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Antonio Tosi, Sulle appartenenze sociali nella città moderna, in Atti


della Tavola Rotonda di studi urbanistici: Vita e Nuove Forme della Città,
Centro di cultura dell’Università Cattolica, Passo della Mendola, 27 agosto
- 1 settembre 1965

1. La sociologia urbana è in crisi. Nata in una prospettiva antiurbana


giustificata sulla base dei pregiudizi degli intellettuali e dei disagi dei primi
inurbati, si trova oggi a disporre di schemi inadeguati: proprio nel
momento in cui la città ha raggiunto una dominanza che mai nessuna
società aveva visto. Gli stereotipi sulla città vengono demoliti uno dopo
l’altro, insieme ai loro correlati scientifici: soprattutto vengono attaccate
alcune formulazioni ottenute deduttivamente dalla scuola psicosociale
(Simmel e Wirth ne sono gli esponenti più noti e quindi più suscettibili di
diventare i capri espiatori) e alcune conclusioni che i cultori della human
ecology avevano ricavato dalla loro grande costruzione ideologica. Ma la
mancanza di una teoria, o quanto meno di una impostazione
metodologica capace di far pervenire ad una teoria, mette i moderni
combattenti della crociata contro gli stereotipi nella condizione di poter
alimentare altri stereotipi; l’accumulazione di ricerche empiriche non
integrate teoreticamente può opporre al mito della città divoratrice di
uomini il mito opposto, e altrettanto indimostrabile, della città come luogo
di un progresso automatico. Che la conoscenza della città possa
progredire attraverso queste vie è per lo meno discutibile.
Le proposizioni ricorrenti a proposito del tipo di rapporti sociali che
caratterizzano la città insistono, riallacciandosi alla tradizione
psicosociale, sull’impersonalità, l’isolamento, il declino delle appartenenze
primarie, la dominanza delle organizzazioni formali accentuando in genere
le connotazioni negative di questi caratteri.

Urbanisti fermi alla “sociologia” di Mumford, recenti critici della società di


massa, nostalgici della piccola comunità e prefiguratori di partecipazioni
democratiche “di base “, ecologi incapaci di abbandonare i loro postulati
antisociologici, tutti si sono affezionati ad una serie di proposizioni circa
l’interazione in ambiente urbano che vengono solitamente imputate a
Wirth. É soprattutto per questo consenso sul riferimento che prendiamo
l’avvio da Wirth: anche se è doveroso precisare che in realtà le
proposizioni wirthiane erano di tipo ipotetico: prudenti e molto meno
ruralistiche e pessimistiche di quelle dei suoi seguaci.
Il vantaggio della formulazione wirthiana consiste nella sua
preoccupazione di mettere in rapporto il sistema di organizzazione sociale
urbano - il tipo di rapporti sociali e di istituzioni - con un tipo di base
demografica, una tecnologia e un ordine ecologico da una parte, e con un
set di atteggiamenti, idee e costellazioni di personalità dall’altra.
L’urbanesimo è dal punto di vista demografico emergenza di comunità
infeconde ed eterogenee. Sul piano dell’ordine sociale è sostituzione di
contatti secondari a contatti primari, cui si accompagna un indebolimento

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dei legami di parentela, il declino del significato del vicinato, il venir meno
delle basi tradizionali di solidarietà sociale, il trasferimento di attività
industriali, educative e ricreative ad istituzioni specializzate; cui si
accompagna, dal momento che l’azione individuale è inefficace e
l’efficienza si raggiunge solo in gruppi, una moltiplicazione di associazioni
volontarie, La moltiplicazione del numero di persone in interazione, che
rende impossibile contatti pieni tra persone, ha conseguenze sulla
personalità e il comportamento collettivo urbano: la personalità urbana –
“schizoide” - intrattiene contatti impersonali, superficiali, transitori e
segmentali, che conducono alla riserva, all’indifferenza, ad una
prospettiva blasee e all’immunizzazione del proprio io contro le richieste
degli altri. La superficialità, anonimità, e carattere transitorio delle relazioni
sociali urbane rendono conto della sofisticazione e razionalità degli
abitanti della città. La libertà dal controllo emozionale personale dei gruppi
intimi li lascia in uno stato di anomia. A tutto ciò. si accompagna un
aumento di disorganizzazione personale, malattie mentali, suicidio,
delinquenza, corruzione, disordine 1 .

2. Si tratta, come è noto, di ipotesi sostenute da diverse ricerche


empiriche (che peraltro non giustificano il pessimismo con cui molti le
propongono). Ma, soprattutto recentemente, si è andato sviluppando negli
Stati Uniti un cospicuo orientamento di ricerca che è risultato in una
reinterpretazione della vita sociale urbana. Questa reinterpretazione, che
in parte sembra contrastare con le ipotesi accennate, ha fondato la sua
critica proprio su quello studio delle “appartenenze “ dell’abitante urbano
su cui i teorici della disorganizzazione sociale avevano costruito le loro
ipotesi. É interessante, anche se il tentativo comporta il rischio di grosse
semplificazioni, riassumere i risultati di queste ricerche 2 :

a) i rapporti primari. L’appartenenza a gruppi informali è nella città


fenomeno quasi universale: soltanto un piccolo segmento della
popolazione è privo di tali appartenenze. In particolare è pressoché
universale l’amicizia, fuori da ogni contesto organizzativo: l’abitante
urbano è raramente isolato del tutto da relazioni con amici singoli o circoli
di amici. E forse ancor più importanti sono le relazioni parentali: la famiglia
coniugale è di fondamentale importanza (l’abitante della città tende a
spender la maggior parte delle sue serate nel seno della famiglia); e
importante è perfino la famiglia estesa (le visite a parenti sono il tipo più
corrente di “riunione”; inoltre queste relazioni vanno al di là delle

1
L. WIRTH, Urbanism as a Way of Life, « American Journal of Sociology », 4, I, 1938, pp. 1-23.
Abbiamo utilizzato la sintesi del pensiero wirthiano che si trova in D. MARTIN- DALE, Community,
Character and Ci'vilization, The Free Press of Glencoe, Chicago 1963, pp, 145-146.
2
Ci riferiamo soprattutto alla rassegna degli studi sulle aree metropolitane di New York, Chicago,
Los Angeles, St. Louis, San Francisco, Detroit, Rochester, che. si trova in S. G~ER, The Emerging
City, The Free Press of Glencoe, Chicago 1962, pp. 90-92. Si veda anche D. L. MEIER -W. BELL,
Anomia and Differential Access to the Achievement of Life Goals, « American Sociological Review
», 24, 2, 1959, pp. 189-202.

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chiacchiere occasionali: l’aiuto reciproco tra i membri di una famiglia


estesa sembra essere una risorsa molto importante per la famiglia
singola);

b) la partecipazione formale. A parte la partecipazione religiosa gli abitanti


della città appartengono ad una sola - o a nessuna - associazione. Gli
individui di basso e medio livello sociale appartengono al massimo ad
un’altra associazione (di solito connessa al lavoro per gli uomini, ai
bambini o alla religione per le donne): soltanto nei livelli superiori si trova
spesso colui che appartiene a molte associazioni. Se poi si studia la
frequenza alle attività associative, si trova che una cospicua quota di
appartenenze è costituita da “appartenenze di carta”;

c) l’appartenenza locale. La situazione è a questo proposito molto più


differenziata. Per il vicinato la gamma varia da aree locali in cui molte
persone sono “intensi vicini”, ad altre in cui la maggior parte della gente
conosce appena alcuni dei suoi vicini. Il medio abitante della città ha
alcune relazioni informali di vicinato, ma esse non sono per lui molto
significative: egli apprezza molto il vicino che è “una brava persona e ti
lascia stare”. Anche l’identificazione e la partecipazione alla comunità
locale offrono una vasta gamma di situazioni: tuttavia se la maggioranza
delle persone identificano la loro area di residenza come “la loro vera
casa”, coloro che preferirebbero vivere altrove, possono variare da una
percentuale minima a più di metà dei residenti in una determinata area.

Queste tendenze nell’importanza e nell’attribuzione di significatività alle


proprie appartenenze suggeriscono l’infondatezza di due importanti
ipotesi della sociologia urbana tradizionale, che si reggevano sulla
convinzione che nella città i rapporti sociali fossero soprattutto organizzati
e formali:

a) con il declinare della comunità primaria e del vicinato ci si aspetta che


l’amicizia sia più strettamente correlata all’organizzazione di lavoro: le
ricerche citate mostrano invece che i compagni di lavoro costituiscono una
parte minore delle relazioni primarie dell’individuo quando egli è fuori dal
lavoro. In generale le relazioni di lavoro sono isolate dalla partecipazione
primaria libera dell’abitante urbano;

b) contrariamente a quanto ci si può aspettare, la partecipazione culturale


al divertimento organizzato è poco importante per gli adulti urbani. La
maggior parte di essi partecipa con moderata frequenza a manifestazioni
ricreative di massa (in concreto si tratta soprattutto di spettacoli
cinematografici): la vera importanza dei mezzi di divertimento di massa è

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nella casa. Televisione e radio sono estremamente importanti, ma nel


contesto della partecipazione familiare 3 .

Se questi sono i risultati relativi a settori molto urbanizzati della città


americana, ricerche condotte in altri Paesi rilevano un’analoga importanza
delle appartenenze primarie di contro ad una debolezza di implicazioni in
organizzazioni formali. Certamente se passiamo dalla situazione
americana ad altri contesti culturali in cui il processo di urbanizzazione si
è sviluppato secondo modalità diverse o non ha ancora raggiunto punte
estreme, le conclusioni di Greer richiedono di essere per lo meno
specificate: in nessun caso tuttavia è possibile sostenere che l’isolamento,
l’anomia, e la formalizzazione dei rapporti siano i caratteri tipici della vita
sociale urbana.
Uno studio di Oeser e Hammond a Melbourne ci offre un quadro simile a
quello descritto da Greer: l’ordine sociale della città australiana è centrato
sull’unità d’abitazione monofamiliare, sulla famiglia coniugale, parenti
selezionati, il lavoro, e i mass media, questi ultimi consumati in casa 4 . Le
ricerche del Center for Urban Studies e soprattutto quelle dell’Institute of
Community Studies arrivano a risultati convergenti per diversi quartieri di
Londra: a Pimlico viene scoperta un’organizzazione sociale strettamente
intessuta che è “proprio l’opposto dell’immagine scolastica dell’anomia
urbana” 5 ; a Bethnal Green, Young e Willmott trovano la “famiglia estesa”
e una ricca vita locale: gli abitanti sono “attaccati a mamma e papà, ai
mercati, ai pubs e al quartiere, al Club Row e al London Hospital”,
l’accentuazione del legame madre-figlia produce un tipo di three-
generation family,. la scoperta di situazioni simili in quartieri diversi quanto
a collocazione nell’area metropolitana e a caratterizzazione socio-
economica e culturale, convince Willmott che non si tratta di persistenza
anacronistica di vecchie forme di vita sociale, ma di tendenze
generalizzabili 6 .
Una ricca vita sociale, centrata sui rapporti parentali e di amicizia, e in
molti casi comprendente una intensa vita di vicinato, si può rintracciare in

3
S. GREER, Op. cit., pp. 91-92.
4
O. A. OESER -S. H. HAMMOND, Social Structure and Personality in a City, Routledge and
Kegan Paul, London 1954.
5
C. U. S., Tall Flats in Pimlico, in London: Aspects of Change, MacGibbon and Kee, London 1964,
pp. 256-290. Si veda anche, nello stesso volume, J. H. WESTERGAARD - R. GLASS, A Profile of
Lansbury, pp. 159-206.
6
Si veda in particolare M. YOUNG -P. WILLMOTT, Family and Kinship in East London, Routledge
and Kegan Paul, London 1957; P. WILLMOTT -M. YOUNG, Family and Class in a London Suburb,
Routledge and Kegan Paul, London 1960; P. WILLMOTT, The Evolution of a Community,
Routledge and Kegan Paul, London 1963. L’inadeguatezza dello stereotipo della grande città
sterile, amorfa e impersonale, è confermata anche dai risultati di recenti ricerche ecologiche: la
Grande Londra -risulta da un'indagine di John Westergaard -è una « conglomerazione di comunità
locali solo parzialmente dipendenti l'una dall'altra » e dotate ciascuna di una propria identità. L
'immagine corrente della metropoli come « a vast sea of inchoate development », una palude di
sobborghi-dormitori che circondano il vecchio cuore economicamente attivo, non può essere
mantenuta: si veda J. H. WESTERGAARD, The Structure o! Greater London, in London: Aspects
of Change, cit., pp. 93-127.

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diversi quartieri di Parigi e di altre città francesi 7 . Ipotesi simili sembra si


possano avanzare anche per la situazione italiana, anche se le ricerche
in, proposito sono per il momento insufficienti per permettere adeguate
generalizzazioni 8 .

3. Questi pochi cenni bastano a mostrare come, nelle città, la vita di


relazione sia centrata su intensi e frequenti rapporti personali -soprattutto
con i parenti e gli amici -e suggeriscono la possibilità che, all’interno di
questa generale tendenza, si possano riscontrare importanti differenze
entro una società e tra diverse società. E’ però opportuno, prima di
provvedere all’individuazione di alcune differenze culturali che qualificano
la generale ricchezza di rapporti interpersonali entro la città, richiamare
alcune ragioni storiche della nascita e della sopravvivenza degli stereotipi
sull’anomia, l’isolamento, il significato dei rapporti formali, e i loro
presupposti logici: e quindi la loro eventuale capacità di descrivere entro
certi limiti alcune situazioni storiche e culturali particolari.
Nel definire la città alcuni dei primi studiosi antiurbani ricorrevano a
termini negativi, concettualizzando l’urbano come il non-rurale: si parlava
di anomia, indebolimento del gruppo primario, ecc. Queste definizioni,
oltre a riflettere nostalgie ruralistiche, assumevano che ciò che è astratto e
impersonale non è reale ( per cui reale è il legame che consiste nel
salutare il vicino, e non lo spartire con lui, magari senza saperlo, un
pregiudizio contro i meridionali). Oggi, con lo sviluppo dell’urbanesimo, la
definizione negativa è insufficiente, in quanto è la cultura urbana quella
dominante, e questa cultura è condivisa anche dai sociologi. Ma il
pensare alla città in termini negativi continua a pesare sulla sociologia
urbana favorendo l’errore logico antico: teorizzare sul fatto che nella città
sono assenti alcuni caratteri (per di più mitizzati) della campagna 9 .

Molti dei concetti teorici impiegati erano, in parte a causa dell’errore


precedente, tali da frapporre enormi difficoltà alla possibilità di verifica.
Due di essi, il concetto di continuum rurale-urbano e l’ipotesi secondo cui i

7
P. H. CHOMBART DE LAUWE, Des hommes et des villes, Payot, Paris 1965. Si vedano inoltre le
opere, ivi cit., dello stesso autore e M. QUOIST, La ville et l'homme, P-ditions Ouvrières, Paris
1952.
8
Alcune indicazioni, non tutte ugualmente interessanti per il nostro problema, si possono trarre da
ricerche sui quartieri di aree metropolitane; cfr., ad es., L. CAVALLI, Quartiere operaio, USIL,
Genova 1958; ID., La gioventù del quartiere operaio, Pagano, Genova 1959; L. DIENA, Gli uomini
e le masse, Einaudi, Torino 1960; A. ROSE, Indagine sull'integrazione sociale in due quartieri di
Roma, Istituto di Statistica, Roma 1959; M. TARTARA, L'«Isolotto »a Firenze, Ente Gestione
Servizio Sociale Case per Lavoratori, Roma 1961.
9
R. GLASS, Urban Sociology in Great Britain: A Trend Report, « Current Sociology », 4, 4, 1955,
pp. 12-19. La documentazione sulla tradizione antiurbana negli Stati Uniti è ab- bondantissima: si
veda in particolare, per l'atteggiamento degli intellettuali, M. WHITE -L. WHITE, The Intellectual
versus the City: from Thomas Jefferson to Frank Lloyd Wright, Harvard University Press,
Cambridge 1962; e la sintesi ad opera degli stessi autori in L. RODWIN, The Future Metropolis,
Braziller, New York -Constable, London 1962 ( traduz. Ital. Marsilio, Padova 1964). Per la
Germania si veda il cap. di H. P. BAHRDT, - Vie moderne Grosstadt, Rowohlt Taschenbuch
Verlag, Harnburg 1961 (traduz. ital. Marsilio, Padova 1966).

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caratteri dell’interazione urbana dipendono principalmente dalla


dimensione e dalla densità dell’aggregato ( espresse in termine di
popolazione ) erano fondamentali per le impostazioni sotto esame: ed
entrambi sono da tempo sottoposti a severe critiche di carattere
metodologico 10 . Si trattava di impostazioni che procedevano per “tipi
ideali”, ma con una certa tendenza a reificarli: ne risultava un postulato di
incompatibilità tra tipi “opposti”, così che ci si aspettava che in una società
caratterizzata da rapporti secondari non vi fosse posto per rapporti
primari. Sembra certo che questo uso improprio della categoria “tipo
ideale” fosse connesso a quell’atteggiamento ideologico, sostanzialmente
antiurbano, che incoraggiava a interpretare la situazione presente sul
metro di una situazione passata (idealizzata).
Goode lo mette chiaramente in rilievo a proposito delle teorie sulla
famiglia moderna. È probabile che molti errori nell’interpretazione delle
trasformazioni della famiglia siano imputabili alla tendenza a misurare il
cambiamento sulla base di un tipo ideale del passato. Secondo Goode la
famiglia classica della nostalgia occidentale è un mito. Così come la
famiglia coniugale è un tipo ideale: abbiamo visto che in Inghilterra e negli
Stati Uniti la famiglia delle classi meno elevate -probabilmente la meno
estesa delle famiglie - riconosce un campo di parentela più largo di quello
che si inscrive nell’unità nucleare. E almeno sotto questo aspetto il
modello di tipo ideale non riesce a render conto della realtà e della teoria
sociale: i legami tra certe categorie di parenti sono così forti che il sistema
familiare “non può essere limitato alla unità nucleare senza l’impiego della
forza politica» 11 . La contrapposizione tra i due tipi per misurare la
trasformazione sulla base delle caratteristiche imputate al primo è anche
responsabile delle ingiustificate apprensioni sulla crisi della famiglia: il
pessimismo di coloro che, non ritrovando nella famiglia moderna alcuni
lineamenti cui erano abituati, ritenevano che fosse la famiglia a sparire e
non quei lineamenti, si fondava su quell’atteggiamento retrospettivo cui
abbiamo accennato 12 .

Certamente nel processo di urbanizzazione si possono individuare degli


aspetti negativi: soprattutto in un processo di urbanizzazione rapida o in
generale nelle prime fasi del processo, è facile notare manifestazioni
patologiche. È la città di queste prime fasi - quella in cui slums,

10
P. K. HATT -A. I. REISS, Cities and Society, The Press of Glencoe, Chicago 1957, pp. 17-21.
11
W. J. GOODE., L'industrialisation et les changements familiaux, in B. F. HOSELITZ -W. E.
MOORE, lndustrialisation et societe, UNESCO-Mouton, Paris 1963, pp. 230-249.
12
É noto come molte ricerche confermano ormai la vitalità della famiglia moderna proprio
attraverso l'illustrazione delle sue trasformazioni, considerate come indici della sua capacità di
adattamento. Si veda a titolo di esempio, rispettivamente per la Germania, la Francia, l'Inghilterra e
gli Stati Uni- ti, G. WURZBACHER -R. PFLAUM, Das Dori im Spannungsleld industrieller
Entwicklung, Enke, Stuttgart 1954,- cap. 4; I. STOETZEL, Les changements dans les fonctions
familiales, in R. PRIGENT, Rènouveau des idees sur la famille, Presses Universitaires de France,
Paris 1954; E. BOTT, A Study of Ordinary Families, in N. ANDERSON, Recherches sur la famille,
Mohr, Tlibingen 1956, pp. 29-68; E. W. BURGESS -H. J. LOCKE, The Family from lnstitution to
Companionship, American Book, New York 1953.

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delinquenza e malattie sono più frequenti - che gli antichi sociologi urbani
prendevano come base della loro teorizzazione. Essi non conoscevano la
città dei suburbia, del baby-boom e del benessere, su cui teorizzano i
sociologi urbani revisionisti: è insomma possibile che le divergenze tra
pessimisti e ottimisti dipendano in parte da differenze nei rispettivi oggetti
di studio.
Tuttavia il problema non è così semplice. Perché, vi abbiamo accennato,
è in certe caratteristiche metodologiche che va ricercata la peculiarità
delle ipotesi della vecchia sociologia urbana. Certo nelle prime fasi
dell’urbanizzazione la città può essere più facilmente descritta nei termini
delle vecchie ipotesi: ma è la “idealizzazione” (negativa) di questo tipo di
città che diventa discutibile. Dubbi sul pessimismo relativo alla città erano
già stati sollevati dagli inizi: studiosi come Adna Weber non erano affatto
convinti che la città portasse alla rovina morale 13 . Gli stessi ecologi
classici credevano all’esistenza di processi anabolici-catabolici 14 e di
successioni alternate di processi di disorganizzazione e organizzazione.

Ma era la disorganizzazione che in definitiva veniva sottolineata: sul piano


metodologico si assumeva che non un’organizzazione, ma la
disorganizzazione sociale esisteva nella città, e come conseguenze della
disorganizzazione venivano interpretati i fenomeni urbani. A parte gli errori
metodologici che di fatto erano presenti in tale tipo di analisi, ci interessa
qui mettere in rilievo come la teoria della disorganizzazione sociale si
fondasse su una particolare concezione derivata da Cooley e Mead dei
legami tra rapporti sociali e stati psicologici. Si assumeva in particolare
che l’assenza di “stretti” rapporti con gli altri portasse ad un io ambiguo e
a uno stato psicologico confuso, e che una rete di rapporti sociali poteva
essere mantenuta solo se si mantenevano stretti rapporti sociali fondati su
stati psicologici stabili. Poiché gli abitanti della città - soprattutto delle aree
centrali - non avevano stretti rapporti sociali, ma quei rapporti “formali”
che, non essendo “reali”, non erano capaci di produrre una rete di
appartenenza consistente e quindi un io consistente, essi dovevano
essere particolarmente esposti a malattie mentali, al suicidio, ecc. 15 Il
pessimismo degli studiosi della città si rivolgeva all’aspetto trasformante
del processo di urbanizzazione - quello che privava gli abitanti della città
dei loro rapporti - ed era particolarmente accentuato in quanto
particolarmente profonde erano le trasformazioni che essi osservavano.
Ma ben presto divenne chiaro che non il processo di urbanizzazione in sé,
con la sua azione trasformante, provoca conseguenze negative, ma il
modo in cui il , processo viene affrontato. Non la trasformazione, ma la

13
A. P. WEBER, The Growth of Cities in the Nineteenth Century, MacMillan, New York 1899, pp.
370-407.
14
E. W. BURGESS, The Growth of the City: An Introduction to a Research Project, ristampato in
G. A. THEODORSON, Studies in Human Ecology, Row-Peterson, Evanston-Elmsford 1961, pp.
40-42.
15
La critica è ripresa da l. M. BESHERS, Urban Social Structure, The Pree Press of Glencoe,
Chicago 1962, pp. 172 55.

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trasformazione inattesa sconvolge i processi psicologici. Una


trasformazione “ordinata” può sostenere una particolare struttura sociale
piuttosto che distruggerla. Nei Paesi sottosviluppati - nota un rapporto
delle Nazioni Unite - molte delle cosiddette conseguenze
dell’industrializzazione (e dell’urbanizzazione) non sono le conseguenze
dell’industrializzazione stessa, ma piuttosto della preservazione - o della
tentata preservazione - di modi di vita preindustriali in un ambiente
estraneo e inappropriato 16 . In definitiva la negatività con cui il processo di
urbanizzazione si manifesta è inversamente proporzionale alla capacità di
affrontarlo: dipende dall’attrezzatura sociale di cui la società dispone, e in
particolare dai modi di orientamento in essa diffusi 17 .
Di conseguenza il pessimismo sul processo di urbanizzazione in sé - per
quel che riguarda i rapporti sociali e gli stati psicologici connessi - non si
giustifica. La ragione è duplice. Innanzitutto quella semplice relazione tra
stati psicologici e struttura sociale, tra mancanza di rapporti stretti e
ambiguità dell’io, non è necessaria: i moderni studi sulla struttura sociale
urbana lo dimostrano abbondantemente 18 . Inoltre non è neppur vero che
nella città i rapporti sociali “stretti” sono scarsi: ed è l’illustrazione di
questo secondo aspetto che costituisce l’oggetto del- la nostra
discussione 19 . Già Whyte aveva mostrato come gli abitanti degli slums
fossero tutt’altro che privi di rapporti sociali significativi 20 . In seguito - ne
abbiamo accennato - le ricerche che hanno contestato l’anomia e
l’isolamento degli abitanti della città si sono moltiplicate. Sulla base di
queste ricerche è facile mostrare che nelle città i rapporti personali sono
estremamente intensi e significativi per la maggior parte degli abitanti; si
configurano secondo modalità in parte coincidenti, in patte diverse rispetto
al passato; sono inseriti in un mondo di organizzazioni e si caratterizzano
in relazione ad altri tipi di appartenenze; e soprattutto l’equilibrio tra i
diversi tipi di rapporti sociali varia enormemente secondo le situazioni e i
gruppi sociali svelando l’enorme differenziazione della realtà urbana.
Mentre la vecchia sociologia urbana si riferiva alla città come ad un’entità

16
Cit. da L. REISSMANN, The Urban Process, The Pree Press of Glencoe, Chicago 1964, p. 174.
17
J. M. BESHERS, op. cit., pp. 173-174. Pellin e Litwak hanno trovato che il gruppo primario di
vicinato non viene distrutto dalla mobilità quando esso è strutturato in maniera adeguata per
trattare la mobilità: ad esempio quando tra i suoi valori culturali vi è l'accettazione della
trasformazione: cfr. P.. PELLIN -E. LITWAK, Neighborhood Cohesion under Conditions of Mobility,
« American Sociological Review », 28, 3, 1963, pp. 364-376. Si veda anche E. LITWAK, Reference
Groups Theory, Bureaucratic Career, and Neighborhood Primary Group Cohesion, « Sociometry »,
23, 1, 1960, pp. 72-84.
18
Cfr. J. M. BESHERS, op. cit., cap. 8.
19
È opportuno ricordare che, come i teorici della disorganizzazione sociale, anche i loro critici
possono cadere nello stesso errore di assumere come necessaria quella particolare relazione tra
stati psicologici e struttura sociale, cui abbiamo accennato. Lo nota J. M. BESHERS, op. cit., p.
173. Ma è ovvio che non è necessario aderire a quel punto di vista tutte le volte che si sostiene
l'esistenza di « stretti » rapporti sociali nella città.
20
W. P. WHYTE, Street Corner Society, Chicago University Press, Chicago 1943.

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omogenea limitandosi ad individuarvi la “presenza” o la “assenza” di certi


caratteri 21 .

4. Le appartenenze sociali degli abitanti della città assumono diverse


configurazioni secondo il grado di urbanizzazione che una società o un
suo settore ha raggiunto. Inoltre le configurazioni variano con le diverse
caratteristiche strutturali e culturali delle diverse aree urbane o di loro
settori. Sotto questo secondo aspetto le differenze possono essere
considerate indi- pendenti dal grado di urbanizzazione, anche se questo è
di per sé una variabile culturale, e anche se le differenze interne ad una
società emergono con chiarezza nelle fasi più avanzate del processo di
trasformazione: quando la società è divenuta “urbana” e il confronto -
piuttosto che con il “rurale” - diviene sempre più confronto tra diversi tipi di
“urbano”.
Nota Axelrod che a Detroit “l’appartenenza e la partecipazione a gruppi
formali non erano distribuite casualmente nella popolazione, ma erano
correlate a quelle che son considerate alcune delle caratteristiche
fondamentali e differenziatrici nella nostra società” 22 .Osservazioni
analoghe vengono fatte praticamente da tutti coloro che studiano le
appartenenze sociali. Secondo Chombart de Lauwe gli abitanti della città
“sono divisi in più possibilità di scelta nelle loro relazioni. Un equilibrio
deve stabilirsi tra i rapporti di vicinato e i rapporti di parentela, i rapporti di
lavoro, e le amicizie elettive che costituiscono reti più o meno importanti
secondo le famiglie”: secondo l’importanza che si attribuisce all’una o
all’altra scelta, o secondo la possibilità che si ha di trovare rapporti
attraverso l’uno di questi canali, la comunicazione con gli altri uomini
prende una figura particolare 23 . Tra i più importanti caratteri che
selezionano, in funzione di un particolare equilibrio, i rapporti sociali di una
persona o di una famiglia sono il suo status sociale ( espresso soprattutto
in termini di reddito e istruzione) , la sua età, il suo sesso.

In relazione ai rapporti primari con parenti e amici i fattori di


differenziazione agiscono sul contenuto dei rapporti più che sulla loro

21
Se la ricerca ha potuto sostenere un certo numero di immagini inadeguate, lo si deve anche alla
tendenza, diffusa allora come oggi, di generalizzare come caratteri “della città” quei tratti che
venivano individuati attraverso ricerche su casi particolari, e particolarissimi. Si tratta di una specie
di difetto di campionamento, di cui tra l'altro soffrono anche molte ricerche recentissime, favorendo
la tendenza a sostituire ai vecchi stereotipi immagini nuove altrettanto stereotipiche: sia i primi studi
sugli slums che le recenti ricerche sulle periferie italiane o sui suburbia americani rappresentano
spesso una selezione di estremi polari e un'accentuazione di drammatici contrasti attraverso
l'inferenza incontrollata da un'osservazione limitata. Osserva Greer che una teoria che accentua gli
estremi non ci dice necessariamente qualcosa su quello che sta in mezzo, che può, dopotutto,
comprendere la gran maggioranza degli abitanti della città. L'uso di questi estremi come tipi ideali
della società urbana, che è suscettibile di “convalidare” attraverso un empirismo casuale i punti di
vista che questa o quell'ideologia ci forniscono a priori, è reso possibile dalla mancanza di una
“teoria urbana”: si veda in proposito L. REISSMANN, op. cit., pp. 39-149.
22
M. AXELROD, Urban Structure and Social Participation, in P. K. HATT -A. J. REISS, Op. cit., p.
729.
23
P. H. CHOMBART DE LAUWE, op. cit., pp. 16, 194.

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quantità. Fermo restando il fatto che i rapporti con amici e parenti sono
frequenti e significativi per qualunque categoria di abitanti della città, è
possibile ad esempio che i membri delle classi elevate possano trovare
più facilmente i loro amici tra i compagni di associazione. Greer ritiene
inoltre che negli strati socio-economici superiori - dove l’amicizia è spesso
strumentale per fini economici - gli amici possano coincidere
maggiormente con i compagni di lavoro. La stessa possibilità viene
proposta per le donne lavoratrici non sposate, per le quali il lavoro
sostituisce la parentela come ambito sociale predicibile 24 . Infine è
probabile che gli amici ( specialmente i gruppi di amici) siano più
importanti per i giovani che per altre classi di età per le quali la famiglia
può essere più significativa. Per i rapporti con i parenti l’interpretazione è
problematica: se da una parte molte famiglie operaie hanno stretti rapporti
con i parenti, dall’altra è possibile che per esse la situazione vari
notevolmente secondo il tipo di quartiere. Sembra credibile l’ipotesi di
Vieille secondo cui soltanto le famiglie borghesi possono sempre
intrattenere rapporti con la famiglia estesa, mentre le famiglie operaie
possono essere costrette a limitare i rapporti alla famiglia coniugale e
quindi a centrare gran parte della loro vita di relazione sui rapporti di
vicinato 25 .

L ‘implicazione in rapporti a base locale sembra più sensibile all’influenza


dei fattori di differenziazione accennati. E’ probabile innanzitutto che le
donne abbiano con i vicini rapporti più frequenti anche se spesso si tratta
di rapporti superficiali e che ai bambini il vicinato fornisca un ambiente
significativo per la loro educazione e socializzazione 26 , e che di
conseguenza in qualunque tipo di situazione le donne e i bambini
costituiscano la base del mantenimento di una certa quantità di vita di
vicinato nella città moderna. Ma è in termini di status e classe sociale che
si spiegano le principali differenze nell’importanza relativa dei rapporti coi
vicini rispetto ad altri tipi di rapporto. Gli studi citati che hanno rintracciato
una più o meno accentuata importanza dei rapporti con i vicini in
Inghilterra, in Francia e in Italia, sono ricerche su aree abitate da
popolazioni a basso livello socio-economico: soprattutto in Francia gli
studiosi della vita sociale della città sembrano concordi nel ritenere che le
relazioni di vicinato sono molto più sviluppate negli ambienti operai,
mentre le classi borghesi sono più orientate verso amicizie elettive 27 . La
stessa tendenza, per motivi che vedremo, non sembra riscontrabile negli
Stati Uniti, dove, in particolare, l’identificazione con l’area di residenza e la

24
S. GREER, op. cit., pp. 91-92.
25
A. VIEILLE, Relations parentales et relations de voisinage chez les menages ouvrières de la
Seine, “Cahiers internationaux de sociologie”, 1, 17, 1954. Si tengano però presenti le possibilità
che vicini e parenti, in un quartiere operaio, hanno di coincidere.
26
H. D. McKAY, The Neighborhood and Child Conduct, in P. K. HATT - A. J. REISS, op. cit., pp.
815-825.
27
P. H. CHOMBART DE LAUWE, op. cit., pp. 16, 81. Si vedano anche le opere citate di M.
QUOIST e A. VIEILLE.

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partecipazione in essa alle attività associative possono essere maggiori in


aree di medio o alto livello socio-economico.

Soprattutto è la partecipazione ad attività associative che mostra una forte


dipendenza dai fattori di differenziazione accennati. Fermo restando che
appartenenza e partecipazione in associazioni sono relativamente scarse
in qualunque categoria di abitanti della città, sesso, età e status sociale
selezionano i tipi e le dimensioni dell’implicazione associativa: è possibile
che i giovani siano più orientati ad attività ricreative che “politiche” e le
donne, la cui attività associativa è in assoluto più scarsa di quella degli
uomini, si orientino di preferenza ad attività in associazioni religiose,
caritative, educative (e quindi tendenzialmente più localistiche); mentre tra
le appartenenze più diffuse presso gli uomini vi sono quelle connesse al
lavoro (soprattutto appartenenze a sindacati). Ma soprattutto è dallo stato
sociale che dipende la partecipazione ad associazioni: sembra che
l’appartenenza e l’impegno aumentino passando dagli strati inferiori a
quelli superiori (definiti in termini di reddito, professione, istruzione). In
particolare presso gli strati socio-economici superiori sono più diffusi i
membri “attivi” egli appartenenti a più associazioni (appartenenze
multiple) 28 .
In sostanza possiamo concludere che l’abitante della città trova tra le sue
appartenenze sociali un equilibrio che varia secondo l’età, il sesso, lo
status sociale. É soprattutto il ruolo dello status sociale che è stato
individuato con chiarezza: in generale le persone di status elevato
partecipano ad attività formali (connesse al lavoro e al tempo libero) più di
quelle di status modesto che sono coinvolte in modo più significativo in
reti informali di vicinato. Più problematica appare la dipendenza dalle
variabili accennate dei rapporti con amici e parenti, che sono comunque
frequenti e significativi per qualunque categoria di abitanti delle città.

5. Se vogliamo rintracciare i fattori specifici che spiegano la relazione tra


categoria sociale (soprattutto lo strato sociale) e l’equilibrio tra
appartenenze (lo vediamo in particolare a proposito dell’importanza dei
rapporti con i vicini e della partecipazione locale) , è necessario prestare
attenzione alle opportunità concrete di cui le diverse categorie
dispongono. Tra di esse la configurazione del tempo libero e l’accesso ai
mezzi di trasporto sono stati spesso indicati come significativi: una miglior
collocazione o una maggior disponibilità di tempo libero o il possesso di
28
Si veda, ad es., N. ANDERSON, The Urban Community, Routledge and Kegan Paul, London
1960, pp. 257 55. La relazione indicata tra appartenenza-partecipazione e strato sociale si riferisce
alla partecipazione associativa nel complesso ed è ricavata dai risultati di ricerche relative a Paesi
culturalmente differenti: è possibile che le particolari modalità con cui la partecipazione si configura
in Italia modifichi la relazione; tuttavia le ricerche italiane citate non evidenziano importanti
deviazioni dalla tendenza descritta. Inoltre è possibile che per particolari tipi di associazioni la
relazione indicata non sussista (si pensi, ad es., alle associazioni sindacali). L'opportunità di
considerare le tendenze della partecipazione in rapporto ai diversi tipi di associazione è stata
sostenuta da W. M. EVAN, Dimensions of Participation in Voluntary Associations, “Social Forces”,
36, 2, 1957, pp..148-153.

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un’auto aumentano la libertà di scegliere le proprie relazioni al di fuori del


vicinato 29 . Éevidente che queste ed altre opportunità sono diversamente
distribuite tra le diverse categorie sociali, come diversa è d’altra parte la
distribuzione di interessi e valori culturali che, in parte correlate con le
opportunità, dovrebbero giocare nella scelta delle relazioni sociali.
Sono ancora Chombart de Lauwe e Greer che riferiscono a differenze
culturali le differenze nell’equilibrio tra le appartenenze sociali. Greer
suggerisce che i modi di vita delle popolazioni urbane sono differenziate
lungo un continuum che va da un modo di vita “familistico” ad uno
“urbano”. A quest’ultimo corrispondono vicinati in cui predominano
persone singole, coppie senza figli, e famiglie con un figlio; all’estremo
opposto troviamo unità di abitazione monofamiliari abitate da famiglie con
diversi figli, dove il ruolo della donna è quello di moglie e madre invece
che di partecipante alla forza di lavoro. Tra i due vi è una gamma di tipi
intermedi. I due tipi non si differenziano quanto all’equilibrio tra
appartenenze primarie e secondarie, ma piuttosto quanto al significato
dell’area locale: nei vicinati familistici vi sono più rapporti di vicinato e
maggior partecipazione (formale) locale; anche se - come vedremo - in
nessun caso si stabiliscono quelle comunità primarie a base locale che
alcuni teorici della partecipazione ritengono, o ritenevano, ideali 30 .

Per Chombart de Lauwe vi è una evidente differenza culturale tra le


famiglie operaie e quelle borghesi: una “divergenza di concezioni sulla
solidarietà e la libertà”. Nei vicinati operai l’“apertura” è molto apprezzata:
è più importante condividere con i vicini le pene e le gioie della vita
quotidiana che preservare quella privacy che invece per le classi
borghesi, che si rivolgono piuttosto ad amicizie elettive, è un valore
preminente 31 .
Dopo quanto si è detto sulle “opportunità concrete” delle diverse categorie
sociali, non è certo il caso di ipotizzare la superiorità di una mitizzata
cultura operaia rispetto a quella borghese o viceversa, odi quella
familistica su quella urbana o viceversa. Per Chombart de Lauwe le
diverse “concezioni sulla libertà e la solidarietà” sono legate alle diverse
condizioni di vita; tra le quali egli indica anche alcune costrizioni materiali:
nei quartieri operai i rapporti di vicinato sono imposti dalle difficoltà della
vita quotidiana e dai costi dei mezzi di trasporto. Con l’elevazione dei

29
Si veda, ad es., P. E. CHOMBART DE LAUWE, Le logement, le menage et l’espace familial,
“Informations sociales”, 19, 9, 1965, e Des hommes et des villes, cit. Lo stesso autore, ed altri citati
(tra cui Quoist), suggeriscono la possibilità che altre “opportunità” (come la dimensione
dell’abitazione e l’uso comune di servizi) giochino un ruolo nel configurare i rapporti di vicinato. Una
correlazione tra possesso di un auto e ampiezza della zona entro cui vengono organizzate le
proprie relazioni sociali e commerciali è stata trovata a Los Angeles da S. RIEMER - J.
McNAMARA, Contact Patterns in tbe City, “Social Forces”, 36, 2, 1957, pp. 137-141.
30
S. GREER, op. cit., pp. 95-97. Sembra evidente che il termine “urbano” non viene usato da
Greer per definire una fase avanzata del processo di urbanizzazione di cui il “familismo” sarebbe
una prima fase: ma piuttosto per indicare uno “stile” che viene definito “urbano” in riferimento alle
vecchie ipotesi sui rapporti sociali nella città che Greer critica.
31
P. H. CHOMBART DE LAUWE, Le logement ecc., cit.

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livelli di vita i rapporti di vicinato diminuiscono fino a divenire praticamente


inesistenti nelle famiglie borghesi: anche in queste classi però le amicizie
non sono propriamente di elezione, ma sono rigidamente discriminate da
proibizioni familiari, di casta, di classe. Si può ben dire che se le famiglie
borghesi sono sfuggite alle imposizioni del vicinato, le loro relazioni sociali
incontrano altre costrizioni ed ostacoli 32 . Altri autori francesi e italiani 33
concordano nel ritenere che la vita di vicinato si associa spesso alla
miseria e al bisogno. Quanto alla possibile superiorità del modo di vita
familistico rispetto a quello urbano o viceversa, tutta la sociologia urbana
statunitense non è che una documentazione dei difetti - dell’uno o
dell’altro “stile”.
Se si insiste qui sull’importanza dei fattori culturali nel determinare
l’equilibrio tra le appartenenze sociali dell’abitante della città è solo perché
si ritiene che con l’avanzare del processo di urbanizzazione e l’attenuarsi
delle costrizioni materiali, la futura realtà urbana sarà sempre più
differenziata in base a fattori culturali (il comportamento delle classi
borghesi sopraccennato lo testimonia). Avremo una società urbana in cui
saranno presenti diversi comportamenti tutti altrettanto urbani differenziati
secondo variabili culturali. Greer e Chombart de Lauwe ci hanno offerto
due esempi di come i comportamenti si potranno differenziare 34 .

6. A questo punto sorge una domanda che è di importanza fondamentale


in molti problemi di politica urbana: se le differenze nell’equilibrio che una
persona trova tra le sue appartenenze sia rapportabile a differenze nel
tipo di unità residenziale (quartiere o vicinato) in cui vive.
Sia Chombart de Lauwe che Greer "concordano nel ritenere che la scelta
delle appartenenze sociali fa parte di un modo di vita e dipende perciò da
quei fattori culturali e strutturali che configurano diversamente i modi di
vita per diversi settori della popolazione. Sorge perciò il problema di
individuare qual.i siano le variabili, i tipi di raggruppamento, i livelli di
aggregati che differenziano significativamente i modi di vita in relazione
alle conseguenze che essi possono avere per la scelta di rapporti sociali.

32
P. H. CHOMBART DE LAUWE, op. cit.
33
Si veda M. QUOIST, op. cit., e E. GENTILI, L’unità di vicinato e l’urbanistica, “Centro sociale”, 2,
1, 1955, pp. 8-12. Che esista una relazione tra caratteri culturali e condizioni di vita non significa,
ovviamente, che i”fattori culturali” possano essere ridotti a “costrizioni materiali”. Abbiamo detto che
le opportunità concrete sono soltanto in parte correlate con gli stili di vita: e il significato causale
della correlazione può essere nel senso che la cultura svolge un ruolo nel definire e costituire le
opportunità concrete.
34
Le differenze culturali svolgono un ruolo, oltre che nel differenziare i modelli entro una
determinata area urbana, nel determinare le differenze fra diversi Paesi. Sotto questo secondo
aspetto, che va al di là dei limiti della nostra indagine, si può supporre che ad esempio in Italia la
tradizione familistica, la presenza di valori come il “contatto sociale” e l’esibizione, l’espressività
della partecipazione, o la caratteristica alienativa della cultura politica non siano irrilevanti nel
configurare i tipi di appartenenza. Oppure si pensi alle implicazioni che può avere il fatto che in
Francia (e probabilmente anche in Italia) sia maggiore la proporzione di associazioni “espressive”
rispetto agli Stati Uniti, dove invece è maggiore la proporzione di associazioni con scopi di riforma
o welfare: fr. O. R. GALLAGHER, Voluntary Associations in France, “Social Forces”, 36, 2, 1957,
pp. 153-160.

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Ora, da quanto abbiamo detto, sembra probabile che per la


configurazione delle appartenenze siano innanzitutto significative alcune
grosse differenziazioni che si possono riferire alla società globale ( come
le classi sociali) o al background sociale in generale (come il sesso e
l’età): è possibile cioè innanzitutto individuare modi di vita tipici delle classi
inferiori, o dei giovani, o delle donne ( con le relative differenzi azioni
interne) e ritenere che ad essi siano associati tipici equilibri tra le
appartenenze.
Questi modi di vita possono essere rintracciati presso i membri della
categoria di cui sono tipici, qualunque sia il tipo di unità residenziale in cui
abitano: e quindi in un certo senso sono indipendenti dal tipo di unità
residenziale. Sembra tuttavia innegabile che il tipo di comunità, quartiere,
o vicinato in cui una persona risiede -assumendo esso stesso certe sue
caratteristiche strutturali e culturali -possa influire sull’equilibrio delle
appartenenze degli abitanti attraverso fattori locali (non riducibili cioè alle
caratteristiche sociali dei singoli abitanti o dei loro gruppi di
appartenenza). In altre parole l’area locale, che è sede di rapporti sociali,
può diventare fattore che concorre con altri a determinare i rapporti
sociali.

I due autori citati possono concordare anche su questo punto. Greer


riferisce esplicitamente i due modi di vita, che ritiene significativi per le
appartenenze, ad unità residenziali, proponendo l’ipotesi di un continuum
che va da vicinati familistici a vicinati urbani. Chombart de Lauwe, che
pure ritiene significativa (tra le altre) una differenza culturale di tipo non-
locale come è quella tra operai e borghesi, in concreto riferisce quasi
sempre la distinzione culturale ad una dimensione locale, illustrando la
vita dèi “quartieri” operai e dei “quartieri” medi. È questa tendenza a
riferire continuamente i modi culturali ad aree di residenza che ci fa
supporre che l’unità di residenza abbia essa stessa un ruolo nel
determinare le appartenenze: che cioè le differenze di comportamento tra
un operaio e un borghese possano non essere completamente
determinate dal fatto che essi appartengono a diverse classi, ma anche
dal fatto che abitano in diversi quartieri.
Perché l’abitare in un quartiere piuttosto che in un altro possa avere un
peso sul comportamento sociale è evidente: un quartiere prima che un
ambiente fisico è un ambiente sociale che ha una sua struttura e cultura.
Struttura e cultura che dipendono prima di tutto dalla composizione
sociale della popolazione: i diversi gruppi che abitano il quartiere portano
in esso i loro valori e stili di vita (che condividono con i membri degli stessi
gruppi che abitano altrove) , determinando una struttura e una cultura che
possono secondo i casi favorire certi tipi di appartenenza o certi altri (ad
esempio rapporti di vicinato piuttosto che amicizie elettive) che possono
variare o meno per i diversi gruppi che costituiscono la popolazione del
quartiere. In certi casi l’area locale può diventare, secondo l’espressione
di Greer, “un fatto sociale oltre che una sede geografica di attività”: è il

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caso dei vicinati familistici. Tuttavia qualunque sia il risultato, la struttura e


la cultura che si costituiscono (a volte si tratta semplicemente di assenza
di cultura o struttura riferibili al quartiere come tale) condizionano
socialmente e psicologicamente il comportamento degli . abitanti. Questo
in ogni caso.

Per capire di che condizionamento può trattarsi basta pensare alle


probabilità di comportamento di un operaio in un quartiere borghese e
viceversa. Bell osserva che a San Francisco le persone con occupazioni
“devianti” rispetto al vicinato sono più spesso isolate dai loro vicini: sono di
più i white collars che non i blue collars che riferiscono di essere isolati dai
vicini nei vicinati blue collars) mentre nei vicinati white collars avviene il
contrario 35 .Ovviamente il condizionamento non ha lo stesso significato e
le stesse conseguenze per tutti i gruppi sociali che abitano il quartiere.
Certi gruppi sociali (come gli strati inferiori, le donne e i ragazzi) possono
avere un “modo di vita” che - non comprendendo tra l’altro l’accesso ai
mezzi di trasporto privati - li rende più “passivi” rispetto al
condizionamento del quartiere, qualunque sia la cultura dominante nel
quartiere: spesso l’alternativa che viene loro offerta non è tra rapporti coi
vicini o amicizie elettive, ma tra rapporti nel quartiere e isolamento.
Se si può ammettere che l’area locale può svolgere un ruolo nel
determinare le appartenenze sociali degli abitanti, piuttosto equivoca e in
definitiva insostenibile risulta quella formulazione del problema che
vorrebbe riferire il comportamento sociale degli abitanti (e quindi le loro
appartenenze) alle caratteristiche fisiche del quartiere. Certamente un
quartiere è costituito da una popolazione che risiede in un certo ambiente
fisico (con certe attrezzature, una certa disposizione degli edifici, ecc.):
ma non è l’ambiente fisico che spiega il comportamento degli abitanti (se
non come condizionamento “negativo”), quanto piuttosto la struttura e la
cultura della popolazione residente che “definiscono” l’ambiente fisico. Per
cui in definitiva il problema si ridurrebbe a quello precedente dell’influenza
dell’ambiente sociale del quartiere.

Gans ha proposto un’utile distinzione tra ambiente potenziale e ambiente


effettivo 36 . La forma fisica e la collocazione spaziale sono soltanto un
ambiente potenziale in quanto forniscono possibilità di comportamento
sociale. L’ambiente effettivo - o totale - è il prodotto di quei modelli fisici
più il comportamento della gente che li usa, che varierà secondo la loro
struttura sociale e cultura 37 . Per Greer non sono le caratteristiche
dell’ambiente che rendono “fatto sociale” oltre che sede di attività l’area
locale, ma la cultura familistica tipica di certe popolazioni con certe

35
W. BELL, The Utility of the Shevky Typology for the Design of Urban Sub-Area Field Studies, in
G. A. THEODORSON, op. cit., pp. 250-251.
36
H. J. GANS, Some Notes on Physical Environment, Human Behavior and their Relationships, in
M. ABRAMS, Planning Environment, “Journal of the Town Planning Institute”, maggio 1962, p. 122.
37
M. BROADY, Social Theory in Architectural Design, ciclostilo, pp. 7-8.

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composizioni sociali.
É in questa luce che vanno interpretati i risultati di molte ricerche che
trovano certe relazioni tra tipo di rapporti sociali e collocazione del vicinato
nel modello spaziale dell’area urbana. Si tratta di risultati parzialmente
contrastanti, in quanto secondo i casi si può trovare che i residenti nella
città centrale tendono a limitare i loro contatti all’interno della città stessa,
mentre i residenti nei sobborghi hanno spesso relazione fuori della loro
città 38 o che gli abitanti dei vicinati suburbani hanno un maggior interesse
per il vicinato 39 . L’apparente contraddizione si spiega se si pensa che
entro un’area suburbana o centrale vi possono essere vicinati diversi
quanto a tipo di popolazione.
Questa precisazione ci permette di fare un’ulteriore considerazione sui
rapporti tra spazio e vita sociale. É opinione ormai corrente che nella
metropoli è diminuito il significato della localizzazione nello spazio come
fattore di differenziazione della struttura sociale urbana. L’attività sociale
dell’abitante della città è selettiva: egli oltre che tra i vicini può scegliere le
sue relazioni sociali tra la vasta gamma di raggruppamenti con cui entra in
contatto. Come l’unità residenziale, anche l’unità di lavoro, le unità
ricreative, ecc., hanno loro caratteri strutturali e culturali che concorrono
con quelli dell’unità residenziale a configurare le appartenenze sociali
dell’abitante della città che entra in contatto con essi: trattandosi di unità le
cui basi territoriali non coincidono, o non sono identificabili, ne risulta una
perdita di significato dell’area (quella residenziale in particolare) nel
differenziare la struttura urbana. Anderson arriva a differenziare dai
“vicinati di partecipazione primaria” quelli “di partecipazione secondaria” e
a integrare il concetto di vicinato con quello di “rete” di conoscenza e
amicizia: “un’astrazione che può essere usata con o senza la dimensione
spaziale così necessaria al concetto di vicinato”.

L’emergenza, accanto a reti “a maglia stretta” di reti “a maglia larga” -


quelle in cui le persone in relazione con una determinata famiglia possono
non avere relazioni tra di loro -non è che un aspetto di una tendenza da
tempo individuata: una minor “coerenza” delle reti di rapporti, cui si
accompagna una maggior indeterminatezza del rapporto tra reti sociali e
territorio 40 .
In generale le reti di rapporti sociali tendono a sfuggire alla possibilità di
essere identificate con delle basi territoriali, perché le trame dei rapporti si
stabiliscono sulla base di interessi e attività che non hanno un preciso
riferimento topografico. In altre parole lo spazio tende ad essere una
risorsa piuttosto che fattore di rapporti sociali.
Per gli Stati Uniti la tendenza è efficacemente illustrata da Webber in

38
Cfr., per es., Metropolitan Challenge, Metropolitan Community Studies, Dayton 1959, pp. 224-
226.
39
S. GREER, op. cit., pp. 94-97.
40
N. ANDERSON, op. cit., pp. 32-36. La distinzione tra i due tipi di “rete” è ripresa da E. BOTT,
Family and Social Network, Tavistock, London 1957.

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questi termini: “Le comunità, con cui egli (l’abitante della metropoli) si
associa e a cui egli “appartiene”, non sono più soltanto le comunità di
luogo in cui i suoi antenati erano rinchiusi; gli Americani stanno
diventando più strettamente legati a varie comunità di interesse che a
comunità di luogo, interessi basati su attività occupazionali, divertimento,
relazioni sociali, o desideri intellettuali. I membri di comunità d’interesse
entro una società in libera comunicazione non hanno bisogno di essere
spazialmente concentrati (tranne, forse, durante le fasi formative dello
sviluppo della comunità d’interesse), perché essi sono sempre più in
grado di interagire l’un l’altro dovunque essi siano localizzati. Questo
impressionante carattere dell’urbanizzazione contemporanea sta
rendendo sempre più possibile per uomini di tutte le occupazioni di
partecipare alla vita nazionale” 41 .

Se la localizzazione spaziale perde di importanza nelle aree


metropolitane, è però probabile che l’affermarlo non abbia lo stesso
significato per diversi tipi di società urbana. Così come, in parte per gli
stessi motivi, non ha ugual significato affermare in Italia piuttosto che negli
Stati Uniti che la struttura urbana tende a differenziarsi in base a fattori
culturali, in base agli “stili di vita”. L’immagine della metropoli i cui abitanti
sono in grado di “interagire l’un con l’altro ovunque essi siano collocati”
descrive meglio Detroit o Los Angeles che Parigi o Genova.
Per Greer lo stile di vita è diventato il più importante fattore di
differenziazione della struttura urbana. A tal punto che, se è vero che in
generale i vicinati più urbani si collocano nella città centrale e quelli più
familistici nei suburbia, si possono ormai trovare vicinati urbani nelle aree
suburbane e vicinati suburbani nella città centrale. Ma la rilevanza dello
stile di vita è emersa quando i suburbia sono diventati accessibili a
popolazioni di status sociale meno elevato 42 : quando cioè un numero
cospicuo di individui è stato in grado di scegliere la propria residenza nel
tipo di vicinato in cui gli fosse possibile vivere secondo il suo “stile di vita”,
uno stile che implicasse rapporti con i vicini o uno stile che li escludesse,
scontata però la possibilità di aver accesso a rapporti con l’esterno
qualora lo si desiderasse. Queste sono condizioni in cui è probabile che le
differenze culturali relative alla struttura urbana si configurino a livello di
vicinati piuttosto che direttamente secondo raggruppamenti della società
globale. Il continuum familistico urbano ovviamente suggerisce una
distinzione tra unità locali piuttosto che tra raggruppamenti sociali più
vasti.
Invece la distinzione culturale di cui si serve Chombart de Lauwe - quella
tra stili borghesi e operai - richiama innanzitutto una distinzione tra
raggruppamenti sociali globali. Essendo l’accessibilità entro le città
francesi limitata (soprattutto per certi strati sociali) , assume maggior

41
M. M. WEBBER, Order in Diversity: Community without Propinquity, in L. WINGO jr., Cities and
Space, John Hopkins Press -Resources for the Future, Baltimore 1963, pp. 29-30.
42
S. GREER, op. cit., p. 95.

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importanza da una parte la differenziazione culturale in base a variabili


generali (soprattutto di classe), dall’altra la rilevanza dell’area locale come
fattore di condizionamento (soprattutto per certe classi sociali).
Ci si può attendere in definitiva una certa relazione tra diffusione
dell’accessibilità (intesa sia come possibilità di scegliere l’area di
residenza che si preferisce, sia come possibilità di scegliere le proprie
relazioni fuori dell’area in cui si risiede: e quindi come “libertà” dalla
collocazione spaziale) e tendenza delle differenze culturali significative
per la strutturazione urbana a porsi a livello di unità locali piuttosto che di
raggruppamenti della società globale 43 .

7. L’ analisi delle appartenenze sociali ci mostra l’emergenza nelle aree


metropolitane di alcune tendenze che rendono inadeguate alcune diffuse
ipotesi sulla formalizzazione e l’anomia della vita sociale urbana. Alla luce
dei risultati degli studi sulle aree metropolitane americane, Greer può
concludere che “l’implicazione dell’individuo comune nelle organizzazioni
formali e nelle amicizie fondate sul lavoro è debole in ogni tipo di vicinato,
i mass media sono per lo più importanti in un contesto familiare, la
partecipazione in circoli parentali e amicali è potente, ma quella con i
vicini e i gruppi della comunità locale varia enormemente secondo le aree.
Anche se popolazioni altamente urbanizzate non sono tipiche della
maggior parte degli abitanti della città, quelle che esistono deviano
largamente dallo stereotipo dell’uomo atomistico e in stato di anomia: essi
vivono le loro vite in relativo isolamento dal vicinato, dalla comunità, e
dalle organizzazioni volontarie, ma trovano una compensazione attraverso
un’implicazione intensiva in relazioni primarie con parenti e amici” 44 .
Nei vicinati meno urbani, è maggiore l’implicazione dei suoi residenti nelle
organizzazioni volontarie e maggiore il loro interesse per il vicinato e la
comunità locale e la loro partecipazione ad essi. L’area locale diventa un
fatto sociale, oltre che una sede geografica di attività 45 .

Il quadro che emerge è quello di una società in cui la famiglia coniugale è


estremamente potente tra tutti i tipi di popolazione. “Questa piccola
struttura di gruppo primario è un’area fondamentale di implicazione;
all’altro polo c’è il lavoro,’ un massiccio assorbitore di tempo, ma
un’attività che raramente ha relazioni con la famiglia attraverso amicizie
esterne con i compagni di lavoro. Invece la famiglia, la sua parentela, e il
suo gruppo di amici, sono relativamente liberi, entro il mondo delle
associazioni secondarie di larga scala. Burgess ha messo in evidenza che

43
Se, come sembra, con il progredire dell'urbanizzazione, aumenta in una società il grado di
accessibilità, è possibile che quanto più una società è urbanizzata tanto più facilmente le
differenziazioni della sua struttura urbana possono essere interpretate secondo schemi del tipo
social area analysis piuttosto che del tipo human ecology: ciò in quanto questi ultimi “collocano i
vicinati nello spazio geografico”, mentre i primi li collocano nello “spazio sociale”; si veda W. BELL,
op. cit., e E. SHEVKY W. BELL, Social Area Analysis, Stanford University Press, Stanford 1955.
44
S. GREER, op. cit., PP. 92-93.
45
S. GREER, op. cit., p. 93.

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l’indebolimento di una comunità primaria risulta in un aumento della


relativa dipendenza degli individui dalla famiglia coniugale come sorgente
di relazioni primarie; lo stesso principio spiega la persistente importanza
della parentela estesa e la proliferazione delle amicizie strette
nell’America urbana. Nella metropoli la comunità, come solida falange di
amici o conoscenti, non esiste; se gli individui devono avere una comunità
nel vecchio senso di comunione, se la devono fare da sé. Queste
condizioni sono a un estremo nei vicinati altamente urbani, là amicizie e
parentela sono, relativamente, molto importanti nel mondo sociale
dell’individuo medio. In altri tipi di vicinato la famiglia si identifica di solito,
sia pur debolmente, con la comunità locale i essa “fa vicini”, ma entro limiti
ristretti. Più o meno, il gruppo della famiglia coniugale se ne sta da solo; al
di fuori c’è il mondo - organizzazioni formali, lavoro, e la comunità” 46 .

Può darsi che non si possa ancora vedere in questo quadro un’immagine
adeguata della vita sociale di molte città europee: quello che è certo è che
questa è la tendenza rilevabile dovunque. D’altra parte anche per le città
americane Greer ritiene necessario distinguere tra “tipi” diversi. Sono le
tendenze comuni verso certi tipi di rapporto e, entro queste tendenze, le
differenziazioni relative a certi raggruppamenti sociali e a certe variabili
culturali che ci descrivono la situazione della vita sociale urbana della
nuova città e fanno emergere nuovi tipi di problemi.
Se il quadro precedentemente delineato è corretto, possiamo concludere
che non sono la scarsità di raggruppamenti primari in rapporto a quelli
formali o la scarsità assoluta di rapporti significativi a caratterizzare la vita
sociale degli abitanti della città moderna, ma la particolare configurazione
che le reti di appartenenza assumono nelle loro reciproche relazioni. La
base territoriale delle reti di rapporti sociali tende, lo abbiamo visto, a
divenire indeterminata. Inoltre, è stato notato, il sistema di relazioni sociali
nella città tende a diventare “incoerente”. Osserva Anderson che, mentre i
“membri di una comunità primitiva si trovano tutti più o meno nella stessa
trama di relazioni, nella comunità moderna ogni individuo ha il proprio
ambito di rapporti e, di conseguenza, una particolare concezione della
comunità a seconda del lavoro, della mobilità, della classe sociale, dei
gruppi cui appartiene, dell’età, delle tendenze cosmopolite. La comunità
come ambiente ove si hanno gli stessi interessi e si trova il maggior
adempimento della propria vita, ha un significato diverso perfino per
persone della stessa famiglia”. Dalla comunità in una “prospettiva locale” -
vi abbiamo già accennato - si passa alla comunità in una “prospettiva
globale”: i contatti al di fuori della comunità si moltiplicano ed ogni
comunità si trova in un intreccio di comunità, mediante la partecipazione

46
S. GREER, op. cit., pp. 93-94. Cfr. la descrizione di Greer con quella fornita da O. HANDLIN,
The Social System, in L. RODWIN, op. cit., pp. 19-41.

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al quale può elaborare una propria trama di rapporti forniti di un certo


grado di identità: questa costituisce la globalità 47 .

Gli antichi sociologi urbani si erano resi conto della complessità delle reti
sociali in cui sono implicati gli abitanti della città. Questa complessità
comporta un’eclissi dei tipi tradizionali di comunità: certamente per gli
abitanti di uno stesso quartiere può mancare una rete di relazioni sociali
“coerente”, una implicazione di strutture particolari entro una struttura di
insieme, e una “presa di coscienza sufficiente per gli interessati dei legami
che li uniscono” 48 . Quello che ha generato l’equivoco è stato il ritenere
che esistesse una relazione tra “inconsistenza” delle reti sociali e
isolamento. Ma tale relazione non ha bisogno di essere assunta.
Se un isolamento esiste nella società urbana non c’è l’isolamento degli
individui, ma l’isolamento tra le loro reti di appartenenza. Le relazioni di
lavoro sono isolate da quelle per il tempo libero e da quelle familiari,
quelle associative da quelle primarie. Inoltre le relazioni emozionalmente
più significative - quelle personali, a livello di piccoli gruppi - si isolano
dalle altre, privatizzandosi: e ciò proprio nel momento in cui le
appartenenze pubbliche significative tendono a centralizzarsi
configurandosi a livello di grandi collettivi (partiti, comunità nazionali,
ecc.). Come risultato, le relazioni intermedie - comunità locali e
associazioni - si indeboliscono quanto a partecipazione significativa e
divengono sempre più appannaggio di determinate élites 49 . Non è chi non
veda a questo punto come la nuova configurazione delle appartenenze
sociali riproponga vecchi problemi “politici” e ne imponga di nuovi.

8. a) Il vecchio problema dei raggruppamenti intermedi non può essere


posto nei termini in cui lo proponevano i teorici della partecipazione,
democratica “di base”, che vedevano nella caratteristica primaria di tali
raggruppamenti la salvaguardia della democrazia 50 . Se è vero che poche
sub-aree urbane corrispondono all’anonimità e alla frammentazione dello
stereotipo, ancor meno sono quelle che corrispondono al tipo di comunità
primaria su basi locali o connessa ai raggruppamenti organizzativi tipici
della società moderna: né le une né le altre costituiscono la regola nella
società moderna.
In ogni caso le sedi dei rapporti primari sono private: la famiglia e gli
amici. In nessun caso si costituiscono comunità primarie in senso
tradizionale o nel senso auspicato dai teorici della democrazia dal basso
(che avrebbero una qualificazione pubblica): perché nessuno dei maggiori

47
N. ANDERSON, Diverse Perspective of Community, «Centro Sociale», 8, 37-38, 1961, pp. 18
ss.
48
P. H. CHOMBART DE LAUWE et al., Famille et habitation, CNRS, Paris 1959, vol. II, p. 268.
49
Cfr. la diagnosi delle tendenze della società di massa e delle loro implicazioni politiche in W.
KORNHAUSER, The Politics of Mass Society, The Free Press of Glencoe, Chicago 1959; pp. 74-
101.
50
Si veda la critica di questo punto di vista in M. S. OLMSTED, I gruppi sociali elementari, il
Mulino, Bologna 1963, pp. 47-59.

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segmenti organizzativi della società urbana né le organizzazioni volontarie


sono in grado di fornire la base per tale comunità. E perché l’area locale è
funzionalmente debole. Certamente la struttura associativa locale varia
secondo le situazioni. Negli Stati Uniti, secondo Greer è correlata al
familismo, nel senso che meno urbano e più familistico è il vicinato, più vi
è probabilità che si costituiscano rapporti primari su base locale (con i
vicini): in questo caso la contiguità geografica, costituendo un campo per
l’azione sociale, diventa la base di una interdipendenza, e poi di una
partecipazione.

Nel caso di vicinati “localistici” o di settori di popolazione “localistici” (le


donne, i bambini, e in certi casi gli strati inferiori) , o di problemi
tendenzialmente locali (rapporti scuola-famiglia, attività per il benessere
del quartiere, ecc.) , una azione a livello locale può essere più facilmente
impostata e dare dei risultati. Purché si tenga presente che anche nei
vicinati localistici quello che può emergere è pur sempre, secondo
l’espressione di Janowitz, una community of limited liability 51 :
l’“investimento” dell’individuo è relativamente piccolo nella rete
internazionale che costituisce il gruppo locale, e se le sue perdite sono
troppo grandi, egli può uscirne tagliando i legami e la comunità non può
trattenerlo. Quanto ai vicinati e ai settori sociali più urbanizzati, la
popolazione è organizzata non in termini di comunità, ma in termini di
organizzazione politica, mass media e cultura popolare. Con il progredire
dell’urbanizzazione è probabile che l’organizzazione in termini di rapporti
impersonali e astratti diventi la regola: nella società urbana i fuochi
d’integrazione diventano sempre più l’organizzazione funzionale e
l’articolazione di interessi attraverso le associazioni: con questi fuochi e
con i mass media la partecipazione deve fare i conti 52 .
Sul piano urbanistico, l’indicazione che può scaturire dalla situazione
delineata è abbastanza semplice: non è necessario ipotizzare il livello
locale come il livello privilegiato della partecipazione e dell’integrazione,
con il rischio di indirizzare troppe energie partecipative ad attività di scarsa
rilevanza politica: mentre è doveroso riconoscere la presenza di un nuovo
valore presso settori sempre più vasti di popolazione, la libertà di avere
relazioni sociali con chi e dove si preferisce 53 . L’integrazione può essere
raggiunta a livelli diversi dal quartiere, la partecipazione realizzata
attraverso una gamma di strumenti teoricamente infinita.

51
Cfr. S. GREER, op. cit., p. 98. Anche le osservazioni contenute in questo paragrafo si riferiscono
prevalentemente all'esperienza americana.
52
É superfluo notare che se queste tendenze accentuano l'importanza di orientamenti comunitari
extralocali, resta al vicinato e alla comunità locale l'opportunità di continuare ad essere punti focali
d'integrazione grazie alla possibilità (limitata) che organizzazioni come le scuole, i negozi, i caffè, e
certi mezzi di comunicazione hanno di orientare la popolazione verso raggruppamenti locali.
Questa funzione dei gruppi locali può esprimersi in Italia anche in molte situazioni notevolmente
urbanizzate.
53
S. RIEMER J. McNAMARA, op. cit., hanno mostrato come a Los Angeles il raggio di
spostamento rispetto all'abitazione è più ampio per i rapporti sociali che per altri tipi di rapporti (ad
es. quelli commerciali).

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b) Si sostiene comunemente che le associazioni volontarie in ambiente


urbano sono sempre più importanti. Anche se diverse ricerche dimostrano
che la loro importanza è minore di quel che si credeva 54 , possiamo
senz’altro condividere l’opinione corrente purché si chiarisca in che cosa
consiste la loro rilevanza. Innanzitutto non si tratta di una loro capacità di
essere strumenti di partecipazione locale, tranne come abbiamo visto nel
caso di certi tipi di vicinati: a tal punto che Handlin le considera sotto
questo aspetto una forma arcaica (dell’800 e del primo ‘900) di strumenti
di azione sociale 55 . Tanto meno le associazioni possono essere
considerate importanti come luoghi di una partecipazione generale
significativa. Lo abbiamo visto: la partecipazione ad associazioni è limitata
ad una élite, costituita di solito da appartenenti a strati sociali piuttosto
elevati quanto ad educazione e potere economico e a certe classi di età.
Possiamo allora ritenere che l’importanza delle associazioni in una società
urbana consista semplicemente nel fatto che sono numerose, spesso
grandi e dotate di un potere cospicuo. Se il numero di iscritti e partecipanti
è limitato, vuol dire che la loro influenza - che può essere considerevole -
si serve di reti di comunicazione che possono facilmente raggiungere i
non-membri: si tratterà certamente di reti formali (in particolare. i mass
media). Ciò non fa che confermare l’importanza particolare delle
associazioni di grande dimensione. Sembra però che l’influenza delle
associazioni possa contare anche su processi di comunicazione
informale. Secondo Axelrod se la loro influenza diretta non tocca una
grande parte della popolazione, la loro influenza indiretta può essere
cospicua attraverso veicoli informali di comunicazione: “il men che
massiccio carattere della partecipazione nelle organizzazioni formali
suggerisce che nella misura in cui queste organizzazioni esercitano
un’influenza persuasiva nella comunità urbana, ciò può avvenire
attraverso i legami tra le loro minoranze di membri attivi da una parte e la
sottostante rete di associazioni informali nella comunità nel complesso” 56 :
rete che abbiamo visto essere estremamente ricca.

Se l’importanza delle associazioni si pone in questi termini, è evidente che


qualche dubbio può essere sollevato sulla loro capacità di essere
strumento di democrazia: se le associazioni riescano a “distribuire il
potere tra un gran numero di cittadini e a fornire un meccanismo sociale
per il social change che si istituisce continuamente” 57 o non siano
piuttosto semi-organized stalemate che unificano una frammentaria e

54
R. T. ANDERSON G. ANDERSON, Voluntary Associations and Urbanization: A Diachronic
Analysis, “American Journal of Sociology”, 65, 3, 1959, pp. 265-273.
55
O. HANDLIN, op. cit., pp. 19-31.
56
M. AXELROD, op. cit., p. 729.
57
A. M. ROSE, A Theory of the Function of the Voluntary Associations in Contemporary Social
Structure, in Theory and Method in the Social Science, University of Minnesota Press, Minneapolis
1954, pp. 50.71.

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impotente base del sistema (americano) del potere 58 , è problema ancora


discusso tra i sociologi americani.
Non mancano importanti argomenti a favore del ruolo delle associazioni:
diversi studiosi ne hanno indicato il contributo al funzionamento di un
sistema democratico e hanno evidenziato i meccanismi che ne limitano le
possibilità di abuso in senso antidemocratico 59 . A noi interessa qui
precisare il contributo che alla: soluzione del problema può portare lo
studio delle appartenenze sociali: in particolare l’utilità di individuare le
caratteristiche del joiner e di confrontarle con quelle dell’apatico, per
mettere in evidenza come l’appartenenza e partecipazione a molte
associazioni, è correlata con il livello sociale, l’età e il sesso, o l’area di
residenza, che questa composizione potenzialmente conservatrice delle
associazioni è aggravata dal fatto che le appartenenze sono in parte
“multiple”, che le appartenenze sociali dell’apatico lo rendono suscettibile
a certi tipi di rapporto con le associazioni, i suoi vertici, i suoi messaggi.

c) L’ enorme differenziazione che contraddistingue la vita sociale della


nuova città aumenta la libertà dei suoi abitanti (soprattutto di alcuni di
essi), ma acutizza certi problemi. In particolare, se è corretto individuare
una tendenza all’isolamento tra le appartenenze e alla privatizzazione
delle solidarietà, cui si accompagna una diminuzione generale della
capacità di azione comune, possiamo aspettarci una minor capacità di
difesa da parte dei settori più deboli della popolazione.
Può trattarsi di gruppi tradizionalmente deboli. Si pensi a quanto abbiamo
detto a proposito delle opportunità concrete di relazioni sociali che la
nostra società fornisce a certi strati sociali. In genere i gruppi socio-
economici più bassi sono meno liberi dai condizionamenti della comunità
definita fisicamente e geograficamente: secondo Duhl essi, piuttosto che
usare l’ambiente fisico come una risorsa, “incorporano l’ambiente nell’io.
La comunità ecologica per questo strato della società è, in effetti, il
mondo” 60 . Oppure si pensi a problemi nuovi, come l’ineguaglianza nella
funzione di tempo libero da parte di diversi settori della popolazione 61 , o la
probabilità per certe categorie, come i vecchi, di diventare oggetto di vere
e proprie segregazioni.

Ma sono soprattutto i recenti prodotti della metropoli che provocano


problemi la cui soluzione appare più imprevedibile. Molti degli abitanti
della città sono più liberi, ma devono ora fare i conti con un

58
É un'opinione espressa da C. Wright Mills: cfr. W. C. ROGERS, Voluntary Associations and
Urban Community Development, “Centro sociale”, 8, 37-38, 1961, p. 143.
59
W. C. ROGERS, op. cit., pp. 143-145.
60
L. J. DUHL, The Human Measure: Man and Family in Megalopolis, in L. WINGO, op. cit., p. 137.
61
Studiando una città industriale tedesca, Kieslich trovò che la percentuale di donne che non
avevano avuto vacanze nell'anno precedente era del 63%: percentuale che saliva al 69% per le
casalinghe. Mentre per i maschi la percentuale era del 14%. Cfr. G. KIESLICH, Freizeitgestaltung
in einer Industrienstadt, Institut für Publizistik der Westfiilischen Wilhelm Universität, Münster 1956,
p. 32.

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embarassement of freedom. È ancora Greer che ci illustra il fenomeno nei


suoi aspetti problematici: nei suburbia “la maggior parte delle persone ..
sono i discendenti, e sotto certi aspetti, gli equivalenti degli analfabeti di
un centinaio d’anni fa. Essi non hanno ne gli interessi investiti nella
comunità, né la tradizione di partecipazione responsabile nella vita della
comunità politica. E hanno una gran libertà dalla partecipazione forzata
nel lavoro. La esercitano foggiando i tipici modelli di vita cui abbiamo
accennato, evitando le organizzazioni, mantenendo educatamente
superficiali rapporti con i vicini e con i leaders della comunità locale,
evitando i compagni di lavoro fuori del lavoro, orientandosi"verso le
serate, i week-ends, e le vacanze, che spendono in famiglia, viaggiando,
guardando la televisione, chiacchierando e mangiando con amici e
parenti, e coltivando il giardino” 62 .

62
S. GREER, op. cit., p. 105.

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