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La costruzione della traducibilità tra le lingue nell’ambito dei concetti

giuridici.
La possibilità della traduzione non è un problema strettamente linguistico
ma deve essere considerata all’interno della questione generale dello
spostamento dei segni nell’età della circolazione globale.
La traducibilità universale è necessaria, all’interno della globalizzazione,
all’applicazione della legge internazionale, al funzionamento delle
telecomunicazioni, alla diplomazia. Proprio per questa ragione, bisogna
storicizzare la traducibilità tra le lingue, spesso data per scontata, e
considerarla parte del processo di uniformazione globale alla civiltà
occidentale.
Parlando di traducibilità tra lingue storiche, bisogna considerare le relazioni
di potere che stabiliscono quanto si debba sacrificare di una lingua perché
diventi comparabile ad un’altra. Nel contesto dell’incontro coloniale delle
altre culture, ad esempio, missionari e orientalisti hanno costruito
rappresentazioni artificiali delle altre lingue, romanizzandole perché
diventassero comparabili alle lingue occidentali1.
I traduttori tendono a trattare il problema della traducibilità come se fosse
legata alle proprietà intrinseche delle lingue. In questo modo, si
classificano alcune lingue, ad esempio il Cinese, come incapaci di
esprimere concetti e termini delle lingue di partenza occidentali, in
particolare l’inglese, invece di ricercare una reciproca comparabilità tra
segni appartenenti a sistemi linguistici diversi, mettendo in discussione la
superiorità del segno originale sulla traduzione e riconoscendo la
traducibilità tra due lingue come una caratteristica non data ma costruibile.

1 Lydia H. Liu (a cura di), Tokens of Exchange: the Problem of Translation in Global Circulations,
Duke University Press, Durham, 1999, p. 19.
La traduzione non avviene tra segni equivalenti, ma crea un’equivalenza tra
segni. Quando questo processo avviene all’interno di rapporti coloniali,
necessariamente unidirezionali e non alla pari, la parola tradotta assume
spesso un valore inferiore a quello del segno che si decide di fargli
corrispondere nel sistema linguistico di partenza. Questo fenomeno, come
vedremo in seguito, si è verificato ad esempio con la traduzione del termine
inglese “rights”, diritti, nel cinese “quanli”.
Casi di questo tipo rendono necessario chiedersi se sia possibile dire che
due termini abbiano lo stesso significato se assumono valori diversi nei
sistemi linguistici cui appartengono.
Dal momento che è sempre presente un anisomorfismo tra i segni tra cui si
stabilisce un’equivalenza, ovvero i due termini, sebbene abbiano un ambito
di uso molto simile, presentano significati non del tutto sovrapponibili, la
traduzione è un’operazione selettiva poiché deve individuare quali elementi
del significato di una parola è fondamentale che siano presenti nella
traduzione.
Dal momento che la legge, in ogni lingua, dipende per essere rappresentata
dal linguaggio, in particolare dalla sua funzione normativa e performativa,
le caratteristiche del processo di traduzione descritte divengono
particolarmente rilevanti quando si parla della traducibilità di testi, termini
e concetti giuridici.
Il linguaggio giuridico cinese è particolarmente interessante da questo
punto di vista poiché è prevalentemente composto da termini importati dal
diritto occidentale, quindi tradotti dall’Inglese, che hanno però avuto un
loro processo di interiorizzazione nella società cinese e non possono essere
quindi considerati semplicemente come equivalenti all’originale inglese.
Questo dimostra che la traduzione di termini giuridici nei casi in cui non
esistano nella lingua di arrivo i concetti ad essi associati non è impossibile,
ma non è un processo automatico: con la traduzione si crea un segno privo
di referente nel contesto di arrivo, che ha quindi come unico significato
referenziale quello del segno originale. Quando alla traduzione del concetto
segue un tentativo di applicazione della legge che crea un referente del
segno nel nuovo contesto, si crea un segno indipendente dal corrispondente
della lingua di origine.

I termini del diritto cinese tradizionale.


Prima di analizzare i termini introdotti nel linguaggio giuridico cinese dal
diritto occidentale, è utile prendere in esame alcuni concetti del diritto
cinese tradizionale in modo da fare una panoramica del contesto semiotico
in cui le traduzioni si inseriscono.
I pensatori dell'antica Cina, in particolare Confucio, pur non essendo più
molto studiati, hanno una grande influenza sulla cultura cinese
contemporanea, poiché i valori confuciani sono trasmessi dal linguaggio e
dalle abitudini cinesi. Ogni innovazione giuridica importata da Occidente è
stata formulata e sviluppata in costante riferimento al dominante
orientamento culturale cinese tradizionale2. È utile studiare i “Dialoghi” di
Confucio e lo “Han Feizi”, nonostante non siano storicamente attendibili,
poiché il pensiero di Confucio e Han Fei è stato tramandato e studiato per
generazioni e costituisce la base della percezione della legge nella cultura
cinese.
In Cinese ci sono due parole che traducono, con accezioni diverse, il
termine inglese law “li” fa riferimento all’ordine naturale delle cose, alla
legge della natura, mentre “fa” è la legge creata dall’uomo3.

2 Deborah Cao, Chinese Law: a Language Perspective, Ashgate Publishing, Aldershot, 2004, p. 22.
Confucio sostiene la superiorità della prima sulla seconda: se chi governa
governa secondo virtù, ovvero rispettando il li, l’ordine naturale
dell’Universo, il popolo non oserà non essere virtuoso.
Han Fei, che appartiene alla corrente del Legismo, afferma invece la
necessità di un fa chiaramente definito che imponga dure punizioni per
garantire il mantenimento dell’ordine.

La percezione occidentale della lingua cinese.


Una delle caratteristiche che i commentatori occidentali attribuiscono alla
lingua cinese, soprattutto in ambito giuridico, è la vaghezza, dovuta anche
al fatto che il linguaggio giuridico cinese è poco specializzato e molto
vicino al linguaggio quotidiano.
Una parola è ambigua se ammette più di un significato ed è vaga o
imprecisa se ammette usi al limite del suo significato. Considerando due
lingue insieme, i casi di ambiguità e vaghezza aumentano poiché spesso
non vi è una perfetta coincidenza tra i confini del significato dei termini
usati.
Il cinese ha due caratteristiche che rendono la sua vaghezza diversa dalle
altre lingue: l’assenza di flessione, che fa sì che un carattere possa essere
usato con funzioni grammaticali diverse senza cambi morfologici, e la
regola dell’economia che consente a chi scrive di eliminare indicatori
grammaticali significativi3.
I caratteri cinesi sono più simili a radici che a termini veri e propri, poiché
il loro significato cambia considerevolmente a seconda del contesto e sono
privi di marche flessive come quelle di genere, numero, tempo verbale. Gli
Occidentali hanno descritto il cinese a partire da una presunta assenza di

3 Deborah Cao, Chinese Law: a Language Perspective, Ashgate Publishing, Aldershot, 2004, pp.98-
100.
grammatica, che tuttavia emerge solo dal confronto con le lingue
indoeuropee, considerate superiori. I parlanti invece sono abituati a
comunicare con frasi basate sul lessico e non sulla sintassi, quindi non ci
sono più incomprensioni che tra parlanti delle altre lingue. Il problema
sorge per i parlanti non nativi che non sono abituati a porre l’attenzione sui
giusti elementi contestuali.
Queste caratteristiche del Cinese hanno contribuito a costruire un’idea di
incomparabilità, e di conseguenza intraducibilità, con le lingue occidentali.
Spesso gli studi sui problemi di traduzione individuano ostacoli e
differenze tra le lingue seguendo confini culturali dati, senza metterli in
discussione. L’uso della categoria di incomparabilità, infatti, ha contribuito
a mantenere la percezione di una differenza radicale tra due comunità
immaginate, la Cina e l’Occidente.
Questo processo si verifica in modo simile e non indipendente per lingua e
cultura. Studiando la storia del “primo incontro” tra occidente e Cina si
rileva che nel Settecento sono stati attribuiti alla Cina alcuni simboli che la
rendevano non comparabile alla civiltà europea: dispotismo, xenofobia,
conservatorismo, assenza di scienza, capitalismo, diritto4.
La costruzione di quest’immagine della cultura cinese è stata rafforzata
dalla convinzione che due caratteristiche del linguaggio, l’assenza del
verbo “essere” e l’assenza di universali, inibissero il pensiero teoretico dei
Cinesi e rendessero impossibile concepire alcune fondamentali categorie
del pensiero occidentale, come il concetto di esistenza e più in generale
l’ontologia. Molti commentatori occidentali del diritto cinese hanno
individuato proprio il fatto che la filosofia cinese non si occupi
tradizionalmente di ontologia come una delle cause dell’assenza di studi

4 Lydia H. Liu (a cura di), Tokens of Exchange: the Problem of Translation in Global Circulations,
Duke University Press, Durham, 1999, pp. 46-47.
giuridici in Cina: a lungo non è esistita una giurisprudenza comparabile a
quella Occidentale, ovvero non erano presenti studi sulla natura, l’autorità,
la legittimità della legge, ma ci si limitava allo studio dei codici imperiali.

L’introduzione del diritto occidentale in Cina: l’esempio della


traduzione dell’opera di Wheaton.
L’opera di Wheaton “Elements of International Law” è circolata in
moltissime lingue intorno alla metà dell’Ottocento. È stata tradotta in
Cinese dal missionario Martin all’interno di un progetto di traduzione di
molte opere occidentali voluto dal coordinamento dei missionari in
collaborazione con il principe Gong e l’ufficio cinese per gli affari
internazionali5.
Dal punto di vista occidentale, la traduzione era considerata utile a
dimostrare che i Paesi europei, in particolare l’Inghilterra, si basavano su
leggi e principi e non si servivano esclusivamente della forza militare nei
loro rapporti con la Cina; in particolare, era necessaria un’operazione di
giustificazione dell’occupazione di territori avvenuta durante la Guerra
dell’Oppio. Inoltre, si provava in questo modo a far adeguare la Cina al
diritto occidentale in modo da facilitare gli scambi economici e diplomatici.
Per i governatori cinesi, si credeva che il codice potesse essere usato come
manuale pratico per le trattative con l’Occidente, senza che questo
comportasse necessariamente una contaminazione dei valori cinesi,
secondo un principio ampiamente usato nel processo di modernizzazione
dello Stato cinese di fine Ottocento: “Strumenti occidentali, principi
cinesi”6

5 Lydia H. Liu (a cura di), Tokens of Exchange: the Problem of Translation in Global Circulations,
Duke University Press, Durham, 1999, p. 136.
6 Lydia H. Liu (a cura di), Tokens of Exchange: the Problem of Translation in Global Circulations,
Duke University Press, Durham, 1999, p. 144.
Le aspettative del principe Gong furono disattese a causa delle scelte di
traduzione operate da Martin: i numerosi neologismi rendevano la
traduzione incomprensibile se non attraverso una spiegazione a voce.
Il fatto che le parole create siano poi diventate parte del linguaggio comune
cinese dimostra che la traducibilità non esiste in termini assoluti ma può
essere costruita. Martin e i suoi collaboratori cinesi hanno negoziato,
facendo riferimento a valori confuciani ad esempio, un terreno di
comparabilità tra i concetti e i termini cinesi e occidentali attraverso cui i
lettori potessero comprendere le loro traduzioni.
Dal momento che non è realmente possibile tradurre tra termini equivalenti
ma la traduzione stessa crea equivalenti, in ambito giuridico si solleva la
questione del passaggio da una traduzione alla sua applicazione, che
richiede un processo di costruzione di significato e di un referente nel
contesto di arrivo. Questo dimostra ancora una volta come la traduzione
non sia mai un problema strettamente linguistico e rende necessario che lo
studio della diffusione globale del diritto internazionale consideri le
molteplici traduzioni con le quali è circolato.

Trasmissione e applicazione della legge: l’atto giuridico come atto


comunicativo.
Passando dall’importazione di testi giuridici alla loro applicazione, che può
essere analizzata da un punto di vista linguistico come costruzione di un
referente e quindi di un significato autonomo del segno tradotto, è utile
considerare gli atti linguistici come atti comunicativi.
Nello studio della legislazione come forma di comunicazione, si può
applicare il modello a messaggio: la legge contiene un messaggio, il
legislatore è il mittente, i cittadini sono i riceventi 7. Questo modello

7 Deborah Cao, Chinese Law: a Language Perspective, Ashgate Publishing, Aldershot, 2004, p. 150.
presuppone che l’informazione possa essere trasportata correttamente
dall’uno agli altri ed è associato alla visione strumentale della legislazione,
alla legge come sistema di comandi.
Servendosi invece di modello testuale, che comprende un autore, un testo e
un lettore, si considera che l’informazione non sia meramente trasportata
ma inserita in un testo dall’autore per essere interpretata dal lettore 8. In
questo modello la legge ha un valore simbolico: le sue norme sono aperte e
non hanno significato in sé ma si rivolgono ad un lettore che gli dà
significato attraverso un processo interpretativo. Una legge è quindi un
processo costruito due volte: nella scrittura del testo e nella sua
interpretazione.
Il modello che più si adatta al diritto cinese è quello costruttivo, poiché è
politicamente neutro e può essere usato per descrivere la comunicazione
legislativa sotto ogni sistema politico; consente, considerando le diverse
interpretazione del testo-legge, di evidenziare l’eventuale distanza tra legge
scritta e realtà; considera la legislazione sia come processo sia come
prodotto. I componenti del modello sono autore, testo e lettore, che
coesistono in un contesto. Il modello costruttivo è diverso dal modello
testuale poiché la comunicazione tra autore e lettore è bidirezionale. In
questo sistema, il testo legislativo è un codice, un sistema di segni
multidimensionale e non separato dalla realtà9.

I concetti del diritto cinese contemporaneo: quanli


Martin nella traduzione cinese di “Elements of International Law” di
Wheaton crea il neologismo “quanli”, diritti, servendosi dei caratteri
“quan”, potere, e “li”, interesse. Questa scelta, insieme alla difficoltà

8 Deborah Cao, Chinese Law: a Language Perspective, Ashgate Publishing, Aldershot, 2004, p. 150.
9 Deborah Cao, Chinese Law: a Language Perspective, Ashgate Publishing, Aldershot, 2004, pp. 150-
152.
dell’affermarsi positivamente del concetto di “diritti individuali” in un
contesto caratterizzato dal collettivismo e dalla grande importanza data al
dovere, ha contribuito a connotare quanli dell’accezione negativa che ha
avuto a lungo e che ancora fatica a perdere. Questo è anche dovuto al fatto
che, dopo la traduzione, dal momento che il termine era stato importato con
il diritto internazionale occidentale, il concetto ha avuto come primo
referente i diritti commerciali dell’Occidente, che si manifestavano di fatto
con l’attacco e l’occupazione di territori10.
A questi elementi bisogna aggiungere il fatto che quanli ha un omofono,
anche se non omografo, che significa potere e per tanto i concetti di diritti e
potere non sono sempre chiaramente distinti nella cultura cinese. Ad
esempio, “you quan” vuol dire indistintamente sia "avere il potere di fare
qualcosa" sia "avere il diritto di fare qualcosa".
La storia della trasmissione culturale di quanli in Cina mostra che l’idea di
diritti non è e non potrà essere la stessa in Occidente e in Cina poiché la
traduzione è passata attraverso un processo di internalizzazione non
automatico ma influenzato dal contesto che crea nella lingua di arrivo un
segno indipendente da quello della lingua di partenza.
I concetti del diritto cinese contemporaneo: fazhi
“Fazhi” vuol dire sia “governo della legge”, ovvero traduce il concetto
occidentale di stato di diritto, sia “governo attraverso la legge”. In Cinese
questi due concetti non sono chiaramente distinguibili, mentre nella
giurisprudenza occidentale il secondo individua le leggi come strumento di
cui l’uomo può servirsi, non come assoluto posto al di sopra dell’uomo11.
Da un punto di vista occidentale, fazhi, inserito anche nella costituzione,
nel contesto cinese può rappresentare solo l’utilizzo delle leggi per il

10 Lydia H. Liu (a cura di), Tokens of Exchange: the Problem of Translation in Global Circulations,
Duke University Press, Durham, 1999, pp. 148-152.
11 Deborah Cao, Chinese Law: a Language Perspective, Ashgate Publishing, Aldershot, 2004, pp. 35-36.
controllo sociale, poiché si ritiene che lo stato di diritto necessiti di
istituzioni economiche e politiche di tipo liberale e che sia quindi
incompatibile con il sistema cinese.
Il concetto giuridico di stato di diritto, relativo, relazionale e contestuale, ha
una dimensione linguistica, ovvero la parola usata per indicarlo; una
dimensione referenziale, le istituzioni e le idee astratte ad esso associate;
una dimensione concettuale, cioè il significato oltre il segno stesso, che
dipende dal referente, dall’uso linguistico e dal contesto.
Lo stato di diritto ha come referente leggi uguali per tutti, chiare e stabili.
Tuttavia si ritiene comunemente che lo stato di diritto richieda anche
un’economia capitalista, una forma di governo democratica e una
concezione liberale dei diritti umani. In questo modo si creano per lo stesso
segno due referenti diversi, uno giuridico ed uno politico-economico. Dal
momento che un concetto giuridico deve avere un referente giuridico,
sarebbe corretto affermare che lo stato di diritto non necessita di un
determinato sistema politico ed economico, anche perché anche in
Occidente lo stato di diritto è precedente storicamente alla democrazia
liberale, ma che questa fa parte della connotazione socio-culturale del
segno che non è strettamente legata al suo significato ma a come viene
usato e a quali valori vi si associano.
Un referente del concetto di stato di diritto esiste in Cina, ma ha una
connotazione differente da quella occidentale. La domanda corretta da porsi
non è se esista uno stato di diritto in Cina, ma quanto lo stato di diritto che
esiste sia diverso da quello ad esempio inglese e se sia necessario appianare
questa differenza.
BIBLIOGRAFIA
Deborah Cao, Chinese Law: a Language Perspective, Ashgate Publishing,
Aldershot, 2004.
Lydia H. Liu (a cura di), Tokens of Exchange: the Problem of Translation
in Global Circulations, Duke University Press, Durham, 1999.