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Questo lavoro è stato redatto dagli autori in stretta collaborazione e con unità
concettuale. Purtuttavia sono da attribuire a Flavia Fascia i capitoli 2, 3 e 4 e
a Renato Iovino i capitoli 5, 6 e 7.

In copertina: Richard Meier, la Chiesa Misericordiarum Patri dicatum.


Flavia Fascia
Renato Iovino

LA STRUTTURA IN CEMENTO ARMATO


PER L’ARCHITETTURA

Tecnica e tecnologia
Copyright © MMVIII
ARACNE editrice S.r.l.

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info@aracneeditrice.it

via Raffaele Garofalo, 133 A/B


00173 Roma
(06) 93781065

ISBN 978–88–548–1913–9

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,


di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

Non sono assolutamente consentite le fotocopie


senza il permesso scritto dell’Editore.

I edizione: luglio 2008


a
Manuel e Francesco

a
Franco e Cristina
una cosa che non si deve fare in Architettura
è quella di pensarla senza la struttura

Nicola Pagliara
Ringraziamenti

Un lavoro come questo non può mai considerarsi pienamente compiuto.


Ho letto e riletto tante volte le pagine dei capitoli 2, 3 e 4 e ho sempre aggiunto
qualche cosa lì e tagliato qualcosa là, nel tentativo frenetico di migliorare il testo. Ma
ora mi devo staccare dalla bozza del lavoro perché è ormai tempo di dedicarmi ad
altro.
Ma devo riconoscere che se ho potuto scrivere queste pagine lo devo a molte
persone alle quali voglio esprimere i miei ringraziamenti.
Devo ringraziare i miei figli, Manuel e Francesco, che mi hanno sostenuta con
amore nel mio lavoro e mi hanno sempre manifestato, con i loro piccoli e grandi gesti
di tutti i giorni, la stima che nutrono per la loro mamma-professore.
Devo ringraziare i miei giovani allievi che con le loro domande mi hanno spinta ad
approfondire gli argomenti che trattavo durante le lezioni e nel corso di elaborazione
delle tante tesi di laurea che ho avuto il piacere di seguire come relatore.
Devo ringraziare Renato Iovino che non mi ha fatto mai mancare il suo appoggio e
la sua guida fin dai primi giorni dedicati alla ricerca e alla didattica.
Ma un ringraziamento particolare lo devo al professore Aldo de Marco che con
tanto altruismo e tanta capacità ha voluto dedicare tantissimo del suo tempo alla
revisione di questo lavoro. Non si possono dimenticare le tante ore passate a Salerno,
nella sua Facoltà, per rileggere il testo, per aggiungere fotografie che meglio
esprimevano i concetti, per rendere più snello il testo, per rendere più comprensive le
idee, a volte confuse.
Il professore Aldo de Marco, ancora preso dall’entusiasmo di un giovane ricercatore,
mi ha dato l’aiuto e la sicurezza di un fratello maggiore.
Grazie professore de Marco,

Flavia Fascia

IV
I capitoli 5, 6 e 7 di questo lavoro, sono il risultato di una intera vita dedicata allo
studio e alla ricerca, ed alle tante riflessioni sui conglomerati cementizi in particolare.
Se oggi ho potuto scrivere su questi argomenti, lo devo ad alcune Persone che
hanno inciso fortemente sulla mia maturazione:
a mia Madre, Cristina, che non mi ha fatto mai mancare il suo amore, pur nella
giusta dose di bonaria severità;
a mio Padre, Francesco Saverio, splendido esempio di uomo e di ingegnere, che per
me ha sempre personificato una vetta, alta e bianca di candore, da scalare;
al mio Professore Pasquale d’Elia, che ha favorito il mio ingresso nel mondo
accademico appoggiando senza alcuna riserva i miei primi passi in questo splendido
universo.
Ma un ringraziamento particolare lo devo al Professore Aldo de Marco, che mi ha
voluto regalare la sua amicizia e il suo affetto.
Aldo de Marco è stato il primo in tanti avvenimenti significativi della mia vita.
Per primo, un giorno mi ha invitato, nell’atrio di quello che per noi giovani appena
laureati era il Politecnico, di rivolgermi al prof. d’Elia per partecipare ad un concorso
nazionale per una borsa di studio ministeriale; per primo, mi ha consegnato un assegno
per una mia collaborazione professionale; per primo, mi ha spinto ad iniziare una
ricerca sui conglomerati cementizi, suggerendomi anche l’argomento; per primo, ha
creduto ostinatamente nelle mie capacità per la soluzione di un algoritmo che, dopo tre
mesi di studio, non riuscivo a trovare … fino a quando, trovata la chiave risolutiva, mi
disse “hai visto? Te lo avevo detto!”; per primo, durante un pranzo a casa sua, insieme
alla sua splendida famiglia, mi disse “chiamami Aldo, basta con professore”.
Grazie Aldo, per me e per tanti miei colleghi sei stato, e sei, uno splendido esempio
di Ingegnere e di Professore,

Renato Iovino

V
Presentazione

È da anni che vado discutendo con gli Autori di questo libro sulla durabilità delle
costruzioni e dei diversi materiali che le compongono. Improvvisamente, ieri, per una
strana associazione d’idee, mi sono ricordato del carme oraziano I 11 (a Leucònoe) del
quale spesso tanti, a proposito e a sproposito, rammentano i versi “Dum loquimur,
fugerit invida aetas/ Carpe diem quam minimum credula postero” 1 , omettendone tutti i
precedenti 2 ai quali questi citati sono in logico collegamento.
Sui concetti espressi in tutta l’ode, secondo me, è il fondamento della filosofia di
Orazio che va letta con attenzione 3 , in profondità, senza fermarsi alla sola ‘versione
letterale’ che può confondere o essere confusa con un gretto opportunismo o con una
dissacrante scuola di pensiero che riconosca nel solo piacere il fine ultimo dell'uomo
(edonismo). Secondo me, con queste parole, Orazio si voleva riferire all'uomo
‘comune’, con tutte le sue debolezze terrene, all’uomo al quale non sarebbe dato di
conoscere il futuro, né tanto meno di essere capace di determinarlo.
Se così non fosse, forse si potrebbe pure fare a meno di riflettere su quanto noi
stavamo discutendo in tema di durabilità che è parte sostanziale di quella cultura del
progetto che consente di operare nel quotidiano, sul nuovo a costruire proiettato verso
il futuro nonché su quel costruito che ci è pervenuto più o meno malconcio, ma per il
quale si intravedono possibilità di restauro o di recupero motivate da esigenze di
conservazione di memorie o di nuovi usi compatibili. Ma lo stesso Orazio nell’ode 30
del Carme III, nota come del “commiato” o del “congedo”, scrisse 4 : Più immortale del
bronzo ho lasciato un ricordo, che s’alza più delle piramidi reali, e non potrà distruggerlo morso di
pioggia, violenza di venti o l’incessante catena degli anni a venire, il dileguarsi del tempo.

1 Spero che Orazio, dall’altro mondo, non pensi di questa mia presentazione quello che scrisse per le
satire di Lucilio: «At magnum fecit, quod verbis graeca latinis miscuit».
2 Carme I 11, A Leuconoe (con modifiche della traduzione), sta in Quinto Orazio Flacco, Odi Epodi,

introduzione, traduzione e note di Mario Ramous, Garzanti editore SpA, VIII ed., marzo 2005.

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem Non domandarti, non è giusto saperlo, a me, a te
tibi quale sorte abbian dato gli dèi, o Leuconoe e non chiederlo
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios ai numeri Babilonesi. Sopporta al meglio quel che sarà:
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati, se molti inverni Giove ancor ti conceda
seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam, o ultimo questo che contro i pomicei fiacca il mare Tirreno.
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare Sii saggia, filtra il vino, breve è la vita, rinuncia a speranze
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi lontane. Mentre stiamo parlando, sta fuggendo il tempo
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit ‘carogna’: carpe diem, non pensare a domani.
invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula
postero

3 Non a caso, sostiene Ugo Enrico Paoli, "nulla [...] appare così difficile come penetrare nell’animo di
Orazio".
4 Carme III 30, del “commiato” (con modifiche della traduzione), sta in Quinto Orazio Flacco, Odi

Epodi, op. cit.

VI
Qui Orazio, uomo non comune, parlava di un ricordo di sé che stava per lasciare e,
per dare forza al suo discorso, si riferiva materiali eterni ed indistruttibili e non
all’uomo del carpe diem: “No, non sarà la fine, gran parte di me sfuggirà alla morte. E finché sul
Campidoglio salirà con la vergine muta un pontefice, nel futuro sempre più fiorirò di gloria…”
Queste ultime considerazioni e il latino ‘betunium’, ricordato opportunamente e con
discrezione nella parte iniziale di questo libro, mi hanno fatto ritornare a quanto dicevo
innanzi anche perché, nel frattempo, la triade vitruviana - firmitas, utilitas, venustas - mi
era venuta in soccorso e, la triade, non può che escludere il quam minimum credula postero:
nella ‘triade’ vi è tutto il programma per chi costruisce e l’ottimismo de il “commiato”,
e l’entusiasmo di chi studia per progettare, di chi pensa di poter creare qualcosa di utile
per l’uomo non solo nell’immediato, ma anche per chi verrà dopo di lui.
Il betunium, poi, il primo dei tipi di calcestruzzo che merita l’aggettivo ‘storico’,
nacque dall’esigenza di costruire ‘rocce artificiali’ resistenti, secondo necessità, e tali da
poter essere modellate a piacimento.
Dal latino "betunium" che tanto ha resistito nel tempo, come materiale e come
sostantivo, deriva il "beton", termine comunemente usato ancora oggi da francesi,
tedeschi e italiani per quel materiale composito per il quale è necessario studiare e
proporre le “ricette” di cui si tratta in questo libro scritto nel solco tracciato dalla
tradizione della scuola napoletana 5 negli ultimi sessant’anni per la ricostruzione delle
case distrutte nell’ultimo dopoguerra e quelle della successiva ripresa economica: questa
fu fondata proprio sulla cultura della casa, della casa da lasciare in eredità che, in noi
meridionali, è sempre viva. Le “quattro mura”, come idea, in questa terra, non sono
ancora assimilate ad un telefonino o ad un’automobile da rottamare neppure dopo i
disastrosi terremoti che hanno colpito l’Italia tutta. D’altra parte che cosa può e deve
essere più sicuro, utile e bello per l’uomo della sua casa, dei luoghi di incontro e di
svago, della città o del villaggio? O del ponte che ‘unisce’, che ‘lega’ punti ‘lontani’
riducendo tante distanze anche in senso metaforico?
Ho scritto il progettista deve “creare qualcosa di utile per l’uomo…”; ma il progettista
crea? Creare significa fare dal nulla, ma noi non lavoriamo sul nulla, noi lavoriamo sul
concreto esistente! Io, quindi, non creo o, almeno, questo mi dice il mio essere
cristiano pur con le tante imperfezioni e con l’ingombrante carico dei ricorrenti peccati
che mi tormentano e mi fanno sentire talvolta forte e presuntuoso, talaltra, debole

Exegi monumentum aere perennius Più immortale del bronzo ho lasciato un ricordo,
regalique situ pyramidum altius, che s’alza più delle piramidi reali,
quod non imber edax, non Aquilo inpotens e non potrà distruggerlo morso di pioggia,
possit diruere aut innumerabilis violenza di venti o l’incessante catena
annorum series et fuga temporum. degli anni a venire, il dileguarsi del tempo.
Non omnis moriar multaque pars mei No, non sarà la fine: gran parte di me
vitabit Libitinam; usque ego postera sfuggirà alla morte. E finché sul Campidoglio
crescam laude recens, dum Capitolium salirà con la vergine muta un pontefice,
scandet cum tacita virgine pontifex… nel futuro sempre più fiorirò di gloria…

5 Cfr. Pasquale d’Elia, La tecnologia dei conglomerati cementizi, Liguori Editore, Napoli 1968

VII
come, in effetti, sono, ma non fino al punto di rispondere alle sollecitazioni del carpe
diem 6 .
“…per mezzo di Lui tutte le cose sono state create…”.
… per mezzo di Lui, il Creatore…
Soffermiamoci sull’uomo come essere del ‘creato’, alla complessità armonica della
persona, alla carne, allo scheletro, al sistema di circolazione sanguigna con quella
formidabile pompa che è il cuore, al suo cervello… Nessuna di questi elementi può
esistere nell’uomo senza gli altri… Tutto Dio fece e creò dal nulla! Dio generato, non
creato…
Questo accostamento, spero non irriverente, tra sacro e profano, mi è stato
suggerito dal fatto che, in questo libro ho anche trovato un opportuno riferimento, pur
se implicito, alla ‘dimensione umana’ delle costruzioni che l’uomo ‘inventa’ (non ‘crea’)
e ho visto con piacere che le stesse costruzioni sono presentate agli Studenti di
Ingegneria come ideate e fatte non per parti poi da unire con rabberciamenti più o
meno profondi, ma da parti che, tutte, si relazionano già a partire dall’idea, e che si
sostanziano nel concreto in modo da non poter ‘funzionare’ l’una senza l’altra.
Altra cosa è, però, presentare agli stessi Studenti, ai soli fini dell’insegnamento,
l’edificio scomposto in più elementi di fabbrica elementari da approfondire uno per
uno fino ai singoli materiali che li costituiscono. Chiarire quali sono le interrelazioni tra
questi elementi è fondamentale in modo che si possa far capire - come è stato fatto in
questo libro per le strutture in conglomerato cementizio armato analizzate, anche dal
punto di vista storico, in un processo senza fine - quale è il ruolo principale di ciascuno
di essi e il legame che ogni parte, derivata dalla scomposizione, ha con tutte le altre in
ogni edificio che si dovrà progettare, nella concezione unitaria di un sistema complesso
di esigenze umane da soddisfare e di risposte prestazionali adeguate che si
concretizzano proprio nel rapporto tra più elementi di fabbrica.

Aldo de Marco

6 E qui, di presunzione pecco, perché non mi sento un uomo ‘comune’.

VIII
INDICE

TERMINI, DEFINIZIONI, UNITÀ DI MISURA..........................................XIV

1. PREMESSE ......................................................................................................... 1

2. DAL BETUNIUM AL CEMENTO ARMATO.................................................9


2.1 Evoluzione storica del calcestruzzo .......................................................... 38
2.2 Il cemento armato nelle costruzioni ......................................................... 50
2.3 Architetture in cemento armato del XX secolo......................................... 67
2.3.1 La casa di rue Franklin e August Perret (1903)............................................ 67
2.3.2 La chiesa Notre Dame a La Raincy e August Perret (1923) ...................... 70
2.3.3 La casa sulla cascata di Kaufmann e Frank Lloyd Wright (1936) ............. 73
2.3.4 La cappella di Ronchamp e Charles E. Janneret, Le Corbusier (1950) .... 76
2.3.5 Il Guggenheim Museum a New York e Frank Lloyd Wright (1949)........ 78
2.3.6 Il Politecnico di Otaniemi e Alvar Aalto (1954-1960) ................................ 82
2.3.7 La chiesa di Dio Padre Misericordioso a Roma e Richard Meier (1996) . 85

3. VERSO GLI ‘ELEMENTI DI FABBRICA’ PER L’ARCHITETTURA....... 91


3.1 La classificazione dei procedimenti produttivi......................................... 94
La struttura realizzata in cantiere..................................................................... 95
La struttura realizzata in stabilimento........................................................... 100
La struttura realizzata parte in opera e parte in stabilimento .................... 101
3.2 La classificazione materica..................................................................... 102
La struttura in muratura.................................................................................. 103
La struttura intelaiata in cemento armato..................................................... 105
La struttura intelaiata in acciaio ..................................................................... 105
La struttura con sistemi combinati di cemento armato e acciaio.............. 107
3.3 La classificazione morfologica ............................................................... 109
La tipologia lineare........................................................................................... 110
La tipologia piana............................................................................................. 110
La tipologia tridimensionale ........................................................................... 111
3.4 L’elemento di fabbrica di partizione orizzontale.....................................115
3.4.1 L’elemento costruttivo solaio ....................................................................... 115
3.4.2 I solai latero-cementizi................................................................................... 116
3.4.3 I solai in acciaio............................................................................................... 120
3.4.4 I solai in acciaio e laterizi............................................................................... 123
3.4.5 I solai in legno................................................................................................. 124
3.4.6 I solai misti in polistirolo............................................................................... 128

4. LA STRUTTURA IN CEMENTO ARMATO...............................................131


4.1 La struttura di fondazione........................................................................131
4.2 La struttura in elevazione........................................................................ 142
4.3 L’organizzazione della struttura intelaiata ............................................. 149
4.3.1 La struttura intelaiata in zona non sismica.................................................. 153
4.3.2 La struttura intelaiata in zona sismica.......................................................... 157
4.4 La struttura a pannelli prefabbricati in cemento armato ....................... 167

IX
5. LA TECNOLOGIA DEI CONGLOMERATI CEMENTIZI ....................... 181
5.1 Il confezionamento del calcestruzzo .......................................................182
5.2 Il conglomerato cementizio allo stato fresco ..........................................189
5.2.1 L’omogeneità...................................................................................................189
Il controllo dell’omogeneità............................................................................191
5.2.2 La lavorabilità ..................................................................................................192
La fluidità...........................................................................................................193
La plasticità........................................................................................................193
5.2.3 La consistenza .................................................................................................196
Prova del Cono di Abrams (slump-test) .......................................................196
Prova della Tavola a scosse (flow-test) .........................................................199
Prova VEE-BEE..............................................................................................199
5.3. Le proprietà del calcestruzzo allo stato indurito ...................................201
5.3.1 La resistenza a compressione........................................................................201
Legge del Fèret .................................................................................................201
Valutazione preliminare della resistenza .......................................................213
Controllo di accettazione ................................................................................213
Controllo di accettazione Tipo A ..........................................................214
Controllo di accettazione Tipo B...........................................................214
Prove complementari.......................................................................................215
5.3.2 La resistenza a trazione e a flessione............................................................215
5.3.3 La deformabilità dei calcestruzzi ..................................................................215
Le deformazioni sotto carico..........................................................................215
Le deformazioni termiche...............................................................................218
Ritiro ..................................................................................................................218
Fluage.................................................................................................................223
5.4. I componenti del conglomerato cementizio ..........................................223
5.4.1 Il cemento ........................................................................................................224
Tipo I - Cemento portland .....................................................................224
Tipo II – Cemento portland di miscela ................................................225
Tipo III - Cemento d’altoforno .............................................................225
Tipo IV - Cemento pozzolanico............................................................225
Tipo V - Cemento composito ................................................................226
Processi di idratazione dei cementi................................................................226
La scelta del cemento.......................................................................................227
5.4.2 L’acqua d’impasto ...........................................................................................228
5.4.2.1 La qualità dell’acqua ............................................................................228
5.4.2.2 Il dosaggio dell’acqua ..........................................................................229
L'acqua di presa ........................................................................................229
L'acqua di bagnatura ................................................................................229
L'acqua di lavorabilità ..............................................................................231
5.4.3 Gli inerti ...........................................................................................................233
Pesi specifici..............................................................................................235
5.4.3.1 La natura degli inerti ...........................................................................236
Tenacità, durezza, durevolezza, resistenza meccanica ........................237
Purezza.......................................................................................................237
Limo, argilla e materie organiche ...........................................................238
Cloruri........................................................................................................239

X
Solfati......................................................................................................... 239
Silice reattiva............................................................................................. 239
5.4.3.2 La forma degli inerti............................................................................ 240
5.4.3.3 L’assortimento granulometrico ......................................................... 241
Compattezza e resistenza........................................................................ 241
Effetto di parete....................................................................................... 243
Il diametro massimo dell’aggregato misto............................................ 245
L’analisi granulometrica .......................................................................... 247
Il modulo di finezza................................................................................. 253
Le curve granulometriche continue ideali ............................................ 255
Curve granulometriche del Fuller.................................................. 255
Curva granulometrica del Bolomey............................................... 257
Curava granulometrica del Bolomey per i soli inerti .................. 259
Curva granulometrica Cubica......................................................... 259
Curva granulometrica di Faury ...................................................... 261
Principio di equivalenza delle curve granulometriche ........ 263
L’uso pratico del principio di equivalenza delle curva
granulometriche ....................................................................... 265
La porosità del calcestruzzo ................................................... 267
Modifica degli indici ponderali proposti dal Faury ............. 268
Le curve granulometriche discontinue.................................................. 268
Fusi granulometrici.................................................................................. 269
Preparazione di un misto granulometrico secondo
una curva di riferimento.......................................................................... 271
L’umidità degli inerti................................................................................ 276
5.4.4 Gli additivi ....................................................................................................... 277
Gli additivi acceleranti............................................................................. 278
Gli additivi aeranti ................................................................................... 278
Gli additivi anti-evaporanti..................................................................... 279
Gli additivi antigelo ................................................................................. 279
Gli additivi antiritiro................................................................................ 279
Gli additivi disarmanti............................................................................. 280
Gli additivi fluidificanti ........................................................................... 280
Gli additivi superfluidificanti.................................................................. 280
Gli additivi idrofobizzanti....................................................................... 280
Gli additivi inibitori di corrosione......................................................... 281
Gli additivi plastificanti ........................................................................... 281
Gli additivi ritardanti ............................................................................... 281
5.5. La durabilità del conglomerato cementizio........................................... 282
5.5.1 Le classi di esposizione ambientale.............................................................. 282
La classe XO..................................................................................................... 287
La classe XC ..................................................................................................... 287
La carbonatazione.................................................................................... 288
La classe XD..................................................................................................... 289
La corrosione indotta dai cloruri non provenienti
da acqua di mare ...................................................................................... 289
La classe XS ...................................................................................................... 290
La corrosione indotta dai cloruri provenienti da acqua di mare ....... 290

XI
La classe XF ......................................................................................................290
L’azione degradante per cicli di gelo e disgelo.....................................291
La classe XA......................................................................................................291
Attacco solfatico.......................................................................................292
L’attacco solfatico esterno ......................................................................292
L’attacco solfatico interno ......................................................................292
L’attacco degli ioni NH4+ e Mg++......................................................292
5.5.2 Le prescrizioni per le classi di esposizione ambientale..............................293
Classe di esposizione XC ................................................................................293
Classe di esposizione XD................................................................................293
Classe di esposizione XS .................................................................................294
Classe di esposizione XF.................................................................................294
Classe di esposizione XA ................................................................................294

6. IL PROGETTO DEL MIX-DESIGN............................................................299


6.1 Lo studio del misto granulometrico ........................................................302
6.2 Lo studio del misto con il metodo delle curve granulometriche ............302
6.3 Lo studio del misto con il metodo di Faury ............................................305
6.4 Confronto tra il metodo delle curve granulometriche e
il metodo di Faury ...................................................................................309

7. IL PREDIMENSIONAMENTO DELLA STRUTTURA IN C.A.


PER L’ARCHITETTURA .............................................................................313
7.1 Le azioni sulle strutture ...........................................................................313
7.1.1 Le azioni gravitazionali ..................................................................................315
7.2 Le resistenze di calcolo ...........................................................................319
Resistenza di calcolo a compressione del calcestruzzo Vcd, secondo
la 1996................................................................................................................319
Resistenza di calcolo dell’acciaio Vyd , secondo la 1996..............................319
Tensioni tangenziali ammissibili nel conglomerato Wcd
secondo la 1996 ................................................................................................320
7.3 L’analisi dei carichi .................................................................................321
7.4 Le verifiche ..............................................................................................330
7.5 Il predimensionamento dei solai.............................................................332
7.6 Il predimensionamento delle travi ..........................................................335
7.7 Il predimensionamento dei pilastri .........................................................341
7.8 Il predimensionamento degli sbalzi........................................................346

APPENDICE: Norme Tecniche per le Costruzioni ...........................................353


A.1 Classi di resistenza dei calcestruzzi.......................................................353
A.2 Controlli di accettazione dei calcestruzzi..............................................353
A.3 Le resistenze di calcolo..........................................................................355
A.4 Deformazione da ritiro dei calcestruzzi.................................................357
A.5 Deformazione da fluage dei calcestruzzi...............................................358
A.6 I leganti ..................................................................................................359
A.7 Gli aggregati...........................................................................................360
A.8 La durabilità...........................................................................................361

XII
A.9 Le strutture sismo resistenti in cemento armato .................................. 361
A.10 La fondazione ....................................................................................... 362
A.11 Requisiti delle strutture in cemento armato ......................................... 363
A.12 Azioni sulle strutture............................................................................. 364
A.13 L’azione sismica ................................................................................... 366
A.14 Azione del vento.................................................................................... 374
A.15 Azione della neve .................................................................................. 380
A.16 Azioni della temperatura ...................................................................... 384
A.17 I solai..................................................................................................... 386

Fonti delle illustrazioni........................................................................................ 387


Bibliografia .......................................................................................................... 388

XIII
TERMINI, DEFINIZIONI, UNITÀ DI MISURA

Termini Simb. Unità Definizioni


Litri di acqua, per metro cubo di impasto, necessari
Acqua di bagnatura Ab litri/m3
per bagnare gli inerti supposti asciutti.
Somma dell’acqua di presa, dell’acqua di bagnatura
Acqua di impasto A litri/m3
e dell’acqua di lavorabilità.
Litri di acqua, per metro cubo di impasto, necessari
Acqua di lavorabilità Al litri/m3
per conferire adeguata lavorabilità al calcestruzzo.
Litri di acqua, per metro cubo di impasto,
Acqua di presa Ap litri/m3 stechiometricamente necessari per la presa del
cemento.
Sostanza aggiunta all’impasto per migliorare alcune
Additivo
caratteristiche del calcestruzzo.
Assortimento Assortimento percentuale delle classi di inerti in un
granulometrico miscuglio.
Forze concentrate e carichi distribuiti, fissi o
Azioni diretta
mobili.
Spostamenti impressi, variazioni di temperatura e di
Azione indirette umidità, ritiro, precompressione, cedimenti di
vincoli, ecc.
Alterazione naturale del materiale di cui è composta
Azioni degrado endogeno
la struttura.
Alterazione delle caratteristiche dei materiali
Azioni degrado esogeno
strutturali, a causa di agenti esterni.
Azioni applicate alla struttura che non provocano
Azioni statiche
accelerazioni significative della stessa.
Azioni dinamiche rappresentabili con un’azione
Azioni semi statiche
statica equivalente.
Azioni che causano significative accelerazioni della
Azioni dinamiche
struttura.
Azioni che agiscono durante tutta la Vita Nominale
della costruzione, la cui variazione di intensità nel
Azioni permanenti G
tempo è così piccola e lenta da poterle considerare
costanti.
Peso proprio di tutti gli elementi strutturali; peso
proprio del terreno, quando pertinente; forze
Azioni permanenti G1
indotte dal terreno; forze risultanti dalla pressione
dell’acqua.
Azioni permanenti G2 Peso proprio di tutti gli elementi non strutturali.
Azioni permanenti P Pretensione e precompressione.
Azioni che agiscono con valori istantanei che
Azioni variabili Q possono risultare sensibilmente diversi tra loro nel
tempo.
Azioni che agiscono con intensità significativa,
Azioni variabili di lunga anche non continuamente, per un tempo non
durata trascurabile rispetto alla vita nominale VN della
struttura.
Azioni variabili di breve Azioni che agiscono per un tempo breve rispetto
durata alla vita nominale VN della struttura.
Azioni che si verificano solo eccezionalmente
Azioni eccezionali A
durante la vita nominale VN della struttura.

XIV
Azioni sismiche E Azioni derivanti dai terremoti.
Raccolta di acqua sulla superficie del getto del
Bleeding
calcestruzzo.
Boiacca * Miscela fluida di cemento ed acqua.
Neutralizzazione dell’idrossido di calcio presente
Carbonatazione * nel calcestruzzo indurito per effetto dell’anidride
carbonica presente nell’atmosfera.
Le NTC fissano cinque classi di consistenza (S1, S2,
Classe di Consistenza Si mm S3, S4, S5) valutate con la prova del Cono di Abrams
(slump test).
Insieme di inerti compresi nell’intervallo
Classe di inerti
dimensionale di – di+1.
Prodotto di base dei cementi, ottenuto della cottura
Clinker di portland
della miscela calcare-argilla.
Proprietà del calcestruzzo fresco di resistere alla
Coesività *
segregazione.
Azione dinamica applicata al calcestruzzo nel corso
Compattazione * della messa in opera, finalizzata a minimizzare il
contenuto d’aria intrappolata.
Rapporto tra il volume assoluto ed il volume
Compattezza c
apparente di un miscuglio solido informe.
Attitudine del calcestruzzo allo stato fresco a
Consistenza
conservare la forma che gli viene conferita.
Nel calcestruzzo armato è la distanza minima tra la
Copriferro * superficie del ferro di armatura e la superficie
esterna del calcestruzzo.
Azione od agente esterno utilizzato per proteggere
Curing *
il calcestruzzo durante la maturazione.
Rappresentazione grafica, in un diagramma
Curva granulometrica cartesiano, della legge di variazione della
percentuale delle classi di inerti in un miscuglio.
Rappresentazione grafica, in un diagramma
Curva granulometrica cartesiano, della legge di variazione della
continua percentuale delle classi di inerti in un miscuglio
contenente tutte le classi nell’intervallo 0 - dmax
Rappresentazione grafica, in un diagramma
Curva granulometrica cartesiano, della legge di variazione della
discontinua percentuale delle classi di inerti in un miscuglio non
contenente tutte le classi nell’intervallo 0 - dmax
Rapporto tra la variazione dimensionale ƅL e la
Deformazione ƥ
dimensione iniziale L: ƥ = ƅL/L.
Deformazione di un materiale per effetto di
Deformazione termica
variazioni termiche.
Dimensione massima degli inerti che formano
Diametro massimo dmax mm
l’assortimento granulometrico.
Olio od agente che, applicato al manto della
Disarmante * cassaforma, agevola il distacco tra cassaforma e
calcestruzzo dopo l’indurimento.
Chilogrammi di cemento per metro cubo di
Dosaggio di cemento C Kg/m3
impasto.
Azione di rimozione delle casseforme dopo che il
Disarmo *
calcestruzzo ha raggiunto la resistenza prevista.

XV
Capacità del calcestruzzo di conservare, per un
Durabilità * prefissato periodo di tempo, le sue caratteristiche
nelle condizioni ambientali di esposizione.
Durezza Resistenza all'usura per attrito degli inerti
Capacità di un corpo di deformarsi sotto carico
Duttilità
prima di giungere a rottura.
Processo o reazione chimica accompagnata da
Esotermico *
sviluppo di calore.
Affioramento sulla superficie del calcestruzzo
fresco di acqua di impasto o boiacca, dovuto ad un
Essudazione (o bleeding) *
eccesso di acqua o a carenza di particelle fini nella
miscela.
Finitura (delle superfici) * Aspetto della superficie del calcestruzzo.
Deformazione lenta del calcestruzzo sotto carico
Fluage
costante.
Attitudine del calcestruzzo ad essere trasportato,
Fluidità dalla centrale di betonaggio al luogo di getto, senza
perdere la sua omogeneità iniziale.
Ripresa di getto senza aderenza, evidenziata da
Giunto freddo *
fessura o cavillatura.
Processo durante il quale il conglomerato, dopo la
Indurimento del calcestruzzo
presa, acquisisce gradatamente la resistenza
*
meccanica finale.
Materiale solido informe di origine fluviale o
Inerte naturale
lacustre.
Materiale solido informe proveniente da
Inerte artificiale
frantumazione.
Distanza minima tra le superfici esterne di due ferri
Interferro *
inglobati in una struttura di calcestruzzo.
Attitudine del calcestruzzo ad essere trasportato,
dalla centrale di betonaggio al luogo di getto, e ad
Lavorabilità
essere gettato nelle casseforme senza perdere la sua
omogeneità iniziale.
Massa volumica * Massa dell’unità di volume.
Tempo, processo e condizioni che regolano
Maturazione *
l’indurimento del calcestruzzo.
Modulo Elastico o Modulo Coefficiente di proporzionalità tra deformazione ƥ
E N/mm2
di Young e sollecitazione Ƴ: Ƴ = E x ƥ
Capacità di getti successivi di aderire ed integrarsi
Monoliticità *
tra loro formando un insieme omogeneo.
Porzione di getto in cui gli aggregati grossi si
Nido di ghiaia *
presentano sciolti e/o con presenza di cavità.
Attitudine del calcestruzzo di presentare la stessa
Omogeneità
composizione in ogni zona dell’impasto.
Insieme delle strutture componenti un corpo di
Organismo strutturale *
fabbrica.
Permeabilità (del Proprietà connessa con la penetrazione di acqua o
calcestruzzo) * gas attraverso il calcestruzzo indurito.
Esprime il peso di un campione di inerti rapportato
Peso specifico apparente Sapp Kg/m3
al suo volume apparente.
Esprime il peso di un campione di inerti rapportato
Peso specifico assoluto Sass Kg/m3
al suo volume assoluto.

XVI
Attitudine del calcestruzzo di subire, in misura
minore o maggiore, deformazioni o spostamenti
Plasticità
senza perdere la sua coesione e senza dar luogo a
segregazione tra gli elementi che lo compongono.
Rapporto tra il (volume apparente - volume
Porosità p
assoluto) e il volume apparente.
Azione di estrazione di un campione di
Prelievo * calcestruzzo (fresco od indurito) su cui eseguire
prove e/o determinazioni.
Rapprendimento dell’impasto conseguente alle
Presa del calcestruzzo reazioni di idratazione degli alluminati presenti nel
cemento.
Caratteristica oggetto di specifica richiesta (es.:
Prestazione * consistenza, diametro massimo dell’aggregato,
resistenza caratteristica).
Esprime il rapporto tra il dosaggio dell’acqua
Rapporto Acqua/Cemento A/C litri/kg d’impasto (litri/m3) e il dosaggio di cemento
(Kg/m3) per ogni metro cubo di calcestruzzo.
Studia lo scorrimento di materiali fluidi o a loro
assimilabili e le relazioni che intercorrono tra sforzi,
Reologia * deformazioni e tempo. Nel calcestruzzo fresco le
caratteristiche reologiche sono valutate in termini di
consistenza.
Resistenza a compressione, valutata a 28 giorni di
stagionatura e su provini cubici, al di sotto della
Rck N/mm2
quale ci si può attendere di trovare il 15% della
Resistenza caratteristica del popolazione di tutte le misure di resistenza.
calcestruzzo Resistenza a compressione, valutata a 28 giorni di
stagionatura e su provini cilindrici, al di sotto della
fck N/mm2
quale ci si può attendere di trovare il 15% della
popolazione di tutte le misure di resistenza.
Resistenza di calcolo a
Resistenza a compressione del calcestruzzo da
compressione del fcd N/mm2
assumere nelle verifiche agli Stati Limite.
calcestruzzo
Resistenza di calcolo a
compressione del Resistenza a compressione del calcestruzzo da
calcestruzzo secondo la Vcd N/mm2
assumere nelle verifiche alle tensioni ammissibili.
Norma 1996
Resistenza di calcolo a Resistenza a trazione del calcestruzzo da assumere
fctd N/mm2
trazione del calcestruzzo nelle verifiche agli Stati Limite.
Resistenza caratteristica a Resistenza a trazione del calcestruzzo a 28 giorni di
fctk N/mm2
trazione del calcestruzzo stagionatura.
Resistenza di calcolo Resistenza dell’acciaio da assumere nelle verifiche
fyd N/mm2
dell’acciaio agli Stati Limite.
Resistenza di calcolo
Resistenza dell’acciaio da assumere nelle verifiche
dell’acciaio secondo la Vyd N/mm2
alle tensioni ammissibili.
Norma 1996
Prosecuzione delle operazioni di messa in opera del
Ripresa di getto * calcestruzzo a contatto con una parte che può
essere anche indurita.
Riduzione dimensionale dei calcestruzzi durante la
Ritiro
presa e l’indurimento.

XVII
Contrazione del calcestruzzo nel corso del primo
Ritiro plastico * periodo di indurimento provocata dalla perdita
anche parziale dell’acqua di impasto.
Calcestruzzo che si compatta, anche in casseforme
SCC (calcestruzzo complesse, per effetto del solo peso proprio senza
autocompattante) * apporto di energia esterna (vibrazione),
caratterizzato da elevata coesività.
Scorrevolezza (del Caratteristica del calcestruzzo che riguarda la
calcestruzzo) * capacità di fluire all’interno delle casseforme.
Sedimentazione (del Separazione dei solidi sospesi entro lo spessore di
calcestruzzo) * un getto.
Segregazione Insieme del bleeding e della sedimentazione.
Deposito sul fondo del getto degli elementi solidi e
Sedimentazione
più pesanti.
Separazione dei componenti il calcestruzzo nel
Segregazione *
corso della movimentazione o messa in opera.
Insieme delle azioni attivate al fine di consentire la
Stagionatura
corretta maturazione del calcestruzzo.
Esprime una misura dell'energia che un provino
Tenacità
può assorbire prima di rompersi.
Tensione caratteristica di È la tensione sperimentale dello snervamento
fyk N/mm2
snervamento dell’acciaio.
Tensione tangenziale di Resistenza tangenziale di aderenza acciaio -
aderenza acciaio - fyb N/mm2 calcestruzzo da assumere nelle verifiche agli Stati
calcestruzzo Limite.
Esprime la resistenza a compressione di un
Titolo del cemento Rc N/mm2 cemento valutata su un provino di malta
normalizzata confezionata con quel cemento.
Vibrazione * vedi compattazione
Esprime il volume occupato da un miscuglio di
Volume apparente Vp m3 materiale solido così come si trova in natura (e
quindi compresi i vuoti).
Esprime il volume occupato da un miscuglio di
Volume assoluto Va m3
materiale solido supposto finemente suddiviso.
* Definizioni delle “Linee guida per la messa in opera del calcestruzzo strutturale e per la valutazione
delle caratteristiche meccaniche del calcestruzzo indurito mediante prove non distruttive”,
predisposte dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Servizio Tecnico Centrale, nel febbraio 2008.

Nella tabella che segue sono elencate le unità di misura che si incontrano nella trattazione e
le conversioni con le tradizionali unità di misura.

1 N 0,1 kg 1 kN 100 kg
1 Nm 0,1 kgm 1 kNm 100 kgm
1 N/m 0,1 kg/m 1 kN/m 100 kg/m
1 N/mm2 10 kg/cm2 1 kN/mm2 104 kg/cm2
1 N/ m2 0,1 kg/m2 1 kN/ m2 100 kg/m2
1 N/ m2 1 Pa 1 kN/ m2 103 Pa

XVIII
Premesse

1. PREMESSE

La struttura, l’elemento di fabbrica che sostiene lo spazio costruito, è chiamata a ge-


nerare e qualificare l’architettura e deve essere intimamente legata al comportamento
della forma.
Nel merito del ruolo che la struttura è chiamata a svolgere in architettura, Nicola
Pagliara 1 , in un seminario tenuto nel 1995 agli studenti di Architettura Tecnica della
Facoltà di Ingegneria dell’Università Federico II, ebbe a dire:

“L’architettura non è fatta di immagini dipinte sulla carta. Questa convinzione esiste
nella fantasia di architetti che non saranno mai veri architetti, ma architetti che sce-
glieranno di disegnare l’architettura anziché farla.
Le strutture sono il mezzo con il quale sostenere lo spazio.
Ad un certo punto della mia vita mi sono chiesto se è mai possibile che tutto que-
sto, tutte le difficoltà spaventose per far stare su una struttura, debbano servire solo
per fare stare su una architettura, debbano servire solo per far stare in piedi le fun-
zioni.
È mai possibile che tanto lavoro, tanto impegno, tante analisi e calcoli debbano ser-
vire solo a questo?
Non è possibile, mi sono detto, perché sarebbe una vera riduzione dell’ingegno u-
mano. L’uomo non ha scopi così settoriali, così limitati, e non fa mai qualcosa che
serva esclusivamente ad un soggetto“ 2 .

La struttura, quindi, non deve costituire soltanto un dato di necessità, ma certamente


qualcosa in più. La struttura deve qualificare le caratteristiche formali dello spazio co-
struito e, allo stesso tempo, l’architettura non può essere pensata senza la struttura ma,
si ripete, deve prendere forma insieme ad essa.
Un ruolo fondamentale in tal senso è stato svolto nel XX secolo, e potrà ancora
svolgere anche nel terzo millennio, la struttura in cemento armato per quella proprietà
eccezionale del conglomerato cementizio di essere una pietra, con alta resistenza mec-
canica, plasmabile in qualsiasi forma.
Del conglomerato cementizio si parla certamente molto ma, purtroppo, la maggior
parte degli operatori del settore si interessa più dei suoi impieghi che della sua tecnolo-
gia, in quanto ritiene che sia sufficiente mescolare bene i suoi componenti per ottenere
in ogni caso un buon risultato.
Ancora oggi nelle stesse Scuole di Ingegneria e di Architettura si presta giustamente
molta attenzione all’insegnamento della Tecnica delle Costruzioni in Cemento Armato
dando per nota la Tecnologia dei Conglomerati Cementizi.
Così non è. Soltanto un attento studio della Tecnologia dei Conglomerati Cementizi
può consentire di ottenere che quelle strutture in cemento armato così attentamente
progettate e calcolate siano anche durevoli.
1 Nicola Pagliara è professore ordinario di Composizione Architettonica nell’Università degli Studi di
Napoli Federico II.
2 In Flavia Fascia, Nicola Pagliara – Architettura e Tecnica, CLEAN, 1995 Napoli

1
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Una serie di indagini condotte nel decennio 1980-1990 su 142 strutture realizzate in
Italia 3 , ha evidenziato che circa il 70% di queste strutture presenta condizioni di degra-
do avanzato che potrebbe essere attribuito alle seguenti cause:

x impiego di materiali facilmente aggredibili dagli agenti ambientali,


x confezionamento scadente del calcestruzzo,
x insufficiente copriferro,
x modalità di posa in opera scadente.

In effetti gran parte delle strutture in cemento armato, realizzate a partire dagli anni
settanta, sono state interessate da un consistente degrado per una serie di cause che
possono essere così sintetizzate:

x spessore del copriferro inadeguato in relazione alle condizioni dell’ambiente in


cui l’opera viene costruita;
x diametro massimo dell’assortimento granulometrico degli inerti non rapportato
agli interferri ed allo spessore del copriferro;
x classe di consistenza 4 non correlata alla tipologia dell’opera ed alle modalità di
posa in opera;
x acqua di impasto del calcestruzzo preconfezionato aumentata, allo scarico delle
betoniere, con aumento del rapporto acqua/cemento e conseguente diminuzione
della resistenza meccanica;
x classi di consistenza sempre più fluide per il calcestruzzo posto in opera median-
te pompe che, se ottenute con aumento dell’acqua d’impasto, comporta diminu-
zione della resistenza meccanica;
x aumento del tenore di C3S 5 nel clinker che ha consentito di aumentare il rappor-
to A/C - a parità di resistenza meccanica richiesta - con conseguente aumento
della porosità e quindi della permeabilità del calcestruzzo agli agenti aggressivi;
x mano d’opera utilizzata in cantiere sempre meno qualificata, anche in relazione
alle tecniche costruttive sempre più sofisticate e complesse.

E proprio per tutti questi motivi il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel di-
cembre del 1996 emanava le Linee guida sul Calcestruzzo Strutturale nelle quali, tra
l’altro, veniva affermato il principio che per ottenere una vita utile di esercizio della
struttura, in linea con quella prevista in progetto, occorre un corretto studio della mi-
scela e adeguate procedure di posa in opera e di stagionatura.
Anche le nuove Norme Tecniche per le Costruzioni (nel seguito indicate con ‘NTC
2008’), emanate con Decreto Ministeriale del 14 gennaio 2008, dedicano molta atten-
zione alla qualità delle strutture in cemento armato. In particolare, considerato che alla

3 da: Calcestruzzi - Italcementi Group, La progettazione di strutture in calcestruzzo durevoli


4 Attitudine del calcestruzzo a conservare la forma che gli viene conferita quando è ancora allo stato
fresco (Cfr. § 5.2.3).
5 C S è uno dei silicati presenti nel cemento. C sta per CaO, S per SiO (Cfr. § 5.4.1).
3 2

2
Premesse

struttura è richiesta qualità non solo in termini di resistenza meccanica e di stabilità ma


anche in termini di durabilità 6 , il legislatore ha dedicato quattro capitoli alle strutture in
cemento armato:

x il Capitolo 2 (Sicurezza e prestazioni attese) descrive i principi fondamentali per va-


lutare la sicurezza e introduce il principio della vita utile delle opere; il legislatore
definisce, tra l’altro, i principi per il progetto, l’esecuzione e il collaudo delle costruzioni, nei
riguardi delle prestazioni loro richieste in termini di requisiti essenziali di resistenza meccanica
e stabilità, anche in caso di incendio, e di durabilità;
x il Capitolo 4 (Costruzioni civili e industriali) definisce le procedure ed i metodi per
calcolare la resistenza e la sicurezza degli elementi strutturali realizzati in vari ma-
teriali e, in particolare, in calcestruzzo;
x il Capitolo 10 (Redazione dei progetti strutturali esecutivi e delle relazioni di calcolo) rende
obbligatoria la compilazione della “Relazione generale” nella quale sia il Commit-
tente che il Progettista devono dichiarare preliminarmente il livello di sicurezza,
le condizioni di esercizio, la durabilità, la vita nominale e la classe di appartenen-
za dell’opera;
x il Capitolo 11 (Materiali e prodotti per uso strutturale) fissa le regole di qualificazione,
certificazione ed accettazione dei materiali da utilizzare per uso strutturale 7 .

In particolare, nei §§ 2.4.1 e 2.4.2, le NTC 2008 indicano la Vita Nominale delle strut-
ture, intesa come il numero di anni durante i quali la struttura deve poter essere utiliz-
zata per lo scopo progettato.
La Vita Nominale VN, da precisare nei documenti di progetto, varia in relazione al
tipo di costruzione, così come indicato nella Tabella 1.1.
Nel § 2.4.2 delle NTC 2008 viene poi definita la suddivisione delle costruzioni, in
presenza di azioni sismiche, in quattro Classi d’Uso, CU (Tabella 1.2), in funzione delle
quali si calcolerà il periodo di riferimento dell’azione sismica VR con la relazione:

VR VN u CU

nella quale:

VN è la Vita Nominale
CU è il Coefficiente d’uso di cui alla Tabella 1.3

6 Definita come conservazione delle caratteristiche fisiche e meccaniche dei materiali e delle strutture
per l’intera vita di servizio dell’opera.
7 Le NTC 2008 disciplinano l’impiego sia del calcestruzzo prodotto in fabbrica che del calcestruzzo

prodotto in cantiere. I Produttori di calcestruzzo sono sottoposti al “Controllo del Processo di Produ-
zione in Fabbrica” che deve essere certificato da un Organismo di controllo esterno e indipendente.
Per il calcestruzzo prodotto in cantiere l’Appaltatore ne deve garantire la qualità attraverso prove pre-
liminari certificate da Laboratori, riconosciuti ai sensi dell’art. 59 del DPR n. 380/2001.

3
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Tipi di Costruzione Vita Nominale VN


in anni
Opere provvisorie; opere provvisionali; strutture in fase co-
1
struttiva d 10

Opere ordinarie, ponti, opere infrastrutturali e dighe, di di-


2
mensioni contenute o di importanza normale t 50

Grandi opere, ponti, opere infrastrutturali e dighe, di grandi


3
dimensioni o di importanza strategica t 100

Tab. 1.1 - Vita Nominale VN per diversi tipi di opere (tab. 2.4.1 delle NTC 2008)

Classe I Costruzioni con presenza solo occasionale di persone, edifici agricoli

Classe II Costruzioni il cui uso preveda normali affollamenti, senza contenuti perico-
losi per l’ambiente e senza funzioni pubbliche e sociali essenziali. Industrie
con attività non pericolose per l’ambiente. Ponti, opere infrastrutturali, reti
viarie non ricadenti in Classe d’Uso III o in Classe d’Uso IV, reti ferroviarie
la cui interruzione non provochi situazioni di emergenza. Dighe il cui col-
lasso non provochi conseguenze rilevanti.
Classe III Costruzioni il cui uso preveda affollamenti significativi. Industrie con attivi-
tà pericolose per l’ambiente. Reti viarie extraurbane non ricadenti in Classe
d’Uso IV. Ponti e reti ferroviarie la cui interruzione provochi situazioni di
emergenza. Dighe rilevanti per le conseguenze di un loro eventuale collas-
so.
Classe IV Costruzioni con funzioni pubbliche o strategiche importanti, anche con ri-
ferimento alla gestione della protezione civile in caso di calamità. Industrie
con attività particolarmente pericolose per l’ambiente. Reti viarie di tipo A
o B, di cui al D.M. 5 novembre 2001, n. 6792, “Norme funzionali e geome-
triche per la costruzione delle strade”, e di tipo C quando appartenenti ad
itinerari di collegamento tra capoluoghi di provincia non altresì serviti da
strade di tipo A o B. Ponti e reti ferroviarie di importanza critica per il man-
tenimento delle vie di comunicazione, particolarmente dopo un evento si-
smico. Dighe connesse al funzionamento di acquedotti e a impianti di pro-
duzione di energia elettrica.
Tab. 1.2 - Classi d’uso delle costruzioni (§ 2.4.2 delle NTC 2008)

Classe d’Uso I II III IV


Coefficiente CU 0,7 1,0 1,5 2,0
Se VR d 35 anni, si assumerà comunque VR = 35 anni
Tab. 1.3 - Valori del coefficiente d’uso CU (tab. 2.4.II delle NTC 2008)

4
Premesse

Dal 2008, quindi, le nuove norme impongono che le scelte progettuali devono tener
conto dei temi della sicurezza, della manutenzione e del monitoraggio delle caratteristi-
che meccaniche delle strutture, oltre che della durabilità.
La documentazione necessaria alla realizzazione di un’opera in calcestruzzo, come
stabiliscono le Linee guida per la messa in opera del calcestruzzo strutturale e per la valutazione
delle caratteristiche meccaniche del calcestruzzo indurito mediante prove non distruttive8 , nella gene-
ralità dei casi deve comprendere:
- la relazione di calcolo relativa alle singole parti della struttura (elementi, vincoli,
ecc.) e all’intero organismo strutturale;
- la documentazione di progetto costituita da:
a) la Relazione Tecnica che contenga una dettagliata descrizione delle opere, accom-
pagnata dai relativi elaborati grafici in cui siano esplicitate le informazioni riguardanti
la geometria dell’organismo strutturale e delle sue parti, la quantità e la posizione
delle armature, eventuali fori ed inserti, le tolleranze e le prescrizioni relative alle su-
perfici, e, per gli elementi prefabbricati, i dispositivi di stoccaggio, trasporto e mo-
vimentazione, nonché i magisteri di impiego in opera (modalità di montaggio, arma-
ture di unione con getti successivi, ecc.);
b) la descrizione dei materiali e/o componenti con le relative specifiche, i controlli,
la loro frequenza e le rispettive norme di riferimento; queste informazioni devono
essere riportate in forma sintetica negli elaborati grafici (di cui al punto a) e in forma
dettagliata ed esaustiva nel Capitolato tecnico (di cui al punto c);
c) la descrizione delle opere contenente: tutte le indicazioni necessarie alla messa in
opera e all’esecuzione, con particolare riferimento a materiali e/o componenti di
impiego inusuale o innovativi; le procedure e le sequenze per le lavorazioni successi-
ve, nonché le istruzioni per il collaudo in corso d’opera. La redazione di prescrizioni
di capitolato tecnico dettagliate, la loro applicazione e relativa sorveglianza, hanno una
forte incidenza sulla riuscita di opere affidabili e durevoli.

Anche se spesso, riferendosi al cemento armato, si è parlato di un matrimonio for-


tunato tra il calcestruzzo e l’acciaio, oggi non sono pochi gli operatori del settore che si
chiedono quando ne sarà celebrato il divorzio.
Effettivamente le opere in cemento armato prodotte in questi ultimi cinquant’anni
non sempre hanno superato in modo brillante la prova del tempo a causa della carbo-
natazione del calcestruzzo e dell’ossidazione delle armature metalliche.
Ma prima di celebrare la separazione tra conglomerato cementizio e armatura metal-
lica si dovrebbe iniziare a porre maggiore attenzione nella scelta dei componenti, allo
studio del mix design e alla realizzazione dei getti, per garantire l’opportuna durabilità
alle architetture in cemento armato del terzo millennio.
Occorre evitare, in sintesi, un analfabetismo di ritorno nell’impiego del calcestruzzo,
materiale particolarmente versatile ma spesso utilizzato con eccessiva confidenza tra-
scurando anche i più semplici accorgimenti.

8Le Linee guida sono state emanate nel Febbraio 2008 dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici,
Servizio Tecnico Centrale, e si applicano prevalentemente al calcestruzzo per usi strutturali, armato e
non, ordinario e precompresso, usualmente impiegato nelle costruzioni.

5
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Forse, per evitare che l’approccio con il cemento armato sia lo stesso di quello che era
ancora in uso a Mogadiscio negli anni settanta, occorre ri-visitare le prescrizioni dettate
dal R.D. 16 novembre 1939, n. 2227 - Norme per l’esecuzione delle opere in conglo-
merato cementizio semplice od armato.

La Norma del 16 novembre 1939, in particolare, nell’articolo 3, prescriveva:


L’esecuzione delle opere deve essere diretta possibilmente dall’ingegnere progettista ed in ogni caso da
un ingegnere od architetto iscritto nell’albo e deve essere affidata soltanto a costruttori inscritti
nell’elenco delle ditte specializzate (…).
E’ ormai tempo che la moda del fai da te venga abbandonata.

6
Premesse

In questo volume viene esaminata l’evoluzione storica dei leganti idraulici che ha
portato al passaggio dal calcestruzzo romano al cemento armato dei nostri giorni.
Attraverso immagini commentate viene posto in evidenza come le proprietà del
cemento armato hanno consentito di realizzare nel XX secolo significative opere, tutte
impregnate di grande valore formale e funzionale, quali i ponti e i viadotti di Morandi,
gli hangar di Nervi, la Casa di rue Franklin a Parigi di August Perret, il Guggenheim
Musium a New York di Frank Lloyd Wright, il Politecnico di Otaniemi di Alvar Aalto.
Nei Capitoli successivi, vengono esaminati i tipi, l’organizzazione, le caratteristiche e
le procedure realizzative delle strutture in architettura; nonché i tipi e le linee guida per
la progettazione delle strutture intelaiate ed a pannelli in cemento armato.
Alcune immagini commentate vogliono evidenziare le problematiche specifiche delle
varie fasi che concorrono alla costruzione di una struttura intelaiata e di una struttura a
grandi pannelli, in cemento armato.
Successivamente, vengono esaminati i componenti dei conglomerati cementizi e le
qualità che questi devono possedere per garantire la richiesta resistenza meccanica,
l’opportuna deformabilità e la prescritta durabilità alle opere in cemento armato.
La resistenza meccanica è strettamente legata alla composizione della miscela; la du-
rabilità è strettamente legata alle condizioni dell’ambiente in cui la miscela verrà utiliz-
zata. Ma sia la resistenza meccanica che la durabilità del calcestruzzo sono influenzati
anche dalle procedure di getto e di stagionatura che, se non corrette, possono determi-
nare nella massa del calcestruzzo fenomeni di segregazione dei componenti, formazio-
ne di cavità alveolari, una precoce esposizione della miscela fresca agli agenti atmosferici.
Completa lo studio della tecnologia dei calcestruzzi, l’esame dei metodi frequente-
mente utilizzati per il progetto della composizione dei conglomerati cementizi.
Nell’ultimo Capitolo, vengono esaminate le procedure per il predimensionamento
delle strutture intelaiate in cemento armato; predimensionamento necessario per poter
concepire la struttura contemporaneamente alla ideazione dello spazio architettonico.
Completa il lavoro l’Appendice che riporta alcune delle prescrizioni delle Norme
Tecniche per le Costruzioni del 2008.

Questo lavoro costituisce il primo di una serie di volumi dedicati alle tematiche pro-
prie dell’Architettura Tecnica.
Gli autori si sono posti l’ambizioso obiettivo di far seguire a La struttura in cemento
armato per l’architettura altri tre volumi:
- L’involucro per l’architettura,
- Le opere complementari per l’architettura,
- Gli elementi di collegamento verticale per l’architettura.

Questi quattro volumi potranno essere una guida sia per gli allievi dei corsi di laurea,
triennali e magistrali, delle aree dell’ingegneria edile e dell’architettura sia per i giovani
laureati che iniziano a cimentarsi nell’affascinante mondo dell’architettura.

7
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Le Vele in cemento armato della chiesa di Dio Padre Misericordioso di Richard Meier a Roma

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Dal betunium al cemento armato

2. DAL BETUNIUM AL CEMENTO ARMATO

Anche se esistono alcuni esempi di betunium, il calcestruzzo di epoca romana, nel


quale si trovano disposte aste di ferro, le prime strutture in cemento armato, o più cor-
rettamente in conglomerato cementizio armato, furono realizzate alla fine
dell’Ottocento per poi diffondersi prepotentemente nel Novecento.
Fino a tutto il Settecento, il grande secolo dell’Illuminismo e della Rivoluzione
Industriale, l’architettura è stata realizzata grazie all’impiego del legno, delle pietre
naturali e di quelle artificiali.
Fino al Settecento, quindi, si può parlare di una Architettura in pietra, come quella
della chiesa di Santa Chiara a Napoli (Fig. 2.1) dove il tufo, il piperno e il legno della
copertura, diedero vita ad uno spazio architettonico tra i più significativi
dell’architettura gotica nella città partenopea 1 .
Dopo la Rivoluzione industriale vengono impiegati, dapprima timidamente e poi
sempre più con forza, la ghisa, l’acciaio, ed infine il cemento armato.
Ad esempio, l’impiego della ghisa si trova nell’Hotel de Londres a Napoli (Fig. 2.2),
negli interventi di recupero di Viollet Le Duc (Fig. 2.3), nel Ponte sul Severn(Fig. 2.4) e
nella Biblioteca di Sainte Genevieve (Fig. 2.5).
La ghisa e il ferro si trovano impiegati, invece, nel Crystal Palace (Fig. 2.6), nella
ottocentesca Biblioteca Nazionale di Francia (Fig. 2.7) e nei magazzini del ‘Porto
vecchio’ di Trieste (Figg. 2.8 e 2.9).
La struttura in ferro viene impiegata impiegata nella Torre Eiffel a Parigi (Fig. 2.10),
nel ponte sul Garabit (Fig. 2.11), nella Casa Eetvelde (Fig. 2.12), nella Galleria
Umberto I a Napoli (Figg. 2.13) e nel Golden Gate a San Francisco (Fig. 2.14).
L’impiego del cemento armato, infine, lo troviamo nella Chiesa di Riola di Vergara
(Fig. 2.15) e nel Politecnico di Otaniemi (Figg. 2.16, 2.17).

1 La chiesa di Santa Chiara, situata nel Centro storico di Napoli, nei pressi della piazza del Gesù Nuo-
vo, fa parte di una cittadella francescana che comprende il Museo dell’Opera, l’Area Archeologica, il
Chiostro Maiolicato e la Sala del Presepe del Settecento.
La chiesa, con forme gotico-provenzali, fu eretta tra il 1310 ed il 1328 per la munificenza di Sancia di
Maiorca, sposa di Roberto d’Angiò, su progetto, probabilmente, di Gagliardo Primario.
La chiesa, intitolata in origine al Santo Corpo di Cristo, ovvero all’Ostia Consacrata per ricordare il mi-
racolo di Bolsena, soltanto successivamente acquistò il nome di Santa Chiara in onore dell’ordine mo-
nastico. Santa Chiara fin dall’origine fu dichiarata chiesa reale ed ospitò sia le più importanti adunanze
sia le cerimonie più solenni del regno.
Domina sulla facciata il bellissimo rosone in marmo traforato, leggermente strombato, che è definito al
contorno da due cornici circolari concentriche. Tutto l’insieme, poi, è circoscritto da una stella ad otto
punte con i lati formati da archi di cerchio tangenti, nel punto mediano, alla cornice del rosone. Supe-
riormente al rosone si apre un occhio di illuminazione che si contrappone a quello posto sulla parete
dell’abside. Il Chiostro del Monastero di Santa Chiara, infine, si caratterizza per le particolarissime de-
corazioni in maiolica.
La maestosità del complesso di Santa Chiara ha consentito anche alla pietra di tufo, tagliata in conci
squadrati e posta in opera con malta di calcina e pozzolana, insieme alla pietra da taglio piperno, di en-
trare nella storia dell’architettura.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.1 – Chiesa di Santa Chiara a Napoli


Domina sulla facciata il bellissimo rosone in marmo traforato, leggermente strombato, che è definito al
contorno da due cornici circolari concentriche. Tutto l’insieme è circoscritto da una stella ad otto punte con i
lati formati da archi di cerchio tangenti, nel punto mediano, alla cornice del rosone. La maestosità del
complesso di Santa Chiara ha consentito anche alla pietra di tufo, tagliata in conci squadrati e posta in
opera con malta di calcina e pozzolana, insieme alla pietra da taglio piperno, di entrare nella storia
dell’architettura.

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Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.2 – Colonna in ghisa nell’Hotel de Londres a Napoli

In un ambiente dell’Hotel de Londres quattro colonne in ghisa sostengono il solaio di copertura formato da tra-
vi a doppio T con voltine in spaccatelle di tufo. Le colonne in ghisa poggiano su un basamento in pietra e, at-
traverso una piastra metallica, portano in testa un dado in mattoni pieni, fasciato con ferri piatti, sul quale
poggiano le travi a doppio T del tipo Normal Profilo.
La colonna è formata da tre parti: il corpo centrale, il piede e la testa. Per ottenere una buona capacità portante
della colonna, lo spessore doveva essere uguale per ciascuna delle tre parti in modo da evitare la nascita di ten-
sioni a seguito del raffreddamento della colata.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.3 – Viollet Le Duc, interventi di con-


solidamento in ghisa su volte in muratura

“Oggi l’introduzione del ferro nelle costruzio-


ni ci permette di tentare delle imprese che le
epoche precedenti non ci hanno fatto che pre-
sentire. Da vent’anni vediamo gli ingegneri
usare il ferro in modo del tutto nuovo. Dal
Ponte delle Arti ai nuovi ponti tubolari si è
fatto un passo immenso, ma né gli ingegneri
né gli architetti hanno ancora saputo associare
in modo veramente soddisfacente la muratura
alla struttura in ferro. E’ possibile associar-
la? E’ possibile ma a condizione che questi
due modi di costruire conservino ciascuno le
loro proprietà, in modo che essi non si di-
struggano a vicenda.”(Viollet Le Duc)

Fig. 2.4 – Ponte sul Severn

Nel 1777-79, Abramo Darby realizza sul fiume Severn, in Inghilterra,


il primo ponte in ghisa, disegnato da Wilkinson e da Pritchard. Il ponte,
che copre una luce di 100 piedi (circa 25 m), viene realizzato con gli stessi
criteri costruttivi dei ponti in legno con travi e travetti in ghisa incastrati
tra loro. Infatti, i dettagli costruttivi del ponte evidenziano il persistere del-
le tecniche costruttive proprie della carpenteria in legno.L’arco, a pieno cen-
tro, è formato da due semiarchi di un sol pezzo. I semiarchi, costruiti in
officina, furono montati sul posto collegandoli in corrispondenza della
chiave dell’arco.

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Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.5 - Biblioteca di Sainte Geneviève

Nel 1843 Henri Labrouste realizza


la biblioteca di Sainte Geneviève dove
la grande sala di lettura presenta una
struttura in ghisa che si contrappone
all’involucro esterno in muratura.
La grande sala lettura, per 600 per-
sone, è divisa in due navate dalle co-
lonne in ghisa che sostengono la coper-
tura formata da due volte a botte.
Lungo le pareti troviamo gli scaffali
dei libri organizzati su due livelli.

Sul retro degli scaffali del primo livello sono ricavati degli studiali la cui copertura costituisce ballatoio per il se-
condo livello di scaffali.
Gli studioli sono illuminati da piccole finestre; il salone da grandi finestre ad arco.
L’edificio, a pianta rettangolare, è organizzato su due livelli: al piano terra troviamo l’ingresso, il deposito dei
libri e sala lettura dei libri rari; al primo piano è organizzata la grande sala lettura.
Sulla facciata della biblioteca sono incisi i nomi dei principali autori delle opere contenute.
La biblioteca, come una moderna Colonna di Traiano, rappresenta essa stessa un libro che illustra l’attività
dell’intelletto umano.
Le facciate sono scandite da tre ordini di aperture: finestre ad arco al 1° ordine, piccole finestre rettangolari al
2° ordine, grandi aperture arcuate al 3° ordine.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.6 - Edificio per l’Esposizione Universale di Londra del 1851 – ‘Crystal Palace’

Nel 1850 Joseph Paxton, Direttore delle ferro-


vie e Giardiniere della Regina, partecipa al con-
corso per la progettazione dell’edificio per
l’esposizione di Londra.
Paxton presenta, fuori concorso, soltanto una
dettagliata relazione che descrive tutti gli elemen-
ti prefabbricati da impiegare, il metodo di pro-
duzione dei singoli elementi, i sistemi di collega-
mento e di montaggio, il tempo necessario per il
montaggio della struttura.
Sebbene il concorso fosse stato vinto dal francese
Hector Horeau, il Comitato organizzatore affi-
dò l’incarico di costruire l’edificio a Paxton, che
si era unito alla società Fox & Henderson che
si interessò della costruzione.
L’edificio presenta un reticolo di colonne in ghi-
sa, con modulo 24x24 piedi, sulle quali poggia-
no le travi reticolari in ferro.
L’edificio si articola in 5 navate ed in direzione
ortogonale presenta un transetto. Sia la navata
centrale che il transetto presentano la copertura
centrale a volta.
Nella prima costruzione, in Hyde Park, manca la copertura a botte della navata centrale che troviamo, invece,
nella ricostruzione del 1854, eseguita a Sydenham.

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Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.7 – Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi

Tra gli architetti razionali del neo-classico troviamo


Henry Labrouste, allievo dell’Accademia di Francia.
Labrouste, dopo aver progettato la biblioteca di Sainte
Genevieve, nel 1855 progetta la Biblioteca Nazionale di
Francia.
La superficie maggiore è destinata al deposito libri che,
con i ballatoi a graticcio ed i piani di servizio, costituisce
uno dei primi e più felici esempi di architettura moderna.
Tutto è in ferro: le strutture verticali; le strutture orizzon-
tali; la copertura vetrata; i gradini; i parapetti.
I ballatoi e le passerelle vengono realizzati per fusione del-
la ghisa e successiva traforatura per consentire il passaggio
della luce proveniente dall’alto.
La sala per la lettura, per 360 persone, comunica attra-
verso una parete vetrata con il deposito per i libri che si
sviluppa su cinque piani. Labrouste ha saputo realizzare
un ambiente senza precedenti che lo storico Gedion defini-
sce la Cappella Pazzi dell’architettura contemporanea
La sala per la lettura è coperta con piccole cupole in ferro
sostenute da 16 colonne in ghisa.
Ogni cupola ha un lucernario in vetro per l’illuminazione
diffusa della sala.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.8 – Strutture dei magazzini del ‘Porto vecchio’ di Trieste

Tre ordini di colonne in ghisa sostengono i ballatoi esterni a servizio dei magazzini del porto. La ghisa viene
impiegata riproponendo l’organizzazione stilistica delle colonne dei classici edifici in muratura. Ogni ordine,
infatti, è formato da tre parti: il basamento, il fusto e il capitello. Il fusto è a sezione costante ed il capitello ri-
propone il disegno corinzio. Le colonne risultano proporzionate in funzione dell’entità dei carichi che sono chia-
mati a portare: dalla colonna a sezione maggiore del primo ordine si passa alla colonna del terzo ordine a se-
zione più esile. La snellezza delle colonne esaltano la capacità portante della ghisa.

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Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.9 – Strutture dei magazzini del ‘Porto vecchio’ di Trieste

Le colonne in ghisa portano la struttura dei ballatoi costituita da una doppia orditura di travi in ferro.
L’orditura principale definisce, insieme alle colonne, un telaio piano; l’orditura secondaria è chiamata a portare
le voltine a getto dei ballatoi.
Sul fronte opposto del magazzino troviamo, invece, due ordini di colonne in ghisa che sostengono i ballatoi ester-
ni a servizio del magazzino. Anche in questo caso la ghisa viene impiegata riproponendo l’organizzazione stili-
stica delle colonne dei classici edifici in muratura.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.10 - La Torre Eiffel


“Il primo principio per un’estetica architettonica è che le linee essenziali di una costruzione siano perfettamente
appropriate alla loro destinazione. Di quali condizioni ho tenuto conto nella torre? Della resistenza al vento.
Ebbene io sono sicuro che la curva dei quattro piloni darà una grande impressione di forza.” (Gustave Eiffel)

La torre, costruita in occasione


dell’Esposizione universale del 1889, è alta
300 m, ha il lato del quadrato di base che
misura 100 m e pesa 800 tonnellate circa.
Gustave Eiffel, ingegnere imprenditore, si
assunse tutti i rischi dell’opera, e per dissi-
pare ogni dubbio sulla sua sicurezza, ag-
giunse alla costruzione alcuni elementi super-
flui dal punto di vista strutturale. Ad esem-
pio alla base troviamo gli archi, che arrivano
fino alla prima piattaforma, che sono sem-
plicemente sospesi alla struttura portante.

La Torre Eiffel, che oggi gode di un favorevole giudizio estetico, al tempo della sua costruzione fu oggetto di a-
spre critiche.
Bruno Zevi la pone fra le più significative realizzazioni dell’era della tecnica e riconosce la sua importanza
nell’architettura moderna. Wachsmann, invece, giudica Eiffel un mago delle moderne costruzioni in acciaio e
trova sorprendente come la torre, sebbene ottenuta attraverso la geometria bidimensionale delle singole parti, rie-
sca a realizzare un sistema spaziale.
Nella Torre Eiffel è superata la strutturazione per mezzo dei pieni, e si realizzano all’interno le promenade
architettoniche tanto care a Le Corbusier.

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Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.11 - Ponte sul Garabit


Gustave Eiffel non è l’inventore della costruzione metallica, ma nell’acciaio Eiffel vede le doti di leggerezza, di
riduzione di ingombro, di precisione di montaggio. Eiffel nel 1879 progetta il grande ponte sul Garabit, nel
quale si assottigliano i sostegni, si aumentano le portate, il vuoto prevale sui pieni.
Il grande arco parabolico presenta una freccia di 120 m.
Per resistere alla spinta del vento (fino a 270 kg/mq) Eiffel introduce il concetto della rotazione dell’asse
d’inerzia della sezione resistente: all’incastro l’asse risulta orizzontale, in chiave verticale.

Fig. 2.12 – Interno Casa Van Eetvelde

Nelle opere di Victor Horta i materiali ven-


gono impiegati in maniera sincera: l’acciaio
esprime la sua leggerezza che contrasta col
peso della pietra.
La linea curva di Horta, a “colpo di frusta”,
diviene il motivo conduttore dell’immagine
architettonica.
I balconi, gli aggetti, i tagli delle finestre e del-
le porte, diventano frasi di un discorso conti-
nuo e fluente dominato dalle linee ondulate e
dai piani.
Nel particolare d’interno della Casa Van
Eetvelde: i pilastri in acciaio sfioccano in alto
come i rami di un albero.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.13 – La galleria Umberto I a Napoli

La cupola è sostenuta da sedici arconi reticolari che pog-


giano su un anello circolare.
L’anello circolare poggia su otto arconi metallici a tutto
sesto. Gli arconi di sostegno della cupola sono travi reti-
colari ingentilite da motivi floreali.
Nelle zone di intersezione degli arconi sono disposte delle
metope che si staccano su motivi geometrici.
La galleria fu colpita da un bombardamento durante
l’ultima guerra e subito restaurata.
Lo scrittore americano John Horne Burns, dopo il bombardamento, scrisse: “La Galleria Umberto I è come un
atrio di stazione o una navata di chiesa. Si ha l’impressione di trovarsi in un museo, fino a che non si notano i
bar ed i negozi. Gli attacchi aerei su Napoli distrussero questa cupola di vetro. Con stridore si sparsero i pezzi
di vetro sul pavimento, un’orrenda nevicata. Ciò nonostante la vita nella galleria riprese. La galleria Umberto I
sembra provenire da una città che ogni cento anni riemerge dal mare, lasciandosi asciugare al sole.”

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Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.14 – Golden gate a San Francisco

Questa ardita opera di ingegneria, grande ed elegante porta di accesso alla baia di San Francisco, è caratteriz-
zata sia da soluzioni tecniche innovative per l’epoca sia da grande valenza formale.

A due piloni in acciaio, di sostegno e di controventature, si collega la struttura reticolare di acciaio sulla quale
scarica l’impalcato in calcestruzzo leggero.
E’ l’acciaio che rende questa struttura un’opera di architettura. Il materiale consente di ottenere un armonico
rapporto peso-luce a tutto vantaggio della leggerezza e della snellezza del ponte e del suo armonico inserimento
nell’ambiente naturale.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.15 - Alvar Aalto, La chiesa di Riola di Vergara

Nella chiesa di Riola di Vergara, la struttura portante prin-


cipale è formata da cinque portali, asimmetrici, in cemento
armato.
I portali sono stati prefabbricati in tre pezzi in stabilimento e
poi solidarizzati in opera.
I giunti di solidarizzazione sono tali da garantire la trasmis-
sione degli sforzi taglianti, flessionali e di compressione.

Marc Treib, in Aalto e la natura (Peter Reed, a cura di, Alvar Aalto 1898-1976, Electa, Milano 1998) in
merito al rapporto del maestro finlandese con l’ambiente naturale, afferma:

Nel corso della sua lunga carriera, Aalto mantenne in tema di edificazione nel contesto naturale un atteggiamento
straordinariamente costante, cercando ispirazione sia nei tratti fisici, sia nella dimensione mitica del paesaggio, in
patria e altrove. Quando le particolarità di un luogo sembravano imprimere un indirizzo preciso all’architettura,
egli era solito dare risalto alla morfologia del sito; se il luogo possedeva doti limitate, creava egli stesso il paesaggio:
fuori, dentro, o dentro e fuori la costruzione.

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Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.15 – Alvar Aalto, Aula Magna del Politecnico di Otaniemi

Fig. 2.16 - Alvar Aalto, Sezione dell’Aula


Magna del Politecnico di Otaniemi

Gli elementi strutturali della copertura, travi


con sezione ad L rovesciata, svolgono tre fun-
zioni: resistono e riportano i carichi agli ele-
menti portanti verticali, diffondono la luce
naturale in modo uniforme all’interno
dell’invaso architettonico, definiscono una ca-
vea all’esterno in contrapposizione-
continuazione della cavea interna.

Le proprietà del cemento armato, le buone resistenze alle sollecitazioni di


compressione, di flessione e di taglio, la plasmabilità 2 , hanno consentito di passare dal
trilite della Porta dei Leoni di Micene (Fig. 2.18), ai portali del Palazzo dell’UNESCO a
Parigi (Fig. 2.19), e dalla statica organizzazione delle volte a crociera della Chiesa di San
Domenico Maggiore a Napoli (Fig. 2.20) a quella dinamica dei gusci dell’Opera House
di Sidney (Fig. 2.21).
Queste proprietà hanno consentito di passare, inoltre, dalla organizzazione di una
scala in muratura a quella di una scala in cemento armato.
In particolare, nelle scale in muratura del Centro Antico di Napoli (Fig. 2.22), spesso
troviamo macchine strutturali che, anche se ardite, richiedono molteplici elementi
portanti, quali pilastri e archi in tufo, volte a crociera su piani inclinati per le rampe,
volte a crociera su piani orizzontali per i pianerottoli.
Nello Stadio di Firenze (Fig. 2.23), opera di Pier Luigi Nervi, una scala in cemento
armato sembra avvolgersi nel vuoto.

2 Attitudine del calcestruzzo ad assumere la forma, predefinita, al momento della posa in opera.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.18 - La porta dei Leoni a Fig. 2.19 - I portali dell’UNESCO


Micene

Fig. 2.20 - Volta a crociera di S. Fig. 2.21 - Copertura a guscio della Opera
Domenico Maggiore a Napoli House di Sidney

Fig. 2.22 - Volte a crociera di una Fig. 2.23 - Scala circolare rampante dello
scala, aperta sulla corte, di un palazzo Stadio di Firenze
napoletano

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Dal betunium al cemento armato

Il nuovo materiale da costruzione, insieme all’acciaio, si afferma in tutta Europa per


una serie di motivi, tra i quali possiamo ricordare:
x l’evoluzione delle tecniche costruttive, che consente di tendere verso soluzioni
sempre più ardite nel campo architettonico e delle infrastrutture;
x i progressi dell’industria siderurgica, che già nel 1850 era in grado di produrre
travi metalliche reticolari;
x l’aumento dei traffici, che richiese un radicale rinnovamento delle vie e dei mezzi
di comunicazione;
x l’evoluzione sempre più rapida delle condizioni sociali legata alla diffusione
dell’istruzione e della cultura tra le popolazioni;
x l’aumento demografico, determinato dalla riduzione della mortalità per le miglio-
ri condizioni igienico - sanitarie;
x l’aumento dei consumi, per soddisfare le esigenze crescenti di tutte le classi
sociali ed economiche.
In Italia l’uso del cemento armato si diffonde nel Novecento, a cavallo tra le due
grandi guerre, per rispondere alle esigenze di un rapido sviluppo della giovane Nazione.
Troviamo così nuove e significative costruzioni in cemento armato quale il ponte sul
Basento realizzato durante il ventennio fascista (Figg. 2.24 e 2.25).

Fig. 2.24 – Ponte ad arco sul Basento

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.25 – Ponte ad arco sul Basento

Due archi in cemento armato sostengono, attraverso tiranti, l’impalcato del ponte. Il cemento armato del ponte, sebbe-
ne realizzato durante il periodo delle sanzioni applicate dalla comunità internazione all’Italia, e quindi con barre di
armatura di scarsa qualità, si conserva ancora oggi in discrete condizioni, evidenziando l’ottima compattezza del calce-
struzzo e quindi buona durabilità.

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Dal betunium al cemento armato

Grazie agli studi teorici sulla statica del cemento armato condotti da grandi ricerca-
tori come il Guidi, il Canevazzi, il Colonnetti, ed altri, che hanno permesso a grandi
progettisti, quali Riccardo Morandi, Pier Luigi Nervi e Musmeci, di realizzare architet-
ture in cemento armato ammirate ancora oggi da tutti, quali il Ponte sulla Basentana di
Riccardo Morandi (Figg. 2.26, 2.27, 2.28), il Palazzetto dello Sport a Roma di Pier Luigi
Nervi (Fig. 2.29), il Ponte sul Basento a Potenza di Sergio Musmeci (Figg. 2.30, 2.31) e,
ancora, il ponte Platano sulla Basentana di Riccardo Morandi (Figg. 2.32, 2.33 e 2.43).

Fig. 2.26 – Riccardo Morandi: Ponte sulla Basentana


Percorrendo la Basentana, nel tratto che collega Sicignano degli Alburni a Potenza, dopo una curva a largo
raggio si rivela, gradatamente, questo ponte di Riccardo Morandi. L’originalità dell’opera, unitamente alla sua
maestosità, sono tali che anche l’automobilista più frettoloso non può fare a meno di rallentare per cogliere ogni
aspetto dell’opera: dall’inserimento nell’ambiente ai dettagli costruttivi, dal disegno impresso sul calcestruzzo
dalle casseforme alla disimmetria dei tiranti.
I tiranti, collegati in alto ai portali sub-verticali, disegnano nello spazio coppie di elementi strutturali, a V rove-
scia, che sostengono l’impalcato del viadotto.
Il disegno della struttura è dettato dalle azioni in gioco: i portali sono inclinati sul lato dei tiranti di luce minore
per meglio assorbire la maggiore trazione indotta dai tiranti di luce più grande; i traversi dei portali sub – verti-
cali presentano la sezione retta con una originale forma pentagonale per favorire la composizione delle forze in
gioco.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.27 – Riccardo Morandi: Ponte sulla Basentana

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Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.28 – Riccardo Morandi: Ponte sulla Basentana


Le immagini evidenziano i dettagli costruttivi della struttura di Morandi. I tiranti delle campate centrali del
ponte si collegano a traversi in cemento armato che sostengono l’impalcato. I tiranti delle campate minori, quelle
esterne, sono vincolati, invece, alla struttura di fondazione. Il sistema strutturale, pur nella sua semplice orga-
nizzazione, sfrutta al meglio le caratteristiche di resistenza del cemento armato: ogni elemento costruttivo è chia-
mato a garantire l’equilibrio delle forze in gioco.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.29 – Pier Luigi Nervi: Palazzetto dello


sport, Roma

Il Palazzetto dello Sport di Roma, costruito per


le olimpiadi del 1960, presenta una pianta circo-
lare racchiusa al di sotto di una cupola ondulata
che poggia su 36 forcelle ad Y in cemento armato.
La parte inferiore della innovativa cupola, elegan-
temente nervata, poggia puntualmente sulle forcel-
le a Y permettendo di realizzare un nastro conti-
nuo finestrato che si sviluppa tutto intorno allo
stadio.

Fig. 2.30 – Sergio Musmeci: Ponte sul Basento a Potenza


Sergio Musmeci in questo ponte supera lo schema a trilite inventando una struttura organica e zoomorfa. I gu-
sci in cemento armato, di sostegno dell’impalcano, richiamano la struttura vertebrale di un preistorico animale.

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Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.31 - Sergio Musmeci: Ponte sul Basento a Potenza


L’opera si distacca dai consueti canoni strutturali e dimostra come possa essere evidenziata la proprietà plastica
del calcestruzzo senza rinunziare alla sua resistenza meccanica.

Sergio Musmeci con il suo slancio inventivo, supera


l’inerzia mentale che ha portato alla diffusione del tri-
lite in un campo delle costruzioni che tanto lustro ha
dato all’Italia:

“si semplifica lo schema statico regredendo


gradualmente al trilite, e perciò rinunciando
non solo all’arte, ma anche agli apporti della
scienza contemporanea” (Sergio Musmeci)

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.32 – Riccardo Morandi. Il ponte Platano sulla Basentana


Sulla Basentana, tra Romagnano al Monte e Vietri di Potenza, si incontra un’altra splendida struttura di Ric-
cardo Morandi: il Ponte Platano.
In quest’opera vengono coniugati armonicamente i due principali materiali strutturali della nostra epoca: il ce-
mento armato e l’acciaio.
L’impalcato e i portali del viadotto sono in cemento armato, i ‘pendoli’ e la campata del ponte sono in acciaio.
Nonostante il carattere selvaggio del paesaggio la struttura del ponte si inserisce stupendamente nell’ambiente na-
turale con la sua elegante forma che esprime e denuncia il comportamento statico degli elementi costruttivi.

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Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.33 – Riccardo Morandi. Il ponte Platano sulla Basentana


I pendoli sono formati da elementi scatolari in acciaio collegati e controventati con travi a traliccio ancora in ac-
ciaio. I pendoli, incernierati al basamento in cemento armato, convergono verso l’alto fino a presentare la sezione
trasversale minima in corrispondenza dell’innesto con l’impalcato.
Morandi progetta anche un originale carrello elevatore per la manutenzione della struttura: il passo del carrello è
variabile per seguire l’andamento delle guide la cui distanza diminuisce man mano che si sale verso l’alto.
Alla struttura dell’alta velocità del XX secolo si affianca un’antica struttura della velocità degli anni trenta.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.34 –Il ponte Platano sulla Basentana e il ponte ad arco degli anni trenta

La via dell’alta velocità testimonia le grandi capacità progettuali del suo Autore e la grande perizia delle mae-
stranze che l’hanno costruita; il ponte ad arco degli anni trenta, oggetto di un recente restauro, con l’armonico
disegno dell’organizzazione strutturale, certamente regge il confronto con il Ponte Platano.
Entrambe le strutture per utilitas, firmitas e venustas costituiscono significative testimonianze degli anni in cui
sono state progettate e costruite. Entrambe le strutture sono un ‘bene culturale’ per la nostra società e come tali
vanno conservate e salvaguardate.

Ma in questo piccolo angolo d’Italia le sorprese non finiscono qui. Alle due strutture per la mobilità su ruota si
affianca una terza via: una ferrovia, ad un solo binario, che corre in una galleria artificiale.
Nell’immagine di sinistra si intravede l’imbocco della galleria artificiale costruita a protezione della linea ferra-
ta.
È affascinante sognare che per un istante sulle tre vie si trovino a passare contemporaneamente una velocissima
Ferrari, una veloce Bugatti e una romantica locomotiva a vapore.

L’affermazione del cemento armato nelle costruzioni è legata essenzialmente ad al-


cune fortunate circostanze:
x Il calcestruzzo e l’armatura metallica presentano valori del coefficiente di dilata-
zione termica quasi identici.
L’identico coefficiente di dilatazione termica (ơ=0,00001 °C-1) dell’armatura e del
calcestruzzo consente al materiale composito cemento armato di deformarsi uni-
formemente in presenza di variazioni termiche: non insorgono, così, tensioni in-
terne che porterebbero alla formazione di fessurazioni.

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Dal betunium al cemento armato

x La buona aderenza che si manifesta tra l’armatura metallica (oggi esclusivamente


ad aderenza migliorata grazie a nervature e risalti) ed il calcestruzzo, porta
l’armatura a seguire il calcestruzzo nelle sue deformazioni sotto carico: l’armatura
interagisce con il calcestruzzo assorbendo gli sforzi di trazione.
x Il calcestruzzo resiste agli sforzi di compressione con la forma e la massa delle
sue sezioni, le armature metalliche agli sforzi di trazione.
Il risultato è un materiale eccezionale, plasmabile in forme infinite, che consente di
coprire luci elevate, anche grazie alla tecnica della precompressione, e di realizzare le
grandi architetture della nostra epoca.
Nel panorama italiano del Novecento Riccardo Morandi e Pier Luigi Nervi rappre-
sentano certamente progettisti di punta sia per aver contribuito concretamente allo svi-
luppo tecnico delle costruzioni in cemento armato, sia per aver progettato strutture che
costituiscono potenti composizioni spaziali.
Riccardo Morandi 3 progetta strutture a destinazione diversa, dalle abitazioni ai ponti
e viadotti, concepite come sperimentazione delle potenzialità offerte dal cemento ar-
mato, normale e precompresso.
Nella progettazione di alcuni ponti Morandi adotta un originale schema strutturale
che, superando quelli voltati e a trilite, si caratterizza per due strutture a V, rovesciate
tra loro, che formano i sostegni verticali (Figg. 2.35 e 2.36).
La prima struttura a V, la più piccola, presenta il vertice incernierato alla base di ap-
poggio e sorregge a mensola la prima parte della travatura del ponte; la seconda struttu-
ra a V, la più grande, si innalza nello spazio verso l’alto e costituisce elemento di anco-
raggio degli stralli che reggono il secondo tratto della travatura.
Lo schema, logo del nostro Ingegnere, per la sua forma scultorea e per il magico e-
quilibrio delle forze interagenti, permette a Morandi di realizzare opere prestigiose,
quali il viadotto sul Polcevera a Genova e il Ponte sul Wadi El Kuf in Libia.

3 Riccardo Morandi (Roma, 1 settembre 1902 – Roma, 25 dicembre 1989) si laurea in ingegneria nel
1927, e subito inizia la sua attività professionale progettando alcuni edifici per abitazione ed alcuni ci-
nematografi, tra cui il Cinema Maestoso, l’Augustus e il Giulio Cesare di Roma.
Si dedica alla ricerca scientifica sulle strutture di cemento armato precompresso e nel 1948 brevetta un
sistema di precompressione che porta il suo nome. Morandi realizza varie opere in cemento armato
precompresso, quali ponti, costruzioni industriali, e centrali termoelettriche.
Insegnò Tecnologia dei materiali e Tecnica delle costruzioni presso l’Università degli Studi di Roma;
tenne corsi presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze e nel 1971 divenne
Research Professor presso l’Università di Stato della Florida. Tra le tante opere progettate da Morandi
si ricordano il Ponte Vespucci a Firenze, il Viadotto Fausto Bisantis a Catanzaro e il Viadotto sul tor-
rente Polcevera dell’Autostrada Genova-Ventimiglia.
Riccardo Morandi è stato, insieme a PierLuigi Nervi, la figura di punta tra gli ingegneri italiani del No-
vecento. Ha contribuito allo sviluppo tecnico delle costruzioni in cemento armato ed ha creato struttu-
re che, attraverso il calcolo statico, rappresentano potenti composizioni spaziali. Con Morandi le men-
sole e gli sbalzi, le travi appoggiate, gli archi a tre cerniere, gli stralli e i telai diventano complesse figure
statiche che sono croce e delizia degli studenti di ingegneria e architettura. Alla luce dei metodi costrut-
tivi tradizionali, le strutture in cemento armato di Morandi sembrano irrealizzabili e proprio per questo
risultano efficienti, logiche ed economiche.

35
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Pier Luigi Nervi 4 definisce le sue architetture attraverso una attenta interpretazione
dei principi che la statica gli offre. Le testimonianze più autentiche della sua filosofia
progettuale sono le opere più recenti, quali i grattacieli di Montreal e di Sydney, la Car-
tiera di Burgo (Fig. 2.37), la Sala delle Udienza in Vaticano, e il Palazzetto dello Sport
di Roma 5 . Pier Luigi Nervi, attraverso la sperimentazione e la ricerca, supera i vincoli
imposti dalle leggi fisiche e realizza forme e strutture che si ispirano chiaramente alla
natura.

Fig. 2.35 - Riccardo Morandi. Il ponte Wadi El Kuf Al Beida – Libia

4 Pier Luigi Nervi (Sondrio, 21 giugno 1891 – Roma, 9 gennaio 1979) si laurea in ingegneria presso
l’Università degli Studi di Bologna nel 1913.
La sua prima struttura è quella del cinema teatro Augusteo di Napoli, ma il primo lavoro che lo farà
conoscere a livello internazionale è lo stadio Berta di Firenze, l’attuale Stadio Artemio Franchi. Tra il
1935 e il 1943 Pier Luigi Nervi progetta aviorimesse per l’Aeronautica italiana, a Castel Viscardo e ad
Orbetello, realizzando ampie volte di copertura in cemento armato, che lo rendono protagonista
dell’evoluzionismo in architettura in un continuum tra il grande passato artistico dell’Italia e il Nove-
cento. Nel 1961 Pier Luigi Nervi realizza il Palazzo delle Esposizioni "Italia ‘61" a Torino, forse la sua
opera più significativa, e nel 1964 la nuova aula per le udienze pontificie in Vaticano, nota come “Aula
Nervi”. Nel merito delle linee guida della produzione progettuale, Pier Luigi Nervi afferma: "Come
sempre in tutta la mia opera progettistica ho constatato che i suggerimenti statici interpretati e definiti
con paziente opera di ricerca e di proporzionamento sono le più efficaci fonti di ispirazione architetto-
nica. Per me questa regola è assoluta e senza eccezioni".
5 Il Palazzetto dello Sport di Roma è stato progettato da Pier Luigi Nervi in collaborazione con Anni-

bale Vitellozzi.

36
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.36 - Riccardo Morandi. Schema statico e foto del ponte Wadi El Kuf Al Beida – Libia

Fig. 2.37 - Pier Luigi Nervi. La Cartiera di Burgo

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

2.1 Evoluzione storica del calcestruzzo


Fin dal V sec. a.C., in Oriente furono impiegati materiali come il ferro ed i leganti i-
draulici. Questi materiali li troviamo usati anche in Egitto, in Grecia nel IV e III sec a.
C., nelle opere dei Cartaginesi ed infine in molte costruzioni dei Romani.
In origine il calcestruzzo 6 era formato da una miscela di calce e di frantumi di mat-
toni, oppure da una miscela di calce e di sabbia vulcanica, che era estratta principal-
mente dalle cave di Pozzuoli.
L’homo faber ha sempre cercato di migliorare i materiali che aveva a disposizione per
ottenere prodotti sempre più durevole nel tempo; si riscontra un continuo sforzo per
migliorarne le caratteristiche di resistenza associando anche più materiali, come nel ca-
so dei mattoni impastati con fibre organiche. Il Libro dell’Esodo (5.6 - 8) testimonia
che la paglia veniva aggiunta nell’impasto di argilla per ottenere mattoni crudi più resi-
stenti:

“(…..) Il faraone dette quest’ordine agli ispettori del popolo e ai suoi sorveglianti:
voi non darete più, come prima, la paglia al popolo per fare i mattoni; vadano essi a
raccogliersi della paglia! E imponete loro la stessa quantità di mattoni di prima, sen-
za diminuzione alcuna”

Anche se nell’immaginario collettivo gli antichi schiavi egizi trainavano grossi bloc-
chi di pietra per costruire le piramidi, una moderna ricerca condotta da una equipe di
scienziati franco–statunitensi confermerebbe la teoria, avanzata intorno al 1970, dal ri-
cercatore francese Joseph Davidovits, secondo la quale gli Egiziani utilizzavano una
sorta di calcestruzzo per riempire i blocchi di pietra che venivano scavati all’interno,
prima di essere portati in cima alla costruzione. Era così possibile alleggerire i possenti
e maestosi blocchi di pietra.
I ricercatori, attraverso le analisi svolte su alcuni blocchi lapidei delle grandi piramidi
egiziane risalenti al 3000-1800 a.C., hanno accertato che questi sembrano essere forma-
ti da una pietra riagglomerata, ossia da una pietra formata da calcare, carbonato di so-
dio, silicati idrati ed infine da fibre organiche, come peli o capelli, che consentivano di
conferire una certa resistenza a trazione riducendo il comportamento fragile del mate-
riale. Nei blocchi è stata riscontrata, inoltre, la presenza di frammenti di intonaco colo-
rato in rosso.
Ci troviamo forse di fronte al primo esempio di riciclo dei materiali (i frammenti di
intonaco rosso) provenienti da demolizioni e, quindi, di costruzione sostenibile.
Secondo i professori Gilles Hug, dell’Agenzia di ricerca aerospaziale francese, e Mi-
chel Barsoum, dell’Università di Philadelphia, non tutte le pietre presentavano questo
riempimento. In particolare, il calcestruzzo di riempimento risulta utilizzato principal-
mente per i blocchi lapidei destinati ai livelli più alti, come nel caso delle piramidi di
Giza (Fig. 2.38), mentre la rimanente parte doveva essere formata da rocce calcaree na-
turali.
Da questo studio, che ha visto l’impiego di raggi X, di lampade al plasma e di microscopi

6 Il termine calcestruzzo deriva dal latino calcis structio, che significa struttura a base di calce.

38
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.38 - La Sfinge con la Piramide di Chephren, una delle piramidi della Valle di Giza

elettronici, emerge che gli Egiziani, per realizzare il calcestruzzo di alleggerimento, a-


vrebbero utilizzato calcare tenero impastato con l’acqua del Nilo e arricchito, poi, con
cenere.

Un’altra importante scoperta, che confermerebbe l’ipotesi di Davidovits, è stata


quella della Stele della Carestia. A nord di Assuan, nell’isola di Sehel, nel 1889 venne re-
cuperata dall’archeologo C.E. Wilbour una stele di roccia con una incisione di difficile
lettura. La stele, oggi conosciuta con il nome di Stele della Carestia (Fig. 2.39), è stata
oggetto di studio di molti ricercatori per alcuni decenni.
Gli egittologi hanno trovato che la terza parte della scritta tratta della costruzione
degli edifici e dei monumenti. Sembra che nella Stele ci sia la chiave per conoscere una
tecnologia costruttiva perduta. Nella colonna 19 della Stele troviamo scritto, infatti, che
il giovane faraone Zoser ricevette in sogno dal dio Knuhm una lista di minerali da im-
piegare per realizzare in loco le pietre da utilizzare nelle costruzioni, al posto delle pie-
tre naturali. Questa interpretazione del testo della Stele porta il Davidovits a sostenere
che il faraone Zoser sia stato istruito dalla classe sacerdotale alla costruzione di pietre
per realizzare nel 2750 a.C. la prima piramide conosciuta.
Enrico Baccarini, in Il cemento dei faraoni, tra mito e realtà, nel merito delle teorie di Da-
vidovits, commenta come questi abbia cercato di comprendere se le notizie riportate

39
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

sulla stele potessero essere alla base della ri-costruzione geopolimerica 7 delle rocce cal-
caree delle piramidi. Dal punto di vista geochimico il 90% dei blocchi della Grande Pi-
ramide è costituito da materiale di tipo calcareo mentre il restante 10% è costituito dal
materiale cementante. Secondo Davidovits ci potremmo trovare davanti ad ottime imi-
tazioni di rocce, costruite con una tecnologia di non difficile ripetibilità per gli antichi
egiziani. Davidovits è riuscito a riprodurre fedelmente rocce calcaree partendo dai loro
costituenti base. Osservando, poi, le proprietà disgreganti degli acidi facilmente reperi-
bili anche presso le antiche dinastie egiziane, Davidovits ha proposto un modello chi-
mico che ha ottenuto ampio successo nel mondo della ricerca e della chimica. Alcuni
acidi, quali il formico e l’acetico, sono in grado di disciogliere letteralmente una pietra
fino a farla diventare una sostanza fangosa.
Questa sostanza, se ri-arricchita con sabbia di granito, insieme ad alcuni estratti ve-
getali, riassume, solidificandosi, l’aspetto di un blocco di granito naturale (Fig. 2.40).

Fig. 2.39 - La Stele della Carestia Fig. 2.40 - Costruzione piramidale di Davidovits con la
metodologia desunta dalla Stele della Carestia

Secondo Davidovits, quindi, gli enormi blocchi delle piramidi, alti dai 2 ai 3 m e pe-
santi fino a 500 tonnellate, sarebbero stati costruiti in loco e dovevano essere composti
per un 90-95% da materiale di tipo calcareo e per un 5-10% da leganti geologici natura-
li. I costruttori egiziani avrebbero utilizzato una tecnologia simile a quella del nostro
calcestruzzo, utilizzando la soda caustica, ottenuta dal carbonato di sodio (che si trova
in Egitto allo stato naturale) e i silicati idrati (che gli Egiziani estraevano dalle miniere
del Sinai), in sostituzione del nostro cemento d’alto forno. Secondo la teoria di Davi-
dovits, che molti ritengono tutt’altro che astorica o inverosimile, invece di 100.000
uomini che avrebbero lavorato ogni giorno per quarant’anni per costruire una pirami-
de, sarebbero bastati 1400 operai e vent’anni di lavoro.
Nel merito dell’unione di più materiali, sappiamo che sia i greci che i romani associa-

7 Con il termine geopolimerizzazione si intende un processo chimico di aggregazione di minerali il cui


risultato riproduce fedelmente e chimicamente una roccia partendo dai suoi costituenti base.

40
Dal betunium al cemento armato

rono soprattutto il ferro alla pietra realizzando cuciture degli elementi lapidei che ga-
rantivano una resistenza a trazione. Questa tecnologia dei rinforzi metallici doveva es-
sere molto nota ai costruttori romani come testimoniano le grappe che collegano i
blocchi di travertino del Colosseo (Fig. 2.41), che hanno richiesto l’impiego addirittura
di oltre 300 tonnellate di ferro dolce.
Durante il medioevo, però, il Colosseo è stato oggetto di occupazione da parte dei
calcinatori i quali realizzarono nel monumento le proprie abitazioni e le proprie officine,
tanto che la zona fu denominata Calcarium 8 . I calcinatori ottenevano la calce cuocendo i
blocchi di marmo e di travertino che provenivano dalle parti crollate del monumento e
praticavano nei blocchi di travertino i famosi buchi per estrarre le grappe di piombo, a
forma di doppia coda di rondine (Fig. 2.42), che univano i blocchi.
Anche se il cemento viene prodotto per la prima volta nell’Ottocento, i costruttori
romani già utilizzavano l’opus caementicium, ordinario e leggero. L’impiego del calce-
struzzo si trova documentato a Roma già intorno al III secolo a.C., come ad esempio
nell’acquedotto Appio, e da allora i costruttori romani hanno fatto un largo uso del cal-
cestruzzo, ossia della miscela di pozzolana, ghiaia, calce e acqua, con capacità di svilup-
pare resistenze meccaniche anche in ambiente umido.
Vitruvio, per primo, utilizza il termine calcestruzzo per definire un composto, molto
simile al conglomerato cementizio che impieghiamo oggi, che chiama opus caementicium,
formato da pietre, o rottami di mattone, mescolati con calce, sabbia ed acqua.

Fig. 2.41 - Il Colosseo Fig. 2.42 - Il grappaggio con piombo di blocchi lapidei

8 Il Colosseo per molti secoli è stato una vera risorsa edilizia. Anche se i romani medioevali fecero
grossi danni al Colosseo, ben più gravi sono stati i danni causati dai pontefici del Rinascimento. In età
rinascimentale i conci lapidei del Colosseo furono utilizzati per realizzare la tribuna di S. Giovanni in
Laterano (1439), la Basilica di San Pietro (1451), il Palazzo San Marco (metà del XV sec.) e il Ponte
Emilio (1574). Ma anche in età barocca il Colosseo fu vittima di energiche spoliazioni soprattutto da
parte di Papa Urbano VI che utilizzò i blocchi per la costruzione del Palazzo Barberini e, dopo il ter-
remoto del 1703, per la costruzione del Porto di Ripetta.

41
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

In merito alla qualità della calce Vitruvio, nel Libro Settimo del De Architectura al
capo II 9 , scriveva:

“A macerazione 10 ultimata e dopo aver tutto scrupolosamente predisposto per la


messa in opera, si prenda una cazzuola e allo stesso modo con cui si taglia il legname
con l’ascia, si tagli con quella la calce. Se si troveranno dei grumi vorrà dire che la
calce non è pronta; se la cazzuola uscirà asciutta e pulita vorrà dire che la calce è
fiacca e arida, mentre per essere grassa e ben macerata dovrà restare attaccata come
colla al ferro della cazzuola.” 11

In merito alla qualità della sabbia, inoltre, Vitruvio nel Libro Secondo al capo IV del
suo Trattato, scriveva:

“Nelle costruzioni in calcestruzzo bisogna in primo luogo trovare la sabbia adatta


non mista a terra, per impastare la malta. Le varietà di sabbia da cava sono: nera,
bianca, rossa e rossa scura. Ottima è quella che sfregata tra le dita produce un legge-
ro crepitio. Quella mischiata a terra, invece, non presenta caratteristiche di ruvidez-
za. Altrettanto buona di qualità si rivela quella che gettata su un lenzuolo bianco non
lascerà tracce di terra né di sporco dopo essere stata scossa via.
In assenza di cave si potrà ricavare la sabbia dai fiumi, dalla ghiaia o anche dalla rena
del mare. Questo tipo presenta però degli inconvenienti nelle costruzioni: fa fatica
ad asciugarsi e di conseguenza per non appesantire la struttura muraria occorre ad
intervalli farla riposare (…).” 12

Vitruvio insegnava che per le opere idrauliche, e per quelle esposte all’azione
dell’acqua piovana, la sabbia doveva essere sostituita, tutta o in parte, con la pozzolana,
detta pulvis puteolana, oppure con il coccio pesto. Il rottame di pietra, da usare per

9 Marco Vitruvio Pollione, De Architectura – Traduzione di Luciano Migotto - Edizioni Studio Tesi,
Pordenone 1990
10 Per macerazione deve intendersi lo spegnimento della calce.
11 Traduzione di Luciano Migotto. “Cum autem abita erit ratio macerationis et id curiosius operi prae-

paratum erit, sumatur ascia et, quemadmodum materia dolatur, sic calx in lacu macerata ascientur. Si ad
eam offenderint calculi, non erit temperata; cumque siccum et purum ferrum educentur, indicabit eam
evanidam et siticulosam; cum vero pinguis fuerit et recte macerata, circa id ferramentum uti glutinum
haerens omni ratione probabit se esse temperatam.” - Marco Vitruvio Pollione, De Architectura, Colle-
zione Biblioteca, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1991
12 Traduzione di Luciano Migotto. “In caementiciis aute structuris primis est de harena quaerendum, ut

ea sit idonea ad materiem miscendam neque habeant terram commixtam. Genera autem harenae fossi-
ciae sunt haec: nigra, cana, rubra, carbunculus. Ex his quae in manu confricata fecerit stridorem, erit
optima; quae autem terrosa fuerit, non habebit asperitatem. Item si in vestimentum candidum ea co-
niecta fuerit, postea escussa vel icta id non inquinarti neque ibi terra subsiderit, erit idonea. Sin autem
non erunt arenaria, unde fodiatur, tum de fluminibus aut e glarea erit excernenda, non minus etiam de
litore marino. Sed ea in structuris haec habet vitia: difficulter siccescit, neque onerari se continenter pa-
ries patitur, nisi intermissionibus requiescat (…).” - Marco Vitruvio Pollione, De Architectura, Collezione
Biblioteca, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1991

42
Dal betunium al cemento armato

confezionare il calcestruzzo, doveva essere non più grosso di una mano ed era chiamato
caementum, dal latino caedo che significa tagliare in pezzi.
In particolare, nel Libro Quinto al capo XII del già citato Trattato, Vitruvio parla
della sabbia vulcanica di Cuma, ovvero della pozzolana, per la costruzione dei porti:

“La struttura del molo destinata a rimanere sott’acqua deve essere fabbricata con
polvere pozzolana importata da quella regione che si estende da Cuma fino al pro-
montorio di Minerva, mescolata con calce nel rapporto di due a uno. Quindi occor-
rerà calare in acqua, nella zona prestabilita, dei cassoni senza fondo che verranno
saldamente serrati con pali di quercia e ancorati per mezzo di catene, poi si procede-
rà a livellare e a ripulire la parte di fondale tra loro compresa, provvedendo a fare
una gettata di malta e calcestruzzo come s’è detto sopra, fino a che la struttura mu-
raria non avrà completamente riempito il vuoto dei cassoni.” 13

Dall’opera di Vitruvio è possibile anche desumere quali dovevano essere i rapporti


delle sabbie con la calce suggeriti per formare le malte da utilizzare per unire i mattoni
nelle murature, per gli intonaci, per la formazione del calcestruzzo da aggiungere ai
caementi, cioè ai frantumi di pietre, marmi, tufo e mattoni (Libro Secondo, capo V):

“La calce ... una volta raffreddata la si mescola con sabbia nel rapporto di uno a tre
se questa è di cava, di uno a due se invece è di fiume; così si ottiene un dosaggio ben
equilibrato. Ma il risultato sarà ancora migliore se alla sabbia di fiume o di mare si
aggiungerà la terza parte di frammenti di coccio pestato e setacciato.”14

Per il buon risultato dell’opera si faceva affidamento sulla battitura, o costipamento,


sia per le malte da intonaco che per i calcestruzzi (trattamenti che ancora oggi sono alla
base della tecnica di confezione dei migliori calcestruzzi) e le avvertenze di Vitruvio a
questo riguardo erano confermate anche da Plinio che, per i calcestruzzi impiegati per
la costruzione delle cisterne, raccomandava che le fondazioni ed i fianchi fossero ben
battuti con mazze di ferro.
Lo stesso Plinio afferma che il conglomerato di calce e pietra era conosciuto ed ap-
plicato anche dagli egiziani. Infatti, nel descrivere il labirinto di Lemnos racconta che,
13 Traduzione di Luciano Migotto. “Eae autem structurae, quae in acqua sunt futurae, videntur sic esse
faciendae, uti portetur pulvis a regionibus, quae sunt a Cumis continuatae ad promunturium Minarvae,
isque misceatur, uti in mortario duo ad unum respondeant. Deinde tunc in eo loco, qui definitus erit,
arcae stipitibus robusteis et catenis inclusae in acquam demittendae destinandaeque firmiter; deinde in-
ter ea extrastilis inferior pars sub aqua exaequanda et purganda, et caementis ex mortario materia mixta,
quemadmodum supra scriptum est, ibi congerendum, denique compleatur structura spatium, quod fue-
rit inter arcas.” - Marco Vitruvio Pollione, De Architectura, Collezione Biblioteca, Edizioni Studio Tesi,
Pordenone 1991
14 Traduzione di Luciano Migotto. “Cum ea (la calce) erit extincta, tunc materia ita misceatur, ut, si erit

fossicia, tres harenae et una calcis infundatur; si autem fluviatica aut marina, duo harenae, una calcis
coiciatur. Ita enim erit iusta ratio mixtiones temperaturae. Etiam in fluviatica aut marina si qui testam
tunsam et succretam ex termia parte adiecerit, efficiet materiae temperaturam ad usum meliorem” -
Marco Vitruvio Pollione, De Architectura, Collezione Biblioteca, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1991

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

anche se più piccolo, era simile a quello che sorgeva in Egitto e che nel centro aveva un
peristilio con un’alta colonna costruita tutta in conglomerato di calce e pezzi di marmo
e non in blocchi monolitici.
In un primo momento il calcestruzzo, formato da frammenti di laterizio miscelati
con il pietrisco, venne utilizzato nelle opere di fondazione, quali le platee; successiva-
mente anche per la costruzione di grandi edifici come la Basilica di Massenzio (Fig.
2.43), le Terme di Caracalla (Fig. 2.44) e la celeberrima cupola del Pantheon, la cui luce
di oltre 43 m è rimasta insuperata fino ai primi anni del ‘900 (Fig. 2.45).
Nel Pantheon è possibile leggere una originale organizzazione costruttiva che testi-
monia la grande maestria cantieristica dei costruttori romani. Le fondazioni sono costi-
tuite da un grande anello di calcestruzzo mentre i muri perimetrali presentano i para-
menti esterni in mattoni e un riempimento interno di calcestruzzo.
Per la cupola il getto avveniva per strati circolari su una maestosa centina (Fig. 2.46).
Grazie a questa procedura costruttiva ed al materiale impiegato, la cupola non si com-
porta come una volta che sfrutta l’effetto cuneo, ma come un unico elemento struttura-
le che riduce le spinte sui muri.
Cinque ordini di cassettoni (Fig. 2.47) alleggeriscono l’immagine interna della cupola
conferendole un maggiore slancio verso l’alto. In particolare, la cupola ha il raggio di
curvatura uguale a quello del corpo cilindrico per cui la forma del tempio è quella di
una mezza sfera sovrapposta a un cilindro di pari altezza e di pari raggio.
La sezione del Pantheon (Fig. 2.48) evidenzia l’intelligente soluzione che applicaro-
no i romani nella costruzione: l’impasto di calcestruzzo veniva alleggerito procedendo
verso l’alto, per la presenza non solo della calce ma anche degli inerti di pomice, di vo-
lume più piccolo.
Lo spessore della cupola, inoltre, gradualmente si riduce a partire dai sette metri
dell’imposta fino alla misura di circa un metro in corrispondenza dell’occhio di chiave.

Fig. 2.43 - Basilica di Massenzio Fig. 2.44 - Terme di Caracalla

44
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.45 - Interno del Pantheon

Ritornando alla centina, si può ipotizzare che essa doveva essere sostenuta da pilastri
in muratura in quanto la grande luce della cupola avrebbe richiesto la costruzione di
una impalcatura da sviluppare per l’intera superficie di base. L’impalcatura sarebbe stata
molto costosa per la grande quantità di legno richiesta, sia per coprire i 43 metri di
diametro della pianta sia per garantire adeguata stabilità sotto il gran peso del getto di
calcestruzzo.
L’idea di realizzare una serie di pilastri in muratura capaci di portare, a circa venti
metri dal suolo, la struttura della centina in legno e la massa di calcestruzzo della cupola
è stata poi riproposta, nei secoli successivi, nella costruzione di altre cupole.
Per la cupola i costruttori romani utilizzarono calcestruzzo impastato con scaglie di
tufo e mattoni, per la parte dell’imposta, e calcestruzzo di calce molto denso, misto a
ghiaino e pomice, per la parte superiore. Il calcestruzzo veniva posto in opera per strati
successivi, opportunamente compattati attraverso la battitura con mazze. I costruttori
aspettavano che il calcestruzzo avesse fatto presa prima di stendere gli strati successivi,
con conseguente lunghezza dei tempi di esecuzione dei vari strati.

Fig. 2.46 - Centina in legno per la cupola del Fig. 2.47 - Il cassettonato all’intradosso della cupola del
Pantheon Pantheon

45
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Questo procedimento, anche se molto lento, offriva la possibilità di tenere sotto


controllo i possibili cedimenti e gli eventuali fenomeni fessurativi che si potevano veri-
ficare per l’assestamento della struttura lignea provvisoria.
In sintesi, i principi costruttivi introdotti dagli architetti romani nella realizzazione
delle cupole furono, essenzialmente, l’alleggerimento crescente dei componenti della
struttura che nella parte inferiore era composta da calcestruzzo unito a conci di tufo,
che erano sostituiti, nella parte superiore, da scorie vulcaniche leggere o da pietre di
pomice.
Addirittura, al fine di realizzare grandi cupole leggere, i romani utilizzarono vasi di
laterizio che avevano il compito di alleggerire i rinfianchi della struttura; esempio signi-
ficativo in tal senso sono le Terme Stabiane di Pompei per le cui cupole furono utiliz-
zati anfore e tubi disposti in corrispondenza delle reni.

Fig. 2.48 - Ricostruzione grafica della sezione del


Pantheon
1
2

Legenda: 1. calcestruzzo con scaglie di tufo e scorie


5 vulcaniche; 2. calcestruzzo con scaglie di tufo e di
mattoni; 3. calcestruzzo con scaglie di mattoni; 4.
calcestruzzo con scaglie di tufo e di mattoni; 5. cal-
6 cestruzzo con scaglie di travertino e di tufo; 6. calce-
struzzo con scaglie di travertino

Un’altra applicazione del calcestruzzo la troviamo nel Mausoleo del Ciaurro 15 a


Marano di Napoli (Fig. 2.49). La cupola risulta realizzata con due tipi di opus
caementicium: la parte inferiore con opus caementicium ordinario, composto da calce,
pozzolana e detriti di tufo e di mattoni; la parte superiore, invece, con opus
caementicium leggero, composto da calce, pozzolana e lapillo o pomice.

15 Il Mausoleo è costituito da un poderoso basamento a pianta quadrata e da una cupola sostenuta da


un tamburo cilindrico. Nella parte bassa troviamo una camera sepolcrale rettangolare coperta da una
volta a botte, mentre nell’ambiente superiore, definito dal tamburo circolare e dalla cupola, sono pre-
senti altre piccole nicchie per le urne cinerarie. Tre finestre strombate, rifinite con piattabande in mat-
toni, illuminano la camera sepolcrale mentre due rampe di scala collegano l’accesso del Mausoleo, po-
sto nella campata di estremità della parete orientale, con i due piani della costruzione.

46
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.49 - Mausoleo del Ciaurro a Marano (Napoli)


Sulle facce del basamento una pilastratura sporgente in mattoni, suddivide ciascuna parete in quattro comparti
con il paramento ad opus reticulatum in blocchetti di tufo giallo e grigio. Allo stato la scomparsa dei blocchetti
di tufo giallo, meno durevole del tufo pipernoide grigio, conferisce al paramento murario il curioso aspetto a nido
di vespa.

Anche in questo caso i costruttori romani, con grande intuito statico, utilizzano i
materiali in funzione delle sollecitazioni indotte dai carichi applicati: per la parte
basamentale della cupola, dove le sollecitazioni sono maggiori, utilizzano il calcestruzzo
ordinario; per la parte alta, meno sollecitata, utilizzano il calcestruzzo leggero.
Prima dell’affermazione del calcestruzzo tutte le grandi costruzioni richiedevano
molti anni per la loro realizzazione, a causa delle difficoltà che i costruttori
incontravano per movimentare le enormi pietre utilizzate. Ad esempio, per realizzare il
Tempio di Apollo a Didima 16 , tra l’altro incompiuto, con la tecnica della costruzione in

16Didima era una tra le più importanti città della Ionia Antica. Infatti, gli scavi condotti negli ultimi an-
ni hanno dimostrato che la città era interessata da una intensa attività di insediamento. Il Tempio di
Apollo era un’area sacra e centro di oracolo strettamente dipendente da Mileto. Gli scavi che sono stati
eseguiti sulla ‘Via Sacra’, la via che collegava Mileto con Didima, hanno portato alla scoperta di una se-
de cultuale dedicata ad Artemide, che giustificherebbe il nome del tempio Didymaion che significa, ap-
punto, Tempio dei Gemelli.

47
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

saxum quadratum occorsero 462 anni (dal 332 a.C. al


130 d.C. circa); di contro, per costruire il Pantheon,
con la tecnica dell’opus caementicium, si impiegarono
solo sette anni (dal 118 d.C. al 125 d.C.).
Tuttavia la rapidità di esecuzione delle murature
(Fig. 2.50) fu soprattutto dovuta all’uso della
pozzolana nell’opus caementicium; infatti la calce,
non avendo proprietà idrauliche, avrebbe impiegato
molto tempo a fare presa in quanto, com’è noto, si
idrata solo a contatto con l’anidride carbonica
contenuta nell’aria, che avrebbe avuto difficoltà a
permeare attraverso i giunti delle fodere in mattoni
pieni che svolgevano il ruolo di casseforme.
I costruttori romani usavano la malta di pozzolana
anche per impedire le infiltrazioni di umidità. Con la
Fig. 2.50 - Muratura con paramenti malta di pozzolana, infatti, rivestivano le superfici
esterni in mattoni e riempimento con interne dei canali, delle fogne, delle cisterne e degli
calceastruzzo acquedotti; intonacavano i muri esposti alle
intemperie e quindi all’umidità; legavano i mattoni in
terreni pieni di acqua; realizzavano i pavimenti; cementavano le tegole per impedire la
penetrazione dell’acqua.
I costruttori romani nei Paesi in cui non esistevano pozzolane naturali, trass17 o altre
terre vulcaniche, come ad esempio in Britannia, per confezionare il loro calcestruzzo
utilizzavano materiali artificiali, quali i frammenti di mattoni, di mattonelle o di
terraglie.
Le tecniche costruttive romane anticipano, inoltre, l’idea del materiale cemento ar-
mato dei nostri giorni, allorquando introducono rinforzi di legno o di metallo,
all’interno dei possenti getti del loro calcestruzzo.
Vitruvio, a tal proposito, quando parla de “La disposizione dei bagni” (Libro Quin-
to, capo X del De Architectura) descrive il modo di realizzare finte volte in metallo e
malta:

“Si appendano alle travi per mezzo di uncini delle asticelle di ferro ad arco il più fitte
possibili così da potervi far poggiare delle tegole senz’orlo; si otterranno delle volte
poggianti interamente su di una struttura in ferro.
Le commettiture superiori delle volte saranno cosparse e levigate ad argilla mista a

17 La trass è una pozzolana naturale che ha trovato grande impiego in Olanda. Estratta ad Andernach, a
Bockenheim, ed a Francoforte sul Meno, la trass veniva trasportata, in quantità notevole, sul Reno in
Olanda. Qui veniva macinata e preparata per le miscele con la calce blu argillosa che proveniva dalle
rive del fiume Scheldt. Un primo strato di questa malta, con spessore di circa 30 cm, veniva steso sul
terreno, poi veniva spruzzato con acqua ed infine veniva coperto con un secondo strato di trass dello
stesso spessore. Dopo due o tre giorni i due strati venivano mescolati insieme e ben battuti per poi farli
riposare altri due giorni prima dell’uso. Il cemento così ottenuto, la cosiddetta tarras olandese, veniva
usata in Olanda per costruire le dighe e le costruzioni marittime.

48
Dal betunium al cemento armato

pelo, mentre la parte inferiore, che guarda verso il pavimento, deve essere prima rin-
forzata con coccio pesto e calce, quindi intonacata e levigata.” 18

Con la caduta dell’Impero Romano si riscontra un declino della qualità delle costru-
zioni in calcestruzzo, causato principalmente dal mancato rispetto delle regole vitruvia-
ne: le fornaci per la produzione della calce, in età romana molto curate nei particolari
costruttivi, furono sostituite da forni di campagna; le materie di base furono scelte con
sempre più scarsa attenzione; la sabbia sporca ed argillosa venne usata sempre più fre-
quentemente; l’uso della pozzolana e del coccio pesto fu abbandonato; gli impasti fu-
rono confezionati sempre più spesso con elevato contenuto d’acqua e messi in opera
senza alcuna pistonatura.
Nel tardo Medioevo la parola cemento venne usata, in principio, per indicare il rotta-
me di pietra, poi per indicare il calcestruzzo, sinonimo di conglomerato, e soltanto nel
diciottesimo secolo indicò il legante idraulico per eccellenza.
Purtuttavia, a partire dal Medioevo e fino all’Ottocento, il calcestruzzo non scom-
parve del tutto dall’arte del costruire. Il calcestruzzo, infatti, anche se di modesta qualità
in quanto composto da calce, sabbia, ghiaino e frammenti di materiali lapidei, fu rego-
larmente utilizzato per il riempimento dei muri a sacco, per il livellamento del terreno
di fondazione, per la realizzazione dei basamenti dei piani terreni.
In età Umanistica si ha la riscoperta dei trattati di Vitruvio che, nel 1511, furono tra-
dotti in italiano e pubblicati in una versione illustrata da Giovanni Monsignori, noto
come fra’ Giocondo. A questa prima pubblicazione ne seguirono molte altre, special-
mente in Francia, dove nel Settecento, furono addirittura condotti studi sperimentali
sui leganti utilizzati per confezionare i calcestruzzi romani.
Nel Cinquecento Philibert Delorme, anche noto come Philibert De L’Orme 19 , fu uno
dei principali sostenitori dell’impiego del calcestruzzo di calce per la costruzione delle
fondazioni.
Bisogna aspettare però il 1750 circa, quando, ad opera dell’inglese John Smeaton, si
ebbe la rivoluzionaria scoperta della calce idraulica che permise di abbandonare le mi-
scele a base di calce e pozzolana.

18 Traduzione di Luciano Migotto. “regulae ferreae aut arcus fiant, eaeque uncinis ferreis ad contigna-
tionem suspendantur quam creberrimis; eaeque regular sive arcus ita disponantur, uti tegulae sine mar-
ginibus sedere in duabus invehique possint, et ita totae concamerationes in ferro nitentes sint perfectae.
Earumque camararum superiora coagmenta ex argilla cum capillo subasta liniantur; inferior autem pars,
quae ad pavimentum spectat, primum testa cum calce trullizetur, deinde opere al bario sive tectoria
poliatur.” - Marco Vitruvio Pollione, De Architectura, Collezione Biblioteca, Edizioni Studio Tesi, Por-
denone 1991
19 Philibert Delorme, architetto e trattatista francese del XVI secolo, con le sue opere favorì la diffu-

sione in Francia dei caratteri stilistici propri del classicismo.

49
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Legante Inerte fino Inerte grosso


Una parte di calce Tre parti di sabbia di cava
Una parte di sabbia di cava
Una parte di calce +
Due parti di sabbia di fiume
Una parte di mattone frantu-
Una parte di calce Due parti di sabbia di fiume
mato e vagliato
Una parte di calce
Una parte di mattone frantu-
+ Due parti di sabbia di fiume
mato e vagliato
Due parti di pozzolana
Tabella 2.1 – Composizione delle malte secondo Vitruvio

2.2 Il cemento armato nelle costruzioni


Il notevole sviluppo tecnologico che ha caratterizzato l’Ottocento porterà
all’affermazione dell’uso del cemento armato nelle costruzioni. Le tappe più significati-
ve per l’affermazione del nuovo materiale da costruzione possono essere considerate:

x il 1824, quando Aspdin brevetta il sistema di produzione del cemento portland;


x il 1845, quando inizia la produzione industriale del cemento;
x il 1847, quando Coignet progetta la prima copertura a terrazza in cemento arma-
to a Saint Denis;
x il 1848, quando Lambot progetta una imbarcazione in ferro e cemento;
x il 1861, quando Coignet progetta i primi elementi costruttivi in cemento armato;
x il 1867, quando Monier costruisce le prime cassette da fiori in conglomerato ar-
mato con rete metallica;
x il1868, quando viene realizzato un serbatoio in cemento armato a Fontainebleau;
x il 1880, quando Hennebique studia i primi solai in conglomerato cementizio ar-
mato con tondini metallici;
x il 1887, quando Wayss perfeziona i brevetti di Monier.

Ma prima dell’invenzione del cemento portland da parte del muratore inglese Joseph
Aspidin, intorno al 1750 un altro personaggio eclettico, l’inglese John Smeaton, aveva
fatto la rivoluzionaria scoperta della calce idraulica.
John Smeaton, dopo essere stato in Olanda ed in Belgio per studiare le strutture ma-
rine realizzate con la tarras olandese, fece una serie di esperimenti, utilizzando diversi
tipi di calce, e alla fine scoprì che dal calcare marnoso, ricco di argilla, estratto dalle ca-
ve di Blue Lias nel Galles meridionale, si riusciva ad avere un legante che induriva no-
tevolmente a seguito della cottura a temperatura elevata.
Da questi esperimenti egli capì che per avere un buon legante si doveva sottoporre a
cottura una miscela di calcare ed argilla. John Smeaton continuò la sua ricerca e fece al-
tri esperimenti utilizzando anche la pozzolana di Civitavecchia.
Gli studi di Smeaton trovarono una concreta applicazione nella ricostruzione del Fa-

50
Dal betunium al cemento armato

ro di Eddystone (Fig. 2.51), uno dei più antichi e famosi fari inglesi. Il Faro era situato
nell’Atlantico, a Sud di Plymouth, e fu costruito su uno scoglio che era stato interessato
da un notevole numero di naufragi.
La prima costruzione del faro era avvenuta nel 1696, con la conduzione di Henry
Winstanley, un famoso inventore inglese 20 , e terminò alla fine del 1698 21 . Il Faro pre-
sentava una struttura in legno che si innalzava su un basamento in muratura. Nel no-
vembre del 1703, però, durante una spaventosa tempesta il Faro fu ingoiato dal mare
insieme al suo costruttore, che vi si era recato per un controllo della struttura.
Intorno al 1708 John Rudyerd, un commerciante in seta, fu incaricato della ricostru-
zione del Faro. La struttura in legno, ispirata alla carpenteria navale, resse per 47 anni
fino a quando, nel 1755, un incendio provocato dalle candele che alimentavano la lan-
terna lo distrusse 22 .
Considerato, però, che il Faro di Eddystone era indispensabile per la sicurezza della
navigazione, la sua ricostruzione fu affidata a John Smeaton che decise di ricostruirlo
utilizzando un legante ottenuto da una miscela di pozzolana di Civitavecchia e di calce
ricavata dalla calcinazione dei calcari di Aberthaw. La nuova torre (Figg. 2.52 e 2.53) fu
inaugurata nell’ottobre del 1759 e restò in uso per 120 anni, fino a quando, nel 1870, la
presenza di alcune crepe nella roccia su cui poggiava, portarono alla decisione di demo-
lirlo.
Il Faro fu ricostruito sulla terraferma a Plymouth Hoe, per volontà degli abitanti di
quella città, e lì si trova ancora oggi in ricordo del suo costruttore.
Dopo le sperimentazioni di John Smeaton, nel 1796 l’inglese James Parker brevettò
il processo di produzione di un nuovo legante idraulico, il cosiddetto “cemento roma-
no”, ottenuto dalla cottura della marna, miscela naturale di calcare e argilla, la cui prin-
cipale caratteristica era la rapidità di presa.
Parker aveva scoperto che era possibile produrre il legante idraulico facendo calcina-
re i noduli di calcare argilloso, chiamati septaria, o noddles, che provenivano dai giaci-
menti di argilla situati lungo il litorale dell’estuario del Tamigi, nelle vicinanze della co-
sta dell’isola di Sheppey.
La più antica costruzione con il cemento di Parker, realizzata tra il 1796 ed il 1801,
fu il canale dell’acquedotto Chirk, lungo 210 m e largo 6,6 m, che superava con dieci
arcate il fiume Cerioy.

20 Henry Winstanley ideò un sofisticato sistema idraulico, applicato a un vaso igienico, che rilasciava un
flusso d’acqua.
21 Durante i lavori sullo scoglio per la costruzione del faro Henry Winstanley fu rapito, insieme alle ma-

estranze, da un corsaro francese e fu portato prigioniero in Francia. Ma arrivato in Francia Luigi XIV
fece rinchiudere il pirata nella Bastiglia e ordinò di lasciare libero Winstanley con il messaggio: "Noi
siamo in guerra con l'Inghilterra, non con l'umanità". Rientrato in Inghilterra, Henry Winstanley ritornò sullo
scoglio e riprese il lavoro di costruzione del Faro.
22 Il guardiano del faro Henry Hall, di 94 anni, con due aiutanti tentò inutilmente di spegnere l’incendio

lanciando secchiate d’acqua, ma il piombo fuso che colava dalla cupola gli finì in gola portandolo alla
morte. Il faro continuò a bruciare ancora per cinque giorni e cinque notti.

51
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.52 - Modello del Faro di Eddystone

Le pietre venivano disposte con incastri a coda di


Fig. 2.51 - Faro di Eddystone rondine

Fig. 2.53 - Disegno di Smeaton con le ondate


dell’Atlantico che si infrangono sul Faro di Eddystone

Circa venti anni dopo, nel 1818, Luigi Giuseppe Vicat formulò una teoria per spie-
gare il fenomeno della idraulicità, cioè della capacità del legante di far presa anche in
assenza di aria, grazie all’argilla aggiunta al calcare. A lui si deve l’invenzione del noto
‘Ago del Vicat’, ancora oggi utilizzato per la misura del tempo di presa della pasta ce-
mentizia.
Le sperimentazioni sulla cottura di calcari ed impasti a base di calce idraulica porta-
rono, in pochi anni, all’invenzione del cemento portland, segnando definitivamente la
fine del calcestruzzo antico e la nascita di quello moderno.
L’era moderna del cemento ha inizio ufficialmente il 21 ottobre 1824 quando in In-
ghilterra il muratore Joseph Aspdin, con la cottura ad alta temperatura della pietra cal-
care miscelata con argilla (Fig. 2.54), inventa il primo legante idraulico artificiale, il ce-
mento portland, che per la somiglianza ai colori delle rocce di Portland, isola della con-
tea di Dorset, ne prese il nome.
Il vero sviluppo industriale del cemento portland, però, non avvenne con Aspdin, il
cui cemento veniva prodotto con un processo solo sperimentale, ma si ebbe più tardi
nel 1844 con le scoperte di Isaac, di Charles e di Johnson che capirono che la cottura
doveva essere portata fino alla clinkerizzazione della marna (Figg. 2.55, 2.56 e 2.57), e

52
Dal betunium al cemento armato

con gli studi di Le Chatelier e Michaelis, che permisero di fissare la composizione chi-
mica del cemento portland in modo da poterlo fabbricare artificialmente utilizzando e
dosando materie prime anche di diversa origine.
Il primo uso documentato del cemento portland si ha nel 1850, quando fu impiega-
to per la riparazione dei nuovi Docks portuali di Londra.
Il nuovo materiale anche se presentava una serie di ottime qualità, quali la facilità di
confezionamento, la capacità di assumere qualsiasi forma, la buona resistenza a com-
pressione e i ridotti tempi di posa in opera, raggiunse il vero successo nel campo delle
costruzioni solo quando l’inserimento di barre d’acciaio nelle zone tese della struttura
consentì di compensare la bassa resistenza a trazione del cemento.
Il connubio tra i due materiali diede origine ad un materiale da costruzione, il ce-
mento armato, che, nel bene e nel male, ha caratterizzato la nostra epoca tecnologica.
La prima opera in cemento armato viene considerata la piccola imbarcazione realiz-
zata da Lambot nel 1850 (Fig. 2.58).
Dopo la barca del Lambot, presentata nella Esposizione Universale di Parigi del
1855, l’ingegnere Francois Coignet progettò, a partire dal 1861, travi, volte, tubi, ed al-
tri elementi in cemento armato, pubblicati nel suo volume Bèton agglomerès appliquès à
l’art de costruire; successivamente Joseph Monier, giardiniere francese, progettò vasi da
fiori (Fig. 2.59) in cemento armato, che brevettò nel 1867.
Monier, ricercando un materiale capace di resistere al gelo per proteggere i tubi
dell’acqua, aveva collegato la miscela di cemento liquido con il ferro ottenendo un in-
timo legame tra due materiali così diversi.
Subito dopo, nel 1868 Joseph Monier brevettò tubi, piastre e serbatoi che testimo-
niano che le armature metalliche erano disposte, in relazione al sistema di forze agenti,
secondo principi empirici. Successivamente Monier sviluppò il sistema in tutti i campi
delle costruzioni depositando una serie di brevetti che riguardavano i solettoni, nel
1869, i ponti nel 1873, le scale e le volte nel 1875.

Fig. 2.54 - Forni di Aspdin, me-


morial del cemento Portland

53
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.55 - Estrazione della marna da un pozzo

Fig. 2.56 - Trasporto della marna con carretti Fig. 2.57 - Trasporto di marna con teleferica

Fig. 2.58 - La barca in ferro-cemento di Lambot

Fig. 2.59 - Disegno per la fabbricazione di oggetti diversi, presentato da Monier all’Ufficio brevetti nel 1880

54
Dal betunium al cemento armato

L’invenzione di Joseph Monier divenne nota con le esposizioni del 1884 a Treviri,
dove l’imprenditore Conrad Freytag ebbe l’occasione di conoscere il nuovo sistema co-
struttivo. Nel 1884 i brevetti Monier si diffusero in Germania e sia l’ingegnere Gustav
Adolf Wayss che gli ingegneri della ditta Freytag, cominciarono ad interessarsi attiva-
mente del nuovo materiale.
Nel 1887 Wayss, dopo aver perfezionato i brevetti di Monier, pubblicò Das system
Monier, Einsengerippe mit Zementumhüllung nel quale, per la prima volta, vengono affermati
i principi che l’armatura in ferro deve essere disposta nelle zone tese della sezione in
calcestruzzo e che il cemento armato costituisce un unico sistema statico per l’aderenza
del ferro con il conglomerato cementizio.
La nuova tecnologia si diffuse in tutta l’Europa centrale e fu oggetto di molti studi:

x in Austria lavorarono sul cemento armato Empergher, Neumann e Melan, al


quale si devono le ‘Centine Melan’ per la costruzione dei ponti;
x in Svizzera si occuparono di cemento armato Schüle e Richter, al quale si deve
il ‘Metodo di Richter’ per la soluzione delle strutture reticolari isostatiche;
x negli Stati Uniti si affermarono i nuovi sistemi costruttivi Ransome e Wilson.

Ma è l’ingegnere belga Francesco Hennebique che merita una maggiore attenzione


fra i pionieri del cemento armato. Hennebique, dotato di grande intuito statico e sup-
portato da una ampia conoscenza della tecnica delle costruzioni, dopo aver brevettato i
primi solai in cemento armato, progettò e realizzò grandi archi che, ancora oggi, stupi-
scono per arditezza e durabilità.
Una significativa testimonianza della genialità di Hennebique è certamente il Ponte
del Risorgimento a Roma, realizzato nel 1910 (Fig. 2.60).
Il ponte, di oltre 100 m di luce, ebbe una risonanza mondiale per la sua audace
composizione ma fu anche oggetto di molte polemiche per il diffuso e consistente
quadro fessurativo che si manifestò poco tempo dopo la sua inaugurazione.
Ancora oggi, dopo circa un secolo, il ponte è in buone condizioni di conservazione.
Probabilmente la disposizione, data forse dallo stesso Hennebique, di disarmare
l’opera dopo solo due giorni dal completamento dei getti, da un lato, determinò
l’insorgere del quadro fessurativo, dall’altro, favorì una nuova configurazione statica del
sistema con una più favorevole ridistribuzione degli effetti indotti dalle azioni che agi-
scono sulla struttura, che ha permesso al ponte di giungere fino a noi pressoché intatto.
Il ponte costituì una importante innovazione per l’epoca anche perché Hennebique
adottò una sezione trasversale a cassone, con pareti sottili, che ancora oggi è ritenuta
una forma moderna, appropriata al nuovo materiale.
La struttura di calcestruzzo, però, anche se moderna ed elegante nelle sue linee, fu
rivestita con intonaco riproducente lastre di pietra, lesene e fregi. Il rivestimento con
intonaco, in effetti, conferma due posizioni contrastanti tra loro: la prima posizione, di
rifiuto, è che il nuovo materiale cemento armato, così diverso dal colore e dal calore
della pietra, e quindi accettato con diffidenza dal gusto corrente, viene mascherato con
l’intonaco, così come aveva già fatto Perret in rue Franklin; la seconda posizione, favo-
revole, è che il rivestimento di intonaco ha protetto la struttura dalla carbonatazione

55
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.60 - Ponte del Risorgi-


mento sul fiume Tevere a Ro-
ma

del calcestruzzo e dalla ossidazione delle armature metalliche migliorando la durabilità


della struttura.
In Italia le ricerche sul cemento armato furono condotte da numerosi studiosi, e tra
questi svolsero un ruolo fondamentale i professori Silvio Canevazzi e Camillo Guidi
che, con le loro originali ricerche scientifiche, arricchirono le conoscenze del nuovo si-
stema costruttivo.
A Genova un caratteristico esempio di applicazione del cemento armato è offerto
dall’Hotel Miramare. L’edificio, costruito negli anni 1906-1908, su progetto dell’arch.
Luigi Coppedè e dell’ing. A. Bringolf di Lucerna, presenta una struttura portante in
muratura e solai costruiti con travetti prefabbricati in conglomerato cementizio armato
a sezione quadrata cava.
Un altro esempio genovese di solai monolitici in cemento armato, portati da mura-
ture, è costituito dagli edifici universitari di S. Martino. In questo caso la tecnica impie-
gata viene ripresa in modo piuttosto vasto anche per edifici di civile abitazione che si
ritrovano nella zona di Sturla.
A Trieste le prime applicazioni del cemento armato sono quelle che troviamo
nell’edificio della Pescheria Centrale (Figg. 2.61, 2.62, 2.63), che oggi, dopo un corretto
recupero, mostra tutta l’eleganza della sua organizzazione strutturale.
A Napoli una prima applicazione del cemento armato la troviamo nell’Hotel Excel-
sior, dove vengono realizzati solai con volterrane in conglomerato cementizio armato
(Figg. 2.64, 2.65).
I primi esempi di struttura portante interamente in cemento armato compaiono nel
primo decennio del Novecento, nonostante la diffusa avversione dell’accademia uffi-
ciale. In Francia August Perret realizza nel 1903 il primo edificio per abitazioni con
struttura realizzata in cemento armato e nel 1923 la chiesa Notre Dame a La Raincy
(Cfr. § 2.3). L’atteggiamento culturale dell’accademia nei riguardi dell’impiego del ce-
mento armato in architettura può essere compreso immediatamente per un fatto avve-
nuto nel 1909 a Parigi, alla Ecole des Beaux-Arts, e di cui ci riferisce Le Corbusier:

“L’insegnante di costruzioni edili era malato e l’ingegnere capo della metropolitana


lo sostituiva. Quando questi si accinse a parlare delle possibilità della costruzione in
cemento armato, fu zittito dagli studenti indignati. Per i futuri architetti il cemento
era evidentemente un materiale col quale si potevano costruire tunnel, dighe e fab-
briche, ma non opere di vera architettura”.

56
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.61 - Edificio della Pescheria Centrale a Trieste


La struttura in cemento armata si caratterizza per la snellezza delle travi traforate, con intradosso profilato ad
arco, che sostengono i riquadri della copertura lavorati a cassettonato.La grande torre dell’orologio, a forma di
campanile, ha portato al soprannome popolare di Santa Maria del guato (il pesce più pescato nel mare di Trie-
ste).

57
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.62 - Edificio della Pescheria Centrale a Trieste


Il carattere liberty dell’edificio è evidenziato dalle eleganti lesene che definiscono le vetrate dell’involucro. Costrui-
ta nel 1913, su progetto dell’architetto Giorgio Polli, l’edificio si caratterizza per le grandi superfici vetrate che
aprono l’invaso architettonico all’esterno. Oggi la Pescheria Centrale ospita l’Acquario Marino (allestito già
negli anni Trenta) e una sede per Mostre e manifestazioni culturali.

58
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.63 - Edificio della Pescheria Centrale a Trieste prima dell’intervento di recupero

Le immagini testimoniano le condi-


zioni di conservazione della Pesche-
ria prima dell’intervento di recupero.
La struttura in cemento armato si
caratterizza per condizioni di con-
servazione ancora discrete: le sole
staffe delle travi sono ormai in vista
per un originario insufficiente spesso-
re del copriferro.
Il degrado, invece, è più accentuati
per i rivestimenti di intonaco della
facciata che in parte sono staccati o
mancano, come nel caso del rivesti-
mento a finto bugnato rustico.
Anche i telai in ferro-finestra delle
vetrate denunciano un degrado più
spinto, in particolare sulle facciate
esposte all’azione aggressiva della
salsedine marina: per alcuni traversi
si è avuto addirittura l’esplosione del
profilato metallico.

59
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.64 - Solaio in ferro tipo Siegwart, Hotel Excelsior - Via Partenope, 48

Fig. 2.65 - Solaio in ferro tipo Siegwart, Hotel Excelsior - Via Partenope, 48

In ambito italiano l’impiego di strutture portanti intelaiate in cemento armato si dif-


fonde durante il ventennio fascista sia negli edifici ministeriali di Piacentini, e della sua
scuola, sia nell’edilizia residenziale. In molti casi, però, l’edificio conserva
l’organizzazione formale dell’edilizia tradizionale in muratura anche se impiega tutti i
nuovi contenuti tecnologici del cemento armato.

60
Dal betunium al cemento armato

A Napoli, così come a Salerno, sarà Camillo Guerra 23 a sperimentare in modo con-
tinuo l’impiego del cemento armato in architettura. Nel 1923 progetta il Palazzo dei
Telefoni di via Depretis (Fig. 2.66) ed adotta una soluzione costruttiva particolare: la
muratura di tufo dell’involucro esterno svolge la duplice funzione di elemento di sepa-
razione dello spazio architettonico dall’ambiente esterno e cassaforma per il getto dei
pilastri in cemento armato. Per questo edificio, nel 1946, progetterà il recupero e la ri-
costruzione della facciata (Fig. 2.67), gravemente danneggiata dalle truppe tedesche du-
rante la loro ritirata dalla città. Ancora negli anni venti progetta un altro Palazzo dei Te-
lefoni, quello di Porta Nolana, dove la struttura è costituita da una intelaiatura comple-
tamente in cemento armato, anche se le facciate sono rifinite con classiche cornici e
stucchi (Fig. 2.68).
Nel 1937 progetta a Salerno la Casa del Mutilato (Fig. 2.69), dove la struttura in ce-
mento armato è in vista e qualifica l’architettura.
Nel 1938 progetta a Napoli la Casa del Mutilato, dove impiega, per la prima volta
nella città, pali in calcestruzzo per la fondazione. Sempre a Napoli, nel 1957, progetta
La Casa dell’Ordine dei Medici (Fig. 2.70) che presenta una caratteristica organizzazio-
ne strutturale: muratura portante lungo il perimetro dell’edificio e struttura in cemento
armato all’interno dello spazio architettonico. Questa soluzione tecnica è stata impiega-
ta nel napoletano per lungo tempo per edifici a uno o due piani, fino a quando (negli
anni ottanta) anche la provincia di Napoli è stata dichiarata zona sismica.

23 Camillo Guerra nasce a Napoli nel 1889; il padre, Alfonso, è ingegnere ed architetto; il nonno,
Camillo, è pittore della gloriosa scuola napoletana. Camillo Guerra eredita dal padre la passione per
l’architettura e, ancora studente della Scuola di Ingegneria, assisteva agli impegni di progettazione e di
direzione di Alfonso in molteplici opere, quali il Padiglione della Campania per l’Esposizione Etnogra-
fica del 1911 di Roma, il Palazzo della Borsa ed il Mausoleo di Posillipo. Si laurea nel 1912 in ingegne-
ria civile, presso la Scuola Politecnica di Napoli, elaborando la tesi sul progetto di un grande teatro
sormontato da una ardita cupola in ferro. Subito dopo la laurea, dopo aver vinto un concorso naziona-
le, classificandosi al primo posto nella graduatoria di merito su centoventicinque concorrenti, viene as-
sunto in servizio nel Genio Civile di Caserta e nel 1914 viene trasferito all’Ufficio del Genio Civile di
Napoli. Nel 1915 viene inviato nella zona terremotata di Sora, dove collabora all’elaborazione del nuo-
vo Piano Regolatore; dirige svariati lavori del grande ‘Baraccamento’; elabora molti progetti di opere
speciali: il palazzotto del Regio Commissario di Sora, realizzato in legno con rivestimenti a stucco; la
Chiesa centrale del Baraccamento, eseguita in legno; il nuovo Ingresso del Cimitero. Nel 1920 Camillo
Guerra assume la direzione della 5a Sezione del Genio Civile di Napoli e si dedica alla progettazione
della Centrale Telefonica del Rione Amedeo e delle nuove Sale del Museo di S. Martino. È in questo
periodo che il Guerra si dedica a quelle opere che, ancora oggi, testimoniano il segno inconfondibile
della sua passione per l’architettura. Tra i numerosi progetti elaborati possiamo ricordare: l’Asilo Regi-
na Margherita all’Arco Mirelli; il Palazzo dei Telefoni in via Depretis; il Palazzo S.E.T. a Piazza Nolana;
il restauro statico del Palazzo Gravina; la via di collegamento tra la zona orientale e quella occidentale
di Napoli, con l’apertura del Tunnel della Vittoria. Nel 1928 vince il concorso per Ingegnere Capo del
Comune di Salerno, dove progetta importanti opere: il nuovo Piano Regolatore, la Via Panoramica di
circumvallazione, la Via Litoranea, il Palazzo di Giustizia, l’Ingresso monumentale del Cimitero, il Pa-
diglione per la Colonia Marina, il Campo Sportivo, il Villaggio Sanatoriale, il Palazzo di Città, il nuovo
Macello, il complesso delle Case Popolari. Fra le tante architetture realizzate da Camillo Guerra a Na-
poli nel periodo immediatamente precedente alla guerra, meritano una particolare citazione: il Palazzo
dei Mutilati in Via Diaz, l’Istituto Nazionale dei Motori a Fuorigrotta, oggi demolito, il completamento
dell’Ospedale Cardarelli.

61
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.66 - Camillo Guerra – Palazzo dei Telefoni di via De Pretis, primo progetto

Fig. 2.67 - Camillo Guerra – Palazzo dei Telefoni di via De Pretis, secondo progetto

62
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.68 - Camillo Guerra – Palazzo dei Telefoni di Porta Nolana, una facciata classica su una intelaia-
tura in cemento armato

Nel frattempo, sotto la spinta dei progressi scientifici in altre discipline, quale
l’analisi matematica, la tecnica costruttiva è interessata da ulteriori evoluzioni che porte-
ranno prima alla prefabbricazione di elementi in cemento armato e dopo alla tecnica
del precompresso.
La nascita del cemento armato precompresso si fa risalire al 1888 quando Döring
propose un procedimento per mettere in tensione le armature per indurre stati di pre-
compressione nel calcestruzzo. Döring, però, affrontò lo studio solo dal punto di vista
teorico e, comunque, non avrebbe ottenuto nella pratica risultati soddisfacenti per
l’elevata caduta di precompressione conseguente al rilassamento cui erano soggetti gli
acciai dell’epoca.
Le prime applicazioni sperimentali sulla precompressione furono condotte nel 1907
da Könen che applicò all’acciaio pretensioni dell’ordine di 100 MPa; queste esperienze,
però, diedero risultati negativi perché il ritiro ed il fluage del calcestruzzo annullarono
quasi completamente lo stato di coazione. Solo nel 1928 importanti studi teorico-
sperimentali sono compiuti da Freyssinet, che mise a punto molteplici dispositivi per la
realizzazione pratica della precompressione 24 .

24Tra i dispositivi ideati da Freyssinet ricordiamo i “cunei Freyssinet”, per ancorare le testate dei cavi di
precompressione, che ancora oggi costituiscono il sistema più diffuso di blocco delle testate dei tiranti
anche in ambito geotecnico.

63
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

a) pianta del rez-de-chaussez

b) sala delle riunioni

c) l’ingresso
Fig. 2.69 - Camillo Guerra - Casa del Mutilato di Salerno

64
Dal betunium al cemento armato

a) prospetto verso la Villa Comunale

b) sezioni

c) prospettiva

Fig. 2.70 - Camillo Guerra – Progetto della Casa dell’Ordine dei Medici nella Villa Comunale di Napoli

65
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Ma proprio il vincolo del brevetto di questi dispositivi costituì un impedimento alla


diffusione della tecnica del cemento armato precompresso, diffusione che si ebbe solo
quando i brevetti Freyssinet vennero a scadere.
Tra le tecniche di precompressione che ebbero maggiore diffusione possiamo ricor-
dare:
x il sistema Freyssinet, con l’armatura post-tesa a cavi scorrevoli iniettati dopo la
tesatura;
x il sistema Hoyer, con l’armatura pre-tesa a cavi aderenti;
x il sistema Finsterwalder, con l’armatura pre-tesa disposta all’esterno (Fig. 2.71).
Infine si deve ricordare che l’affermazione del cemento armato, anche dal punto di
vista formale, si deve allo svizzero Robert Maillart che, negli anni venti, realizzò alcuni
ponti ad arco lasciando il calcestruzzo in vista e raggiungendo un’armonica sintesi tra
l’efficienza strutturale e l’armonia delle forme, propria delle grandi opere.

armatura di
tensione

Fig. 2.71 - Trave Finsterwalder con cavi di precompressione esterni

66
Dal betunium al cemento armato

2.3 Architetture in cemento armato del XX secolo


Con il Novecento l’uso del cemento armato si diffonde in tutti gli ambiti architetto-
nici per realizzare opere sempre più ardite e di grande qualità formale. Per molti pro-
gettisti dello spazio architettonico il cemento armato diventa, come diceva Pier Luigi
Nervi:

“Il più bel sistema costruttivo che l’umanità abbia saputo trovare fino ad oggi. Il fat-
to di poter creare pietre fuse, di qualunque forma, superiori alle naturali, poiché ca-
paci di resistere a tensioni, ha in se qualche cosa di magico.”

Ed è il cemento armato che consente ai Maestri del XX secolo di realizzare opere


che a pieno titolo appartengono alla Storia dell’architettura, quali ad esempio:
x la Casa di rue Franklin a Parigi del 1903
x la chiesa Notre Dame a La Raincy del 1923
x la Casa Kaufmann a Bear Run del 1936
x la chiesa di Notre-Dame-du-Haut a Ronchamp del 1950
x il Guggenheim Museum a New York del 1956
x il Politecnico di Otaniemi del 1954-1960
x La chiesa di Dio Padre Misericordioso a Roma (Tor Tre Teste) del 1996

2.3.1 La casa di ru e Franklin e August Perret (1903)


August Perret 25 , fondato lo studio di architettura A&G Perret insieme al fratello
Gustave, nel 1903 progetta la Casa di Rue Franklin a Parigi, che costituisce il primo e-
dificio dove la struttura in cemento armato impegna la facciata. Perret presenta in fac-
ciata lo scheletro dell’edificio, anche se ricopre i pilastri con piastrelle in gres con dise-
gni floreali (Fig. 2.72).
Il Perret, riferendosi alla casa di rue Franklin, ebbe a dire:

“I grandi edifici della nostra epoca comportano un’ossatura, una struttura in c.a. o in
acciaio. L’ossatura sta all’edificio come lo scheletro sta all’animale; come lo scheletro

25 Augusto Perret nacque a Ixelles in Belgio, dove suo padre aveva trovato rifugio per sfuggire alla rivo-
luzione francese, perché condannato a morte. Studiò presso la Scuola Nazionale Superiore di Belle Arti
di Parigi, sotto la guida di Julien Guadet, che fu uno dei grandi teorici dell'architettura dell'epoca. Perret
imparò tutti i metodi per costruire e formò un’impresa prima con i fratelli Claude e Gustavo e poi da
solo. Gustavo Perret fu uno dei primi ad impiegare il cemento armato nelle costruzioni, dopo
un’attenta riflessione sulle possibilità tecniche e formali che questo materiale poteva offrire. Con il cal-
cestruzzo ottenne forme e proporzioni che si ispiravano al mondo greco e al classicismo francese. Su-
bito dopo la guerra, Gustavo Perret ebbe l’incarico della ricostruzione della città di Le Havre, per la
quale elaborò un piano urbanistico. Nel mese di luglio del 2005, l’UNESCO ha registrato nell’elenco
del patrimonio Mondiale dell’Umanità questo bellissimo complesso ricostruito da Augusto Perret,
l’autentico architetto innovatore definito "poeta del cemento”. Per il Perret il cemento armato è un ma-
teriale che si lascia scalpellare, si lascia tingere, si lascia curare nei dettagli.

67
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

dell’animale, ritmato, equilibrato, simmetrico, contiene e sostiene gli organi più vari
e più variamente situati, così la struttura dell’edificio deve essere composta, ritmata,
equilibrata, simmetrica.”

Lo scheletro della struttura, formata da pilastri e da travi in cemento armato, è chia-


ramente presentato in facciata, dove risultano differenziati i pannelli delle tamponature,
gli infissi, la struttura portante. Sia la struttura in cemento armato che i pannelli di tam-
ponatura sono rivestiti con piastrelle di grès, il cui disegno si differenzia per le tampo-
nature e per la struttura.
L’edificio presenta un piano terra, sei piani per abitazioni e tre piani a mansarda
(Figg. 2.73, 2.74). La casa si sviluppa su un lotto di terreno chiuso su tre lati da edifici
preesistenti. Il lotto si presenta come una fascia di terreno, più larga e poco profonda,
che non consentiva di ricavare un cortile interno e che permetteva l’illuminazione diret-
ta solo dalla strada. Le dimensioni del lotto rendevano complessa la realizzazione di un
edificio con le ordinarie strutture in muratura, per le conseguenti notevoli difficoltà di-
stributive, e l’unica soluzione praticabile era quella di realizzare una strutture a schele-
tro, in ferro o in cemento armato.
Il Perret realizzò l’edificio con il nuovo materiale cemento armato, disegnando una
pianta ad U capovolta. Sul fronte posteriore ricava una parete in vetro-cemento, senza
affaccio, in modo da contenere l’arretramento dell’edificio dal confine posteriore (Fig.
2.75); sul fronte anteriore arretra la facciata ed incastra due balconi a 45° ricavando così
cinque stanze per l’abitazione del piano tipo. Le cinque stanze affacciano direttamente
su rue Franklin, grazie allo sviluppo a semicerchio attorno ad una cavità centrale, risol-
vendo il problema dell’illuminazione diretta degli ambienti. In particolare, per i due va-
ni laterali il Perret aumenta la superficie utile realizzando due bow-window.
Sul fronte posteriore vengono localizzate la scala principale, i servizi igienici e la sca-
la di servizio che si apre direttamente sul vano cucina (Fig. 2.76).
La simmetria della pianta è rotta sul lato sinistro dall’inserimento della cucina.
Il Perret, adottando una struttura lineare, riesce a svuotare il piano terra da ogni set-
to murario e continua la facciata compatta per sei piani, arretra gradualmente gli ultimi
tre piani e crea così degli attici e superattici, fino a raggiungere il tetto piano.
La struttura, attraverso gli elementi portanti travi e pilastri, lasciati a vista, riesce ad
evidenziare il ritmo lineare e a definire uno spartito figurativo. Molte sono le innova-
zioni che il Perret applica in questa costruzione, tanto è vero che Rogers ebbe a dire:

“La vera importanza non consiste nella novità, quanto nel fatto che l’elemento strut-
turale ha subito la volontà formatrice di uno spirito architettonico, il quale gli ha
conferito una espressione, un ritmo, un ordinamento: l’architettura non è nella ma-
teria ma è nell’ordine.”

Il cemento armato consente di assecondare le intuizioni spaziali di August Perret


portandolo all’affermazione di nuove qualità formali.

68
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.73 - Vista dei bow-window

Fig. 2.72 - La facciata

August Perret - Casa di rue Franklin 31 Parigi

Fig. 2.74 - Dettaglio del rivestimento della Fig. 2.75 - Pianta piano tipo
facciata

69
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.76 - August Perret, Casa di rue Franklin a Parigi

2.3.2 La Chiesa Notre Dame a La Raincy e August Perret (1923)


Nel 1923 è ancora August Perret che realizza con il nuovo materiale cemento arma-
to la struttura della chiesa di Notre Dame a Le Raincy (Figg. 2.77, 2.78), definita dagli
storici dell’architettura la santa cappella del cemento armato.
Sulla facciata della chiesa domina un’alta torre campanaria (Fig. 2.79) che presenta
alla base il portale centrale di ingresso. La struttura della torre è costituita da quattro pi-
lastri formati da cinque colonne affiancate. Man mano che la torre si innalza vengono
interrotte le colonne dei pilastri. In questo modo la torre risulta rastremata in altezza.
La chiesa si sviluppa su pianta rettangolare (Fig. 2.80) ed è priva del transetto. La sala
per i fedeli è divisa in tre navate da una doppia fila di esili colonne in cemento armato. Il
presbiterio, sopraelevato rispetto alla sala dei fedeli, si conclude con un abside circolare
appena accennato. Tre rampe di scale collegano il presbiterio con le navate della sala.
L’immagine dell’interno della chiesa (Fig. 2.81) consente di evidenziare che le due
navate laterali sono coperte con una sequenza di volte a botte, che si sviluppano in di-
rezione perpendicolare all’asse della chiesa, mentre la navata centrale è coperta con
un’unica volta a botte ribassata il cui asse ha la stessa direzione dell’asse della chiesa.
Tutta la struttura in cemento armato è lasciata in vista. Le tamponature della sala,
così come quelle dell’abside, sono costituite da pannelli in vetro-cemento.
L’organizzazione della chiesa, con le semplici colonne che sostengono la copertura e
con i pannelli traslucidi delle tamponature, richiama i principi estetici della capanna pri-
mitiva (Fig. 2.82) dell’abate Laugier, che auspicava una architettura formata da semplici
colonne a sostegno della copertura e con pareti vetrate di tamponatura.
Nelle opere di Augusto Perret vi è una coerente articolazione delle facciate legata
all’impiego del conglomerato cementizio armato. Perret in tutte le opere è sempre fedele
al principio: “non mostrare un pilastro è un errore, simulare un pilastro è un crimine”.
Sia nella chiesa di Notre Dame a Le Raincy che nell’autorimessa di rue Ponthieu si
può osservare che il nudo scheletro di conglomerato cementizio armato, tamponato

70
Dal betunium al cemento armato

con pannelli di finestra arretrati, ripropone il classico fronte triarticolato. Nella chiesa
di Notre Dame, inoltre, la facciata si caratterizza per l’articolazione e per la presenza
dell’ingresso basilicale di chiara ispirazione classica.

Fig. 2.77 - August Perret: la chiesa di Notre Dame a Le Raincy, facciata laterale

Fig. 2.78 - August Perret: la chiesa di Notre Dame a Le Raincy, interno

71
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.79 - Facciata Fig. 2.80 - Pianta

August Perret: la chiesa di Notre Dame a Le Raincy

Fig. 2.81 - Interno Fig. 2.82 - La capanna primitiva di


Laugier

72
Dal betunium al cemento armato

2.3.3 La casa sulla cascata di Kaufmann a Bear Run e Frank Lloyd Wright
(1936)
Anche in America, soprattutto a partire dai primi anni del 1900, l’uso del cemento
armato incomincia a diffondersi nonostante la forte inclinazione dei progettisti ameri-
cani verso le strutture in ferro. Ma è proprio il cemento armato che consente a Frank
Lloyd Wright 26 di realizzare la casa Kaufmann che rappresenta una lirica composizione
di spazio artificiale e naturale (Figg. 2.83, 2.84, 2.85).
Mentre con Le Corbousier i pilotis in cemento armato della Villa Savoye
consentono alla natura di penetrare timidamente nello spazio architettonico, con
Wright gli sbalzi in cemento armato della casa Kaufmann permettono allo spazio
architettonico di legarsi audacemente con la natura.
Frank Lloyd Wright, uno dei massimi maestri del Movimento Moderno, dopo
essersi laureato in ingegneria nel 1887 lavorò nello studio di Adler e Sullivan. Nel 1894,
insieme a Winslow House, iniziò la costruzione nell’Illinois delle Prairie houses, le case
organizzate intorno al camino centrale e caratterizzate da ampi tetti e da finestre a
nastro.
La Casa sulla Cascata, realizzata in Pensylvania tra il 1935 ed il 1939 per il facoltoso
commerciante Edgard J. Kaufmann, si presenta come un insieme di volumi regolari
chiusi, composti e sovrapposti liberamente. I parapetti dei terrazzi sono in cemento
armato e costituiscono travi a sbalzo che sostengono gli orizzontamenti dei terrazzi.

26 Frank Lloyd Wright, nacque nel 1867 a Richland Center, nel Wisconsin. Sullo sviluppo della sua per-
sonalità ebbero un gran peso i suoi genitori. Il padre, William Russell Cary Wright era laureato in legge,
la madre Anne Lloyd Jones apparteneva a una famiglia gallese emigrata negli USA. Il padre fece molti
lavori ma aveva continui problemi con il denaro. La famiglia Wright fu costretta a trasferirsi per ben tre
volte ancor prima che l’architetto compisse gli undici anni. Il rapporto che Frank Lloyd Wright nutrì
per il padre fu di amore-odio; amore per la passione che gli aveva tramandato per la musica, e odio per
i suoi modi autoritari.
Nel 1876 la madre, alla esposizione internazionale celebrativa del centenario di Philadelphia, acquistò i
giochi Fröbeliani, cartoni con varie forme geometriche e cubi di legno, dipinti con colori primari. Se-
condo il pedagogo Fröbel, questi giochi potevano guidare i bambini alla conoscenza della natura, della
composizione, della scomposizione di volumi principali in secondari e delle relazioni tra forme diverse.
Anna Lloyd Jones obbligò il piccolo Frank a giocarci, costringendolo a comporre e scomporre ‘bene’.
Molti anni dopo Wright, ormai affermato architetto, dirà: “I lisci triangoli di cartone e i levigati bloc-
chetti di acero restarono impressi nella mia memoria infantile e costituirono una esperienza indimenti-
cabile”.
La formazione scolastica fu scarsa e frequentò per soli due semestri, come studente esterno,
l’università. In questo periodo lesse due libri che lo colpirono molto: “The stone of Venice” di Ruskin
e il Dizionario di architettura di Viollet le Duc. Nel 1885, con il divorzio dei genitori, trovò impiego
nello studio di Allen D. Conover. La separazione dei genitori, quando era appena diciottenne, lo portò
a considerare in ogni sua casa il tema della “unità della famiglia”, dello “stare insieme”. Frank Lloyd
Wright per molto tempo sperò che il padre tornasse, ma questi non diede più notizie di sè. Purtuttavia
Wright fu sempre riconoscente al padre per l’amore per la musica che gli aveva trasmesso, e accostò
sempre i parallelismi con le rapsodie di Beethoven, la simmetria geometrica con quella musicale di
Bach. In comune con il padre, Wright ebbe un difficile rapporto con il denaro, una continua insoddi-
sfazione per il proprio lavoro e una scarsa attenzione agli obblighi familiari.

73
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

La casa si innalza su grandi massi, corrosi per millenni dal precipitare dell’acqua della
cascata. Sebbene la natura penetri fin dentro la casa, con i rami degli alberi e con
l’acqua che scorre sulle fondazioni, è la villa che squarcia la foresta e domina l’ambiente
naturale.
Questa splendida scultura inserita in un bosco è la prima opera in cui l’architetto uti-
lizzò il materiale cemento armato: sono in cemento armato gli orizzontamenti, sono in
cemento armato i pilastri si affiancano alle murature in pietra naturale, con finitura ru-
stica. La composizione dei piani della casa si articola intorno alla torre centrale in pietra
naturale ed al gruppo del camino (Fig. 2.86, 2.87).
L’architettura di Frank Lloyd Wright costituisce la risposta organica e romantica al
razionalismo formale di Le Corbusier ed al razionalismo metodologico di Gropius.
Con Wright, in particolare, il razionalismo diventa architettura organica intesa come
forma che guarda alla natura come luogo di vita.

Fig. 2.83 - Frank Lloyd Wright: Casa Kaufmann

74
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.84 - Frank Lloyd Wright: Casa Kaufmann Fig. 2.85 - F. L. Wright: Casa Kaufmann

“In una magnifica foresta, uno sprone di solida roccia


che sorge a fianco di una cascata... la soluzione naturale
apparve quella di sospendere in aggetto la casa al suo
sostegno roccioso, sopra la cascata.
La prima, tra le case da me costruite, eseguita in cemen-
to armato: e perciò la sua forma si modellò sulla gram-
matica di questo tipo di costruzione”
(F. L. Wright)

Fig. 2.86 - Frank Lloyd Wright: Casa Kaufmann, pianta

Fig. 2.87 - Frank Lloyd Wright: Casa Kaufmann, gradinata

75
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

2.3.4 La Cappella di Ronchamp e Charles Edoard Janneret, Le Corbusier


(1950)
La Cappella di Ronchamp di Le Corbusier costituisce un magnifico esempio di ar-
chitettura legata alla memoria. L’invaso architettonico della cappella per il gioco di luci
che filtrano dalle aperture, per la copertura che sembra poggiare su un nastro di luce,
appare l’immagine di un sogno, di un ricordo mistico dell’artista (Fig. 2.88).
I muri, con le aperture strombate che ne evidenziano la variazione di spessore, na-
scondono al loro interno la struttura a telaio in cemento armato.
Con la Cappella di Ronchamp, oggetto plastico drammaticamente espressivo, Le
Corbusier 27 stravolge la tipologia abituale della chiesa e cerca di tradurre con il dram-
matico movimento dei volumi e dei colori il senso di una presenza divina al centro del-
la natura (Fig. 2.89).
Le torri semicilindriche che fuoriescono dalla copertura, oltre ad essere elementi che
caratterizzano lo spazio architettonico, sono captatori di luce che, dalla sommità, la in-
dirizzano sugli altari laterali (Figg. 2.90, 2.91).
Le murature della chiesa vengono definite da Le Corbusier “stupidamente ma util-
mente grossi”: stupidamente, perché la copertura non poggia sulla muratura ma sulla
struttura in cemento armato inglobata nella stessa, utilmente, perché lo spessore con-
sente di realizzare finestre strombate che creano effetti di luce particolari.
La Cappella, situata sulla sommità di una collina, è costituita da un’unica navata di
forma irregolare, con ai lati tre piccole cappelle indipendenti che terminano in tre cam-
panili di forma semi cilindrica. La copertura della chiesa è realizzata con una gettata di
calcestruzzo modellata come una grande vela rovesciata.
Per aumentare il senso di leggerezza, la copertura non appoggia direttamente sulle
pareti ma su corti pilastrini che fuoriescono dalla struttura affogata nella muratura. In
questo modo una lama di luce penetra, tra i muri e la vela in calcestruzzo, all’interno
dell’invaso architettonico dove si percepisce la sensazione che la vela possa volar via.
La luce entra inoltre da molteplici aperture delle più varie forme, feritoie, finestre, ve-
trate e frangisole, e determina suggestivi effetti che sono esaltati anche dal contrasto tra
il bianco dell’intonaco ed il grigio del cemento. La chiesa, che può ospitare circa 200
persone, è stata progettata per essere utilizzata anche all’esterno, dove, sotto l’aggetto
del tetto, si trovano un altare e un pulpito.

27 Nato in Svizzera, il 6 ottobre 1887, a 14 anni il giovane Charles-Edouard si iscrive alla locale scuola
d'arte, acquisendo capacità di pittore, scultore e cesellatore. Il suo maestro, tuttavia, lo spinge ad orien-
tarsi verso l'architettura e in questo senso rimangono fondamentali i suoi lunghi viaggi compiuti in Eu-
ropa: in Italia, dove studia le architetture rinascimentali e sei-settecentesche; a Budapest e a Vienna,
dove entra in contatto con l'ambiente della Secessione viennese; a Berlino dove conosce Gropius e
Mies Van der Rohe.
Nel 1917 si stabilisce definitivamente a Parigi, dove lavora prima nello studio di Auguste Perret e poi,
nel 1922, apre al numero 35 di Rue de Sèvres un atelier di architettura insieme al cugino Pierre Jeanne-
ret. È all'inizio del suo periodo parigino che il trentenne Charles-Edouard acquisisce lo pseudonimo,
che lo renderà noto in tutto il mondo, adattando il nome del nonno materno (Lecorbesier). In pochis-
simi anni raggiungerà un enorme successo. Dopo la guerra, nel 1946, lascia l'atelier per trasferirsi a
New York, ormai celebre e stimato. Muore nel 1965 durante una vacanza in Costa Azzurra.

76
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2. 88 - Le Corbusier: la Cappella di Ronchamp, esterno

Fig. 2. 89 - Le Corbusier: la Cappella di Ronchamp, interno


Nello spessore del muro sono intagliate profonde strombature che riflettono la luce incidente sulle pareti e la
diffondono nell’invaso architettonico. Una lama di luce, poi, separa le pareti dalla copertura.

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La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.90 - Una delle torri captatori di luce Fig. 2. 91 - Le finestre strombate

Le Corbusier, la Cappella di Ronchamp

La sagoma bianca della chiesa si contrappone alle verdi colline del sito e la rende ben visibile anche da lontano.
Le forme scultoree della chiesa, orientate verso i quattro punti cardinali, presentano lievi curvature che accolgono
i pellegrini all’esterno della chiesa in occasione delle grandi cerimonie.

2.3.5 Il Guggenheim Museum a New York e Frank Lloyd Wrigt (1949)


Frank Lloyd Wright nel Guggenheim Museum esprime compiutamente la sua idea
di architettura. Un’architettura intesa come rifiuto della sola ricerca estetica, così come
una società organica dovrebbe rifiutare ogni imposizione esterna contrastante con
l’ambiente.
Frank Lloyd Wright con le sue opere vuole promuove un’armonia tra l’uomo e la
natura, vuole realizzare un sistema in equilibrio tra ambiente costruito e ambiente natu-
rale, tra gli elementi artificiali propri dell’uomo e gli elementi naturali dell’ambiente del
sito.
Nel Guggenheim Museum possiamo leggere uno degli stilemi che caratterizza
l’architettura di Wright: l’utilizzazione di una morfologia planimetrica e spaziale curvili-
nea.
Infatti, come possiamo leggere dalla foto riportata nella Figura 2.92, l’organizzazione
spaziale del museo è caratterizzata da due corpi raccordati alla base da una piastra. Il
primo corpo ha uno sviluppo circolare, il secondo uno sviluppo a spirale.
Nel Guggenheim Museum, la spirale (Fig. 2.93, 2.94) è l’elemento geometrico che
domina l’intera composizione architettonica. La spirale, simbolo del collegamento tra la
terra e l’infinito, appare come una struttura che tende a staccarsi verso l’alto con gli a-
nelli separati tra loro. Un grande lucernario illumina l’interno della spirale (Fig. 2.95).
La zona di ingresso al museo, che si apre in corrispondenza della piastra, divide il
“giardino delle sculture”, posto sulla sinistra, dal corpo principale del museo organizza-
to a spirale. Dalla hall un gruppo di ascensori porta i visitatori all’ultimo livello del cor-
po principale. Un percorso a spirale (Figg. 2.96, 2.97) guida i visitatori a percorrere
l’intero invaso spaziale dove sono esposte le collezioni d’arte: può così capitare di im-

78
Dal betunium al cemento armato

battersi, inaspettatamente, con Paris through the window di Marc Chagall (Fig. 2.98) re-
stando senza fiato per l’emozione.
L’invaso centrale, illuminato dall’alto da un grande lucernario, si caratterizza per i
percorsi ampi e ben illuminati: nelle zone di esposizione delle opere d’arte la luce è ca-
librata e non si hanno né zone d’ombra né di penombra. Si ha una saggia sovrapposi-
zione della luce naturale proveniente dal lucernario e della luce artificiale proveniente
dai corpi illuminanti.
Con Wright il Movimento Moderno diventa Architettura Organica intesa come
forma che guarda alla natura come luogo di vita (Fig. 2.99).

Fig. 2.92 - Frank Lloyd Wright: il Guggenheim Museum, Arte nell’Arte


Soltanto in pochi e fortunati casi, ed il Guggenheim Museum di New York è uno di questi, possiamo godere
dell’arte nell’arte. Le opere di grandi maestri della pittura sono perfettamente ambientate nel volume progettato
da un grande maestro dell’architettonica.

79
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 2.93 - Frank Lloyd Wright: il Guggenheim Museum.

Il corpo a cerchi crescenti verso l’alto è organizzato, all’interno, con un percorso a spirale che, partendo dall’alto,
termina in un grande atrio al piano terra.

Fig. 2.94 - Frank Lloyd Wright: il Guggenheim Museum, l’ingresso

80
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.95 - Frank Lloyd Wright: il Guggenheim Museum, il lucernario

Fig. 2.96 - Frank Lloyd Wright: il Guggenheim Mu- Fig. 2.97 - Frank Lloyd Wright: il Guggenheim
seum, l’interno Museum, la hall

81
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

alla cattedrale dell’arte Wright oppone una passeggiata


nell’arte, una strada che prolunga quella della città
ravvolgendosi in una spirale aperta per ricongiungersi
poi al contesto urbano (Zevi)

Fig. 2.98 - Paris through the window di Marc Chagall Fig. 2.99 - Frank Lloyd Wright: il Guggenheim
Museum, interno

2.3.6 Il Politecnico di Otaniemi e Alvar Aalto (1954 - 1960)


Intorno all’Aula Magna (Fig. 2.100), baricentro ponderale del complesso, Alvar Aal-
28
to organizza, sulla sinistra, l’edificio che ospita l’Amministrazione, sulla destra, il cor-
po di fabbrica parallelepipedo che ospita la Scuola di geodesia e geografia, sulla destra
in basso, l’edificio per la Scuola di scienze ed ingegneria (Fig. 2.101).

28 Alvar Aalto, figlio di un ingegnere finlandese, Johan Henrik Aalto, e di una postina svedese, Selma
Matilda Aalto, iniziò la sua attività nello studio del padre. Si diplomò alla Scuola Politecnica di Helsinki
nel 1921, ma, ancora studente, costruì per i genitori, ad Alajarvi, la sua prima casa. Esordì nella profes-
sione con L’Esposizione Industriale di Tampere. Nel 1924 sposò Aino Marsio, sua compagna di Poli-
tecnico. Ebbe così inizio una collaborazione tanto intensa, che per venticinque anni, finché Aino visse,
tutti i progetti portarono le loro firme congiunte, benché Aino continuasse a ripetere: Io non creo. La cre-
azione è soltanto di Alvar.
Nel 1935 fonda, insieme alla moglie Aino Marsio e Marie Gullischen la ditta Artek, produttrice di arre-
di, soprattutto in legno. Nel 1935 e nel 1939 cura i padiglioni finlandesi per le esposizioni universali e
nel 1936 crea il famoso vaso Savoy.
Nel 1938 andò per la prima volta in America, dove tenne conferenze all’Università di Yale. Successi-
vamente, nel 1940, fu invitato ad insegnare architettura nel prestigioso Massachusetts Institute of Te-
chnology. Nel 1949 muore la moglie Aino e nel 1952 si risposa con Elissa Makiniemi.
Negli anni Cinquanta e Sessanta realizzò il municipio di Säynätsalo, in Finlandia; il centro culturale di
Wolfsburg e l’Opera di Essen, in Germania; il centro culturale di Siena e la chiesa di Riola di Vergara,
vicino a Bologna. Il suo ultimo progetto fu quello per l'area universitaria di Reykjavík.

82
Dal betunium al cemento armato

L’architettura dell’Aula Magna, per la forma particolare e per la configurazione e-


sterna, appare l’espressione delle funzioni ospitate. Infatti la copertura dell’aula, ele-
mento di separazione tra l’interno e l’esterno, non svolge soltanto la funzione di ripara-
re l’invaso architettonico sottostante, ma costituisce anche una cavea all’aperto.
La copertura, inoltre, attraverso le finestre a nastro costituisce anche l’elemento at-
traverso il quale viene garantita l’illuminazione naturale dell’aula sottostante.
Prendendo in prestito il pensiero di Nicola Pagliara, in questo caso possiamo dire
che l’architettura dell’Aula Magna è il racconto della sua funzione ed è l'espressione del suo conte-
nuto.
L’Aula Magna si articola su tre livelli, di cui due interni all’invaso spaziale ed uno e-
sterno. Il primo livello, sottostante la gradinata dell’aula, ospita i servizi igienici; il se-
condo ospita il palco e la gradinata dell’auditorium; il terzo, corrispondente
all’estradosso della copertura, ospita una cavea scoperta.
Come commentava Bruno Zevi 29 :

“I parallelepipedi contenenti gli uffici e le facoltà sono "scatole" la cui chiusura è


contestata da qualche muro aggettante, dal gioco di finestre e porte, da alcuni inca-
stri. La struttura centrale è invece clamorosamente aperta, l’oggetto architettonico
annunzia con eloquenza il processo sospeso, incompiuto del suo farsi, offrendo al
riguardante lo spettacolo non di una facciata, ma del suo spaccato.”

All’interno dell’Aula Magna sono ben leggibili:


x i pannelli di rivestimento in ceramica per rinforzare il suono, ovvero per accre-
scere il tempo di riverberazione all’interno;
x le vele della struttura, che svolgono la doppia funzione di portare i carichi della
copertura e di diffondere la luce in modo uniforme nell’aula;
x i portali binati, che svolgono anche la funzione di alloggiamento delle pareti di
partizione interna.
All’aspetto unitario dell’esterno corrisponde all’interno uno spazio suddiviso in due
auditorium affiancati. Infatti troviamo un ambiente che, per capacità di posti, è circa
doppio dell’altro.
Frederick Gutheim, critico americano, in merito all’Aula Magna di Otaniemi scriveva 30 :

“La silhouette triangolare di questa struttura, emergendo sui rettangoli che la circon-
dano, ha il vigore di una sentenza; di notte, scintilla e, durante il giorno, riflette. Il
programma del politecnico non esigeva un intervento figurativo straordinario, ma
Aalto ha saputo farlo con la sua fantasia, trovando un saggio equilibrio tra i valori for-
mali dell’architettura e l’informalità delle attività studentesche.”

Per l’Aula Magna, Alvar Aalto sembra aver tagliato con un piano inclinato il volume

29 Bruno Zevi, Cronache di Architettura, Editori Laterza, Bari 1979


30 Citato in Bruno Zevi, Cronache di Architettura, Editori Laterza, Bari 1979

83
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

di un cilindro. Nonostante la differenza formale dei corpi di fabbrica, però, il comples-


so architettonico del Politecnico di Otaniemi appare caratterizzato da un linguaggio u-
nitario grazie all’uso accurato dei materiali.
Aalto, a differenza di Le Corbusier, non amava esporre programmi teorici di archi-
tettura né cercava di spiegare le sue opere. Dirà che il suo lavoro termina allorquando
l’edificio è ultimato e che la ars historici è di aiuto soltanto per l’operato futuro. Tale po-
sizione gli consente di prendersi gioco anche della sua funzione di docente universita-
rio, come quando affermava 31 :

“Proprio quando ero insegnante, negli Stati Uniti, avrei dovuto parlare e scrivere. I
miei studenti erano animati dal desiderio di sapere, e possibilmente tutto. Ad esem-
pio mi chiesero come si facesse della buona arte. Risposi: Non lo so. Le conseguen-
ze furono disastrose.
Un bel giorno arrivarono in udienza dal professore i genitori di uno studente. Veni-
vano da lontano, dalle parti di Vancouver, se ben ricordo. Iniziarono così la loro fi-
lippica: noi paghiamo per l’istruzione di nostro figlio, che è intelligente, 700 dollari
per trimestre e il professore ci viene a dire: Non lo so.
Ciò ha significato probabilmente la fine della mia pur breve attività pedagogica.”

Nella Scuola Politecnica di Otaniemi è possibile cogliere anche la cultura urbanistica


di Aalto. Infatti, in questa, così come in tante altre opere, si legge immediatamente
l’adattamento delle strutture al declivio naturale del suolo e l’inserimento ottimale
nell’ambiente ricco di verde.

Fig. 2.100 - Alvar Aalto: l’Aula Magna del Poli- Fig. 2.101 - Alvar Aalto: il complesso del Politecnico
tecnico di Otaniemi di Otaniemi

31 In vece di un articolo, Arkkitehti, 1958. Citato in Idee di Architettura. Scritti scelti 1921-1968, Zanichel-
li Editore, Bologna 1987

84
Dal betunium al cemento armato

2.3.7 La chiesa di Dio Padre Misericordioso a Roma e Richard Meier (1996)


La Chiesa di Dio Padre Misericordioso (Fig. 2.102) progettata da Richard Meier 32 , si
inserisce in un programma di costruzione di strutture religiose e centri parrocchiali per
le nuove aree di espansione della città di Roma.
Nel 1994 fu bandito un concorso internazionale per la costruzione di una chiesa in
Tor Tre Teste a Roma. Al concorso furono presentati 523 progetti; ma nessuno fu ri-
tenuto idoneo. Bandito un secondo concorso, al quale parteciparono anche Calatrava,
Tadao Ando e Richard Meier, nel 1996 fu dichiarato vincitore il progetto di Meier.
Lo stesso Meier, nel merito dell’opera progettata ebbe a dire:

“Questa chiesa è stata costruita in opposizione all’isolamento dell’area. E’ stata pen-


sata come un recinto in parte sacro e in parte laico per aiutare la popolazione a ri-
collocarsi nel mondo.”

Richard Meier, importante esponente del purismo formale dell’architettura moderna,


è nato nel 1934 a Newark, distante 10 Km da New York.
Meier ha sempre mostrato grande ammirazione per Le Corbusier, come testimonia-
no le sue parole:

“Evidentemente, io non potevo creare i miei edifici senza conoscere ed amare i la-
vori di Le Corbusier. Le Corbusier ha esercitato una grande influenza sul mio modo
di creare lo spazio.”

Come la Cappella di Rochamp di Le Corbusier è stata una pietra miliare per


l’architettura sacra del Novecento, così la chiesa di Dio Padre Misericordioso di Meier
lo sarà certamente per il futuro dell’architettura sacra.
L’involucro della chiesa è caratterizzato da tre grandi vele gonfie al vento, in cemen-
to bianco mentre tutto il resto è ferro e vetro. E sono proprio queste tre vele bianche
che aiuteranno a condurre la navicella della chiesa verso il nuovo mondo del terzo mil-
lennio, come ebbe a dire lo stesso Meier. Le tre vele sono le forme geometriche ele-
mentari che generano l’intera composizione, diventando la chiave di lettura
dell’organismo architettonico (Figg. 2.103, 2.104).

32 Richard Meier si laurea nel 1957 alla Cornell University e subito dopo inizia un viaggio in Europa. In
Francia incontra Le Corbusier, sempre ammirato da Meier, tanto che insieme agli architetti Eisenman,
Heiduk, Graves e Gwathmey, fonda il gruppo Five Architects, che voleva portare avanti proprio l’idea
di architettura di Le Corbusier.
Tra il 1958 e il 1963 Meier lavora in affermati studi di architettura, tra i quali lo studio di Skidmore,
Owings & Merrill e lo studio di Marcel Breuer.
Nel 1963 progetta il suo primo edificio, una residenza per i genitori a Essex Fells nel New Jersey e su-
bito dopo progetta la Smith House a Darien in Connecticut, l’edificio che comincerà a dargli fama in-
ternazionale.
Gli anni ottanta segnano l’affermazione della sua fama internazionale e riceve riconoscimenti impor-
tanti come il Pritzker Prize.

85
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Le tre vele sono formate da 256 conci prefabbricati in cemento armato. Ogni con-
cio, del peso di 12 tonnellate, misura 2,00 m di larghezza per 3,00 m di altezza e 79 cm
di spessore.
Per il calcestruzzo dei conci sono stati impiegati 2600 tonnellate di inerti di marmo
di Carrara e 600 tonnellate di cemento bianco. Si tratta di un nuovo tipo di cemento, il
Bianco TX Millenium, autopulente e capace di conservare il colore delle superfici nel
tempo. I conci sono solidarizzati tra loro, per formare le tre vele, attraverso la post-
tensione di un sistema di barre di acciaio disposte in direzione verticale e di cavi in ac-
ciaio disposti in direzione orizzontale. Complessivamente sono stati impiegati 7,5 km
di barre e 8 km di cavi.
Per il riempimento delle guaine che ospitano le barre e i cavi pos-tesi, e per la chiu-
sura dei giunti strutturali, sono state iniettate circa 550 tonnellate di malte speciali, anti-
ritiro.
Le tre vele sono collegate tra loro in copertura da una struttura trasparente.
La copertura della chiesa, in acciaio, alluminio e vetro, ci consente di affermare che
mentre nelle cattedrali gotiche si è sentito il bisogno di avvicinare l’uomo a Dio attra-
verso le vertiginosi altezze delle volte, con Meier è la trasparenza che unisce l’uomo a
Dio.
All’interno, caratterizzato da un’atmosfera di sobrio e asimmetrico rigore, lo sguardo
dei fedeli viene catturato dalla luce e dalle nuvole intraviste attraverso i tetti di vetro,
dal bianco smagliante delle pareti nude, dagli anomali scorci alle spalle della pietra o-
voidale dell’altare fuori asse, dal grande ma povero crocefisso di cartapesta, ottenuto in
dono da un’altra chiesa di periferia. Il Crocifisso, simbolo della cristianità, viene inserito
in un cono ottico definito da una struttura strombata. Al tramonto i raggi del sole, pe-
netrando attraverso il cono strombato, inondano il Crocifisso in un surreale bagliore
rossastro (Figg. 2.105, 2.106).

Fig. 2.102 - La chiesa di Dio Padre Misericordioso a Tor Tre Teste di Richard Meier

86
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.103 - Richard Meier: Dio Padre Misericordio- Fig. 2.104 - Richard Meier:Dio Padre Misericordio-
so, dettaglio della facciata so, l’ingresso

Fig. 2.105 - Richard Meier: Dio Padre Misericordio- Fig. 2.106 - Richard Meier: Dio Padre Misericordio-
so, il Crocifisso so, l’interno

87
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

L’invaso architettonico trasmette al fedele un senso di grande pace e spiritualità e lo


invita a meditare sullo spirito e sull’aldilà, come voleva l’autore:

“chi entra deve alzare lo sguardo verso l’alto, spiare il mistero del cielo e della tra-
scendenza”.

Se la cattedrale gotica con le sue vertiginose altezze innalza l’uomo al Signore, la cat-
tedrale di Meier avvicina l’uomo al Signore con il bagliore della sua luce.
Come afferma la Falzetti, le forme geometriche diventano metafora e dalla loro intersezione sca-
turiscono spazi significativi, poeticamente risolti e silenziosamente si contornano le espressioni della reli-
giosità (Figg. 2.107 y 2.112).
In quest’opera sembrano trovare conferma le parole di Frank O. Gehry, che nella
relazione di accompagnamento del suo progetto, presentato per il concorso per la co-
struzione della chiesa di Dio Padre Misericordioso, scriveva:

“credo nella capacità dell’architettura di elevare lo spirito umano. Creare uno spa-
zio santificato per la fede è una grande sfida.
La chiesa … diventa una ricerca dell’essenziale, della chiarezza e della semplicità.”

Fig. 2.107 - Richard Meier: la chiesa di Dio Padre Fig. 2.108 - Richard Meier: la chiesa di Dio Padre
Misericordioso, scorcio del sagrato con l’ingresso Misericordioso, scorcio della copertura in ferro e vetro

88
Dal betunium al cemento armato

Fig. 2.109 - Richard Meier: Dio Padre Misericordio- Fig. 2.110 - Richard Meier: Dio Padre Misericordio-
so, l’interno so, l’interno

Fig. 2.111 - Richard Meier: la chiesa di Dio Padre Fig. 2.112 - Richard Meier: la chiesa di Dio Padre
Misericordioso, scorcio dell’interno con l’organo Misericordioso, scorcio dell’interno

89
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Struttura prefabbricata in cemento armato a Portogruaro

Sorprende la complessità e la snellezza di questa struttura prefabbricata: esempio delle grandi possibilità offerte
dal calcestruzzo se usato correttamente e non per soli scopi speculativi.

90
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

3. VERSO GLI ‘ELEMENTI DI FABBRICA’ PER L’ARCHITETTURA

Nella generalità dei casi una ‘costruzione’, qualunque sia il suo uso, costituisce un si-
stema complesso per la molteplicità di prestazioni che è chiamata ad assolvere. Questo
sistema è formato da uno o più elementi di fabbrica i quali, costituiscono sub-sistemi, a
loro volta, complessi, con elementi costruttivi diversi. Questi ultimi possono essere an-
cora scomposti in parti elementari che comprendono uno o più componenti.
I componenti, infine, sono formati da uno o più materiali di base.
Pertanto, invece di affrontare lo studio della costruzione nell’intera sua globalità e
complessità si è soliti analizzare i singoli elementi che concorrono a definirla non dimen-
ticando, però, l’influenza delle reciproche relazioni. Lo studio, quindi, viene condotto gene-
ralmente secondo una scomposizione in elementi che, da un punto di vista pratico,
corrisponde nella generalità dei casi, alle fasi costruttive che si succedono e che concor-
rono a creare la ‘complessità’ dell’opera (Tabella 3.1).

EDIFICIO
SISTEMA COMPLESSO FORMATO DA UNO O PIÙ ELEMENTI DI FABBRICA

ELEMENTI DI FABBRICA
SUB-SISTEMA COMPLESSO FORMATO DA UNO O PIÙ ELEMENTI
COSTRUTTIVI

ELEMENTI COSTRUTTIVI
SUB-SISTEMA FORMATO DA UNO O PIÙ COMPONENTI

COMPONENTI
SUB-SISTEMA FORMATO DA UNO O PIÙ MATERIALI DI BASE

MATERIALI DI BASE
Tab. 3.1 - Approccio allo studio dell’edificio:
scomposizione del sistema complesso edificio in sub-sistemi specialistici

In particolare per gli edifici civili, gli elementi di fabbrica devono essere progettati in
modo che lo spazio architettonico possa garantire prestazioni adeguate, in un dato
momento storico, alle esigenze di funzionalità, di sicurezza, di abitabilità e di economia,
formulate dalla committenza:

x le esigenze di funzionalità, si riferiscono sia all’organizzazione che alla distribuzione


dello spazio in relazione allo specifico tipo edilizio;
x le esigenze di sicurezza, si riferiscono alla stabilità della costruzione nei riguardi delle
azioni permanenti, variabili, eccezionali e sismiche, alla difesa dagli agenti atmo-
sferici e dagli incendi, intesa quest’ultima sia come prevenzione che come conte-
nimento dei danni prodotti;
x le esigenze di abitabilità, si riferiscono al comfort che si deve assicurare allo spazio
architettonico, in relazione alla forma e alle dimensioni degli spazi, in rapporto

91
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

alle specifiche funzioni previste per questi, alle condizioni termo-igrometriche e


acustiche, all’illuminazione e alla ventilazione naturali e artificiali;
x le esigenze di economia, si riferiscono alla ottimizzazione del rapporto costi-benefici
che ciascun elemento di fabbrica dovrà soddisfare.

La complessità delle esigenze alle quali ciascun elemento di fabbrica in opera deve
rispondere, per migliorare la qualità edilizia nel suo complesso, giustifica la schematiz-
zazione della suddivisione degli stessi elementi di fabbrica in elementi costruttivi, in
componenti e, infine, in materiali di base.
In alcuni casi, come ad esempio per i calcestruzzi, il materiale di base è formato da
più materie prime usate in edilizia. Nel caso specifico le materie prime sono gli inerti, il
cemento e l’acqua che, insieme alle armature metalliche, caratterizzano elemento di
fabbrica Struttura in c.a.
Nel caso più generale, gli elementi di fabbrica che concorrono a definire il sistema
edificio si possono così classificare:
x elemento di fabbrica copertura, chiamato a separare, in direzione verticale, lo spazio
artificiale progettato dall’uomo dallo spazio naturale;
x elemento di fabbrica di collegamento verticale, chiamato a collegare tra loro i vari piani in
cui lo spazio architettonico si articola; in questo sub-sistema rientrano, natural-
mente, non soltanto le scale, ma anche gli ascensori, i montacarichi, ecc;
x elemento di fabbrica struttura, chiamato a garantire la stabilità dell’edificio ed a ripor-
tare tutti i carichi al terreno di fondazione; in generale, si distingue l’elemento di
fabbrica struttura in elevazione e l’elemento di fabbrica struttura di fondazione; il
primo, oltre a garantire la stabilità è chiamato a riportare i carichi alla fondazione;
il secondo, oltre a garantire la stabilità dell’edificio, è chiamato a diffondere sul
terreno di posa i carichi trasmessi dalla struttura in elevazione;
x elemento di fabbrica di appoggio intermedio, chiamato a ripartire lo spazio architettoni-
co, in direzione verticale, su più livelli; in questo modo sarà possibile articolare
l’intero spazio architettonico in più piani funzionali;
x elemento di fabbrica di chiusura d’ambito, chiamato ad isolare, in direzione orizzontale,
lo spazio interno dallo spazio esterno; naturalmente l’elemento oltre a garantire
condizioni di sicurezza e di comfort ambientale termo-igrometrico ed acustico,
dovrà anche garantire opportune condizioni di comfort di illuminazione e di
ventilazione;
x elemento di fabbrica di partizione, chiamato a ripartire, nell’ambito di ciascun piano,
lo spazio in ambienti con specifiche destinazioni d’uso;
x elemento di fabbrica di primo calpestio, chiamato ad isolare l’edificio dal terreno e, allo
stesso tempo, a soprelevare, in relazione all’impostazione progettuale, il piano
del primo calpestio dal piano di campagna;
x elemento di fabbrica impianti, chiamato a garantire condizioni di abitabilità e di igiene
allo spazio architettonico; rientrano in questo elemento gli impianti di riscalda-
mento e condizionamento, di ventilazione, di smaltimento dei liquami e delle ac-
que meteoriche, di alimentazione idraulica, ecc.

92
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

In alcuni edifici, come ad esempio nella Cattedrale di Nôtre Dame di Parigi (Fig.
3.1), sono presenti solo alcuni degli elementi di fabbrica innanzi indicati, in quanto uno
o più elementi garantiscono più prestazioni.
Nella Cattedrale di Nôtre Dame 1 , infatti, possiamo distinguere:

x l’elemento di fabbrica di copertura, chiamato a separare, in direzione verticale, l’invaso


architettonico dall’ambiente esterno;
x gli elementi di fabbrica di appoggio intermedio, chiamati a suddividere parte dello spazio
interno in più piani sovrapposti tra loro;
x l’elemento di fabbrica struttura, formato da un sistema di muri, archi e contrafforti
chiamati a contrastare ed a riportare i carichi, e in particolare le spinte delle volte,
alla fondazione;
x l’elemento di fabbrica di collegamento verticale, che assolve la funzione di collegare fun-
zionalmente tra loro i vari piani dell’edificio; in questo caso l’elemento di fabbri-
ca di collegamento verticale è formato da scale in muratura;
x l’elemento di fabbrica di chiusura d’ambito, chiamato a separare, in direzione
orizzontale, lo spazio architettonico dall’ambiente esterno, garantendo, allo
stesso tempo, il livello di illuminamento naturale richiesto; in questo caso la
chiusura d’ambito è chiamata a svolgere anche le funzioni proprie dell’elemento
di fabbrica struttura;
x l’elemento di fabbrica di primo calpestio, chiamato ad isolare lo spazio architettonico
dal terreno.

Dopo questa breve sintesi sull’organizzazione del Sistema edificio, si passa ad esamina-
re le caratteristiche di un particolare e articolato elemento di fabbrica, la Struttura.
Per l’elemento di fabbrica struttura è possibile fare alcune classificazioni, con riferi-
mento ai procedimenti produttivi, ai materiali e alla morfologia.

1 La cattedrale di Notre-Dame e la Tour Eiffel, oggi costituiscono i simboli più significativi di Parigi.
La fama di questa cattedrale è andata man mano crescendo fin da quando Victor Hugo scrisse il ro-
manzo Notre-Dame de Paris. Notre-Dame fu edificata per volere del vescovo di Parigi che, verso l’ini-
zio del XII secolo decise di costruire una immensa cattedrale esattamente nel centro di Parigi.
La Cattedrale di Nôtre Dame rappresenta un significativo esempio di architettura gotica, ovvero di
quelle architetture realizzate in Europa dall’XI al XIV secolo. La Cattedrale, realizzata tra il 1163 ed il
1250 (la costruzione è stata ultimata compiutamente nel 1345), costituisce la più famosa cattedrale del
gotico francese e, sebbene sia stata interessata da numerosi restauri effettuati nell’Ottocento, presenta
un aspetto sostanzialmente unitario e congruente con gli originali stilemi gotici. La Cattedrale, allungata
come un grande ed elegante vascello sulla riva destra della Senna, presenta una meravigliosa facciata
arricchita da due torri campanarie, da tre portali ogivali strombati e da un superbo rosone lavorato a
traforo. Sulla facciata prospiciente la Senna, oltre all’intricato sistema di archi e contrafforti, possiamo
ammirare un altro bellissimo rosone in marmo in corrispondenza del transetto, i cui bracci aggettano in
misura ridotta rispetto alla larghezza della navata.

93
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.1 - La Cattedrale di Notre Dame a Parigi


Legenda: 1. elemento di fabbrica copertura; 2. elemento di fabbrica di appoggio intermedio; 3. elemento di fabbri-
ca struttura; 4. elemento di fabbrica di collegamento verticale; 5. elemento di fabbrica di chiusura d’ambito; 6.
elemento di fabbrica di primo calpestio.

3.1 La classificazione dei procedimenti produttivi


Con riferimento alla classificazione produttiva, ovvero al processo di costruzione, le
strutture possono essere classificate nei seguenti tipi:
x realizzate in cantiere, costruite tradizionalmente oppure prefabbricate a piè
d’opera e poi montate;
x realizzate in stabilimento, per poi essere assemblate in cantiere;
x realizzate parte in opera e parte in stabilimento, se la parte realizzata diret-
tamente in opera è completata con elementi prefabbricati in stabilimento.

94
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

La struttura realizzata in cantiere


Un significativo esempio di struttura realizzata in opera è la Villa Savoye 2 di Le Cor-
busier 3 realizzata a Poissy a circa trenta chilometri da Parigi, nel 1929 (Fig. 3.2). L’uso
della struttura intelaiata in cemento armato consente a Le Corbusier di realizzare i cin-
que punti, da lui propugnati, che devono guidare nella progettazione degli edifici 4 .
Tutti gli spazi sono ben studiati e rispondono alle esigenze proprie dei modi di vivere.
Al piano terra viene organizza una zona per il garage, separata nettamente dagli altri
ambienti, una rampa che porta al primo piano ed al solarium, una scala circolare che
parte dal piano terra e si sviluppa fino al solarium. I restanti ambienti ospitano i servizi
ed alcune camere per la foresteria.
Al primo piano la casa si sviluppa intorno al giardino pensile (Fig. 3.3) del quale Le
Corbusier ebbe a dire:

"Il vero giardino della casa non sarà sul suolo, ma al di sopra di esso a tre metri e
cinquanta: questo sarà il giardino sospeso dove il suolo è secco e salubre, dal quale si
vedrà tutto il paesaggio, assai meglio che non dal basso".

Durante l’estate, l’apertura delle pareti scorrevoli del soggiorno consente di realizza-
re un unico grande spazio interno-esterno. Dal giardino pensile del primo piano parte
una rampa, la promenade architettonica, che collega l’abitazione con il solarium e con il
piano terra. La promenade architettonica, formata da piani inclinati che si sviluppano
per l’intera altezza della villa, al piano primo diventa esterna per raggiungere il tetto-
solarium. Sul solarium domina la parete curva a protezione della privacy della casa.
L’organizzazione della struttura di Villa Savoye richiama immediatamente quella del-
le Case Domino che Le Corbusier aveva concepito quindici anni prima. Anche nella
Villa Savoye, infatti, l’ossatura portante, costituita da pilastri e travi in cemento armato,
resta completamente indipendente dalle funzioni della casa.

2 Le Corbusier nella Villa Savoye, una macchina per abitare, esprime tutta la sua vocazione alla sincerità

formale. In quest’opera troviamo un giusto equilibrio tra l’ambiente intimo della casa e il paesaggio e-
sterno, libero ed immenso.
3 Cfr. nota 26 del § 2.3.4
4 Le Corbusier, oltre che architetto, urbanista e pittore, fu anche un teorico dell’architettura.

Nella Villa Savoye troviamo concretizzati i cinque punti regolatori della progettazione, propugnati dal
nostro Architetto:
1. i pilotis, la casa è un volume che libra su pilastri, in modo che la città, con i suoi negozi, le sue stra-
de, entri nel blocco della costruzione;il tetto giardino, il giardino sul tetto consente alla natura di en-
trare nella casa;
3. la pianta libera, dai vincoli dei muri in modo che ogni piano può essere organizzato liberamente;
4. la finestra a nastro, la facciata libera dagli elementi strutturali consente alle finestre di svilupparsi da
un bordo all’altro;
5. la facciata libera, il solaio prosegue a sbalzo verso la facciata che diventa una membrana leggera.

95
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.2 - Esempio di struttura realizzata in opera: Le Corbusier, Villa Savoye a Poissy

Il volume del primo piano, sollevato da terra dagli snelli pilastri circolari, è tripartito in direzione verticale dal-
la fascia delle finestre che si sviluppano lungo l’intero fronte. Proprio la struttura puntuale, arretrata rispetto al
perimetro esterno, consente di realizzare le finestre a nastro.

Fig. 3.3 – Esempio di struttura realizzata in opera : Le Corbusier, Villa Savoye a Poissy

Intorno al terrazzo del primo piano, organizzato con un giardino pensile, sono articolate le camere
dell’appartamento. Il terrazzo costituisce fonte di illuminazione e di soleggiamento per i vani interni. È ben vi-
sibile la promenade architettonica che porta al solarium.

96
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

Un esempio di struttura realizzata in opera con elementi prefabbricati a piè d’opera,


sono le Torri Enel (Fig. 3.4) del Centro Direzionale di Napoli.
Le due Torri, simbolico portale di accesso al Centro Direzionale di Napoli, presen-
tano una pianta rettangolare allungata e si sviluppano per 32 piani fuori terra.
Ciascuna delle due torri presenta la struttura formata da due grandi portali, costituiti
da due elementi verticali con sezione scatolare e da un traverso costituito da una gran-
de trave ad U di copertura, il tutto realizzato in opera. Completano la struttura gli oriz-
zontamenti che, montati a piè d’opera su una piattaforma, sono poi sollevati fino alla
quota d’imposta e sospesi alla trave ad U di copertura. I due montanti del portale ospi-
tano gli elementi di fabbrica di collegamento verticale, le scale a prova di fumo e gli a-
scensori panoramici. Il sistema consente di ottenere il piano terra completamente libe-
ro da qualsiasi elemento strutturale e quindi con grande libertà organizzativa delle fun-
zioni che deve ospitare (Figg. 3.5, 3.6).

Fig. 3.4 – Esempio di struttura realizzata in opera con parti prefabbricate a piè d’opera: le Torri ENEL del
Centro Direzionale di Napoli

Le due foto evidenziano le fasi costruttive delle torri: completata la costruzione del grande portale in cemento ar-
mato, si procede alla prefabbricazione a piè d’opera, su una struttura di servizio in acciaio, della struttura degli
orizzontamenti; completata la prefabbricazione, la struttura provvisoria viene sollevata fino alla quota d’imposta e
la piastra del solaio viene sospesa, mediante tiranti, alla trave ad U del portale.

97
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.5 – Le Torri Enel del Centro direzionale di Napoli


Le due Torri dell’Enel svolgono il ruolo di un moderno portale per il polo direzionale della città di Napoli: la
forma delle torri, la particolare disposizione planimetrica, apre al visitatore il CDN e quasi lo ‘invita’ a per-
correre l’asse verde.

98
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

Fig. 3.6 - Le Torri Enel del Centro Direzionale di Napoli

Le tavole progettuali evidenziano la grande trave di copertura alla quale sono sospesi i piani sottostanti e il
piano terra libero da elementi strutturali verticali.

99
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

La struttura realizzata in stabilimento


Tra le strutture realizzate in stabilimento in elementi prefabbricati e poi assemblate
in cantiere, a titolo di esempio si ricorda un edificio realizzato con un particolare siste-
ma costruttivo.
Si tratta di uno degli edifici (Fig. 3.7) costruiti a Monteruscello dopo il bradisismo
che interessò la città di Pozzuoli negli anni novanta. La struttura è formata da pannelli
portanti, prefabbricati in stabilimento, e da orizzontamenti in predalle, anch’essi pre-
fabbricati (Fig. 3.8).
I pannelli, di grande dimensione, sono collegati tra loro, e con gli orizzontamenti,
mediante giunti non strutturali, per cui, per garantire al sistema la capacità di resistere
alle azioni orizzontali del sisma, vengono postcompressi mediante trefoli di acciaio ar-
monico tesati dopo il completamento della struttura (Fig. 3.9).

Fig. 3.7 - Esempio di struttura prefabbricata: Monteruscello (Pozzuoli), edificio a grandi pannelli

Fig. 3.8 - Esempio di struttura prefabbricata: Monteruscello (Pozzuoli), gli elementi strutturali

100
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

I trefoli, scorrevoli all’interno di tubi zigrinati in acciaio, sono bloccati alla base in
apposite asole, predisposte in corrispondenza delle travi di fondazione, e tesati dall’alto
in copertura. I trefoli vengono tesati in funzione delle sollecitazioni che i giunti tra i
pannelli sono chiamati ad assorbire per le azioni indotte dal sisma.
Nel § 3.3 il sistema in esame verrà illustrato nel dettaglio.

Fig. 3.9 - Esempio di struttura prefabbricata: Monteruscello (Pozzuoli), i trefoli della postcompressione

Nella fotografia sono ben visibile le boccole, auto-serranti, che bloccano i trefoli della post-compressione e la pia-
stra di acciaio che distribuisce sulla trave di fondazione le tensioni indotte dalla post-tensione dei trefoli.

La struttura realizzata parte in opera e parte in stabilimento


Un esempio di struttura costruita parte in opera e parte in stabilimento è quella
dell’edificio della BMW di Monaco di Baviera (Fig. 3.10), progettato da Karl Schwan-
zer.
L’edificio, la cui forma simbolicamente vuole rappresentare ‘i quattro cilindri e la
coppa dell’olio’ del motore, presenta una struttura, del tipo tube-in-tube, realizzata par-
te in opera e parte in stabilimento. In particolare, il nucleo centrale in cemento armato
è realizzato in opera mentre la struttura in acciaio delle facciate è prefabbricata in stabi-
limento e montata in opera.
La ‘coppa dell’olio’, con il guscio di cemento argentato e senza finestre, ospita il Mu-
seo BMW Zeithorizont (orizzonti del tempo). Il museo, attraverso l’esposizione di mo-
tori di aerei, di motociclette e di automobili, presenta la storia di quasi ottant’anni di
sviluppo della Bayrische Motorwerke (BMW).

101
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.10 - Esempio di struttura realizzata parte in opera e parte in stabilimento: Edificio della BMW a
Monaco di Baviera

Nell’edificio della BMW il nucleo centrale di ciascuno dei quattro cilindri assolve al compito di resistere alle
azioni indotte dal vento o dal sisma, mentre i montanti in acciaio delle facciate assolvono al solo compito di por-
tare i carichi gravitazionali.

3.2 La classificazione materica


In relazione alla classificazione materica delle strutture, possiamo distinguere i seguenti
tipi:

x struttura in muratura ordinaria o armata


x struttura intelaiata in cemento armato
x struttura intelaiata in acciaio
x struttura con sistemi combinati di cemento armato e acciaio
x struttura a pannelli portanti in c.a.
x struttura a pannelli portanti in muratura armata
x struttura in legno

102
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

La struttura in muratura
Nella storia dell’architettura esistono certamente moltissime strutture in muratura di
grande valenza formale ma, forse, la più splendida è quella del Partenone 5 (Figg. 3.11,
3.12, 3.13).
La struttura è formata da armoniche colonne doriche, ciascuna delle quali impregna-
ta dell’entasis per trasmettere all’osservatore la sensazione dello sforzo a cui è sottopo-
sta, dalle murature portanti delle stanze e dalle trabeazioni, sormontate dai fregi ricca-
mente decorati con triglifi e metope, che erano chiamate a portare la copertura in legno
del tempio.
I rocchi cilindrici, realizzati in marmo Pentelico, sovrapposti l’uno all’altro formano
il fusto della colonna. Tutti gli elementi lapidei erano uniti tra loro con grappe di bron-
zo e di ferro di varie forme.
Il Partenone è l’unico tempio greco costruito completamente in marmo ed è anche
l’unico tempio dorico che presenta tutte le 92 metope decorate da rilievi.
Durante la guerra di indipendenza greca del 1833, i soldati turchi asserragliati
sull’Acropoli rimuovevano le grappe metalliche, provocando gravi danni alle strutture,
per ricavare munizioni per le loro armi da fuoco. I greci, per salvare i loro grandi mo-
numenti, offrirono essi stessi le munizioni ai nemici assediati, facendo, a prezzo della
loro vita, un grande dono all’umanità tutta.

Fig. 3.11 - Significativo esempio di struttura in muratura: il Partenone

5 Il Partenone, tempio di ordine dorico dedicato alla dea Atena, deve il suo nome alla monumentale
statua crisoelefantina, raffigurante Athena Parthenos. La statua, scolpita da Fidia, era ubicata nella stan-
za orientale della costruzione. Il Tempio, la migliore realizzazione dell’architettura ellenica, presentava
decorazioni che, a ragione, vengono considerate i più grandi elementi dell’arte greca.
Nel XIX secolo, Lord Elgin rimosse alcune delle sculture sopravvissute ai danneggiamenti della storia e
le portò in Inghilterra. Le sculture oggi sono in mostra al British Museum e il governo greco, insieme a
gran parte della comunità internazionale, ne richiedono da molti anni la restituzione.

103
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.12 - Il Partenone, l’entasis delle colonne

Fig. 3.13 - Il Partenone, le trabeazioni

Tra i più grandi monumenti del mondo, il Partenone rappresenta il vero emblema delle origini della cultura del
mondo occidentale. Il tempio costituisce anche uno di quei casi eccezionali in cui la struttura è architettura.

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Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

La struttura intelaiata in cemento armato


Con la struttura intelaiata in cemento armato molti Maestri dell’architettura moderna
e contemporanea hanno scritto esaltanti pagine della Storia dell’Arte. Tra queste, una
bella pagina di architettura è il Palazzo per gli uffici della società Enso Gutzeit di Hel-
sinki (Figg. 3.14, 3.15), progettata da Alvar Aalto6 nel 1959.
Per questo edificio Aalto assume un reticolo modulare per il disegno delle facciate,
di 3,20 x 3,06 m, che corrisponde al modulo maggiormente utilizzato nell’architettura
preesistente al contorno. Ma Aalto estende il modulo anche all’organizzazione spaziale
dell’edificio; infatti l’intera cubatura, così come la struttura intelaiata in cemento arma-
to, è regolata da un reticolo tridimensionale di 3,06 x 3,20 x 3,06 m.
In questo edificio i telai in cemento armato delle facciate sono rivestiti con marmo
bianco di Carrara, i basamenti dei telai sono rivestiti con granito, gli infissi delle finestre
sono in teak naturale, le vetrine del piano terra sono in metallo e bronzo, la copertura è
rivestita in rame.
Anche se quest’opera sembra impregnata di accenti monumentalistici, in realtà costi-
tuisce un’ulteriore prova che Aalto non detta regole progettuali, ma adatta la sua archi-
tettura alle condizioni naturali e sociali del sito e alle situazioni psicologiche e fisiologi-
che dell’uomo.

“dato che l’architettura coinvolge tutti gli aspetti della vita umana, un’architettura ve-
ramente funzionale deve essere funzionale dal punto di vista umano. Se osserviamo
con più attenzione il processo della vita, ci accorgiamo che la tecnica è solo un ele-
mento ausiliario, non un fenomeno definito e indipendente.”

La struttura intelaiata in acciaio


Anche la struttura intelaiata in acciaio ha permesso di realizzare grandi opere come
l’Empaire State Building (Fig. 3.16), progettato da Richmond H. Shreve, in collabora-
zione con William F. Lamb e Arthur Loomis Harmon7, e costruito in soli 21 mesi.
L’Empaire State Building, il più alto grattacielo del mondo per oltre quarant’anni
dalla data del suo completamento, avvenuto nel 1931, presenta la struttura intelaiata in
acciaio con gli elementi giuntati con chiodature; i pilastri sono alti due piani ed ai piani
bassi, per portare i grandi carichi sovrastanti, presentano una sezione composita forma-
ta da profili ad ala larga. I solai, in cemento armato con il calcestruzzo additivato con
ceneri di carbone, presentano uno spessore di quattro pollici e una luce di circa sette
piedi e sono rinforzati con una rete di fili di ferro.
La costruzione del grattacielo, alto 85 piani, impegnò 3400 operai al giorno e la
struttura fu realizzata al ritmo di un piano al giorno.
L’involucro è formato da rivestimenti in metallo, parapetti in alluminio fuso, serra-

6 Cfr. nota 29 § 2.3.6


7 Richmond H. Shreve, William F. Lamb e Arthur Loomis Harmon erano grandi esperti nella progetta-
zione di grattacieli e quando ebbero l’incarico di progettare l’Empaire State Building avevano già firma-
to importanti torri quale il grattacielo per la General Motors e quello del numero 500 della Fifth Ave-
nue.

105
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

menti in metallo e tamponatura formata da un paramento in pietra calcarea su contro-


fodera in mattoni ordinari. L’Empaire raggiunge un’altezza complessiva di 1472 piedi,
compreso i 222 piedi della torre per le trasmissioni.

Fig. 3.14 -Esempio di struttura intelaiata in cemento armato: Alvar Aalto, Palazzo per uffici della società
Enso Gutzeit di Helsinki

L’edificio da un lato costituisce un elemento di tramite tra la città ed il mare, dall’altro si inserisce armonica-
mente nel tessuto urbano circostante.

Fig. 3.15 - Esempio di struttura intelaiata in ce-


mento armato: Alvar Aalto, Palazzo per uffici del-
la società Enso Gutzeit di Helsinki.

L’organizzazione modulare delle facciate costituisce


una conclusione del discorso architettonico della se-
quenza di edifici neoclassici dell’Asse dell’Esplanade
e della Piazza del Mercato.

106
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

Fig. 3.16 - Esempio di struttura in-


telaiata in acciaio – L’Empaire
State Building di Manhattan a New
York (da A. Cooper, The wonders of
New York, 1981 New York)

La struttura con sistemi combinati di cemento armato e acciaio


Un significativo esempio di struttura mista in cemento armato e ferro è la Casa Bat-
lló (Fig. 3.17) di Antoni Gaudi.
Nel 1904, D. Josè Batllò Casanova decide di ristrutturare la casa di sua proprietà in
Paseo de Gracia a Barcelona, quando era stata già costruita la casa confinante, opera
dell’architetto Puig i Cadafalch.
Antoni Gaudi e Puig i Cadafalch, i massimi architetti che operarono a Barcellona in
quegli anni, con la loro attività erano impegnati in una continua ‘gara’.
In questa architettura, come in tante altre opere, l’architetto catalano Antoni Gaudi,
plasma il calcestruzzo per realizzare le immagini di questa casa delle fate. Il calcestruzzo
permette a Gaudi di interpretare i caratteri delle architetture medioevali catalane con un
nuovo linguaggio neo-barocco e la Casa Batllò costituisce proprio un esempio signifi-
cativo in tal senso.
La facciata si caratterizza per la composizione plastica dei balconi, per la guglia che
corona la copertura, per il balconcino delle fate del piano attico, per i motivi zoomorfi
del tetto della mansarda, che richiama la coda di un drago.

107
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Sulla sinistra di casa Batlló si individua la casa progettata da Puig i Cadafalch

Fig. 3.17 - Esempio di struttura mista in acciaio e cemento armato: Antoni Gaudi, Casa Batlló a Barcellona

Nessuna linea retta ma solo curve e spirali che disegnano ogni particolare della costruzione, dalle finestre del
primo piano ai balconi dei piani soprastanti.

Le opere di ampliamento e di ristrutturazione di Casa Batlló durarono fino al 1906 e


Gaudi si servì della collaborazione di vari aiutanti tra cui Josep M. Jujiol, che si interes-
sò dei lavori ornamentali e decorativi.
Un’altra originale pagina di architettura realizzata con struttura mista acciaio – ce-
mento armato è il Dancing House (Fig. 3.18), progettato da Frank O. Gehry8 per la cit-
tà di Praga. Nel 1978 la indiscussa genialità architettonica di Ghery si esprime attraver-
so la realizzazione della sua casa a Santa Monica e, da quel momento, le sue costruzioni
diventano attrazioni turistiche.

8 Frank Owen Goldenberg (diventato poi Gehry), l’architetto che ha firmato le strutture più dirompen-
ti e discusse degli ultimi decenni, nasce a Toronto in Canada, nel 1929 in una famiglia ebrea e, già da
bambino, esprime la sua creatività costruendo ‘piccole città’ con legnetti e vari materiali di recupero.
Nel 1947 la famiglia di Gehry si trasferisce a Los Angeles ed è proprio in questa città che Frank nel
1954 si laurea e, ancora studente di architettura, lavora come tirocinante nello studio Victor Gruen As-
sociates. Nel 1961, Frank Gehry si trasferisce a Parigi dove rimane per un anno lavorando nello studio
di André Rémondet e studiando i lavori di Le Corbusier, Balthasar Neumann, e dei grandi architetti
europei. Ritornato in America nel 1962, apre il suo studio professionale in proprio a Santa Monica, do-
ve firma i suoi primi lavori, apprezzati per le originali soluzioni, ma senza uscire dagli schemi ‘classici’.

108
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

Dall’intricato intreccio di strade del centro storico di una delle città medioevali più
affascinanti d’Europa, attraverso due ponti più a sud del Ponte Carlo, si può procede
per il lungofiume della Moldava per arrivare a Rostov Namestì dove si trova la sede
della National Nederlanden, il palazzo ‘Ginger e Fred’ o ‘Casa Danzante’ di Ghery.
Le linee fuori piombo della Dancing House affascinano il visitatore, in una città già
vivace come Praga, ricca di particolari, di linguaggi e di storie diverse.
Costruito tra il 1992 ed il 1995, la Dancing House si estende su una superficie di
5.400 mq ed è stato realizzato in acciaio, vetro e calcestruzzo.

Fig. 3.18 - Esempio di


struttura mista in acciaio
e cemento armato: Frank
O. Gehry, il Dancing
House di Praga

È la struttura intelaiata in acciaio e cemento armato che consente a Ginger e Fred di abbracciarsi in un passo
di danza.

3.3 La classificazione morfologica


In relazione alla classificazione morfologica delle strutture si distinguono i seguenti tipi
(Fig. 3.19):
∞ strutture lineari, per le quali gli elementi componenti presentano una dimensio-
ne che predomina sulle altre (ad esempio: i pilastri sono elementi lineari con svi-
luppo verticale; le travi sono elementi lineari a sviluppo orizzontale);
∞ strutture piane, per le quali gli elementi componenti presentano due dimensioni
che predominano sulla terza (ad esempio: i setti murari sono elementi piani a svi-
luppo verticale; le piastre sono elementi piani a sviluppo orizzontale);
∞ strutture tridimensionali, per le quali gli elementi componenti presentano le
tre dimensioni con lo stesso ordine (ad esempio: le strutture reticolari spaziali).

109
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

struttura lineare struttura piana struttura tridimensionale

Fig. 3.19 - Classificazione morfologica delle strutture

La tipologia lineare
La tipologia lineare consente di progettare l’organizzazione in pianta dell’edificio
vincolata solo per punti da elementi monodimensionali verticali (pilastri o colonne). La
grande libertà di pianta permette possibili interventi di variazione della destinazione
d’uso durante la vita dell’edificio.
È opportuno che l’organizzazione strutturale presenti in pianta una griglia modulare
con i pilastri posizionati nei nodi. Nello spazio, invece, sarà opportuno realizzare una
griglia tridimensionale per ottimizzare sia l’organizzazione distributiva di travi e pilastri,
sia l’organizzazione degli spazi funzionali dell’edificio.
Inoltre, considerato che i terremoti possono provocare movimenti complessi e di-
namici del terreno su cui si trova l’edificio e che da un punto di vista statico lo sposta-
mento più importante da valutare è quello orizzontale, quando si progetta l’edificio in
zona sismica è sempre opportuno utilizzare forme geometriche semplici conferendo al
volume dell’edificio, alla distribuzione dei carichi ed agli elementi stabilizzatori laterali,
una disposizione simmetrica.
Tra gli elementi strutturali lineari di base oltre ai pilastri (o colonne) si hanno anche
le travi. Le travi e i pilastri formano, nel loro insieme, un sistema strutturale del tipo a
scheletro. L’inserimento di elementi diagonali (croci di Sant’Andrea), o di pannelli mu-
rari, consente di migliorare la resistenza a taglio della struttura. Le travi e i pilastri del
sistema vengono solidarizzati con le strutture degli orizzontamenti, a sviluppo bidire-
zionale.

La tipologia piana
La tipologia piana, anche se consente una minore libertà di pianta, permette di proget-
tare un’organizzazione planimetrica dell’edificio vincolata solo per linee (lo sviluppo dei
setti portanti). L’organizzazione strutturale si caratterizza per un sistema di assi paralle-
li, disposti ad interasse uguale o variabile, in corrispondenza dei quali troviamo i setti
portanti.

110
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

La ridotta libertà di pianta non permette, naturalmente, di realizzare agevolmente


possibili interventi di variazione della destinazione d’uso durante la vita dell’edificio.I
principali elementi strutturali piani sono il setto portante verticale e la soletta orizzonta-
le, che possono essere combinati in modo da formare un sistema in grado di definire
uno spazio e di sopportare i carichi dell’edificio.Il sistema strutturale piano è formato
da una serie parallela di setti portanti, che definiscono gli assi primari di sviluppo dello
spazio architettonico. Gli assi secondari si possono sviluppare perpendicolarmente a
quelli primari, creando delle aperture all’interno dei setti portanti. Tali aperture non de-
vono, però, pregiudicare la stabilità, la resistenza e la rigidezza del sistema.
Lo schema a setti portanti paralleli resiste meglio alle azioni complanari ed in modo
insufficiente a quelle ad esso perpendicolare. Se, però, si garantisce la stabilità laterale
con intelaiature trasversali, o con setti resistenti alle deformazioni di taglio, si potranno
realizzare sistemi sismo-resistenti.La disposizione di setti portanti su griglia a scacchiera
permette di ottenere configurazioni dell’edificio più complesse. I piani della soletta o-
rizzontale andranno progettati come diaframmi orizzontali rigidi, in modo da essere in
grado di trasferire tutte le sollecitazioni laterali, del vento o del sisma, al sistema di setti
verticali portanti.

La tipologia tridimensionale
La tipologia tridimensionale si ottiene dalla unione di lastre verticali e solette orizzontali
(Figg. 3.20, 3.21).
Questa tipologia presenta, ovviamente, limitata libertà progettuale, riduzione della
flessibilità funzionale, ma, anche, riduzione dei costi e dei tempi di costruzione.

triedo elle gamma

Fig. 3.20 - La tipologia tridimensionale

Fig. 3.21 - Sistema strutturale tridimensionale ad anelli

111
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Un esempio significativo di struttura tridimensionale è quello delle Vele di Secondi-


gliano a Napoli (Figg. 3.22, 3.23, 3.24, 3.25).
Gli edifici, realizzati negli anni Ottanta, digradano a piramide, donde il nome di vela.
Attualmente ve ne sono solo quattro, in quanto tre Vele sono state demolite (Fig. 3.26).
Dalla relazione progettuale emerge che tutte le unità abitative sono progettate se-
condo una maglia modulare quadrata di lato 1,20 m, con un multiplo per i ‘grandi
componenti’ di 3 moduli, corrispondente a 3,60 m.
Sul piano strutturale, la lunghezza di 2 campi, corrispondente a 7,20 m pari alla se-
zione trasversale di un piano, viene ritenuta dal progettista ottimale per la prefabbrica-
zione di ‘membrature in acciaio-calcestruzzo’. Le membrature svolgono sia la funzione
portante che quella di partizione. Completano la struttura le piastre quadrate in con-
glomerato cementizio armato, che concorrono a definire una struttura tridimensionale
a tunnel.
Purtroppo alcune modifiche apportate al progetto in fase costruttiva, quali la ridu-
zione della distanza tra i corpi di fabbrica contrapposti e la sostituzione delle scale pen-
sili in acciaio con scale pensili in cemento armato, hanno reso praticamente inabitabili
questi edifici.

Fig. 3.22 - Schizzo a colori del complesso delle Vele di Secondigliano

Fig. 3.23 - Vista dall’alto del plastico di una delle Vele grandi

112
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

Fig. 3.24 - Vista sul lato corto del plastico di una delle Vele grandi
Nelle ipotesi progettuali i due corpi contrapposti sono sufficientemente distanziati per garantire aerazione e il-
luminamento dei fronti interni dell’edificio. Le scale interne in acciaio sono sufficientemente trasparenti per con-
sentire alla luce di diffondersi in questo spazio che costituisce una riproposizione del ‘vicoli’ di Napoli.

Nelle ipotesi progettuali i due corpi contrapposti sono sufficientemente di-


stanziati per garantire l’aerazione e l’illuminamento dei fronti interni.
Gli accessi agli alloggi avvengono attraverso strade pensili, disposte a piani
alterni, previste originariamente con struttura in tralicci di acciaio sostenuti
da mensole, anch’esse in acciaio, agganciate ai pilastri in cemento armato.
Da queste strade pensili si diramano, in salita e in discesa, piccole rampe in
acciaio che portano agli ingressi dei singoli alloggi.

113
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.25 - Vista sul lato corto di una delle Vele

Le modifiche apportate al progetto in fase costruttiva hanno reso praticamente impossibile alla luce di penetra-
re tra i due corpi di fabbrica.

Fig. 3.26 - La demolizione di una


delle torri.

La struttura a tunnel si è dimostrata


particolarmente resistente anche
all’azione dirompente della dinamite,
per cui si è dovuto intervenire con
mezzi meccanici.

114
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

3.4 L‘elemento di fabbrica di partizione orizzontale


Nell’ambito del sistema ‘edificio’, l‘elemento di fabbrica di partizione orizzontale costituisce
il sub-sistema chiamato a ripartire lo spazio abitabile in più piani sovrapposti.
L’elemento di fabbrica di partizione orizzontale deve rispondere a molte esigenze,
quali:
x esigenze di funzionalità, che sono quelle di articolare lo spazio architettonico in
più piani;
x esigenze di abitabilità, che sono quelle di fornire un adeguato grado di isolamento
termico, acustico ed igrometrico nonché un insensibile valore della deformabilità
sotto carico;
x esigenze di sicurezza, che sono quelle di resistere ai carichi verticali e orizzontali.
Nel caso più generale, l‘elemento di fabbrica di partizione orizzontale si articola in
tre elementi costruttivi:
x l’elemento solaio che svolge il ruolo statico ed è composto da più elementi che insieme
formano la struttura orizzontale;
x l’elemento di finitura superficiale, che riveste l’estradosso del solaio per garantire condi-
zioni di fruibilità dello spazio architettonico 9 ;
x l’elemento di finitura intradossale, dal semplice rivestimento all’isolamento dal fuoco 10 .

3.4.1 L’elemento costruttivo solaio


I solai sono quelle strutture, soggette principalmente a sollecitazione flessionali e ta-
glianti, che servono a definire determinati spazi architettonici, realizzando piani che
rendono utilizzabile e praticabile lo spazio di calpestio.
Il solaio è una struttura che può essere vincolata:
x ai muri d’ambito (Fig. 3.27),
x ad un sistema di travi e pilastri (Fig. 3.28).
L’elemento costruttivo solaio deve rispondere, in via prioritaria, ad esigenze:
x di sicurezza, cioè deve resistere ai carichi verticali (peso proprio, sovraccarico ecc.);
deve distribuire i carichi portati sulla struttura portante principale; deve possedere
sufficientemente rigidezza nel proprio piano al fine di trasmettere i carichi orizzon-
tali che agiscono secondo questo alla struttura portante principale;
x di deformabilità, cioè deve essere caratterizzato da una freccia di inflessione per cari-
chi mobili compatibile con la destinazione d’uso (una eccessiva deformabilità pro-
vocherebbe sensazione di fastidio alle persone); da una freccia di inflessione per ca-
richi fissi compatibile con le caratteristiche costruttive degli elementi di fabbrica
portati (una eccessiva deformabilità potrebbe determinare danneggiamenti alle tam-
ponature, alle pareti di partizione, agli impianti tecnologici, ecc.).

9 La finitura superficiale è composta da più strati che garantiscono l’abitabilità attraverso la coibenza,
l’impermeabilità, l’isolamento acustico, ecc.
10 La finitura intradossale è composta da uno o più strati (intonaco, controsoffittature, ecc.) che garan-

tiscono l’abitabilità, la durabilità, la resistenza al fuoco, ecc.

115
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

solaio
solaio
muratura portante
pilastri in c.a.
cordolo in cemento armato
trave in cemento armato

Fig. 3.27 - Solaio su muratura portante Fig. 3.28 - Solaio su struttura in c.a.

Una caratteristica importante del solaio è il rendimento statico Rs. In particolare, indica-
to con:
x P la somma del peso proprio del solaio e dei carichi variabili che il solaio deve
sostenere
x G il solo peso proprio del solaio,
si definisce rendimento statico il rapporto: Rs = P/G
Il solaio deve essere caratterizzato da un valore del rendimento statico elevato, cioè i
carichi che il solaio è chiamato a portare devono essere almeno il doppio del solo peso
proprio.
Anche se i solai oggi in uso sono molteplici, i più rappresentativi, dal punto di vista
tipologico, sono:
x i solai latero-cementizi
x i solai in acciaio
x i solai in acciaio e laterizi
x i solai in legno e laterizi
x i solai misti in polistirolo

3.4.2 I solai latero-cementizi


I solai latero-cementizi, in relazione al sistema costruttivo adottato, possono classifi-
carsi nei tipi:
x solaio realizzato in opera,
x solaio a pannelli prefabbricati, in cemento armato normale o in cemento armato
precompresso.
Inoltre, i solai latero-cementizi, in relazione ai materiali impiegati, possono classifi-
carsi nei tipi:
x solaio a travetti:
o con travetti in latero-cemento e blocchi interposti,
o con travetti a traliccio e blocchi interposti,
o con travetti in calcestruzzo precompresso e blocchi interposti;
x solaio a lastra, in cemento armato normale o cemento armato precompresso.

116
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

I solai latero-cementizi realizzati in opera sono (Figura 3.29) formato da filari di laterizi,
disposti secondo allineamenti paralleli; da travetti in cemento armato gettati in opera;
da una soletta, anch’essa in cemento armato e gettata in opera.
I blocchi (Fig. 3.30) vengono posizionati su di un tavolato di sostegno provvisorio,
che viene smontato solo quando il conglomerato ha raggiunto una sufficiente resisten-
za meccanica.
Dopo aver posizionato i blocchi in laterizio, si procede alla sistemazione delle barre
di armatura, ricorrendo all’uso di distanziatori in modo da assicurare che, nella succes-
siva fase di getto, le barre metalliche mantengano la corretta disposizione e un adegua-
to copriferro.
La tessitura del solaio, che indica la direzione dei travetti rispetto alla geometria del
vano, può essere a semplice orditura (parallela in generale al lato minore dell’ambiente
da costruire), oppure a nervature incrociate (Figg. 3.31 e 3.32).

I solai a pannelli prefabbricati possono essere in cemento armato normale, oppure in


cemento armato precompresso.
Nella Figura 3.33 è possibile leggere i filari di laterizi, i travetti in cemento armato, i
ganci per il sollevamento e per la posa in opera. In cantiere, dopo la posa in opera dei
pannelli prefabbricati e dell’armatura di ripartizione, si realizza il getto di conglomerato
fresco della soletta superiore e del travetto che si forma tra le diverse lastre che costi-
tuiscono il solaio.

Fig. 3.29 - Solaio latero-cementizio gettato in opera Fig. 3.30 - Solaio latero-cementizio in fase costruttiva

tessitura parallela al lato minore tessitura con travetti incrociati


Fig. 3.31 - la tessitura dei solai latero-cementizi

117
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.32 - Tessitura a travetti incrociati dei solai latero-cementizi

La tessitura a travetti incrociati consente di coprire luci di grandi dimensioni, ovvero di portare carichi più ele-
vati di quelli ordinari.

Il solaio a pannelli presenta i vantaggi, rispetto a quelli tradizionali, di una più veloce
posa in opera e della possibilità di realizzare manufatti autoportanti che richiedono una
puntellatura leggera durante la fase di getto del calcestruzzo di completamento. Richie-
dono, però, adeguati mezzi di sollevamento delle lastre e maestranze specializzate per
la loro movimentazione.

Fig. 3.33 - Solai a pannelli prefabbricati

I solai a lastre prefabbricate in cemento armato (Fig. 3.34), normale o precompresso,


sono sostanzialmente analoghi ai solai con pannelli prefabbricati. La lastra inferiore ge-
neralmente ha uno spessore di 4 cm e su di essa trovano alloggiamento i filari di laterizi
o di materiale espanso ed i tralicci per i travetti in cemento armato da gettare in opera
in uno con la soletta superiore.
La soletta inferiore consente di avere l’intradosso del solaio finito e pronto per
l’applicazione del trattamento finale (tinteggiatura o altro).
La procedura di posa in opera di questi solai è analoga a quella dei solai a pannelli
prefabbricati. Dopo aver posto in opera le lastre prefabbricate, vengono disposti i filari
in laterizio, vengono posizionate le eventuali armature aggiuntive e, infine, viene ese-
guito il getto di calcestruzzo per i travetti e per la soletta.

118
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

Fig. 3.34 - Solai a lastre prefabbricate in cemento armato

Fig. 3.35 - Solai a travetti prefabbricate e blocchi interposti

I solai a travetti prefabbricati e blocchi interposti costituiscono un buon compromesso fra il


solaio realizzato in opera ed il solaio a pannelli o solaio a lastre.
Il solaio è formato (Fig. 3.35) da travetti prefabbricati, da filari di laterizi e soletta in
cemento armato. Possono essere utilizzati sia travetti con armatura a traliccio che tra-
vetti precompressi. Se si usa il travetto a traliccio, i rompitratta di sostegno provvisorio
vanno posti ad una distanza compresa tra 1,0 ed 1,5 m; il peso dei travetti è di circa 10
Kg/m che consente una buona maneggevolezza.
Il travetto prefabbricato a traliccio presenta il fondello in laterizio e l’armatura a tra-
liccio. Dopo aver posto in opera i travetti prefabbricati su sostegni provvisori si di-
spongono i laterizi, le eventuali armature aggiuntive ed, infine, si realizza il getto di cal-
cestruzzo di completamento dei travetti e per la soletta.
Un’altra tipologia di solaio, a travetti prefabbricati e blocchi interposti, è costituita
dai travetti prefabbricati e precompressi.
Il solaio (Fig. 3.36) è formato dai travetti prefabbricati in precompresso, dai filari di
laterizi e dal getto di completamento di calcestruzzo, che viene effettuato a conclusione
del montaggio.
L’impiego dei travetti in precompresso consente di disporre i rompitratta a distanza
di 1,5-2,0 m.
Nella Figura 3.37 si evidenzia il solaio con travetto in precompresso e pignatte con
bordo rinforzato ed il solaio con travetti prefabbricati e laterizi biblocco. I laterizi bi-
blocco si utilizzano quando il solaio deve avere un’altezza maggiore di quella ordinaria
(solai a camera d’aria per copertura).

119
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.36 - Solaio a travetti prefabbricati e precompressi

Fig. 3.37 - Solaio a travetti prefabbricati e precompressi con laterizi rinforzati e biblocco

3.4.3 I solai in acciaio


Fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, in Italia il tipo più diffuso
di solaio in ferro è stato quello con travi metalliche e voltine, realizzate con vari mate-
riali: i conci lapidei e i laterizi.
Il solaio in ferro ha trovato prevalentemente impiego negli edifici industriali e per
carichi elevati. Questa tipologia sarà molto diffusa fino a dopo la seconda guerra mon-
diale, momento dal quale inizia il suo declino provocato, fra l’altro, dalla comparsa dei
solai latero-cementizi.
Nella Figura 3.38 sono riportate le caratteristiche costruttive di alcuni solai in ferro:
con putrelle e voltine, realizzate con vari materiali, quali i mattoni pieni disposti in col-
tello, i mattoni pieni disposti in foglio, le ‘spaccatelle di tufo’, con conci di altri materiali
lapidei; con volterrane, che dovevano essere in numero dispari in modo che per mutuo
contrasto si realizzasse un effetto d’arco; con tavelloni e sovrastante riempimento di
calcestruzzo leggero; con tavelloni curvi e sovrastante riempimento di calcestruzzo leg-
gero.
Le travi in ferro dapprima vengono realizzate a T rovesciata e solo successivamente
a doppio T.

120
Verso gli ‘elementi di fabbrica’ per l’architettura

Fig. 3.38 a - Solaio con putrelle e voltine in spaccatelle di tufo

Fig. 3.38 b - Solaio con putrelle e voltine in mattoni disposti in foglio

Fig. 3.38 c - Solaio con putrelle e volterrane

Fig. 3.38 d - Solaio con putrelle e tavelloni

Fig. 3.38 e - Solaio con putrelle e tavelloni curvi

121
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.39 - Solaio in acciaio e lamiera grecata

Particolare del connettore

Un tipo moderno di solaio in acciaio è quello con travi di acciaio e lamiera grecata.
La lamiera grecata (Fig. 3.39) viene solidarizzata alle travi in acciaio mediante con-
nettori, o viti autofilettanti, in corrispondenza delle onde inferiori; completano la strut-
tura la rete elettrosaldata di armatura e la soletta in calcestruzzo.
Dopo la posa ed il fissaggio della lamiera grecata alle travi, si effettua il getto di
completamento in calcestruzzo; in questa prima fase la lamiera costituisce un cassero
per il calcestruzzo ed è chiamata a portare, oltre al peso proprio, i pesi del getto in cal-
cestruzzo, dei mezzi d’opera e degli addetti.
Nella prima fase, quando il calcestruzzo è fresco, la freccia di inflessione della lamie-
ra non deve superare il valore L/240, essendo ‘L’ la luce della lamiera stessa. Quando il
calcestruzzo ha raggiunto adeguata capacità resistente nasce la collaborazione statica tra
la soletta e la trave. La collaborazione è assicurata dalla presenza dei connettori che im-
pediscono lo scorrimento relativo tra calcestruzzo indurito, lamiera e trave.

122
Verso gli ‘elemento di fabbrica’ per l’architettura

I connettori, quindi, svolgono il ruolo fondamentale di solidarizzare la soletta in ce-


mento armato alle travi in acciaio. I connettori (Fig. 3.40) maggiormente impiegati in
questo tipo di solaio sono:
a) connettori a perno disposti lungo un unico allineamento,
b) connettori a perno disposti a quinconce lungo due allineamenti,
c) connettori con lamiera stirata ad L,
d) connettori con lamiera stirata a T,
h) connettori circolari,
i) connettori a Z,
l) connettori a Z (altro tipo).

a b c d h i l

Fig. 3.40 - Tipi di connettori

3.4.4 I solai in acciaio e laterizi


Un’altra tipologia di solaio è quella in acciaio e laterizi, che presenta consistenti van-
taggi statici se viene realizzata la collaborazione delle travi con il sovrastante getto di
calcestruzzo armato, mediante i connettori.
Alcune soluzioni costruttive (Fig. 3.41) sono quelle formate dai seguenti elementi 11 :

a) travi a doppio T, tavelloni superiori, soletta in cemento armato e controsoffitto a


pannelli;
b) travi a doppio T, tavelloni all’intradosso ed all’estradosso, soletta in calcestruzzo e
intonaco all’intradosso;
c) travi a doppio T, laterizi forati superiori e soletta in cemento armato;
d) travi a doppio T, laterizi forati inferiori e riempimento con calcestruzzo alleggerito;
e) travi a doppio T, tavelloni in laterizio, connettori, getto di calcestruzzo e controsof-
fitto a pannelli;
f) travi a doppio T, tavelloni all’estradosso, tavelloni all’intradosso e camera d’aria in-
terposta.

11 Nelle intercapedini, ove esistenti, possono essere alloggiati canali, tubazioni, ecc.

123
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

a) tavelloni superiori b) tavelloni superiori e inferiori

c) laterizi e soletta in c.a. d) laterizi e calcestruzzo leggero

e) tavelloni e soletta in c.a. f) doppi tavelloni e soletta in c.a.


Fig. 3.41 - Tipi di solai in acciaio e laterizi

Nei solai in acciaio-laterizio e cemento armato, le travi possono essere con sezione a
doppia T, a C, reticolari o ad anima traforata, in lamiera saldata ed altro, e devono essere
dimensionate sia in termini di resistenza che di deformazione. La freccia, in generale,
non deve essere superiore ad 1/500 - 1/600 della luce, al fine di avere elementi inflessi
compatibili con la deformabilità degli elementi in laterizio.

3.4.5 I solai in legno


Prima dell’avvento dell’acciaio e del cemento armato, i solai in legno sono stati i tipi
più usati.
Con i solai in legno viene introdotto il concetto dell’organizzazione strutturale for-
mata da elementi principali, le travi, e da elementi secondari, il tavolato.
Un tipico esempio di solaio in legno, molto usato nel napoletano, è quello riportato
nella Figura 3.42.
Le travi, la struttura principale, sono in legno di castagno e sono poste in opera ad
interasse di circa 80 cm; i panconcelli, costituiti da rami di castagno semplicemente
spaccati in due parti, costituiscono la struttura secondaria. All’intradosso veniva orga-
nizzata una leggera ossatura in legno di sostegno della controsoffittatura, costituita, u-
sualmente, da una tela. Al di sopra dei panconcelli veniva realizzato un masso allo sco-
po di mantenere in posizione gli elementi secondari sulle travi, di limitare l’eccessiva e-
lasticità della struttura e di conferire all'intero solaio un certo grado di isolamento acu-
stico. Il masso era costituito da calcinacci, o altro materiale sciolto, che consentiva di
realizzare la planarità per il massetto di allettamento del pavimento.

124
Verso gli ‘elemento di fabbrica’ per l’architettura

Fig. 3.42 - Solaio in legno

Tra i moderni solai in legno si possono ricordare:


x solaio in legno e laterizi,
x solaio in legno, calcestruzzo e tavolato in legno,
x solaio in legno-acciaio-calcestruzzo,
x solaio in legno lamellare con armatura a traliccio,
x solaio in legno con doppia orditura di travi e tavolato.

Nella Figura 3.43 abbiamo un esempio di solaio misto in legno, calcestruzzo e pianelle di la-
terizio, completo di connettori di collegamento della trave in legno con il getto di calce-
struzzo e di rete di armatura della soletta.
Nel caso in esame le pianelle di laterizio svolgono una funzione di cassaforma per il
getto di calcestruzzo.
Il solaio misto in legno, calcestruzzo e tavolato in legno (Fig. 3.44) si caratterizza per il
tavolato in legno che svolge una funzione di cassaforma per il getto di calcestruzzo,
collegato alle travi in legno mediante connettori; per la rete di armatura della soletta.
In generale è opportuno proteggere il tavolato in legno con un elemento di separa-
zione impedisce il contatto legno-calcestruzzo fresco.

125
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.43 - Solaio in legno e pianelle di argilla

Fig. 3.44 - Solaio in legno e tavolato

Come opportunamente consiglia Aldo de Marco 12 , è conveniente connettere nel


modo adatto tra loro gli elementi del tavolato per impedire la colatura della malta ce-
mentizia con danneggiamenti delle travi in legno, in genere a faccia vista. A tale scopo
non è sufficiente la connessione a sella ma occorre procedere con una connessione
‘maschio-femmina’, ovvero procedere con l’inserimenti di connettoni in legno in asole
appositamente fresate negli elementi del tavolato.

12 Aldo de Marco è professore ordinario di Architettura Tecnica nell’Università degli Studi di Salerno.
Dopo aver maturato la sua formazione di docente e ricercatore nella Facoltà di Ingegneria
dell’Università di Napoli (Renato Iovino è stato suo allievo), raggiunto l’ordinariato, ha insegnato prima
nella Facoltà di Ingegneria delle Università di Udine e di Trieste, e poi è stato ‘chiamato’ dall’Università
di Salerno. Intere generazioni di ingegneri ‘napoletani’, ‘udinesi’, ‘triestini’ e ‘salernitani’ hanno avuto la
fortuna di formarsi anche grazie ai suoi insegnamenti.

126
Verso gli ‘elemento di fabbrica’ per l’architettura

Il solaio in legno-acciaio-calcestruzzo (Fig. 3.45) è formato da una struttura portante prin-


cipale costituita da travi in legno, da un tavolato continuo, da un traliccio in acciaio che
è fissato alle travi mediante viti autofilettanti e da una soletta in calcestruzzo armata
con rete. Anche in questo caso è opportuno proteggere dall’acqua del calcestruzzo il
tavolato, che non solo svolge la funzione di cassaforma per il calcestruzzo allo stato
fresco, ma anche una funzione estetica in quanto dal basso si può vedere nella sua inte-
rezza un solaio in legno.
Il solaio in legno lamellare e armatura a traliccio (Fig. 3.46), le travi in legno lamellare sono
rinforzate con una armatura metallica a traliccio che costituisce anche elemento di soli-
darizzazione delle travi con il getto di calcestruzzo. Sulle travi poggiano i laterizi, che
costituiscono cassaforma per il getto della soletta in calcestruzzo.
Il solaio in legno con doppia orditura di travi e tavolato (Fig. 3.47) è formato da una orditura
principale di travi in legno, da una orditura secondaria di travicelli in legno, da un tavo-
lato continuo in legno, da uno strato isolante per proteggere il legno dall’acqua di im-
pasto del calcestruzzo e da una soletta in calcestruzzo che può anche essere armata con
rete elettrosaldata.

connettore rete elettrosaldata

viti

Fig. 3.45 - Solaio in legno acciaio e calcestruzzo

Fig. 3.46 - Solaio in legno lamellare e


armatura a traliccio

127
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 3.47 - Solaio in legno con doppia orditura di travi e tavolato

3.4.6 I solai misti in polistirolo


Ai tradizionali solai latero-cementizi si affiancano altri solai che utilizzano prodotti
prefabbricati con materiali diversi ed innovativi, i quali privilegiano aspetti prestazionali
aggiuntivi rispetto ai soli requisiti statici.
I solai realizzati con polistirolo, acciaio e calcestruzzo uniscono al requisito di sicu-
rezza statica, altre prestazioni che vanno dalla resistenza al fuoco, alle caratteristiche di
isolamento termo-acustico.
Si tratta di pannelli modulari in polistirolo espanso (PSE) 13 da integrarsi, in opera,
con un getto di calcestruzzo.
L’attuale tecnologia ha consentito di mettere a punto un prodotto che consente di
realizzare una collaborazione strutturale fra il polistirolo espanso, opportunamente fo-
rato, ed i tralicci metallici zincati.
Un esempio, in tal senso, è il Plastbau Metal che è un pannello autoportante impie-
gato per la realizzazione dei solai. Il pannello Plastbau Metal viene prodotto in 2 ver-
sioni, denominate Serie I e Serie C. Nella Serie I (Intonaco), i pannelli sono rivestiti al-
l'intradosso da uno strato di intonaco armato con rete metallica. Nella Serie C, invece, i
pannelli sono privi di intonaco, in quanto destinati ad essere rivestiti con lastre di car-
tongesso. Le lastre di cartongesso vengono montate a secco e fissate direttamente ai

13Il polistirolo, resina termoplastica ottenuta dalla polimerizzazione dello stirolo, è stato isolato, per la
prima volta, nel 1831 da Benastre, che, riscaldando lo stirolo a 200°K, riuscì a creare il polimero polisti-
rolo. Il polistirolo espanso si ottiene, a sua volta, per espansione del polistirolo mediante agenti espan-
denti.

128
Verso gli ‘elemento di fabbrica’ per l’architettura

lamierini inglobati nel pannello. Il pannello in polistirolo espanso (Fig. 3.48), in genere,
presenta una parte strutturale, di spessore S1, ed una parte di coibentazione, di spessore S2.

Fig. 3.48 - Blocco per solaio in polistirolo

In alcuni casi l’elemento autoportante di polistirolo presenta un travetto a traliccio di


armatura, all’interno di tracce ricavate nei blocchi di polistirolo, e una rete stirata
all’intradosso (Fig. 3.49).
Le dimensioni del singolo elemento autoportante sono 600 mm di larghezza e 180
mm di altezza. In questo solaio l’autoportanza è garantita dalla nervatura centrale, in
cemento armato a traliccio, realizzata in stabilimento.

Fig. 3.49 -Solaio in polistirolo con armatura a traliccio

129
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

La Pescheria Centrale di Trieste

L’ingresso dell’Acquario

130
La struttura in cemento armato

4. LA STRUTTURA IN CEMENTO ARMATO

In questo capitolo viene esaminato l’elemento di fabbrica struttura con particolare


riferimento all’organizzazione tipologica, alle caratteristiche costruttive ed alla loro rea-
lizzazione. In particolare l’esame verrà condotto per le sole strutture lineari e piane in
cemento armato.
Le NTC 2008, nel § 7.4.3.1, classificano le strutture sismo-resistenti in cemento ar-
mato in strutture a telaio, strutture a pareti, strutture miste telaio-pareti, strutture deformabili torsio-
nalmente, strutture a pendolo inverso 1 .
In generale ogni costruzione, nel suo unicum, è retta e qualificata da una struttura in e-
levazione e dalla corrispondente struttura di fondazione.
La struttura in elevazione, tutta o in parte fuori terra, deve resistere alle azioni che
agiscono sull’edificio e trasmetterle alla fondazione.
Le azioni possono essere permanenti (peso proprio di tutti gli elementi di fabbrica
che formano l’edificio), variabili (carichi di esercizio, da neve, da vento, ecc.), eccezio-
nali (incendi, esplosioni, ecc.), sismici (azioni derivanti da terremoti)2 . La struttura di
fondazione, elemento di connessione tra edificio e terreno, deve resistere alle azioni
trasmesse da quella in elevazione e diffonderle sul terreno di fondazione, e viceversa da
questo alla struttura.

4.1 La struttura di fondazione


Per le fondazioni, come prescrivono le NTC 2008 3 , deve essere utilizzato un calce-
struzzo di classe non inferiore a C20/25 4 e per le armature deve essere utilizzato ac-
ciaio B450C 5 .
Nel rispetto delle NTC 2008, nella progettazione della fondazione occorrerà tenere
presente che:
x è opportuno non costruire le fondazioni sul ciglio o ai piedi dei dirupi,
x è opportuno non costruire le fondazioni su terreni con strutture eterogenee
(detriti, terreni franosi ecc),
x è opportuno costruire su roccia compatta opportunamente liberata dal cappel-
laccio (che nella maggior parte dei casi è degradato) o su terreni di buona con-
sistenza.
La fondazione, inoltre, deve essere progettata per:
x resistere anche alle pressioni dal basso verso l’alto dei terreni con notevoli va-
riazioni della quota di falda 6 , resistere anche alle pressioni orizzontali contro i
muri dei piani interrati, in particolare contro i muri di sostegno.

1 Cfr. Appendice, § A.9


2 Cfr. § 7.1
3 Cfr. Appendice, § A.10
4 Cfr. § 5.3.1
5 Cfr. § 7.2. Per barre fino a 10 mm di diametro può essere utilizzato anche acciaio B450A.
6 Ossia alle spinte simili a quelle che permettono alle imbarcazioni di galleggiare.

131
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

In linea generale e riassumendo, il piano di posa della fondazione deve essere scelto
in relazione alle caratteristiche fisico-meccaniche degli strati sottostanti, allo spessore
degli stessi, all’organizzazione volumetrica dell’edificio (entro e fuori terra), alle azioni
trasmesse dalla fondazione al terreno, al tipo di fondazione; inoltre la struttura e il ter-
reno di fondazione devono essere esenti da rischi di dissesto che possano portare al
crollo dell’edificio ed gli eventuali cedimenti, durante la vita dell’edificio, devono essere
tali da non danneggiare la struttura e da non comprometterne la funzione.
Il progetto della struttura di fondazione, inoltre, deve essere condotto secondo step
operativi che possono così sintetizzarsi:
x analisi del terreno con indagini geologiche e geotecniche per determinare le
caratteristiche fisiche e meccaniche degli strati sottostanti la costruzione da
realizzare;
x scelta del sistema strutturale di fondazione in funzione delle caratteristiche fi-
siche e meccaniche del terreno, dalla sismicità della zona, delle caratteristiche
della struttura in elevazione;
x analisi delle possibili interrelazioni fondazione-terreno;
x verifica della stabilità dell’opera in relazione alle caratteristiche geomorfologi-
che del terreno e delle caratteristiche geometriche e fisiche del sistema fonda-
le;
x calcolo dei cedimenti, ossia della deformazione del piano di posa della fonda-
zione per effetto delle azioni trasmesse dalla struttura.
Dal punto di vista tipologico, la struttura di fondazione può essere classificata nei
seguenti tipi:
x diretta, se diffonde le azioni dell’edificio direttamente sul piano di posa (Fig.
4.1);
x indiretta, se diffonde le azioni dell’edificio negli strati profondi del terreno at-
traverso particolari elementi costruttivi (palificate) (Fig. 4.2).
Dal punto di vista topologico, invece, la struttura di fondazione può essere classifi-
cata nei tipi:
x superficiale, se H < = L
x intermedia, se H > L
x profonda, se H >> L
dove, con riferimento alla Figura 4.3, H ed L sono, rispettivamente, la profondità e la
larghezza dello scavo di fondazione.
In relazione ai tipi costruttivi, la struttura di fondazione può essere formata da:
x plinti isolati
x plinti con travi di collegamento
x travi rovesce
x platee
I plinti (Fig. 4.4) sono fondazioni di tipo discontinuo e per la loro realizzazione si e-
seguono scavi a pozzo che a volte richiedono l’armatura provvisoria delle pareti dello
scavo; in alcuni casi i plinti sono uniti tra loro da travi, dette travi di collegamento: si ha
così il sistema fondale a plinti con travi di collegamento.

132
La struttura in cemento armato

Fig. 4.1 - Fondazione diretta




Fig. 4.2 - Fondazione indiretta


Fig. 4.3 - Scavo di fondazione

Le travi rovesce (Figg. 4.5, 4.6), invece, sono fondazioni di tipo continuo che hanno
una dimensione prevalente sulle altre due. Per la loro realizzazione si eseguono scavi a
trincea (scavi detti anche a sezione obbligata) che a volte richiedono l’armatura provviso-
ria delle pareti dello scavo.
Le platee (Fig. 4.7), infine, sono fondazioni di tipo continuo con due dimensioni pre-
valenti sulla terza. Per la loro realizzazione si eseguono scavi di splateamento e di sban-
camento a sezione aperta che interessano una superficie anche maggiore di quella di se-
dime dell’edificio.
La fondazione a platea può essere costituita da un solettone armato, di opportuno
spessore, oppure da un solettone armato irrigidito con nervature in c.a. Questo ultimo
caso costituisce il connubio di una fondazione di travi rovesce con una fondazione a
platea.
Tutte le suddette tipologie possono essere sia dirette che su pali.

133
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 4.4 - Plinto di fondazione

Fig. 4.5 - Trave rovescia

Fig. 4.6 – Reticolo di travi


rovesce

134
La struttura in cemento armato

Fig. 4.7 - Platea

Per strutture da realizzare in zona sismica la fondazione deve essere di tipo continuo
e quindi deve essere formata da plinti con travi di collegamento disposte secondo due
direzioni ortogonali, ovvero da un reticolo di travi rovesce disposte secondo due dire-
zioni ortogonali, o da una platea, in genere nervata secondo due direzioni ortogonali.
Un sistema di fondazione organizzato con elementi disposti secondo due direzioni
ortogonali, X e Y, sarà in grado di resistere agli effetti indotti da un’azione sismica E
qualunque sia la sua direzione di propagazione.
Infatti, se gli elementi della struttura di fondazione che si sviluppano in direzione X,
per esempio le travi rovesce disposte lungo l’asse X, sono stati progettati per resistere
agli effetti dell’azione sismica E che si propaga in direzione X, e se gli elementi della
struttura di fondazione che si sviluppano in direzione Y, per esempio le travi rovesce
disposte lungo l’asse Y, sono stati progettati per resistere agli effetti dell’azione sismica
E che si propaga in direzione Y, allora la fondazione nel suo insieme sarà idonea a resi-
stere agli effetti dell’azione sismica E per qualsiasi direzione di propagazione.
In questo caso, infatti, gli elementi della struttura di fondazione che si sviluppano in
direzione X assorbiranno la componente secondo X dell’azione sismica, Ex, mentre gli
elementi della struttura di fondazione che si sviluppano in direzione Y assorbiranno la
componente secondo Y dell’azione sismica, Ey.
In questo caso, infatti, gli elementi della struttura di fondazione che si sviluppano in
direzione X assorbiranno la componente secondo X dell’azione sismica, Ex<E mentre
gli elementi della struttura di fondazione che si sviluppano in direzione Y assorbiranno
la componente secondo Y dell’azione sismica Ey<E.

135
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Nelle Figure 4.8, 4.9, 4.10, 4.11, 4.12, 4.13, 4.14 e 4.15 sono riportate alcune sequen-
ze di immagini che illustrano le fasi costruttive di una fondazione su pali.

a) Trivella per esecuzione cavo b) Esecuzione del cavo con camicia

Fig. 4.8 - Fasi costruttive di una struttura di fondazione su pali

In a) è visibile una trivella autocingolata che provvederà ad effettuare la trivellazione dei cavi dei pali di fonda-
zione. L’esecuzione del cavo con trivella comporta l’asportazione del terreno.
In b) è visibile una camicia in acciaio per l’armatura del cavo necessaria, attesa la natura del terreno in esame,
per evitare che le pareti del cavo possano franare. La camicia autoaffonda man mano che procede
l’avanzamento dello scavo. Per terreni con adeguata consistenza le pareti del cavo possono essere stabilizzate
mediante i fanghi bentonitici; se le qualità del terreno lo consentono il cavo può anche essere libero.

Le immagini evidenziano la presenza di automezzi pesanti sul ciglio di una scarpata. Il Re-
sponsabile della sicurezza dovrà disporre la verifica della stabilità della scarpata e ordinare
l’attuazione di tutte le misure necessarie per la sicurezza delle maestranze e degli operatori.

136
La struttura in cemento armato

a) Fase esecuzione del cavo b) Le gabbie di armatura dei pali

c) Le gabbie di armatura dei pali


Fig. 4.9 - Fasi costruttive di una struttura di fondazione su pali

In a) è visibile la fase di ultimazione della trivellazione del cavo; la trivella è stata estratta e la camicia ha
raggiunto il fondo del cavo. In b) e c) sono visibili le gabbie di armatura dei pali, premontate in officina e tra-
sportate sul cantiere. Le gabbie sono formate da barre diritte, tenute in posizione da anelli e da una spirale,
metallici.

137
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

c) Posa in opera delle gabbie di armatura dei pali d) Getto del calcestruzzo con canaletta metallica

Fig. 4.10 - Fasi costruttive di una struttura di fondazione su pali

In a) è visibile la fase di calo nel cavo della gabbia di armatura del palo; l’argano montato in cima alla mac-
china trivellatrice provvede alle operazioni di sollevamento e posa in opera della gabbia di armatura.
Nel caso in esame, trattandosi di una struttura da realizzare in zona dichiarata sismica, la gabbia di arma-
tura interessa l’intera altezza del palo.
Questa operazione andrà condotta con molta attenzione per evitare che la gabbia metallica possa provocare il
cedimento delle pareti del cavo.
In b) è visibile la fase di getto del calcestruzzo mediante scivolo metallico; nel caso in esame, essendo modesta
l’altezza del palo, e quindi l’altezza di caduta del calcestruzzo, non è stato ritenuto necessario l’impiego di un
tubo-getto.
E’ però opportuno, in ogni caso, utilizzare un tubo con bicchiere terminale per evitare che il calcestruzzo du-
rante la caduta urti la gabbia metallica con conseguente segregazione degli inerti.

138
La struttura in cemento armato

Fig. 4.11 - Fasi costruttive di una struttura di fondazione su pali: armatura di ancoraggio dei pali con i
plinti
Nella fotografia si vedono alcuni pali ultimati con le armature che fuoriescono per collegare i pali con i plinti
di fondazione.

Fig. 4.12 - Fasi costruttive di una struttura di fondazione su pali: strato di calcestruzzo magro per i plinti
Nella fotografia si ha una vista del cantiere con il magrone già realizzato; il magrone, realizzato con un calce-
struzzo a basso dosaggio di cemento, consente sia di avere una superficie pulita sulla quale montare le arma-
ture dei plinti sia di isolare il calcestruzzo dei plinti dal terreno.

139
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

a) Lavorazione al banco dei tondini di armatura dei plinti

b) Montaggio dei ferri della gabbia di armatura di un plinto su tre pali

Fig. 4.13 - Fasi costruttive di una struttura di fondazione su pali

In a) si legge una fase di lavorazione delle barre metalliche destinate a formare le gabbie di armatura dei plin-
ti; sul banco le barre vengono tagliate e sagomate secondo le indicazioni progettuali.
In b) si può leggere una fase di montaggio della gabbia di armatura di un plinto su tre pali. Il plinto, in
quanto su tre pali, ha la classica forma di un parallelepipedo con base triangolare, con i vertici smussati.

140
La struttura in cemento armato

a) Vista laterale della gabbia di armatura di un plinto su tre pali

b) Vista dell’area di cantiere con le gabbie di armatura dei c) Montaggio delle armature delle travi di
plinti ultimate collegamento

Fig. 4.14 -Fasi costruttive di una struttura di fondazione su pali

In a) è ben visibile che la gabbia di armatura del plinto è formata da ferri diritti, da sagomati e da staffoni.
In b) è visibile l’area di cantiere con tutte le gabbie di armatura dei plinti completate; per rendere pulita l’area
del cantiere nelle zone non interessate dal magrone è stato steso uno strato di misto granulometrico.
In c), infine, l’immagina mostra la fase di montaggio delle armature metalliche delle travi di collegamento dei
plinti; nel caso specifico abbiamo ferri diritti superiori ed inferiori, ferri di parete e staffe.
Trattandosi di edificio in zona sismica, i plinti non possono essere isolati, ma devono essere opportunamente
collegati tra loro.

141
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

a) Montaggio delle casseforme della fondazione b) Getto del calcestruzzo con pompa
Fig. 4.15 - Fasi costruttive di una struttura di fondazione su pali
In a) l’immagine mostra le casseforme dei plinti e delle travi di collegamento. Nell’immagine sono ben visibili
le armature di attesa per il collegamento con le armature dei pilastri.
In b), invece, abbiamo una fase del getto del calcestruzzo mediante pompa autocarrata.
Betoniera sul ciglio della scarpata: PERICOLO!

4.2 La struttura in elevazione


Le NTC 2008, nel § 7.2.1, nel merito dei criteri generali di progettazione delle strut-
ture in zona sismica, prescrivono che le costruzioni devono essere dotate di sistemi
strutturali che garantiscano rigidezza e resistenza nei confronti delle due componenti
orizzontali ortogonali delle azioni sismiche.
La componente verticale, invece, deve essere considerata solo in presenza di
elementi orizzontali, o sub-orizzontali, con luce superiore a 20 m, elementi
precompressi (con l’esclusione dei solai di luce inferiore a 8 m), elementi a mensola di
luce superiore a 4 m, strutture di tipo spingente, pilastri in falso 7 , edifici con piani
sospesi, ponti, costruzioni con dissipatori di energia 8 e purché il sito nel quale la
costruzione sorge non ricada in zona 3 o 4. Si deve tenere infine conto degli effetti
torsionali che si accompagnano all’azione sismica.

7 In questo caso il pilastro non presenta al di sotto contiuità con altro elemento verticale portante, ma

scarica su un elemento orizzontale (trave, ecc.).


8 Cfr. i casi specificati in § 7.10.5.3.2 delle NTC 2008

142
La struttura in cemento armato

La struttura in elevazione deve essere progettata per garantire:

x le prestazione di sicurezza statica, cioè la struttura deve resistere alle azioni che pos-
sono agire su di essa;
x le prestazione di sicurezza deformazionale, cioè la struttura sotto carico deve defor-
marsi in modo da non provocare danni alle opere di completamento (tramezzi,
impianti, ecc) ed inoltre non deve determinare condizioni di grave disagio per i
fruitori dell’edificio;
x le prestazione di resistenza al fuoco, cioè la struttura sotto l’azione del fuoco non deve
perdere la capacità portante per il tempo necessario agli utenti per abbandonare
l’edificio ed a consentire l’intervento dei vigili del fuoco in condizioni di sicurez-
za.

La struttura, quindi, non deve solo sostenere durabilmente lo spazio costruito per
l’uomo, ma deve essere progettata per generare e qualificare l’Architettura.
In generale, come accennato nel Capitolo 3, le strutture intelaiate possono essere re-
alizzate:
x in cemento armato;
x in acciaio;
x miste acciaio-cemento armato.

Nel caso più generale, secondo una classica definizione ormai obsoleta, la struttura
intelaiata in cemento armato è formata da elementi lineari verticali, denominati pilastri e
da elementi lineari orizzontali, travi.
Si possono avere travi a spessore, se l’altezza della trave è contenuta nello spessore del
solaio; travi emergenti, se l’altezza della trave è maggiore dello spessore del solaio e la
maggiore altezza fuoriesce rispetto all’intradosso del solaio; travi estradossate, se l’altezza del-
la trave è maggiore dello spessore del solaio e la maggiore altezza fuoriesce rispetto
all’estradosso del solaio.
Le NTC 2008, nel § 7.4.6, nel merito dei dettagli costruttivi, da applicare sia alle
strutture in c.a. gettate in opera che alle strutture in c.a. prefabbricate, stabiliscono che
la larghezza ‘b’ della trave deve essere • 20 cm e, per le travi a spessore, deve essere non
maggiore della larghezza bc (ortogonale all’asse della trave) del pilastro, aumentata da
ogni lato della metà dello spessore della trave stessa.
Comunque la larghezza della trave non deve essere maggiore di due volte bc. Per tut-
te le travi, il rapporto b/h tra larghezza e altezza della trave deve essere • 0,25.
Inoltre, la Norma stabilisce che non deve esserci eccentricità tra l’asse delle travi che
sostengono pilastri in falso e l’asse dei pilastri che le sostengono. Esse devono avere
almeno due supporti, costituiti da pilastri o pareti.
Le pareti portanti non possono appoggiarsi in falso su travi o solette.
Per i pilastri, invece, la NTC 2008 prescrive che sono da evitare, per quanto possibi-
le, eccentricità tra l’asse della trave e l’asse del pilastro concorrenti in un nodo. Nel caso
che tale eccentricità superi 1/4 della larghezza del pilastro la trasmissione degli sforzi
deve essere assicurata da armature adeguatamente dimensionate allo scopo.

143
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Nelle Figure 4.16, 4.17, 4.18, 4.19, 4.20 e 4.21 sono riportate alcune sequenze di
immagini che illustrano le principali fasi costruttive di una struttura in elevazione inte-
laiata, in cemento armato.

a) Montaggio gabbie di armatura dei pilastri b) Montaggio casseforme e armature pilastri

Fig. 4.16 - Fasi costruttive di una struttura in elevazione intelaiata

In a) l’immagine mostra la fase di montaggio delle gabbie di armatura dei pilastri del primo ordine della
struttura.
La gabbia è formata da barre diritte verticali e da staffe che garantiscono, tra l’altro, che le barre verticali sot-
to carico di compressione non si deformino per instabilità laterale.
In b), invece, l’immagine testimonia il montaggio delle casseforme dei pilastri.
E’ visibile un telaio quadrangolare orizzontale in legno, ‘base’, necessaria per montare correttamente le quat-
tro facce della cassaforma dei pilastri.

144
La struttura in cemento armato

a) Getto del calcestruzzo con pompa per i pilastri b) Vista della struttura con i pilastri del primo ordine
del primo ordine completati
Fig. 4.17 - Fasi costruttive di una struttura in elevazione intelaiata
In a) l’immagine mostra la fase di getto del calcestruzzo, operato con l’ausilio di una pompa autocarrata.
Nell’immagine sono ben visibili le ‘cravatte’ in legno montate sulle casseforme dei pilastri per il contenimento
della spinta del calcestruzzo allo stato fresco. In b), infine, c’è una vista della struttura con i pilastri completati.
Nell’immagine sono visibili le guide in legno, chiodate al calcestruzzo ancora fresco, necessarie per montare a
livello la cassaforma del primo impalcato.

a) Fase di montaggio delle casseforme del primo impalcato


Fig. 4.18 - Fasi costruttive di una struttura in elevazione intelaiata
In a) si può vedere una fase di montaggio delle casseforme delle travi del primo impalcato. Nell’immagine sono
visibili le armature che fuoriescono dai pilastri per soddisfare la condizione di continuità con le armature dei
pilastri del secondo ordine.

145
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

a) Vista del primo impalcato con l’armatura in legno completata

b) Fase di montaggio dei travetti prefabbricati in cemento armato precompresso per il solaio
Fig. 4.19 - Fasi costruttive di una struttura in elevazione intelaiata
In a) si ha una vista del primo impalcato con il montaggio delle casseforme completato con gli ‘sbadacchi’ in-
clinati per il contenimento della spinta del conglomerato fresco, spinta che attinge valori molto elevati durante
l’eventuale la vibrazione del getto. Sono ben visibili anche gli elementi in legno disposti in direzione ortogonale
alle orditure delle campate del solaio, che svolgeranno il compito di sostenere i travetti prefabbricati del solaio du-
rante la posa in opera dei filari di laterizio e il getto del calcestruzzo fresco. Si fa notare che il getto di calce-
struzzo di ogni impalcato inizia con il riempimento delle travi emergenti. Nella stessa fotografia sono anche visi-
bili gli elementi verticali, a forma di croce, a sostegno dei ‘casseri’ dell’impalcato.
In b), infine, si ha una fase di montaggio dei travetti dei solai. Nel caso specifico si tratta di travetti prefabbrica-
ti in cemento armato precompresso. L’uso dei travetti precompressi ha consentito di non realizzare il tavolato
continuo (‘tavolato chiuso’) che sarebbe stato necessario se il solaio fosse stato realizzato completamente in
opera. Inoltre l’impiego dei travetti precompressi ha consentito di contenere lo spessore del solaio nel trentesimo
della luce (H=1/30L).
La realizzazione del tavolato chiuso può garantire una maggiore sicurezza alle maestranze e agli
operatori tecnici. Il progetto e la verifica della sicurezza sul luogo del lavoro è compito fonda-
mentale del tecnico specificamente preposto.

146
La struttura in cemento armato

Vista dell’armatura di un nodo travi-pilastri

b) Armatura in legno degli sbalzi del primo impalcato c) Armatura in legno di una scala circolare

d) Montaggio delle armature metalliche delle travi


Fig. 4.20 - Fasi costruttive di una struttura in elevazione intelaiata

In a) si può rilevare la complessità di un nodo trave-pilastro per il notevole numero di barre metalliche che vi
convergono. Occorre sempre verificare in fase progettuale che il numero di barre metalliche convergenti nel nodo
non sia tale da impedire l’assestamento del calcestruzzo nella cassaforma.
In b) sono visibili le casseforme per gli sbalzi dell’impalcato con la sponda esterna a sviluppo circolare.
In c) si ha il particolare del montaggio della cassaforma per una rampa di scala a sviluppo circolare.
In d) Il montaggio dell’armatura di una trave a spessore eseguito prima dell’emanazione delle NTC 2008.

147
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

b) Montaggio della rete elettrosaldata di armatura


a) Montaggio dei laterizi del solaio
della soletta del solaio

c) Vista del primo impalcato completo prima del getto del calcestruzzo
Fig. 4.21 -Fasi costruttive di una struttura in elevazione intelaiata
In a) sono visibili le gabbie di armatura delle travi emergenti, formate da barre diritte, barre di parete e staffe.
In b) sono visibili i filari di laterizio con la sovrastante rete elettrosaldata di armatura della soletta. I laterizi
sono montati senza tavolato chiuso in quanto poggiano direttamente sulle ali dei travetti. La rete elettrosalda-
ta, oltre a svolgere il compito di collaborare con la soletta alla ripartizione dei carichi, migliora l’uniformità di
rigidezza dell’impalcato nel piano orizzontale in tutte le direzioni. In c) una vista dell’intero impalcato.

148
La struttura in cemento armato

4.3 L’organizzazione della struttura intelaiata


Attesa la complessità dei rapporti che legano indissolubilmente tutte le parti che
concorrono alla definizione dell’organizzazione spaziale del sistema edificio, si ritiene
opportuno affrontare lo studio della problematica strutturale con riferimento al caso
concreto di una Casa Albergo a servizio di un polo sanitario 9 .
Nella Figura 4.22 è riportato il piano tipo dell’edificio, che ha dimensioni in pianta di
metri 61,00x35,80.
Nell’organizzazione funzionale del piano tipo si individuano sostanzialmente tre
corpi a sviluppo lineare: nel corpo centrale ci sono i servizi di piano, mentre nei due
corpi laterali si trovano camere a due letti per i familiari dei pazienti. Sulle testate si svi-
luppano gli elementi di collegamento verticale: i vani scala a tre rampe e i gruppi ascen-
sori che sono a prova di fumo 10 .
Nelle figure 4.23 e 4.24 sono riportate le piante di una camera e della zona dei servi-
zi.
Considerato che l’edificio è a sviluppo orizzontale allungato, si è ritenuto opportuno
inserire un giunto che divide la struttura dell’edificio in due parti, sia per contenere le
dilatazioni termiche sia per un migliore comportamento nei confronti delle azioni si-
smiche.
La larghezza del giunto (L) è una funzione dell’altezza (H) dell’edificio: in uno studio
preliminare si può assegnare a L un valore pari 1/100 H: nel caso in esame è stata fissa-
ta la larghezza del giunto in 20 cm. Nelle Figure 4.25 e 4.26 sono riportati la sezione e il
prospetto dell’edificio.
Per ‘colmare’ la soluzione di continuità del giunto, sono previsti due tipi di copri-
giunto: uno per l’interno che deve garantire la libera circolazione di mezzi e persone
(Fig. 4.27) e l’altro per l’esterno che deve assicurare la tenuta all’aria e all’acqua (Fig.
4.28).
Nei paragrafi che seguono, facendo riferimento all’edificio innanzi presentato, ven-
gono esaminate le possibili organizzazioni strutturali sia in zona non sismica che in zo-
na dichiarata sismica al fine di mettere in condizione i progettisti di non delegare ad al-
tri lo studio della impostazione strutturale e, quindi, ad un momento separato da quello
della cosiddetta ‘ideazione generale’ dell’opera.
In particolare, attraverso l’esame di carpenterie e di particolari costruttivi verranno
individuate le linee guida per organizzare e predimensionare la struttura che, poi, sarà
‘verificata’ con i ‘metodi’ che vengono messi a disposizione dalla Scienza e dalla Tecni-
ca delle Costruzioni.

9 L’intero complesso è stato progettato nel rispetto del D.M.I. “Approvazione della regola tecnica di
prevenzione incendi per la costruzione e l’esercizio delle attività ricettive turistico-alberghiere” del 9
aprile 1994, del D.P.R. “Regolamento recante norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche
negli edifici, spazi e servizi pubblici” del 24 luglio 1996 n. 503, del D.P.C.M. “Atto di indirizzo e coor-
dinamento recante requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi minimi per i centri residenziali di
cure palliative” del 20 gennaio 2000.
10 Una scala è a prova di fumo se il vano che la ospita è un compartimento antincendio e se l’accesso

avviene attraverso un filtro a prova di fumo.

149
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Ambulatorio Medicheria Farmacia Personale

(+17.20) Spogliatoio Spogliatoio


Sala d'attesa Centro per indagini personale personale
diagnostiche e
laboratorio di analisi

Fig. 4.22 - Piano tipo di una Casa Albergo oggetto di studio


La disposizione del giunto in zona centrale consente di realizzare due strutture indipendenti. Ciascuna strut-
tura, presenta una distribuzione delle rigidezze degli elementi strutturali sufficientemente uniforme anche se i
corpi scala ed ascensore sono stati previsti verso l’esterno.

PIANTA TIPO ARREDATA

Fig. 4.23 - Organizzazione delle camere per gli ospiti


Ciascuna camera misura 6,00 m per 8,50 m ed è attrezzata con un armadio-spogliatoio, un servizio igienico
e una loggia. Il bagno è aerato attraverso un cavedio nel quale sono alloggiate anche tutte le canalizzazioni
degli impianti.

150
La struttura in cemento armato

Ambulatorio Medicheria Farmacia Personale

(+17.20) Spogliatoio Spogliatoio


personale personale
Sala d'attesa Centro per indagini
diagnostiche e
laboratorio di analisi

Fig. 4.24 - Organizzazione della zona servizi


L’area centrale, definita con pareti di partizione di altezza inferiore all’interpiano, verrà illuminata dall’altro
attraverso la luce che filtra dalle vetrate disposte sulle testate dell’edificio; l’aerazione sarà garantita da diffuso-
ri collegati ad uno specifico impianto di ventilazione. I servizi igienici e gli spogliatoi, con pareti a tutta altez-
za, saranno areati attraverso un cavedio disposto in posizione centrale.

+14.00

+10.50

+7.00

+3.50

+0.00

-4.00

Fig. 4.25 - Sezione trasversale della Casa Albergo

Dalla sezione si evince che trattasi di un edificio di cinque piani, di cui uno seminterrato, con un’altezza fuori
terra di 14,00 m; il piano seminterrato, a quota -4,00 m, presenta un’altezza lorda di 4,00 m, mentre tutti
gli altri piani hanno un’altezza interpiano di 3,50 m.

151
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 4.28 - Prospetto della Casa Albergo


Il prospetto si caratterizza per una parete vetrata che interessa l’intera superficie compresa tra i due vani che
ospitano gli elementi di collegamento verticale. La vetrata è formata da una lastra esterna da 12 mm, una
intercapedine da 16 mm equilibrata con aria disidratata, una lastra interna da 8 mm.

Rivestimento plastico o similare da 3 mm


Guarnizioni elastiche in Neoprene
Superficie di alluminio zigrinata

malta

C.A.

Fig. 4.25 - Giunto per pavimento in zona sismica Fig. 4.26 - Giunto di dilatazione per facciate, pareti e
soffitti

Il coprigiunto interno presenta il profilo centrale forma- Il coprigiunto esterno presenta un profilo portante in
to da uno scatolare in alluminio, ad alta resistenza, alluminio e una guarnizione elastica resistente agli a-
idoneo ad assorbire cedimenti e movimenti; il collega- genti atmosferici; il profilo in alluminio, inoltre, pre-
mento dei profili è assicurato da spinotti in acciaio al- senta un sottostrato in neoprene per compensare even-
loggiati in appositi fori. tuali irregolarità del piano di appoggio.

I giunti dovranno consentire la libera deformazione delle due strutture dell’edificio, sia per gli spostamenti indot-
ti dalle azioni termiche che per quelli determinati da eventuali azioni sismiche. Dovranno, in definitiva, impedi-
re il ‘martellamento’ tra le due strutture.

152
La struttura in cemento armato

4.3.1 La struttura intelaiata in zona non sismica


Nella progettazione della Casa Albergo in esame, in una località non dichiarata si-
smica, contemporaneamente alla ideazione dell’opera, i progettisti dovranno procedere
allo studio dell’organizzazione della struttura in cemento armato.
Occorre tener presente che sarà opportuno organizzare una struttura a maglie rego-
lari con interasse variabile tra i quattro ed i sette metri, in relazione alle dimensioni delle
travi (30 x 50 y 30 x 80) che normalmente vengono adottate per una tipologia edilizia
come quella in esame. Lo studio verrà condotto soltanto per uno dei due corpi nei qua-
li il giunto suddivide l’intero edificio.
Tenuto conto dell’organizzazione architettonica, una possibile soluzione è quella di
disporre i pilastri lungo sette allineamenti secondo la direzione x-x: A-B, C-D, E-F, G-
H, I-L, M-N, O-P (Fig. 4.29), che presentano un interasse costante di 5,90 m. Conside-
rato che l’edificio non ricade in zona sismica, è stato possibile prevedere gli allineamen-
ti secondo un’unica direzione in quanto la struttura può essere progettata come un ‘si-
stema’ di telai piani, paralleli tra loro. I pilastri sono stati disposti con interasse di 6,00
m secondo gli allineamenti suddetti, tenuto conto di una organizzazione architettonica
di massima e degli interassi convenienti (Fig. 4.30).
Individuata la posizione dei pilastri, le travi sono state disposte lungo gli allineamenti
innanzi indicati (Fig. 4.31) e lungo l’intero perimetro dell’edificio, dove è necessario a-
vere elementi strutturali idonei a portare il peso, ove esistente,
x delle tamponature,
x degli sbalzi,
x dei solai.
Un’altra possibile soluzione sarebbe stata quella di prevedere le travi lungo la dire-
zione ortogonale a quella precedente.
In generale, si potranno avere:
x una soluzione con le travi che hanno luci minori rispetto a quella dei solai;
x una soluzione con i solai che hanno luci minori di quelle delle travi.
La scelta di una delle due soluzioni possibili è, in genere, dettata da valutazioni eco-
nomiche. Nel caso di studio la scelta è indifferente in quanto le distanze tra gli allinea-
menti dei pilastri secondo x-x e quelle tra gli allineamenti secondo y-y, cioè, nelle due
direzioni ortogonali, sono all’incirca uguali (5,90 m e 6,00 m).
Scelta la soluzione più conveniente dal punto di vista economico, si disporranno, se-
condo l’allineamento prescelto, travi emergenti che, dal punto di vista prestazionale,
sono da preferirsi rispetto a quelle a spessore di solaio 10 .
Nel caso di studio sono state disposte soltanto travi emergenti.
Come si evince dalla carpenteria schematica del piano tipo (Fig. 4.31) la struttura in
esame risulta formata da sette telai in direzione x-x (Telai 1-6; 7-12; 13-18; 19-24; 25-30;
31-36; 37-42) e da quattro telai in direzione trasversale y-y (Telai 37-1; 42-6; 41-35; 11-5).
Ogni telaio è formato da sei ordini di pilastri e da cinque impalcati.

10Le travi a spessore si utilizzeranno per particolari esigenze formali e funzionali e nei limiti delle NTC
2008 (Cfr. § 4.2)

153
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

A B

C D

E F
Farmacia Personale

G H
Spogliatoio Spogliatoio
personale personale

I L

M N

O P

Fig. 4.29 - Studio per la definizione della carpenteria: i possibili allineamenti dei telai piani

A 1 2 3 4 5 6 B

C 7 8 9 10 11 12 D

E 13 14 15 16 17 18 F

G 19 20 21 22 23 24 H

I 25 26 27 28 29 30 L

M 31 32 33 34 35 36 N

O P
37 38 39 40 41 42

Fig. 4.30 - Studio per la definizione della carpenteria: le possibili posizioni dei pilastri

154
La struttura in cemento armato

1 2 3 4 5 6
30x60 30x60 30x60 30x60 30x60
30x60

40x60

40x60
7 8 9 10 11 12
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
30x60

40x60
13 14 15 16 17 18
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
30x60

19 20 21 22 23 24
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
30x60

25 26 27 28 29 30
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80

40x60
30x60

31 40x80 3240x80 33 40x80 3440x80 35 40x80 36


30x60

40x60

40x60

30x60 30x60 30x60 30x60 30x60

37 38 39 40 41 42

Fig. 4.31 – Schema di carpenteria del piano tipo, per zona non sismica

Nella Figura 4.32 è riportata, infine, la carpenteria del piano tipo dell’edificio oggetto
di studio nella quale si evidenzia l’organizzazione dei pilastri, delle travi e dei solai.
In carpenteria sono indicati, come si evince dalla tavola di dettaglio (Fig. 4.33), i filari
di laterizio, le zone di fascia piena e semi piena, i fili fissi dei pilastri.
Nel merito si può osservare che:
x i filari di laterizi devono essere sempre un multiplo intero della dimensione trasver-
sale del laterizio (in genere 25 cm);
x i fili fissi dei pilastri indicano la posizione dell’allineamento verticale rispetto al qua-
le viene operata la risega dei pilastri, se necessaria, quando si passa da un ordine a
quello successivo;
x la fascia piena e semipiena viene prevista, ove occorra, in corrispondenza delle travi

155
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

di appoggio, dove si verifica l’inversione del diagramma dei momenti.


Come evidenziato in carpenteria, in corrispondenza dei fori nel solaio, dove sono
ubicati i cavedi, viene predisposto una fascia piena di calcestruzzo per realizzare un te-
laio orizzontale capace di garantire la continuità del solaio.
Nel dettaglio stralcio di carpenteria (Fig. 4.33) si evidenziano anche i travetti rompi-
tratto realizzati per meglio ripartire i carichi tra i travetti del solaio. Il travetto rompi-
tratto, di dimensione 20 x 25 cm, è stato previsto soltanto per le campate dei solai con
luci superiori ai 5 m. Per le luci minori si può ritenere sufficiente, per ripartire i carichi,
la soletta del solaio, completa di opportuna armatura di ripartizione.

1 30x60
2 30x60
3 30x60
4 30x60
5 30x60
6
30x60

40x60

40x60
7 8 9 10 11 12
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
30x60

40x60
13 14 15 16 17 18
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80

14
30x60

19 20 21 22 23 24
40x80 40x80 40x80
30x60

25 26 27 28 29 30
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
40x60
30x60

32 33 34 35 36
31 40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
30x60

40x60

40x60

30x60 30x60 30x60 30x60 30x60


37 38 39 40 41 42

Fig. 4.32 - Carpenteria piano tipo

156
La struttura in cemento armato

filo fisso
1 30x60
2 30x60
3

30x60
7 8 9
fascia piena 40x80 40x80
30x60

fascia 13 14 15
semipiena 40x80 40x80

Fig. 4.33 - Dettaglio della carpenteria piano tipo

4.3.2 La struttura intelaiata in zona sismica


Nel seguito vengono esaminati i criteri guida per progettare una struttura intelaiata
in cemento armato per un edificio da realizzare in zona dichiarata sismica dalle norme.
Occorre tener presente che per le struttura intelaiata in cemento armato da realizzare
in zona sismica, l’organizzazione planimetrica più opportuna è quella a sviluppo qua-
drato. Naturalmente questo non implica che tutte le architetture in zona sismica deb-
bano avere uno sviluppo planimetrico che si avvicini al quadrato; infatti opportuni
giunti possono consentire di realizzare strutture indipendenti la cui forma planimetrica
sia prossima a quella ‘ideale’ citata.
Per edifici rettangolari allungati, edifici a ‘T’, a ‘U’ o a ‘L’, mediante l’inserimento di
giunti strutturali sismici (Figg. 4.34, 4.35) potranno essere ricavati corpi strutturali con
sviluppo planimetrico quadrato, o rettangolare non eccessivamente allungato.
Occorre, inoltre, organizzare la struttura in modo che la distribuzione degli elementi
sismo-resistenti, sia in direzione X che in direzione Y, sia tale che l’eccentricità tra il ba-
ricentro delle rigidezze e quello delle masse sia contenuta o, addirittura nulla. Ciò com-
porta che le rigidezze degli elementi sismo-resistenti devono essere uniformemente di-
stribuite sia planimetricamente che altimetricamente.
Questa esigenza di uniforme distribuzione delle rigidezze è spesso limitata dalla po-
sizione del corpo scala. Infatti, la struttura di questa (sia con travi a ginocchio che con
soletta rampante) presenta elementi strutturali che la rendono più rigida rispetto alla re-
stante parte della struttura. Sarà pertanto opportuno che il corpo scala venga localizza-
to in posizione baricentrica in modo che l’eccentricità ‘baricentro rigidezze-baricentro masse’

157
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

sia contenuta proprio in virtù della scelta geometrica (Fig. 4.36).


Altra esigenza da soddisfare nel progetto della struttura è quella di evitare piani ca-
ratterizzati da una rigidezza strutturale diversa da quella della restante parte della strut-
tura, come nel caso dei piani tecnici, che possono essere di minore altezza rispetto agli
altri piani, o dei piani con pilotis nei quali manca, del tutto o in parte, la collaborazione
resistente delle tamponature (Fig. 4.37).
Per quanto attiene gli impalcati, occorre organizzare la loro struttura in modo che le
rigidezze in direzione X e in direzione Y siano dello stesso ordine. In questo modo
l’impalcato sarà capace di trasmettere agli elementi sismo-resistenti le azioni sismiche
sia in direzione X che in direzione Y (Fig. 4.38).
Quando necessità funzionali e compositive non consentono di soddisfare le esigen-
ze evidenziate, la Scienza e la Tecnica delle Costruzioni permettono, sia pure con diffi-
coltà, di costruire una struttura resistente e durevole, anche se con maggiori oneri eco-
nomici.

giunto strutturale

Fig. 4.34 -Edificio rettangolare allungato


La realizzazione di un giunto consente di ottenere due strutture indipendenti il cui sviluppo planimetrico si av-
vicina a quello di un quadrato. Ciascuna struttura, quindi, ha un miglior comportamento nei riguardi delle a-
zioni indotte dall’evento sismico.

158
La struttura in cemento armato

giunto strutturale

giunto strutturale

Fig. 4.35 - Edificio con sviluppo ad U rovesciata

La realizzazione di tre giunti consente, in questo caso, di ottenere quattro strutture indipendenti il cui svilup-
po planimetrico si avvicina a quello del quadrato. Ciascuna struttura, quindi, presenta un migliore compor-
tamento nei riguardi delle azioni indotte dall’evento sismico.

159
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

vano scala

vano scala

Fig. 4.36 - Ubicazione del vano scala


La soluzione a) comporta una distribuzione non uniforme delle rigidezze con conseguente eccentricità tra il
baricentro delle rigidezze e il baricentro delle masse. La soluzione b) consente di limitare l’eccentricità tra i
due baricentri e quindi ridurrà l’entità dell’eventuale azione torcente di piano.

tamponatura piano soffice

Fig. 4.37 - Edificio con piano soffice


L’assenza dell’azione collaborante delle tamponature rende particolarmente vulnerabile il piano soffice nei
riguardi delle azioni sismiche.

160
La struttura in cemento armato

zona b)

zona a)
possibili zone di
danneggiamento locale

Fig. 4.38 - Edificio con distribuzione disuniforme delle rigidezze in pianta

L’orizzontamento, a causa della disuniformità della rigidezza dei singoli elementi sismo-resistenti, può essere
interessato da danni locali. In particolare, si potranno avere fessurazioni nelle zone di cui in figura. I danneg-
giamenti si avranno nella zona a) per l’azione sismica in direzione x-x, nella zona b) per l’azione sismica in
direzione y-y.

Con riferimento alla Casa Albergo (Figg. 4.22 - 4.28) si esaminano ora le possibili
organizzazioni della struttura in zona sismica.
Come stabiliscono le NTC 2008, la struttura dell’edificio deve essere idonea ad as-
sorbire le componenti orizzontali dell’azione sismica, per qualsiasi direzione di propa-
gazione dell’evento sismico. La struttura, pertanto, dovrà assorbire l’azione sismica ‘E’
(Fig. 4.39) sia se agisce in direzione longitudinale rispetto al fronte dell’edificio (dire-
zione x-x), sia se agisce in direzione trasversale rispetto al fronte dell’edificio (direzione
y-y).
Occorrerà, pertanto, prevedere elementi resistenti disposti in direzione longitudinale
x-x e in direzione trasversale y-y, ovvero disporre telai in direzione x-x e telai in dire-
zione ortogonale y-y in modo da realizzare complessivamente un telaio spaziale a maglie
ortogonali.
Così operando la struttura dell’edificio sarà idonea ad assorbire l’azione sismica ‘E’
per qualsiasi direzione di propagazione.
Per quanto indicato nel § 3.3.1, la Casa Albergo in esame ha un giunto in direzione
y-y che divide l’organismo edilizio in due strutture indipendenti, ma determina anche la
centrifugazione degli elementi di collegamento verticale in ciascuna delle due strutture.

161
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

azione sismica E in direzione x-x azione sismica E in direzione y-y

l'azione sismica E in direzione


qualsiasi
se la struttura è idonea a resistere
all'azione E in direzione x-x e se la
struttura è idonea a resistere all'azione E
E in direzione y-y, allora certamente
Ex resisterà alle componenti di E, Ex e Ey

Ey

Fig. 4.39 – Possibili direzioni dell’azione sismica E

La struttura deve essere formata da elementi resistenti disposti secondo due direzioni ortogonali. Nel caso delle
strutture intelaiate occorrerà prevedere telai disposti in direzione x-x e telai disposti in direzione y-y. La dop-
pia orditura di telai formerà un telaio spaziale.

Conseguentemente, almeno per le azioni sismiche che si propagano in direzione Y,


la struttura, anche se a sviluppo regolare, sarà caratterizzata da una eccentricità ‘baricen-
tro rigidezze-baricentro masse’ non trascurabile, con lo sviluppo di azione torcente di piano.
D’altronde senza il giunto l’intera struttura, presentando uno sviluppo allungato in
direzione X, sarebbe ugualmente interessata da un’azione torcente di piano se l’azione
sismica non investisse in modo uniforme il fronte dell’edificio (Fig. 4.40).
Tenuto conto di quanto innanzi indicato, una possibile soluzione progettuale è quel-
la indicata in Figura 4.41.
Nel caso di studio, oltre ai telai 1-6, 7-12, 13-18, 19-24, 25-30, 31-36 e 37-42, dispo-
sti in direzione x-x, si avranno anche i telai 37-1, 38-2, 39-3, 40-4, 41-5, e 42-6, disposti
in direzione y-y. Si ha, pertanto, un telaio spaziale formato da sette telai in direzione x-x
e da sette telai in direzione y-y.
Nella Figura 4.42 si riporta la carpenteria del piano tipo dell’edificio oggetto di stu-
dio, dalla quale si evidenzia che l’orditura dei solai non è unidirezionale ma a scacchiera.
In questo modo la rigidezza dell’impalcato, nel suo piano, viene migliorata per en-
trambe le direzioni x-x ed y-y.

162
La struttura in cemento armato

Bm=Bw

Bw Bm Bm Bw

e e

Ey Ey

Fig. 4.40 - Possibili azioni torcenti nel piano

Nel primo caso, edificio senza giunto, anche nell’ipotesi che il baricentro delle masse Bm coincida con quello
delle rigidezze Bw, insorgerà un’azione torcente di piano se l’energia propagata dal sisma non investe in modo
uniforme l’intero fronte delle edificio.
Nel secondo caso, edificio giuntato, anche se ciascuna struttura ha una forma regolare che si avvicina al qua-
drato, la centrifugazione delle scale determina lo spostamento di Bw e quindi l’insorgere di un’azione torcente
di piano.
In ogni caso gli strumenti della Scienza e della Tecnica delle Costruzioni consentono di “calcolare” corretta-
mente e compiutamente la struttura.

163
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

1 2 3 4 5 6
30x60 30x60 30x60 30x60 30x60
30x60

30x60

30x60

30x60

40x60

40x60
7 8 9 10 11 12
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
30x60

30x60

30x60

30x60

30x60

40x60
13 14 15 16 17 18
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
30x60

30x60

30x60

30x60

19 20 21 22 23 24
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
30x60

30x60

30x60

30x60

25 26 27 28 29 30
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80

40x60
30x60

30x60

30x60

30x60

30x60

40x80
3240x80 33 40x80 3440x80 35 40x80
36
31
30x60

30x60

30x60

30x60

40x60

40x60

30x60 30x60 30x60 30x60 30x60

37 38 39 40 41 42

Fig. 4.41 - Schema di carpenteria del piano tipo, in zona sismica

164
La struttura in cemento armato

1 30x60
2 30x60
3 30x60
4 30x60
5 30x60
6
30x60

30x60

30x60

30x60

40x60

40x60
7 8 9 10 11 12
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80

30x60

30x60
30x60

30x60

30x60

40x60
13 14 15 16 17 18
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
30x60

30x60

30x60

30x60
19 20 21 22 23 24
40x80 40x80 40x80
30x60

30x60

30x60

30x60

25 26 27 28 29 30
40x80 40x80 40x80 40x80 40x80

40x60
30x60

30x60
30x60

30x60

30x60

32 33 34 35 36
31 40x80 40x80 40x80 40x80 40x80
30x60

30x60
30x60

30x60

40x60

40x60

30x60 30x60 30x60 30x60 30x60


37 38 39 40 41 42

Fig. 4.42 - Carpenteria piano tipo

La carpenteria, sezione orizzontale vista dal basso verso l’alto, eseguita quando è stata disegnata la sola
struttura, deve:
x riportare la posizione dei pilastri con le relative dimensioni e con i fili fissi
x essere quotata con riferimento ai fili fissi dei pilastri
x riportare la disposizione delle travi con le relative dimensioni
x indicare l’orditura dei solai
x indicare l’organizzazione delle fasce piene e semipiene
x indicare la posizione delle forature con l’organizzazione del telaio di piano se necessario
x indicare la posizione del corpo scala e degli ascensori
x indicare la posizione e le dimensioni dei travetti di ripartizione.
La numerazione dei pilastri deve essere regolare, per evitare errori nella fase costruttiva, scegliendo un qualsia-
si criterio: per allineamenti orizzontali, per allineamenti verticali, in senso orario o antiorario, ecc.

165
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Quello che non si deve fare: Fondazione con reticolo di travi rovesce sul ciglio di un dirupo
Danneggiare l’ambiente ......

166
La struttura in cemento armato

4.4 La struttura a pannelli prefabbricati in cemento armato


La sequenza di immagini che segue intende illustrare l’organizzazione di una struttu-
ra a pannelli prefabbricati in cemento armato. Nel caso in esame si tratta di una struttu-
ra formata da elementi portanti verticali a grandi pannelli, post compressi, e da
orizzontamenti formati da piastre prefabbricate in calcestruzzo, alleggerite. Su una
fondazione organizzata con una doppia orditura ortogonale di travi rovesce su pali,
vengono montati i pannelli portanti verticali con giunti non strutturali. La
solidarizzazione in direzione verticale dei pannelli verrà assicurata da una post
compressione indotta da trefoli in acciaio armonico, disposti in guaine metalliche
zigrinate,
Per la realizzazione
post tesi (Fig.della
4.43).
struttura, dopo aver rimosso lo strato di terreno vegetale si
procede allo sbancamento, mediante pala meccanica, per raggiungere il piano di posa
della fondazione, dove viene segnata opportunamente la posizione dei pali (Fig. 4.44).
Nel caso in esame si tratta di una fondazione superficiale su pali trivellati (Fig. 4.45).
Mediante un utensile a bicchiere, mosso da un’asta dotata di moto rotatorio e verticale,
viene trivellato il foro dove verrà realizzato il palo in cemento armato (Figg. 4.46, 4.47,
4.48). Il bicchiere è formato da due semicilindri in acciaio, collegati tra loro da una cer-
niera che si sviluppa lungo un bordo, che consente l’apertura dei semicilindri per lo
scarico del terreno estratto.
Le gabbie metalliche di armatura dei pali, formate da barre metalliche longitudinali,
tenute insieme da anelli, e da spirale anch’essa metallica, vengono posizionate nel cavo
utilizzando la stessa macchina per la trivellazione.
Nel caso specifico, trattandosi di un terreno pozzolanico consistente, non è stato
necessario adottare alcun provvedimento per il contenimento del cavo (né camicia, né
fanghi bentonitici). Nella Figura 4.49 è visibile la palificata completata. Dalla testa dei
pali fuoriesce l’armatura di attesa che garantirà la solidarizzazione della palificata con le
travi rovesce.

guaina per alloggiamento giunto non strutturale


trefoli post-tesi

guaina per alloggiamento


trefoli post-tesi
pannello prefabbricato in
cemento armato

trave di fondazione

Fig. 4.43 - Sistema prefabbricato con pannelli post tesi

167
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 4.44 - Tracciamento della palificata


Raggiunto il piano di posa della fondazione, è stata tracciata, con gesso, la posizione dei pali.

Fig. 4.45 - Esecuzione del cavo mediante trivella- Fig. 4.46 - Il bicchiere della trivella, una volta riempito
zione di terreno, viene estratto per essere svuotato

Mediante un bicchiere, mosso da un’asta dotata di moto rotatorio e verticale, viene trivellato il foro dove verrà
realizzato il palo in calcestruzzo armato.

168
La struttura in cemento armato

Fig. 4.47 - La gabbia viene sollevata mediante Fig. 4.48 - La gabbia di armatura viene calata nel
l’argano montato sulla trivella cavo

Fig. 4.49 - La palificata è stata ultimata

La gabbia metallica deve essere infissa nel cavo, precedentemente trivellato, evitando di far franare le pareti del
cavo stesso.

169
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Completata l’esecuzione della palificata e scelto a campione un palo da sottoporre a


prova di carico, si procede alla realizzazione della zavorra che dovrà contrastare il cari-
co di prova, da applicare mediante martinetto idraulico. Il martinetto esercita il carico
di prova su un dado di calcestruzzo, realizzato preventivamente sulla testa del palo, ed
è contrastato attraverso la struttura in acciaio di sostegno della zavorra. Per leggere
l’abbassamento della testa del palo, sotto carico, vengono impiegati quattro flessimetri.
La media delle quattro letture fornirà il valore attendibile dell’abbassamento del palo
per le varie condizioni di carico (Figg. 4.50, 4.51).
La prova consente di verificare sia se l’abbassamento massimo è inferiore a quello
teorico di calcolo, sia se il palo presenta un comportamento elastico sotto carico varia-
bile.
La costruzione delle travi di fondazione richiede preventivamente la realizzazione di
uno strato di calcestruzzo a basso dosaggio di cemento, per isolare le travi di fonda-
zione dal terreno (Fig. 4.52); successivamente si procede con il montaggio della cassa-
forma in legno per contenere il getto del calcestruzzo e con il montaggio delle gabbie
di armatura.
In questo caso le gabbie sono state assemblate in officina, trasportate in cantiere e
poste in opera con carro gru.
La gabbia metallica ha la forma di una T rovesciata, e segue, naturalmente la sagoma
della trave di fondazione (Fig. 4.53). La gabbia metallica è formata da ferri longitudinali
e da staffe. Le barre longitudinali superiori ed in inferiori assorbono la trazione da fles-
sione; le staffe e i ferri longitudinali di parete collaborano all’assorbimento del taglio. Il
getto del calcestruzzo è avvenuto mediante pompa autocarrata (Fig. 4.54).
Nelle travi di fondazione, come si rileva dalla Figura 4.55, sono stati lasciati dei fori, in
posizioni opportune, dove verranno alloggiati gli apparecchi di tenuta dei trefoli metal-
lici localizzati in opportune guaine metalliche, come quella che si vede in figura. Com-
pletata la fondazione, inizia la costruzione dell’elemento di fabbrica di primo calpestio
(Fig. 4.56).
Nel caso in esame il primo calpestio è costituito da un semplice vespaio, nelle zone
dove verranno realizzate le cantinole, da un solaio poggiato sulle travi di fondazione,
nelle zone corrispondenti all’appartamento del piano terra. Il vespaio è costituito da
uno strato di pietrame, di pezzatura media, e da uno strato di calcestruzzo armato con
rete elettrosaldata (Fig. 4.57). Nella zona dell’abitazione del piano terra il solaio verrà
realizzato con piastre prefabbricate in calcestruzzo. Le differenti tipologie adottate per
l’isolamento dal terreno del primo calpestio sono correlate al differente livello presta-
zionale richiesto per la zona da adibire a cantinole e per quella da adibire ad abitazione.
Nella Figura 4.58 viene mostrata la fase di scarico in cantiere dei pannelli prefabbri-
cati in stabilimento.
I pannelli sono stati progettati sia in funzione dei carichi che dovranno portare in
opera, sia in funzione delle sollecitazioni da peso proprio, indotte durante le fasi di tra-
sporto e di sollevamento. I pannelli dei solai, anch’essi prefabbricati, sono formati da
una soletta di calcestruzzo all’intradosso e da travetti armati con traliccio metallico; in
sostituzione dei tradizionali laterizi, tra i travetti troviamo filari di polistirolo di allegge-
rimento.

170
La struttura in cemento armato

Fig. 4.50 - Realizzazione della zavorra Fig. 4.51 - Esecuzione della prova

Fig. 4.52 - Lo strato di calcestruzzo magro

Esaminiamo ora le fasi lavorative condotte in stabilimento per la produzione dei


pannelli portanti. I pannelli vengono prodotti con due livelli di finitura: con una faccia
finita e l’altra rustica, ovvero con due facce finite. Nella Figura 4.59 abbiamo un tavolo
vibrante per la realizzazione dei pannelli di tamponatura con una sola faccia finita. La
faccia finita sarà quella a contatto con il tavolo vibrante.
In fase di montaggio il pannello verrà disposto con la faccia finita rivolta verso
l’esterno e la faccia rustica, rivolta verso l’interno dell’edificio. La faccia rustica sarà poi
rivestita in opera con una fodera in lastre di gesso coibentate con argilla espansa.

171
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Sul tavolo vibrante, prima del getto, vengono posizionate le canalizzazioni dove pas-
seranno i trefoli per la solidarizzazione dei pannelli, tra loro e con la fondazione, non-
ché le armature metalliche di calcolo e tutte le canalizzazioni degli impianti elettrici.
I pannelli con entrambe le facce finite vengono realizzati con casseforme verticali
(Fig. 4.60). Sulla cassaforma fissa vengono montate le armature, le canalizzazioni
dell’impianto elettrico, le sagome dei vani porta.

Fig. 4.53 - La gabbia metallica di armatura delle travi di fondazione

Fig. 4.54 - Il getto di calcestruzzo mediante pompa 4.55 - Le travi con i fori per l’alloggiamento degli ap-
parecchi di tenuta dei trefoli di post tensione

172
La struttura in cemento armato

Fig. 4.56 - Vista della fondazione completata

Fig. 4.57 - Il vespaio in pietrame

Prima del getto vengono posizionate anche le armature necessarie per il sollevamen-
to del pannello nonché le sagome per le bocchette dell’impianto ad aria di riscaldamen-
to.
Completato il montaggio di armature e impianti, prima del getto, sulla controfaccia
della cassaforma viene steso uno strato di additivo (disarmante o ritardante) per agevo-
lare il disarmo del pannello gettato. Il getto del calcestruzzo, opportunamente vibrato,
completa la fase costruttiva dei pannelli in cemento armato.

173
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 4.58 - Accatastamento in cantiere dei pannelli prefabbricati

Fig. 4.59 - Tavolo vibrante per la realizzazione dei pannelli

174
La struttura in cemento armato

Fig. 4.60 - Fase di montaggio delle armature e degli impianti per i pannelli con entrambe le facce finite

Trasportati i pannelli prefabbricati in cantiere, e completata la realizzazione del pri-


mo calpestio, inizia la fase di montaggio dei pannelli del primo ordine della struttura
(Figg. 4.61 – 4.64). I pannelli vengono fissati provvisoriamente con aste telescopiche,
fissate con bulloni avvitati in appositi alloggiamenti già predisposti nel pannello.
Per garantire che i pannelli siano posizionati in modo da risultare perfettamente a
piombo e complanari con gli altri pannelli, vengono utilizzati apparecchi di precisione,
come il tacheometro.
Completato il montaggio dei pannelli di un intero ordine della struttura, si procede
con il montaggio delle piastre prefabbricate degli orizzontamenti (Figg. 4.65, 4.66,
4.67).
Per i solai i giunti tra le piastre sono strutturali, sono cioè armati in misura adeguata
a trasmettere le sollecitazioni indotte dalle azioni permanenti, dalle azioni variabili e
dalle azioni sismiche.
Ultimata la posa in opera dei pannelli di solaio, l’impalcato verrà completato con il
getto di calcestruzzo per i giunti, preventivamente armati, e per la soletta.
Ultimata la costruzione della struttura, prima di passare alla tesatura dei trefoli in ac-
ciaio armonico, si procede al collaudo degli orizzontamenti, mediante prove di carico.
Una striscia di due metri di solaio viene sottoposta a prova di carico per verificare
sia la freccia massima di inflessione, sia il comportamento elastico della struttura sotto
cicli di carico variabile. Mediante flessimetri è stato possibile rilevare le deformazioni
per vari step di carico crescete e per vari step di carico decrescente (Figg. 4.68, 4.69).

175
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 4.61 - Assemblaggio del primo ordine di pannelli

Fig. 4.62 - Posizionamento provvisorio dei pannelli con Fig. 4.63 - Regolazione della posizione dei pannelli
aste telescopiche con tacheometro

Fig. 4.64 - Particolare del giunto non strutturale

176
La struttura in cemento armato

Fig. 4.65 - La costruzione della struttura di una delle palazzine in fase avanzata

Fig. 4.66 - La fase di montaggio dei pannelli di so- Fig. 4.67 - Il varo di un pannello di solaio
laio

177
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 4.68 - Applicazione del carico di prova mediante serbatoio d’acqua

Fig. 4.69 - Flessimetri applicati all’intradosso del solaio per la lettura delle deformazioni sotto carico

I trefoli di acciaio armonico, introdotti nei canali prealloggiati nei pannelli, andranno
sottoposti alla tensione di trazione di calcolo per solidarizzare tra loro i pannelli, ren-
dendoli idonei a resistere alle azioni orizzontali (vento e sisma) (Fig. 4.70). Dopo aver
sigillato le guaine con malta antiritiro, ciascun trefolo viene fissato con un serrafilo in
acciaio. Una piastra in acciaio distribuisce su una maggiore superficie di calcestruzzo il
carico che verrà applicato al trefolo (Fig. 4.71).

178
La struttura in cemento armato

Con lo stesso sistema vengono fissati i trefoli alla base della costruzione, in corri-
spondenza dei fori predisposti nelle travi di fondazione. Anche in questo caso, una op-
portuna piastra di acciaio distribuirà le sollecitazioni di compressione, indotte dallo
sforzo di trazione applicato ai trefoli, su una maggiore superficie di calcestruzzo della
trave di fondazione (Fig. 3.9, capitolo 3).
Fissati i trefoli, mediante un martinetto viene applicato agli elementi di acciaio ar-
monico lo sforzo di trazione calcolato dal progettista delle strutture. Serrato il martinet-
to sul trefolo, viene applicato lo sforzo opportuno (Fig. 4.72).
Sottoposto a trazione, il trefolo si allunga. Man mano che il trefolo si allunga il serra-
filo ne blocca la deformazione. Quando il martinetto viene rimosso, l’acciaio armonico,
per la sua elasticità, tende a riassumere la lunghezza iniziale. La presenza dei serrafilo,
superiore ed inferiore, ne impedisce l’accorciamento e quindi lo sforzo di trazione ap-
plicato all’inizio diventa sforzo di compressione esercitato sui pannelli prefabbricati.
La compressione esercitata dai trefoli sui pannelli determina la solidarizzazione dei
pannelli stessi lungo la verticale. In questo modo la struttura sarà capace di assorbire
anche le azioni orizzontali da vento o da sisma.Nella Figura 3.7, riportata nel capitolo
3, abbiamo una immagine dell’edificio ultimato.

Fig. 4.70 - I trefoli in acciaio armonico prima della tesatura

179
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 4.71 - Applicazione degli apparecchi di serraggio dei trefoli

Fig. 4.72 - Applicazione della post tensione mediante martinetto

180
La tecnologia dei conglomerati cementizi

5. LA TECNOLOGIA DEI CONGLOMERATI CEMENTIZI

Il conglomerato cementizio, o calcestruzzo, è un impasto costituito da:

cemento + materiali lapidei fino e grosso + acqua

Si definisce cemento armato, o conglomerato cementizio armato, il materiale com-


posito formato da:

calcestruzzo + armatura metallica

Oltre agli ingredienti principali innanzi indicati, nel calcestruzzo frequentemente


vengono utilizzate altre particolari sostanze, quali gli additivi liquidi 1 , le aggiunte minerali 2
in polvere, le fibre metalliche e quelle polimeriche3 , per migliorarne alcune caratteristiche o
per conferire agli impasti speciali proprietà.
Il cemento, attraverso un processo chimico-fisico, entra in combinazione con
l’acqua (reazione di idratazione) dando luogo ad una massa solida che lega in un corpo
unico i diversi materiali lapidei che costituiscono il miscuglio. La reazione di idratazio-
ne dà luogo inizialmente al cosiddetto fenomeno della presa, che si manifesta con il
rapprendersi dell’impasto, e successivamente al fenomeno dell’indurimento durante il
quale si sviluppano le peculiari proprietà del legante cemento che costituisce la matrice
che avvolge e lega lo scheletro formato dagli aggregati, fini e grossi 4 .
Per la realizzazione delle strutture in cemento armato, al calcestruzzo sono richieste
due fondamentali caratteristiche: la resistenza meccanica, ovvero il carico di compressione
(o trazione) oltre il quale si ha la rottura, e la durabilità, ovvero l’attitudine a conservare
nel tempo le sue proprietà.
La resistenza meccanica è strettamente legata alla composizione della miscela; la du-
rabilità è anche connessa alle condizioni dell’ambiente in cui il conglomerato dovrà
svolgere il suo ruolo. Ma sia la resistenza meccanica che la durabilità del calcestruzzo
sono influenzati anche dalle procedure di getto e di stagionatura che, se non corrette,
possono determinare nella massa del calcestruzzo fenomeni di segregazione dei com-
ponenti, formazione di cavità alveolari, una prematura esposizione della miscela fresca
agli agenti atmosferici.
Il calcestruzzo fondamentalmente presenta due stati: lo stato fresco e lo stato indurito: il
primo è quello in betoniera durante la miscelazione dei suoi componenti, il secondo è
quello in cui il materiale si trova dopo i fenomeni di presa e indurimento del cemento.
Tutti i requisiti del miscuglio indurito sono influenzati dalle caratteristiche dei suoi
componenti, dalle proporzioni con cui questi entrano nell’impasto, nonché dalle moda-

1 Cfr. § 5.4.4
2 Cfr. § 5.4.4
3 Cfr. § 5.4.4
4 Attesa la buona resistenza a compressione, il conglomerato cementizio trova impiego nella realizza-

zione di opere strutturali e complementari, sia come elemento non armato sia quale componente del
materiale cemento armato.

181
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

lità con le quali questo è stato confezionato, trasportato e posto in opera. Assumono
particolare importanza, pertanto, le caratteristiche del calcestruzzo allo stato fresco in
opera, che si riflettono inevitabilmente su quelle del calcestruzzo indurito.

5.1 Il confezionamento del calcestruzzo


L’impasto dei componenti del conglomerato può essere eseguito direttamente in
cantiere con miscelatori, ovvero in impianti di betonaggio dai quali è poi trasferito in
cantiere con autobetoniera.
I miscelatori possono essere a bicchiere o a vasca. I miscelatori a bicchiere, le cosid-
dette betoniere, sono formati da un contenitore tronco-conico (bicchiere) che ruota in-
torno ad un asse sub-orizzontale. Il ‘bicchiere’ presenta all’interno un sistema di ‘pale’
che solleva i componenti della miscela per poi lasciarli ricadere per gravità: durante la
caduta si ha il mescolamento di tutti i materiali (Figg. 5.1 e 5.2).
I miscelatori a vasca si caratterizzano per l’asse di rotazione verticale. In questo caso
il mescolamento è assicurato dalle traiettorie che le pale imprimono ai componenti del-
la miscela (Figg. 5.3 e 5.4).
La velocità di rotazione del miscelatore deve essere opportunamente regolata, per
non ridurre la produzione oraria del miscelatore, e per evitare che si verifichi la centri-
fugazione dei materiali, nei miscelatori a tamburo, e la miscelazione caotica, nei misce-
latori a vasca.
In linea generale le velocità ottimali saranno:

n 20 u d per i miscelatori a tamburo [5.1]


n 15 u d per i miscelatore a vasca [5.2]
nella quale:
n è la velocità di rotazione espressa in numero di giri al minuto,
d è il diametro massimo del mescolatore espresso in metri.

Quando il calcestruzzo è prodotto in cantiere sarà necessario prevedere una zona di


deposito degli inerti, un silo per la conservazione del cemento, un serbatoio per l’acqua
e le attrezzature di impasto (Fig. 5.5). Quando il calcestruzzo è prodotto in impianti in-
dustriali, questi possono avere diversi schemi lavorativi (Figg. 5.6, 5.7, 5.8), e il cosid-
detto ‘calcestruzzo preconfezionato’ verrà poi distribuito nei cantieri di utilizzo con i-
donei mezzi di trasporto (Fig. 5.9). In quest’ultimo caso il mescolamento continua
nell’autobetoniera il cui bicchiere è opportunamente attrezzato (Fig. 5.10).
Durante il mescolamento il calcestruzzo ingloba un volume d’aria (variabile in gene-
re dal 2 al 5% del volume del calcestruzzo) responsabile, insieme a parte dell’acqua di
impasto, della riduzione di compattezza del miscuglio.
Qualunque sia il sistema di confezionamento, il calcestruzzo sarà trasportato
nell’ambito del cantiere fino ai luoghi di posa (casseforme) con canalette metalliche
(Fig. 5.11) oppure con benne (Fig. 5.12), con dumper (Fig. 5.13), con sistemi di pom-
paggio (Fig. 5.14), ovvero con altre attrezzature particolari (Fig. 5.15).
La posa in opera avviene in casseforme di legno, acciaio o plastica quando il calce-
struzzo si trova ancora allo stato di massa sciolta. Può talvolta accadere che nel traspor-

182
La tecnologia dei conglomerati cementizi

to nell’ambito del cantiere e durante la posa, la miscela perda l’uniformità raggiunta


dando luogo a zone di getto con differenti composizione e proprietà.

Fig. 5.1 – Betoniera da cantiere Fig. 5.2 – Betoniera da cantiere

Nell’immagine di destra è visibile l’interno del miscelatore


organizzato con lame a spirale (1), pale di miscelazione
(2) e pale di scarico (3).

Fig. 5.3 – Miscelatore a vasca


Nell’immagine di destra è visibile l’interno del miscelatore.

183
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 5.4 – Miscelatore a vasca: traiettorie descritte da un


satellite a tre pale

Fig. 5.5 - Legenda:


1. Affusto centrale; 2. Bocchetta; 3. Portello della boc-
chetta; 4. Leve comando portelli; 5. Pala; 6. Tramoggia
dosatrice inerti; 7. Quadrante bilancia inerti; 8. Benna
caricamento inerti; 9. Silo cemento; 10. Miscelatore; 11. Fig. 5.5 – Impianto di betonaggio da cantiere
Benna calcestruzzo

Fig. 5.6 – Centrale di betonaggio.

Legenda: 1. Tramogge aggregati; 2. Dosatori; 3. Nastro trasportatore aggregati orizzontale; 4. Nastro convogliatore
aggregati inclinato; 5. Miscelatore; 6. Dosatore cemento; 7. Coclea alimentatrice cemento; 8. Sila cemento; 9. Benna
alimentatrice aggregati

184
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Fig. 5.7 – Centrale di betonaggio

Fig. 5.8 – Tramogge per la distribuzione e il dosaggio degli inerti in un impianto di betonaggio

185
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 5.9 – Autobetoniera

Fig. 5.10 – Autobetoniera: inter-


no del bicchiere

Fig. 5.12 – Benna a ‘cilindro co-


Fig. 5.11 – Canaletta metallica nico’

186
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Fig. 5.13 – Dumper con vasca per il trasporto del calcestruzzo


nell’ambito del cantiere

Fig. 5.14 – Pompa autocarrata

Fig. 5.15 – Attrezzatura per il trasporto e la posa in opera del calcestruzzo in uno stabilimento di prefabbri-
cazione

Una vite a coclea trasferisce il calcestruzzo dal cassone del mezzo al tavolo vibrante del getto.

187
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

A) corretto B) non corretto

Fig. 5.16 – Getto del calcestruzzo dall’alto

L’operazione sarà corretta (A) se il getto viene eseguito attraverso un grosso tubo, con imbuto terminale, che
eviterà che la miscela possa urtare la gabbia metallica di armatura con conseguente segregazione della miscela e
deformazione della gabbia metallica.

Fig. 5.17 – Getto del calcestruzzo con


pompa

L’operazione sarà corretta (A) se il tubo


della pompa arriva fino in fondo alla cassa-
forma. Man mano che il getto procede, il
tubo della pompa verrà sollevato a breve
distanza dalla superficie della parte ‘già get-
A) corretto B) non corretto tata’.

In particolare, un getto non corretto può dar luogo alla formazione di macroscopici
vuoti, ‘nidi’ di ghiaia, addensamenti di pasta cementizia e di sabbia. A titolo di esempio,
nelle Figure 5.16 e 5.17 sono illustrate alcune procedure di posa in opera della miscela
con l’indicazione degli errori che bisogna evitare. Per migliorare la compattazione del
getto, per eliminare e/o ridurre i vuoti contenuti nella massa del getto, è opportuno
procedere, a seconda dei casi, alla pistonatura o alla vibrazione della miscela ancora fre-
sca.
Con la compattazione si conferisce all’impasto una energia capace di vincere gli attri-
ti interni in modo che tutti gli inerti abbiano la possibilità di essere ricoperti di pasta di
cemento e che i vuoti presenti tra essi siano riempiti di pasta cementizia.

188
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Evidentemente l’energia spesa dovrà essere tanto più intensa quanto più è ‘ferma’ la
miscela, tanto più modesta quanto questa più è ‘fluida’. Nel primo caso sarà necessaria
la vibrazione, che conferisce l’opportuna energia per fare assestare la miscela in tutto il
volume della cassaforma con l’impiego di attrezzature meccaniche; nel secondo caso
sarà sufficiente una pistonatura che con un idoneo utensile, attraverso il lavoro
dell’uomo, conferisce una energia sufficiente ad assestare la miscela.
La vibrazione può avvenire con vibratori ad ago da immersione (Figg. 5.18 e 5.19), o
con vibratori a parete (Figg. 5.20 e 5.21).

Fig. 5.18 – Vibratore ad ago Fig. 5.19 – Impiego del vibratore per immersione

Fig. 5.20 – Vibratore a parete Fig. 5.21 – Impiego del vibratore a parete

5.2 Il conglomerato cementizio allo stato fresco


Le caratteristiche del calcestruzzo allo stato fresco sono la omogeneità, la lavorabilità e
la consistenza.

5.2.1 L’omogeneità
Durante il confezionamento del calcestruzzo le esigenze essenziali da soddisfare so-
no quelle di ottenere una miscela omogenea e che presenti tutti gli inerti ricoperti di
pasta di cemento.
La massa del calcestruzzo, dopo il confezionamento, s’intenderà omogenea quando
scelti, in zone diverse della massa stessa, elementi di volume convenientemente piccoli
in rapporto alla massima dimensione degli inerti impiegati, la composizione è praticamente
costante in ciascuno dei citati volumi.
L’omogeneità del calcestruzzo non dipende solo dalla composizione della miscela,
ma anche dalle modalità di confezionamento e dai mezzi impiegati. In particolare se si

189
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

impiegano miscelatori, a parità di velocità di rotazione e delle loro caratteristiche co-


struttive, l’omogeneità dipende:

x dal rapporto tra il volume della carica ed il volume interno del miscelatore,
x dalla sequenza con cui si introducono i componenti della miscela nel miscelatore,
x dal tempo di mescolamento.

Il valore ottimale del rapporto tra la resa in calcestruzzo ed il volume geometrico del
miscelatore consente il libero movimento dei componenti della miscela
nell’attrezzatura con il conseguente corretto mescolamento.
La resa in calcestruzzo dei miscelatori varia in relazione al tipo.
In generale, indicato con
V1 il volume geometrico del miscelatore
V2 il volume dei materiali sfusi introdotti nel miscelatore
V3 la resa in calcestruzzo
risulta:
V2
0,25 y 0,80 [5.3]
V1

V3
0,15 y 0,50 [5.4]
V1
Ad esempio, un miscelatore con volume geometrico di 1.000 litri, in relazione al ti-
po, avrà una capacità di riempimento variabile tra 250 e 800 litri ed una capacità di resa
in calcestruzzo variabile tra 150 e 500 litri.
Per migliorare il mescolamento dei componenti del miscuglio è opportuno caricare il
miscelatore secondo una specifica sequenza.
Per i miscelatori a bicchiere è preferibile immettere prima gli inerti con una consi-
stente aliquota dell’acqua di impasto e, successivamente, il cemento con la restante par-
te dell’acqua di impasto. In questo modo gli inerti avranno la possibilità di bagnarsi
completamente e sarà favorito il loro ricoprimento con la pasta di cemento.
Per i miscelatori a vasca, invece, si preferisce immettere prima la sabbia e, successi-
vamente, una parte dell’aggregato grosso, il cemento e l’acqua. Alla fine si immette la
restante parte dell’inerte grosso. Con l’immissione finale di una parte dell’inerte grosso
si favorisce la rottura dei noduli di malta che eventualmente si fossero formati.
Anche il tempo di mescolamento influenza l’omogeneità del calcestruzzo.
Occorre tener presente, infatti, che, nota la resa in calcestruzzo del miscelatore, esi-
ste un tempo minimo di miscelazione (Tab. 5.1.), al di sotto del quale la miscela non sa-
rà omogenea.
In particolare, il tempo minimo di miscelazione dipende:
x dal tipo di miscelatore,
x dalla resa in calcestruzzo del miscelatore,
x dal tipo di aggregato (leggero o ordinario),
x dalla consistenza richiesta.

190
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Tempo di miscelazione [secondi]


Resa del miscelatore
[m3] Bureau of Reclamation American Concrete Institute
fino a 0,8 90 60
0,8 - 1,5 90 75
1,5 - 2,3 120 90
2,3 - 3,1 150 105
3,1 - 3,8 165 120
3,8 - 4,6 180 135
Tab. 5.1 Il tempo di mescolamento minimo consigliato da alcuni istituti americani

I valori riportati sono solo indicativi, e ciò trova conferma anche nelle notevoli differenze tra i tempi consi-
gliati dai due Istituti

Il controllo dell’omogeneità
Per il controllo della omogeneità dell’impasto si procede all’analisi di alcuni campio-
ni della miscela, prelevati ad intervalli regolari durante il confezionamento. Il numero
dei campioni sarà proporzionale alla capacità di produzione del miscelatore, ovvero ai
litri di calcestruzzo prodotti in una singola operazione di miscelazione.
In alcuni paesi europei l’omogeneità dell’impasto viene controllata confrontando tra
loro i diversi campioni per quanto concerne:
x la resistenza a compressione a una prefissata scadenza (ad esempio la resistenza a
7 giorni su 4 cubetti);
x la percentuale in peso dell’aggregato grosso; ovvero la percentuale riferita alla
frazione 40-20 mm per un aggregato misto di diametro massimo 40 mm, alla fra-
zione 30-15 mm per un aggregato misto di diametro massimo 30 mm, alla fra-
zione 15-7 mm per un aggregato misto di diametro massimo 15 mm;
x La percentuale in peso del cemento; ovvero la percentuale della parte finissima
(cemento + finissimo della sabbia) passante ad un vaglio a maglie molto strette.
In particolare vengono assunti come indici di valutazione della omogeneità del cal-
cestruzzo i seguenti parametri:
x la deviazione percentuale massima, cioè il valore assoluto massimo delle varia-
zioni percentuali rispetto alla media;
x la deviazione percentuale media, cioè la media aritmetica dei valori assoluti delle
deviazioni percentuali.

Indicato con Vi il valore di analisi (resistenza a compressione, percentuale in peso


dell’aggregato grosso, ovvero percentuale in peso del cemento) del campione i-esimo, e
con n il numero dei campioni, la deviazione percentuale Di del singolo campione è data
da:

Vi  ¦V j / n
Di 100 [5.5]
¦V j /n

191
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

e quindi la deviazione percentuale massima e la deviazione percentuale media sono:

Dmax MAX Di [5.6]

Dmed
¦ D i
[5.7]
n

Nella Tabella 5.2 sono riportati i valori limiti delle deviazioni percentuali per calce-
struzzi caratterizzati da una buona omogeneità.

Omogeneità
Tipo di prova Deviazione Percentuale
Massima Media
Resistenza a complessione (N/mm2) 1,0 - 1,5 0,4 - 0,6
Percentuale aggregato grosso 15 - 20 6-8
Percentuale parte finissima 12 - 15 5-8
Tab. 5.2 - Valori delle deviazioni per una buona omogeneità

5.2.2 La lavorabilità
Allo stato fresco la caratteristica primaria che si richiede al calcestruzzo è la lavorabili-
tà ovvero l’attitudine ad essere trasportato nell’ambito del cantiere mantenendo immutata
l’omogeneità raggiunta dopo il confezionamento e ad essere posto in opera in modo da riempire perfet-
tamente le casseforme e penetrare, quando esistono, tra le armature.
La lavorabilità interessa, quindi, i più importanti aspetti legati alla realizzazione delle
opere in conglomerato cementizio e costituisce, perciò, il requisito più interessante e
più complesso da prendere in considerazione per un calcestruzzo fresco.
Occorre intanto immediatamente notare che la lavorabilità è influenzata da molte-
plici parametri. Oltre ai requisiti intrinseci del calcestruzzo, dipendenti dal!e caratteristi-
che e dal dosaggio dell’acqua e del cemento, dalla composizione granulometrica e dalla
natura degli inerti, la lavorabilità è legata anche a numerosi fattori estrinseci quali, ad
esempio, i mezzi per il trasporto e la posa in opera, la forma e la dimensione delle
strutture da realizzare, la disposizione e l’entità delle eventuali armature metalliche, il
tempo intercorrente tra il confezionamento e la posa in opera, le condizioni di tempe-
ratura e umidità ambientale.
Purtuttavia allo stato attuale degli studi non è possibile caratterizzare la lavorabilità
con un parametro numerico ben definito; comunque gli studi già eseguiti, e quelli anco-
ra in corso, consentono di affermare che la via da seguire, per inquadrare e coordinare i
fenomeni connessi alla lavorabilità, è quella della Reologia, della scienza, cioè, che stu-
dia le deformazioni e gli scorrimenti dei corpi allo stato né solido né liquido, quale è,
appunto, il calcestruzzo fresco. Quando si giungerà a risultati più concreti sarà forse
possibile, mediante alcuni parametri fisici e meccanici, quali il coefficiente di attrito in-
terno, coesione, lavoro di rottura, ecc., riuscire a stabilire, in termini precisi, la misura

192
La tecnologia dei conglomerati cementizi

della lavorabilità. Allo stato attuale, dunque, è soltanto possibile chiarire alcuni concetti,
esaminare i fattori che maggiormente influenzano questa proprietà e descrivere alcune
prove che vengono eseguite per la misura della consistenza dei calcestruzzi, legata alla
lavorabilità stessa.
È necessario, innanzitutto, precisare che al fine di ottenere una buona lavorabilità
concorrono, in rilevante misura, due caratteristiche del calcestruzzo allo stato fresco e
cioè la fluidità e la plasticità, caratteristiche che spesso vengono confuse tra loro, ma che,
al contrario, sono ben differenti e possono, o non, coesistere.

La fluidità
La fluidità caratterizza l’attitudine di un calcestruzzo ad essere movimentato, con maggiore o mi-
nore facilità, quando è portato con una canaletta da un punto all’altro del cantiere, o trasportato con
tubazioni in pressione, ovvero quando è distribuito in una cassaforma, affinché questa ne sia riempita.
Un calcestruzzo confezionato con un misto granulometrico nel quale l’inerte grosso
predomina potrebbe essere poco fluido. Purtuttavia l’esperienza mostra che per elimi-
nare, o almeno ridurre, tale inconveniente è sufficiente aggiungere all’impasto una certa
quantità di acqua che, riducendo la coesione del calcestruzzo, ne aumenta la fluidità.
L’aumento dell’acqua, però, può provocare la segregazione dell’inerte grosso e, come si
dirà in seguito, una riduzione della plasticità del calcestruzzo. Si può affermare, in con-
clusione, che un’errata proporzione degli inerti può portare ad un calcestruzzo poco la-
vorabile.

La plasticità
La plasticità caratterizza la capacità del calcestruzzo di subire, in misura minore o maggiore, de-
formazioni o spostamenti senza perdere la sua coesione e senza dar luogo a segregazione tra gli elementi
che lo compongono.
La segregazione della miscela è l’insieme di due fenomeni: il bleeding (o essudazione)
e la sedimentazione.
Il bleeding, dall’inglese “to bleed”, consiste nella formazione di uno strato di acqua
sulla superficie del getto. La sedimentazione invece, consiste nel deposito nella parte bassa
del getto degli elementi della miscela più grossi e più pesanti (Fig. 5.22).
Il bleeding, manifestazione tipica delle superfici apparenti in calcestruzzo molto e-
stese (solette, pavimentazioni, ecc.), comporta alcuni inconvenienti anche nelle riprese
di getto, nell’aderenza acciaio-calcestruzzo, nell’aderenza della matrice cementizia agli
inerti.
Nel caso delle pavimentazioni in calcestruzzo (Figg. 5.23, 5.24), il bleeding determi-
na un aumento locale del rapporto A/C, e quindi una diminuzione di resistenza, pro-
prio negli strati superficiali della pavimentazione che sono maggiormente interessati da
sollecitazioni meccaniche, fisiche e chimiche (abrasioni, urti, pioggia, ghiaccio, ecc.).
Per le pavimentazioni in calcestruzzo, per fare fronte alla riduzione di resistenza
provocata dal bleeding, si è affermata la tecnica dello spolvero, che consiste nello stende-
re sulla superficie ancora fresca uno strato asciutto di cemento e quarzo.
L’apporto di cemento riduce il rapporto A/C e ristabilisce i valori della resistenza ri-
chiesta per lo strato corticale, ma costituisce una spesa aggiuntiva di cui tener conto

193
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

nelle valutazioni globali relative all’opera 5 . Nelle strutture in c.a. la risalita dell’acqua per
bleeding può restare bloccata al di sotto delle armature metalliche provocando la ridu-
zione dell’aderenza di queste con il calcestruzzo. Infatti l’acqua intrappolata al di sotto
delle armature una volta evaporata lascia dei vuoti tra le barre metalliche ed il calce-
struzzo.
Nelle riprese di getto, infine, l’acqua di bleeding riduce l’azione adesiva tra la parte
già eseguita e quella in esecuzione.
Per ridurre il fenomeno del bleeding si possono adottare i seguenti accorgimenti:
x adozione di un assortimento granulometrico ottimale secondo Faury, Bolomey e
altri 6 ,
x impiego di additivi fluidificanti e superfluidificanti 7 per limitare il dosaggio di ac-
qua,
x aumento del dosaggio di cemento.
Per contenere l’inconveniente della sedimentazione, invece, si potranno adottare i
seguenti accorgimenti:
x impiego di un assortimento granulometrico con maggiore incidenza della frazio-
ne fine,
x aumento del dosaggio di cemento.
In linea generale si può affermare che un calcestruzzo con una buona plasticità, se
nel confezionamento è stata raggiunta una buona omogeneità dell’impasto, conserva
tale omogeneità anche durante il trasporto e la posa in opera.
La plasticità richiede, essenzialmente, la presenza di una maggiore quantità di ce-
mento e pertanto, in difetto di acqua, potrà aversi un calcestruzzo plastico di non ade-
guata fluidità. In tal caso qualsiasi spostamento potrà avvenire senza dar luogo a segre-
gazione degli inerti, anche se con difficoltà. Di contro, aggiungendo acqua, il calce-
struzzo può essere spostato più facilmente dando luogo, però, a dannose segregazioni.
Si tratta, cioè, di un calcestruzzo fluido, ma poco plastico.

acqua di bleeding

sabbia e pasta
di cemento
Fig. 5.22 – Segregazione del calcestruzzo, con formazione di acqua di
bleeding e separazione della porzione di inerti grossi e pesanti

inerti
grossi
È opportuno osservare che il cemento, sebbene sia il componente più
pesante, subisce un effetto di filtrazione da parte della sabbia per cui
non è interessato da segregazione.

5 L’aggiunta del quarzo, o di corindone, rende lo strato corticale più resistente all’abrasione ed agli urti.
6 Cfr. § 5.4.3.3
7 Cfr. § 5.4.4

194
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Fig. 5.23 – Pavimentazione in calcestruzzo

Fig. 5.24 – Posa in opera del calcestruzzo per una pavimentazione aeroportuale rigida

195
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Concludendo, quindi, un calcestruzzo potrà dirsi lavorabile se è sufficientemente


fluido per essere trasportato con i mezzi d’opera esistenti in cantiere e se è sufficiente-
mente plastico da essere trasportato senza subire segregazioni.
Quanto precede mostra chiaramente la complessità dei problemi legati alla lavorabi-
lità di un calcestruzzo e l’importanza che, a tal riguardo, assumono la fluidità e la plasti-
cità.
Su tali requisiti occorre, pertanto, porre la massima attenzione tenendo presente che
essi sono influenzati non solo, come si è visto innanzi, dalla quantità dell’acqua di im-
pasto e dal rapporto tra le quantità d’inerte grosso e inerte fino, ma anche da numerosi
altri fattori, quali la forma, la dimensione e la granulometria degli inerti, nonché dal do-
saggio di cemento, di cui si dirà in seguito.
Per il calcestruzzo preconfezionato, e cioè per il calcestruzzo preparato in stabili-
mento e trasportato in cantiere ancora allo stato fresco, occorre, infine, ricordare
l’influenza esercitata sulla lavorabilità dal tempo che le autobetoniere impiegano dallo
stabilimento al cantiere e dalla temperatura e umidità ambientale.
Durante il trasporto, infatti, si ha una riduzione della lavorabilità del calcestruzzo a
causa dell’evaporazione di una parte dell’acqua d’impasto, nonché dell’assorbimento di
un’altra aliquota di acqua da parte degli inerti e del cemento, che inizia le reazioni di i-
dratazione. La riduzione di lavorabilità sarà tanto maggiore quanto maggiori sono la
temperatura ambientale ed il tempo intercorso tra il confezionamento del calcestruzzo
e la posa in opera.

5.2.3 La consistenza
Per consistenza del calcestruzzo allo stato fresco s’intende l’attitudine dell’impasto a con-
servare la forma ad esso conferita.
Come già detto in precedenza, allo stato non esiste ancora la possibilità di valutare,
con metodi scientificamente validi, la lavorabilità di un calcestruzzo; purtuttavia sono
state predisposte particolari prove che, attraverso la valutazione della consistenza, con-
sentono di sopperire, almeno in parte, a tale carenza.
La consistenza, in particolare, può essere misurata con il Cono di Abrams, con la Tavo-
la a scosse, con il Consistometro VEE-BEE. Il Cono di Abrams e la Tavola a scosse ven-
gono impiegati per calcestruzzi umidi e fluidi, il consistometro VEE-BEE per i calce-
struzzi rigidi e semirigidi, come saranno definiti di seguito.

Prova del Cono di Abrams (slump-test)


Questa prova viene realizzata in cantiere mediante l’uso di un recipiente tronco-
conico in lamiera metallica, senza fondi, appoggiato su una lastra anch’essa metallica. Il
cono di Abrams presenta il diametro di base di circa 20 cm, il diametro superiore di
circa 10 cm e l’altezza di circa 30 cm.
Il recipiente, riempito completamente di calcestruzzo fresco opportunamente asse-
stato, viene poi sfilato, con cautela e senza scosse, sollevandolo lentamente verso l’alto.
Il calcestruzzo, senza più il sostegno della forma, tende ad adagiarsi sulla lastra metalli-
ca determinando un abbassamento (Figg. 5.25 e 5.26) che ne esprime la consistenza.

196
La tecnologia dei conglomerati cementizi

cono metallico

Fig. 5.25 – Abbassamento al cono di Abrams

In Italia, pur non esistendo una norma ufficiale, l’esecuzione della prova è regola-
mentata dalla UNI 7163-72.
Tale documento, che si occupa della idoneità tecnica del calcestruzzo preconfezio-
nato, in merito allo slump-test, oltre alle dimensioni del cono, prescrive che il riempi-
mento della forma avvenga in tre strati, ciascuno di volume pari ad 1/3 del volume to-
tale, e che il calcestruzzo sia assestato, strato per strato, con 25 colpi di un tondino di
ferro I16 8 , lungo 60 cm. Immediatamente dopo aver completato il costipamento del
calcestruzzo si rasa la superficie superiore eliminando il materiale in eccesso, si sfila il
cono di lamiera e si procederà alla lettura dell’abbassamento Ƥ.
L’intera operazione di riempimento e rimozione dovrà durare circa 90 secondi.
La norma prevede cinque classi di consistenza: umida, plastica, semifluida, fluida e su-
perfluida (Tab. 5.3). Nella Tabella 5.3 sono anche indicate le principali applicazioni
consigliate per ciascuna classe di consistenza.
Dal punto di vista qualitativo può dirsi che nel primo caso il calcestruzzo si presenta
come una terra umida rimossa di fresco, nel secondo caso può stringersene una por-
zione nel pugno senza che esso passi tra le dita semiaperte, nel quarto, infine, è capace
di muoversi, per semplice gravità, in una canaletta non molto scabra, con pendenza di
circa 25°.

Classe di consistenza per alcune tipologie strutturali


Classe Slump mm Aspetto Applicazioni
S1 10-40 terra umida Pavimentazioni con vibrofinitrici
S2 50-90 plastica Strutture circolari con casseforme rampan-
ti (silos, ciminiere, ecc.)
S3 100-150 semifluida Strutture non armate o poco armate o con
pendenze
S4 160-210 fluida Strutture mediamente armate
S5 > 220 superfluida Strutture fortemente armate, di ridotta se-
zione o complessa geometria
Tab. 5.3 – Classi di consistenza

8Il diametro dei tondini metallici vengono espressi in mm, come in mm sono espresse le misure nelle
carpenterie metalliche

197
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

È opportuno precisare che non vanno confusi i due termini: calcestruzzi a consi-
stenza plastica e calcestruzzi plastici. Il primo termine fa riferimento ad un calcestruzzo
che possiede un certo grado di consistenza e quindi di fluidità; il secondo, invece, ad un
calcestruzzo dotato di coesione, cioè capace di essere manipolato senza che perda la
sua omogeneità iniziale. Nella Tabella 5.4 sono indicate, per ciascuna classe di consi-
stenza e per il tipo di inerte, l’acqua d’impasto richiesta per vari valori del diametro
massimo, ovvero della massima dimensione dell’aggregato lapideo.
Dalla Tabella 5.4 si rileva immediatamente che, a parità di consistenza richiesta al
calcestruzzo, l’acqua d’impasto è maggiore per gli inerti artificiali rispetto alla quantità
richiesta dagli inerti naturali. Questa circostanza si spiega immediatamente se osservia-
mo che gli inerti artificiali, presentano una superficie scabra e spigoli vivi, che determi-
nano maggiore coesione con la matrice cementizia e, quindi, classe di consistenza mi-
nore.
Naturalmente i valori del dosaggio di acqua indicati in tabella sono soltanto indicati-
vi in quanto non tengono conto dell’assortimento granulometrico dell’aggregato, ma
soltanto del diametro massimo. È evidente infatti che, a parità di dmax, se cambia
l’assortimento granulometrico cambia l’incidenza dell’inerte fino e quindi il dosaggio di
acqua, a parità di consistenza richiesta. Sarà pertanto opportuno condurre, prima
dell’inizio della produzione del calcestruzzo, prove al cono di Abrams per determinare
il dosaggio di acqua specifico della composizione che si intende adottare.

cono di Abrams

cono per la tavola a scosse

Fig. 5.26 – Coni per le prove di


consistenza

Dosaggio acqua (kg/m3)


dmax S1 S2 S3 S4 S5 S1 S2 S3 S4 S5
mm
inerti naturali inerti artificiali
16 175 190 210 230 235 195 210 230 250 255
20 170 185 205 215 220 190 205 225 235 240
25 165 180 200 205 215 185 200 220 225 235
32 155 170 190 200 210 175 190 210 220 230
63 130 145 165 175 180 150 165 185 195 200
Tab. 5.4 -- Acqua d’impasto per classi di consistenza

198
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Prova della Tavola a scosse (flow-test)


Anche per questa prova ci si avvale di una forma tronco-conica, in lamiera metallica,
che presenta il diametro di base di circa 25 cm, il diametro superiore di circa 17 cm e
l’altezza di circa 13 cm. La forma viene appoggiata su una tavola non assorbente e
riempita di calcestruzzo. Rimossa la forma, un apposito congegno consente di sollevare
e, quindi, lasciare bruscamente cadere la tavola da una assegnata altezza. Il calcestruzzo,
per effetto del proprio peso e delle scosse, si adagia e si allarga tanto più quanto è me-
no consistente e il risultato della prova viene caratterizzata dalla misura di questo allar-
gamento. Non esistendo in Italia alcuna norma che regoli la prova, si riportano le più
significative istruzioni fissate dalla Norma americana ASTM.
Secondo tale norma il riempimento della forma si esegue in due strati, ciascuno di
volume pari alla metà di quello totale, ed ogni strato viene assestato con 25 colpi di un
tondino di ferro I16, lungo 60 cm e arrotondato alla sua estremità.
La rimozione del cono viene effettuata appena è stato completato il riempimento
della forma ed immediatamente dopo si dà inizio al ‘moto di caduta’ della tavola in
modo che si abbiano 15 scosse in 15 secondi, con un’altezza di caduta di 1,25 cm.
Ultimata la prova si misurano tre diametri, scelti simmetricamente, e se ne calcola la
media aritmetica D, esprimendola in mm. Indicato con d, in mm, il diametro maggiore
della forma metallica, la prova viene caratterizzata dallo spandimento percentuale

Dd
u100 [5.8]
d

Con riferimento alle definizioni già date in precedenza, per un calcestruzzo a consi-
stenza umida, plastica o fluida lo spandimento può indicativamente ritenersi, rispetti-
vamente, del 20, 50, e 70%. Questa prova, richiedendo un’attrezzatura più complessa
di quella del cono di Abrams, viene di solito eseguita in laboratorio.
Chiarito il meccanismo di esecuzione delle due prove, entrambe di origine america-
na, è opportuno precisare i limiti delle stesse.
Occorre osservare che le due prove si differenziano nettamente tra loro per le mo-
dalità con cui vengono condotte e per le interpretazioni fisiche che ne derivano. Infatti
la prima prova, per il suo carattere statico, può ritenersi idonea alla misura della plasti-
cità del calcestruzzo, mentre la seconda, per il suo carattere dinamico, sembra più ido-
nea alla misura della fluidità.
Entrambe le prove, dunque, possono essere utili per valutare qualitativamente una
delle due caratteristiche che influenzano la lavorabilità e non la lavorabilità nel suo
complesso.

Prova VEE-BEE
Occorre infine ricordare il metodo VEE-BEE per la misura della consistenza dei
calcestruzzi rigidi e semi-rigidi che possono essere posti in opera soltanto mediante vi-
brazione.
La prova, eseguita con il consistometro VEE-BEE (Fig. 5.27), si articola nelle se-
guenti fasi operative:

199
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

4
9

7
5
1

Fig. 5.27 – Consistometro VEE-BEE

a) si pone il consistometro direttamente sul pavimento pulito, o su di una base o-


rizzontale, ferma e stabile, pulita;
b) si fissa il contenitore ‘2’ al blocco vibrante ‘1’ a mezzo delle viti a galletto ‘7’;
c) si pone il cono ‘3’ nel contenitore e si fa girare l’imbuto ‘4’ entro il collare per
sistemarlo in esso. Il cono si fissa al fondo del contenitore, mediante la vite ‘8’;
d) si riempie il cono con il calcestruzzo, assestandolo come avviene in una norma-
le prova del cono di Abrams. Il riempimento del calcestruzzo avviene in tre
strati, assestando ogni strato con 25 colpi di un tondino di ferro I 16 mm, lun-
go 60 cm. Rimosso l’imbuto, dopo l’ultimo colpo di tondino, il calcestruzzo
viene rasato, livellato e lisciato in corrispondenza della base superiore del cono;
e) usando le apposite maniglie, si rimuove con accortezza il cono di lamiera dal
calcestruzzo;
f) ruotato il disco di plastica fino a centrarlo sul cono di calcestruzzo, e abbassa-
tolo sulla superficie dello stesso, si inizia la vibrazione.
Il calcestruzzo risulta completamente compattato, quando un sottile velo di pasta di
cemento avrà ricoperta la parte inferiore del disco; a questo punto si interrompe la
vibrazione.

Il grado di consistenza VEE-BEE è dato dalla formula:


V2
V tu [5.9]
V1
nella quale:

t è il tempo, in secondi, di vibrazione;


V1 è il volume iniziale del calcestruzzo;
V2 è il volume finale del calcestruzzo.

200
La tecnologia dei conglomerati cementizi

5.3. Le proprietà del calcestruzzo allo stato indurito


I conglomerati cementizi vengono impiegati essenzialmente nelle opere in cemento
armato per cui non meraviglia se, tra i requisiti che ad essi vengono richiesti, quelli rite-
nuti di fondamentale importanza sono la resistenza meccanica e la deformabilità. La re-
sistenza meccanica, in particolare, è il massimo sforzo che un provino di calcestruzzo
può sopportare prima della rottura.
In relazione al tipo di sforzo applicato, di compressione, di trazione o di trazione da
flessione, si parlerà di resistenza a compressione R c, di resistenza a trazione Rt, di resi-
stenza a trazione da flessione Rf.
Il conglomerato cementizio è un materiale che, una volta indurito, resiste abbastanza
bene a compressione, mentre resiste in modo mediocre a trazione diretta e a trazione
da flessione. Per questo motivo nelle strutture in cemento armato, al calcestruzzo viene
affidato il compito di resistere agli sforzi di compressione ed alle armature metalliche
gli sforzi di trazione.
In generale per i calcestruzzi la resistenza a compressione Rc si determina con misu-
re dirette, mentre la resistenza a trazione Rt e la resistenza a trazione da flessione Rf si
può determinare anche mediante formule in funzione di Rc.

5.3.1 La resistenza a compressione


La resistenza a compressione di un calcestruzzo dipende da numerosi parametri che
la influenzano direttamente e/o indirettamente. Tra di essi occorre ricordare il tipo ed
il dosaggio del cemento, la quantità dell’acqua d’impasto, la natura, la forma e la granu-
lometria degli inerti, la modalità di posa in opera, la presenza delle armature metalliche,
la lavorabilità.

Legge del Fèret


Nel 1892 il Féret enunciò due leggi che sono ancora oggi alla base di tutti gli studi
sui calcestruzzi. La prima legge interessa l’acqua d’impasto e verrà illustrata nel paragra-
fo relativo allo studio dei componenti dei conglomerati cementizi; la seconda legge, in-
vece, riguarda la resistenza a compressione dei calcestruzzi.
Quest’ultima, in particolare, si enuncia:

“Quali che siano la natura, la forma e la grandezza degli inerti, ed indipendentemen-


te dalla consistenza e dalle modalità di posa in opera, la resistenza a compressione
del calcestruzzo è funzione crescente del rapporto

C
[5.10]
A V
nella quale:
C è il peso del cemento
A è il volume dell’acqua d’impasto
V è il volume dei vuoti
contenuti nell’unità di volume di calcestruzzo fresco, in opera.”
Il rapporto C/(A+V) viene definito, fattore di resistenza.

201
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Tale legge è stata accettata universalmente nel 1926, in occasione del Congresso di
Zurigo dell’Associazione Internazionale sui materiali da Costruzione, quando il Féret
dimostrò che tutte le prove che egli aveva analizzato rispettavano la proporzionatà fra
la resistenza ed il fattore di resistenza.
L’espressione analitica che il Féret diede alla sua legge fu la seguente:
2
ª º
« 1 »
R K« » [5.11]
«1  S c A  V »
¬ C ¼
nella quale:
R [N/mm2] rappresenta il carico di rottura a compressione dopo un certo periodo di
stagionatura;
K un coefficiente che è funzione del tipo di cemento impiegato (normale, ad alta resi-
stenza, ecc), del tempo e delle modalità di stagionatura (ad esempio sotto sabbia, al so-
le, ecc.);
ưc [Kg/m3] è il peso specifico assoluto del cemento;
A [litri/m3], V [litri/m3] e C [Kg/m3] hanno il significato già noto.
Successivamente vari autori hanno esplicitato la legge del Féret con altre formule:

ªC º
R K «  0,50» Formula del Bolomey [5.12]
¬A ¼
3
§C · 2
R K¨ ¸ Formula di Dutron [5.13]
© A¹
ª 1 º
R K « 1,5 A » Formula di Abrams [5.14]
¬7 C ¼
2
§ A·
R K¨ ¸ Formula di Graf [5.15]
©C ¹
nelle quali K è un coefficiente che è sempre funzione del tipo di cemento impiegato
(normale, ad alta resistenza, ecc), del tempo e delle modalità di stagionatura, ma varia
da formula a formula, mentre C e A hanno gli stessi valori in tutte le formule.
Per i cementi con titolo 32,5 e 42,5 9 , K assume i valori riportati nella Tabella 5.5.
I suddetti valori di K, relativi alla stagionatura di 28 giorni, sono stati ricavati speri-
mentalmente 10 .
Dall’analisi dei risultati sperimentali si rileva che, sia per i cementi 32,5 che 42,5, i va-
lori della resistenza a compressione rilevati su provini di calcestruzzo, con 28 giorni di
stagionatura, presentano scarti, positivi e/o negativi, rispetto ai valori della resistenza
calcolati con le formule di cui innanzi, che non superano il 30%. In particolare per Bo-

9 Per titolo del cemento s’intende la resistenza a compressione valutata su provini di malta normalizza-
ta. Cfr. paragrafo 5.4.1
10 Renato Iovino, Impiego delle formule R = f (A/C) per la determinazione della resistenza dei conglomerati, Qua-

derni di Studio n. 14, Istituto di Architettura Tecnica, Facoltà di Ingegneria, Università degli Studi di
Napoli

202
La tecnologia dei conglomerati cementizi

lomey e Dutron si hanno scarti che non superano il 25%, per Abrams e Graf il 30%.
Tali formule, pur essendo così diverse tra loro nella forma, forniscono valori della
resistenza a compressione, per i quali gli scarti relativi non eccedono il 10%.
Nel progetto della composizione del calcestruzzo, il cosiddetto mix design (alla lette-
ra, progetto della miscela), risulta utile usare la struttura inversa delle formule di resi-
stenza:

A K
Formula inversa di Bolomey [5.16]
C R  0,5K
A 1
Formula inversa di Dutron [5.17]
C §R·
2
3 ¨ ¸
©K¹
A 2 K
log 7 Formula inversa di Abrams [5.18]
C 3 R
A 1
Formula inversa di Graf [5.19]
C R
K

Valori di K delle formule R = f(C/A)


Bolomey Dutron Abrams Graf
Cemento 32,5 28,7 15,3 193,5 11,7
Cemento 42,5 40,0 21,0 270,0 16,5
Tab. 5.5 - Valori di K delle formule R = f(A/C)

Nelle Tabelle 5.6 ÷ 5.9 sono riportati i valori di R al variare di A/C nell’intervallo
0,40 ÷ 0,76, di cui alle formule di Bolomey, di Dutron, di Abrams e Graf.
Nelle Figure 5.28 ÷ 5.31 sono riportate, invece, le curve rappresentative delle formu-
le di Bolomey, di Dutron, di Abrams e Graf.
Attesi gli scarti riscontrati, le formule di Bolomey, di Dutron, di Abrams e di Graf,
possono essere utilizzate soltanto nella fase di studio preliminare della composizione di
un calcestruzzo e non possono essere sostitutive dei controlli della resistenza.
Gli scarti rilevati sono da addebitare, evidentemente, alla circostanza che le formule
non tengono conto dei vuoti, sempre presenti nei calcestruzzi, né tanto meno delle
condizioni di stagionatura e della granulometria, forma e natura degli inerti che, anche
se in misura minore del rapporto A/C, influenzano la resistenza dei calcestruzzi.
Molto più attendibile risulta l’impiego delle relazioni che legano la resistenza a compres-
sione a scadenze brevi, a 3 e 7 giorni di stagionatura, alla resistenza a compressione a 28
giorni di stagionatura. In una ricerca sperimentale11 sono state rilevate relazioni dirette tra i
carichi di rottura a 3, 7 e 28 giorni di stagionatura che hanno consentito il tracciamento delle
curve riportate nella Figura 5.32 nonché la stesura dell’abaco della Tabella 5.10.

11Aldo de Marco, Renato Iovino, La previsione della resistenza dei conglomerati cementizi, La Prefabbricazio-
ne, n. 6/1979

203
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

FORMULA di BOLOMEY
cemento 32,5 (K=28,7) cemento 42,5 (K=40,0)
A/C C/A C/A - 0,5 R A/C C/A C/A - 0,5 R
N/mmq N/mmq
0,40 2,500 2,000 57 0,40 2,500 2,000 80
0,42 2,381 1,881 54 0,42 2,381 1,881 75
0,44 2,273 1,773 51 0,44 2,273 1,773 71
0,46 2,174 1,674 48 0,46 2,174 1,674 67
0,48 2,083 1,583 45 0,48 2,083 1,583 63
0,50 2,000 1,500 43 0,50 2,000 1,500 60
0,52 1,923 1,423 41 0,52 1,923 1,423 57
0,54 1,852 1,352 39 0,54 1,852 1,352 54
0,56 1,786 1,286 37 0,56 1,786 1,286 51
0,58 1,724 1,224 35 0,58 1,724 1,224 49
0,60 1,667 1,167 33 0,60 1,667 1,167 47
0,62 1,613 1,113 32 0,62 1,613 1,113 45
0,64 1,563 1,063 30 0,64 1,563 1,063 43
0,66 1,515 1,015 29 0,66 1,515 1,015 41
0,68 1,471 0,971 28 0,68 1,471 0,971 39
0,70 1,429 0,929 27 0,70 1,429 0,929 37
0,72 1,389 0,889 26 0,72 1,389 0,889 36
0,74 1,351 0,851 24 0,74 1,351 0,851 34
Tab. 5.6 - Resistenza a compressione secondo Bolomey
FORMULA di DUTRON
cemento 32,5 (K=15,3) cemento 42,5 (K=21,0)
A/C C/A C/A 1,5 R A/C C/A C/A 1,5 R
N/mmq N/mmq
0,40 2,500 3,953 60 0,40 2,500 3,953 83
0,42 2,381 3,674 56 0,42 2,381 3,674 77
0,44 2,273 3,426 52 0,44 2,273 3,426 72
0,46 2,174 3,205 49 0,46 2,174 3,205 67
0,48 2,083 3,007 46 0,48 2,083 3,007 63
0,50 2,000 2,828 43 0,50 2,000 2,828 59
0,52 1,923 2,667 41 0,52 1,923 2,667 56
0,54 1,852 2,520 39 0,54 1,852 2,520 53
0,56 1,786 2,386 37 0,56 1,786 2,386 50
0,58 1,724 2,264 35 0,58 1,724 2,264 48
0,60 1,667 2,152 33 0,60 1,667 2,152 45
0,62 1,613 2,048 31 0,62 1,613 2,048 43
0,64 1,563 1,953 30 0,64 1,563 1,953 41
0,66 1,515 1,865 29 0,66 1,515 1,865 39
0,68 1,471 1,783 27 0,68 1,471 1,783 37
0,70 1,429 1,707 26 0,70 1,429 1,707 36
0,72 1,389 1,637 25 0,72 1,389 1,637 34
0,74 1,351 1,571 24 0,74 1,351 1,571 33
Tab. 5.7 - Resistenza a compressione secondo Dutron

204
La tecnologia dei conglomerati cementizi

FORMULA di ABRAMS
cemento 32,5 (K=193,5) cemento 42,5 (K=270,0)
A/C 1,5(A/C) 7^(1,5A/C) 1/x R a/c 1,5(A/C) 7^(1,5A/C) 1/x R
N/mmq N/mmq
0,40 0,600 3,214 0,311 60 0,40 0,600 3,214 0,311 84
0,42 0,630 3,407 0,293 57 0,42 0,630 3,407 0,293 79
0,44 0,660 3,612 0,277 54 0,44 0,660 3,612 0,277 75
0,46 0,690 3,829 0,261 51 0,46 0,690 3,829 0,261 71
0,48 0,720 4,059 0,246 48 0,48 0,720 4,059 0,246 67
0,50 0,750 4,304 0,232 45 0,50 0,750 4,304 0,232 63
0,52 0,780 4,562 0,219 43 0,52 0,780 4,562 0,219 59
0,54 0,810 4,836 0,207 40 0,54 0,810 4,836 0,207 56
0,56 0,840 5,127 0,195 38 0,56 0,840 5,127 0,195 53
0,58 0,870 5,435 0,184 36 0,58 0,870 5,435 0,184 50
0,60 0,900 5,762 0,174 34 0,60 0,900 5,762 0,174 47
0,62 0,930 6,109 0,164 32 0,62 0,930 6,109 0,164 44
0,64 0,960 6,476 0,154 30 0,64 0,960 6,476 0,154 42
0,66 0,990 6,865 0,146 28 0,66 0,990 6,865 0,146 39
0,68 1,020 7,278 0,137 27 0,68 1,020 7,278 0,137 37
0,70 1,050 7,715 0,130 25 0,70 1,050 7,715 0,130 35
0,72 1,080 8,179 0,122 24 0,72 1,080 8,179 0,122 33
0,74 1,110 8,671 0,115 22 0,74 1,110 8,671 0,115 31
Tab. 5.8 - Resistenza a compressione secondo Abrams
FORMULA di GRAF
cemento 32,5 (K=11,7) cemento 42,5 (K=16,5)
A/C A/C -2 R A/C A/C-2 R
N/mmq N/mmq
0,40 6,250 73 0,40 6,250 103
0,42 5,669 66 0,42 5,669 94
0,44 5,165 60 0,44 5,165 85
0,46 4,726 55 0,46 4,726 78
0,48 4,340 51 0,48 4,340 72
0,50 4,000 47 0,50 4,000 66
0,52 3,698 43 0,52 3,698 61
0,54 3,429 40 0,54 3,429 57
0,56 3,189 37 0,56 3,189 53
0,58 2,973 35 0,58 2,973 49
0,60 2,778 33 0,60 2,778 46
0,62 2,601 30 0,62 2,601 43
0,64 2,441 29 0,64 2,441 40
0,66 2,296 27 0,66 2,296 38
0,68 2,163 25 0,68 2,163 36
0,70 2,041 24 0,70 2,041 34
0,72 1,929 23 0,72 1,929 32
0,74 1,826 21 0,74 1,826 30
Tab. 5.9 - Resistenza a compressione secondo Abrams

205
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

90

80 80
75
70 71
67
63
60 60
57 57
54 54
50 51 51
48 49 cemento 32,5
45 47
R

43 45
41 43 41 cemento 42,5
40 39 37 39 37
35 33
30 32 30
29 28
27
20

10

0
0,40
0,42
0,44
0,46
0,48
0,50
0,52
0,54
0,56
0,58
0,60
0,62
0,64
0,66
0,68
0,70
A/C

Fig. 5.28 - Formula di Bolomey

90
83
80
77
72
70
67
63
60 60 59
56 56
52 53
50 49 50
46 48 cemento 32,5
45
R

43 43 cemento 42,5
40 41 41 39
39 37 36
37
35 33
30 31 30
29 27
26
20

10

0
0,40

0,42

0,44

0,46

0,48

0,50

0,52

0,54

0,56

0,58

0,60
0,62

0,64

0,66

0,68

0,70

A/C

Fig. 5.29 - Formula di Dutron

206
La tecnologia dei conglomerati cementizi

90
84
80 79
75
70 71
67
63
60 60 59
57 56
54 53
50 51 50
48 47 cemento 32,5
45
R

42 44
42 cemento 42,5
40 40 39
38 37
36 35
34
30 32 30
28 27
25
20

10

0
0,40
0,42
0,44
0,46
0,48
0,50
0,52
0,54
0,56
0,58
0,60
0,62
0,64
0,66
0,68
0,70
A/C

Fig. 5.30 - Formula di Abrams

120

103
100
94
85
80 78
73 72
66 66
61 cemento 32,5
60 60
R

55 57 cemento 42,5
51 53
47 49
43 46
43 40
40 40 38 36
37 35
33 30 34
29 27
25 24
20

0
0,40

0,44

0,48

0,52

0,56

0,60

0,64

0,68

A/C

Fig. 5.31 - Formula di Graf

207
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

R3

37
39

51
47
49
41
43
45
35

35
33
30

31
29
Curve per la determinazione di
R (28) in funzione di R(3) e R(7)

27
25

25
23
20
21
19
17

15
15

10

5 10 15 20 25 30 35 45 50 R7

Fig. 5.32 - Previsione della resistenza a compressione a 28 giorni in funzione delle resistenze a 3 e 7 gg.

Sia le curve che l’abaco consentono di determinare, con sufficiente attendibilità, in


funzione dei carichi di rottura a 3 e 7 giorni la resistenza a compressione a 28 giorni di
stagionatura, indipendentemente dalla natura e dosaggio del cemento, dal rapporto
A/C, dalle modalità di posa in opera nonché dalla natura, forma e granulometria degli
inerti. Ad esempio dalla Tabella 5.10 (prima parte) si desume che se a tre giorni di sta-
gionatura risulta R3=7 N/mm2 ed a 7 giorni di stagionatura risulta R7=14 N/mm2, la
presumibile resistenza a 28 giorni di stagionatura sarà R28=22 N/mm2.
Anche in questo caso, la previsione della resistenza a 28 giorni di stagionatura non
può sostituire le prove regolamentari di accettazione dei calcestruzzi di cui si dirà in se-
guito.
Nel merito delle prescrizioni regolamentari ufficiali occorre far riferimento alle
Norme Tecniche per le Costruzioni, emanate il 14 gennaio 2008.
Le NTC 2008 nel capitolo 4, relativo alle costruzioni civili e industriali, definisce 16
classi di resistenza, contraddistinte dai valori caratteristici delle resistenze valutati su
provini cilindrici e su provini cubici, che variano dal valore minimo C 8/10 al valore
massimo C90/105 12 .

12 Cfr. Appendice, capo A.1

208
5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 R7/R3
5,0 9,6 12,1 14,0 15,6 17,0 18,4 19,7 21,0 5
6,0 10,4 13,0 15,0 16,7 18,2 19,6 20,9 22,2 23,5 6
7,0 11,3 14,0 16,0 17,7 19,3 20,7 22,0 23,4 24,7 26,0 27,2 7
8,0 12,2 14,9 16,9 18,7 20,3 21,8 23,2 24,5 25,8 27,1 28,3 29,5 30,7 8
9,0 13,1 15,7 17,9 19,7 21,3 22,8 24,3 25,6 26,9 28,2 29,4 30,6 31,9 33,1 9
10,0 14,0 16,7 18,8 20,6 22,3 23,8 25,3 26,7 28,0 29,3 30,5 31,8 33,0 34,2 35,4 36,6 37,7 38,9 10
11,0 15,0 17,7 19,6 21,6 23,3 24,9 26,3 27,7 29,0 30,3 31,6 32,9 34,1 35,3 36,5 37,6 38,8 40,0 41,2 11
12,0 15,9 18,6 20,8 22,6 24,3 25,8 27,3 28,7 30,1 31,4 32,7 33,9 35,2 36,4 37,5 38,7 39,9 41,1 12
13,0 16,9 19,6 21,7 23,6 25,3 26,8 28,3 29,7 31,1 32,4 33,7 35,0 36,2 37,4 38,6 39,6 41,0 13
14,0 17,9 20,5 22,7 24,6 26,2 27,8 29,3 30,7 32,1 33,4 34,7 36,0 37,2 38,5 39,7 40,9 14
15,0 18,8 21,4 23,6 25,5 27,2 28,8 30,3 31,7 33,1 34,4 35,8 37,0 38,3 39,5 40,7 15
16,0 19,6 22,5 24,6 26,5 28,2 29,6 31,2 32,7 34,1 35,5 36,8 38,0 39,3 40,5 16
17,0 20,8 23,4 25,6 27,5 29,2 30,8 32,3 33,7 35,1 36,5 37,7 39,1 40,3 17
18,0 21,8 24,4 26,6 28,4 30,1 31,8 33,3 34,7 36,1 37,4 38,8 40,1 18
19,0 22,8 25,4 27,5 29,4 31,1 32,7 34,2 35,7 37,1 38,5 39,6 19
20,0 23,7 26,4 28,5 30,4 32,1 33,7 35,2 36,7 38,1 39,5 20
21,0 24,7 27,3 29,5 31,4 33,1 34,7 36,2 37,7 39,1 21
22,0 25,7 28,3 30,5 32,4 34,1 35,7 37,2 38,7 22
23,0 26,7 29,3 31,5 33,4 35,1 36,7 38,2 23
24,0 27,7 30,3 32,5 34,3 36,1 37,7 24
25,0 28,7 31,3 33,4 35,3 37,0 25
26,0 29,7 32,3 34,4 36,3 26
27,0 30,7 33,2 35,4 27
28,0 31,6 34,3 28
29,0 32,6 29
30,0 30
Tab. 5.10 - Previsione della resistenza a compressione (N/mm2) a 28 giorni in funzione delle resistenze a 3 e 7 gg. – prima parte
10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 R7/R3
10,0 14,0 16,7 18,8 20,6 22,3 23,8 25,3 26,7 28,0 29,3 30,5 31,8 33,0 34,2 35,4 36,6 37,7 38,9 10
11,0 15,0 17,7 19,6 21,6 23,3 24,9 26,3 27,7 29,0 30,3 31,6 32,9 34,1 35,3 36,5 37,6 38,8 40,0 41,2 42,3 11
12,0 15,9 18,6 20,8 22,6 24,3 25,8 27,3 28,7 30,1 31,4 32,7 33,9 35,2 36,4 37,5 38,7 39,9 41,1 42,2 43,4 12
13,0 16,9 19,6 21,7 23,6 25,3 26,8 28,3 29,7 31,1 32,4 33,7 35,0 36,2 37,4 38,6 39,6 41,0 42,1 43,3 44,5 45,6 13
14,0 17,9 20,5 22,7 24,6 26,2 27,8 29,3 30,7 32,1 33,4 34,7 36,0 37,2 38,5 39,7 40,9 42,0 43,2 44,4 45,5 46,7 14
15,0 18,8 21,4 23,6 25,5 27,2 28,8 30,3 31,7 33,1 34,4 35,8 37,0 38,3 39,5 40,7 41,9 43,1 44,3 45,4 46,6 15
16,0 19,6 22,5 24,6 26,5 28,2 29,6 31,2 32,7 34,1 35,5 36,8 38,0 39,3 40,5 41,8 43,0 44,2 45,3 46,6 16
17,0 20,8 23,4 25,6 27,5 29,2 30,8 32,3 33,7 35,1 36,5 37,7 39,1 40,3 41,6 42,8 44,0 45,2 46,4 17
18,0 21,8 24,4 26,6 28,4 30,1 31,8 33,3 34,7 36,1 37,4 38,8 40,1 41,4 42,6 43,8 45,0 46,2 18
19,0 22,8 25,4 27,5 29,4 31,1 32,7 34,2 35,7 37,1 38,5 39,6 41,1 42,4 43,6 44,8 46,0 19
20,0 23,7 26,4 28,5 30,4 32,1 33,7 35,2 36,7 38,1 39,5 40,6 42,1 43,4 44,6 45,8 20
21,0 24,7 27,3 29,5 31,4 33,1 34,7 36,2 37,7 39,1 40,5 41,8 43,1 44,4 45,6 21
22,0 25,7 28,3 30,5 32,4 34,1 35,7 37,2 38,7 40,1 41,5 42,8 44,1 45,4 22
23,0 26,7 29,3 31,5 33,4 35,1 36,7 38,2 39,7 41,1 42,5 43,8 45,1 23
24,0 27,7 30,3 32,5 34,3 36,1 37,7 39,2 40,7 42,1 43,5 44,8 24
25,0 28,7 31,3 33,4 35,3 37,0 38,7 40,2 41,7 43,1 44,5 25
26,0 29,7 32,3 34,4 36,3 38,0 39,6 41,2 42,6 44,1 26
27,0 30,7 33,2 35,4 37,3 39,0 40,6 42,1 43,6 27
28,0 31,6 34,3 36,4 38,3 40,0 41,6 43,1 28
29,0 32,6 35,3 37,4 39,3 41,0 42,6 29
30,0 33,6 36,3 38,4 40,3 42,0 30
31,0 34,6 37,2 39,4 41,2 31
32,0 35,6 38,2 40,3 32
33,0 36,6 39,2 33
34,0 37,6 34
35,0 35
Tab. 5.10 - Previsione della resistenza a compressione (N/mm2) a 28 giorni in funzione delle resistenze a 3 e 7 gg. – seconda parte
15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 R7/R3
15,0 18,8 21,4 23,6 25,5 27,2 28,8 30,3 31,7 33,1 34,4 35,8 37,0 38,3 39,5 40,7 41,9 43,1 44,3 45,4 46,6 47,7 48,9 50,0 15
16,0 19,6 22,5 24,6 26,5 28,2 29,6 31,2 32,7 34,1 35,5 36,8 38,0 39,3 40,5 41,8 43,0 44,2 45,3 46,6 47,6 48,8 49,9 51,1 52,2 16
17,0 20,8 23,4 25,6 27,5 29,2 30,8 32,3 33,7 35,1 36,5 37,7 39,1 40,3 41,6 42,8 44,0 45,2 46,4 47,5 48,7 49,8 51,0 52,1 17
18,0 21,8 24,4 26,6 28,4 30,1 31,8 33,3 34,7 36,1 37,4 38,8 40,1 41,4 42,6 43,8 45,0 46,2 47,4 48,6 49,7 50,9 52,0 18
19,0 22,8 25,4 27,5 29,4 31,1 32,7 34,2 35,7 37,1 38,5 39,6 41,1 42,4 43,6 44,8 46,0 47,2 48,4 49,6 50,8 51,9 19
20,0 23,7 26,4 28,5 30,4 32,1 33,7 35,2 36,7 38,1 39,5 40,6 42,1 43,4 44,6 45,8 47,0 48,2 49,5 50,6 51,8 20
21,0 24,7 27,3 29,5 31,4 33,1 34,7 36,2 37,7 39,1 40,5 41,8 43,1 44,4 45,6 46,8 48,0 49,3 50,4 51,6 21
22,0 25,7 28,3 30,5 32,4 34,1 35,7 37,2 38,7 40,1 41,5 42,8 44,1 45,4 46,6 47,8 49,1 50,2 51,4 22
23,0 26,7 29,3 31,5 33,4 35,1 36,7 38,2 39,7 41,1 42,5 43,8 45,1 46,4 47,6 48,9 50,0 51,2 23
24,0 27,7 30,3 32,5 34,3 36,1 37,7 39,2 40,7 42,1 43,5 44,8 46,1 47,4 48,6 49,8 51,0 24
25,0 28,7 31,3 33,4 35,3 37,0 38,7 40,2 41,7 43,1 44,5 45,8 47,1 48,3 49,6 50,8 25
26,0 29,7 32,3 34,4 36,3 38,0 39,6 41,2 42,6 44,1 45,5 46,8 48,0 49,4 50,6 26
27,0 30,7 33,2 35,4 37,3 39,0 40,6 42,1 43,6 45,1 46,4 47,7 42,1 50,4 27
28,0 31,6 34,3 36,4 38,3 40,0 41,6 43,1 44,7 46,0 47,4 48,8 50,1 28
29,0 32,6 35,3 37,4 39,3 41,0 42,6 44,2 45,6 47,0 48,4 49,6 29
30,0 33,6 36,3 38,4 40,3 42,0 43,6 45,1 46,5 48,0 49,4 30
31,0 34,6 37,2 39,4 41,2 43,0 44,8 46,1 47,8 49,0 31
32,0 35,6 38,2 40,3 42,3 44,0 45,6 47,1 48,6 32
33,0 36,6 39,2 41,4 43,3 45,0 46,6 48,1 33
34,0 37,6 40,2 42,4 44,3 46,0 47,6 34
35,0 38,8 41,2 43,3 45,2 47,0 35
36,0 39,5 42,2 44,3 46,2 36
37,0 40,6 43,2 45,3 37
38,0 41,5 44,2 38
39,0 42,6 39
40,0 40
Tab. 5.10 - Previsione della resistenza a compressione (N/mm2) a 28 giorni in funzione delle resistenze a 3 e 7 gg. – terza parte
25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 R7/R3
25,0 28,7 31,3 33,4 35,3 37,0 38,7 40,2 41,7 43,1 44,5 45,8 47,1 48,3 49,6 50,8 521 53,2 54,5 55,7 56,9 58,0 59,2 60,2 61,4 62,6 25
26,0 29,7 32,3 34,4 36,3 38,0 39,6 41,2 42,6 44,1 45,5 46,8 48,0 49,4 50,6 519 53,0 54,3 56,5 56,7 57,8 59,1 60,1 61,3 62,5 26
27,0 30,7 33,2 35,4 37,3 39,0 40,6 42,1 43,6 45,1 46,4 47,7 42,1 50,4 516 52,8 54,1 56,3 56,6 57,6 58,9 60,0 61,2 62,4 27
28,0 31,6 34,3 36,4 38,3 40,0 41,6 43,1 44,7 46,0 47,4 48,8 50,1 513 52,6 53,9 56,1 56,3 57,4 58,7 59,9 61,0 62,2 28
29,0 32,6 35,3 37,4 39,3 41,0 42,6 44,2 45,6 47,0 48,4 49,6 510 52,4 53,7 54,8 56,1 57,2 58,5 59,7 60,8 62,0 29
30,0 33,6 36,3 38,4 40,3 42,0 43,6 45,1 46,5 48,0 49,4 507 52,1 53,4 54,5 55,9 57,0 58,3 59,5 60,5 61,6 30
31,0 34,6 37,2 39,4 41,2 43,0 44,8 46,1 47,8 49,0 504 51,8 53,1 54,2 55,6 56,8 58,1 59,3 60,4 61,5 31
32,0 35,6 38,2 40,3 42,3 44,0 45,6 47,1 48,6 500 51,4 52,7 53,9 55,3 56,6 57,9 59,1 60,2 61,4 32
33,0 36,6 39,2 41,4 43,3 45,0 46,6 48,1 496 51,0 52,4 53,6 55,0 56,4 57,6 58,9 60,0 61,2 33
34,0 37,6 40,2 42,4 44,3 46,0 47,6 491 50,6 52,0 53,3 54,7 56,1 57,3 58,6 59,5 61,0 34
35,0 38,8 41,2 43,3 45,2 47,0 486 50,1 51,6 53,0 54,4 55,8 57,0 58,3 59,5 60,8 35
36,0 39,5 42,2 44,3 46,2 479 48,6 51,1 52,6 54,0 55,4 56,7 58,0 59,3 60,6 36
37,0 40,6 43,2 45,3 472 48,0 50,5 52,1 53,6 55,0 56,4 57,7 59,0 60,3 37
38,0 41,5 44,2 463 48,2 49,0 51,5 53,1 54,5 56,0 57,4 58,7 60,0 38
39,0 42,6 452 47,3 48,2 50,9 52,6 54,0 55,8 57,0 58,4 59,7 39
40,0 43,8 46,2 48,3 50,1 51,9 53,6 55,1 56,6 58,0 59,4 40
41,0 44,6 47,2 49,3 51,2 52,9 54,5 56,1 57,5 59,0 41
42,0 45,6 48,2 50,3 52,2 53,9 55,6 57,0 58,5 42
43,0 46,8 48,2 51,3 53,2 54,9 56,5 58,0 43
44,0 47,6 50,2 52,3 54,2 56,9 57,5 44
45,0 48,8 51,2 53,3 56,1 56,9 45
46,0 49,8 52,2 54,3 56,2 46
47,0 50,6 53,1 55,3 47
48,0 51,6 54,2 48
49,0 52,6 49
50,0 50
Tab. 5.10 - Previsione della resistenza a compressione (N/mm2) a 28 giorni in funzione delle resistenze a 3 e 7 gg. – quarta parte
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Secondo le NTC 2008, per le strutture in cemento armato la resistenza caratteristica


cilindrica, indicata con fck, è definite come la resistenza a compressione, valutata a 28 giorni di
stagionatura, su provini cilindrici, al di sotto della quale si può attendere di trovare il 5% della popo-
lazione di tutte le misure di resistenza. Invece, la resistenza caratteristica cubica, indicata con
Rck, è definita come la resistenza a compressione, valutata a 28 giorni di stagionatura, su provini
cubici, al di sotto della quale si può attendere di trovare il 5% della popolazione di tutte le misure di
resistenza.
Al punto 11.2.2 del capitolo 11, le NTC 2008 disciplinano i controlli di qualità dei
calcestruzzi con lo scopo di monitorare che il calcestruzzo prodotto abbia una resisten-
za caratteristica non inferiore a quella progettuale.
Le NTC 2008, in particolare, stabiliscono che i controlli devono articolarsi in quat-
tro fasi:
1) Valutazione preliminare della resistenza: serve a determinare, prima dell’inizio della
costruzione delle opere, la miscela per produrre il calcestruzzo con la resistenza
caratteristica di progetto.
2) Controllo di produzione: riguarda il controllo da eseguire sul calcestruzzo durante la
produzione del calcestruzzo stesso.
3) Controllo di accettazione: riguarda il controllo da eseguire sul calcestruzzo prodotto
durante l’esecuzione dell’opera, con prelievo effettuato contestualmente al getto
dei relativi elementi strutturali.
4) Prove complementari: sono quelle prove che vengono eseguite, ove necessario, a
complemento di quelle di accettazione. Queste e le eventuali complementari,
sono eseguite e certificate dai laboratori di cui all’art. 59 del DPR n. 380/2001.

Valutazione preliminare della resistenza


La valutazione preliminare della resistenza di un calcestruzzo da adoperare per la costru-
zione di un’opera, ovvero per una serie di elementi prefabbricati, deve essere effettuata
dal costruttore sulla base delle esperienze acquisite o di valutazioni statistiche (formule
di Bolomey, Dutron, ecc., ovvero mediante la previsione della resistenza con prove a
scadenze brevi).
Il costruttore resta comunque responsabile della qualità del calcestruzzo, che sarà
controllata dal Direttore dei Lavori, secondo le procedure di cui al controllo di accetta-
zione.

Controllo di accettazione
Il controllo di accettazione viene eseguito durante l’esecuzione dell’opera. Il controllo
può essere di Tipo A e di Tipo B. Il controllo di Tipo A è riferito ad un quantitativo di
miscela omogenea non maggiore di 300 m3; il controllo di Tipo B è riferito, invece, ad
un quantitativo di miscela omogenea maggiore o uguale a 1500 m3.
Per entrambi i tipi di controllo le NTC 2008, al § 11.2.5.3, prescrivono le procedure
per il prelievo dei campioni 13 .

13 Cfr. Appendice, § A.2

213
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Controllo di accettazione Tipo A


Il controllo di accettazione va effettuato ogni 300 m3 di getto ed è rappresentato da
tre prelievi. Ogni prelievo, costituito da due provini, va effettuato ogni 100 m3 e co-
munque almeno per ogni giorno di getto. Indicati con Ri1 e Ri2, i carichi di rottura dei
due provini costituenti il prelievo i-esimo, la resistenza di prelievo Ri è pari alla media
aritmetica

Ri1  R12
Ri [5.20]
2

Calcolate le tre resistenze di prelievo R1, R2, R3, ed indicato con Rmin il valore mi-
nimo tra le tre resistenze di prelievo e con Rm la media delle tre resistenze

Rmin MIN R1 R2 R3 [5.21]

R1  R2  R3
Rm [5.22]
3

il controllo di accettazione sarà positivo se risultano soddisfatte le due condizioni:

Rm t Rck  3,5 N/mm2 [5.23]

Rmin t Rck  3,5 N/ mm2 [5.24]

Nelle costruzioni con meno di 100 m3 deve essere eseguito in ogni caso il controllo
di tipo A, su tre prelievi, anche se non è obbligatorio eseguire un prelievo al giorno.

Controllo di accettazione Tipo B


Nelle opere con più di 1500 m3 di getto di calcestruzzo si procede con il controllo di
tipo B, di tipo statistico. Il controllo, da eseguire ogni 1500 m3 di getto, va condotto su
almeno 15 prelievi e comunque su un prelievo al giorno. Il controllo potrà ritenersi
positivo se sono verificate le due condizioni:

Rm t Rck  1,48s N/mm2 [5.25]

Rmin t Rck  3,5 N/ mm2 [5.26]

avendo indicato con:

Rm la media aritmetica delle resistenze dei 15 prelievi


Rmin il valore minimo tra le 15 resistenze di prelievo
s lo scarto quadratico medio, così calcolato

214
La tecnologia dei conglomerati cementizi

s
¦ R
ck  Ri
2

[5.27]
n 1

Prove complementari
Le prove complementari si eseguono in analogia alla metodologia delle prove di
controllo, al fine di stimare la resistenza del calcestruzzo ad età corrispondenti a
particolari fasi della costruzione (precompressione, messa in opera, ecc), o per
condizioni particolari d’impiego (temperature eccezionali, ecc).

5.3.2 La resistenza a trazione e a flessione


La resistenza del calcestruzzo a trazione diretta, e la resistenza a trazione da flessio-
ne, dipendono dal rapporto A/C, dal tipo di cemento, dal tempo di stagionatura e dal
tipo di inerte (naturale o artificiale) 14 .
La resistenza a trazione, sia diretta che da flessione, è maggiore per i calcestruzzi
confezionati con inerti artificiali in quanto gli inerti di frantoio presentano la superficie
scabra e la forma irregolare.
In questo caso, quindi, la pasta cementizia lega meglio con gli inerti e determina
l’aumento della resistenza alle sollecitazioni di trazione che agiscono proprio
sull’interfaccia inerte-pasta di cemento.
La natura degli inerti ha un ruolo meno importante nel caso della resistenza a com-
pressione.

5.3.3 La deformabilità dei calcestruzzi


I conglomerati cementizi si deformano per le azioni indotte dai carichi a cui sono
sottoposti (peso proprio, sovraccarichi fissi e accidentali), per le azioni indotte dalle
variazioni termiche e per effetto, infine, del ritiro e del fluage.
L’entità di queste deformazioni è strettamente legata, in un modo o in un altro, alla
composizione dei conglomerati cementizi.
Infatti, come vedremo, le deformazioni sotto carico sono funzioni della resistenza
caratteristica; le dilatazioni termiche sono funzioni della natura degli aggregati; il ritiro
e il fluage sono funzioni della quantità di acqua d’impasto e del tipo di cemento.

Le deformazioni sotto carico


Ogni corpo, come insegna l’esperienza, si deforma a causa delle azioni su di esso
indotte dai carichi esterni e, al loro cessare, tende a riprendere, in misura maggiore o
minore, la configurazione geometrica primitiva.
La deformazione dei corpi può quindi considerarsi somma di due aliquote: una de-
formazione elastica, che si annulla al cessare delle sollecitazioni indotte dai carichi, ed
una deformazione permanente che rimane anche dopo. Per certi corpi, tuttavia,
l’esperienza mostra che se le sollecitazioni non superano il cosiddetto ‘limite di elastici-
tà’, l’aliquota di deformazione permanente è trascurabile, ovvero non apprezzabile
strumentalmente.

14 Cfr. Appendice, § A.3

215
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Questa proprietà di ri-assumere la forma primitiva al cessare delle azioni dei carichi,
definita elastica, è posseduta da tutti i corpi anche se in misura diversa. In tal senso,
questi corpi possono definirsi a comportamento elastico e rispettano la legge di Hooke
ut tensio sic vis, ovvero, deformazioni proporzionali alle sollecitazioni fino al limite di
proporzionalità (Fig. 5.33).
La legge di Hooke è espressa con la relazione

Ƴ=Euƥ [5.28]

nella quale, nel caso della compressione,

Ƴ è la sollecitazione di compressione,
ƥ è la deformazione (rapporto tra la riduzione dimensionale ƅL e la lunghezza i-
niziale L),
E è il modulo di elasticità, o modulo di Young.

Il conglomerato cementizio, materiale a comportamento elasto-plastico, segue sol-


tanto in parte la legge di Hooke e le deformazioni crescono più rapidamente delle sol-
lecitazioni (Fig. 5.34).
Tuttavia nel calcolo delle sezioni in cemento armato, per non abbandonare i princi-
pi fondamentali della Scienza delle Costruzioni fondati sulla legge di Hooke, si suppo-
ne valida che questa legge sia valida anche per i conglomerati cementizi e si considera
costante il modulo di elasticità a compressione Ec.
In particolare Ec può essere identificato o con il modulo all’origine Ec0 , ovvero con
il modulo Ecm, corrispondente a quello della retta di compenso del diagramma Ƴ-ƥ cur-
vilineo (Fig. 5.35).
Nel caso dei conglomerati cementizi, l’esperienza ha dimostrato che il valore del
modulo Ec è strettamente legato al valore della resistenza a compressione e quindi, va-
ria al variare del tempo di stagionatura (Fig. 5.36), come la resistenza.

limite di proporzionalità

arcotg E
Fig. 5.33 - Campo elastico
H del diagramma Ƴ – ƥ

216
La tecnologia dei conglomerati cementizi

comportamento elasto-plastico
V

comportamento elastico

Fig. 5.34 - Diagramma Ƴ –


ƥ del calcestruzzo

V
E co

m
Ec

Fig. 5.35 - Diagramma Ƴ –


ƥ del calcestruzzo

Ec 180

Ec 28

Ec 7

7g

7g 28 g 180 g gg Fig. 5.36 - Diagramma E –


t del calcestruzzo

217
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Le NTC 2008, al § 11.2.10.3, stabiliscono:


“Per modulo elastico istantaneo del calcestruzzo va assunto quello secante tra la ten-
sione nulla e 0,40 fcm, determinato sulla base di apposite prove, da eseguirsi secondo
la norma UNI 6556:1976.
In sede di progettazione si può assumere il valore:

Ecm = 22.000u[fcm/10]0,3 [N/mm2]

Tale formula non è applicabile ai calcestruzzi maturati a vapore. Essa non è da con-
siderarsi vincolante nell’interpretazione dei controlli sperimentali delle strutture.”

Le deformazioni termiche
Le deformazioni termiche del conglomerato cementizio sono strettamente legate ai
coefficienti di dilatazione termica dei componenti del calcestruzzo stesso.
Secondo la normativa vigente, in mancanza di sperimentazione diretta, per i calce-
struzzi non maturati a vapore, può assumersi un valore medio del coefficiente di dilata-
zione termica pari a

ơ = 10 u 10-6 °C-1 [5.29]

Occorre osservare che il coefficiente di dilatazione termica dei conglomerati cemen-


tizi è all’incirca uguale a quello dell’acciaio per cui, nelle opere in cemento armato, i due
materiali si dilatano in uguale misura senza che nascano tensioni sensibili all’interno
della massa strutturale.

Ritiro
Si definisce ritiro la riduzione di volume che il conglomerato subisce dall’inizio della
presa del legante alla fine della maturazione.
Il ritiro del calcestruzzo può essere negativo (ossia rigonfiamento) se la stagionatura
avviene in acqua, mentre è positivo se la stagionatura, come normalmente accade, av-
viene all’aria.
Con riferimento alla stagionatura all’aria, varie esperienze hanno evidenziato che il
ritiro è minimo nelle prime ore, prima cioè che il calcestruzzo abbia completato la sua
presa, e diventa maggiore dal completamento della presa in poi.
Nell’ambito del fenomeno generale si possono distinguere alcuni particolari tipi di
ritiro:

x ritiro plastico
x ritiro idraulico
x ritiro termico.

Il ritiro plastico, che si riscontra prima della presa, avviene a seguito dell’evaporazione
dell’acqua dalla superficie del calcestruzzo verso l’ambiente esterno (umidità relativa
ƶ<95%). Si può dire che esso è minimo nella prima ora ed aumenta quasi linearmente

218
La tecnologia dei conglomerati cementizi

nelle seguenti quattro ore; con l’inizio della presa, il fenomeno continua più lentamente
in quanto si sviluppano resistenze che lo contrastano.
In alcuni casi il ritiro plastico può risultare rilevante; ciò, in particolare, accade quan-
do è rapida l’evaporazione dell’acqua d’impasto in conseguenza di particolari condizio-
ni termo-igrometriche ambientali.
Sul ritiro plastico gioca una grande influenza il fattore di forma, ovvero il rapporto
superficie/volume dell’elemento strutturale.
Gli elementi caratterizzati da un fattore di forma elevato - ad esempio solai, pavi-
mentazioni, pannelli, ecc. - sono soggetti a notevole ritiro plastico con deformazioni,
conseguenti fessurazioni e aumento della porosità nello strato corticale: infatti, mentre
lo strato corticale è interessato da evaporazione dell’acqua e quindi da ritiro, la parte
sub-corticale ne conserva il contenuto e quindi subisce un ritiro minore; la differente
deformazione provoca l’insorgere delle sollecitazioni di trazione. Il fenomeno è rilevan-
te quando la velocità di evaporazione dell’acqua dalla superficie del calcestruzzo supera
il valore di 1 Kg/m2 h.
Dal diagramma della Figura 5.37 si possono trarre indicazioni sulla velocità di eva-
porazione dell’acqua di impasto in funzione della temperatura e dell’umidità ambientali,
della temperatura del calcestruzzo e della velocità dell’aria 15 .
Per contenere il ritiro plastico occorre adottare alcune misure pratiche tutte tese a
conservare il grado di idratazione della struttura:

x bagnare con acqua nebulizzata, per almeno tre - sette giorni dall’inizio della presa
del cemento, la superficie del calcestruzzo;
x mantenere umida la struttura per almeno tre - sette giorni dall’inizio della presa
del cemento, mediante teli impermeabili o sacchi continuamente bagnati;
x iniziare il parziale disarmo (consentito) delle strutture non prima del terzo giorno
dal getto, per mantenere umida la massa del calcestruzzo;
x impiegare additivi anti-evaporanti nell’impasto del calcestruzzo;
x applicare un agente stagionante (curing compound) nebulizzato sulla superficie
della struttura.

L’aumento della porosità nello strato superficiale provocato dall’evaporazione


dell’acqua d’impasto, determina l’aggressione - da parte degli agenti esterni - delle arma-
ture metalliche con conseguente innesco della corrosione.
Considerato che tutte le misure innanzi illustrate hanno un costo, il progettista do-
vrebbe prescrivere, specialmente per località caratterizzate da condizioni climatiche
secche, calde e ventilate, la procedura prescelta per ridurre l’evaporazione dell’acqua e
riconoscere le spese relative all’impresa.

Per ritiro idraulico, che si riscontra dopo la presa, s’intende la riduzione di volume
connessa all’idratazione del cemento che, in genere, finisce tra i 90 e i 180 giorni.

15 La velocità di evaporazione è espressa in kg di acqua evaporata per metro quadrato di getto e per o-
ra.

219
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Il ritiro termico, infine, è dovuto al calore che si sviluppa durante l’idratazione del ce-
mento.
Le reazioni di idratazione dei componenti del cemento sono, infatti, reazioni eso-
termiche. In particolare, il calore di idratazione che si sviluppa dipende dal tipo e dal
titolo 16 del cemento.
Nella Tabella 5.11 è riportato il calore di idratazione per alcuni cementi 17 a vari tem-
pi di stagionatura.
Il calore di idratazione provoca il riscaldamento della massa del calcestruzzo e quindi
un innalzamento ƅT della sua temperatura che, nell’ipotesi che non ci sia scambio di
calore con l’ambiente esterno (condizione adiabatica), può essere calcolata con la rela-
zione:

qt u C
'T [5.30]
S c u cs
nella quale:
qt è il calore di idratazione per unità di peso al tempo t (kJ/kg) (cfr. Tabella 5.11)
C è il dosaggio di cemento (kg/m3)
ưc è il peso del volume unitario (mc) del calcestruzzo (2400 kg/m3)
cs è il calore specifico del calcestruzzo (1,1 kJ/kg °C)

Ad esempio, un metro cubo di calcestruzzo con dosaggio C=300 kg/m3 di cemento


tipo II-A/L 42.5, dopo tre giorni di stagionatura è interessato da un innalzamento di
temperatura, in condizioni adiabatiche, di circa 35°C.
Considerato però che la condizione reale non è adiabatica e che quindi la struttura
cede calore all’ambiente, si ha che la temperatura del calcestruzzo cresce nei primi tre
giorni, quando le reazioni di idratazione sono più intense, e poi decresce quando il ca-
lore dissipato prevale su quello prodotto.
Occorre tener presente, poi, che il nucleo della struttura subisce un innalzamento di
temperatura maggiore di quello raggiunto nelle zone corticali (che più facilmente pos-
sono cedere il calore all’ambiente esterno), si instaura un salto termico ƤT tra queste e il
nucleo della struttura.
Considerato che il maggior calore si sviluppa nei primi due o tre giorni, si può rite-
nere che il nucleo subisce un innalzamento di temperatura ƅT3, da calcolare con la
[5.30], mentre la zona corticale, cedendo facilmente calore all’esterno, subisce un innal-
zamento di temperatura irrilevante conservando quasi la temperatura dell’ambiente e-
sterno.
In questa ipotesi, molto vicina al reale comportamento termico della struttura, il sal-
to termico tra il nucleo e la zona corticale può essere calcolato imponendo la condizio-
ne:

ƤT3 = ƅT3 [5.31]

16 Il Titolo del cemento esprime la resistenza a compressione in N/mm2, a 28 giorni di stagionatura,


valutata su malta normalizzata
17 I tipi di cementi classificati dalle norme sono cinque. Cfr. § 5.4.1

220
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Quando ƤT3 supera i 20° C, esiste il rischio concreto che si instauri uno stato ten-
sionale nella massa del calcestruzzo con la formazione di fessurazioni. che riducono la
durabilità della struttura se non vengono presi opportuni provvedimenti quali:

x impiego di cemento con più basso titolo,


x riduzione del dosaggio di cemento,
x predisposizione di accorgimenti opportuni per sottrarre calore dal nucleo della
struttura.

Particolare importanza ha il ritiro termico nelle opere massive quali, ad esempio, le


dighe. In queste opere, pertanto, è importante:

a) che il cemento impiegato sia a basso calore d’idratazione,


b) che la sottrazione del calore d’idratazione avvenga in modo graduale.

Calore di idratazione per unità di peso qt (kJ/kg)

Cemento
Tempo
in giorni I II-A/L III-B IV-B V-B
52,5R 42,5R 42,5R 42,5R 32,5R

1 200 130 60 100 70

3 350 315 160 230 170

7 400 375 200 290 210

28 440 420 250 340 270

Tab. 5.11 - Calore di idratazione per alcuni cementi e per vari giorni di stagionatura

In conclusione si può affermare:

x il ritiro, oltre a dipendere dalle caratteristiche dei componenti del calcestruzzo


e dal loro assortimento, è particolarmente influenzato dalle condizioni atmo-
sferiche e dalle dimensioni dell’opera
x con l’aumento della temperatura ambientale e con vento forte e asciutto è fa-
vorita l’evaporazione dell’acqua d’impasto con aumento, quindi, del ritiro
plastico
x con l’aumento dell’umidità relativa dell’ambiente si riduce l’entità del ritiro
plastico
x il fattore di forma elevato influenza il ritiro plastico;

221
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

x per le opere massive (dighe, muraglioni, ecc.) le conseguenze del ritiro termi-
co sono più rilevanti rispetto a quelle dei ritiri idraulico e plastico
x nelle strutture in cemento armato le armature metalliche riducono il ritiro.

Le NTC 2008, al § 11.2.10.6, definiscono la procedura per la valutazione delle de-


formazioni da ritiro 18 .

A B

Fig. 5.37 – Diagramma per la valutazione della quantità di acqua che evapora

Uso del diagramma: si entra con la temperatura dell’aria e si intercetta la curva dell’umidità ambientale nel
punto A; da questo si traccia l’orizzontale fino al punto B sulla curva rappresentativa della temperatura del
calcestruzzo; dal punto B si traccia la verticale fino ad intercettare in C la curva della velocità del vento;
l’ordinata di C rappresenta indicativamente la velocità di evaporazione dell’acqua espressa in kg per m2 e per
ora.

18 Cfr. Appendice, § A.4

222
La tecnologia dei conglomerati cementizi

curva ritiro + fluage

curva ritiro

Fig. 5.38 Ritiro e fluage nel tempo

Fluage
Il fluage è il fenomeno fisico da ‘fatica’ 19 che si manifesta con deformazioni lente nel
tempo per l’azione prolungata dei carichi esterni agenti sulle strutture: sotto carico co-
stante, a causa di scorrimenti interni, il calcestruzzo continua a deformarsi nel tempo,
subendo le cosiddette ‘deformazioni viscose’ 20 .
Tenendo costante il carico, la deformazione totale cresce in funzione del tempo e
tende ad un valore asintotico ƅ che è funzione del carico applicato, della composizione
del calcestruzzo e del tempo di maturazione, to, all’applicazione del carico(Fig. 5.38).
Le NTC 2008, al § 11.2.10.7, definiscono la procedura per la valutazione delle de-
formazioni da fluage 21 .

5.4. I componenti del conglomerato cementizio


Nel precedente capitolo è stato evidenziato quale notevole influenza esercitino sulle
caratteristiche del conglomerato cementizio, sia allo stato fresco che indurito, le pro-
prietà dei suoi componenti ed il loro assortimento.
Con riferimento ai calcestruzzi tradizionali, finora ordinariamente impiegati
nell’edilizia civile, e con esclusione, quindi, dei cosiddetti calcestruzzi leggeri ancora ogget-
to di ricerca e sperimentazione, in questo capitolo si esamineranno le influenze che le

19 Per ‘fatica’, fenomeno principalmente della meccanica, s’intende il comportamento di in materiale


che, sottoposto a carichi variabili nel tempo, si danneggia fino alla rottura sebbene l’intensità massima
dei carichi in questione sia sensibilmente inferiore a quella di rottura o di snervamento del materiale
stesso. Studiata come fenomeno prettamente metallurgico, in seguito il termine ‘fatica’ è stato usato
anche per le altre classi di materiali.
20 In effetti, a deformazioni elastiche avvenute, si possono rilevare ulteriori deformazioni dovute sia al

ritiro che al fluage: conoscendo l'entità del ritiro, per differenza, si può risalire al valore del fluage puro.
21 Cfr. Appendice, § A.5

223
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

proprietà dei componenti di base del conglomerato cementizio esercitano sulle caratteristi-
che del calcestruzzo stesso.
In particolare si procederà all’esame delle proprietà del cemento, dell’acqua di impa-
sto, dei materiali lapidei, comunemente definiti inerti, e degli additivi, di quelle sostanze,
cioè, che vengono aggiunte all’impasto fresco allo scopo di migliorare proprietà già pos-
sedute dal conglomerato.

5.4.1 Il cemento
Il cemento è un materiale polverulento che, impastato con acqua - in genere nel
rapporto di 3:1 -, forma la cosiddetta pasta cementizia che, dopo qualche ora, dapprima
si rapprende (fenomeno della presa) e successivamente assume la durezza di una pietra
(fenomeno dell’indurimento) che ha capacità di resistenza meccanica.
La normativa europea classifica 25 diversi tipi di cementi, ciascuno disponibile in 6
diverse classi di resistenza. Complessivamente sono classificati 150 cementi ma non
tutti prodotti in tutti i Paesi europei. In Italia sono prodotti cinque tipi di cemento:
x il cemento Portland (Tipo I)
x il cemento Portland di miscela (Tipo II)
x il cemento d’Altoforno (Tipo III)
x il cemento Pozzolanico (Tipo IV)
x il cemento Composito (Tipo V).
Per ciascuno di questi cinque tipi vengono commercializzati cementi con sei classi
di resistenza: 32,5N; 32,5R; 42,5N; 42,5R; 52,5N e 52,5R.
I numeri 32,5, 42,5 e 52,5 indicano il titolo del cemento, ovvero la resistenza a com-
pressione in N/mm2 a 28 giorni di stagionatura valutata su malta normalizzata 22 .
Le lettere N (Normale) ed R (Rapido), invece, indicano il comportamento del ce-
mento alle stagionature brevi (3 e 7 gg.).
Nella Tabella 5.12 sono riportati i valori della resistenza a compressione a 2, 7 e 28
giorni di stagionatura che devono possedere le sei classi di resistenza dei cementi por-
tland, pozzolanico e d’altoforno di fabbricazione italiana.

Tipo I - Cemento portland


Il cemento portland è ottenuto dalla cottura di una miscela formata, essenzialmente, da
calcare e argilla. Il prodotto della cottura, il clinker portland, viene macinato insieme a
gesso (CaSO4.2H2O), o anidride (CaSO4), aggiunto in percentuale del 4 – 8%. Il gesso
svolge la funzione di regolarizzare il tempo di presa del cemento. Il solo clinker, infatti,
darebbe luogo ad un cemento con tempi di presa troppo rapidi per essere lavorato, tra-
sportato e posto in opera.
Il cemento Tipo I deve contenere almeno il 95% di clinker ed è prodotto in un solo
sottotipo.

22Secondo la normativa italiana, il titolo del cemento si determina su provini cubici, 4x4x16 cm, confe-
zionati con una malta con una parte di cemento, tre parti di sabbia del lago di Massacciuccoli con as-
sortimento granulometrico prefissato, e rapporto A/C=0,5. La norma fissa anche la procedura di sta-
gionatura che deve avvenire a temperatura e umidità relativa costanti e pari, rispettivamente, a 20°C e
95%.

224
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Classe di resistenza Resistenza a compressione


N/mm2
2 giorni 7 giorni 28 giorni
32,5N -- 16 32,5
32,5R 10 -- 32,5
42,5N 10 -- 42,5
42,5R 20 -- 42,5
52,5N 20 -- 52,5
52,5R 30 -- 52,5

Tab. 5.12 - Resistenza a compressione dei cementi di produzione italiana

Tipo II – Cemento portland di miscela


Il cemento portland di miscela contiene almeno il 65% di clinker ed altri costituenti mi-
nerali in varie percentuali.
Il cemento Tipo II viene prodotto in 17 sottotipi.

Tipo III - Cemento d’altoforno


Il cemento d’altoforno è ottenuto aggiungendo al cemento portland la loppa 23
d’altoforno (in quantità inferiori all’80% perché sarebbero fortemente penalizzate le re-
sistenze alle scadenze brevi). La loppa, se finemente macinata, ha l’attitudine di reagire
con l’acqua e di indurire, anche se lentamente.
Il cemento d’altoforno presenta all’incirca le stesse caratteristiche del cemento poz-
zolanico. Il cemento Tipo III è prodotto in 3 sottotipi.

Tipo IV - Cemento pozzolanico


Il cemento pozzolanico è ottenuto aggiungendo pozzolana al cemento Portland. E’ no-
to che la pozzolana è una roccia sedimentaria sciolta di origine vulcanica che si trova
allo stato vetroso e, pertanto, ha l’attitudine di reagire con la calce spenta e l’acqua con-
ferendo idraulicità all’impasto. La pozzolana aggiunta al cemento portland fissa la calce
che si libera durante le reazioni di idratazione del cemento.
Il cemento pozzolanico, rispetto al cemento Portland, si differenzia per le seguenti
proprietà:
x minor calore di idratazione, per la minore quantità di clinker nel legante,
x maggiore resistenza all’attacco chimico dei solfati e delle acque marine,
x maggiore resistenza alla penetrazione dei cloruri e, quindi migliore protezione
delle armature metalliche in tutte quelle strutture esposte in inverno ai sali disge-
lanti contenenti cloro.
Il cemento Tipo IV è prodotto in 2 sottotipi.

23 La ‘loppa’ è un sottoprodotto della riduzione del minerale di ferro in alto forno per la fabbricazione
della ghisa. La loppa contiene ossidi basici (CaO e MgO), per il 50y55%, silice (SiO2), per circa il 35%,
e allumina (Al2O3) per circa il 10y15%.

225
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Tipo V - Cemento composito


Il cemento composito è formato da clinker e da una miscela di loppa, pozzolana e
cenere 24 .
Il cemento Tipo V è prodotto in 2 sottotipi.

Le NTC 2008, nel § 11.2.9.1, forniscono alcune prescrizioni nel merito dei leganti 25 .

Processi di idratazione dei cementi


Anche se in maniera sintetica, si ritiene opportuno descrivere i processi di idratazione
dei componenti del cemento.
Nel clinker sono presenti due alluminati di calcio, C4AF e C3A, e due silicati, C3S e
C2S 26 . I due alluminati, presenti per circa il 20%, sono responsabili del fenomeno della
presa; i due silicati, presenti per circa l’80%, sono responsabili del processo di induri-
mento.
Gli alluminati reagiscono rapidamente con l’acqua, e quindi nelle prime ore del me-
scolamento, senza che avvenga un significativo sviluppo di resistenze meccaniche. I si-
licati, invece, reagiscono con l’acqua dando luogo alla formazione di una famiglia di
composti determinanti per l’indurimento e, quindi, per lo sviluppo delle resistenze
meccaniche.
La presenza del gesso, o dell’anidro, riduce il fenomeno della presa rapida (minore di
60 minuti) dovuta all’idratazione degli alluminati.
Infatti una parte degli alluminati reagendo con l’acqua e con il gesso determina la
formazione del composto definito ettringite primaria 27 (per distinguerla da quella se-
condaria che si può formare successivamente in alcune condizioni sfavorevoli), che si
deposita sulla restante parte degli alluminati impedendo, temporaneamente, il contatto
con l’acqua e quindi ritardando la presa. Purtuttavia la quantità di gesso non deve supe-
rare il limite del 7-8%, in quanto la formazione dell’ettringite avviene con aumento di
volume per cui quantità eccessive di gesso potrebbero comportare fenomeni fessurativi
nella massa del calcestruzzo.
L’idratazione dei silicati comporta anche la formazione di idrossido di calcio,
Ca(OH)2, che, reagendo con l’anidride carbonica dell’aria, può abbassare il ph della mi-
scela favorendo l’ossidazione delle armature metalliche nelle strutture in cemento arma-
to.
Nei cementi pozzolanici e d’altoforno l’idrossido di calcio viene fissato dalla silice,
presente nei due materiali, con formazione di altri composti che riducono la porosità
della pasta cementizia.

24 Nei calcestruzzi si impiegano le ceneri volatili, a granuli minutissimi, per migliorarne la lavorabilità e
l’impermeabilità. Queste ceneri, residuate dalla combustione del carbone, sono trattenute per mezzo di
elettrofiltri. Le ceneri volatili contengono silice, allumina e ossidi metallici.
25 Cfr. Appendice, § A.6
26 Nella chimica del cemento vengono normalmente adottate le seguenti formule abbreviate:

C=CaO ossido di calcio; A=Al2O3 allumina; F=Fe2O3 ossido di ferro; S=SiO2 silice; H=H2O acqua.
Pertanto le sigle C3S e C2S stanno per (CaO)3.SiO2 e (CaO)2.SiO2 ; invece le sigle C3A e C4AF stanno
per (CaO)3.Al2O3 e (CaO)3.Al2O3.Fe2O3
27 L’ettringite ha formula chimica C A.3CaSO .H
3 4 32

226
La tecnologia dei conglomerati cementizi

La scelta del cemento


Per le opere a cui si richiedono particolari prestazioni, è indispensabile scegliere con
competenza sia il tipo sia il titolo del cemento da impiegare. In linea di massima, i ce-
menti di titolo 32,5 sono da preferire a quelli ad Alta resistenza e ad Alta resistenza e
rapido indurimento.
I cementi a titolo 32,5, infatti, rispetto a quelli a titolo 42,5 e 52,5 sono caratterizzati
da un più basso valore del calore d’idratazione, da un minor ritiro, e quindi da minore
fessurabilità, e da una maggiore durabilità.
Quando è possibile, pertanto, sarà preferibile studiare opportunamente la composi-
zione del calcestruzzo per migliorarne la resistenza meccanica, piuttosto che ricorrere
all’uso dei cementi 42,5 e 52,5.
Nel seguito si riportano i criteri generali che regolano la scelta del cemento per le va-
rie opere che più frequentemente si incontrano nella pratica.

x Opere in c.a. ordinario: in linea generale saranno da preferire i cementi 32,5; purtut-
tavia una scelta diversa potrà essere dettata da condizioni ambientali.

x Opere in cemento armato precompresso: si impiegheranno, in genere, i cementi ad


alta resistenza. In alcuni casi particolari, quando la pretensione delle armature av-
viene in tempi brevi, saranno preferiti i cementi 52,5, ad alta resistenza e rapido in-
durimento.

x Manufatti prefabbricati: tutti i cementi possono essere impiegati con buoni risultati.
La scelta sarà condizionata dal ciclo di lavorazione, dalle esigenze di stoccaggio e di
trasporto, dall’impiego.

x Opere in ambiente aggressivo: per le opere marittime in particolare, la scelta verrà


fatta tra i cementi d’altoforno e pozzolanici, di tipo 32,5. Infatti, in questi casi, è ne-
cessario che nel calcestruzzo indurito non sia presente calce libera e ciò si ottiene
impiegando, appunto, i cementi d’altoforno e pozzolanici che contengono elementi
attivi capaci di fissare in composti stabili la calce liberatasi durante la presa. I ce-
menti 42,5, invece, saranno impiegati soltanto se la maggiore resistenza meccanica
potrà controbilanciare la minore resistenza chimica di questi ultimi rispetto ai ce-
menti 32,5 garantendo la stessa durabilità.

x Opere con strutture a faccia vista: per queste strutture quando saranno preferiti i
cementi bianchi ai normali cementi scuri, occorre prevedere tutti gli accorgimenti
necessari per contenere gli effetti negativi connessi al titolo 52,5 con cui questi ce-
menti sono prodotti.

x Opere per sbarramenti di ritenuta: poiché queste strutture sono massive è opportu-
no l’impiego di cementi a basso calore d’idratazione poiché in queste opere il calore
di idratazione viene disperso molto lentamente, con conseguente accelerazione
dell’indurimento del cemento e possibile aumento delle fessurazioni.

227
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

5.4.2 L’acqua d’impasto


L’acqua per i conglomerati cementizi è uno dei componenti essenziali essendo
chiamata a svolgere più funzioni nell’ambito dell’impasto.
Senza l’acqua non si hanno le reazioni di idratazione dei componenti del cemento e
quindi non si ha la presa e l’indurimento. Purtuttavia il dosaggio di acqua va controllato
in quanto rapporti elevati di A/C comportano riduzione della resistenza meccanica e
della durabilità del materiale.
L’acqua d’impasto totale A, nel caso più generale, può ritenersi somma di tre parti:

x l’acqua di presa Ap
x l’acqua di lavorabilità Al
x l’acqua di bagnatura Ab

L’acqua di presa è quella che entra in combinazione con il cemento dando luogo ai
processi chimico-fisici di presa e indurimento.
L’acqua di lavorabilità agisce come un lubrificante all’interno dell’impasto, riducendo
l’attrito tra i materiali solidi, e facendo crescere la classe di consistenza.
L’acqua di bagnatura, che ricopre la superficie degli inerti di un film liquido, è necessa-
ria poiché durante l’impasto gli inerti si bagnano. Se non fosse stata prevista Ab, la ba-
gnatura degli inerti avverrebbe a scapito delle altre due quantità di acqua Ap e Al e,
quindi, una parte del cemento non potrebbe far presa e l’impasto risulterebbe meno la-
vorabile.

5.4.2.1 La qualità dell’acqua


Per quanto attiene i requisiti che deve possedere l’acqua d’impasto, l’Allegato 1 al
D.M. 26.3.1980 prescrive, che "l’acqua per gli impasti deve essere limpida, priva di sali
(particolarmente solfati e cloruri in percentuali dannose e non essere aggressiva". An-
che le NTC 2008 risultano piuttosto sintetiche e si limitano a prescrivere che l’acqua di
impasto, ivi compresa l’acqua di riciclo, dovrà essere conforme alla norma UNI EN 1008: 2003.

Appare opportuno, pertanto, ricordare che se una regola pratica ammette che
un’acqua potabile può essere ritenuta idonea per il confezionamento dei calcestruzzi, si
sottolinea che le acque sulfuree, sebbene potabili, presentano un alto contenuto di Sali
e, quindi, non sono impiegabili nell’impasto di conglomerati cementizi. Esempi di ac-
que potabili, ma non adoperabili nel confezionamento dei calcestruzzi per
l’abbondanza di idrogeno solforato, sono quelle delle fonti di Telese (BN) e di Chian-
ciano (AR).
In generale può affermarsi che i solfati e i cloruri possono provocare una riduzione
della resistenza meccanica dei conglomerati quando sono contenuti nell’acqua in misu-
ra superiore allo 0,5-:-1%; che lo stesso effetto può derivare anche da materie umiche
in sospensione, quando superano i 2 grammi per litro; che sono da escludere le acque
di rifiuto, e in special modo quelle provenienti da stabilimenti industriali, poiché gli olii,
i grassi, gli zuccheri e le materie organiche possono provocare anomalie nel periodo di
presa e di indurimento del cemento.

228
La tecnologia dei conglomerati cementizi

In merito alla qualità dell’acqua d’impasto molto interessanti ed esaurienti appaiono


le Raccomandazioni della Portland Cement Association:

"Quasi tutte le acque naturali che siano potabili e che non abbiano un particolare
sapore od odore sono adatte come acqua d’impasto nella confezione del calcestruz-
zo.
Un’acqua dalle qualità sconosciute può essere usata per la confezione del calcestruz-
zo se confezionando cubi di malta con essa, le resistenze risultanti a 7 ed a 28 giorni
di stagionatura sono per lo meno uguali al 90% delle resistenze offerte da provini di
paragone (…). In più, dovrebbero essere condotte prove per accertarsi che il tempo
di presa del cemento non viene influenzato in modo negativo per la presenza di im-
purezze nell’acqua d’impasto.
Le impurità di un’acqua d’impasto, se presenti in quantità eccessive, possono in-
fluenzare non soltanto il tempo di presa, la resistenza del calcestruzzo e la costanza
di volume, ma produrre anche efflorescenze oppure corrosione delle armature (…)”.

5.4.2.2 Il dosaggio dell’acqua


Nello studio della composizione di un conglomerato le variabili su cui si può opera-
re sono il dosaggio di cemento, il dosaggio dell’acqua, le dimensioni e la forma degli i-
nerti nonché il loro assortimento granulometrico.
Per quanto attiene la valutazione dell’acqua d’impasto totale A occorre determinare i
valori dell’acqua di presa, di quelle di bagnatura e di lavorabilità, per le differenti fun-
zioni che ciascuna quantità ha nell’ambito del conglomerato cementizio sia allo stato
fresco, sia a stagionatura avvenuta.

L'acqua di presa
La quantità di acqua di presa Ap , ovvero la quantità d’acqua stechiometricamente
necessaria per dar luogo alle reazioni di presa e di indurimento del cemento, è funzione
sia del tipo di cemento impiegato, sia del dosaggio C dello stesso cemento nel conglo-
merato cementizio fresco in opera (Cfr. Leggi di Féret, Bolomey, ecc.). In particolare,
può scriversi:
Ap a p u C [5.32]
nella quale:
ap [litri/kg] è l’acqua di presa per kg di cemento
C [kg/m ] 3 è il dosaggio di cemento.

L’esatta determinazione di ap viene condotta secondo le modalità prescritte all’art. 6


del D.M. 3.6.1968 "Norme di accettazione dei leganti idraulici". In assenza di determi-
nazioni dirette si può assumere per ap il valore di 0,28 litri/kg.

L'acqua di bagnatura
L’acqua di bagnatura Ab, è destinata a bagnare gli inerti ed è indispensabile affinché
non venga a mancare l’acqua occorrente alle reazioni di idratazione del cemento.
Il Ferèt nel 1892 enunciò, insieme alla citata legge (Cfr. [5.10]) di proporzionalità tra

229
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

la resistenza a compressione ed il fattore di resistenza, la seguente legge relativa


all’acqua d’impasto:

“la quantità di acqua necessaria per l’impasto è tanto più grande quanto più i grani
dell’inerte sono fini ed è proporzionale alla quantità di inerte”.

Infatti, aumentando nell’impasto la percentuale dell’inerte fino aumenta la superficie


specifica complessiva degli inerti e quindi la loro acqua di bagnatura.
Indicato con:

abs l’acqua di bagnatura per unità di peso di inerte fino [litri/kg]


abp l’acqua di bagnatura per unità di peso di inerte grosso [litri/kg]
Ps il peso dell’inerte fino [kg/m3]
Pp il peso dell’inerte grosso [kg/m3]
contenuti in 1 m3 di conglomerato, risulta:

Ab abs u Ps  abp u Pp [5.33]

Per il calcolo dell’acqua di bagnatura unitaria si può procedere sia con determinazio-
ni dirette, sia con l’ausilio di formule empiriche.
In particolare, per elementi di dimensioni superiori ad 1 mm, con buona approssi-
mazione può usarsi la formula del Bolomey:

0,09
ab [litri/kg] [5.34]
3 d1 d 2

per determinare l’acqua di bagnatura unitaria di una classe di inerti di dimensioni com-
prese tra i valori d1 e d2 [mm].
Per la determinazione diretta dell’acqua di bagnatura si possono seguire diversi metodi.
Per l’inerte fino l’acqua di bagnatura unitaria abs si può ricavare, con sufficiente at-
tendibilità, con il cosiddetto metodo della parabola.
Scelto un campione di 1 kg rappresentativo dell’inerte fino e posto lo stesso su un
piano costituito da materiale non assorbente (vetro), si versa su di esso una piccola
quantità d’acqua, ad esempio 10 cc, e si rimescola accuratamente: si nota che la sabbia
umidificata muta il colore. Si riempie poi, senza costipamento, un recipiente della capa-
cità di mezzo litro e si pesa la quantità di miscuglio inerte-acqua in esso contenuta. Si
svuota il recipiente e si aggiungono altri 10 cc di acqua su tutto il materiale. Le opera-
zioni si ripetono successivamente versando ogni volta 10 cc di acqua e ricavando il pe-
so del nuovo miscuglio inerte-acqua contenuto nel recipiente da mezzo litro. Si nota
che i pesi del miscuglio contenuto nel recipiente andranno man mano diminuendo fino
a raggiungere un minimo, oltre il quale aumenteranno.
L’acqua corrispondente al peso minimo rappresenta l’acqua di bagnatura unitaria abs
[litri/kg] (Fig. 5.39).
La spiegazione del fenomeno è semplice. L’acqua versata man mano sull’inerte fino

230
La tecnologia dei conglomerati cementizi

P
Peso miscuglio sabbia+acqua

Fig. 5.39 – Metodo della parabola

L’acqua corrispondente al minimo peso


costituisce l’acqua di bagnatura
7g

a bagnatura acqua

serve a bagnare i granuli, avvolgendoli in un velo. Il velo d’acqua, quando il materiale è


posto nel recipiente, sottrae spazio all’inerte facendo diminuire il peso del miscuglio di
materiale solido contenuto nel recipiente.
Quando l’inerte è completamente bagnato, i granuli di inerte non sono più in grado
di ritenere l’ulteriore acqua che si aggiunge. Questa, pertanto, andrà a riempire i vuoti
esistenti tra i grani di inerte bagnato facendo aumentare, quindi, il peso del miscuglio
inerte-acqua contenuto nel recipiente.

Per l’inerte grosso, invece, può seguirsi un metodo più semplice. Riempito d’inerte
un recipiente di capacità nota e determinato il peso Pp [kg] dell’inerte stesso, si versa
acqua nel recipiente fino al suo riempimento. Svuotato il recipiente si fa scolare l’inerte
e lo si pesa ancora bagnato. Ottenuto il nuovo peso Pl [kg], l’acqua di bagnatura unita-
ria si calcolerà con la relazione 28 :

abp P  P / P
1 p p [5.35]

L’acqua di lavorabilità
Come già indicato nei paragrafi precedenti, per lavorabilità s’intende l’insieme delle
condizioni che assicurano al calcestruzzo il trasporto e la posa in opera senza che av-
vengano segregazioni dei componenti del calcestruzzo stesso.
Le condizioni che rendono lavorabile un calcestruzzo sono molteplici e, come illu-
strato, un particolare ruolo è svolto dal dosaggio dell’acqua d’impasto. In particolare la
lavorabilità di un calcestruzzo può essere migliorata aggiungendo all’acqua di presa e di
bagnatura una quantità opportuna di acqua di lavorabilità Al, pur nei limiti imposti dalla
prima legge del Fèret.
In ogni caso, per valutare l’acqua d’impasto occorre sempre tener presente la regola
di Lyse che si basa su due enunciati tra loro complementari:
a) assegnato il diametro massimo dell’assortimento granulometrico, dmax, la quan-

28 Il metodo semplificato per la determinazione dell’acqua di bagnatura dell’inerte grosso non può esse-
re utilizzato anche per le sabbie perché anche una attenta operazione di scolatura non consentirebbe
alla sabbia di liberarsi dell’acqua in eccesso.

231
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

tità di acqua d’impasto aumenta al crescere della classe di consistenza richiesta


(da S1 a S5);
b) assegnata la classe di consistenza, la quantità di acqua d’impasto decresce al
crescere del diametro massimo dmax nell’assortimento granulometrico.

Nella Tabella 5.4 (Cfr. § 5.2.3), sono indicati i valori dell’acqua d’impasto al variare
del dmax e della classe di consistenza.
La Tabella 5.4 unitamente alle formule inverse di resistenza, ad esempio alla formula
inversa di Abrams (Tab. 5.8 e Fig. 5.30), consentono di determinare immediatamente i
dosaggi di acqua e di cemento, in funzione della resistenza caratteristica Rck di progetto
e della classe di consistenza richiesta.
Naturalmente il valore del dosaggio di acqua ricavato in funzione della classe di con-
sistenza, andrà confrontato con il valore Ap+Ab che fornisce il valore minimo
dell’acqua di impasto in funzione dell’acqua stechiometricamente necessaria per la idra-
tazione del cemento e per la bagnatura degli inerti.
Si riporta un esempio nel quale è descritta la procedura per valutare l’acqua
d’impasto ed il dosaggio di cemento per un calcestruzzo con:

x Resistenza caratteristica di progetto Rck = 30 N/mm2


x Titolo cemento 32,5 N/mm2
x Classe di consistenza S3 calcestruzzo semifluido
x Natura inerti artificiale
x Diametro massimo dmax = 32 mm

Dalla Tabella 5.4, si ricava A=210 [litri/m3]; dalla formula di Abrams si attinge che, per
un cemento 32,5 con K=193,5 (Tab. 5.5 ), deve essere A/C = 0,64 e quindi C=328
[kg/m3].
Se invece è richiesta una consistenza S5, a parità di tutti gli altri dati, sarà A=230 [li-
tri/m3] e C=360 [kg/m3].
Pertanto a parità di resistenza richiesta, se cresce la classe di consistenza deve au-
mentare il dosaggio di cemento, e quindi il costo del calcestruzzo.
Proprio per risparmiare sul costo di questo, l’impresa esecutrice dei lavori potrebbe
essere tentata ad ordinare un calcestruzzo con classe di consistenza inferiore a quella
richiesta, per poi aggiungere acqua nella betoniera in cantiere.
Sarà compito della Direzione dei Lavori evitare questa operazione perché questa il-
lecita aggiunta di acqua porterà alla riduzione sia della resistenza caratteristica che della
durabilità.
Infatti, come evidenziato nell’esempio precedente, per portare il calcestruzzo dalla
classe S3 alla classe S5 occorrerà aggiungere in cantiere 20 litri di acqua per metro cubo
di calcestruzzo. L’aggiunta impropria di acqua in cantiere porterà il rapporto A/C al va-
lore 0,70 e la resistenza caratteristica scenderà dal valore Rck = 30 N/mm2, richiesto dal
progettista della struttura, al nuovo valore di 25 N/mm2, con una riduzione del 17%
circa.

232
La tecnologia dei conglomerati cementizi

5.4.3 Gli inerti


Nel calcestruzzo i materiali lapidei costituiscono lo scheletro portante, mentre la pasta
di cemento ne costituisce il collante. Questo scheletro portante occupa circa i due terzi
del calcestruzzo.
Questi materiali, di opportune dimensioni e qualità, vengono comunemente definiti
inerti in quanto, nella quasi totalità dei casi, non partecipano alle reazioni di presa e in-
durimento della pasta di cemento.
Un esempio di calcestruzzo confezionato con materiale lapideo non inerte è il Betu-
nium dei Romani.
È noto infatti che i Romani, come ampiamente trattato nel Capitolo 2, impiegavano
calcestruzzi costituiti da calce, pozzolana, materiali lapidei grossi ed acqua nella realiz-
zazione di opere di ingegneria, anche in acqua. La pozzolana, infatti, reagendo con la
calce, conferiva idraulicità all’impasto.
Con la scoperta dei leganti idraulici, e in particolare dei cementi, viene meno la ne-
cessità di adoperare la pozzolana e lo scheletro del calcestruzzo viene realizzato con
materiali inerti, ovvero con elementi litoidi naturali o di frantoio.
La miscela di inerti che, opportunamente assortita, viene impiegata nei calcestruzzi si
definisce aggregato misto o misto granulometrico.
Secondo una classificazione generalmente adottata, gli inerti di dimensione inferiore
a 7 mm costituiscono gli inerti fini e vengono definiti sabbie; per dimensioni maggiori si
hanno gli inerti grossi, ovvero le ghiaie e i pietrischi a seconda che si tratti di elementi di
roccia da frantumazione naturale 29 o di roccia da frantumazione meccanica.
Nella Tabella 5.13 è riportata la classificazione, in relazione alle dimensioni, degli i-
nerti impiegati nei calcestruzzi.
Prima di procedere all’esame delle caratteristiche degli inerti, risulta opportuno defi-
nire alcune grandezze di corrente uso nella tecnologia dei conglomerati cementizi.

Classe - mm Materiale naturale Materiale di frantoio

0-1 sabbia di fiume per calcestruzzo sabbia fine per calcestruzzo

1-7 sabbione di fiume per calcestruzzo sabbione per calcestruzzo

7 - 30 ghiaia per calcestruzzo pietrisco per calcestruzzo


ghiaia grossolana per calcestruzzo di
30 - 40 pietrame per calcestruzzo di massa
massa
Tab. 5.13 - Classificazione inerti

Con riferimento al miscuglio di materiale solido informe, si hanno le seguenti defini-


zioni:

29 Trasportata a valle del luogo di formazione da acque superficiali: durante il trasporto si verifica
l’usura delle parti superficiali che da spigolose si levigano e si arrotondano.

233
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

x Volume apparente Vapp [litri]


il volume occupato da un miscuglio costipato con i normali mezzi di posa in
opera dei calcestruzzi.

x Volume assoluto Vass [litri]


la somma dei volumi occupati dai singoli elementi solidi costituenti il miscuglio.

x Peso specifico apparente ưapp [kg/litri]


il peso dell’unità di volume apparente di un miscuglio.

x Peso specifico assoluto ưass [kg/litri]


il peso dell’unità di volume assoluto di un miscuglio.

x Volume specifico apparente vapp [litri/kg]


il volume apparente occupato dall’unità di peso di un miscuglio.
Risulta vapp = 1/ ưapp

x Volume specifico assoluto vass [litri/kg]


il volume assoluto occupato dall’unità di peso di un miscuglio.
Risulta vass = 1/ ưass

x Compattezza c [litri/litri]
il rapporto tra il volume assoluto ed il volume apparente di un miscuglio. Indi-
cato con P [kg] il peso del miscuglio, risulta

Vapp = P/ ưappVass = P/ ưass [5.36]


e quindi, per la stessa definizione di compattezza,
c = ưapp/ ưass = vass/ vapp [5.37]

x Porosità p [litri/litri]
il rapporto tra la differenza dei. volumi apparente ed assoluto ed il volume ap-
parente stesso di un miscuglio.
Indicato con P [kg] il peso del miscuglio, risulta

p = (Vapp - Vass )/ Vapp = 1 – (ưapp/ ưass ) = 1 – c [5.38]

Con riferimento ad un volume apparente unitario di miscuglio di materiale solido in-


forme, la compattezza e la porosità rappresentano, rispettivamente, il volume dei pieni,
ovvero il volume occupato esclusivamente da materiale solido, ed il volume dei vuoti
(Fig. 5.40).
Come si rileva dalle stesse definizioni, tutte le grandezze innanzi richiamate possono
essere determinate conoscendo i pesi specifici, assoluto ed apparente, dei materiali co-
stituenti il miscuglio.

234
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Volume dei vuoti "p"

Volume unitario di un miscuglio Volume dei pieni "c"


di materiale solido informe Fig. 5.40 – Compattezza e porosità

Pesi specifici
Per la determinazione del peso specifico assoluto ci si serve di un picnometro. In
particolare, s’introduce nella parte (a) del picnometro (Fig. 5.41) un campione di P kg
di inerte, in condizioni di essiccazione a peso costante 30 . Chiusa la parte (a) del picno-
metro con l’imbuto (b) e (c), la si riempie di acqua fino alla tacca di riferimento del tu-
bicino (c). Determinato il peso P1 dell’insieme "picnometro+inerte+acqua" si svuota il
recipiente e si valuta il peso P2 del picnometro riempito con la sola acqua fino alla tacca
di riferimento. Considerato che P2 -( P1 - P) rappresenta proprio il volume assoluto del
campione di inerte 31 , sarà:

P
S ass [kg/litri] [5.39]
P2  P  P1

Altrettanto semplice risulta la determinazione del peso specifico apparente. Infatti il


peso di un volume noto di inerti, assestati in un recipiente in modo da riprodurre, per
quanto possibile, le condizioni che si verificheranno in cantiere all’atto della posa in
opera del calcestruzzo, consente di ricavare il peso specifico apparente.

Le NTC 2008, al § 11.2.9.2 32 , nel merito degli aggregati, stabiliscono:


“Sono idonei alla produzione di calcestruzzo per uso strutturale gli aggregati ottenuti
dalla lavorazione di materiali naturali, artificiali, ovvero provenienti da processi di ri-
ciclo conformi alla norma europea armonizzata UNI EN 12620 e, per gli aggregati
leggeri, alla norma europea armonizzata UNI EN 13055-1”.

30 Per determinare il peso specifico assoluto occorre che il campione di inerte sia asciutto. Tale condi-
zioni si ottiene mettendo il campione in un forno e controllandone periodicamente il peso. Quando il
peso rimane costante vuol dire che tutta l’acqua è evaporata e l’inerte è essiccato.
31 Nel caso degli inerti per i calcestruzzi, la determinazione del peso specifico assoluto viene condotta, a

differenza delle misurazioni condotte nell’ambito della Fisica, sugli inerti nelle loro dimensioni origina-
rie e, quindi senza frantumarli finemente. Ciò spiega il motivo per il quale gli inerti fini e gli inerti gros-
si, anche se provenienti dalla stessa roccia, presentano pesi specifici differenti, anche se in termini mo-
desti.
32 Cfr. Appendice, § A.7

235
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 5.41 – Picnometro


a
In genere la determinazione del peso specifico assoluto si effet-
tua su un campione di circa 3 kg per l’inerte fino e di 8 kg
per l’inerte grosso

5.4.3.1 La natura degli inerti


Con il termine natura degli inerti si è soliti indicare tutte quelle caratteristiche chimiche
e fisiche degli inerti legate alla loro provenienza.
Da tale punto di vista gli inerti possono classificarsi in naturali ed artificiali. Gli inerti
naturali provengono da fiumi, depositi fluviali, alluvionali, glaciali nonché da depositi di
materiale sciolto (clastico) formatisi da rocce per l’azione degradante degli agenti eso-
geni ovvero per reazioni fisico-chimiche. Gli inerti naturali sono caratterizzati da una
superficie più o meno liscia e, quindi, non spigolosa (spigoli arrotondati).
Gli inerti artificiali, invece, provengono dalla frantumazione meccanica di rocce
compatte o anche di materiali di fiume. Gli inerti artificiali sono caratterizzati dallo sta-
to della superficie rugosa e spigolosa (spigoli vivi).
La provenienza degli inerti esercita una particolare influenza sulla fluidità e sulla pla-
sticità dei calcestruzzi nonché sul loro ritiro e sulla loro resistenza meccanica.
Infatti, per la superficie liscia e la mancanza di spigoli vivi, gli inerti naturali, a parità
di altri fattori, migliorano la fluidità del calcestruzzo, rispetto agli inerti artificiali, pre-
sentando un coefficiente d’attrito interno minore.
Di contro gli inerti artificiali, possedendo una maggiore superficie specifica rispetto
a quelli naturali, aderiscono meglio alla pasta di cemento conferendo maggiore plastici-
tà al calcestruzzo.
Per quanto attiene le deformazioni reologiche del calcestruzzo, varie esperienze
hanno evidenziato che gli inerti artificiali comportano un ritiro leggermente maggiore
di quello prodotto dagli inerti naturali.
Infatti gli elementi spigolosi, assestandosi con maggiore difficoltà, portano alla for-
mazione di un conglomerato con un maggior volume di vuoti che favorisce le contra-
zioni dimensionali.
Analogamente, a parità di altri parametri, il minor volume di vuoti che compete agli

236
La tecnologia dei conglomerati cementizi

inerti naturali comporta, per la legge del Fèret, una maggior resistenza meccanica per i
calcestruzzi confezionati con gli inerti naturali rispetto a quelli confezionati con inerti
artificiali anche per la minor quantità di acqua di bagnatura che questi richiedono ri-
spetto a quelli artificiali.
Comunque l’impiego delle moderne attrezzature di cantiere per la posa in opera dei
calcestruzzi e, come vedremo in seguito, l’uso di un idoneo assortimento granulometri-
co dell’aggregato misto consentono di superare facilmente gli inconvenienti connessi
agli inerti di frantoio, facendoli addirittura preferire, in alcuni casi, per motivi economi-
ci.

Tenacità, durezza, durevolezza, resistenza meccanica


Tra i requisiti essenziali, che deve possedere l’aggregato misto, si citano la tenacità in-
tesa come resistenza all’urto, la durezza, intesa come resistenza all’usura per attrito, la
durevolezza, intesa come resistenza agli agenti ambientali nel tempo, specialmente sotto
l’aspetto di resistenza al gelo, e la resistenza meccanica, intesa come la capacità di soppor-
tare le tensioni indotte dai carichi agenti.
L’accertamento di tali requisiti non presenta nessuna difficoltà quando si opera con
inerte, fino o grosso, ottenuto mediante frantumazione di rocce lapidee; in tal caso, in-
fatti, è possibile eseguire le prove di accettabilità direttamente sulle rocce di provenien-
za. Nessuna regolamentazione esiste, invece, per le prove sugli aggregati misti prove-
nienti da rocce sciolte. In questi casi, e in particolare per l’inerte fino, le prove di accet-
tabilità presentano notevoli difficoltà, risolte in vario modo dai Laboratori di Prove
Materiali.
Un metodo per la misura della resistenza meccanica delle sabbie, consiste, ad esem-
pio, nel sottoporre una certa quantità di sabbia, disposta in un cilindro, ad una com-
pressione crescente progressivamente nel tempo fino ad un valore limite e si mantiene,
poi, il campione sotto carico costante per un tempo più o meno lungo. Gli elementi
della sabbia subiscono, in misura più o meno elevata in relazione alla loro resistenza,
una frammentazione che si evidenza confrontando le curve granulometriche tracciate
prima e dopo la prova. La stessa prova, eseguita però dinamicamente, ovvero eserci-
tando lo sforzo mediante un certo numero di colpi di un pistone, fatto cadere dall’alto,
consente la valutazione qualitativa della tenacità della sabbia.
Le migliori sabbie per i calcestruzzi sono quelle silicee, dure e resistenti, insieme a
quelle calcaree, purché queste ultime siano dure e si abbia altresì la certezza che il calce-
struzzo non verrà a contatto con acque aggressive. Mediocri, invece, risultano le sabbie
micacee, a lamelle, mentre sono da scartare quelle sabbie contenenti solfato di calcio,
per l’azione nociva che quest’ultimo esercita sul cemento. Accettabili, infine, risultano
le sabbie marine, di solito silicee, purché lavate in appositi impianti prima dell’impasto
per liberarle dal sale che può determinare inconvenienti nel calcestruzzo.

Purezza
Altro requisito che per gli inerti assume fondamentale importanza, ai fini
dell’impiego nel confezionamento dei calcestruzzi, è la purezza, ovvero l’assenza di ma-
teriali estranei sia sulla loro superficie sia frammisti ad essi. In particolare le impurità

237
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

che ricoprono la superficie degli inerti costituiscono un inconveniente molto grave,


poiché, impedendo il contatto diretto fra il legante e l’inerte, riducono l’affinità che de-
ve esserci tra loro.
Gli inerti provenienti dalla frantumazione di rocce sono caratterizzati da una super-
ficie coperta, di solito, di particelle finissime dello stesso materiale (polveri di frantu-
mazione). In tal caso occorre procedere al loro lavaggio per eliminare le polveri di fran-
tumazione e ottenere inerti puliti.
Altre sostanze nocive alla durabilità del calcestruzzo sono il limo, l’argilla, le sostan-
ze organiche, i cloruri, i solfati e la silice alcali-reattiva.

Limo, argilla e materie organiche


Le impurità dannose per la qualità del calcestruzzo, e in particolare per la resistenza
meccanica, sono il limo, l’argilla, le materie organiche. Queste sostanze, infatti, oltre
all’inconveniente che si verifica quando rivestono la superficie degli inerti, influenzano
sfavorevolmente i processi d’idratazione del cemento diminuendo la resistenza del cal-
cestruzzo.
Queste impurità sono, generalmente, presenti soltanto nelle sabbie che, quindi, van-
no esaminate con la maggiore attenzione possibile per accertarsi della loro idoneità
all’impiego.
Il limo e l’argilla sono eliminabili dalle sabbie mediante lavaggio e dopo questo, pri-
ma dell’impiego, va controllato che non sia superato il contenuto tollerabile del 3%, in
volume.
Tale misura può essere eseguita direttamente in cantiere con un metodo assai sem-
plice. Si versano in una buretta cilindrica di vetro, della capacità di un litro, 500 cm3 di
sabbia e si aggiunge acqua fino a riempire la buretta; successivamente il tutto viene e-
nergicamente agitato per tre volte ad intervalli di dieci minuti. Dopo l’ultima agitazione
si lascia riposare per un’ora la soluzione in modo che la sabbia, per il suo maggior peso,
si depositi nella parte inferiore della buretta mentre le impurità si poseranno superior-
mente.
In tal modo, se la buretta è graduata, potrà immediatamente essere misurato lo stra-
to di impurità presente che, per l’accettabilità della sabbia, come è stato detto innanzi,
non deve superare il 3% dell’altezza del campione.
In alcuni casi può accadere, però, che l’argilla sia presente allo stato colloidale, e
quindi addirittura assorbita dai granuli. In tal caso l’argilla non risulta visibile ed è ne-
cessario confezionare appositi campioni di calcestruzzo da sottoporre a prove di com-
pressione. La presenza di argilla, allo stato colloidale, sarà evidenziata da bassi valori
della resistenza a compressione rispetto a quelli prevedibili con sabbie ordinarie. In tali
casi occorrerà scartare la sabbia, in quanto l’argilla allo stato colloidale non è eliminabi-
le neanche con un energico lavaggio.
Le materie organiche e quelle umiche sono le più pericolose tra le impurità, poiché
ne sono sufficienti piccolissime quantità per disturbare il processo di indurimento del
cemento.
Per accertarsi della loro presenza e rendersi conto se è superato il limite di accettabi-
lità, può essere seguito un metodo pratico da cantiere in via esplorativa e, in caso di

238
La tecnologia dei conglomerati cementizi

dubbio, deve essere seguito il metodo ufficiale delle Norme italiane, di cui al Decreto
Ministeriale 3.6.1963 per le prove sui cementi.
Il metodo pratico consiste nel versare in una bottiglia di vetro della capacità di
400÷500 cm3, circa 130 cm3 della sabbia da esaminare. Si aggiunge poi una soluzione di
soda caustica al 3%, fino a portare il volume complessivo, sabbia-soluzione, a 200 cm3.
Dopo aver agitato energicamente il preparato lo si lascia in riposo per 24 ore.
La soluzione di soda caustica attaccherà chimicamente le materie organiche ed umi-
che colorandosi, più o meno intensamente. Se la soluzione si presenta incolore, o di un
colore giallo paglierino, la sabbia può ritenersi esente da sostanze organiche; una colo-
razione rosso-bruno sarà indicativa, invece, di un contenuto di sostanze organiche in
quantità non accettabile.
Poiché il lavaggio con acqua non è sufficiente per eliminare le materie organiche e
umiche, se il limite di accettabilità risulta superato, non sarà possibile impiegare la sab-
bia in esame per gli impasti di conglomerati cementizi.

Cloruri
Molto pericolosa è la presenza di cloruri negli inerti perché possono contribuire alla
corrosione delle armature metalliche. Gli inerti inquinati da cloruro sono essenzialmen-
te quelli ricavati dalla sabbia di mare. In teoria la sabbia di mare può anche essere uti-
lizzata nel confezionamento del calcestruzzo a condizione, però, che venga preventi-
vamente trattata in un impianto di lavaggio. In ogni caso il contenuto di cloruro non
deve superare lo 0,05%.

Solfati
Il solfato, sotto forma di gesso, CaSO4. 2H2O, o di anidrite, CaSO4, non deve essere
presente negli inerti in percentuale superiore allo 0,2%. Il solfato, infatti, reagendo con
gli alluminati del cemento provoca la formazione di ettringite, la cosiddetta ettringite secon-
daria. Questa si forma con aumento di volume e quindi determina fessurazioni nel cal-
cestruzzo indurito.
E’ appena il caso di precisare che l’ettringite primaria, che si forma con il gesso regola-
tore di presa, non è dannosa in quanto la sua formazione, e quindi l’azione espansiva,
avviene nelle prime ore dell’impasto e quindi quando il calcestruzzo non è indurito, ma
ancora plastico.
Gli inerti contenenti solfato in percentuale maggiore allo 0,2% devono essere scarta-
ti perché neanche il lavaggio elimina la sostanza inquinante.

Silice reattiva
Altra sostanza pericolosa per il calcestruzzo è la silice amorfa che può reagire con gli
alcali del cemento dando luogo a silicati alcalini idrati che si formano con aumento di
volume e quindi con azione fessurativa per la massa del calcestruzzo indurito. Purtrop-
po la presenza della silice amorfa negli inerti è di difficile determinazione per cui,
quando esiste un ragionevole dubbio sulla sua presenza, l’unico provvedimento utile è
quello di impiegare cementi pozzolanici o d’altoforno che riducono, o addirittura eli-
minano, la reazione alcali-silice.

239
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

5.4.3.2 La forma degli inerti


Un’altra importante caratteristica da tener presente nella scelta degli inerti, sia fini
che grossi, è costituita dalla loro forma. La forma degli inerti, infatti, esercita
un’influenza notevole sulla compattezza, sulla resistenza e sulla lavorabilità del calce-
struzzo.
A tal proposito osserviamo che le forme degli inerti possono ridursi a tre tipi, e cioè
quella poliedrica, che più o meno, si avvicina ad una sfera o ad un cubo, quella appiatti-
ta e quella allungata, o aghiforme. La forma degli inerti può essere caratterizzata dal co-
siddetto coefficiente di volume ƣ, definito quale rapporto tra il volume w dell’elemento
che si prende in esame e quello della sfera di diametro d, pari alla massima dimensione
dell’elemento stesso (Fig. 5.42):

w
J [5.40]
Sd 3
6

Gli elementi molto appiattiti, ovvero lunghi e sottili, sono caratterizzati da un valore
di ƣ di appena qualche centesimo, mentre quelli più regolari presentano un valore di ƣ
mediamente compreso tra 0,20 e 0,30.
Il coefficiente di volume di un miscuglio di inerti, invece, è dato, per definizione, dal
rapporto tra la somma dei volumi degli elementi di un campione del miscuglio, e quella
dei volumi delle sfere corrispondenti.
Il coefficiente di volume di un miscuglio, diminuisce, quindi, man mano che nel mi-
scuglio stesso aumenta il contenuto di elementi appiattiti o aghiformi.
Non esistendo in Italia una norma che fissi i valori limiti del coefficiente di volume
dell’aggregato misto, è opportuno fare riferimento alle Norme dell’AFNOR (Associa-
tion Francaise de Normalisation) che stabiliscono i seguenti valori minimi per il coeffi-
ciente di volume dell’inerte grosso:
x 0.25 per inerte di misura massima variabile da 12.5 a 25 mm
x 0.15 per inerte di misura massima variabile da 25 a 50 mm.

Fig. 5.42 – Caratterizzazione della forma degli inerti

240
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Per quanto attiene l’influenza esercitata dalla forma dell’inerte sulla qualità del calce-
struzzo, innanzi tutto, occorre osservare che gli elementi di forma assai irregolare, e
quindi caratterizzati da un valore di ƣ molto basso, difficultano il buon assestamento
del calcestruzzo fresco nella cassaforma. Ne consegue, quindi, una diminuzione sia del-
la lavorabilità sia della compattezza del calcestruzzo. Per ovviare a tali inconvenienti sa-
rà quindi necessario aumentare la quantità di inerti fini che comporta, per le leggi del
Fèret, un aumento dell’acqua d’impasto e, conseguentemente, una diminuzione della
resistenza a compressione.
Circa la resistenza meccanica occorre, inoltre, tener presente il particolare meccani-
smo di propagazione degli sforzi nell’interno della massa del calcestruzzo che determi-
na una diminuzione del carico di rottura dei calcestruzzi rispetto a quelli di rottura dei
singoli componenti. La riduzione del carico di rottura, dovuta fondamentalmente alle
diversità delle caratteristiche meccaniche ed elastiche dei vari componenti del calce-
struzzo, risulta accentuata dalla presenza di inerti aghiformi o appiattiti che possono
dar luogo a fortissime azioni di cuneo e, quindi, a concentrazione di tensioni che facili-
tano la formazione di piani di frattura nella massa del calcestruzzo indurito.

5.4.3.3 L’assortimento granulometrico


Oltre alle proprietà intrinseche dei singoli componenti granulari dell’aggregato misto
(resistenza meccanica, resistenza al gelo, stato della superficie, forma dell’inerte, ecc.),
nella composizione dei conglomerati cementizi assume grande importanza
l’assortimento dimensionale dei granuli, per l’influenza che esso, a parità di altre condi-
zioni, esercita sulla compattezza, sulla lavorabilità e sul comportamento in opera del
calcestruzzo indurito.

Compattezza e resistenza
Molti studiosi, in proposito, hanno condotto studi sull’assortimento granulometrico
ottimale per la compattezza del calcestruzzo atteso il legame che esiste tra la resistenza
e la compattezza stessa. Per illustrare la correlazione esistente tra la compattezza e la
resistenza a compressione del calcestruzzo, occorre far riferimento alla prima legge del
Fèret.
Indicati con vc e vi i volumi assoluti di cemento e di inerti contenuti nell’unità di vo-
lume di calcestruzzo fresco in opera, la compattezza c di tale volume sarà dato da:

c v c  vi [5.41]

Ricordando il significato di A e di V, rispettivamente volume dell’acqua d’impasto e


volume dei vuoti contenuti nel volume unitario di calcestruzzo, si può scrivere la rela-
zione:

v c  vi  A  V 1 [5.42]
e quindi:

A V 1 c [5.43]

241
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

La legge di Fèret, che lega il fattore di resistenza alla resistenza meccanica, può,
quindi, porsi sotto la forma:

ª C º ª C º
R f« f« [5.44]
¬ A  V »¼ ¬1  c »¼

che evidenzia l’influenza che la compattezza c del calcestruzzo fresco in opera esercita
sulla resistenza a compressione del calcestruzzo indurito.
Occorre purtuttavia osservare che il fattore di resistenza C/(1-c) dipende non sol-
tanto dalla compattezza, ma anche dal dosaggio di cemento C. In particolare, se au-
mentiamo la compattezza, a scapito però del dosaggio di cemento, ne deriverà una di-
minuzione del fattore di resistenza.
Se, infatti, sottraiamo dal calcestruzzo fresco un volume di cemento e la relativa ac-
qua di presa, e lo sostituiamo con un ugual volume di inerte finissimo e la relativa ac-
qua di bagnatura, essendo quest’ultima minore dell’acqua di presa, si avrà un aumento
della compattezza, a scapito, però, del dosaggio di cemento, con una diminuzione del
fattore di resistenza.
Quanto ora detto trova conferma dall’esame dei diagrammi, ricavati da alcune espe-
rienze del Vallette, riportati in Figura 5.43. In particolare, le curve continue 1, 2 e 3 ca-
ratterizzano differenti calcestruzzi; ciascuna curva caratterizza calcestruzzi nei quali re-
sta costante l’assortimento granulometrico degli inerti ma varia il dosaggio di cemento
e, quindi, l’acqua d’impasto. Sull’asse delle ascisse sono riportati i valori della compat-
tezza, sulle ordinate i valori del fattore di resistenza, mentre le curve tratteggiate uni-
scono i punti rappresentativi di calcestruzzi caratterizzati da eguali dosaggi di cemento.
Come si rileva dalla lettura dei diagrammi, ed in particolare delle curve continue 1, 2 e
3, l’aumento di compattezza a scapito del dosaggio di cemento comporta una riduzione
del fattore di resistenza. Di contro l’andamento delle curve tratteggiate evidenzia che
migliorando la compattezza, a dosaggio di cemento costante, e quindi intervenendo
sull’assortimento granulometrico dell’aggregato misto, si ha un aumento del fattore di
resistenza: dunque, sono i calcestruzzi più compatti ad essere i più resistenti solo se a
parità di dosaggio di cemento.
mc
g/

1
0k

mc
40

g/
C=

0k

mc
30

2
g/
C=

0k
fattore di resistenza

25
C=

compattezza
Fig. 5.43 – Esperienze del Vallette

242
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Effetto di parete
Il Caquot evidenziò, per primo, nel 1936 che un miscuglio incoerente presenta una dimi-
nuzione di compattezza in prossimità delle pareti del recipiente in cui esso è contenuto. Questa dimi-
nuzione di compattezza si definisce effetto di parete. Su questo ha notevole influenza
l’assortimento granulometrico del miscuglio

inerte + cemento + acqua

Per chiarire il rapporto tra assortimento granulometrico ed effetto di parete, si ipo-


tizzi che i granuli del materiale contenuto in un recipiente di lunghezza indefinita e di
sezione retta P1 - P2 - P3 - P4, abbiano tutti le stesse dimensioni medie (Fig. 5.44). Si
consideri, poi, una superficie ơ di sezione retta Al - A2 - A3 - A4, a generatrici parallele
a quelle del recipiente, e si supponga che le dimensioni medie dei granuli siano abba-
stanza piccole rispetto alle dimensioni sia del recipiente, sia della superficie ơ.
In prossimità della parete P1 - P2 - P3 - P4 non è possibile, come invece può acca-
dere nell’interno della massa, che nel vuoto esistente tra due granuli accostati si inseri-
sca un altro granulo; la compattezza valutata, quindi, con riferimento al volume ele-
mentare ƅVŷ prossimo alla parete risulta minore di quella valutata con riferimento al
volume ƅV" lontano dalla parete.
Infatti, caratterizzando la compattezza come rapporto tra la somma delle aree di in-
tersezione della superficie ơ con i granuli e l’area della superficie stessa, appare evidente
che, avvicinandosi la superficie ơ a quella che delimita il recipiente, ossia mano a mano
che la traccia A1 - A2 - A3 - A4 si avvicina a quella P1 - P2 - P3 - P4, tale rapporto di-
minuisce, tendendo a zero. Al limite, infatti, la somma delle aree d’intersezione si an-
nulla.
L’entità del fenomeno, ovvero la diminuzione di compattezza in prossimità delle
casseforme, sarà tanto più grande quanto maggiore è il diametro medio d dei granuli,
aumenterà con l’aumentare della superficie S del recipiente e diminuirà al crescere del vo-
lume V dello stesso.
In definitiva, quindi, l’effetto parete ƥ può essere espresso dalla seguente funzione:
ªd u S º
H f« [5.45]
¬ V »¼
ovvero,
ªd º
H f« » [5.46]
¬U ¼
nella quale Ʊ = V/S è il raggio medio del recipiente di lunghezza indefinita.

In merito all’effetto di parete occorre ancora osservare che l’aggregato misto impie-
gato nel confezionamento dei conglomerati, non è costituito da granuli aventi tutti le
stesse dimensioni medie, ma, invece, da varie classi di inerti.
Pertanto i vuoti esistenti tra gli inerti appartenenti ad una di tali classi possono con-
siderarsi come tanti recipienti che saranno riempiti dagli inerti della classe inferiore. In
tal senso, quindi, anche gli inerti della classe inferiore subiranno un effetto parete nei
confronti delle ‘pareti’ degli inerti della classe superiore. Il fenomeno, dunque, si ripro-

243
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

duce successivamente tra le varie classi di inerti ed influenza notevolmente la compat-


tezza dell’intero miscuglio.
Con riferimento alla Figura 5.45, se indichiamo con (1) la classe dei granuli più
grandi e con (2) quella dei granuli più piccoli, di dimensioni medie rispettivamente d1 e
d2, l’effetto di parete ƥŷ che subiscono gli elementi della classe (2) a contatto con le pa-
reti degli elementi di classe (1), in analogia a quanto detto precedentemente, risulterà
pari a:
ªS ud º ªd º
H' f« 1 2» f« 2» [5.47]
¬ V1 ¼ ¬ U1 ¼

Considerato che Ʊ1 risulta all’incirca proporzionale a d1, può concludersi che


l’effetto di parete secondario è caratterizzato dal rapporto:

ªd º
H' f« 2» [5.48]
¬ d1 ¼

d
P1 A1 A4 P4

al crescere di "d"
aumenta 6w e quindi H
'V"
'V'

A2 A3
P2 P3

1 2

6 6 per V1=V2 risulta S2>S1


per la 2 6w è maggiore e
4 4 quindi maggiore è H

3 2

1 2

6 6 per S1=S2 risulta V1>V2


per la 2 l'incidenza di 6w
5 5 è maggiore e quindi
maggiore è H

Fig. 5.44 Effetto di


4 2
parete

244
La tecnologia dei conglomerati cementizi

inerte 2

inerte 1

Fig. 5.45 – Effetto di parete fra classi di inerti

Dall’esame del fenomeno dell’effetto di parete si possono trarre alcune regole per la
composizione granulometrica dell’aggregato misto.
In particolare, si può affermare che:

x per diminuire l’effetto di parete ƥ, determinato dalle casseforme, occorre che il


diametro medio della classe di inerti ad elementi maggiori sia sufficientemente
piccolo rispetto al raggio medio delle casseforme stesse;
x per diminuire l’effetto di parete ƥŷ, che si verifica tra le varie classi, occorre che i
rapporti, di/di+ l, tra i diametri medi di due classi consecutive, (di > di+ l) siano i
più grandi possibili.

Tali regole però, trovano alcune limitazioni d’impiego e possono essere rispettate
soltanto in parte. Nella composizione dei calcestruzzi è necessario, infatti, contenere
l’incidenza degli inerti fini considerato che l’acqua di bagnatura aumenta con il diminui-
re delle dimensioni degli inerti con conseguente riduzione della resistenza a compres-
sione.
Se quindi, nel rispetto della prima regola innanzi enunciata, scegliessimo il diametro
medio della classe ad elementi maggiori molto piccolo, giungeremmo, applicando la se-
conda delle regole, a valori piccolissimi del diametro medio dell’ultima classe d’inerti.
Si può concludere, dunque, che la scelta dei diametri medi e del numero delle classi
da impiegare nell’aggregato misto, va eseguita in modo da ottemperare nella migliore
maniera alle varie esigenze e ridurre al minimo l’effetto di parete.

Il diametro massimo dell’aggregato misto


La scelta del diametro massimo, dmax, degli inerti che costituiscono l’aggregato mi-
sto, è legata a precise esigenze tecniche. La dimensione massima dell’aggregato è fun-
zione, infatti, delle dimensioni dell’elemento strutturale, delle eventuali armature e
dell’effetto di parete.
In ultima analisi, nei calcestruzzi armati, i fattori che influenzano la scelta di dmax so-
no:
a) le distanze tra i ferri;
b) il raggio medio della cassaforma nella parte della quale si ha la maggiore concen-
trazione di armatura,

245
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Per le strutture non armate, invece, i fattori che influenzano la scelta di dmax sono:
a) lo spessore della struttura;
b) il raggio medio della cassaforma nelle zone più articolate della stessa.

A titolo esplicativo si consideri la trave della Figura 5.46.


Occorre, innanzi tutto, osservare che - per quanto detto innanzi - il raggio medio Ʊ
deve essere calcolato riferendosi al prisma che ha come sezione retta il rettangolo di lati
h e b (calcolando h in base ad un presumibile valore di dmax) e non già riferendosi
all’intera sezione della trave. In tal modo il valore di Ʊ sarà funzione, opportunamente,
della sola parte di trave nella quale il calcestruzzo trova maggiori difficoltà ad essere as-
sestato.
Nel calcolo di Ʊ, inoltre, occorrerà tener conto anche della presenza delle armature
metalliche che, da un lato, si comportano anch’esse come pareti facendo aumentare la su-
perficie con la quale il conglomerato viene a contatto e, dall’altro riducono il volume di-
sponibile per lo stesso conglomerato.

dmax
h s'
s'
s s
b
Fig. 5.46 – Determinazione di Ʊ

Quindi, con riferimento ad una lunghezza unitaria di trave, il valore di Ʊ sarà dato
dal rapporto tra la superficie (h x b) depurata dell’area dei tondini metallici, ed il peri-
metro (2h+b) aumentato del perimetro dei tondini dell’armatura.
Calcolato Ʊ, il valore di dmax, al fine di contenere l’incidenza negativa dell’effetto di
parete in prossimità delle casseforme e per consentire che l’inerte riesca a passare, con
una certa facilità, tra le maglie dei ferri delle strutture armate, verrà scelto nel rispetto
delle seguenti condizioni:

d max
0,8  1 [5.49]
U

d max d 0,75s per inerti naturali [5.50]


d max d 0,65s per inerti artificiali [5.51]

d max d s ' [5.52]

246
La tecnologia dei conglomerati cementizi

A tal punto è opportuno precisare che nella pratica esecutiva occorrerà che la di-
mensione massima dell’aggregato utilizzato sia quanto più possibile prossima al valore
di dmax come innanzi determinato. Se, ad esempio, le dimensioni strutturali e gli intra-
ferri consentono d’impiegare un aggregato con diametro massimo di 30 mm, non sarà
consigliabile, e conveniente, lavorare con un aggregato a diametro massimo di 20 mm.
Infatti, per una preassegnata legge di variazione dell’assortimento granulometrico,
come si dirà in seguito, quanto più piccolo è il diametro massimo scelto, tanto
maggiore sarà l’incidenza del fine con conseguente aumento della superficie specifica
degli inerti. Ne consegue che occorre più pasta di cemento per ricoprire la superficie
dei granuli e saldarli tra loro, con aumento dei costi e del fenomeno del ritiro.
In linea di massima, quindi, si può affermare che occorre assumere per dmax il mino-
re dei valori forniti dalle relazioni innanzi riportate.

L’analisi granulometrica
Per studiare l’assortimento degli inerti di dimensioni diverse contenuti in un
aggregato misto, ovvero per effettuarne l’analisi granulometrica, si procede alla
vagliatura dello stesso che consiste in una selezione dimensionale del materiale eseguita
mediante una serie di vagli a maglia quadra, stacci, e/o di vagli a fori tondi, crivelli.
Lo staccio (Fig. 5.47) è un recipiente, a forma quadrata, il cui fondo è costituito da
una doppia orditura ortogonale di fili, tale da costituire maglie con lati uguali. La misura
netta del lato delle maglie, espressa in mm, caratterizza ciascuno staccio. Il diametro dei
fili della rete (in acciaio, rame, nylon, ecc) è funzione della luce dello staccio, nel senso
che a luci maggiori corrispondono fili di diametro maggiore.
Il crivello è un recipiente, a forma rettangolare o circolare, il cui fondo è costituito
da una lamiera metallica a fori tondi dello stesso diametro. La dimensione del diametro
dei fori, espressa in millimetri, e il connesso spessore della lamiera caratterizzano cia-
scun crivello.
Per la vagliatura ci si serve, in genere, dei vagli unificati UNI 2333/34, per gli inerti
grossi, e dei vagli UNI 2331/32, per gli inerti fini. Molto spesso, però, specialmente per
prove di laboratorio, si adoperano anche alcune delle serie di vagli adottate in altre na-
zioni, come, ad esempio, la serie americana ASTM (American Society for Testing Ma-
terials), la serie francese AFNOR, la serie tedesca DIN 1171, nonché la serie americana
Tyler, da cui derivano quasi tutte le altre serie di vagli (Tabelle 5.14 e 5.15).
Di solito per i conglomerati cementizi la vagliatura dell’aggregato misto, viene ese-
guita con i crivelli I40; I30, I25, I20, I15, I10, I7.1, I5, I3, I1, e gli stacci I0.5 e
I0.2.

crivello staccio
Fig. 5.47 – crivello e staccio

247
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

UNI 2333 AFNOR DIN 1170 ASTM UNI 2331 TYLER ASTM DIN 1171
I mm I mm I mm I mm I mm I mm I mm I mm
40,00 40,00 40,00 1,59 5,613 5,660 6,000
31,50 31,50 32,00 4,699 4,760
30,00 30,00 4,000 3,962 4,000
25,00 25,00 25,00 25,40 3,350 3,327 3,360 25,400
20,00 20,00 20,00 19,00 3,150 3,000
15,00 15,00 2,800 2,794 2,830
12,50 12,5 12,00 12,70 2,500
10,00 10,00 10,00 2,360 2,362 2,380 2,500
7,10 7,00 9,51 2,000 1,981 2,000 2,000
6,30 6,30 1,700 1,561 1,680 1,500
5,00 5,00 5,00 1,600
3,15 3,15 1,400 1,397 1,410
3,00 3,00 1,250
1,180 1,168 1,190 1,200
2,00 2,00 2,00
1,000 0,991 1,000 1,000
1,00 1,00 1,00
0,850 0,833 0,840
0,800
Tab. 5.14 - Serie di vagli per inerti grossi
0,750 0,750
0,710 0,701 0,710
0,630
Nelle Tabelle 5.14 e 5.15 sono riportate le corri- 0,600 0,589 0,590 0,600
spondenze esistenti fra le suddette serie di vagli, 0,540
rispettivamente per inerti grossi e per inerti fini 0,500 0,495 0,500 0,500
Tab. 5.15 - Serie di vagli per inerti fini
Per la vagliatura si dispongono i vagli in cascata, con apertura decrescente dei fori,
dall’alto verso il basso (Fig. 5.48), e si trasmette ad essi, a mezzo di scosse, o moto al-
ternativo, l’energia necessaria affinché tutti gli elementi di dimensione inferiore
all’apertura del vaglio i-esimo possano passare attraverso lo stesso.
L’operazione può essere eseguita con vagliatura manuale o a mezzo di apparecchia-
ture azionate da motori elettrici o a scoppio (vagliatura meccanica). La vagliatura mec-
canica, se eseguita in laboratorio, viene fatta a mezzo di particolari apparecchiature di
cui in Figura 5.49 è riportato un esempio.
Assegnato il diametro massimo del materiale, dmax , compatibile con l’impiego a cui è
destinato il miscuglio, occorre far precedere all’analisi granulometrica, una prima gros-
solana selezione impiegando un unico vaglio di apertura ‘d’ pari proprio a dmax. Dal
mucchio di inerti a disposizione si scarteranno, quindi, tutti gli elementi di dimensione
maggiore di dmax e dal materiale così vagliato si estrarrà un campione che, prima della
successiva selezione in Laboratorio, verrà essiccato fino al peso costante P. L’intero
campione, di peso P, viene poi posto sul primo della serie di vagli in cascata (Fig. 5.50).
Avendo scelto per il primo vaglio la luce dmax, attraverso lo stesso passerà tutto il peso
P di materiale. Questa condizione si esprime scrivendo che il peso R1 di materiale che
resta sul vaglio d1 è uguale a zero.

248
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Fig. 5.48 - Vagli in cascata Fig. 5.49 – Vibrovaglio

Il peso P di materiale giunge, quindi, tutto sul vaglio di apertura d2 che potrà tratte-
nere, se nel miscuglio sono compresi elementi aventi dimensioni maggiori di d2, una
quantità di materiale R20 e lascerà passare la quantità di materiale (P-R2) che giunge
sul vaglio d3. Questo potrà trattenere una quantità R30 e lascerà passare sul vaglio
successivo la quantità di materiale (P-R2-R3), e così via per tutti i vagli della serie utiliz-
zata.

d1 R1 per d1= dmax risulta


P1 P1 =P e R1=0
d2 R2
P2=P-R2
d3 R3
P3=P-R2-R3
di Ri
Pi

dn Rn
Pn Fig. 5.50 – Analisi
granulometrica di un
campione di peso P

249
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

In generale possiamo dire che attraverso il generico vaglio i-esimo, di apertura di, la
quantità in peso di materiale passante è pari a:
i
Pi P  ¦ Rj [5.53]
j 2

dove la sommatoria esprime il peso totale del materiale trattenuto dai vagli con apertu-
ra da d2 a di, essendo per le ipotesi fatte nullo il peso R1 di materiale che resta sul vaglio
d1.
La percentuale in peso di materiale che passa attraverso il generico vaglio di, vale:

ª i
º
« P  ¦ RK »
Pi >%@ « » u100
j 2
[5.54]
« P »
« »
¬ ¼
Il materiale che passa al vaglio di ed è trattenuto sul successivo vaglio di+1 si definisce
di “classe di” e la percentuale in peso con cui è presente nel miscuglio è data da:

Ri 1
Pi >%@  Pi 1 >%@ u 100 [5.55]
P
Su un diagramma cartesiano, che abbia sull'asse delle ascisse i diametri di dei vagli
impiegati e su quello delle ordinate le percentuali in peso del materiale passante attra-
verso il vaglio i-esimo, si riportano (Fig. 5.51) con dl Al, d2 A2,….,di Ai, …,dn An i valori
delle percentuali del passante Pi[%]. Congiungendo i punti Al, A2,...,Ai,….,An si ottiene
la spezzata che rappresenta, in diagramma, l’assortimento granulometrico del miscu-
glio. Il diagramma suddetto si definisce curva granulometrica del materiale esaminato.

P%
An' Ai' A3' A2' A1
100 %

A2
A3
Ai

An

7g

dn di d3 d2 d1 d

Fig. 5.51 – Curva granulometrica

250
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Tale definizione è, in effetti, impropria poiché, nella fattispecie, la Al, A2,..,Ai,…,An è


una spezzata e non una curva. Se, però, l’intervallo fra due diametri successivi (di, di+1)
diventa sempre più piccolo la spezzata tende ad una curva. Nella pratica corrente, però,
si opera con intervalli (di, di+1) sempre abbastanza grandi, ovvero dell’ordine del centi-
metro o del millimetro, salvo alcuni casi particolari in cui l’intervallo suddetto diventa
dell’ordine della frazione di millimetro. Nella Tabella 5.16 è riportato un esempio di
analisi granulometrica per un campione di 40 Kg di materiale solido e di dimensione
massima di 40 mm, mentre nella Figura 5.52 è indicata la relativa curva granulometrica.

120,00

100,00 100,00
93,45
85,95
80,00
74,45
P%

60,00 Serie1
55,02
44,97
40,00
36,50

23,62
20,00 18,57
9,0011,17
1,80
0,00 Fig. 5.52 – Curva
10,0
15,0
20,0
25,0
30,0
40,0
0,2
0,5
1,0
3,0
5,0
7,1

granulometrica di un
d campione di misto sab-
bia-pietrisco

Vaglio Residuo al vaglio Passante al vaglio Percentuale passante

I mm kg kg kg
40,0 40,00 100,00
30,0 2,62 37,38 93,45
25,0 3,00 34,38 85,95
20,0 4,60 29,78 74,45
15,0 7,77 22,01 55,02
10,0 4,06 17,95 44,97
7,1 3,35 14,60 36,50
5,0 5,15 9,45 23,62
3,0 2,02 7,43 18,57
1,0 2,96 4,47 11,17
0,5 0,87 3,60 9,00
0,2 2,88 0,72 1,80
Tab. 5.16 - Analisi granulometrica di un campione di aggregato misto

251
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Le curve granulometriche degli aggregati misti possono classificarsi in continue e di-


scontinue.
Nella Figura 5.53 sono riportate due curve granulometriche di cui la n. 1 rappresenta
una granulometria continua, corrispondente cioè ad un aggregato nel quale sono pre-
senti elementi di tutte le classi; la n. 2, invece, rappresenta una granulometria disconti-
nua e cioè quella di un materiale nel quale mancano elementi di qualche classe. Nel ca-
so in esame nella granulometria (2) mancano gli elementi della classi d2-d3 mm.

P%
A1
100 %

curva 1

curva 2

7g

dn di d3 d2 d1 d

Fig. 5.53 – Curva granulometrica continua (1) e curva discontinua (2)

Ciò premesso, occorre osservare che i risultati della vagliatura eseguita con una serie
di crivelli non sono rapportabili a quelli ottenuti con la serie di stacci di uguale apertura.
In linea teorica, infatti, il rapporto tra la dimensione di un granulo che passa attraverso
uno staccio di lato unitario e quella di un granulo che passa attraverso un crivello di
diametro anch’esso unitario risulta pari a 1.4 (Fig. 5.54).
Ne consegue immediatamente che, in teoria, un granulo ideale poliedrico con la maggiore
delle tre dimensioni x,y,z pari a 1.4, può passare attraverso le maglie dello staccio con la-
to 1, potendosi disporre secondo la diagonale, mentre potrebbe non passare attraverso
i fori tondi del crivello di diametro 1.

crivello di diametro 1 Fig. 5.54 – Rapporti dimensionali


staccio di lato 1 crivello - staccio

252
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Il suddetto rapporto 1.4, però, costituisce un valore limite del tutto teorico, atteso
che un granulo del tipo di quello indicato in Figura 5.54 difficilmente può essere ri-
scontrato nella pratica.
Le esperienze condotte dal Fèret in merito, hanno dimostrato che i risultati della va-
gliatura eseguita con uno staccio di lato ‘L’ si equivalgono a quelli della vagliatura ese-
guita con un crivello di diametro I, se risulta I=1,25 L.
Quindi, se si usano per la vagliatura vagli a maglia quadrata, al posto di vagli a fori
tondi, occorre far rilevare la sostituzione fatta al fine di poter disegnare correttamente
la curva granulometrica tenendo conto del rapporto di equivalenza indicato.
Nella Tabella 5.17 è riportata la correlazione esistente tra i principali crivelli ed i cor-
rispondenti stacci.

crivello I mm 0,50 1,00 3,00 7,00 15,00 30,00


staccio L mm 0,40 0,80 2,40 5,60 12,00 24,00
Tab. 5.17 - Corrispondenza tra crivelli e stacci

Il modulo di finezza
Con riferimento alla curva granulometrica della Figura 5.51, osserviamo che il seg-
mento generico AiAiŷ rappresenta la percentuale in peso del materiale che verrebbe
trattenuto dal vaglio di apertura di se l’operazione di vagliatura fosse eseguita solo con
detto vaglio.
Il segmento AiAiŷ, nell’ipotesi che sia R1=0, risulta pari a:

Ai Ai'
>R1  R2  ...  Ri @ u100 [5.56]
P

e si definisce residuo cumulativo percentuale sul vaglio i-esimo.


Quando per la vagliatura si impiega una serie normalizzata di n vagli, la sommatoria dei resi-
dui cumulativi percentuali rapportata a 100, si definisce Modulo di finezza del miscuglio

n
Ai Ai'
Mf ¦1 100 [5.57]
Secondo la norma UNI 7163/72, per la determinazione del Modulo di finezza la se-
rie normalizzata da impiegare è costituita dai nove vagli Ɩ 40, Ɩ 20, Ɩ 10, Ɩ 2.5,
Ɩ 1.25, Ɩ 0.6, Ɩ 0.3, Ɩ 0.15 mm 33 .

Imm
Vaglio 40,000 30,000 25,000 20,000 15,000 10,000 7,000
5,000 2,500 1,000 0,600 0,300 0,150 0,075
Tab. 5.18 - Serie di vagli UNI per la valutazione del Modulo di finezza

33 Nelle prove di laboratorio, invece, si è soliti adoperare la serie di vagli di cui alla Tabella 5.18, amplia-
ta, quando necessario, con i vagli I50, I60 ed anche con altri vagli di diametro maggiore.

253
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Nella Tabella 5.19 sono riportate le analisi granulometriche di due miscugli di mate-
riale solido ed il relativo calcolo dei moduli di finezza. Come si rileva sia dai dati della
tabella che dal confronto delle relative curve granulometriche (Fig. 5.55), il modulo di
finezza cresce con l’aumentare dell’incidenza percentuale dei granuli di dimensione più
grande, presenti nel miscuglio.

Vaglio Aggregato A Aggregato B


Passante al vaglio Res. cumulativo Passante al vaglio Res. cumulativo
I mm % % % %
40,0 100,00 100,00
30,0 96,80 3,20 98,50 1,50
25,0 94,04 5,96 97,42 2,58
20,0 86,78 13,22 90,88 9,12
15,0 64,60 35,40 81,84 18,16
10,0 43,92 56,08 58,97 41,03
7,0 39,00 61,00 45,59 54,41
5,0 35,94 64,06 41,84 58,16
2,5 31,80 68,20 38,02 61,98
1,0 26,28 73,72 29,02 70,98
0,6 22,20 77,80 25,07 74,93
0,3 15,70 84,30 18,70 81,30
0,150 0,600 99,400 7,250 92,750
0,075 100,000 100,000
S 742,340 666,900
Mf 7,42 6,67
Tab. 5.19 - Analisi granulometrica di due campioni di misto sabbia – pietrisco

120,000

100,000

80,000

aggregato A
P%

60,000
aggregato B

40,000

20,000

0,000
Fig. 5.55 - Curve granulometriche
0,150

10,0

15,0
20,0
25,0

30,0
40,0
0,3

0,6
1,0
2,5

5,0
7,0

d di due campioni di misto sabbia –


pietrisco

L’Abrams, a seguito di studi sperimentali, dimostrò che:


“La resistenza a compressione di un conglomerato cementizio, a parità di qualità e
dosaggio di cemento, del rapporto A/C, del diametro massimo degli inerti e del tempo
di stagionatura, non varia al variare, entro ampi limiti, della curva granulometrica del
miscuglio impiegato se il modulo di finezza resta costante”.

254
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Il modulo di finezza, quindi, assume grande importanza nello studio della composi-
zione granulometrica degli inerti da impiegare nel confezionamento dei conglomerati
cementizi. Esso, infatti, consente sia di caratterizzare la granulometria del miscuglio
con un solo ‘numero’, sia di operare un rapido confronto tra granulometrie di due o
più aggregati misti.

Le curve granulometriche continue ideali


L’assortimento granulometrico dell’aggregato misto esercita un particolare ruolo nei
riguardi della lavorabilità del calcestruzzo allo stato fresco.
Nelle granulometrie discontinue la mancanza di inerte di dimensioni intermedie faci-
lita la segregazione dell’inerte grosso in quanto diminuiscono le azioni coesive che po-
trebbero trattenerlo al suo posto.
Le granulometrie continue, quindi, hanno l’attitudine di migliorare la lavorabilità del
calcestruzzo.
Molti autori hanno proposto degli assortimenti granulometrici di tipo continuo, le
cui curve granulometriche sono state tradotte in particolari funzioni matematiche.
Queste curve ideali si discostano più o meno l’una dall’altra, e forniscono aggregati mi-
sti per calcestruzzi ai quali corrispondono differenti livelli di lavorabilità, ma resistenze
sempre piuttosto elevate e comunque correlate al dosaggio e al tipo di cemento oltre
che al rapporto acqua/cemento.

Curve granulometriche del Fuller


Il Fuller, per primo, propose una curva di riferimento che regolava l’assortimento
granulometrico del miscuglio costituito non solo dal materiale inerte, ma anche dal ce-
mento. Questo, infatti, all’atto dell’impasto, quando cioè non ha ancora iniziato la pro-
pria attività di legante, si comporta come uno qualsiasi dei componenti finissimi del mi-
scuglio e, di conseguenza, la sua presenza deve essere necessariamente evidenziata nella
curva granulometrica.
Il Fuller propose, quindi, quale curva ideale quella costituita da un primo ramo rap-
presentabile con un arco di ellisse e da un secondo rappresentabile con una curva il cui
andamento si può considerare, con sufficiente approssimazione, assimilabile ad una
retta (Fig. 5.56).
In particolare l'arco di ellisse ha per estremi i punti di coordinate P (x=0, y=7%), e
P1 (x=Kdmax, y=Y1), dove sia K che la percentuale in peso Y1 risultano funzione della
natura dell’inerte ed assumono i valori di cui alla Tabella 5.20.
Il secondo ramo, invece, all’incirca rettilineo, ha per estremi i punti di coordinate P1
(x=Kdmax, y=Y1) e P2 (x=dmax, y=100%).
Il Fuller, per un miscuglio di soli inerti, propose quale curva granulometrica ideale la
parabola di equazione (Fig. 5.57):

d
P 100 [5.58]
d max
dove P è la percentuale in peso della frazione di inerte che passa attraverso il vaglio di
apertura ‘d’ e dmax è la dimensione massima degli inerti costituenti il miscuglio in esame.

255
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Nella Tabella 5.21 sono riportati i valori di P forniti dalla parabola del Fuller al varia-
re di dmax da 40 a 10 mm ed i corrispondenti moduli di finezza.
Nella Figura 5.58 è riportata, inoltre, la rappresentazione grafica della legge di varia-
zione del modulo di finezza della parabola del Fuller al variare di dmax.

K Y1
natura inerti
%
inerti di fiume 0,164 33,40
sabbia di fiume
0,150 35,70
pietrisco di frantoio
inerti di frantoio 0,147 36,10

Tab. 5.20 - Parametri della curva del Fuller

100% 100%

Y1

7%
Kdmax

dmax
dmax

Fig. 5.56 – Curva del Fuller Fig. 5.57 – Parabola del Fuller

CRIVELLI Mf dmax

40 30 25 20 15 10 7 5 2,5 1

100,00 86,60 79,06 70,71 61,24 50,00 41,83 35,36 25,00 15,81 4,34 40
100,00 91,29 81,65 70,71 57,74 48,30 40,82 28,87 18,26 3,62 30
100,00 89,44 77,46 63,25 52,92 44,72 31,62 20,00 3,2 25
100,00 86,60 70,71 59,16 50,00 35,36 22,36 2,76 20
100,00 81,65 68,31 57,74 40,82 25,82 2,25 15
100,00 83,67 70,71 50,00 31,62 1,64 10

Tab. 5.21 - Modulo di finezza della parabola del Fuller

256
La tecnologia dei conglomerati cementizi

5
4,5
4,34
4
3,5 3,62
3,2
3
2,76
Mf

2,5 M f parabola Fuller


2,25
2
1,64
1,5
1,18
1
0,84
0,5
0,36
0

2,5
7

1
40

30

25

20

15

10
dmax

Fig. 5.58 - Modulo di finezza della parabola del Fuller al variare di dmax

Curva granulometrica del Bolomey


La curva granulometrica ideale proposta dal Bolomey ha la seguente equazione:

d
P A  100  A [5.59]
d max

dove P è la percentuale in peso della frazione di materiale solido che passa attraverso il
vaglio di apertura ‘d’; dmax è la massima dimensione del materiale solido; A è la parte
della percentuale dell’aggregato misto passante a tutti i vagli, che dipende dalla natura
degli inerti e dalla consistenza richiesta al calcestruzzo.
I valori di A sono riportati nella Tabella 5.22.
La curva del Bolomey è riferita a tutto il materiale solido costituente il miscuglio e
quindi comprende cemento, sabbia, pietrisco e/o ghiaia.
Nella Tabella 5.23 sono riportati i valori di P della curva di Bolomey al variare di
dmax da 40 a 20 mm e per i diversi valori di A.
Nella Figura 5.59 è riportata la curva del Bolomey, per A=10 e dmax =30 mm.

consistenza calcestruzzo natura inerti


inerti di fiume inerti frantoio
S1/S2 10 12
S3 11 13
S4/S5 12 14

Tab. 5.22 - Parametri curva del Bolomey

257
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

100%

10%

dmax=30
Fig. 5.59 – Curva del Bolomey

CRIVELLI A Mf dmax
40 30 25 20 15 10 7 5 2,5 1
100,00 87,94 81,15 73,64 65,11 55,00 47,65 41,82 32,50 24,23 10 3,91
100,00 88,08 81,36 73,93 65,50 55,50 48,23 42,47 33,25 25,07 11 3,87
100,00 88,21 81,57 74,23 65,89 56,00 48,81 43,11 34,00 25,91 12 3,82 40
100,00 88,34 81,78 74,52 66,28 56,50 49,39 43,76 34,75 26,76 13 3,78
100,00 88,48 81,99 74,81 66,66 57,00 49,98 44,41 35,50 27,60 14 3,73
100,00 92,16 83,48 73,64 61,96 53,47 46,74 35,98 26,43 10 3,26
100,00 92,25 83,67 73,93 62,38 53,99 47,33 36,69 27,25 11 3,22
100,00 92,33 83,85 74,23 62,81 54,51 47,93 37,40 28,07 12 3,19 30
100,00 92,42 84,04 74,52 63,23 55,02 48,52 38,11 28,88 13 3,15
100,00 92,51 84,22 74,81 63,65 55,54 49,11 38,83 29,70 14 3,11
100,00 90,50 79,71 66,92 57,62 50,25 38,46 28,00 10 2,88
100,00 90,60 79,94 67,29 58,09 50,80 39,14 28,80 11 2,85
100,00 90,71 80,16 67,66 58,57 51,35 39,83 29,60 12 2,82 25
100,00 90,82 80,39 68,02 59,04 51,91 40,51 30,40 13 2,79
100,00 90,92 80,62 68,39 59,51 52,46 41,20 31,20 14 2,76
100,00 87,94 73,64 63,24 55,00 41,82 30,12 10 2,48
100,00 88,08 73,93 63,65 55,50 42,47 30,90 11 2,45
100,00 88,21 74,23 64,06 56,00 43,11 31,68 12 2,43 20
100,00 88,34 74,52 64,47 56,50 43,76 32,45 13 2,40
100,00 88,48 74,81 64,88 57,00 44,41 33,23 14 2,37

Tab. 5.23 - Modulo di finezza della curva del Bolomey

258
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Curva granulometrica del Bolomey per i soli inerti


La curva granulometrica del Bolomey relativa al solo materiale lapideo potrà essere
utilizzata nella fase di studio della composizione del conglomerato cementizio (mix-
design).
Si ritiene utile, pertanto, fornire l’equazione di questa nuova curva, che viene ricava-
ta dalla [5.59].
Indicato con A [l/m3] il dosaggio di acqua, ricavato in funzione della consistenza ri-
chiesta (Tab. 5.4) e indicato con C [kg/m3] il dosaggio di cemento, ricavato ad esempio
con la formula inversa di Abrams [5.18], e fissata una percentuale di aria inglobata nel
calcestruzzo a = 5%, si ricava che il volume che sarà occupato dal cemento, dagli inerti
e dall’acqua di impasto in un metro cubo di calcestruzzo è dato da:

v = 1 - 0,05 = 0,95 m3

e, quindi, il volume a disposizione degli inerti vi si può calcolare con la relazione:

vi = 0,95 - C/Sc - A

dove Sc è il peso specifico del cemento (3.100 Kg/ m3).


Determinato vi si ricava il dosaggio degli inerti:

Pi [kg/m3] = Si u vi

e quindi l’espressione matematica della curva granulometrica del Bolomey, per i soli i-
nerti, è data da:
1
§ · 2
A  B  100  A ¨¨ d ¸¸
P © d max ¹ 100 [5.60]
100  B
nella quale:

C
B 100
C  Pi
Curva granulometrica Cubica
Altra curva ideale è quella di equazione cubica:

d
P 1003 [5.61]
d max

dove P, d e dmax assumono gli stessi significati di cui alle formule precedenti.

259
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Anche la curva cubica si riferisce al miscuglio cemento ed inerti, ma, a differenza di


quelle del Fuller e del Bolomey, varia solo al variare di dmax e non tiene conto della na-
tura degli inerti, della consistenza del calcestruzzo né delle modalità di posa in opera.
Nella Tabella 5.24 sono riportati i valori di P della curva cubica al variare di dmax da
40 a 10 mm ed i corrispondenti moduli di finezza.
Nella Figura 5.60 sono riportate le curve del Fuller, del Bolomey e la curva cubica
per il diametro massimo di 40 mm. Dal confronto delle tre curve si desume che la cur-
va cubica, con modulo di finezza 3,34, corrisponde ad un assortimento granulometrico
con maggiore incidenza di inerte fino rispetto agli assortimenti che competono alle
curve del Bolomey, con modulo di finezza 3,91, e del Fuller, con modulo di finezza
4,34.
L’assortimento della curva cubica garantisce, quindi, una migliore lavorabilità rispet-
to alle curve del Bolomey e del Fuller, anche se richiede una maggiore quantità di acqua
di bagnatura.

120,00

100,00

80,00

Bolomey
60,00 Fuller
Cubica

40,00

20,00

0,00
1 2,5 5 7 10 15 20 25 30 40

Fig. 5.60 – Confronto tra le curve del Bolomey, del Fuller e cubica

CRIVELLI Mf dmax
40 30 25 20 15 10 7 5 2,5 1
100,00 90,86 85,50 79,37 72,11 63,00 55,93 50,00 39,69 29,24 3,34 40
100,00 94,10 87,36 79,37 69,34 61,56 55,03 43,68 32,18 2,77 30
100,00 92,83 84,34 73,68 65,42 58,48 46,42 34,20 2,44 25
100,00 90,86 79,37 70,47 63,00 50,00 36,84 2,09 20
100,00 87,36 77,57 69,34 55,03 40,55 1,70 15
100,00 88,79 79,37 63,00 46,42 1,22 10
Tab. 5.24 - Modulo di finezza della curva cubica

260
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Curva granulometrica di Faury


Nel piano cartesiano avente per ascisse i valori di 5 d e per ordinate le percentuali in
volume assoluto del materiale solido, cemento e inerti, passante attraverso i vagli, la
curva granulometrica ideale del Faury è rappresentata da una bilatera (Fig. 5.61).
In particolare, il primo ramo ha per estremi i punti di coordinate

P1 ( x = 5 d 0 ; y = 0) [5.62]

d max
P2 (x = 5 ; y = Y1) [5.63]
2
dove do, corrispondente alle dimensioni medie dei granuli del cemento, ha il valore di
0,0065 mm e Y1, percentuale in volume assoluto del passante attraverso il vaglio di a-
pertura dmax/2, ha la seguente espressione:

B
Y1 A  175 d max  [5.64]
U
 0,75
d max
dove Ʊ è il raggio medio della cassaforma espresso in mm; A è una parte della percen-
tuale del passante a dmax/2 e dipende, come il corrispondente coefficiente A della for-
mula del Bolomey, dalla natura degli inerti e dalla consistenza del calcestruzzo; B, infi-
ne, è un coefficiente che dipende solo dalle modalità di posa in opera. I valori di A e B
sono riportati nella Tabella 5.25.
In particolare, la percentuale in volume assoluto dei componenti il miscuglio fino e
medio deve soddisfare la nota legge:

p D
5
d  5 d0 [5.65]

la cui rappresentazione grafica, in un riferimento cartesiano avente per ascisse i valori


di 5 d e per ordinate i valori della percentuali p in volume assoluto, è una retta con co-
efficiente angolare ơ.
Il secondo ramo della curva del Faury, invece, ha per estremi i punti

d max
P2 (x = 5 ; y = Y1) e P3 (x = 5 d max ; y = 100%) [5.66]
2

Il secondo miscuglio sarà assortito secondo una legge che varia linearmente con 5 d .
E’ da rilevare che il Faury non riporta, come invece gli altri autori, le percentuali di
passante al diametro ‘d’ espresse in peso ma in volume assoluto. Questo modo di ope-
rare appare sostanzialmente più corretto per la notevole diversità dei pesi specifici as-
soluti degli inerti (2600÷2700 kg/m3) e del cemento (3100 kg/m3) e per la considera-
zione che gli inerti e il cemento, in relazione del peso, occupano nella cassaforma pre-
cisi volumi che dipendono proprio dai loro pesi specifici assoluti.

261
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Valori di A
consistenza calce-
inerti di fiume sabbia di fiume inerti di frantoio
struzzo
pietrisco di frantoio
S1/S2 - vibrazione
22 - 24 24 - 26 28 - 30
molto energica *
S1/S2 - vibrazione e- valori di A 24 - 26 26 - 28 30 - 32
nergica
S3 y S5 - vibrazione 26 - 28 28 - 30 32 - 34
normale
S3 y S5 - pistonatura 28 - 30 30 - 32 34 - 36
Valori di B
pistonatura 1,5
vibrazione 1,0

Tab. 5.25 - Parametri per la determinazione della curva del Faury

* In relazione alla consistenza posseduta dal calcestruzzo deve cambiare, evidentemente, l’energia da fornire per
ottenere lo stesso livello di assestamento del calcestruzzo nella cassaforma. In termini relativi, nel passare dalla
consistenza S1 a quella S5 deve aumentare il tempo di vibrazione; analogamente nel passare dalla consistenza
S3 a quella S5 deve aumentare il tempo di pistonatura.

100%

Y 1%

d0 dmax/2 dmax Fig. 5.61 – Curva del Faury. La scala


delle ascisse è proporzionale a 5 d

Per i miscugli di materiali aventi uguale peso specifico assoluto, esprimere le percen-
tuali di passante in peso o in volume assoluto è perfettamente equivalente, nel senso
che le curve granulometriche disegnate nei due casi sono coincidenti.
La curva del Faury tiene conto sia della natura degli inerti che della loro dimensione
massima, sia della consistenza e della modalità di posa in opera del calcestruzzo,.
A differenza delle altre curve granulometriche, quella del Faury tiene conto, inoltre,
dell’influenza sul conglomerato delle caratteristiche della struttura da realizzare, in-
fluenza esplicitata attraverso il valore di Ʊ. Il Faury, infatti, come si dirà in seguito, in

262
La tecnologia dei conglomerati cementizi

quella che definisce curva di riferimento tiene in massimo conto, la compattezza per il suo
rapporto con la lavorabilità del calcestruzzo.
A differenza, quindi, di tutte le altre curve granulometriche ideali, solo quella del
Faury tiene conto contemporaneamente di ben cinque parametri che influenzano le ca-
ratteristiche del conglomerato:
x la natura degli inerti
x il diametro massimo di questi
x la consistenza richiesta al calcestruzzo
x il raggio medio del getto
x le modalità di posa in opera.

Da tutto quanto osservato in precedenza, inoltre, se si riflette sul fatto che il calce-
struzzo è costituito da:
inerti grossi + inerti fini + cemento + acqua d’impasto
ovvero da:
inerti grossi bagnati + inerti fini bagnati + pasta di cemento + acqua di lavorabilità
ovvero da:
inerti grossi bagnati + malta di cemento + acqua di lavorabilità

e, nell’intento di ridurre l’effetto di parete, ci si limitasse ad aggiungere semplicistica-


mente nel prescelto miscuglio di inerti un supplemento d’inerti fini - per ‘migliorare la
compattezza’ nella zona corticale - risulterebbe modificata la curva granulometrica e,
quindi, la composizione della malta iniziale. Questa, pur a parità di dosaggio di cemen-
to, sarebbe caratterizzata da un impoverimento di cemento a scapito della resistenza
del calcestruzzo, anche per un aumento del rapporto A/C. Ad evitare tale inconvenien-
te, un eventuale aumento della percentuale di materiale fino dovrà essere accompagnata
dalle corrispondenti variazioni della quantità di cemento (in più) e della quantità di
inerte grosso (in meno). Si dovrà, in definitiva, variare la composizione del
conglomerato secondo il conseguente ri-disegno della curva del Faury.

Principio di equivalenza delle curve granulometriche


Secondo il Faury “due miscugli di ugual volume assoluto sono equivalenti, dal punto di
vista granulometrico, se hanno lo stesso indice ponderale”. Sulla base di questo Principio di
equivalenza il Faury consente d’impiegare tal quali i materiali esistenti in cantiere, impo-
nendo il solo rispetto della condizione derivante dal citato principio.
Il Faury, definito indice ponderale di una classe di inerti il parametro, adimensionale, che
caratterizza l’influenza della classe stessa sulla granulometria del miscuglio34 di cui fa
parte, suddivide gli elementi solidi, cemento ed inerti, in sette classi e associa a ciascuna
gli indici (numerici) riportati nella Tabella 5.26 35 .

34 Ciascuna classe di inerti influenza le caratteristiche del calcestruzzo legate alla granulometria, quali la
compattezza, la fluidità e la plasticità, e quindi, la lavorabilità.
35 La classificazione proposta dal Faury è stata adattata alla serie di vagli normalmente impiegata oggi (v.

in seguito).

263
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

classe 1 2 3 4 5 6 7
dimensione < 0,1 0,1 ÷ 0,4 0,4 ÷ 1,6 1,6 ÷ 6,3 6,3 ÷ 12,5 12,5 ÷ 25 25 ÷ 50
mm
Indice pon- 1 0,79 0,69 0,39 0,24 0,16 0,10
derale
Tab. 5.26 - Indice ponderale delle classi di inerti

Secondo Faury, quindi, uguali volumi assoluti d’inerti delle classi ad esempio (2) e
(5), non esercitano la stessa influenza, dal punto di vista granulometrico, sul miscuglio
di cui fanno parte.
Classificate, in funzione dell’indice ponderale, le classi di inerti che concorrono a
formare il miscuglio di materiale solido del calcestruzzo, il Faury definisce Indice pondera-
le di un miscuglio la somma dei prodotti delle percentuali (in volume assoluto) degli ele-
menti delle varie classi del miscuglio per l’indice ponderale della classe a cui si riferisce.

im ¦i v
n
n n [5.67]

nella quale:
im è l’indice ponderale del miscuglio
in è l’indice della classe n-esima
vn è la percentuale in volume assoluto della classe n-esima

Così, ad esempio, un miscuglio composto dal 20% di elementi della classe (1), dal
45% della classe (3) e dal 35% della classe (6), è caratterizzato da un indice ponderale
pari a:

(0,20 u 1) + (0,45 u 0,69) + (0,35 u 0,16) = 0,566

Il Principio di equivalenza delle curve granulometriche del Faury consente, quindi, di utiliz-
zare, indifferentemente, volumi assoluti uguali di miscugli affatto diversi purché carat-
terizzati dallo stesso indice ponderale.
Sarà, così, possibile utilizzare nel confezionamento di un calcestruzzo qualsiasi mi-
scuglio di materiale solido, purché, a parità di volumi assoluti, abbia lo stesso indice
ponderale di quello della curva di riferimento costruita per il calcestruzzo da impiegare
nell’opera da realizzare.
Nella pratica, quindi, non sarà necessario assortire il materiale solido a disposizione
fino a portarne la curva granulometrica reale alla coincidenza con quella di riferimento,
ma sarà sufficiente impiegare un assortimento che abbia lo stesso indice ponderale im della curva di rife-
rimento, a parità di volume assoluto 36 .

36Infatti, non sempre è possibile assortire il materiale a disposizione secondo una curva di riferimento
se non si ha a disposizione una gamma di inerti di dimensioni pressoché continue.

264
La tecnologia dei conglomerati cementizi

L’uso pratico del Principio di equivalenza delle curve granulometriche


Si abbiano a disposizione, ad esempio, due categorie di inerti; la prima costituita da
elementi fini e medi (sabbia) e la seconda da elementi grossi (pietrisco o ghiaia). Elimi-
nati mediante vagliatura gli elementi di dimensione maggiore a dmax si determinano i
pesi specifici assoluti ed apparenti delle due categorie di inerti Sass, Saps, Sasp , Sapp, e-
spressi in kg/m3.
Si determinano, quindi, gli assortimenti granulometrici delle categorie di inerti a di-
sposizione e, secondo la definizione di indice ponderante di un miscuglio, si calcolano
gli indici ponderali is della sabbia e ip del pietrisco (o ghiaia). Si potrà a tal punto, con
riferimento al volume unitario di conglomerato, imporre la condizione che l’indice
ponderale Ir del miscuglio ideale, di cui alla curva di riferimento, sia uguale all’indice
ponderale Im del miscuglio composto dai materiali che si hanno a disposizione.
In particolare, considerato che il miscuglio ideale può intendersi composto dalle due
classi (d0 - dmax/2) e (dmax/2 - dmax), per la definizione di indice ponderale di un miscu-
glio, risulta:

Ir = Y1 u i1 + (1 – Y1) u i2 [5.68]

avendo indicato con:


Y1 e i1 rispettivamente, la percentuale in volume assoluto e l’indice ponderale
della classe (d0, dmax/2)
(1 – Y1) e i2 rispettivamente, la percentuale in volume assoluto e l’indice ponderale
della classe (dmax/2, dmax)

Al fine di semplificare il calcolo di Ir, il Faury compilò due abachi che consentono di
ricavare direttamente i valori di i1 e i2. Il loro impiego è il seguente:

Abaco 1 (Fig. 5.62)


Serve per determinare l’indice ponderale del miscuglio i cui elementi abbiano dimen-
sioni tra d0=0,00065 mm e dmax/2 e siano assortiti secondo la curva di riferimento. Si
entra nell’abaco con il valore di dmax/2, sulla scala inferiore e, in corrispondenza di es-
so, su quella superiore, si legge il valore dell’indice ponderale i1.

1 0,9 0,8 0,7 0,6 0,5 0,4

0 0.5 1 2 3 4 5 10 20 30 4050 100

Fig. 5.62 – Abaco 1 del Faury per la determinazione di i1

Abaco 2 (Fig. 5.63)


Serve per determinare l’indice ponderale del miscuglio i cui elementi abbiano dimen-
sioni tra dmax/2 e dmax e che siano assortiti secondo la curva di riferimento. Individuati

265
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

sulla scala inferiore i punti rappresentativi di dmax/2 e dmax, si legge su quella superiore il
valore dell’indice ponderale i2 in corrispondenza del punto medio del segmento dmax/2-
dmax.

0,9 0,8 0,7 0,6 0,5 0,4 0,3 0,2 0,1

0 0.5 1 2 3 4 5 10 20 30 4050 100

Fig. 5.63 – Abaco 2 del Faury per la determinazione di i2

Per quanto attiene il calcolo di Im si osserva che il calcestruzzo da confezionare può


intendersi composto da tre classi di materiali solidi: il cemento, la sabbia e il pietrisco (o
ghiaia). Pertanto, indicate con ci, si e pi le percentuali in volume assoluto del cemento,
della sabbia e del pietrisco, riferiti al volume assoluto del metro cubo di calcestruzzo,
potrà scriversi:

Im = (ci u 1) + (si u is) + (pi u ip) [5.69]

dove 1 è l’indice ponderale del cemento che è caratterizzato da elementi di dimensioni


inferiori a 0,1 mm.
Imponendo la condizione di equivalenza delle curve granulometriche, si scriverà la
relazione:

Y1 u i1 + (1 – Y1) u i2 = (ci u 1) + (si u is) + (pi u ip) [5.70]

che consente di assortire il materiale presente in cantiere in modo equivalente a quello


della curva di riferimento.
Questo assortimento di cantiere per il calcestruzzo da confezionare sarà, quindi,
anch’esso funzione dei cinque parametri che caratterizzano la curva di riferimento:

x la natura degli inerti


x il diametro massimo degli inerti
x la consistenza richiesta al calcestruzzo
x il raggio medio del getto
x le modalità di posa in opera.

Secondo Faury questo assortimento, come d’altronde quello della curva di riferi-
mento, è caratterizzato da un valore di porosità I che può essere calcolato in funzione
degli stessi cinque parametri.

266
La tecnologia dei conglomerati cementizi

La porosità del calcestruzzo


Il Faury, a seguito delle sue sperimentazioni, accertò che in un volume unitario di
calcestruzzo fresco in opera, composto da un miscuglio di elementi solidi, inerti e ce-
mento, assortiti secondo la curva di riferimento, ovvero da un qualsiasi altro miscuglio,
purchè caratterizzato da volume assoluto e indice ponderale uguali a quelli di riferimen-
to, la porosità I si può calcolare con la relazione:
K1 K2
I  [5.71]
5 d max U
 0,75
d max
dove Ʊ e dmax sono espressi in mm, mentre K1 e K2 sono coefficienti numerici, analo-
ghi ai coefficienti A e B che compaiono nell’espressione di Y1 [5.64], che dipendono
da:
x la natura degli inerti,
x la consistenza richiesta al calcestruzzo,
x le modalità di posa in opera.

I valori di K1 e K2 sono indicati nella Tabella 5.27.

Faury, tra l’altro, consiglia di assumere nello studio della composizione del calce-
struzzo una quantità di acqua di impasto pari al volume della porosità I.

natura inerti
consistenza calcestruzzo inerti di fiume sabbia di fiume inerti di frantoio
pietrisco di frantoio
S4/S5
0,370 0,41 0,45
normale pistonatura *
valori di K1

S3
pistonatura assai accurata o normale 0,350 - 0,370 0,375 - 0,405 0,430 - 0,450
vibrazione
S2
0,330 - 0,350 0,355 - 0,375 0,400 - 0.430
vibrazione energica
S1
0,250 - 0,330 0,330 - 0,355 0,350 - 0,400
vibrazione assai energica
Valori di K2
pistonatura 0,003
vibrazione 0,002

Tab. 5.27 - Parametri per la determinazione della porosità

In relazione alla consistenza posseduta dal calcestruzzo, deve cambiare, evidentemente, l’energia da fornire per
ottenere lo stesso grado di assestamento del calcestruzzo nella cassaforma. In termini relativi, nel passare dalla
consistenza S1 a quella S5 deve aumentare il tempo di vibrazione; analogamente nel passare dalla consistenza
S3 a quella S5 deve aumentare il tempo di pistonatura.

267
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Modifica degli indici ponderali proposti dal Faury


Al fine di adeguare la suddivisione proposta dal Faury alle serie di vagli oggi mag-
giormente in uso, viene riportata in Tabella 5.28 una nuova proposta di suddivisione in
classi del materiale lapideo sciolto.
La nuova classificazione ed i nuovi valori degli indici ponderali delle classi sono stati
ricavati attraverso interpolazioni con i valori del Faury (Fig. 5.64).

classe 1 2 3 4 5 6 7
dimensione mm < 0,1 0,1 ÷ 0,5 0,5 ÷ 3 3 ÷ 7,1 7,1 ÷ 15 15 ÷ 25 25 ÷ 50
Indice ponderale 1 0,78 0,55 0,37 0,22 0,16 0,10
Tab. 5.28 -Valori degli indici ponderali modificati per le classi di inerti selezionati con le attuali serie
normalizzate di vagli

0.79 0.78
0.20
0.55
0.39
0.37
0.24
0.22
0.16
0.1
3.0
0.1

25.0
0.4
0.5

50.0
7.1
6.3

15.0
1.6

12.5

Fig. 5.64 – Valori degli indici ponderali modificati per le classi di inerti selezionati con le attuali serie
normalizzate di vagli

Le curve granulometriche discontinue


Le granulometrie discontinue sono quelle in cui mancano gli inerti di talune classi,
ovvero di dimensioni comprese in intervalli (di - di+1).
Nel caso delle granulometrie discontinue, quindi, aumenta il valore del rapporto tra i
diametri medi delle due classi di inerti che immediatamente seguono e precedono
l’intervallo di discontinuità e diminuisce, di conseguenza, l’effetto di parete all’interno
della massa del miscuglio.
La discontinuità delle classi, inoltre, consente di ottenere calcestruzzi più compatti.
Infatti, se si opera nella scelta dei diametri delle varie classi in modo da rendere trascu-
rabili sia l’effetto di parete determinato dalla cassaforma, sia l’effetto di parete interno
alla massa, si può supporre che le porosità p1, p2, pn delle n classi di inerti che compon-
gono il miscuglio, si mantengono costanti anche dopo che le n classi sono state mesco-
late. In tale ipotesi la compattezza del miscuglio sarà data da:

c1,n = 1 – (p1 u p2 u…..u pn) [5.72]

268
La tecnologia dei conglomerati cementizi

ed assumerà un valore notevolmente più elevato di quello che compete alla compattez-
za di ogni singola classe.
Infatti, se si riempie un recipiente di volume unitario con materiale della classe (1),
caratterizzato da un diametro d1>d2>..>dn, il volume dei vuoti sarà proprio la porosità
P1. Riempiendo il suddetto volume Pl con il materiale della classe (2), il volume dei
vuoti relativo al miscuglio (1)+(2), sarà pari al prodotto (p1 u p2). Procedendo analo-
gamente avremo, alla fine, che il volume dei vuoti, e quindi la porosità teorica del mi-
scuglio (1)+(2)+...+(n), sarà pari a:

p1,2,n = (p1 u p2 u…..u pn). [5.73]

Il fenomeno, però, si presenta nella pratica applicazione meno favorevole di quanto


apparirebbe dai risultati ora esposti.
Nel confezionare il miscuglio, infatti, avverrà che le particelle di una classe si inseri-
scono tra quelle di un’altra classe, impedendone il contatto e diminuendo la compat-
tezza del miscuglio.
Comunque, l’impiego di granulometrie discontinue consente di ottenere conglome-
rati caratterizzati da elevati valori della compattezza.
Accanto a tale vantaggio non bisogna, però, dimenticare che i calcestruzzi confezio-
nati con inerti a granulometria discontinua presentano una minore lavorabilità. Purtut-
tavia, tale inconveniente può essere superato quando è possibile contare su efficaci
mezzi di posa in opera.
Nella pratica corrente per gli assortimenti granulometrici discontinui si adotta una
composizione binaria o ternaria, composta, cioè, da due o tre classi di inerti. Il rappor-
to tra la dimensione media di una classe e quella della classe successiva, viene tenuto tra
1/6 e 1/7 e, nell’ambito della stessa classe, il rapporto tra le dimensioni degli elementi
più grossi e quella degli elementi più piccoli si fa variare da 1,5 a 2.

Fusi granulometrici
Dalla definizione stessa di modulo di finezza discende una considerazione di caratte-
re del tutto generale: per un preassegnato dosaggio di cemento
- un miscuglio ricco di elementi fini e caratterizzato, quindi, da un basso valore del
modulo di finezza, presenta una certa compattezza;
- un miscuglio ricco di elementi grossi e caratterizzato, quindi, da un alto valore del
modulo di finezza, può presentare, rispetto al precedente, una compattezza minore;
- miscugli con alta percentuale di materiale fino richiedono più acqua d’impasto e quin-
di, per la legge del Fèret, sono caratterizzati da una minore resistenza a parità di dosag-
gio di cemento.
Pertanto, al fine di tener conto nel miglior modo possibile delle considerazioni di cui
innanzi, le normative di varie Nazioni prescrivono dei fusi granulometrici nei cui campi
devono essere contenute le curve granulometriche dei miscugli da impiegare nella con-
fezione dei calcestruzzi, siano esse di tipo continuo o discontinuo.
Secondo le DIN 1045 le curve granulometriche A, B e C della Figura 5.65, delimita-
no i fusi di accettabilità per la sabbia, mentre le curve D, E ed F della Figura 5.66, de-

269
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

limitano i fusi di accettabilità per l’intero miscuglio di inerti da impiegare nei calce-
struzzi.
In particolare, i fusi delimitati dalle curve A e B, per la sabbia, e dalle curve D ed E
per l’intero miscuglio, costituiscono campi granulometrici molto buoni, mentre i fusi
B-C per la sabbia, e D-F per l’intero miscuglio, costituiscono campi granulometrici uti-
lizzabili.
La UNI 7163/72, invece (relativa ai calcestruzzi preconfezionati) prescrive per il mi-
sto sabbia-pietrisco un assortimento la cui curva granulometrica coincide proprio con

P% 100%

70% le
abi
lizz
ut i
B

no
uo
lt ob
40% mo
A

20%

0,2 1 3 d (mm) 7

Fig. 5.65 - Fuso granulometrico DIN 1045 per il misto sabbia

P% 100%

F 92%

e 82%
80% b il
ollera E
t
70%

o 63%
60% buon
56% l to D
mo

43%
40%

24%
22%

1 3 7 15 d (mm) 30

Fig. 5.66 - Fuso granulometrico DIN 1045 per il misto sabbia-pietrisco

270
La tecnologia dei conglomerati cementizi

la parabola del Fuller, con una stabilita tolleranza. Ne deriva un fuso nel cui campo de-
ve ricadere la curva granulometrica del miscuglio da impiegare (Fig. 5.67).
Nella Figura 5.68 sono riportati, infine, sia i fusi di cui alla DIN 1045, sia i fusi di cui
alla UNI 7163/72, per il misto sabbia-pietrisco.
Dalla sovrapposizione di questi fusi si rileva che il fuso della UNI è totalmente
compreso in quello della DIN con l’osservazione che le curve limiti inferiori disegnate
per le due norme sono quasi coincidenti. Pertanto i due fusi si differenziano solo per la
curva limite superiore che per la norma DIN risulta, sia pur di poco, spostata verso
l’alto rispetto a quella della UNI.
Inoltre la DIN considera accettabili, anche se non ottimi, quei miscugli il cui assor-
timento granulometrico ricade nel campo del fuso, definito utilizzabile, e compreso tra
le curve E ed F di Figura 5.66. Questi ultimi miscugli, però, sono caratterizzati da un
minor valore del modulo di finezza e quindi dalla presenza di una maggiore percentuale
di elementi fini, rispetto ai miscugli della norma UNI e del fuso D-E della norma DIN.

P% 100%

76%

63%
57%

40%

24%
22%

10%

1 3 7 15 d (mm) 30

Fig. 5.67 - Fuso granulometrico UNI 7163/72 per il misto sabbia-pietrisco

Preparazione di un misto granulometrico secondo una curva di riferimen-


to
Per preparare l’aggregato misto corrispondente ad una prefissata curva granulome-
trica, occorre prendere aliquote diverse delle varie classi di inerti disponibili in modo
che il misto risultante abbia percentuali di materiale, per i vari diametri, uguali all’incirca
a quelle della curva di riferimento.
In pratica, noti gli assortimenti granulometrici delle varie classi di inerti presenti in
cantiere, il proporzionamento dell’aggregato misto può essere condotto con un metodo
‘pratico’ ovvero con uno ‘grafico’. L’assortimento può essere definito anche per via a-
nalitica che risulta di una notevole complessità, specie per gli operatori non esperti.

271
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

P% 100%

82%
76%

no 63%
b uo
lto
mo

Fuso DIN
40%
Fuso UNI

24%
22%

1 3 7 15 d (mm) 30

Fig. 5.68 - Confronto fusi granulometrici UNI 7163/72 e DIN 1045 per il misto sabbia-pietrisco

Con il metodo pratico la miscela delle varie classi di inerti, che più si avvicina
all’assortimento di riferimento, viene ricercata mediante successivi tentativi. Con un
minimo di esperienza è possibile trovare, abbastanza facilmente, le proporzioni con cui
assortire le singole classi di inerti in modo da ottenere un miscuglio sufficientemente
simile a quello di riferimento.
Ad esempio, avendo a disposizione le quattro classi di inerti i cui assortimenti granu-
lometrici sono riportati nella Tabella 5.29, e volendo determinare una miscela assortita
secondo la parabola del Fuller, dopo qualche tentativo, si ricava (Tab. 5.30) che i mate-
riali devono essere assortiti nelle seguenti proporzioni:

pietrisco n. 3: 20%
pietrisco n. 2: 20%
pietrisco n. 1: 30%
sabbia: 30%

Per procedere con il metodo grafico, utilizzabile per assortimenti granulometrici di


tipo continuo, occorre innanzi tutto adottare un piano cartesiano le cui ascisse abbiano
una scala tale da trasformare la curva di riferimento in una retta.
Ad esempio, si assumerà l’asse delle ascisse con scala proporzionale a d per la pa-
rabola del Fuller, per la curva del Bolomey; proporzionale, invece, a 3 d per la curva
cubica; proporzionale, infine, a 5 d per la curva di Faury.

272
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Vaglio Pietrisco n. 3 Pietrisco n. 2 Pietrisco n. 1 Sabbia


I mm % % % %
40,0 8,75
30,0 27,05 2,95
25,0 40,20 5,55
20,0 21,10 56,60 0,05
15,0 2,60 31,75 6,20 0,10
10,0 0,30 1,50 31,90 0,05
7,1 1,20 49,05 1,10
5,0 0,45 7,90 11,70
3,0 1,05 28,60
1,0 0,10 8,40
0,5 0,65 28,60
0,2 3,15 21,40
100,00 100,00 100,00 100,00
Tab. 5.29 - Assortimenti granulometrici

Vaglio Pietrisco n. 3 Pietrisco n. 2 Pietrisco n. 1 Sabbia Somma


I mm % % % % %
40,0 1,76 1,76
30,0 5,41 0,61 6,02
25,0 8,05 1,10 9,15
20,0 4,24 11,34 15,58
15,0 0,54 6,37 1,87 8,78
10,0 0,32 9,58 9,90
7,1 0,26 14,71 0,35 15,32
5,0 2,37 3,57 5,94
3,0 0,32 8,58 8,90
1,0 2,58 2,58
0,5 0,20 8,48 8,68
0,2 0,95 6,44 7,39
20,00 20,00 30,00 30,00 100,00
Tab. 5.30 - Assortimento granulometrico secondo la parabola di Fuller

273
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Disegnata la retta di riferimento della curva ideale prescelta si riportano sullo stesso grafico
i punti significativi della granulometria di ciascuna classe di materiale a disposizione e si
tracciano le relative rette di compenso (Fig. 5.69).
L’ordinata del punto A, intersezione della retta di riferimento con la congiungente
del punto estremo superiore della retta di compenso della prima classe di inerti con il
punto estremo inferiore della retta di compenso della seconda classe inerti, fornisce la
percentuale della prima classe.
L’ordinata del punto B, intersezione della retta di riferimento con la congiungente
dell’estremo superiore con l’elemento inferiore, rispettivamente, delle rette di compen-
so della seconda e terza classe, fornisce la percentuale totale della prima e seconda clas-
se e quindi, nota l’ordinata di A, la percentuale della sola seconda classe. Procedendo
analogamente per le altre classi presenti è possibile ricavare la proporzione con cui as-
sortire tutte le classi di inerti a disposizione, in modo da ottenere un miscuglio molto
prossimo a quello di riferimento.

scala ascisse proporzionali a radice di d


100
P%

% pietrisco2
90

80

70 retta di compenso 'sabbia' B

% pietrisco1
60
retta di compenso 'pietrisco1'
50

40

30 retta di compenso 'pietrisco2'


A % sabbia
20

100

0
0 0.2 0.5 1 3 5 7 10 15 20 25 30
mm

Fig. 5.69 - Preparazione del misto

Ad esempio, avendo a disposizione le tre classi di inerti. di cui alla Tabella 5.31, e
volendo determinare una miscela assortita secondo la parabola del Fuller, si trova (Fig.
5.70) che i materiali devono essere assortiti nelle seguenti proporzioni:

pietrisco n. 2: 17%
pietrisco n. 1: 31%
sabbia: 52%

Nella Tabella 5.32 è riportato l’assortimento granulometrico risultante.

274
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Vaglio Pietrisco n. 1 Pietrisco n. 2 Sabbia


I mm % % %
50,0 100,00 100,00 100,00
40,0 100,00 100,00 100,00
30,0 100,00 100,00 100,00
25,0 100,00 100,00 100,00
20,0 88,30 42,80 98,60
15,0 41,40 6,10 96,90
10,0 4,70 90,00
7,1 1,40 81,80
5,0 0,80 77,40
3,0 0,60 68,50
1,0 0,50 45,20
0,5 0,40 37,00
0,2 0,30 3,00
Tab. 5.31 - Assortimento granulometrico di tre misti

Vaglio Pietrisco n. 2 Pietrisco n. 1 Sabbia Curva


(17%) (31%) (52%)

I mm % % % %
25,0 17,00 31,00 52,00 100,00
20,0 7,30 27,40 51,30 86,00
15,0 1,00 12,80 50,40 64,20
10,0 1,40 46,80 48,20
7,1 0,40 42,50 42,90
5,0 40,20 40,20
3,0 35,60 35,60
1,0 23,50 23,50
0,5 19,20 19,20
0,2 1,60 1,60

Tab. 5.32 - Assortimento granulometrico secondo Fuller dei tre misti dei cui alla tabella 5.31

275
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

scala ascisse proporzionali a radice di d

pietrisco2
100
P%
90

17%
%
80

pietrisco1
70

31%
60 ia

%
bb
50 sa

2
co
1
co

tris
40

ris

p ie
t
pie
30

sabbia
52%
20

%
100

0
0 0.2 0.5 1 3 5 7 10 15 20 25 30
mm

Fig. 5.70 - Preparazione del misto

L’umidità degli inerti


L’eventuale umidità presente negli inerti può incidere in maniera sostanziale sia sulla
consistenza che sulla resistenza caratteristica Rck in quanto altera il dosaggio dell’acqua
di impasto ed il rapporto A/C. In relazione al tenore di umidità u% l’inerte può essere:
x saturo di acqua all’interno e con la superficie asciutta (s.s.a.),
in questo caso, indicato con us il tenore che rende saturo l’inerte, sarà u% = us
x insaturo, parzialmente umido all’interno e con la superficie asciutta, u% < us
x bagnato, u% > us
x asciutto, u% = 0
Il contenuto percentuale di umidità u% si determina con la relazione:
P  P0
u% 100 [5.74]
P0
nella quale
P è il peso del campione di inerte così come si trova in cantiere
P0 è il peso del campione di inerti essiccato a peso costante a temperatura variabile
tra 110 e 120° C.
Il contenuto percentuale di umidità us che rende saturo l’inerte, ma con superficie
asciutta, si determina con la relazione:
Pssa  P0
us 100 [5.75]
P0
dove
Pssa è il peso del campione di inerte conservato in acqua e poi asciugato in
superficie
P0 è il peso del campione di inerti essiccato a peso costante a temperatura
variabile tra 110 e 120° C

276
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Fondamentale è la determinazione del tenore di umidità per poter correggere il


quantitativo di acqua d’impasto determinato con il mix design evitando, così, di far cre-
scere il rapporto A/C e la classe di consistenza rispetto ai valori richiesti.
Attraverso l’essiccazione di un campione di 1 kg di inerte e attraverso alcune pesate,
prima e dopo l’essiccazione, potrà controllarsi periodicamente il tenore di umidità
dell’inerte ammannito in cantiere.
Determinati u e us, ad esempio della sabbia, e indicati con Ps il peso della sabbia e con
A l’acqua d’impasto per metro cubo di calcestruzzo, calcolati con il mix design, si dovrà
introdurre un peso di sabbia bagnata Psb, equivalente al peso Ps richiesto, dato da:

u
Psb Ps [5.76]
us
con una quantità di acqua in eccesso:

'A Psb  Ps [5.77]

e quindi dovrà ridursi l’acqua d’impasto proprio di ƅA.

5.4.4 Gli additivi


Gli additivi sono quelle sostanze che aggiunte all’atto della sua confezione in piccole
quantità al calcestruzzo studiato ne migliorano le caratteristiche.
Purtuttavia è bene osservare che gli additivi non sono in grado di conferire al calce-
struzzo delle caratteristiche da esso non possedute 37 .
Gli additivi sono essenzialmente delle sostanze tensioattive capaci di determinare al-
cuni fenomeni fisici al limite delle fasi solido-liquido e liquido-gassosa, che caratteriz-
zano il calcestruzzo allo stato fresco. Le sostanze tensioattive si possono classificare in
due categorie: sostanze disperdenti e sostanze aeranti.
Le sostanze disperdenti agiscono all’interfacies tra i granelli di cemento e l’acqua
d’impasto favorendo la deflocculazione dei grani. In tal modo si ottiene una soluzione
con la fase solida molto dispersa. Le sostanze aeranti, invece, sono particolari agenti
schiumogeni che determinano la distribuzione di numerosissime bollicine d’aria nella
massa del calcestruzzo 38 .
Accanto alle sostanze tensioattive, inoltre, esistono altre varietà di sostanze che agi-
scono nella massa del calcestruzzo per via chimica.
Tutti gli additivi, comunque, consentono di conseguire ottimi risultati se impiegati,
però, nelle esatte dosi prescritte dalle case produttrici e se omogeneizzati a fondo nella
massa del calcestruzzo. Infatti, come dimostrato dalle esperienze, un dosaggio sbagliato
comporta, per certi additivi, un rallentamento della presa o dell’indurimento o di en-
trambi; per altri, invece, un accelerazione di uno o entrambi i fenomeni.

37 In effetti gli additivi possono soltanto migliorare quelle caratteristiche che il calcestruzzo possiede,
per cui non possono sostituirsi allo studio della corretta composizione, al confezionamento a regola
d’arte, alla sua corretta posa in opera.
38 Mentre le bollicine d’aria inglobate durante l’impasto sono aperte, le bollicine introdotte dalle sostan-

ze aeranti sono a celle chiuse.

277
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Le conseguenze di un errato dosaggio di additivo, comunque, sono variabili da addi-


tivo ad additivo e, molto spesso, non si possono né prevedere né spiegare completa-
mente.
I più importanti e diffusi additivi in commercio si possono classificare, secondo
l’azione principale che esplicano sul calcestruzzo, in: Acceleranti; Aeranti; Anti-evaporanti,
Antigelo; Antiritiro, Disarmanti, Fluidificanti e Superfluidificanti; Idrofobizzanti; Inibitori di corro-
sione, Plastificanti; Ritardanti.

Gli additivi acceleranti


Gli additivi acceleranti sono sostanze ad azione chimica che aumentano la velocità
della reazione di idratazione del cemento, accelerando lo sviluppo delle resistenze mec-
caniche nei conglomerati. Gli acceleranti sono prodotti solubili in acqua e possono di-
stinguersi in acceleranti di presa ed acceleranti d’indurimento. Gli acceleranti di presa conten-
gono, per la maggior parte, soda e potassio in soluzione; gli acceleranti d’indurimento,
invece, cloruro di calcio.
Nell’impiego degli acceleranti occorre tener presente che, a causa della rapida idrata-
zione del cemento, si ha uno sviluppo di calore di idratazione in un tempo limitato ri-
spetto a quello ordinario con aumento del fenomeno del ritiro.
Per i calcestruzzi armati, inoltre, il contenuto totale di cloruri, cioè la somma dei clo-
ruri contenuti nell’additivo, negli inerti, nel cemento ed eventualmente nell’acqua
d’impasto, non deve superare l’1% del peso del cemento per evitare una possibile azio-
ne di corrosione delle armature metalliche. L’impiego degli acceleranti risulta partico-
larmente indicato in tutti quei lavori che richiedono un rapido smontaggio delle casse-
forme, per getti da effettuare nella stagione fredda, e comunque in periodi che fanno
temere improvvisi abbassamenti della temperatura 39 , e in tutte quelle opere, infine, che
richiedono un rapido sviluppo iniziale delle resistenze meccaniche.
Molto utile è l’impiego degli acceleranti per il calcestruzzo proiettato (spritz beton)
per realizzare il rivestimento provvisorio degli scavi in galleria. In questi casi
l’accelerante di presa consente di ridurre al minimo lo sfrido di calcestruzzo. L’impiego
di acceleranti privi di alcali (alkali-free), inoltre, consente di accelerare l’indurimento
delle prime 24 ore.

Gli additivi aeranti


Gli additivi aeranti sono sostanze capaci di provocare nel conglomerato la formazione
di minutissime bolle d’aria del diametro variabile da qualche micron a 1 mm.
Le bolle d’aria, uniformemente distribuite nella massa del calcestruzzo, ne migliora-
no la resistenza al gelo, la lavorabilità e, anche se in misura minore, ne riducono la
permeabilità. In un calcestruzzo non additivato con aeranti, infatti, l’aria presente nei
vuoti è di tipo aperta, cioè in comunicazione con l’esterno. Le bolle d’aria introdotte
dagli aeranti, invece, sono di tipo chiuso, cioè non comunicanti né tra loro né con
l’esterno. Queste bolle d’aria, pertanto, si comportano come occulti vasi di espansione,

39 Normalmente è preferibile non eseguire getti di calcestruzzo quando le condizioni termo-


igrometriche ambientali sono gravose: temperatura molto bassa, temperatura elevata con umidità rela-
tiva bassa e vento secco.

278
La tecnologia dei conglomerati cementizi

capaci di assorbire le tensioni indotte nel calcestruzzo per le variazioni termiche conse-
guenti a cicli di gelo e disgelo. Gli aeranti oltre a migliorare la resistenza al gelo del cal-
cestruzzo indurito, ne migliorano anche le caratteristiche allo stato fresco. Infatti, le
bolle d’aria, comportandosi come granelli di sabbia deformabili, riducono l’attrito in-
terno tra i componenti solidi del calcestruzzo.
Occorre pur tuttavia osservare che l’aggiunta degli aeranti può provocare un abbas-
samento della resistenza meccanica a parità di rapporto acqua/cemento.
Tenuto conto, però, che gli aeranti migliorano anche la lavorabilità, ciò può consen-
tire una riduzione del rapporto acqua/cemento con conseguente aumento della resi-
stenza. In genere, nei calcestruzzi con normale dosaggio di cemento i due fenomeni si
compensano per cui l’uso degli aeranti è normalmente accettato nelle comuni applica-
zioni. Gli additivi aeranti, di più comune impiego, sono prodotti sotto forma di polve-
re, o di liquido, e si addizionano all’acqua di impasto, ovvero direttamente al cemento,
durante la fabbricazione di questo.
I componenti principali degli aeranti sono la resina di legno lavorata, gli stearati, i
grassi e gli olii minerali e vegetali.

Gli additivi anti-evaporanti


Gli additivi anti-evaporanti sono quelli a base di glicoli e polioli, e hanno la capacità
di trattenere l’umidità all’interno della massa riducendo il ritiro da evaporazione troppo
rapida e quindi il rischio di fessurazioni.

Gli additivi antigelo


Sono sostanze che, adoperate durante le stagioni fredde, abbassano il punto di con-
gelamento dell’acqua d’impasto ed accelerano i processi di presa e di indurimento del
cemento.
L’antigelo più comune, per temperature fino a -2°C, è il cloruro di calcio, il cui im-
piego, però, trova le stesse limitazioni degli acceleranti. Per temperature minori trovano
impiego additivi più complessi che contengono anche sostanze aeranti, plastificanti ed
acceleranti.

Gli additivi antiritiro


Gli additivi antiritiro sono sostanze che, miscelate al cemento, consentono di ottene-
re una malta a consistenza fluida, scorrevole ed omogenea, caratterizzata da una con-
trollata e regolare azione espansiva.
In pratica l’espansione controllata della malta, se opportunamente contrastata, con-
sente di bilanciare gli effetti del ritiro del cemento, e le conseguenti fessurazioni e for-
mazione di porosità e lesioni capillari.
Per queste peculiari proprietà, le malte espansive trovano impiego nei riempimenti,
con semplice colatura o a pressione, di cavità, lesioni e porosità dei calcestruzzi;
nell’ancoraggio di zanche e di tirafondi nelle strutture in cemento armato; nel riempi-
mento di giunti e nei collegamenti rigidi di elementi di conglomerato. Nel confeziona-
mento dei calcestruzzi, invece, possono essere impiegati, con funzione di antiritiro, gli
additivi riduttori d’acqua ed i ritardanti.

279
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Gli additivi disarmanti


Questi prodotti vengono impiegati per diminuire l’aderenza tra il calcestruzzo e le
casseforme, al fine di facilitare lo smontaggio e per evitare l’inconveniente che parte del
conglomerato resti attaccato alle stesse casseforme. A differenza di tutti gli altri additi-
vi, i prodotti disarmanti non vengono aggiunti all’impasto ma applicati direttamente sulle
superfici delle casseforme a contatto dei getti. I prodotti impiegati sono costituiti da o-
lii, emulsioni, ecc.

Gli additivi fluidificanti


Gli additivi fluidificanti sono, nella maggioranza dei casi, delle sostanze ad azione di-
sperdente che migliorano la fluidità del calcestruzzo fresco sotto l’effetto della pistona-
tura o della vibrazione. Queste sostanze, definite anche riduttori di acqua, consentono di
abbassare il rapporto acqua/cemento, per una preassegnata consistenza, con beneficio
della resistenza a compressione del conglomerato indurito. A parità di rapporto ac-
qua/cemento, invece, i fluidificanti migliorano la lavorabilità del conglomerato. Gli ad-
ditivi fluidificanti sono sostanze a base di resina di legno o di lignin-sulfonati di calcio,
entrambi sottoprodotti della fabbricazione della cellulosa. Essi vengono impiegati in
ragione del 2÷3% del dosaggio di cemento.

Gli additivi superfluidificanti


Gli additivi superfluidificanti sono prodotti di sintesi chimica, a base di polimeri i-
drosolubili.
I superfluidificanti sono circa quattro volte più efficaci dei fluidificanti e la loro pro-
duzione ha fortemente influenzato la produzione di calcestruzzi di qualità. L’uso dei
superfluidificanti, in proporzione variabile dall’1 al 2% del peso di cemento, consente
di ottenere tre importanti risultati:

x a parità di A/C e di A,
migliora la lavorabilità, rendendo più affidabile il grado di compattazione del
calcestruzzo, e fa aumentare la classe di consistenza;
x a parità di classe di consistenza
consente di ridurre A con la conseguente riduzione del rapporto A/C; ne
derivano una minore porosità e permeabilità, una maggiore resistenza mec-
canica e una migliore durabilità;
x a parità di A/C e di classe di consistenza
consente di ridurre il dosaggio di acqua e il quantitativo di cemento senza
modifiche della resistenza meccanica e della classe di consistenza; ne conse-
gue un minor calore di idratazione con minor ritiro, e minor porosità e per-
meabilità con una migliore durabilità.

Gli additivi idrofobizzanti


Sono sostanze che migliorano l’impermeabilità all’acqua del calcestruzzo, anche sot-
to pressione, e si possono distinguere in idrofobizzanti di massa ed idrofobizzanti di superfi-
cie.

280
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Gli additivi idrofobizzanti di superficie si applicano direttamente sulla struttura ren-


dendo la superficie del calcestruzzo idrorepellente, mentre quelli di massa, si aggiungo-
no nell’impasto e rendono idrofobizzata l’intera massa del calcestruzzo. Il trattamento
di massa risulta particolarmente indicato per strutture realizzate in ambiente molto ag-
gressivo (strutture esposte ai sali disgelanti e strutture esposte a cicli di bagnato-asciutto
da parte dell’acqua di mare). Tra questi additivi ricordiamo la bentonite, la farina fossile
e la pozzolana (che esercitano un’azione che si esplica attraverso l’intasamento dei pori
del calcestruzzo), gli stearati di calcio, di potassio e di sodio (che aggiunti nell’impasto
rigonfiano), ed infine, gli olii minerali pesanti.

Gli additivi inibitori di corrosione


Tra gli additivi inibitori della corrosione i più diffusi sono quelli a base di nitrito di
calcio. Occorre però osservare che la protezione dalla corrosione delle armature da par-
te di questi additivi è efficace soltanto se il calcestruzzo fosse privo di fessurazioni; in
presenza di microfessure, infatti, la corrosione è addirittura aggravata. Per tale motivo,
considerato che nel calcestruzzo le microfessure sono quasi sempre presenti, appare
poco opportuno l’uso di questi additivi ed è consigliabile ricorrere ad altri interventi 40
per proteggere le armature in ambiente molto aggressivo.

Gli additivi plastificanti


Gli additivi plastificanti, aumentando la coesione tra i vari componenti dell’impasto
ne migliorano la viscosità, la stabilità e la omogeneità. In pratica, come indica lo stesso
nome, i plastificanti aumentano la plasticità del calcestruzzo. Essi si suddividono in due
categorie: i prodotti solidi ed i prodotti sulfonati.
I prodotti solidi, tra cui ricordiamo la bentonite, la farina fossile, le ceneri volanti, le
pozzolane macinate e l’acetato di polivinile, sono sostanze finissime e insolubili che
hanno una notevole affinità con il cemento. L’aggiunta dei plastificanti di tipo solido
richiede, però, un aumento del rapporto acqua/cemento con conseguente riduzione
della resistenza meccanica.
I prodotti sulfonati, invece, migliorano la plasticità del calcestruzzo senza ridurne la
fluidità: agendo, infatti, come disperdenti, aumentano la coesione senza influire negati-
vamente sulla fluidità, in quanto l’attrito interno diminuisce in virtù del film liquido dal
quale risultano ‘protetti’ i granuli di cemento.

Gli additivi ritardanti


Gli additivi ritardanti, ad azione chimica come gli acceleranti, possono distinguersi in
ritardanti di presa e ritardanti d’indurimento. Questi additivi ritardano le reazioni tra l’acqua
ed il cemento senza, però, inficiare le resistenze meccaniche finali.
Tra i ritardanti ricordiamo lo zucchero, il gluconato di calcio, il ligninsulfonato di
calcio, i fosfati e l’acido fosforico. Tali sostanze, aggiunte negli impasti, danno luogo a
prodotti colloidali che, inviluppando i granuli di cemento, impediscono, per un tempo
più o meno lungo, all’acqua di venire a contatto con lo stesso ritardando il normale
processo di idratazione.

40 Ad esempio, l’uso degli additivi superfluidificanti, idrofobizzanti, ecc.

281
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Gli additivi ritardanti trovano particolare impiego quando la posa in opera del calce-
struzzo avviene a notevole distanza dal luogo di confezionamento, nonché per getti da
realizzare nella stagione calda, in modo da far sviluppare più lentamente il calore
d’idratazione. Infine essi possono essere impiegati in tutti quei casi in cui si vogliano
migliorare le condizioni di ripresa dei getti.

5.5 La durabilità del conglomerato cementizio


Il Comitato Intereuropeo del Calcestruzzo (CEB) e la Federazione Internazionale
del Precompresso (FIP) hanno così definito la durabilità:

“Attitudine di un’opera a sopportare agenti aggressivi di diversa natura mantenendo


inalterate le caratteristiche meccaniche e funzionali”.

In generale, per le strutture in cemento armato, possiamo dire che la durabilità è le-
gata alla capacità del calcestruzzo di proteggere le armature metalliche dai processi di
corrosione provocati dall’attacco degli agenti aggressivi presenti nell’aria, nell’acqua e
nei terreni.
La durabilità, quindi, è strettamente legata all’esposizione ambientale della struttura.

Le NTC 2008, al § 11.2.11, stabiliscono che per garantire la durabilità delle strutture
in calcestruzzo armato ordinario o precompresso, esposte all’azione dell’ambiente, si
devono adottare quei provvedimenti atti a limitare gli effetti di degrado indotti
dall’attacco chimico, fisico e derivante dalla corrosione delle armature e dai cicli di gelo
e disgelo 41 .
La norma UNI-EN 206 e le “Linee guida del Ministero dei Lavori Pubblici sul cal-
cestruzzo strutturale” 42 definiscono sei classi di esposizione rapportandole al rischio di
degrado del calcestruzzo.
Come vedremo nel paragrafo 5.5.2 per ciascuna classe di esposizione la norma fissa
le caratteristiche del calcestruzzo da utilizzare: in particolare il rapporto A/C, il dosag-
gio di acqua A ed il tipo di cemento appropriato.

5.5.1 Le classi di esposizione ambientale


Nella Tabella 5.33 è riportato l’elenco delle classi di esposizione ambientale, e le rela-
tive sottoclassi, con la descrizione dell’ambiente di esposizione e alcuni esempi delle
sue condizioni di cui alle Linee Guida; la Tabella 5.34, invece, riporta le classi della
UNI 11104.
Dal confronto tra le due tabelle si evince che le indicazioni della UNI 11104 risulta-
no in alcuni punti diverse da quelle delle Linee Guida, per cui nel prosieguo vengono
descritte le varie classi con riferimento alle condizioni di esposizione ambientale che
possono dare effetti più gravi sulle strutture.

41Cfr. Appendice, § A.8


42Le “Linee guida del Ministero dei Lavori Pubblici sul calcestruzzo strutturale” sono state emanate
nel dicembre del 1996 dal Consiglio Superiore dei lavori Pubblici.

282
Tab. 5.33 – Classi di esposizione ambientale secondo le Linee Guida

classe di
CARATTERISTICHE DELL’AMBIENTE
esposizione
1. Nessun rischio di corrosione o di attacco chimico
XO Molto secco Edifici con interni a umidità molto bassa XO
2. Corrosione delle armature per carbonatazione del calcestruzzo
Secco Interni di edifici a bassa umidità relativa XC1
Bagnato Parti di strutture di contenimento liquidi; fondazioni XC2
XC Umidità moderata Edifici con interni a umidità relativa da moderata ad alta; calcestruzzo
XC3
esterno riparato dalla pioggia
Superfici soggette a contatto con acqua, non comprese nella classe
Ciclicamente secco e bagnato XC4
XC2
3. Corrosione delle armature indotta dai cloruri
Umidità moderata Superfici esposte a spruzzi diretti di acqua contenente cloruri XD1
XD Bagnato raramente secco Piscine; calcestruzzo esposto ad acque industriali contenenti cloruri XD2
Ciclicamente secco e bagnato Parti di ponti; pavimentazioni; parcheggi per auto XD3
4. Corrosione delle armature indotta dai cloruri dell’acqua del mare
Esposizione ad atmosfera salina ma non a contatto
Strutture sulla costa o in prossimità di essa XS1
diretto con l’acqua del mare
XS
Sommerso Parti di strutture marine XS2
Nelle zone delle maree, nelle zone soggette a spruzzi Parti di strutture marine XS3
5. Attacco da cicli di gelo e disgelo
Grado moderato di saturazione in assenza di sali
XF Superfici verticali esposte alla pioggia ed al gelo XF1
disgelanti
Grado moderato di saturazione in presenza di sali Superfici verticali di strutture stradali esposte a nebbie contenenti
XF2
disgelanti agenti disgelanti
Grado elevato di saturazione in assenza di sali
Superfici orizzontali esposte alla pioggia ed al gelo XF3
disgelanti
Grado elevato di saturazione in presenza di sali Superfici verticali e orizzontali esposte a spruzzi d’acqua contenente
XF4
disgelanti sali disgelanti
6. Attacco chimico
Aggressività debole XA1
XA Aggressività moderata XA2
Aggressività forte XA3

Tab. 5.34 – Classi di esposizione ambientale secondo la UNI 11104

classe di
CARATTERISTICHE DELL’AMBIENTE
esposizione
1. Assenza di rischio di corrosione o attacco
Interno di edifici a umidità relativa molto bassa. Calcestruzzo
Per calcestruzzo privo di armatura o inserti metallici: tutte le
non armato all’interno di edifici. Calcestruzzo non armato
esposizioni eccetto dove c’è gelo e disgelo, o attacco chimico.
XO immerso in suolo non aggressivo o in acqua non aggressiva. XO
Calcestruzzi con armatura o inserti metallici: in ambiente
Calcestruzzo non armato soggetto a cicli di bagnato asciutto ma
molto asciutto.
non soggetto ad abrasione, gelo o attacco chimico
2. Corrosione indotta da carbonatazione
Nota: Le condizioni di umidità si riferiscono a quelle presenti nel copriferro o nel ricoprimento di inserti metallici, ma in molti casi si può
considerare che tali condizioni riflettano quelle dell’ambiente circostante. In questi casi la classificazione dell’ambiente circostante può essere
adeguata. Questo non può essere il caso se c’è una barriera fra il calcestruzzo e il suo ambiente.
Interno di edifici a umidità relativa bassa. Calcestruzzo armato
ordinario o precompresso con superfici all’interno di strutture
XC Asciutto o permanentemente bagnato XC1
con eccezione delle parti esposte a condensa, o immerse in
acqua.
Parti di strutture di contenimento liquidi; fondazioni.
Bagnato, raramente asciutto Calcestruzzo armato ordinario o precompresso XC2
prevalentemente immerso in acqua o terreno non aggressivo.
Calcestruzzo armato ordinario o precompresso in esterni con
Umidità moderata superfici esterne riparate dalla pioggia, o interni con umidità da XC3
moderata ad alta.
Calcestruzzo armato ordinario o precompresso in esterni con
superfici soggette a alternanze di asciutto ed umido.
Ciclicamente asciutto o bagnato XC4
Calcestruzzi a vista in ambienti urbani. Superfici a contatto con
acqua non compresa nella classe XC2.
3. Corrosione indotta da cloruri
Calcestruzzo armato ordinario o precompresso in superfici o in
Umidità moderata parti di ponti e viadotti esposti a spruzzi d’acqua contenenti XD1
cloruri
Calcestruzzo armato ordinario o precompresso in elementi
Bagnato raramente asciutto strutturali totalmente immersi in acqua anche industriale XD2
contenente cloruri (piscine).
XD
Calcestruzzo armato ordinario o precompresso di elementi
strutturali direttamente soggetti agli agenti disgelanti o agli
spruzzi contenenti agenti disgelanti. Calcestruzzo armato
Ciclicamente secco e bagnato XD3
ordinario o precompresso, elementi con una superficie immersa
in acqua contenente cloruri e l’altra esposta all’aria. Parti di
ponti, pavimentazioni e parcheggi per auto.
4. Corrosione indotta dai cloruri dell’acqua di mare
Esposto alla salsedine marina ma non direttamente a contatto Calcestruzzo armato ordinario o precompresso con elementi
XS XS1
con l’acqua di mare strutturali sulle coste o in prossimità.
Calcestruzzo armato ordinario o precompresso di strutture
Permanentemente sommerso XS2
marine completamente immerse in acqua.
Calcestruzzo armato ordinario o precompresso con elementi
Zone esposte agli spruzzi oppure alla marea strutturali esposti alla battigia o alle zone esposte agli spruzzi XS3
ed onde del mare.
5. Attacco da cicli di gelo e disgelo
Superfici verticali di calcestruzzo con facciate e colonne esposte
Moderata saturazione d’acqua, in assenza di agente disgelante alla pioggia ed al gelo. Superfici non verticali e non soggette alla XF1
completa saturazione ma esposte al gelo, alla pioggia o all’acqua.
Elementi come parti di ponti che in altro modo sarebbero
Moderata saturazione d’acqua, in presenza di agente disgelante classificati come XF1 ma che sono esposti direttamente o XF2
indirettamente agli agenti disgelanti.
XF Superfici orizzontali in edifici dove l’acqua può accumularsi e
Elevata saturazione d’acqua, in assenza di agente disgelante che possono essere soggetti ai fenomeni di gelo, elementi XF3
soggetti a frequenti bagnature ed esposti al gelo.
Superfici orizzontali quali strade o pavimentazioni esposte al
gelo ed ai sali disgelanti in modo diretto o indiretto, elementi
Grado elevato di saturazione, in presenza di agente disgelante XF4
esposti al gelo e soggetti a frequenti bagnature in presenza di
agenti disgelanti o di acqua di mare.
6. Attacco chimico
Ambiente chimicamente debolmente aggressivo secondo il Contenitori di fanghi e vasche di decantazione. Contenitori e
XA1
prospetto 2 della UNI 206-1 vasche per acque reflue.
Ambiente chimicamente moderatamente aggressivo secondo
Elementi strutturali o pareti a contatto di terreni aggressivi. XA2
il prospetto 2 della UNI 206-1
XA
Elementi strutturali o pareti a contatto di acque industriali
Ambiente chimicamente fortemente aggressivo secondo il fortemente aggressive. Contenitori di foraggi, mangimi e
XA3
prospetto 2 della UNI 206-1 liquami provenienti dall’allevamento animale. Torri di
raffreddamento di fumi e gas di scarico industriali.
La tecnologia dei conglomerati cementizi

La classe XO
La classe XO è relativa alle condizioni di nessun rischio di corrosione delle armature me-
talliche né di attacco chimico sui calcestruzzi armati. Nella classe in esame rientrano tutte le
strutture realizzate in ambiente molto secco e, quindi, in generale le strutture interne di edifi-
ci con umidità ambientale <45%.
Nella classe XO rientrano anche i calcestruzzi privi di armatura o inserti metallici, in tutte
le condizioni di esposizioni eccetto dove c’è gelo e disgelo, o attacco chimico. Rientrano an-
che i calcestruzzi non armati immersi in suolo o in acque non aggressivi

La classe XC
La classe XC è relativa alle condizioni di rischio di corrosione indotta dalla carbonatazione
del calcestruzzo ed è suddivisa nelle quattro sottoclassi XC1, XC2, XC3 e XC4, in funzione
delle condizioni di umidità dell’ambiente.
La UNI 11104 precisa che le condizioni di umidità si devono riferire a quelle esistenti nel
copriferro o nel ricoprimento di inserti metallici.
Purtuttavia, in molti casi si può ritenere che tali condizioni corrispondano a quelle
dell’ambiente circostante come nel caso di strutture a faccia vista.
Le Linee Guida definiscono quattro classi climatiche caratterizzate da specifici valori
dell’umidità relativa media (Tab. 5.35).

Classi climatiche Umidità relativa media


ƶ
Classe U Umida > 80%
Classe M Moderata Nell’intervallo tra 65% e 80%
Classe S Secca Nell’intervallo tra 45% e 65%
Classe SS Molto secca < 45%
Tab. 5.35 - Classi climatiche di cui alle Linee Guida

Nella sottoclasse XC1, caratterizzata da ambiente asciutto o permanentemente bagnato,


rientrano le parti di strutture in c.a., o c.a.p., interne ad edifici con umidità relativa bassa
(ƶ<45%), con eccezione delle parti esposte a condensa, o immerse in acqua.
Occorre osservare che per le strutture permanentemente bagnate è impedita l’azione di
ossidazione nei riguardi delle armature per la mancanza di CO2 e di O2.
Nella sottoclasse XC2, caratterizzata da ambiente bagnato o raramente asciutto (ƶ>80%),
rientrano le parti di strutture di contenimento di liquidi non aggressivi e le fondazioni in ter-
reni non aggressivi.
Nella sottoclasse XC3, caratterizzata da ambiente con umidità moderata (65%<ƶ<80%),
rientrano le parti di strutture esterne, ma riparate dalla pioggia, nonché le parti di strutture
interne all’edificio con contenuto di umidità da moderata ad alta (ƶ anche oltre l’80%).
Nella sottoclasse XC4, caratterizzata da variazione ciclica di asciutto o bagnato, rientrano
le parti di strutture esposte ai cicli climatici dell’ambiente urbano nonché le parti di strutture
a contatto con acqua non compresa nella classe XC2.
La sottoclasse XC4 è la più gravosa in quanto durante il periodo asciutto nel calcestruzzo
penetra aria secca contenente O2 e CO2, mentre durante il periodo bagnato penetra H2O.

287
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

La carbonatazione
Per carbonatazione del calcestruzzo s’intende la formazione di carbonato di calcio nella
massa di questo. Per effetto della carbonatazione diminuisce il ph del calcestruzzo e si ‘stabi-
liscono’ le condizioni favorevoli alla ossidazione delle armature metalliche delle strutture.
In particolare le sostanze che provocano il fenomeno sono l’anidride carbonica, l’ossigeno
e l’acqua, contenuta sotto forma di vapore nell’aria.
Durante la presa e l’indurimento del calcestruzzo i componenti del cemento, quali i com-
posti C2S e C3S, sono interessati dalle reazioni di idratazione e formano la famiglia dei com-
posti C-H-S (Calcium-Silicate-Hidraded), e l’idrossido di calcio Ca(OH)2

C3S + H2O = C-H-S + Ca(OH)2 [5.78]

C2S + H2O = C-H-S + Ca(OH)2 [5.79]

L’idrossido di calcio abbassa l’acidità del calcestruzzo fino a valori del ph maggiori di 13.
La basicità del composto favorisce la passivazione delle armature metalliche, ovvero la
formazione di una pellicola di ossido di ferro, F2O3, che viene a ricoprire l’armatura metalli-
ca. La pellicola, impermeabile e compatta, isola la massa dell’armatura dal contatto con
l’ossigeno e con l’acqua, impedendo l’ossidazione dell’armatura.
Purtuttavia la presenza, nella massa del calcestruzzo, sia dell’idrossido di calcio derivante
dalla idratazione del cemento, sia dell’anidride carbonica, legata alla penetrazione dell’aria,
provoca la formazione di carbonato di calcio

Ca(OH)2 + CO2 = CaCO3 [5.80]

che innalza l’acidità fino a valori del ph minori di 11.


La riduzione del ph provoca la depassivazione del ferro, ovvero quella che era la pellicola
protettiva dell’armatura diventa porosa ed incoerente, consentendo all’ossigeno ed all’acqua
di attaccare l’armatura metallica.
L’acqua e l’ossigeno provocano l’ossidazione del ferro secondo la nota reazione:

2Fe(ferro) + O2 + 2H2O = 2Fe(OH)2 (ruggine) [5.81]

All’ossidazione dell’armatura metallica corrisponde un aumento del volume del metallo, di


circa 6-7 volte rispetto al volume iniziale, con conseguente fessurazione del copriferro, pri-
ma, ed espulsione dello stesso, dopo.
In conclusione, la carbonatazione non provoca direttamente il degrado del calcestruzzo,
né tanto meno quello dell’armatura metallica, ma determina le condizioni favorevoli per
l’azione aggressiva dell’ossigeno e dell’umidità ambientali.
L’avanzamento del fenomeno della carbonatazione nella massa strutturale avviene secon-
do la relazione:

x k t [5.82]
nella quale:

288
La tecnologia dei conglomerati cementizi

x è lo spessore di calcestruzzo interessato dalla carbonatazione


t è il tempo
k è un coefficiente complesso funzione del rapporto A/C, del titolo del cemento e
dell’umidità relativa dell’aria.
Il coefficiente k assume il valore massimo per una umidità relativa compresa tra il 60 e il
70%. Nella Tabella 5.36 sono riportati i valori di k, al variare del rapporto A/C, per un ce-
mento tipo II A-L 42.5 con umidità relativa ƶ=65%.

RAPPORTO A/C k [mm anno -1/2]


0,40 3,80
0,50 8,60
0,60 10,10
0,70 12,30
0,80 15,10
Tab. 5.36 - Valori di k per la carbonatazione per il cemento II A-L 42.5 con ƶ=65%

La classe XD
La classe XD è relativa alle condizioni di rischio di corrosione indotta dai cloruri non pro-
venienti dall’acqua del mare ed è suddivisa nelle tre sottoclassi XD1, XD2 e XD3, in funzio-
ne delle condizioni di umidità dell’ambiente.
Nella sottoclasse XD1, caratterizzata da ambiente con umidità moderata (65%<ƶ<80%),
rientrano le superfici di strutture esposte a spruzzi di acqua contenente cloruri.
Nella sottoclasse XD2, caratterizzata da ambiente bagnato o raramente asciutto (ƶ>80%),
rientrano le superfici delle strutture per piscine e delle strutture a contatto con acque indu-
striali contenenti cloruri.
Nella sottoclasse XD3, caratterizzata da variazione ciclica di asciutto e bagnato, rientrano
gli elementi strutturali direttamente soggetti agli agenti disgelanti o agli spruzzi contenenti
agenti disgelanti; le strutture con una superficie immersa in acqua contenente cloruri e l’altra
esposta all’aria; parti di ponti, pavimentazioni e parcheggi per auto.
Le pavimentazioni ed i solai in calcestruzzo armato dei parcheggi, sono esposti ciclica-
mente alle condizioni bagnato-asciutto. Infatti durante l’inverno le auto portano nei parcheg-
gi acqua e neve con i cloruri dei disgelanti, mentre durante l’estate le strutture si asciugano.
Questa condizione è molto gravosa per le descritte azioni negative del cloro e dell’ossigeno
in ambiente umido. Una struttura esposta continuamente al cloro, per esempio le pareti in
c.a. di una vasca per il trattamento di acque industriali, sono aggredite in misura minore in
quanto pur in presenza di depassivazione le armature metalliche non subiscono l’azione cor-
rosiva dell’ossigeno dell’aria.

La corrosione indotta dai cloruri non provenienti da acqua di mare


Il percolamento di acque ricche di cloruri sulle strutture in c.a. costituisce azione aggressi-
va nei riguardi delle armature metalliche. In questo caso il cloro può provenire dai sali disge-
lanti impiegati nella stagione fredda per sciogliere il ghiaccio dal fondo stradale. In questo
modo l’acqua si arricchisce di cloro e a contatto con strutture in c.a. (ponti, viadotti, spallette
in c.a. ecc.) favorisce l’ossidazione delle armature metalliche con fessurazioni ed espulsione

289
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

del copriferro. Lo ione Cl-, infatti, determina la depassivazione delle armature, cioè la perdita
della protezione dovuta alla pellicola di ossido di ferro dello strato passivato.

La classe XS
La classe XS è relativa alle condizioni di rischio di corrosione indotta dai cloruri dell’acqua
del mare ed è suddivisa nelle tre sottoclassi XS1, XS2 e XS3, in funzione delle relazioni con il
mare.
Nella sottoclasse XS1, caratterizzata da esposizione alla salsedine marina senza diretto
contatto con l’acqua di mare, rientrano le superfici di strutture in c.a. o c.a.p. ubicate sulle
coste o in prossimità della costa.
Nella sottoclasse XS2, caratterizzata da condizioni di immersione permanente in acqua di
mare, rientrano le strutture in c.a. o c.a.p. completamente sommerse.
Nella sottoclasse XS3, rientrano le strutture in c.a. o c.a.p. caratterizzate da condizioni di
esposizione agli spruzzi e alle onde del mare, o alle maree.

La corrosione indotta dai cloruri provenienti da acqua di mare


Le strutture a contatto di acqua di mare sono molto vulnerabili in quanto essa è ricca di
cloruri, solfati, carbonati alcalini, magnesio, ecc.
Questi sali, ciascuno per la sua parte, favoriscono la corrosione delle armature del calce-
struzzo. Le strutture in c.a. infatti, oltre ad essere sottoposte alle sollecitazioni meccaniche
delle onde, sono interessate dal deposito in superficie dei sali marini che, durante la bassa
marea, tendono a precipitare con la formazione di cristalli nel conglomerato che le ha assor-
bite, per l’evaporazione dell’acqua e la conseguente saturazione delle soluzioni.
La cristallizzazione avviene con aumento di volume che provoca la fessurazione superfi-
ciale del calcestruzzo con conseguente penetrazione di ioni di cloro, di solfati e di magnesio.
Gli ioni cloro provocano la depassivazione delle armature metalliche mentre gli ioni solfato e
gli ioni magnesio reagiscono con alcuni componenti della matrice cementizia con formazione
di composti espansivi seguiti da rigonfiamenti e distacchi del calcestruzzo.

La classe XF
La classe XF è relativa alle condizioni di rischio di corrosione indotta dai cicli di gelo e di-
sgelo ed è suddivisa nelle quattro sottoclassi XF1, XF2 XF3 e XF4, in relazione al grado di
saturazione del calcestruzzo con acqua e della presenza di sali disgelanti.
Nella sottoclasse XF1, caratterizzata da moderata saturazione d’acqua ed assenza di sali
disgelanti, rientrano le superfici verticali di strutture in c.a. o c.a.p. esposte alla pioggia e al
gelo, nonché le superfici non verticali esposte alla pioggia e al gelo ma non soggette a com-
pleta saturazione.
Nella sottoclasse XF2, caratterizzata da moderata saturazione d’acqua e presenza di sali
disgelanti, rientrano ad esempio le parti di strutture in c.a. o c.a.p. di ponti o viadotti esposti
agli agenti disgelanti.
Nella sottoclasse XF3, caratterizzata da elevata saturazione d’acqua ed assenza di sali di-
sgelanti, rientrano le superfici orizzontali delle strutture dove l’acqua può accumularsi ed es-
sere soggetta al fenomeno di gelo.
Nella sottoclasse XF4, caratterizzata da elevata saturazione d’acqua e presenza di sali di-

290
La tecnologia dei conglomerati cementizi

sgelanti, rientrano le superfici orizzontali delle strutture, quali strade e pavimentazioni espo-
ste al gelo in presenza di sali disgelanti.

L’azione degradante per cicli di gelo e disgelo


Definito grado di saturazione il rapporto tra il volume di acqua presente nel calcestruzzo ed
il volume dei pori, la formazione di ghiaccio sarà dannosa soltanto se risulta superato un va-
lore della saturazione definito ‘critico’.
Il valore teorico della saturazione critica è pari a 91,7%. Infatti considerato che l’aumento di
volume che accompagna il passaggio dell’acqua dallo stato liquido allo stato solido è pari al
9%, se nel calcestruzzo la quantità di acqua è pari al 91,7% del volume dei vuoti, si ha un
aumento di volume che andrebbe a riempire tutti i vuoti presenti, senza determinare tensioni
nella massa del calcestruzzo 43 .
Nel calcestruzzo, però, difficilmente i pori sono comunicanti tra loro, per cui anche se
globalmente il grado di saturazione risulta inferiore al 91,7%, può accadere che localmente,
per esempio nella zona corticale della struttura, risulta superata la saturazione critica con
conseguente formazione di tensioni e danni alla struttura.

La classe XA
La classe XA è relativa alle condizioni di rischio di attacco chimico ed è suddivisa nelle tre
sottoclassi XA1, XA2 e XA3, in relazioni al grado di aggressività delle sostanze chimiche.
Per la valutazione del grado di attacco la UNI esplicitamente richiama il prospetto 2 della
UNI 206-1 (Tab. 5.37).

GRADO DI ATTACCO
Debole Moderato Forte
Agente aggressivo nelle acque espresso in mg/l
pH 6,5 - 5,5 5,5 - 4,5 4,5 - 4,0
CO2 aggressiva 15 - 40 40 - 100 > 100
Ioni ammonio (NH4+) 15 - 30 30 - 60 60 - 100
Ioni magnesio (Mg++) 300 - 1000 1000 - 3000 > 3000
3000 -
Ioni solfato (SO4- -) 200 - 600 600 - 3000
6000
Agente aggressivo nel terreno espresso in mg/kg terreno seccato all’aria
Ioni solfato (SO4- -) 2000 - 6000 6000 - 12000 > 12000
Tab. 5.37 - Grado di attacco di cui al prospetto 2 della UNI 206-2

Nella sottoclasse XA1, caratterizzata da debole grado di aggressività, rientrano le superfici


delle strutture di contenimento di fanghi, delle vasche di decantazione e dei contenitori e va-
sche per acque reflue.
Nella sottoclasse XA2, caratterizzata da moderato grado di aggressività, rientrano le su-

43 Con un grado di saturazione del 91,7%, a 100 litri di vuoti corrispondono 91,7 litri di acqua. Il passaggio di
stato comporta un aumento di volume pari a 0,09 x 91,7 che sommato ai 91,7 litri di acqua ci danno esatta-
mente 100 litri corrispondente al volume dei vuoti disponibile.

291
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

perfici delle strutture a contatto di terreni aggressivi.


Nella sottoclasse XA3, caratterizzata da elevato grado di aggressività, rientrano le superfici
delle strutture a contatto di acque industriali fortemente aggressive, i contenitori di foraggi,
mangimi e liquami provenienti dall’allevamento animale, le torri di raffreddamento di fumi e
gas di scarico industriali.

Attacco solfatico
Lo ione solfato SO4--, responsabile dell’attacco ai prodotti presenti nella matrice cementi-
zia, può provenire sia dall’ambiente esterno che dall’interno del calcestruzzo. Nel primo caso
abbiamo l’attacco solfatico esterno, nel secondo l’attacco solfatico interno.

L’attacco solfatico esterno


Il calcestruzzo delle fondazioni, delle palificate, delle vasche ecc., può venire in contatto
con lo ione solfato SO4-- presente nel terreno o nelle acque. L’acqua può trasportare lo ione
all’interno dei pori capillari, o nelle microfessurazioni, presenti nello strato corticale della
struttura e si innesta l’interazione con la calce libera Ca(OH)2 e con la famiglia di prodotti C-
S-H, dando luogo alla formazione di gesso CaSO4.2H2O, che avviene con aumento di volu-
me provocando rigonfiamenti e delaminazione nel calcestruzzo.
Lo ione solfato dopo aver fissato la calce libera nella massa del conglomerato, procede
con l’attacco del C-S-H, responsabile dei processi di indurimento, provocando riduzione del-
la resistenza meccanica e dell’aderenza con l’armatura metallica. L’attacco consiste nella de-
calcificazione del C-S-H con formazione di C-S e di CaSO4.
Il CaSO4.2H2O così formatosi può reagire con la famiglia di prodotti C-A-H, dando luogo
alla formazione di ettringite secondaria con rigonfiamenti e fessurazioni.
In particolari condizioni termo-igrometriche ambientali (T<10°C e ƶ>95%) e in presenza
di CaCO3 nella matrice cementizia lo ione SO4-- può dare luogo alla formazione di thaumasi-
te (CaSiO3.CaSO4.CaCO3.15H2O) che è devastante per il calcestruzzo.

L’attacco solfatico interno


L’attacco al calcestruzzo, in questo caso, proviene dallo ione solfato SO4-- eventualmente
presente come impurità negli inerti.
Il gesso contenuto negli inerti si presenta in particelle relativamente grosse per cui, a diffe-
renza del gesso regolatore del tempo di presa, diventa solubile in acqua molto più lentamen-
te, pertanto l’attacco dello ione SO4-- avverrà soltanto quando il calcestruzzo è indurito con
le stesse conseguenze innanzi citate.

L’attacco degli ioni NH4+ e Mg++


Anche gli ioni ammonio e magnesio determinano la decalcificazione dei prodotti C-A-H
con riduzione della resistenza meccanica e dell’aderenza acciaio-calcestruzzo.

292
La tecnologia dei conglomerati cementizi

5.5.2 Le prescrizioni per le classi di esposizione ambientale


Per garantire la durabilità del calcestruzzo per una vita utile di circa 50 anni, le norme che
disciplinano la progettazione delle strutture in c.a. hanno individuato per i tre parametri

x Resistenza caratteristica R ck
x Rapporto A/C
x Contenuto di cemento

i vincoli che devono essere soddisfatti per ottenere un calcestruzzo che consenta di realizzare
strutture durevoli.
L’Eurocodice 2, inoltre, fissa la dimensione minima dello spessore del copriferro mentre
le Linee Guida e la UNI fissano il tipo di cemento più opportuno per resistere agli attacchi
chimici. Nella Tabella 5.38 sono riportate le prescrizioni, fissate sia dalle Linee Guida che
dalla UNI 11104, da adottare per il calcestruzzo in relazione alle classi di esposizione am-
bientale.
Per la classe XO non ci sono prescrizioni particolari nelle Linee Guida mentre la UNI si
limita ad imporre un valore minimo della Rck (15 N/mm2).

Classe di esposizione XC
Per la classe di esposizione XC, riguardante la corrosione delle armature per l’effetto della
carbonatazione del calcestruzzo, l’Eurocodice fissa i seguenti spessori minimi del copriferro
per strutture in c.a. e in c.a.p.:

Classe di esposizione XC1 XC2 XC3 XC4


c.a. ordinario 15 25 25 30
c.a.p. 25 35 35 40
Spessori del copriferro in mm

Le condizioni più gravose sono quelle della classe XC4 per la quale le strutture sono espo-
ste ciclicamente all’asciutto, con penetrazione di aria secca contenente O2 e CO2, ed alla
pioggia, con penetrazione di H2O.

Classe di esposizione XD
Per la classe di esposizione XD, riguardante la corrosione delle armature per l’attacco dei
cloruri di origine non marina, l’Eurocodice fissa i seguenti spessori minimi del copriferro per
strutture in c.a. e in c.a.p.:

Classe di esposizione XD1 XD2 XD3


c.a. ordinario 45 45 45
c.a.p. 55 55 55
Spessori del copriferro in mm

Per migliorare la durabilità vengono prescritti calcestruzzi con valori di A/C bassi, e quin-

293
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

di con elevati valori di Rck, in modo da ridurre la porosità.

Classe di esposizione XS
Per la classe di esposizione XS, riguardante la corrosione delle armature per l’attacco dei
cloruri di origine marina, l’Eurocodice fissa i seguenti spessori minimi del copriferro per
strutture in c.a. e in c.a.p.:

Classe di esposizione XS1 XS2 XS3


c.a. ordinario 45 45 45
c.a.p. 55 55 55
Spessori del copriferro in mm

Come per la classe XD, per migliorare la durabilità vengono prescritti calcestruzzi con:
x basso rapporto di A/C in modo da ridurre la porosità rendendo più difficile la
penetrazione dei cloruri;
x copriferro di spessore elevato, in modo da allungare il percorso del cloruro per
raggiungere le armature metalliche.

Classe di esposizione XF
Per la classe di esposizione XF, riguardante il degrado del calcestruzzo per l’azione di gelo
e disgelo e per l’attacco dei sali disgelanti, l’Eurocodice fissa i seguenti spessori minimi del
copriferro per strutture in c.a. e in c.a.p.:

Classe di esposizione XF1 XF2 XF3 XF4


c.a. ordinario 30 45 30 45
c.a.p. 40 55 40 55
Spessori del copriferro in mm

Per la classe in esame le Linee Guida fissano anche il minimo volume di aria nel calce-
struzzo, in forma di microbolle, idoneo a contenere gli effetti del gelo. Per tutte le sottoclassi
il volume di aria minimo è il 4% della massa del calcestruzzo.

Classe di esposizione XA
Per la classe di esposizione XA, riguardante il degrado del calcestruzzo per l’attacco chi-
mico, l’Eurocodice fissa i seguenti spessori minimi del copriferro (espressi in mm) per strut-
ture in c.a. e in c.a.p.:

Classe di esposizione XA1 XA2 XA3


c.a. ordinario 25 25 25
c.a.p. 35 35 35
Spessori del copriferro in mm

294
La tecnologia dei conglomerati cementizi

Fig. 5.71 – Degrado del calcestruzzo

Nella fotografia di questo ponte sulla Basentana è ben evidente il degrado che ha interessato il pulvino di una pila:
distacco del copriferro, ossidazione dell’armatura metallica. Il degrado è ascrivibile al dilavamento del calcestruzzo
con acque contenenti sali disgelanti ed all’insufficiente spessore del copriferro.

295
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Fig. 5.72 – Degrado indotto dal calcestruzzo

In questo caso non si deve solo parlare del degrado del calcestruzzo ma, purtroppo, anche del degrado indotto dal cal-
cestruzzo sull’ambiente. Ma in questo caso il responsabile del degrado ambientale non è il calcestruzzo ma è l’uomo.
La fotografia evidenzia la violenza che qualche amministratore pubblico, qualche progettista, qualche costruttore ha
fatto al ‘ponte della Vecchia’ un bene culturale testimonianza di antiche tecniche costruttive, di antiche capacità di
inserire armonicamente le infrastrutture nell’ambiente, di antiche capacità costruttive di maestranze edili, di grande
capacità di progettazione eco-compatibile.

296
CARATTERISTICHE DELL’AMBIENTE CARATTERISTICHE DELLA MISCELA
Linee Guida UNI 11104
classe di Max Minima Rck Minimo Max Minima Rck Minimo
esposizione rapporto dosaggio C rapporto dosaggio C
2 3 2
A/C N/mm kg/m A/C N/mm kg/m3
1. Assenza di rischio di corrosione o attacco
Per calcestruzzo privo di
armatura o inserti metallici:
tutte le esposizioni eccetto
dove c’è gelo e disgelo, o
XO XO 15,00
attacco chimico. Calcestruzzi
con armatura o inserti
metallici: in ambiente molto
asciutto
2. Corrosione indotta da carbonatazione
Asciutto o permanentemente
XC1
bagnato 0,60 30 280 0,60 30 300
Bagnato, raramente asciutto XC2 0,60 30 280 0,60 30 300
XC
Umidità moderata XC3 0,55 37 300 0,55 35 320
Ciclicamente asciutto o
XC4
bagnato 0,50 37 - 40 320 0,50 40 340
3. Corrosione indotta da cloruri
Umidità moderata XD1 0,55 37 300 0,55 35 320
XD Bagnato raramente asciutto XD2 0,50 37 - 40 320 0,50 40 340
Ciclicamente secco e bagnato XD3 0,45 45 350 0,45 45 360
4. Corrosione indotta dai cloruri dell’acqua di mare
Esposto alla salsedine marina
XS ma non direttamente a XS1 0,50 37 - 40 320 0,50 40 340
contatto con l’acqua di mare
Permanentemente sommerso XS2 0,45 45 350 0,45 45 360
Zone esposte agli spruzzi
XS3 0,40 45 370 0,45 45 360
oppure alla marea
5. Attacco da cicli di gelo e disgelo
Moderata saturazione d’acqua,
XF1 0,55 37 300 0,50 40 320
in assenza di agente disgelante
Moderata saturazione d’acqua,
in presenza di agente XF2 0,50 37 - 40 320 0,50 30 340
disgelante
XF
Elevata saturazione d’acqua,
XF3 0,50 37 - 40 320 0,50 30 340
in assenza di agente disgelante
Grado elevato di saturazione,
in presenza di agente XF4 0,45 45 350 0,45 35 360
disgelante
Attacco chimico
Ambiente chimicamente
debolmente aggressivo
XA1 0,55 37 300* 0,55 35 320
secondo il prospetto 2 della
UNI 206-1
Ambiente chimicamente
moderatamente aggressivo
XA XA2 0,50 37 - 40 320* 0,50 40 340*
secondo il prospetto 2 della
UNI 206-1
Ambiente chimicamente
fortemente aggressivo
XA3 0,40 45 370* 0,45 45 360*
secondo il prospetto 2 della
UNI 206-1
Tab. 5.38 – Prescrizioni di durabilità per classi di esposizione ambientale
* in presenza di solfati occorre impiegare cemento resistente ai solfati
Il progetto del mix-design

6. IL PROGETTO DEL MIX-DESIGN

Lo studio della composizione dei conglomerati cementizi va impostato sulla base di


tutto quanto finora esposto e risulta di non facile soluzione considerate le varie esigen-
ze cui bisogna ottemperare. Purtuttavia i principi su cui fondare lo studio dei conglo-
merati cementizi sono chiaramente fissati dalle leggi del Fèret, dall’effetto di parete evi-
denziato dal Caquot e dalla durabilità richiesta alla struttura.
L’acqua d’impasto ed il volume dei vuoti contenuti nel volume unitario di conglo-
merato, allo stato fresco in opera, debbono ridursi il più possibile, analogamente
all’effetto di parete, senza però compromettere la lavorabilità richiesta al conglomerato
in relazione alle modalità di posa, alle caratteristiche dell’opera da realizzare ed a quelle
dei materiali da impiegare.
Per studiare la composizione del calcestruzzo, il cosiddetto mix-design, nel rispetto
della durabilità richiesta dalle norme, si può procedere con la procedura di seguito ri-
portata.
Per ogni progetto strutturale in c.a. o in c.a.p.:
x Individuata la classe di esposizione ambientale, in base a quanto indicato in Ta-
bella 5.38, si fissano:

x il rapporto A/C massimo


x la resistenza caratteristica Rck minima
x il dosaggio di cemento C minimo
x lo spessore del copriferro minimo

x Individuata la parte di struttura che presenta maggiori difficoltà di assestamento


del calcestruzzo, in funzione dell’effetto di parete, degli intraferri e della natura
degli inerti, si determinano:

x il raggio medio della cassaforma Ʊ [mm]


x il diametro massimo degli inerti dmax [mm]

x Individuata la classe di consistenza richiesta al calcestruzzo, in funzione di dmax e


della natura degli inerti, si fissa, in base a quanto indicato nella Tabella 5.4, :

x il dosaggio di acqua A [litri/m3]

x In base alla resistenza caratteristica di progetto Rck (maggiore o uguale a quella


richiesta dalla classe di esposizione ambientale), in funzione del dosaggio di ac-
qua A (dettato dalla classe di consistenza) e del titolo del cemento prescelto
(32,5/42,5/52,5), si calcola C con una delle formule di resistenza (ad esempio
con la formula di Abrams):

x dosaggio di cemento C [kg/m3]

299
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

x Verificato che il dosaggio C sia maggiore o uguale al valore fissato dalla classe di
esposizione ambientale si procede con lo studio dell’assortimento granulometri-
co con uno dei metodi di seguito indicati.

A titolo di esempio, si può riferire la procedura ad un caso concreto per determinare


A e C.
La trave rovescia di cui alla Figura 6.1 è a contatto con un terreno che non contiene
agenti chimicamente aggressivi, o comunque li contiene in misura inferiore a quanto
indicato in Tabella 5.37.
Pertanto si può ritenere che nel caso in esame la classe di esposizione ambientale da
considerare è la XC2 (Cfr. Tab. 5.34) e che la trave è esposta soltanto al rischio di cor-
rosione delle armature per carbonatazione del calcestruzzo.
In base alle prescrizioni di norma, per la durabilità della struttura, devono essere ri-
spettati i seguenti standard (vedi Tab. 5.38):

Rapporto A/C ” 0,60


Resistenza caratteristica Rck • 30 N/mm2
Dosaggio C • 300 kg/m3
Spessore copriferro = 25 mm

Fig. 6.1 – Trave di fondazione armata con 10 I 20 superiori


Nel rispetto dell’effetto di parete e nell’ipotesi di utilizzare inerti di frantoio (Cfr. §
5.4.3.3) si ha:

U
V 40 u 12  10 u 3.14 3,537 cm
S 40  2 u 12  10 u 6.28

300
Il progetto del mix-design

dalle condizioni

0,8 Ʊ ” dmax ” Ʊ 0,8 x 35,37” dmax ”35,37 28,30 ” dmax ” 35,37


dmax ” sȨ dmax ” 25
dmax ” 0,65 s dmax ” 0,65 x 40 dmax ” 26

si ricava, con buona tolleranza, dmax = 25 mm.

Per la classe di consistenza S4 (calcestruzzo fluido), per dmax = 25 mm e per inerti di


frantoio, dalla Tabella 5.4, riportata nel § 5.2.3, si ricava

A=225 litri/m3

Fissata la resistenza caratteristica di progetto


Rck = 30 N/mm2

nell’ipotesi di utilizzare un cemento con titolo 32,5 dalla Tabella 5.5 (Cfr. § 5.3.1) si ri-
cava K=193,5 e dalla formula inversa di Abrams (Cfr. § 5.3.1) si ricava:

A 225
C =352 kg/m3
2 K 2 193,5
log 7 log 7
3 Rck 3 30

e quindi il rapporto acqua/cemento vale:

A 225
0,64
C 352

Per rientrare nel limite imposto dalle condizioni di durabilità A/C<0,60 possiamo
aumentare il dosaggio di cemento con conseguente aumento della Rck.
Si assume pertanto C=380 kg/m3 a cui corrisponde A/C=0,59 e Rck = 35 N/mm2.
In conclusione si ha:

x classe di esposizione ambientale XC2


x classe di consistenza S4 (fluida)
x natura inerti di frantoio
x raggio medio della cassaforma Ʊ=35,37 mm
x spessore copriferro 25 mm
x diametro massimo dmax=25 mm
x titolo cemento 32,5 N/mm2
x resistenza caratteristica di progetto Rck=35 N/mm2
x dosaggio acqua A=225 litri/m3
x dosaggio cemento C=380 kg/m3
x rapporto acqua/cemento A/C=0,59

301
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

A questo punto si devono determinare l’assortimento granulometrico ed il peso di


inerti da impiegare nel metro cubo di calcestruzzo fresco in opera.

6.1 Lo studio del misto granulometrico


Per determinare l’assortimento granulometrico ed il peso di inerti da impiegare nel
calcestruzzo si propongono due procedure di studio: il metodo di Faury e il metodo delle
curve granulometriche.
Preventivamente, prelevati due campioni significativi dei miscugli sabbia e pietrisco
(o ghiaia) presenti in cantiere, ovvero nella centrale di produzione del calcestruzzo, oc-
corre procedere:

x alla determinazione dei pesi specifici assoluti ed apparenti


x alla determinazione dell’acqua unitaria di bagnatura
x alla determinazione del contenuto di umidità presente
x all’analisi granulometrica

Per prelevare campioni significativi si può procedere con il metodo della quadriparti-
zione. Prelevato da più punti del cumulo di inerti un campione di peso P, dopo averlo
disteso su un piano pulito lo si rimescola accuratamente. Successivamente disteso uni-
formemente il campione lo si divide in quattro parti uguali con due linee ortogonali tra
loro. Si allontanano due quarti opposti e si mescolano i due quarti rimasti. Si ripete la
procedura di quadripartizione fino ad ottenere il peso di campione significativo prefis-
sato.

6.2 Lo studio del misto con il metodo delle curve granulometriche


Determinati i parametri innanzi indicati (dmax, A, C, ecc.) per studiare la composi-
zione di un calcestruzzo che tenga conto di una curva granulometrica che rientri nel fu-
so di accettabilità granulometrica, occorrerà assortire opportunamente gli inerti da uti-
lizzare e ammanniti in cantiere.
Ciò premesso, poiché si vuole confezionare un calcestruzzo di massima compattez-
za, ovvero con un contenuto di vuoti allo stato fresco in opera al più pari al 4% (valore
medio dell’aria inglobata nel calcestruzzo durante l’impasto in betoniera), si può scrive-
re la condizione che la somma dei volumi assoluti dei componenti solidi e liquidi del
miscuglio sia pari al volume unitario di conglomerato.
In tale ipotesi si ha:

ª§ Pi · §C · º
«¨ S i ¸  ¨ S c ¸  A  0,04» 1 [6.1]
¬© as ¹ © as ¹ ¼
nella quale:
Pi S asi è il volume assoluto, in m3, degli inerti da impiegare nel m3 di calcestruz-
zo
C S asc è il volume assoluto, in m3, del cemento da impiegare nel m3 di calce-
struzzo

302
Il progetto del mix-design

Dalla relazione suddetta si ricaverà immediatamente l’unica incognita Pi, ovvero il


peso degli inerti da impiegare nel metro cubo di calcestruzzo.
Lo studio della composizione si conclude con la verifica della condizione che la dif-
ferenza tra la quantità di acqua A fissata in base alla classe di esposizione ambientale e
la somma delle acque di bagnatura degli inerti e di quella stechiometricamente necessa-
ria per le reazioni di idratazione del cemento, sia sufficiente per assicurare la consisten-
za richiesta da controllare mediante prove preliminari ai getti.

A titolo di esempio, supponiamo di voler studiare la composizione di un calcestruz-


zo destinato alla realizzazione della struttura di cui alla Figura 6.1 e per il quale abbiamo
già determinato:

x classe di esposizione ambientale XC2


x classe di consistenza S4 (fluida)
x natura inerti di frantoio
x raggio medio della cassaforma Ʊ=35,37 mm
x spessore copriferro 25 mm
x diametro massimo dmax=25 mm
x titolo cemento 32,5 N/mm2
x resistenza caratteristica di progetto Rck=35 N/mm2
x dosaggio acqua A=225 litri/m3
x dosaggio cemento C=380 kg/m3
x rapporto acqua/cemento A/C=0,59

Nell’ipotesi di avere in cantiere le tre classi di inerti di cui alla Tabella 6.1, e assu-
mendo come riferimento la parabola del Fuller, si trova che le tre classi devono essere
assortite nelle seguenti proporzioni (Cfr. § 5.4.3.3, Fig. 5.70):

pietrisco n. 2: 17%
pietrisco n. 1: 31%
sabbia: 52%

Nella Tabella 6.2 è riportato l’assortimento granulometrico risultante.

Nell’ipotesi che per il miscuglio così preparato risulti:


peso specifico assoluto S asi 2650 kg/m3
acqua di bagnatura unitaria ab = 0,045 litri/kg

possiamo scrivere la relazione:

ª§ Pi

· 380
«¬¨© 2650 ¸¹  3100
º
 225  0,04» 1
¼
da cui si ricava
Pi = 1625 kg/m3

303
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Per verifica, determiniamo il peso dell’unità di volume della miscela:

ư = C+A+Pi = 380+225+1625 = 2230 kg/m3

e l’acqua stechiometricamente necessaria per la presa del cemento, nell’ipotesi che


l’acqua unitaria di presa sia 0,33 litri/kg:

Amin = 0,045u1625+0,33u380 = 198 litri/m3

Amin risulta minore di 225 litri/m3 (valore massimo ammissibile per la prefissata classe
di consistenza S4, calcestruzzo fluido).

In conclusione la ricetta del mix-design è:

x Dosaggio acqua A = 225 litri/m3


x Dosaggio cemento C = 380 kg/m3
x Peso inerti P = 1625 kg/m3

A questa composizione vanno apportate le modifiche connesse al contenuto percen-


tuale di umidità del materiale inerte (Cfr. § 5.4.3).

Vaglio Pietrisco Pietrisco Sabbia Va- Pietrisco Pietrisco Sabbia Curva


n. 1 n. 2 glio n. 2 n. 1
Imm % % % (17%) (31%) (52%)
25,0 100,00 100,00 100,00 I mm % % % %
20,0 88,30 42,80 98,60 25,0 17,00 31,00 52,00 100,00
15,0 41,40 6,10 96,90 20,0 7,30 27,40 51,30 86,00
10,0 4,70 90,00 15,0 1,00 12,80 50,40 64,20
7,1 1,40 81,80 10,0 1,40 46,80 48,20
5,0 0,80 77,40 7,1 0,40 42,50 42,90
3,0 0,60 68,50 5,0 40,20 40,20
1,0 0,50 45,20 3,0 35,60 35,60
0,5 0,40 37,00 1,0 23,50 23,50
0,2 0,30 3,00 0,5 19,20 19,20
0,2 1,60 1,60

Tab. 6.1 – Assortimenti granulometrici di tre Tab. 6.2 – Assortimento granulometrico delle tre
classi di inerti classi di inerti secondo Fuller

304
Il progetto del mix-design

6.3 Lo studio del misto con il metodo di Faury


Questo metodo presenta un’analogia con il metodo delle curve granulometriche in
quanto anch’esso stabilisce una curva granulometrica ideale a cui far riferimento nel
proporzionamento dei vari componenti del calcestruzzo.
Nel caso specifico si assume quale curva di riferimento proprio la bilatera indicata da
Faury (Cfr. par. 5.4.3.3).
In funzione dei parametri di progetto:
x il diametro massimo degli inerti
x la natura degli inerti
x la consistenza richiesta al calcestruzzo
x il raggio medio della cassaforma
x le modalità di posa in opera.

si procede al calcolo della Y1 della curva del Faury (Cfr. par. 5.4.3.3.6) con la [6.2] ed al
tracciamento della curva di riferimento:

B
Y1 A  175 d max  [6.2]
U
 0,75
d max

Successivamente si calcola l’indice ponderale della curva di riferimento con la [6.3]:

Ir = Y1 u i1 + (1 – Y1) u i2 [6.3]

Con riferimento al dosaggio di cemento C fissato per garantire la durabilità del cal-
cestruzzo, specifica per la classe di esposizione ambientale, si calcola la percentuale in
volume assoluto del cemento riferito al volume assoluto di un metro cubo di calce-
struzzo. In particolare, calcolata la porosità con la [6.4]:

K1 K2
I  [6.4]
5 d max U
 0,75
d max

si valuta il volume assoluto di un metro cubo di calcestruzzo

Vass = 1-I [6.5]

e quindi, fissato in 3100 kg/m3 il peso specifico assoluto del cemento, la percentuale di
cemento ci in volume assoluto, è data da:

C
ci 3100 [6.6]
1 I

305
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Calcolati gli indici ponderali delle classi di inerti presenti in cantiere, pietrisco e sabbia,
si può scrivere che l’indice ponderale del miscuglio componente l’impasto da confezio-
nare è dato da:

Im = (ci u 1) + (si u is) + (pi u ip) [6.7]

Imponendo la condizione:
Im = Ir [6.8]

abbiamo una equazione nelle due incognite si, percentuale in volume assoluto della
sabbia, e pi percentuale in volume assoluto di pietrisco.
La determinazione univoca dei valori di si e pi si ottiene unendo alla [6.8] la relazione
che si ottiene specializzando la differenza (1-I), che rappresenta il volume assoluto dei
componenti solidi contenuti nel metro cubo di conglomerato.
Indicati con vc , vs , e vp i volumi assoluti del cemento, della sabbia e del pietrisco si
può scrivere:

vc + vs + vp = 1 – I [6.9]
e quindi:
vc v vp
 s  1 [6.10]
1 I 1 I 1 I

Nella relazione precedente i termini al primo membro rappresentano proprio le per-


centuali in volume assoluto del cemento, della sabbia e del pietrisco (o ghiaia), per cui
si può anche porre:

ci + si + pi = 1 [6.11]

Questa relazione, insieme alla relazione [6.8], costituiscono un sistema di due equa-
zioni in due incognite che consente di calcolare si e pi:

ci + si + pi = 1
[6.12]
Y1 u i1 + (1 – Y1) u i2 = (ci u 1) + (si u is) + (pi u ip)

e, quindi, di determinare univocamente la composizione del calcestruzzo.

A titolo di esempio, supponiamo di voler studiare la composizione di un calcestruz-


zo destinato alla realizzazione della struttura di cui alla Figura 6.1 e per il quale abbiamo
già determinato:

x classe di esposizione ambientale XC2


x classe di consistenza S4 (fluida)
x natura inerti di frantoio

306
Il progetto del mix-design

x raggio medio della cassaforma Ʊ=35,37 mm


x spessore copriferro 25 mm
x diametro massimo dmax=25 mm
x titolo cemento 32,5 N/mm2
x resistenza caratteristica di progetto Rck=35 N/mm2
x dosaggio acqua A=225 litri/m3
x dosaggio cemento C=380 kg/m3
x rapporto acqua/cemento A/C=0,59

Supponendo di avere in cantiere le tre classi di inerti di cui alla Tabella 6.1, si proce-
de, preliminarmente, a ridurre le due classi pietrisco n. 1 e pietrisco n. 2 in una sola
classe, pietrisco n. 1-2, mescolando le due classi in ragione del 50% (Tab. 6.3).
Per il miscuglio pietrisco n. 1-2 e per il miscuglio sabbia possiamo determinare gli
indici ponderali dopo aver trasformato le percentuali in peso in percentuali in volume
assoluto.
Considerato però che per ciascuno dei due miscugli i pesi specifici
S ass 2650 [kg/m3] miscuglio sabbia
S as 2600 [kg/m3]
p
miscuglio pietrisco
sono all’incirca uguali per ciascuna classe di vagliatura, si ritiene, con buona approssi-
mazione, che le percentuali in volume assoluto siano uguali a quelle in peso.

Vaglio Pietrisco Pietrisco Pietrisco Sabbia


n. 1 (50%) n. 2 (50%) n. 1/2
I mm % % % %
25,0 50,00 50,00 100,00 100,00
20,0 44,15 21,40 65,55 98,60
15,0 20,70 3,05 23,75 96,90
10,0 2,35 2,35 90,00
7,1 0,70 0,70 81,80
5,0 0,40 0,40 77,40
3,0 0,30 0,30 68,50
1,0 0,25 0,25 45,20
0,5 0,20 0,20 37,00
0,2 0,15 0,15 3,00
Tab. 6.3 – Assortimenti granulometrici a disposizione

Con riferimento ai valori degli indici ponderali modificati delle sette classi di riferi-
mento (Cfr.. § 5.4.3.3)

classe 1 2 3 4 5 6 7
dimensione mm < 0,1 0,1 ÷ 0,5 0,5 ÷ 3 3 ÷ 7,1 7,1 ÷ 15 15 ÷ 25 25 ÷ 50
Indice ponderale 1 0,78 0,55 0,37 0,22 0,16 0,10

307
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

possiamo determinare gli indici ponderali is e ip:

is =(0,031 x 0,16)+(0,15 x 0,22)+(0,133 x 0,37)+(0,315 x 0,55)+(0,37 x 0,78)=0,549

ip =(0,7625 x 0,16)+(0,2305 x 0,22)+(0,004 x 0,37)+(0,001 x 0,55)+(0,002 x 0,78)=0,176

Per determinare l’indice ponderale di riferimento occorre calcolare la percentuale Y1


e la porosità I in funzione dei parametri di progetto:

x diametro massimo degli inerti dmax = 25 mm


x natura degli inerti di frantoio
x consistenza richiesta al calcestruzzo fluida
x raggio medio della cassaforma Ʊ = 35,37 mm
x modalità di posa in opera. vibrazione semplice
x A (Cfr. Tab. 5.25) 33
x B (Cfr. Tab. 5.25) 1
x K1 (Cfr. Tab. 5.27) 0,45
x K2 (Cfr. Tab. 5.27) 0,002

B 1
Y1 A  175 d max  = 33  175 25  = 66,87%
U 35,37
 0,75  0,75
d max 25

K1 K2 0,45 0,002
I  =  = 0,2394
5 d max U 5
25 35,37
 0,75  0,75
d max 25

Dagli abachi 1 e 2 del Faury possiamo ricavare i valori di i1 e i2 della curva di riferimen-
to:

i1 = 0,615 e i2 = 0,16
e quindi:
Ir = Y1 u i1 + (1 – Y1) u i2 = 0,6687 u 0,615 + (1 - 0,6687) u 0,16 = 0,4643

Per C = 380 [kg/m3] si ricava:

C 380
ci 3100 = 3100 = 0,1611 m3/m3
1 I 1  0,2394
La risoluzione del sistema
ci + si + pi = 1

Y1 u i1 + (1 – Y1) u i2 = (ci u 1) + (si u is) + (pi u ip)

308
Il progetto del mix-design

consente di calcolare le due incognite si e pi:

si = 0,4070 m3/m3 e pi = 0,4319 m3/m3

e quindi il peso di sabbia Ps e il peso di pietrisco Pp , per metro cubo di calcestruzzo,


valgono:

Ps S ass
s
u s i u 1  I 2650 u 0,4070 u 1  0,2394 820 kg/m3 in c.t.

Pp S ass
p
u pi u 1  I 2600 u 0,4319 u 1  0,2394 855 kg/m3 in c.t.

In conclusione, la ricetta del mix-design è:

x Dosaggio acqua A = 225 [litri/m3]


x Dosaggio cemento C = 380 [kg/m3]
x Peso sabbia Ps = 820 [kg/m3]
x Peso pietrisco Pp = 855 [kg/m3]

a cui corrisponde un peso specifico della miscela pari a 2280 kg/m3.

6.4 Confronto tra il metodo delle curve granulometriche e il metodo di Faury


L’applicazione dei due metodi al caso di studio ha fornito due ricette che differisco-
no leggermente per il dosaggio degli inerti. Per capire le differenze esaminiamo i valori
caratteristici delle due ricette di cui alle Tabelle 6.4 e 6.5.

Metodo curve granulometri-


Metodo del Faury
che

Volume assolu- Volume assolu-


Peso [kg] Peso [kg]
to[litri] to[litri]
Dosaggio acqua A 225 225 225 225
Dosaggio cemento C 380 121 380 121
Peso sabbia 820 309
1625 614
Peso pietrisco 855 329
Volume dei vuoti 40 16
Volume totale 1000 1000
Peso di 1 m3 calcestruz-
2230 2280
zo
Tabella 6.4

309
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Vaglio Pietrisco n. 1 Pietrisco n. 2 Pietrisco n. 1e2 Sabbia Curva Fuller Curva Faury
materiale disponibile
Imm % % % %
25,0 100,00 100,00 100,00 100,00 100,00 100,00
20,0 88,30 42,80 65,55 98,60 86,00 81,73
15,0 41,40 6,10 23,75 96,90 64,20 59,56
10,0 4,70 2,35 90,00 48,20 45,26
7,0 1,40 0,70 81,80 42,90 40,40
5,0 0,80 0,40 77,40 40,20 38,10
3,0 0,60 0,30 68,50 35,60 33,69
1,0 0,50 0,25 45,20 23,50 22,26
0,5 0,40 0,20 37,00 19,20 18,22
0,2 0,30 0,15 3,00 1,60 1,55
Tab. 6.5 – Curve granulometriche secondo Fuller e secondo Faury

L’assortimento granulometrico del Fuller (Fig. 6.2), determinato con il metodo delle
curve granulometriche, presenta un peso di inerti di 1625 kg contro i 1675 kg
dell’assortimento determinato con il metodo di Faury (Fig. 6.3) con una differenza di
50 kg. L’assortimento di Faury, quindi, presenta una quantità di inerti maggiore di 50
kg rispetto a quello del Fuller (circa il 3%). La differenza può essere attribuita all’ipotesi
fatta, del tutto teorica, che nel metro cubo di calcestruzzo determinato con il metodo
delle curve granulometriche ci sia il 4% di vuoti. Nella ricetta del Faury, invece, trovia-
mo un volume di vuoti di 16 litri, ovvero pari all’1,6% del volume totale di calcestruz-
zo.
Questo volume di aria presente in meno nel calcestruzzo di Faury è funzione della
porosità determinata con la formula [5.71] che tiene conto della natura degli inerti, della
consistenza del calcestruzzo, delle modalità di posa in opera, del dmax e di Ʊ.
L’assortimento granulometrico del Fuller ha un modulo di finezza pari a 5,39 mentre
l’assortimento del Faury ha un modulo di finezza pari a 5,59 (Fig. 6.4). La ricetta forni-
ta dal Faury, quindi, si caratterizza per una minore incidenza di materiale fino in accor-
do con l’ipotesi che il calcestruzzo viene assestato nella cassaforma mediante vibrazio-
ne: la minore lavorabilità è compensata dall’energia trasmessa dalla vibrazione.

Il mix-design fin qui descritto deve essere verificato, per strutture particolari, con la
determinazione del ritiro, del fluage, della resistenza meccanica alla rimozione delle cas-
seforme, della resistenza a trazione, della resistenza a trazione da flessione, del calore di
idratazione, del gradiente termico durante il periodo di idratazione. Il mix-design, infi-
ne, può valutare le correzioni da apportare alla ricetta per l’impiego di additivi, quali i
fluidificanti ed i superfluidificanti.

310
Il progetto del mix-design

120,00

100,00 100,00
86,00
80,00
64,20
60,00 Fuller
48,20
40,00 42,9040,20
35,60
20,00 23,50
19,20

0,00 1,60

7,0

5,0

3,0

1,0

0,5

0,2
25,0

20,0

15,0

10,0

Fig. 6.2 - Curva granulometrica secondo il metodo delle curva granulometriche

120,00

100,00 100,00

80,00 81,73

60,00 59,56 Faury


45,26
40,00 40,4038,10
33,69
20,00 22,26
18,22

0,00 1,55
7,0

5,0

3,0

1,0

0,5

0,2
25,0

20,0

15,0

10,0

Fig. 6.3 - Curva granulometrica secondo il metodo di Faury

120,00

100,00

80,00
Faury
60,00
Fuller
40,00

20,00

0,00
25,0

20,0

15,0

10,0

7,0

5,0

3,0

1,0

0,5

0,2

Fig. 6.4 – Confronto fra gli assortimenti granulometrici determinati con i metodi
delle Curve granulometriche e del Faury

311
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

In molte costruzioni, negli ultimi anni, è stato usato un calcestruzzo con una ricetta
che, indipendentemente dalla natura, dal dmax e dall’assortimento granulometrico degli
inerti, dai mezzi d’opera, dalle condizioni ambientali e dalle caratteristiche dell’opera da
realizzare, è stata ritenuta sempre adatta per avere una resistenza caratteristica di 250
kg/cm2:

x pietrisco 0,8 m3/m3


x sabbia 0,4 m3/m3
x cemento (titolo 325) 3,0 q.li
x acqua 160-180 l/m3

È evidente, per tutto quanto innanzi detto, che questo approccio non è corretto: se
si vogliono ottenere strutture con le richieste resistenza e durabilità non si può adottare
una ricetta ‘buona per tutte le stagioni’.
Occorre studiare opportunamente la ricetta specifica per l’opera da realizzare tenen-
do conto della classe di esposizione ambientale e di tutte le altre circostanze dettaglia-
tamente descritte nei capitoli 5 e 6.

312
Il predimensionamento della struttura in c.a. per l’architettura

7. IL PREDIMENSIONAMENTO DELLA STRUTTURA IN C.A. PER


L’ARCHITETTURA

In questo capitolo, per conseguire l’obiettivo di progettare lo spazio architettonico


contestualmente alla struttura, verranno illustrate alcune procedure per il predimensio-
namento delle strutture in cemento armato.
Le NTC 2008, nel § 2.1, prescrivono che le strutture devono essere progettate per
garantire: Sicurezza nei confronti di stati limite ultimi (SLU), Sicurezza nei confronti di stati limite
di esercizio (SLE), Robustezza nei confronti di azioni eccezionali 1 .
Pertanto, le strutture devono essere verificate agli SLU che si possono presentare in
relazione alle diverse combinazioni delle azioni ed agli SLE definiti in relazione alle
prestazioni attese.
Anche se le NTC 2008 impongono che il calcolo della struttura deve essere condot-
to agli Stati Limite, per il predimensionamento verrà utilizzato il “Metodo delle Ten-
sioni Ammissibili” che, certamente, è di più rapida e immediata utilizzazione. Tale cri-
terio è accettabile considerato che, predimensionata la struttura, potrà poi condursi
l’effettivo calcolo agli Stati Limite.
D’altronde anche le NTC 2008 riconoscono la validità del calcolo alle Tensioni
Ammissibili, considerato che nel § 2.7 stabiliscono che è ammesso condurre le verifiche
alle tensioni ammissibili anche se per le sole costruzioni di Tipo 1 e 22 e Classe d’Uso I e II3
e limitatamente ai siti ricadenti in Zona Sismica 4, assumendo il grado di sismicità S=5.

7.1 Le azioni sulle strutture


Prima di esaminare le procedure semplificate per il predimensionamento
dell’elemento di fabbrica struttura, è opportuno considerare le azioni che vi possono
agire.
Il § 2.5 delle NTC 2008 classifica le azioni sulle strutture, dove per azione s’intende
ogni causa capace di indurre Stati Limite, in relazione al modo di esplicarsi, in relazione
alla risposta strutturale e in relazione alla variazione della loro intensità nel tempo.

In relazione al modo di esplicarsi (Tabella 7.1), le azioni vengono classificate in:

a) dirette forze concentrate e carichi distribuiti, fissi o mobili


spostamenti impressi, variazioni di temperatura e di umidità, ritiro, pre-
b) indirette
compressione, cedimenti di vincoli, ecc.
endogeno: alterazione naturale del materiale di cui è composta la strut-
tura
c) degrado
esogeno: alterazione delle caratteristiche dei materiali strutturali, a causa
di agenti esterni
Tabella 7.1 – Classificazione delle azioni in relazione al modo di esplicarsi

1 Cfr. Appendice, § A.11


2 Cfr. Tabella 1.1 (Capitolo 1), corrispondente alla Tab. 2.4.1 delle NTC 2008
3 Cfr. Tabella 1.2 (Capitolo 1), corrispondente al § 2.4.2 delle NTC 2008

313
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

In relazione alla risposta strutturale (Tab. 7.2), le azioni vengono classificate in:

azioni applicate alla struttura che non provocano accelerazioni signifi-


a) statiche
cative della stessa
b) pseudo stati-
azioni dinamiche rappresentabili con un’azione statica equivalente
che
c) dinamiche azioni che causano significative accelerazioni della struttura
Tabella 7.2 – Classificazione delle azioni in relazione alla risposta strutturale

In relazione alla variazione della intensità nel tempo (Tab. 7.3), infine, le azioni vengono
classificate in:

a) permanenti (G) azioni che agiscono durante tutta la Vita Nominale della costruzione, la
cui variazione di intensità nel tempo è così piccola e lenta da poterle
considerare costanti:
peso proprio di tutti gli elementi strutturali; peso proprio del
terreno, quando pertinente; forze indotte dal terreno (esclusi
G1 gli effetti di carichi variabili applicati al terreno); forze risul-
tanti dalla pressione dell’acqua (quando si configurino costan-
ti nel tempo)
G2 peso proprio di tutti gli elementi non strutturali
Spostamenti e deformazioni imposti, previsti dal progetto e
realizzati all’atto della costruzione
P Pretensione e precompressione
Ritiro e viscosità
Spostamenti differenziali
b) variabili (Q) Azioni che agiscono sulla struttura con valori istantanei che possono
risultare sensibilmente diversi tra loro nel tempo
Azioni che agiscono con intensità significativa, anche non
lunga
continuamente, per un tempo non trascurabile rispetto alla
durata
vita nominale VN della struttura
breve Azioni che agiscono per un tempo breve rispetto alla vita
durata nominale VN della struttura
c) eccezionali (A) Azioni che si verificano solo eccezionalmente durante la vita nominale
VN della struttura
Incendi
Esplosioni
Urti e impatti
d) sismiche (E) Azioni derivanti dai terremoti
Tabella 7.3 – Classificazione delle azioni in relazione alla variazione della intensità nel tempo

Nel § 2.5.2 delle NTC 2008, inoltre, viene definito il valore caratteristico Qk di
un’azione variabile come il valore corrispondente al frattile del 95% della popolazione
dei massimi, in relazione al periodo di riferimento della stessa azione variabile 4 .

4 Cfr. Appendice, § A.12

314
Il predimensionamento della struttura in c.a. per l’architettura

7.1.1 Le azioni gravitazionali


I carichi gravitazionali terranno conto sia delle azioni permanenti che delle azioni va-
riabili. Le azioni permanenti saranno determinate in funzione delle dimensioni geome-
triche e dei pesi di unità di volume dei materiali. Nella Tabella 7.4 sono riportati i pesi
dell’unità di volume dei materiali, da utilizzare per la determinazione dei pesi propri
strutturali G1 e dei pesi propri degli elementi non strutturali G2.
Per i materiali non compresi nella Tabella 7.4 si può fare riferimento ai pesi unitari
riportati nella Tabella 7.5, desunti dalla Circolare del Ministero dei Lavori Pubblici del 4
luglio 1996.

Materiali Peso Unità di Volume [kN/m3]


Calcestruzzi cementi e malte
Calcestruzzo ordinario 24,0
Calcestruzzo armato (e/o precompresso) 25,0
Calcestruzzi leggeri: da determinarsi caso per caso 14,0 y 20,0
Calcestruzzi pesanti: da determinarsi caso per caso 28,0 y 50,0
Malta di calce 18,0
Malta di cemento 21,0
Calce in polvere 10,0
Cemento in polvere 14,0
Sabbia 17,0
Metalli e leghe
Acciaio 78,5
Ghisa 72,5
Alluminio 27,0
Materiale lapideo
Tufo vulcanico 17,0
Calcare compatto 26,0
Calcare tenero 22,0
Gesso 13,0
Granito 27,0
Laterizio (pieno) 18,0
Legnami
Conifere e pioppo 4,0 y 6,0
Latifoglie (escluso pioppo) 6,0 y 8,0
Sostanze varie
Acqua dolce (chiara) 9,81
Acqua di mare (chiara) 10,1
Carta 10,0
Vetro 25,0
Per materiali non compresi nella tabella si potrà fare riferimento a specifiche indagini speri-
mentali o a normative di comprovata validità assumendo i valori nominali come valori carat-
teristici.
Tab. 7.4 – Pesi dell’unità di volume dei principali materiali strutturali
(tab. 3.1.I delle NTC 2008)

315
La struttura in cemento armato per l’architettura – tecnica e tecnologia

Materiali Peso Materiali Peso


Laterizi stivati [kN/m ] Materiali sciolti da costruzione [kN/m3]
3

Mattoni semi pieni 13,00 Pomice 7,00


Mattoni forati 8,00 Ghiaia e pietrisco 15,00
Mattoni refrattari 20,00 Sabbia e ghiaia bagnata 20,00
3
Legnami [kN/m ] Sabbia e ghiaia asciutta 19,00
Bosso, ebano 12,00 Cenere in coke 7,00
3
Metalli [kN/m ] Ceneri volanti 10,00
Bronzo 88,00 Scorie d’alto forno I med. 30-70mm 15,00
Leghe di alluminio 28,00 Scorie d’alto forno, minute 11,00
Nichelio