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COME SI DIVENTA CAVALIERI ?

(investitura e gradi)

L’educazione per divenire cavalieri richiedeva un lungo e duro tirocinio. Non era raro trovare rampolli di
nobili casate (in genere i maschi non primogeniti che non volevano intraprendere una carriera ecclesiastica)
mandati come paggi fin da bambini, anche di sette o otto anni, nelle dimore di altri signori per imparare a
stare in società e a cavalcare. Quando raggiungeva i quattordici anni, il futuro cavaliere diveniva scudiero di
un altro e già affermato cavaliere. Mantenendo in esercizio il fisico in continuazione e addestrandosi con le
armi, apprendeva in questo modo l’arte della guerra, ad accudire il cavallo e custodire l’equipaggiamento
militare del suo signore (non a caso il compito iniziale era quello di portare lo scudo del cavaliere, da qui il
nome scudiero). Accompagnava il cavaliere in battaglia, aiutandolo a indossare l’armatura e soccorrendolo
quando era in difficoltà.

Alla fine di questo tirocinio, intorno ai ventuno anni, riceveva la sospirata investitura a cavaliere che
avveniva con una solenne cerimonia. La sera prima il giovane veniva lavato e rasato. Vestito con una tunica
bianca (simbolo di purezza), un manto rosso (emblema del sangue che era disposto a versare in nome di
Dio) e una cotta nera (che rappresentava la Morte di cui non doveva aver timore), veniva condotto in una
cappella, dove avrebbe trascorso la notte pregando. Terminata la veglia notturna, il giovane cavaliere
indossava i suoi abiti migliori per recarsi nella sala centrale, o più importante, della dimora del signore,
oppure nella principale chiesa del posto, dove lo attendevano il sacerdote, il feudatario, dignitari e i parenti.
Dopo la benedizione del sacerdote, il cavaliere, a cui aveva fatto da scudiero, con il piatto della spada lo
colpiva leggermente tre volte sulla spalla, pronunciando la formula di rito: “In nome di Dio, di San Michele,
di San Giorgio, ti faccio cavaliere”. Spesso seguiva anche un ceffone, per sottolineare che da quel giorno
quella sarebbe stata quella l’ultima offesa che avrebbe potuto subire senza chiedere soddisfazione. La
cerimonia d’investitura proseguiva poi con il neo cavaliere che, giurando sul Vangelo, prometteva di
combattere le ingiustizie, di difendere la Chiesa, i deboli e rispettare le donne. La cerimonia di investitura
avveniva, in genere, a Natale, oppure Pasqua, a Pentecoste, l’Ascensione e la festa di San Giovanni (di
solito, comunque, la scelta della data cadeva a Pasqua o il giorno della Pentecoste).

L’ingresso nella “cavalleria”

Uno dei luoghi comuni della mitologia cavalleresca è quello della cerimonia di investitura, il cosiddetto
adoubment (tradotto in molti testi come “addobbamento”), in cui il nuovo cavaliere riceve direttamente dal
sovrano, o comunque da un suo superiore, le insegne della cavalleria – la spada, gli speroni, lo stendardo –
in genere precedentemente benedette o consacrate da un vescovo, che può o meno essere presente. Le
spade degli eroi della Chanson medievale sono oggetti resi sacri dalla presenza di particolari reliquie chiuse
nel pomo, e devono servire al nobile cavaliere – nobile come qualità d’animo, non nel significato più tardo
di classe - per proteggere la Chiesa dai pagani e i deboli dalle ingiustizie.

Questo rappresentazione “rituale” della “vestizione” del cavaliere, tramandata dalla letteratura e diffusa
dal cinema, è in realtà “un’immagine composita, nella quale confluiscono tratti che, apparsi in epoche
differenti, non sono mai coesistiti”[4].
Gli storici individuano concordemente l’origine di questi rituali nelle tradizioni germaniche che si
diffondono in Europa nell’alto Medioevo. Le tribù germaniche erano seminomadi, eminentemente
guerriere e al loro interno ciascun uomo adulto aveva il dovere di prendere le armi per la comunità; così nel
momento in cui un giovane raggiungeva l’età adulta e si apprestava ad entrare nel numero degli armati, era
il capo – guerriero lui stesso – a consegnargli le armi, in una sorta di scarno rito di passaggio. Flori nota che
si trattava probabilmente di nulla più che una consegna degli “strumenti del mestiere” inquadrata forse in
un rito di tipo iniziatico.

Ma la consegna della spada ha, nel mondo germanico – e non solo - anche un altro significato, di tipo
simbolico: la spada è il segno del potere, del diritto di comandare la tribù ma anche del dovere di
proteggerla dai nemici esterni – con le armi – e dal disordine interno, attraverso la giustizia.

La simbologia della spada si tramanda nei secoli attraverso i rituali di incoronazione dei sovrani; nel 1108 il
re di Francia Luigi VI è incoronato dall’arcivescovo di Sens con un rituale preciso[5]: tolta la spada della
milizia secolare (ovvero lo strumento di lavoro, la spada dell’uomo adulto e del guerriero) egli cinge la
spada della Chiesa “per la punizione dei malfattori... la difesa delle chiese e dei poveri”. La cerimonia e la
preghiera che la accompagna sono assolutamente analoghi a quella che si trova in un rituale di
incoronazione germanico della fine del IX secolo, forse il più antico giunto sino a noi. Il rito di consegna
della spada accompagnata dalla sua sacralizzazione è quindi, a detta di Flori, di origine regia, e persiste per
secoli.

Fra X e XI secolo, ovvero quando si abbozza la gerarchia feudale, la sua applicazione slitta dal sovrano ai
principi a lui sottoposti, e poi via via alle gerarchie feudo-vassallatiche inferiori, a sancirne l’effettiva presa
di potere. Si tratta quindi sempre di un rito di trasmissione di prerogative regali, e non di un rito di
iniziazione. Attraverso quali passaggi allora esso giunge ad apparire come formula di consegna delle armi ai
semplici armati a cavallo, che non solo non hanno potere proprio, ma addirittura sono in varia misura
sottomessi?

La Chiesa si impadronisce della cerimonia di consegna delle armi nel corso dell’XI secolo, in un contesto in
cui, cessato il pericolo delle invasioni[6] il vero rischio per le popolazioni europee era costituito dai signori
feudali e dalle loro bande armate. Questi, ormai di fatto indipendenti dal potere centrale, cercavano di
rosicchiarsi potere (ovvero terre) a vicenda, mantenendo un clima di tensione; ma anche quando ciò non
avveniva, la vita nelle campagne non era tranquilla, poiché i “cavalieri” del feudatario locale si procuravano
comunque un reddito vessando “quelli che lavorano” e tenendoli sottomessi con la paura di scorrerie e
saccheggi; quando poi i contadini erano troppo poveri, le armi dei cavalieri spesso si rivolgevano a
depredare le ricche parrocchie e i monasteri.
Ed ecco che accanto al concetto di “pace di Dio”[7] nasce l’ideologia del cavaliere “consacrato”, che difende
innanzitutto la Chiesa e i deboli, combattendo contro l’ingiustizia; e laddove questo non è sufficiente a
porre sotto controllo la turbolenza degli armati, viene accentuato il carattere di “miles Christi”, cavaliere al
servizio di Dio nella lotta per la fede, da cui deriverà in breve tempo la figura del crociato e gli ordini
monastici militari. Nell’XI secolo sono ormai numerose le formule di consegna delle armi a semplici cavalieri
che ricalcano quelle di consacrazione regia.

Altri elementi del rituale di investitura “classico” sono la vestizione del cavaliere con armi particolarmente
ricche, cerimoniali, e vesti dal colore simbolico; nonché l’uso del bagno purificatore prima della cerimonia.
Essi si rintracciano a partire dal XII secolo, e curiosamente non sempre sono legati ad una cerimonia di tipo
religioso. All’inizio del XIII secolo appare in alcune aree la “veglia d’armi”, ovvero il trascorrere la notte
prima della cerimonia in digiuno e in preghiera.

Come si vede si tratta di elementi molto diversi fra loro, che appaiono in tempi successivi, non sempre
sovrapponendosi.

Nel frattempo però il concetto di cavalleria si è evoluto: indipendentemente dalla Chiesa, i combattenti
riconoscono delle proprie regole di comportamento, una sorta di codice d’onore dettato più dall’utilità
pratica che da convinzioni morali; secondo esso ad esempio il cavaliere non attacca mai un suo collega a
tradimento, né porta lo scontro all’ultimo sangue, preferendo in questo caso catturare vivo l’avversario per
poi godere del giusto riscatto... è a tutti gli effetti un codice deontologico di una professione come tante
altre, che va ad affiancare l’etica della Chiesa nel costruire quella che definiamo l’“ideologia cavalleresca”.

Ma esso mostra un’altra cosa molto importante: la cavalleria ha assunto coscienza del suo essere gruppo
sociale d’elite, e sta elaborando regole di comportamento e rituali propri, modi di svago caratteristici quali
il torneo e la giostra - in auge dal XII secolo – e, soprattutto, la tendenza a “chiudersi” in una casta ad
accesso regolamentato.

Il vero e proprio rituale di adoubment, accompagnato dalla simbologia sacra dei singoli elementi indossati,
e dalla festa profana che lo sugella, conosce la sua diffusione proprio in questa fase, divenendo il rito
iniziatico che conosciamo dalla letteratura.

Il fenomeno si sviluppa in parallelo infatti con il graduale divieto di accesso alla “professione” volto a chi
non ha antenati cavalieri, e poi, subito dopo, a chi non è figlio di cavaliere. Cavalleria inizia a coincidere con
nobiltà, intesa come ceto, ma il passaggio non sarà mai netto, se non in epoca tarda, quando ormai la
cavalleria avrà perso la sua funzione militare fondamentale.
Infatti per tutto il XIII e il XVI secolo sono frequenti comunque le semplici cerimonie di massa, sul campo di
battaglia, in cui il sovrano direttamente nomina cavalieri i più valorosi, indipendentemente dalle loro
origini. Il potere del sovrano può quindi ancora scavalcare le regolamentazioni che la cavalleria stessa ha
imposto.

Simbologia e spade mitiche

La spada è, ovviamente, espressione diretta della “condizione militare”: simbolo di ardimento, come virtù.
Nella tradizione biblica assume vari significati… allegoricamente è spesso utilizzata per rappresentare
l’esercito (es. le «spade egizie») e, contemporaneamente, quale espressione di potenza, in stretta
derivazione dalla propria funzione. La potenza in questo contesto assume a sua volta molteplici valenze,
dalla più immediata «distruttiva» sino all’opposto valore costruttivo, quale simbolo di giustizia (insieme alla
bilancia) o strumento utile a mantenere la pace ed i più alti valori (cavalieri).

Pietra angolare di miti e leggende, alla spada sono state attribuite numerose capacità e proprietà, molto
spesso magiche e religiose: tanto importanti nella visione mitologica da vedersi attribuito un nome proprio,
che le identificava fra mille. Eroine materiali delle maggiori epopee narrate nei secoli, come detentrici di
potenze ultraterrene, divine, fonti di forze spirituali che rendevano invincibile il guerriero a cui fosse
permesso di brandirle: di frequente era proprio la spada a scegliere colui, spesso predestinato, che avrebbe
potuto sfruttarne appieno i poteri.

Ecco quindi alcuni esempi di spade non comuni, capaci di fare di un semplice uomo un paladino, un
cavaliere, un eroe invincibile:

Durlindana, Durindana o Durendal è, secondo la tradizione francese, la spada di Orlando, paladino di Carlo
Magno. La leggenda vuole che la spada fosse stata donata a Orlando proprio dal sovrano. Invece,
nell’Orlando Furioso (canto XIV, 43), l’Ariosto narra che un tempo sarebbe appartenuta addirittura ad
Ettore di Troia:

“Non porta spada né baston; che quando l'arme acquistò, che fu d'Ettor troiano, perché trovò che lor
mancava il brando, gli convenne giurar (né giurò invano) che fin che non togliea quella d'Orlando, mai non
porrebbe ad altra spada mano: Durindana ch'Almonte ebbe in gran stima, e Orlando or porta, Ettor portava
prima.”

Nella Chanson de Roland si narra, poi, che Durindana conservasse nel pomo alcune sacre reliquie, un dente
di San Pietro, il sangue di San Basilio, i capelli di San Dionigi e un pezzo di vestito della Vergine Maria, che le
conferivano un potere divino: in punto di morte, tentando di distruggerla per non farla cadere in mano
nemica Rolando avrebbe prodotto la cosiddetta Breccia di Rolando sui Pirenei, ma grazie all’acciaio dagli
incredibili poteri il paladino non ebbe successo e fu costretto a gettarla nel fiume.

Excalibur è la spada magica per eccellenza della tradizione occidentale, le sue vicende sono narrate nelle
opere del ciclo bretone; fu donata da una entità superiore, la Dama del Lago, a Re Artù perché potesse
costruire un nuovo regno caratterizzato dagli alti valori cavallereschi, giustizia e virtù furono le pietre
angolari su cui poggiare la Tavola Rotonda. Mentre il fodero aveva il potere sovrannaturale di proteggere
colui che la brandiva dall'essere ferito in battaglia.

Ama no Murakumo (Il potere della spada. Curiosità simboliche e valenze iniziatiche), letteralmente Spada
del Paradiso, detta anche Ama no Murakumo no Tsurugi o Kusanagi-no-tsurugi (Il potere della spada.
Curiosità simboliche e valenze iniziatiche, ovvero spada taglia erba), è una spada leggendaria della
mitologia shintoista giapponese paragonabile per importanza ad Excalibur: con lo Specchio di forma
ottagonale e la Gemma, simboli di Amaterasu, è uno dei Tre Tesori Sacri di Yamato, ovvero del Giappone.

Oltre alle precedenti ne ricordiamo sinteticamente molte altre:

Anduril - Spada di Aragorn.

Aradonight - Spada di Lancillotto.

Balisarda - Spada di Ruggero.

Brisingr - Spada di Eragon cavaliere dei draghi, forgiata da egli stesso.

Caladbolg - Spada di Fergus mac Róich.

Claíomh Solais - Spada di Nuada Airgeadlámh, leggendario re d'Irlanda.

Colada - Spada di el Cid.

Cortana - Spada di Edoardo il Confessore.

Crocea Mors - Spada di Giulio Cesare.

Fragarach - Spada di Manannan mac Lir and Lugh Lamfada.

Gramr (Balmung) (Nothung) - Spada di Sigfrido, eroe della saga dei nibelunghi.

Hrunting - Spada prestata a Beowulf da Unferth.

Naegling - Spada usata da Beowulf per combattere il drago.

Narsil - Spada di Elendil.

Pungolo - Spada di Frodo Baggins, donata da Bilbo Baggins.

Shamshir-e Zomorrodnegar - Spada di re Salomone (secondo il folklore persiano).

Tizona - Altra spada di el Cid.

Zar'Roc - Spada di Eragon cavaliere dei draghi, donatagli da Brom.

La spada nella roccia, conservata nella Rotonda di Montesiepi (SI), narra un’altra vicenda dalla diversa
valenza simbolica. Il potere della spada. Curiosità simboliche e valenze iniziatiche. Galgano Guidotti decise
di rinunciare al potere ed al dominio rappresentati dalla spada per dedicarsi totalmente alla croce, simbolo
estremo d’amore, pace e rinunzia alla violenza, attraverso un gesto dalla valenza straordinaria: «In terram
pro cruce spatam fixit», ovvero “conficcò la spada in terra come una croce” (4).

A tal riguardo, bisogna aggiungere che anche la forma d’arma rivestiva un significato simbolico, infatti, è
sufficiente notare come le spade avevano una forma che ricordava la croce ai cristiani e la mezzaluna ai
musulmani. Specialmente durante il medioevo, alla spada furono attribuite importanti valenze religiose,
tant’è vero che, oltre ad assumere un nome proprio, contenevano spesso delle reliquie di santi…

Infine, esiste anche un altro significato se la spada cui facciamo riferimento è quella di Damocle. Essa
rappresenta le responsabilità derivanti dal possedere un grande potere, relativamente alla posizione sociale
nel caso specifico; per estensione poi è utilizzata per simboleggiare qualsiasi pericolo incombente. Infatti
Dionigi I, Re di Siracusa, sfidato dal cortigiano Damocle gli concede di prendere il suo posto per un giorno…
ma la sera, al termine del banchetto, dopo aver assaporato i piaceri di essere Re, Damocle si accorge che
sulla propria testa incombeva, sorretta da un esile crine di cavallo, una spada affilata, al piacere si
sostituirono immediatamente un pungente senso di paura e timore per la propria vita, decise così di
abbandonare immediatamente la posizione di potere piacevole all’apparenza, ma scomoda e pericolosa
nella realtà: la spada, là posta da Dionigi, simboleggiava al contempo il potere del tiranno congiuntamente
alla responsabilità ed alla diretta esposizione al pericolo che ne derivavano (5)…

La spada e la cavalleria

Durante il medioevo, soprattutto nel periodo delle crociate, la “cavalleria”, da semplice reparto militare, è
divenuta rapidamente uno status sociale. Sempre più si è ritenuto che l’appartenenza alla classe
cavalleresca comportasse un’elevazione sociale, la cerchia di individui che potevano fregiarsene divenne
sempre più ristretta sino a che l’investitura a cavaliere fu ritenuto un altissimo onore, una vera e propria
iniziazione che conduceva l’individuo verso una dimensione quasi sovraumana, eroica… Il potere della
spada. Curiosità simboliche e valenze iniziatiche. L’essere ammessi al rango di cavalieri comportava la
cooptazione in una vera e propria fratellanza, basti ricordare il sigillo templare, raffigurante due cavalieri su
un’unica cavalcatura. L’investitura ricopriva una tale importanza da trasformare un uomo comune in un
ardimentoso combattente che perdeva ogni timore a favore di un coraggio tanto virtuoso da ignorare ogni
conseguenza se ciò fosse stato ritenuto utile a servire gli ideali propugnati dal codice cavalleresco. Tutto ciò
avveniva attraverso il potere della spada, dalla sua imposizione nel momento dell’investitura fino ad essere
il vero e proprio simbolo della neo-condizione acquisita; a tutt’oggi molte iniziazioni avvengono tramite
l’imposizione di una spada, considerata il mezzo più idoneo alla ideale trasmissione del potere, dello spirito,
dello status e di tutto ciò che ne consegue.

Gianmichele Galassi

Da Secreta Magazine n.2 - 2010


L’INVESTITURA DEL CAVALIERE

L’evoluzione della Cavalleria e i suoi nuovi programmi ideali si riflettono anche

esteriormente nelle formule del rituale, con cui si celebra l’investitura cavalleresca.

Nel XII secolo il cerimoniale dell’investitura si va sempre più complicando e a mano

a mano che la Chiesa fa sentire sempre più viva la sua influenza, la cerimonia si trasforma,

fino ad assumere un evidentissimo carattere di rito religioso.

Prima della vestizione il novizio deve prendere un bagno purificatore del proprio

corpo e liberare l’anima dai peccati con la confessione; indossa poi le vesti benedette (un

camice bianco e una sopraveste scarlatta) ed è accompagnato dai valletti nella cappella

dove trascorre la notte in preghiera (vigilia d’armi); con lui vegliano i suoi padrini, che nei

giorni precedenti lo hanno ammaestrato sui doveri morali del suo nuovo stato. Al mattino

il giovane assiste al sacrificio divino e si comunica alla presenza dei parenti e degli invitati.

Terminata la cerimonia religiosa, la sua spada, che è stata posta sull’altare insieme

con le altre armi fin dalla sera prima, viene benedetta. Si giunge così al momento

culminante della cerimonia: il padrino, in tempi successivi sostituito dallo stesso

sacerdote, dopo aver fatto giurare al giovane sul Santo Vangelo di non venire mai meno ai

doveri che competono al cavaliere, compie gli ultimi e più solenni atti di tutto il rituale:

- la collata, di uso antichissimo, è un colpo vibrato di piatto con la spada sulla

nuca o sulla spalla (a volte sostituito da uno schiaffo sulla guancia), che

assume contemporaneamente valore reale e simbolico. Il forte colpo ricevuto

è infatti la prima prova di forza a cui il neo cavaliere viene sottoposto:

sarebbe un grave disonore se egli barcollasse o mostrasse un qualsiasi

trasalimento. Con fermezza egli deve sostenere il colpo che sarà,

simbolicamente, anche l’ultimo che il cavaliere accetterà di ricevere senza

rispondere all’offesa. - la consegna della spada.

La solenne cerimonia si conclude con il conferimento effettivo della dignità

cavalleresca, attraverso la consegna della spada che d’ora in avanti dovrà servire al
cavaliere per difendere la fede, la giustizia e ogni altra nobile causa.

L’EDUCAZIONE DEL CAVALIERE

Il Cavaliere, anche se di origine nobile, non può, senza una guida, raggiungere

quell’abilità tecnica, quella raffinatezza di modi, e la conoscenza dei propri doveri, che

sono ormai le doti indispensabili per far parte della Cavalleria. Occorre una preparazione

ben più lunga e complessa di quando il cavaliere era solo un soldato: per questo si inizia

fin dalla più tenera età, senza perdere di vista il suo indirizzo morale, fisico e mondano.

L’educazione cavalleresca si può considerare la prima forma di educazione laica

dell’alto Medioevo, anteriormente al diffondersi delle università e delle scuole comunali:

essa infatti si compie nel castello e nelle corti feudali per opera prevalente di maestri laici.

Il futuro cavaliere deve apprendere, nel periodo di tirocinio che precede

l’investitura, l’arte e l’abilità tecnica di usare le armi, insieme a nuove e più raffinate

abitudini. Nel castello del padre, a sette anni, egli già si esercita a cavalcare, a tirare di

scherma, a maneggiare le diverse armi; ma per arricchire la sua preparazione in genere

viene inviato, verso i quattordici anni, come scudiero o armigero, presso un altro castello o

addirittura (secondo il grado della sua famiglia nella gerarchia feudale) presso il sovrano.

Qui le sue mansioni sono svariate:

- non deve disdegnare i servizi più umili come il servire a tavola in occasione

di banchetti, portare le armi del signore e accudire al suo cavallo;

- nell’ambiente raffinato ed elegante delle corti impara la danza, il canto, l’arte

di conversare, i giochi di società e a volte anche nozioni di lettere e d’arte.

Il giovane si prepara in questo modo a divenire, oltre che un prode guerriero, un

uomo di mondo dalle belle maniere e dalla squisita cortesia.


A ventuno anni, se, insieme alla cortesia e alla gentilezza, egli è in grado di

dimostrare di essere in possesso delle qualità morali e delle virtù che competono a un

cavaliere, entrerà a far parte di quella ristretta classe a cui possono accedere soltanto

quanti hanno dato prova di esserne in tutto e per tutto all'altezza.

origini STORICHE DELLA CAVALLERIA

Il termine “cavaliere”, che indica genericamente l’armato che presta servizio militare a cavallo, appare in
realtà tardi nel linguaggio delle armi; il medioevo preferisce infatti il termine latino “miles”, che indica “il”
combattente per eccellenza, contrapposto al termine “pedes” che indica il semplice fante appiedato.

Il miles medievale è per definizione un cavaliere, che in questo caso non significa semplicemente un armato
a cavallo, ma più propriamente un armato che usa il cavallo secondo modalità particolari di combattimento.

E’ noto infatti come sin dall’antichità classica esistano corpi armati a cavallo; esso però viene usato
principalmente per gli spostamenti veloci e per gli attacchi a sorpresa - nel corso dei quali vengono scagliate
aste leggere con la spinta del braccio o frecce per mezzo di piccoli archi – mentre nel combattimento vero e
proprio gli armati scendono a terra per affrontare il corpo a corpo.

E’ solo con il Medioevo che nelle battaglie appare la tecnica della carica a cavallo – lancia in resta, diremmo
con un termine che però è già tardo, quasi rinascimentale – in cui il cavaliere regge saldamente la lancia
dirigendola, mentre è il cavallo a fornire la propulsione e la forza d’urto necessaria a sfondare le linee
nemiche.

Secondo alcuni autori questa nuova modalità di attacco, le cui più antiche testimonianze iconografiche
risalgono forse alla tapezzeria di Bayeux[1] , fa seguito alla diffusione di accorgimenti tecnici quali la staffa e
la sella con arcioni; secondo altri questo nesso sarebbe casuale, ed infatti già nell’antico Oriente la staffa
esiste, ma nessuno vi aveva mai collegato l’idea di usarla per avere maggiore stabilità e lanciarsi
direttamente contro il nemico anziché semplicemente per caracollare (altro termine, ahimè, molto più
tardo, ma che rende l’idea...) lanciando frecce. Comunque sia andata la faccenda, resta il fatto che fra il
1000 e il 1100 i gruppi armati che difendono gli interessi dei signori feudali nelle cui mani sono le terre
europee, sono un’elite specializzata in un tipo di combattimento che prevede il cavallo come parte attiva.
Elite, chè mantenere un cavallo ha i suoi costi, e così le armi, sia da offesa – lance, spade – che da difesa; c’è
poi l’addestramento, lungo e faticoso, e la necessità di mantenersi “in forma” anche nei periodi in cui non si
è impegnati in guerra. Così, già nel IX secolo i sovrani dei nascenti regni romano-germanici iniziano a
circondarsi di una corte di fedelissimi, perfettamente armati ed addestrati, ovviamente “cavalieri”, a cui
come segno di favore e gratitudine offrono terre su cui esercitare un qualche dominio; si tratta in effetti,
come mette in evidenza chiaramente Jean Flori, di una forma di compenso o paga, volta a permettere a
questi “difensori del regno” di dedicarsi appieno alla loro funzione, senza troppe preoccupazioni per
procacciarsi il cibo o comunque un reddito.

La cavalleria nasce quindi secondo questo autore eminentemente come professione, derivando
direttamente dall’usanza germanica del capo-tribù di circondarsi dei guerrieri più forti e valorosi; quando i
capotribù si stanziano nelle terre d’Europa e si trasformano in re, ecco che allora questi “comites” –
compagni, d’arme e d’avventure – si trasformano nelle varie “Tavole Rotonde” o compagnie di “Paladini”
esaltate dalla letteratura successiva.

Chi DIVENTA CAVALIERE?

L’immaginario collettivo vuole il cavaliere come appartenente alla “nobiltà”. Ma il concetto di nobiltà,
inteso come discendenza di sangue e appartenenza ad un casato di antica origine, è di gran lunga
successivo rispetto all’epoca che stiamo esaminando; la società del X secolo è dominata da un’aristocrazia
guerriera che a volte si fregia del termine “nobile”, inteso come aggettivo che indica, in vario grado, una
predisposizione d’animo piuttosto che un rango sociale.

Con il diffondersi dell’incastellamento[2] nel X secolo si assiste però ad un fenomeno nuovo, che prelude
alla strutturazione di una società più simile a quella che ci è oggi familiare.

Le famiglie aristocratiche – famiglie allargate, a struttura orizzontale, in cui contano i rapporti di parentela
fra fratelli e zii, sia per parte maschile (agnati) che femminile (cognati) – si radicano nel territorio,
fortificano una propria dimora e la trasformano in un nucleo di potere locale, sempre più autonomo
rispetto ai deboli poteri centrali. I vassalli non sono più un seguito armato del sovrano, ma divengono a loro
volta piccoli capi territoriali che gestiscono la loro proprietà. E’ fondamentale che questa proprietà
mantenga una certa estensione di terre e di uomini sottomessi, in regime di libertà, semilibertà o servitù;
diviene quindi essenziale che non venga frammentata fra i vari eredi.

Si modifica quindi la struttura familiare, che diviene in questo momento “verticale”, ossia dominata da
rapporti di discendenza patrilineare. E’ l’epoca in cui compare il patronimico, e da esso il cognome, inteso
come segnale di appartenenza ad un lignaggio che si estende nel tempo di padre in figlio. Il figlio maggiore
eredita il castello, il titolo, il patrimonio di famiglia. Le strategie matrimoniali cambiano, e si diffondono i
matrimoni con membri esterni alla famiglia (esogamici) perché comunque non esiste più il rischio di dover
cedere parte delle proprietà ad altri clan.

I figli cadetti - nonché quelli nati al di fuori di un matrimonio cristiano che ancora stentava a definirsi ed
affermarsi - se sono femmine servono a rinsaldare legami di alleanza con castellanie vicine, attraverso
matrimoni accuratamente studiati a tavolino. Se sono maschi... ecco il problema di fondo... se sono maschi
gravitano attorno alla corte, mantenendo lo stato di juvenis, ovvero di non sposato, a vita; offrono i loro
servigi armati al fratello maggiore o ad uno zio che in cambio li mantiene; insidiano le femmine di corte,
elaborando un’etica – cavalleresca, per l’appunto – che autorizza l’avventura amorosa; cercano
soddisfazione e bottino nell’impresa guerresca; talora, in virtù delle loro capacità, giungono ad ottenere in
moglie una ricca ereditiera o una vedova con possedimenti e ad accasarsi, formando un loro lignaggio.

Ecco, una parte della cavalleria è data da questa porzione di aristocrazia che è tagliata fuori dalla
trasmissione ereditaria del potere; ma non tutta la cavalleria è costituita da aristocratici cadetti o bastardi.
Accanto ad essi nella corte esistono armati a cavallo di ben altra estrazione.

Sia Duby, sia Flori, evidenziano la presenza di ricchi allodieri, ovvero proprietari di terre che pur non avendo
antenati prestigiosi hanno denaro sufficiente per armarsi e subire l’addestramento cavalleresco, e quindi si
pongono al servizio del signore locale, nella speranza di fare carriera, mettersi in mostra con il valore ed
ottenere un piccolo feudo; analoga aspirazione è coltivata da tutta una massa di “cavalieri” dipendenti, che
esercitano la cavalleria come mestiere per sopravvivere, provenendo da classi sociali basse, di ambito
rurale, o addirittura affrancati dallo stato servile per poter accedere al servizio armato del signore. I
documenti mostrano in tutta Europa esempi – non numerosi, ma significativamente presenti con regolarità
- di questo tipo di cavalieri che riescono alla fine ad ottenere una promozione sociale, sia ricevendo dal
signore terre da gestire in proprio, sia sposandosi ad un livello sociale più alto del loro.

Flori, sulla scorta di queste evidenze, conclude che la cavalleria sino a tutto il XII secolo non è una classe
sociale chiusa, coincidente con l’aristocrazia, ma un sistema aperto, con possibilità di accesso dal basso; in
pratica quindi “una professione onorevole ed invidiata, che l’aristocrazia tende a trasformare in una nobile
corporazione”[3].

Non a caso la società medievale raffigurava se stessa come suddivisa in tre “ordini” con carattere
funzionale, quelli che pregano, quelli che lavorano, quelli che combattono: le tre attività fra le quali
qualsiasi uomo adulto doveva collocare la propria esistenza.
LE ARMI DEL CAVALIERE

Inizialmente l’armatura dei cavalieri era costituita da una cotta di maglia, una sorta di tunica costituita da
numerosi piccoli anelli di ferro intrecciati. Per smorzare i colpi, veniva portata anche una sottocotta
imbottita. A partire dal XII secolo, per proteggere anche le braccia e le gambe, si iniziò a impiegare maniche
e cosciali metallici. Ogni anello veniva intrecciato, mentre era ancora aperto, con quattro altri anelli e poi
ribattuto per chiuderlo. Il peso di una difesa di questo tipo si aggirava attorno ai 9-14 kg, che gravavano
soprattutto sulle spalle del combattente. Essendo la cotta di maglia flessibile, i colpi inferti con forza, anche
se non tagliavano o penetravano il corpo, potevano provocare pesanti contusioni o fratture letali.

L’uso delle piastre di ferro si diffuse nel Trecento. È nel secolo successivo che si cominciò a portare
armature metalliche complete per proteggere ogni parte del corpo. Sagomate in maniera tale da
permettere che le punte e le lame scivolassero sulle loro superfici levigate, le armature a piastra potevano
raggiungere un peso complessivo intorno ai 25 kg, ma ben distribuito, consentendo ai cavalieri di
combattere e montare a cavallo senza particolari problemi. Le piastre venivano, infatti, sagomate in modo
tale che, muovendosi l’una sull’altra, seguivano i movimenti del cavaliere. Alcune piastre erano incernierate
e potevano ruotare una sull’altra, altre unite da perni che scorrevano in un’asola. Per facilitare lo
scorrimento, molte erano connesse tramite stringhe interne di cuoio. L’impiego delle armature a piastra,
grazie alla loro efficacia difensiva, permise di ridurre gli scudi, che, a partire dal Quattrocento, divennero più
piccoli e leggeri.

Le armature spesso avevano delle fogge e decorazioni al bulino e, frequentemente, erano parzialmente
verniciate. Bordi e fregi erano spesso in oro, o dorati. A partire dalla fine del XV secolo si diffuse anche
l’abitudine di incidere disegni decorativi con l’acido. Tra gli elementi ornamentali c’era anche il cimiero del
cavaliere, a volte davvero ingombrante ed elaborato, che rendeva agevole la sua identificazione sui campi
di battaglia. Tuttavia, a partire dal XIV secolo, si iniziò a impiegare elmi meno ornati, in particolare il
bacinetto con visiera, nato in Italia, con una celata ribaltabile sulla fronte, per poi essere sostituito dalla
incernieratura laterale, molto più pratica.

L’arma più importante era senz’altro la spada, simbolo stesso della sua dignità e della cavalleria. Fino al
Duecento, le spade erano a lama larga e a doppio taglio, ma, man mano che le maglie di ferro vennero
sostituite dalle armature a piastre, si diffuse l’uso di spade più lunghe e sottili, adatte a colpire di punta per
infilarsi tra una piastra e l’altra.

Altra arma tipica della cavalleria era la lancia, impiegata per caricare e travolgere i fanti e le altre schiere di
cavalieri. Con il tempo si trasformò, aumentando la sua lunghezza e munendosi, a partire dal Trecento, di
un’impugnatura con una protezione circolare.
Nei corpo a corpo, per fracassare le armature, acquisì sempre più favore la mazza ferrata. Minore impiego
fu quello dell’ascia da guerra a manico corto, usata nel combattimento a cavallo. A partire dal XIV secolo,
per i combattimenti a piedi, vennero introdotti anche gli spadoni dall’impugnatura allungata, da afferrare a
due mani.

Elemento fondamentale e costoso dell’equipaggiamento del cavaliere, i cavalli venivano impiegati in


diverse attività. Vi erano quelli adatti per combattere, quelli per cacciare, quelli per le giostre e i tornei o per
trasportare i armi e vettovagliamenti. Ovviamente la cavalcatura più onerosa era il destriero, il cavallo da
battaglia. In genere si trattava di uno stallone di grosse dimensioni e resistente, ma anche agile nei
movimenti. Le razze più apprezzate provenivano dall’Italia, Francia e Spagna. E se il destriero era il cavallo
da battaglia o da torneo, per spostarsi veniva impiegato il “palafreno”, un cavallo con un carattere più
docile e malleabile.

Il cavallo da battaglia vestiva, spesso, anche una protezione della testa, del collo e del petto. Il resto del
corpo era rivestito da una gualdrappa colorata e decorata con le insegne araldiche del cavaliere, a volte
imbottita per attutire i colpi (in alcuni casi gli animali erano protetti con una maglia metallica).

Se le regole della cavalleria imponevano rispetto per il nemico vinto, quando si trattava di nobile o cavaliere
(pratica che permetteva di lucrare il riscatto dei prigionieri), raramente si dava la stessa possibilità ai fanti
nemici in fuga, che venivano inseguiti e abbattuti senza pietà. Quando un esercito si muoveva, si dava
sempre al saccheggio e alla devastazione del territorio nemico non solo per procacciarsi provviste e
distruggere le proprietà dell’avversario, ma anche per dimostrare che quest'ultimo non era in grado di
proteggere i suoi sudditi.

L’amor cortese

Gli ideali cavallereschi tipici della classe feudale trovano il loro luogo di espressione principale nella corte,
cioè nel centro della vita sociale e culturale delle elite aristocratiche.

Gli ideali cavallereschi

Durante l’età cortese dunque i cavalieri diventavano gli interpreti più rappresentativi della visione del
mondo e dell’etica feudale e quindi influenzarono direttamente la letteratura. I cavalieri prendono
coscienza del proprio ruolo sociale, sempre più rilevante e si sentono in dovere di elaborare alcuni propri
ideali di comportamento e di visione della realtà: una propaganda della loro visione del mondo. I cardini di
questa visione della vita cavalleresca si possono sintetizzare in:
- L’idea fondamentale è l’importanza che viene data al valore della prodezza, cioè il valore anzitutto
nell’esercizio delle armi e, in particolare è prode chi ha coraggio e chi sa avere sprezzo del pericolo.

- Il senso dell’onore, che si accompagna con il desiderio di gloria, che coincide con la rispettabilità, per cui
perdere l’onore è peggio della morte.

- Il valore della lealtà, cioè il rispetto dell’avversario e del codice di combattimento che perdura fino al 1700;
generosità con i vinti (la clementia).

Tutti questi valori sono complementari tra loro e formano un sistema unitario di comportamento: venir
meno all’ideale della prodezza, per esempio sottraendosi allo scontro, compromette l’onore, lo stesso vale
per la slealtà. In particolare gravissima era considerata l’infedeltà verso il proprio signore: la fellonia.

Un altro principio fondamentale nell’ambito della visione cavalleresca è, ancora più importante della
nobiltà di nascita, la nobiltà d’animo (principio che la vera nobiltà è intima, non quella esteriore). Questo
principio è destinato ad avere sviluppi fondamentali in seguito, soprattutto nell’ambito della civiltà urbana
(si pensi al dolce stil novo, che insisterà sul concetto di “gentilezza” d’animo, come dote naturale di una
persona).

La vita di corte inoltre viene codificata in elaborate forme rituali che fanno sì che alle virtù tipicamente
guerriere e cavalleresche si affianchino anche virtù “civili”, in primo luogo ad esempio viene molto
valorizzata la virtù della liberalità (larghezza), cioè il disprezzo del denaro e di ogni meschino attaccamento
ai beni materiali. Inoltre molto importanti sono la magnanimità (generosità) d’animo e la virtus di stampo
classico, cioè dell’essere misurati ed equilibrati.

Sempre di stampo classico è anche il valore della bellezza, cioè il culto delle belle arti, delle maniere
eleganti, del rispetto delle gerarchie e il culto delle belle forme si deve riflettere nel carattere delle persone
(il bello per i Greci è perfezione interiore, cioè la dimensione dell’anima).

Il contrario di tutti questi valori si riassume in un termine chiave: la villania, cioè è villano chi letteralmente
veniva dalla campagna e quindi era abituato a uno stile di vita rozzo (campagnolo = rozzo, per l’appunto).
L’opposto è invece essere cortesi e in particolare, simbolo assoluto della cortesia diventa la dama, cioè un
soggetto attorno a cui ruota tutto questo sistema di valori e lei stessa ne diventa pertanto una fonte
principale; per cui la dama, pur non essendo dotata di un potere reale a livello politico e sociale, diventa un
soggetto molto carismatico, che ha un forte potere di soggezione nei confronti dei cavalieri; specialmente la
dama diventa il fulcro della corte quando il signore è assente. Dunque anche la concezione dell’amore, che
emerge nella letteratura cortese, è nuova ed è molto particolare rispetto a quella dominante nel mondo
classico, dove l’amore, nonostante le differenze abissali tra uomo e donna, era concepito in maniera
paritaria. Invece nell’età cortese la concezione dell’amore non è più paritaria, ma si afferma da parte
dell’amante un vero e proprio culto della donna, cioè essa è vista dall’amante come un essere sublime,
impareggiabile e irraggiungibile.

Non è un caso che l’atteggiamento del cavaliere nei confronti della propria dama, per quanto riguarda il
servizio d’amore, ricalchi molto da vicino l’atteggiamento del cavaliere stesso nei confronti del proprio
signore. Per cui possiamo dire che il cavaliere non inventa un nuovo modo di apportarsi alla donna, ma
semplicemente trasferisce il codice di comportamento che ha nei confronti del proprio signore alla dama. E’
interessante notare infatti come questo passaggio venga rappresentato nella letteratura di età cortese.
Infatti nei primi testi di autori di lirica provenzale, si trova il tema del servitium amoris, sviluppato come una
sorta di investitura del cavaliere da parte non più del signore ma da parte della donna. In queste descrizioni
poetiche infatti compaiono dei riferimenti a gesti, azioni ed oggetti che hanno forti legami simbolici con la
realtà del vassallaggio.

ABILITÀ: ricercate l'eccellenza in ogni situazione che

si presenta ad un cavaliere, siano esse marziali o di altro

genere, cercando la forza per usarla a servizio della

giustizia invece che per l'accrescimento personale.

GIUSTIZIA: ricercate sempre la via del "giusto",

liberi da pregiudizi ed interessi personali. Riconoscete

che la spada della giustizia può essere una cosa

terribile, e quindi deve essere utilizzata con umanità e

pietà. Se il "giusto" che state cercando è in accordo con

quello degli altri, e lo perseguite senza piegarvi alla

tentazione di trovarlo con furia, allora guadagnerete

riconoscenza al di là dei limiti.

LEALTÀ: fatevi riconoscere per la lealtà alle persone e

agli ideali per i quali avete scelto di vivere. Ci sono

situazioni nelle quali è richiesto un compromesso: la

lealtà non rientra mai in queste situazioni.

DIFESA: il cavaliere è investito dal giuramento di


difendere il Capo dell'esercito e tutti coloro che da lui

dipendono. Cerca sempre di difendere la tua nazione, la

famiglia e tutti coloro che meritano la tua lealtà.

CORAGGIO: essere un cavaliere spesso significa

scegliere la strada più difficoltosa, quella che costa di più alla persona. Sii preparato a fare

sacrifici personali per gli ideali e le persone importanti nel tuo cuore. Nello stesso tempo

un cavaliere dovrebbe cercare saggezza per riconoscere che la stupidità e il coraggio sono

cugini. Coraggio inoltre significa schierarsi dalla parte della verità in ogni caso, invece di

soccombere ad una menzogna veloce. Cerca sempre la verità, ma ricorda di amministrare

la giustizia con pietà, perché la verità può portare puro dispiacere.

FEDE: un cavaliere deve avere profonda e totale fede nei suoi principi, cosicché con

questa fede può dare speranze contro la disperazione e le imperfezioni che gli uomini

creano.

UMILTÀ: onora prima gli altri e le loro azioni, non vantarti delle tue gesta, ma lascia che

siano gli altri a farlo per te. Racconta le imprese degli altri prima delle tue, conferendogli la

celebrità imparata dalle imprese più virtuose. In questo modo il compito della cavalleria è

ben fatto e glorificato, aiutando tutti coloro che si chiamano cavalieri. GENEROSITÀ: sii generoso fino a
quanto le tue risorse lo permettono, la generosità

usata in questo modo previene l'egoismo personale. Inoltre questo spiana la via alla pietà

rendendola facilmente riconoscibile quando la giustizia richiede una decisione difficile.

NOBILTÀ: cerca di innalzarti all'altezza delle virtù e delle responsabilità di un cavaliere,

comprendendo che sebbene gli ideali non possono essere raggiunti, la qualità con cui si

perseguono, nobilita lo spirito , accrescendovi dalla polvere fino ai cieli. La nobiltà ha

anche la tendenza ad influenzare gli altri, offrendo un irresistibile esempio di ciò si può

fare a servizio della giusta causa.

FRANCHIGIA: cerca di prendere in

esempio tutto ciò che è stato detto nel modo

più sincero possibile, non per ricevere meriti


personali, ma perché è la cosa giusta da fare.

Non limitare la tua visione ma cerca di

infondere in ogni aspetto della tua vita queste

qualità. Anche se riuscirai a vivere solamente

in piccola parte secondo questo antico codice,

sarai ricordato per le tue qualità e virtù.

Gli archetipi dell’Eterno, nella saga arturiana, possono essere


così elencati:

- il Re (Artù);

- il Mago (Merlino);

- il Guerriero (Lancillotto);

- il Cavaliere Perfetto (Galahad);

- la Fata (Morgana, o Viviana);

- il Regno Segreto (Avalon);

- la Visione dell’Eterno (il Graal).

Naturalmente se ne possono trovare molti altri, come Galvano il guerriero “solare” la cui forza cresceva con
l’innalzarsi nel cielo del sole, e calava con l’avvicinarsi della notte; o Ginevra, la regina innamorata ma
fedifraga; o Perceval, “l’uomo dei boschi” rozzo e selvatico, la cui rude purezza tuttavia gli consente di
accostarsi al Graal. Ma ci sembra che nell’economia complessiva delle vicende arturiane la loro importanza
sia più limitata rispetto ai precedenti.

Esamineremo ora gli archetipi che abbiamo elencato, eliminando tutto ciò che nel corso dei secoli si è
stratificato intorno ad essi – frutto a volte della fantasia dei poeti, a volte delle mode delle epoche – per
ritrovare di ciascuno il nucleo originario nella sua forma più cristallina.

1) Re Artù. È il principale protagonista della saga, ideatore e creatore della Tavola Rotonda; tanto più perciò
desta sorpresa il fatto che le sue singole qualità, isolatamente considerate, non lo mettano in alcun modo in
evidenza. Non è il guerriero più forte della Tavola Rotonda, poiché questo ruolo è di Lancillotto. Non è
l’uomo più saggio: la Conoscenza è personificata da Merlino. Non è il cavaliere più immacolato: la palma
spetta a Galahad, che contemplerà il Graal ed in quest’estasi passerà dalla vita mortale alla vita eterna.

Chi è dunque re Artù? È il “punto centrale” dell’intera saga, la colonna portante della Tavola Rotonda: il suo
ruolo è quello dell’Unificatore, di colui cioè che raduna intorno a sé gli eletti in vista di un compito
universale. È l’axis mundi del sodalizio cavalleresco che egli stesso ha costituito, il fulcro o perno sul quale
esso poggia ed intorno a cui ne ruotano le vicende. Non a caso, quando il tradimento di Ginevra manderà in
frantumi il mondo personale del Re, anche la Tavola Rotonda andrà incontro alla propria distruzione:
perché il Re è l’anima del sodalizio cavalleresco che egli ha creato e che di conseguenza non può
sopravvivergli.

Artù diviene re della Britannia estraendo una spada – che non è Excalibur: quest’ultima gli verrà donata in
seguito dalla Dama del Lago – da una incudine posata su una roccia. Questa “prova della regalità” è
connaturata alla funzione della sovranità nelle società tradizionali: il Re è colui che è predestinato a
ricoprire quel ruolo e ad incarnare nella propria persona l’essenza della sua terra. Anche Ulisse, tornato ad
Itaca e dopo avere scoperto che è stata invasa da pretendenti che usurpano le sue funzioni regali, dimostra
la sua vera identità compiendo un’impresa marziale che lui solo è in grado di eseguire, e cioè attraversando
con una freccia scagliata dal proprio arco gli anelli di dodici scuri allineate. Il numero dodici ha attinenza con
i cicli cosmici e indica la capacità di Ulisse di “restare al centro”, di essere cioè il perno o fulcro del proprio
regno terreno.

Allo stesso modo, la spada conficcata nell’incudine è un simbolo assiale e la sua estrazione da parte di Artù
sta a simboleggiare che, da quel momento in avanti, egli stesso diverrà l’axis mundi della Britannia.

Artù manca di capacità particolari, perché il suo unico compito è quello di costituire il centro del suo
universo, il motore immobile intorno al quale dovrà ruotare la Tavola Rotonda. La sua qualità
preponderante è proprio la regalità, il cui possesso egli dimostra superando la prova della spada
nell’incudine. La sua successiva vittoria sui Sassoni, che avevano invaso la Britannia, è una manifestazione
tangibile di questa regalità, dopo la quale non si registrano altre grandi imprese di Artù; la sua sola presenza
mantiene unita ed attiva la Tavola Rotonda, ed il suo declino e la sua morte segneranno la decadenza e la
fine dell’intero sodalizio.

2) Merlino. È il vero “deus ex machina” della Tavola Rotonda, eminenza grigia del re e dei suoi cavalieri.
Dotato di poteri magici e di spirito profetico, consiglia Artù e ne guida il destino fin da prima che nasca il
futuro sovrano: è infatti opera della magia di Merlino il concepimento di Artù da parte della regina Igraine
di Cornovaglia, della quale si era invaghito il re Uther Pendragon di Britannia.

Uther vuole Igraine, ma lei – sposata col duca di Cornovaglia – lo rifiuta.

Merlino, che sa che Artù dovrà nascere da quell’unione contra legem, usa i propri poteri per far assumere
ad Uther l’aspetto del marito di Igraine, durante l’assenza di quest’ultimo. Igraine rimane incinta di Artù,
che verrà affidato da Merlino come figlio adottivo al nobile ser Ector, affinché lo allevi.

Merlino, nelle saghe arturiane, è il creatore del cerchio megalitico di Stonehenge, che grazie ai suoi poteri
magici egli trasporta dall’Irlanda alla Britannia.
Merlino non vedrà la fine della Tavola Rotonda: invaghitosi di una donna fatata, la Dama del Lago – una
creatura di un “mondo parallelo” nota anche come Viviana, o Nimue, di cui parleremo più ampiamente – ne
verrà spogliato dei poteri magici, e rinchiuso infine in una prigione d’aria o di cristallo in cui dovrà rimanere
per l’eternità.

Da questa prigione egli tuttavia continua a seguire e consigliare i suoi amici di un tempo, Artù e i suoi
cavalieri; e vi riceve a volte la visita di Nimue.

È certo sorprendente il cattivo esito della relazione di Merlino con Nimue, considerati i grandi poteri e la
grande saggezza del mago; e ci si chiede come abbia potuto egli, dotato di spirito profetico,
accondiscendere a cedere tutte le proprie straordinarie qualità alla sua infida allieva, pur sapendo già che
ella l’avrebbe infine tradito e rinchiuso entro un muro invalicabile.

Si tratta del travestimento mitico di qualcosa di completamente diverso: la tradizione vuole che Merlino
fosse figlio di una vergine, e di un demone incubo che l’aveva ingravidata durante il sonno. Traducendo le
espressioni medievali in termini più precisi, il mago è un sapiente appartenente ad un livello dell’Essere
superiore al nostro, in cui è disceso per svolgervi un compito specifico.

Viviana, o Nimue – alcuni testi mettono al posto di quest’ultima Morgana – è la rappresentazione della
Grande Dea celtica, che ora aiuta e ora ostacola Re Artù e l’intero suo sodalizio, come vedremo quando
parleremo di lei.

Merlino sparisce dal mondo perché si riassorbe volontariamente nella Grande Dea, al termine della sua
missione terrena; vedremo che anche il suo protetto terreno, Artù, al termine della saga rientrerà
simbolicamente “nel grembo della Dea”, per attendervi il giorno del proprio ritorno.

3) Lancillotto. È “il miglior cavaliere del mondo”, eroe archetipico della saga arturiana.

Viene rapito ancora fanciullo dalla Dama del Lago, e allevato nel suo regno incantato; giunto all’adolescenza
chiede e ottiene di recarsi alla corte di Artù per esservi nominato cavaliere. È generoso e leale, imbattibile e
cavalleresco, gloria della Tavola Rotonda e profondamente devoto ad Artù, eppure sarà la causa principale
della rovina dell’intero sodalizio a causa del suo amore adulterino per Ginevra, moglie del re.

Partecipa alla cerca del Graal, ma a dispetto della sua grande fama ottiene soltanto di coglierne una fugace
visione, a causa del suo stato di peccato.

Sarà suo figlio Galahad, il Perfetto, a portare a termine con successo la Cerca e ottenere di transumanarsi
nella contemplazione del Graal.

Lancillotto incarna l’archetipo del guerriero leale e coraggioso, ma – per usare l’espressione nietzschiana –
“troppo umano”. Le sue virtù sono soprattutto mondane; brilla nella società cavalleresca ma fallisce
inesorabilmente nella sua ricerca dell’Eterno. Mentre Merlino soccombe all’aspetto magico e superumano
del Femminile, impersonato dalla Dama del Lago, Lancillotto cade davanti a quello terreno e sensibile
incarnato da Ginevra. La sua attrazione per la moglie del suo re costituisce per lui un peso insormontabile e
sembra simboleggiare il limite di tutti i cavalieri della Tavola Rotonda: uomini dal comportamento
generalmente ineccepibile e con un severo codice d’onore, la cui ambizione principale tuttavia non è
spirituale o metafisica, ma piuttosto quella di primeggiare nel mondo.
Non a caso il Graal – l’aspetto eterno e supremo del Femminile, la Coppa che apre l’accesso ai mondi
sovrasensibili – sarà “conquistato” solo da Galahad, che nella sua purezza adamantina non subisce la
fascinazione della Donna.

4) Galahad. È forse il personaggio meno noto al pubblico della saga; il suo ruolo di “cavaliere perfetto” non
è neppure del tutto fisso, tanto che Wagner, seguendo i poeti medievali Chretien de Troyes e Wolfram von
Eschenbach, lo attribuisce a Perceval o Parsifal. Tuttavia è una figura chiave della saga del Graal: il
predestinato che giunge alla visione del Sacro Vasello e alla conquista dell’immortalità spirituale che
rappresenta.

È figlio di Lancillotto, concepito con l’inganno: la sua futura madre Elaine, innamorata del grande cavaliere
ma consapevole che egli è legato soltanto a Ginevra, si finge quest’ultima ed entra nel suo letto. Elaine è
figlia del custode del Graal, di cui ora parleremo; in tal modo Galahad, vincitore della Cerca del Graal, è
diretto discendente dell’ultimo custode del Graal, detto anche “Re Pescatore”. I racconti medievali
forniscono diverse versioni della storia di Galahad e del Re Pescatore; poiché seguirne tutti gli sviluppi nei
vari autori sarebbe inutilmente dispersivo, evidenzieremo soltanto i temi comuni.

Il “Re Pescatore” è così chiamato perché, a causa di una grave malattia che l’ha colpito a seguito di una
ferita ai genitali, è costretto a trascorrere il suo tempo pescando in un vicino torrente. Anche il suo regno è
desolato, perché la menomazione del re si è trasmessa alla sua terra; questa concezione della regalità come
legame tra il re ed il suo regno, è comune a molte tradizioni. Vive nel castello di Corbenic ove custodisce il
Graal; egli verrà risanato solo dall’arrivo del cavaliere perfetto.

Quando Galahad – o Perceval in altri racconti – giunge al castello, guarisce il Re Pescatore e risana così al
tempo stesso anche il suo regno.

Galahad è, dei personaggi arturiani, il più etereo ed il meno caratterizzato, essendo investito di una
missione – trovare il Graal – che trascende l’umano. Appena la sua missione è compiuta, viene rapito in
estasi e svanisce dal mondo terreno. Rappresenta quindi, secondo la visione indù, il “liberato in vita” –
jivanmukti – l’uomo giunto alla sua ultima incarnazione e già proiettato verso un destino più elevato. Lo
stato di perfezione di Galahad gli consente altresì di risanare il Re Pescatore e la sua Terra Desolata, poiché
la qualità dell’adepto – di chi cioè ha conquistato il Graal – implica la capacità di portare soccorso agli esseri
viventi ancora imprigionati nella materia.

Il paragone tra il destino di Galahad e quello di Lancillotto, suo padre, viene spontaneo: mentre Galahad
risana la terra desolata del Re Pescatore, Lancillotto, malgrado le sue virtù cavalleresche, fallisce nella Cerca
e causa infine la rovina del regno di Artù. Il messaggio che traluce dalle vite comparate dei due più grandi
cavalieri del sodalizio, è che soltanto la ricerca dell’Eterno pone l’uomo al riparo dall’errore. Le qualità di
Lancillotto sono soprattutto mondane e per quanto splendenti di fama immortale, sono causa più di danno
che di vantaggio.

5) La Fata. Due sono le figure che, nel vasto corpus delle saghe arturiane, rivestono questo ruolo e spesso
tendono a confondersi fra loro: la Dama del Lago, e Morgana. Sono entrambe manifestazione delle antiche
dee celtiche dei corsi d’acqua, con un possibile imprestito dalla mitologia greco-romana attraverso il
personaggio della dea Teti da un lato, delle ninfe dei fiumi dall’altro. Anche le caratteristiche della Dama del
Lago e di Morgana tendono a sovrapporsi e a confondersi, ed entrambe rivestono un ruolo ora amichevole
e positivo, ora ostile e negativo.

Vediamole maggiormente nei dettagli. La Dama del Lago è la fata che alleva Lancillotto bambino dopo
averlo rapito ai genitori. Aspira ai poteri di Merlino – lei stessa è una maga – e riesce a carpirglieli, come
abbiamo già visto, e a rinchiuderlo in una prigione d’aria o di cristallo, sfruttando l’infatuazione per lei del
vecchio veggente.

Questa azione della Fata arreca un danno gravissimo alla Tavola Rotonda e ad Artù; tuttavia la Dama del
Lago è anche la donna che dona al re la spada Excalibur, in tal modo conferendogli l’arma che lo
contraddistinguerà per tutta la vita. Il fodero di Excalibur è ancora più prezioso della spada, poiché chi lo
indossa non sanguinerà per le ferite.

Incidentalmente osserviamo che Excalibur non è l’arma tratta da Artù dall’incudine nella roccia, sebbene
spesso venga con essa confusa. Il personaggio della Dama del Lago che alleva Lancillotto, e che ad Artù
dona una spada che impedisce il sanguinamento deriva probabilmente dalla dea greca Teti, madre di
Achille, che conferì al figlio l’invulnerabilità coi suoi poteri divini.

Morgana la Fata è anch’essa una signora delle acque; è la prima delle nove sorelle che governano l’isola
felice di Avalon. Le sue qualità sono simili a quelle della Dama del Lago e a volte le due fate vengono
confuse tra loro. Anche Morgana è nemica di Artù, di cui è sorellastra essendo entrambi figli di Igraine di
Cornovaglia; tuttavia, quando Artù morente viene portato via dalla battaglia di Camlann a bordo di una
barca condotta da donne, Morgana lo attende nel suo regno di Avalon per curarlo dalle sue ferite. Questo
aspetto di Morgana quale guaritrice deriva anch’esso dalle antiche divinità femminili celtiche.

La figura della Fata nelle saghe arturiane, come si intravede dalle brevi descrizioni sopra riportate, è
complessa e difficilmente definibile. Questo suo ruolo ambiguo è evidentemente intenzionale, e
ricollegabile direttamente alle dee celtiche da cui trae la propria origine. La natura di quelle dee è
estremamente libera e tendenzialmente ribelle; tendono a identificarsi con la Natura selvaggia e
inafferrabile, di cui nessuno riesce a farsi padrone, neppure il sapiente Merlino.

Queste creature femminili provengono da un misterioso regno delle acque, da identificare con il Sidhe, la
terra oltremondana dei Celti ove fate e folletti hanno eletto la loro dimora, dopo essere scomparsi da
questa terra; alcuni uomini mortali prescelti da loro possono anch’essi recarvisi su invito, come Lancillotto e
Artù. Questo regno oltremondano a tratti interferisce con le vicende umane, ora per ostacolare ed ora per
aiutare, secondo una dinamica che non corrisponde ai concetti usuali di alleanza o di ostilità, ma piuttosto
ad un’azione che appare libera ed imprevedibile.

La dea non è razionale e la sua azione è svincolata da qualunque finalità. Tuttavia queste creature fatate
con il loro intervento magico rendono in definitiva gli uomini più forti; ora danno e ora tolgono, in tal modo
mettendoli alla prova e conferendo agli eroi una qualità personale superiore. Lo stesso ruolo sembra
incarnare anche Ginevra, che dopo lunghi anni di matrimonio felice causa la disperazione del re, e la fine di
Camelot; benché umana, anch’ella ha le qualità delle antiche dee ed il suo comportamento si sottrae in
definitiva alla morale comune.

6) Il Regno Segreto. È la dimensione nascosta ai sensi fisici, in cui governa Morgana la Fata. Nelle saghe del
Graal ha nome Avalon; corrisponde al Sidhe degli antichi Celti, il piano dell’Essere in cui le creature dei
mondi sottili posero la loro dimora – secondo la mitologia irlandese - dopo la loro scomparsa dal mondo
fisico. Il sidhe è un universo parallelo al nostro, che può interagire con noi a determinate condizioni e
specialmente in determinati momenti, il più noto dei quali è Samhain, che ha dato origine alla festa di
Halloween. In quella giornata, si ritiene che il popolo del Sidhe e gli esseri umani possano avere contatti tra
loro. Le leggende irlandesi narrano di un popolo di semidei, i Tuatha de Danaan – “i figli della dea Danu”,
secondo un’etimologia non del tutto corretta – che abitarono l’Irlanda ma furono sconfitti dagli invasori
Milesi, e si rifugiarono nel sottosuolo; là divennero gli elfi, i folletti e in genere ciò che è chiamato “il buon
Popolo”, con termine che appare apotropaico, in quanto non sempre i rapporti tra uomini e Sidhe, nelle
leggende irlandesi, sono pacifici. Nelle saghe arturiane il Regno Segreto resta tra le quinte, pur essendo
presente in ogni circostanza di rilievo. È nel regno della Dama del lago, altra raffigurazione del Sidhe, che
viene allevato Lancillotto, e da là proviene la spada Excalibur, simbolo per eccellenza del potere di Artù.
Merlino viene imprigionato in una prigione di aria o di cristallo dalla Dama del Lago, e Artù morente è
trasportato ad Avalon dalla sua sorellastra Morgana la Fata.

Si potrebbe dire che tutto inizia o finisce nel Sidhe, che costituisce lo sfondo misterioso delle azioni umane
destinate a rimanere nella storia, e conferisce loro quella profondità e potenza che altrimenti non
avrebbero.

Si può tracciare un parallelo fra la presenza del Sidhe nelle tradizioni celtiche, e l’intervento degli dei nei
poemi omerici. Benché il mondo degli uomini e l’Olimpo siano ben separati tra loro, è sempre possibile una
interazione reciproca, dovuta al fatto che gli dei guardano con attenzione alle nostre vicende. Se ne
potrebbe dedurre, benché nessun poeta osi affermarlo apertamente, che il regno divino non è immune
dagli effetti degli accadimenti umani; e che per tale motivo, gli abitatori fatati del Sidhe erano molto attenti
alle gesta di Artù e della Tavola Rotonda.

7) La Visione dell’Eterno, o il Graal. È il punto culminante della saga arturiana, e costituisce un livello
dell’Essere che si distingue nettamente dall’Avalon, o Sidhe; quest’ultimo infatti appartiene ancora alla
sfera della manifestazione mondana, benché si trovi sui piani “sottili”. L’apparizione del Graal implica
l’irruzione dell’aspetto trascendente, e non più immanente, nelle vicende umane. Ciò richiede alcune
parole di spiegazione sulla differenza tra sfera della manifestazione mondana e sfera dell’Eterno, tra i
mondi che potremmo definire “incantati” da un lato, e la trascendenza dall’altro.

Nelle antiche saghe e leggende di tutto il mondo si trovano molteplici riferimenti ad universi paralleli, in cui
vivono creature come gnomi, elfi, fate spesso dotate di poteri che noi definiamo “magici”, ma che
conducono una vita per molti aspetti simile alla nostra, con desideri e sentimenti. Questi mondi non hanno
però a che fare con la ricerca dell’Eterno, che abbiamo chiamato aspetto trascendente dell’Essere. Fate,
elfi, folletti, o deva come oggi ci si compiace di chiamarli con termine mutuato dall’Oriente, non
appartengono all’Eterno e alla sua visione, bensì a mondi paralleli al nostro, generalmente invisibili ai sensi
comuni. Questi mondi sono a volte contrassegnati da un livello evolutivo superiore al nostro, e ai loro
abitanti vengono attribuiti una maggiore saggezza oppure poteri supernormali, tuttavia appartengono
ancora al regno del Divenire, del Fenomenico. Non a caso, nelle tradizioni buddista e induista si vedono gli
dei stessi che vengono ad ascoltare, dai grandi asceti umani come il Buddha, la Dottrina che può liberarli dal
ciclo delle rinascite: perché anche il mondo divino è soggetto al mutamento e alla sofferenza che ne
consegue. Solo alcune leggende trascendono anche questo livello, e si tuffano direttamente nell’Eterno;
nelle saghe arturiane questo è rappresentato dal Graal. Solo il cavaliere perfetto, Galahad o Perceval a
seconda dei testi, può giungere a transumanarsi in esso, dopo una ricerca che mette alla prova le sue
superiori capacità; chi è ancora limitato dai vincoli umani dell’amore terreno – è il caso di Lancillotto – non
potrà giungere a conseguire la meta, per quanto grandi possano essere le sue virtù. È questo un punto che
differenzia nettamente le leggende in cui si riscontra l’aspetto che abbiamo definito trascendente, da quelle
che si limitano all’aspetto che abbiamo definito immanente: l’eroe di queste ultime è ancora e soltanto un
uomo, per quanto eroico e cavalleresco possa essere considerato. Il protagonista delle prime invece
appartiene ad un livello superiore ed in Oriente si definisce jivanmukti, il liberato dal circolo delle rinascite;
come Galahad, colui che penetra nell’Eterno durante la contemplazione del Graal.

Il Graal nei racconti viene definito variamente; la sua raffigurazione più conosciuta è come calice dell’Ultima
Cena di Gesù, in cui il suo discepolo Giuseppe d’Arimatea raccoglie il sangue dopo la crocifissione. Giuseppe
porta il Graal in Inghilterra ove fonda la prima chiesa cristiana, più antica – secondo la tradizione bretone –
di quella di Roma. Il Graal viene custodito, nel corso dei secoli, da personaggi che ricevono il titolo di “Re
del Graal”. L’ultimo della successione, che vive al tempo delle saghe arturiane, ha ricevuto una ferita alla
gamba – o ai genitali – che, in virtù della tradizionale identificazione tra il Re e la sua Terra, rende
quest’ultima sterile. La sofferenza del Re Pescatore è tragica e senza un termine preciso, poiché il Graal che
custodisce lo mantiene forzatamente in vita impedendogli di porre fine al suo dolore con la morte; solo
l’arrivo del cavaliere predestinato potrà guarirlo. Tanto Perceval quanto Galahad sono discendenti del Re
Pescatore e, seppure in diverso modo nei diversi racconti, riusciranno a curare la malattia del re ferito e
ridare quindi prosperità alla sua terra.

I racconti del Graal, pur nella diversità dei loro sviluppi dovuti ad autori ed epoche diverse, conducono tutti
ad un tema comune: il simbolo dell’Eterno, cioè il Graal, si trova in possesso di un uomo insignito di dignità
regale ma decaduto e menomato, e quindi causa di dolore per sé stesso e per la sua gente; la salvezza potrà
venire solo da un uomo di assoluta purezza, dello stesso sangue del re ma non macchiato dalle sue colpe.

Fuor di metafora, si può interpretare il simbolo nel seguente modo: il Graal arreca suprema felicità o
completa sofferenza, a seconda dei meriti di chi lo detiene. La visione dell’Eterno non ammette mezze
misure: chi vi si approssima deve esserne completamente degno, o ne riceverà un danno incalcolabile,
aggravato dal fatto che il Graal stesso lo mantiene vivo e gli impedisce di morire, perpetuando la sua
sofferenza e quella di chi lo circonda. È il consueto tema della prova iniziatica, da cui si esce rafforzati o
distrutti.

Il Re Pescatore non riesce a mantenersi all’altezza del suo compito e ne riceve una terribile punizione; al
contrario il cavaliere perfetto, Galahad, potrà transitare direttamente dal mondo terreno a quello dello
spirito nella contemplazione del Graal.

Abbiamo terminato la nostra breve disamina dei simboli più rilevanti delle saghe arturiane, che abbiamo
definito “archetipi dell’Eterno” perché d’importanza fondamentale per la comprensione dell’uomo e del
mondo; si possono trovare degli equivalenti in molte altre tradizioni, sebbene non sempre così ben
delineati. Pensiamo che un’attenta riflessione sul loro significato possa fornire spunti tanto a chi si interessa
di psicologia del profondo, quanto a chi segue una delle molteplici vie dello spirito, alla ricerca di sé.
L’esame di queste figure archetipiche, e dei loro tratti fondamentali, risulta essenziale anche per una
migliore comprensione dei testi arturiani, in cui le caratteristiche di personaggi e situazioni subiscono
spesso modifiche apparenti a causa delle diverse sensibilità dei loro autori, appartenenti a luoghi ed epoche
spesso lontani fra loro. Tuttavia la presenza di un comune substrato e fondamento a tutti i rami in cui si è
suddivisa la “materia di Bretagna”, rende evidente che siamo in presenza di un mito d’importanza
fondamentale della Tradizione Occidentale.

Gerardo Lonardoni

Da Secreta Magazine n.5 - 2009

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

J. Evola, Il mistero del Graal, ediz. Mediterranee.

G. Ferrari e M. Zatterin, a caura di, Atlante del Graal, ediz. Il Minotauro.

D. Viseux, la leggenda cavalleresca di Re Artù, ediz. Mediterranee.

P. Mac Cana, Celtic Mythology, Chancellor Press.

I COSTUMI DEI CAVALIERI

Varie erano le attività dei cavalieri, anche se tutte si legavano alla mentalità dei componenti l’ordine,
portata naturalmente al combattimento. L’uso delle armi finalizzato al combattimento era considerato
infatti la loro ragione d’essere principale, all’interno della società tripartita del medioevo infatti, i cavalieri
come “bellatores” praticavano soprattutto l’arte della guerra, in base alla superiore funzione che erano
chiamati a svolgere: la difesa della cristianità. Pur esistendo delle regole morali che imponevano ai cavalieri
il rispetto per il nemico vinto, questo codice non era sempre osservato da uomini che avevano visto in
faccia la morte. I cavalieri, ad esempio, non risparmiavano i fanti nemici impegnati a scappare, li
inseguivano e li abbattevano spietatamente. Inoltre il rischio di una battaglia in campo aperto era enorme,
perciò la tattica preferita dai comandanti, era il saccheggio e la devastazione del territorio nemico. In
questo modo si dimostrava ai suoi sudditi che il loro signore non era in grado di proteggerli. Questi atti non
mostrano un’immagine corretta e valorosa dei cavalieri, facendoceli apparire violenti e sleali, ma dobbiamo
ricordare che stiamo parlando di fatti che avvenivano nel corso di una battaglia o di una guerra.

Nei momenti in cui i cavalieri non erano impegnati nelle attività belliche, essi amavano cacciare e
partecipare ai tornei. I sovrani e i signori medievali, ad esempio, erano appassionati cultori di caccia e
falconeria. L’esercizio della caccia procurava carne fresca, costituiva un realistico addestramento alla guerra
e permetteva ai cavalieri di dimostrare il loro coraggio. I cavalieri cacciavano spesso a cavallo, ricavandone
un buon allenamento per il combattimento. Per la caccia venivano usati strumenti come gli archi e le
balestre. La caccia con il falco era molto diffusa e gli uccelli ben addestrati, erano molto ricercati. Un altro
importante alleato del cacciatore era il cane, che veniva sempre curato e controllato. Una delle armi più
utilizzate era la balestra. Essa poteva anche essere usata da cavallo e si poteva ricaricare con molta facilità.
La balestra poteva essere portata in giro armata, pronta all’uso, esse erano anche sontuosamente decorate.
Per la caccia al cinghiale invece, veniva usata la lancia. Per impedire che la punta penetrasse troppo, si mise
una sbarretta sporgente a mezz’asta. Anche le spade avevano come la lancia, una lama con due sporgenze
laterali.

Ma i cavalieri dovevano esercitarsi continuamente alla battaglia, ed il torneo nacque per praticare proprio
questo tipo di addestramento in tempi di pace. Quando i cavalieri venivano sconfitti, dovevano cedere al
vincitore cavallo ed armatura: un bravo combattente poteva così arricchirsi e nello stesso tempo esercitarsi
alla lotta. Nei primi tempi si usavano armature da battaglia ed armi vere. A partire dal XII secolo, invece,
vennero introdotte armi cortesi, cioè spuntate. Nel torneo ad armi spuntate si affrontano due squadre di
cavalieri armati di grossi rondelli o di armi spuntate. Ogni cavaliere aveva al suo fianco un portastendardo,
una serie di inservienti erano pronti a raccoglierlo se fosse caduto. Al centro del campo cavalcava il
cavaliere d’onore, sulle tribune si accalcavano le dame e trovavano posto i giudici del torneo. Nel
Quattrocento si diffuse il post-torneo: uno o più sfidanti scendevano in lizza, cioè sul terreno di battaglia,
sfidando a duello altri cavalieri. Nel corso del XIII secolo, al torneo si aggiunse una nuova forma di
combattimento, la giostra, uno scontro in cui un combattente poteva dimostrare il suo valore senza
turbamento di elementi estranei. I due cavalieri si lanciavano uno contro l’altro al galoppo, cercando
ognuno di disarmare l’avversario con un colpo ben assestato di lancia. Ogni tanto si scontravano in una
“giostra di guerra” usando lance da battaglia dalla punta acuminata, che poteva uccidere un uomo, ma in
genere ci si batteva con lance dalle punte smussate oppure che avevano in cima un tampone. Nel corso del
XV secolo, si introdusse anche una sorta di barriera, che divideva i settori dei due avversari, così da evitare
gli impatti frontali. In realtà dunque, tutta la vita del cavaliere ruotava attorno all’attività militare, ed anche i
suoi svaghi avevano il fine di tenerlo addestrato e pronto alla battaglia.

ALEX SINATO II M

LA NASCITA DELLA CAVALLERIA

All’inizio dell’XI secolo sembra essersi delineata la formazione di una specifica aristocrazia guerriera che
gode di una propria autonomia e ha caratteristiche specifiche, la cavalleria.

Come è arrivata a consolidarsi e a formarsi questo tipo di aristocrazia? L’origine della cavalleria medievale
va individuata nel tipo di organizzazione esistente nell’impero carolingio ed in particolare nei rapporti di
vassallaggio. Il fine di questo rapporto era la capacità dei sovrani di garantirsi l’aiuto e la fedeltà dei loro
vassalli, ed i primi a realizzare su larga scala questo tipo di rapporto furono proprio i Franchi. Si trattava di
un patto stretto liberamente fra due persone, una delle quali, il vassallo, si impegnava a prestare atto di
omaggio e di fedeltà militare e l’altra, il signore, a offrire la propria protezione. Il signore inoltre consegnava
un beneficio, per lo più costituito da terre o beni fondiari, al vassallo in cambio del suo apporto militare, e
quest’ultimo le conservava per tutta la durata del legame di vassallaggio. In periodi nei quali era difficile
effettuare il controllo ed il governo dei territori, il sovrano arrivava però ad affidare il compito di controllarli
ai grandi proprietari o vassalli, questa concessione veniva chiamata “immunità”. Col tempo i vassalli
divennero proprietari terrieri a tutti gli effetti, in particolare dopo la concessione dell’ereditarietà dei feudi
maggiori e minori. In molti casi, il centro della curtis cominciò ad essere fortificato e con il tempo i grandi
proprietari estesero il proprio controllo politico non solo sulle terre di loro proprietà, ma anche su quelle di
liberi proprietari delle vicinanze. In poche parole riuscirono a trasformare il territorio da loro controllato, in
un territorio “autonomo”, che fu detto signoria territoriale di banno. Fra il IX e il X secolo, il vassallo passò
dall’essere un semplice proprietario terriero ad avere il dominio politico della zona. L’insicurezza provocata
dalle incursioni nemiche e l’incapacità dell’impero di garantire una buona difesa, avevano così favorito lo
sviluppo delle signorie territoriali di banno, e l’affermarsi di una specifica aristocrazia guerriera sempre più
autonoma e potente. Un altro fattore che nutrì le schiere della cavalleria fu la legge del “maggiorascato”, la
quale prevedeva che alla morte del padre, tutti i beni passassero al primogenito, mentre i cadetti (così
erano chiamati i figli non primogeniti), non avendo beni personali a loro disposizione, erano costretti a
mantenersi in un altro modo e, il più delle volte, tra il mestiere delle armi e il servire nella chiesa, scelsero la
vita militare. Furono queste le ragioni che favorirono, all’inizio del secolo XI, il delinearsi di un’aristocrazia
guerriera con caratteristiche precise, dei diritti acquisiti, una funzione specifica, e un notevole prestigio
sociale.

GIADA TAGLIARENI II M

LE CROCIATE

Le Crociate vennero combattute in seguito all’invito del papa Urbano II, per liberare la Terra Santa dai
musulmani, ciò suscitò un enorme entusiasmo in Europa.

La parola “Crociata” deriva dalla grande croce rossa, rappresentata sullo scudo, la bandiera e sulle tuniche
dei cavalieri, ma fu utilizzata solo successivamente per definire quelli che, nei documenti del tempo,
venivano chiamati “pellegrinaggi armati”.

L’appello del papa Urbano II, venne fatto per la situazione in cui si trovavano Gerusalemme e gli altri luoghi
santi a causa dell’occupazione dei Turchi che impedivano i pellegrinaggi dei cristiani. Nel concilio di
Clermont del 1095, il papa chiese ai signori feudali di risparmiare le forze, abbandonare le futili lotte per il
potere, e di pensare piuttosto a liberare la Terra Santa.

Il primo pellegrinaggio armato contro i musulmani, fu affidato alla guida di Goffredo di Buglione, ma
parteciparono alla spedizione cavalieri francesi, tedeschi e normanni. Nel 1099 i crociati presero il possesso
di Gerusalemme, che in seguito fu riconquistata dai musulmani e di nuovo ripresa dai crociati.
Ma le motivazioni di carattere religioso non erano le uniche, vi erano infatti gli interessi economici delle
città mercantili. Venezia, Genova e Pisa fortificarono in quel periodo i loro rapporti con l’Oriente e le loro
attività commerciali si moltiplicarono.

Inoltre erano molti coloro che speravano di impossessarsi di nuovi territori in Oriente, in special modo i figli
cadetti delle grandi famiglie aristocratiche, i quali, non essendo in possesso di alcun bene fondiario, si
gettarono con entusiasmo nell’esperienza delle Crociate.

Le Crociate furono dunque un fenomeno complesso, nel quale si intrecciarono fattori di tipo diverso: sinceri
aneliti religiosi, ma anche brame commerciali e di potere.

NICOLAS SARLETI II M

L’immaginario collettivo vuole il cavaliere come appartenente alla “nobiltà”. Ma il concetto di nobiltà,
inteso come discendenza di sangue e appartenenza ad un casato di antica origine, è di gran lunga
successivo rispetto all’epoca che stiamo esaminando; la società del X secolo è dominata da un’aristocrazia
guerriera che a volte si fregia del termine “nobile”, inteso come aggettivo che indica, in vario grado, una
predisposizione d’animo piuttosto che un rango sociale.

Il concetto di nobiltà inteso come discendenza di sangue, appartenenza ad una dinastia o ad un casato, è
successivo all’epoca che stiamo esaminando. Nell’aristocrazia guerriera del X secolo il termine nobile indica
una qualità dell’animo piuttosto che una posizione sociale.