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Rendere vive le parole dei consiglieri del Csm Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo, pronunciate durante

il plenum in ricordo della strage di Capaci, è il miglior modo per ricordare Giovanni Falcone, Francesca
Morvillo, gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Commemorare non
basta più. Quello che serve è uno atto di fermezza da parte di ognuno di noi: una presa di coscienza
concreta di quello che è stato e che non deve ripetersi. Mai più.
La verità va detta, al di fuori della sterile retorica di queste ore nelle quali le personalità più ambigue delle
istituzioni, della politica, della magistratura o dei media - vicine a quegli stessi ambienti che hanno isolato
e delegittimato magistrati come Falcone e Borsellino - si permettono di sproloquiare sui nostri martiri.
Ad esserne profondamente convinta è Letizia Battaglia che quegli anni terribili li ha vissuti sulla sua
pelle. “Questo giorno per noi è sacro - afferma al telefono tutto d’un fiato - e non voglio sentire frasi
retoriche, bisogna dire come sono morti Falcone e Borsellino, dobbiamo dire chi li ha isolati! Bisogna
tornare a parlare dei soldi della mafia dati a Berlusconi...Dobbiamo pretendere tutta la verità, ma se non
ci sono le forze adeguate non potremo arrivarci...Io me li ricordo benissimo quei giorni tremendi prima e
dopo le stragi e non voglio riviverli mai più!”.
Una risposta indiretta all’appello accorato della grande fotografa palermitana arriva indubbiamente dalle
parole autentiche di Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo.
“Dobbiamo essere coerenti e non ipocriti ricordando Falcone - ha affermato Ardita -. Quella di  Giovanni
Falconefu una storia di solitudine, di sconfitte, di tradimenti subiti dentro e fuori la magistratura. Dovette
difendersi dal Csm. Venne isolato, calunniato, accusato di costruire teoremi, mentre svelava i rapporti tra
cosa nostra ed il potere. Gli venne contestato protagonismo, presenza sui media, di collaborare col
governo, non fu eletto al csm. Subì le stesse critiche che oggi  si contestano ai magistrati più esposti”.
“Dovremmo fare in modo che, se rinascesse, Falcone non si ritrovasse in quelle stesse condizioni. Ma ho
motivo di temere che oggi, con la gerarchia del nuovo ordinamento, Falcone non potrebbe neppure
essere quello che è stato. Questo dobbiamo dire e fare, se vogliamo rimanere distanti dall'ipocrisia di
certe commemorazioni ufficiali, alle quali oramai alcuni di noi preferiscono non andare più”.
Anche Giovanni Falcone, ha ricordato Nino Di Matteo,  “diventò facile bersaglio di ipocriti perbenisti che
lamentavano il fastidio che le misure di protezione di cui godeva il giudice arrecavano agli 'onesti
cittadini'. Molti di loro oggi fingono di onorare da morto quel giudice che, da vivo, insultavano e
deridevano”.
“Non mi piacciono le sterili commemorazioni retoriche - ha ribadito il magistrato -. C’è bisogno di un
rispetto che si nutre soltanto di memoria e verità. La memoria di chi non dimentica come  Giovanni
Falcone,prima di essere ucciso a Capaci, venne ripetutamente ostacolato, isolato, delegittimato, anche
da una parte importante delle istituzioni e della magistratura. La verità è quella che, ancora oggi,
dobbiamo coltivare e perseguire per dare un volto a chi, insieme ai mafiosi che sono stati individuati e
condannati nei processi, ha probabilmente concepito, organizzato ed eseguito la strage”.
L’analisi profonda di Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo racchiude l’essenza di questo anniversario. Gli
attacchi indegni a Di Matteo e il suo pericoloso isolamento ci impongono di reagire, di schierarci al suo
fianco sostenendo con forza la ricerca della verità, sua e di pochi altri suoi colleghi. Perchè se dovessero
ripetersi altre tragedie non avremo giustificazioni. Fare il nostro dovere affinchè non accadano mai più -
pretendendo ogni giorno tutta la verità sui mandanti esterni delle stragi del biennio '92/'93 - resta il miglior
modo per ricordare il sacrificio di Giovanni Falcone, di sua moglie e degli agenti di scorta.