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Nelia Safaie - Songs from Lands of Silence (KKV, 2019)

Nelia Safaie viene da Gorgan in Iran, dov’è nata nel 1977 e dove vivono i suoi genitori. Ha appreso
dal padre a suonare il santur e del violino e, a quindici anni ha intrapreso anche lo studio del tar e,
da autodidatta, di setar e baghlama. Da allora ha cominciato a lavorare con la musica in un
ambiente poco favorevole a quest’arte che l’ha spinta a spostarsi lasciare Gorgan per Tehran. Ha
così potuto studiare tar con Hossein Alizadeh, Keyvan Saket, Fariborz Azizi e Zeidollah Toloei; e
canto con Hamidreza Noorbarj e Mahsa Vahdat. Insieme ad altre allieve di Mahsa Vahdat, a fine
2016, Nelia Safaie ha partecipato a due registrazioni raccolte in “Songs in the Mist. Young Iranian
female voices”. Ooldouz Pouri, che partecipava allo stesso album, ha poi pubblicato nel 2018 il suo
debutto come solista, l’ottimo “Waiting for the Dawn” con il sostegno della Kirkelig Kulturverksted
che negli ultimi anni ha appoggiato il lavoro di Mahsa Vahdat. Ora Kirkelig Kulturverksted, con una
produzione firmata da Erik Hillestad e Mahsa Vahdat, ha rivolto la sua attenzione a Nelia Safaie ed
alle sue doti sia di interprete, sia di compositrice.
Negli otto brani Nelia Safaie, con maestria, canta e suona setar, tar e baghlama nella splendida
cornice acustica della chiesa Maridalen ad Oslo, insieme ai norvegesi Gjermund Silset al
cotrabbasso e Kenneth Ekornes alle percussioni di Emre Sınanmış al duduk. Cinque composizioni
sono firmate dalla cantante, mentre tre sono arrangiamenti di brani legati all’Iran settentrionale,
all’area del Mar Caspio.
Il titolo dell’album rimanda alla condizione “silenziata” delle donne in Iran, cui non è permesso
esibirsi in pubblico come soliste. Al centro dell’album Nelia Safaie da voce ad un testo che ha
scritto lei stessa in omaggio a Nakisa, mitica musicista della Persia pre-islamica. In “I'm Another
Nakisa” da forma ad una delle canzoni più brevi, ma anche più incisive, centrata su una metafora
pittorica: “Dipingo sulla tela la mia Nakisa in rosso, in nero miei capelli. E chiedo
appassionatamente amore. Quando la luce dell’alba arriva sulla mia tela mi calma. Allora creo la
mia propria Nakisa”. L’antica tradizione persiana è offerta agli iraniani come fonte di resistenza
anche nel brano conclusivo, “Iran, the Ancient Land”: “Conosco la via difficile, quando i tuoi fiumi
sono secchi, quando il tuo cielo è colmo di paura e odio. Resta fino a quando vedi la primavera
sulla terra. Vengo da un vecchio paese, le labbra piene di silenzio e il cuore pieno di parole, da vie
silenziose e tristi, da quella preziosa montagna. Resta una terra vecchia e paziente, mio Iran,
mostra la tua faccia al mondo, il mattino sta arrivando, meraviglioso!”. Di fronte alle difficoltà che
attraversa l’Iran, l’album da corpo ad un ventaglio di emozioni. Quando veicola la speranza sa farlo
attraverso una cornice melodico-ritmica che esprime fermezza e intensità, in particolare in “True
Hope: “Sento che sorge l’alba, fiume di brillante purezza. Sorgerai, dalla notte miserabile, in modo
trionfale”.
Con delicatezza, c’è spazio, in “Mouyeh-Zar”, anche per ricordare il terremoto e le sofferenze che
hanno colpito Kermanshah e per tornare a volgere la voce e le note della baghlama verso le rovine
che quelle scosse hanno lasciato.
Il duduk di Emre Sınanmış offre sempre un sapiente controcanto alla voce nitida ed espressiva di
Nelia Safaie e lascia il segno con camei melodici, come nell’apertura e nel corso di “Telavang” in
cui dialoga con la baghlama della cantante.

https://www.youtube.com/watch?v=MmlWJWqfAt8

Alessio Surian