondo non abbiano ragione quanti affermano che a fare di
Levi un grande testimone delL'OLocausto sia stata in particolare La sua educazione sdentitica, da
chimico, e dunque la sua conoscenza di come formarsi un giudizio obiettivo sul mondo reale . . .
penso che ogni pagina del grande Libro di Levi sia g i à un classico e nell'analisi Letteraria vedrete
che in v e r i t à sono stati i suoi studi Letterari LiceaLi a fornirgli i l potere della descrizione, non La
sua formazione sdentifica.

Marcello Mustè: Ringrazio Hayden White per L'esposizione ampia e per alcune
osservazioni davvero interessanti, come queLLe dedicate a Metahistory, che rivelano un processo di
revisione tuttora in corso, un'inquietudine filosofica in pieno svolgimento. Vorrei proporre ancora
due questioni, che sono centrali nella mia riflessione sulLa storia e che ho trovato solo in parte
risolte nell'opera di White. IL primo punto è i l seguente. In Metahistory, Lei ha studiato iL probLema
della storia nel dcLo chiuso tra La crisi ironica del tardo iLLuminismo e La filosofia di Croce, ossia
nella dialettica tra metafora e ironia. Solo raramente, p e r ò , ha spinto La sua analisi suL processo
di formazione deL metodo critico, che risaLe aLLa seconda m e t à del seicento, ossia a queLLa che,
con Marc Bloch, potremmo definire un'età cartesiana, segnata daLLa forza dirompente del « d u b b i o
m e t o d i c o » , presto applicato alle testimonianze, alle fonti e ai documenti. Tuttavia, attraverso La
formazione di un metodo critico, iL progetto deLLa storia come s d e n z a e come professione si radica
nel progetto stesso deLLa m o d e r n i t à , e in generale nel processo di costruzione delle sdenze em-
piriche. La dinamica deLL'accertamento, ossia La distinzione che Lo storico opera tra « a u t e n t i c o » e
« i n a u t e n t i c o » , tra iL fatto che p u ò entrare neLLa narrazione e queLLo che non vi p u ò entrare, sembra
precedere La stessa configurazione narrativa. Questo non significa che sia un atto vero, o che in
esso non entrino L'immaginazione e L'interpretazione; ma significa, tuttavia, che Lo storico intende
appoggiare La propria configurazione narrativa su un atto che narrativo non è. AL di Là del giudizio
sulla sua v a l i d i t à epistemologica - aL di Là, n o è , della sua c a p a d t à di cogliere davvero i l signifi-
cato e la verità dei fatti - , La teoria deLLa storia non dovrebbe indagare i l meccanismo profondo
deL metodo, La sua pretesa di costituire L'operazione discriminante tra d ò che è autentico e d ò
che non Lo è, tra la v e r i t à e L'errore? E cosa risulterebbe da questa indagine? IL metodo dovrebbe
essere considerato esso stesso come un atto Linguistico e interpretativo?

La seconda questione che vorrei porre non riguarda tanto La r a d i c a l i t à deLLa sua
teoria deLLa storia, quanto un aspetto che a me pare troppo poco radicale. Le si potrebbe fare
un'obiezione che è diversa da queLLa di MomigLiano e Ginzburg, che in genere Le obiettano che
La sua posizione è troppo critica nei confronti dell'idea di v e r i t à deLLa storia tradizionale; p e r ò
c'è anche una critica che si potrebbe dire post-moderna, La quaLe afferma, a l contrario, che La

85 I Tavola rotonda
sua filosofia, daL punto di vista epistemologico, è troppo tradizionale. P e r c h é nella sua filosofia
è chiaro i l significato del « f a t t o » , che Lei intende come i l risultato-di. un'operazione costruttiva,
neLLa quale hanno Larga parte L'interpretazione e L'immaginazione. Ma dietro i l « f a t t o » rimane
L'ombra di rio che chiama « e v e n t o » . In modo analogo, a partire da Metahistory, è chiaro cosa
Lei intende per « s t o r i a » ; ma dietro la « s t o r i a » rimane d ò che chiama « c r o n a c a » e, negli scritti
successivi, « a n n a l i s t i c a » . Ora, La mia domanda non è sulla « s t o r i a » , ma sugli, « e v e n t i » e sulla
« c r o n a c a » . Da un lato, lei distingue gli eventi dai fatti e afferma che gli eventi non sono un
elemento deLLa storia, ma un « p r e s u p p o s t o necessario d e l discorso s t o r i c o » , di cui La teoria della
storia non indaga ulteriormente i l significato ontologico. D'altro Lato, p e r ò , dando una versione
p i ù radicale del significato deLLa « s v o l t a L i n g u i s t i c a » , Lei afferma che i l passato reale non preesi-
ste alla sua rappresentazione, e quindi scrive: « i L passato reale non è accessibile se non tramite
Le sue r a p p r e s e n t a z i o n i » . A i miei occhi, qui si delinea un dualismo irrisolto aLLa radice di questa
teoria deLLa storia. In che senso gLi eventi esistono fuori del racconto e prima deL discorso storico?
Vorrei ricordare, a titolo di esempio, che neLLa filosofia di Benedetto Croce c'è, come tutti sanno,
La « c r o n a c a » , e in certo modo d sono anche gli « e v e n t i » . Tuttavia, per risolvere iL probLema che,
secondo me, qui Le si ripresenta, Croce fu costretto a elaborare una complessa teoria delle finzioni
concettuali, d o è una teoria delL'astrazione: i n altri termini, per evitare i l dualismo tra storia e
cronaca, tra fatti ed eventi, per Croce La « c r o n a c a » non precede La storia, ma è susseguente, viene
dopo La storia. Ecco, dunque. La questione che volevo porre. Non Le sembra che in questo dualismo
irrisolto La critica deLLa storia tradizionale incontri un Limite? Non dovremmo dire che gLi eventi
non sono, e che vi sono soLo Le interpretazioni?

Hayden White: P e r c h é non è tutto interpretazione? Vorrei adottare un atteg-


giamento aLLa Spinoza e parlare di differenze nell'interpretazione, questo è d ò che è successo,
con una serie di implicazioni. Prima di tutto Le trasformazioni di diverse p o s s i b i l i t à modali deL
discorso. L'aLtra cosa che suggerirei è che non si è meno coinvolti nelL'aggiungere La vostra i n -
terpretazione a l numero deLLe interpretazioni, di quanto non si sia dal deridere qual è La migliore
delle interpretazioni. L'intento dell'interpretazione biblica deLLa Torah è queLLo di aumentare Le
p e r p l e s s i t à , iL senso di c o m p l e s s i t à di queLL'opera, piuttosto che queLLo di offrire una sorta di
interpretazione definitiva, dogmaticamente imposta. Le cose stanno dunque nel modo .che voi
cercate di incoraggiare, presumo, neLLo sperimentare Le p o s s i b i l i t à deLLa scrittura e deLL'interpre-
tazione.
Ma ri sono cose che difficilmente faremmo suLLa base della storia; non ne pro-
vengono indicazioni deL tipo che vorremmo per agire e deridere, ad esempio, se votare per Ber-
lusconi o Prodi; e una verifica p u ò provenire daL considerare iL modo nel quale ALLeanza NazionaLe
continua a dire « c e r t e cose dobbiamo dimenticarle, o k ? » , voglio dire, non è questo che Fini
continua a dire?
QueLLo che vorrei dire è che non dovremmo chiedere troppo aLLa conoscenza
storica, non p i ù precisione di quanto comporti L'essere responsabile delle prove che abbiamo,
riconoscendo sempre che La prova non è sufficiente, di soLito, ed è queLLo che ri spinge ad inter-
pretare, essendo ogni interpretazione come una sperie di rappresentazione.

86 TavoLa rotonda
filosofia DunqUe, La vostra prima domanda era siLv'i«sì*,?dfQ©n©Teh'è'io sia troppo radicai.
xuttiva, Ma, sapete, un sacco di persone dicono che non possiamo ammettere il relativismo p e r c h é porte-
-

rimane rebbe all'anarchia, o danneggerebbe la c o m u n i t à , o che se ci Lasceremo andare aL relativismo, a l -


ira cosa lora cosa faranno i nostri figli? Si rivolteranno contro di noi! Mah, anche se fosse vero, per quanto
i scritti mi riguarda i l relativismo e Lo scetticismo sono antidoti aL dogma, aLLe affermazioni dogmatiche
e sulla neLLe quali qualcuno ha cercato La v e r i t à e i l comando... sapete, è come quando i l Vaticano ha
ono un messo all'Index b'brorum prohibitorum i l Libro di Dan Brown. Questo rivela una mancanza d'imma-
iria della ginazione, e neL fatto che Loro si sentivano minacciati da una mancanza di fiducia: loro pensano
versione che iL povero Lettore non fosse in grado di distinguere.
preesi- Dunque, troppo radicaLe.... Non penso che... vedi, tu sei un filosofo... dire che è
tramite troppo radicaLe... possiamo immaginare di essere equilibratamente radicali? Non saremmo radicali
questa abbastanza... questo non è abbastanza radicaLe...
storico? Siccome state mettendo in discussione un ordine delle cose che è diventato
" sanno, naturale... la vostra u n i v e r s i t à continua a mantenere questa struttura sovra-dipartimentale dove
ma che, si confonde una disciplina con un dipartimento e si combatte per mantenere vivo iL dipartimen-
finzioni to, quando in r e a l t à i l dipartimento stesso dovrebbe essere chiuso! Cioè, quando una disciplina
storia e è spenta, iL dipartimento o f a c o l t à dovrebbe essere chiuso. Questo è quanto è successo quando
, viene La gente si è rivoltata contro L'alchimia, o L'astrologia, sapete, prima erano neLLe u n i v e r s i t à , ed è
dualismo venuto un tempo nel quale sbarazzarsene. Dunque pensate che io sia troppo radicaLe nelle mie
eventi posizioni? Sono davvero pochi quelli che concordano c o i r n e , quindi non sto minacriando nes-
suno. Pensate che Le mie posizioni siano troppo radicali? Avete Letto quello che ho scritto, sono
un relativista moderato, sono relativista soltanto neLL'etica e neLLa moraLe, ho u n ' o g g e t t i v i t à qua-
atteg- lificata quando si tratta di epistemologia... non penso che questo sia radicaLe. Vedete, Ginzburg
successo, obbietta a l relativismo moraLe, dice che non p u ò darsi, va troppo Lontano. Vedete, se fossi soLo un
lodali del filosofo, educato come filosofo e con un titoLo in filosofia e mi mettessi a dire che questo riguar-
f ostra i n - da La storia, gLi storici non vi farebbero attenzione, p e r c h é pensano che i filosofi non capiscano
igLiore queLLo che succede... queste sono Le risposte che molti scienziati danno ai filosofi della scienza,
tare le pensano che sia necessario essere scienziati per capire, o che sia necessario essere una donna per
)rta di capire una donna, e ovviamente questo non è vero.
he voi Direi che La situazione sia abbastanza radicaLe neLLe scienze umane, Le scienze
:erpre- umane stanno morendo non p e r c h é queste grandi e nobili cose siano state tradite daLLa gente che
compra Britney Spears, musica rock o rap... iL postmodernismo è un sintomo deL fallimento della
e pro- cuLtura che abbiamo ricevuto, non una causa di questo fallimento... i giovani stanno abbando-
B er- nando La scuola p e r c h é non ci trovano niente di interessante per Le Loro preoccupazioni, molte
gale delle quali hanno a che fare con l'identità di genere, L'identità di classe, L'identità culturale... e
Fini dunque neLLa mia vecchiaia mi identifico davvero con personaggi deLL'età della Riforma e delle
guerre di religione, come Erasmo e Comenius, persone come Loro... bisogna che ripensiate alle
cenza disapline, a quelle umanistiche soprattutto...Sfortunatamente la via di Habermas...La comunica-
iamo, zione razionale... è una situazione in cui vi siete mai trovati reaLmente? Mi piacerebbe davvero
"nter- provarla...

87 I Tavola rotonda
Girolamo Imbruglia: Vorrei intervenireaneora, una volta, p e r c h é posso forse
aggiungere un terzo punto ai due g i à esposti. Credo che sulle riflessioni sulla vita quotidia-
na, sulla distruzione delle ricchezze naturali s i possa essere t u t t i d'accordo; inoltre, i o sono
senz'altro d'accordo anche con quello che Lei diceva suLLe forme di misticismo e di religione,
che sono p i ù pericolose che costruttive. Qualche schiarimento, invece, vorrei s u l probLema deLLa
L e g i t t i m i t à del discorso storico. Non c'è dubbio che una forma di L e g i t t i m i t à discenda daL potere
politico. Ma iL discorso storico non è uno dei discorsi del potere; Lo p u ò essere, beninteso, ma
non sta qui La sua definizione; c o s ì come non è i n discussione L'appartenenza politica dello
storico, che è un fattore essenziale del suo discorso, che p e r ò non si risoLve neLL'interpreta-
zione politica (o Letteraria) deLL'autore. Mi spiego: in Europa, in e t à moderna, Le origini deLLa
storia, deLLa storia come professione, certamente sono Legate alla formazione degLi s t a t i , delLa
nazione; Lo storico è qualcuno che insegna la storia di un paese, p e r ò La insegna contro qualche
aLtra cosa - ad esempio iL valore antireligioso della storia tra 7 0 0 e '800 è straordinario. È un
eLemento retorico questo? Non c'è dubbio, come non c'è dubbio che vi sia stata una v o l o n t à
politica sia deLLo storico, sia del potere dominante a sviluppare questa polemica; ma nemmeno
è dubbio che i grandi storici protestanti del Settecento, Mosheim per esempio, o che La scienza
delle religioni ottocentesca abbiano prodotto v e r i t à nella ricostruzione del passato non riduci-
bili aLLa polemica dell'interpretazione.

Naturalmente, occorre intendersi su cosa sia storia, e Lei stesso, in Forme di


storia distingue, ad esempio, tra annalistica, cronaca e storia. Vorrei ricordare, per mantenermi
fedele aL tema di oggi, BaLzac, che neLLe prime pagine di un suo meraviglioso romanzo, Beatrix
[Milano, Feltrinelli, 1995], distingue La figura deLLo storico, attento soltanto a fatti e date, ma
non ai costumi, daLL'«archéoLogue morab>, che ritrova nel presente La r e a l t à profonda del passato.
BaLzac sapeva che essere storico significava qualcosa di ancor p i ù profondo che essere littéra-
teur. Forse con qualche forzatura, ma potremmo awirinare a Lui Ranke, quando diceva, i n una
deLLe sue autobiografie, che Le narrazioni di Walter Scott erano di sicuro belle, ma che ancor p i ù
fascinosi erano i documenti del passato, per L'immediatezza con La quale presentavano un'epoca
wie eigentb'ch gewesen. In r e a l t à , la storiografia fa di p i ù : e d o è agisce sulla stessa tradizione
generata da quei documenti o da quei poteri, per c o s ì dire la blocca, e suLLa base deLLa v e r i t à delle
testimonianze La rifiuta e La soppianta, creando una nuova tradizione. La critica della tradizione,
L'intrecdo di filoLogia e storia sono due aspetti essenziali che mi paiono entrambi concorrere a
definire la storiografia. La L e g i t t i m i t à del discorso storico dunque, non esclude La tradizione, ma
deriva in prima istanza dalla l e g i t t i m i t à della critica.

Hayden White: Sono d'accordo con quanto è stato detto. Aggiungo soltanto
due cose. In primo Luogo, credo che L'invenzione della storia come discorso specifico, separato
dal discorso giuridico e daL discorso p o l i t i c o , sia stata una grande conquista. Credo che La co-
s d e n z a storica sia una grande conquista, ma La forza di questo discorso si p u ò vedere in moLte
manifestazioni intellettuali del XIX secoLo i n relazione a . . . bene, almeno fino alla controversia
s t o r i r i s t a . Noi, neLLa scia di un passato s u l quaLe non possiamo p i ù fare generalizzazioni, sap-
piamo che queLLa storiografia ha fatto apparire tutto come ugualmente Legittimato, La destra e

88 Tavola rotonda
p e r c h é posso forse La sinistra e La religione e c o s ì via, e per quanto s i possa essere benevoli con Machiavelli, l'accu-
mila vita quotidia- sa contro Lo storicismo era quella di aver prodotto i l relativismo. Dunque La mia distinzione non
b ; inoltre, io sono riguarda L'età classica deLLa fondazione o ri-fondazione di una forma moderna di storiografia che
imo e di religione, produce quelle grandi opere che noi diciamo ai nostri studenti di Leggere, ma non di imitare,
s u l probLema della quelle opere che si ritiene giusto Leggere, attorno alle quali è opportuno lavorare duramente,
iiscenda dal potere ma non imitare. Noi possiamo invece distinguere tra questa grande e t à classica d e l pensiero
ere, beninteso, ma storico e L'istituzionalizzazione che avviene quando la storia entra neLL'accademia, nell'univer-

ì n z a politica deLLo s i t à e diventa un'istituzione anch'essa... i n questo momento s i stabilisce una sorta di patto tra

Lve nell'interpreta- gli s t o r i d e i l loro pubblico. La storia fu vista come una componente necessaria nella formazio-

l a , Le origini deLLa ne dei p o l i t i c i , degli uomini di stato, dei g i u r i s t i , degli avvocati e v i a dicendo, almeno fino a l

e degli s t a t i , della periodo della seconda guerra mondiale; L'Impero Britannico, come sapete, era amministrato da

ma contro qualche persone che avevano avuto una formazione i n studi classici e storia, o i n filosofia, c o s ì come i n
Germania la storia era parte della formazione di ogni gentleman, di ogni persona appartenente
straordinario. È un
alla borghesia colta.
stata una v o L o n t à
rica; ma nemmeno C o s ì La storia ha goduto di una forte Legittimazione attraverso iL riconoscimen-
to del ruolo cruciale che essa giocava nell'educazione dei rittadini, e c o s ì è stata riconosduta
o o che La scienza
r

dallo Stato per la sua funzione fondamentale nella Legittimazione dello Stato stesso nei con-
assato non riduci-
fronti dei d t t a d i n i , ed ha saputo realmente adempiere a questo ruoLo almeno fino alla prima
lesso, in Forme di
guerra mondiale e i n Germania, durante i l periodo di Weimar e poi durante i l Nazismo, Le s d e n z e
e, per mantenermi
umane i n generale, e La storia i n particolare, ebbero una grande importanza e, ad eccezione
) romanzo, Beatrix
degli Ebrei che furono espulsi, i professori dovettero manifestare pubblicamente La Loro f e d e l t à
a fatti e date, ma
al Fuhrer, o a l Duce i n Italia; ma una simile forma di addomesticamento della professione di
fonda deL passato,
storico f u presente anche negli Stati Uniti: i l corpo professionaLe era anti-semita, non si am-
che essere littéra-
mettevano Ebrei tra gli s t o r i a negli Stati Uniti, e fino agli anni Quaranta gli Ebrei furono visti
do diceva, i n una
come persone che per natura non potevano studiare la storia, erano considerati troppo peri-
ma che ancor p i ù colosi. Quando queste cose vengono rivelate, e penso alla Russia del 1989, gli s t o r i a di solito
mtavano un'epoca dicono: « s ì , abbiamo mentito t u t t i , lo facevamo p e r c h é eravamo i n trappola, lo fareste anche
stessa tradizione voi nelle stesse c o n d i z i o n i » - oppure, se qualcuno vuole studiare La condizione degli s t o r i a i n
Ì della v e r i t à delle questi momenti, e pone La domanda: « c o m e fai i l tuo L a v o r o ? » , la risposta s a r à « m i o c c u p e r ò
a deLLa tradizione, di determinati p e r i o d i » , e d o è rispetterò le regole del metodo storico, ma senza studiare nulla

ambi concorrere a che sia politicamente sensibile. Direste che a causa delle limitazioni n e l vostro Lavoro potete

la tradizione, ma essere considerati dei compLid passivi di un regime? È una situazione umana, troppo umana,
è diffi cri Le giudicare, c h i s s à che cosa avrei fatto i o . . . ma La questione è che bisogna pensard,
bisogna riflettere sulla nostra professione e farsi delle domande che sono filosofiche, che non
ggiungo soltanto possono trovare una risposta nella ricerca storica: qual è La misura della mia obbligazione po-
Decifico, separato litica verso Lo Stato o La c o m u n i t à che paga i l mio salario, non un gran salario, per la v e r i t à
Credo che la co- . . . forse sapete che negli anni Cinquanta negLi Stati Uniti era prevista una sorta di giuramento
5 vedere in molte di Lealtà, che i n pochissimi si sono rifiutati di firmare. Dunque possiamo parlare di politica e
alla controversia ricerca, e di quella che avete chiamato La relazione tra i l potere e La conoscenza. Ci sono stati
ralizzazioni, sap- grandi s t o r i a , eppure fedeli servitori dei regimi sotto i quali hanno vissuto: si p u ò essere un
mato, La destra e nazista e un buono storico, penso, un nazista e un buon filosofo, non è vero?

89 Tavola rotonda
Girolamo Imbruglia: Ne dubito! Si p u ò essere -iiin -bravo nazista e lavorare come
?

storico, ma quando si passa dalle cronache alla storia, se sei un nazista devi parlare bene del
regime, e non penso che questo sia un lavoro da bravi storici.

Hayden White: Beh . . . c'erano un sacco di grandi storici in Germania durante


gli anni Trenta, e li ho studiati: Schramm, uno dei p i ù grandi s t o r i a del Medio Evo, era anche
ufficiale della Wehrmacht, ed agiva consapevolmente; Werner Jaeger nella sua opera Paideia
[Milano, Bompiani, 1934] celebrava l'ideale greco che gli stessi nazisti promuovevano. Ma
queste sono tutte impressioni; quello che voglio dire è che non si p u ò costruire un'etica della
ricerca storica, non se si rimane fedeli a una sorta di n e u t r a l i t à . . . per questo ho i n i z i a t o a chie-
dermi quale sia oggi la nostra obbligazione, come storici, verso altre disripLine umanistiche,
verso L a - s o c i e t à nella quale viviamo, e verso i problemi che si trovano di fronte generazioni d'i
studenti alle quali insegniamo.
Pensiamo a Dan Brown, maneggiamo la sua storia, e i l suo libro è c o s ì ben fatto
ed è ormai popolare . . . ma Thomas Mann si confrontava con i l passato i n un aLtro modo. E La que-
stione è questa: tutti hanno iL diritto di studiare i l passato, non solo gli s t o r i a , gli storici studia-
no i l passato seguendo certe regole e procedure sulle quali hanno raggiunto un accordo generale,
ma altre persone possono non usare queste regole e procedure p e r c h é i l loro interesse verso i l
passato non è lo stesso di uno storico. Questo mi riporta ad una distinzione, che ho approfondito
solo recentemente, tra i l passato storico e i l passato pratico, una distinzione o n d a l e p e r c h é c i ò
che d dice è che gli s t o r i a di mestiere provano interesse p e r i i passato - non è ironico dire que-
sto? - per motivi t e o r i a , sono interessati a l passato allo stato puro, vogliono veramente sapere
che cosa è successo nel passato, e lo vogliono conoscere i n un modo srientificamente rispettabile,
cosa che implica avere alcune giustificazioni teoriche del Loro lavoro; ma anche che molti altri
studiano i l passato per ragioni pratiche - per sapere che cosa voglia dire essere un Americano o
un Italiano; cosa dobbiamo pensare di Bush; devo resistere alla chiamata alle armi? Fino a che
punto devo spingere La mia resistenza al governo... abbiamo una tradizione di resistenza passiva,
i l diritto a resistere passivamente contro i l governo, i l governo per noi non è un amico, è come
la polizia, e non d fidiamo della polizia, credo che voi non vi fidiate dei Carabinieri, giusto? Voi
avete tre diversi corpi di polizia e non vi fidate di nessuno, giusto? Voglio dire, i neri negli Stati
Uniti d pensano due volte prima di chiamare la polizia, p e r c h é sanno che La polizia p e g g i o r e r à
La situazione picchiandoli, o facendo qualcos'altro, e questa è una minaccia, e questo va portato
alla luce. La conoscenza storica p u ò contribuire a risolvere aLcune di queste questioni... non
pretendo di conoscere tutto d ò che c'è da conoscere, credo che molti resoconti dei progressi della
s d e n z a storica siano t r i o n f a l i s t i d , e che i l prindpio i n base a l quale noi conosdamo la storia p i ù
e meglio di altre generazioni, e che sappiamo far storia meglio di Machiavelli, sia assurdo, sia
un modo di ragionare non-storico. Quello che invece dobbiamo riconoscere è che ri sono diversi
modi di fare esperienza storica. C'è un Libro di Michael Oakeshott, Experìence and its modes [Cam-
brdige, Cambridge University Press, 1966], credo che Lo conosdate, nel quale si sostiene che fare
esperienza del mondo i n termini s t o r i a è moLto diverso dalfarLa i n termini e s t e t i d , e io credo che
daL suo punto di vista i l richiamo al passato abbia ragioni pratiche, p e r c h é ritiene che ri possa

90 Tavola rotonda
dire qualcosa su come agire neL presente, qualcosa che poi possiamo utilizzare, qualsiasi modo di
esperire iL mondo abbiamo... dunque, io sono uno storico, sono stato educato come uno storico,
sono stato formato da Giulio Battelli, ho passato due anni negli archivi Vaticani imparando da
Battelli come Leggere un documento, ci credevo, ed è stato Lì che ho iniziato a capire che volevo
una:storia capace di affrontare iL presente e non soltanto di dire: questo è iL passato, e queste
sono Le prescrizioni di metodo. In effetti, io sono sorpreso che qualcuno...In tutto i l mio lavo-
ro non c'è nulla di originale, consiste neL mettere insieme idee e spunti di aLtri pensatori nella
combinazione che a me appare p i ù interessante, ma non è fondato su nozioni, la nostra scienza è
di fatto immaginaria come La sua origine. Immaginare una r e a l t à diversa da queLLa deLL'ordinaria
percezione è un'acquisizione, importante per Lo scienziato della politica. Invece, studiosi come
Hobsbawm dicono che non abbiamo bisogno di p i ù immaginazione, ma di p i ù r a z i o n a l i t à , p e r c h é
L'immaginazione ci ha messo nei pasticri, pensiamo ai Nazisti... ma io credo che chiunque affermi
di non capire L'immaginazione poetica sbagli, p e r c h é L'immaginazione poetica ha a che fare con
L'immaginare iL possibile e dunque vuol dire che si deve essere cognitivamente responsabili di
quello che si f a , e si considera iL possibile p e r c h é i l p o s s i b i l e riguarda scelte che possono ancora
essere fatte. Vico ha davvero avuto delle intuizioni che nessuno dei suoi contemporanei ha avuto,
e io penso sia p e r c h é aveva sbattuto La testa quando aveva 7 anni, è rimasto incosriente per un
po' di giorni, e quando si è ripreso è diventato Gianbattista Vico... era una specie di pazzo, capite
cosa voglio dire?

Mauro Moretti: Vorrei proporre un'uLtima questione. La distinzione, appena sug-


gerita, fra « p a s s a t o s t o r i c o » e « p a s s a t o p r a t i c o » , o meglio, fra accostamento « s t o r i c o » e « p r a t i c o »
aL passato, potrebbe portarci ad affrontare una serie di questioni rilevanti anche suL terreno deLLa
storia deLLa storiografia. In effetti, soLo per breve tempo, ed in fondo senza un effettivo successo
sul piano dei f a t t i , gli s t o r i a di mestiere hanno potuto pensare di essere in grado di.governare
i l « p a s s a t o p r a t i c o » , di regolare L'accesso aL campo e di indicare Le prospettive interpretative. Se
si volesse abbozzare una periodizzazione, potremmo parlare aLL'incirca del periodo 1840-1914; i l
professor Cornelius, un docente di storia, protagonista di Disordine e dolore precoce di Thomas
Mann, è da p i ù di un punto di vista figura emblematica del declino di una certa immagine dello
storico. Per contrasto, L'odierno panorama storiografico è segnato da una i d e n t i t à plurale degli
Storici, e da una m o L t e p L i r i t à di pratiche storiografiche; b a s t e r à qui rammentare Le analisi e Le po-
lemiche di Ricoeur, di Todorov, di Dumoulin a proposito della forza e della ricorrenza, neL discorso
e nel mestiere di storico, di istanze commemorative e celebrative, di inclinazioni terapeutiche -
rispetto ai traumi subiti da particolari c o L L e t t i v i t à , ad esempio - di funzione di advocacy, di tutela
di parte. E tuttavia, da un Lato, anche queste tendenze non sfuggono ad un rapporto cogente con
la dimensione minima di queLLa che è stata chiamata da White La « s t o r i o L o g i a » , con iL terreno,
c i o è , della d o c u m e n t a b i l i t à . D'altra parte, poi, e retrospettivamente, mi sembra che La presen-
tazione deLLa « s t o r i o L o g i a » , traduzione di un interesse puramente storico ed intellettuale per i l
passato, pecchi per semplificazione. In effetti, anche nei testi p i ù « f r e d d i » di questa storioLogia
nella sua versione tardo-ottocentesca - per dire, l'Introducilon aux études historiques di LangLois
e Seignobos [1898; ora Paris,. K i m é , 1992] - emergono tensioni che mostrano quanto i l presunto

91 8 Tavola rotonda
« d i s i n t e r e s s e » che animava quegLi sforzi conosritivi e metodici: fosse chiaramente connotato in
senso etico e pratico. L'addestramento aL metodo critico - La pazienza, La prova, iL dubbio, L'obbli-
go deLLa verifica - era elemento sostanziale di una pedagogia a l tempo stesso antitradizionaLista
ed antisowersiva; e sono molto interessanti Le prospettive di ricerca aperte nella direzione di uno
studio di Lunga durata, daL XVIII secoLo ad oggi, dedicato ai « c o d i a » ed alLe rappresentazioni ed
auto-rappresentazioni delia storiografia e degli storici.
Un'ultima domanda: quanto ha pesato - p e r c h é si ha comunque a che fare con
centocinquanfanni e p i ù di dominio materiale della storiografia professionale - , e quanto pesa
oggi, nelle varie p o s s i b i l i t à di immaginare i l « p a s s a t o p r a t i c o » , d o è neL rapporto con i l passato
pratico, L'ordine materiale che a l passato hanno dato gLi s t o r i a , gli s t o r i a di mestiere, negli ar-
chivi, neLLa selezione e nelL'edizione deLLe f o n t i , nell'insegnamento? Quest'ordine, sia istituzionale
che concettuale, a questo punto è incorporato nella tradizione, e in qualche modo è elemento
costitutivo deL « p a s s a t o » ; La tradizione è necessariamente parte del probLema storico, ed è impos-
sibile non tenerne conto. In una fase precedente della nostra conversazione, quasi scherzando,
si diceva che per noi Burckhardt è iL Rinascimento: dell'opera possiamo eventuaLmente confutare
alcune sezioni documentarie, molti concreti aspetti della ricostruzione, ma iL riferimento resta
impresrindibile. Su questo piano, per riprendere un altro elemento della discussione - penso a
quanto White afferma nel saggio!/ testo storico come artefatto Letterario: « È La Loro i n c o n f u t a b i l i t à
che testimonia deLLa natura essenzialmente Letteraria dei classid deLLa storiografia. C'è qualcosa
in un capolavoro storiografico che non p u ò essere negato e questo elemento innegabile è La sua
forma, La forma che è La sua i n v e n z i o n e » - , è chiaro, ma in fondo in altro senso, che i d a s s i r i
possano essere i n c o n f u t a b i l i . . .

Hayden White: Sono inconfutabili p e r c h é non solo sono rappresentazione, sono


presentazione. Questa è una domanda suLLa relazione tra La memoria e i l passato reale ed è una
domanda s u l l ' a u t o r i t à della memoria nel parlare contro gLi s t o r i d , a proposito di queLLo che gli
s t o r i a hanno messo da parte, o hanno trascurato di una esperienza attorno aLLa quaLe esistono
testimonianze. Se si scrive iL presente come storia, se si è uno storico e si riconosce un fenomeno
storico, portare Lo sguardo suL presente per vedere queLLo che La propria cosdenza permette di
vedere potrebbe essere utile. Quando questo succede, invece, gli s t o r i a dicono: « o h , non abbiamo
Le prove necessarie, dobbiamo aspettare che aprano gli a r c h i v i » . E gli archivi stanno cambiando:
moLti degLi archivi s t o r i a contemporanei sono di p r o p r i e t à di corporations private, e gli archivi
governativi... ero ad una conferenza sugLi archivi ed uno studioso canadese, nel suo intervento,
ha detto che di tutti i documenti prodotti in un dato giorno dagli Stati moderni è possibile saLvar-
ne aL massimo un 4 % , i l resto viene perduto. Bene, questi documenti da chi vengono selezionati?
Sono Le compagnie di assicurazione, Le grandi corporations, Le banche e via dicendo che stanno
raccogliendo moLti dei dati che vorremmo avere, ma questi soggetti potrebbero Limitare L'accesso
agli s t o r i a , stipulare dei contratti...Questo è un fenomeno molto interessante: non si p u ò andare
alle fonti per controllare ogni cosa, e bisognerebbe... Penso che sia una questione rilevante,
p e r c h é potrebbe accadere che qualcuno si alzi e dica: « s e n t i t e , i n questo resoconto storico manca
veramente molto di queLLo che è successo nella mia e s p e r i e n z a » . A questa obiezione lo storico re-

92 | Tavola rotonda

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pLicherebbe: « v e d i , La tua esperienza è stata locale, isolata, i n d i v i d u a l e » , mostrando un'immagine
p i ù ampia, senza poter evitare la risposta: « b e n e , avete un'immagine p i ù ampia, ma guardate ai
d e t t a g l i . . . » . Questo è uno dei fatti della conoscenza, uno dei paradossi della conoscenza. L é v i -
Strauss ha detto: « p i ù comprensione, meno informazione, p i ù informazione, meno comprensio-
n e » . Stava parlando di e t n o g r a f ì a , ma io credo che sia vero anche per la storici. La ricerca storica
moderna, p e r ò , è cambiata, facilitando un grande accesso all'informazione; io adesso faccio gran
parte delia mia ricerca s u l web, ed è p i ù facile, ogni volta che ho bisogno di un dizionario, o di
un'enriclopedia, non devo andare in biblioteca...

Hayden White, University of Catìfornia - Santa Cruz, haydenwhite@sbcgbbaLnet


Mauro Moretti, Università per Stranieri di Siena, moretti@unistrasi.it
Giub'ana Benvenuti, Università di Bologna
Girolamo Imbruglia, Università di Napoli - L'Orientale
Marcello Mustè, Università di Roma - La Sapienza

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