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FUORI E DENTRO

Doveva essere una nuvola di passaggio…


Col bicchiere del brulé in mano (sorseggio; scotta…) mi avvicino alla vetrina e guardo fuori.
Un quadro di Turner, anzi, Doré, il Diluvio universale
E lei è di nuovo là, al precario riparo del tendone della calzoleria, stranamente lasciato aperto; era là ieri, il giorno
prima e quello prima ancora.
Arriva verso le otto e aspetta.
Anche io ogni sera arrivo col tram verso quell’ora e, prima di salire in casa, passo dai “tosi” per un bicchiere di
qualcosa: due chiacchiere, le interminabili discussioni, dalla politica locale e mondiale alle bagatelle di quartiere, allo
sport, alle donne…
Il brulé: invenzione divina. Strano averne voglia in questa stagione, ma mi ha fatto bene.
E lei è sempre là fuori.
Dice Piero che una volta le ha offerto di aspettare all’interno, ma lei ha solo scosso il capo e, con un gesto, ha pregato
di lasciarla in pace.
E poi Piero si è messo a raccontare che “la surgelata” (come la chiamano due o tre dei più grevi motteggiatori) arriva
nelle sere di pioggia per aspettare qualcuno, che ha un appuntamento, insomma, non è chiaro… Siòra Zanotto le ha
anche mandato un’assistente sociale, ma la Surgelata non si è mai fatta trovare in casa. Il mistero è fitto.
E piove. Forte, E c’è tanto vento.
Sarà ora di rientrare: se ho lasciato qualche finestra aperta, anche di poco, sai cosa trovo in casa?
E lei è là, ma solo quando piove.
Che strano. Come faccia stasera a resistere con una vera tempesta fuori stagione, oltretutto, vestita troppo leggera,
questo sì che è un mistero.

Aveva detto alle otto.


Lo ha anche ripetuto.
Aspetto un poco.
Un altro poco.
E piove… ora ho anche freddo…
Mi ha anche detto: vieni così come stai. E se perdo tempo a cambiarmi e arriva?
Se si arrabbia perché non sono stata puntuale?
Aspetto.
Un altro poco.
Non ci volevo venire.
Per caso è obbligatorio il venerdì sera da Piero?
Per una volta avevo detto di no. Sono stufa, sono noiosi, tu sarai “l’anima della festa” ed io mi sentirò una cretina, anzi
no: tu ti divertirai a farmi fare la figura dell’oca giuliva.
Stasera no. Punto.
Invece, dalle sette, restauro e travestimento; alle otto eri qui, in strada, con quella specie di incrocio tra un’automobile
e un trattore, orribile, sfacciato e pretenzioso (ma che, secondo te dimostra chi sei e cosa hai saputo ottenere:
“rappresentante di gioielli e vado in giro con un’auto qualunque? E poi, è più sicura e difficile da forzare, ci vuole
attenzione… sai che ho una pistola nel portaoggetti?”).
Perché l’ascensore, perché sono venuta?
E poi… in auto c’è lei! (come si chiama?).
Bella (e lo è davvero) elegante, disinvolta donna che ha viaggiato e che “sa”.
Stasera, nemmeno un bacio, un bacetto, un sorriso: “Sali dietro, va’…”.
E non ho capito nemmeno come si chiama, ma, per tutto il tragitto, loro due là davanti hanno chiacchierato come se si
conoscessero da sempre.
E si è anche messo a piovere, anzi, a diluviare ed io mi sono messa a pensare al vestito troppo leggero, alle scarpe
troppo leggere; non ho neppure preso un golfino.
E all’arrivo? Saluti stupiti, uomini quasi genuflessi: la Star è tornata (ma chi è?).
Oh, certo: “L’anima della festa” è stata lei e questa sera, almeno, non sono stata l’unica oca dell’aia.
Atmosfera di conflitto imminente, con tutta la schiera maschile in gara, neanche fossero stati fagiani in
corteggiamento… anzi, aspetta: lo erano, davvero!
Quando ho guardato l’orologio, ho visto che erano solo le undici, ma io volevo solo tornare a casa, togliermi le scarpe
e addormentarmi davanti al televisore.
Ma lui? Dove è andato? Chiedo a Piero, a tutti e, tra velenosi sorrisetti: “È andato via…”
E Teresa: “È andato via con la svizzera, Dominique, credo: non li hai visti?”

NO. Non li ho visti.

Me ne sono andata anche io.


Senza salutare e nessuno mi ha nemmeno chiesto se avevo bisogno di un passaggio.
Sotto la pioggia, per fortuna, solo a momenti, mi son fatta un’ora di cammino.
Per qualche motivo ho sbagliato strada: invece di tornare a casa mia, sono passata sotto casa sua e la sua auto (il
mostro) era là e c’erano anche due persone abbracciate, avvinghiate, sul sedile posteriore.
La porta si è aperta. Non so che espressione avessero.
Nel cassettino la pistola c’era davvero: sai che uno sparo non fa più rumore di un tuono vicino?

Ho ritrovato la strada giusta per tornare a casa, la televisione accesa, una lunga doccia, un asciugamano in testa e una
lattina di radler.

Venerdì prossimo verrà a prendermi; alle otto.


Lo aspetto.