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Laura Fiamenghi

La Strega e il
Cavaliere

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LA GIOVANE EREMITA E IL FALCO
Viola finì di caricare i bagagli sulla sua piccola utilitaria argento e si voltò a salutare suo
padre, Mario, in piedi dinnanzi al cancello di casa. Era domenica mattina e l’intero vicinato era
ancora troppo assonnato per mettere un solo piede fuori dall’uscio avventurandosi in una giornata
così fredda. Il sole che si era alzato da poco prometteva un’ottima giornata e sulle montagne la neve
cominciava a sciogliersi.
- Allora fa buon viaggio. – le disse l’uomo deponendole tre baci sulle guance: - E mi
raccomando ogni tanto scendi in paese per chiamarmi. -
Viola annuì rassicurandolo: - Non ti preoccupare pa’ so quello che devo fare, non stare in
pensiero.–
L’uomo le sorrise. - Lo so tesoro, ma la baita è così isolata e tu ci vuoi andare da sola.-
La ragazza terminò di cercare le chiavi della macchina nella tasca del piumino, poi gli rispose
dolcemente: - Ci vado proprio perché ho bisogno di stare sola, pà. –
L’uomo sorrise meno impensierito, accarezzando per l’ultima volta la testa bionda della
ragazza.
- Va allora e fermati a mangiare mentre sali, - le raccomandò: - è’ una bella scarpinata fino
alla baita, non vorrei ti venissero mancamenti mentre sali. Ultimamente sei stata spesso strana, non
vorrei stessi male anche lì.-
Gli occhi ametista di Viola brillarono per un attimo quasi intimoriti, ma tornarono subito
divertiti mentre gli mostrava il contenuto delle tasche del suo giubbotto: tre tavolette di cioccolata,
due brioches preconfezionate e un pacchettino di patatine.
- E nello zaino ho i panini e l’acqua. – aggiunse con enfasi.
- Presi i calzettoni di scorta? - la interrogò per l’ultima volta suo padre.
Viola gli lanciò un’occhiataccia. – Certo. -
Mario alzò le mani in segno di resa: - Vedo che sei già preparata a tutto. –
Viola sorrise e salì in macchina.
Mentre partiva abbassò il finestrino: – Ciao pa’, ci vediamo tra un mese. -
Mario la guardò partire e poi ritornò in casa dove sua moglie Nadia e sua figlia Linda
dormivano ancora in quanto avevano già fatto i loro saluti a Viola la sera prima. Nadia non era la
madre di Viola, ma la sua seconda moglie. La madre di Viola era la sua prima moglie: Elena, che
l’aveva lasciato vedovo in giovane età. Non pensare ad Elena quella mattina per Mario fu pressoché
impossibile: Viola diventava sempre più simile alla madre. La loro bambina possedeva lo stesso
forte carattere e, come Elena, non aveva mai avuto paura di niente. Nemmeno l’idea di esporsi alla
prolungata solitudine dell’isolamento alla baita la intimoriva, anzi, lei stessa aveva deciso di isolarsi
per qualche tempo dal resto del mondo. “Per studiare” gli aveva detto.

Viola al volante della sua macchina esultò vedendo comparire al fianco della strada un grande
cartello di legno che recava la scritta: Benvenuti a Silvinio. Dopo tre ore dalla partenza da casa era
finalmente arrivata al più alto paese delle montagne a cui arrivassero le strade praticabili. Da lì in
poi non c’erano più paesini né strade, esistevano solo sentieri che portavano alle baite disperse per
la montagna. La sua baita, quella a cui era diretta, distava da Silvino circa cinque ore di cammino,
per cui era buona cosa mettersi in cammino in fretta.
Erano solo le otto e mezzo di mattina, ma non voleva rischiare di stare ancora camminando tra
il bosco quanto sarebbe calato il sole, così parcheggiò la macchina in un piazzale a pagamento
messo a disposizione dei turisti che si avviavano da lì tra le montagne. Il riparo che veniva offerto
alle auto era piuttosto spartano, ma di certo lì in montagna non poteva chiedere un parcheggio
sotterraneo di quattro piani. Quando spense il motore scese dalla macchina traendo una profonda

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boccata d’aria fresca. Si stiracchiò pigramente, indolenzita dalle tre ore di guida e si accinse a
scaricare lo zaino. L’aria di montagna aveva qualcosa di elettrizzante e la mise di buon umore
mentre sostituiva le scarpe da ginnastica con gli scarponi.

Tre ore più tardi Viola aveva perso tutta l’allegria che la montagna, i boschi verdi, il profumo
di pini e l’aria fresca, le avevano messo. Stava letteralmente arrancando su per un sentiero, che
aveva così poco del sentiero che era un’eresia definirlo tale, era sudata, aveva freddo e
probabilmente la sua pelle del suo viso era diventata rossa come un pomodoro. Il bosco, oltretutto,
in quel tratto era molto fitto e i raggi di sole non penetravano per nulla tra la vegetazione mettendole
addosso ancora più freddo.
Viola cominciò a rimpiangere la decisione che aveva preso: era stanchissima. Non le era mai
piaciuto camminare in montagna, lo aveva addirittura quasi odiato quando suo padre da piccola la
portava alla baita costringendola a ore di cammino, ma ora era lei che era voluta venirci, non ce
l’aveva portata il babbo e c’era da ringraziare che perlomeno conoscesse a memoria la strada.
- Sono pazza! – si rimproverò da sola.
- Zitta e cammina! – sbottò imitando la voce di suo padre.
Rise come divertita dalla sua stessa battuta e procedette rinvigorita da nuovo forze. La
boscaglia più in alto sembrava diradarsi, se non ricordava male lì doveva esserci un crinale con una
radura. Allungò il passo tenendo duro e raggiunse il crinale. Una lunghissima distesa d’erba così
verde da sembrare surreale si aprì davanti alla sua visuale. Viola uscì dal bosco e lasciò cadere lo
zaino a terra. Aprì le braccia e cominciò a volteggiare su sé stessa come una bambina per poi
lasciarsi cadere esausta a terra. Rimase lì tra l’erba alta a guardare le nuvole candide contro il cielo
azzurro zaffiro, lasciandosi contagiare dai piacevoli ricordi di quei luoghi. Le uniche vacanze che si
ricordasse di aver mai fatto con sua madre erano state lì tra quelle montagne.
Elena adora la montagna e la loro baita tra i boschi, diceva che le sembrava di essere ritornata
nel passato a stare lì. Viola riaprì gli occhi, accorgendosi di averli chiusi. Ora capiva cosa intendeva
sua madre. Tutto quel verde, la distanza e l’asperità della salita, l’avevano portata in un luogo
remoto e ancora selvaggio. La sensazione di pace era incontenibile.
“Qui troverò la pace che cerco.” si ripete per l’ennesima volta.
Vi starete forse chiedendo: perché dovrebbe voler cercare la pace una giovane ragazza
apparentemente priva di alcun problema come Viola? Anche se la morte della madre anni addietro
l’aveva profondamente scossa, ora non la turbava più: il suo ricordo portava con sé solo amore e
tenerezza. Le sue angosce erano di tutt’altra natura e venivano direttamente da lei stessa. Per questo
aveva deciso di isolarsi volendo capire cosa le stava succedendo. A grandi righe si era scoperta in
possesso di strane capacità arcane che non riusciva a capire come doveva comandare.
Fin da piccola aveva scoperto la sua strana capacità di sognare di notte cose che sarebbero
accadute l’indomani. Sua madre le aveva fatto giurare di non farne mai parola con nessuno e la
promessa di tacere era stata rinnovata anche quando aveva scoperto di poter sentire i pensieri delle
persone che la stavano pensando.
Quando aveva undici anni però sua madre se ne era andata e Viola non aveva mai davvero
saputo se lei avesse potuto spiegarle qualcosa riguardo a quei suoi strani poteri. Non potendo più
avere il suo aiuto, Viola crescendo aveva saggiamente deciso di seguire l’unico consiglio di sua
madre e aveva continuato a tenere nascosti i suoi poteri. Col passare degli anni le sue ‘doti nascoste’
erano diventate sempre più strabilianti e disparate ma Viola non ne aveva mai fatto parola con
nessuno, neppure con suo padre.
Tutto era andato bene fino al suo ultimo compleanno, il suo ventesimo compleanno per
l’esattezza, quando aveva scoperto che Samuel, suo ragazzo da circa due mesi, l’aveva tradita. La

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visone le era venuta in sogno ma non aveva voluto fidarsene fino all’ultimo. Aveva aspettato di
poter udire i pensieri di Samuel, che faceva finta di nulla, prima di infuriarsi:
“Sono due mesi che usciamo e non abbiamo ancora combinato niente è mio diritto farmi
qualcun’altra nel frattempo, ho anche io le mie esigenze.”
Quando fu rimasta sola in casa a piangere e festeggiare al contempo i suoi vent’anni, dalle
labbra di Viola per la prima volta era uscita una maledizione:
– Gli auguro che gli cadano tutti i denti a quella bagascia di Marina… e che rimanga pelata! -
- E a te!- aveva urlato tra le lacrime fissando la foto incorniciata di Samuel: - Spero che
nessuna ragazza ti guardi mai più nemmeno da lontano! -
Pochi giorni dopo aveva incontrato Marina nel bagno dell’università in preda alle lacrime,
teneva tra le mani buona parte della sua chioma corvina e due denti le erano già caduti. Viola si era
fermata sulla porta del bagno orripilata: non poteva esser stata lei a farlo. Era uscita di corsa dal
bagno e fuggendo si era accorta di andare nella direzione opposta ad un folto gruppo di ragazze che
le sfrecciavano accanto a passo spedito, come se fuggissero da un topo libero nel corridoio. Quando
le ragazze che strillavano inorridite l’avevano superata si era trovata davanti Samuel.
Da allora le cose avevano cominciato ad andare a rotoli. Qualsiasi desiderio solo vagamente
formulato era un pericolo per chi le stava attorno e le sue nuove capacità sembravano ancora tutte
da scoprire. Come poteva intrattenere una qualsiasi relazione sociale senza sembrare pazza o
psicopatica? Nadia, la moglie di suo padre, la sua matrigna, si era già accorta che qualcosa non
andava per il verso giusto in lei e già molti suoi amici cominciavano a notare le sue stranezze.
L’isolamento, lì in montagna, era l’unica cosa che la potesse donare un po’ di pace. O per lo meno
ci sperava.
Si alzò lentamente mettendosi a sedere, era ancora troppo stanca e affatica per mettersi a
mangiare. Così beve dell’acqua fresca. Teneva la bottiglia a mezz’aria quando uno scoiattolo
balzato giù da un ramo si avvicinò ad osservarla furtivo.
- E cosa fissi tu? – sbottò Viola ridendo.
Lo scoiattolo scappò nel bosco e Viola sorrise, nel farlo però sentì un forte dolore al capo. Si
portò una mano agli occhi e il dolore se ne andò velocemente. Vide un falco enorme e nero passare
nel cielo sfrecciando sopra i pini. La ragazza capì che quella era un’altra visone. Non c’era nessun
falco lì, quell’immagine era solo un frutto della sua mente. Chiuse gli occhi e li riaprì: il falco era
sparito, ma nelle sue orecchie aleggiava ancora il grido alto e solitario del rapace.
Viola si portò di nuovo una mano alla fronte scuotendo il capo: - Cominciamo bene. –

Quando Viola raggiunse la baita il cielo cominciava ad imbrunire e le sue gambe


minacciavano di non reggerla più. Con un ultimo sforzo raggiunse il giardinetto della baita che
svettava poco più avanti, invitante come un miraggio. Aprì la porta d’ingresso e munendosi della
pila scese in cantina ad accendere il generatore della corrente. Risalendo accese le luci.
L’interno della baita era accogliente e confortevole. Un grande camino circolare dominava un
angolo della sala che fungeva sia da salotto che da sala da pranzo, mentre una scala di legno portava
al soppalco dove si trovavano i letti. La cucina e il gabinetto erano raggiungibili da due piccole
porte di legno ai lati della porta d’ingresso.
Tutti mobili della baita erano coperti da teli protettivi per essere preservati dalla polvere e per
prima cosa Viola spalancò le finestre facendo uscire l’aria viziata, poi andò a cercare qualche ciocco
di legna, la carta e i fiammiferi nel sottoscala per accendere il fuoco.
Presto un leggero calore si diffuse dal camino, mentre le fiamme cominciavano a far
scoppiettare i ciocchi. Prima di concedersi il meritato riposo, Viola liberò infine i mobili dai teli.
Prima il divano di pelle, poi le due credenze, ed infine il tavolo e la panca a muro. Con una scopa di
saggina raccattò la polvere caduta ed uscì svuotando la paletta porta sporco nell’erba.

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Quando rientrò richiuse le finestre e si lasciò cadere esausta sul divano dinnanzi al caminetto.
Era già notte quando Viola si risvegliò dal sonno esausto nel quale era caduta. Aveva dormito così
profondamente che nemmeno le visioni erano venute a disturbarle il sonno. Troppo stanca per fare
altro mise altra legna sul camino e poi si riaddormentò sul divano: l’idea di prepararsi un letto in
quel momento non l’attirava per nulla.

Il mattino successivo fu risvegliata poco dopo l’alba dal canto degli uccellini, si sgranchì collo
e spalle e lanciò un’occhiata al camino dove rimanevano solo le braci del fuoco. Con tutta la calma
del mondo si lavò il viso e i denti con l’acqua che si era portata da casa, poi fece colazione
mettendo a scaldere un po’ di latte caldo.
Affrontò le prime incombenze della giornata di buona lena, di modo da attrezzare la baita ad
accoglierla. Andò al ruscello a prendere l’acqua e ripulì anche il piano superiore della baita,
trasportando in casa un buon quantitativo di legna presa dal retro dove era stata riposta. Quando
ebbe finito, la casettina era linda e profumava di pulito.

Due giorni dopo Viola aveva cominciato i test sulle sue abilità. Aveva portato una sedia fuori
all’aperto e infagottata in una coperta di lana si godeva i raggi del sole caldi e delicati sulla sua
pelle. Si era già accorta di avere un certo influsso sugli animali, ovvero di poter istaurare con loro
una sorta di comunicazione empatica, ma il tempo per accertarsene era stato davvero poco.
Chiudendo gli occhi si concentrò e desiderò che tutti gli animali del bosco andassero da lei. Dopo
pochi istanti dei passeri volarono nell’erba lì attorno.
Viola aprì gli occhi sentendo il cinguettare degli uccellini, sorrise estasiata e gli lanciò le
briciole dei craker che si era portata. I passerotti le beccarono saltellandole attorno allegri. Due
caprioli apparvero a lato della casa e una vipera serpeggiò nei pressi della sedia. Vennero anche
scoiattoli, farfalle, ricci, tassi e furetti. Viola smise di chiedergli di venire a lei, ma le bestie
rimasero lì attorno fissandola per qualche istante mentre la malia si dissolveva.
Delle strida attrassero la sua attenzione e quella degli animali, ed alzando il capo verso il cielo
azzurro vide il falco nero. Le sue lunghe ali acuminate tagliavano l’aria come lame mentre
l’animale volteggiava diretto verso di lei, facendo fuggire sl riparo tra gli alberi del bosco i
passerotti che erano venuti a cibarsi delle briciole.
Viola si avvide che la magia era finita e che questa volta il falco non era una visione. Rimase
a fissarlo con il naso per aria mentre planava su un ceppo a pochi metri da lei. Gli altri animali
sparirono silenziosi per le loro strade.
Con sua sorpresa la ragazza vide l’animale fermarsi algidamente e fissarla chiudendo con
eleganza le enormi ali corvine. Pur non avendo mai sentito parlare di falchi che aggredivano l’uomo
Viola ebbe un tremito di paura. Quel falco aveva qualcosa di profondamente strano, i suoi piccoli
occhi erano più attenti ed intelligenti di quanto si sarebbe aspettata da un semplice uccello. Il rapace
volse il capo di lato fissandola prima con un occhio e poi con un altro come se la stesse valutando
ed infine si librò di nuovo in aria salendo rapido nel cielo.

Quella notte Viola sognò di essere il falco, capì di vedere attraverso i suoi occhi qualcosa che
sarebbe accaduto. Era quasi sera e il falco si lanciava dalle rocce di un picco nel vuotò, librandosi in
picchiata verso qualcosa o qualcuno. Un punto dorato in lontananza lo aveva attirato. Era lei. Viola
si vide attraverso l’eccezionale vista del falco, mentre il rapace volava verso la sua direzione. Un
boato si alzò all’improvviso dal bosco. Il falco venne colpito e trapassato al petto da una pallottola.
Annaspò nel vuoto stridendo di dolore e cominciò a precipitare.
Viola si svegliò ansate ed accaldata come se avesse subito lo stesso dolore del falco. Le
mancava il fiato. Con una nota di tristezza capì che il falco presto sarebbe morto.

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Passarono altri tre giorni e il falco tornò ad osservarla ogni giorno. Viola lo vide spesso
volteggiare alto sopra la casa e si abituò quasi a vederlo scendere nel giardino antistante. Venerdì
mattina i viveri cominciarono a scarseggiare e si rese necessario tornare a Silvinio, Viola tornò così
a valle in una camminata che le impegnò tre ore. Una volta giunta a Silvinio chiamò suo padre per
dargli sue notizie e fatte le spese necessarie si sentì morire all’idea di dover ritornare lassù in cima
alla baita.
Forse questa volta ci aveva fatto il fiato perché quando raggiunse la radura sul crinale non era
così esausta come la prima volta. Trovò la distesa d’erba verde puntinata di pecore al pascolo ed
insieme a loro il malghese che le controllava. La sorpresa di trovare qualcuno in quel posto
selvaggio e isolato fu intensa. L’uomo altrettanto sorpreso si sollevò dall’erba dove era seduto e le
venne incontro.
– Buon giorno signorina – la salutò.
- Buon giorno. – salutò cortesemente Viola.
- E’ un’alpinista? – le chiese l’uomo, scavalcando un paio di pecore.
- No, no. Abito in una baita oltre quella vetta. -
L’uomo guardò nella direzione che le indicava e tornò a guardarla allibito:
- Non sarà mica venuta fino da Silvino a piedi? –
- Beh si. – spiegò lei sorridendo
- Santo cielo! – sbottò l’uomo sfregandosi la barba candida. - Non dovrebbe fare così tanta
strada da sola per i boschi. –
Viola sorrise: - Perché scusi? Lei da dove viene? –
L’uomo le indicò la pendenza del crinale. – A circa mezz’oretta di strada ho una piccola
casetta, vengo qui tre mesi l’anno con mia moglie per far pascolare le pecore. –
- Buon lavoro, allora. – cercò di accomiatarsi la ragazza.
L’uomo la trattenne. - La mia baita è proprio giù da questo crinale, se ha bisogno di qualcosa
venga pure a trovarci, a mia moglie farebbe piacere. Io mi chiamo Pietro. –
Viola sentì i suoi pensieri e capì che si trattava di una persona buona e ben intenzionata, gli
tese la mano.
– Piacere, Viola. –
- Bel nome. – commentò l’uomo. - E’ meglio che si rimetta in cammino se vuole arrivare
prima che faccia buio. -
La ragazza annuì accettando in consiglio. - Ha ragione, se dovessi aver bisogno di qualcosa
verrò sicuramente a cercarla. Arrivederci. –
- Faccia attenzione ai cacciatori. – la mise in guardia l’uomo: - Stamattina ne ho visti salire tre
e si sà che in stagione di caccia quelli lì sparano a tutto quello che vedono muoversi. -
Viola si appuntò l’avvertimento e si allontanò agitando la mano in segno di saluto.
Per un istante le tornò in mente il falco. Sperò che non fosse già finito sotto il tiro dei
cacciatori.

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IL CAVALIERE IMPRIGIONATO
Il cielo del tramonto stava diventando plumbeo e Viola contava i passi che la separavano da
casa esausta. Aveva freddo e bisogno di mangiare qualcosa. Lì nel bosco gli unici suoni che la
circondavano erano quelli prodotti dai suoi passi e dal suo respiro ansante.
La quiete fu improvvisamente infranta da un rumoroso boato. Uno sparo aleggiò nell’aria
come un alito di morte e poi il grido di dolore del falco si levò alto ferendole le orecchie come una
stilettata.Viola si fermò all’istante tentando di tracciare la direzione da cui erano provenuti quei
suoni.
“L’hai preso! E’ un falco enorme, ottimo tiro. E’ caduto laggiù.”
La ragazza si rese conto che lei non poteva aver udito quelle parole: non c’era nessuno lì
vicino a lei nel bosco. Se le aveva sentite era solo grazie alle sue strane doti. I cacciatori si
trovavano per certo qualche centinaia di metri più a valle. Si voltò e tornò sui suoi passi andando
dritto dritto verso i cacciatori e arrivò sul luogo dove annaspava il falco ferito prima degli uomini
armati.
L’animale era abbastanza intelligente dal non gemere in preda al dolore facilitando la sua
cattura, ma quando la vide la fissò stridendo. Viola gli si avvicinò orinandogli mentalmente di stare
calmo.
“ Andatevene Strega!”
Viola capì che era stato il falco a emettere quei pensieri. Si fermò stupita mentre i passi dei
cacciatori si facevano più vicini.
- Ti voglio salvare! - disse come se il falco potesse capirla. Forse lo fece davvero perché
l’animale smise di agitarsi. Viola lo sollevò tra le braccia chiudendogli delicatamente l’ala
inutilizzabile. Pesava come un grosso gatto e il suo becco acuminato sembrava un’arma. Sangue
vermiglio gli bagnava le penne del petto.
Scappò da lì portandolo con sé. La fretta di poterlo salvare le mise le ali ai piedi e la fatica
abbandonò il suo corpo stanco non abituato a simili sforzi. Raggiunse la baita ed entrò andando a
deporre il falco sul tavolo. Mise a bollire dell’acqua calda e cercò ago e filo, delle pinze e delle
bende pulite. Se voleva salvare il falco doveva estrargli la pallottola. Quando trovò tutto si rese
conto che i suoi sforzi erano stati vani. L’animale non respirava quasi più e il sangue aveva fatto
una grande pozza attorno al suo corpo rigido. A Viola vennero le lacrime agli occhi. Che morte
orribile!
Si avvicinò costatando che era quasi morto, la ferita era troppo grossa per un’animale così
piccolo. Una lacrima appena formata le scivolò lungo la guancia e il mento cadendo sull’ala del
falco. Viola non capì subito casa accadde, ma era già balzata indietro spaventata quando sul tavolo
al posto del falco vide comparire un uomo ferito e completamente nudo.
“ Che cosa ho fatto?” guaì terrorizzata.
Viola tornò ad avvicinarsi al tavolo con circospezione. L’uomo era privo di sensi ma era vivo,
sulla sua spalla svettava la ferita della pallottola che perdeva inesorabilmente sangue. Le mani le
tremavano quando provò a toccarlo. Al suo tocco l’uomo non ebbe alcuna reazione, la sua pelle era
calda e morbida come quella di qualsiasi altro uomo vero. Anche se non riusciva a capacitarsi di
cosa stesse accadendo, Viola capì che doveva curarlo. Doveva estrargli la pallottola approfittando
del fatto che fosse privo di sensi o forse anche quell’uomo tanto più grande di un falco avrebbe
rischiato al morte.
Con timore che si destasse cercò l’occorrente e cominciò a medicarlo temendo ad ogni respiro
che lui si svegliasse. Lo coprì con una coperta e si occupò della sua spalla con perizia. Aveva visto

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spesso estrarre pallottole nei film, ma la cosa aveva tutto un altro effetto fatta in prima persona,
soprattutto se non si conoscevano che pochi rudimenti basilari del pronto soccorso.
Viola avvicinò le pinzette sterilizzate al foro della pallottola, ma lo stomaco le si aggrovigliò
all’idea di doverle inserire tra le carni di un uomo. Poco dopo, mentre estraeva con le pinzette la
pallottola, lo sconosciuto si agitò in preda al dolore e Viola si sentì mancare. Tolta la pallottola la
lasciò cadere a terra sudando freddo.
Adesso che nella ferita non c’era più la pallottola, Viola potè curarla utilizzando uno dei pochi suoi
poteri che sapeva controllare: allungò la sua mano destra sulla spalla dell’uomo e dalle sue dita si
propagò un intensa luce dorata. Aveva usato spesso quell’incantesimo per curarsi qualche
sbucciatura e, talvolta, per curare qualche animaletto ferito, ma era tutt’altra cosa curare una
persona a cui era stato sparato. Viola temeva che il suo potere non fosse abbastanza per curare una
ferita simile. Chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi per aumentare il bagliore dorato che si
diffondeva dalla sua mano, ma non era cosa facile soprattutto perché Viola non aveva la minima
idea di come comandare la sua magia. Era come avere un apparecchio ipertecnologico a propria
disposizione ma non saperlo usare perché nella scatola non c’era le istruzioni.
Viola non si arrese cercò di convincersi di poterlo fare e lo scintillio dorato che le avvolgeva le dita
si propagò a dismisura, avvolse l’intera spalla dell’uomo privo di sensi e quando Viola non riuscì
più a reggere quell’intesità chiuse la mano e si chinò in avanti a controllare cosa era riuscita a fare.
Il foro della pallottola sembrava essersi ristretto e la ferita non sanguinava più, anche se l’uomo non
poteva certo dirsi guarito del tutto Viola fu lo stesso grata di quello che era riuscita a fare: adesso
che non perdeva più sangue si sarebbe salvato di certo.
Con una garza umida gli pulì il sangue rappreso dal petto, lo medicò come poteva senza doverlo
alzare e poi lo coprì meglio con la coperta. Lì dentro faceva parecchio freddo, così Viola pensando
alla salute del suo paziente andò subito ad accendere il fuoco. Mentre disponeva carta e legnetti nel
focolare evitò di guardare lo sconosciuto troppo agitata per cercare di spiegarsi in quel momento
cosa accidenti fosse successo. Quando il fuoco si riaccese scoppiettando vivacemente, si volse di
nuovo all’uomo privo di sensi steso sul tavolo della sua baita. Gli andò accanto e si preoccupò
subito di dargli un giaciglio più comodo, ma erra impensabile che riuscisse a trascinare da sola un
uomo così grande sul divano o in uno dei letti di sopra: spostandolo l’avrebbe sicuramente solo fatto
cadere dal tavolo.
Gli mise un cuscino sotto la testa e lo coprirlo meglio andando a prendere un’altra coperta e
infilandogli un paio si calzettoni ai piedi allungati oltre in bordo del tavolo. Adesso c’era solo da
sperare che non gli venisse la febbre o un’infezione. Quando fu sicura di aver fatto del suo meglio
per prendersi cura del ferito riuscì a tornare a pensare a quanto era successo. Chi era quel uomo?
Era il falco tramutato per qualche strana ragione in uomo o forse era un uomo che era stato
imprigionato dentro il falco? L’unica cosa che sapeva era che il falco aveva avuto qualcosa di strano
fin dall’inizio.
Non sapeva nulla di quell’uomo, se non quello che poteva vedere. Non doveva avere più di
trent’anni su per giù. Lunghi cappelli neri ed incolti gli arrivavano fino a metà schiena e la barba
corvina gli celava metà del viso. Il suo corpo muscoloso ora nascosto dalle coperte era solcato da
numerose cicatrici e anche il suo sopraciglio destro era sfregiato da una vecchia ferita. Come poteva
essersele procurate tutte?
Viola si domandò come sarebbe stato guardarlo negli occhi. Che sguardo si celava sotto
quelle palpebre? Forse una volta che avesse ripreso conoscenza avrebbe potuto sentire i suoi
pensieri e sapere se quell’uomo era un malintenzionato. Alzò una mano per sentire se gli scottava la
fronte e lui le afferrò il polso improvvisamente. Viola resistette all’impulso di urlare capendo che,
anche se aveva ripreso conoscenza, l’uomo non aveva di certo le forze per farle del male. I suoi
occhi chiari la studiarono vacui come se metterla a fuoco gli costasse fatica. Lo vide guardare le

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loro mani unite, un sorriso si dipinse sulla bocca barbuta dell’uomo e poi ricadde svenuto. Aveva gli
occhi grigi.

Viola dormì sul divano alzandosi di frequente per controllare come stesse l’uomo e dargli da
bere dell’acqua per non farlo disidratare. Le sue condizioni erano state regolari per tutta la notte e
lui si era limitato a dormire e respirare tranquillamente. Quando il sole sorse, Viola era così esausta
che si addormentò sulla panca accanto al tavolo rannicchita su sé stessa. Solo molto più tardi si
svegliò e scoprì che il piano di legno liscio del tavolo non reggeva più il peso dell’uomo. Allarmata
si destò del tutto e si guardò attorno.
Lo sconosciuto era in piedi accanto al camino e aveva l’aria di essersi appena alzato a fatica.
Con una mano si teneva le coperte attorno ai fianchi e con l’altra si reggeva alla mensola del
camino. Viola in silenzio fissò la sua schiena nuda tentando di sentire i suoi pensieri. Non ci riuscì.
Per qualche inspiegabile ragione i suoi pensieri le erano preclusi. L’uomo si voltò e si accorse che
era sveglia. I suoi occhi non la spaventarono, vi brillava una grande gioia mista alla sofferenza che
gli provocava la ferita.
- Mi avete liberato. – le disse e per la prima volta udì la sua voce. Poi l’uomo perse
conoscenza troppo debole per continuare a stare in piedi e si afflosciò a terra rischiando di battere il
capo contro la pietra del caminetto. Viola sobbalzò e gli corse accanto. Lo raggiunse che era già
privo di sensi e lo trascinò come poteva fino al divano. La coperta era rimasta là dove lui era caduto
e la ragazza arrossì trovandosi accanto all’uomo completamente nudo. Lo ricoprì tentando di non
fissarlo e andò a cercargli dei vestiti. Trovò dei vecchi jeans e un maglione di suo padre e qualche
altro pezzo di biancheria rimasto lì da tempo. Trovò anche degli scarponi di scorta. Dei vestiti
comunque non se ne fece gran che, perché non poteva infilarli all’uomo ancora privo di sensi, senza
contare che la cosa l’avrebbe anche messa leggermente in imbarazzo.
Tuttavia doveva vestirlo in qualche modo. Si accinse a infilargli almeno il suo accappatoio. Si
sedette sulla sponda del divano e lo scoprì per metà dalla coperta, poi tentò di sollevarlo senza fargli
male alla spalla ferita. Gli cinse il busto con le braccia e lo attirò verso di sè. Si rese conto che la
cosa era molto più difficile di quanto si aspettasse: quel uomo pesava quanto un macigno! Le sue
braccia riuscivano a mala pena a cingere il suo petto ampio. Ci riprovò, ma per farlo senza causargli
danno dovette abbracciarlo. La testa di lui le ciondolo sulla spalla, spostandosi con il peso addosso a
lei. La sua barba ispida le sfiorò una guancia. Viola gli infilò su per le braccia le maniche
dell’accappatoio e le spalle dell’uomo ci entravano solo per un soffio. Lo fece tornare a stendere
lentamente e lo coprì di nuovo con la coperta. Ora, dato che sopra era vestito ma sotto no, arrivava
il peggio.
Sforzandosi di non farsi imbarazzare dalla sua nudità, alzò di nuovo la coperta e tentò di fargli
passare sotto la schiena la parte inferiore dell’accappatoio, nel farlo dovette alzargli le gambe e
tentare di fargli alzare i fianchi. Viola tanto era imbarazzata aveva il viso fumante. Le gambe
muscolose dell’uomo erano intaccate in vari punti da ferite che sembravano lasciate da lame. Una,
forse la più dolorosa di tutte, partiva verticalmente da metà coscia e saliva di sbieco, gli occhi di
Viola seguendo la ferita arrivarono a posarsi poco più in là del sesso dell’uomo e lei avvampò
ancora di più. Considerò che lo sconosciuto aveva rischiato davvero parecchio quando gli era stata
inferta quella ferita: due centimetri più in là e avrebbe perso la sua capacità di procreare.
Viola riuscì ad accomodare nella maniera giusta l’accappatoio e finalmente ne riaccostò i
lembi, chiudendolo con il cordone e poi tornò a coprirlo con la coperta.

Quando Ragnor rinvenne per prima cosa sentì il dolore alla spalla pungente e bruciante, ma
poi notò che era avvolto in una morbida tunica e delle coperte lo coprivano tenendolo al caldo. Il
fuoco ardeva poco lontano. Mosse le dita lentamente come non capacitandosi di averle di nuovo.

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Sentì le sue braccia, le sue gambe e la sua testa pesanti: era tornato umano. Dopo tanto tempo
finalmente era tornato umano. Quando mise davvero a fuoco ciò che gli stava attorno vide la strega
che lo aveva salvato. Lunghi capelli dorati le cadevano attorno al viso chino su un libro dandole
l’aria di un angelo, era una donna sottile ma piuttosto formosa e lo si intuiva anche da sotto gli
strani abiti che portava. Quando si accorse di essere fissata gli posò addosso due grandi occhi viola.
Ragnor stentava credere che quella donna fosse una strega, sembrava troppo dolce per poterlo
essere e poi l’aveva salvato.
Tentò di mettersi a sedere.
- Non si agiti. – gli disse lei allarmata. – E’ ancora debole. -
Ragnor non la stette a sentire.
– Vi ringrazio. – Le disse toccandosi la fasciatura che gli copriva la spalla.
La ragazza continuava a fissarlo come se avesse paura di lui.
- Vi devo la vita Strega e vi ripagherò per quello che avete fatto per me. -
La ragazza lo fissò come se lo credesse pazzo: - Perché continua a chiamarmi strega? Io non
sono una strega. -
Ragnor pensò che lo prendesse in giro. L’aveva vista attirare a lei tutti gli animali del bosco e
aveva rotto la maledizione che l’aveva imprigionato in falco.
- Signora voi vi prendete gioco di me. Solo una strega potente avrebbe potuto rompere il mio
maleficio. Perché l’avete fatto? -
Viola ascoltò con calma. L’uomo così scarmigliato le era parso un straccione all’inizio, forse
un pazzo, ma il suo modo di parlare e di fare avevano qualcosa di nobile e antiquato. Anche se
coperto dalla barba e dai capelli sembrava uno straccione, qualcosa nella sua persona la induceva a
dargli un certo rispetto.
- Io non so di cosa lei stia parlando. – gli spiegò: - Non so come ho fatto a liberarla. -
- Ma sapevate che non ero un semplice falco, questo non potete negarlo. -
Viola capì di non stare trattando con uno stupido: - Si, questo lo sapevo. Perché veniva a
controllarmi? –
Ragnor sorrise e i suoi denti candidi apparvero tra la barba folta:
- Le streghe non mi hanno mai ispirato fiducia signora, ma voi mi avete fatto ricredere. Qual è
il vostro nome? –
La ragazza s’irrigidì per un solo secondo prima di rispondere. – Viola. -
L’uomo si fece bastare la risposta. – Io sono Ragnor Signore di Villacorta. –
Viola lo fissò stralunata. Signore di Villacorta? Villacorta aveva cessato di essere una signoria
nel 1480! Che fosse pazzo o … ?
– Da quanti anni era un falco? – gli chiese.
La fronte dell’uomo si corrugò: - Il tempo era difficile da definire, credo cinque anni, forse
sette.. -
Viola cominciò a temere il peggio: - Che anno era quando siete stato imprigionato? –
L’uomo annuì come se ritenesse la domanda pertinente: - Correva l’anno di nostro signore
1308. –
La ragazza si sentì mancare. 1308? Quel’uomo era stato un falco per settecento quattro anni e
pensava ne fossero passati solo pochi?
- Ragnor, - cominciò tentando di non allarmarlo: - forse la notizia che le darò non le piacerà e
sarà difficile da accettare. Oggi, siamo nel 2006. -
L’uomo fissò gli occhi nei suoi e lei si accorse che non erano azzurri come aveva pensato:
erano grigi ed ora sembravano gli occhi di un uomo perduto.
Ragnor fissò la donna esterrefatto. Capì che di tutto quello che aveva amato e per cui aveva
combattuto non rimaneva più nulla. La sua famiglia e i suoi cavalieri, la sua terra e la sua gente,

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tutto era già cenere. Strinse i pugni cercando di calmarsi e ragionare. Si rese conto che la strega,
Viola, lo stava guardando in pena per lui.
- Voi siete una strega potente, - le disse non volendo arrendersi allo sconforto: - potete farmi
tornare nel mio tempo. -
Viola sgranò gli occhi esterrefatta: - Io non posso farlo, io non sono una strega. –
Ragnor si alzò in piedi, vagando per la stanza. Il dolore della ferita doveva essere passato in
secondo piano: - Forse non sapevate di esserlo, ma voi siete una strega ve lo posso giurare. -
Viola si alzò a sua volta: - Per favore siediti sei ancora debole, rischi che ti venga la febbre se
continui ad agitarti. –
L’uomo annuì e si sedette incrociando le braccia sul petto.
Viola tornò a parlargli: - In questa epoca non esistono più le streghe. Ci sono solo ciarlatani
che si spacciano per maghi. –
Il cavaliere annuì: - Suppongo che siano state tutte sterminate dall’Inquisizione. –
- Forse, - disse Viola considerando i fatti della storia: - ma nella mia epoca non si parla più di
streghe da secoli ormai. Quindi non so proprio come sia possibile che io sia una strega. -
L’uomo sembrava pensarla altrimenti: - La strega che mi ha maledetto aveva per cavaliere il
mio nemico, Ulfric di Offlaga, ed era la più potente che si conoscesse, se voi avete rotto il suo
incantesimo siete una strega e il vostro valore è più che considerevole. –
A Viola girava la testa. – Anche se fosse come dici io non sò fare incantesimi. Nessuno me
l’ha mai insegnato. –
- Gli animali li avete attirati voi però. – le disse l’uomo certo di dire la verità.
- Si, - ammise lei: - certe piccole cose riesco farle, ma altre no. E altre ancora capitano senza
che io lo voglia. -
Ragnor sembrò rincuorato della notizia, il suo stomaco produsse un sonoro brontolio e Viola
si ricordò che lui non aveva ancora mangiato.
- Ho preparato della zuppa. – gli disse mentre andava a prendere la pentola appesa al gancio
del caminetto.
L’uomo accettò il piatto e il cucchiaio che lei gli porse ringraziandola.
– Vi ringrazio ancora strega.-
Viola si irrigidì. - Allora non mi chiamare strega. Il mio nome è Viola. –
- Vi ringrazio Strega Viola. – ripete lui.

Dopo che ebbe mangiato Ragnor si riaddormentò e si destò alla sera. Viola affaccendata in
cucina si accorse che era sveglio. – Ti sei svegliato. Ti senti meglio? –
L’uomo si portò una mano alla spalla e provò a muoverla:
- Molto meglio e sento poco dolore. Rammentavo di ferite più dolorose. –
Viola arrossì al pensiero della ferita che gli correva lungo la coscia. Tentò di rispondergli
qualcosa con naturalezza. – Ti ho fatto prendere degli antidolorifici mentre dormivi, una medicina.–
- L’avete preparata voi? – s’informò il cavaliere
- No, - spiegò lei. – la vendono. -
L’uomo fece una strana smorfia come se si fidasse di più delle sue arti di guaritrice in quanto
strega, che delle medicine messe in commercio dai farmacisti.
- Ti ho trovato dei vestiti. – gli disse mentre lui si alzava con ancora indosso l’accappatoio
blu. – Sono sulla poltrona. -
L’uomo si avvicinò e li analizzò chiedendosi come indossarli. I jeans sembrarono lasciarlo
parecchio perplesso. Quando si voltò le sorrise di riconoscenza.
- Mi sdebiterò per tutto questo. – le assicurò.

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Viola agitò una mano: - Non è necessario. – Poi gli indicò la scala che portava di sopra: - Se
non sei troppo debole potresti andare su a cambiarti. –
L’uomo non se lo fece dire due volte. Quando tornò giù si era vestito mettendo tutti gli abiti
nell’ordine gusto, ma sembrava piuttosto infastidito dalla loro foggia. Si era allacciato gli scarponi
in una strana maniera e il maglione che era stato floscio e troppo grande addoso a suo padre gli
stava troppo stretto.
- Avete una strana moda in fatto di vesti in quest’epoca. – le comunicò scendendo gli ultimi
gradini.
- Hai bisogno ancora di qualcosa? – gli chiese la ragazza.
- Vorrei dell’acqua. -
Viola gli porse un bicchier d’acqua e lui bevve parecchio assetato e le restituì il bicchiere.
- Avreste un rasoio o una lama da prestarmi? – le chiese toccandosi la barba ispida.
Viola gli sorrise. – Si, credo di avere qualcosa che faccia al caso tuo. –
Lo portò in bagno e gli mostrò il lavandino e la doccia, spiegandogli come funzionavano.
Naturalmente lì non c’era acqua corrente, ma una cisterna che andava caricata a secchiate
prendendo l’acqua dal torrente, cosa che Viola aveva già fatto. Per gli altri bisogni ci si serviva del
pitale.
Viola stava cercando le forbici e il rasoio quando si accorse che lui si era fermato esterrefatto
davanti allo specchio. Le sue dita si toccarono il volto come se non lo riconoscessero.
Viola con accortezza lo lasciò solo: doveva essere un bel colpo rivedersi per la prima volta
allo specchio dopo settecento anni.

Stava finendo di preparare la cena quando Ragnor riemerse del bagno. In un primo momento
pensò che si trattasse di uno sconosciuto, ma i vestiti di suo padre non le lasciarono dubbi. L’uomo
dal viso pulito e i penetranti occhi grigi che le stava di fronte era il cavaliere. Il suo viso sbarbato
sembrava molto più giovane ora. Il contorno delle sue labbra era sottile e la sua mascella quadrata
aveva un taglio mascolino, due fossette troneggiavano sulle sue guance sorridenti. I capelli corvini
gli cadevano ancora umidi dietro la schiena in una lunga treccia. Viola non avrebbe mai pensato che
sotto la folta barba di prima si nascondesse un viso tanto bello. La sua unica pecca era la cicatrice
che gli sfregiava lo zigomo e il sopraciglio.
- Dalla vostra espressione capisco di essermi reso più presentabile. – le disse l’uomo
compiaciuto.
Viola arrossì per esser stata colta in flagrante ad ammirarlo.
- Con la barba sembravate un’altra persona. – cercò di discolparsi per averlo fissato.
- Posso rendermi utile in qualche modo? – le chiese lui sentendo il profumino che veniva dalla
porta della cucina.
Viola scosse la testa: - La cena è già pronta, se hai fame potremmo già mangiare. –
L’uomo annuì e si sedette alla panca del tavolo, dove erano già disposti la tovaglia, le poste e
bicchieri. Una volta accomodatosi alzò lo sguardo su viola aspettando che lei gli mettesse il cibo nel
piatto. Era evidente che era abituato ad essere servito.

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LO SPECCHIO MAGICO E L’EPOCA PASSATA
Viola mangiò appena mentre Ragnor nonostante la convalescenza mangiava di buona lena e
con appetito. Dopo il secondo piatto di pasta che mangiava, gli offrì anche metà del suo.
L’uomo gliene fu grato. – Siete molte gentile e bella Viola. –
La ragazza arrossì, non capendo cosa centrasse il fatto che fosse bella.
– Siete promessa in sposa a qualcuno? – s’informò l’uomo con la stessa naturalezza con cui
le avrebbe chiesto se poteva passargli il sale.
Viola rise portandosi una mano alle labbra.
- No. – sbottò come se fosse ovvio.
L’uomo annuì poggiando sul tavolo il bicchiere dal quale aveva bevuto.
– Se mi riporterete nel mio tempo per sdebitarmi vi prenderò in sposa, sarete la Signora di
Villacorta. –
Viola arrossì fino alla radice dei capelli: - Sei molto gentile, ma il matrimonio è una cosa
molto importante, sicuramente saresti più felice di sposare qualche altra donna. –
L’uomo la fissò incredulo: - Siete bella, gentile e potente. Cosa potrebbe chiedere un uomo di
più?–
Viola scosse il capo cercando di cambiare discorso: - Comunque sia io non credo di essere in
grado di portarti a casa. –
L’uomo annuì già sapeva cosa voleva dire: - Quando ero un fanciullo mia madre era solita
rivolgersi a una strega, talvolta mi portava con lei e ho assistito a diversi suoi incantesimi. –
La ragazza inarcò un sopraciglio.
- Strega Gwendra aveva visioni guardando l’acqua. Forse voi potete fare lo stesso, cercando
di sapere come farmi tornare a casa. -
Viola si alzò nelle spalle: - Non vedo perché non si possa provare. –

Poco più tardi Viola sedeva sulla poltrona accanto al caminetto, tra le sue gambe era poggiata
una caraffa di vetro contenente dell’acqua. Ragnor sedeva sul divano e i suoi penetranti occhi grigi
la scrutavano intensamente. Da dieci minuti buoni Viola fissava la superficie dell’acqua sentendosi
una sciocca e niente appariva, forse era lo sguardo dell’uomo a deconcentrarla.
- Ragnor, - lo chiamò. – forse è meglio se tu esci, non mi riesco a concentrare se mi sento i
tuoi occhi addosso. -
L’uomo si alzò dal divano e uscì senza protestare. Viola trasse un sospiro e tornò a fissare
l’acqua. Smise di domandarsi di Ragnor e l’acqua prese una consistenza diversa nella sua mente. Le
sembrò di stare guardando attraverso la superficie di uno specchio trasparente. Poi vide il suo viso
che si specchiava nell’acqua come all’interno di una cornice dorata, come all’interno di uno
specchio bordato da legno dorato. Viola aveva già visto quello specchio ma non si ricordava dove.
Era piccolo e ovale, sembrava un oggetto prezioso.
Sbatté le palpebre e la visione sparì.
Alzandosi depose la brocca sul tavolo e uscì in cerca di Ragnor. L’uomo contemplava con gli
occhi rivolti al cielo le stelle e sentendola uscire riabbassò il mento.
- Avevi ragione, ha funzionato. – esordì lei correndogli incontro.
- Cosa avete visto? –
- Uno specchio, uno specchio ovale bordato d’oro. -

Quella notte Viola dormì in completa privicy sul soppalco dato che Ragnor aveva insistito per
dormire sul divano, come se mettendosi in uno dei letti al piano superiore le avrebbe arrecato una

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grave scortesia. Viola non indagò sul bizzarro comportamente dell’uomo e si mise a letto prendendo
sonno mentre ascoltava il cavaliere che si preparava per la notte. Presto si addormentò e i suoi sogni
furono placidi e tranquilli, lo sconosciuto sotto il suo stesso tetto non la impensierì affatto.

“Era nella baita ed era bambina, sua madre le stava intrecciando i capelli e suo padre era fuori a
tagliare la legna.
- Lo sai tenere un segreto, tesoro?- le chiese sua madre.
- Certo mamma. Anche l’altro non l’ho mai detto a nessuno. -
La donna le depose un bacio sulla fronte. – Tu sei brava Viola, ma questo è un segreto diverso,
ancora più grande.. –
- Cos’è mamma? Non lo dirò a nessuno promesso. -
La donna le sorrise e la fece alzare dal divano sul quale erano sedute e lo spinse di lato. Una
botola di legno giaceva lì sotto. Sua madre la aprì. Era poco profonda e conteneva un involucro di
tessuto. Sua madre lo alzò con delicatezza e cominciò a svolgerlo. Al suo interno giaceva lo
specchio dorato.
- E’ uno specchio incantato, proprio come uno di quelle delle fiabe. Un giorno dovrai ricordarti
dove l’ho lasciato. –

Viola si svegliò di soprassalto e capì che era già mattino. Saltò giù dal letto e corse al pian
terreno scendendo veloce la scaletta a pioli ancora in pigiama. Il divano era ancora lì dove era stato
in sogno, ma Ragnor non era più lì a dormirci sopra. Prima ancora di chiedersi dove fosse l’uomo
scostò il divano spingendolo con forza e la botola apparve ai suoi occhi. Sciolse l’involucro e vide
tra le sue mani lo specchio del sogno, era esattamente così com’era quando era sua madre a tenerlo
fra le dita.
Un forte senso di timore la pervase guardando la sua immagine riflessa sulla lastra di vetro. Il
suo sogno era stato più che chiaro, sua madre le aveva rivelato dello specchio e sapeva che se ne
sarebbe dimenticata, per poi ricordarlo al momento giusto. Ma il momento giusto per cosa?
Ragnor rientrò nella baita, vedendola le sorrise mostrandole il suo bottino di caccia: due
grosse lepri. La sua espressione cambiò di colpo da esultante a perplessa quando si rese conto che il
divano era stato spostato e Viola aveva un espressione quasi impaurita. Abbassò lo sguardo e vide
l’oggetto che teneva poggiato sulle gambe piegate.
- E’ lo specchio? -
Viola annuì in senso affermativo. – Si, non sapevo che fosse qui, mi è apparso in sogno. –
L’uomo attraversò la sala a grandi falcate e lanciò le due lepri sul tavolo, i suoi scarponi si
fermarono a pochi passi da lei. Viola capì che intenzioni aveva solo quando facendola alzare la
prese tra le braccia e le baciò la guancia.
Un sorrose diffuso si dipinse per il viso di Viola e il cuore le mancò un battito mentre le
braccia dell’uomo le stringevano le spalle e la vita premendola contro di lui. Ragnor la lasciò subito
e le rivolse il sorriso più riconoscente che la ragazza avesse mai ricevuto.
- Vi ringrazio di nuovo Viola. Siete la mia salvezza.-

Più tardi Viola fissava perplessa lo specchio appoggiato sul tavolo tra lei e Ragnor.
- Anche se l’ho trovato. – commentò Viola sfiorandolo con le dita. – Non so certo come
usarlo. -
- Forse questo vi apparirà in un altro sogno. – propose entusiasticamente l’uomo. Viola lo
guardò andare a mettere delle legna sul fuoco.
- Forse prima di usarlo, - insinuò. – dovrei sapere perché sei stato imprigionato. -
Il cavaliere si voltò a guardarla leggermente indignato.

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- Vi ho dato l’impressione di non essere un cavaliere degno di questo nome? – le domandò
come se altrimenti per lui sarebbe stata una grave offesa.
Viola rispose cercando di mostrargli la giustifficatezza della sua domanda:
- Io non ti conosco Ragnor, con me ti sei comportato correttamente, ma come faccio a sapere
se ti comportavi bene anche nella tua epoca? –
- Sono un cavaliere, - ribadì lui secco. - e mi comporto sempre con onore come tale, nessun
abitante del mio feudo ti parlerebbe mai male di me. –
La ragazza non gli chiese altro in quel senso: - Ti attendono in molti a casa? –
L’uomo si fece torvo i suoi occhi incredibilmente tristi: - Mio fratello Wulf avrà sicuramente
preso il mio posto con valore. –
Viola fissò lo specchio in pena. Desiderava con tutto il cuore aiutarlo a tornare a casa, ma
come? Alzò lo specchiò con entrambe le mani e lo fissò accigliata. Ragnor le venne accanto e le
posò la mano sulla spalla. Viola vide il riflesso di entrambi nello specchio. Quel breve istante
sembrò rallentare, o forse accelerare. Era una strana sensazione.
Gli occhi di Ragnor, bellissimo dietro di lei, brillarono come fiamme nello specchio
incontrando attraverso la lastra di vetro gli occhi Viola di lei.
L’immagine li mantenne come soggetti, ma lo sfondo attorno a loro cambiò. Non erano più
all’interno della baita ma fuori all’aperto all’interno di un bosco. Viola indossava un abito celeste e
Ragnor una cotta di maglia metallica e un mantello nero.
La ragazza si voltò per sapere se Ragnor aveva visto le stesse cose nello specchio, ma la vista
le si annebbiò e la testa cominciò a girale così forte che il mondo si dissolse in un turbinio di colori.

Ragnor rinvenne sentendosi stordito come dopo una sbornia di idromele. Si alzò con fatica
sentendo di nuovo il peso della sua spada che portava appesa al fianco. Si guardò le gambe e le vesti
e capì di essere vestito esattamente come il giorno in cui Strega Endora lo aveva tramutato in un
falco. Il suo primo pensiero lucido fu per Viola e allarmato si alzò in piedi cercandola.
La trovò riversa a terra a pochi passi di distanza. Era priva di sensi, ma sembrava stesse solo
dormendo. Ragnor si avvicinò alzandole il capo delicatamente, le poggiò la testa sulle sue gambe
mettendola più comoda. Il suo dolce viso era roseo e disteso.
- Viola. – la chiamò Ragnor.
La ragazza prese lentamente conoscenza e vide Ragnor chino sopra di lei, il suo contorno
contro il cielo azzurro del mattino. Era vestito esattamente come nell’immagine che aveva visto
nello specchio e lei indossava la stessa veste antiquata.
Un pensiero angosciante le attraverso la mente e si alzò di scatto.
- Siamo nel tuo tempo? -
Ragnor annuì: - Credo di sì. -
- Dov’è lo specchio? – chiese con il cuore in gola.
- E’ sparito. – concluse il cavaliere dopo un’attenta ricerca.
- Come è sparito!? – urlò la ragazza: - E io come ci ritorno a casa? -
L’uomo la fissò mani sui fianchi senza saperla rassicurare in alcun modo. -Troveremo una
soluzione, ma è meglio mettersi in cammino verso il mio castello. –
Viola si alzò, capendo di essere esattamente dove si doveva trovare la baita ma parecchi secoli
prima.
- Adesso sono io ad essere imprigionata qui! – si lamentò torturandosi le mani.
Ragnor le si avvicinò tentando di rassicurarla: - Troverete di sicuro il modo per tornare, ci
vorrà tempo magari, ma sicuramente ne siete in grado. –
Viola gli scoccò un’occhiataccia: - Grazie per la fiducia ma non credo di esserne in grado. –

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- Suvvia Viola, avete trovato il modo di portarmi qui in soli due giorni, credete non vi basterà
un mese?-
Ragnor la guardò e vide che era spaventata, i suoi grandi occhi del colore dei lillà in fiore lo
guardavano intimoriti, l’idea di essere persa la devastava. Allungò un mano e prese quella piccola e
delicata di lei fra le sue. Viola arrossì mentre lui le accarezzava una guancia.
- Io vi aiuterò Viola, farò tutto ciò in mio potere per aiutarvi a ritornare a casa vostra, ve lo
devo sul mio onore. -
Lei annuì e sorrise: - Ti ringrazio. –
Ragnor le lasciò la mano: - Ora andiamo, sono ansioso di mostrarvi il mio castello, sono
sicuro che vi piacerà. -

Poche ore più tardi raggiunsero il luogo dove in teoria avrebbe dovuto trovarsi Silvino. Il
problema era che di Silvino non c’era traccia, solo una decina di casupole di pietra e paglia si
ergevano qua e là. Un grosso cavallo nero attrasse l’attenzione di Ragnor verso un recinto dove
pascolavano delle pecore.
- Che c’è? – gli chiese Viola allarmata.
- Quello è il mio cavallo. – le rispose l’uomo.
Viola non poté chiedergli altro perché Ragnor si diresse a grandi passi verso la casupola più
vicina al recinto. Un uomo dalla barba grigio biancastra era uscito sotto il portico. Viola s’irrigidì
rendendosi conto che quel’uomo era identico a Pietro, il pastore tanto ospitale che l’aveva messa in
guardia sui cacciatori.
- Chi va là? – chiese il presunto antenato di Pietro sulle difensive: - Cosa volete cavaliere? -
L’ospitalità non sembrava essere un tratto di famiglia.
Ragnor si fermò a pochi passi dall’uomo e Viola lo raggiunse ansando: - Il mio nome è
Ragnor, Signore di Villacorta. Il cavallo che avete nel vostro recinto è mio buon uomo. –
L’uomo si toccò la barba arruffata, la moglie nel frattempo era apparsa dietro alle sue spalle.
La donna che indossava una lunga tunica di lana grezza fece da parte suo marito e si dimostrò molto
più affabile del primo.
- E’ possibile cavaliere, - disse la donna, - abbiamo trovato la bestia tre giorni fa che vagava
per i boschi. Ma chi ci assicura che voi siate che dite di essere?-
Ragnor sfoderò la sua spada e ne mostrò l’elsa ai due sposi. Il marito impallidì mentre i suoi
anziani occhi si posavano sullo stemma della casata del loro signore.

Pochi minuti più tardi Viola osservava con circospezione lo stallone nero dinnanzi a lei, non
sembrava affatto una bestia docile ma Ragnor lo bardava con sicurezza. Con uno strattone gli
strinse la cinghia di pelle della sella sotto la pancia, poi il cvaliere montò in sella con un balzo
elegante e le tese una mano invitandola a salire.
- Su, Viola, non siate reticente. – la incoraggiò vedendo il suo sguardo perplesso.
La ragazza accettò la sua mano e fu letteralmente issata sul dorso dell’animale, il braccio di
Ragnor le cinse con sicurezza la vita.
- Che il Signore vi protegga Vostra Signoria. – si raccomandò il contadino. La sua sposa
rivolgendosi invece a Viola le tese un involucro, doveva contenere del cibo.
- Non abbiamo molto ma ce ne separiamo volentieri per voi e il nostro signore. – le spiegò la
donna. Viola annuì ringraziandola e la donna ricambiò con un sorriso sdentato. Ragnor le aveva
detto il vero, era un signore rispettato a cui andava la devozione del suo popolo.
- Ah! - incitò il cavallo Ragnor.
Viola si tenne al suo petto mentre il cavallo sfrecciava verso valle, nero e possente come il
cavaliere che lo guidava.

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Era pomeriggio inoltrato quando raggiunsero la pianura. Il cavallo procedeva lento e
orgoglioso tra il bosco, ma la lunga camminata cominciava a sfiancarlo e Ragnor rallentò
maggiormente l’andatura permettendogli di riposare.
Viola già da tempo aveva perso la forza di reggersi degnamente nel tentativo di non finire in
braccio a Ragnor e ciondolava ad ogni passo del cavallo. Solo l’inquietudine le permetteva di non
addormentarsi sfinita.
- Dormite se volete. – le disse Ragnor e il suo petto vibrò. – Non abbiate timore di usarmi
come guanciale. Siete stanca. -
Viola si scostò lentamente: - Non ci riuscirei. –
- Sento che siete turbata. – commentò lui.
Viola sorrise colpita che lui fosse tanto sensibile nei suoi confronti, quando lei invece non
riusciva minimamente a scrutargli dentro: da quando lo aveva conosciuto non era mai riuscita a
sentire una sola volta i suoi pensieri. Con lui doveva dedurre tutto quello che pensava guardandolo
in viso e cercando di intravedere una qualche emozione dietro i suoi occhi di pietra.
- Senza lo specchio non posso tornare a casa. – disse Viola in un sospiro, ma il suo tono non
era quello di una lamentela, sembrava stesse solo accettando l’idea.
- Mi sono già offerto di sposarvi una volta Viola, - le ricordò lui e lei resistette alla tentazione
di voltarsi e scrutare cosa dicessero i suoi occhi grigi: – mi prenderò cura io di voi. Non dovete
temere di vivere di stenti. -
La ragazza dapprima evitò di sentirsi lusingata da quel offerta dettata dall’onore e poi
s’infuriò.
- Anche io avevo una vita, - gli disse indignata torturando con le dita la criniera del cavallo: -
degli amici, dei parenti che si chiederanno che fine io abbia fatto. Penseranno che io sia morta. –
Il cavaliere stette in silenzio, lei si voltò e capì che il silenzio di Ragnor era solo
comprensione.
- Mi dispiace avervi offesa, non credevo aveste una famiglia se vivevate lassù tra i monti. –
Viola si calmò e tornò a guardare il sentiero dinnanzi a loro.
- Ero lì solo in vacanza, per stare un po’ da sola. – gli spiegò
Ragnor avrebbe voluto saperle dire qualcosa che la confortasse, ma nessuna promessa poteva
essere abbastanza concreta da risollevarle il morale. Non poté far altro che abbracciarla per
trasmetterle il conforto che avrebbe voluto darle.
Viola sentì il petto di Ragnor che le si poggiava contro la schiena mezza girata, il suo respiro
le bruciava una guancia. Sulle sue labbra c’era un leggero sorriso, Viola non rimase lungo a
guardarlo perché le sue braccia la guidarono delicatamente contro il suo petto aprendo i lembi del
suo mantello e facendole poggiare il capo contro la sua spalla. Quel gesto così intimo la fece sentire
improvvisamente bene, tra le sue braccia si sentì protetta e al sicuro, non che prima avesse avuto
paura, ma Ragnor era così risoluto e forte che pensare di essere tra le sue braccia la faceva sentire in
un posto lontano e al sicuro da tutto quello che la circondava. Lui l’avvolse nel suo stesso mantello
e Viola gli poggiò il capo contro il petto sospirando. Ora capiva perché le dame di una volta
montavano all’amazzone così come stava facendo lei: quella protezione permetteva alla dama di
lasciarsi andare contro il petto forte del suo cavaliere, che avvolgendola tra le braccia la riparava dal
freddo e dal pericolo.
- Ti faccio male? – chiese preoccupandosi della spalla dell’uomo, mentre vi accomodava
meglio capo.
– Pesate come un uccellino e la ferita non mi fa più alcun male. – la rassicurò il cavaliere.
Il profumo della sua pelle calda la investì quando gli sfiorò il collo con il naso gelato.
Ragnor non fece una piega.

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Viola pensò di chiedergli scusa ma lui la precedette: - Non chiedetemi scusa, non era poi così
ghiacciato. –
Lei si portò istintivamente una mano al naso, faceva così freddo lì nel bosco che il suo naso
doveva essere rosso rubino.
- Dovremmo fermarci per la notte. – le comunicò Ragnor.
- Qui nel bosco? – chiese allarmata.
Ragnor rise e il suo petto ampio su cui poggiava un orecchio vibrò.. – Vi ho spaventata? –
Viola ringraziò quella posizione che non permetteva a Ragnor di vederla in viso e capire
quanto era imbarazzata:
- Veramente l’idea di dormire all’aperto non mi attira molto. –
- Ci fermeremo al villaggio qui vicino. Lì sarò riconosciuto e potremo alloggiare alla
locanda.-
Dopo qualche istante solo gli zoccoli del cavallo scandirono lo scorrere del tempo. Viola
pensò che presto sarebbe caduta in un dolce sonno contro il petto del “suo” cavaliere. I sogni che
l’attendevano le si affollavano già davanti agòi occhi. Il bosco prima così gelido e ombroso sembrò
tingersi d’oro e dalle piante sbocciarono decine di fiori colorati morbidi come petali di pesco. L’aria
profumava e gli uccelli erano tornati a cantare, sotto gli zoccoli di Unno il sentiero fioriva di falcata
in falcata, diventando dolce e privo di asperità.
Ragnor allibito fermò la cavalcatura, ma Viola si stava già addormentando e non si rese conto
che il bosco attorno a loro si era tramutato nel luogo incantato che aveva creato nei suoi sogni. Il
cavaliere si fermò a contemplare l’incanto attorno a lui, Viola tra le sue braccia dormiva
inconsapevole.
Ragnor si sentì colpito, non tanto dalla stregoneria che lo circondava, quando dalla sua
bellezza, dalla dolcezza di quel desiderio nato da Viola. Solo una strega gentile come lei poteva
creare qualcosa di tanto.. celestiale. Era impossibile credere che quella giovane così bella ed eterea
fosse una strega ed eppure lo era e come tutte le streghe doveva avere un cavaliere, ovvero lui.
Ragnor non aveva mai davvero preso quella decisione prima, perché non c’era stato affatto bisogno
di prenderla. Già da subito si era offerto di essere il suo cavaliere proteggendola, ma giunti a
Villacorta avrebbe annunciato che Viola era la sua strega e lui il suo cavaliere. In quella sua
decisione c’erano molte motivazioni: in primo luogo per onore doveva riconoscenza a Viola e in
secondo luogo sarebbe stato troppo contrariato affidandola ad un altro cavaliere che non fosse lui.

Era già notte quando Ragnor fermò il cavallo davanti alla stalla sul retro di quella che doveva
essere la locanda e un ragazzetto che dormiva su un covone di paglia gli corse incontro scoprendosi
stalliere. Viola si destò lentamente stropicciandosi gli occhi e Ragnor la aiutò a scendere da cavallo.
Lei poggiò i piedi a terra sentendo ogni singolo muscolo del corpo indolenzito e rimase lì ferma in
silenzio mentre Ragnor affidava Unno alle cure del giovane stalliere. Quando ebbe finito si lasciò
condurre esausta verso l’ingresso della locanda.
L’interno era affollato e odorava di cera, fumo e buon cibo. Viola ancora assonnata tentò di
mettere a fuoco la gente lì dentro e vide un uomo rosso e rubicondo, comparire da dietro il bancone.
Indossava una tunica marrone e dei calzari di pelle.
- Vostra Signoria! - s’inchinò esordendo e tutti i presenti tacquero.
Molti si resero conto di essere al cospetto del loro signore vedendolo per la prima volta. Viola
sentì gli occhi dei presenti puntati addosso a loro.
- I cavalieri vi credevano morto!- annunciò l’oste. – Sono passati tre giorni fa portando la
notizia che Endora vi aveva tramutato in falco. -
- E’ così è stato. – spiegò Ragnor prendendola per un braccio. – Io e la mia signora abbiamo
bisogno di camere per la notte, poi ripartiremo per Villacorta. -

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In quel momento dalle scale di legno del piano superiore scese un cavaliere che recava gli
stessi colori di Ragnor. Viola si fermò a guardarlo perché sentì i suoi pensieri:
“ Ragnor, il signore sia ringraziato!”
- Sir Ragnor! Il signore sia lodato! – disse pressappoco il cavaliere biondo poco dopo.
Viola vide Ragnor andargli incontro e scambiare con l’uomo un cameratesco abbraccio.
- Vostro fratello vi credeva già perduto! – disse l’uomo dando l’ultima pacca sulle spalle del
suo signore: - Come avete fatto a liberarvi? Ulfric aveva già mandato cento cacciatori ad abbattere
tutti falchi neri della regione. -
Ragnor si volse verso di lei: - La mia salvatrice è questa strega, Marzio, ma è una storia lunga
e la mia signora è stanca. –
Viola gli scoccò un’occhiataccia: “Come ti sei permesso di presentarmi a tutti come
‘Strega’?” Ragnor intercettò la sua occhiataccia, ma lei non rimase a leggere cosa gli vedesse nello
sguardo. I pensieri dei presenti, infatti, le si proiettarono addosso essendo lei ora la principale
attrazione.
“Una strega! Il signore ci perdoni!”
“Sir Ragnor ha sempre odiato le streghe”
“Pensavo che fosse la sua amante.”
“Grande, ora anche noi abbiano una strega.”
“Strega? Dovrebbero legarla al palo in piazza e darle fuoco subito.”
“Quella megera si sbatte sua signoria!”
Viola sarebbe stata soffocata da tutto quel trambusto, se Ragnor non l’avesse sorretta
riparandola con il suo braccio da tutti quei pensieri.
L’oste si fece largo con un mazzo di chiavi: - La camera per la Strega è già pronta Sir
Ragnor.-
Due giovani ragazze comparvero dietro di lui e le fecero strada su per le scale. Viola lanciò
un’occhiata dubbiosa a Ragnor che continuando a sorreggerla la guidò su per le scale. Quando
arrivarono sul pianerottolo lui le sorrise di nuovo.
- Adesso andate con queste ragazze, - le spiegò. – Vi faranno un bagno caldo e vi daranno dei
vestiti puliti. –
Viola avvampò: come, l’avrebbero lavata?
Ragnor annuì comprensivo. – Voi siete una signora qui Viola e come tale dovete essere
trattata, devono essere dei servitori ad occuparsi di voi. -
La ragazza non contestò oltre: - Penso di essere abbastanza pigra per potermene abituare per
un breve periodo. -
Ragnor le face cenno di andare. – Ci vedremo a cena. -
- Venite signora, la vostra stanza è qui alla vostra destra. – la invitò una delle due ragazze.

Viola troppo sconcertata dagli eventi si lasciò andare alle cure che le due ragazze avevano
verso di lei. Insistettero perché facesse un bagno caldo prima della cena e accesero per lei il camino,
invitandola a stendersi sul letto. Viola non contestò, forse si addormentò quasi quando le due
ragazze uscirono andando a prendere la tinozza per farle il bagno.
- Signora Strega il bagno è pronto. -
Viola si riebbe sentendosi chiamare ancora una volta in quel bizzarro e raccapricciante modo.
Si alzò accennando a spogliarsi, ma le due ragazze non se ne andarono. Si rese conto di aver
bisogno del loro aiuto quando scoprì che il corsetto che indossava aveva degli inapribili lacci sulla
schiena e una ragazza venne a slacciarglieli ancora prima che lo chiedesse.
Viola sentiva con esattezza i loro pensieri e rimase sorpresa dal fatto che le due ragazze
avevano paura di lei, ma per dovere la riverivano e sotto sotto la invidiavano anche un po’. Non

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volle chiedersi il perché di tutte quelle sensazioni che suscitava nelle ragazze e tentò di non pensare
a loro mentre si levava anche la biancheria e entrava nella tinozza di rame ricolma d’acqua fumante.
La sensazione di benessere fu immediata. Le due ragazze che gli avevano voltato le spalle mentre si
spogliava, tornarono ad avvicinarsi a lei e alla tinozza.
- Quale fragranza preferite mia signora? – s’informò la rossa delle due, mostrandole una
scatola ricolma di boccette.
- Non saprei. Cosa mi consigliate? – tentennò Viola.
Lei due si guardarono sorridendo. La mora rise: - A voi Signora Strega non serve un profumo
per attrarre un uomo, sceglietene uno qualunque. –
Viola arrossì.- Cosa state insinuando? –
Le due ragazze si impaurirono ma cercarono di non darlo a vedere, la più grande delle due, la
rossa le sorrise unendo le mani che le tremavano.
– Marta non voleva offendervi signora. – si scusò per la sorella bruna. – Volevamo dire che
noi vi invidiamo perché potete fare innamorare qualunque uomo di voi. –
Viola finalmente capì e sorrise alle due ragazze. In quell’epoca lei era una Strega a tutti gli
effetti. Non poteva aspettarsi altro dopo che Ragnor l’aveva pubblicamente definita una strega.
- Non mi sono offesa e non dovete avere paura di me. – gli disse, gli strizzò l’occhio.
Marta le fece un sorriso così ampio che quasi si mise a ridere: - Davvero? -
- Certo. -
Andarono a prendere degli abiti puliti che avevano riposto sul tavolo e glieli mostrarono:
- Abbiamo scovato questi per voi. – le disse la rossa, mostrandole una ricca veste: - Il vestito è
della vostra taglia, ma non è elegante quanto dovrebbero essere per voi. - .
Viola si ritrovò a fissare una bellissimo abito di velluto blu notte orlato di pizzo argento, le
sembrava un sacrilegio indossarlo per andare a cavallo il giorno successivo.
- Vi piace? – le chiese Marta.
– E’ magnifico. - la rassicurò iniziando a uscire dalla vasca. Le due tornarono ad
affaccendarsi ad altro e lei si avvolse in un telo. Marta venne ad asciugarle i capelli con un altro
panno.
- Che bei capelli avete signora. – commentò la ragazza. – Sono così biondi e morbidi. -
- Farete sicuramente girare la testa a Sir Ragnor. -
Viola arrossì, era così evidente che gli sarebbe piaciuto essere bella agli occhi di Ragnor?
- Vi ho messo in imbarazzo signora? – si scusò Marta.
Sua sorella l’ammonì: - Smettila di tormentare la Signora Strega, Marta! –
La ragazza sbuffò: - Ma la nostra signora è così fortunata, Sir Ragnor è il suo cavaliere. –
La rossa tornò ad inviperirsi: - Vi prego signora, non badate a quella sciocca di mia sorella,
come tutte le giovani ragazze nutre una sciocca infatuazione per Sir Ragnor. –
Marta le sorrise prima di voltarsi e lasciarla vestire in privato. Viola ancora rossa in viso,
pensò a Ragnor così come gli era stato dipinto: l’idolo di tutte le giovani in età da marito. Uno
strano sentimento si agitò nel suo stomaco, forse era troppo precoce definirlo gelosia.

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LA NUOVA VITA DI VIOLA LA STREGA
Quando Viola fu finalmente vestita e pettinata dalle due sorelle, le fu portato davanti un
grande specchio rettangolare. Vedendosi le mancò il fiato. Ebbe la netta sensazione di stare fissando
il ritratto di una sua antica antenata. I capelli erano stati intrecciati con cura in una crocchia
elaborata da cui scendevano delicati boccoli biondi che contrastavano con il bellissimo abito blu
notte. Una generosa scollatura quadrata metteva in mostra i suoi seni premuti in alto da un corsetto
troppo stretto e le sue guance avevano un dolce colorito roseo.
- Siete bellissima. – la rassicurò Marta. Non ce n’era affatto bisogno. Viola forse non si era
mai sentita così bella.
Qualcuno bussò alla porta, le due ragazze affrettandosi andarono a disporsi accanto all’uscio
aspettando qualcosa. Viola si rese conto che doveva essere lei a dire: - Avanti! –
Ragnor lavato e cambiato entrò nella stanza seguito da altri due servi che portarono dentro le
pietanza della cena. Il cavaliere si fermò al centro della stanza braccia conserte e le cameriere
sparirono alla sola alzata del suo sopraciglio, i servitori in due. Rimasero soli e Ragnor si soffermò
a fissarla così agghindata. Anche lei prese tempo a fare la stessa cosa.
Ragnor ora indossava una corta tunica nera e blu, le sue gambe erano coperte da quella che
poteva definirsi una calzamaglia molto spessa e attorno ai suoi fianchi era stretta un’alta cintura di
pelle nera, dalla quale ora non pendeva la sua spada. Una pregiata pelliccia nera gli faceva da
mantello.
- Così siete ancora più bella Viola. – le disse lui.
Lei non poté impedirsi arrossire, mentre pensava la stessa cosa di lui.
- E’ la cena? – chiese indicando il tavolo velocemente apparecchiato.
Lui annuì: - Pane, zuppa di asparagi, pollo arrosto e patate alla brace, pensavo avreste
preferito cenare nella vostra stanza piuttosto che mescolarvi alla gente giù nella sala.. –
Viola sentì il suo stomaco produrre un gioioso brontolio: non mangiava nulla dalla sera prima.
Anche Ragnor doveva essere ancora a stomaco vuoto.
- Hai avuto un ottima idea Ragnor, mangiamo allora, devi essere affamato anche tu. –
Lui si sedette e servì entrambi.
- Hai avuto buone notizie? – gli chiese mentre le versava anche del vino.
- Ottime, - disse lui sorridendo: - siamo tornati solo tre giorni dopo la mia scomparsa e
l’esercito di Ulfric non è nelle condizioni di muovere attacco verso Villacorta. Mio fratello Wulf lo
ha sconfitto sul Breno. -
Viola annuì capendo solo allora una cosa: - Il tuo feudo è in guerra? –
Ragnor rise e nei suoi occhi si accese una luce fiera, forse era il ricordo delle battaglie.
- Contro Ulfric di Offlaga e la sua strega lo è sempre stato, ma le battaglie interessano solo i
paesi di confine. Morto quel barbaro non ce ne saranno altri. -
La ragazza preferì non approfondire l’argomento. – Dove pensi possa essere finito il mio
specchio?-
Ragnor si alzò nelle spalle mentre mangiava una coscia di pollo con la forchetta.
- E’ possibile che in quest’ epoca non sia ancora stato creato o appartenga a qualcun altro. -
Viola riuscì a non disperarsi ingollando una buona sorsata di vino, quando depose il bicchiere
Ragnor glielo riempì di nuovo.
- Un buon bicchiere di vino vi aiuterà a rilassarvi. – le disse sorridendo. – Non crucciatevi con
i vostri problemi anche stasera. -
Viola annuì e prese il suo calice portandoselo alle labbra
- Forse un po’ di vino mi farà dormire meglio. – Commentò dopo averne bevuta una sorsata.

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Ragnor si rimise a magiare, ma lei non poté far altro che spiluccare dal suo piatto:
l’agitazione per tutto ciò che le stava accadendo era ancora così tanta da chiuderle lo stomaco.
Ragnor seduto dinnanzi a lei continuava a guardarla di tanto in tanto, come se lo divertisse bearsi
della sua vista.
- Come siete diventato il signore di Villacorta? – gli chiese per rompere il silenzio.
Ragnor finì di masticare il boccone di pollo e le rispose:- Il precedente signore di Villacorta
morì senza avere eredi e il fuedo mi fu donato dal Principe Aslar in compenso ai miei servigi. –
L’ammirazione di Viola verso Ragnor non poté che aumentare ancora a quella scoperta: si era
guadagnato tutto ciò che possedeva combattendo per il signore di quella marca dell’impero e si era
guadagnato con il suo valore le terre e il nome che possedeva.
- E’ da molto che sei un cavaliere? – s’incuriosì di nuovo Viola.
Ragnor poggiò i gomito sul tavolo congiungendo le mani, posò il mento sulle nocche delle
sue mani. - Sono stato destinato già dalla nascita a diventare cavaliere, - le spiegò mentre lei beveva
dell’altro vino. - per un figlio bastardo come me l’unica strada per avere onore è diventare
cavaliere.-
Viola sorpresa non poté impedirsi di chiedere: - Siete un figlio illegittimo? –
Capì dall’espressione di Ragnor che parlare della cosa non lo turbava affatto, forse l’idea di
essere partito da così in basso per guadagnarsi tutto da solo lo rendeva maggiormente orgoglioso.
- Mio padre era un ricco feudatario e mia madre una fantesca del suo palazzo, quando fui
abbastanza grande mio padre mi fece prendere come scudiero da un nobile suo amico e poi divenni
cavaliere. Avevo diciotto anni quando venni investito. -
- E ora ne hai? – continuò a fare domande Viola.
- Vent’otto. – rispose lui tornando a mangiare. – E voi? Nel mio tempo dovreste esservi
sposata già da qualche anno se foste una normale fanciulla. -
Lei arrossì sentendosi per la prima volta vecchia, nella sua epoca vent’anni erano decisamente
pochi, ancora una ragazzina. – Ne ho venti. – rispose mentre dalle sue guance spariva un leggero
rossore.
- E cosa facevate nel vostro tempo? – le chiese lui prendendosi il tempo per conoscere la sua
vita come aveva fatto lei.
- Beh.. – incominciò Viola, - sono una ragazza come tutte le altre, vivo con la mia famiglia e
studio all’università. – davanti all’occhiata perplessa di Ragnor gli spiegò: - Nella mia epoca a tutte
le donne è concesso di studiare e l’Università è la scuola dove si può avere il più alto livello di
istruzione raggiungibile. -
- Quindi siete anche erudita. – commentò Ragnor, come a darle un pregio che non le
sembrava affatto di possedere.
- Credo si possa dire si… - concordò Viola timidamente.
- Sapete leggere? Scrivere? Fare di conto? – s’informò nuovamente lui, sembrava davvero
interessato.
- Certo. – rispose sorpresa Viola.
Ragnor sembrava compiaciuto: - Siete molto più erudita della maggior parte dei miei
attendenti allora. -
- Forse, - incominciò Viola: - al tuo castello potrei rendermi utile a fare qualcosa. -
Lui le sorrise: - Non vi metterei mai a fare il lavoro di uno scrivano. Al mio castello sarete la
mia strega e sarete servita e riverita come una signora.
Viola alzò un sopraciglio scettica: - La tua strega? –
Ragnor che stava bevendo dal suo calice lo depose sul tavolo.
- Ovviamente. – ripeté. – Ogni Strega deve avere un cavaliere e io sarò il vostro. –

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Lei non trovò niente da ribattere mentre incrociava gli occhi grigi di lui, pensò anche era
incredibilmente bello, ma questo non era un pensiero nuovo.
- Mangiate qualcosa. – le suggerì lui: - Se non mettete qualcosa nello stomaco il vino vi farà
girare la testa. -
Viola obbedì mangiando un pezzetto di pane e considerò che se la testa le girava la colpa era
anche in gran parte sua. Ragnor cominciava ad avere troppa presa su di lei e ormai erano
innumerevoli le volte in cui si era chiesta come sarebbe stato essere baciata da lui.

Quando ebbero finito di mangiare Viola non aveva mangiato poi molto e il vino la faceva
sentire leggera come una piuma. Le sue gambe erano sciolte quando alzandosi andò sedersi sul
bordo del letto e si stiracchiò.
- Sono esausta. – disse lasciandosi cadere all’indietro al cavaliere seduto al tavolo.
Ragnor non era riuscito a staccarle gli occhi di dosso per tutta la cena ed ora che lei era andata
ad adagiarsi così sensualmente sul letto, un turbinio di pensieri lussuriosi gli si agitò in testa.
Viola stesa su un letto era un’immagine troppo allettante perché lui non ne fosse colpito.
Dandosi dello sciocco e dell’ingrato si alzò andando a riporre della legna sul camino. Rimase
qualche istante a fissare le fiamme che lambivano la legna nuova, ma i suoi pensieri erano diretti
alla delicata fanciulla distesa sul letto alle sue spalle.
Era inutile mentire: si sentiva attratto da quella giovane strega, dapprima le aveva chiesto di
sposarlo per sdebitarsi del suo aiuto e della sua gentilezza, ma ora anche se lei aveva rifiutato si
ritrovava a desiderarla carnalmente. La voglia di baciare le sue labbra rosee cominciava ad
ossessionarlo e il suo profumo ed i suoi occhi così dolcemente viola lo inebriavano. Forse avrebbero
dovuto sposarsi lo stesso.
Ragnor si voltò e si avvicinò al letto. Viola stranamente tranquilla lo fissava sorreggendosi la
testa con una mano per mezzo riversa sul letto. Non sembrava per nulla imbarazzata da quella
situazione, lui non se ne stupì troppo ben sapendo che Viola non era una ragazza comune, ma una
giovane proveniente da un’epoca dove gli usi e i costumi erano molto più liberi ed aperti. Per questo
non si scandalizzò quando lei batté sul materasso con la mano invitandolo a sedersi con lei.
Ragnor si sedette e lei rotolò su un fianco girandosi verso di lui.
- Comincio a pensare che il vino vi abbia dato davvero alla testa. – commentò il cavaliere
quando incrociò i suoi occhi del colore dell’ametista.
- No, è che sono tanto stanca. – si lamentò lei mettendo una specie di broncio: - Non voglio
che vengano di nuovo quelle due ragazze a spogliarmi. –
Viola sapeva di stare giocando con il fuoco, solo il vino le aveva dato il coraggio di creare
quella situazione, ma ora che si accorgeva di aver suscitato la fantasia erotica del cavaliere, non
poté fare a meno di arrossire.
L’idea di aiutarla in prima persona a spogliarsi doveva già aver attraversato la mente del
cavaliere quando le sorrise scivolando accanto a lei fino a sfiorale un fianco con il petto.
- Non volevo chiederti di sostituirle. – lo informò Viola troppo stanca ed alticcia per
muoversi, ma non abbastanza per non prendersi il tempo per contemplarlo. Il suo viso bello come
una statua era a pochi centimetri da lei.
– I vostri occhi sembrano dire il contrario. – le fece osservare lui.
Viola capì che Ragnor intendeva baciarla: i suoi occhi le bruciavano ardenti la pelle che
sfioravano.
Il cavaliere vide le sue guance farsi scarlatte e capì che lei voleva quel bacio quanto lui, la sua
timidezza era l’unica cosa che la frenava dal sollevarsi e baciarlo a sua volta. Le accarezzò il
contorno delle labbra con il pollice: - Mi siete cara Viola e vi trovo incredibilmente bella.. –
Viola sentì il suo respiro farsi più veloce.

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Il suo pollice venne presto sostituito dalle sue labbra morbide e sottili che sfiorarono le sue
con delicatezza. Il suo cuore aveva appena cominciato a battere più forte quando qualcuno bussò
alla porta.
– Dannazione. – imprecò Ragnor ritraendosi.
Viola riaprì gli occhi dispiaciuta, mentre quel breve contatto veniva subito interrotto. Lo
sguardo esasperato di Ragnor che corse alla porta lasciava intuire la sua stessa delusione. Il
cavaliere si alzò e portatosi lontano dal letto disse: - Avanti. –
L’uomo che prima era stato tanto entusiasta della comparsa di Ragnor entrò nella stanza, forse
capì di avere interrotto qualcosa.
- Entrate Sir Marzio mi ero dimenticato di avervi detto di venirmi a chiamare. -
Il cavaliere annuì e si volse verso di lei aspettando di essere presentato, era biondo e vigoroso
quasi quanto Ragnor, anche se più longilineo.
-Vi presento Sir Marzio, Viola, - fece le presentazioni Ragnor, mentre lei scivolava giù dalla
sponda del letto: - è uno dei miei migliori cavalieri e domani viaggerà con noi fino a Villacorta. –
- Marzio, costei è la Strega Viola, la dolce fanciulla che mi ha tratto in salvo. -
La ragazza sorrise all’uomo cercando qualcosa di adatto da dire, pur fulminando con lo
sguardo Ragnor che continuava imperterrito a spacciarla per una strega.
- Piacere di conoscervi cavaliere.- disse in un sospiro.
Ragnor alle spalle del cavaliere le fece cenno di fare un inchino e lei dopo un secondo di
dubbio eseguì. Sir Marzio ricambiò l’inchino:
- Piacere mio, mia signora. Senza di voi avrei perso il mio sire. -
Viola non sapendo cosa fare sorrise.
Il signore di Villacorta si schiarì la voce e Sir Marzio gli lasciò il campo.
- Ora vi do la buona notte mia signora, - le disse il cavaliere biondo. – A domattina. -
Sir Marzio uscì dalla stanza e Ragnor le tornò vicino:
- Sarete stanca dopo il lungo viaggio, vi lascio riposare. Se avete bisogno di qualcosa mandate
una delle guardie a chiamarmi. Domattina manderò le serve a svegliarvi. -
- Guardie? – chiese Viola perplessa.
- Non dormirei sonni tranquilli se non vi sapessi sorvegliata e al sicuro. – gli spiegò lui
sfiorandole la guancia con le nocche. Viola lasciò che lui le sfiorasse il viso abbassando gli occhi e
considerò che in quell’epoca la prudenza non era mai troppa: le guardie forse non erano necessarie,
ma non le avrebbe fatte mandare via.
- Okay per le guardie, ma.. -
Ragnor al interruppe: - Okay? – ripeté.
Viola capì di aver usato un lessico a lui incompressibile.
- Sono d’accordo per le guardie, ma non voglio che tornino le due ragazze a spogliarmi.
Aiutami solo a slacciarmi il corsetto, lo odio questo coso. -
Ragnor era un uomo troppo fatto e maturo per imbarazzarsi di qualcosa, ma i suoi occhi
assunsero un’aria che lo sembrava molto. Le sorrise abbandonando ogni remora:
- Giratevi, Marzio mi attende e ho poco tempo. -
Viola ubbidì e si voltò scostando i lunghi capelli biondi.
Ragnor cominciò ad aprire la lunga fila di piccoli bottoni dell’abito dall’alto. Quando finì, le
sue dita attaccarono i lacci del bustino che stava sopra la camiciola.
- Sei bravo. – si complimentò Viola, sorpresa della sua perizia e velocità nel svolgere quel
compito, si domandò se era l’abitudine ad averlo reso così pratico in quel genere di cose.
- Sto tentando di concentrami. – si lamento il cavaliere, - non fatemi complimenti di alcun
genere. -

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Viola rise argentina, improvvisamente si era dimenticata di non essere nel suo mondo, nel suo
tempo.
- Vuoi dire che ti distraggo?- gli chiese anche se non ce n’era alcun bisogno.
Ragnor finì di slacciarle il corsetto e allontanò a malincuore.
- Distrarreste anche un santo Viola. – le disse prendendo il pomello della porta.
- Buona notte Ragnor grazie per l’aiuto. –
- Buona notte a voi Viola, a domattina. -
Viola lo lasciò uscire, guardando solo per un secondo le sue spalle ampie mentre si avvicinava
a Sir Marzio, lì ad aspettarlo sul pianerottolo.
Chiuso il battente la ragazza ci si appoggiò contro con la schiena sospirando, un sorriso
scioccherello le increspava le labbra. Ormai era ben consapevole di aver preso una cotta per
Ragnor, non poteva esserle altrimenti se adesso mentre tornava a guardare il letto il cuore le batteva
così veloce. La sola idea di cavalcare ancora stretta tra le sue braccia l’indomani la faceva arrossire.
- Sono pazza a pensare a queste cose in un momento del genere. – si rimproverò, mentre
andava verso il letto.
Con rapide mosse si tolse la veste, appoggiandola con cura su una sedia e si levò anche il
corsetto lasciandolo cadere a terra sul tappeto scendiletto. Di una cosa era certa: l’indomani non
avrebbe più indossato quel bustino infernale. Scostò le coperte che profumavano di lavanda e
s’infilò nel letto stanca come non mai, come poggiò il capo sul cuscino sentì le palpebre pesanti e lo
sfrenato desiderio di abbandonarsi al sonno.

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IL CUCCIOLO DI…
Viola uscì dalla porta della locanda riparandosi con una mano dalla luce del primo mattino.
Quando i suoi occhi si abituarono al cambiamento ebbe modo di vedere il villaggio in cui era finita
alla luce del giorno. La visione le era già apparsa in sogno e grazie a quella seppe dove cercare
Ragnor.
La strada brulicava di gente e bancarelle, numerosi carri e carretti si affollavano per la strada e
le botteghe erano aperte. Nello spiazzo antistante alla locanda si erigeva la bottega del fabbro. Poco
più a destra accanto ad un orto erano in attesa dei cavalieri sulle loro cavalcature, tra loro c’era
anche Sir Marzio. Ragnor li stava raggiungendo in quel momento conducendo Unno per le briglie.
Si fermò davanti ai suoi soldati e alzò il braccio destro portandosi le dita alla tempia in un saluto
militaresco. Viola non poté evitare di sorridere alla vista di come lui sembrasse scuro ed autoritario
là tra i suoi uomini.
La pelliccia che portava, corvina come i suoi capelli, riluceva sotto i raggi del sole del mattino
come se si potesse parlare di nero lucente e la sua spada, cupa minaccia per chi sfidava la sua
autorità, creava una sorta di allegoria del bagliore metallico dei suoi occhi. Il cavaliere si accorse
del suo sguardo e lasciando ad uno stalliere Unno, si diresse da lei. Viola uscì dal patio della
locanda sorridendogli quando lui le si fermò dinnanzi.
Molti dei presenti li guardavano curiosi, Viola non poté che parlargli a beneficio degli
ascoltatori.
– Buon giorno, Sir Ragnor. –
- Buongiorno a voi mia signora, siete pronta per la partenza? – le rispose lui mettendosi al suo
fianco per poi porle il braccio.
- Certamente. – rispose lei, accettando l’offerta. Lanciò un’occhiata ai cavalieri lì attorno e
aggiunse: - .. e voi? -
Ragnor sorrise, fermandosi accanto ad Unno:
- Non vedo l’ora di rivedere il mio castello dopo tanto tempo. –
Sir Marzio a cavallo di uno stallone pezzato si avvicinò a loro: - Buongiorno mia signora. -
- Buongiorno Sir Marzio. – rispose lei adocchiando l’uomo che smontava da cavallo.
Il cavaliere biondo si rivolse a Ragnor: - Quando volete partire i soldati sono pronti. –
Il signore di Villacorta annuì.
– Possiamo partire immediatamente, allora. – Poi volgendosi a lei disse: - Vi aiuto a salire a
cavallo.–
Viola arrossì mentre lui prendendola per i fianchi la depose direttamente sulla sella. La sua
pelliccia svolazzò nell’aria per un secondo mentre lui montava in sella con un rapido balzo. Le
lasciò il tempo per accomodarsi tra le sue braccia, poi affondò gli stivali nei fianchi del cavallo
portandolo in testa al gruppo di cavalieri. Viola rimase in silenzio mentre Ragnor impartiva gli
ordini di dovere, quando furono in marcia da qualche minuto tornò a parlargli.
- Non credevo ci avrebbero scortato così tanti cavalieri. – commentò.
Ragnor scosse la testa sorridendo, qualcosa aveva suscitato la sua ilarità.
- Sono soldati, - le spiegò lui. – non basta avere un cavallo e una spada per essere dei
cavalieri. -
Viola avrebbe voluto giustificarsi a tono, ma le orecchie di Sir Marzio che cavalcava lì vicino
la spinsero ad adottare un linguaggio adeguato:
- Qualunque cosa siano, non pensavo saremmo stati in così tanti a viaggiare verso il vostro
castello.–

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Ragnor si alzò nelle spalle: - In quanto signore di questo feudo sono solito viaggiare con una
scorta armata. –
Viola intuì che era una sorta di prassi, ma volle accertarsene. – Corriamo qualche pericolo
durante il viaggio? –
Il cavaliere scosse il capo in senso di diniego: - I cavalieri di Ulfric non arrivano fino a queste
terre e a nessun bandito salterebbe in mente di attaccare dei cavalieri e dei soldati armati. –
- Capisco. – concluse Viola. – Ci metteremo molto ad arrivare? -
- Saremo a casa prima del tramonto. -

Viola gioì quando Ragnor annunciò che si sarebbero fermati per fare una sosta.
- I cavalli devono riposare. – le spiegò Ragnor. – E anche voi avete bisogno di sgranchire le
gambe.-
Raggiunsero un spiazzo d’erba illuminato dai raggi del sole seguiti dalla mezza dozzina di
soldati della loro scorta. Sir Marzio smontò da cavallo e Ragnor fece altrettanto aiutandola poi a
scendere. Viola appoggiò il tallone nella staffa e lasciò che lui le cingesse i fianchi depositandola a
terra. I suoi seni gli sfiorarono il petto e quel contatto le fece venire i brividi. Si aspettava che lui la
liberasse velocemente dal suo tocco, ma invece Ragnor continuò ad abbracciarle la vita.
Stupita Viola alzò il viso e nel farlo appoggiò le sue spalle contro il fianco caldo di Unno, il
sorriso di Ragnor era malizioso. Gli uomini lì attorno erano tutti occupati con il loro cavalli o con le
loro bisacce, per cui nessuno prestava attenzione a cosa stessero facendo loro.
- Stanotte vi ho sognata. – la informò Ragnor accarezzandole un ciuffo di capelli, le sue dita le
corsero lungo la guancia finendo a raggiunge il mento, che le alzò leggermente. Viola si ritrovò
incapace di distogliere lo sguardo dalle labbra del cavaliere.
- E cosa avete sognato? – gli chiese avendo orami adottato del tutto l’uso del voi.
Ragnor si guardò furtivo attorno per un istante, poi tornò a guardarla, la sua bocca virile era
piegata in un sorriso seducente.
- Un vero cavaliere non rivelerebbe mai sogni di un certo genere ad una giovane dama. -
A Viola mancò quasi il fiato a quella affermazione, per una volta però riuscì a impedirsi di
arrossire mentre lui la guardava negli occhi a quel modo. Il cuore prese a batterle più velocemente
mentre supponeva che Ragnor avesse sognato di fare l’amore con lei. In realtà Ragnor l’aveva
sognata seminuda, dolcemente distesa su un letto d’erba e fiori profumati e poi si era svegliato, ma
questo Viola non poteva saperlo. Un misto di imbarazzo, eccitazione e qualcos’altro di indefinibile
mosse il sorriso che rivolse al cavaliere: - Non sono poi così scandalizzabile come pensate. –
Ragnor fu colpito dalla sua audacia per cui decise di parlarle francamente.
- Vedete Viola, - incominciò lui scegliendo le parole giuste. - mi sono già offerto due volte di
sposarvi e voi mi avete rifiutato. -
La ragazza non riuscì a capire come mai lui le stesse parlando di matrimonio in quel
momento, che stesse provando a sedurla per convincerlo a sposarlo? Fino dove poteva arrivare il
senso dell’onore di quel cavaliere? Desiderosa di capire dove voleva andare a parare gli lasciò finire
il suo discorso.
- Ora però credo giusto farvi sapere che allora non avevo considerato appieno il fascino che
esercitate su di me. -
Viola si ritrovò a cambiare idea sotto il suo sguardo bruciante, anche se la conosceva poco
sapeva riconoscere la passione quando la incontrava e Ragnor era evidentemente affascinato da lei,
ora non era più solo l’onore a farlo interessare a lei.
- Alla lista delle buone motivazioni per cui potreste sposarmi, - continuò Ragnor: - credo
dovreste aggiungere anche il fatto che vi desidero. -

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La mente di Viola non seppe che riudire all’infinito quelle parole “..vi desidero.”, mentre le
sue guance si colorivano e la sua pelle assumeva il colore delle pesche mature.
Cosa doveva rispondergli? Cosa doveva dire quando non sapeva neppure cosa pensare?
Ragnor era bellissimo, fiero e coraggioso come poteva non desiderare di perdere la testa tra le sue
braccia? Ma sposarlo era tutt’altra cosa, lei veniva da un’altra epoca e stava cercando il modo per
andarsene.
- Forse vi ha offesa la mia proposta? Non mi gradite come uomo? – s’informò Ragnor
vedendola tentennare.
Lei s’irrigidì, il respiro tiepido dell’uomo le correva giù lungo la pelle del collo mettendole
brividi ovunque.
– No, - disse senza pensare.. cercando più spazio appoggiò le mani sul petto di Ragnor,
avrebbe voluto scostarlo leggermente, ma quando le sue dita toccarono quei muscoli il ricordo di lui
completamente nudo le si parò dinnanzi gli occhi. Le parole uscirono da sole: – siete molto bello. -
Ragnor sorrise, forse era la prima volta che lo vedeva davvero sorridere così pienamente. Le
sembrò ancora più bello, ma bello era un aggettivo troppo limitativo per definirlo. Il suo volto, la
sua intera figura trasmetteva un fascino oscuro, la sua forza sia fisica che interiore sembrava
trasparire da ogni suoi singolo lineamento e i suoi occhi di ghiaccio facevano tremare chiunque li
incrociasse, donna o uomo che fosse. Viola vide l’espressione dei suoi occhi e capì che lui voleva
baciarla, impossibile non riconoscere la lussuria dietro quegli occhi grigi.
Ragnor si guardò attorno furtivo prima di chinarsi su di lei e sfiorarle le labbra con le sue, la
punta della sua lingua le sfiorò il labbro superiore e Viola si sentì sciogliere, aprì gli occhi e capì in
primo luogo di averli chiusi e in secondo che non era stata lei a interrompere il bacio, ma Ragnor
che si era scostato da lei pronto a rivolgersi a Sir Marzio che si stava avvicinando dall’altro lato di
Unno.
Viola non rimase a sentire cosa si dicevano, si allontanò a grandi passi verso il bosco evitando
che la sua espressione tradisse agli occhi di chiunque ciò che era appena successo tra lei e Ragnor.
Il cavaliere, lasciando ad attendere per un istante Sir marzio, la richiamò: - Viola! –
Lei si fermò voltandosi appena. – Si?-
- Non allontanatevi troppo mia signora. -
Viola annuì scotendo la chioma bionda: -Va bene, non mi allontanerò molto. –
Prima che Ragnor potesse suggerirle di farsi accompagnare da lui o da dei soldati, sparì tra gli
alberi. Già che c’era avrebbe cercato un posto adatto per far pipì.
Camminò per qualche metro accertandosi che nessuno dall’accampamento potesse vederla e
si apprestò a sollevarsi le gonne.
Un guaito attrasse la sua attenzione, ma lì attorno non c’era nessuno. Il guaito si ripeté
straziante, doveva trattarsi di un animale ferito o un cucciolo sperduto. Improvvisamente ebbe la
visione di un piccolo cagnolino nero, acquattato tra le ridaici di una quercia. Rammentò di averlo
già visto anche in sogno. I suoi poteri si stavano facendo sentire e come era successo quando aveva
trovato Ragnor imprigionato in falco, seppe subito dove si trovava il cucciolo.
Non era lontano ma molto più lontano di quanto Ragnor le avrebbe consentito di allontanarsi.
Decise di andare a prenderlo lo stesso. Continuando a tenere le gonne alzate corse veloce tra
la boscaglia e dopo pochi minuti raggiunse la quercia che aveva visto. Tra le radici nodose della
pianta e le foglie secche giaceva un piccolo fagotto nero. Viola si avvicinò lentamente e si
inginocchiò davanti all’animale. Sembrava un cuccioletto di pastore tedesco ma era completamente
nero, sentendola aveva alzato il capo appuntandole addosso due dolci occhi grigio azzurro. A Viola
venne improvvisamente in mente il colore degli occhi di Ragnor. Il cucciolo sembrava debole, forse
non mangiava da tempo, con un innato senso di protezione lo sollevò delicatamente deponendoselo
in grembo. Vide che era un maschio.

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Come lo toccò davanti ai suoi occhi passarono decine di immagini confuse, il bosco, del
fuoco, l’odore del sangue, guaiti e dolore. La madre del cucciolo doveva esser stata uccisa. Viola
dette per certo che Ragnor gliel’avrebbe lasciato tenere e stringendosi al petto il cagnolino si avviò
nel bosco facendo ritorno verso l’accampamento. La bestiola per essere così piccola pesava
parecchio e le sue zampe erano già grosse come quelle di un cane adulto, probabilmente crescendo
sarebbe diventato un cane che metteva un certo timore. Viola sorrise accarezzandogli il petto e il
cucciolo le leccò la mano, la sua linguetta rosa era secca e ruvida.
- Non ti preoccupare piccolo. – gli disse Viola. – Fra poco avrai dell’acqua. -
Ora che procedeva con le gonne abbassate e il cucciolo fra le braccia la strada del ritorno le
sembrò molto più lunga, quando raggiunse l’accampamento Ragnor seguito da Sir marzio si stava
già dirigendo nel bosco pronto ad andare a cercarla.
I due cavalieri si fermarono sui loro passi fissandola allibiti.
I pensieri di Sir Marzio le furono più che tangibili: - Un lupo? –
Viola capì immediatamente il significato dei pensieri del cavaliere, ma non poté prevedere la
reazione di Ragnor. La sua mente come sempre chiusa alla sua indagine la fece rimanere in attesa
delle sue stesse parole.
- Vi siete resa conto che quello che tenete tra le braccia è un cucciolo di lupo nero? -
Lei abbassò lo sguardo sul cucciolo: - Ne siete sicuro? A me sembra un cane. –
Il cavaliere si avvicinò scrutando la bestiola con aria torva: - Quell’ammasso di pelo diventerà
grosso due volte o tre volte un mastino e sbranerà il bestiame al pascolo. –
Viola fece un passo indietro vedendo che Ragnor indendeva prenderle il cucciolo.
- Non penserete di ucciderlo? - sbottò incredula.
Sir Marzio che era rimasto in silenzio si fece avanti: - Quando crescerà sarà pericoloso per
voi e per la gente che gli sta attorno mia signora, dovreste liberarvene. -
Viola abbassò lo sguardo e incrociò quello grigio del cucciolo, una muta richiesta di aiuto
aleggiava dietro le iridi dell’animale, la sua riconoscenza pronta ad essere offerta.
Quando rialzò lo sguardo sui due cavalieri aveva preso la sua decisione.
- Sembrate dimenticarvi che io sono una Strega, - rammentò a Sir marzio. – e che sono in
grado di ammansire gli animali, voi... – disse incrociando le iridi grigie di Ragnor: - avete già visto
che sono in grado di farlo. Permettetemi di tenere Lupo. -
Ragnor la guardò da capo a piedi, così bella e risoluta mentre gli chiedeva di lasciargli il
cucciolo di lupo che teneva stretto al petto. Come poteva una creatura così delicata possedere tutta
quella magia e quella tenacia?
– Lupo mi sembra un nome adatto. – concordò.
Sir Marzio in piedi accanto a lui lo guardò allibito, ma poi annuì, se il suo sire aveva concesso
di tenere il lupo alla strega lui non poteva che porre cieca fiducia nella scelta.

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IL REAME DI RAGNOR
Verso il tramonto Viola stretta fra le braccia di Ragnor che conduceva Unno, teneva il suo
fagotto al caldo. Lupo che aveva mangiato e bevuto ora dormiva pacifico e lei lo accarezzava di
tanto in tanto giocando con la sua folta pelliccia nera. Stavano procedendo lungo il dorso di una
collina e Ragnor alzò l’indice indicando un punto lontano all’orizzonte.
- Ecco Villacorta. -
Viola alzò il capo e il suo sguardo corse per le campagne fino a quello che sembrava un
grande paese fatto di case di legno e bianchi palazzi di pietra. Dalle torri che si erigevano alte nel
cielo sventolano delle bandiere nere e blu, i colori di Ragnor. Le sembrò magnifico. Qualcosa era
cambiato nel tono di Ragnor, come se il suo animo si fosse liberato da un peso a quella vista. Viola
alzò il capo cercando il suo sguardo, se mai avesse provato ad immaginare l’espressione di un uomo
che dopo settecento anni vedeva casa non avrebbe mai potuto figurarsela così serena. Ragnor
incrociò i suoi occhi e vi lesse una sconfinata gratitudine.
- Vi sarò eternamente grato Viola. -

Sulle mura della loggia di Villacorta le serve del castello erano impegnate a ritrarre la
biancheria asciutta, Marissa, anche se era una fantesca, in quel momento si trovava lì. Avvolta
nell’abito color pesca che si era appena fatta confezionare ammirava il paesaggio, scrutando
malinconica la via principale che si allontanava da Villacorta. Il bel Sir Ragnor aveva percorso
quella strada quattro giorni prima e non sarebbe mai più tornato indietro, tramutato in falco dalla
perfida Endora.
Ora il signore di Villacorta sarebbe stato suo fratello Sir Wulf. Come sovrano sarebbe forse
equivalso al precedente signore, ma sicuramente non era bello allo stesso modo. I suoi tentavi di
diventare l’amante del signore di Villacorta adesso sarebbero leggermente cambiati, in quanto
avrebbe dovuto impegnarsi a far invaghire di lei Sir Wulf e non l’ormai defunto Sir Ragnor. Un
sospiro sconsolato le sfuggì dal petto e i suoi occhi nocciola si allontanarono dall’orizzonte.
Un improvviso trambusto delle guardie sulle mura di cinta del castello attrasse la sua
attenzione, non poteva capire cosa li avesse messi in agitazione da così lontano, ma tornando a
volgere lo sguardo verso il sole che tramontava vide dei puntini neri, un piccolo manipolo di
cavalieri a cavallo che sventolava una bandiera scura.
Non erano nemici e Villacorta attendeva il ritorno di un solo cavaliere, Sir marzio, che però
non capeggiava quel manipolo di uomini con i suoi colori. Marissa pur di vedere meglio corse giù
dalle scale della loggia ed attraversando di corsa i cortili interni del castello raggiunse le mura di
guardia. Salì le scale esterne di pietra e quando finalmente arrivò alla meta le mancava il fiato e il
cuore le batteva all’impazzata. Gli uomini lì attorno non stavano badando a lei, perché avevano già
riconosciuto il cavaliere alla testa del soldati: Sir Ragnor era vivo.
Marissa si sporse tra la merlatura delle mura cercando di vedere i cavalieri che si
avvicinavano al castello attraverso la strada maestra. Vide la testa bionda di Sir Marzio e i suoi
occhi si posarono sul destrieri nero dinnanzi a lui, Sir Ragnor fiero e possente lo guidava a testa
alta. Notò che avvolta tra le sue braccia e la sua pelliccia giaceva un persona dalla costituzione
minuta, un movimento di questo sconosciuto e un lampo d’oro balenò alla sua vista. Marissa rimase
a fissare la scena chiedendosi chi trasportasse con sé Sir Ragnor, finché gli zoccoli dei cavalli al
trotto non risuonarono sulle assi di legno del ponte levatoio. Allora vide con chiarezza il bel volto di
Sir Ragnor a cui venivano spalancate le porte e la graziosa ragazza bionda che gli sedeva in grembo
reggendo un fagotto tra le braccia, forse si trattava di un bambino, ma neppure l’idea che la donna
fosse già madre le si insinuò a abbastanza nella testa da evitarle di provare una feroce gelosia.

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Viola guardò le porte del castello venire aperte dinnanzi ai suoi occhi e poi meravigliata
trattenne il fiato, mentre i cavalli entravano nella corte. Mai avrebbe immaginato che in quell’ epoca
i castelli potessero essere così magnificenti. Si era sempre immaginata il medioevo come un’epoca
scura di malattie e malessere, ma lì tutto aveva un suo ordine ed era ben curato quanto il villaggio
fuori dalle mura. Una miriade di gente che aveva interrotto l’abituale occupazione si affollava nel
patio e sulle terrazze del castello, tutti acclamavano il ritorno di Ragnor.
Viola involontariamente si accostò maggiormente al petto di Ragnor intimidita da tutta quella
gente. Lui avvertì il suo spaesamento perché prima di arrestare il cavallo dinnanzi alla scalinata che
conduceva al portone principale del castello, le disse:
- Non preoccupatevi Viola non vi lascerò sola. –
Come si fermarono dei paggi in livrea si avvicinarono ad Unno, portando una sorta di
sgabello imbottito. Ragnor smontò senza servirsene e quando si voltò l’aiutò a smontare utilizzando
il gradino. Viola sommersa dai pensieri di tutti presenti si sentì come trascinata da un turbinio, i fatti
che vennero di lì a poco si susseguirono così velocemente che si rese a stento conto di essere giunta
all’interno del castello. Ragnor procedeva tra inchini e gioioso trambusto, fiero ed
incommensurabilmente appagato e lei lo seguiva attraverso i lungi corridoi del castello. Dovevano
essere diretti da suo fratello supponeva.
I soldati e Sir Marzio li seguivano a debita distanza e dietro quest’ultimi si accodavano tutti i
castellani che erano già venuti a conoscenza dal ritorno del loro signore.
Quel lungo corteo vociferante e gioioso s’accalcò attorno alle ampie porte di un salone,
lasciando che lei e Ragnor entrassero per primi. L’uomo spalancò da sé le porte, mostrandole agli
occhi un immenso salone. Doveva essere una sorta di sala del consiglio perché lì c’erano una
trentina di uomini seduti attorno ad un tavolo quadrato. Erano tutti vestiti a lutto e i loro occhi si
appuntarono increduli su Ragnor che entrava a grandi falcate dalla sala. Un silenzio sorpreso e
carico d’emozione calò nella sala, mentre i più ringraziavano il signore facendosi il segno della
croce come se si trattasse di un miracolo. Un uomo più sgomento degli altri lasciò il tavolo e si
diresse da Ragnor a braccia aperte. Un coro eclatante si alzò tutto attorno, mentre quello che
supponeva fosse Sir Wulf si ricongiungeva al fratello.
- Ragnor! Il signore sia lodato, sei vivo! -
Ragnor lo liberò dalla sua stretta e sorrise a tutti i suoi cavalieri che gli radunarono attorno
scambiando felici battute. Viola rimase in disparte mentre osservava il cavaliere accanto a suo
fratello. La somiglianza tra i due era notevole, anche se Sir Wulf era più basso del fratello maggiore
e i suoi capelli più chiari erano del colore della cenere. La sua persona per quanto somigliasse a
quella di Ragnor incuteva decisamente meno timore e i suoi abiti lasciavano intuire una raffinatezza
e un eccentricità che non era propria di Ragnor. Gli occhi azzurro grigiastri del cavaliere più
giovane si appuntarono su di lei:
- Fratello non ci hai presentato la dama che hai portato con te, - disse Sir Wulf avvicinandosi a
lei: - presentacela. -
Ragnor tornò sui suoi passi e mettendosi al suo fianco attirò l’attenzione di tutti su di lei:
- Costei è Strega Viola, è lei che mi ha liberato dall’incantesimo di Endora. -
Un mormorio eccitato si diffuse tra tutti i presenti. Ragnor continuò: - Per i servigi che la mia
signora ha reso d’ora in avanti sarà tratta coma la signora del castello e io sarò il suo cavaliere. -
Poi abbassando il tono Ragnor le disse: - Viola questo è mio fratello, Sir Wulf. –
Viola rimase immobile e spaesata mentre il cavaliere le prendeva una mano deponendovi un
bacio sul dorso.
- Mia signora, - le disse Sir Wulf con sincero trasporto: - felice di fare la vostra conoscenza. –
Un gioioso coro attaccato da qualcuno, si propagò per tutta la sala:

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- Viva Ragnor signore di Villacorta e la sua strega! –

Viola venne affidata da Ragnor a un’anziana donna che doveva essere “la capo cameriera” di
nome Cecilia e questa la condusse alla sua stanza, che scoprì essere un intero appartamento
destinato alla futura signora di Villacorta, la sposa di Ragnor. Anche se qualcuno pensava che
quella non fosse l’accomodazione più adeguata alla sua posizione nessuno lo disse e Viola venne
lasciata sola in un’enorme camera da letto, in cui svettava un massiccio letto a baldacchino. Una
porta rimasta chiusa a chiave metteva in comunicazione quelle stanze con gli appartamenti del
signore del castello.
Viola pur trovando un po’ ambigua la sua sistemazione fu di certo grata di essere così vicina
alla camera di Ragnor, che avrebbe potuto confortarla in ogni momento con la sua presenza. Cecilia
mandò tre cameriere a prendersi cura di lei e di Lupo. Analogamente a come avevano fatto le
ragazze alla locanda, accesero il caminetto, la aiutarono a svestirsi e le prepararono un bagno caldo.
Viola le lasciò fare, cedendo al consiglio di riposare un po’ prima della cena giù nel salone.
Salì sul letto e portando con sé Lupo lo depose lì accanto a lei. Tutte quelle novità e la lunga
cavalcata della giornata l’avevano particolarmente sfinita perché poco dopo Viola chiuse gli occhi e
si addormentò sul grande letto che le veniva offerto. Lupo acciambellandosi in una morbida
ciambella di pelo nero, si mise dinnanzi alla sua pancia e cadde in un sonno profondo quanto quello
della sua padrona.

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USI E COSTUMI ANTIQUATI
Viola si destò sentendo Lupo guaire. Aprì un occhio e il lupacchiotto le leccò la punta del
naso facendola sussultare infastidita. Ormai desta aprì anche l’altro occhio e si rese conto che il
chiarore che proveniva dalla finestra non era quello della sera bensì quello dell’alba. Si era
addormentata come un sasso e non si era svegliata neppure quando qualcuno, forse Ragnor, era
venuto a coprirla con la coperta che l’aveva tenuta al caldo.
Lupo guaì di nuovo e a Viola non servì nessuna delle sue doti di strega per intuire che doveva
essere portato a spasso. Saltò giù dal letto e guardò fuori dalla finestra che sia apriva dandole una
vasta panoramica di Villacorta. Le valli in lontananza si scorgevano appena alla foschia del mattino
e gli uomini di vedetta sulle mura erano solo puntini chiari a malapena distinguibili. Villacorta
taceva, silenziosa come il sonno dei suoi abitanti.
Viola perlustrò il cortile sottostante al castello cercando una macchia d’erba che facesse al
caso di Lupo. Non ci mise molto perché il suo sguardo fu attirato a destra da un campo dove
pascolavano o dormivano del cavalli. Lupo guaì di nuovo.
- Non ti preoccupare Lupo adesso ti porto. – lo rassicurò Viola. – Mi vesto e usciamo. -
Andò a prenderlo e lo mise giù dall’alto letto. Lupo rintracciò subito la sua ciotola dell’acqua
e se ne servì raggiuggendola a passi incerti, con la tipica debolezza dei cuccioli che imparano a
camminare.
Viola cercò l’abito che aveva tolto la sera prima e lo trovò accompagnato dal suo scomodo
compare: il bustino. Si infilò solo il vestito chiudendolo come poteva senza entrare nel
contorsionismo. Per celare la sua trasandatezza si infilò il mantello e ne annodò i nastri ben ben.
S’infilò anche il cappuccio e prese Lupo tra le braccia.
Uscì dalla stanza ritrovandosi in corridoio e si guardò per un attimo spaesata a destra e
sinistra temette di non rammentare la strada per l’uscita del castello.
Il corridoio era sgombro, ma il ticchettio degli stivali di ferro di una guardia minacciava
l’arrivo di qualcuno. Viola esitò, era stupido nascondersi eppure un po’ si sentiva a disagio a dover
parlare con quella gente che la pensava una strega. I passi si avvicinavano e presto il soldato
sarebbe giunto infondo al corridoio. Sbuffò per la sua stupidità, Ragnor le aveva detto che lì
avrebbe avuto ospitalità e sarebbe stata trattata come una signora, la signora del castello, nessuno si
sarebbe lamentato se lei usciva ad un orario antelucano. Si afferrò nella direzione della guardia.
L’uomo svoltò l’angolo prima di lei e si fermò allarmato. Non era una semplice guardia, ma un
cavaliere che gli ricordava fortemente qualcun altro: Sir Wulf. Vide che lui non l’aveva riconosciuta
e si tolse il cappuccio del mantello scoprendosi il capo.
- Ah, siete voi signora. – si acquietò il cavaliere: - Come mai siete sveglia, avete bisogno di
qualcosa? -
La ragazza scosse il capo e gli mostrò il lupacchiotto: - Devo portare fuori il mio cagnolino,
mi potreste indicare la strada per il cortile? –
Il cavaliere la guardò come se fosse pazza o sciocca.
– Mia signora, - le spiegò: - bastava che tiraste il cordone in camera vostra e qualcuno sarebbe
venuto a prendere il vostro “cagnolino” –
Viola ammutolì arrossendo: - Ah. –
- Se volete darmelo lo affiderò a un servo perché lo porti fuori. – si offrì l’uomo.
La ragazza scosse il capo: - Non serve che vi disturbiate avevo voglia di fare qualche passo
all’aria aperta. –
L’uomo sembrò di nuovo contrariato: - Non è opportuno che usciate da sola a quest’ora mia
signora. – le spiegò nuovamente.

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Viola annuì e i suoi occhi incrociarono quelli di Lupo che ormai implorava l’erba.
– Mi accompagnereste voi? – gli chiese di getto: - Sempre se non stavate andando a letto o
abbiate altri impegni. -
L’uomo scosse il capo e i suoi occhi grigi, simili a quelli di Ragnor ma molto più espressivi e
rivelatori, brillarono costernati.
- Mia signora, - le disse imbarazzato: - non è opportuno neppure che vi accompagni io. -
Viola arrossì rendendosi conto della magra figura che aveva fatto. Abbassò lo sguardo a terra
chiedendosi come fare per risolvere l’inghippo. Sir Wulf la stava guardando divertito.
- Ragnor mi ha detto che venite da un’altra epoca. – le disse l’uomo amichevolmente, - e che
non siete abituata ai nostri modi. Non crucciatevi troppo, questa volta vi accompagnerò io. -
Viola rialzò gli occhi e sorrise all’uomo: - Lo fareste davvero? Vi ringrazio. –
Il cavaliere le fece strada procedendo silenzioso. Viola sentendosi un po’ in colpa cercò di
scusarsi.
- Mi dispiace magari stavate andando a letto e io vi stò rubando preziose ore di sonno.. -
Il cavaliere che effettivamente sembrava piuttosto assonnato ridacchiò:
- No, mi sono appena svegliato. E’ stata una notte piuttosto insonne. -
Viola non ebbe bisogno di chiedergli cosa l’aveva tenuto sveglio, perché i suoi pensieri solari
e benevoli erano tutti suscitati dal ritorno del fratello che credeva morto.
- Siete molto legato a R.. Sir Ragnor. – chiese ed affermò allo stesso tempo la ragazza.
- E’ mio fratello maggiore, - le disse semplicemente il cavaliere: - è stato il mio idolo e il mio
più caro compagno da quando ero un ragazzino. -
Viola conosceva già la storia: Sir Wulf era il fratellastro di Ragnor, il legittimo erede di loro
padre. Dovevano aver vissuto insieme finché Ragnor non era partito per diventare cavaliere e poi
evidentemente erano tornati a riunirsi.
Giunsero al pianterreno scendendo una tortuosa scala, per poi passare accanto alle cucine già
al lavoro per fare il pane. A Viola venne l’acquolina in bocca e ciò le rammentò che non mangiava
dal giorno prima a pranzo.
Sentendosi un po’ ciarliera, si rivolse di nuovo alla sua guida: - Anche voi siete il signore di
un feudo? –
L’uomo si voltò a guardarla e con un tono gaio le disse: - Non ancora, ma un giorno lo sarò. –
Poi alzando le spalle aggiunse: - Non auguro di certo la morte a mio padre, sia ben chiaro. Ma
un giorno sarò io il signore di Acqualunga. –
- Venite, - la esortò girando un ampio corridoio, - siamo all’uscita. -
Viola riconobbe le porte che aveva valicato il giorno prima e si apprestò a Sir Wulf che faceva
aprire il portone dalle sentinelle che sonnecchiavano lì vicino.
Uscirono nel cortile lastricato di pietra e senza incrociare nessuno Sir Wulf la condusse lungo
un vicolo in salita fino a una giardino dove sorgeva un lavatoio di pietra. Viola lasciò a terra Lupo
che subito cercò il cespuglio che più lo aggradava per far pipì.
Viola incuriosita dal lavatoio si avvicinò allo strano chiostro. Era fatto di pietra ma aveva un
tetto di legno sotto il quale le lavandaie potevano ripararsi sia dalla pioggia che dal sole. L’acqua
sgorgava cristallina all’interno di numerose vasche di pietra.
Sir Wulf si era appoggiato ad uno steccato di legno ed osservava meditabondo lei e Lupo.
- Ragnor ha indetto una grande festa. - le disse attirando la sua attenzione. – Stasera ci sarà un
banchetto e tutti i nobili e i cavalieri sono stati invitati. -
Viola annuì. - Parteciperò anche io? - chiese titubante.
Sir Wulf sorrise: - Ma certo, il banchetto è principalmente in vostro onore: avete salvato il
nostro sire. -

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La ragazza si sedette sul bordo del lavatoio, lasciando ciondolare i piedi a mezz’aria e il suo
stomaco brontolò sonoramente. Viola arrossì sperando che lui non l’avesse sentito.
- Avete fame? - le chiese il cavaliere.
Viola gli sorrise annuendo imbarazzata: - Effettivamente ho un certo languorino.-
- Se vi va potremmo passare dalle cucine e vedere se c’è già qualcosa di pronto. Anche io ho
un certo appetito. -
Lei balzò giù dal muretto ed annuì: - Va bene. –

Circa dieci munti dopo lei e Sir Wulf sedevano a una tavola di legno nelle cucine, le serve
affaccendate nei loro compiti si tenevano a rispettosa distanza e Lupo leccava del latte dalla ciotola
che gli era stata offerta.
Viola si stava gustando dei buonissimi biscotti e come il suo cucciolo aveva optato per del
latte caldo. Sir Wulf invece mangiava qualcosa che doveva essere una zuppa d’avena e della
pancetta.
- Pensate, - chiese Viola finendo di sgranocchiare un biscotto: - che ci sia qualche compito
che posso svolgere qui al castello? Non vorrei rimanere con le mani in mano. -
- Le dame del castello solgono riunirsi a tessere arazzi o a ricamare nell’ala est del castello,
potreste unirvi a loro. – le propose il cavaliere.
Viola arricciò il naso: - Non credo di esserne in grado. Non so fare nessuna delle due cose. –
Sir Wulf sembrò perplesso: - Non vi è stato insegnato? –
Lei si alzò nelle spalle: - Da dove vengo io non si usa più insegnare certe cose alle donne.. Io
sono.. beh ecco una studiosa, avevo già detto a Sir Ragnor che so scrivere e fare di conto, ma lui mi
ha detto che non mi avrebbe permesso di svolgere le mansioni di uno scrivano… –
- Ed ha fatto bene, - commentò l’uomo. – siete una signora e non dovreste occuparvi di simili
faccende. -
- Beh, - borbottò Viola. – dato che non so fare nessuna delle cose che una dama dovrebbe
saper fare, non trovo alternative. -
- Per la verità. – la informò il cavaliere. – Ragnor ha già avuto un’idea per occupare il vostro
tempo, ma non vorrei rovinargli la sorpresa. -
“La vecchia strega Gwendra dovrebbe arrivare nel pomeriggio.” Aggiunsero i suoi pensieri.
- Chi è Gwendra? – chiese Viola, rendendosi conto troppo tardi di aver usato in
un’informazione che doveva essere segreta.
Sir Wulf si irrigidì fissandola sconcertato.
- Perdonatemi. – si scusò Viola. – Non volevo leggervi nel pensiero, ma talvolta capita anche
se non voglio. -
Il cavaliere le sorrise sulle spine: - Allora dovrò stare attento a cosa mi passa per la testa in
vostra presenza… -
Viola gli sorrise: - Non preoccupatevi, cercherò di non ascoltare i vostri pensieri. –
Poi facendosi più persuasiva chiese: - Dato che adesso ho già scoperto metà della mia
sorpresa potreste dirmi anche il resto? –
Il cavaliere si alzò nelle spalle. – D’accordo, ma non fatene parola con Ragnor intesi? -
- Va bene. – acconsentì Viola.
- Mio fratello ha mandato a chiamare un’anziana strega che abita in un villaggio poco lontano
affinché vi faccia da maestra. -
Viola sorpresa non poté che trovarla un’ottima idea.
– Allora sapete già che razza di strega pasticciona io sia.. -
Il cavaliere annuì. - Per l’esattezza Ragnor mi ha detto che siete una strega potente ma non
sapete come usare i vostri poteri. –

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- Infatti. – concordò Viola. – Vostro fratello ha avuto un ottima idea a cercarmi una maestra. -
- Forse questo dovreste giudicarlo più tardi, non avete idea di che razza di strega sia
Gwendra…-

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IL CAVALIERE PREMUROSO
Erano forse le sette del mattino quando Viola, ritornata in camera sua dopo una gita turistica
del castello, trovò Ragnor accigliato che l’attendeva nella sua stanza. La porta che separava le loro
stanze era aperta e lui con indosso un abito simile ad una vestaglia sembrava sul punto di correre a
cercarla. I capelli neri privi di costrizione gli cadevano come una cortina sulle spalle e sulla schiena.
- Viola! – sbottò il cavaliere avvicinandosi a lei a grandi passi. – Dove eravate finita? Stavo
per mandare delle guardie a cercarvi. -
La ragazza gli sorrise un po’ intimorita dalla sua agitazione:
- Sono stata a fare una gita per il castello. –
- Da sola? – le chiese apprensivo il cavaliere.
- Oh no, - lo rassicurò Viola. – Lupo doveva uscire per essere potato a spasso e tuo fratello mi
ha accompagnato, poi abbiamo fatto colazione nelle cucine e mi ha mostrato il castello. -
Ragnor sembrò soddisfatto dalla risposta ma non troppo.
- Mi è venuto un colpo non trovandovi nella vostra stanza. – la rimproverò poggiandosi le
mani suoi fianchi. Non intendeva dirglielo ma si era sentito del tutto spiazzato temendo che fosse
già tornata nella sua epoca.
Molto più rasserenato il cavaliere si passò una mano tra i capelli:
- Vi è venuto qualcosa in sogno stanotte? –
Viola che si era chinata a lasciare a terra Lupo si alzò scuotendo la testa in segno di diniego:
- No, ho dormito come un sasso e non ho avuto nessuna visione. -
Ragnor le sorrise: - Dovevate essere molto stanca, le serve mi hanno detto che vi siete
addormentata senza neppure fare il bagno e mangiare qualcosa. –
Viola si portò una mano dietro il capo sorridendo imbarazzata:
- Eh già, dovevo essere proprio stanca… Ma oggi sono piena di energie. –
- Sono felice di sentirvelo dire perché stavo giusto per chiedervi se vi andava di venire a fare
una gita a cavallo, a metà mattino devo presenziare al consiglio ma fino ad allora sono libero. -
- Si, mi piacerebbe molto. – le rispose lei.
Ragnor annuì. – Speravo di potervi mostrare io il castello, ma dato che Wulf mi ha privato di
questo piacere non mi resta che mostrarvi le terre di Villacorta. -
Lui le passò accanto ed andò a tirare il cordone di velluto rosso accanto alla porta.
- Fra un attimo arriveranno delle ragazze a vestirvi, - la informò: - ditegli che dovete uscire a
cavallo o vi faranno indossare un abito troppo sontuoso. Io tornò nelle mie stanze, quando avete
finito bussate e usciremo insieme. –
Viola lo guardò uscire, ma lui si fermò un istante lanciando un’occhiata a lupo:
- Lasciatelo alle donne che verranno, - le consigliò Ragnor. – avranno buona cura del vostro
cucciolo. -

Viola lasciò che le due ragazze, Lina e Giliana, che erano venute a vestirla uscissero portando
con loro Lupo e si diede una veloce sbirciatina allo specchio. Le avevano portato un bellissimo
vestito di velluto rosso, piuttosto semplice ma molto elegante, accompagnato da scarpette del
medesimo colore. Le avevano anche intrecciato i capelli, lasciando che la lunga chioma bionda le
cadesse dietro alle spalle. Soddisfatta del suo aspetto si diresse verso la porta delle stanze di Ragnor
e bussò. Ragnor in persona venne ad aprirle vestito di tutto punto, portavano una calzamaglia nera e
una corta tunica blu scuro, che lasciava in bella mostra le sue gambe muscolose fasciate sotto il
ginocchio dagli stivali, un mantello nero era poggiato sulle sue spalle trattenuto da una fibbia
d’argento.

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- Siete pronta? – le chiese Ragnor guardandola da capo a piedi.
- Si, possiamo andare. -
Viola si avviò verso l’uscio ma si accorse che Ragnor non la seguiva. Si voltò inarcando un
sopraciglio.
- E’ meglio se ognuno esce dalla porta delle proprie stanze, sarebbe inopportuno lasciare
intendere che ero in camera vostra. -
Viola annuì e quando Ragnor sparì sbuffò. – Che razza di cerimonie! – brontolò.
Uscì in corridoio e Ragnor comparve dalla porta alla sua destra, giungendole al fianco.
Si avviarono e scesero al piano inferiore lungo la strada che cominciava ad esserle familiare.
Ora il castello era decisamente in fermento e i corridoi si affollavano di donne ed uomini indaffarati
nei loro compiti.
Tre donne, vestite piuttosto sontuosamente per essere semplici serve, stavano discorrendo tra
loro poco distanti e Viola le notò perché tutte e tre si soffermarono a guardarla intensamente. Quella
mora dalle labbra carnose e il petto prorompente s’accanì in particolar modo a fissarla. Ragnor non
prestò attenzione alle tre donne, ma le tre capeggiate dalla mora si avvicinarono a loro inchinandosi.
- Buon giorno mio Sire. – cinguettò con voce mielosa la mora: - avete dormito bene? -
Ragnor annuì senza accennare una risposta verbale, ma i suoi occhi grigi scrutarono dall’alto
verso il basso la generosa mora.
Viola lì accanto si rese presto conto dell’ostilità delle tre donne verso di lei. Anche se non si
prese la briga di cercare di sentire i loro pensieri non ci voleva un indovino per capire che le tre la
stavano ignorando palesemente e volutamente.
La più bassa le lanciò un’occhiata sdegnosa e i suoi pensieri le furono più che tangibili:
“Le avranno anche dato uno dei miei vestiti ma a me stà di certo molto meglio.”
Viola mortificata riuscì a non arrossire mentre si rendeva conto di dove proveniva la veste
rossa che le era stata data.
La mora nel frattempo, imperterrita si era rivolta nuovamente a Ragnor, avvicinandosi
abbastanza da rischiare che i suoi prorompenti seni sfiorassero il petto dell’uomo.
- Non vi ho visto nel salone a fare colazione, così vi ho fatto preparare un fagotto con un po’
di tutto, i vostri servi mi hanno detto che state uscendo a cavallo. -
Il cavaliere prese il fagotto che la donna gli porgeva e sorrise: - Siete molto premurosa
Marissa, vi ringrazio. –
La donna sorrise lanciando un’occhiata compiaciuta alle sue due compari, poi tornando a
posare occhi adoranti su Ragnor aggiunse maliziosamente:
- Per voi mio signore questo ed altro. – poi con falsa modestia aggiunse: - Ora scusateci ma i
nostri doveri ci chiamano. –
Le tre donne se ne andarono ridacchiando come delle oche e Ragnor tornò a dedicarle la sua
attenzione.
- Chi erano quelle donne? – s’informò Viola.
- Fantesche. – ripose semplicemente il cavaliere.
- Sarebbe a dire? – chiese nuovamente Viola mentre uscivano in cortile.
Ragnor la guardò con una strana espressione, sembrava imbarazzato: - Cortigiane. –
Viola non capì: - Anche io sono una cortigiana? –
Il cavaliere s’irrigidì scuotendo il capo: - No, no, Viola voi siete una signora. –
- E dove stà la differenza? –
Ragnor si portò una mano al fianco sorridendo contrito: - Viola voi mi costringete a spiegarvi
cose che non sarebbe opportuno riferire a una signora. – le sussurrò abbassando il tono di voce.
Viola non mancò di capire cosa intendeva Ragnor:

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- State cercando di dirmi che quelle donne concedono… beh.. i loro favori agli uomini del
castello?-
Ragnor che era un uomo troppo fatto e maturo per arrossire non lo fece, ma Viola intuì che gli
doveva essere costato molto.
- Non a tutti gli uomini, - le spiegò Ragnor: - solo ai cavalieri o ai nobili ospiti di Villacorta,
inoltre si occupano anche di mandare avanti il castello, organizzano la servitù e si accertano che
tutto sia fatto per il verso giusto. -
Viola avrebbe voluto chiedergli se anche lui faceva parte dei cavalieri a cui le tre
concedevano i loro favori, ma anche se avesse trovato il coraggio per chiederglielo non ebbe il
tempo di farlo perché Ragnor, lasciandola ad attendere fuori, entrò nelle stalle cercando gli stallieri.
Tornò pochi secondi dopo.
- Ho fatto sellare una giumenta anche per voi, - le spiegò, - Rosetta è molto docile e ho
pensato che vi piacerebbe imparare a cavalcare. –
Viola che per la verità non aveva un ottimo feeling con i cavalli, si guardò bene dallo
scoraggiare il cavaliere e accennando un mezzo sorriso disse:
- Non vedo perché non approfittare dell’occasione per imparare. –
Uno stalliere in giubba verde condusse fuori dalle stalle Unno e un'altra cavalla color caffè
chiaro e due uomini vennero a portare le selle. Intanto che gli stallieri si occupavano dei cavalli
Ragnor le indicò i vari palazzi della cittadella spiegandogli cos’erano e a che funzione erano adibiti.
Dietro di loro nel frattempo si erano fermati sei soldati a cavallo, tutti in divisa, con la cotta di
metallo e la spada appesa al fianco.
Ragnor si voltò li salutò con il loro saluto militare, uno degli uomini a cavallo si rivolse a lui:
- La vostra scorta è pronta sire. –
Ragnor agitò una mano: - Non mi serve la scorta stamane, tornate pure a fare la ronda con gli
altri soldati io e la mia signora andremo da soli. -
I cavalieri girarono i cavalli e tornarono alla loro occupazione senza obbiettare, attraversarono
il cortile e uscirono dalla cinta muraria. Gli stallieri intanto avevano finito di preparare i cavalli.
Ragnor si mise in attesa accanto al gradino che le era stato preparato per montare a cavallo e
lei lo raggiunse facendosi aiutare nel montare sulla sella da amazzone. Quando Ragnor si chinò
cingendole i fianchi con la mani, Viola rimase a fissarlo incantata di nuovo conscia dell’agitazione
che le suscitava il suo tocco. Ragnor la depose il sella.
- Dovete infilare il piede destro nella staffa. – le spiegò. Viola ubbidì e tentò di mettersi
comoda mentre Ragnor agile come un felino balzava in sella a Unno.
Il cavaliere si portò al suo fianco e Viola scoprì che non era necessario fare alcunché per far
partire la sua cavalla. Rosetta, infatti, si mise in cammino seguendo Unno senza che la si dovesse
incitare.
- Sembrate sorpresa. – commentò Ragnor.
Viola reggendo le briglie si voltò verso di lui: - Credevo che avrei dovuto fare qualcosa per
farla partire, invece fa tutto da sola. –
- Vi avevo detto che Rosetta è molto docile. – le rammentò Ragnor. – Comunque se volete
farla fermare baste che tiriate le redini, se volete spronarla invece datele un paio di colpi nei
fianchi.-
Viola annuì tenendo a mente le indicazioni anche se non credeva affatto che avrebbe voluto
spronare la sua cavalla. Uscirono dalla porta delle mura oltrepassando il ponte levatoio e
procedettero per la via principale di Villacorta. Le strade erano affollate da una moltitudine di
persone, uomini al lavoro, donne che si accalcavano attorno alle botteghe ed altre ancora che
tenevano per mano bambini pestiferi che infastidivano gli animali lasciati liberi o piagnucolavano
davanti ad una bancarella. Molti si fermarono a salutare Ragnor e lei inchinandosi o interrompendo

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il loro lavoro per agitare il capello. I ragazzini più temerari avevano ingaggiato una sorta di sfida a
chi aveva più coraggio e si slanciavano in avanti furbescamente a sfiorare il fianco di Unno o il
mantello di Ragnor per poi ritrarsi furtivi e contenti per la loro impresa eroica.
Giunsero fino al confine del villaggio dove cominciavano a comparire le prime fattorie e
Ragnor svoltò per un sentiero in discesa lungo il versante di una collina.
- Dove stiamo andando? – chiese Viola, mentre la sua cavalla aumentava l’andatura per
rimanere al fianco di Ragnor.
Il cavaliere dai capelli corvini si voltò e le sorrise indicandole un promontorio oltre il bosco.
- Là. – le disse. – Da quel promontorio si può avere una bellissima visuale di Villacorta. -

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PREMURE E PROPOSTE ARDITE
Non molto più tardi raggiunsero la vetta della collina. Uscirono dalla boscaglia raggiungendo
una prato verde e Ragnor fermò Unno balzando a terra.
- Mi dai una mano a scendere? – gli chiese Viola, mentre già il cavaliere si avvicinava a lei.
- Certamente. – le rispose porgendole una mano.
Viola la prese e poggiandogli l’altra mano sulla spalla si lasciò cadere tra le sue braccia. Posò
i piedi per terra e Ragnor non perse tempo a condurla verso il punto più alto dell’altura.
- Venite. – le disse continuando a tenerla per mano.
Viola si sollevò le gonne sopra le caviglie mentre camminava tra l’erba alta e quando si
fermarono alzò lo sguardo ammirando meravigliata lo stupendo paesaggio di Villacorta dalla
vallata antistante.
- Aveva ragione, da qui c’è una visuale bellissima. Villacorta sembra un posto incantato. -
- E’la stessa cosa che ho pensato io la prima volta che l’ho vista. – disse il cavaliere.
Lui continuava a tenerle la mano, non gliel’aveva ancora lasciata da quando era scesa da
cavallo e Viola sentiva un intenso calore propagarsi per tutto il suo braccio partendo da dove lo loro
dita si sfioravano. Le batteva il cuore forte e sapeva che se era così emozionata era solo per la
presenza del cavaliere. La sola idea di guardarlo negli occhi ora le faceva diventare le guance rosse.
Erano lì soli lontano da tutti e dà tutto e Ragnor, lo vedeva con la coda dell’occhio, la stava fissando
insistentemente.
- Stamattina…- incominciò Viola continuando ad ammirare la valle che si apriva davanti ai
loro occhi: - tuo fratello mi ha detto che non è opportuno che una signora rimanga solo con un
uomo… -
Prese coraggio e si voltò a guardarlo: - Pensi che abbiamo suscitato pettegolezzi uscendo da
soli senza scorta? –
Ragnor le sorrise e i suoi occhi brillarono divertiti:
- Cominciate a preoccuparvi dei costumi della mia epoca? –
- Se devo rimanere qui per qualche tempo.. – si giustificò Viola. – mi sembra il minimo
sapere cosa è giusto fare e cosa no. -
Ragnor attirandola per la mano la fece voltare completamente verso di lui:
- Io sono il vostro cavaliere e voi la mia strega. – le disse: - Le regole dell’etichetta sono
diverse per noi. –
Viola piegò il capo di lato e ironicamente aggiunse:
- E poi tu sei il capo no? Puoi fare quello che vuoi.-
Ragnor rise.
- Non avete tutti i torti, - le confermò: - anche se dovessimo dare scandalo di certo nessuno
avrebbe il coraggio di rimproverarmi nel mio feudo. –
“Dare scandalo” … l’idea di dare scandalo con Ragnor si insinuò nella mente di Viola come
il più dolce dei pensieri. Si rese conto di non poter distogliere lo sguardo dal suo sorriso candido e
dalle sue labbra sottili, ma prima che lui se ne accorgesse finse di aver visto qualcosa che aveva
attratto la sua attenzione. Lasciò la sua mano e mosse qualche passo concentrandosi sulla veduta.
Per un istante scese il silenzio e Ragnor si preparò a dirle quando doveva.
I tetti della rossi della case di Villacorta attorniavano la cittadella candida e un fiume steso tra
l’erba verde come un lucente nastro azzurro serpeggiava tra campi, che ricoprivano le colline di
scacchi di diverse colorazioni di verde a seconda delle colture che ospitavano.
- Vi ho portata qui anche per un altro motivo, oltre che per mostrarvi la visuale.. -

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Viola si voltò inarcando un sopraciglio, sforzandosi di mantenere un espressione candida che
non tradisse le congetture che già stava articolando nella sua mente.
- Ci tengo molto a farvi ambientare nella mia epoca, - le spiegò Ragnor. – forse rimarrete qui
pochi giorni, o forse di più, … - ipotizzò il cavaliere. – ma ciò non toglie che vorrei vi sentiste come
a casa vostra.. -
Viola annuì comprensiva: - Sei molto gentile Ragnor, capisco che tu abbia voluto portarmi
qui per farmi ambientare con la tua gente gradualmente. –
Il cavaliere scosse il capo come se lei avesse azzeccato in pieno quello che voleva dirle:
- Speravo di offrirvi un po’ di tranquillità, prima che vi sentiate sommersa da tutte queste
novità. -
- Non ti preoccupare. – lo rassicurò Viola. – Essere finita qui è stato un bel colpo, ma finché
saprò che ci sei tu a prenderti cura di me non mi sentirò poi così spaesata. -
Ragnor le sorrise, un sorriso così bello e virile che le fece sciogliere le ginocchia. Lui si stava
avvicinando e Viola rimase a guardarlo come incantata finché lui non tornò a prenderle la mano
nella sua grande e forte.
- Venite, - la incoraggiò di nuovo - c’è un altro posto che vorrei mostrarvi. -
Lasciarono i cavalli lì a pascolare e scesero dal versante della collina giù per un fitto bosco.
Viola udì indistintamente dell’acqua scrosciare e procedendo attraverso un sentiero circondato
da salici raggiunsero le sponde di un laghetto.
- Questo è uno dei miei posti preferiti. – le annunciò Ragnor. – Quando ho bisogno di
rimanere solo mi piace venire qui. -
Viola fece qualche passo fino a portarsi sulla sponda del laghetto ed ammirò le acque verde
smeraldo appena increspate dal venticello. L’acqua era così limpida che si potevano intravedere le
pietre del fondale e i pesci che vi nuotavano all’interno.
- Ti capisco, - concordò. – questo posto trasmette una pace incredibile.
- Potremmo sederci per un attimo? – gli chiese voltandosi verso di lui: - Sono tutta
indolenzita, non credo di essere tagliata per andare a cavallo. -
Ragnor scosse il capo. - Al contrario, ve la siete cavata molto bene, dovete solo abituarvi. –
Poi detto questo si tolse galantemente il mantello e lo stese a terra per farla sedere.
- Grazie. - cinguettò Viola lasciandosi cadere sull’improvvisata coperta con un sospiro.
Si pentì quasi subito della sua proposta, quando Ragnor prese posto accanto a lei e se lo
ritrovò così vicino da poter sentire il profumo della colonia al muschio che doveva aver utilizzato
per lavarsi.
La sua coscia sfiorava le sue gambe e la sua spalla destra era quasi a contatto del suo braccio.
Viola lo sbirciò da sopra la spalla mentre lui contemplava lo stagno dinnanzi a loro e non poté che
considerare quanto fosse bello. Ragnor si accorse che lo stava fissando perché si voltò verso di lei e
Viola distolse sussultando lo sguardo. Il cavaliere ponendosi in grembo il fagotto che gli aveva dato
la fantesca ne slegò il nodo che lo teneva chiuso e cominciò la sua colazione.
- Se volete prendere qualcosa non fate cerimonie. – la incoraggiò mostrandogli il contenuto
del fagotto.
Viola si lasciò tentare da un grappolo d’uva e ne prese un acino portandoselo alle labbra.
Ragnor addentò un tozzo di pane e servendosi del coltello che portava alla cintola tagliò una fetta di
formaggio. Le porse una pastella che giaceva nel fagotto.
- Assaggiatene una, - la incoraggiò: - le prepara Matilda la mia vecchia balia, non ne troverete
di altrettanto buone neppure nella vostra epoca. -
Viola annuì e prese con due dita il dolcetto portandoselo alle labbra. Ne prese un morso e
visto che Ragnor la fissava attendendo il suo responso, non si fece pregare ad esprimere il suo
parere.

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- E’ davvero buono. – commentò: - Che cos’è, un dolce alle ciliegie? -
- Si, - confermò Ragnor. – avete indovinato. -
Lui alzò una mano e con il pollice le tolse delicatamente delle briciole dal labbro. Viola si
sentì avvampare e abbassò lo sguardo, al contrario di quanto credeva il tocco di Ragnor non ebbe
fine e il suo pollice indugiò ad accarezzarle il labbro inferiore. Quando rialzò gli occhi il bel viso
del cavaliere era così vicino al suo che i suoi occhi si specchiarono in quelli grigi di lui.
Ragnor si chinò in avanti e con un tocco delicato come quello dell’ala di una farfalla le sfiorò
le labbra con le sue. Si ritrasse solo per un istante, non per interrompere il bacio, ma per sussurrarle:
- Siete così dolce Viola, mi fate impazzire. -
Viola chiuse gli occhi mentre le labbra di lui sfioravano le sue e si dissolse quasi nel piacere
quando la lingua di lui venne ad esplorare la sua bocca. Ragnor baciava d’incanto e seppure la
passione lo spingesse ad essere avventato e smanioso, si impose di lasciare a Viola il tempo e la
possibilità di sottrarsi. Questo non avvenne e non era neppure nelle intenzioni della ragazza, che
con un sospiro aprì maggiormente le sue dolci labbra permettendogli di esplorarla per appieno. Le
sue braccia esili e sottili si strinsero attorno al suo collo abbandonandosi con maggior trasporto.
Ragnor prese ad accarezzarle il viso e il collo e il loro bacio si fece più inteso, Viola si
aggrappò alle sue spalle e si lasciò andare al bacio che ebbe il potere di trasportarla, in un altro
luogo, in un altro mondo, per l’esattezza in paradiso. Un gemito le salì in gola.
Ragnor si ritrasse sorridendo, le sfiorò le labbra ancora una volta e rimase a contemplare i
suoi grandi occhi sgranati e le sue labbra tumide.
- Bella e dolce, Viola… la mia strega. – proclamò tornando a baciarla.
Viola avrebbe voluto mettersi a urlare, tanta era la gioia e l’inquietudine che le si agitavano
nel petto. Desiderava essere baciata da lui e stare tra le sue braccia come mai aveva desiderato fare
con nessun altro. Avrebbe voluto poter essere una ragazza di quell’epoca e diventare davvero sua
moglie, ma le cose non stavano così.
Si strinse a lui baciandolo con un’audacia e una passione che non credeva le appartenessero,
finché Ragnor si lasciò cadere all’indietro nell’erba e lei lo seguì stendendosi sul suo petto. Viola
ritrovandosi nella posizione di poter condurre il bacio assaporò la sua bocca con tutta la curiosità e
il desiderio che il suo cuore le dettava. Entrambi erano ansanti quando Ragnor rotolò sopra di lei e
prese a baciarle il collo, facendosi largo verso la scollatura che le celava i seni. Quando le sue
labbra si posarono sul primo rilievo dei suoi seni Viola credette di stare per prendere fuoco,
intrecciò le dita nei suoi lunghi e fluenti capelli neri beandosi del tocco delle sue labbra che
giungevano a lambire un capezzolo sottratto dalla costrizione della camiciola. A viola mancò il fiato
tanto sublime fu quella sensazione e fu proprio quel piacer tanto sconvolgente che la fece rinsavire.
Si liberò dall’abbraccio di Ragnor e pur di mettere distanza tra lei e la tentazione in persona si
alzò.
- Viola.. – la chiamò lui perplesso.
Lei si fermò portandosi una mano alle labbra: - Non sarebbe dovuto succedere. – gli disse
senza voltarsi.
Ragnor si alzò e la raggiunse poggiandole una mano sulla spalla:
- Vi ho già detto che mi siete cara Viola, che vi desidero. Mi sono anche offerto di sposarvi
cosa c’è di sbagliato? –
Lei si voltò con le guance che già minacciavano di rigarsi di lacrime: - Io devo tornare a casa
mia, non posso affezionarmi a te.. –
Ragnor le sorrise e prendendole la mano che lei cercava di sottrarre vi depose un bacio:
- Vorreste dire che non vi siete già affezionata? – le chiese retoricamente.
Viola scosse il capo: - Sarebbe più difficile lasciarti se …- non riuscì a finire la frase.
- Se vi compromettessi? – finì per lei Ragnor.

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La ragazza scosse il capo, con una certa dose di candidezza spiegò:
- Nella mia epoca non è importante che una ragazza rimanga vergine fino al matrimonio. –
- Allora, - la supplicò Ragnor incatenandola con lo sguardo: - diventate la mia amante finché
rimarrete qui. E’ meglio gioire di quello che si può avere per poco, che non farlo affatto. -
Viola arrossì a quella proposta così peccaminosa rivolta in piena luce del giorno.
- Io… - iniziò. – Io… - riprovò a dire.
Ragnor la vide titubare e per non metterla alle strette con una decisione così importante, le
mise un dito sulla labbra invitandola a tacere.
- Non dovete decidere subito, - la rassicurò: - vi lascerò tutto il tempo che volete, ma vi prego
non indugiate troppo, nessuno dei due può sapere quanto tempo resta a nostra disposizione. -

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L’INSEGNATE DI MAGIA
Marissa quel mattino si sentiva di ottimo umore, ra riuscita a sapere dai valletti che si
occupavano delle stanze di Sua signoria che Sir Ragnor aveva passato la notte solo nella sua stanza
e che la porta che separava le sue stanze da quelle della strega era rimasta chiusa per tutta la notte.
Ciò poteva solo dire che la strega non era ancora la sua amante e se le cose andavano per il verso
giusto non lo sarebbe mai stata. Neppure l’idea di vedere il brutto muso della lattaia dalla quale si
stava dirigendo poteva rovinare il buon umore, impedendole di gioire della bella notizia.
Stava passando accanto alla chiesa quando scorse un carrozzone che mai aveva visto lì a
Villacorta. Avvicinandosi notò la figura ricurva di una persona incappucciata che incitava i passanti
con una strana nenia. Marissa incuriosita dallo strano merciante attirò senza volerlo l’attenzione
dell’uomo. Gli altri passanti intimoriti dalla torva persona del gobbo si allontanavano dal
carrozzone infastiditi.
- Buon giorno mia bella signora. – sibilò l’uomo del quale non riusciva a scorgere gli occhi.
- Vi piacerebbe scoprire cosa ha in serbo il destino per voi? – le chiese con la sua strana voce
viscida: - Per voi mia signora non sono che due scellini. -
Marissa scorse le dita candide e viscide dell’uomo che sbucavano da sotto la tunica e
arricciando il naso infastidita, borbottò: - Non mi scocciare. –
- Non dovreste rispondere così a un uomo che vuole aiutarvi, - la rimproverò il mercante: -
vedo che avete grandi ambizioni, mirate al cuore di un uomo molto importante.. -
Marissa che già stava allontanandosi si fermò sui suoi passi: - E voi come fate a saperlo? –
Un sorriso giallo e sdentato si aprì sul viso dell’uomo messo in mostra solo per metà:
- Io so molte cose mia signora, - la rassicurò: - cose che non sono ancor avvenute e che
avverranno.-
- Due scellini avete detto? – s’informò la fantesca.
L’uomo sorrise di nuovo. – O anche solo una delle mele che portate nel vostro cesto mia
signora, la vostra bellezza ripaga già i miei poveri occhi. –
Marissa prese una mela che portava nel cesto e gliela porse: - Tenete. –
L’uomo l’accettò e se la infilò in tasca, poi voltandosi aprì la porta del carrozzone: - Entrate
mia signora, vi leggerò la mano e non credo vogliate che tutti sentano cosa il destino ha in serbo per
voi.–
La donna salì i tre gradini di legno e seguì l’uomo nella stanzetta ricolma di candele e strane
ampolle, il gobbo andò dietro una tavolaccio di legno e le indicò una sedia nella quale prendere
posto. La porta si chiuse da sola alle sue spalle. Un po’ intimorita Marissa si sedette.
- Datemi la mano bella signora. – le disse l’uomo ammantato.
La fantesca ubbidì e tesa la mano, l’uomo la prese nelle sue viscide e sudate e a voltò con il
palmo verso l’alto. Le versò delle gocce di un liquido verde sulla mano e le massaggiò il palmo fino
a stendere l’unguento.
- Siete destinata a grandi cose. – esordì compiaciuto l’uomo. - Vedo un cavaliere dallo scuro
manto a cui ambite. Siete vicina a farlo vostro. Ma… -
- Ma.? – chiese concitata la donna.
- Ma c’e una strega al suo fianco. Sbaglio? -
Marissa annuì stupefatta: - Dite bene. –
- La strega cerca di concupirlo, si avvicina il momento in cui riuscirà ad ammaliarlo del tutto.-
- Oh, no.. – sospirò Marissa. – Non c’è modo per fermarla? -
L’uomo alzò il viso di scatto.

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- Una strega? – chiese ironicamente. - Per fermare una strega serve combatterla con la stessa
moneta, la magia. -
- Io non conosco nulla di incantesimi.. – si lamentò la fantesca.
- Non preoccupatevi bella signora, - la rassicurò l’uomo incappucciato mentre già si voltava a
cercare qualcosa su uno scaffale: - vi aiuterò io. -
- Tenete. – le disse porgendole un’ampolla viola: - E’ un filtro d’amore molto potente, fatelo
bere al vostro innamorato e sarà vostro, ma state attenta a non farvi scoprire dalla strega o annullerà
il suo effetto. -
Marissa rimirò l’ampolla che teneva fra le dita: - Non ho soldi con me al momento. –
- Non serve che mi paghiate, - le disse l’uomo. – basterà che vi ricordiate di me quando sarete
diventata una potente signora. -
Gli occhi della donna si illuminarono soddisfatti, s’infilò l’ampolla nel corsetto mettendola al
sicuro tra i suoi pesanti seni.
- Non preoccupatevi, - disse al fattucchiere: - se diventerò la signora di Villacorta vi farò
ricoprire d’oro. -
L’uomo annuì e fece strada alla fantesca aprendole l’uscio: - Arrivederci mia signora. -
La guardò allontanarsi, sul suo viso pallido aleggiava qualcosa di maligno ma venne
rimpiazzato da un ghigno soddisfatto mentre prendendo la mela dalla tasca se la portava ai denti
gialli e marci. Un colpo di brezza fece sventolare il suo cappuccio nero e per un secondo svelò i
suoi occhi perfidi e vitrei.

Nel primo pomeriggio Viola rimase nei suoi alloggi, Ragnor era molto occupato così lei aveva
deciso di concedersi un po’ di quiete attendendo la sera e il banchetto che sarebbe venuto.
Sedeva su una poltrona accanto al caminetto con in grembo lupo e un libro di racconti epici
tra le mani, anche se per la verità non stava affatto leggendo perché non le riusciva di concentrarsi
per più di cinque secondi senza ritornare a pensare alla proposta di Ragnor.
I pro e i contro erano molti. Da un lato sapeva che se avesse rinunciato a Ragnor, a fare
l’amore con il bel cavaliere, se ne sarebbe pentita per tutta la vita. Non poteva dire di esserne
innamorata, ma di certo le sarebbe piaciuto fare l’amore per la prima volta con lui. Ormai aveva
vent’anni ed aveva indugiato abbastanza a lungo nella sua castità per rendersi conto che Ragnor era
il tipo d’uomo, bello, fiero, coraggioso e leale per il quale aveva atteso di fare dono della sua.. beh
‘virtù’.
I contro, beh i contro erano molti, in primo luogo più si fosse legata a lui più sarebbe stato
difficile separarsi. L’idea di lasciarlo la lasciava già piuttosto triste e malinconica, non le serviva
essere chiaroveggente per sapere come si sarebbe sentita distrutta lasciandolo dopo che avevano
condiviso le gioie e i piaceri paradisiaci che lui poteva offrirle.
E poi, c’era sempre il rischio di rimanere incinta. Non credeva di certo che in quel epoca
esistessero dei metodi di contraccezione efficaci e il rischio di rimanere davvero compromessa era
considerevole. Sbuffando fissò le fiamme che ardevano i cocchi nel caminetto. Fuori all’aperto
faceva già piuttosto caldo, ma lì all’interno del castello il fuoco era ancora necessario per scacciare
l’umidità dalle pareti di pietra.
Stava ancora fissando le guizzanti fiamme dorate quando improvvisamente queste si spensero.
Sussultò chiedendosi se era stata lei la causa di quello strano fenomeno. Senza indugiare mise a
terra Lupo e si accucciò dinnanzi al caminetto ad esaminare i ciocchi spenti. Si era appena chinata
che qualcosa sembrò piombare giù dalla cappa.
- Strega in arrivo! – sentì rimbombare appena prima che quel qualcosa di tremendamente
grosso e massiccio le rovinò addosso facendola ruzzolare all’indietro.

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La fuliggine si alzò dal caminetto facendo tossire lei e la sagoma che si delineava tra le ceneri
in volo. Una palla di pelo rosso balzò fuori dal nuvolo mettendosi al riparo. Viola appuntò lo
sguardo sul grosso gatto tigrato che si accucciò accanto al letto, mentre la sua proprietaria agitando
le braccia e tossendo borbottava:
- Non dovevano pulirla da un secolo quella dannata cappa. -
Le polveri si abbassarono e Viola ancora seduta a terra si ritrovò a fissare una donna dai
capelli grigi e dai furbeschi oggi gialli. La fissò per un paio di secondi mentre questa finiva di
riassettarsi i vestiti liberandoli dalla polvere. Indossava una lunga gonna blu e una giacchetta rossa,
sulle spalle teneva poggiato uno scialle bianco, come la cuffietta che le celava parte del capo e da
sotto di questo comparivano delle strane appendici. La donna si diede ancora un paio di colpetti alle
maniche e poi alzò lo sguardo su di lei.
- Che fate lì a terra ragazza? – le chiese: - Non avete mai visto una strega scendere dal
camino? -
Una volta che si fu messa in piedi, Lupo spaesato quanto lei si rifugiò tra le sue gambe.
- Strega Gwendra? – chiese titubante Viola.
- In carne ed ossa. – esordì la strega con un gesto teatrale.
“ Più carne che ossa.” commentò il gatto.
Viola sgranò gli occhi allucinata e li appuntò sul gatto, Gwendra lo rimproverò:
- Sta zitto tu non vedi che l’hai spaventata? – poi tornando a sorridere a Viola disse: - Dato
che avete appena sentito la voce del mio gatto, suppongo che voi siate la Strega Viola, la liberatrice
del signore di Villacorta. -
- Già. – commentò Viola sorridendo a stento: - Non pensavo di vedervi comparire qui in
camera mia. -
La strega si alzò nelle spalle e le strane appendici che le sbucavano da sotto lo scialle
svolazzarono. Viola per l’ennesima volta sconcerta si rese conto che le due appendici erano ali! Ali
simili a quelle di un pipistrello ma bianche.
- Non guardatele così. – la redarguì la strega: - Sono ali ma non mi servono a fare un gran che,
sono troppo piccole per permettermi di svolazzare qua e là. - .
La ragazza deglutì a vuoto.
- Scusate l’impertinenza… ma perché avete delle ali da pipistrello attaccate alla schiena? –
- Ah, - sbuffò la donna: - è un maleficio che mi è stato fatto anni fa. Un’altra strega mi
tramutò in un pipistrello, riuscii a tornare normale, ma per una febbre da trasmutazione come vedete
qualcosa di quel maledetto essere è rimasto. -
La strega adocchiò la poltrona e si sedette senza chiedere il permesso:
- Il vostro cavaliere mi ha mandata a chiamare per farvi da maestra, - le spiegò schioccando le
dita verso il caminetto che riprese a lambire, – ma trovavo più opportuno fare due parole in privato
con voi, che essere presentate in una sala piena di gente che muore dalla voglia di buttarci su un
falò. -
- Sedetevi. – le disse la donna indicando il vuoto dinnanzi a lei, Viola non ebbe il tempo di
chiederle dove, che una poltrona identica a quella in cui sedeva la strega le comparve dinnanzi.
Viola si sedette e Lupo la seguì continuando ad adocchiare circospetto il gatto.
- Vedo che vi siete già scelta un demone familiare, - commentò la strega indicando Lupo. -
molto saggio da parte vostra prenderlo da cucciolo. -
La ragazza non capì e inarcò entrambe le sopraciglia.
- Figlia mia, - si lamentò la strega. – non vorrete dirmi che non sapete neppure cos’è un
demone familiare? -
Viola scosse il capo. – No, vedete io non so nulla di stregonerie, non sapevo neppure di essere
una strega fino a qualche giorno fa… -

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L’anziana strega si portò una mano al petto.
- Bontà divina! – sbottò. - Siete ancor meno di una novizia.-
Poi riprendendosi dal colpo chiamò il suo gatto: - Seamus! Vieni qui lazzarone e fatti vedere
dalla ragazza. –
Il gatto obbedì sbuffando e ignorando Lupo saltò sulle gambe di Viola.
- Una strega – spiegò la donna: - può scegliere un animale a cui legarsi che diventa le sue
orecchie e suoi occhi. E molto altro ancora.. -
- Impara anche a parlare vedo… - commentò Viola non resistendo alla tentazione di grattare
l’orecchio al micio.
Seamus fece le fusa. “ Oh si!, - sospirò il gattone: - grattami lì dietro.”
Gwendra si schiarì la voce.
- Fagli vedere anche il resto… - ordinò al suo gatto.
Seamus sbuffò di nuovo e ritornò a terra. Si allontanò di qualche passo e poi al suo posto
comparve un’enorme felino. Viola si arrampicò quasi sulla poltrona e Lupo fece altrettanto
ritrovandosi a fissare il gatto ora grande come un toro con tanto di zanne e artigli affilati.
Viola si rese conto di aver gridato solo quando la porta che separava le sue stanze da quelle di
Ragnor venne spalancata di botto e il cavaliere entrò con la spada in mano. La belva fu lesta a
tornare il placido micio e pur di scappare dalla lama del cavaliere guizzò tra le braccia di Gwendra.
- Cosa sta succedendo qui? – tuonò Ragnor appuntando il suo sguardo di ghiaccio
sull’anziana strega. – Gwendra da dove siete entrata! Chi vi ha dato il permesso di presentarvi in
camera della mia signora? -
La strega si alzò e si inchinò cortesemente: - Mio buon Sire non volevo portare scompiglio in
casa vostra, stavo solo facendo la conoscenza della vostra giovane strega. –
Ragnor si volse verso Viola come se volesse che lei gli desse la conferma e lei annuì.
- Va tutto bene. – lo rassicurò: - Mi sono solo spaventata e ho urlato anche se non correvo
alcun pericolo. -
Ragnor acquietatosi rinfoderò la spada e appuntò lo sguardo sul gatto della strega, anche se
Viola l’aveva decisamente rabbonito era ancora furente:
- Si può sapere che razza di essere è quello? Un gatto o che altro? -
- Per l’appunto, - iniziò la strega: - stavo spiegando alla Strega Viola che questo gatto è un
demone familiare, che si può trasformare in una belva per proteggermi. -
- Come se ne avessi bisogno. – commentò sarcastico Seamus. Ragnor però non poté sentirlo.
- Anche il suo lupo, - spiegò Gwendra indicando Lupo: - è un demone familiare e
all’occorrenza può diventare un belva molto più feroce. -
Ragnor incrociò le braccia sul petto: - Non avete visto Strega che quello è già una belva? E’
un cucciolo di lupo nero. –
Gwendra annuì. - Per l’appunto e lo sarà ancora di più quando la vostra Strega gli ordinerà di
trasformarsi. –
Il cavaliere non sembrò affatto grato della notizia, ma incrociando il dolce sguardo di Viola
non commentò. Si avvicinò alla sua poltrona e le tese la mano, Viola la prese e lui la fece alzare.
- Scusateci un istante Strega. – disse a Gwendra.
Viola lo seguì nelle sue stanze e vedendole per la prima volta prese tempo a guardarsi attorno.
Ammirando gli arazzi appesi alle pareti, i tappeti e il sontuoso letto a baldacchino.
Ragnor chiuse le porte alle loro spalle e prendendola tra le braccia chiese:
- Va tutto bene, mia adorata? -
Viola annuì sorridendo, Ragnor l’aveva chiamata “mia adorata” :
- Si, non preoccuparti, Gwendra mi ha fatto prendere un bello spavento ma non è cattiva. La
trovo molto simpatica. –

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Ragnor annuì poco convinto. – Credevo fosse una buona idea trovarvi una strega che vi
facesse da maestra, ma non pensavo sarebbe comparsa così inopportunamente nei vostri alloggi. –
Viola annuì, poi alzandosi sulla punta dei piedi si appoggiò alla sua spalla deponendogli un
bacio sulla guancia: - Sei stato molto premuroso. –
Ragnor sorrise e qualcosa nella sua espressione altera e virile si sciolse facendolo sembrare
ancora più bello. Quando Viola tornò con i talloni a terra lui la guardava eccitato, la passione era
più che riconoscibile dietro i suoi occhi grigi:
- E’ troppo presto per sperare in una risposta alla mia proposta? -
Viola arrossì colta impreparata e Ragnor rise: - Stavo scherzando Viola, non preoccupatevi
non intendo assillarvi. -

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L’ANIMA GEMELLA
Viola occupò il resto del pomeriggio a fare la conoscenza di Gwendra, per il momento preferì
non rivelarle nei minimi dettagli la sua vicenda, ma le disse che veniva da un’altra epoca e non
sapeva come farvi ritorno.
- Non ti preoccupare, cara. – la rassicurò la vecchia strega: - Non serve che mi racconti tutto,
abbiamo bisogno di conoscerci entrambe e quando ti fiderai di me mi rivelerai ciò che vuoi. -
La ragazza annuì osservando Lupo che presa confidenza giocava con Seamaus, dandogli
giocose zampate sul muso. Nonostante il lupo fosse solo un cucciolo e il gatto già adulto, il secondo
era più piccolo del primo e non si divertiva molto ad essere trattato come un pupazzo.
- Stai giù palla di pelo spelacchiata! – si lamentò Seamus mentre Lupo gli si sedeva sopra
leccandogli le orecchie.
Gwendra rise e riportando l’attenzione alla sua novizia le disse: - Ti sarai già accorta che non
puoi leggermi nel pensiero. –
Viola annuì ffermativamente. - No, non ci riesco. -
- Tra noi streghe non è possibile. – le spiegò la strega: - Non c’è una ragione specifica ma
neppure io posso leggerti nel pensiero. -
Viola trovandosi nell’argomento pose una domanda che le stava a cuore: - E come mai non
riesco a sentire neppure i pensieri di Sir Ragnor? Voi li sentite? –
Gwendra sembrò turbata dalla sua domanda, la fissò per un istante di sottecchi e poi
arricciandosi una ciocca di capelli grigi sul dito le disse: - Io posso sentirli, per me Sir Ragnor è un
uomo come un altro. -
- E per me no? – chiese perplessa Viola.
- Evidentemente, no. – le confermò Gwendra precipitandola nel dubbio.
Viola non le chiese altro attendendo che la donna le desse le risposte che cercava.
- Vedete ragazza, - iniziò la strega: - uno strano caso del destino vuole che le streghe non
possano udire i pensieri dell’uomo che è destinato ad essere la loro anima gemella. -
Viola sgranò gli occhi e la sua espressione attonita confermò alla strega più anziana il suo
sconcerto.
- Ragnor…- balbettò: - è la mia anima gemella? -
- Si. – le confermò la strega: - Se come dici tu non puoi udire i suoi pensieri non ci sono altre
spiegazioni che questa. Sir Ragnor è l’uomo che il destino ti ha reso più affine, ritieniti fortunata ad
averlo trovato. La maggior parte delle donne non conoscono mai il vero amore. -
Quelle ultime parole della strega rimbombarono nella mente di Viola come una cascata “Il
vero amore.”
- Vi ho sconvolta? – le chiese la donna.
Viola si rese conto che tremavano le mani: - Non lo nego, mi avete sconvolta. Non credevo
esistesse davvero l’anima gemella, nella mia epoca è solo un mito a cui gli innamorati vogliono
credere. –
- E.. ? – la incoraggiò la strega.
- E .. – continuò Viola: - io dovrò tornare nel mio tempo, Ragnor non potrà mai fare parte
della mia vita. -
Gwendra la fissò in volto e vedendo tutta la sua angoscia si alzò andando ad accarezzarle i
capelli. - Non fate così bambina, non si può mai sapere cosa il destino ha in serbo per noi, neppure
una strega può saperlo nonostante i suoi poteri. -
- Alzatevi, - la incoraggiò: - mi è parso di capire dai pensieri del vostro cavaliere che stasera
ci sarà un banchetto. -

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Viola annuì: - Certo ma che centra? –
La donna sorrise.
- Che c’entra? Dovete farvi bella. –
La strega si avvicinò allo specchio che sovrastava il mobile da toeletta:
- Il primo incantesimo che vi insegnerò è piuttosto frivolo, ma non si può dire che non sia
utile..-
La donna si mise le mani sui fianchi: - Guardate bene cosa faccio e ripetete dopo di me. -
Gwendra incrociò le mani sul petto e Viola fece lo stesso.
- Bianca è la sposa. – disse e Viola ripeté.
- Nera è la monaca. – aggiunse sfiorandosi i fianchi.
- Vestimi da dama e che sia fatto in un giro. – Gwendra volteggiò su sé stessa e Viola la imitò,
quando si fermarono entrambe indossavano ricche vesti da corte.
- Wow! – non poté impedirsi di sbottare Viola correndo davanti allo specchio a rimirarsi.
Gwendra ridacchiando la guardava soddisfatta.
- L’incantesimo è lo stesso ogni volta che volete cambiare abito, se volete vestirvi da
contadina per esempio bastava che dite “ Vestimi da contadina e che sia fatto in un giro.” -
Viola si voltò versa la strega e le sorrise: - Questo incantesimo mi sarà davvero utile. –
Poi felice come una pasqua fece una piroetta su sé stessa ammirando il bel vestito lilla che
indossava.

Ragnor sedeva sull’altro scranno nel salone dei banchetti attorniato dai suoi cavalieri e dai
suoi nobili ospiti. Wulf sedeva alla sua destra e il posto alla sua sinistra era stato lasciato libero per
Viola che tardava a comparire. La sala era gremita di gente e giù dal palco dove era posata la lunga
tavolata dei nobili e dei cavalieri, numerosi altri banchi di legno erano stati imbanditi ad ospitare
tutti i castellani e la gente di Villacorta che aveva trovato posto. Il suono dell’arpa e dello liuto si
alzava dolce e melodioso per la sala che profuma di lavanda e c’era che ardeva.
L’invitante profumo del buon cibo s’insinuava dalla porta che collegava il salone alle cucine,
mettendo un certo languore a tutti i commensali. Corni e calici ricolmi di vino erano già stati
sollevati più volte in onore del signore di Villacorta, quando sotto le porte della sala comparve
l’esile figura di Viola scortata da quattro fantesche e la strega Gwendra.
Ragnor non la vide per primo, ma capì che doveva essere accaduto qualcosa perché il silenzio
scese nella sala man mano rimpiazzato da un eccitato brusio. Wulf richiamò la sua attenzione
dandogli una gomitata nel costato e Ragnor infastidito si voltò verso di lui.
- Guarda là, fratello. – gli disse Wulf. – La tua bella strega ruberà il cuore di tutti i presenti. -
Ragnor capì che quanto andava farneticando Wulf non poteva essere che vero quando i suoi
occhi si posarono su Viola. Indossava un elegante abito di un tessuto rilucente dello stesso colore
dei suoi occhi che alla luce delle torce e delle candele mandava leggiadri riflessi rosa. I suoi seni
erano provocantemente messi in mostra da una casta scollatura. Aveva i capelli sciolti e sul capo
portava un velo dorato trattenuto da una coroncina d’oro. Le lunghe maniche a tulipano del suo
abito coprivano le sue mani eleganti e delicate, che al momento teneva conserte in grembo come
una timida fanciulla che si avvicinava al suo promesso sposo.
Quando i loro occhi si incrociarono Viola sorrise e lo stesso fecero i suoi occhi, Ragnor come
incantato si alzò in piedi e aggirando il tavolo del banchetto le andò in contro.

Viola entrò nella sala ritrovandosi improvvisamente conscia di aver attirato l’attenzione di
tutti i presenti. Gwendra al suo fianco le bisbigliò mentalmente l’incantesimo che l’avrebbe
risparmiata dall’essere sommersa dai pensieri di tutti i presenti e lei lo ripeté sentendo sparire ad
una ad una le voci che le si erano affollate nella testa.

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Cercò Ragnor con lo sguardo e non tardò ad individuare la sua imponente figura sullo scranno
più alto della tavolata che giaceva su una sorta di palco. Ragnor si alzò e aggirò il banchetto
scendendo dal soppalco. Vedendolo il cuore le salì in gola, lui non aveva occhi che per lei e lei che
per lui, bellissimo in una corta tunica nera e il lungo mantello orlato da pelliccia bianca. I capelli
lucenti come l’ala di un corvo gli cadevano sciolti sulle spalle.
Lui la raggiunse e si fermarono l’uno davanti all’altro, senza dire nulla lui le prese la mano e
inchinandosi le depose un bacio sul dorso, senza distogliere gli occhi dai suoi. Mille promesse
aleggiavano sotto le sue ciglia scure, brillando maliziosamente dietro i suoi occhi di ghiaccio.
Uno scrosciò di applausi e grida gioiose si levò per la sala gremita di gente.
Ragnor si rialzò e tenendola per mano la condusse sul palco. La scortò fino al posto accanto al
suo e un paggio si avvicinò a loro porgendogli due coppe poggiate su un vassoio prima che si
sedessero. Ragnor prese una coppa e Viola fece altrettanto. Lui levò il vino verso la sala che
rimaneva in silenzio e centinaia di calici si levarono in risposta.
- Brindiamo all’ennesima vittoria di Villacorta sui suoi nemici e a Viola la Strega. Che la
prosperità non abbandoni mai queste terre! -
Un nuovo boato di grida gioiose si levò per la sala e Viola bevve il suo vino scambiando con
Ragnor una complice occhiata da sopra l’orlo del calice. Nessuno si accorse degli occhi smaniosi di
una fantesca, Marissa, che fissi sul signore di Villacorta lo guardavano con trepidazione ingollare il
vino drogato contenuto nella sua coppa.

Per Viola quella fu una serata gaia e spensierata, mangiò e bevve al fianco di Ragnor, ridendo
alle battute di Sir Wulf e di Sir Marzio e dei nobili lì attorno. Una giovane dama, Lady Rossella,
seduta di fronte a lei la interessò particolarmente, raccontandole divertenti aneddoti e dimostrandosi
di un’allegria contagiosa. Quando la ragazza dai capelli rossi le chiese da dove veniva si limitò a
dire con un’alzata di spalle:
- Dalle montagne, quando ho trovato Sir Ragnor tramutato in falco vivevo sola in una baita di
montagna vicino a Silvino. -
Non ci furono altre domande indiscrete sulla sua provenienza e Viola riuscì quasi a
dimenticarsi di provenire da un’altra epoca. Di tanto in tanto quando tornava a incrociare gli occhi
di Ragnor o semplicemente si soffermava a fissarlo discutere con i suoi uomini, le parole di
Gwendra le tornavano alla memoria riempiendole il cuore di agitazione e fantasie: “Il vero amore,
la mia anima gemella”.
Quando tutti ebbero finito di mangiare una vera e propria orchestra di musici venne ad
accompagnare il lieto canto di un giovane trovatore che improvvisò una sonata che lodava la sua
bellezza facendola arrossire.
Ragnor vedendola imbarazzata rise di gusto e Sir Wulf rincarando la dose si alzò dal suo
posto comparendo tra lei e Ragnor.
- Fratello mio, - esordì porgendole una mano: - so bene che non sei portato per la danza,
quindi non mi resta che offrirmi di persona per far danzare la tua bella strega. -
Ragnor non fece a tempo ad obbiettare che Sir Wulf la trascinò giù dal palco unendosi alle
danze degli altri castellani. Viola non perse tempo ad apprendere gli elaborati passi della danza e
ridendo passò di cavaliere in cavaliere finché, di fronte a lei non si ritrovò Ragnor che smentendo
quanto detto dal fratello si dimostrò un ottimo ballerino.
Volteggiò tra le sue braccia come in un sogno e quando lui la ricondusse al suo posto
sfiorandole la mano in intima carezza da sotto il tavolo era già conscia di aver preso un decisione: la
risposta alla sua proposta era senza ombra di dubbio un sì.
Il banchetto non era ancora finito quando Viola chiese a Ragnor di tornare nelle sue stanze. La
serata era già stata lunga abbastanza per lei e se non poteva avere Ragnor per sé, non desiderava

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altro che tornare nei suoi alloggi a riposare. Lina e Giliana e altre due ragazze vennero chiamate a
scortarla in camera sua e Gwendra, che era stranamente sparita durante il banchetto, ricomparve ad
accompagnarla.
- Dove eravate finita? – le chiese Viola.
La donna si alzò nelle spalle. – Avete presente i cani che si accapigliavano attorno ai tavoli
per avere qualche osso? Beh, ho preso le sembianze di uno di loro e mi sono messa a gironzolare
qua e là, non avete idea di quante cose si possono scoprire prendendo la forma di un animale. –

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ANCHE L’ANIMA GEMELLA TRADISCE
Ragnor raggiunse la sua stanza a tarda ora, dopo che Viola se ne era andata forse aveva
eccesso un po’ troppo con il vino perché la testa aveva preso a girargli e strani pensieri gli
vorticavano nella mente.
Dapprima solo il pensiero di Viola aveva popolato i suoi pensieri, ma ora la sua mente
illanguidita dal vino sostituiva l’immagine della donna con un’altra molto più raggiungibile. Il
ricordo di Marissa e le sue generose forme che mai gli avevano stimolato nessuna attrattiva si
impossessò della sua mente. Ragnor scosse il capo vigorosamente come se volesse scacciare un
inopportuno pensiero e nel farlo barcollò.
- State bene mio signore? – chiese una voce femminile alle sue spalle.
Ragnor colto di sorpresa si voltò stupendosi di ritrovare Marissa lì davanti ai suoi occhi.
- Vi stavo giusto pensando. – disse l’uomo come se rispondesse a una volontà che non era la
sua.
La donna sorrise compiaciuta e civettuola gli chiese: - Davvero? E a cosa pensavate? –
Il cavaliere si rese conto che c’era qualcosa che non andava e poi il mondo prese la
consistenza vacua di un sogno. Vide sé stesso come se si trovasse nel corpo di qualcun altro chinarsi
ad afferrare la donna baciandola con ardore, per poi gettarsela in spalle e portarla senza troppo
cerimonie nella sua stanza da letto.

Viola era stesa a letto da molto ma non riusciva a prendere sonno. Il pensiero di Ragnor le
tormentava la mente rendendola ansiosa e eccitata. Desiderava vederlo al più presto e renderlo
partecipe della sua decisione, finché non l’avesse fatto era certa che non sarebbe riuscita a dormire.
Non resistendo si alzò senza disturbare Lupo che dormiva acciambellato sul letto accanto a
lei. Scalza e in camicia da notte raggiunse la porta che separava le sue stanze da quelle di Ragnor e
facendo usò dei primi insegnamenti di Gwendra disse:
- Io ho la chiave di tutte le porte, apriti e fammi entrare. -
La serratura come per incanto si aprì e Viola sorridente si intrufolò nella camera di Ragnor.
Lo spogliatoio era vuoto ma una luce proveniva dalla camera da letto. Vide il letto a baldacchino e
scorgendo al contempo le ombre di due figure proiettate contro le cortine udì i pensieri di una
donna. “ Oh si Ragnor, ora siete mio.”
Viola perse il senno, non volle credere che ciò che vedeva e sentiva fosse vero, si avvicinò al
letto a baldacchino e aggirandolo vide ciò che le spezzò il cuore: Ragnor a torso nudo era chino su
Marissa che già svestita era riversa sotto di lui che le baciava seni e la gola. Gli occhi marroni della
donna si appuntarono su di lei che guaì: - La strega! –
Ragnor si irrigidì a sua volta e voltandosi le appuntò addosso due occhi vuoti e
irriconoscibili. Dopo un istante sembrò riconoscerla, ma Viola era già fuggita prima che lui potesse
fermarla o dire alcun che.

Ragnor vide gli occhi di Viola grandi e sgranati pieni di dolore e collera, poi lei fuggì via.
Non si capacitò neppure di dove si trovava finché non realizzò di essere sul suo letto e che Marissa,
nuda, era stesa sotto di lui. Si alzò di scatto e si portò una mano al capo:
- Cosa diavolo fate voi qui? – tuonò alla donna. – Cosa mi avete fatto? -
La fantesca sgranò gli occhi e coprendosi i seni con le braccia disse: - Non è evidente? –
Ragnor le indicò la porta: - Andatevene subito! –
La donna non trovò nulla da dire al tono secco dell’uomo e sotto il suo sguardo furente ebbe
l’accortezza di tacere raccattando i suoi vestiti prima di svanire.

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Ragnor ancora intontito si diresse verso la porta di Viola. Ne presa la maniglia e scoprì che
era chiusa.

Viola rimase come sorda mentre sentiva Ragnor battere sull’uscio:


- Vi prego Viola aprite! Vi posso spiegare. -
Lacrime amare le rigavano il viso, Lupo destato dal trambusto cercava di consolarla
leccandole le dita come se potesse sentire il suo dolore.
- Viola datemi l’opportunità di spiegarmi, ve ne prego. -
- Sono tutti uguali. – disse Viola a Lupo: - Se ho imparato una cosa è che degli uomini non ci
si può fidare, di nessuno di loro. -
- Nemmeno della tua anima gemella. – aggiunse con amaro sarcasmo sopprimendo un
singhiozzo.
Ragnor cessò di battere sull’uscio e Viola sperò che non stesse prendendo la rincorsa per
abbatterlo. La porta d’ingresso principale di camera sua si aprì pochi istanti dopo. Ragnor nudo
dalla cintola in su comparve nella sua stanza, evidentemente aveva fatto il giro dal corridoio.
Viola che era seduta sul letto balzò in piedi e si avvicinò alla finestra indietreggiando.
- Non osare avvicinarti schifoso verme bugiardo! – gli urlò.
- Viola. – la implorò cercando di rabbonirla: - Non è come pensate. -
La ragazza alzò orgogliosamente il mento incurante delle lacrime che le bagnavano le guance.
- Sicuramente! – lo derise malignamente: - Ti ho visto con i miei occhi tra le braccia di quella
sgualdrina! Solo stamattina dicevi di desiderarmi, che ti facevo impazzire, che volevi sposarmi e la
sera ti ritrovo a rotolarti nel letto con un’altra! -
- “E’ meglio gioire di quello che si può avere per poco, che non farlo affatto” – ripeté le sue
stesse parole facendo la voce grossa per imitarlo. – Va a gioire all’inferno cretino! -
- Viola… - riprovò ad avvicinarsi Ragnor.
- Ti ho detto di strami lontano! – gli urlò scoppiando tra i rinnovati singhiozzi la ragazza. – E
io che ero venuta a dirti che accettavo la tua proposta! Che stupida! -
- Amore mio, - le disse Ragnor supplicandola di ascoltarlo: - vi prego ascoltatemi posso
spiegare.. -
“Amore mio” quelle parole furono come una stilettata al petto per Viola.
- Vattene non voglio rivederti mai più! Domani mattina me ne andrò e non voglio mai più
sentire parlare di te! -
Ragnor si avvicinò di un passò come se volesse costringerla ad ascoltarlo e Lupo prese a
ringhiare, Viola posò lo sguardo sul cucciolo e sorpresa lo vide tramutarsi all’improvviso in una
grossa belva in procinto di azzannare il cavaliere.
Il suo pelo divenne argenteo ed ispido, lunghe zanne comparvero ai lati della sua bocca e
zampe grosse come le gambe di un uomo robusto sostituirono le sue esili zampine. La belva che
Gwendra aveva presagito comparve li davanti ai loro occhi ancora cucciola, come in effetti Lupo
era. Ragnor si fermò sui suoi passi fissando il grosso Lupo come se lo sfidasse ad attaccarlo.
Viola temette che lo aggredisse davvero: - A cuccia Lupo! -
La belva obbedì e potandosi davanti a lei si sedette imperiosa, senza distogliere gli occhi
dall’uomo che faceva soffrire la sua padrona.
- Domani me ne andrò, - annunciò Viola. – non condividerò mai più questo tetto con te. -
– Non serve che ve ne andiate, dovevo partire per delle terre di confine. Anticiperò la mia
partenza a domani. Starò via a lungo e voi potrete rimanere qui, se quando tornerò non avrete
ancora trovato il modo per tornare a casa vostra ve ne potrete andare dove volete. –
Il cavaliere lasciò cadere le mani lungo i fianchi, la guardò ancora a lungo come se aspettasse
che lei gli desse la possibilità di spiegarsi, ma non accadde. Quando capì che non avevano più nulla

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da dirsi si voltò e uscì in silenzio. La porta si chiuse alle sue spalle e Viola scossa e affranta si lasciò
cadere in ginocchio abbracciando singhiozzante il collo di Lupo. La belva le leccò la guancia con
una tenerezza inaspettata da un essere con simili zanne e per magia ritornò ad essere cucciolo.
- Bravo cucciolo, - disse Viola grattandogli la testolina: - hai difeso la tua padrona. -

Il giorno successivo Viola non mangiò e non volle la compagnia di nessuno, non uscì neppure
per portare Lupo fuori. Lo affidò a Gwendra che sentendo che tirava aria cattiva la lasciò sola
lasciandole il tempo di leccarsi le ferite.
A metà mattino il cortile sotto la sua finestra era in agitazione, una cinquantina di soldati a
cavallo si preparava a partire al seguito di Ragnor e i suoi cavalieri. Trombe squillanti annunciarono
la partenza e Viola non riuscì a resistere alla tentazione di affacciarsi. Come lo fece incrociò lo
sguardo di Ragnor che rivolto alla sua finestra come se sperasse di vederla apparire.
Viola non si ritrasse per il semplice motivo che in lei si insinuò il timore che lui potesse
morire in battaglia. Stava partendo per andare a combattere e per quanto ora lo odiasse non poteva
che temere l’idea della sua morte. Ragnor alzò un braccio salutandola e Viola non rispose al saluto,
sentendo di nuovo le lacrime premerle dietro le palpebre si ritrasse nascondendosi nell’oscurità
delle sue mani chiuse davanti al viso.

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L’INFALLIBILE FIUTO DI GWENDRA
Il giorno successivo Marissa tornò nella piazza davanti alla chiesa a cercare il carrozzone del
fattucchiere, ma non lo trovò. La pozione non aveva fatto effetto, Ragnor non era stato suo e
l’uomo incappucciato era sparito privandola dalla possibilità fare di alcun reclamo. Tornando al
castello si accorse nuovamente della cagna spelacchiata che l’aveva seguita per il paese.
- Stupita bestiaccia. – ringhiò tra i denti.
Gwendra, attese che la donna rientrasse nel castello e poi infilandosi nelle stalle cercò un
luogo appartato per riprendere forma umana abbandonando le spoglie della cagna randagia.
- Qualcuno qui avrà molte cose da spiegare. – borbottò tra sé e sé enigmaticamente.

Viola si trovava con lady Rossella, che volendola tirarla su di morale l’aveva condotta a fare
una passeggiata nel roseto. Anche il suo promesso sposo era partito al fianco di Ragnor ma la
ragazza era molto più serena di lei.
Le due sedevano su una panchina di pietra sotto un arco di boccioli in fiore e Lupo ai loro
piedi si rotolava tra l’erba alta masticando una margherita.
- Smettetela di affliggervi Viola. – cercò di consolarla Rossella: - Sir Ragnor è un cavaliere
valoroso non gli accadrà nulla, non preoccupatevi. Dovreste pensare alla vostra salute piuttosto, le
fantesche mi hanno detto che non toccate cibo dal giorno della sua partenza. -
Viola sorrise amaramente, stava per ribattere qualcosa quando Seamus, inviato dalla sua
padrona, comparve sul muro di cinta del roseto.
“Viola!” la chiamò balzando a terra.
La ragazza si scusò con la sua amica e si diresse verso il gatto: - Scusate un secondo Rossella,
Seamus vuole dirmi qualcosa. –
La giovane lady piuttosto stranita non obbiettò e fissandola perplessa la guardò parlare al
gatto.
- Ciao Seamus cosa c’è? -
“ Gwendra ha scoperto una cosa molto interessante e mi manda a chiamarvi, vi aspetta in
camera vostra.”
Viola annuì. - Arrivo subito. -
Tornò sui suoi passi: - Rossella mi dispiace lasciarvi ma Gwendra mi manda a chiamare. –

Viola giunse in camera sua e trovò Gwendra che faceva su e giù per la stanza. Stava
borbottando qualcosa: - Nessuno la fa’ alla vecchia Gwendra, mi ero accorta subito che quella
aveva qualcosa che non mi tornava… -
- Cosa andate farneticando Gwendra? – chiese Viola palesando il suo arrivo.
La strega sobbalzò.
- Eccoti ragazza! – la salutò: - Il tuo cuoricino spezzato sarà contento di sapere cosa ho
scoperto. –
Viola inarcò un sopraciglio: - Sarebbe? -
- Il tuo cavaliere è stato ammaliato ecco perché l’hai colto a rotolarsi nel letto con un’altra. -
La ragazza in primo luogo ci rimase di stucco: - Come facevate a sapere che Ragnor mi ha
tradita? -
- Nello stesso modo in cui ho scoperto che Marissa lo ha drogato con una pozione d’amore. –
le spiegò saccentemente l’anziana strega facendo vibrare le sue piccole ali candide.
Viola si sentì oltremodo sollevata ma per il momento il sollievo sfumò nella collera.
- Dov’è lei adesso? –

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Marissa stava sistemando delle candele nuove nel salone est in vista dell’imbrunire quando
vide le due streghe comparire nella sala. C’era molta gente lì attorno per cui non le passò
minimamente per la testa che le due donne stessero cercando proprio lei. Era la prima volta che
incrociava la strega di Sir Ragnor dalla notte in cui lei li aveva colti a letto insieme e sebbene non
avesse ottenuto nulla di concreto un forte senso di rivincita la pervase facendola gonfiare di
tracotanza come un gallo nel suo pollaio.
La strega più giovane attirò l’attenzione di Sir Marzio che sedeva con alcuni cavalieri a
giocare a scacchi e quando questo si fu alzato i tre si diressero verso di lei.
- Marissa. - la chiamò Sir Marzio: - venite qui. -
La fantesca si avvicinò guardinga evitando di incrociare lo sguardo furente di Viola. Non le fu
possibile perché la strega l’accusò: - Avete fatto bere un pozione a Sir Ragnor cercando di
ammaliarlo. -
- Non è vero! – disse meccanicamente.
L’anziano megera le puntò un dito contro furiosa: - Non mentite o vi trasformerò in un
sorcio!–
Viola alzò una mano facendola tacere: - Non serve che la minacciate Gwendra. – poi tornando
ad accusarla disse: - Dite la verità, l’altro ieri siete stata da un fattucchiere e vi siete fatta dare una
pozione che avete dato a Sir Ragnor. –
- Non è vero. – ripeté Marissa certa che mai avrebbero potuto scoprire l’ampolla che si
trovava nascosta nel suo portagioie.
Viola sorrise vittoriosa, fece un cenno ad un servo che si avvicinò ossequioso.
- Andate nella camera di questa donna e cercate nel suo portagioie troverete un’ampolla che
contiene la pozione rimasta. -
Marissa temette il peggio e sperando nell’aiuto di Sir Marzio si aggrappò al braccio del
cavaliere biondo.
- Vi prego salvatemi da queste streghe io non ho mai comparato nessuna pozione! Non
conosco nessun fattucchiere! Sono innocente! Sono loro che mentono! -
Un cavaliere seduto ad un basso tavolino si alzò fermando il paggio che usciva di corsa dalla
sala: - Non serve che andate da nessuna parte ragazzo, - disse l’uomo dai capelli grigi portandosi al
fianco di Sir Marzio: - io stesso ho visto con i miei occhi questa fantesca andare nel carrozzone del
fattucchiere l’altro giorno. Lo giuro sul mio onore che nessuno ha mai messo in dubbio. Questa
donna mente e mi vergogno di condividere con lei lo stesso tetto. -
La mascella di Sir Marzio scattò fremente e Marissa si sentì cedere le ginocchia.
- Guardie! – urlò il cavaliere: - Prendete questa donna e rinchiudetela nella torre, sarà il
signore di Villacorta a decidere la sua punizione quando sarà di ritorno. -

Viola quella sera cenò nel salone con tutti gli altri accanto a Sir Marzio, che durante l’assenza
di Ragnor e Wulf faceva le veci del signore del castello. Il cavaliere vedendola di cattivo umore
cercò spesso di farla sorridere ma lei seppure si sforzasse di essere di buona compagnia, non
riusciva a dimenticare Ragnor e il brusco modo in cui lo aveva trattato. Si erano lasciati senza
neppure salutarsi.
Inoltre anche se Marissa non se lo meritava, Viola non poté che sentirsi un po’ dispiaciuta per
lei: le era sto detto che nella torre non c’erano focolari e che le sarebbe stato dato solo pane ed
acqua e poco più. Dopo cena Lina e Giliana che erano diventate le sue cameriere personali la
condussero al piano superiore pronte a prepararla per la notte, tutte e tre rimasero piuttosto sorprese
trovando Gwendra che attendeva nei suoi alloggi. Viola ringraziò le due ragazze e le disse che non

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aveva più bisogno del loro aiuto per la sera, quando le due uscirono Gwendra le mostrò un
ciondolo.
- Che cos’è? – chiese Viola sfiorando con la punta delle dita la gemma viola che Gwendra le
porgeva.
- E’ un talismano che protegge dai sortilegi, è per il vostro cavaliere dovete metterglielo al
collo e pronunciare un incantesimo. – le spiegò.
Viola lo prese tra le mani e tenendolo per la catenella d’argento lo fece ciondolare a
mezz’aria.
- Non credo che potrò darglielo tanto presto. – commentò tristemente.
La strega sorrise saccentemente e alzando un dito in segno di diniego le disse:
- Qui vi sbagliate. Stasera vi porterò dal vostro cavaliere e gli darete il talismano, nessun
uomo dovrebbe partire per combattere senza il buon augurio della sua donna. -
Viola non capì subito cosa stava tentando di dirle Gwendra, ma lo intuì quando la strega
avvicinandosi alla finestra indicò la direzione in cui il sole calava tingendo il cielo di rosso.
- La notte è una buona amica delle streghe.. -

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IN VOLO VERSO L’AMORE
Meno di due ore dopo due falchetti solcavano i cieli scuri della sera l’uno al fianco dell’altro,
non erano altri che Viola e Gwendra trasformate in rapaci. La strega più giovane stentava a credere
di essere davvero un uccello, ma le correnti che vibravano sotto le sue ali tenendola sospesa a
centinaia di metri da terra la rassicuravano sul fatto che stava volando e l’istinto dell’animale in cui
si era tramuta non le avrebbe mai permesso di sfracellarsi al suolo.
Ragnor era partito da due giorni, ma lo aveva fatto a cavallo procedendo via terra ostacolato
da fiumi, valli e sentieri. Lei e Gwendra invece superano ogni ostacolo guardandolo piccino piccino
dall’alto e la strada fu lesta da percorrere. Videro una torre di fumo alzarsi dal centro di un bosco e
Gwendra stridendo planò in quella direzione, Viola la seguì scorgendo con la sua micidiale vista di
rapace l’accampamento dei soldati radunati attorno ai falò che ardevano.
La strega più anziana scese su un albero e come lei, Viola proseguì saltellando di ramo in
ramo avvicinandosi non vista all’accampamento. I soldati sembravano in procinto di dormire
all’aperto, due tende da campo sorgevano l’una di fronte all’altra pronte ad ospitare i cavalieri e il
signore di Villacorta.
Viola raggiunse un albero al quale erano legati numerosi cavalli che già dormivano e da lì
riuscì a scorgere Ragnor seduto attorno ad uno dei fuochi con i suoi uomini. Wulf seduto poco
distante da suo fratello beveva della birra da un otre di pelle, quando lo richiuse lo gettò in grembo a
Ragnor, che stava appoggiato con la schiena al tronco di un albero.
- Bevete Ragnor, siete grigio come una giornata di febbraio da quando siamo partiti. -
Viola saltò su un albero più vicino e da lì poté vedere il viso di Ragnor, che altero e virile era
duro come la pietra, sebbene non fosse uomo da lasciare intuire a chiunque il suo stato d’animo
Viola si accorse che doveva essere terribilmente cupo.
Ragnor accettò il consiglio del fratello e ingollò una buona sorsata di alcool. Poi passò l’otre
al cavaliere seduto accanto a lui e si pulì le labbra con la manica della tunica.
- Ci vorrebbe ben altro per tirarmi su di morale. – lo sentì dire con tono sconsolato.
- Una bella donna che vi scaldi il letto per esempio? – ipotizzò uno dei cavalieri suscitando le
risate dell’intero gruppo.
Viola nella sua forma di rapace arruffò le penne stizzita dalla battuta.
Ragnor prese la battuta in tutt’altro modo, si alzò nelle spalle e lanciò un ramo sulle fiamme.
- Non una qualunque. – commentò più a sé stesso che agli altri e Viola, capendo che si
riferiva a lei, si sentì felice come non lo era mai stata.
Il cavaliere alla destra di Ragnor gli diede una cameratesca pacca sulle spalle:
- La vostra strega mio signore deve avervi già ammaliato, mai vi ho visto tanto in pena per
una donna. -
Wulf rise scrutando il fratello attraverso le fiamme. - Non crucciatevi per lui Sir Ranulf, -
disse al cavaliere che aveva appena parlato. – è inutile far ragionare un uomo quando l’unica cosa
che gli passa per la testa solo le gonnelle di una donna. –
Un altro di moto di ilarità si levò tra gli uomini e Ragnor decise di averne abbastanza.
- Se avete il tempo di stare qui a dispensare bassa filosofia, fratello. – lo redarguì: - avrete
anche il tempo di andare ad allietare con le vostre saggezze gli uomini di guardia sul perimetro. -
Sir Wulf intuì di aver appena ricevuto un comando da portare a termine e concedendosi un
piccolo sbuffò si alzò avviandosi.
- Dovevo giusto andare a svuotare la vescica. - borbottò.

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Ragnor rimase lì qualche altro tempo e poi si ritirò nella sua tenda, Viola balzò di ramo in
ramo fino a raggiungere il punto più vicino all’ingresso e scendendo a terra s’infilò non vista tra le
cortine.

Ragnor si sollevò dalla bacinella d’acqua tamponandosi il viso bagnato con una pezza e
quando si voltò scorse un uccello che era entrato nella sua tenda.
Il falchetto lo fissava incuriosito e Ragnor lo aggirò cercando di non spaventarlo nel tentativo
di farlo uscire.
Il rapace non dava segno di volersene andare e nemmeno di impaurirsi, lo stava fissando
quando un nuvolo di penne scure esplose nell’aria e si dissolsero prima di toccare terra. Viola
apparve davanti ai suoi occhi.
- Viola! – sbottò il cavaliere muovendosi verso di lei. Lei gli stava sorridendo con una
dolcezza sconfinata e lui capì subito che non gli portava più rancore. La prese tra le braccia.
- Non siete più adirata con me? – gli chiese accertandosi di essersi lasciato trarre in inganno.
- No. – rispose lei semplicemente poggiandogli le mani sul petto.
A Ragnor non interessò minimaente di lasciar trapelare ciò che provava, non gli interessò
neppure di mostrare così evidentemente quello che provava per lei, di come lei lo poteva soggiogare
con un solo sorriso. Le ricoprì il viso di baci, la fronte, le guance ed infine le labbra.
- Mi siete mancata. – le sussurrò: - Avrei voluto spiegarmi ma voi non me ne avete lasciato il
tempo. Oh Viola, non so cosa mi sia successo, non mi sono mai comportato tanto scioccamente era
come se non fossi più me stesso, come se fossi stato drogato.. -
Viola annuì come se ne fosse già a conoscenza: - Lo so, Marissa ti ha fatto bere un filtro per
sedurti. –
La mascella di Ragnor si contrasse e i suoi occhi mandarono bagliori di furore.
- Sir Marzio l’ha fatta rinchiudere nella torre, - gli spiegò Viola. – attende il tuo ritorno per
decidere quale punizione infliggerle. -
Il cavaliere annuì rasserenatosi. – Come avete fatto ad arrivare fin qui? –
Viola si alzò nelle spalle: - Tramutata in uccello? – gli rispose quasi volesse accertarsi che era
la risposta che voleva. – Gwendra mi ha accompagnata, non potevo resistere senza fare pace con
te.–
Ragnor sorrise e spalancandole le braccia le disse. – Abbracciatemi. –
Viola non se lo fece dire due volte. Si rifugiò contro il suo petto e Ragnor le cinse la schiena
con le braccia deponendole un bacio sui capelli. Non avrebbe saputo dire per quanto tempo
rimasero così ma l’incanto fu interrotto da Sir Wulf che entrò nella tenda.
- Tutto bene dal perimetro. – annunciò il cavaliere entrando, per poi sobbalzare sui suoi passi
vedendo la coppia stretta in un tenero abbraccio.
- Viola!? – sbottò incredulo.
Ragnor la liberò dall’abbraccio e la ragazza si voltò verso il cavaliere appena giunto. Sir Wulf
si portò una mano tra i capelli imbarazzato e Viola gli sorrise cercando di toglierlo dall’impaccio.
- Buona sera Sir Wulf. -
Il cavaliere ricambiò il saluto ma era evidente gli pesava aver interrotto l’incontro amoroso,
rivolgendosi frettolosamente al fratello disse:
- I soldati di guardia non hanno visto nulla di strano, c’ è solo un uccello qui fuori che desta
qualche sospetto, non fa che fissare verso la vostra tenda.. -
- E’ Gwendra. – gli spiegò Viola. – Siamo venute qui sotto forma di falchetti e mi attende per
ripartire. -
- Capisco ..- borbottò il cavaliere. – Comunque sia. – aggiunse: - Io tolgo il disturbo,
arrivederci Viola. -

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Sir Wulf tornò da dov’era venuto e Ragnor ridacchiò: - C’è rimasto di stucco. -
Viola si rammentò solo allora del ciondolo e lo cercò nella tasca dell’abito.
- Questo è per te. – disse a Ragnor mostrandoglielo.
- Un gioiello? – chiese il cavaliere inarcando un sopraciglio simile all’ala di una rondine.
- Non un semplice gioiello, - lo corresse la ragazza. – è un talismano, ti proteggerà da ogni
tipo di incantesimo. -
Ragnor le sorrise compiaciuto. - Interessante. –
- Abbassa il capo così te lo infilò.- gli ordinò Viola, il cavaliere obbedì e lei gli fece passare la
catenella sopra la testa facendola scivolare sul suo collo grande e forte, gli scostò i capelli
riadagiandoli sulle sue spalle ampie e sfiorò con le dita la gemma viola.
- Viva la fiamma, - iniziò. – Ardente è il fuoco. Il mio potere di protegge, il malefico non ti
tocca. Io sono la strega e tu il mio cavaliere. -
- Fatto. – esordì alla fine.
Ragnor si infilò il ciondolo sotto la tunica dove nessuno poteva vederlo e tornò a sorriderle:
– Vedo che state facendo progressi. – si complimentò.
- Gwendra mi sta insegnando molte cose. – disse lei con modestia.
Un velo di tristezza passò per gli occhi del cavaliere e Viola intuì cosa l’aveva provocato: il
momento in cui avrebbe scoperto come tornare a casa si avvicinava.
- Comunque vadano le cose, – lo rassicurò Viola. – non farò ritorno nella mia epoca finché
non sarai tornato a Villacorta, non voglio partire senza salutarti.-
Ragnor annuì sollevato.
- Quindi stà attento alla tua pellaccia. – scherzò Viola. – Ti voglio tutto intero al tuo ritorno. -
Il grido di un rapace si levò alto fuori dalla tenda: Gwendra la chiamava.
-Devo andare. – disse in sospiro.
Ragnor la trattenne: - Datemi un bacio prima di andarvene, lo custodirò come una caro
ricordo fino alla prossima volta che ci vedremo. –
Viola arrossì ma obbedì, avvicinandosi ed offrendogli le labbra. Ragnor si chinò sopra di lei e
affondandole le dita tra i capelli sulla nuca si impossessò della sua bocca. Viola tremò sotto
l’intensità di quel bacio che sembrava volerla divorare, ma si sciolse contro il petto del cavaliere
beandosi di quel bacio che non ne avrebbe avuto una replica tanto presto. Il grido di Gwendra si
levò di nuovo alto e Viola fu costretta ad allontanarsi.
- Devo andare.. – mormorò ancora contro le labbra di Ragnor.
Lui le rubò ancora un bacio che aveva tutta la disperazione di un addio. – Mi mancherete
terribilmente. – le disse accarezzandole il viso.
- Anche tu. – gli rispose di rimando Viola arrossendo, per poi allontanarsi sfiorando le mani
del cavaliere. Consapevole del fatto che se l’avesse guardato di nuovo in viso non sarebbe più
riuscita ad andarsene, abbassò lo sguardo a terra e si voltò avvicinandosi all’uscita della tenda.
- Buona fortuna.- gli disse non resistendo a voltarsi per un’ultima volta.
Lui annuì e le sorrise. – Anche a voi, state attenta sulla via del ritorno non mi perdonerei mai
se vi accadesse qualcosa. –

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RICORDI DAL PASSATO
Le prime luci dell’alba rischiaravano l’orizzonte quando Viola e Gwendra raggiunsero il
castello di Villacorta in volo. I due rapaci planarono nella stanza della ragazza e lì riassunsero le
loro sembianze.
Viola stremata si lasciò cadere sul tappeto e Lupo che l’aveva attesa con Seamus venne a
festeggiarla, saltandole attorno guaendo e leccandole il viso.
- Avete bisogno di dormire ragazza. – le disse Gwendra che si stava sistemando la mantellina
bianca sulle spalle. – Dirò alle vostre cameriere di non disturbarvi. -
Viola annuì trascinandosi fino al letto: - Vi ringrazio per avermi portata da Ragnor, Gwendra.
Adesso sarà meglio che ci riposarci tutte e due. -
- Prima vorrei controllare il filtro che Marissa ha dato al nostro signore, - le spiegò l’anziana
strega, - avrei dovuto farlo prima, ma era più importante che vi riappacificaste con Sir Ragnor. -
Viola sorrise perfettamente d’accordo, ma poi le venne in mente una domanda:
- Perché volete controllare il filtro? –
Gwendra si toccò il naso con il dito come se fosse una questione di fiuto:
- Quella sciocca di Marissa ha preso il filtro da uno stregone che non conosceva neppure, non
escludo che potesse avere anche altri effetti oltre quello che interessava a quella svergognata. –
- Volete che vi aiuti? – chiese Viola volenterosa.
Gwendra agitò una mano in segno di dinniego.
– Per adesso non mi sareste di alcun aiuto, dovrei spiegarvi tutto anziché concentrarmi sul
mio lavoro. Analizzare un filtro di un altro mago è davvero una cosa complicata. –
- Come volete allora, - acconsentì Viola, - non esitate a svegliarmi se scoprite qualcosa di
strano. -

Poco dopo che Gwendra se ne fu andata, Viola cadde in un sonno esausto, quando era così stanca
non era solita avere visioni nel sonno, ma quella volta ricordi che non le potevano appartenere le
vennero in sogno.
Camminava in un bosco seguendo un grosso orso che sembrava docile e fedele come un
animale da compagnia. Era notte e lei non aveva bisogno di una fiaccola per fare luce sui suoi passi.
Era una donna e una strega. Capì il secondo fatto dalla sicurezza della donna che ascoltava e
sentiva la notte e la foresta come nessun’altro umano avrebbe fatto.
Anche se non aveva paura la donna era ansiosa, cose se si stesse nascondendo da qualcosa o
qualcuno. Sembrava conoscere bene i sentieri perché si inoltrò in un gruppo d’alberi
particolarmente fitto e scovò un cunicolo sotterraneo che imboccò con sicurezza. L’orso le si mise
dietro e lasciò che fosse la vista della sua padrona a guidarlo nel buio.
Il cunicolo era alto ma procedeva verso basso e l’aria si faceva sempre più viziata. Una scala a
chiocciola di pietra interruppe la lunga discesa. La salì tornante su tornante oltrepassando diverse
porticine di legno e feritoie. Viola capì di essere giunta nei passaggi segreti di un castello e la donna
di cui era gli occhi entrò da uno scomparto segreto nella sua camera da letto e l’orso riuscì a passare
dal cunicolo all’interno di un armadio con agilità. La donna richiuse l’armadio e folgorata da una
premonizione corse verso il letto trovandolo senza problemi nella camera oscura. Scostò le coperte
come una furia e vi si infilò sotto fingendosi addormentata, l’orso ubbidendo ad un ordine implicito
si accovacciò ai piedi del letto a baldacchino e chiuse gli occhi poggiando il feroce muso sugli
artigli delle zampe. La porta si aprì un secondo dopo e il lume di una candela rischiarò la stanza. La
donna tenne chiusi gli occhi fingendosi addormentata e Viola poté solo intuire che fosse qualcuno

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che controllava che fosse a letto. Forse era suo marito o forse la donna era solo una ragazzina e
quella era una normale ispezione serale di un genitore, o di una governante data l’epoca.
La porta si richiuse ma sia orso che ragazza attesero ancora qualche lungo istante fingendo di
dormire. I passi dietro la porta si erano allontanati da diversi minuti, quando la ragazza uscì dal letto
e si spogliò sfilando la veste che per quanto potesse apparire pratica era fatta di un tessuto pregiato.
Forse era una giovane nobile. La ragazza che come un ferino sapeva vedere al buio accese una
candela e la depose su una specchiera da toeletta. Viola scorse il riflesso del viso della donna nello
specchio e sussultò nel suo letto scorgendo gli occhi di sua madre. Elena era giovane e ragazzina, il
suo viso innocente e leggermente arrossato era l’immagine stessa dell’amore. I suoi occhi sorridenti
nascondevano una gioia così illimitata da farla risplendere in tutta la sua persona. Sua madre cercò
qualcosa che si trovava all’interno del suo corsetto e ammirò soddisfatta la fiala che trovò.
L’appoggiò sulla specchiera ed aprì il cassetto lì sotto cercando qualcos’altro. Depose sul tavolo
una scatola di legno che aprì con cura. All’interno giaceva lo Specchio Dorato.
Un sorriso ansioso le si dipinse in volto. Versò il contenuto della fiala sullo specchio e il
liquido azzurro bluastro si dileguò in vapore azzurrognolo che venne inspirato nello specchio.
L’immagine al suo interno non ebbe più alcuna forma, se non quella di un mare di magma violaceo
che vorticava irrefrenabile.
Elena si rimboccò la manica sinistra della camicia denudandosi il braccio. Nella sua mano
destra era comparso uno stiletto, con ferma decisione si tagliò la pelle dell’avambraccio quel tanto
che bastava a far si che tredici gocce di sangue vermiglio bagnassero la superficie dello specchio.
Viola non capiva cosa stesse accadendo.
L’incantesimo venne pronunciato:
- Per te son figlia e per te sarò strega,
il sangue è nostro e insieme ci lega.
Lo specchio è tuo e per diritto mio. –
Nello specchio si profilò l’immagine di una donna sontuosamente vestita su un trono alto e
nero. Elena gettò dei capelli trattenuti da un filo azzurro nello specchio e questi scomparirono
mentre sulla superficie dell’oggetto compariva la sagoma di un uomo che andava delineandosi
sempre più. Era il padre di Viola, anch’esso molto giovane e in abiti medievali.
- Per te son donna e per te sarò strega,
lo specchio è nostro per quel che ci lega…-
L’immagine nello specchio cominciò a delinearsi ma Bia non la poté vedere perché il sogno
ebbe fine. Si svegliò turbata mettendo si a sedere con una mano sul petto.
La stanza illuminata a giorno attorno a lei non le permise di scordare che si trovava in un’altra
epoca. Un epoca in cui era vissuta anche sua madre.
Cosa voleva dire quel sogno? Chi era la donna sul trono e cosa ci faceva lì anche suo padre?
Guardò fuori dalla finestra che si apriva sul cortile e le mura del castello e vide che il sole era
già alto nel cielo. Lupo accortosi che lei si era destata cominciò ad agitarsi accanto alla porta
desideroso di essere portato fuori. Viola si alzò e tirò la corda con il campanello e in meno di cinque
minuti Giliana comparve ad occuparsi di Lupo, portandole al contempo il vassoio con il suo pranzo.
Viola si sedette a mangiare ma non lo fece con molto appetito, un turbinio di pensieri e
congetture le vorticava nella testa. Alla fine di tutto quel suo ragionare furono ben poche le
congetture delle quali poteva dirsi certa, la prima che sua madre era nata in quell’epoca e che lo
specchio non le apparteneva, l’aveva sottratto a qualcuno e probabilmente grazie allo specchio era
riuscita ad andare nel futuro con suo padre. Ma Mario non poteva essere nato anche lui al passato.
Viola aveva visto le foto della sua infanzia, la sua cresima, foto di svariati carnevali e Natali
trascorsi con i suoi nonni, le foto di classe e di laurea.. Tutto ciò era pazzesco, ma doveva fare luce
su quanto stava accadendo.

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Aveva bisogno del consiglio di Gwendra, utilizzando l’incantesimo che la strega le aveva
insegnato si cambiò d’abito e corse fuori dalla sua stanza, alla ricerca di qualcuno che sapesse dove
si trovava Gwendra. Incrociò una ragazza che si occupava delle camere dei cortigiani e le chiese
quanto doveva. La ragazza le ripose che la strega era uscita da un’ora ed era andata nel bosco a
cercare delle erbe.
- Andrò a cercarla. – esordì Viola.
- Ma mia signora non è opportuno che andiate da sola. -
- Allora chiederò a dei soldati di accompagnarmi. -
- Come volete, mia signora. Se desiderate vado subito a vedere se c’è qualcuno che possa
scortarvi.-
- Non ce ne bisogno, lo farò di persona. -
Viola percorse i corridoi del castello a passo spedito e si diresse al pian terreno, stava per
uscire dalla porta del castello quando Sir Marzio la fermò.
- Strega Viola! -
Viola si fermò sui suoi passi e si voltò: - Buon giorno Sir Marzio. Stavo giusto uscendo,
potete trovarmi dei soldati che mi facciano da scorta? –
L’uomo le sorrise: - Se preferite mia signora vi posso accompagnare di persona, non ci sono
faccende che mi tengano particolarmente impegnato quest’oggi. Dove volevate andare? –
- Nel bosco a cercare Gwendra, ho bisogno di parlarle immediatamente. -
Il cavaliere stupito dal suo tono concitato si preoccupò: - E’ successo qualcosa di grave? –
- No, non preoccupatevi. Ho avuto solo una visione che non riesco a spiegarmi, Gwendra può
sicuramente aiutarmi a fare chiarezza. -
- Vi accompagnerò subito allora, lasciatemi il tempo di far preparare i cavalli e un paio di
soldati che ci facciano da scorta. -
Viola annuì compiaciuta dalla gentilezza del cavaliere biondo. – Vi ringrazio Sir Marzio, è
molto gentile da parte vostra. –

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UN AMICO DI FAMIGLIA
Poco più tardi Viola e Sir Marzio, scortati da due soldati entravano nel bosco a cavallo. Sir
Marzio aveva visto uscire Gwendra sul dorso della sua mula grigia e così stavano seguendo le sue
tracce che portavano nel fitto della foresta. Quando l’anziana strega era uscita Sir Marzio aveva
insistito perché anche lei avesse una scorta ma Gwendra aveva riso rispondendo:
- So badare a me stessa cavaliere, risparmiate i vostri soldati per giovani fanciulle indifese. -
Viola seduta sulla groppa di Rosetta attendeva pensierosa di incontrare Gwendra quando una
voce si insinuò nella sua testa.
“Vieni ti sto aspettando. Non avere paura.”
La ragazza si irrigidì e tirò le redini di Rosetta appuntando lo sguardo sui tre uomini attorno a
lei. Quei pensieri non appartenevano a nessuno dei tre uomini.
- C’è mia signora? – chiese Marzio. – Qualcosa vi turba? -
Viola si guardò attorno per un istante spaesata. La foresta era verde e silenziosa, solo il canto
degli uccelli si confondeva con il respiro e gli zoccoli dei cavalli.
“Sono qui nel bosco segui la mia voce”
Un ruggito si levò tra gli alberi e il sottobosco. Viola girò il capo di scatto a destra, Sir Marzio
e i due soldati avevano estratto le spade.
- Qualcuno mi sta chiamando. – disse a Marzio.- Riponete la spada, non è una belva
qualsiasi.-
“Vieni da me” ripeté la voce. “Non avere paura, non ti voglio fare del male.”
Viola smontò da cavallo.
- Dove volete andare? – chiese intimorito Sir Marzio.
- Laggiù. – disse Viola indicando il fitto bosco alla sua destra. – Venite, se volete venire, ma
non estraete la spada. -
Il cavaliere era allibito, ripose la sua arma ubbidendo e smontò a sua volta, poi fece cenno ai
soldati di rimanere dov’erano.
Viola si sollevò la lunga gonna verde dell’abito sopra le caviglie e si fece strada tra i cespugli,
Sir Marzio dietro di lei la seguì senza proferir parola.
Camminarono lesti e silenziosi finché un altro ruggito si levò nell’aria e seguendolo Viola
svoltò a destra. Si appoggiò al tronco di un albero con una mano e girandogli attorno vide la bestia
che aveva ruggito. Un imponente orso dalla pelliccia marrone era in piedi sotto delle rocce davanti a
quella che doveva essere la sua tana.
Sir Marzio le si mise davanti. – Non avvicinatevi Mia Signora potrebbe essere pericoloso. –
- No. – sussurrò la ragazza. – Lo conosco. -
“Si, tu sei la figlia di Elena, le assomigli come una goccia d’acqua”
Viola superò il cavaliere e si avvicinò all’orso.
- Si, - ripose. – Elena era mia madre e tu eri il suo demone familiare. -
L’orso si sedette e il suo sguardo calmo e pacifico si posò sul cavaliere.
“Dobbiamo parlare. Ditegli di allontanarsi.”
Viola ubbidì annuendo. – Lasciateci soli Sir Marzio per favore. –
- Ma mia Signora ne siete proprio certa? -
La ragazza volendo togliergli ogni dubbio si avvicinò all’orso maggiormente accarezzandogli
la folta pelliccia del capo, il cavaliere impallidì quasi temesse di vederla sbranare, ma l’orso voltò il
muso leccandole la mano.
- Non ho nulla da temere. – rassicurò il cavaliere Viola. – Attendetemi ai cavalli.-
Sir Marzio ancora pallido come un cencio annuì e tornando sui suoi passi sparì tra gli alberi.

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- Qual è il tuo nome? – chiese Viola all’orso.
“Il nome che mi diede tua madre è Lotar.” rispose l’orso nella sua mente.
- Ed io mi chiamo Viola. Stanotte tu e mia madre mi siete apparsi in sogno, prima non avrei
mai pensato che lei appartenesse a quest’epoca. -
L’orso agitò il capo come se stesse annuendo e la sua voce era ansiosa quando chiese:
“Come sta? Era ancora viva nella tua epoca?”
Il sorriso di Viola si spense e abbassò il capo scuotendolo in senso di diniego:
- No, è morta quando io ero ancora piccola ha avuto un incidente d’auto. -
Viola vide i grandi occhi nocciola dell’orso incupirsi, la sua espressione era terribilmente
umana.
“Mi dispiace non essere stato con lei, ma io non ho potuto seguirla quando è andata nel
futuro, un orso non avrebbe mai potuto viverle accanto là.”
La ragazza annuì dispiaciuta per il rammarico dell’orso. – Perché se ne è andata dalla sua
epoca? –
“Non lo sai?”
- No, forse mia madre voleva aspettare che fossi più grande per raccontarmi la sua storia, ma
non ne ha avuto il tempo. -
“Tua madre è fuggita per salvare tuo padre.” spiegò l’orso.
- Mio padre? – chiese allibita Viola. – Anche lui apparteneva a quest’epoca? -
L’orso scosse il capo: “ No, lui è nato nel futuro. Tua nonna creò lo Specchio Dorato, voleva
viaggiare tra il presente e il futuro ma riuscì solo a trasportare un uomo del futuro qui. Quell’uomo
era tua padre, Mario. Tua nonna lo fece rinchiudere nella torre più alta del suo castello e lo tenne
lì imprigionato per studiarlo e fare esperimenti magici su di lui. Tua madre non poteva sopportare
che a qualcuno venisse fatta una cosa del genere e lo liberò all’insaputa di sua madre. Poi rubò lo
specchiò ma essendosi innamorata di Mario decise di seguirlo pur di non finire in sposa a l’uomo
che sua madre aveva scelto per lei, il suo cavaliere, Ulfric signore di Offlaga.”
Viola non riusciva a credere alle sue orecchie, la più terribile e sconvolgente di tutte quelle
rivelazioni era una in particolare:
- Mia nonna è la Strega Endora? -
“Si, Viola. Tua nonna è la Strega di Ulfric il tiranno, è una strega perfida e maligna. Avrebbe
ucciso tua madre se non fosse scappata con tuo padre e tenterà di fare lo stesso con te. Rivuole lo
specchio e farà di tutto per riaverlo.”
- Ma io non ce l’ho! – guaì Viola. – Non ho la più pallida idea di dove possa essere. -
La voce dell’orso rise nella sua mente. “Questo lo so già. Sono io ad avere lo specchio, tua
madre lo affidò a me prima di fuggire. Lo specchio si divise in due, una parte è rimasta nel futuro
ma l’altra ce l’ho io.”
La ragazza per l’ennesima volta non riusciva a credere alle su orecchie. Se era Lotar ad avere
lo specchio i suoi guai erano finiti.
- Quindi potrò tornare nella mia epoca? – s’informò Viola con il fiato corto.
“ Io posso darti lo specchio, ma non posso insegnarti come usarlo. Questo lo devi scoprire
tu.”
- E dov’è lo specchio ora? – chiese concitata.
-“E’ nella mia caverna, seguimi ti mostrerò dov’è.”
L’orso si rimise in piedi sulle quattro zampe e voltandosi si avvicinò all’imboccatura della sua
grotta. Viola lo seguì passo a passo fissando l’enorme schiena dell’orso che ondeggiava ad ogni
passo. Sembrava affaticato e ciò doveva essere perché Lotar era molto vecchio. Viola non sapeva
quanto potessero vivere gli orsi, ma considerò che come minimo aveva già passato i vent’anni.

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“ Attenta alla testa.” le ricordò l’orso mentre entravano nella grotta che si faceva sempre più
bassa. Viola piegò il capo e seguì l’animale giù per il tunnel di pietra. La luce calava sempre più
man mano che si avvicinavano al fondo. Ma poi dei bagliori attirarono la sua attenzione a destra. Il
cunicolo voltava e lungo le sue pareti echeggiava lo scrosciare dell’acqua. L’orso la precedette in un
alta sala illuminata dall’alto, che accoglieva una sorta di sorgente di acqua cristallina. Alla destra
della sorgente sopra un piedistallo di pietra giaceva lo specchio.
Viola superò Lotar e andò a prendere lo specchio stringendoselo al petto.
- Credevo che non l’avrei mai trovato. – sussurrò all’orlo delle lacrime di felicità.
- Ti ringrazio Lotar, ti ringrazio per aver vegliato sullo specchio per tutto questo tempo. -
Un rumore attirò l’attenzione di Viola e volgendo il capo scorse un altro orso uscire dal suo
giaciglio nascosto dietro delle pietre.
“ Non avere paura, - la rassicurò Lotar, - è la mia compagna.”
L’orsa emise un latrato in direzione di Lotar e lui le rispose in una lingua che Viola non
poteva capire. La bestia sembrò acquietarsi e tornò a sedersi scrutando guardinga Viola.
“Io sarò sempre qui, - gli disse Lotar, - se avrai bisogno di me saprai dove cercarmi. Non
esitare a cercare il mio aiuto se ti troverai in pericolo.”
- Me ne ricorderò. – rispose grata dell’aiuto. - Solo adesso capisco una cosa…- iniziò.
“Sarebbe?” chiese Lotar incuriosito.
- Mi ricordo che quando ero piccola mia madre aveva un grosso pupazzo a forma di orso, più
volte l’ho vista piangere mentre lo teneva stretto al petto e non ho mai capito perché piangesse. Ora
so a cosa pensava. Non ti ha mai dimenticato. -
Viola vide gli occhi dell’orso brillare e pensò che se Lotar fosse stato umano i suoi occhi
sarebbero stati pieni di lacrime.
- Ti ringrazio ancora di cuore e ricambio l’offerta, se anche tu avrai bisogno di me non esitare
a chiamarmi. Quando troverò il modo di usare lo specchio sarai il primo a saperlo. -

La ragazza uscì dalla grotta da sola e raggiunse gli uomini a cavallo che l’attendevano. Per Sir
Marzio quella doveva esser stata un attesa per nulla tranquilla.
- State bene Mia Signora? – chiese preoccupato.
- Naturalmente Sir Marzio, - rispose Viola sorridendo ancora per aver ritrovato lo specchio:
- Non c’è più bisogno ora di andare a cercare Gwendra, possiamo tornare al castello. -
- Ah si? – chiese una voce che Viola ben conosceva. – E perché mi cercavate? -
La ragazza si voltò e vide l’anziana strega comparire da dietro un albero sul dorso della sua
mula, teneva in grembo un cestino di vimini colmo di erbe appena colte.

Una volta che furono sole nell’intimità della sua stanza, Viola mostrò lo specchio a Gwendra
e la strega non riuscì a credere di avere davvero lì davanti a lei lo specchio di cui aveva sentito tanto
parlare.
- Questo specchio ti porterà un’infinità di guai ragazza. – disse accigliandosi una volta messo
da parte lo sconcerto.
- Perché dite ciò? – le chiese Viola stupita dal commento della donna.
- Questo specchio fu creato da Endora, la strega di Ulfric e poi la sua giovane figlia glielo
rubò. Da allora non si è più saputo nulla né dello specchio né della ragazza, ma stai certa che se
Endora venisse a sapere che ce l’hai tu farebbe marciare l’intero esercito del suo cavaliere qui a
Villacorta pur di riaverlo. -
Viola impallidì, Lotar l’aveva già avvertita delle mire di sua nonna, ma sentire Gwendra
pronunciare quell’oscuro presagio le fece correre brividi gelidi lungo la schiena.
- Voi, - chiese speranzosa. – sapete come usare lo specchio? -

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- Certo che no! E se fossi in te ragazza me ne libererei all’instante, riportalo dove l’hai trovato
e fai finta di nulla. -
- Non posso farlo, - contestò Viola andando a riporre lo specchio con cura sul mobile da
toeletta di modo che lo potesse guardare da ogni lato della stanza, - è l’unica cosa che mi possa
permettere di tornare a casa. -
- Perché non prendi in considerazione l’idea di rimanere qui in pianta stabile? – le chiese
Gwendra corrucciata. – Sir Ragnor sarebbe un buon marito. -
- Lo so, - mormorò Viola sconsolata, - ma i miei parenti mi crederanno morta, devo almeno
riuscire a fargli sapere che sto bene. -
- Ti caccerai nei guai. – ribadì Gwendra, ma poi vedendo la determinazione della sua novizia
sbuffò: - Credo sia meglio che ti insegni come controllare le tue premonizioni, non possiamo
affidarci al caso. Appena avrò finito di controllare il filtro, inizieremo le lezioni. –

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PARENTESI DAL FUTURO
Mario procedeva a fatica su per il sentiero di montagna, rendendosi conto di quanto gli anni lo
avessero segnato: anni prima aveva salito quella montagna con Viola sulle spalle senza il minimo
problema, ma da allora era passato tanto tempo.
Lo sforzo fisico però non gli faceva rallentare il passo, era l’angoscia a muoverlo: Viola non
dava notizie di lei da più di una settimana e così Mario, temendo il peggio, si era affrettato a salire
alla baita per accertare di persona cosa le fosse successo.
All’inizio aveva pensato che fossero state le piogge di quei giorni a far desistere Viola
dall’andare a Silvino per chiamare casa, ma quando il sole era tornato a splendere non aveva esitato
a raggiungere la baita, ansioso di assicurarsi che sua figlia stesse bene.
Ormai mancava poco all’arrivo, anche se dalla morte di Elena non era più tornato lì, la sua
memoria non lo ingannava: la baita era a poche centinaia di metri. Uscì dalla boscaglia a passo
spedito e si fermò per un istante quando scorse la porta della baita aperta.
- Viola! – la chiamò. – Viola sei in casa? -
Nessuno apparve sull’uscio della porta e Mario corse quasi verso l’ingresso temendo peggio.
Entrò e scoprì che la baita era vuota e fredda, delle ceneri vecchie di giorni occupavano il
caminetto spento, oggetti di Viola erano sparsi qua e là, ma di lei non c’era traccia.
Un bagliore dorato attirò il suo sguardo e volgendosi verso il tavolo vide lo Specchio Dorato.
- O signore.. – sbottò rabbrividendo.
Si avvicinò al tavolo e si ritrovò dinnanzi a quell’oggetto che non vedeva da anni, lo aveva
quasi dimenticato dopo la morte di Elena. Con cautela lo sollevò e ci guardò dentro. Si aspettava di
vederci la sua faccia riflessa e rimase allibito quando vide Viola nell’immagine.
- Viola. – sussurrò.
Le immagini nello specchio si susseguivano come quelle in una televisione: Viola vestita
come una dama medievale sedeva sul tappeto di una sontuosa ed antica camera da letto, giocava
con un cucciolo nero e anche se non poteva udire il suono della sua voce sembrava che stesse
ridendo. Conosceva abbastanza quello specchio per sapere dove Viola si trovasse, per la verità in
che epoca si trovasse.
- Gesù.. – mormorò. – E’ andata nel passato… -
Mario rimase a fissare incredulo la superficie dello specchio.
- Viola! – urlò sperando che lei lo potesse sentire, - Viola mi senti? -
Provò, tentò e ritentò, ma per quanto urlasse Viola non poteva udirlo, né vederlo dall’altra
parte dello specchio.
- Che guaio, - non poté che commentare quando si arrese: - che guaio… -

Quel pomeriggio Viola rimase chiusa nelle sua stanze in attesa che Gwedna finisse di
analizzare il filtro, rivedere Ragnor l’aveva messa di un buon umore tale, che neppure aver ritrovato
lo specchio la poteva renderla più felice. Era quasi sera quando le venne un languore insolito.
- Cosa darei per una pizza… - mormorò immaginandosi una bella pizza prosciutto e funghi,
non che non le piacesse la cucina di quell’epoca, ma era un po’ troppo.. come dire… rustica, e lei
non aveva mai resistito più di una settimana senza concedersi una bella pizza.
Sfiorò l’idea di scendere nelle cucine e prepararsene una, infondo che male poteva fare a farsi
una pizza? D’accordo, in quell’epoca non era ancora stata inventata, ma non poteva fare chissà che
danno alla storia se la introduceva nella dieta tipica con qualche secolo d’anticipo.
L’acquolina le era già salita alle stelle al solo pensiero e così uscì dalla sua stanza diretta alle
cucine, Lupo la seguiva trotterellando. Quando raggiunse le cucine non le venne in mente di bussare

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e la sua comparsa scatenò il putiferio. Matilde la capo cuoca svenne quasi e tutte le donne si misero
quasi sull’attenti.
- Mia signora! – chiocciò Matilde pulendosi le mani nel grembiule: - Desiderate qualcosa? -
Viola si portò un dito alle labbra imbarazzata: - Per la verità avevo in mente una ricetta
della… - si interruppe prima di dire “della mia epoca” – della mia famiglia e vorrei cucinarla. –
Tutte le donne lì presenti si irrigidirono e Viola udendo i loro pensieri avvampò: “Non era
opportuno che una dama cucinasse” .
- Potrei.. – corresse il tiro. – potrei spiegarvi cosa ho in mente… -
- Ma certo mia signora, - fu lesta a compiacerla la grassoccia capo cuoca, - se mi spiegate
come va fatta questa vostra pietanza saremo più che felici di prepararvela. -
Viola sentì già lo stomaco farle piroette: - Allora… - iniziò. – Si tratta di una specie di pane
farcito, occorre della pasta da stendere … -
Non finì la frase che una ragazza le si era già parata davanti con la pasta del pane ancora
cruda.
- Si proprio questa.. – acconsentì Viola, - va stesa facendone un cerchio… -
La volenterosa ragazza si mise subito a stendere il tutto e una volta fatto si voltò in cerca di
conferme.
- Un po’ più sottile… - suggerì Viola e la ragazza munendosi di matterello la spianò a dovere.
- Ottimo lavoro.. – si complimentò Viola, - adesso ci va messa un po’ di salsa di pomodoro.. -
- Pomodoro? – chiesero in coro tutti i presenti, compreso un garzone che era comparso con un
sacco di qualcosa.
Viola non capì tutto quello sconcerto. – E’ un ortaggio, - spiegò. – rosso, piuttosto grande,
rotondo con dei semini all’interno.. –
Le espressioni attorno a lei le fecero intendere di non essersi affatto spiegata.
- Intendete forse un melograno mia signora? – chiese Matilde.
Viola scosse il capo non sapendo più come spiegarsi e ad un tratto un’oscura reminescenza
scolastica le fece rammentare la causa di tutto quello sconcerto: l’America era stata scoperta nel
1492 e il pomodoro era stato uno dei nuovi prodotti venuti dalle americhe…. E lì in quell’epoca
erano ancora più indietro. “Ops… - pensò Viola. – non l’hanno ancora scoperto”
- Lasciamo perdere… - disse mentre ormai nella cucina si era accesa una vera discussione su
cosa fosse un pomodoro.
- C’è della mozzarella? – chiese Viola timorosa di vedere un altro stuolo di facce attonite.
- Si, - le rispose Matilde con un gran sorriso: - là mozzarella c’è mia signora.. -

Poco più tardi Viola seduta su una panca della cucina si gustava la sua “pizza”, gettando i
ritagli a Lupo che accovacciato sotto il tavolo sgranocchiava con appetito. La sua ricetta era piaciuta
tanto che le donne si erano messe a sfornare decine di pizze, desiderose di far assaggiare a tutta la
corte quella strana e gustosa pietanza. Viola data la mancanza di salsa di pomodoro aveva fatto
aggiungere una sorta di passato di verdure e non si poteva dire che si sposasse male con la pasta
della pizza.
Le donne nelle cucine erano un po’ turbate dalla sua presenza lì, non era consono secondo
l’etica del tempo che un nobile mangiasse nelle cucine ed inoltre si sentivano un po’ sotto controllo.
La ritenevano la signora del castello e temevano che lei le rimproverasse per qualcosa, anche se a
Viola l’idea di muovere rimproveri non le passò neppure per la testa. Stava addentando l’ultima
fetta della pizza quando una palla di pelo arancione lanciata alla massima velocità atterrò sulla
panca accanto a lei, era un gatto, anzi non uno, Seamus.
- Seamus! – strillò spaventata. – Che razza di modi sono questi? -

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Il gatto si acquietò un attimo, ma aveva ancora gli occhi tanto spalancati da sembrare rotondi
e la sua lunga coda rossa ritta verso l’aria:
“Gwendra mi ha detto di cercarti, deve parlarti al più presto.”
- Ha finito di controllare il filtro?- gli chiese Viola riponendo le posate.
“Si, - le rispose il gattone arancio: - ed era più pericoloso di quanto pensassimo”
Viola sgranò gli occhi: - Dov’è adesso Gwendra?-
“Ti sta aspettando alla porta della torre dove è stata rinchiusa Marissa.” fu lesto a spiegarle
il micione.
- Ci vado subito. – esordì Viola alzandosi e solo allora si rese conto del silenzio esterrefatto
che era calato nella cucina, tutte le donne lì al lavoro erano rimaste allibite a guardarla parlare con il
gatto.
Viola resistette dall’avvampare e ringraziando uscì alla ricerca di Gwendra, seguita da
Seamus e Lupo incredibilmente felice dalla comparsa del suo compagno di giochi.
I corridoi del castello erano lunghi ed intricati, ma chiedendo indicazioni Viola riuscì a
trovare il corridoio che portava alla torre dei prigionieri.
Svoltò l’ultimo angolo e trovò Gwendra che camminava su è giù accanto a due soldati posti di
guardia alle porte della torre, Sir Marzio era poco distante con il viso torvo e le braccia incrociate
sul petto.
- Eccoti qui, ragazza. – sbottò Gwendra vedendola sopraggiungere.
- Cos’è successo? – chiese Viola.
- Il filtro, - le spiegò Gwendra, - era in realtà un veleno, se non foste intervenuta in tempo Sir
Ragnor sarebbe morto, o peggio sarebbe diventato un povero pazzo senza ragione. -
Viola sgranò gli occhi allibita: - Cosa? –
- Chi ha dato quel filtro a Marissa era un nemico di Villacorta, - le disse Sir Marzio, -
dobbiamo interrogare Marissa per capire quanto sia complice in questa faccenda. -
- Ragnor è ancora in pericolo? – chiese Viola preoccupata.
- No, - le disse Gwendra, - avete bloccato l’effetto del filtro prima che fosse troppo tardi. -
- Ma io non ho fatto un bel nulla… - disse Viola senza potersi capacitare di come avesse fatto
a salvare Ragnor.
-Evidentemente si, - la contraddisse Gwendra, - sapete che Ragnor è legato a voi, - si
interruppe sottintendedo “è la tua anima gemella” - e la sola vostra comparsa è bastata a rompere
l’incantesimo. –
- Capisco.. – mormorò la ragazza. – Andiamo da Marissa, dobbiamo scoprire se davvero
aveva intenzione di far del male a Ragnor. -
- E chi le ha dato quel filtro. – puntualizzò Sir Marzio, che con un cenno fece aprire il
chiavistello della porta.
Viola non esitò a seguirlo all’interno e Gwendra si accodò dietro di lei.
Un stretta scaletta saliva verso l’alto dove si trovavano le celle della torre, non c’erano altri
prigionieri che Marissa e così la trovarono nella prima cella.
Viola vide la donna accovacciata contro il muro di pietra, si teneva la testa con le mani e i
suoi lunghi capelli castani erano scompigliati e pieni di paglia proveniente dal suo giaciglio lì
nell’angolo. La donna sollevò il capo e mostrò i suoi occhi segnati dalle lacrime e dalle occhiaie.
Viola vedendola così si sentì stringere il cuore in una morsa, della bella cortigiana che
rammentava era rimasto ben poco dopo soli pochi giorni di prigionia.
- Siamo qui per farvi delle domande Marissa. – iniziò Sir Marzio. – Vedete di rispondere con
sincerità, perché la mia signora saprà se mentite. -
Marissa non rispose, si limitò ad appuntare due occhi furenti su Viola e la ragazza preferì non
sentire cosa pensasse su di lei in quel momento.

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- Perché avete dato quel filtro a Sir Ragnor? – iniziò l’interrogatorio Sir Marzio.
Marissa spostò lo sguardo su di lui ed alzò le spalle rispondendo sfacciatamente:
- Per averlo per me no? -
- Che effetto pensavate avesse avuto il filtro? – insistette Sir Marzio.
- Di far innamorare Sir Ragnor di me, non è ovvio? – rispose sfrontatamente Marissa.
Il cavaliere si volto verso Viola e Gwendra in cerca di conferme.
- Dice il vero, - confermò Viola annuendo, - non sta mentendo. -
- Quindi non sapevate che il filtro avrebbe ucciso il vostro signore? – chiese Sir Marzio senza
cambiare tono.
Marissa sbiancò come un cencio. – Il filtro l’avrebbe ucciso?! – chiese incredula.
- Si. – Rispose il cavaliere. – Giurate che non ne eravate a conoscenza? -
- Certo che lo giuro! – strillò Marissa alzandosi in piedi: - Non l’avrei mai dato a Sir Ragnor
se avessi pensato che potesse nuocergli. -
Marissa si aggrappò alle sbarre della cella fissando Viola: - Diteglielo che non mento,
leggetemi in testa e diteglielo. –
Viola si morse le labbra, la gelosia e il rancore le sussurravano all’orecchio di non dire nulla,
ma la pena in tal caso per Marissa sarebbe stata troppo grave.
- Dice il vero. – sussurrò abbassando gli occhi a terra. – Non sapeva che il filtro fosse in realtà
un veleno. -
- Come si chiamava lo stregone che ve l’ha dato? – insistette Sir Marzio.
- Non lo so. – disse la cortigiana chiamando alla memoria l’incontro con il chiromante: - Non
me l’ha detto, non l’ho neppure visto bene in viso, portava un lungo mantello con il cappuccio che
gli celava il capo. Sembrava vecchio e viscido, ricordo solo questo.. -

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LA FONTE AVVELENATA
Mario parcheggiò la macchina in garage e smontò scaricando il suo zaino da montagna dal
bagagliaio, lo specchio era lì dentro accuratamente avvolto in un panno e nascosto ben bene. Entrò
dalla porta sul retro e sua moglie Nadia gli si precipitò incontro.
- Dov’è Viola? – gli chiese subito.
Mario non era mai stato bravo a mentire, ma quella volta si sforzò di sembrare naturale:
- E’ alla baita, sta bene. -
Sua moglie inarcò un sopraciglio scettica: - Come mai non ci ha chiamato per così tanto
tempo? –
- Le era venuta l’influenza, - disse l’uomo sorprendendosi della sua velocità nell’inventarsi
una spiegazione, - ma adesso è già guarita, l’ho incontrata che scendeva al villaggio proprio mentre
io salivo. -
Nadia annuì sollevata. – Meno male, ci ha fatto prendere proprio un bello spavento. Ti ha
detto quando ha intenzione di tornare? –
Mario scosse il capo in senso di diniego.
- No, - borbottò. – credo.. però che voglia rimanere là più del previsto.-
Nadia scosse il capo sconsolata. – Le farà bene davvero isolarsi così a lungo? –
Mario si alzò nelle spalle non sapendo cosa dire, se prima avesse saputo che Viola avrebbe
trovato lo specchio non l’avrebbe mai lasciata partire. Mille domande lo angosciavano, prima fra
tutte: perché Viola era andata nel passato? Attraverso lo specchio l’aveva vista e non gli era
sembrata in pericolo, anzi, aveva perfino delle cameriere al suo servizio e un animale da compagnia.
Ma come aveva fatto ad usare lo specchio da sola…? Lo specchio era fatto per funzionare in
due, non in uno. Chi c’era con lei?
Mario non osava immaginare a quali pericolo poteva andare incontro Viola. Un ombra scura
del suo passato si levò davanti ai suoi occhi ed aveva il volto della nonna di Viola: Endora.
- Non lo so, ma Viola sa riconoscere cosa è giusto fare. -

Gwendra come promesso iniziò ad istruire Viola sulle sue premonizioni e le due si chiusero
nelle stanze della ragazza dando avvio alle lezioni. Il primo concetto fondamentale
dell’insegnamento della strega fu uno: le premonizioni potevano essere di due tipi, volontarie ed
involontarie. Quelle involontarie colpivano una strega mentre dormiva, oppure venivano a farle
visita mentre sognava ad occhi aperti. Quelle volontarie, invece, avevano bisogno di un mezzo di
divinazione: terra, aria, acqua o fuoco. Viola su consiglio di Ragnor era già riuscita ad avere una
visione contemplando l’acqua, ma non sapeva proprio spiegarsi come aveva fatto.
- Ogni strega ha una particolare predilezione per un particolare elemento, - le stava spiegando
Gwendra, - le streghe più potenti possono contemplare tutti e quattro gli elementi ma solo uno gli
offre la maggior probabilità di successo, permettendogli di vedere sia passato che presente e futuro.-
La vecchia strega si avvicinò al tavolo che era stato portato nella stanza su cui giacevano gli
strumenti necessari alla prova: una bacinella d’argento ricolma d’acqua, una pianta in vaso e un
braciere ancora spento.
- Adesso noi dobbiamo capire qual è il vostro cavallo di battaglia e quali tempi potete
contemplare con ogni elemento. – annunciò facendo cenno di venirle vicino.
- Da cosa partiamo? – chiese Viola incuriosita.
- Mi avete già detto di aver fatto una divinazione con l’acqua quindi partiamo dall’acqua,
dovrebbe venirvi più facile capire il procedimento. -
- D’accordo. – acconsentì Viola avvicinandosi alla bacinella.

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- Concentratevi sulla superficie dell’acqua, - le spiegò Gwendra, - dovete contemplarla come
se non fosse semplice acqua ma uno specchio su cui vedere delle immagini. -
Viola ubbidì e sentì Gwendra che le si avvicinava, la donna le prese le mani e gliele fece
appoggiare sugli orli della bacinella.
- Specchiate il vostro viso sull’acqua. – le disse la donna.
La ragazza si chinò leggermente in avanti ed ubbidì, come lo fece scorse solo un lampo dei
suoi occhi viola che si riflettevano e la superficie cristallina vibrò per un secondo, fermandosi poi di
colpo come se lì sotto non ci fosse più acqua ma la lamina di un specchio.
Vide una donna, una dama seduta in quella stessa stanza accanto alla finestra. Si spazzolava i
lunghi capelli corvini scrutando l’orizzonte si cui si spegneva il tramonto.
“Torna presto amore mio..” sussurrò la donna e le sue parole le rimbombarono nelle orecchie
di Viola come se la donna avesse parlato dall’altro capo di un tunnel.
- Cosa avete visto? – chiese Gwendra mettendo fine alla sua visione.
- Una donna, - rispose Viola. – era in questa stessa stanza e si stava spazzolando i capelli,
credo che attendesse il ritorno del suo sposo. -
Gwendra annuì e coprì lo specchio d’acqua con un drappo di stoffa.
– Avete visto il passato, - le spiegò, - quella che avete visto doveva essere la precedente
signora del castello. Ora passiamo al fuoco.. -
Gwendra schioccò le dita e i carboni nel braciere presero fuoco all’istante.
- Guardateci dentro e concentratevi. – le disse scostandosi.
Viola ubbidì e si mise a fissare le fiamme, con l’acqua, doveva ammetterlo, era stato molto
più facile: le lingue di fuoco che danzavano lì davanti l’ammaliavano rendendole impossibile
concentrarsi su un punto fisso.
- Non cercate un punto da fissare, - le suggerì Gwendra: - lasciate che fiamme danzino nei
vostri occhi. -
Viola ubbidì, soffermandosi ad ammirare il fuoco e il turbinio continuo di quelle capriole di
fiamme. La vista le divenne appannata e distante come quando si è sovrapensiero e si fissa un punto
a lungo senza neppure sbattere le palpebre. In quel mondo sbiadito il fuoco governava la scena,
unica fonte di luce e colore, tra le fiamme si delinearono sagome nere, sembravano cavalieri a
cavallo, decine e decine, forse centinaia di cavalieri a cavallo.
Viola si sentì cadere in trance e fu come se fosse stata trasportata a velocità supersonica in
un’altra dimensione. Le fiamme svanirono tutto d’un tratto e si ritrovò in un altro mondo, spettatrice
di una scena della quale non poteva essere davvero presente. Le immagini presero nitidezza, ma
Viola non era lì in realtà: era in un sogno, anzi, in una premonizione che le annunciava un futuro
molto prossimo.Viola riconobbe Ragnor sulla sella del suo cavallo, cavalcava accanto a Wulf e una
piccolo drappello di portabandiere a cavallo li precedeva. Lui e i suoi uomini stavano entrando in un
villaggio deserto, avrebbero dovuto esserci nemici lì, ma non ve ne era più nessuno. La scena
venne catapultata in avanti sia di luogo che di tempo.
Il paesino era stato devastato da un’incursione dei nemici, numerose vittime dell’assedio
giacevano sulla strada con ancora le armi in mano, dei pianti e gemiti strazianti si levavano dalla
chiesa nel centro del villaggio.
- C’è della gente chiusa nella chiesa mio signore. – avvertì un soldato avvicinandosi a Ragnor
e la sua voce echeggiò nella testa di Viola come il rollio del onde che si rifrangono in un caverna.
– Sono ancora vivi. -
- Andate a liberarli. – suggerì Ragnor, che osservava torvo i vari cadaveri sparsi per le vie del
villaggio. – Ed aiutateli a seppellire i loro cari. -

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Viola lo vide smontare dalla sella e venire verso di lei, non si stupì che lui non potesse
vederla, era come se fosse un fantasma. Ragnor le passò accanto e si fermò davanti ad un pozzo
accertandosi che ci fosse acqua.
Il tempo accelerò improvvisamente e Viola ebbe la sensazione di guardare un film mandato
avanti velocemente. I sopravvissuti furono liberati dalla chiesa e i cadaveri scomparirono uno ad
uno dalle strade, i soldati facevano avanti ed indietro per le vie, ed altri issavano dal pozzo secchi
d’acqua da dare ai cavalli. Il tempo decelerò ed un ragazzino venne mandato al pozzo a riempire
l’otre di Ragnor. La scena riprese a scorrere più veloce, la sera era già calata e un nitrito
agonizzante si levò accanto a lei. Un cavallo cadde a terra con la bocca piena di bava scarlatta, un
altro cadde al suolo e seguì presto il suo simile nell’agonia.
- I cavalli stanno morendo! – urlò qualcuno, Viola si guardò attorno terrorizzata.
Wulf corse fuori da una locanda che era già stata ripristinata per accogliere Ragnor e i
cavalieri, e si avvicinò alle bestie che morivano l’una dopo l’altra.
- L’acqua! – urlò. – L’acqua era avvelenata! -
Viola si ritrovò testimone di un massacro, mai aveva avuto una visione così agghiacciante:
tutti, i soldati, le donne e i bambini liberati dalla chiesa, presero a morire ad uno ad uno. Viola
vedeva i loro volti in preda all’agonia mentre si accasciavano al suolo tossendo sangue uno dietro
l’altro.
Improvvisamente tornò a vedere Ragnor, stava cercando di salvare la situazione come poteva.
- Dannazione, - imprecò, - Ulfric ha fatto avvelenare il pozzo. Chi ha bevuto l’acqua? -
- Tutti mio signore, i cavalli e gli uomini. – gli disse un soldato ancora in salute.
Viola si sentì agghiacciare, corse verso Ragnor e cercò di toccarlo, ma lui non la vedeva e non
poteva sentire il suo tocco, le sue mani avevano la consistenza di raggi di luce contro il suo corpo
che cercava disperatamente di afferrare.
Lo vide trasalire portandosi una mano alla bocca. Un fiotto di sangue gli sgorgò dalle labbra.
Viola urlò e gli si avvicinò di nuovo, quasi volesse aggrapparsi a lui per poterlo raggiungere
nella realtà.
- Ragnor! – urlò di nuovo Viola disperata, quasi implorandolo di vederla.
Terrificata Viola vide Ragnor cadere in ginocchio ai suoi piedi: stava già male. Ragnor si
rimise in piedi da solo prima che i soldati attorno a lui facessero in tempo ad aiutarlo.
Alzatosi sputò a terra il sangue che gli era salito in gola e si mise a impartire gli ordini ai suoi
cavalieri. Finì appena di parlare e fu trafitto da un nuovo singulto, tossì e si dovette sorreggere ad un
palo con una mano stretta al petto. Un rivolo di sangue gli colava dalla bocca.
Viola si aggrappò a lui come le volesse sorreggerlo, ma da fantasma quale era non poté
neppure sfiorarlo, le sue dita non riconoscevano consistenze di alcun genere.
Ragnor scivolò al suolo cinerio in volto e Wulf si affrettò a sorreggerlo, Viola cadde in
ginocchio strillando tra le lacrime, impotente davanti alla morte di Ragnor.
All’improvviso tutto svanì e scoprì di essere appena caduta in ginocchio, Gwendra era lì
accanto a lei e si accorse di avere il viso bagnato dalla lacrime.
- Cosa avete visto? Cos’è successo? – chiese Gwendra agitata.
Viola balzò in piedi sconvolta: - Ragnor è in pericolo, ho visto il futuro, c’era un villaggio,
l’acqua era avvelenata, l’hanno bevuta tutti, lui stava.. – si interruppe in preda dai singhiozzi: - stava
morendo, oh signore Gwendra ! Dobbiamo fare qualcosa, quando accadrà? Come faccio a saperlo?-
- Non possiamo sapere fra quanto avverrà, ma se la vostra visione è stata così nitida abbiamo
davvero poco tempo, accadrà domani, al massimo dopodomani. -
Viola si agitò per la stanza: - Trasformiamoci subito e partiamo, lo raggiungeremo prima
dell’alba. -

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- No, - obbiettò Gwendra che per quanto fosse agitata, sapeva mantenere la calma, - non ce la
faremo in tempo, ormai Sir Ragnor è troppo lontano per raggiungerlo in una sola notte, ma ci sono
altri modi. -
- Cos’hai in mente? – chiese Viola ansiosa.
- Vi insegnerò a viaggiare nei sogni. -

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I SOGNI DI RAGNOR
La sera era già calata da qualche tempo e Viola aveva ricevuto gli insegnamenti necessari per
accingersi a quell’avventura nel mondo dei sogni.
- Su stendetevi. – la incoraggiò Gwendra, accostandosi al baldacchino del letto.
Viola si riassettò la camicia da notte e salì sul materasso. – Devo andare sotto le coperte? –
- Mettevi comoda. – le suggerì Gwendra, che si aggirava per la stanza ultimando i preparativi.
Viola si infilò sotto il lenzuolo e le pellicce ed appoggiò la testa sul cuscino. – Pronta. –
Gwendra le diede l’ampolla con la pozione che avevano preparato come antidoto al veleno e
Viola la strinse tra le mani appoggiate appena sotto i suoi seni.
- Ricordatevi di dargliela subito, - le rammentò Qwendra, - non sappiamo quanto tempo avete
a vostra disposizione. -
Viola annuì e da lì stesa osservò Gwendra che tracciava un circolo di sale attorno al
baldacchino che era stato appositamente fatto staccare dal muro. Poi la strega accese ad una ad una
le candele azzurre poste agli angoli del letto, perfettamente iscritti nel cerchio.
- Vi ricordate la formula per addormentarvi? – le chiese Gwendra una volta finito.
- Si, - rispose Viola, - me la ricordo. -
Gwendra annuì e fece cenno a Lupo seduto accanto alla poltrona affinché la seguisse fuori.
- Non abbiate paura, - la rassicurò Gwendra fermandosi davanti alla porta, - non vi potrà esser
fatto alcun male nei sogni di Sir Ragnor, ma ricordatevi che il tempo a vostra disposizione può
finire da un momento all’altro, se Sir Ragnor si svegliasse all’improvviso l’incantesimo si
spezzerà.-
Viola annuì di nuovo, non si sarebbe di certo dimenticata quella raccomandazione.
- Vi devo spegnere il lume? – chiese Gwendra.
- No, - le rispose la ragazza, - lasciate pure la luce accesa, mi sentirò meno spaesata al mio
risveglio. -
Gwendra le rivolse un sorriso e uscì seguita da Lupo.
Viola riappoggiò la testa al cuscino e chiuse gli occhi. Non aveva idea di come sarebbe stato
fare visita a qualcuno in sogno, ma non poteva certo negare di non essere curiosa di fare una gita nei
sogni di Ragnor.
Nonostante l’angosciante situazione che vedeva Ragnor in pericolo di vita, non poté evitare di
domandarsi: “Chissà se ci saranno altre donne nei suoi sogni…”
- Si inizia. – sussurrò una volta risolutasi a … partire?
- Cala la notte, si accende il lume, - pronunciò la ragazza ripetendo a memoria: - mie son le
ore del giorno più scure, di sentiero in sentiero, di letto in letto, sto cercando Ragnor Signore di
Villacorta.-
Viola finì di parlare e rimase ad attendere in silenzio un qualche effetto.
Aveva già atteso qualche istante ad occhi chiusi, quando insospettita dalla lunga attesa aprì gli
occhi e si rese conto di stare già sognando.
Si trovava in un grande campo verde, il cielo grigio e scuro minacciava l’arrivo un temporale.
Viola si girò su sé stessa attorniata da centinaia e centinaia di manichini di legno, erano un intero
esercito. Erano grossi ceppi di legno con braccia e gambe, ancorati al suolo da radici come quelle
degli alberi.
Un tuonò rotolò sopra le nuvole scure.
L’aria del luogo era inquietante, ma regnava un strana quiete, un silenzio armonioso rotto solo
dai ruggiti del cielo e da un ritmico clangore.

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Viola seguì il suono e passò tra le braccia e le spade dei manichini procedendo a ziz zag, più
si avvicinava al centro di quell’esercito di manichini, più il rumore diventava distinto: era senz’altro
quello di una spada o di un ascia che si abbatteva sul legno.
Quasi certa di stare per trovare Ragnor superò gli ultimi manichini e trovò il cavaliere intento
a prendere ad accettate un manichino dopo l’altro come se stesse facendo della legna.
Viola, perplessa da quella strana scena, rimase in silenzio a guardare Ragnor. Era a torso
nudo, e per ripararsi dal freddo portava solo una stola di pelliccia annodata sulle spalle, combatteva
contro i manichini uno dopo l’altro, li riduceva in ceppi a forza di accettate e poi passava ad un
altro.
Lei rimase lì accanto ad un manichino a fissarlo ammaliata, il fatto che più la colpiva di tutta
quella scena surreale era Ragnor stesso, il suo fisico per essere precisi. Brandiva i colpi con una
forza inaudita e in quello sforzo tutti i suoi muscoli di tenevano guizzanti. Viola rimase a bocca
aperta a contemplarlo, prima di allora non avrebbe pensato che un uomo a torso nudo si potesse
definire scandalosamente erotico.
Arrossì e ricordandosi il monito di Gwendra decise di non perdere più tempo.
- Ragnor? – lo chiamò scostandosi dai manichini.
Lui abbassò l’accetta e si voltò avendo già riconosciuto la sua voce.
- Viola. – mormorò sorridendo.
Il cielo divenne all’improvviso sereno, i manichini protesero le loro braccia verso il cielo e
divennero alberi verdi pieni di fiori, l’aria si fece fresca e profumata. Si ritrovarono nel fitto di un
bosco dorato e floreale.
Lui le si avvicinò lasciando cadere l’accetta a terra che scomparve nel suolo, come assorbita
dall’erba.
Viola non poté fare a meno di sorridergli di rimando e fu piacevolmente imbarazzata quando
lui la prese tra le braccia e senza aggiungere una parola la baciò.
Scoprì che quel sogno era proprio come reale e si sentì morire il fiato in gola quando lui
superò il confine delle labbra con lingua. Gli si aggrappò alle spalle e lui la sollevò deponendola su
qualcosa.
Viola riaprì gli occhi e scoprì di non essere più nel bosco, ma sdraiata su un sontuoso letto a
baldacchino scarlatto sorto ad ospitarli, centinaia e centinaia di petali di rose rosse erano sparsi
attorno a lei e Ragnor.
Lui si chinò su di lei come se volesse baciarla ancora e Viola arrossì, ma lui non desistette e si
avvicinò ancora di più sorridendo e le sfiorò la gola con un bacio, salendo poi alle sue labbra. Viola
non poté resistere alla tentazione si lasciarsi andare quando Ragnor si stese su di lei aderendo con
tutto il corpo, il contatto fu qualcosa di elettrizzante.
- Speravo di sognarvi anche stanotte. – le sussurrò lui a fior di labbra.
Viola avvampò e si mise a sedere di botto.
- Ragnor! Io sono Viola, quella vera! – strillò scandalizzata dall’eccitante confessione del
cavaliere.
- Lo so.- le sussurrò lui che era tornato a baciarle il collo dietro l’incavo dell’orecchio.
Viola morì quasi di piacere, ma trovò la forza per mettere un po’ distanza tra loro.
- No, che non lo sai,- lo contraddisse, - non sono un sogno Ragnor, sono Viola, quella vera.
Sono venuta qui nei tuoi sogni appositamente per darti questa. -
Si fermò un istante e cercò nella tasca della sua camicia da notte l’ampolla, si accorse solo
allora che anche il suo abbigliamento era cambiato. Ora indossava un qualcosa di leggero ed
impalpabile, tipo un baby-doll ma di foggia antiquata.
Viola avvampò di nuovo, ma trovò l’ampolla con la pozione e la diede a Ragnor.
Lui alzò uno sguardo perplesso.

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- Questo non è un sogno come un altro, - le disse lei, - credimi è importante che tu ti ricordi
di questo sogno domani. Ho avuto una visione. State per raggiungere un villaggio o sbaglio? -
Ragnor divenne improvvisamente serio. – No non sbagliate, domani ci dirigeremo a Sberga è
probabile che sia stata attaccata da Ulfric. –
Viola annuì e si apprestò a riferirgli quanto doveva:
- Quando arriverai là il villaggio sarà già stato devastato e non ci sarà più nessun soldato di
Ulfric. E’ una trappola. L’acqua del pozzo è avvelenata e non devi farla bere a nessuno prima di
averci versato la pozione che ti ho dato. –
Ragnor fissò la boccetta e se la mise nella tasca dei pantaloni di pelle di daino.
- Avete visto la mia morte? – le chiese.
Viola s’incupì e gli sfiorò una mano: - Si, anche tu avevi bevuto l’acqua. Ma adesso non
accadrà più, domani saprai cosa fare. Te ne ricorderai, Gwendra ne è certa. –
Ragnor annuì e tornò a fissarla negli occhi: - Correte qualche pericolo ad essere venuta qui? -
Viola scosse il capo, chiedendosi se quegli occhi grigi non fossero già un pericolo alla sua
“virtù” per dirla in termini medievali.
- No, non mi può accadere nulla qui.-
Lui ne fu sollevato ed infatti i suoi pensieri presero subito un’altra rotta, Viola se ne accorse
dai suoi occhi che scesero su di lei beandosi di ogni centimetro della sua pelle.
Per quanto già poco la coprisse il vestito creatole dalla fantasia di Ragnor,Viola si sentì nuda.
– Potresti farmi mettere qualcos’altro? – chiese mentre avvampava.
Lui le sorrise maliziosamente, ma ubbidì e Viola si ritrovò avvolta da una sottile vestaglia,
non molto coprente a dire il vero.
- Quanto tempo potrete rimanere qui? – le chiese lui quasi in un sussurro roco.
- Non lo so, - gli rispose, - dipende da quanto dormiremo entrambi. -
Ragnor sorrise soddisfatto: - Nessuno disturba mai il mio sonno. -
- Potrei svegliarmi io.. – suggerì Viola per non si sa quale subconscia ragione.
Lui le sorrise maliziosamente e Viola capì che cosa aveva involontariamente cercato.
- Allora amor mio fatevi baciare subito, di modo che abbia già il vostro saluto. -
Lei riuscì a non avvampare, ma solo perché lui l’aveva chiamata in quel modo che la fece
impazzire di gioia. Ragnor non le lasciò il tempo di esitare l’attirò a sé e la baciò con delicatezza
affondandole le dita tra i cappelli. Viola si lasciò andare tra le sue braccia e si abbandonò a quel
bacio che avrebbe voluto durasse all’infinto. Tutta la paura che aveva avuto vedendolo morire nella
visione le attanagliò il petto e si aggrappò a lui quasi non volesse più lasciarlo.
Poi ad un tratto Ragnor si scostò e Viola aprì gli occhi contrariata.
- Cosa c’è? – chiese Viola mordendosi un labbro.
- Perché piangete amor mio? – le chiese lui asciugandole il viso dalle lacrime e Viola capì di
aver cominciato a piangere.
- Perché sono felice.. – gli disse lui intrecciando le dita alle sue. – Quando nella mia visione ti
ho visto morire ho creduto di impazzire, ma adesso so che non accadrà più.. -
Ragnor le regalò il sorriso più bello che avesse mai visto.
- Vi amo Viola. – le disse guardandola dritta negli occhi. – Anzi, ti amo. -
Viola gli gettò le braccia al collo e si strinse a lui: - Anche io ti amo Ragnor. –
Poi tutto ad un tratto si sentì trascinata lontano, come se si trovasse in un tunnel in cui
soffiava un vento fortissimo che la spazzava lontano. Alla fine del tunnel atterrò su qualcosa di
morbido ed aprendo gli occhi si rese conto di essere tornata in camera sua, nel castello di Ragnor e
che non era più in un sogno.
- Accidenti! – sbuffò Viola mettendosi a sedere.

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Ragnor si svegliò appuntando il suo sguardo furente sul soldato che aveva osato svegliarlo
separandolo da Viola. Si sedette e gettò le lunghe gambe coperte dai pantaloni di daino oltre la
sponda della sua branda.
- Che è successo? – ringhiò quasi al suo uomo che era temerariamente venuto a svegliarlo.
- E’ scoppiata una rissa mio signore.- gli spiegò l’uomo intimorito dal suo tono. – E’ già stata
sedata ma i due uomini che si sono messi a litigare vogliono che siate voi a stabilire chi ne ha la
colpa. -
I due soldati in questione avevano scelto proprio un brutto momento per mettersi a litigare e
soprattutto per cercare l’equo giudizio di Ragnor.
- Tre frustate per uno che non se ne parli più. – sbottò in fatti Ragnor. – Domattina
rammenterò io stesso ai quei due che non ammetto risse tra i miei uomini. -
- Come volete, mio signore. – acconsentì il soldato uscendo dalla tenda.
Rimasto solo Ragnor, si passò una mano tra i capelli sbuffando. Un sorriso gli increspò le
labbra rammentando le ultime parole che Viola gli aveva detto. “Anche io ti amo Ragnor”.
Poi tutto d’un tratto si ricordò dell’ampolla con la pozione e degli avvertimenti della sua
giovane strega. Si infilò una mano in tasca e trovò proprio l’ampolla che Viola gli aveva dato in
sogno.

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MANOVRE DI GUERRA
Mancava poco all’alba quando Ragnor si destò di nuovo, allorché si vestì ed indossò la cotta
di maglia metallica, per poi sporgere il capo fuori dalla sua tenda. Due soldati stavano sempre di
guardia lì fuori facendo a turno, per cui li trovò desti entrambi.
- Mandate a chiamare i miei i cavalieri, lì voglio tutti qui il prima possibile, fate venire anche i
cartografi. -
I due uomini furono lesti ad ubbidire e Ragnor tornò nella tenda. Neanche due minuti dopo
comparve Wulf.
- Che c’è fratello? – gli chiese Wulf stropicciandosi il viso: - Avete deciso di modificare i
piani? -
- Viola stanotte mi è apparsa in sogno, - gli spiegò Ragnor, - Sberga è già stata attaccata da
Ulfric, quando arriveremo là saranno tutti già morti e non ci sarà più nemmeno un soldato con cui
battersi. E’ una trappola, Viola mi ha detto che l’acqua del villaggio è stata avvelenata. -
Wulf sgranò gli occhi.
– Dobbiamo richiamare le truppe di avanscoperta prima che raggiungano Sberga, allora. –
- Avevo in mente qualcosa di meglio.-
I cartografi arrivarono in quel momento, con tanto di tavolo su cui stendere le mappe del
territorio in cui stavano muovendo la campagna militare.
I cavalieri arrivano uno dopo l’altro e Ragnor spiegò quanto aveva già riferito a Wulf.
- Che intendete fare allora mio signore? – chiese uno dei più anziani dei cavalieri.
- A Sberga ci è stata tesa una trappola, - disse Ragnor avvicinandosi alla mappa stesa sul
tavolo,
- gli uomini di Ulfric saranno nascosti nei paraggi per assicurarsi che abbia effetto. -
Puntò un dito sulla mappa indicando il bosco a nord della villaggio.
- Se conosco il nemico avrà disposto che i suoi uomini si nascondano qui. Manderemo i
soldati del drappello di avanscoperta più a nord del bosco, mentre noi ci divideremo. Voi cavalieri
condurrete i soldati a cavallo verso il bosco mettendo in fuga gli uomini di Ulfric che si troveranno
la strada sbarrata dal drappello di avanscoperta, ed anche io verrò con voi. – Si interruppe
volgendosi a suo fratello: - Mentre voi Wulf andrete con i soldati rimasti a Sberga a salvare il
salvabile. Dovrete versare la pozione di Strega Viola nel pozzo principale, e mi raccomando non
permettete a nessuno di abbeverarsi prima di averlo fatto. -

Ragnor cavalcava in testa i suoi uomini verso Sberga di ritorno dalla battaglia, come aveva
previsto i soldati di Ulfric si erano nascosti nel bosco e li avevano praticamente braccati come
bestie. Ragnor non ricordava il tempo di una vittoria così magistrale e doveva tutto a Viola, la sua
Viola che gli aveva detto di amarlo.
Quando lui, i cavalieri e i soldati entrarono in Sberga, trovarono la cittadina devastata, Wulf
che aveva assunto il comando degli uomini che gli aveva affidato aveva già purificato l’acqua del
pozzo e aveva fatto liberare i superstiti che avevano trovato rifugio nella cattedrale. Donne e
bambini affollavano le vie del paese e tra lacrime ed urla disperate andavano a cercare i loro cari
che giacevano privi di vita lungo le strade con ancora le armi in mano.
Ragnor si sentì il cuore stretto in una morsa, avrebbe dovuto prevenire anche quel massacro
ma non ne era stato in grado. Rimase però perplesso da una costatazione. Perché le donne e i
bambini erano ancora vivi? I soldati di Ulfric non erano soliti lasciare superstiti dopo i loro attacchi.
I bambini erano uccisi a sangue freddo come gli uomini, semplici contadini incapaci di difendersi. E

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le donne erano fortunate se trovavano una morte rapida e veloce, e non venivano violentate più e
più volte prima di venire uccise.
Ragnor fermò Unno nella piazza di Sberga, dove gli era stato detto che avrebbe trovato sede
il comando militare. La base dei cavalieri non era altro che una locanda ripulita e sistemata come
meglio si poteva e là Wulf aveva istallato il quartier generale. Ragnor lasciò il suo cavallo ad un
soldato affinché ne avesse cura e salì sui gradini della locanda togliendosi l’elmo, Wulf avvisato del
ritorno del fratello corse fuori dalla locanda sorridendo.
- Ragnor! – lo salutò battendogli una mano sulla spalla: - E’ stata una vittoria magistrale, i
corrieri me ne hanno già portato notizia. Siano lodate Viola e le sue arti magiche. -
Ragnor annuì e lo sconforto per non aver potuto salvare anche Sberga si attenuò un poco.
- Cosa ha salvato le donne i bambini? – chiese non riuscendo a trattenere più la curiosità.
- Sarebbe meglio dire chi. – lo corresse Wulf. – Il Vescovo di Norimberga si trovava qui a
Sberga al momento dell’attacco e i cavalieri di Ulfric non hanno osato nuocergli, ha portata con lui
donne e bambini nella cattedrale e sono rimasti chiusi lì dentro finché non siamo arrivati noi. -
Ragnor ebbe pronta risposta al quesito che l’aveva crucciato, ma non poté certo rallegrarsi di
aver il Vescovo di Norimberga tra i piedi. Quell’uomo era cugino del papa stesso e aveva influenze
ovunque, tante da suscitare paura persino a un tiranno come Ulfric. Ma non era questo a
preoccupare Ragnor, la cosa più preoccupante era che il Vescovo era a capo dell’Inquisizione, una
riforma che egli stesso si era prefissato di attuare per debellare le streghe da tutti i regni del papato.
- Dove è adesso il vescovo? – chiese sperando che non si trovasse più lì.
- E’ nella locanda, - gli disse Wulf indicandogli il piano superiore. – e ha tutta l’intenzione di
mettersi sotto la tua protezione fratello. -

Mario si sentiva ad un passo dalla follia, non faceva che girare per casa come un animale in
gabbia cercando di trovare un modo per far tornare Viola a casa, ma più si sforzava più si rendeva
conto che non aveva la minima idea di come aiutarla. Nadia oltretutto si era accorta della sua
agitazione e lo teneva d’occhio sempre più perplessa. Anche l’appetito gli era venuto meno, ma ad
ora di pranzo si sedette ugualmente a tavola.
Nadia trafficava ai fornelli volgendogli le spalle e lui continuava a tormentarsi chiedendosi di
Viola.
- Linda su vieni a tavola! – urlò sua moglie chiamando la loro bambina.
Non ricevette nessuna risposta, così Nadia si pulì le mani in uno stracciò e si avvicinò alla
porta della cucina.
- Linda?! – strillò di nuovo: - Hai sentito o no? -
- Si mamma! – rispose una vocetta dal piano superiore. – Arrivo! -
Piccoli passi affettati risuonarono giù per la tromba delle scale e prima che la bambina
comparisse sulla soglia della porta, Mario le sentì dire:
- Guarda mamma cosa ho trovato! – esultò Linda meravigliata: - Sorellina Viola è diventata
una principessa!-
Mario che stava sorseggiando un goccio di vino lo sputò quasi e voltandosi vide Linda che
teneva fra le mani lo specchio dorato. La bambina doveva aver trovato il suo nascondiglio. Mario
sbiancò e si alzò per sottrarle lo specchio, ma ormai era troppo tardi. Nadia si era chinata accanto
alla bambina e fissava con sguardo allucinato le immagini che scorrevano sullo specchio.
- Oh signore! – sbottò Nadia. – Cosa.. cosa … -
Mario agguantò lo specchio rubandolo dalle mani di Linda e lo strinse al petto. Madre e figlia
lo guardarono incredule.
- Non è nulla, solo un giocattolo. -

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- Ma lì dentro c’è Viola papà. – insistette Linda. – Hai visto com’è bella? E’ vestita come un
principessa e ha anche un cagnoline nero. -
Nadia che era rimasta in silenzio esterrefatto. Allungò una mano. – Fammelo vedere ancora. –
Mario indietreggiò. – No. –
- Cosa ci stai nascondendo? – chiese Nadia infuriata. – E’ da quando sei tornata dalla
montagna che sei strano e adesso salta fuori anche quello strano oggetto. -
- Anche io voglio sapere cos’è papà. – rincarò la dose la piccola Linda aggrappandosi ai suoi
pantaloni. – E’ una tv? -
- E’… - balbettò Mario. – E’… -
- Allora? – gli mise fretta Linda.
Mario si sentì perduto. – E’ uno specchio! – urlò quasi. – Uno specchio magico! -
Linda sorrise meravigliata, mentre Linda inarcò un sopraciglio scettica.
- La vuoi smettere di prenderci in giro? – lo sgridò sua moglie.
- Non sto scherzando. – rispose Mario, - Sapevo già che non mi avresti creduto, così ho
cercato di tenertelo nascosto. Ma, oh signore, Nadia non devi farne parola con nessuno, è in gioco la
salvezza di Viola. -
La donna rimase in silenzio, non l’aveva mai visto così terrorizzato e suo marito non le aveva
mai mentito.
- Venite a vedere. – le invitò entrambe Mario appoggiando con delicatezza lo specchio sul
tavolo.
Linda si arrampicò su una sedia e appoggiò le manine sul tavolo.
- Sembra proprio dentro una tv. – commentò ridendo.
Nadia si chinò sopra lo specchio osservando la ragazza che amava come se fosse figlia sua in
quelle immagini, quell’oggetto sembrava proprio uno specchio antico, ma poteva scorgervi dentro
Viola che si muoveva per una stanza antica e sontuosamente arredata. Anche lei indossava abiti
strani. All’improvviso qualcuno entrò nella stanza con Viola e Nadia si trovò davanti agli occhi una
strana vecchia dalla faccia simpatica, accanto a lei c’era un gattone rosso e sulle sue spalle erano
attaccate delle strane protuberanze nascoste appena da una mantellina di lana. Era tutto così reale,
così vivido, che Nadia dovette sfregarsi gli occhi per convincersi che non stava sognando.
- Dove.. – balbettò. – dove si trova? -
- Nel passato. – mormorò suo marito pallido ed angosciato.
- Cosa?! – strillò Nadia incredula. – Come diavolo è possibile? – chiese per poi arrossire
avendo imprecato davanti alla bambina.
Mario si sedette come se avesse bisogno di un sostegno stabile. – Vi racconterò tutto quello
che so, - iniziò fissando dritto negli occhi sua moglie e sua figlia, - ma dovete giurarmi che non ne
parlerete ad anima viva. Anche tu Linda, - disse con un tono più dolce alla sua bambina, - devi
promettere, perché se lo dirai a qualcuno la tua sorellina non tornerà più a casa. –
La bambina fu così impaurita dalla notizia che si affrettò ad annuire e a dire:
- Non lo dirò a nessuno papà, non voglio che Viola non torni più. –
Nadia capì che anche per lei era giunto il momento di sedersi.
– Come ha fatto Viola a finire dentro questo specchio? –
Vide suo marito trarre un profondo respiro.
– Viola, - disse. – Viola è una strega. -
Nadia aveva già visto e sentito abbastanza cose sconvolgenti per qual giorno da non sbottare
in un latro “Cosa?!” strillato con gli occhi fuori dalle orbite, ma aveva comunque bisogno di
spiegazioni.
- Una strega di che tipo scusa? – s’informò.

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- Beh… - borbottò Mario. – Non era certo che fosse una strega prima di vederla dentro lo
specchio, ma credo che sappia leggere nel pensiero, che possa avere delle premonizioni e beh..
passa fare molte altre cose inspiegabili. -
- Wow! – esultò Linda.
Mentre Nadia si prese un momento di silenzio attonito in cui tante cose che non era mai
riuscita a spiegarsi trovavano una soluzione. C’erano state delle volte in cui Viola le rispondeva
senza che lei avesse aperto bocca, formulando la domanda solo nella sua mente. Oppure quella
volta che Viola l’aveva quasi scongiurata di non comprare un prodotto dimagrante e dopo poco tutti
i TG avevano detto che quella ditta farmaceutica vendeva prodotti contaminati da uno strano
farmaco che aveva spedito in ospedale diverse persone. E poi… quella volta in cui l’aveva vista
infilare le mani tra il fuoco del caminetto senza neppure scottarsi… allora aveva creduto di aver un
allucinazione. Senza contare poi la precisione meteorologica di Viola che prendeva con sé
l’ombrello anche quando c’era un sol leone e nessuno avrebbe mai sospettato l’arrivo di un
temporale, beh tutti tranne lei.
- Viola.. – dovette dire per convincersene. – è una strega. -
Mario capì di averla convinta ed annuì. – Già e lo era anche Elena, ma io non pensavo che
anche Viola lo fosse a sua volta. –
Nadia rimase a bocca aperta. – Anche la tua ex-moglie era una strega? -
- Si, - rispose Mario, - e anche la nonna di Viola lo è. -
- Vuoi dire che la nonna di Viola è ancora viva? – chiese perplessa Nadia.
- Nell’epoca in cui si trova Viola adesso, si. – le spiegò Mario.
Nadia vide una speranza in tutta quella situazione. – Quindi sua nonna la aiuterà a tornare a
casa. –
Capì di non aver proprio fatto centro quando Mario serrò la mascella e abbassò gli occhi sullo
specchio.
– La nonna di Viola non è una strega buona, è perfida e maligna, Elena fuggì da lei proprio
per questo motivo. –
Nadia si sentì venir meno.
– Vuoi dire che Viola è in pericolo? -
- Se sua nonna Endora la trovasse sarebbe nei guai fino al collo. Lo specchio che hai davanti è
stato creato da Endora, è una porta tra passato e presente, Elena glielo rubò e fuggì con me nel
presente, e nascose lo specchio nella baita in montagna. Viola l’ha trovato e non so proprio come
abbia fatto ma l’ha usato. -
- Frena, frena .. – lo fermò Nadia che non riusciva più a capire nulla.
- La tua ex.-moglie, Elena, apparteneva anche lei al passato? -
- Si. – rispose Mario.
- E tu come hai fatto a incontrarla? -
- Io sono stato il primo ed unico esperimento di Endora con lo specchio, la nonna di Viola
riuscì a portarmi indietro nel passato e tutto d’un tratto mi ritrovai là. -
- Quanto nel passato esattamente? – s’informò Nadia.
- Mille e duecento, mille e trecento circa. -
Nadia ebbe bisogno di una pausa riflessiva.
- Viola non ti ha mai parlato dei suoi poteri? – gli chiese tutto ad un tratto.
- No, - rispose Mario afflitto, - ma credo che abbia voluto isolarsi in montagna perché aveva
capito che ci fosse qualcosa di strano in lei. -
Nadia si premette una mano al viso.
– Doveva essere così spaventata e noi non ci siamo accorti di nulla. –
- Già. – rispose Mario, il suo viso era l’espressione stesso dell’angoscia.

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- Ma se Viola ha usato una volta lo specchio, - gli disse Nadia, - saprà come usarlo di nuovo.-
L’espressione di Mario le rivelò che neppure lui aveva delle risposte da darle.
- Qui sorge un bell’enigma… -
- Cosa intendi? – chiese Nadia.
- Vedi… - e spiegò. – Endora è la donna più perfida che tu possa mai immaginare, cattiva e
spietata fuori da ogni immaginazione. Elena lo sapeva bene e capì che l’unico modo per tenere lo
specchio lontano da lei era farlo funzionare con un sentimento che sua madre, la nonna di Viola,
non avrebbe mai potuto provare. -
- Sarebbe? – chiese Nadia incuriosita.
- L’amore. – rispose Mario. – Elena fece un incantesimo allo specchio di modo che solo due
persone innamorate potessero usarlo, varcandole soglie del tempo. -
- Quindi .. – ammise lei non senza una punta di gelosia. – tu e Elena tornaste nel futuro
insieme. –
- Esattamente. – ammise Mario. – Ma ora la domanda è, come ha fatto Viola ad attraversare il
tempo? Chi ha viaggiato insieme a lei se era là in montagna da sola? -

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IL VESCOVO DI NORIMBERGA
Ragnor si occupò di tutti i suoi doveri di signore e di comandante militare e solo quando non
ci fu più nulla che richiedesse la sua attenzione, decise di andare al cospetto del vescovo. Tornò alla
locanda dove era stato installato il comando generale a pian terreno ed accompagnato da Wulf, salì
al piano superiore dove sua santità si era sistemato con il suo seguito occupando diverse stanze della
locanda. Il vescovo si era preso il permesso di far mettere dei soldati di guardia alle sue stanze e
Ragnor sentì una familiare collera corrergli giù lungo la schiena.
I soldati lo introdussero come doveva essere presentato un signore e Ragnor entrò nella stanza
irrettito. Trovò il vescovo seduto su una grande poltrona al centro della stanza, accanto ad un tavolo
a cui sedevano diversi eleganti nobili del suo seguito, tra i quali anche suo figlio, il conte Trevelain.
Ragnor si tolse l’elmo in segno di rispetto e il vescovo, un uomo grassoccio e rubicondo, con
pochi capelli grigi sul capo, si alzò dalla poltrona.
- Sir Ragnor, benvenuto, era da tempo che vi attendevamo. -
- Vostra Eminenza. – rispose Ragnor cercando di mantenere un’espressione impassibile.
L’uomo tese in avanti la sua mano grassoccia su cui svettava il grosso rubino donatogli dal
papa.
Ragnor fece quanto andava fatto, presa la mano del vescovo ed inchinandosi baciò la gemma
simbolo della (dubbia) santità dell’uomo che aveva di fronte. Wulf fece lo stesso.
- Sir Wulf mi ha raccontato cosa è accaduto qui a Sberga, - disse al vescovo quando anche
Wulf ebbe fatto il suo gesto di riverenza, - se non ci foste stato voi vostra santità, Ulfric non
avrebbe risparmiato né le donne né i bambini. -
Il vescovo gli appuntò addosso i suoi occhietti rotondi e ravvicinati, che gli donavano uno
sguardo porcino ed attento.
- Non avevo la minima intenzione di intromettermi in una stupida guerra feudale, - gli rispose
il vescovo, - ma il Signore ha voluto che fossi qui a salvare parte della gente che non avete saputo
proteggere. -
Ragnor serrò la mascella.
– Forse alla Vostra Eminenza vi farà piacere sapere che se io e i miei soldati non fossimo
arrivati in tempo sareste morto anche voi. -
Il vescovo impallidì: - Che state dicendo? Ulfric non si sarebbe mai permesso di torcere un
capello ad un uomo di dio, tanto meno di entrare in terreno consacrato a fare una strage. –
- Vi posso dare ragione sul fatto che i cavalieri di Ulfric non avrebbero attaccato i superstiti
dentro la cattedrale, - gli disse Ragnor, - si sarebbero accontenti di vederli morire ad uno ad uno
dopo che avessero bevuto l’acqua avvelenata del pozzo. -
- L’acqua è stata avvelenata? – sbottò il Conte di Trevelain che era stato in silenzio fino a quel
momento.
- E’ quello che ho detto. – ribadì Ragnor. – Se foste morti a causa dell’acqua, Ulfric avrebbe
trovato di certo come discolparsi davanti al Papa. -
- Quel farabutto! – imprecò il vescovo. – Non appena il Papa lo saprà Sir Ulfric sarà in grossi
guai, ma cosa ci si può aspettare, infondo, da un uomo che tiene al suo fianco una strega. -
Ragnor si irrigidì al commento del Vescovo ma non proferì parola.
Attese che l’uomo si fosse calmato dalla notizia e poi gli disse: - Immagino che Vostra
Eminenza si trovasse in viaggio verso Roma, se è vostro desiderio metterò al vostro servizio alcuni
dei miei soldati per scortarvi lontano dal confine tra il mio feudo e quello di Ulfric, una volta
lontano dal qui non dovrete più temere attacchi. -

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Il vescovo annuì. - Vi ringrazio Sir Ragnor, accetto volentieri la vostra offerta di uomini, ma
non sono diretto a Roma. – si interruppe per un attimo. – Io e il mio seguito siamo diretti a
Villacorta. –
Ragnor si sentì come se un macigno gli fosse crollato addosso, ma seppe mitigare la sua
espressione sconvolta e contrariata.
- A Villacorta? – chiese.
Il vescovo fece un cenno ad uno dei paggi in piedi accanto alla finestra e il ragazzetto in calza
maglia rossa corse a prendere una pergamena che mise in mano al vescovo inchinandosi.
- E’ un ordine di sua santità il Papa. – gli spiegò porgendo la pergamena a Ragnor di modo
che la leggesse. – Come saprete il progetto dell’Inquisizione ha bisogno di essere divulgato anche in
queste terre così a nord e quale regno migliore di Vilacorta per stabilire il perno della mia azione di
lotta contro le streghe? Voi Sir Ragnor siete uno degli ultimi cavalieri rimasti che non abbiano preso
con sé una strega. -
Ragnor non ebbe bisogno di voltarsi per accorgersi dello sguardo allucinato che Wulf gli
aveva puntato addosso.
- Per la verità.. –iniziò Ragnor. – Anche io di recente sono diventato il cavaliere di una
strega.-
Ragnor vide il vescovo dapprima diventare pallido come un cencio, poi avvampare fino a
diventare del medesimo colore del suo abito.
- Cosa?! – urlò l’uomo. – Voi? Voi che vi siete sempre dichiarato ostile alle streghe? -
- Viola Vostra Eminenza non è una strega come le altre. – gli spiegò il cavaliere sulle spine.
– Avrete di certo udito che Endora, la strega di Ulfric, mi tramutò in falco, ed è stata Strega
Viola a liberarmi e per ringraziarla sono diventato il suo cavaliere. -
Il vescovo agitò una mano furioso: - Siete forse impazzito Sir Ragnor? Vi siete dimostrato
riconoscente ad una strega? Avreste dovuto farla bruciare subito su un rogo, ecco cosa avreste
dovuto fare. -
Ragnor sentì la collera divampargli dentro, a quelle parole dimenticò del tutto chi avesse
davanti. I suoi occhi grigi assunsero un bagliore malignamente metallico e il sguardo spaventò il
vescovo stesso. Stava per inveire contro all’uomo quando Wulf che aveva avuto più o meno la
stessa reazione lo precedette.
- La strega che si sarebbe dovuta bruciare sul rogo, - ringhiò Wulf diretto al vescovo, - oggi vi
ha salvato la vita Vostra Eminenza. E’ stata lei a informarci che l’acqua del pozzo era stata
avvelenata da Ulfric, è apparsa in sogno a Ragnor e gli ha fatto aver l’antidoto che io stesso ho
versato nel pozzo principale. Senza di lei nessuno di noi ora sarebbe ancora a questo mondo. -
Il vescovo, più spaventato dai due cavalieri che convinto, annuì acquietandosi.
- Questa strega avrà fatto qualche pia azione, ma resta una strega vittima dell’influenza del
demonio. Se voi cavalieri le siete così riconoscenti, vorrà dire che io stesso andrò a Villacorta per
conoscerla ed accertarmi che sappia davvero resistere alla tentazione del demonio che l’ha creata. -

Viola quella sera non vedeva l’ora di tornare nei sogni di Ragnor, Gwendra quel pomeriggio
le aveva insegnato ad avere premonizioni con il vento ed aveva visto che Ragnor si era messo in
salvo ed aveva per di più battuto magistralmente le truppe di Ulfric.
Gwendra le aveva dato il permesso di fare di nuovo visita a Ragnor in sogno, ma l’aveva
anche avvertita che quella era l’ultima notte in cui avrebbe potuto farlo per un mese. Infatti
l’incantesimo era possibile solo quando la luna spariva dal cielo.
Sola in camera sua, Viola si aggirò per la stanza preparando tutto l’occorrente per
l’incantesimo così come Gwendra aveva fatto la sera prima. Accese le candele e balzò sul materasso
del suo letto tracciando il circolo di sale attorno ad baldacchino. Finito che ebbe si infilò sotto lo

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coperte e chiuse gli occhi, pronunciò l’incantesimo e quando li riaprì si trovava già nei sogni di
Ragnor.
Quella volta si trovava in uno strano bosco dove gli alberi avevano il tronco giallo e
rigogliose chiome rosse. Un ruscello scorreva proprio davanti ai suoi piedi e la dolce musica di un
flauto riempiva l’aria. Viola alzò lo sguardo dall’acqua e vide Ragnor seduto tra le radici di un
albero che suonava un lungo flauto di legno. Viola attraversò il ruscello saltando di masso in masso
e atterrò sullo spiazzo d’erba azzurra davanti a Ragnor, lui suonava tenendo gli occhi chiusi. Era a
torso nudo i capelli sciolti gli cadevano sulla schiena. Lei rimase a guardarlo ammaliata beandosi
della magnifica melodia. Poi ad un tratto lui smise di suonare e la vide.
- Ciao. – lo salutò lei.
- Viola! – le rispose lui alzandosi.
E lei rammentandosi del bacio che ava ricevuto la notte prima non appena era comparsa in sua
presenza, gli sorrise dicendogli: - Guarda che sono quella vera. –
Lui si fermò di botto. – Lo so, siete ancora più bella che nei miei sogni. –
Viola arrossì, ma non si scostò quando lui la prese per mano.
- Non sapevo che sapessi suonare il flauto. -
Lui si alzò nelle spalle e l’oggetto sparì come per incanto: - Infatti in realtà non lo sò suonare,
questo è solo un sogno che faccio spesso, forse perché mi sarebbe sempre piaciuto avere il tempo di
imparare. –
- Ho visto che oggi è andato tutto bene. – gli disse Viola mentre lui cingendole la vita con un
braccio passeggiava con lei lungo il ruscello.
- Infatti, ed è tutto merito vostro. -
Viola si accorse che i suoi occhi grigi si erano adombrati all’improvviso.
- Cosa c’è? -
- Mi sono appena rammentato di una cosa importante, - le disse lui fermandosi sotto le fronde
di un albero rosso. – stamane a Sberga, ho incontrato il vescovo di Norimberga, domani mattina
partirà diretto a Villacorta e sarà lì tra quattro, cinque giorni al massimo. -
- Un vescovo? – chiese Viola incredula: - E perché sei così tanto preoccupato? -
- Non è un vescovo qualunque, - le spiegò lui, - è il capo dell’Inquisizione, cugino del papa
stesso. -
Viola impallidì - Cosa?! L’In… l’Inquisizione? – balbettò.
- Conoscete già questa parola? – le chiese lui sorpreso.
- Accidenti se la conosco! – strillò Viola. – Nella mia epoca le streghe non esistono più
proprio a causa dell’Inquisizione, non che abbia studiato molto la cosa, ma per quanto ne so nella
tua epoca l’Inquisizione aveva messo a ferro e fuoco tutta l’Europa e sono state bruciate vive
migliaia di presunte streghe. -
Viola tacque per un istante, poi temendo quasi all’idea chiese: – Devo fuggire da Villacorta?-
- No, - le rispose lui, - certo che no! Il vescovo è un personaggio molto influente, ma non si
permetterà mai di farvi del male. Ho messo ben in chiaro che voi siete la mia strega e non oserà
neppure sfiorarvi. Ma dovete stare attenta lo stesso, il vescovo è un uomo ambizioso, aveva deciso
di venire a Villacorta perché a Villacorta non c’erano streghe ed è stato piuttosto contrariato dalla
scoperta che anche io sono diventato il cavaliere di una strega. Ma mi ha promesso di non farvi del
male, però vuole accertarsi di persona che voi siate in buona fede. -
- In buona fede? – chiese sempre più basita Viola.
- Che non abbiate preso la strada del demonio. – le spiegò Ragnor e Viola scoppiò quasi a
ridere.
- E che cosa vuol dire? – chiese trattenendo a stento le risa.

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- Per la verità non lo so bene neppure io. – le disse sorridendo Ragnor. – Ma credo che vi
basterà comportavi come sempre ed andrà tutto bene, voi siete buona e delicata come un angelo
amore mio ed anche il vescovo se ne accorgerà. -
Viola non poté fare a meno di sorridergli, compiaciuta dalle sue dolci parole.
- Cos potrei fare per andare sul sicuro? –
Ragnor riprese a camminare e ci pensò su per un attimo. – Sarebbe meglio se voi e Gwendra
portaste sempre un crocefisso al collo, il vescovo è convinto che le streghe non possano neppure
sopportare la vista di nostro signore crocefisso, questo lo convincerà quanto basta della vostra
buona fede. Inoltre non troverebbe più nulla da dire se voi assisteste ad almeno una messa al
giorno.–
Viola non accolse molto bene l’ultimo suggerimento, ma avrebbe rammentato di fare quanto
Ragnor le aveva detto.
- C’è altro? -
- Sarebbe opportuno che evitaste di fare sortilegi in sua presenza, credo che la cosa lo
turberebbe parecchio. -
All’improvviso Viola si rammentò anche lei di una cosa da dirgli.
- Ragnor, ieri notte mi sono dimenticata di dirti una cosa importantissima. -
Lui la guardò ansioso. – Ditemi. –
- Ho trovato lo specchio. – gli disse esultante.
Lui però divenne torvo, i suoi occhi grigi divennero scuri come una cupa giornata di
novembre, le sorrise solo perché intendeva dimostrasi felice per lei.
- Non ho ancora capito come usarlo, però. - gli spiegò Viola che vedendo la sua espressione
afflitta non resistette dall’alzarsi in punta dei piedi e dargli un bacio sulla guancia. – Neppure
Gwendra sa come funziona. -
- Dove l’avete trovato? - chiese Ragnor che si era rasserenato.
- M l’ha dato Lotar, l’orso di mia madre.. -
Viola raccontò a Ragnor tutto quello che aveva scoperto in sua assenza e lui rimase ad
ascoltarla mentre camminavano in quello strano bosco surreale.
- Quindi Endora è vostra nonna. – commentò Ragnor quando giunsero davanti ad un grande
stagno dall’acqua cristallina. – Questo sarà meglio non dirlo al vescovo.-
- Quando tornerai Ragnor? – gli chiese lei appoggiando la fronte contro la sua spalla nuda. –
Stanno succedendo così tante cose e io non credo che riuscirò ad affrontarle tutte se tu non sarai con
me. -
Lui le cinse la vita con entrambe le mani e le diete un bacio sulla testa bionda :
- Tornerò presto amore mio, Sberga ha bisogno di essere fortificata e rimessa in sesto, non
appena sarò sicuro che tutto proceda per il verso giusto tornerò da voi a Villacorta. Non dovete
avere paura di nulla, Gwendra e Sir Marzio si prenderanno cura di voi. -
- E se non dovessi piacere al vescovo? – gli chiese lei alzando due grandi occhi viola colmi di
paure.
- Tornerò presto vedrete, il vescovo è l’ultimo dei nostri problemi. – la rassicurò lui. – Ma
adesso basta crucciarci, siamo qui insieme, non trovate sia il caso di approfittarne? -

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UN BEL SOGNO
Viola sorrise guardinga alla proposta di Ragnor. – Cosa hai in mente? Anche se non posso
leggerti i pensieri comincio a capire quando stai covando qualcosa di perverso in quella tua bella
testa. -
Ragnor rise e il suo petto ampio fu scosso dalle risa: - Perverso dite? Io direi solo
estremamente piacevole. –
All’improvviso attorno a loro tutto cambiò, la sera calò velocemente e si accesero decine e
decine di fiaccole. Viola si capacitò appena di trovarsi immersa in un ampia fonte di calda acqua
termale che un’altra improvvisa costatazione le balzò agli occhi: Era nuda e lo era anche Ragnor!
Viola avvampò ed incrociò le braccia sui seni appena sotto il pelo dell’acqua.
- Ragnor! – strillò.
Lui immerso nell’acqua lì davanti a lei le sorrise. – Forse avevate un po’ ragione sul
perverso.-
- Non osare avvicinarti! – lo mise all’erta lei, più che messa in imbarazzo dalla sua nudità.
- Su amor mio, non siate così pudica. – la incoraggiò lui. – Non vi guarderò se non volete. -
Lei alzò il nasino all’insù. – Se non volevi vedermi nuda perché diavolo ci hai portati qui? –
- Perché è una situazione incredibilmente romantica? – le chiese lui che si avvicinava sempre
di più mentre parlavano.
- Scandalosa. – lo corresse lei.
Ragnor le sorrise di nuovo e Viola era ancora persa nel suo sorriso, quando lui le afferrò il
polso e la attirò verso di lui. Il contatto con la sua pelle nuda fu qualcosa di elettrizzante, ma quando
tutto il suo corpo aderì a quello di lui e si accorse di qualcosa di lungo e duro che le premeva contro
il ventre divenne paonazza. Per l’esattezza prima pensò: “Ah però!” e poi divenni tanto rossa in
viso da sembrare una ciliegia matura.
- Ragnor! – strillò di nuovo cercando di sottrarsi al suo abbraccio, ma lui la tenne tra le sue
braccia.
- Non agitatevi amor mio, così peggiorate la situazione. -
E Viola capì perfettamente a cosa si riferiva e smise di dimenarsi e sfregarsi contro di lui. Non
aveva però la minima intenzione di togliersi le mani dai seni.
- Per fortuna che dicevano che i cavalieri di una volta si comportavano cavallerescamente con
le donne. -
Ragnor le sorrise: - Effettivamente non è da me comportarmi in questo modo, ma siete nei
miei sogni Viola, mi è molto più difficile trattenermi qui. Non preoccupatevi però, non vi farei mai
qualcosa che non vogliate. –
- Tipo tenermi nuda contro di te in una vasca di acqua termale? – propose con sarcasmo
Viola.
- Vi sentite così tanto a disagio amor mio? – le chiese lui sfiorandole il mento con un bacio.
– Volete che vi lasci andare? -
“Beh.. – pensò Viola. “se mi baci così, col cavolo che mi stacco di dosso”.
Lui sembrò proprio leggerle nel pensiero perché unì le labbra alle sue ed accarezzandole i
fianchi e la schiena nuda, s’impadronì della sua bocca in uno di quei baci in grado di far perdere
completamente la testa a Viola. Lei rispose al bacio senza poter resistere, dopo qualche istante si
rese conto di aver dimenticato di coprirsi i seni, pur di avvolgergli le braccia attorno al collo.
La bocca di Ragnor abbandonò le sue labbra per dedicarsi, al suo orecchio e poi al suo collo
sottile dove depose una rovente scia di baci. Viola sussultò ma non si ritrasse quando le sue dita le
sfiorarono un seno, non aveva mai provato in una sensazione simile e non avrebbe proprio saputo

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descriverla, se non come paradisiaca. Ma quel termine non le sembrò più appropriato quando
Ragnor le strinse un capezzolo tra le dita ed allora decise che quello era davvero paradisiaco. Un
gemito strozzato le salì in gola senza che potesse trattenerlo ed avvampando si strinse di più a
Ragnor, la sua eccitazione le premeva ancora contro il ventre e le sembrava incredibile ma le parve
decisamente ancora più.. beh ecco.. più calda, dura… grossa?
- Viola… - le mormorò lui all’orecchio. – fate l’amore con me, qui, adesso..-
Lui lo guardò negli occhi lui le sfiorò appena le labbra in un bacio. Nei suoi occhi vide solo
amore, quello era lo sguardo di un uomo innamorato, uno di quegli sguardi che a volte vedi nei film
e tu pensi “Quanto vorrei un uomo che mi guardasse così” .
- Si.. – mormorò Viola mentre le sue guance si colorivano.
Lui le regalò un sorriso da sogno (N.D.A: sarà perché effettivamente sono in un sogno?) e la
baciò con tutta la tenerezza del mondo. Le sue mani vagarono su di lei come se lei gli avesse appena
dato il consenso di fargli cose così meravigliose da essere appena immaginate. Ragnor la sollevò
quanto bastava per affondare il viso tra i suoi seni e Viola gettò il capo all’indietro quando la sua
bocca scese su uno dei suoi capezzoli. Tutto quello che avvenne di lì in poi, vide Viola incapace di
far altro che ansimare in preda all’estasi ed aggrapparsi a lui divorandolo di baci, Ragnor era
delicato ed appassionato, le sue mani e i suoi baci le facevano scoprire gioie inaspettate ad ogni
tocco.
Viola si rese appena conto che lui la stava portando fuori dall’acqua e si ritrovo stesa
sull’erba, che era soffice e profumata. Ragnor si inginocchiò tra le sue gambe e Viola, potendosi
beare della sua vista completamente nudo, lo mangiò con gli occhi anche se un timido rossore le
imporporò le guance. Quando finalmente i suoi occhi ebbero il coraggio di posarsi, beh.. ecco,
proprio lì, avvampò davvero.
- Potete toccarmi se volete. – le disse lui.
Viola si morse un labbro esitante e alzandosi si mise in ginocchio davanti a lui. Dapprima
ebbe solo il coraggio di accarezzargli il petto, poi scese con la punta delle dita a sfiorargli il ventre
scolpito e lo sentì ansimare, la sua mano si chiuse sulla sua e la accompagnò più giù, fino a toccarlo
dove Viola non avrebbe mai osato da sola. Non ebbe il coraggio di guardarlo negli occhi mentre
cominciava ad accarezzarlo proprio lì e gli nascose il viso nell’incavo del collo, ma le sue dita non
resistettero dall’esplorarlo ed accarezzarlo con sempre maggior vigore. Sentì il battito del cuore di
Ragnor accelerare, gemiti sempre più frequenti uscivano dalla sue labbra serrate a stento. Poi lui la
strinse a se e la fece tornare a stendersi. – Basta così. – le mormorò in un orecchio.
- Ho fatto qualcosa di sbagliato? – chiese Viola imbarazzata.
- No, amor mio, - la rassicurò tornando a baciarla: - solo terribilmente giusto. -
Viola lo baciò ansiosa di scoprire anche il resto e si avvide presto di cosa stava spettando
quando sentì le dita di Ragnor accarezzarla dove mai nessuno aveva osato. Viola si sentì come se
dentro di lei fosse scoppiato all’improvviso un incendio, si strinse a Ragnor e cercò le sue labbra
non potendo reggere da sola tutto quel fuoco e quel calore. Non si aspettava che quel fuoco la
potesse bruciare di più, ma si sbagliava e se ne accorse quando sentì un dito di Ragnor farsi strada
dentro di lei. Il bacio attutì il suo gemito di lussuriosa sorpresa, ma poi Viola non fu più in grado di
pensare o di far altro che dimenarsi sotto di lui in preda a quella piacevole tortura. Aprì un occhio
quando sentì che lui smetteva di accarezzarla e un suo ginocchio le fece aprire le cosce, Ragnor le
scivolò sopra baciandola ancora. Sentì quella parte così dura di lui premere proprio fra le sue cosce
e seppure non volesse si irrigidì. Ragnor rifermò guardandola negli occhi.
- Ho paura.- gli rivelò Viola arrossendo.
- Non dovete averne amor mio, non vi farò male. – la rassicurò, accarezzandole i capelli.
- Non è per questo.. – gli rispose lei. – Ho paura perché ti amo. -

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Lui le sorrise baciandola a fiori di labbra: - Anche io ne ho ed anche io vi amo Viola. Ma non
dovete aver paura, io non vi lascerò mai. –
Viola gli sorrise e volle credergli con tutto il suo cuore, gli strinse la braccia attorno al collo e
lo baciò. Ragnor si spinse delicatamente dentro di lei e Viola sentì appena un po’ di dolore quando
lui incontrò la barriera della sua verginità. Poi tutto divenne un paradiso inimmaginato e Viola
conobbe le vette del piacere. Nel momento dell’estasi gli avvolse le gambe attorno alla schiena e
Ragnor la seguì in quel turbinio di colori.
- Viola! – gemette unendosi a lei nel momento di maggior intensità, poi soddisfatto ed
appagato si lasciò cadere su di lei. Rimasero lì qualche istante sudati ed ansanti, poi Ragnor la baciò
di nuovo e lei accolse la sua testa sulla sua spalla. Viola non credeva che ci si potesse addormentare
in un sogno, ma di fatto entrambi si addormentarono lì, sulla sponda dallo stagno l’uno tra le
braccia dell’altro, vegliati dalle stelle di quel luogo incantato.

Quando Viola si destò scoprì di essere nel suo letto nel castello di Villacorta, rammentandosi
di quanto era accaduto nei sogni di Ragnor avvampò e lo fece ulteriormente quando si rese conto
che sotto le coperte era nuda. Preferì non chiedersi come fosse possibile e balzò giù dal letto,
vestendosi velocemente con il solito incantesimo. Poi andò a lavarsi il viso e notò solo allora lo
strano profumo che aleggiava nella stanza.
- Biscotti? – si domandò fiutando l’aria. Possibile che l’aroma delle cucine fosse arrivato fino
a lì?
Eppure non era sicura che si trattasse di profumo di biscotti.. c’era anche un vago sentore di
cioccolato, cannella e .. non avrebbe saputo dirlo.
Improvvisamente qualcuno bussò alla sua porta e Viola sussulto.
- Si? – chiese.
- Sono Gwendra, posso entrare? -
- Venite pure. – la invitò ad entrare Viola in cerca della sua spazzola.
La strega entrò e si richiuse la porta alle spalle non appena Seamus e Lupo furono entrati a
loro volta. Il cucciolo di lupo corse tra le gambe della sua padrona scodinzolando felice e Viola si
inginocchiò accarezzandogli la testolina. Quando sollevò lo sguardo su Gwendra e Seamus si
accorse che entrambi fiutavano l’aria con una strana espressione.
- Che c’è? – chiese Viola.
Seamus si sedette e la guardò sornione. - Stanotte qualcuno ha fatto baldoria. – disse il gattone
pettinandosi i baffi con una zampina.
Viola avvampò fino alla radice dei capelli. – Cosa?! –
Gwendra si schiarì la voce.
– Il vostro profumo. – le disse. – Biscotti, cannella, cioccolato e miele. –
“Ecco cos’era l’ultimo ingrediente” pensò Viola.
- Si l’ho sentito anche io. – commentò Viola. – Non riesco proprio a capire da dove venga. -
Gwendra tossicchiò di nuovo come se fosse in imbarazzo: - Viene da voi Viola. –
- Eh?! – chiese lei che prese ad annusarsi come una pazza: - Ma è vero!!! Come è possibile?-
La strega divenne paonazza, ma abbassò lo sguardo cercando di trovare la serietà per
spiegarle il fatto.
- Avete per caso condiviso il letto con Sir Ragnor stanotte? - le chiese.
Viola avvampò, ma annuì morendo di vergogna.
- Ebbene rammentate che anche la prossima volta avrete questo stesso profumo. -
La ragazza arrossì ancora di più. La prossima volta? E soprattutto, tutti si sarebbero accorti di
quando lei faceva l’amore con Ragnor?
- Per quanto dovrò trascinarmi in giro questa nuvola di profumo? – chiese allucinata.

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- Durerà tutto il giorno. – le disse Gwendra sorridendo sotto i baffi. – Se posso permettermi…
avete accettato di sposare Sir Ragnor? -
Viola avvampò ancora di più: - Beh.. ecco no. –
- Svergognata! – l’apostrofò Seamus.
La ragazza tornò ad arrossire, ma questa volta fu anche per via della collera: - Come ti
permetti, palla di pelo spelacchiata!? -

Viola si arrese ad essere seguita ovunque da quella nuvola di profumo dolce e scese di sotto
con Gwendra a far colazione. Quando entrarono nel salone tutti presero ad annusarsi attorno e Viola
dovette trattenersi per non diventare paonazza.
- Non c’è un modo per togliermi questo profumo? – chiese e implorò quasi a Gwendra.
- No, ragazza, per le streghe funziona così. Almeno fino a quando non sono sposate… -
Sir Marzio vedendole entrare si alzò dal tavolo dei nobili e gli venne incontro, offrendo il suo
braccio a Viola.
- Che profumo delizioso avete oggi mia signora. – le disse l’uomo che trasse un profondo
respiro quasi volesse imprimersi nelle narici il suo profumo. Viola si accorse che Sir Marzio aveva
qualcosa di strano, non l’aveva mai guardata così prima di allora, aveva uno sguardo quasi
trasognato.
Non ci fece più caso e andò a tavola sedendosi al suo posto, cominciò a sbocconcellare una
pagnotta e si accorse di aver puntati su di lei gli sguardi di tutti gli uomini presenti in sala, eccetto
forse un paio. Non che non ci fosse abituata, lasciando stare il fatto che era carina, lì in quell’epoca
era una strega, ma ciò che la insospettì furono i pensieri di tutto il sesso maschile lì presente.
“ Che buon profumo ha Milady, è radiosa come un bocciolo di rosa.”
“ Strega Viola è la creatura più aggraziata e leggiadra che abbia mai visto.”
“Quanto vorrei averla io al posto di Sir Ragnor”
“E’ così bella..”
“Ah.. se fossi più giovane”
“Se mi degnasse di un solo sguardo sarei l’uomo più felice del mondo”
- Gwendra vi siete per caso dimenticata di dirmi qualcosa? – chiese agghiacciata.
La strega finì di masticare la pastella alla crema con cui era alle prese e la guardò annuendo.
- Oh già è vero! – sbottò. – Mi sono dimenticata di dirvi che questo vostro particolare
profumo ha un effetto… come dire.. afrodisiaco sul sesso maschile, ma non su tutti.. solo quelli non
ancora accasati. . -
- Cosa?! – cercò di non strillare Viola. – E non vi sembrava il caso di dirmelo prima? -
- Beh ragazza, è passato tanto tempo dall’ultima volta che anche io ho avuto questo
profumo… -
Viola si guardò attorno e vide che tutti gli occhi maschile erano ancora su di lei, Sir Marzio lì
alla sua destra la guardava con l’aria di un vitello innamorato.
- E’.. – sussurrò Viola a Gwendra. – E’ pericoloso? -
- No, basta che spiegate la causa del vostro profumo e l’incantesimo si spezzerà. -
Viola avvampò: - Non ho la minima intenzione di dirlo a tutti! –
La anziana strega scoppiò a ridere: - Allora mia signora è il caso che vi prepariate a fare una
bella corsa fino in camera vostra e chiudervi là dentro a chiave. –
- Cosa? – chiese Viola perplessa.
Gwendra le indicò un punto imprecisato alle sue spalle e Viola si voltò trovando Sir Marzio
intento ad annusarle una ciocca di capelli, tutti gli altri cavalieri lì attorno, perfino uno tanto vecchio
da doversi reggere con il bastone, si erano alzati e la guardavano come se fosse una pentola piena
d’oro avvicinandosi minacciosamente.

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Viola strillò e alzandosi in piedi si alzò le gonnelle e fece quanto Gwendra le aveva
consigliato.
L’anziana strega se la rise di gusto vedendo la sua pupilla che attraversava di corsa il salone
braccata come una lepre da tutti quegli uomini. Poi si alzò e schioccò le dita, le porte della sala si
chiusero mettendo in salvo Viola e i cavalieri si voltarono attoniti verso di lei.
- Signori miei ma che modi sono questi? – chiese Gwendra. – Si può sapere che cosa vi piace
tanto oggi di Strega Viola? -
- Il suo profumo. – risposero in coro i cavalieri.
- Ebbene il suo profumo è frutto di un incantesimo. – annunciò Gwendra e fu come se un
immensa bolla di sapone fosse scoppiata sulla testa di tutti.
Gli uomini si guardarono stupiti attorno chiedendosi perché erano lì in piedi e scuotendo il
capo perplessi tornarono tutti a sedersi.

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OSPITI SGRADITI
Viola quel giorno rimase chiusa a chiave in camera sua, senza neppure azzardarsi a mettere la
testa fuori dalla porta fin tanto che il suo particolare profumo non fosse sparito. Possibile che gliene
dovessero capitare sempre di tutti i colori? Aveva appena chiesto alle due ragazze al suo servizio di
farle portare il pranzo lì, che Gwendra entrò in camera sua mentre le due ragazze uscivano.
- Vi ho portato una cosa. – le disse la strega che teneva tra le mani una piccola ampolla rossa.
- Cos’è ? – chiese Viola avvicinandosi.
- E’ una pozione. – le spiegò Gwendra sul vago. – Su, bevetela. -
Viola prese l’ampolla e la fissò guardinga: - Non mi volete dire a cosa serve? –
Gwendra sbuffò come se le costasse spiegarle l’effetto della pozione e Viola fu certa di
vederla arrossire.
- Questa pozione scongiurerà il pericolo che vi ritroviate un bambino attaccato alle gonnelle
dopo stanotte. -
Viola adesso che aveva avuto la risposta che cercava, capì che avrebbe preferito non saperlo
ed arrossì, ma si affrettò a svitare il tappo e bevve.
- Vi ringrazio. – le disse Viola timidamente.
Gwendra si alzò nelle spalle: - Avrei dovuto insegnarvi prima questi trucchetti, vi farò avere
un libro dove troverete rimedi altri rimedi di questo tipo. -
Viola annuì e poi decise di cambiare discorso:
- Stanotte Ragnor mi ha detto che presto arriverà a Villacorta un ospite importante. –
- E di chi si tratta? – chiese Gwendra che si era andata a sedere su un poltrona.
- Del Vescovo di Norimberga. -
Viola vide Gwendra sbiancare per un istante, poi la sua maestra strillò: - Il capo
dell’inquisizione?!-
- Così Ragnor mi ha detto. – le confermò Viola.
Gwendra balzò in piedi e prese a fare su e giù per la stanza in agitazione.
- Ci mancava solo questa, - borbottò, - quel vecchio pallone gonfiato. –
- Lo conoscete? – chiese la ragazza.
- Non ho mai avuto la sfortuna di conoscerlo di persona, se è questo che intendete, ma so
abbastanza sul suo conto dall’aver già un mezza idea di fare i bagagli e tornarmene a casa mia, anzi
di emigrare in un altra regione. -
- Non vorrete davvero lasciarmi qui da sola. – sbottò Viola spaventata.
- No ragazza, - la rassicurò Gwendra, - ma se con l’arrivo a Villacorta del Vescovo comincerà
a tirare aria cattiva ce ne andremo tutte e due, non ho la minima intenzione di farmi spedire su un
rogo da quel buffone. -
- Ragnor mi ha detto che il Vescovo non ci farà alcun male.. – la rassicurò, - non oserà mai
insultare la sua autorità, ma mi ha consigliato un paio di cose da fare per mettere a tacere qualsiasi
riserva del Vescovo. -
- Sarebbero? – s’informò la strega e Viola le riferì accuratamente i consigli di Ragnor.

Viola aspettò che il suo particolare profumo fosse sparito e il giorno successivo andò ad
informare anche Sir Marzio dell’arrivo del prestigioso ospite. Mancavano ancora tre o quattro giorni
all’arrivo del Vescovo, ma Sir Marzio diede subito ordine di rimettere a lucido l’ala est del castello,
di modo che il Vescovo e il suo seguito si potessero installare lì. Da quanto Viola aveva capito, il
giorno dell’arrivo del Vescovo si sarebbe tenuto un grande banchetto per accoglierlo così come si
doveva e la ragazza non dubitò che anche lei avrebbe dovuto parteciparvi.

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Nell’attesa dell’arrivo dei loro ospiti, Viola fu parecchio impegnata: Gwendra aveva chiesto a
Sir Marzio che gli venisse ceduta una stanza nel castello da adibirsi a laboratorio magico; ed una
volta allestito a dovere, la strega volle che fosse Viola stessa a procurarsi le erbe che non potevano
mancare sugli scaffali del laboratorio di una strega. La mattina uscivano a cavallo scortate dai
cavalieri per procurarsi le erbe nel bosco, poi tornavano al castello e Gwendra insegnava le virtù di
ogni erba a Viola, che prendeva appunti su dei rotoli di pergamena seduta al tavolo del laboratorio.
La sera, quando si ritiravano nelle loro stanze a tarda ora, il pesante chiavistello del laboratorio
veniva chiuso e solo Viola e Gwendra erano in possesso della chiave che lo apriva.
Erano passati cinque giorni dalla notte in cui Viola aveva visitato i sogni di Ragnor per
l’ultima volta, quando le trombe dei postiglioni si levarono alte ad indicare che il Vescovo di
Norimberga stava pera arrivare.
Viola non se ne stupì perché in sogno le era apparso l’arrivo del Vescovo, ma a quel segnale
si lasciò prendere dal panico, lei e Gwendra quella mattina non erano uscite in cerca di erbe appunto
perché il Vescovo sarebbe potuto arrivare da un momento all’altro e lei in quanto signora del
castello doveva essere pronta a dargli il benvenuto.
“ .. o a farmi mandare al rogo.” Puntualizzò tra sé e sé Viola.
Facendosi coraggio abbandonò i rotoli di pergamena che stava rileggendo accanto allo
Specchio Dorato e con un incantesimo si fece vestire come conveniva all’occasione. Le si
drappeggiò addosso una lunga veste azzurra con gonfie maniche a palloncino che si chiudevano
attorno ai suoi polsi e con il collo alto. La sua gonna era così pesante a causa dei numerosi strati di
tessuto e le perline che l’adornavano che a Viola sembrò di dover camminare con una pesante
armatura, per non parlare del lunghissimo strascico che doveva trascinare dietro di lei.
Qualcuno bussò alla sua porta e Viola, dimenticandosi per l’ennesima volta che doveva dire
“Avanti” e non andare ad aprire di persona, si trovò davanti quattro o cinque ragazze che al suono
delle trombe si erano affrettate per andare da lei e vestirla e pettinarla in tempi da record.
- Siete già pronta mia signora? – le chiese Giliana visibilmente stupita sia dal suo
abbigliamento, sia dalla porta che era stata spalancata dalla strega in persona.
- Si, Giliana. – rispose Viola udendo i loro pensieri di sconcerto, - ti avevo detto che non c’era
più bisogno che mi aiutaste sempre a vestirmi. -

Viola seguita dalle ragazze che le facevano da ancelle si diresse al piano di sotto, due di loro
avevano avuto la buona idea di tenerle sollevato lo strascico mentre camminava e Viola riuscì a
scendere le scale piuttosto agilmente. Nella fretta non aveva avuto il tempo di guardarsi allo
specchio e la cosa la faceva sentire ancora più a disagio, ma per lo meno la cosa non aveva
accresciuto la sua impressione che fosse il giorno di carnevale. Vedendosi le sarebbe sembrato di
essere una di quelle regine inglesi con lo sguardo severo sommerse da pesantissimi vestiti che a
volte si vedono nelle gallerie d’arte.
Giunta nell’atrio del pian terreno scorse Sir Marzio, a sua volta agghindato in pompa magna
come tutti i cavalieri attorno a lui, che l’attendeva.
Il corteo del Vescovo si avvicinava sempre più e si udivano già in lontananza i zoccoli dei
cavalli che passavano sul ponte levatoio. Il cavaliere biondo le venne incontro prendendola a
braccetto ed entrambi seguiti dalle ancelle di Viola, superarono le porte del castello con gli altri
cavalieri. Si fermarono tutti sulla gradinata. Viola e Sir Marzio in cima, davanti alla porta del
castello, e gli altri giù lungo la scalinata, lasciando libero il passaggio nel mezzo. Un vera calca
popolava il cortile lì davanti, ma tutti lasciavano rispettosamente libero il passaggio per il castello ai
cavalli e agli uomini del Vescovo.
Viola, lasciando stare il fatto che stava per incontrare il fautore dell’Inquisizione e guarda
caso lei era una strega, non sapeva proprio come comportarsi.

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Sir Marzio dovette immaginare il suo stato d’animo perché cercò di rassicurarla.
- Non preoccupatevi mia signora, andrà tutto bene. Darò io il benvenuto al Vescovo,
ricordatevi solo che quando vi tenderà la mano dovrete baciare il rubino che porta al dito
inchinandovi. -
Viola annuì ringraziandolo mentalmente per averla avvisata, probabilmente lei gli avrebbe
stretto la mano senza quel avviso. Un movimento dietro di lei attirò la sua attenzione e voltandosi
appena si accorse che anche Gwendra era lì sull’orlo della porta. L’anziana strega le rivolse un
sorriso incoraggiante e Viola si sentì molto più rassicurata dalla sua presenza.
Voltandosi scorse il corteo che risaliva la strada per il castello, erano una cinquantina di
persone tutte a cavallo, davanti cavalcavano dei soldati di Villacorta alla cui testa stava uno dei
cavalieri di Ragnor, subito dopo venivano altri uomini armati che cavalcavano stretti attorno ad una
carrozza e dietro alla carrozza seguiti da altri soldati c’era un gruppo eterogeneo di uomini
agghindati sontuosamente, alcuni erano semplici paggi ma altri, vestiti molto più riccamente,
dovevano essere dei nobili. Il corteo si fermo ai piedi della scalinata. I soldati si allontanarono con i
loro cavalli verso le stalle e tutti smontarono, i paggi condussero via gli altri cavalli e i nobili
rimasero lì attorno mentre due ragazzetti in calza maglia rossa si avvicinarono alla carrozza con uno
scalino, aiutando i passeggeri al suo interno a scendere.
Viola osservò incuriosita la scena aspettandosi di vedere comparire il Vescovo, si ritrovò
invece a scorgere un giovanotto riccamente agghindato che scese quasi con un balzo dalla carrozza.
- E’ il figlio del Vescovo.. Lord Trevelain. – le spiegò Sir Marzio chinandosi al suo orecchio.
“Il figlio del Vescovo?” Si chiese Viola attonita, “ma un uomo di chiesa non ha l’obbligo di
castità?” Presto però mise da parte la sua sorpresa, rammentandosi che in quell’epoca i costumi
della chiesa erano molto più liberi e che sia Papi che Vescovi diventavano tali più per la loro
influenza politica, che per la loro devozione. Non a caso la Riforma Protestante era nata come
forma di denuncia alla corruzione dei costumi della chiesa di Roma, i cui membri di più alto rango
erano soliti avere numerose concubine e vivevano nel lusso più sfrenato.
Lord Travelain si mise accanto alla carrozza e si voltò attendendo che anche suo padre
scendesse. Viola questa volta vide la luce del sole illuminare la veste scarlatta dell’uomo che stava
smontando e si rese conto di avere davanti agli occhi il Vescovo di Norimberga. Era un uomo non
molto alto ed anche se non doveva essere più giovane, le sue guance rosee e il ventre prominente gli
conferivano molti anni di meno. Sceso a terra, l’uomo fece un cenno ai due paggi facendoli
allontanare e volse lo sguardo verso la cima della scalinata, esattamente su Sir Marzio e lei.
Incrociando lo sguardo dell’uomo Viola scoprì che era totalmente diverso da come se l’era
immaginato, si era aspettata un ecclesiastico dallo sguardo severo, con tratti imperiosi e duri, invece
il Vescovo aveva un’aria piuttosto scaltra, con uno sguardo vispo reso tale dai suoi piccoli occhi
azzurri leggermente ravvicinati.
Sir Marzio sospingendola per un gomito la invitò a scendere qualche gradino, andando
incontro al Vescovo insieme a lui. Scendendo, Viola temette che il vescovo l’avesse già individuata
come una strega, di fatti si accorse che l’uomo aveva rivolto un’occhiata bruciante a qualcuno ma
scoprì che non era diretta a lei, quanto a Gwendra che stava ancora accanto alle porte del castello
mescolata tra la servitù.
- Benvenuto a Villacorta, Vostra Eminenza. – lo salutò con un inchino Sir Marzio, baciando
all’unisono il rubino sulla mano che il vescovo gli aveva teso. – In assenza di Sir Ragnor potete fare
riferimento a me per ogni vostra necessità. -
Il vescovo distolse lo sguardo da Gwendra ed annuì, guardandosi attorno evidentemente
compiaciuto dal benvenuto che gli era stato offerto.

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- Vi ringrazio Sir Marzio, - rispose cortesemente il vescovo, - non mi aspettavo di essere
accolto così sontuosamente, il nostro viaggio è stato così precipitoso che non c’è stato tempo di
mandare avanti un messaggero. -
Il cavaliere annuì. – Strega Viola ci ha avvertiti per tempo del vostro arrivo. –
Viola sentendosi nominare in quella maniera e a chi, si sentì correre un brivido gelido lungo la
schiena e osò ascoltare i pensieri del Vescovo, scoprendo che l’ecclesiastico credeva che “Strega
Viola” fosse in realtà Gwendra.
Quando finalmente lo sguardo del Vescovo si posò su di lei, un ampio sorriso si dipinse sul
viso rubicondo dell’uomo.
- E’ chi è questa angelica fanciulla Sir Marzio? – chiese con galanteria. – Presentatela a me e
a mio figlio come si conviene e da tempo che i nostri occhi non si beano di una così leggiadra
visione. -
Il ragazzo in questione, Lord Trevelain, molto più alto del suo genitore, si era accostato al
Vescovo ed ora la guardava anche lui con un sorriso sulle labbra.
- Certo Vostra Eminenza, - acconsentì il cavaliere, - costei è la mia signora, Strega Viola. -
Il Vescovo aveva già teso in avanti la mano ingioiellata prima che Sir Marzio finisse di
parlare e divenne paonazzo quando udì l’intera frase, dapprima fissò furente la testa bionda della
ragazza che si inchinava a baciargli la mano, ma poi quando lei si rialzò e poté osservarla meglio
l’incredulità gli si dipinse in viso. Quella ragazza che lui stesso aveva definito angelica era una
strega?
- Benvenuto a Villacorta, Vostra Eminenza. – ripeté Viola sostenendo a mala pena lo sguardo
accusatore del Vescovo.
Il Vescovo ritrasse la mano come se fosse stata scottata e sconvolto lasciò che Sir Marzio lo
conducesse su per le scale verso l’interno del castello, Viola tirò un sospiro di sollievo
dimenticandosi che lì davanti a lei c’era ancora il figlio del Vescovo. Alzando lo sguardo scoprì che
la sua reazione alla scoperta che lei fosse una strega era stata totalmente diversa da quella del padre:
Lord Trevelain continuava a sorriderle ed inchinandosi le baciò la mano.
- Permettetevi di dirvi, mia signora, che siete la strega più incantevole che abbai mai visto. -
Viola non poté impedirsi di arrossire messa in imbarazzo.
- Mi chiamo Lord Thomas di Trevelain e consideratemi al vostro servizio. -
La ragazza annuì cercando di calmare il rossore che bruciava sulle sue guance.
- Piacere di conoscervi, Lord Trevelain. - mormorò cercando di essere educata ma di non
assecondare la smodata galanteria del giovanotto. Non dovette però riuscire molto nel suo intento,
perché il giovane le offrì il braccio e sarebbe stato scortese rifiutarlo.
- Chiamatemi solo Lord Thomas, mia signora. -
Il Vescovo che si era fermato ad attendere suo figlio appena oltre la soglia del castello, udì le
ultime parole del ragazzo e gli scoccò un’occhiata furente, come se volesse ammonirlo dal
intrattenere rapporti con una strega. E Viola non poté che essere d’accordo con lui.

Il banchetto che seguì l’arrivo del Vescovo e il suo seguito fu per Viola una vera tortura. Sir
Marzio si sedette al suo fianco nel centro della grande tavolata e il Vescovo si avvide di sedersi
dalla parte del cavaliere piuttosto che dalla sua, ma suo figlio non perse l’occasione per trovare
posto al fianco di Viola, tra lei e Lady Rossella. Gwendra aveva saggiamente tagliato la corda, ma
Viola la riconobbe lo stesso in uno dei cani che giravano per la sala del banchetto in cerca di ossa o
avanzi da sgranocchiare. Quanto la cagna grigia si infilò anche sotto il tavolo posto sul palchetto
dove sedevano i cavalieri e i nobili, Viola non perse l’occasione per sussurrarle mentalmente:
- Siete proprio una bella amica Gwendra, mi avete lasciato qui in mezzo ai lupi. -

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Il cane le appoggiò il muso sulla gamba e nei suoi occhi castani Viola riconobbe lo sguardo di
Gwendra.
“Non sarò mica pazza, - le rispose la voce di Gwendra nella sua mente: - avete già visto che
occhiata mi ha rivolto “il sant’uomo” meglio non irritarlo troppo e comunque l’unico lupo che
avete da temere è quello che vi sta accanto.”
Viola non capì subito a cosa Gwendra si riferisse, ma voltandosi verso Lord Thomas, si
avvide che era completamente girato verso di lei, chino in avanti come se desiderasse sussurrarle
qualcosa all’orecchio piuttosto che parlarle. Viola indispettita, si ritrasse quanto poteva ma nel farlo
incontrò la spalla di Sir Marzio e dovette rimanere lì bloccata tra i due uomini.
Lord Travelain si accorse dei suo tentativo di mettere distanza tra di loro, ma non si spostò di
una virgola e le sorrise per l’ennesima volta in quella cena. Viola lì in trappola gli rivolse
un’occhiata piuttosto perentoria, un occhiata della quale anche il più stupido degli uomini avrebbe
afferrato il significato, ma il ragazzo o era cieco, o era tanto tronfio e tracotante di considerazione
personale da auto-convincersi che quel “Togliti di dosso!” fosse in realtà qualcosa di molto più
invitante.
- Pochi giorni fa a Sberga, - iniziò Lord Thomas che sembrava del tutto inconsapevole del
fatto che stesse irritando, e non poco, la sua interlocutrice, - Sir Ragnor ci ha detto di essere il vostro
cavaliere … - si interruppe per in istante: - devo ammettere che è stata una bella sorpresa, né io né
mio padre avremmo mai immaginato che un cavaliere come Sir Ragnor, che non ha mai
simpatizzato per le streghe, sarebbe diventato il cavaliere di una di loro.-
Viola lo stette ad ascoltare chiedendosi dove volesse andare a parare e quando sarebbe riuscita
a farlo scostare abbastanza da non aver la sensazione di respirare la stessa aria che aveva respirato
lui.
- Ovviamente, - riprese Lord Thomas avvicinandosi ancora di più, - voi non siete una strega
come un’altra, mia signora. -
Viola scostò all’istante la gamba che era entrata in contatto con quella del ragazzo e preferì
spalmarsi contro la spalla di Sir Marzio anziché permettere a Lord Thomas di avvicinarsi
ulteriormente. Pur di venire fuori da quella allusiva conversazione chiese apertamente:
- State cercando di chiedermi qualcosa in particolare Sir Thomas? -
Il ragazzo rise prendendo una sorsata di vino, quando tornò a guardarla le sorrise con quello
che doveva reputare il suo sorriso da seduttore. A Viola venne in mente l’espressione che certe
bertucce africane quando spelano una banana.
- Mi avete scoperto, - ammise, - non posso negare che stavo cercando di scoprire se tra voi e
Sir Ragnor ci fosse qualcosa di più che il semplice legame tra una strega e il suo cavaliere. -
Viola a quella domanda tentennò, pur di lavarsi dai piedi quel ragazzo avrebbe volentieri
risposto che si, lei e Ragnor erano amanti, che ne era pazzamente innamorata, si sarebbe anche
inventata che Ragnor l’aveva posseduta centinaia di volte e che il suo amante era tanto geloso che
gli avrebbe allungato con la spada l’ombelico fino al collo se non si levava dai piedi, effettivamente
l’ultima cosa non era poi così fittizia. Ma dato che non sapeva come avrebbe reagito il Vescovo a
quella notizia, decise di essere cauta e non disse neppure la semplice verità.
- Volete sapere se potete corteggiarmi? – chiese anche se quella domanda le costò un
sommesso rossore.
Sir Thomas annuì ancora più incoraggiato dalla sua domanda. – Esattamente. – le rispose
stupito dalla franchezza della ragazza.
Viola cercò di essere il più diplomatica possibile nel formulare la sua risposta.
- Potreste se vostro padre trovasse l’idea accettabile e soprattutto se foste pronto ad affrontare
l’ira di Sir Ragnor, il mio signore è molto protettivo e geloso nei miei confronti. -

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Viola pensò di essere riuscita a dargli il ben servito, ma il tronfio Lord Thomas prese la sua
risposta come un incoraggiamento.
- Sono pronto ad affrontare entrambi per voi, mia signora. -
La ragazza resistette a mala pena dal rivolgere gli occhi al cielo.
- Lord Thomas, - gli disse con tutta franchezza, - la mia posizione qui è piuttosto precaria,
seppure possa non sembrarlo, sono una Strega e vostro padre è il capo della Santa Inquisizione, non
vorrei attirarmi maggiorente le sue ire accondiscendo a farmi corteggiare da voi. Quindi se tenete
almeno un po’ a me vi invito a desistere. -
Finalmente Lord Thomas capì l’antifona e Viola lo vide ritrarsi dispiaciuto. Le porte del
banchetto erano già finite e da qualche istante i tavoli giù dal palco erano stati addossati alle pareti
per creare una sorta di pista da ballo. Viola pur di sottrarsi al giovane Lord Thomas, fu lesta a
chiedere a Sir Marzio di farla ballare e quando la danza finì, finse di non sentirsi troppo bene per
aver la scusa di tornare nelle sue stanze seguita dalle sue ancelle.

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LA SANTA INQUISIZIONE
Viola dopo il banchetto che era seguito all’arrivo del Vescovo, raggiunse le sue stanze e
cambiatasi d’abito decise di portare Lupo a spasso. Ormai cominciava a conoscere il castello a
mena dito, così fu lesta a trovare un passaggio secondario per arrivare al roseto indisturbata. Giunta
a destinazione chiuse il portone di legno del roseto e lasciò che Lupo scorazzasse per il giardino
mentre lei andava a sedersi sulla panchina di pietra. La solitudine permise ai suoi pensieri di vagare
liberi ed indisturbati trasportandola nella malinconia più cupa. Dapprima a turbarla fu il pensiero
della sua famiglia, ormai mancava da così tanti giorni dalla sua epoca che Mario doveva già essere
andato a cercarla alla baita e non osava immaginare come avesse reagito alla scoperta che non fosse
più là. Temeva che i suoi parenti la credessero morta, o peggio agonizzante in chissà quale scarpata.
Poi c’era lo specchio e la frustrazione che portava con sé il fatto che non fosse in grado di
usarlo, senza contare i pericoli che possederlo implicava. Ed infine, ma non ultimo per importanza,
c’era Ragnor, l’uomo che amava e che aveva sempre sognato di incontrare, che si trovava lontano
da lei in quell’epoca e sapeva sarebbe stato lontano per sempre una volta che avesse scoperto come
usare lo specchio per tornare a casa. Se solo lui fosse stato lì non si sarebbe sentita così sola, non
avrebbe più avuto paura di cosa avrebbe potuto dire o fare il Vescovo e non avrebbe dovuto
sfuggire alla corte di Lord Thomas.
Il peso di tutta quella situazione le gravò inesorabilmente sulle spalle, ma le lacrime che gli
bagnarono il viso erano solo per Ragnor.
- Ragnor. – mormorò con gli occhi velati dal pianto.
Lupo accortosi che stava piangendo le si era avvicinato e alzandosi sulle zampe posteriori le
poggiò le zampine sulle ginocchia scodinzolando. Viola lo accarezzò sorridendo anche mentre
piangeva.
“Non piangere, non voglio triste Viola” le disse una vocetta nella sua testa.
La ragazza sgranò gli occhi.
- Hai parlato! – esordì fissando i grandi occhioni del cucciolo.
“Io imparo” le disse di nuovo Lupo scodinzolando.
Viola lo prese in braccio e lo sollevò vorticando con Lupo tra le sue braccia.
- Parli!- ripeté ridendo. – Bravo cucciolo, sei proprio intelligente! Dobbiamo dirlo a
Gwendra.-
“Seamus!” aggiunse Lupo.
- Si si, anche a Seamus. – lo rassicurò Viola rimettendolo a terra, - su andiamo a cercarli, così
ti farai sentire anche da loro. -
“Da loro.” Ripeté Lupo, quasi stesse imparando all’istante parole nuove.

Viola corse felice per i corridoi del castello al fianco di Lupo, stavano cercando Gwendra e la
trovarono nel laboratorio magico.
- Gwendra! Lupo ha cominciato a parlare! – esordì Viola irrompendo nella stanza.
La strega fissò il cucciolo di lupo. – Davvero? Su dimmi qualcosa Lupo. –
“Io parlo. ” disse Lupo che trotterellava felice attorno a Viola.
“ Ci mancava solo questa..” sbuffò Seamus accovacciato sul tavolo.
“Gatto Seamus” disse Lupo saltando su una sedia per raggiungere il suo amico.
Gwendra sorridente si rivolse a Viola. – E’ ancora molto piccolo ma imparerà in fretta, adesso
è come se fosse un bambino che impara a parlare. –
Viola annuì sorridente. – E’ incredibile. – disse non avvedendosi ancora che il suo cucciolo
potesse parlare.

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- Già, - confermò Gwendra, - ma credo che per adesso abbiamo altre cose di cui
preoccuparci.. -
- Sarebbero? – chiese Viola perplessa ed intimorita.
- Prima ho sentito il Vescovo parlare con Sir Marzio, - le annunciò Gwendra, - sembra che
quel vecchio pallone gonfiato voglia ispezionare di persona il nostro laboratorio e le nostre stanze. -
- Non penserete di smantellare tutto? – chiese Viola preoccupata mentre si guardava attorno.
- No, - le spiegò Gwendra, - il laboratorio magico non si tocca, ma credo sia il caso di far
sparire lo specchio che avete trovato. E’ meglio non mostrarlo al Vescovo. -
Viola era perfettamente d’accordo, ma… : - Dove lo possiamo nascondere? –
- Esattamente dov’è. – le disse Gwendra enigmaticamente.
- Cosa? – chiese Viola attonita: - Lo lascio lì sulla specchiera di camera mia? -
Gwendra annuì saccentemente ed avvicinandosi al tavolo aprì un pesante libro sfogliandolo
velocemente.
- Leggi qui, - la consigliò: - è un Incantesimo Occultante, lo specchio rimarrà esattamente
dov’è ma solo chi ha fatto l’incantesimo potrà vederlo davvero. Quindi sarà meglio che facciate
questo incantesimo al più presto. -

Viola e Gwendra raggiunsero lo specchio e la ragazza operò l’Incantesimo Occultante,


quando ebbero finito la strega più anziana ebbe un altro prezioso consiglio da rivolgere alla sua
pupilla.
- Quando ci viene chiesto qualcosa di sgradito che non si può evitare, è sempre meglio
accettare di buon grado e non lasciare intuire quanto ci costi farlo. Sarebbe davvero geniale se voi
stessa offriate al Vescovo una visita nel laboratorio e nelle nostre stanze prima che sia lui a
chiedervelo. -
- Lo lascerei spiazzato. – commentò Viola. – E non avrebbe modo di sospettare che cerchiamo
di tenergli nascosto qualcosa. -
- Esattamente. – concluse Gwendra.
Viola decise di mettere in pratica il consiglio di Gwendra e tirò la corda del campanello
appesa in parte alla porta, nel giro di cinque minuti le sue ancelle si presentarono nelle sue stanze.
- Potreste accompagnare me e Strega Gwendra al cospetto del Vescovo? – chiese Viola
gentilmente. L’intervento delle ancelle non era indispensabile, ma presentarsi con un seguito
numeroso l’avrebbe fatta sembrare meno vulnerabile agli occhi del Vescovo. Le ragazze si
predisposero a seguirle e quel piccolo corteo di streghe, animali e donne, scese al piano inferiore,
proprio mentre il Vescovo e buona parte del suo seguito uscivano dalla sala del banchetto.
- Vostra Eminenza. – lo chiamò Viola.
Il Vescovo che già la stava osservando si fermò permettendole di giungergli davanti.
- Strega. – l’apostrofò appena.
Viola serrò i pugni lungo i fianchi per darsi coraggio.
– Sir Ragnor mi ha riferito che volete accertarvi di persona della mia buona fede, - iniziò
cercando di essere il più cortese possibile, - quindi se non siete troppo stanco vorrei mostrarvi di
persona il laboratorio dove io e la mia maestra prepariamo le nostre pozioni, se volete potremmo
mostrarvi anche le nostre stanze. -
Un brusio sorpreso si levò nel seguito del Vescovo ed anche l’ecclesiastico sembrò colto alla
sprovvista.
- Mi battete sul tempo Strega, avevo chiesto giusto poco fa a Sir Marzio di poter far la visita
che voi stessa mi offrite. -
- Dunque accettate? – chiese Viola.
Il Vescovo la scrutò sospettoso, ma infine annuì. – Va bene, fateci strada. –

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Viola leggermente tremante si avviò verso il laboratorio, il Vescovo seguì il suo piccolo
corteo con sguardo truce, ma il suo seguito era evidentemente eccitato dall’idea di aver libero
accesso al laboratorio di una strega.
Giunti alla porta, Viola aprì la serratura con la sua chiave e invitò il Vescovo ad entrare.
L’uomo la superò indignato e entrando nella stanza seguito dai suoi uomini si guardò attorno
ispezionando ogni scaffale.
- Qui io e Gwendra prepariamo filtri e pozioni. – spiegò Viola.
- E che di genere sarebbero queste diavolerie? – la interrogò il Vescovo.
- Sono semplici erbe dei boschi miscelate tra di loro, - spiegò la ragazza, - nessuna delle quali
può essere velenosa, prepariamo pozioni per curare le malattie più comuni o antidoti per sciogliere
incantesimi dannosi. -
Viola si avvide che il libri di magia erano spariti dal tavolo e sospettò che Gwendra avesse
usato l’Incantesimo Occultante anche su di essi. Il Vescovo non parve per nulla rassicurato dalla
sua spiegazione.
- Comunque, anche se qui non c’è nulla di pericoloso, - riprese Viola, - io e Gwendra teniamo
la stanza sotto chiave, se qualcuno si introducesse qui e prendesse a caso qualche pozione
potrebbero avere degli effetti non previsti. -
- Per esempio? – s’informò l’ecclesiastico rigirandosi tra le mani un’ampolla contenente del
liquido rossastro.
A Viola mancarono le parole, così fu Gwendra a parlare per lei:
- Per esempio l’ampolla che tenete in mano contiene un filtro che aiuta le donne ad essere più
fertili, se lo prendesse un uomo si ritroverebbe con la voce da donna per diversi giorni. -
Il Vescovo ripose all’istante l’ampolla, per sceglierne un’altra.
- E questa? -
- Quella è una pozione per curare la febbre. – spiegò la strega più anziana. – E’ fatta con
corteccia di quercia, muffa e succo di acero. -
Il Vescovo ispezionò molto ampolle volendo che gli fossero spiegate le proprietà di ognuna,
quando si avvide di non aver scoperto nessun veleno, volle fare una prova.
- E questa? – chiese prendendo una lunga ampolla dal collo sottile.
- E’ un sonnifero. – spiegò Viola.
Il Vescovo non parve per nulla convinto.
– Se è solo un semplice sonnifero, - iniziò l’uomo scrutando all’ampolla, - fatela bere al
vostro cane. -
Viola si irrigidì, l’ampolla conteneva davvero un sonnifero ma non era adatta per essere
assunta da un cane, tanto meno da un lupo.
- Queste erbe sono destinate agli uomini non hai cani, l’effetto sarebbe troppo forte sul mio
cucciolo. -
Il Vescovo diventò ancora più scettico.
- Bevetela voi allora, Strega. – le disse porgendole l’ampolla.
- Se la bevesi mi addormenterei qui in un istante e non potrei più mostrarvi anche le nostre
stanze. -
- Farò da solo. – insistette il Vescovo allungandole l’ampolla.
Lupo prese inaspettatamente a ringhiare. “Uomo cattivo!”
Viola temette che il suo cucciolo stette per trasformarsi nella belva in cui era in grado di
tramutarsi.
- A cuccia Lupo! – gli ordinò. – Va tutto bene. -
Lupo si sedette smettendo di ringhiare ma i suoi occhi non si staccarono dal Vescovo, Viola
prese l’ampolla e svitò il tappo, ma Gwendra gliela tolse dalle mani.

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- Se per sue eminenza è lo stesso, mia signora, la berrò io. Non credo sia appropriato ad una
lady cadere nel sonno in pubblico. -
Il Vescovo, il cui unico fine era accertarsi che non si trattasse di un veleno accettò, Gwendra
bevve e sotto lo sguardo esterrefatto di tutti cadde all’improvviso in un sonno profondo. Le ancelle
la sorressero e andarono ad adagiarla su una sedia posta vicino al muro.
- Siete soddisfatto? – chiese Viola stizzita.
- Solo quando si sarà ripresa, - disse il Vescovo. – ma anche se non accadesse, non credo sarà
un grande perdita. -
Viola lo fulminò con lo sguardo, ma si voltò dicendo a Giliana di portare Gwendra nel suo
letto.
Poi invitò i suoi spettatori, compreso il Vescovo di Norimberga a seguirla al piano superiore.
Dato che le ancelle stavano portando Gwendra nella sua camera, il Vescovo volle passare prima da
lì e non vi trovò nulla di strano. Fu quando raggiunsero le stanze di Viola che storse il naso
rendendosi conto che le sue stanze erano attigue a quelle Sir Ragnor, proprio le stanze riservate alla
signora del castello.
Per rispetto il seguito del Vescovo non osò entrare nelle stanze di una signora, ma
l’ecclesiastico non ebbe problemi ad entrare aprendo ed esaminando ogni cassetto e ogni baule.
Viola lo lasciò fare osservandolo al limite della sopportazione, quando vide il Vescovo raggiungere
la porta che separava le sue stanze da quelle di Ragnor ed aprirla perse davvero le staffe.
- Di lì ci sono le stanze di Sir Ragnor, - lo avvertì Viola, - io posso darvi il permesso di
esaminare le mie, ma per andare di là dovrete chiedere a Sir Ragnor in persona. -
Il vescovo si fermò. – E chi mi assicura che non abbiate nascosto di là le vostre diavolerie? –
- Io, - rispose Viola, - ma se volete accertarvene di persona, dovrete spiegare voi al mio
signore che vi siete introdotto nelle sue stanze senza il suo permesso.-
- Suppongo invece che voi questo permesso lo abbiate. – l’accusò l’uomo.
- Non quando Sir Ragnor non è presente. – disse semplicemente Viola.
- Allora ammettete di essere la su amante. – ribadì l’accusa più esplicitamente il Vescovo.
- Anche se lo fossi, - iniziò Viola che ormai stava per perdere le staffe, - non credo che questo
possa riguardarvi. -
- Mi riguarda invece, - puntualizzò il Vescovo, - se avete usato le vostre arti magiche per
annebbiare la mente del vostro cavaliere. -
- Non mi discolperò da un accusa infondata. – replicò semplicemente Viola. – Allora cosa
avete deciso? Volete entrare di là o no? -
- Attenderò il ritorno di Sir Ragnor per farlo. – le rispose il Vescovo. – Anche se non mi fido
di voi non insulterei mai un cavaliere così stimato. -
- Allora vi invito a lasciarmi i miei alloggi, - gli disse Viola avvicinandosi alla porta, - sono
stanca e vorrei riposarmi. -
Il Vescovo si lasciò mettere alla porta e scrutò strega e cane puntigliosamente.
- Mi aspetto di vedervi domattina in chiesa per la messa. – le ricordò l’uomo, - Vedete di non
mancare, non basta tenere al collo un crocefisso per fingersi devoti e di buona fede. -

Viola quella sera non scese a cena nella sala dei banchetti, era così furibonda che temeva che
vedendo il Vescovo non avrebbe resistito a scagliargli una maledizione. Rimase nelle sue stanze e
dopo cena raggiunse il capezzale di Gwendra che ancora dormiva profondamente. Attese a lungo
che la sua maestra si riprendesse per raccontarle quanto era successo e sfogare la sua rabbia, ma era
già mezzanotte e Gwendra dormiva ancora, quando decise di lasciarla riposare fino l’indomani.

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LA TRUFFA DEL SANT’UOMO E DELLO STREGONE
I giorni a seguire andarono di male in peggio: ogni mattino il Vescovo teneva messa e Viola e
Gwendra erano costrette a parteciparvi, assistendo in silenzio a lunghi sermoni che inneggiavano
alla sfiducia verso le streghe, minacciando i patimenti più infernali a chiunque praticasse la magia.
Gli abitanti di Villacorta partecipavano con fervore alle funzioni, ma nessuno di loro per quanto il
Vescovo fosse eloquente e persuasivo cominciò davvero a scrutare di cattivo occhio le due streghe.
L’amore del popolo di Villacorta per il suo signore era troppo forte per permettergli di dimenticare
che Strega Viola aveva salvato Sir Ragnor ben due volte, e che grazie a lei Sberga, il paese più a
sud dei confini di Villacorta, era ritornato libero.
Anche se il Vescovo ammoniva la gente dal cercare l’aiuto delle streghe, numerosi abitanti di
Villacorta si presentavano al castello per avere pozioni curative da Viola o da Gwendra e quando
tornando a casa e curavano i loro cari malati, tornavano subito al castello con doni o se non
possedevano nulla da cui si potevano separare, andavano comunque a ringraziarle al colmo della
gratitudine.
Il Vescovo aveva un diavolo per capello e la situazione era ancor più aggravata dal fatto che
suo figlio spasimasse per Strega Viola come un vitello in amore. Il ragazzo faceva di tutto per aver
l’occasione di parlarle e il Vescovo l’aveva più volte colto in flagrante a gironzolare nei pressi del
laboratorio magico o nel roseto dove la strega era solita portare il suo lupo.
Non riuscendo e non potendo fare alcun male alle strega in prima persona, il Vescovo decise
di colpirla nelle cose a lei più care e i suoi piani si indirizzarono sul cucciolo di belva della strega,
che sembrava in possesso di un intelligenza insolita per un animale, così come lo era il gatto
dell’altra megera.
Quando quella sera la strega scese da basso per unirsi al banchetto nella sala grande, il
Vescovo temporeggiò e di soppiatto raggiunse gli appartamenti della strega, ben sapendo di trovare
lì il suo cucciolo. La porta era aperta e il Vescovo entrò reggendo in mano un sacco di iuta in cui
intendeva occultare l’animale per poi farlo portare da qualche parte, non l’avrebbe fatto uccidere,
ma si sarebbe ben guardato dal farlo riavere alla sua padrona.
La bestia dormiva acquattata sotto la finestra accanto al letto della strega e sentendolo entrare
si destò all’improvviso balzando sulle quattro zampe. Il vescovo si avvicinò pronto ad afferrarlo per
la collottola e infilarlo nel sacco, ma il cucciolo prese a ringhiare. Il fatto non lo intimorì poi molto
perché il cucciolo non aveva che pochi denti ancora da latte, per cui il Vescovo si avvicinò per
afferrarlo in tutta fretta. Era a pochi passi del lupacchiotto quando questo improvvisamente si
trasformò e terrorizzato il Vescovo si trovò davanti una belva enorme, il lupo più grosso e feroce
che avesse mai visto, con zanne più lunghe di un dito umano e zampe artigliate grandi come quelle
di un leone.

Viola aveva appena messo piede nella sala del banchetto quando un urlo terrorizzato
rimbombò per i corridoi del castello.
- Aiuto!!!! -
Si voltò di scatto e corse su per le scale da dove provenivano latrati rabbiosi e urla isteriche.
- Per l’amore di dio qualcuno venga a salvarmi!!! – ripeté la voce terrorizzata e Viola che
correva a tutta velocità con le gonne levate a metà polpaccio riconobbe la voce del Vescovo.
Raggiunse ansante la porta di camera sua, raggiunta a stento dalle sue ancelle e spalancò la
porta, ritrovandosi davanti ad una scena quasi ridicola.
Il Vescovo si era arrampicato sul baldacchino del suo letto e urlava terrorizzato, Lupo,
tramutato in belva, cercava di afferrarlo saltando e latrando.

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- Lupo! – tuonò Viola terrorizzata. – A cuccia! -
La belva si calmò all’istante e corse al fianco della sua padrona.
“Uomo cattivo!” le disse lupo e anche al sua voce era feroce quanto la sua trasformazione.
“Voleva fare male a Lupo. Io Sbrano.”
- Portate via quella bestia demoniaca! – strillò il Vescovo appollaiato sul baldacchino,
agitando la mano.
Viola incrociò le braccia sul petto. – Non prima che mi abbiate spiegato cosa ci fate nelle mie
stanze senza il mio permesso. –
- Tacete Strega! – tuonò il Vescovo. – Fate andar via quella belva o vi farò sbattere sul rogo. -
- Cosa ci facevate qui?! – insistette Viola senza lasciarsi intimorire.
- Andate all’inferno Strega! – le strillò il Vescovo – E raggiungete Satana che a creato voi e
quel mostro! -
Viola perse completamente le staffe. – Lupo, va a convincere il Vescovo. –
Lupo non se lo fece dire due volte, ritornò al baldacchino e ringhiando paurosamente prese a
scuotere una delle colonnine del letto facendo strillare l’uomo rifugiato lì sopra.
- Allora? – insistette Viola. – Cosa ci facevate qui dentro? -
- Volevo rapire il vostro lupo!!! – urlò il vescovo che stava per avere un crisi isterica.
Viola richiamò Lupo e al suo ordine si ritrasformò in cucciolo sotto gli occhi esterrefatti del
Vescovo e delle ancelle ammassate dietro Viola.
- Scendete da lì, - gli disse la ragazza, - Lupo non vi farà niente. -
Il Vescovo guardò prima la ragazza e poi il cucciolo non troppo convinto.
- Mandatelo via! – insistette.
- Uscite voi, questa è la mia stanza e Lupo rimane qui. -
“Io voglio sbranare.” Insistette Lupo e Viola gli rispose mentalmente:
“Non si deve sbranare il Vescovo, Lupo.”
“ Ma lui cattivo.” Ribadì Lupo.
“ Lo so, ma non si può fargli male.”
Il Vescovo scese e non si può dire che lo fece con agilità, quando toccò terra era paonazzo sia
di collera che di vergogna.
- Quando Sir Ragnor… - incominciò a minacciarla, ma Viola lo interruppe.
- Quando Sir Ragnor saprà che vi siete introdotto nelle mie stanze come un ladro e che
volevate fare male a Lupo vi farà fare i bagagli. -
Il Vescovo s’infuriò tanto che divenne ancor più paonazzo e dimenticò la presenza del
cucciolo che poteva diventare una terribile belva. Puntò il dito addosso a Viola e sbraitò:
- Lo vedremo maledetta megera, vi farò mandare sul rogo è una promessa! Voi e la vostra
creatura infernale! -
Lupo scelse proprio il momento giusto per trasformarsi di nuovo e il suo latrato rabbioso mise
il fuoco sotto i piedi al Vescovo che corse via strillando.

Marissa se ne stava stesa sul suo giaciglio di paglia, leggendo pigramente un libro che le era
stato fatto dare da Strega Viola e solo per quel motivo non l’avrebbe aperto. Tuttavia, la strega
doveva ben sapere quando fosse monotona la sua reclusione e alla fine Marissa aveva deciso di
mettersi a leggere pur di avere un’altra occupazione a parte contare i mattoni della sua cella. Il cielo
si stava già tingendo di rosso preannunciando la sera e la cortigiana si chiese per l’ennesima volta di
chi fossero le urla che si erano levate alte tra le mura del castello poco prima.
Da qualche giorno accadevano cose strane, aveva intuito che a Villacorta fosse arrivato un
ospite di riguardo, perché dalla finestra della sua cella aveva visto un sontuoso corteo arrivare al

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castello, ma le guardie a cui aveva fatto domande si erano rifiutate di risponderle se non con
monosillabi.
Che Sir Ragnor fosse già tornato dal campo di battaglia? Ne dubitava davvero, perché in quel
caso la sua punizione sarebbe stata definita dal signore di Villacorta stesso e l’avrebbero tirata fuori
da quella putrida cella già da tempo, forse per riportarcela subito dopo, ma per lo meno avrebbe
sentito il suo verdetto.
Marissa voltò pagina, un suo amante, un acculturato gentiluomo, tempo prima le aveva
insegnato a leggere, ma non si poteva dire che la cosa le venisse facile. Non riuscendo a capire
come si leggesse una parola la ripeté più e più volte nella sua mente.
“Remuneroso” le sussurrò una voce simile ad un sibilo.
Marissa aveva già sentito quella voce e stupita alzò lo sguardo guardandosi attorno. Non c’era
nessuno lì attorno.
Improvvisamente udì qualcosa gracchiare e volgendo lo sguardo alla finestra, scorse tra le
inferiate un corvo nero.
“Salve bella signora.”
Marissa non si lasciò abbindolare della sembianze dell’animale e riconobbe in quella voce il
fattucchiere che e aveva dato la pozione che l’aveva fatta imprigionare.
- Voi! – sibilò furente, rendendosi conto che il fattucchiere essendo ora sotto forma di corvo
era in realtà uno stregone.
- Andatevene! E’ per colpa vostra se sono rinchiusa qui! -
“Siete certa di non volere il mio aiuto?”
Marissa si alzò in piedi e scrutò il corvo di sottecchi.
- Mi avete ingannata una volta, non ce ne sarà un’altra!-
“Ingannata? – rise la voce sibilante del corvo. – E perché di grazia?”
- La pozione che mi avete fatto dare a Sir Ragnor era un veleno! Non fate finta di non
saperlo!-
Il corvo saltellò oltre le sbarre rimanendo sul davanzale.
“Questo è quello che vi hanno fatto credere le streghe.” Le disse sconvolgendola. “Vi facevo
più furba mia signora, avete cercato di rubare Sir Ragnor alla strega, è logico che si sia inventata
questa menzogna per tenervi chiusa qui dentro, quale donna non cercherebbe di fare del male ad
una sua rivale?”
- Se è vero, - iniziò guardinga Marissa, - perché siete qui? Cosa volete da me? -
“Voglio mantener fede alla mia promessa e farvi diventare la signora di questo castello,
naturalmente quando questo accadrà voi mi pagherete come consono.”
Marissa stentava a credere alle sue orecchie.
– Forse non vi siete accorto che sono rinchiusa qui dentro. – commentò sarcasticamente.
“Già, ma io ho un piano per farvi uscire.” Le spiegò il corvo e la cortigiana gli dedicò il
massimo della sua attenzione.
“Ho intenzione di rapire strega Viola, - iniziò lo stregone cercando di abbindolare la donna, -
se lei se ne andrà, quando Sir Ragnor farà ritorno la pozione che gli avete dato ricomincerà a fare
effetto e sarà lui stesso a tirarvi fuori di qui.”
- Ma io come posso aiutarvi a rapire la strega? – chiese Marissa decisamente allettata.
“Vedete, - le spiegò il rapace - io sono uno stregone e non posso entrare in questo castello se
non invitato dal suo signore stesso, ma per rapire la strega non mi servirà entrare: la attirerò fuori
con uno stratagemma. Ma voi dovete fare in modo che la vecchia megera non possa salvarla.”
- Cosa intendete? – chiese Marissa che già fantasticava il momento del suo rilascio.

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“Dovete far chiamare qui la strega più vecchia, ditele che vi siete rammentata qualcosa su di
me che vi ho dato la pozione e quando se ne starà andando.. – si soffermò e solo allora Marissa
notò la spina che il corvo teneva nel becco, - gettale questa tra le vesti senza farvi scoprire.”
Il corvo lasciò cadere sul pavimento della cella la spina e Marissa si chinò a sollevarla.
- A che cosa serve? – chiese Marissa timorosa di cosa si stesse per rendere complice. – La
ucciderà?-
“No.” Le rispose il corvo. “Se la uccidessi non riuscirei più ad attirare l’altra strega
all’esterno del castello, si metterebbe all’erta e il nostro piano andrebbe in fumo. La spina la farà
solo cadere in un sonno profondissimo. Gettategliela tra le vesti stasera e la strega non si
sveglierà fino a domani sera alla stessa ora in cui gliel’avrete messa addosso. Io nel frattempo avrò
già rapito la sua novizia, portandola via da Villacorta.”
Marissa si mise la spina in tasca nascondendola ben bene.
- Cosa dirò alla strega quando l’avrò fatta chiamare? Non so quasi nulla di voi. -
“Ditele il mio nome: Nerius.”
Marissa annuì e il corvo gracchiò alzandosi in volo.
“A presto Marissa.”
La cortigiana si avvicinò alla sbarre della finestra e guardò il corvo planare lontano. Quando
infine divenne un puntino così di piccolo da potersi appena scorgere si voltò ed attraversando la
cella si accosto all’inferiata che dava sul corridoio.
- Guardia! – urlò. – Guardia! -
La porta alla base della torre si aprì e Marissa udì il chiavistello cigolare. Un soldato arrivò
davanti alla sua cella.
- Che volete donna? – le chiese irritato.
- Mandate a chiamare strega Gwendra. – le disse subito Marissa. – Ho una confessione da
farle, ma badate bene che non voglio che venga qui anche l’altra strega o non dirò un bel niente. -
Il soldato le scoccò un’occhiataccia e voltandosi tornò giù dalle scale andando a chiamare
Strega Gwendra.

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L’IMBOSCATA
Viola non era il tipo da lasciarsi andare alla collera o da rimanere arrabbiata a lungo, ma il
Vescovo l’aveva fatta proprio uscire dai gangheri, se solo pensava che avrebbe voluto portarle via
Lupo un irrefrenabile voglia di pronunciare maledizioni la costringeva mordersi la lingua.
- Quel gufo incipriato! – inveì per l’ennesima volta in direzione del Vescovo. – Avrei dovuto
tramutarlo in un tacchino, ecco cosa avrei dovuto fare, così lo avrei fatto cuocer io allo spiedo, altro
che mandare me sul rogo. -
La ragazza ripose la spazzola accanto allo specchio dorato e togliendosi la vestaglia, s’infilò
sotto le coperte allungandosi a spegnere la candela.
“Buonanotte Lupo” sussurrò e il suo cucciolo guaì accovacciandosi ai piedi del letto. Ci mise
un po’ a prendere sonno, ma alla fine la stanchezza ebbe la meglio e dormì pacifica fino ai primi
chiarori dell’alba.
Di solito quando aveva una premonizione i sogni che le avrebbero mostrato il futuro la
coglievano in piena notte, invece quella volta capì di stare avendo una premonizione quando già il
cielo si tingeva di grigio preannunciando il sole che entro poco si sarebbe levato dietro l’orizzonte.
Viola non vide sé stessa in sogno, fu come se lei fosse un refolo di vento che vagava per i
corridoi del castello portando la sua vista laddove esso spirava. Venne trasportata giù per le scale ed
infine nell’atrio del castello, il portone era spalancato ma tutto taceva spettralmente, raggiunse
l’esterno e superò anche il ponte levatoio, improvvisamente svoltò a destra e si allontanò sempre di
più dal villaggio costeggiando le mura del castello, su in cima ad un collina svettava la bianca figura
di un uomo in camicia da notte. Viola gli planò attorno e si accorse che si trattava del Vescovo,
procedeva lento e spaesato come un sonnambulo, con ancora indosso la sua vestaglia e una berretta
bianca. I suoi occhi azzurri erano vacui e privi di intelligenza, un rivolo di sangue gli sgorgava dal
naso tracciando una lacrima rossa sulle sue labbra e il mento. Viola non poteva in alcun modo
interagire e vide il Vescovo procedere verso il bosco giù dalla collina come uno zombie. Un fitta
nebbia si levò all’improvviso ma l’uomo procedette come attratto da una voce che lo chiamava nel
fitto della foresta. Raggiunse i primi alberi e come mise piede nel sottobosco fu come se un
uragano lo avesse risucchiato al suo interno, sparì nell’attimo di un respiro e Viola tornò alla veglia
con un urlo mozzato in gola.
Il suo sguardo corse subito alla finestra e al sole che si levava nella stessa lugubre maniera che
nel suo sogno. Aprì le ante di vetro e scrutando il paesaggio vide la collina dove aveva sognato che
ci fosse il Vescovo, lo vide proprio là, esattamente come l’aveva appena visto in sogno e capì che
non c’era tempo da perdere.
- Lupo va a chiamare Gewendra, dille che il Vescovo è in pericolo. -
Corse ad aprire la porta al suo cucciolo ed era a metà strada tra la porta e la finestra che si era
già tramutata in falchetto, pronta a raggiungere il Vescovo in volo. Sorvolò mura e campi fino alla
collina e quando toccò terra accanto al Vescovo, riprese le sue sembianze afferrando l’uomo per un
braccio. Il Vescovo si fermò, ma seppure lei gli si fosse parata di fronte non la riconobbe né tanto
meno sembrò riprendere conoscenza.
- Vescovo! – lo chiamò Viola. – Riprendetevi! -
Improvvisamente gli occhi azzurri dell’uomo ebbero un bagliore di vita e l’uomo sussultò
come scottato.
- Bontà divina! Dove mi trovo? Che stregoneria è mai questa? -
Viola non lasciò tempo alla sua sorpresa, gli afferrò la mano e prese a correre trascinandolo
con lei lontano dal bosco. La nebbia si era levata attorno a loro, così fitta da poter scorgere il suolo a
poco meno di un metro di distanza.

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- Non incolpate me Vescovo, - fu lesta a dirgli Viola, - io non c’entro. -
Improvvisamente dal bosco poco lontano si udì uno scricchiolio, poi un altro ed infine lo
scricchiolio prese le fattezze di uomini a cavallo che sfrecciavano fuori dalla boscaglia.
Il vescovo le rivolse un’occhiata stralunata e Viola lo incitò a correre più in fretta. I cavalieri
erano sempre più vicini, ma fortunatamente la nebbia li teneva nascosti oltre che a impedirgli di
capire dove stessero andando. Poi all’improvviso le voci degli uomini e gli zoccoli dei cavalli
furono così vicini che era meglio fermarsi o avrebbero rischiato di finire tra le braccia del nemico.
- Scappiamo! – strillò il Vescovo in agitazione.
- Zitto a ci sentiranno. – lo rimproverò Viola in un sussurro. – Camminate piano, senza fare
rumore.-
Il Vescovo terrorizzato le si aggrappò al braccio e la seguì brancolando nella nebbia. Viola
non aveva idea di dove stesse andando ma si allontanò il più possibile dai soldati o quello che
erano.
Il Vescovo non osò proferir parola, solo i loro respiri ansanti si potevano udire nella quiete.
Camminarono ancora qualche istante e poi il Vescovo le chiese:
- Siete certa che il castello sia per di qui? -
- No. – rispose Viola. – Ma per lo meno ci siamo allontanati dai vostri inseguitori. -
Non aveva finito di sussurrare quelle parole che entrambi dovettero arretrare davanti alle
fiamme che divamparono lì dinnanzi a loro. Si voltarono all’unisono ma scoprirono che le fiamme
avevano disegnato un circolo braccandoli nel mezzo. Una risata agghiacciante e tetra si levò
nell’aria.
- Piccola, piccola Strega.. – disse la stessa voce maschile che aveva appena fatto vibrare l’aria.
- Chi siete? – chiese Viola scrutando tra la nebbia. – Cosa volete dal Vescovo? -
Una sagoma nera si stagliò tra la foschia, si avvicinò e si fermò oltre le fiamme. Era un uomo
completamente ammantato di nero, solo la parte inferiore del suo viso e mani pallide come quelle di
un cadavere si scorgevano da sotto il tessuto.
- Intendete forse la vostra esca? – rise l’uomo o quello che si supponeva tale, mostrando due
file di denti giallognoli e marci.
- Esca?! – sbottò l’ecclesiastico.
- Non osate avvicinarvi! – disse Viola appuntando gli occhi su quell’essere spettrale, le
fiamme lì attorno ardevano sempre più vigorosamente e Viola tentò di spegnerle riversando su di lei
e il Vescovo una copiosa pioggia gelata.
Le fiamme si placarono e l’uomo incappucciato rise, poi si portò due dita alla bocca
fischiando. Quello era un richiamo per i cavalieri che ancora li cercavano nella nebbia.
Viola scelse la fuga, il Vescovo ancora aggrappato a lei la seguì, ma la loro fuga terminò
subito. L’uomo incappucciato aveva estratto qualcosa di simile ad una frusta e l’arnese si avvolse
attorno al polso di Viola strattonandola. La corda mandava bagliori come un tizzone ardente e la
ragazza scoprì che quella non era solo un impressione ottica ritrovandosi il polso stretto in quel
materiale ustionante. Urlò e il suo urlò si ripeté quando tentò di sciogliere la frusta con l’altra mano
e si ustionò le dita.
- Mi era stato detto di non farvi male, - disse sarcasticamente l’uomo, - ma se mi costringete..-
Il Vescovo rimase lì accanto paralizzato, indeciso se fuggire o aiutare la ragazza. Viola con le
lacrime agli occhi per quel dolore indicibile, non ragionò su quanto stava per fare, le venne in mente
un incantesimo e lo mormorò velocemente. La corda si ghiacciò all’improvviso e bastò uno
strattone per farla finire in mille frammenti di ghiaccio.
- Volete il gioco pesante allora. – rise l’uomo incappucciato.

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Viola si tastò il polso da cui si levava odore di carne bruciata e sollevando lo sguardo si rese
appena conto del nuvolo di api che sciamò verso di lei volando fuori dalla bocca dello stregone
come se fosse un alveare.
Sia lei che il Vescovo strillarono, l’ecclesiastico si coprì la testa e il viso con le braccia, ma
Viola riuscì a pensare in tutta fretta ad un incantesimo che Gwendra le aveva insegnato.
- Riparami e respingi ciò che vuole colpirmi. -
Una cortina gialla e luminosa si mise tra lei e le api e queste vi si schiantarono contro
elettrizzandosi e scivolando a terra abbrustolite.
I cavalieri nel frattempo si era avvicinati e le sagome dei cavalli emergevano dalla nebbia
come fantasmi.
Viola presa tra un paura agghiacciante e la disperazione, spintonò il vescovo.
- Scappate, subito! -
L’uomo non se lo fece dire due volte e Viola si voltò a fronteggiare i suoi nemici. Gwendra
non l’aveva addestrata per sostenere un duello magico, ma una cosa gliela l’aveva detta: il mago
che attacca per primo è sempre in vantaggio perché l’altro si deve difendere e ben pochi sanno
padroneggiare incantesimi che facciano le due cose allo stesso tempo. Era giunto il momento di
passare al contrattacco.
- Adesso tocca a me! – urlò furiosa allo stregone e levò le braccia al cielo. Il primo fulmine si
schiantò al suolo proprio tra lei e l’uomo incappucciato, rassicurandola che poteva fare davvero ciò
che aveva in mente. Il passaggio dalla teoria alla pratica fu incredibilmente scioccante.
- Avete sbagliato mira. – rise lo stregone.
Viola non abbassò le braccia. – Ah si? Allora schiva un po’ questi! -
Una tempesta intera di fulmini si abbatté lì dinnanzi a lei, così rumorosi e potenti da far
tremare la terra su cui poggiavano i piedi, riempiendo l’aria di bagliori e saette. La ragazza non
rimase a costatare quanti centri avesse preso, si voltò e corse a perdifiato lontano da lì prima che lo
stregone avesse il tempo di operare un altro incantesimo.
La nebbia, che prima aveva facilitato la fuga, si diradò all’improvviso e Viola udì
indistintamente l’urlo furioso dello stregone che incitava i soldati incolumi al suo inseguimento.
Viola scartò al volo l’idea di tramutarsi in falchetto quando una freccia si piantò nel terreno
dietro di lei. Il tempo per pensare era davvero poco e gli incantesimi che era in grado di fare si
contavano sulle dita di una mano.
“Pensa, pensa, pensa..” s’incoraggiò Viola e non aveva ancora sfiorato del tutto l’idea, che i
suoi piedi affondarono nel suolo radicandosi nel terreno, le sue braccia tese in avanti nella fuga si
protrassero verso l’alto tramutandosi in rami e in un batter di ciglio i suoi inseguitori si dovettero
fermare attorno ad un albero di ciliegio in fiore.
“E adesso che mi fate!?” gioì Viola nella sua mente, certa di aver guadagnato tempo prezioso
per l’arrivo di Gwendra.
I soldati attorno a lei, l’albero, si aprirono lasciando passare lo stregone che era sopraggiunto.
Un cavaliere gli si accostò: - Cosa comandate Nerius? Gli appicchiamo fuoco? -
Viola si sentì raggelare, quelle era una delle cose che non aveva preso in considerazione.
- No, - rispose lo stregone, - è solo un apprendista, è probabile che non sia neppure in grado di
tornare come prima, la brucereste viva. -
Effettivamente lo stregone non aveva tutti i torti, infatti Viola non si ricordava il contro-
incantesimo.
- Legate il tronco ai cavalli e sradicatelo. – ordinò lo stregone ripristinando la fitta nebbia.
– Sbrigatevi, il Vescovo avrà già dato l’allarme, presto i soldati saranno qui, la nebbia non ci
terrà nascosti a lungo. -

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Due uomini furono lesti a legarle delle cime attorno al tronco e a fissarle alla sella di due
cavalli. Viola nella sua immobilità temette che le radici dell’esile albero di ciliegio in cui si era
tramuta non reggessero fino all’arrivo di Gwendra. Le cime furono infine fissate e un soldato sferzò
i cavalli facendoli partire al galoppo. Lo strattone fu tanto violento che Viola sentì le sue stesse
radici scricchiolare cominciando a strapparsi dal terreno, ciò che non si aspettava affatto era che la
corteccia del suo tronco fosse sensibile come la sua stessa pelle. Il dolore fu tanto che se fosse stata
ancora umana avrebbe urlato a squarcia gola. I cavalli smisero ti tirare scoprendo di non poter
andare da nessuna parte, ma il soldato li sferzò ancora più e più volte e le due potenti bestie
arrancarono a fatica sul terreno estirpando Viola dal terreno ad ogni passo.
“ Gwendra! Dove sei!!!”

Lupo ubbidendo a Viola era corso alla ricerca di Gwendra, senza sprecare un solo istante si
era trasformato in belva e le sue potenti zampe mangiavano metro per metro i corridoi del castello
ad una velocità inaudita. Quando raggiunse la porta della stanza di Gwendra vi si abbatté contro
come una furia e il pesante e massiccio uscio si abbatté al suo scardinato dagli infissi.
“Gwendra!” latrò la belva, cercando la strega nella stanza. Vide sia lei che Seamus stesi sul
letto e stupito che il boato della porta che era caduta non li avesse destati, si avvicinò alla strega
scotendola con la punta del muso. La donna non si svegliava, né tanto meno Seamus reagì al suo
tentativo di richiamarlo alla veglia.
Lupo gettò il capo all’indietro ed ululò più forte che poteva, ma non riuscì a destarli neppure
così, nonostante il suo ululato fu tanto forte da far tremare le pareti della stanza destando l’intero
castello.
La belva capì che c’era qualcosa di molto strano e sapendo la sua padrona in pericolo non
perse altro tempo, si scagliò contro la finestra della stanza e la vetrata esplose in mille frantumi
aprendo il passaggio alla sua enorme mole.
Lupo atterrò sul tetto di un magazzino e da lì saltò a terra, correndo all’impazzata verso il
ponte levatoio. Cercò l’odore di Viola nell’aria ed avvertitolo si lanciò a destra correndo come un
furia tra le case del villaggio. Incrociò ‘l’uomo cattivo’ che correva nella direzione opposta.
Il vescovo vedendolo si immobilizzò, ma poi gli urlò:
- Va a salvarla bestiaccia! E’ lassù sulla collina! -
Lupo accelerò ancor di più la sua corsa udendo che Viola era in pericolo e quando si ritrovò
immerso nella nebbia fu il suo fiuto a guidarlo dalla sua padrona.

Viola era certa di stare per perdere i sensi, lo sforzo di tenersi ancorata al terreno e di
sopportare il dolore era davvero troppo. Perché Gwendra non era ancora arrivata?
- Più svelti! – urlò Nerius ai suoi uomini. – Sta per cedere! -
All’improvviso un latrato rabbioso si levò nell’aria, dando a Viola una nuova energia nata
dalla speranza.
Vide lupo avventarsi sui cavalli che tiravano le corde, una zampata sventrò il primo, mentre le
sue fauci sbranavano il collo del secondo. Tutto accadde così in fretta che Viola si avvide appena
del soldato con in mano lo scudiscio che cadeva al suolo con petto dilaniato dagli artigli di Lupo.
Il suo demone famigliare latrò di nuovo furibondo e si avventò sui soldati che scoccavano
frecce nella sua direzione. Un dardo si conficcò nella sua spalla e Lupo si gettò sul soldato che
l’aveva ferito staccandogli la testa dal resto del corpo.
Viola urlò tanto più impaurita per Lupo che per sé stessa. Il manipolo di soldati stava venendo
velocemente massacrato e la ragazza stentava a riconoscere il suo cucciolo in quella bestia
sanguinaria che lasciava solo corpi martoriati e dilaniate dietro di lui.

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Era quasi certa della sua vittoria, quando Nerius intervenne: nelle sue mani comparve una
sfera rossa che scagliò a tutta velocità contro di Lupo. La sfera si ingrandì e prese le fattezze di una
rete di cavi rossi e si avvolse su Lupo come una morsa. La belva cadde a terra incapace di muoversi
così costretta e i soldati che indietreggiavano agghiacciati si fermarono esultando.
Viola non potendo fare nulla si sentì impazzire. Urlò, gridò ed urlò ancora, mentre lo stregone
si avvicinava a Lupo così imprigionato con tutta l’intenzione di dargli il colpo di grazia.
- La mia signora Endora apprezzerà di certo una pelliccia nuova. – rise lo stregone
schiacciando la testa della belva sotto il suo stivale.

Il vescovo correva tra le vie del villaggio con il fiato corto, sforzando il suo fisico per nulla
allenato a raggiungere le mura del castello dove avrebbe trovato dei soldati da mandare in soccorso
della strega. Giunse sulla strada principale e si fermò ringraziando il signore, quando scorse un
intero drappello di uomini armati avvicinarsi al ponte levatoio. Corse verso di loro sbracciandosi e
solo a poca distanza si avvide che alla testa del drappello cavalcava Sir Ragnor in persona di ritorno
a Villacorta.
Il cavaliere lo vide ed affrettò la sua cavalcatura.
- Vostra eminenza cosa è accaduto? – gli chiese l’uomo allarmato.
- Strega Viola! – sbottò il Vescovo ansante. – E’in pericolo, ci sono dei soldati e uno
stregone.. -
- Dove?! – chiese il cavaliere che era sbiancato come un cencio.
- Lassù sulla collina.. -
Il vescovo fece appena a tempo ad indicagli la collina immersa dalla nebbia che Sir Ragnor
partì al galoppo. L’ecclesiastico arretrò cadendo all’indietro lasciando passare i cavalieri ed i soldati
che lo seguirono al galoppo e facendosi il segno della croce pregò per la prima volta nella sua vita
per la salvezza di una strega.

Ragnor spronò Unno alla massima velocità, un terrore agghiacciante gli serrava il petto, se
non fosse arrivato in tempo… non osava immaginarlo.
Entrò nella fitta cortina di nebbia e sentì i cavalli dei suoi soldati nitrire impauriti. Non
permise ad Unno di rallentare e brancolò nella foschia.
- Viola! – urlò. – Viola dove siete!? -

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IL RITORNO DI RAGNOR
Viola osservava impotente l’avvicinarsi del momento in cui lo stregone avrebbe tolto la vita a
Lupo. Nelle mani di Nerius comparve una lunga lancia che brillava come se fosse fatta di luce.
Poi all’improvviso udì una voce.
- Viola! Viola dove siete!? -
Non riuscì a credere alle sue orecchie: era la voce di Ragnor.
“Ragnor sono qui!!!” urlò, ma sapeva che lui non poteva sentirla.

Ragnor fermò Unno nella nebbia senza potersi capacitare di dovesse tesse andando. La voce
della sua Viola, terrorizzata e disperata, gli rimbombò nella mente.
“Ragnor sono qui!!!”
Voltò immediatamente Unno in direzione della sua voce ed affondando i calcagni nei fianchi
della bestia lo spinse al galoppo estraendo la spada. La nebbia si diradò all’improvviso quando si
ritrovò al centro di un massacro. Cavalieri fatti a pezzi giacevano sul suolo, il loro sangue bagnava
il terreno e gli stivali dei supersiti. Lupo, trasformato in belva, latrava avvinghiato in una rete ed un
uomo incappucciato lo sovrastava, era Nerius. Un roseo ciliegio in fiore reclinato per metà era
legato a due cavalli stramazzati al suolo. Come i suoi occhi sfiorarono la rosea chioma del ciliegio,
Ragnor capì che l’albero era in realtà Viola.
La contemplazione della scena non durò che un secondo, poi Ragnor si avventò sullo stregone
che era in procinto di trafiggere Lupo con una sorta di lancia di luce.
L’uomo non fece a tempo a voltarsi, la sua spada gli mozzò la testa che ruzzolò al suolo, il
suo corpo si afflosciò accanto a Lupo e all’improvviso le membra dello stregone si dileguarono
come se fossero fatte di aria e non di ossa e carne. Solo le sue vesti giacquero a terra.
Ragnor non si lasciò stupire dalla scena. Spada tratta fece voltare Unno pronto ad affrontare i
soldati lì attorno. I suoi nemici però, già decimati, scelsero la fuga e Ragnor non lì inseguì
smontando per avvicinarsi all’albero di ciliegio rinfoderando la spada. I suoi soldati sopraggiunsero
proprio in quel momento e non frenarono neppure i loro cavalli, andando inseguimento dei nemici
in fuga mentre la nebbia si diradava.
- Viola. – sussurrò sfiorando con le dita il tronco dell’albero. – Siete davvero voi? -

Viola avvertì il tocco di Ragnor su di lei e sentì la magia scorrere sotto la sua pelle.
L’incantesimo si ruppe, le sue braccia si abbassarono, le sue membra tornarono di carne e quando il
processo fu completo cadde tra le braccia di Ragnor stringendosi al suo ampio petto.
- Ragnor. – mormorò con il viso rigato dalle lacrime, mentre il terrore stentava ad
abbandonarla. Si aggrappò al cavaliere come per assicurarsi che fosse davvero reale.
Ragnor cercò di calmarla stringendola a sé e quando la scostò per capire cosa le fosse
accaduto scorse il suo polso ustionato, le vesti strappate attorno la vita che lasciavano intravedere la
pelle martoriata e non per ultimo il suo viso bagnato dal pianto.
- Amor mio cosa vi è successo? – le chiese Ragnor evidentemente sconvolto. – Siete ferita. -
Viola si asciugò il viso con una manica e poi gli sorrise senza rispondergli: - Ci hai salvato. –
Ragnor non poté più farle altre domande perché Viola, evidentemente preoccupata, incespicò
fino a Lupo e chinandosi a fatica, cominciò a liberarlo dalla rete. Ragnor l’aiutò e quando Lupo fu
libero Viola sfiorò inorridita la freccia conficcata nella spalla della belva.
- Devo togliertela Lupo. – sussurrò la ragazza all’animale accarezzandolo dolcemente.
“Tanto male” gemette Lupo nella sua mente e Ragnor poté solo udire un guaito.

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Dalle mani della ragazza si irradiò un bagliore dorato che si avviluppò attorno alla freccia,
scendendo fino alla ferita.
- Cercherò di farti il meno male possibile cucciolo, stringi i denti. -
Lupo appoggiò il muso a terra e lasciò che Viola gli strappasse la freccia della spalla, solo un
ringhiò si levò tra le sue fauci. Un fiotto di sangue rosso sgorgò dalla ferita e Viola si strappò un
pezzo della sottoveste tamponandola.
- Devi rimanere così fino al castello Lupo, la ferita sarebbe troppo grossa per te se ti
trasformassi ora in cucciolo. Resisti fino al castello e ti curerò del tutto. Ce la fai? -
“Io Forte” le disse Lupo orgogliosamente alzandosi a fatica.
- Lo so che sei forte Lupo, se non ci fossi stato tu non sarai più qui adesso. Sei proprio un
bravo cucciolo. -
Ragnor rimase in silenzio ad osservare la scena, quando Viola e la belva si furono rialzati
chiese:
- Ce la fa a tornare fino al castello? -
- Si, - rispose Viola. – ha detto di si. -
Il cavaliere fischiò ed Unno si avvicinò a loro, poi Ragnor prese tra le braccia Viola e la mise
in sella con delicatezza, montando dietro di lei.
Lupo li seguì a fatica e Ragnor condusse Unno al passo di modo da non lasciare indietro la
belva.
Viola ancora tremante e sconvolta appoggiò il capo contro il suo collo, non resistendo gli
sfiorò la mandibola con un bacio.
- Sei tornato proprio al momento giusto.-
Ragnor le sfiorò la fronte con un bacio a sua volta.
- Avrei voluto tornare prima Viola, se fossi stato qui non avrei permesso che vi si facesse del
male.-
- Ci hai salvati lo stesso. – lo rassicurò Viola. – Tu sai chi erano quegli uomini e lo stregone? -
- Lo so fin troppo bene. – ringhiò Ragnor. – Quelli erano uomini di Ulfric e lo stregone era
Nerius, il tirapiedi della Strega Endora. -
- Pensi di averlo ucciso? – chiese Viola rammentandosi di come era sparito il cadavere dello
stregone.
- No, - le disse Ragnor fremente di collera, - quella serpe ha più vite di un gatto. -

Quando raggiunsero il castello, trovarono tutti i suoi abitanti pressoché sconvolti. Sir marzio
era a cavallo e seguito da un folto gruppo di soldati stava uscendo dalle mura, conducendo gli
uomini verso il luogo dello scontro. Vedendo Viola e il suo lupo feriti impallidì, ma si riprese
scorgendo il suo signore.
- Sir Ragnor! – esordì. – Siete tornato! -
Ragnor spese poche parole con Sir Marzio, ordinando poi ai soldati di andare a vedere se i
suoi uomini avevano catturato i nemici in fuga. Il vescovo in piedi in cima alle scale ancora
trafelato ed in camicia da notte, stava raccontando a tutti l’accaduto. Vedendo Viola e Sir Ragnor si
sollevò la vestaglia e corse giù dalle scale sorridendo.
- Siete ancora viva! – esordì vedendo la ragazza tra le braccia del cavaliere.
Ragnor si sorprese dell’atteggiamento del Vescovo, sembrava davvero sollevato dalla vista di
Viola sana e salva. Il cavaliere ci rimase di stucco quando fu il vescovo stesso ad aiutare la ragazza
a smontare sorreggendola mentre posava i piedi a terra. Ragnor attonito scese a sua volta da Unno e
rimase ad osservare l’ecclesiastico che aiutava Viola a salire le scale con tanta premura.
- Mi avete salvato ragazza, - disse il Vescovo a Viola chiamandola per la prima volta con altri
appellativi che Strega. – Siete una brava strega infondo. -

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Viola gli rivolse un timido sorriso e una volta dentro il castello, si affrettò a portare Lupo nel
laboratorio magico per curarlo. Ragnor la seguì, anche se il Vescovo gli impedì di assisterla, in
quanto la aiutava in prima persona a camminare.
La ragazza aprì la porta del laboratorio e fece stendere Lupo a terra di modo che potesse
medicarlo. Il Vescovo e Ragnor si misero in disparte ed osservarono la ragazza cercare un’ampolla
sugli scaffali, Ragnor era molto più preoccupato per lei che per Lupo. La bestia nel suo stoicismo
non sembrava sofferente, ma Viola nonostante non fosse stata trafitta da nessuna freccia sembrava
molto più provata. Le ferite che si intravedevano tra le sue vesti lacerate stavano diventando livide
sotto le macchie di sangue e dal modo in cui teneva il polso ferito riparato contro il petto intuì che la
ferita le facesse molto male. Viola tentò di aprire l’ampolla che aveva preso con le dita ustionate,
ma non riuscendoci stappò il tappo con i denti e lo gettò a terra prima che Ragnor la potesse aiutare.
Poi si chinò accanto a Lupo e come per incanto quando versò il liquido sulla ferita essa si
richiuse all’istante, ripristinando folta pelliccia corvina laddove prima c’era uno squarcio vermiglio.
- Puoi tornare normale adesso Lupo. – sussurrò la ragazza. – Ti fa ancora male? -
“Lupo guarito. – gioì l’animale tramutandosi nel cucciolo scodinzolante. – Ma Viola molto
male.”
La ragazza sorrise sollevata e il suo sorriso brillava ancora sulle sue labbra e nei suoi occhi
quando alzò lo sguardo verso Ragnor e poi cadde svenuta.
Ragnor sussultò vedendo afflosciarsi al suolo e andò subito a sollevarla prendendola tra le
braccia. Le sue ferite erano gravi, ma non tanto da metterla in pericolo di vita, il suo svenimento
comunque lo allarmò quanto bastava per sprofondarlo nell’agitazione. Viola doveva essere curata
subito.
Sir Marzio sopraggiunto a sua volta lì in piedi accanto all’uscio.
- Dov’è Strega Gwendra? – gli chiese Ragnor. – Viola ha bisogno di essere curata subito. -
Il cavaliere biondo si incupì: - Strega Gwendra è stata fatta vittima di un incantesimo, è nella
sua stanza ma non si riesce a svegliarla. –
Ragnor imprecò. – Mandate a chiamare i cerusici allora, svelto. –

Mario sedeva davanti allo specchio dorato in attesa di vedere Viola tornare nelle sue stanze.
Come ogni giorno passava diverso tempo davanti allo specchio assicurandosi che Viola stesse bene,
ma quella mattina quando si era svegliato aveva visto che Viola aveva già lasciato la sua stanza e lo
specchio mostrava solo una camera vuota, nemmeno il cucciolo della ragazza, o forse era meglio
dire la belva, era presente. Mario attese di vederla comparire ripartendo la sua attenzione tra la tv e
lo specchio, desideroso di vedere sua figlia in buona salute. Nadia affaccendata nelle faccende di
casa, ogni tanto veniva a guardare a sua volta nello specchio.
Mario stava facendo zapping tra i canali, quando Nadia con ancora in mano la scopa si chinò
sullo specchio sul tavolino e sbottò.
- E questo chi è? -
Mario si affrettò a guardare a sua volta la superficie dello specchio e scorse un uomo dai
capelli corvini che entrava nella stanza dando le spalle allo specchio. Il fiato gli si mozzò in gola
vedendo Viola esanime tra le sue braccia.
- E’ ferita! – sbottò Nadia che era sbiancata come un cadavere.
Mario si mise le mani tra i capelli e osservò in muto orrore il cavaliere che deponeva sul letto
Viola, mentre delle ancelle con garze e catini di acqua calda popolavano la stanza. Il cavaliere si
mise accanto alla finestra facendo su e giù e per la stanza come una belva in gabbia. Mario bastò
una breve vista del viso stravolto dell’uomo per capire che fosse in pena per Viola, molto più che in
pena, sembrava quasi che fosse la sua stessa vita ad essere in pericolo.

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L’uomo non lasciò la stanza mentre Viola veniva spogliata e Mario intravide numerose ferite
che sfregiavano il ventre di Viola come se fosse stata sferzata o stretta troppo violentemente da
delle funi. Un polso e le dita della sua mano destra erano ustionati.
- Sant’ iddio, cosa l’è successo? – mormorò Nadia ad un passo dalle lacrime.
- Non lo so. – ammise Mario sconvolto.
Le ancelle che aveva spogliato Viola, la coprirono con dei lenzuoli laddove non era ferita per
non esporre la sua nudità ai medici che entrarono di lì a poco.
Mario e Nadia rimasero un muto silenzio ad osservare quegli antiquati dottori che curavano
Viola e le fasciavano le ferite. Quando ebbero finito, tutti se ne andarono dalla stanza a parte il
cavaliere, che con delicatezza rivestì Viola mettendole una camicia da notte.
Sia Nadia che Mario, furono piuttosto sollevati scoprendo che l’entità delle ferite di Viola non
era poi così grave e furono più che d’accordo con il cavaliere, quando questi impedì ai medici di
applicare a Viola delle sanguisughe. Quell’uomo sapeva il fatto suo.
Mario si chiese chi fosse costui che medici ed ancelle trattavano con tanta riverenza e che
oltretutto sembrava prendersi libertà molto personali con sua figlia.
Il cavaliere accomodò Viola contro i guanciali e la coprì con una pesante coperta, prima di
ritrarsi le depose un bacio sulle labbra e poi si sedette accanto al suo letto trascinando una poltrona
al capezzale di Viola.
- L’ha baciata! – esordì Nadia perplessa e stupita.
- Ho visto. – brontolò Mario.
- Chi credi che sia? – chiese Nadia incuriosita.
- Come faccio a saperlo? – le rispose Mario.
- Credi che sia lui l’uomo con cui Viola ha attraversato lo specchio? – insistette Nadia.
Mario si toccò il mento dubbioso. – Quell’uomo a tutta l’aria di essere un cavaliere con cui
non si scherza. Se là è trattato con tanta riverenza vuol dire che in quell’epoca è qualcuno che conta,
Viola non può averlo portato là con sé dal presente. –
- Se fosse la sua fidanzata, - ipotizzò Nadia, - si spiegherebbe perché Viola viene trattata
come una gran dama. -
Quell’ipotesi solleticò l’ingegno di Mario. – Credo.. – iniziò. – Credo che sia il suo
cavaliere.–
- Il suo cavaliere? – chiese Nadia attonita.
- Già, - le spiegò Mario, - in quell’epoca ogni Strega aveva un cavaliere, la stessa nonna di
Viola, Endora, aveva un cavaliere, era il signore di un feudo, un uomo spietato quanto lei. Il suo
nome era Ulfric di Offlaga. -

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LA PACE DOPO LA TEMPESTA
Viola si destò e scoprì di essere nel suo letto medicata e con indosso una camicia da notte
pulita. Aprendo gli occhi cercò di alzarsi, ma il dolore al ventre fu troppo e ritornò a cadere
all’indietro.
- Non cercate di alzarvi amore mio, - le sussurrò la voce dell’uomo che amava, - siete ferita. -
La ragazza volse il capo di lato e trovò Ragnor lì accanto a lei, seduto su una poltrona che
aveva accostato al letto. Il suo cuore perse un battito mentre i suoi occhi sfioravano il suo viso
specchiandosi negli occhi grigi di lui, la sua bellezza le tolse il fiato. Lui indossava ancora gli stessi
vestiti di quel mattino, probabilmente non c’era stato verso di convincerlo a lasciare il suo
capezzale.
- Come sta Lupo? – chiese per prima cosa.
Ragnor le sorrise ed alzandosi si chinò a raccogliere il cucciolo dal pavimento deponendolo
sul letto.
- Vi riferite a questa palla di pelo? -
Lupo, in perfetta salute, gattonò sulle coperte e la raggiunse non osando sfiorarla per paura di
farle male, seppure morisse dalla voglia di leccarle una guancia.
- E Gwendra? – chiese Viola. – Dov’è Gwendra? -
A quella domanda vide Ragnor serrare la mascella incupendosi.
- Strega Gwendra è vittima di un sonno profondo, qualcuno deve averla stregata. -
- Stregata?! – sbottò Viola mettendosi a sedere di colpo. – Devo andare da lei. -
Ragnor scosse il capo. – Non andrete da nessuna parte così conciata. –
Viola sgranò gli occhi. – Ragnor!-
- Ribadisco, siete troppo debole ora per andare da lei. – insistette il cavaliere.
- Posso curarmi da sola. – gli spiegò Viola. – Devo solo andare al laboratorio magico e
prendere la pozione giusta. -
Ragnor si accigliò, poco propenso ad assecondarla.
- Ditemi quale pozione devo prendere e ve la porterò io qui. – le propose infine Ragnor.
Viola gli spiegò velocemente quale era. – Non puoi sbagliare. – lo rassicurò infine.
Ragnor uscì dalla stanza e Viola senza sorveglianza si alzò dal letto, vestendosi con il solito
incantesimo.
Quando Ragnor fu di ritorno e la trovò in piedi, Viola avvampò colta in flagrante.
- Viola! – la rimproverò Ragnor. – Vi avevo detto di non alzarvi. -
La ragazza gli sorrise timidamente. – Sto bene Ragnor, sono solo un po’ mal concia, se mi dai
la pozione tornerò come nuova. –
Ragnor le porse l’ampolla: - E’ questa giusto? –
Viola esaminò l’etichetta ed annuì. – Si è proprio questa, grazie. –
Ragnor le svitò il tappo e Viola bevve un sorso della pozione. Il liquido del colore dell’oro le
bagnò appena le labbra, che il polso di Viola si illuminò di una luce dorata che brillò anche
attraverso le bende, quando la luce scomparve la ferita era guarita e così accadde alle sue dita e alle
ferite sul ventre.
- Ecco fatto. – esordì Viola sciogliendosi le garze per mostrare a Ragnor la pelle del polso
tornata come prima.
Il cavaliere toccò scioccato le morbida pelle del suo polso e alzandole la mano depose un
bacio laddove c’era stata la ferita. Viola arrossì a quel gesto e Ragnor le rivolse una sguardo che
prometteva centinaia di baci.

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- Dobbiamo andare da Gwendra. – gli ricordò Viola avvicinandosi alla porta. Ragnor la seguì
senza obbiettare e quella volta non si curò minimamente che qualcuno potesse vederli uscire
insieme da quella stanza.
Raggiunsero la camera di Gwendra preceduti da Lupo che trotterellava davanti a loro e là
trovarono Sir Marzio ed alcune ancelle che ancora tentavano di destarla. Viola entrò per prima nella
stanza e tutti si sorpresero che si fosse già ripresa.
Gwendra stava stesa sul suo letto sotto le coperte e russava anche, Seamus come lei dormiva
pacifico e faceva le fusa. Viola si sentì immediatamente sollevata vedendo che entrambi stavano
bene e non sembravano aver nulla di strano a parte quella smodata sonnolenza.
La ragazza si avvicinò al letto e scosse Gwendra nel tentativo di svegliarla, sperò che il suo
tocco avesse un qualche effetto così come era accaduto con il Vescovo, ma Gwendra non si destò.
- Devo capire cosa li ha fatti diventare così per curarli. – spiegò a Ragnor e Sir marzio lì
accanto a lei.
In quel momento notò che la finestra era stata mandata in frantumi e qualcuno aveva posto
pesanti arazzi davanti al telaio della finestra per evitare che il freddo entrasse nella stanza.
- Chi ha rotto la finestra? – chiese Ragnor prima di lei.
“Io rotto.” Spiegò Lupo a Viola. “Cercato di svegliare Gwendra e Seamus, poi uscito da lì.”
- E’ stato Lupo. – spiegò Viola al cavaliere. – Quando io ho seguito il Vescovo alla collina lui
è venuto qui a cercare Gwendra ed è uscito dalla finestra. -
Ragnor annuì e si avvicinò pensieroso al caminetto che era stato acceso per tenere al caldo la
strega addormentata. Viola lo seguì con lo sguardo e quando i suoi occhi si posarono sul fuoco le
venne un idea. Andò davanti al caminetto e si inginocchiò.
- Cosa fate? – le chiese Ragnor perplesso.
- Con il fuoco posso vedere il passato, forse posso capire cosa o chi ha stregato Gwendra e
Seamus.-
Ragnor si fece da parte e la osservò mentre fissava le fiamme, poi tutto ad un tratto fu come se
Viola avesse perso conoscenza. I suoi occhi divennero vacui, le iridi grandi e rotonde, il suo viso
perse ogni espressione.
Il cavaliere temette che qualcosa fosse andato per il verso sbagliato ma non osò toccarla
interrompendo al sua visione. Il tutto durò pochi istanti in cui tutti i presenti fissarono Viola
incuriositi ed ansiosi, poi la ragazza tornò in sé, sbatté le palpebre e si alzò in piedi con un
impressione risoluta. Viola avvicinò a Gwendra e le sollevò il capo cercando qualcosa sotto la sua
testa, le dita della ragazza affondarono tra i capelli grigi della strega ed infine Viola trovò una
piccola pallina spinosa intrappolata tra i capelli della strega.
La gettò subito sul fuoco.
- Che cos’era? – chiese Ragnor.
- Una spina. – gli disse Viola. – E’ stata Marissa a gettargliela addosso, gliel’ha data Nerius. -
- Quel maledetto stregone! – brontolò Gwendra che si era già destata.
Viola si voltò immediatamente e corse al capezzale della strega abbracciandola. Gwendra,
quando la sua pupilla la sciolse dall’abbraccio, si guardò attorno attonita.
- Si può sapere cosa sta succedendo? E che ci fa tutta questa gente in camera mia? Non sto
mica tirando le cuoia! -
La strega si accigliò vedendo lì Ragnor.
– Oh, - sbottò, - siete tornato anche voi mio signore. -
- E provvidenzialmente, - aggiunse Viola, - se non fosse stato per R.. – si interruppe. – Per Sir
Ragnor né io né Lupo saremmo ancora qui. -
- Cosa è accaduto? -

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- Stiamo cercando di capirlo Strega, - le disse Ragnor, - rispondete ad alcune domande e forse
saremo in grado di ricostruire i fatti. Chi vi ha stregato? -
- Stregato? – chiese Gwendra attonita.
- Siete caduta in un sonno molto profondo, - le spiegò Viola, - è da stamattina che dormite
senza poter essere svegliata. Ho avuto una visione e ho visto che Marissa vi ha gettato addosso una
spina stregata. -
Gwendra si toccò il mento pensierosa come se cercasse di richiamare alla memoria le ultime
cose che aveva fatto prima di addormentarsi.
- Quella sgualdrina! – imprecò rammentandosi qualcosa. – Ieri sera prima di coricarmi mi ha
mandata chiamare, diceva di aver una confessione da fare. -
- Deve essere stato allora che vi ha gettato addosso la spina. – puntualizzò Viola.
- Ma chi gliel’ha data? – chiese Gwendra.
- Nerius. - Rispose Ragnor. – Lo stregone stamane ha cercato di rapire la mia signora e ha
fatto in modo che voi non poteste soccorrerla. -
Gwendra sbiancò. – Siete ferita ragazza? – chiese toccando Viola come per accertarsi che non
fosse ferita.
- Mi sono già curata.- le spiegò Viola.
Ragnor non lasciò molto tempo alle due streghe per raccontarsi l’accaduto, confabulò con Sir
Marzio e dopo un istante disse:
- Marissa avrà di certo molte cose da spiegare, venite ad aiutarci ad interrogarla Viola. -
Gwendra balzò giù dal letto. – Questa non me la voglio proprio perdere. –

Marissa sentì la porta della torre aprirsi e tese le orecchie. Sussultò quasi quando udì la voce
di Sir Ragnor.
- Dov’è Marissa? -
- E’ nella prima cella, mio signore – rispose la guardia.
Marissa non credeva che le promesse dello stregone si sarebbero avverate tanto presto, ma
balzò in piedi riassettandosi come meglio poteva, pronta ad essere liberata per diventare la signora
di Villacorta, la sposa di Sir Ragnor.
Le sue ambiziose fantasticherie si infransero nel preciso istante in cui vide il suo signore
comparire nella sua visuale al fianco di Strega Viola. Lo sguardo furente che le rivolse il cavaliere
la fece arretrare spaventata nonostante la presenza dell’inferiata della cella.
Marissa guardò la strega lì accanto a lui con tutto il suo odio e la ragazza le disse:
- Siete sorpresa di vedermi ancora in circolazione Marissa? -
La cortigiana serrò i denti. – Perché dovrei esserlo? –
- Non mentite donna, - tuonò Ragnor furioso, - così facendo aggravate solo la vostra
posizione. -
- E di cosa sono accusata? – chiese Marissa mentre anche Gwendra e Sir Marzio
sopraggiungevano.
- Questa volta di aver tramato alle spalle della mia signora stringendo accordi ai suoi danni
con Nerius lo stregone. -
Marissa capendo di non aver modo di salvare sé stessa decise che era il caso di tacere. Non
tentò di discolparsi né ammise a nulla, ma il suo tacere fece solo infuriare il bel cavaliere e non
valse a nulla perché le due streghe le lessero nella mente quando volevano sapere e scoprirono che
are loro ben poche informazioni sulle mire dello stregone.
- Siete una donna sciocca Marissa, - la rimproverò infine Sir Ragnor, - le vostre vane
ambizioni vi hanno fatto abbindolare per ben due volte da uno stregone malvagio e davvero non so
chi di voi sia più maligno. A Villacorta non si tengono impiccagioni, ma nel vostro caso sono

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davvero tentato di fare un eccezione, per colpa vostra la mia signora e lo stesso Vescovo di
Norimberga sono stati in pericolo di vita. Il minimo che vi possa accadere è che faccia buttare via la
chiave della vostra cella.-

Dopo la visita alla torre, Viola fu costretta a separarsi da Ragnor che, in quanto signore di
Villacorta e comandante militare, aveva importanti faccende di cui occuparsi. La prima delle quelli
raggiungere le segrete dove erano stati imprigionati i soldati di Ulfric catturati quel mattino per
interrogare anche loro. Ragnor la invitò a ritirarsi nei suoi alloggi e riposarsi in vista della cena e la
ragazza ubbidì, lasciando che fosse Gwendra ad aiutarlo negli interrogatori.
Salutandosi in presenza di numerosi spettatori: castellani, soldati, ancelle, Sir Marzio e
Gwendra; a Viola mancò il giusto commiato dal suo cavaliere e dovette accontentarsi del suo
sorriso quando invece avrebbe desiderato un bacio. Lo sguardo di Ragnor le confermò che anche lui
aveva pensato la stesso cosa e Viola si allontanò sospirando seguita da Lupo.
Non rivide Ragnor fino all’ora di cena, quando seguita dalle sue ancelle scese nella sala del
banchetto ancora più gremita del solito. Oltre a Ragnor, numerosi cavalieri erano tornati a
Villacorta e la sala stentava ad ospitare tutta quella gente, data la numerosa e non prevista presenza
del seguito del vescovo e l’ecclesiastico stesso. Sul palco dove di solito sorgeva la tavolata dei
nobili era stato istallato una altro banchetto molto più grande a forma di “U” e vagando con lo
sguardo in cerca di Ragnor, Viola scorse Lady Rossella che sedeva stretta tra le braccia del suo
fidanzato tornato anch’esso dal campo di battaglia. Un sorriso le si dipinse sulle labbra a quel ben
quadretto, ma la sua espressione cambiò di botto quando vide Gwendra seduta accanto al Vescovo.
Viola sgranò gli occhi allibita vedendo i due che chiacchieravano con una naturalezza
insospettabile tra una Strega e il capo della Santa Inquisizione.
- Mia signora! – la chiamò una voce maschile.
Viola si irrigidì riconoscendo al volo la voce di Lord Thomas, si voltò e scorse il ragazzo che
si faceva largo tra le sue ancelle correndo verso di lei.
Il giovane le prese le mani tra le sue.
- Non sapete quanto sono stato in pena per voi, mia signora. – le disse il ragazzo, - Mio padre
mi ha raccontato di come l’avete tratto in salvo. Siete stata una vera eroina e vi siete guadagnata la
sua stima e la sua illimitata gratitudine. Ora non c’è più nessuna ragione per cui io non possa
corteggiarvi. -
Viola si sentì come se un macigno da una tonnellata le fosse caduto addosso. E adesso che gli
diceva? Fortunatamente proprio in quel momento comparve lì accanto a loro un’ottima ragione per
cui Lord Thomas non poteva corteggiarla, una ragione affascinante, alta e muscolosa, in quel
momento infuriata, anzi gelosa, con uno sguardo metallico e furente fisso sulle mani di lord Thomas
che tenevano le sue.
Il ragazzo ebbe una agghiacciante sensazione ed alzando lo sguardo su quella nube oscura che
gravava sulla sua incolumità, incrociò lo sguardo con il signore di Villacorta. Un innato buon senso
lo spinse a sciogliere le mani da quelle della ragazza in un batter di ciglio.
- Sir Ragnor. - esordì il ragazzo inchinandosi.
- Lord Trevelain. – ringhiò quasi Ragnor, cingendo possessivamente la vita di Viola con un
braccio. La ragazza si lasciò stringere al fianco del cavaliere e rimase lì felice che Ragnor fosse
giunto a trarla in salvo.
Lord Thomas arrossì notando la confidenza del cavaliere con la ragazza, ma si sforzò di
distogliere lo sguardo dal braccio del cavaliere avvolto all’esile vita della bella strega bionda.
- Siete tornato appena in tempo, - commentò Lord Thomas tanto per non fare la figura
dell’allocco,
- suppongo che Sberga sia stata già fortificata o altrimenti non sareste qui. -

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Ragnor annuì ma non concordò con il ragazzo.
– Per la verità, - iniziò, - la fortificazione di Sberga è stata iniziata, ma non conclusa. Mio
fratello, Sir Wulf, è rimasto là per occuparsi dell’ultimazione dei lavori, - si interruppe di nuovo
fissando Viola con uno sguardo sensuale che aveva tutta l’intenzione di essere fatto notare al
ragazzo, così come la mano che dalla vita di Viola salì fino al collo della ragazza sfiorando la sua
pelle delicata e l’orlo della scollatura del suo abito, - io non potuto resistere oltre lontano dalla mia
signora. -
Viola specchiandosi in quegli occhi di ghiaccio illuminati dalla passione si dimenticò del tutto
della presenza di Lord Thomas lì davanti a loro, ma il ragazzo invece non poté che seguire il
percorso della mano del cavaliere sulla pelle nuda della ragazza.
Quando Ragnor tornò a fissare Lord Trevelain capì di aver messo abbastanza in chiaro di chi
fosse Viola. Il ragazzo era diventato paonazzo e Ragnor rincarò la dose rivolgendosi a Viola:
- Raggiungiamo il banchetto amor mio? -
La ragazza arrossì e Ragnor le sorrise come satana in persona.
- A più tardi Lord Trevelain. – congedò il ragazzo il cavaliere.
Lord Thomas, ancora a bocca aperta, rimase a fissarli mentre si allontanavano seguiti dalle
ancelle della ragazza.
Viola ancora stretta al fianco di Ragnor, gli sorrise sconvolta.
- Sei un demonio. – lo rimproverò. – Lo hai completamente mortificato. –
Ragnor le rivolse un sorriso così bello da farle sciogliere le ginocchia. – Sono tremendamente
geloso di voi angelo mio, se Lord Trevelain non fosse un ragazzetto sbarbato l’avrei sfidato a duello
per aver osato sfiorarvi. -

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FINALMENTE SOLI
Viola quella sera si divertì e fu serena come non le capitava da tempo, vedere e sentire Ragnor
lì accanto a lei dissipava tutte le nubi scure che si erano affollate nei suoi pensieri durante la sua
lontananza e neppure il ricordo di quanto era accaduto quel mattino poteva turbare la sua felicità o
impensierirla.
Come signora del castello, sedette alla sinistra di Ragnor per tutta la durata del banchetto, tra
il suo cavaliere e il Vescovo di Norimberga. Con suo dispiacere però scoprì che molti oltre a lei
erano desiderosi di ricevere l’attenzione del signore di Villacorta, ed infatti durante la cena non
riuscì a scambiare più che due parole con Ragnor perché qualche cavaliere si accostava sempre al
suo orecchio e Ragnor gli prestava ascolto, seppure durante la conversazione le sfiorasse con
noncuranza la mano o la gamba, o continuasse a tenerle un braccio attorno alle spalle.
A Viola bastavano quei semplici tocchi per sentirlo vicino come se lì ci fossero in realtà solo
loro due, ma quando gli occhi grigi del cavaliere si incrociavano con i suoi vi leggeva puro
desiderio, una voglia irrefrenabile di parlarle, di ascoltarla, di stare solo con lei liberandosi di tutta
quella gente che li separava seppure in realtà fossero così vicini.
Ad un certo punto Ragnor si scusò con lei e si alzò seguendo il cavaliere che si era appena
accostato tra lui e Sir Marzio fino all’altra estremità del banchetto, andando a discorrere con altri
cavalieri. Viola non poté impedirsi di accompagnarlo con lo sguardo mentre si allontanava. Ragnor
spiccava tra gli altri uomini come un abete tra gli arbusti, non era la solo la sua bellezza a renderlo
tale, ma tutta la sua persona: l’aurea fiera e autoritaria che gli balenava attorno riflettendo
ammirazione e rispetto in chiunque gli stesse accanto, il suo portamento orgoglioso, il suo fisico
forte e statuario, i suoi occhi sempre attenti che potevano far raggelare il sangue nelle vene al più
coraggioso degli uomini, ma che sapevano anche riflettere la sua lealtà, il suo coraggio e
l’indiscutibilità del suo onore.
Viola avrebbe potuto rimanere per ore ad elencare le sue qualità ed ad ogni suo tratto che
avrebbe aggiunto all’elenco avrebbe rafforzato la necessità di trovare la risposta ad una domanda:
Come era possibile che lei, una semplice ragazza come tante altre, si potesse meritare l’amore di un
uomo come Ragnor?
Lui era così dannatamente bello, fiero, orgoglioso, coraggioso che neppure nei suoi più
ambiziosi desideri avrebbe sognato di conoscere un uomo così, di farlo innamorare poi era del tutto
impensabile.
Eppure Ragnor l’amava almeno quanto lo amava lei e a quel pensiero Viola si sentiva la
ragazza più fortunata del mondo. In quel preciso istante, guardandolo da lontano, Viola oltre che
fortunata si sentì anche un po’ pervertita… Difatti ammirandolo nella sua interezza i suoi occhi
vagarono liberi sul suo corpo, sulle sue spalle ampie coperte appena dal mantello nero orlato di
pelliccia di volpe bianca, sulle sue braccia muscolose serrate davanti al petto costretto in una sorta
di gilé, che lasciava intravedere tra i lacci il sui pettorali scolpiti.. Per non parlare poi dei pantaloni
di pelle nera infilati negli stivali che fasciavano le sue gambe muscolose come in una seconda pelle
lasciando davvero poco all’immaginazione. Viola arrossendo al pensiero, non poté impedirsi di
rammentare quel corpo nel suo nudo splendore.
In quel preciso istante Ragnor alzò lo sguardo verso di lei e il suo sorriso malizioso lasciò a
Viola ben pochi dubbi sul fatto che lui si fosse accorto di dove fossero diretti i suoi pensieri. La
ragazza divenne paonazza e distolse lo sguardo buttando giù un sorso di vino nel tentativo di
calmarsi.
Ripose il bicchiere e alzando lo sguardo si accorse che il suo divorare con gli occhi il bel
cavaliere aveva avuto un altro spettatore: Lord Thomas, seduto nel braccio del banchetto alla sua

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destra, la stava fissando rosso in viso, non avrebbe saputo dire se dì collera o di imbarazzo, non gli
lesse comunque nel pensiero, distogliendo lo sguardo mentre arrossiva per la seconda volta.

Viola venne ricondotta in camera sua dalle sue ancelle e chiesto di essere lasciata sola, decise
di prepararsi, o meglio farsi bella, sperando che Ragnor le facesse visita prima di mettersi a letto.
Per la verità non dubitava affatto che il cavaliere sarebbe venuto da lei appena avesse potuto,
ciò che considerò con un certo rossore era dove avrebbe dormito Ragnor.
Viola si mise davanti allo specchiera dove era posto lo specchio dorato e fece e rifece
incantesimi, finché non si ritrovò addosso qualcosa che le piacesse ma non fosse né troppo né
troppo poco sensuale. Si risolse per una sorta di camicia da notte lilla chiaro fatta di seta leggera,
trattenuta da due spallini e con un ampia scollatura a “v”, accompagnata da una vestaglia che si
chiudeva con un unico bottone sotto il colletto stretto, per poi scendere ai lati del suo busto in
morbide pieghe che arrivavano fino a terra. La vestaglia comparve accompagnata da un fermaglio a
forma di rosa del medesimo colore posto sulla sua tempia destra.
Così agghindata Viola si mise davanti al caminetto attendendo con ansia l’arrivo di Ragnor,
udì dei passi in corridoio, segno che Ragnor stava facendo ritorno alle sue stanze seguito dai suoi
camerieri personali. Dalla porta che separava le loro stanze sentì che Ragnor stava mandando via i
suoi valletti e Viola si aspettò di vederlo aprire la porta da un momento all’altro. Prese a fare su e
giù per la stanza impaziente, ma Ragnor non compariva. La pazienza di Viola non durò a lungo e
così decise di andare lei di là. Raggiunse la porta e aveva quasi messo la mano sulla maniglia,
quando questa si allontanò dalle sue dita e davanti a lei comparve Ragnor.
- Stavo venendo da te. – gli disse Viola mentre un timido rossore le coloriva le guance.
- E io da voi. – ammise a sua volta Ragnor sorridendole, mentre i suoi occhi però scorrevano
sul suo corpo fasciato dalla sottile camicia da notte.
Viola presa in contropiede chiese: - Vengo io di lì o tu di qua? –
Ragnor le sorrise e Viola si ritrovò subito stretta contro il suo petto dalle sue braccia che le
passarono attorno alla vita.
- Potremmo sostare anche nel mezzo per un pò. – le propose lui maliziosamente chinandosi a
baciarla.
Viola non attendeva altro, si lasciò andare tra le sue braccia aggrappandosi al suo collo.
Quando Ragnor la sciolse dall’abbraccio nessuno dei due ne aveva avuto abbastanza.
- Vi ho già detto amor mio che siete incantevole? – Le sussurrò accarezzandole il collo su fino
alla guancia.
- Almeno un centinaio di volte, – rise Viola. – ma anche tu non sei male, anzi. -
Ragnor rise cogliendo un complimento nel suo strano modo di esprimersi.
- Sono contento di avere il vostro apprezzamento mia signora, - scherzò Ragnor, - ma potreste
essere più generosa nei vostri complimenti, ho visto prima come mi spogliavate con gli occhi. -
Viola divenne paonazza. – Io.. – balbettò. – Io.. –
Il cavaliere sorrise divertito dal suo imbarazzo e le sfiorò le labbra con un bacio.
- Mi avete acceso il sangue nelle vene amor mio, non dovete discolparvi - la rassicurò lui, -
ma dovreste limitare certi sguardi alla camera da letto o il Vescovo potrebbe costringerci tutti e due
a salire su un altare accusandoci di fornicazione. -
Viola capì che lui stava scherzando, più o meno, e gli sorrise alzando gli occhi al cielo.
- Prima sul rogo, adesso su un altare.. – sbuffò Viola. – Sono destinata ad essere perseguitata
da quell’uomo. -
La ragazza venne fulminatala da un idea e sciogliendosi da Ragnor lo invitò ad entrare in
camera sua.
- Vieni ti faccio vedere lo specchio. -

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Lui la seguì lasciando aperta la porta e Viola si avvicinò alla specchiera sciogliendo
l’incantesimo occultante di modo che anche lui potesse vedere lo Specchio Dorato.
Ragnor si avvicinò per osservarlo meglio ma non osò sfiorarlo per timore di essere trasportato
chissà dove.
- Avete scoperto niente? – le chiese Ragnor dopo un istante di contemplazione.
- No, - gli rispose Viola, - niente di niente, averlo o non averlo non è valso poi a molto. -
Ragnor si sentì un verme per ciò che provò, ma non poté negare a sé stesso di essere sollevato
dal fatto che Viola non avesse ancora scoperto come tornare nella sua epoca.
Viola si accorse che lui si era incupito e sfiorandogli il braccio gli chiese.
- Cosa c’è Ragnor? Perché ti sei intristito? -
- Mi odiereste se ve lo dicessi. – le sussurrò lui senza poterla guardare negli occhi.
- Io non ti potrei mai odiare Ragnor, ti amo come mai avrei potuto immaginare di amare
qualcuno. – Viola non si vergognò di quanto aveva appena detto, era la pura ed innegabile verità.
Rimase a guardarlo dolcemente con uno sguardo in cui Ragnor lesse ancora più amore che nelle sue
parole.
Lui le accarezzò il viso sorridendo nonostante i suoi occhi fossero cupi e traendo un profondo
respiro le rivelò i suoi pensieri.
- Io capisco come possiate sentirvi Viola, siete lontana dalla vostra epoca, imprigionata qui
senza sapere come fare ritorno, ma alla notizia che non sapete come andarvene sono così egoista da
essere quasi felice. Se non sapessi che così perderei il vostro amore, farei in mille frantumi questo
specchio pur di tenervi per sempre qui con me. -
Viola non si arrabbiò con lui, né tanto meno lo odiò, anzi si sentì quasi all’orlo delle lacrime
per la bellezza di quello che lui le aveva appena detto.
Il sorriso che si dipinse sul suo viso riempì di sorpresa Ragnor.
- Non vi siete arrabbiata? -
- Come potrei? – chiese lei. – Io stessa ho paura di scoprire come usare lo specchio. Vorrei
che quel giorno non arrivasse mai e stare qui con te per sempre, ma allo stesso tempo so che devo
scoprire come usarlo per far sapere ai miei genitori che sono ancora viva, loro potrebbero credermi
già morta.. . -
Ragnor le asciugò la lacrima che le aveva rigato la guancia.
- Non piangete amore, - le mormorò lui, - c’è sempre una soluzione a tutto. -
Viola annuì, ma le sue lacrime non smisero di cadere e Ragnor la abbracciò facendole
nascondere il viso contro il suo petto, mentre le sussurrava parole di conforto.
La giovane strega si calmò presto e Ragnor le sfiorò le labbra con un bacio.
- Se non foste così provata da questa giornata Viola, vi consolerei in molti altri modi, farei
l’amore con voi tutta la notte fino a farvi dimenticare ogni cosa. -
Viola si irrigidì avendo udito qualcosa che non le andava proprio a genio, per prima cosa ri-
analizzò il lussurioso significato della frase e poi sbottò:
- Provata?! Io non sono affatto provata! -
Ragnor le sorrise come se quello fosse ciò che desiderava sentirsi dire.
- Speravo che mi rispondeste così, non mi sarei mai permesso di cercare di sedurvi sapendovi
ancora scossa dai fatti di stamane. -
Viola spalancò le braccia ridendo: - Ti concedo sedurmi in qualsiasi modo tu voglia, non sono
né stanca, né provata, né turbata, solo molto bisognosa di coccole. –
- Tutti? – le chiese Ragnor facendo scintillare un bianco sorriso malizioso.
La ragazza avvampò. - Beh proprio tutti no.. , potresti mostrarmene alcuni però…. –
Lui non se lo fece dire due volte, l’attirò tra le sue braccia e rigirandola le scostò i capelli su
una spalla baciandole il collo e la nuca esposti al tocco delle sue labbra.

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Viola mormorò qualcosa in estasi e le mani di Ragnor scesero ad accarezzarle i fianchi,
salendo poi sempre più su fino a chiudersi a coppa sui suoi seni.
- Ho sognato questo momento ogni notte, ogni giorno, ogni singolo munito dall’ultima volta
che vi ho avuta.. – le mormorò Ragnor in un orecchio.
Viola divenne paonazza e ringraziò che lui non potesse vedere il suo viso in fiamme. Lui la
sollevò tra le sue braccia e la condusse verso il letto lasciandola cadere sul materasso. Viola si mise
a sedere osservandolo mentre si slacciava il mantello che scivolò a terra presto seguito dal gilè.
Quando Ragnor attaccò i lacci dei pantaloni Viola lo stava letteralmente divorando con gli occhi. Le
mani le pizzicavano quasi dalla voglia di toccarlo e accarezzare quella pelle dorata dovunque la
portasse la fantasia e vincendo l’imbarazzo raggiunse la sponda del letto inginocchiandosi a
sfiorargli l’ampio petto muscoloso. Ragnor sui chinò in avanti a baciarla e la sua lingua le affondò
nella bocca togliendole il fiato. Quando Viola riaprì gli occhi lui era già completamente nudo
eccezion fatta per la fascia lombare. Ragnor la spinse con delicatezza all’indietro fino a farla
stendere tra le morbide coltri del letto e si stese su di lei, divorandole con tanta maestria la pelle e la
bocca di baci che Viola non si accorse quasi di venire spogliata se non fin quando non si ritrovò
completamente nuda.

- Mamma, mamma! – esordì Linda correndo in cucina. – Viola ha sposato un principe! -


Mario e Nadia che stavano sorseggiando del caffé si guardarono perplessi, ma all’annuncio
della figlia si alzarono di scatto e corsero davanti allo Specchio Dorato che si trovava in salotto.
Giunti davanti allo specchio trovarono Viola stretta tra le braccia del cavaliere dai capelli
corvini, sembrava che la ragazza stesse piangendo e che l’uomo cercasse di consolarla.
I due si baciarono di sfuggita e Linda esordì:
- Visto? Il principe ha baciato Viola di nuovo! -
Mario rimase a fissare con gli occhi fuori dalle orbite sua figlia tra le braccia di quel
energumeno di cavaliere. Il cavaliere disse qualcosa Viola e la ragazza dimenticò all’istante le sue
lacrime, Mario non poté intuire lo scambio di battute, ma non gli piacquero affatto i sorrisi sensuali
che cominciarono a scambiarsi i due. Poi all’improvviso il cavaliere diede le spalle allo specchio e
non si poteva capire se Viola fosse tra le sue braccia o davanti a lui.
Dopo qualche istante si vide chiaramente che l’uomo prendeva in braccio Viola e la portava di
peso sul letto lasciandola lì sopra ad aspettarlo mentre si spogliava.
Nadia e Mario divennero paonazzi mentre Linda scrutava incuriosita la scena, fu Mario che si
alzò di scatto proprio mentre il cavaliere rimaneva a torso nudo e fulmineo coprì lo specchio con il
plaid del divano, impedendo che la sua figlia minore vedesse cose non adatte ai suoi occhi innocenti
perpetuate da quella che credeva fosse la sua casta figlia maggiore.
Sua moglie lo fissò scandalizzata. – Il suo cavaliere è? – gli chiese sarcastica.
- Sorellina Viola ha sposata un principe… - cantava nel frattempo Linda saltellando attorno al
tavolino.
Mario ancora scioccato e paonazzo brontolò balbettando:
– Che diavolo.. insomma… Viola… la mia bambina? .. quel.. quel.. gli venga un accidenti…-
- Per lo meno Viola ha buon gusto. – commentò Nadia ridacchiando.
Mario la fulminò con lo sguardo. – Quello deve essere senz’altro un donnaiolo incallito!!!!
Povera la mia bambina, tra le grinfie di quel.. quel.. violentatore! –
- Viola sembrava più che consenziente. – gli fece notare Nadia.
- Cosa ne vuoi sapere tu?! – strillò. – Non conosci quell’epoca! Gli uomini laggiù sono degli
animali!-

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- A me quell’uomo è sembrato molto legato a Viola, - lo contraddisse sua moglie, - hai visto
anche tu come era in pena per lei e poi è così dolce, non ha lasciato il suo capezzale finché non ha
potuto curarsi, l’ha anche rassicurata mentre piangeva… a me sembrano innamorati. -
- Baggianate! – strillò Mario sconvolto. – Povera, povera, Viola è così ingenua! -

Ragnor le aveva promesso un’intera notte d’amore e sembrava più che deciso a mantenere la
parola data. Quell’uomo era infaticabile Sant’iddio!
Nella stanza aleggiava un intenso profumo di cioccolato, biscotti, miele e cannella e Viola
non si meravigliava affatto che lei avesse incominciato ad emanare quel profumo così intensamente:
ormai aveva perso il conto di quante volte avevano già fatto l’amore..
Ragnor sembrava aver energie a non finire e Viola non aveva la minima intenzione di mettere
fine a quella maratona di piacere rivelandogli che il suo profumo afrodisiaco era frutto di un
incantesimo, o per lo meno non lo avrebbe fatto finché ne avesse avuto le energie.
Circa due ore dopo, due ore di paradiso, Viola non aveva più la forza di muovere un dito, si
lasciò scivolare sull’ampio petto di Ragnor ancora ansante e lasciò che lui la coccolasse intanto che
i fumi del piacere svanivano.
- Sei incredibile.. – mormorò Viola meravigliata, non che se ne intendesse molto in campo,
ma fare l’amore otto volte o più in una notte aveva del record, profumo afrodisiaco o no.
- Siete voi amore mio a rendermi così lussurioso, - le mormorò lui mordicchiandole un
orecchio. – continuerei all’infinito. -
- E’ per caso il mio profumo ad ispirarti tanto? – chiese Viola, ascoltando il battito del suo
cuore ancora accelerato.
- Anche.. – mormorò Ragnor beandosi della sua vista.
- E’ un profumo afrodisiaco, - gli spiegò Viola mettendosi a sedere su di lui, tanto sconvolta
ed esausta da temere che Ragnor potesse volere di nuovo fare l’amore. – è frutto di un incantesimo.-
- Davvero? – le chiese Ragnor alzandosi a baciarle i seni. – Mi piace. -
Viola pensò che l’incantesimo si fosse spezzato, avvertì qualcosa vibrare nell’aria a
sottolineare il fatto, ma non vi badò poi molto perché Ragnor aveva ripreso a baciarle i seni
mettendole un nuovo fuoco addosso e quando lui le mise i mani sui fianchi spingendola un poco
all’indietro incontrò la sua nuova eccitazione e scoprì che il suo cavaliere non aveva affatto bisogno
di afrodisiaci di alcun tipo, anzi.

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L’ATTACCO A VILLACORTA
Nerius percorreva i corridoi del castello di Ulfric tremante, non era riuscito a catturare la
giovane strega come Endora gli aveva ordinato e sapeva bene che la sua padrona non era propensa
ad essere indulgente con chi la deludeva. Se solo avesse avuto una speranza di scampare all’ira
della strega sarebbe fuggito, ma sapeva bene che la potente Strega Endora l’avrebbe riacciuffato
ovunque fosse scappato ed allora la sua punizione sarebbe stata ancora più tremenda della morte.
Raggiunse l’ampio portale nero che introduceva alla sala del trono e mise un piede oltre la
soglia spalancata. La sala era vuota eccezion fatte per le due figure infondo alla navata, l’una seduta
su uno dei due troni e l’altra in piedi accanto all’enorme focolare che mandava bagliori vermigli sul
pavimento di marmo bianco.
Nerius si avvicinò tremando ancor di più quando gli occhi della strega seduta sul trono si
appuntarono su di lui.
- Dov’è mia nipote Nerius? – gli chiese la donna dall’immortale bellezza con una voce troppo
calma per non tradire la sua collera.
Sir Ulfric si voltò gettando sul fuoco le ultime gocce di vino che riempivano la sua coppa ed
incrociò le braccia sul petto osservando con i suoi occhi di ghiaccio la scena, quasi divertito
dall’idea di stare per avere l’ennesima dimostrazione della malvagità della sua strega.
- E’ sfuggita mia signora. – rispose Nerius cominciando a sudare freddo. – Sir Ragnor è
intervenuto a salvarla. -
La strega rimase immobile, nessuna espressione aleggiava sul suo volto candido e privo di
imperfezioni come quello di una bambola di porcellana.
I due demoni familiari della strega, due grosse lucertole verdi dagli occhi iniettati di sangue
importate da terre esotiche e lontane, strisciarono tra i piedi della strega emettendo sibili gutturali
quasi chiedessero alla loro padrona il permesso di cibarsi delle putride carni dello stregone.
- Sir Ragnor? – chiese la strega i cui occhi viola mandavano bagliori collera. – Il solo
intervento di un misero cavaliere è riuscito a farti fallire Nerius? -
Nerius abbassò lo sguardo a terra incapace di reggere la collera che brillava negli occhi della
donna.
- Si, mia signora. -
Lo stregone sussultò quando nella visuale dei suoi occhi puntati al suolo comparvero
all’improvviso la punta delle scarpette della strega.
- Si cosa Nerius? – sibilò la strega lì davanti a lui.
- Si, ho fallito mia signora. – ripeté Nerius senza osare alzare lo sguardo.
- Hai fallito.- ripeté la donna accusandolo. – E lo sai cosa succede ha chi non porta a termine i
miei ordini. -
Le dita della strega si alzarono a sfiorare l’orlo del mantello nero dello stregone e Nerius si
irrigidì riuscendo ad appena a non indietreggiare rabbrividendo.
- Si, mia signora. – rispose con riverenza.
- Ma tu non puoi morire Nerius, - gli ricordò Endora, - sei già morto. -
- Si, mia signora. -
Il dito della donna acuminato da una lunga unghia smaltata di nero si fermò all’altezza del
cuore dello stregone.
- Ti strapperei il cuore un’altra volta se ne avessi ancora uno. – sibilò Endora e il suo alito
caldo sfiorò la pelle gelida di Nerius.
- Potrei prendermi i tuoi occhi o forse ti potrei strappare la lingua, ma questa volta Nerius non
hai solo delusa, hai fallito e non mi hai portato mia nipote. -

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- Posso ritentarci mia signora. – fu lesto a proporle Nerius. – Ci sono molti modi.. -
- Taci! – urlò la strega e Nerius si ammutolì. – Non mi sei più utile di uno sciocco apprendista
Nerius, sei buono solo per sfamare i corvi o Hugin e Munin… -
Nerius tremò ancora e sentendo che la strega si allontanava appunto gli occhi sulle due
lucertole che strisciano verso di lui.
Sir Ulfric rise divertito e la sua risata malefica echeggiò nell’ampia sala.
- No, mia signora. Vi prego! – la implorò Nerius. – Non mi fate sbranare! Di che utilizzo vi
sarei monco e sfigurato? -
- Di che utilizzo mi sei stato fino adesso Nerius? – gli domandò la strega con gelido sarcasmo.
– Vedi forse mia nipote qui attorno? -
Nerius indietreggiò mentre i due grossi rettili strisciavano verso di lui.
- Sbranatelo! – ordinò Endora.
Le due lucertole si tramutarono sotto lo sguardo terrorizzato dello stregone, i due varani
levarono un gridò affamato mentre le loro membra si allungavano e si irrobustivano. Le loro zampe
si riempirono di artigli così come le loro fauci si popolarono di zanne. Nerius si voltò e cercò di
scappare ma i due agili rettili lo afferrarono. Il primo lo morse ad una gamba strappandogli la carne
fino a lasciare il nudo osso esposta alla vista tra le sue vesti lacerate, poi lo gettò al suo compagno
che gli sventrò l’addome inghiottendo i suoi intestini mentre il non morto strillava di dolore,
implorando clemenza.

Dopo il ritorno di Ragnor se qualcuno avesse detto a Viola che in realtà si trovava in un
bellissimo sogno, sicuramente la giovane strega gli avrebbe creduto. Quei giorni a Villacorta furono
per Viola i giorni più belli della sua vita. Mai era stata tanto felice, spensierata, radiosa, in poche
parole innamorata. La sua routine non era cambiata poi molto, la mattina usciva a cavallo con
Gwendra e scortate da dei soldati andavano tra i boschi in cerca di erbe per le loro pozioni.
Seguivano lezioni di magia sia teoriche che pratiche che si protraevano fino all’ora di pranzo,
quando Viola si ricongiungeva a Ragnor che era stato impegnato tutto il mattino ed insieme
raggiungevano la sala del banchetto. Dopo pranzo Ragnor veniva presto richiamato ai suoi doveri e
Viola nondimeno doveva tornare a studiare magia sotto la supervisione di Gwendra, ma alla sera
dopo cena, nulla vietava loro di trascorre magnifiche ore insieme, a volte si limitavano a partecipare
ai giochi e i balli di corte per ritirarsi poi nelle loro stanze o capitava che tagliassero letteralmente la
corda subito dopo cena per rimanere soli. Ogni sera facevano l’amore e passavano ore ed ore a
chiacchierare l’uno tra le braccia dell’altro finché il sonno non aveva la meglio e si addormentavano
nello stesso letto.
Ragnor ricopriva Viola di attenzioni e anche durante il giorno quando entrambi erano
affaccendati, il cavaliere non si lasciava scappare un opportunità per andare a trovare la sua strega,
facendo irruzione nel laboratorio magico suscitando il risentimento di Gwendra che si ritrovava
costretta ad interrompere le sue lezioni.
Il Vescovo seppure avesse deciso di non potare avanti il suo progetto della Santa Inquisizione,
non sembrava avere la minima idea di levare le tende da Villacorta ed anzi aveva chiesto al Papa di
stanziare dei fondi affinché venisse costruita una cattedrale, con tanto di monastero che avrebbe
ospitato un intero ordine di monaci con il relativo seminario. Sir Thomas era stato incaricato di
supervisionare i lavori che andavano dall’acquisto dei materiali all’assunzione di architetti e
manovali, ma alla fin fine fu Ragnor che si occupò di tutto davanti all’incapacità del figlio del
vescovo di organizzare un cantiere di quelle dimensioni.
Per fare spazio al perimetro della cattedrale che sarebbe sorta a Villacorta per prima cosa si
dovette abbattere parte delle mura interne. A Ragnor l’idea non andò per nulla a genio, perché
quello squarcio nelle mura difensive sarebbe stato più che problematico in caso di attacco, ma

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facendo buon viso a cattiva sorte il cavaliere approfittò dei manovali che affluivano a Villacorta in
vista dei lavori di costruzione per fortificare le mura esterne, che abbracciavano l’intero villaggio e
il castello, facendo scavare un ampio fossato ed innalzando le mura a quasi il doppio.
I lavori presero avvio di buona lena, sia quelli per la fortificazione sia quelli per la costruzione
della cattedrale e del monastero, ma la cosa sembrava dovesse andare piuttosto per le lunghe.

Quel mattino Viola scese diretta al laboratorio magico, il cielo fuori era grigio e
preannunciava lo scoppio di una tempesta per cui lei e Gwendra non sarebbero uscite in cerca di
erbe. Viola si trovava a metà della scala che portava al piano inferiore quando un fulmine si
schiantò a poca distanza dal castello così forte ed impetuoso da far tremare finestre e i muri.
All’improvvisò un altro fulmine poderoso come il primo si schiantò ancora più vicino e
l’interno del castello venne illuminato da un bagliore argenteo.
Le ancelle al seguito di Viola si strinsero tra di loro emettendo strilli spaventati.
- Non preoccupatevi. – le rassicurò Viola. – E’ solo la tempesta. -
La ragazza riprese a scendere le scale ma si interruppe quando un altro fulmine si schiantò a
terra producendo un boato ancor più terrificante. Quello doveva essere caduto all’interno delle mura
del villaggio, forse addirittura nella piazza del castello.
Urla concitate si levarono dall’esterno e Viola corse ad una delle finestre accanto alla
scalinata per vedere cosa fosse successo, le ancelle si avvicinarono come lei alla vetrata e tutte si
raggelarono quando videro un manipolo di uomini armati in piedi laddove si era schiantato il
fulmine, proprio dinnanzi al ponte levatoio. Non erano soldati di Villacorta.
Un ruggito spaventoso si levò dalla tromba delle scale e Viola si voltò sussultando vedendo
l’enorme felino che scendeva le scale a grandi balzi.
“Viola sono io!” le disse la belva dalle lunghe zanne.
La giovane strega si scostò dalle ancelle che si erano riparate dietro di lei e sbottò:
- Seamus! Mi hai fatto prendere un colpo! Che sta succedendo? –
“Montatemi in groppa, vi devo portare da Gwendra, siamo sotto attacco!”
Viola non perse tempo e fece come Seamus le aveva chiesto, salendogli sulla schiena. Il felino
le lasciò appena il tempo di aggrapparsi al suo collo che parti al galoppo, se galoppo si poteva
chiamare la sfrenata corsa di una belva più grande di una tigre.
- Dove mi stai portando? – chiese Viola, vedendo che Seamus non era diretto all’esterno.
“Da Gwendra su in cima alla torre.”
La corsa precipitosa di Seamus finì giunti al punto più alto del castello, ovvero in cima ad una
delle torri, quella più alta di tutte che ospitava lo stendardo di Villacorta. Viola scese dalla groppa di
Seamus e raggiunse Gwendra sul parapetto all’esterno. I fulmini continuavano a cadere imperterriti
e giù nella piazza era scoppiato un vero combattimento che vedeva i soldati di Villacorta impegnati
a respingere il manipolo di uomini che sembrava esser stato portato lì dal fulmine di poco prima.
Viola si sporse a cercare Ragnor con lo sguardo, ma Gwendra richiamò la sua attenzione.
- Aiutatemi ragazza! Dobbiamo deviare i fulmini! -
Viola si volse verso la strega e vide che Gwendra teneva le mani tesi verso il cielo
pronunciando una lunga cantilena di incantesimi.
- Che sta succedendo? – chiese Viola.
- Ci stanno attaccando, questi non sono semplici fulmini, laddove si schiantano gli uomini di
Ulfric compaiono, dobbiamo farli cadere fuori dalle mura del Villaggio o ci ritroveremo l’intero
esercito di Offlaga tra le mura. -
Viola sgranò gli occhi allibita, ma aiutò al volo Gwendra, aiutandola a creare la barriera
magica che la strega stava cercando di erigere. In due ci riuscirono velocemente, i fulmini

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continuavano a cadere, ma incontrando la barriera venivano deviati lontano dal castello e dal
villaggio, come proiettili che rimbalzano contro un vetro infrangibile.
Viola rimase ad osservare la scena incredula e spaventata, un fragore spaventoso si levava
ogni qualvolta un fulmine cozzava contro la barriera o cadeva a terra, poco alla volta, fulmine per
fulmine, vide un vero esercito comparire fuori dalle mura laddove i fulmini si schiantavano tra
bagliori metallici. Gli uomini di Villacorta sembravano per il momento aver avuto alla meglio ed
avevano sconfitto i soldati nemici che erano comparsi all’interno delle mura. La barriera continuava
a reggere e i fulmini diventarono via via meno frequenti, ma l’esercito nemico si stava già
preparando all’attacco aggirando Villacorta per poter far breccia laddove le mura esterne non erano
ancora state fortificate.
- Possiamo fare qualcosa? – chiese Viola concitata, mentre osservava i soldati di Ragnor che
uscivano dalle mura del castello per andare a difendere il villaggio.
- Possiamo dargli filo da torcere, - rispose Gwendra, - questo si. Vi ricordate l’incantesimo del
ghiaccio? -
- Si, si lo ricordo. – ammise Viola senza smettere di cercare Ragnor con lo sguardo tra i
cavalieri che sfrecciavano per le vie del paese in testa ai soldati.
- Allora state pronta ad usarlo alla massima potenza. -

Ragnor si era messo a capo di uno dei drappelli di soldati e si era diretto al galoppo verso le
mura esterne, quello che stava accadendo era catastrofico. Non era preparato ad un attacco del
genere, non a Villacorta. Se Ulfric avesse voluto impadronirsi del suo feudo non avrebbe attaccato a
quel modo, avrebbe prima penetrato i confini più lontani del suo regno assicurandosi un terreno
sicuro dove stanziare le sue truppe invadendo poco alla volta il territorio. Quello invece aveva tutta
l’aria di essere un attacco suicida, un attacco mirato per rapire o sottrarre qualcosa da Villacorta, e
Ragnor temeva che l’obbiettivo di quell’attacco a sorpresa fossero Viola e il suo specchio.
Raggiunse le mura e non era ancora smontato da cavallo che ordinò agli arcieri di salire sulle
mura ai posti di vedetta tenendo lontano l’esercito nemico. All’improvviso l’aria divenne gelida,
uno scricchiolio fece tremare il terreno e Ragnor rimase a bocca aperta quando all’esterno delle
mura vide sorgere un alta barriera di ghiaccio, così alta e spessa da nascondere per intero le mura di
pietra. Quella doveva essere opera di Viola e di Gwendra, così come la barriera che aveva deviato i
fulmini magici. Ragnor non perse tempo, non sapeva quanto lo sbarramento di ghiaccio potesse
reggere o per quanto si potesse dimostrare efficace, per cui organizzò i soldati il più velocemente
possibile, se non altro quell’espediente gli aveva dato tempo prezioso. Mandò tutti gli arcieri sulle
mura dietro alla barriera di ghiaccio e organizzò i soldati a cavallo dividendoli in drappelli, alcuni
furono mandati a retrocedere gli arcieri in caso i nemici fossero riusciti a fare irruzione, altri
vennero posti alle porte delle mura pronti ed essere fatti uscire per il contrattacco.

Viola esultò vedendo la spessa barriera di ghiaccio che comparve dal suolo proteggendo
l’intero perimetro del villaggio.
- Ce l’abbiamo fatta! – esordì Viola battendo il cinque a Gwendra che rimase un po’ interdetta
da quello strano gesto.
- Aspettate a cantar vittoria, - la mise in guardia Gwendra, - qui c’è lo zampino di Endora, non
sarà quella semplice barriera a fermarla. -
La strega più anziana aveva appena finito di parlare che il suo pronostico trovò conferma. Un
boato proruppe nell’aria e dinnanzi alla barriera di ghiaccio scoppiò un primo incendio, subito si
susseguirono altri scoppi ed altri incendi che cominciarono a mandare in frantumi e sciogliere il
ghiaccio. Aveva tutta l’aria di essere un esplosione a catena.

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Viola non era proprio convinta che quello fosse un incantesimo, le sembrava più l’effetto di
bombe create con della polvere da sparo.
- Polvere scoppiettante! – ringhiò infatti Gwendra. – Questa non ci voleva! Ce dà sperare che
la finiscano prima che il ghiaccio si sia sciolto o ci butteranno giù le mura in un battibaleno. -
- Acqua! – esordì Viola. – Possiamo scatenare un tempesta così forte da spazzarli via tutti. -
- No, - la contraddisse Gwendra, - la manipolazione del Tempo e del Cielo sono un specialità
di Strega Endora, sprecheremmo solo energie tentando di creare una tempesta, ce la bloccherebbe
sul nascere. -
- Ma lei è qui? E’ tra l’esercito là fuori? – chiese Viola angosciata.
- Quando si è così potenti ragazza mia si possono fare incantesimi direttamente seduti sul
proprio trono, ci sono vari metodi per farlo.. -
- Allora che cosa facciamo? – chiese Viola in preda al terrore, Ragnor era là fuori, se i soldati
avessero fatto breccia tra le mura non osava immaginare cosa gli poteva accadere…
Gwendra cercò di calmarla appoggiandole entrambe le mani sulle spalle e guardandola dritta
negli occhi.
– Io sono solo una vecchia strega, Viola, vi posso insegnare tutto quello che so, ma non sono
potente come Endora né tanto meno come voi.. -
- Come me? – chiese Viola incredula.
- Si ragazza, tu hai la stoffa della vera strega, puoi creare incantesimi senza pronunciare
formule e io questo non sono mai stata in grado di farlo. Tu invece puoi fare tutto ciò che vuoi solo
con la tua forza di volontà, ti basta desiderarlo per vederlo avverarsi. Avete tramutato Sir Ragnor in
un uomo quando era imprigionato in falco senza neppure conoscere un solo incantesimo, ve lo
ricordate? Vi siete persino creata un demone familiare senza neppure compiere l’elaborato
incantesimo che necessita questa operazione. -
- Io non credevo.... – mormorò Viola scioccata dalle parole di Gwendra.
- E’ così Viola, fate vedere a quella perfida strega cosa siete in grado di fare, credeteci e ci
riuscirete.. -

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TUTTO NELLE MANI DI VIOLA
La barriera di ghiaccio che proteggeva le mura stava cedendo: ad ogni esplosione il ghiaccio
si frantumava e enormi schegge acuminate come lame venivano proiettate a velocità inaudita in
ogni direzione. Gli uomini di Villacorta si riparavano come meglio potevano con il loro scudi, ma
molti cavalli, privi di protezione, vennero feriti e trafitti dalle ripetute pioggie di schegge. I loro
nitriti di dolore si levavano nell’aria ad ogni esplosione e Ragnor fu lesto a far scappare Unno
all’interno del villaggio colpendolo su un fianco con il piatto della spada. Una nuova esplosione
venne a travolgere i soldati stretti tra loro nel tentativo di proteggersi, un frammento sfrecciò contro
la guancia di Ragnor aprendo un taglio profondo sul suo viso e il cavaliere si riparò meglio contro
lo scudo, mentre il sangue gli colava lungo la guancia.
Un soldato accanto a lui, uno dei più giovani che era rimasto in disparte, venne colpito alla
gamba e strillando di dolore lasciò cadere a terra lo scudo, prendendosi la gamba in cui si era
conficcata una scheggia di ghiaccio grande quanto un pugnale. Ragnor si gettò verso di lui
riparandolo con il proprio scudo prima che la successiva esplosione scaricasse su di loro un’altra
tempesta di frammenti di ghiaccio. Il ragazzo in preda al dolore si agitava così tanto che non rese
facile a Ragnor ripararlo e quando la nuova raffica di schegge si abbatté su di loro, il cavaliere non
trovò il riparo necessario anche a sé stesso e un’altra scheggia di ghiaccio lo ferì conficcandosi poco
sotto il costato, sul fianco, trapassandolo da parte a parte. Ragnor sentì un dolore bruciante e al
contempo gelido attanagliargli le membra, serrò i denti per non urlare, ma non avrebbe comunque
potuto farlo perché a quel tremendo dolore gli mancò il fiato. Il dolore divenne non se ne andò, ma
come capita quando si è feriti gravemente divenne sopportabile. Ragnor si toccò la ferita e si rese
conto che in quelle condizioni non era più in grado di brandire la spada. Sentì che il sangue scorrere
a fiotti dalla ferita bagnandogli le vesti, se lo scontro non fosse finito presto avrebbe rischiato di
morire dissanguato.
Riuscì a trascinare il ragazzo al riparo dietro alcune botti e lo fece appena in tempo per
ripararsi dall’ultima esplosione di schegge di ghiaccio. I nemici in quel momento si dovevano
essere allontanati dalle mura per non venire investiti dai frammenti di ghiaccio che si levavano ad
ogni esplosione, bisognava approfittare di quella momentanea ritirata per far uscire i soldati dalle
mura per il contrattacco.
Ragnor corse verso gli uomini che nascosti sotto i loro scudi attendevano dietro le porte il
momento di uscire all’attacco, Sir Marzio era in testa al manipolo.
- Mio signore siete ferito! – esclamò terrorizzato il cavaliere biondo vedendolo avvicinarsi
con le mani e il viso sporco di sangue.
- Non è nulla di grave, - mentì Ragnor per non turbarlo, - preparate gli uomini, dopo la
prossima esplosione usciremo per il contrattacco. -
Sir Marzio annuì, passando il comando ai portavoce. All’improvviso un uccello dal
piumaggio scuro planò tra gli uomini nascosti sotto gli scudi e dopo un’esplosione di penne
comparve strega Gwendra.
- Strega Gwendra! – sbottò Ragnor. - Che ci fate qui, è pericoloso. Dov’è Viola le è accaduto
qualcosa di male? -
La strega scosse il capo. – Non fate uscire i vostri uomini dalle mura, - lo avvertì concitata. -
Viola è sulla torre più alta del castello, sta per compiere un incantesimo che spazzerà via l’esercito
nemico, dobbiamo allontanarci tutti da qui o potremmo venire travolti anche noi. –
Ragnor fu lesto a cambiare gli ordini, Gwendra si mise davanti agli uomini e riparò la loro
ritirata dall’ultima raffica di lastre di ghiaccio. Dopo l’esplosione i frammenti schizzarono verso di

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loro, ma l’incantesimo della strega li tenne immobili nell’aria finché tutti non si furono riparati
dietro la prima fila di case del villaggio.

Viola sola sulla torre attese che Gwendra facesse allontanare gli uomini dalle mura, vide
cavalieri e soldati ripararsi tra le vie del villaggio e solo allora si concentrò per fare quanto doveva.
Ma ne era davvero in grado? Cercò di convincersi che quella non era una follia, lei poteva davvero
salvare la situazione eppure un forte senso di impotenza le impediva di crederci davvero.
Chiuse gli occhi e stese le braccia lungo i fianchi concentrandosi.
“Basta desiderarlo” si ripeté.
E lei lo desiderava con tutta sé stessa, doveva salvare Ragnor, la sua gente, la sua città.
Avrebbe spazzato via l’esercito nemico fuori dalle mura come macerie trascinate dalla
corrente, gli avrebbe riversato addosso la sua magia come un onda impetuosa, un torrente, un
alluvione…
“Il fiume!” pensò aprendo gli occhi all’improvviso..
“Posso deviarlo, li spazzerò via in una sola ondata.”
Appuntò lo sguardo sul fiume che scorreva alla sinistra della sua visuale, laggiù tra le due
vallate, facendo da scenario all’esercito nemico che si preparava all’attacco.
Dentro di sé ordino alle acque di obbedirle, si costrinse a credere di poterlo fare, ma nulla
accadde. Tentò e ritentò, ma non successe nulla.
La disperazione fu tanta che rischiò di farla desistere, Viola si portò le mani al viso in preda
all’angoscia. Poi all’improvviso udì una voce, dolce e surreale, una voce che non sembrava essere lì
ma che conosceva bene, una voce che un tempo l’aveva sempre rassicurata, che le cantava dolci
ninne prima della notte, una voce piena d’amore…
“Ce la puoi fare tesoro, - le sussurrò il vento, - devi crederci, credici con tutta tè stessa e ci
riuscirai.”
- Mamma.. – sussurrò Viola senza poterla vedere.
“Provaci ancora Viola.”

Ragnor si sentiva sempre più debole, il sangue continuava a sgorgare dalla ferita al fianco, ma
fortunatamente le sue vesti nere impedivano agli altri di accorgersi di quanto sangue avesse già
perso.
- Non me la date a bere mio signore, - gli disse tutto ad un tratto Gwendra in piedi accanto a
lui,
- siete ferito, posso sentire il vostro dolore aleggiarvi attorno. Dovete venire con me al castello
a farvi curare.-
Ragnor non ebbe tempo di rifiutare la proposta all’arguta strega perché Sir marzio, seguito da
un manipolo di cavalieri in attesa di ordini si avvicinò a loro.
- Dobbiamo intervenire mio signore, - esordì Sir Marzio indicandogli le mura oltre le case
dietro le quali si erano riparati, - se non lo facciamo sfonderanno le porte entro pochi istanti. -
- Aspettiamo ancora Sir Marzio, - ribadì Ragnor, volgendo lo sguardo alla torre più alta del
castello, - dobbiamo avere fiducia il Viola. -
- Ma mio signore le porte stanno per… -
Il cavaliere biondo non finì per parlare che la terra sotto i loro piedi tremò, Gwendra lì in piedi
davanti a Ragnor che diventava ogni istante sempre più pallido e fiacco, puntò un dito verso
l’orizzonte.
- Guardate là! -
Ragnor si voltò con somma fatica, dovendo appoggiare al muro alle sue spalle per non
soccombere alla debolezza che lo stava assalendo. Insieme a lui centinaia di teste si voltarono verso

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l’enorme onda che si avvicinava a velocità inaudita alla città. Urla di terrore si levarono fuori dalle
mura, i nemici cercarono al fuga, ma l’onda schiantò su di loro terribile e sommerse le loro urla con
uno scroscio immenso. L’acqua scavalcò le mura riversandosi anche all’interno del villaggio, ma la
sua furia rimase fuori spazzando via l’esercito nemico, ritrascinandolo con sé nel letto del fiume che
scorreva violento ed impetuoso. I soldati di Villacorta in piedi fino alle ginocchia nell’acqua
proruppero in un boato di urla gioiose, attesero qualche istante intanto che l’acqua fuori dalle mura
si placava e poi in molti corsero ad aprire le porte della città, trovandosi dinnanzi a loro solo campi
e terreni sgomberi spazzati dall’acqua.
Ragnor cercò di raggiungere la via principale del villaggio per poter vedere con i suoi occhi i
terreni fuori dalle porte di Villacorta spazzati via dai nemici, ma era a metà strada quando la testa
cominciò a girargli e la vista gli si appannò, cadde in ginocchio afflosciandosi a terra privo di sensi.

Viola dalla cima delle torre rimase a contemplare il risultato del suo lavoro, assicurandosi che
l’esercito nemico non avesse più modo di tornare indietro. Quando i potenti flutti del fiume ebbero
portato lontano anche l’ultimo puntino nero che si agitava tra le sue acque, non perse più tempo e
corse giù dalle scale della torre come una saetta desiderosa di vedere Ragnor per assicurarsi che
stesse bene. Era giunta a malapena nell’atrio quando vide dei soldati che entravano portando una
barella preceduti da Gwendra, che gli faceva strada verso il laboratorio magico. Viola si
immobilizzò sui suoi passi scorgendo l’uomo che giaceva pallido ed esangue sulla portantina.
Un urlo terrorizzato le salì in gola, ma morì tra le sue labbra serrate per l’orrore.
- Ragnor! – guaì slanciandosi giù dalle scale verso la portantina.
Viola non osava credere ai suoi occhi, il più terribile dei suoi incubi si era avverato. Ragnor
Era stato ferito a morte.
- Sir Ragnor è stato ferito e deve essere curato al più presto. – le disse Gwendra cercando di
tenerla lontano.
Il viso di Ragnor era pallido e il suo respiro era appena percettibile, pochi istanti e avrebbe
perso troppo sangue per poter sperare di salvarlo.
- Non c’è tempo di portarlo fino al laboratorio! – strillò Viola strappandosi dalla stretta di
Gwendra.
- Deponete a terra la barella! – urlò ai soldati. – Subito, svelti! -
Gli uomini le ubbidirono ed adagiarono il corpo di Ragnor lì nell’atrio, Sir Marzio ansante e
trafelato entrò di corsa dalla porta principale del castello appuntando lo sguardo sul Ragnor
agonizzante. Se avesse saputo prima che la ferita del suo signore era così grave l’avrebbe portato
subito lì, si sentiva uno sciocco.
Viola si inginocchiò accanto a Ragnor poggiandogli le mani sulla ferita, aveva appena
imparato che bastava che desiderasse qualcosa per poterla realizzare ed ora non aveva il minimo
dubbio di poter fare quanto voleva. Mai e poi mai, aveva desiderato qualcosa con la stessa straziante
determinazione, avrebbe scambiato la sua vita con quella di Ragnor pur di vedere i suoi occhi
riaprirsi e il colore ritornare al suo viso ora cinereo come quello di un cadavere.
Dalle sue mani si irradiò una potente luce dorata, una cortina luminosa che avviluppò il corpo
di Ragnor. Il sangue smise di scorrere, il suo respiro si fece più forte, ma quel contatto non era
ancora abbastanza. La magia fluiva solo dalle sue mani e non avrebbe agito abbastanza velocemente
a quel modo. Viola non ebbe tempo di pensare, dentro di lei sapeva che ciò che aveva in mente
avrebbe funzionato e così si chinò ancora di più su di lui sfiorandogli le labbra fredde ed esangui in
un bacio. La luce dorata che prima avevano emanato le sue mani divenne ancor più lucente e
sfolgorante, avvolgendoli entrambi. I presenti li attorno furono costretti a schermarsi gli occhi pur di
non rimanere abbagliati e quando tutto fu finito poterono vedere il Signor di Villacorta che

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ripresosi, si era messo a sedere e baciava la sua strega che si stringeva a lui con il viso rigato dalle
lacrime.

Ragnor ormai era fuori pericolo, ma Viola che si aggirava attorno al letto del cavaliere con in
mano il vassoio del pranzo, non era affatto tranquilla. Neppure quando era stata la sua stessa vita ad
essere in pericolo si era sentita tanto sconvolta e disperata. Al ricordo di Ragnor privo di sensi ad un
passo dalla morte le tremavano ancora le mani.
- Non è necessario amor mio che mi portiate da mangiare a letto, - cerco di dissuaderla
Ragnor, con la schiena poggiata ai cuscini che Viola gli aveva sprimacciato con cura, - sono
perfettamente in grado di alzarmi. -
- Non se ne parla. – brontolò Viola. – Meno di tre ore fa eri quasi morto, ti proibisco di
mettere un piede fuori dal tuo letto almeno per tre giorni. -
- Ma Viola, siete stata voi stessa a curarmi. – le fece notare il cavaliere, passandosi una mano
sulla clavicola nuda dove prima c’era stata la ferita. – La ferita è sparita. -
- Ma hai perso molto sangue, - lo rimbeccò Viola, - e ti devi rimettere. -
- Se non mi fossi già rimesso, non sarei più qui. – sbuffò Ragnor, mentre lei si sedeva sulla
sponda del letto deponendogli in grembo il vassoio. La ragazza pur di assicurarsi che mangiasse,
prese una cucchiaiata della zuppa e gliela porto alle labbra.
- Su, dai. - lo incoraggiò.
Ragnor le sorrise tra il divertito e l’esasperato e fu con un certo imbarazzo che lasciò che
Viola lo imboccasse. Quando lei prese un’altra cucchiaiata, la fermò.
- Penso di essere in grado di utilizzare un cucchiaio, angelo mio, - le fece notare, - siete molto
premurosa ma mi sento un poppante a farmi imboccare da voi. -
Viola gli sorrise ma le sue parole non dissiparono che per un momento l’agitazione che la
stava logorando. Acconsentendo alla sua richiesta gli passò il cucchiaio e si accovacciò lì accanto a
lui facendogli compagnia mentre mangiava.
- Perché non ti siete fatto curare da Gwendra quando è venuta da te? – gli chiese Viola dopo
qualche istante di silenzio. – Mi ha detto che eri già ferito quando è venuta ad avvertirti di non fare
uscire i soldati dalle mura.-
Ragnor serrò la mascella impensierito, ma poi si alzò nelle spalle.
– Un comandante non abbandona mai il campo di battaglia per primo. -
Si voltò verso Viola nel tentativo di capire come avesse reagito alle sue parole e si ritrovò a
dover tacere un gemito di dolore quando lei gli dette un colpo, non troppo delicato, sulla testa.
- Che razza… - imprecò Viola senza trovare le parole adatte. – Hai rischiato di lasciarmi
vedova ancora prima che sia tua moglie, solo perché tra voi cavalieri grandi e grossi si usa così?!?! -
- E adesso perché vi siete arrabbiata tanto? – chiese Ragnor massaggiandosi la testa dove lei
lo aveva colpito.
- Come perché?! – tuonò Viola furente, - Eri disposto a lasciarti morire per una sciocchezza!
E a me non ci hai pensato? Cosa avrei fatto se tu ti fossi lasciato morire dissanguato? -
Ragnor annuì pensieroso, poi si voltò verso di lei e le chiese: – E se i soldati di Ulfric fossero
riusciti ad entrare a Villacorta e io non fossi stato là? Con che onore mi sarei potuto definire il
signore di questo feudo se non fossi stato pronto a proteggerlo anche nel momento del pericolo? –
Viola non poté dargli torto, ma siccome era ancora molto risentita con lui che aveva rischiato
la vita pur di non lasciare i suoi uomini, decise di cambiare argomento, ma Ragnor la precedette.
Il cavaliere finì di masticare il boccone di pane che aveva appena preso e si volse verso di lei
fissandola negli occhi con un aria terribilmente seria.
- La vita di un cavaliere è pericolosa Viola e lo è ancor di più tante più responsabilità si
hanno. Quando penso alla mia vita futura non mi immagino mai vecchio, dentro di me ho sempre

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saputo che quando morirò sarà su un campo da battaglia con la spada in mano. E’ la vita che ho
scelto, è la vita di ogni cavaliere valoroso, una vita di onore con una morte altrettanto onorevole… -
Ragnor si soffermò per un istante prendendole una mano per deporvi un bacio.
- Ma da quando vi ho conosciuta amor mio, ogni volta che combatto ho paura, non ho paura
per me stesso ma per voi, cosa vi accadrebbe se io non fossi più al vostro fianco per difendervi?
Siete una strega potente, questo è fuori discussione, ma siete anche una donna in un mondo che a
differenza del vostro non lascia garanzie alle donne che non hanno un uomo. Se voi mi sposaste
Viola, per lo meno sarei sicuro che alla mia morte di non vi mancherebbe nulla, sareste la signora di
Villacorta, avreste un casa solida e sicura, i miei cavalieri sarebbero al vostro servizio e nessuno
degli altri signori feudali oserebbe farvi del male per rispetto alla vostra posizione, neppure un
ecclesiastico intraprendente come il Vescovo di Norimberga potrebbe toccarvi, anche se amor mio,
siete riuscita a farvi amico anche lui.-
- Ragnor… - mormorò Viola intristita dal suo discorso.
- Ditemi solo che mi sposerete Viola, così in caso io vi lasciassi sola prima che abbiate potuto
tornare nella vostra epoca sareste lo stesso al sicuro. -
- Che brutto modo di convincermi a sposarti.. – mormorò Viola.
Ragnor le sfiorò il mento con la punta delle dita guardandola fisso negli occhi.
- Ci sono altre centinaia di ragioni per cui sarebbe giusto sposarci amor mio, questo è solo uno
in più che potete aggiungere alla lista capeggiata dal fatto che vi amo. -
Viola annuì, accarezzandogli la mano con la guancia. – Lo so. –
- Allora Viola perché non mi sposate una volta per tutte? Godiamoci appieno il tempo che
abbiamo da trascorre insieme qualsiasi cosa il destino abbia in serbo per noi. -
La ragazza tacque per un lungo istante mentre quelle parole le entravano sempre più in
profondità.
- Si. – sussurrò alla fine.
- Si, cosa? – la incoraggiò Ragnor.
- Si, diventerò tua moglie Ragnor. – ripeté Viola sorridendogli timidamente.
Lui nonostante le sue condizioni, fece volare a terra il vassoio con tutto ciò che ancora
conteneva, facendo sobbalzare Viola che si ritrovò subito dopo stretta tra le sue braccia.
- Era proprio la risposta che volevo sentire. – le disse lui un istante prima di cominciare a
divorarla di baci.
- Ragnor, - si lamentò Viola senza troppa convinzione, - sei ferito.. -
Lui rise, una risata roca e sensuale che non rivelava che per metà ciò che aveva in mente.
- Vi sfido a dimostrarlo. -

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UN CATTIVO PRESAGIO
La sera era ormai calata da molto su quel giorno che aveva visto Villacorta attaccata dai
soldati di Ulfric e Viola stesa tra le braccia di Ragnor ascoltava in silenzio il respiro del cavaliere
che dormiva. Il fuoco era acceso e mandava bagliori caldi e dorati per tutta la stanza, riscaldando
Lupo che dormiva accovacciato a poca distanza dal caminetto. Viola non riusciva a prendere sonno,
l’indomani Ragnor avrebbe dato l’annuncio del loro matrimonio e all’idea felicità e timore si
agitavano nel suo petto.
Non le serviva fare una divinazione per capire che l’attacco a Villacorta di quel mattino aveva
come obbiettivo lei, o per lo meno lo Specchio Dorato in suo possesso. A dargliene la conferma era
anche il fatto che Ragnor non aveva minimante accentato alla causa dell’attacco, forse temendo di
impensierirla o farla sentire in qualche modo colpevole. La sua presenza lì metteva in pericolo tutti,
in primo luogo Ragnor, se lei non fosse stata a Villacorta il cavaliere non avrebbe rischiato la vita
per difendere la sua città. Ma se lei fosse diventata sua moglie quante altre volte avrebbe rischiato la
sua incolumità per proteggerla?
Viola non voleva neppure formulare dentro di sé quelle congetture, ma doveva farlo, non
poteva chiudere gli occhi e far finta di vedere, di non capire, di non averci pensato solo per poterlo
sposare e coronare la sua, anzi, la loro, felicità. A che prezzo avrebbero pagato quella felicità?
Potevano passare insieme qualche giorno, forse qualche mese, magari un anno in cui avrebbero
vissuto felici, ma presto o tardi sarebbe successo l’inevitabile, nel miglior dei casi lei avrebbe fatto
ritorno al presente, nel peggiore Ragnor sarebbe morto per proteggere lei e il suo feudo da nemici
che lei stessa gli aveva rivoltato contro più di quanto già non lo fossero.
Ma cosa poteva fare? Non sarebbe cambiato poi molto dall’attuale situazione se avesse
sposato Ragnor, lei sarebbe comunque rimasta a Villacorta attirando lì le mire della Strega Endora.
L’unica cosa che le restava da fare era andarsene, ma non avrebbe mai trovato il coraggio di farlo.
Come poteva lasciare Ragnor adesso che lo aveva trovato? Come poteva vagare sola in un mondo
che non le apparteneva? Ma come poteva d’altra parte rimanere lì lo stesso, sapendo di poter
mettere in pericolo l’uomo che amava e tutte le persone sotto la sua protezione?
Aveva bisogno di tempo per pensare, tempo per trovare una soluzione, tempo per scoprire
come usare lo specchio ed andarsene da lì prima che a causa sua accadesse l’irreparabile,
lasciandosi alle spalle l’unico uomo che avrebbe mai amato pur di non metterlo in pericolo.
Mille e mille interrogativi affollavano la mente di Viola, ma quando infine cadde
addormentata tutto sparì e rimase solo il caldo e rassicurante abbraccio del suo cavaliere a cullarla
nel sonno.

Nel frattempo nel castello di Ulfric, Endora stava già architettando i suo malevoli piani.
- L’amore, - sibilò la strega con una punta di disgusto osservando sua nipote rodersi l’anima
stesa tra le braccia del suo cavaliere, - un putrido e patetico sentimento. -
Endora si allontanò dalla bacinella d’acqua in cui aveva osservato la scena e le immagini
scomparvero, i due varani che la seguivano fedelmente si scostarono sibilando per lasciarla passare.
- Sciocca era la madre e sciocca è la figlia, - aggiunse aggirando il tavolo verso una
scaffalatura su cui erano ordinatamente disposte centinaia e centinaia di ampolle di diversi colori e
forme, – si lasciano marcire il cuore e la mente facendosi infettare da stupidi sentimenti umani, così
banali e prevedili, più utili a chi vuole a far del male che a chi vuole sopravvivere. -
La strega, più simile ad una statua di freddo marmo che a una donna, prese un’ampolla e tornò
alla bacinella d’acqua, versandoci dentro il contenuto della fiala.

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- Sogna nipote mia, - esordì ridendo malvagiamente, - sogna il tuo cavaliere morire a causa
tua e scappa da lui pur di salvarlo. Io non sono riuscita a rapirti, ma questa volta verrai tu da me. -

“Era il giorno delle loro nozze, Viola indossava un bellissimo abito candido e Sir Marzio la
stava scortando lungo la navata della chiesa verso l’altare, dove Ragnor bellissimo e sorridente
l’attendeva in piedi accanto al Vescovo. Gwendra seduta tra i primi banchi aveva le lacrime agli
occhi e vedendola in tutto il suo splendore le rivolse un sorriso subito nascosto da un singhiozzo di
pianto.
La scena accelerò all’improvviso, il Vescovo diede inizio alla cerimonia, lei si inginocchiò
accanto a Ragnor sull’altare, si scambiarono i voti e lui le mise al dito un anello d’oro con
incastonata una grossa pietra Viola come i suoi occhi. Poi le alzò il velo e si chinò a baciarla
suscitando un esplosone di applausi per tutta la navata della chiesa. Viola teneva ancora gli occhi
chiusi quando un boato si levò alto attorno a loro, si voltò di scatto e vide dei soldati fare irruzione
nella chiesa, gli arcieri incoccarono i loro dardi e puntarono i loro archi sui presenti senza
indugio. Una pioggia di frecce cadde sulla gente urlante che scappava tra i banchi in cerca di
riparo. Ragnor si mise davanti a lei per proteggerla ed un dardo si conficco nel suo petto
all’altezza del cuore. Viola sentì il suo stesso urlo straziante, poi tutto divenne nero e quando si
riebbe, una donna dal viso perfetto e pallido come quello di bambola la fissava ridendo
malignamente. I suoi occhi sarebbero stati identici ai suoi se non fosse stato per la luce perfida che
li animava.
- Benvenuta a casa nipote mia, è da tempo che ti aspettavo.- ”

Viola si svegliò di soprassalto e scoprì che era stato solo un sogno, anzi una premonizione.
Ragnor continuava a dormire accanto a lei e la ragazza ancora tremante gli sfiorò il petto quasi ad
assicurarsi che fosse davvero lì, che fosse ancora vivo.
Adesso non aveva più dubbi, se fosse rimasta a Villacorta Ragnor sarebbe stato in pericolo,
sua nonna non si sarebbe data pace finché non l’avesse catturata. Doveva andarsene da lì prima che
accadesse l’irreparabile, non poteva più rimanere sotto la protezione di Ragnor o l’avrebbe messo in
pericolo.
Si ripeté quelle parole decine e decine di volte rimanendo lì seduta sul letto a contemplare il
profilo del suo cavaliere, nel tentativo di convincersi a fare quanto doveva. Lacrime amare le
rigavano il viso all’idea di tutto ciò che stava per abbandonare, ma sapeva di doverlo fare per il
bene di Ragnor.
Se Endora la voleva, ebbene sarebbe stata lei a raggiungerla di sua spontanea volontà, ed
allora sua nonna avrebbe lasciato in pace Villacorta e il suo signore. Ma cosa le sarebbe accaduto
una volta raggiunta sua nonna? Non aveva una risposta a quella domanda che non la terrorizzasse,
ma era pronta ad affrontare qualsiasi cosa pur di salvare Ragnor.
Ma cosa ne avrebbe fatto dello specchio? Non lo avrebbe consegnato ad Endora di certo, lo
Specchio Dorato era un oggetto troppo potente per finire nelle mani di una strega così malvagia.
Non osava immaginare cosa sarebbe potuto succedere se Endora l’avesse utilizzato per andare nel
futuro, l’unica cosa che le restava da fare era riportare lo specchio dove l’aveva trovato e fingere di
non essere a conoscenza della sua ubicazione. Si, avrebbe fatto così, non c’era altro da fare.
Viola si chinò all’orecchio di Ragnor e sussurrò un incantesimo: - Dormi amore mio, cadi in
un sonno profondo e non ti svegliare finché io non sarò lontana.-
Quando si risollevò dal suo orecchio nuove lacrime le striavano il viso, gli sfiorò le labbra in
un bacio, un bacio che sapeva sarebbe stato l’ultimo, un bacio colmo d’amore e di disperazione.
Rimase lì ancora qualche istante riempiendosi gli occhi dell’immagine di lui, come se volesse
stamparsi nella mente il viso dell’uomo che amava per potersi aggrappare a quel immagine nei

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momenti che sarebbero venuti in cui solo il suo ricordo le avrebbe dato la sforza di resistere e di
andare avanti.
Non riuscì a non baciarlo di nuovo, stringendosi a lui soffocando singhiozzi strazianti contro
il suo petto. Poi si rialzò e asciugandosi il viso scese dal letto, accingendosi a fare quanto doveva.
Andò in camera sua e si vestì con un incantesimo, poi prese lo specchio e lo avvolse con cura
in un panno, nascondendolo poi nella sacca che era solita usare quando usciva in cerca di erbe con
Gwendra.
“Dove vai?”
Viola udì la voce di Lupo e si voltò verso la porta, scorgendo il suo cucciolo che la fissava
scodinzolando con aria perplessa.
La ragazza si inginocchiò e gli fece cenno di raggiungerla. Lupo corse tra le sue braccia e si
accucciò davanti a lei.
- Devo andare via Lupo. – gli sussurrò tra i singhiozzi, mentre gli accarezzava la testolina
pelosa.
“Anche Lupo viene” fu lesto a dire il cucciolo.
- No, Lupo. – gli spiegò Viola. – Devo andare via da sola, vado in un posto lontano e
pericoloso. Lo devo fare per forza o sarete tutti in pericolo. Tu devi rimanere qui e avere cura di
Ragnor. -
“Dove pericoloso?”
- Al castello di Ulfric. -
“Quando torna Viola?”
- Non tornerò mai più Lupo. – disse piangendo.
“Perché?” chiese il cucciolo terrorizzato. “Perché abbandoni me?”
- Perché devo cucciolo, se rimango qui i soldati di Ulfric faranno del male a te, a Seamus, a
Gwendra, a Ragnor e tutta la gente di Villacorta. -
“Io vengo con Viola.” Insistette Lupo.
- No, Lupo. – cercò di dissuaderlo Viola. – Ti farebbero del male se venissi con me, tu devi
rimanere qui e prenderti cura di Ragnor. Devi promettermelo. -
“Se Viola vuole, Lupo promette.” Cedette il lupacchiotto.
- Bravo il mio cucciolo, - si complimento Viola continuando ad accarezzarlo, - mi mancherai
tanto Lupo, lo sai che ti voglio bene. -
“Anche Lupo vuole bene a Viola” ripose di rimando il cucciole leccandole una mano.
- Io ti penserò sempre Lupo, anche se sarò lontana ti vorrò sempre bene e sarai sempre nei
miei pensieri. – gli disse Viola tra i singhiozzi.
“Non piangere.” Le disse Lupo. “ Se Viola triste, anche Lupo triste. Io rimango qui e
proteggo Ragnor.”
- Si, - mormorò Viola, - rimani qui con Ragnor, lui sarà il tuo nuovo padrone, lo devi
proteggere come se fossi io. -
Il cucciolo annuì e Viola gli diede un’ultima raccomandazione.
- Quando me ne sarò andata Lupo, non devi dire a nessuno dove sono andata, se Gwendra o
Seamus te lo chiedono digli che non lo sai. Devi dirgli una bugia o verranno a cercarmi e
rischieranno di essere uccisi. -
“Io capisco.” La rassicurò Lupo.
Viola annuì e lo prese in braccio stringendoselo al petto.
- Mi mancherai tanto Lupo, mi mancherai davvero tanto. -

Viola ultimò gli ultimi preparativi della sua fuga, poi tornò in camera di Ragnor e lasciò sul
suo comodino la lettera piena di menzogne che gli aveva scritto. Scriverla le era costato molto: in

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quell’addio avrebbe voluto scrivergli che lo avrebbe amato per sempre, avrebbe voluto spiegargli
che lo lasciava consegnandosi ad Endora per il suo bene, ma invece aveva dovuto mentirgli affinché
lui non tentasse di andare a salvarla. Ogni parola era stata scritta con l’intenzione di farsi odiare da
lui, di spezzare e cancellare il suo amore per lei: se lui l’avesse odiata, se avesse creduto che l’aveva
ingannato non avrebbe cercato di raggiungerla e forse non avrebbe neppure immaginato che si fosse
consegnata alla Strega Endora. Non una sola parola di quella lettera era stata scritta senza versare
lacrime e quando infine la depose accanto a Ragnor che dormiva, Viola non aveva più lacrime da
versare.
- Addio amore mio, non ti dimenticherò mai. – sussurrò per l’ultima volta chinandosi a
sfiorargli il viso in un bacio.
Il suo cuore come anestetizzato dal dolore, smise quasi di battere quando lasciò la stanza e si
chiese la porta dietro di sé con un singhiozzo straziante.

Viola raggiunse le stalle del castello indisturbata, per farlo aveva dovuto stregare le guardie
disseminate per il castello ed al suo esterno facendole cadere in un sonno profondo, ma infine era
giunta alla stabbio della sua cavalla, Rosetta. La giumenta la riconobbe anche nella penombra e
Viola le sussurrò parole dolci ed incoraggianti mentre la guidava fuori dal serraglio supplicandola di
stare quieta e non agitarsi. La cavalla non nitrì e non scalciò come era solita fare quando veniva
sellata e Viola non senza fatica riuscì a metterle la sella e i finimenti. Poi le monto in groppa
aiutandosi con uno scalino e spronandola al passa uscì dalle stalle verso il ponte levatoio. Le porte
erano chiuse ma fortunatamente il ponte era abbassato, Viola comandò che le porte si aprissero
lasciandola passare e i pesanti battenti dell’enorme portone si aprirono cigolando. Nessuna delle
sentinelle cadute nel sonno si accorse della sua fuga e Viola fece richiudere le porte avviandosi per
le vie del villaggio fino al portone dell’altra cinta muraria che si aprì come il primo ubbidendo alla
sua magia. Fuori da Villacorta, Viola fece voltare Rosetta e rimase lì immobile per qualche istante,
ferma nella nebbia a contemplare il castello in lontananza dove sapeva si trovasse il suo amore.
Il i suoi occhi si riempirono nuovamente di lacrime e Viola si asciugò il viso con una manica
dell’abito facendosi coraggio.
- Addio amore mio, - sussurrò prima di affondare i calcagni nei fianchi della cavalla, - Addio
per sempre. -

Il bosco di notte era cupo e tenebroso, il silenzio interrotto ritmicamente dagli zoccoli di
Rosetta si mescolava ai rumori della natura: scricchioli delle piante, fruscii prodotti da qualche
animale che si aggirava nel sottobosco, il canto di un gufo appollaiato su qualche ramo chissà dove.
Viola tremante cercò di convincersi che nessun animale poteva farle del male, la sua magia
avrebbe calmato anche la belva più feroce, ma ciò che la terrorizzava era l’eventualità di incappare
in banditi o malintenzionati.
Doveva raggiungere al più presto la grotta di Lotar per affidargli lo specchio di modo che
dopo avesse potuto rimandare Rosetta a Villacorta da sola e lei si sarebbe tramutata in falco volando
verso Offlaga intoccabile da qualunque bandito.
Il bosco però sembrava un luogo completamente diverso di notte e Viola temeva di non
riuscire a trovare la grotta dell’orso tanto facilmente. Si aggirò in lungo ed in largo nei pressi del
luogo in cui credeva si trovasse la grotta ed infine trovò la piccola radura che si estendeva davanti
l’imboccatura della grotta. Scese dalla sella ed accarezzando la criniera di Rosetta cercò di calmarla,
il buio terrorizzava la cavalla ma Viola riuscì ad acquietarla quanto bastava per convincerla ad
attenderla lì fuori.
La ragazza si avviò all’interno della grotta con la sacca che conteneva lo specchio in spalle, i
suoi occhi, addestrati da Gwendra, non avevano bisogni di luci per distinguere il cammino nel buio.

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Mario si svegliò di soprassalto come se qualcosa l’avesse punto, si mise a sedere sul letto e
scoprì che era notte fonda, non gli era mai capitato di destarsi a quel modo: una strana angoscia gli
serrava il petto e la gola e i suoi pensieri come spinti da un sesto senso si diressero a Viola.
Desideroso di assicurarsi che non avesse nulla da temere, si infilò la vestaglia e le pantofole e
si diresse in salotto dove stava lo Specchio Dorato. Accese la luce ed andò a sedersi sul divano
davanti allo specchio. Si aspettava di vedere Viola stese al fianco del suo cavaliere che dormiva
pacifica, ma invece vide che la superficie dello specchio era completamente nera.
Poi all’improvviso qualcosa cambiò, fu come se lo specchio si trovasse chiuso dentro
qualcosa che lo oscurava e in quel momento qualcuno lo stesse estraendo.
La scena che si presentò ai suoi occhi era scura, appena illuminata da i raggi di luna che
filtravano da un luogo indefinito che si trovava in alto, ma Mario riconobbe Lotar, il demone
familiare di Elena, in quelle immagini appena delineate.
Lo specchio venne poggiato su un piedistallo di pietra e Mario poté vedere anche Viola
accanto a Lotar ed un altro orso leggermente più piccolo. Mario si chiese cosa stesse accadendo.
Perché Viola si trovava nella grotta di Lotar in piena notte? E soprattutto perché Viola sembrava
così affranta?
La ragazza era pallida come un cencio e i suoi occhi erano gonfi come se avesse pianto per
ore, mentre parlava con Lotar Viola riprese a piangere e non gli servì udire la sua voce per capire
che stesse singhiozzando. L’orso si avvicinò alla ragazza e le sfregò il muso contro la vita come se
volesse darle forza e Viola si inginocchio a terra abbracciando il collo dell’animale come in un
addio. Dopo un istante si rialzò, si asciugò le lacrime e salutò Lotar avviandosi fuori dalla grotta
sola com’era venuta.

Viola raggiunse l’esterno della grotta e trovò Rosetta che con le orecchie tese scrutava attenta
il limitare del bosco lì attorno. La cavalla si calmò non appena la vide e Viola tornò a montarle in
sella, questa volta con qualche difficoltà in quanto non aveva un gradino con cui aiutarsi.
Riportò la cavalla fuori dal bosco e smontando di nuovo dalla sella le indicò Villacorta che
svettava in cima alla collina che si estendeva dinnanzi a loro. La ragazza le ordinò di tornare al
castello e la cavalla nitrì recalcitrante ad essere mandata indietro da sola, ma Viola la incitò ancora
ed infine la cavalla partì al galoppo diretta alle sue stalle.
- Bene, – mormorò Viola fissando la cavalla che correva giù lungo la vallata, - il più è fatto. -
Con un incantesimo si tramutò in rapace e conscia di stare facendo la cosa giusta si alzò in
volo, diretta verso Offlaga, pronta a consegnarsi alla Strega Endora.

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IL CASTELLO DI ULFRIC
Viola volò tutta la notte, non aveva idea di dove si trovasse il castello di Ulfric, ma sapeva che
il feudo di Offlaga si trovava a est rispetto a Villacorta, perciò volò in quella direzione
ininterrottamente finché in cima ad un pendio roccioso, che sovrastava un villaggio dall’aria tetra e
lugubre, non scorse un imponente castello di pietra grigia, sulla cui torre più alta sventolava uno
stendardo con lo stemma che aveva visto sulle divise dei soldati di Ulfric.
Il sole aveva appena cominciato a sorgere e Viola aggirò il perimetro dell’immenso castello,
trovando il coraggio per scendere a terra ed introdursi in quella tenebrosa reggia.
Una strada di terra battuta saliva dal villaggio lungo il lato destro dell’aspro promontorio,
terminando davanti ad un immenso portone stretto da alte mura di pietra. Viola decise di scendere
laggiù, presentandosi davanti alla porta principale e chiedendo di essere fatta entrare, sperava solo
che le sentinelle di guardia sulle mura non avessero l’abitudine di incoccare dardi in direzione di
chiunque si presentasse davanti alle porte del castello.
Quando toccò terra non perse tempo a tramutarsi e con le gambe che tremavano, si avvicinò al
portale camminando lungo l’ampia strada di terra battuta.
Non era neppure a cento passi dal portale, quando un grido dall’allerta si levò dalle mura e
presto Viola si ritrovò puntati addosso decine e decine di archi, branditi da soldati che la fissavano
da sotto i loro elmetti di ferro.
La ragazza si fermò con le mani lungo ai fianchi, mentre i soldati continuavano a fissarla in
silenzio tenendola sotto tiro.
- Sono Strega Viola, - urlò con tutta la voce che aveva, - fatemi entrare Strega Endora mi sta
aspettando. -
Un soldato, forse un cavaliere, si sporse tra due dei merli delle mura fissandola guardingo,
fece cenno ai soldati attorno a lui di abbassare gli archi e gli uomini ubbidirono.
Il portone comincio ad aprirsi lentamente, accompagnato dal rumore metallico degli
ingranaggi.
Viola serrò i pugni e impedendosi di tremare per al paura, alzò il mento e si avviò verso le
porte. Passò sotto le mura e con uno stoicismo che non credeva di possedere, passò tra i soldati con
la mano pronta all’elsa che la scrutavano guardinghi.
Il cavaliere che aveva ordinato ai soldati di abbassare le armi, le si parò dinanzi. Era un uomo
imponente con una folta barba nera e uno sguardo feroce, teneva tra le mani un oggetto di metallo
simile a delle manette.
- Datemi i polsi. – le ordinò tendendo in avanti i ceppi di metallo.
Viola avrebbe voluto voltarsi e fuggire.
- Mi sto consegnando di mia volontà, - rispose all’uomo cercando di sembrare il più calma e
decisa possibile, - non ce né alcun bisogno. -
- I polsi. – ripeté l’uomo in un ringhio.
- Ho detto di no, - ribatté Viola, - levatevi dai piedi o vi incenerisco. -
L’uomo seppure fosse un cavaliere grande o grosso sembrò in qualche modo intimorito dalla
minaccia fatta da una strega e sbiancò.
- Se oserete usare i vostri poteri su di me, - la minacciò a sua volta l’uomo, - i miei uomini
non esiteranno ad alzare le loro spade su di voi. -
Viola supponeva di avere in parte il coltello dalla parte del manico e perciò fu lesta a
rispondere:
- In tal caso vi auguro di essere già morto, perché mia nonna non gradirà affatto che mi sia
stato fatto del male prima che lei possa interrogarmi. -

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Viola capì di aver fatto centro, era bastato fare accenno alla collera di Strega Endora per
vedere l’uomo titubare ed infine cedere. Il cavaliere fece una smorfia irritata e poi sputò a terra
come a dimostrarle il suo sdegno.
Viola superò l’uomo riprendendo quella che sentiva essere una marcia verso il patibolo. I
soldati dietro di lei la seguirono a pochi passi di distanza, mentre si avviava verso la piazza del
castello. Viola era troppo scossa per prestare la minima attenzione all’ambiente attorno a lei, ma
registrò lo stesso che quel luogo era molto diverso dal castello di Villacorta. Seppure le costruzioni
fossero più o meno le stesse: le stalle, i magazzini, la caserma dei soldati, su tutto lì aleggiava un
alone scuro, come una sofferenza presente nell’aria accompagnata da uno sfacelo e da una
mancanza d’ordine che sembravano dilagare ovunque. Ad ogni angolo delle vie giaceva un soldato
ubriaco o un barbone seviziato che veniva tormentato dai cani randagi.
Sui gradini della caserma, tra stracci e sacchi di iuta usati come guanciali, dormivano strette
tra loro delle donne con il viso imbellettato come a nascondere i lividi bluastri che le sfiguravano, i
loro vestiti erano laceri e quelle di loro che non dormivano piangevano o tracannavano qualcosa che
doveva essere alcool.
In quel momento una delle porte della caserma si aprì con uno schianto e una ragazza con il
viso sporco di sangue venne gettata tra urla e singhiozzi giù dalle scale con una pedata. Il soldato
che l’aveva cacciata fuori le sputò addosso e rimase lì fermo sulla porta sistemandosi i pantaloni
osservando la strega che sfilava lì davanti seguita dai soldati.
Viola non riuscì a staccare lo sguardo dalla ragazza che rannicchiata su sé stessa, si copriva il
capo come se temesse di essere picchiata ancora.
Sforzandosi, allontanò gli occhi da quella povera sciagurata e raggiunse la scalinata che
portava all’ingresso del castello, i soldati e il cavaliere che voleva ammanettarla la seguirono anche
all’interno dell’immenso atrio le cui pareti erano coperte da preziosi arazzi.
L’interno del castello non era molto diverso dall’esterno, anche lì sembrava vigere il caos, i
servitori che dato l’ora ancora dormivano erano sparpagliati qua e là, rannicchiati dove avevano
trovato posto. Delle ragazze, probabilmente cameriere, erano già all’opera e vedendola seguita dai
soldati non osarono fermarsi a guardare la scena, timorose di essere rimproverate o peggio
picchiate, scomparendo tra i meandri dei corridoi che si congiungevano lì.
Viola si fermò.
- Dov’è Strega Endora? – chiese al cavaliere che ancora teneva in mano i ceppi.
Prima che potesse avere una risposta pesanti passi risuonarono alla sua destra e da un
corridoio comparve un picchetto di cavalieri vestiti di nero che si diresse verso di lei.
- La mia signora vi sta aspettando. – le disse il cavaliere in testa al gruppo. – Da questa parte.
-
Viola si avvicinò all’uomo e i cavalieri si disposero attorno a lei come se volessero impedirle
la fuga, la ragazza si lasciò condurre per i meandri del castello senza proferir parola.
A Viola sembrò che il tragitto durasse secoli, ma infine i cavalieri la lasciarono dinnanzi ad
una grande porta di legno.
- Entrate. - la esortò lo stesso cavaliere di prima.
I cavalieri si ritrassero e Viola venne lasciata sola davanti alla porta. La mano le tremava
quando alzò le dita verso la maniglia e il battente scivolò in avanti prima che lei lo sfiorasse. La
porta si aprì in un cigolio e Viola mise un piede all’interno della stanza. Si ritrovò in un piccolo
corridoio, sontuosamente arredato, che conducevano in una stanza più grande. La porta alle sue
spalle si serrò in un tonfo e prendendo coraggio Viola attraverso il corridoio, mettendo piede in
quella che doveva essere la camera da letto di sua nonna.
La ragazza deglutì a vuoto scorrendo con lo sguardo per la stanza ma non vi trovò nessuno.

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Dapprima guardò alla sua destra, c’erano due poltrone di velluto accanto ad un tavolino di
legno e poco lontano un caminetto sormontato da pregiati vasi istoriati di gemme preziose ardeva
vivacemente. Passò poi a sinistra passando per la lunghezza della stanza costeggiata da un ampia ed
elaborata vetrata che dava direttamente sul precipizio accanto al castello. Su quel lato sorgeva un
imponente letto a baldacchino drappeggiato da cortine nere ma neppure lì c’era nessuno, a parte due
grosse lucertole che la fissavano acquattate ai piedi del letto.
Viola si chiese che scherzo fosse quello, ma poi un movimento alla sua destra attirò la sua
attenzione e voltandosi scorse una donna che sedeva sorseggiando qualcosa da una tazza in una
delle due poltrone che poco prima erano vuote.
La ragazza sussultò quasi, ma passato lo sgomento si fermò ad osservare la donna. Era
giovane, troppo giovane per essere sua nonna. Indossava una lunga vestaglia nera che sembrava
ancora più scura in contrasto alla sua carnagione diafana e i lunghi capelli biondi che le cadevano
sulle spalle.
La donna depose la tazza sul tavolino dinnanzi a lei, o meglio, la tazza lievitò dalle sue mani
fino al tavolino dove si posò e la donna le appuntò addosso lo sguardo.
A quella vista Viola sentì le ginocchia cederle, quegli occhi, occhi viola freddi e malvagi,
identici a quelli che aveva visto nella premonizione, così simili ai suoi da serrarle il fiato in gola.
- Sei arrivata prima di quanto mi aspettassi. - disse la donna con un voce ancora più fredda del
suo sguardo.
- Siete voi Strega Endora? – chiese Viola incapace di smettere di fissarla.
La donna le sorrise, ma quel espressione si poteva definire a stento un sorriso, era più una
smorfia compiaciuta che non trasmetteva alcun calore umano.
- Non riconosci tua nonna Viola? – le chiese la strega sarcasticamente.
- Vieni qui a sederti. – le disse la donna indicandole la poltrona accanto alla sua e non era un
invito, ma un ordine.
- Preferirei rimanere in piedi. – rispose Viola.
Gli occhi della strega vennero attraversati da un lampo di collera e Viola si capacitò appena di
quanto stava accadendo che si ritrovò trascinata a forza da mani invisibili alla poltrona, i braccioli
come animati da vita propria le si avvolsero attorno ai polsi simili a radici di un albero.
- Quando ti ordino qualcosa, - le sibilò la strega lì dinnanzi a lei, - voglio che sia fatto senza
contestare. Vedi di ricordartelo e sarà molto meglio per te. -
Viola non cercò neppure di liberarsi, anche se ci fosse riuscita non sarebbe potuta andare da
nessuna parte.
- Allora, - cominciò la strega che aveva riacquistato il suo contegno glaciale, - abbiamo così
tante cose di cui parlare… -
- Cosa volete da me? – chiese Viola. – Perché avete cercato di rapirmi? -
Endora rise, una risata che superava di gran lunga il semplice sarcasmo.
- Perché? – le chiese di rimando. – Sei più sciocca di quanto pensassi Viola se non te ne sei
fatta un idea. -
Viola ammutolì non avrebbe detto nulla che l’avrebbe tradita, sapeva che Endora non poteva
leggerle nel pensiero: era una strega e tra streghe ciò è impossibile, gl’aveva detto Gwendra, per cui
poteva usare la situazione a suo favore.
- Immagino, - iniziò pendendo coraggio, - che se anche voi abbiate lo Specchio Dorato non mi
permetterete di usarlo per tornare a casa. -
La strega la fissò per un istante in silenzio, come se cercasse di leggerle dentro, poi le rivolse
uno dei suoi sorrise glaciali: non era caduta nell’inganno.
- Forse sei più furba di quanto supponevo.- commentò la donna.

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Viola al fissò mentre si alzava e raggiungeva una cassettiera accanto al suo letto, Endora prese
un cofanetto di legno e tornò verso di lei.
- Ho un regalo per te Viola, - esordì la strega con aria maligna, - non ci siamo viste per
vent’anni, uno dono è quanto di più appropriato per conoscerci meglio. -
La ragazza non si lasciò abbindolare dalle sue parole evidentemente false e rimase in silenzio
mentre la strega estraeva un gioiello simile ad un collare dal cofanetto.
Endora lasciò il cofanetto sul tavolino e si chinò con il collare tra le mani con tutta
l’intenzione di metterlo al collo di Viola. La ragazza cercò di sottrarsi ma il freddo metallo le sfiorò
la gola e la chiusura scattò, il collare inizialmente era troppo largo ma poi si strinse all’improvviso e
si adattò alla circonferenza del suo collo.
- Che cos’è? – chiese Viola sentendo il freddo gioiello stringersi alla sua gola, - Perché mi
avete messo questo collare? -
- Viola, Viola… - mormorò teatralmente sua nonna, - credi che sia così sciocca da tenermi
una serpe in seno? Credi che non sappia che sei venuta da me nella speranza di proteggere il tuo
cavaliere? Ti rivolterai contro di me alla prima occasione e questo dono è una semplice
precauzione. Il gioiello che porti al collo è stato difficile da creare, ho dovuto usare molta della mia
magia per crearlo ma con quest’oggetto al collo non potrai fare neanche il più piccolo incantesimo.
Lo creai anni fa per tua madre, ma quel ingrata fuggì prima che glielo potessi mettere. -
Viola si sentì perduta, se quel collare davvero l’avrebbe privata dei suoi poteri era davvero in
balia di Endora.
- Adesso dimmi Viola, - ricominciò la strega, - dov’è lo Specchio Dorato? -
- Non lo so. – rispose la ragazza senza indugiare.
La strega o fissò con puro odio e il collare che teneva al collo si strinse all’improvviso. Viola
sgranò gli occhi sorpresa e cercò di liberarsi per strapparsi di dosso il collare. Fu tutto inutile, il
freddo metallo si strinse maggiormente tagliandole il fiato.
- Dov’è lo specchio? – insistette Endora.
- Non lo so! – urlò Viola con il fiato che le rimaneva.
Il collare si strinse ancora così forte che Viola temette di vomitare. Le divenne del tutto
impossibile respirare e le sembrò che gli occhi le stessero per schizzare fuori dalle orbite a causa
della mancanza d’ossigeno.
- Dov’è? – ribadì Endora.
- Non ce l’ho io.. – mormorò Viola in un sibilo strozzato.
Il collare non si strinse ancora, ma Viola era certa di stare per perdere i sensi, o peggio morire
soffocata.
- Chi ce l’ha allora? – le chiese Indora per nulla toccata dalla sua agonia.
- E’…- cercò di rispondere Viola mentendole. – E’ rimasto nel futuro. -
Poi tutto divenne nero, Viola perse i sensi e il suo ultimo pensiero fu la consolazione di non
aver rivelato l’ubicazione dello specchio.

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LO SO CHE MI AMI
Ragnor si destò lentamente, i raggi del sole che filtravano dalla finestra lo riportarono alla
veglia bussando contro le sue palpebre ed ancora intorpidito si volse di lato cercando il corpo caldo
e morbido di Viola da stringere a sé. Non la trovò li accanto a lui ed allungò una mano per scovarla
nell’altro lato del letto. La sua mano però trovò solo il vuoto e perplesso il cavaliere si costrinse ad
aprire gli occhi. Viola non era lì. Si mise a sedere cercandola per la stanza ma non la trovò. Che si
fosse già alzata?
Stropicciandosi gli occhi con una mano gettò le gambe oltre la sponda del letto e Lupo gli si
avvicinò sedendosi lì davanti, il cavaliere allungò una mano ad accarezzare il cucciolo e decidendo
di mettersi in piedi si volse verso il comodino per prendere l’amuleto che Viola gli aveva donato e
che era solito mettersi ogni giorno. Nel farlo vide una pergamena poggiata proprio accanto
all’amuleto. Un improvviso timore lo pervase facendogli correre un brivido gelido lungo la schiena,
ma non esitò a leggere il messaggio: era di Viola.

“Non ti voglio sposare Ragnor, non ti amo e non ti ho mai amato. Mi sono solo divertita a
fingermi per un po’ la signora del tuo castello, ma non ho nessuna intenzione di diventare tua
moglie. Non voglio rimanere in un posto così pericoloso mettendo a rischio la mia vita, l’unica
cosa che voglio è tornare a casa mia, ed è solo colpa tua Ragnor se sono qui. Ti odio.
Se rimanessi a Villacorta andrebbe a finire che Ulfric e la sua strega riuscirebbero a rubarmi
lo specchio e non potrei più ritornare nella mia epoca. Ti ringrazio per avermi offerto ospitalità
fino adesso, anche se infondo me la dovevi, ma non voglio più avere a che fare con te. Quando
leggerai questo messaggio io sarò già lontana e non voglio che tu mi venga a cercare, tra noi non
c’è niente Ragnor, non c’è mai stato nulla. Mi dispiace dovertelo dire, ma ti ho sempre mentito.
Addio
Viola”

Ragnor rimase con la pergamena a mezz’aria incapace di credere a quanto aveva letto.
Viola se ne era andata e non lo amava.
Era davvero vero che quelle parole fossero state scritte dalla sua Viola? La scrittura era la
sua... Come poteva essersi sbagliato così tanto nel giudicarla? Come poteva essersi innamorato alla
follia di una donna così egoista e falsa? Al solo pensiero di averla persa, di essersi fatto ingannare,
perse completamente la testa. Mai in vita sua aveva sofferto a quel modo, era come se il suo stesso
cuore lo stesse avvelenando dall’interno, estendendo quel dolore fino al suo stomaco e anche alla
testa. Un dolore che non poteva essere placato o curato, un dolore misto a rabbia e a desolazione.
Un senso d’abbandono così devastante da fargli desiderare di farsi male da solo pur di smettere di
soffrire, pur di soffrire per qualcos’altro.
Ragnor sentì gli occhi che gli riempivano di lacrime, ma si vietò di piangere, urlò furibondo
solo per il gusto di sfogarsi.
“… non ti amo e non ti ho mai amato.”
Il pugno del cavaliere si abbatté su uno degli scudi appesi accanto al caminetto, il freddo
metallo s’incrinò sotto il colpo e lui ritrasse le nocche sfregiate e sanguinanti incapace di sentire
anche quel dolore.
Lupo si nascose dietro una poltrona spaventato, ma Ragnor non gli prestò attenzione.
Fissò il sangue vermiglio che gli bagnava le nocche e gli si parò davanti agli occhi il ricordo
di Viola stesa tra decine e decine di petali di rose rosse tra le sue braccia, quando gli era apparsa in
sogno per la prima volta. La prima volta che gli aveva detto che lo amava.

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“- Perché piangete amor mio? – le aveva chiesto lui asciugandole il viso dalle lacrime.
- Perché sono felice.. – aveva risposto lei intrecciando le dita alle sue e sorridendogli
dolcemente. – Quando nella mia visione ti ho visto morire ho creduto di impazzire, ma adesso so
che non accadrà più.. -
- Vi amo Viola. – le aveva confessato lui guardandola negli occhi. – Anzi, ti amo. -
Viola gli aveva regalato un sorriso stupendo, sincero e colmo d’affetto: - Anche io ti amo
Ragnor.”

Ragnor scosse il capo allontanando quei ricordi, come potevano essere menzogne? Eppure lo
erano.
“…l’unica cosa che voglio è tornare a casa mia, ed è solo colpa tua Ragnor se sono qui. Ti
odio.”
La sua mente si perse di nuovo in altri ricordi.

“ - Io non ti potrei mai odiare Ragnor, ti amo come mai avrei potuto immaginare di amare
qualcuno.– gli aveva detto Viola guardandolo con occhi pieni d’amore.
- Non vi siete arrabbiata? - le aveva chiesto lui poco dopo.
- Come potrei? – aveva chiesto lei. – Io stessa ho paura di scoprire come usare lo specchio.
Vorrei che quel giorno non arrivasse mai e stare qui con te per sempre… -”

Anche quelle erano bugie.


“.. tra noi non c’è niente Ragnor, non c’è mai stato nulla. Mi dispiace dovertelo dire, ma ti ho
sempre mentito.”
La collera straziante di Ragnor non riuscì più a contenersi, come impazzito prese la sua spada
che giaceva sul baule ai piedi del letto e sfogò la sua rabbia su qualunque cosa gli si parasse
dinnanzi. Tagliò letteralmente in due lo sgabello accanto al caminetto, distrusse la cassettiera
colpendola come se brandisse un accetta e non una spada, ed infine scorgendo il suo stesso riflesso
nello specchio lì dinnazi gli scagliò la spada contro e il vetro esplose in mille frantumi.
Ormai le lacrime gli riempivano gli occhi e della sua rabbia non era rimasta che disperazione.
Si lasciò scivolare in ginocchio poggiando le mani a terra, frastornato da ricordi che rendevano
ancora più brucianti le parole che Viola gli aveva scritto.
Viola che gli sorrideva, Viola tra le sue braccia, Viola che rideva, Viola che lo baciava, Viola,
Viola ed ancora Viola.

“Ti amo Ragnor”


“Non lasciarmi più sola.”
“Ho bisogno di te, amore mio. “
“Mi sei mancato terribilmente.”
“Ti amo.”

Il cavaliere si portò una mano alla testa quasi volesse strapparsi i capelli.

“Ti amo Ragnor, ti amo da impazzire.”

- Basta! – urlò quasi volesse ordinarsi di smettere di torturarsi con quei ricordi.
Si alzò ed andò a prendere al pergamena che giaceva a terra dove l’aveva lasciata cadere e la
rilesse quasi ad assicurarsi che quello non fosse solo un terribile incubo.
No, non era un incubo, era la realtà.

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Una lacrima gli scivolò lungo il mento e cadde sul foglio, lasciò un cerchio umido
perfettamente rotondo. Ragnor in preda allo sconforto rimase ad osservare la sua stessa lacrima che
si asciugava venendo assorbita dalla pergamena, slavando l’inchiostro. Quando la lacrima sparì del
tutto lasciò di sé solo una piccola increspatura sulla pergamena e alcune lettere difficili da leggere a
causa dell’inchiostro sbiadito. Per qualche strana ragione Ragnor notò che l’intera lettera era
cosparsa da piccole imperfezioni simili a quelle lasciate dalla sua lacrima. Colto da un’intuizione si
avvicinò alla finestra ed alzò la pergamena fino a metterla in controluce ed allora capì che quelle
erano lacrime. Viola aveva pianto mentre scriveva quella lettera, aveva versato decine e decine di
lacrime. Ma se allora non lo amava perché scrivergli quelle parole l’aveva ridotta al pianto?
- Perché mi ama, - si rispose Ragnor, - e mi ha sempre amato. -
Senza perdere tempo si vestì e seguito da Lupo corse da Gwendra: aveva bisogno di sapere
cosa fosse accaduto davvero. Doveva scoprire perché Viola se ne era andata e gli aveva mentito.

Mario era agitato, oltremodo agitato, perché Viola aveva riportato lo specchio a Lotar? Quella
situazione non gli piaceva per nulla e sapeva che non poteva significare nulla di buono.
Era evidente che Viola era scappata all’insaputa del suo cavaliere o altrimenti lui l’avrebbe
accompagnata da Lotar, ne era certo. Quell’uomo sembrava tenere abbastanza a sua figlia da non
permetterle per nessun motivo di aggirarsi da sola per i boschi e non dubitava che Viola non stesse
fuggendo da lui.
Qualcosa l’aveva spaventata al punto da costringerla a riportare lo specchio dove l’aveva
trovato e quel qualcosa era sicuramente Endora. Gli bastava conoscere quella strega maligna per
indovinare il macello che doveva aver scatenato pur di catturare Viola e farsi dire dov’era lo
specchio. Con ogni probabilità Viola si era sentita obbligata a nascondere in un luogo migliore lo
specchio e se conosceva sua figlia sapeva anche che si sarebbe allontanata da chi le stava vicino pur
di non metterli in pericolo. Ciò spiegava il fatto che il suo cavaliere non fosse andato con lei da
Lotar.
Mario non poteva sapere dove Viola si fosse diretta, dove stesse fuggendo e non poteva più
nemmeno vederla attraverso lo specchio. Solo dio poteva sapere cosa le fosse già capitato.
- Elena, - mormorò, - se solo tu fossi ancora viva tutto questo non sarebbe mai successo. -
L’uomo si portò le mani al viso angosciato.
- Non sono neanche capace di proteggere nostra figlia. – singhiozzò tornando a guardare lo
specchio. – La nostra bambina, se le accadesse qualcosa non me lo perdonerei mai. -
Mario prese tra le mani lo specchio e si maledisse per l’ennesima volta per la sua incapacità.
All’improvviso un bagliore dorato sfavillò sulla superficie dello specchio. Il padre di Viola
sgranò gli occhi allibito, che cos’era stato? Si avvicinò lo specchio al volto e incredibilmente vide il
suo riflesso, la grotta era sparita e nella cornice si rifletteva solo il suo viso. Il bagliore dorato si
ripeté e questa volte prese le fattezze di un viso che un tempo Mario aveva amato.
- Elena.. – mormorò.
La visione sparì e Mario si sentì stordito come se avesse preso un colpo in testa, non provò
alcun dolore però, solo un forte senso di stordimento. Tutto divenne nero e Mario fu incapace di
sentire o udire qualsiasi cosa, gli sembrò di stare svenendo.
Non seppe dire quanto tempo fosse passato, ma ad un certo punto avvertì una superficie
fredda ed umida sotto di lui, riprese conoscenza e capì di essere steso prono a terra.
Mario appoggiò le mani al suolo e mettendosi in ginocchio cercò di mettere a fuoco
l’ambiente attorno a lui. Sussultò focalizzando due grossi orsi bruni che lo fissavano a pochi
centimetri di distanza. Mario scattò in piedi.
- Lotar!- sbottò. Era andato nel passato! Santi numi come era possibile?

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L’orso si avvicinò a lui come se l’avesse riconosciuto, ma Mario non era mai stato in grado di
udire la sua voce e non lo fu neppure in quel momento.
Guardandosi attorno scorse lo Specchio Dorato poggiato su un piedistallo di pietra, lo stesso
piedistallo su cui Elena anni prima aveva appoggiato lo specchio prima che insieme andassero nel
futuro, lasciando lì Lotar a custodire quel prezioso oggetto.
Mario si avvicinò e lo sollevò con cura.
- Questo lo prendo io Lotar, - disse all’orso, - ho visto che è stata Viola a portartelo e mi
serve per portarla con me a casa. Non ti preoccupare ne avrò buona cura. -
L’orso ruggì contrariato e Mario trasalì.
- Ti prego Lotar, - cercò di convincerlo, - fidati di me. -
L’animale si sedette accanto alla sua compagna ed annuì dandogli il permesso di prendere lo
specchio e Mario uscì dalla grotta alla ricerca di Viola o per lo meno del suo cavaliere.

Gwendra era nello studio magico con Ragnor e ancora sconcertata dalla notizia della fuga di
Viola, stava ultimando i preparativi dell’incantesimo che gli avrebbe permesso di capire perché la
ragazza era fuggita.
- Avvicinatevi, mio signore. – disse l’anziana strega al cavaliere facendogli spazio accanto
alla bacinella d’acqua che aveva posto sul tavolo.
Ragnor ubbidì e la strega gli mise in mano un’ampolla contenente una pomata oleosa.
- Spalmatevi un po’ di questo unguento sugli occhi, - gli spiegò Gwendra, - o non riuscirete a
vedere ciò che apparirà sulla superficie dell’acqua. -
Il cavaliere fece quanto la strega gli aveva detto e poi ripose l’ampolla sul tavolo. Gwendra
agitò un rametto di erbe secche sopra la bacinella e poi prese un pezzetto della lettera di Viola e le
diede fuoco, lasciando che le ceneri cadessero nell’acqua.
Ragnor attese in silenzio che succedesse qualcosa, poi lentamente come fiocchi di neve che
cadono a terra comparvero le prime immagini. Vide Viola china sulla sua specchiera che
impugnava il pennino vergando le dolorose parole della sua lettera. Aveva gli occhi colmi di
lacrime e i singhiozzi la costrinsero più volte ad interrompere la scrittura. Quando ebbe finito, la sua
strega si chinò ad abbracciare per l’ultima volta il suo lupacchiotto e si diresse verso camera sua, la
camera di Ragnor. Il cavaliere vide sé stesso sprofondato nel sonno, Viola depose la lettera sul
comodino e si chinò a baciarlo. A quella vista Ragnor si sentì il cuore stretto in un morsa, le parole
di Viola gli rimbombarono nelle orecchie riempiendolo al contempo di gioia e sollievo ma anche di
angoscia.
- Addio amore mio, non ti dimenticherò mai. -
Poi Viola fuggì dalla stanza con il viso rigato dalle lacrime, la porta si chiuse e la visione
terminò.
Gwendra esitante si voltò verso il cavaliere lì accanto che fissava ancora la superficie
dell’acqua incapace di proferir parola. Quando poco prima Sir Ragnor era venuto a cercarla era così
sconvolto che Gwendra aveva temuto che stesse per perdere il senno, ma neppure adesso, che il
cavaliere aveva avuto al conferma alle sue congetture, Sir Ragnor sembrava dello stato d’animo
adatto a ragionare razionalmente.
- E’ evidente mio signore che Strega Viola non pensava una delle sole parole che vi ha scritto.
– commentò Gwendra.
- Lo so. – le rispose appena l’uomo.
Gwendra capì di essersi sbagliata, Sir Ragnor era ancora perfettamente in grado di ragionare
razionalmente e ne ebbe la conferma quando il cavaliere, dopo un istante di silenzio, sbottò:
- Quella sciocca! -
La strega inarcò un sopraciglio.

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- A cosa vi riferite mio signore? –
- A Viola, Strega Gwendra. – le rispose Ragnor. – Quella sciocca è fuggita per non metterci in
pericolo, si è di certo convinta che rimanendo qui avrebbe messo in pericolo la mia vita ed allora se
né andata portando con sé lo Specchio Dorato. Era così sconvolta ieri quando sono stato ferito, avrei
dovuto intuirlo che se ne sarebbe addossata le colpe…-
Gwendra dovette ammettere che quella era l’unica spiegazione possibile allo strano
comportamento della sua pupilla.
- Dove può essere andata? - chiese interrompendo il cavaliere.
Ragnor non le rispose direttamente, si abbassò sotto il tavolo e afferrò Lupo per la collottola
poggiandolo sul ripiano.
- Voi potete parlare con gli animali, non è vero? – le disse Ragnor. – Interrogate Lupo, lui
saprà di cero dov’è andata. -
Gwendra fissò il lupacchiotto.
– Hai sentito Lupo, - gli disse la strega, - rispondi, dov’è andata Viola? -
“Lupo non lo sa.” Rispose fedelmente a quanto promesso il cucciolo.
- Non dirmi bugie Lupo! – lo redarguì la strega.
Il cucciolo guaì nascondendosi il musetto sotto una zampina.
“Viola fatto promettere di non dire né a Gwendra né a Seamus.” Mormorò il cucciolo
guaendo come se piangesse.
- Cosa dice? – chiese il cavaliere ascoltando i guaiti della piccola belva senza poterne
decifrane una sola parola.
- Dice che Viola gli ha fatto promettere di non dirlo. – gli riferì Gwendra.
La strega vide il cavaliere serrare la mascella ed afferrare di nuovo Lupo per la collottola.
- Non insistete! – lo scoraggiò temendo che gli potesse fare male tanto era furioso, - Se un
demone familiare promette qualcosa alla sua strega non infrangerà la promessa a costo della morte.-
Ragnor lasciò la presa e Lupo si ritrasse tremante, il cavaliere trasse un profondo respiro nel
tentativo di calmarsi e fece un cenno a Lupo affinché si avvicinasse di nuovo. Il cucciolo lo guardò
guardingo, ma infine si avvicinò. Ragnor lo fissò dritto negli occhi, accarezzandogli gentilmente il
collo per calmarlo e rassicurarlo.
- Lo so che puoi capirmi, - disse al lupacchiotto, - devi dirmi dov’è andata Viola, Lupo, ti
prego. Devo andare a salvarla. -
Il cucciolo guardò prima lui e poi Gwendra.
“Viola ha detto di non dire a Gwendra e a Seamus, non a cavaliere Ragnor.”
- Cosa vi ha detto? – chiese Ragnor alla strega lì accanto.
- Dice che ve lo dirà, perché Viola ha detto di non dirlo a me e al mio gatto, non a voi. -
Il cavaliere sorrise trionfante.
- Dov’è andata Viola? – chiese di nuovo al cucciolo.
“Viola detto di andare in un posto pericoloso, ha detto non torna più.”
Gwendra riferì quanto Lupo aveva detto.
- Non ti ricordi altro? – insistette Ragnor. – Non ti ha detto dove di preciso? -
Lupo si sforzò di ricordare.
“Castello Ulfric”
- Bontà divina! – strillò Gwendra senza tradurre. – E’ andata a consegnarsi ad Endora! -
A Ragnor sembrò di aver ricevuto un pugno pieno stomaco, la notizia rischiò di fargli
conoscere per al prima volta in vita sua uno svenimento non causato da una ferita subita in battaglia,
ma riuscì rimanere in piedi seppure fosse diventato pallido come un cencio.
- Posso ancora raggiungerla, - esordì senza voler immaginare che Viola fosse già tra le mani
di Endora e di Ulfric, - se parto adesso potrei fermarla prima che raggiunga il castello di Offlaga. -

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- No, - infranse le sue speranze Gwendra, - Viola è partita a notte fonte, può aver perso
qualche tempo a nascondere lo specchio, ma poi si è sicuramente tramutata in falco, a quest’ora sarà
già al castello di Ulfric. -
- Maledizione! – imprecò Ragnor, facendo sussultare Gwendra.
- Calmatevi mio signore, - gli disse al strega cercando una via d’uscita, - se Strega Viola è già
tra le mani di Endora, non dobbiamo lasciarci prendere dall’angoscia, né tanto meno essere
precipitosi. Riusciremo a trarla in salvo, fosse l’ultima cosa che faccio. -
Ragnor avrebbe davvero voluto credere all’anziana strega, ma sapeva che Viola era andata
nell’unico posto in cui lui non poteva avventurarsi. Se avesse deciso di muovere guerra ad Offlaga
nel migliore dei casi avrebbe impiegato mesi per spingere il suo esercito attraverso le terre di Ulfric
fino al castello e per quell’ora non osava immaginare i patimenti che Viola avrebbe dovuto subire,
sempre se fosse stata ancora viva.
Qualcuno bussò alla porta in quel istante e Ragnor dette il permesso di entrare a chi aveva
bussato. Sir marzio, già informato della fuga di Viola, entrò nel laboratorio trafelato come se avesse
corso a rotta di collo per i corridoi del castello.
- C’è un uomo che desidera vedervi mio signore. – disse diretto a Ragnor.
- Non ho tempo da perdere Sir Marzio, - lo informò il cavaliere, - Viola si è consegnata ad
Endora, è fuggita ad Offlaga per non esporre Villacorta al pericolo rimanendo qui. -
A quella notizia il colore lasciò l’incarnato del cavaliere dai capelli biondi, ma ritrovate le
parole Sir Marzio insistette.
- Mio signore, credo che dobbiate ricevere lo stesso l’uomo che è giunto al castello, dice di
essere il padre di Strega Viola. –

153/236
MARIO VS RAGNOR
Mario venne lasciato ad attendere in un ampia sala dalle pareti ricoperte di armi e non
sapendo che fare si mise a girare attorno al tavolo rotondo al centro della stanza, pensando nel
frattempo a cosa avrebbe detto al cavaliere di Viola. Sperava di non aver sbagliato mandando a
chiamare il signore del castello e capì di non essersi equivocato quando la porta venne spalancata e
sulla soglia si presentò il cavaliere che aveva visto dormire ogni notte al fianco di sua figlia.
L’uomo visto dal vivo incuteva ancora più timore che attraverso lo specchio, ma Mario era
più che incline ad ignorare l’aria autoritaria e tenebrosa dell’uomo rammentandosi che
quell’individuo aveva allungato le mani su sua figlia.
- Eccoti qui giovanotto. – sbottò infatti vedendolo entrare. – E’ da un pezzo che ti aspetto. -
- Chi siete straniero? – gli chiese senza cerimonie il cavaliere incrociando le braccia sul petto.
Mario si puntò le mani sui fianchi: - Sono il padre di Viola. –
Il cavaliere lo analizzò per un lungo istante quasi stesse cercando una possibile somiglianza
tra lui e sua figlia passandolo in rassegna con i suoi occhi metallici.
- Viola ha preso da sua madre. – lo informò Mario sentendosi come un insetto guardato
attraverso la lente di un microscopio.
- Provatemi che siete davvero chi dite di essere. – gli disse, o meglio gli ordinò, allora il
cavaliere.
- Sono venuto qui dal futuro attraverso lo Specchio Dorato. - gli rispose di rimando Mario.
- Non è un’informazione sufficiente a farmi credere che voi siate davvero il padre di Strega
Viola. -
Mario si stizzì, ma non poteva dare torto al cavaliere. Si infilò allora una mano sotto la tunica
di foggia antiquata che gli era comparsa addosso quando era giunto nel passato e sfilò lo specchio
che teneva nascosto lì sotto.
- Questa è una prova sufficiente? – chiese sarcastico mentre la cornice dorata dello specchio
sfavillava al lume delle fiaccole.
Mario capì di aver convinto il cavaliere.
- Perdonate la mia sgarbatezza fino a questo momento, - si scusò il giovanotto, - non potevo
essere sicuro che foste davvero il padre di Viola. -
Mario annuì accettando le scuse e il cavaliere gli si avvicinò porgendogli il braccio. Il padre di
Viola conosceva gli usi di quell’epoca, ma fu con una certa riluttanza che strinse il gomito del
cavaliere come si usava fare al posto di stringersi la mano.
- Il mio nome è Ragnor di Villacorta e sono signore di questo feudo, nonché Cavaliere di
Strega Viola. -
- Mario Lorandi. - rispose lui per poi chiedere: - Suppongo che Viola non sia più qui,
sbaglio?-
- Non vi sbagliate, - ammise il cavaliere incupendosi, - Viola è fuggita questa notte. Ma voi
come fate ad esserne al corrente? -
Mario si gonfiò come un gallo pronto al combattimento: - Si dà il caso giovanotto che mentre
tu ti spupazzavi mia figlia io dal futuro vi potevo vedere. Esistono due specchi: uno è rimasto nella
mia epoca e l’altro è questo qui. – aggiunse mostrandogli lo specchio che teneva ancora sotto
braccio.
– Stanotte ho visto Viola che riportava lo specchio all’orso di sua madre e grazie a Dio, non
so ancora come, sono riuscito ad essere trasportato qui. -
Il padre di Viola non riuscì a decifrare l’espressione del cavaliere lì in piedi dinnanzi a lui,
perché il volto dell’uomo rimase impassibile.

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- Posso capire il vostro risentimento, - gli disse il cavaliere senza fare una piega, - ma vi posso
assicurare che le mie intenzioni nei confronti di Viola sono delle più onorevoli, più volte le ho
chiesto di diventare la mia consorte, ma non ha accettato che ieri sera e come voi stesso sapete è
fuggita. -
Mario non si aspettava di ricevere delle scuse così formali e forse il fatto di averle ricevute
così facilmente gli impedì di sbollire la sua collera.
- Intenzioni onorevoli un corno! – sbraitò infatti, - Se davvero fossero state onorevoli non ti
saresti portato a letto mia figlia prima di averla sposata e soprattutto togliti dalla testa l’idea di
sposarla! -
A Mario sembrò di vedere le guance del cavaliere colorirsi d’imbarazzo o di collera, ma non
poteva esserne davvero certo perché Ragnor mantenne la medesima espressione.
- Vostra figlia mi aveva assicurato che nella vostra epoca certi tipi di rapporti sono accettabili
anche prima del matrimonio. – cercò di discolparsi Ragnor.
Mario dovette ammettere che era vero, ma un paio di maniche erano il resto della società del
ventunesimo secolo ed un altro sua figlia.
- Vi prego Sir Mario, - cercò di acquietarlo il cavaliere, - se volete serbarmi rancore nulla ve
lo vieta, ma in questo momento credo che entrambi abbiamo altro di cui preoccuparci: Viola è
fuggita per consegnarsi a sua nonna Endora e bisogna trarla in salvo. -
- Endora?! – strillò Mario.
- Si, - gli confermò il cavaliere, - ieri Villacorta è stata attaccata dai soldati di Ulfric e Viola
sentendosi responsabile si è consegnata ad Endora pur di attirare le mire della strega lontano da
qui.-
Ragnor avrebbe voluto illustrare meglio la situazione al padre di Viola, ma l’uomo era
sbiancato come un cencio e Ragnor dovette chinarsi verso di lui e sorreggerlo per non farlo cadere a
terra.
Il cavaliere fu lesto a spostare un sedia dal tavolo facendoci sedere Mario e l’uomo si sedette
riacquistando via via colore.
- State bene Sir Mario? – s’informò Ragnor. – Volete che vi faccia portare qualcosa per
ristorarvi? -
- No, no, - mormorò l’uomo, - abbiamo molte cose di cui parlare giovanotto e non voglio
sprecare tempo.-
- A cosa vi riferite? – chiese Ragnor sedendosi a sua volta.
- Viola, - iniziò Mario, - Viola sa come utilizzare lo specchio di nuovo? -
- No, - rispose il cavaliere, - ha cercato in tutti i modi di capire come si usasse, ma non ci è
riuscita o sarebbe già ritornata da voi, non è passato giorno in cui si crucciasse temendo che voi la
credeste morta. -
- Vuoi dire che non sa neppure come ha fatto a venire qui dal futuro? – chiese nuovamente
Mario.
- No. - rispose di nuovo Ragnor ed incalzato dalle domande dell’uomo gli raccontò di come
lui e Viola avevano attraversato lo specchio e soprattutto come fosse possibile che lui si trovasse già
nel futuro quando aveva incontrato Viola per la prima volta.
- Avete avuto lo specchio sotto il naso per tutto questo tempo, - commentò infine Mario, - e
avreste potuto usarlo in qualsiasi momento. -
- Cosa volete dire? – chiese Ragnor incredulo.
- Questo specchio, - gli spiegò Mario sfiorandolo con la punta delle dita, - fu creato da
Endora, questo credo tu lo sappia già. -
Ragnor annuì. - Si, e Viola ha anche scoperto che voi e sua madre lo rubaste ad Endora e lo
usaste per fuggire in un'altra epoca. –

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- Esattamente, - confermò Mario, - ma ciò che evidentemente non sapete è che lo specchio
funziona con l’amore, Elena sapeva che Endora non avrebbe mai amato nessuno, per questo fece un
incantesimo allo specchio: solo due persone che si amano possono farlo funzionare, basta che i loro
visi si riflettano contemporaneamente nello specchio. -
Ragnor rimase a dir poco allibito, se solo l’avesse saputo prima Viola in quel momento
sarebbe già potuta essere in salvo nelle sua epoca.
- Bisogna proporre uno scambio ad Endora, - esordì Mario, - le offriremo lo specchio in
cambio di Viola, quando scoprirà di non poterlo usare per lei sarà troppo tardi per tornare indietro. -
Ragnor per un istante la trovò un idea geniale, ma poi dovette riconsiderarla.
- Ma se lo specchio finisse ad Endora voi e Viola non potreste più fare ritorno al futuro.-
Mario annuì, ci aveva già pensato.
- Preferisco vedere Viola sana e salva e rimanere in quest’epoca, che saperla in mano ad
Endora e il suo cavaliere. -

Viola si destò lentamente da sogni pieni di incubi ed aprendo gli occhi capì che l’incubo non
era ancora finito. Per prima cosa sentì male alla gola laddove il collare di freddo metallo l’aveva
quasi strangolata, si portò istintivamente una mano al collo sfiorando quel maligno oggetto e si mise
a sedere scoprendo di essere stata rinchiusa in una sontuosa camera da letto, non dubitò infatti per
un solo istante che la pesante porta di legno della stanza fosse chiusa dall’esterno da un pesante
chiavistello.
Il suo sguardo corse alla finestra dinnanzi a lei, di fronte al letto a baldacchino sul quale era
stata adagiata. Spesse sbarre di ferro celate appena dalle cortine scure tagliavano la luce in ombre
verticali che si irradiavano sul tappeto vermiglio ai piedi del letto. Viola venne presa dall’angoscia,
una sensazione molto simile alla claustrofobia le accelerò i battiti cardiaci mozzandole il fiato.
Balzò giù dal letto e raggiunse la finestra aggrappandosi alle spesse sbarre di metallo, mentre
scrutava la piazza del castello diversi metri più in basso.
- Sono in trappola…- mormorò, respingendo indietro le lacrime. Era stata lei ad andare lì e
sapeva cosa le sarebbe toccato, almeno in parte, doveva essere forte ed arrendersi consolata dal fatto
che in quel modo stava proteggendo Ragnor.
Improvvisamente il chiavistello della porta venne aperto e Viola udendo quello sferragliare
metallico sussultò indietreggiando. La porta si aprì in un macabro cigolio e una grassoccia donna
agghindata di nero entrò nella stanza reggendo quelle che sembravano salviette bianche.
Viola fu sollevata che non si trattasse di Endora, ma la donna che le guardie dietro la porta
chiusero nella stanza con lei aveva un’aria per nulla amichevole.
- Chi siete? – le chiese la ragazza.
La donna le prestò poco più di un’occhiata, o meglio al suo collare, e poi si volse ad
appoggiare le salviette su una sedia.
- Sono la vostra cameriera personale. – le disse la donna. – Mi chiamo Otalda. -
Otalda si voltò di nuovo e Viola scrutò il suo volto rubicondo reso severo dalla composta
acconciatura di trecce grigie e dall’espressione sprezzante.
- La mia signora vuole che siate lavata e cambiata d’abito, delle ragazze arriveranno fra poco
con la tinozza e l’acqua calda ed è meglio per tutte e due che non creiate problemi. -

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SCHIAVA E PRESTO SPOSA
Viola venne lavata con suo sommo imbarazzo da due ragazze di pressappoco la sua stessa età,
mentre Otalda, ritta ed immobile accanto alla porta, osservava la scena in muto silenzio. A nulla era
valso chiedere di essere lasciata sola, Otalda pose un netto rifiuto e la rimproverò accusandola star
facendo perdere tempo a tutti quanti. Viola allora, sconsolata ed irritata, si era quasi strappata i
vestiti di dosso e si era immersa nella tinozza attendendo rigida come un pezzo di legno che le due
ragazze finissero di insaponarla e sciacquarla.
Venne poi fatta uscire dalla vasca ed avvolta in un morbido telo bianco, Otarda passò i vestiti
che aveva portato alle due ragazze e Viola fu vestita di tutto punto con gli abiti che sua nonna aveva
destinato per lei.
Si accorse della foggia dell’abito nero solo quando l’ebbe indosso. L’abito aveva un alto
colletto rigido, ma da esso si apriva una scollatura sottile e vertiginosa che scendeva quasi fino al
suo ombelico, lasciando una striscia verticale di pelle scoperta. I suoi seni erano
provvidenzialmente celati nei movimenti da una strisciolina di raso che tratteneva l’abito in quel
punto, ma non si poteva certo dire che la situazione migliorasse. Il resto dell’abito era così aderente
da impedirle quasi di camminare e solo sotto le sue ginocchia si apriva in neri sbuffi di pizzi e
crinoline. Endora aveva dato ad Otarda precise istruzioni anche su come pettinarla e i suoi lunghi
capelli furono acconciati in un elaborata composizione di crocchie e ciocche arricciate con un ferro
arroventato sul caminetto. Le due ragazze passarono poi al trucco e Viola non potendo scorgersi
nello specchio intuì che ci stessero davvero andando sul pesante, le passarono una sorta di polvere
nera nell’interno degli occhi e le applicarono piccole gemme preziose scarlatte sulle palpebre,
umettandole le labbra con una tintura vermiglia. Il risultato finale era a dir poco sconcertante e
Viola, lasciata libera di specchiarsi, riconobbe a stento sé stessa in quella donna cupa ed elegante, le
sembrò di essere la sposa di Dracula in un vecchio film degli anni venti.
Non ebbe comunque molto tempo di stare a guardarsi così agghindata, perché Otalda fece
entrare le guardie affinché la scortassero da Endora.
Viola già intimorita dall’ultimo ed al contempo primo incontro con sua nonna, si chiese
ancora più spaventata perché Endora l’avesse fatta vestire e preparare a quel modo. La riteneva
semplicemente un suo animale domestico con cui potersi gingillare a suo piacere o era stata fatta
agghindare così per uno scopo specifico?
Cominciò a farsi un’idea del perché, quanto le guardie davanti e dietro di lei la scortarono
dinnanzi ad un grande portone nero. Da lì dietro provenivano urla, risa ed un gran frastuono. Otalda
le si mise al fianco e una delle guardie aprì loro la porta. Si trattava del salone del banchetto e data
l’ora i castellani di Offlaga si accingevano al pasto serale. La stanza era enorme ed affollata, ma giù
infondo alla sala Viola riuscì lo stesso a scorgere tra il fumo dei camini e delle fiaccole e la luce
soffusa, Endora seduta su un alto scranno al fianco ad un imponente cavaliere che sedeva in un
trono della medesima grandezza.
Otalda la afferrò per un gomito sospingendola avanti e Viola, frastornata, mosse il primo
passo all’interno della sala, avviandosi tra i numerosi tavoli disposti su due file. I commensali erano
tutti soldati o cavalieri e le uniche donne erano serve che passavano di tavolo in tavolo deponendo
le pietanze, per poi ritrarsi di scatto dagli uomini che le tastavano volgarmente o rischiavano di
finirle addosso mentre si azzuffavano. Cani latranti, al pari degli uomini, si accapigliavano l’un
l’altro tra le gambe di tavoli contendendosi ossa ed avanzi.
Il suo ingresso non riuscì ad attirare l’attenzione di tutti i commensali ma molti la notarono e
le appuntarono gli occhi addosso mentre procedeva verso il palco su cui sedevano Endora e il suo
cavaliere, attorniati da numerosi altri uomini d’arme.

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Endora l’aveva scorta nel preciso istante che aveva messo piede nella sala e quando fu
abbastanza vicino al palco le rivolse un sorriso gelido, chinandosi a sfiorare il braccio dell’uomo
biondo seduta accanto a lei sussurrandogli qualcosa.
Il cavaliere batté il pugno sul tavolo facendo sussultare Viola al baccano e l’intero salone
tacque.
- Avvicinati Viola.- la invitò la strega alzandosi, - Vieni qui a sederti con noi.
Viola lanciò un’occhiata intimorita al cavaliere seduto accanto a lei che la fissava
insistentemente. Sapeva di non poter rifiutare e salì le scale del palchetto.
Otalda si fermò lì quasi che il suo compito fosse stato quello di affidarla ad Endora e la strega
rimase a fissarla mentre si avvicinava. Il cavaliere biondo si girò per metà sul suo scranno
allungando le gambe davanti a sé con fare smargiasso, osservandola minuziosamente mentre si
avvicinava.
Viola cercò di mantenere un’espressione impassibile, se avesse dimostrato di aver paura
sarebbe stato ancora peggio.
Quando la raggiunse Endora le artigliò un braccio con le dita unghiute e la sospinse verso il
suo cavaliere.
- Inchinati a Sir Ulfric, Viola. - le ordinò gelida.
Viola si irrigidì e fissò l’uomo lì davanti a lei: aveva mani così grandi da poterle spezzare il
collo con una sola mano e braccia ed arti spessi e massicci come tronchi d’albero. I capelli di un
biondo chiarissimo contrastavano con la carnagione olivastra e lo facevano ancor di più i suoi occhi
chiari come il ghiaccio di montagna. Uno dei due era sfregiato da una cicatrice verticale e Viola si
chiese perché mai il cavaliere non si fosse fatto cancellare la cicatrice dalla sua strega che poteva
farlo ben facilmente, ma ripensandoci un uomo del genere avrebbe preferito tenersi quello sfregio
che rendeva il suo sguardo ancora più feroce.
- Ho detto inchinati. – ripeté Endora e molto eloquentemente il suo collare si strinse
tagliandole il fiato. Viola serrò i denti e fece quanto le era stato ordinato, abbassando lo sguardo
dall’uomo davanti a lei. Lo sentì ridere vigorosamente.
- E’ bella Endora, - disse Ulfric, - non mi avete mentito. -
- L’ho mai fatto Ulfric? – rispose sarcastica Endora.
Il cavaliere rise di nuovo. – Forse non ho perso molto lasciandomi sfuggire la madre. –
Viola non capì di cosa stessero parlando, ma non ebbe tempo di pensare perché Endora le
ordinò di prendere posto al piccolo scranno che era apparso magicamente tra quello della strega e
del suo cavaliere.
La ragazza si sedette rigida e subito una servetta apparve a porgerle un piatto di arrosto.
Indora non le prestò più attenzione, ma Ulfric continuava a fissarla.
- Vi chiamate Viola vero ragazza? – le chiese l’uomo.
- Si. – rispose lei telegrafica senza incrociare il suo sguardo.
- Si, mio signore. – la corresse Endora che sorseggiava del vino rosso da un calice di cristallo.
- Si, mio signore. – ripeté Viola tremando dalla rabbia.
Ulfric rise divertito e chinandosi sul tavolo allungò una mano a sfiorarle il collare d’argento
che le serrava la gola. Viola si ritrasse ma non poté scappare e l’uomo le toccò il collare.
- Una strega così potente resa docile come un cagnolino, - sbottò l’uomo diretto alla sua
strega, - mi avete tolto metà del divertimento Endora, lo sapete che mi piace domare le mie donne. -
Viola capì immediatamente quanto stava succedendo. Endora l’avrebbe “regalata” a Ulfric.
- Non fate quella faccia passerotto. – le disse il cavaliere così vicino che Viola poté sentire il
puzzo di alcool del suo fiato. – Endora non vi ha detto niente? -
- Non c’era bisogno di dirle niente, - puntualizzò la strega deponendo il suo calice, - prenderà
il posto di sua madre diventando vostra moglie e non sono ammesse repliche. -

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Viola credette di impazzire, il suo sguardo si posò allucinato su Ulfric e solo il freddo metallo
stretto attorno alla sua gola le fece rammentare che non poteva scappare.
- E chi mi assicura che non porti già in grembo il bastardo del suo cavaliere? – chiese Ulfric
sprezzante. – Nerius ha detto che quel figlio di puttana la trattava come la sua concubina.-
Viola tremò di collera, avrebbe subito qualsiasi umiliazione e maltrattamento con freddo
stoicismo se necessario, ma non avrebbe retto sentir nominare Ragnor a quel modo.
- Sir Ragnor è un cavaliere come voi non lo sarete mai, - ringhiò tra i denti, - se non avessi
questo collare vi farei pentire di averlo chiamato a questo modo. -
Viola chiuse bocca e solo allora si rese conto della sciocchezza che aveva fatto. Ulfric la
afferrò per i capelli strattonandola verso di lui con tanta violenza da trascinarla giù dal suo scranno
facendola finire seduta sul suo grembo.
- Questo era il fuoco che volevo vedere.. – sbottò l’uomo suscitando le risa dei suoi
commensali e poi le ghermì la nuca baciandola violentemente. Viola cercò di liberarsi furiosamente
ma lui le afferrò i polsi con una sola mani serrandoglieli con tanta forza da farle venire le lacrime
agli occhi. La risata divertita di Endora si levò nell’aria e Viola disgustata dovette sottostare al
bacio brutale del cavaliere. Le sue dita si infilarono prepotentemente sotto il suo abito tastandole un
seno nudo e a Viola mancò il fiato sentendosi a dir poco oltraggiata.
Ulfric la liberò rigettandola sulla sua seggiola ed Endora sarcasticamente commentò:
- Vedete di trattenervi Ulfric, o non sapremo mai se è davvero incinta di Sir Ragnor o di voi.
Quando avremo la conferma che non porta in grembo nessun bastardo sarà vostra. –

Alla fine di quell’orribile e tormentata cena, in cui Viola era stata troppo disgustata per
toccare cibo, la ragazza venne ricondotta nella sua cella ammobiliata e preda della disperazione
scoppio a piangere. Ragnor era in ognuno dei suoi pensieri, l’aveva lasciato da solo un giorno e le
sembrava lontano da secoli. Sarebbe finita in sposa a quell’uomo spietato non appena il suo ciclo
mestruale avesse confermato che non era incinta e non dubitava che Otalda l’avrebbe tenuta
sottocchio per poterlo riferire ad Endora.
Cosa poteva fare per salvarsi da quel matrimonio orribile a parte togliersi la vita? Se avese
ancora avuto i suoi poteri avrebbe rischiato il tutto per tutto affrontando Endora, ma ora non era che
una schiava inerme. Doveva trovare a tutti i costi il modo di togliersi il collare.
Quella sera stessa cominciò disperatamente a cercare di togliersi il collare, ma scoprì che
come formulava anche solo mentalmente un’incantesimo il feddo metallo si serrava attorno alla sua
gola e minacciava di strangolarla finchè non desisteva. Non chiuse occhio per tutta la notte tentando
e ritentando, ma alla fine provata dallo sforzo e con la gola martoriata si lasciò cadere a terra
piangendo. Venne lasciata lì dentro per due giorni interi senza che vedesse altri che Otalda che
veniva a portarle cibo ed acqua, che lei immancabilmente non toccava. Perfino quando si
addormentava il collare le impediva di avere visioni e l’angoscia di non poter vedere Ragnor
neppure in sogno la spinse quasi alla follia.
La sera di quel secondo giorno di prigionia Viola aveva perso interamente l’energia di
combattere, la solitudine, il tormento, per ciò che l’aspettava e le privazioni a cui si stava
sottoponendo l’avevano indebolita a tal punto che l’unica cosa che riusciva a fare era starsene
sudata su uno sgabello accanto al camino, fissando con guardo vacuo e spento le fiamme nella
speranza di avere una visione.
La differenza tra giorno e notte era ormai scomparsa per Viola che non chiudeva mai occhio e
si aggirava come una sonnambula tra le quattro pareti di pietra della sua “stanza” pallida e
tormentata, ma quella sera doveva essere all’incirca mezzanotte quando stremata sentì le sue
palpebre farsi pesanti quasi la implorassero di chiudere gli occhi ed abbandonarsi per qualche ora a
sonni tormentati. Viola scosse il capò obbligandosi a stare sveglia, si fregò gli occhi e volse lo

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sguardo alla stanza ombrosa cercando di scorgerne i tratti riadattando i suoi occhi, che erano stati a
lungo fissi sulle fiamme, al buio.
Le sembrò di scorgere un’alone scintillante dinnanzi all’armadio, ma non era possibile. Si
sfregò ancora gli occhi e tornò a guardare. Non si era sbagliata, c’era proprio una strana luce lì
accanto a lei.
“Viola..”
La ragazza riconobbe la voce, non avrebbe potuto non farlo. – Mamma.. – mormorò.
La porta dell’armadio si aprì con un cigolio e la luce svanì spettralmente come era venuta. La
ragazza balzò in piedi con nuove energie e si avvicinò all’armadio che non conteneva altro che
l’abito con il quale era giunta ad Offlaga.
Uno spiffero d’aria fredda la fece rabbrividire e sgranando gli occhi si accorse che proveniva
dal fondo del’armadio, scostò l’abito appeso ad una gruccia e le sue dita trovarono la fessura da cui
spirava quell’aria fredda. Era un passaggio segreto.
Come aveva potuto non pensarci prima? Quella era la stanza di sua madre, la stessa stanza che
le era apparsa in sogno mostrandole Elena e Lotar che rientravano dal passaggio segreto di
nascosto.
Lo aprì e senza esitare vi si infilò dentro. Il passaggio era buio e infestato da ragnatele, un
intenso odore di muffa aleggiava nell’aria. Viola arretrò ed andò a prendere la candela posta sul suo
comodino accanto al letto e poi rientrò nel passaggio. La vista delle enormi ragnatele e dei loro
ospiti la fece inorridire, ma facendosi coraggio scese i primi gradini che la portarono sembre più giù
nelle viscere del castello. Lungo lo stretto cunicolo si aprivano varie porte ma Viola esitò ad aprirle,
non poteva sapere dove conducessero. Si ricordava la visione quanto bastava per rammentare che
infonodo al cunicolo c’era la porta che portava all’esterno del castello, ma anche se l’avesse trovata
sapeva di non poter scappare. Se fosse scappata Endora l’avrebbe cercata a Villacorta e questo non
doveva accadere.
Ma allora perché sua madre le aveva mostrato il passaggio. Viola si immobilizzò, aveva udito
un bisbiglio. Veniva da un piccolo corridoio che si apriva alla sua destra, Viola titubò ma facendosi
coraggio scostò le ragnatele che ostruivano il passaggio e si infilò lì dentro trattenendo un urlo
disgustato quando topi grandi come conigli le sfrecciarono tra le gonne impauriti dal suo arrivo.
I ratti si dispersero squittendo e Viola si appoggiò alla parete viscida prendendo fiato.
- Maledetta, maledetta.. – ripeté il bisbiglio questa volta distinguibile, - mi lascia qui
imprigionato a marcire, che sia dannata. -
Un sottile spiraglio di luce filtrava da un buco nella roccia e Viola vi accostò l’occhio,
spiando la stanza oltre il muro: era una cella, ma non come la sua, erano una prigione nelle segrete
del castello e un uomo ammantato simile ad una vecchia megera acquatta all’angolo di una strda era
incatenato alla parete. Era Neruis, ne era certa non avrebbe potuto dimenticare quella voce viscida e
sibilante. Lo stregone continuò ad imprecare e muovendosi il mantello gli scivolò giù dalle gambe
mostrando arti fatti a brandelli e fatiscenti. Viola trasalì disgustata.
- Gliela farò pagare. – urlò l’uomo scoppiando poi a ridere sarcasticamente. – Se solo non
fossi imprigionato qui e mutilato. -
- Nerius? – lo chiamò Viola.
Lo stregone volse la testa orribilmente scoperta dal cappuccio verso di lei, puntando occhi
gialli ed infossati come quelli di un cadavere sulla parete.
- Chi mi chiama? -
- Cosa vi è successo? – chiese Viola.
- Conosco questa voce. – disse l’uomo. – Siete Strega Viola, a quanto vedo Endora è riuscita a
catturarvi. Perchè non siete in catene? -

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- Sono fuggita, - gli spiegò Viola, - per così dire, ma dovrò tonare alla mia cella. Perché voi
siete imprigionato? Cosa vi è stasto fatto? -
- Cosa mi è stato fatto? – rise l’uomo. – Non mi vedete da lì dietro Strega? Sono stato punito
per non avervi catturata dalla vostra perfida parente. -
Viola capì che era una mossa azzardata, ma il nemico del tuo nemico talvolta po’ essere il tuo
nemico.
- Aiutatemi Nerius, - lo implorò, - se mi aiuterete vi libererò. -
- E come potrei aiutarvi? – rise l’uomo. – Sono qui imprigionato. -
- Voi conoscete questo castello meglio di me, - gli disse Viola, - Endora mi ha messo un
collare al collo e non posso fare magie, se riuscissi a liberarmene l’affronterei. Voi sapete dove
tiene la chiave? -
- Anche se vi liberaste, Endora vi ucciderebbe. – le disse lo stregone scuotendo il capo. –
Siete solo un’apprendista ragazza. -
- Ma sapete se esiste una chiave? – insistette Viola.
- E’ un collare d’argento quello che portate? – chiese Nerius. – E’ lo stesso che Endora fece
per vostra madre? -
- Si. – rispose la ragazza a dir poco speranzosa.
- Allora conosco l’ubicazione della chiave, ma non ve la dirò se non mi date la certezza che
mi aiuterete a fuggire. -
- Che certezza vi potrei mai dare? – chiese Viola incredula. – Vi posso solo dire che se
riuscirò a sconfiggere Endora avete la mia parola che vi libererò, non posso offrirvi altro. O vi
fidate e cogliete una possibilità di essere liberato o rimarrete qui finchè non morirete. -
- Non posso morire, sono già morto. – le fece notare lo stregone.
- In tal caso allora fino all’eternità. – puntualizzò Viola. – Dov’è la chiave, me lo direte? -
Nerius rimase in silenzio un lungo istante, poi annuì.
- Endora tiene la chiave appesa al collare di Hugin. – le disse lo stregone.
- Hugin? – ripeté Viola incredula. – Chi è? -
- Uno dei suoi due demoni familiari, il lucertolone maschio, vi sbranerà se tenterete di
prenderla senza fargli un incantesimo. -
- E allora come posso fare? – chiese Viola che non voleva credere che fosse una situazione
senza vie di fuga.
- Gli farete un incantesimo. – le rispose Nerius come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Viola credette che la sofferenza e la prigionia avessero annebbiato al mente del malefico
stregone.
- Vi siete scordato che il collare mi impedisce di fare magie? – gli rammentò.
- Affatto, - la contraddisse lo stregone, - voi non potete fare magie questo è vero, ma nulla vi
vieta di utilizzare una pozione già distillata da usare su Hugin.-
Viola cominciò ad intuire dove voleva andare a parare Nerius.
- Endora ha un laboratorio magico dove tiene pozioni di ogni sorta, nessuno ha il permesso di
entrare lì dentro se non in sua presenza e il portone è sempre sprangato e sorvegliato, se esistesse un
passaggio segreto anche per il laboratorio non dovreste fare altro che entrare lì dentro e rubare un
pozione che faccia al caso vostro. -
- Se trovassi il passaggio giusto ce la potrei fare. – osservò Viola. - Ma quale pozione dovrei
rubare? Non credo di saperne riconoscere molte. -
- Sapete riconoscere l’odore della belladonna? – le chiese Nerius che architettando quel piano
sembrava essersi animato di nuove energie.
- Si. – rispose Viola.

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- Allora cercate un’ampolla stretta e lunga contenente un liquido azzurro chiaro, ce ne
potrebbero essere molte simili, annusatele tutte e quando avverirete l’odore della Belladonna
prendete quella. E’ un sonnifero molto potente quindi non annusatelo a lungo o cadrete svenuta.
Quando avrete l’ampolla non dovrete fare altro che scagliara contro Hugin, il lucertolone cadrà in
un sonno profondo e voi potrete sottrargli la chiave, rimettetela subito apposto dopo aver aperto il
collare, e quando Hugin si sveglierà non ricorderà nulla dell’accaduto. -
- E se Endora si accorgesse che ho rubato l’ampolla? – ipotizzò Viola già tremantea lal sola
idea.
- Dovete riportare quella vuota al suo posto e riempirla con un liquido simile, avete
dell’inchiostro nella vostra cella? -
Viola scosse il capo e si rese conto che il gesto era inutile, Nerius non poteva vederla.
- No. – ripose dopo un istante.
- Allora procuratevelo, diluirete inchiostro, latte ed acqua fino ad ottenere un colore simile a
quello della pozione e riempirete l’ampolla vuota. -
- D’accordo. – mormorò Viola. – Farò come avete detto, non appena sarò riuscita a aprire la
serratura tornerò da voi. -
Lo stregone si mosse di nuovo impercettibilmente e Viola poté scorgere lo sguarcio sul suo
addome da cui si intravedeva un’ampia cavità ormia priva di organi interni. Venne assalita da una
forte compassione per lo stregone, sapeva che quell’uomo, se così si poteva ancora chiamare, non
era degno di compatimento: aveva cercato di far avvelenare Ragnor abbindolando Marissa e aveva
anche tentato di rapirla ferendo sia lei che Lupo, anche adesso la stava aiutando solo per trarne un
personale tornaconto… eppure Viola si sentì mossa a pietà.
- Posso fare qualcosa… - iniziò incerta, - per alleviare le vostre sofferenze Nerius? -
Lo stregone rise, una risata macabra e maligna allo stesso tempo.
- Uccidete Endora, Strega Viola ed allora abbandonerò le sofferenze di questa putrida
carcassa. -

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UNA SCIOCCANTE SCOPERTA
Dopo l’incontro con Nerius Viola tornò alla sua cella e là rimase fino al mattino, per una notte
aveva già avuto abbastanza avventure e non era il caso di tentare la sorte un’altra volta mettendosi
alla ricerca del passaggio per il laboratorio magico di Endora. Rimase prigioniera di quelle quattro
pareti con insolita tranquillità e quando Otalda arrivò da lei portandole la colazione, le chiese se
poteva avere pergamena ed inchiostro. Le mentì dicendole che amava scrivere poesie e che quel
diletto le avrebbe reso meno monotona e gravosa la pigionia. Otalda rispose con una smorfia, ma le
promise comunque che avrebbe chiesto ad Endora se poteva portarle quanto chiesto.
Sua nonna doveva essere particolarmente magnanima quel giorno, forse era l’idea di averla in
sua prigionia a renderla di buon uomore e generosa, ma Viola fu a dir poco sorpresa quando Otalda
nel primo pomeriggio venne a ritarare il vassoio del pranzo portando con sé due ancelle che
reggevano tra le braccia cestini ricolmi di inchiostri colorati, rotoli di pergamena e numerosi
manoscritti.
Viola rigraziò e quando le tre donne se ne furono andate cercò tra le boccette di inchiostro
quello blu che le serviva per il suo piano e trovatolo lo nascose sotto il letto insieme al latte che
aveva messo da parte quel mattino.
La sera calò con una lentezza esasperante per Viola e quando fu sicura che più nessuno si
sarebbe recato da lei, aprì il pasaggio segreto dentro l’armadio e munita di candela si avventurò per
i meandri del cunicolo. Lungo il passaggio si diramavano numerosi incroci ed ad ogni svolta si
apriva una nicchia polverosa che permetteva di entrare in altre stanze. Viola passò in rassegna ogni
nicchia aprendo con cautela gli spioncini scorrevoli da cui si potevano spiare le stanze a cui dava il
passaggio segreto, ma non trovò il laboratorio magico. I corridoi stretti e scoscesi erano un vero
labirinto immenso ed intricato quando il castello stesso e Viola spese più di due ore aggirandosi per
esso, fino a temere di aver perso il senso dell’orientamento. Credeva ormai di essersi persa quando
trovò il laboratorio di Endora.
Il piccolo spioncino rotondo che scostò le mostrò una grande sala colma di scaffalature
ricoperte da ampolle colorate e manoscritti antichi, sicuramente libri di magia. La sala sembrava
vuota, ma per sicurezza Viola attese qualche istante prima di entrare, assicurandosi che i due
lucertoloni di Endora non fosero lì dentro, magari acquattati sotto i tavoli al centro della sala
ricoperti di alambicchi e mortai.
Tutto taceva e data l’ora era improbabile che Endora scendesse nel suo laboratorio. Viola si
fece coraggio e con mano tremante aprì la porticina di legno scoprendo che era nascosta dietro uno
scaffale molto pesante ricolmo di libri. La sezione dello scaffale che celava la porta si mosse in
avanti e con somma fatica Viola riuscì ad aprire il passaggio quanto bastava per farla scivolare
all’interno della stanza. Entrò di soppiato e scelse uno scaffale da cui cominciare la ricerca della
pozione che Nerius le aveva indicato. La mano che reggeva la candela le tremava, ma passò in
rassegna le ampolle strette e lunghe che contenevano liquidi azzurri ad una ad una ed era a circa
metà del suo lavoro quando avvertì l’inconfondibile adore dolciastro e pungente della belladonna.
Ora che aveva trovato la pozione giusta doveva andare alla ricerca di Hugin, ma dove poteva
essere se non con Endora? Un rumore la fece sussultare e si voltò di scatto verso la porta del
laboratorio che minacciva di essere aperta da un momento all’altro. Il fiato le si serrò in gola.

Endora aprì il chiavistello del suo laboratorio ed entrò nella stanza rischiarandola con un
incantesimo guardandosi attorno sospettosa. Aveva avuto una cattiva sensazione e così, per
assicurarsi che si sbagliava, si era diretta lì per controllare. Guardatasi attornò constastò che non
c’era nessuno e che nulla sembrava fuori posto. Infondo chi altri avrebbe potuto entrare lì oltre lei?

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Tuttavia era meglio essere prudenti, aveva avuto un presagio a proposito, non una vera
promozione, ma un pensiero che le era balzato tutto d’un tratto nella testa e non era il caso di non
prestarvi attenzione.
Si voltò appuntando la sguardo sui due lucertoloni verdi che la seguivano ovunque.
- Rimani qui a sorvegliare, Hugin, – ordinò al suo demone familiare, - se qualcuno cerca di
entrare sbranalo. -
La bestia sibilò in assenso e Endora fece retrofront seguita da Munin, l’altra lucertolona, e se
ne uscì richiudendo la pesante porta della sala e la luce se ne andò con la strega.

Viola che si era nascosta dietro nel passaggio segreto appena in tempo, tirò un sospiro di
sollievo sentendo Endora andarsene. La strega non si era accorta che dagli scaffali mancava
l’ampolla che teneva stretta al petto e miracolosamente aveva anche lasciato lì Hugin da solo.
La ragazza rimase nscostà lì dietro per qualche tempo dopo che Endora se ne fu andata ed
ascoltò in silenzio i passi strascicati della lucertola che si aggirava per la stanza. Doveva agire e
farlo al più presto e tecnicamente era pronta a farlo: nella tasca del suo abito aveva un’ampolla, che
aveva svuotato dei sali da bagno che conteneva, piena della miscela di latte, inchiostro ed acqua da
travasare nella bocetta della pozione una volta usata, ma prima doveva affrontare il lucertolone. Se
avesse messo piede nella stanza l’avrebbe aggredita come Endora aveva ordinato, l’unica cosa che
poteva fare era aprire il passaggio quanto bastava per gettargli adosso l’ampolla e non finir sbranata.
Questa volta ebbe bisogno di più di qualche istante per trovare il coraggio necessario. Respirò
a fondo, posò la candela a terra ed aprì lentamente la porta. Il cigolio attrasse la lucertola e Viola
sentì un sibilo simile ad un ringhio vibrare nella stanza buia. Non ebbe il coraggio di guardare dallo
spioncino se Hugin si era già trasformato nella tremenda e feroce creatura che sospettava. Spinse
ancora un po’ di più la porta e nulla accadde. Viola si immobilizzò, perché diavolo quella besticcia
non era ancora venuta all’attacco?
Provò a sporgere una mano dalla fessura agitandola per attirare la bestia e la ritirò per un pelo
quando fauci enormi si chiusero ad un centimetro dalle sue nocche. Viola riuscì a non strillare si
strinse la mano appena messa in salvo sulla bocca, trovandosi di fronte l’enorme testa della belva
simile ad un drago che cercava di aprire la porta del passaggio segreto con le zampe artigliate. Si
aggrappò alla porta trattenendola con tutte le sue forze, ma Hugin così tramutato l’avrebbe distrutta
velocemente. L’occhio rosso ed iniettato di sangue del drago la fissava attraverso la fessura della
porta sempre più difficile da tenere chiusa. Viola, non perse tempo prezioso: quel baccano rischiava
di attirare lì qualcuno, fu lesta a strappare con i denti il tappo della pozione e gettare il filtro sul
muso della belva. Un forte odore acre si levò nell’aia e Viola tossendo si coprì naso e bocca con una
manica dell’abito, mentre la bestia stramazzava al suolo priva di sensi, con una zampa infilata per
appieno tra il muro e la porta.
Estremamente guardinga Viola fissò la belva senza osare aprire del tutto il passaggio, poi con
cautela, visto che Hugin sembrava davvero svenuto, gli diede un calcetto alla zampa artigliata stesa
tra il muro e il battente per vedere se reagiva. Non accadde nulla: era davvero privo di sensi. Viola
aprì del tutto al porta del passaggio segreto ed aggirò il corpo esanime del drago, che sotto i suoi
occhi si ritramutò in semplice varano. Attorno al suo collo era alllacciato un collare di cuoio nero
che reggeva una chiave argentea. Viola non perse tempo a chiedersi come quella semplice fascia di
cuoio non si fosse stracciata quando Hugin si era tramutato in un essere dalle dimensioni mostruose.
Temendo che l’effetto della pozione svanisse velocemente, Viola si chinò sulla bestiaccia
verdognola e gli sollevò il mento per aver libero accesso alla chiave, la sganciò dal collare ed in
tutta fretta aprì il suo di collare. Un “click” sottolineò l’apetura della serrautare e Viola si sfilò dal
collo il freddo ogetto di metallo, riponendoselo in grembo. Rimise la chiave al suo posto e poi

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tremante come una foglia travasò la falsa pozione nell’ampolla vuota riponendola sullo scaffale al
posto giusto.
Tagliò la corda veloce come una saetta e si richiuse la porta del pasaggio segreto alle spalle,
scivolando per i corridoi del cunicolo fino a camera sua dove finalmente “in salvo” si lasciò cadere
a terra esausta e sconvolta da tutto quel pericolo.
Quando ebbe ripreso fiato osservò il collare d’argemnto che teneva stretto tra le dita: se lo era
tolta!
Non riusciva quasi a crederci, ma ora doveva trovare il modo di far credere ad Endora che non
se ne fosse ancora liberata. Lo accostò al lume della candela ed esaminò la serratura. Se l’avesse
fatta saltare via con qualcosa, avrebbe potuto indossare il collare senza che Endora si accorgesse
che era in realtà aperto. Girò a destra e a manca per la stanza alla ricerca di un oggetto abbastanza
solido e contundente che facesse al caso suo e l’unica cosa che trovò fu un ciocco di legna da
ardere, con il quale cercò di far saltare i ganci della serratura del collare. Per non far baccano,
avvolse il collare in un panno e lo appoggiò sul tappeto, battendolo ripetutamente con il pezzo di
legno grezzo all’altezza della serratura. L’opera fu piuttosto ardua e alla fine Viola si ritrovò con
decine di schegge conficcate nelle dita, ma riuscì a rompere la serratura di modo che il collare non
si potesse pù chiudere del tutto.
La prima cosa che desiderò fare essendosi liberata del collare fu di vedere Ragnor. Cercò la
brocca d’acqua che Otalda le aveva lasciato per la notte e la portò con sé vicino al fuoco, sedendosi
a terra davanti al caminetto. La sola idea di poter rivedere il viso dell’uomo che amava le riempì il
petto di gioia e pensò che quella piccola conquista la ripagava per tutti i rischi che aveva corso.
Appuntò gli occhi sulla superfice dell’acqua ed attese che le immagini apparisero, la sua
mente colma di ricordi e di speranze volò da Ragnor, ma quando la visione iniziò non vide il volto
del suo cavaliere. Le fiamme che si riflettevano sulla superfice dell’acqua presero ad ardere anche
dentro i suoi occhi, la sua vista si spense, il suo corpo perse consistenza e Viola venne catapultata
nel passato.
Vide Endora, giovane, fresca e rosea, elegantemente avvolta da una scintillante veste gialla.
Camminava radiosa sotto un portico ricoperto di rose di quella che sembrava una reggia. Con una
mano si sfiorava, più che sorreggeva, il ventre arrotondato dalla gravidanza, come se volesse
trasmettere amore e conforto alla creatura che cresceva dentro di lei.
Endora, così diversa dall’Endora del presente da sembrare un’altra donna, si avvicinò a degli
uomini vestiti di velluto rosso che discorrevano dinnanzi ad una porta.
- Avete visto il mio sposo? – Gli chiese la strega, con una voce così dolce e armoniosa da non
parere la sua.
- No, mia signora. – le rispose uno.
Il viso della donna venne attraversato da un’espressione cupa. L’uomo mentiva e lei
gliel’aveva letto nel pensiero.
- Sua signoria dev’essere uscito a cavallo, mia signora. – le disse un altro: anch’egli mentiva
ed Endora lo sapeva.
La donna annuì senza proferir parola e si allontanò, dal suo viso era scomparso il sorriso, il
labbro inferiore le tremava come se stesse per scoppiare a piangere.
Camminò finchè non raggiunse un cancello di pietra, poi cominciò a correre verso il bosco,
incurante della piccola creatura che cresceva nel suo grembo. Le lacrime le striavano le guance.
Endora raggiunse delle rovine coperte di muschio e rampicanti, si appoggiò alla colonna di un
arco verde in preda ai singhiozzi.
- Mi tradisce mentre porto in grembo sua figlia… - mormorò alzando gli occhi pieni di
lacrime al cielo. – Mi rende lo zimbello della mia stessa casa, sputa sull’amore che io provo per lui.-

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- Amore! – urlò ed inveì. – Se io non avessi più un cuore non lo amerei, non paterei per ciò
che mi ha fatto. -
Endora si soffermò, i singhiozzi la scuotevano ancora, si portò una mano al petto tremante.
- Il mio cuore… - ripetè.
- .. non lo voglio, non lo voglio più. -
La sua mano scese al pugnale istoriato di gemme che portava appeso al fianco, lo estrasse e la
lama balenò alla debole luce che filtrava nel fitto del bosco.
Viola non osò credere che Endora l‘avrebbe fatto davvero, non poteva essere possibile.
La lama prese a brillare di un intesa luce dorata, dalle labbra di Endora venne pronunciato un
potente incantesimo. La sua manò guizzò, il pugnale le affondò nelle carni. Si trafisse il petto e lo
squarciò urlando di dolore, un dolore meno intenso di quello che già provava. Lasciò cadere il
coltello a terra, la sua veste gialla era pregna di sangue. Endora si appoggiò alla colonna con la
schiena e si morse le labbra, le sue dita affondarono nella ferita e si strappò il cuore.
Il dolore cessò, Endora come anestetizzata fisso l’organo che ancora pulsava stretto tra le sue
dita insanguinate. Lo fissò a lungo, mentre il colore, così come la vitalità, snaviva dal suo viso. I
suoi ochi divvenero vacui, gelidi, malvagi come quelli di oggi.
La strega rise, la sua risata era macabra e trionfante.
Strappò un lembo della sua gonna avvolgendovi con cura il suo stesso cuore.
Poi tenendo il fagotto stretto in una mano torno alla reggia. Il cielo si incupiva e tonava al suo
passaggio.
I castellani che poco prima le avevano mentito le corsero incontro preoccupati dal sangue che
la copriva per intero e lei li allontanò con un gesto della mano, dividendoli e scagliandoli lontano
come fuscelli spazzati via dal vento.
Procedette imperterrita sotto il portico e svoltò a destra, entrò in un ampia sala colma di
uomini seduti attorno ad un’altro che suona il liuto.
- Mia signora cosa vi è successo? – chiese uno balzando in piedi.
Endora lo ignorò ed attraversò la stanza diretta alla porta all’altro capo che si spalancò davanti
a lei.
Procedette a lunghi passi lungo uno stretto corridoio, seguita dai cortigiani che cercavano di
fermarla, un’altra porta si aprì come la prima ed Endora entrò in una camera da letto. Un uomo dai
capelli corvini ed una donna dai lunghi capelli rossi erano avvinghiati nell’amplesso sdraiati sotto
un grande baldacchino.
Al baccano l’uomo si sciolse dalla sua compagna ed appuntò un sguardo spaventato su
Endora.
- Endora. – sbottò.
- Marito. – rispose lei gelida.
L’uomo balzò giù dal letto e mosse uno sguardo angosciato da sua moglie coperta di sangue
alla sua amante che copriva le sue nudità a dir poco terrorizzata.
Endora la guardò e un sorriso maligno le si dipinse sulle labbra, come se una falce invisibile si
fosse abbattuta sul collo della ragazza, la testa della rossa rotolò giù dal letto schizzando sangue
sulle lenzuola candide ed attorcigliandosi nei suoi stessi lunghi capelli.
I cortigiani sulla porta strillarono inorriditi e lo sposo di Endora sbiancò.
- Per l’amore di dio Endora cosa avete fatto? -
La donna non si mosse, lo fissò solo sarcastica. – Lo chiedete a me? – chiese.
- L’avete uccisa! – urlò l’uomo pallido come un cencio.
- Ed adesso ucciderò anche voi lurido ingrato, ma anzi farò di meglio, vi farò soffrire per
l’eternità.-
Lo sposo di Endora non indietreggiò.

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- Calmatevi moglie mia, non è successo nulla di irreparabile, ciò che è successo non uscirà da
questa stanza. Se il signore non lo farà, vi perdonerò io per la morte di questa giovane. -
- Perdonare? – rise Endora. – Io non conoscò più questa parola, non ho bisogno del perdono
di nessuno e non sono disposta a concedere il mio. Mi avete tradita, mentre porto in grembo vostra
figlia e io vi amavo, potete implorare voi perdono se lo desiderate, ma non servirà. -
- Cosa vi è successo Endora? Cosa avete fatto? – chiese l’uomo sconvolto.
- Sono diventata una donna migliore. – rispose Endora e poi schioccò le dita.
Il suo sposo abbassò gli occhi suoi suoi piedi terrorizzato, le sue gambe cominciarono a
tramutarsi in pietra, divenne di statua fino alla vita.
- Endora, no! Fermatevi! Vi prego! -
Endora gettò il capo all’indietrò e scoppiò a ridere, quando la sua risata si spense dell’uomo
non era rimasta altro che una statua di fredda pietra con il viso snaturato dall’orrore.
La strega si voltò verso i castellani fermi sulla porta. Davanti al suo sguardo indietreggiarono
impauriti. Endora non li lasciò scappare.
- E voi! – continuò sarcastica. – Voi che venivate da me in cerca di pozioni, voi che mi
supplicavate di curare i vostri cari, di salvare i vostri raccolti, voi.. – si interruppe. – Voi che mi
avete mentito, voi farete compagnia al mio sposo di pietra! -
Tutti i presenti vennero pietrificati al pari del loro signore ed Endora passò loro attraverso
beandosi delle loro urla di disperato terrore.
Uscì all’esterno del palazzo su cui cadeva una fitta pioggia grigia e la sua risata macabra
eccheggiò fino al cielo.
La visione scemò, ma non finì, saltò avanti nel tempo.
Comparve il castello di Offlaga, una bandiera nera sventolava in segno di lutto accanto allo
stendardo appeso sulla torre più alta. Viola veni trascinata tra le mura del castello, i suoi occhi
planarono in una grande sala tappezzata di nero, una bara di legno lucente conteneva un cavaliere
esanime che sembrava dormire con la sua spada serrata al petto.
Endora riapparve alla mente di Viola davanti Ulfric, che era così giovane da essere appena un
ragazzo. Il ventre della strega era ancora più prominente e il parto prossimo, Endora si inchinò al
giovanissimo cavaliere vestito a lutto per la recente morte del padre.
- Avete fatto una buona scelta mio signore, - disse Endora a Ulfric, - vi renderò un signore
ancora più potente e temuto di vostro padre. E la creatura che portò in grembo nascerà per diventare
vostra moglie. -
Tutto prese di nuovo a scorrere più velocemente, immagini e persone divennero solo contorni
sfumati. Viola rivide Endora, seguita da Otalda, anch’essa molto più giovane, che teneva in braccio
una bambina bionda, era Elena. Si trovavano nel Laboratorio magico o meglio in una saletta a
fianco del laboratorio che Viola non aveva visto. Endora supervisionava gli uomini al lavoro che
stavano scavando una fossa sollevando i blocchi di pietra del pavimento, una pesante cassa venne
calata nella fosse e la vista di Viola passò attraverso il legno posandosi sul cuore di Endora chiuso lì
dentro ed ancora pulsante. I blocchi di pietra vennero rimessi al loro posto e una statua coperta da
un telo venne trascinata nella stanza, posta proprio sopra alla cassa interrata lì sotto. Gli uomini se
ne andarono ed anche Otalda venne mandata via insieme alla piccola Elena. Endora rimasta sola si
avvicinò al telo che copriva la statua e lo strappò via, rimanendo a contemplare la statua del suo
sposo eternamente imprigionato co un srriso beffardo sulle labbra.

Viola rinsavì e sbatté le palpebre. Rimase lì ferma per un lungo istante chiedendosi il
significato della visione. Ora sapeva come Endora fosse diventata la strega malvagia che era: non
aveva più il cuore. Se lo era strappato di sua mano per non patire le pene d’amore del suo sposo che
l’aveva tradita. Ma a che pro le poteva essere utile quell’informazione?

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Viola si alambiccò il cervello e la risposta arrivò da sola. Perché Endora aveva fatto interare il
suo cuore con tanta cura? Se davvero non lo voleva più non l’avrebbe conservato come un ricordo o
un cimelio della sua passata esistenza. Se l’aveva tenuto era perché da esso dipendeva qualcosa,
forse la sua stessa vita. Il cuore continuava a battere… forse se si fosse fermato anche Endora
sarebbe morta. O forse se fosse tornato al suo posto Endora sarebbe tornata ad essere la donna che
era una volta.

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NEI SOGNI DI VIOLA
- Siete certa che così riuscirò a vederla? – chiese Ragnor, che disturbato dalla presenza
dell’anziana strega nella sua camera da letto, titubò sul fatto di spogliarsi e mettersi sotto le coperte.
- Ci sono molti ma, mio signore. – gli rispose Gwendra spegnendo il fiammifero che aveva
usato per accendere delle candele azzurre poste attorno al letto. – Ma ci sono buone possibilità che
la incontriate nel mondo dei sogni. Su, - lo incoraggiò, - non esitate infilatevi sotto le coperte. -
Ragnor ubbidì e si sfilò la tunica rimanendo a torso nudo e poi balzò sotto le coperte.
Gwendra si avvicinò con una pozione tra le mani. Gliela porse.
- Bevetela tutta d’un fiato mio signore. – gli ordinò e il cavaliere la ingollò in solo fiato
incurante del suo sapore agre.
Aveva appena ridato l’ampolla vuota alla strega che si sentì le palpebre pesanti.
- Sta già facendo ef… - non terminò la frase perché cadde addormentato, o meglio finì la frase
in un altro luogo, un luogo che non apparteneva decisamente alla sua epoca: si trovava nella baita in
montagna dove aveva incontrato per la prima volta Viola.
La piccola casa era deserta e silenziosa, solo il fuoco che crepitava nel caminetto disturbava la
pace e il canto degli uccellini che proveniva dall’esterno. Ragnor uscì all’aperto ma neppure
sull’erba verde dinnanzi alla casa o sotto i rami delle imponenti querce del bosco vide la sua Viola.
Forse doveva solo attenderla.

Il sonno tardò a raggiungere Viola ancora scioccata dalla visione su Endora, ma quando cadde
addormentata per la prima volta da giorni si ritrovò in un ambiente familiare e sereno, non in un
incubo tetro ed oscuro come il castello di Offlaga. La sua baita era esattamente come l’ultima volta
che l’aveva vista. La porta era spalancata e lasciava entrare la luce dorata del sole che splendeva di
fuori. Un ombra nera occupò il vano della porta e Viola sentì il cuore cominciare a batterle più
forte. Riconobbe senza esitazione la sagoma dell’imponente cavaliere lì ritto dinnanzi a lei. Da
quante notti ormai non lo sognava?
- Ragnor.. – mormorò con occhi già quasi pieni di lacrime.
L’uomo fece un passo avanti e Viola vide gli occhi grigi del suo cavaliere riempirsi di gioia.
- Viola. – rispose di rimando lui avvicinandosi.
Le sue braccia la cinsero in un abbraccio protettivo, Ragnor se la strinse al petto con un
tenerezza tale da fare tremare le ginocchia. Viola si abbandonò a quel sogno desiderando che non
finisse mai, se solo fosse stato davvero vero…
Lui però la scostò, abbassò lo sguardo su di lei e Viola si sentì mantecare da tanto vivida e
penetrante era la sua espressione. Come poteva un sogno essere così reale da farle rivedere in ogni
minimo dettaglio il viso dell’uomo che amava?
- Perché ve ne siete andata? – le chiese lui furente.
Viola non rispose, alzò una mano a toccargli il viso, la sua pelle era calda, i suoi occhi e la sua
espressione troppo nitidi per non essere reali.
- Ragnor sei davvero tu? – chiese spaventata.
Lui le prese la mano che gli sfiorava il viso e la tenne nella sua.
- Non sono un sogno, è stata Gwendra a farmi venire qui. -
Viola si sentì tremare, un misto di gioia e timore le si agitarono nel petto.
- Non mi avete ingannato un solo istante amore mio, - le disse lui con un tono incollerito e
dolce allo stesso tempo, - non ho creduto ad una sola parola della lettere che mi avete scritto. -
La ragazza sentì le lacrime spingere dietro le sue palpebre, provata e felice si gettò tra le
braccia del cavaliere aggrappandosi a lui singhiozzante. Ragnor la cullò con tenerezza.

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- Endora vi ha fatto del male? – le chiese preoccupato.
- No, - rispose Viola ancora stretta a lui, - ma mi tiene prigioniera nel castello di Ulfric. -
- Potete scappare? – le chiese lui.
- Posso, ma non voglio, - gli rispose Viola scogliendosi dal suo abbraccio, - se lo facessi
Endora tornerebbe a cercarmi a Villacorta. -
Ragnor serrò la mascella incollerito. – Vi fidate così poco di me da pensare che non riuscirei a
proteggervi? E’ per questo che siete scappata? –
Viola scosse il capo. – Io non voglio metterti in pericolo a causa mia, è diverso. –
- Non vi lascerò lì amore mio, i miei messaggeri sono già in viaggio verso Offlaga, vostro
padre mi ha riportato lo specchio che avevate nascosto. Lo baratterò con Endora. -
La ragazza si irrigidì. – Mio padre? Lo specchio? –
- Vostro padre si trova a Villacorta, - le spiegò Ragnor, - non sa come ma è riuscito a venire in
quest’epoca. Mi ha spiegato come si usa lo specchio. Avremmo pututo usarlo in qualsiasi momento
amor mio: lo specchio funziona con l’amore. Sarebbe bastato che specchiassimo i nostri visi nello
specchio allo stesso istante e sareste potuta tornare a casa. -
Viola era senza parole.
– Non devi darlo ad Endora. – gli disse quando ebbe fatto ordine nei suoi pensieri.
- Vostra nonna non lo può utilizzare in alcun modo, - le spiegò Ragnor. – Endora non è in
grado di amare. -
- Lo so, - ammise Viola, - Endora non ha più il cuore. -
- Cosa intendete dire? – le chiese Ragnor.
Viola gli raccontò del collare, di come se lo era tolto con l’aiuto di Nerius e della visione che
aveva avuto subito dopo.
- E’ fuor di dubbio che il suo cuore rappresenti un punto debole, - commentò Ragnor fattosi
serio, - vi stò per proporre un piano molto pericoloso Viola e non vi metterei in ulteriore pericolo se
questa non fosse già una situazione disperata. -
Viola lo fissò perplessa.
- Dovete rubare il suo cuore e fuggire da Offlaga, se davvero il suo cuore è il punto debole di
Endora saperlo in mano vostra la farà desistere dall’inseguirvi o attaccare Villacorta. Pensate di
poterlo fare? -
Viola considerò il piano: sapeva dove era nascosto il cuore, sapeva anche come uscire dal
castello e con i suoi poteri avrebbe potuto fuggire facilmente se non veniva scoperta.
- Credo di si… -
Ragnor annuì ora molto meno teso.
- Ma… - ipotizzò Viola. – Ma se il cuore non avesse nessuna influenza su Endora? A rigor di
logica non lo avrebbe nascosto con tanta cura se il cuore smettendo di battere non le costasse la vita,
ma se così non fosse? -
- Se così non fosse sareste comunque di nuovo con me Viola, - ringhiò quasi Ragnor, - io non
posso più fare a meno di voi, non posso sapervi lontana ed in mano ad Ulfric e alla sua strega senza
poter fare nulla per salvarvi. Sto diventando pazzo.-
L’angoscia e la sofferenza di Ragnor erano quasi tangibili, Viola non riuscì a reggere il suo
sguardo carico di disperazione, abbassò il volto e lui l’abbracciò di nuovo stringendola al suo petto.
- Tornate da me Viola, vi prego. -
Viola alzò le braccia avvolgendole attorno al suo collo e Ragnor le baciò i capelli
accarezzandole la schiena in carezze frenetiche, dolci e allo stesso tempo disperate.
- E la cosa che vorrei di più al mondo… - sussurrò Viola, - Mi sei mancato così tanto... -
- E allora fuggite amore mio, rubatele il cuore prima che si accorga che il collare non vi tiene
più in sua prigionia. – la supplicò lui.

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Viola si lasciò convincere. – Lo farò domani notte, ma porterò con me anche Nerius.. . –
- Nerius? – chiese Ragnor perplesso.
- Gli ho promesso che l’avrei liberato, non posso fuggire lasciandolo lì. -
Ragnor scosse il capo sorpreso e contrariato. – Dolce amore mio, siete così buona che vi
sentite in dovere di aiutare anche uno stregone maligno come quell’uomo. –
- Gliel’ho promesso, – gli rammentò Viola. – mi devo sdebitare. -
Il cavaliere si incupì ma non insistette. – Se desiderate liberarlo liberatelo, ma state attenta
Viola, Nerius è una serpe che vi si rivolterà contro alla prima occasione, non permettetegli in alcun
modo di intralciare il vostro piano. –
Viola annuì ascoltando il consiglio, ma non lasciò perdere il suo proposito.
- Starò attenta. – promise a Ragnor.
Lui le sorrise e si chinò a baciarla.
Viola tremò al suo tocco.
- Dovrete essere più che attenta, - le mormorò Ragnor, - da domani notte dipende il nostro
futuro insieme. -
- Ce la farò. – disse Viola più per rassicurare sè stessa che Ragnor.
Entrambi vollero credere a quelle parole, l’alternativa era troppo angosciante per essere solo
presa in considerazione. Nessuno dei due accennò al contrario, ma il peso di quella gravante
situazione aleggiava su di loro celando dietro l’angolo le più funeste ipotesi.
Ragnor si sentiva impotente, incapace di porerla aiutare o solo raggiungere nel luogo lontano
in cui si trovava, Viola d’altra parte non riusciva a dimenticare che se il suo piano fosse fallito
sarebbe andata in sposa ad Ulfric e quella sarebbe stata l’ultima volta che lei e Ragnor si sarebbero
potuti vedere. Avrebbe voluto urlare, disperarsi, rivelare a Ragnor tutto il suo sconforto, tutta la
paura che aveva in vista di ciò che doveva fare, ma se l’avrebbe fatto, se avesse dato voce a quelle
angoscie esse l’avrebbero sopraffatta ed avrebbe perso anche quell’ultimo granello di coraggio, di
speranza, che le rimaneva.
Anche se non diede voce ai suoi sentimenti, Ragnor li sentì lo stesso. La prese in braccio e la
portò sul divano sedendosi mentre la teneva ancora in grembo.
- Andrà tutto bene, amore mio.- le promise cingendole il viso con le mani.
Lei annuì e non resistendo lo baciò di nuovo, quasi volesse rubargli dalle labbra una piccola
porzione del suo coraggio, della sua volontà.
Il bacio tardò a finire e quando finì ne seguì un altro. Entrambi sapevano che quella poteva
essere l’ultima volta, l’ultima volta in assoluto e le loro labbra, le loro mani, i lori stessi corpi si
protendevano l’uno verso l’altro quasi a voler cancellare quella forza che invece minacciava di
separarli, quello stesso sogno che finendo li avrebbe divisi per forse non ricongiungerli più.
- Dimmi che mi ami. – chiese Viola a Ragnor steso su di lei.
- Vi amo Viola e vi sposerò. – le disse Ragnor.
La ragazza sorrise, non poté evitare la battuta. – Hai già chiesto la mia mano a mio padre? –
- Si. – le rispose Ragnor forse scherzando o forse no.
- Quando tornerò a Villacorta, - gli disse Viola, - riporteremo mio padre nel futuro ma poi
torneremo a Villacorta e sarò la signora del tuo castello. -
- Vi farò fare un bellissimo abito da sposa, angelo mio. - le promise Ragnor.
Viola chiuse gli occhi immaginandosi il giorno del loro matrimonio.
- Sarà bellissimo, - mormorò, - io indosserò bell’abito bianco con una corona di bianchi fiori
d’arancio e ci saranno tutti, Gwendra, Lupo, Seamus, Sir Wulf, Sir Mrazio, Lady Rosella, perfino
Sir Thomas e il Vescovo celebrerà le nozze. -
- E io sarò lo sposo più felice del mondo, - continuò per lei Ragnor, - vi aspettero accanto
all’altare e vi metterò al dito l’anello più bello che abbiate mai visto, con una gemma dello stesso

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colore dei vostri occhi. Ci sarà una festa che durerà giorni, nessuno lavorerà e tutti si uniranno ai
banchetti e alle danze.-
Viola sorrise continuando a tenere gli occhi chiusi, cullata dalla voce del suo cavaliere.
- La prima notte di nozze vi porterò in braccio fino alla nostra camera da letto, lo farò ogni
sera della nostra vita se lo vorrete… Vi stenderò su un letto ricoperto di petali bianchi e farò
l’amore con voi tutta la notte, tutte le notti… -
Viola aprì gli occhi ed arrossì, Ragnor le baciò le labbra sorridendo.
- … non preoccupatevi amor mio, - la rassicurò Ragnor, - terrò a bada la mia lussuria quando
avrete in grembo il nostro primo figlio. -
La ragazza avvampò ancora di più e Ragnor rise divertito.
- Ma ciò avverrà solo quando sarete voi a volerlo. – aggiunse poi il cavaliere vedendola
scandalizzata.
- Così va meglio… - borbottò Viola che ancora non la smetteva di arrossire.
– Come sta Lupo? – Chiese dopo che il rossore abbandonò le sue guance.
- Sta bene ma gli mancate, - le disse Ragnor, - mancate a tutti, amore mio, il mio castello non
è mai stato tanto triste e cupo come da quando ve ne siete andata. Tutti sono preoccupati per voi. Il
Vescovo sta addirittura facendo pressioni al Papa per farlo intervenire di persona a costringere
Ulfric a rilasciarvi. -
- Davvero? – chiese Viola stupita.
- Già. – confermò Ragnor, - Ma anche se il Papa si pronunciasse nella questione sarebbe
comunque troppo tardi. Non oso immaginare cosa Endora abbia in serbo per voi. -
Viola purtroppo lo sapeva bene.
- Cosa c’è? – le chiese Ragnor sagacemente. – Vi siete incupita, c’è qualcosa che non mi
avete detto Viola? -
- Nulla d’importante dato che domani scapperò. – cercò di sviare al risposta la ragazza.
- Ditemelo lo stesso. – insistette Ragnor.
Viola si morse il labbro inferiore. – Endora.. – iniziò in un sussurro. – Endora mi ha promessa
a Ulfric. –
Ragnor fu letteralmente pervaso dalla collera, nei suoi occi grigi si accese un fuoco a dir poco
furente, la sua mascella si serrò e Viola lesse una rabbia feroce in tutti i suoi tratti.
- Vi ha toccata? – le chiese Ragnor con un tono simile ad un ringhio. – Ulfric ha osato
mettervi le mani addosso? -
- No. – rispose Viola. – Endora gli ha ordinato di lasciarmi stare, prima di celebrare le nozze
vogliono essere sicuri che non sia incinta di te. -
Ragnor si calmò e il suo viso si distese. – Dovete fuggire Viola, - le rammentò, -dovete farlo
al più presto. –
- Lo farò domani notte. – gli promise lei di nuovo. – Non ho nessuna intenzione di rischiare di
finire sposata a quell’uomo orribile. -
Il cavaliere le diede un bacio possessivo, un bacio che nonostante la situazione accese il
sangue di entrambi. Viola si staccò dalle labbra di ragnor con uno sforzo incredibile di volontà.
- Non possiamo…- mormorò.
- A cosa vi riferite.. – le chiese Ragnor continuando a mordicchiarle le labbra.
- Lo sai… - gli rispose Viola arrossendo. – Se domani mi svegliassi profumando di biscotti,
miele e tutto il resto, Endora lo verrebbe a sapere e sarei nei guai. Capirebbe che ci siamo incontrati
nei miei sogni… -
Ragnor annuì ben consapevole di cosa Viola intedesse, ma la sua espressione era lo stesso
contrariata aundo si sollevò da lei.

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- Se non posso avervi subito amor mio, - le suggerì, - è meglio che troviamo qualcos’altro da
fare. Cosa ne dite di mostrarmi la vostra epoca? -
Viola inarcò un soppraciglio.
- Portatemi nei luoghi della vostra vita nel futuro. – le spiegò Ragnor. – Mostratemi dove
vivevate prima che vi conoscessi. -
La ragazza immaginò solo casa sua ed all’improvviso lei e Ragnor si ritrovarono nella sua
camera da letto nel ventunesimo secolo. La fisionomia della stanza e dell’arredo stupì Ragnor, ma
nonostante la diversità di quella camera rispetto all’epoca del cavaliere, l’uomo fu lesto ad
appuntare lo sguardo sul letto su cui Viola ora era stesa inarcando maliziosamente un soppraciglio.
- Così non mi aiutate distrarmi Viola… - brontolò.
Viola arrossì e capito il meccanismo fu lesta a trasportarli in un altro luogo…
Non aveva ben pensato a dove fossero diretti, ma riconobbe il luogo all’istante. Si trovavano
nel centro commerciale della sua città che era affollato come in una giornata vicina alla feste
natalizie.
Ragnor girò su sé stesso guardando ammirato e sbalordito le decine di negozi che si
affacciavano sulla navata centrale del centro commerciale, vestito in abiti medievali com’era
sembrava a dir poco fuori luogo.
- Che posto è mai questo? – chiese tornando a guardarla.
- E’ un centro commerciale, - gli spiegò Viola. – una specie di mercato della mia epoca. -
Il cavaliere tornò a guardarsi attorno stupito e Viola senza resistere lo prese per mano
trascinandolo verso un negozio d’abbigliamento maschile.
- Da quando ti conosco ho sempre sognato vederti vestito come un uomo della mia epoca. –
gli rivelò. – Ti va di provare qualche vestito? -
Ragnor era reticente. - Mi avete già visto vestito con abiti del vostro tempo, non ricordate? –
Viola annuì. – si, mi ricordo, ma quella volta ti ho fatto mettere abiti che appartenevano a mio
padre ed erano vecchi di vent’anni. Non erano alla moda. -
- Moda? – ripeté Ragnor scettico. – Cosa vuol dire? -
- D’ultimo grido. – cercò di spiegargli Viola facendogli alzare un soppraciglio scetticamente.
- In punto di morte? – tentò di capire lui.
Viola scoppiò a ridere. – Che c’entra la morte con la moda? All’ultimo grido vuol dire nuovi,
un vestito all’ultimo grido ha un taglio nuovo, è un modo di vestire diverso da prima… –
- Fatemi capire… - disse Ragnor accipigliato. – Se mi metto una cotta di maglia sono
all’ultimo grido? Prima si usavano quelle di cuoio, - le spiegò, - quindi quelle di metallo sono
all’ultimo grido, alla moda. -
La ragazza trovò un po’ assurdo l’esempio ma annuì sorridendo divertita. – Si, il concetto è
quello.-
Tenendolo ancora per mano lo trascinò fino all’entrata di un negozio. – Su dai entriamo. -
Ragnor pur di accontentarla la seguì all’interno del negozio esterrefatto dalla quantità di abiti
lì contenuti e la seguì senza toccare nulla mentre Viola si aggirava per il negozio scegliendo abiti
per lui. Appena entrati il negozio brulicava di gente che gli passava ccanto senza neppure vederli,
ma presto tutti divennero solo contorni sfumati che sparirono velocemente.
Rimasti soli Viola lo accompagnò fino ad un camerino scaricandogli tra le braccia un pacco di
vestiti.
- Su, - lo incoraggiò sorridente, - entra e provali. -
Ragnor ubbedì e Viola lo attese fuori dal camerino morendo dalla voglia di vedere come gli
stavano gli abiti che aveva scelto per lui.
- Come ti vanno? – gli chiese Viola resistendo appena dallo sbirciare dietro alla tendina.

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Ragnor mise al testa fuori dal camerino reggendo scandalizzato un paio di Boxer neri con
delle righine bianche.
- Siete certa che non siano mutandoni da donna? -
Viola rise coprendosi la bocca con una mano. – No, sono da uomo, - gli confermò, - sono
Boxer, l’evoluzione della fascia lombare della tua epoca. –
Ragnor annuì ancora perplesso ma tornò dentro a camerino, uscì poco dopo lasciando
letteralmente a bocca aperta Viola.
- Gesù… - si lasciò sfuggire la ragazza mangiandolo letteralmente con gli occhi.
Il cavaliere un po’ a disagio nella nuova e futuristica tenuta non comprese il significato della
sua reazione. – Mi sono messo qualcosa nel modo sbagliato? - le chiese mentre cercava di tirarsi un
po’ più su i pantaloni.
- Niente affatto. – sbottò Viola incapace di staccargli gli occhi di dosso. I jeans larghi e a vita
bassa gli stavano a dir poco d’incanto, lasciando intravedere i boxer che indossava sotto. La camicia
nera poi, oltremodo attillata e sbottonata sul petto muscoloso era quasi una visione peccaminosa. Se
fossero stati davvero nel ventunesimo secolo e non in un sogno, Viola avrebbe dovuto scagliare
maledizioni a raffica a tutte le ragazze che si sarebbe fermate a guardarlo con la bava alla bocca.
- Potresti fare un giro su tè stesso? – gli chiese Viola innocentemente, ma con un fine poco
innocente.
Ragnor obbedì e Viola si riempì gli occhi delle sue natiche sode evidenziate dal nuovo
abbigliamento.
- Quanto sei figo…. – non potè impedirsi di mormorare mordendosi un labbro. Ragnor al
sentì e si voltò guardandola stranito.
- Figo? – le chiese.
Viola divenne paonazza. – Bello… - gli spiegò.
- Mi trovate davvero bello conciato così? – chiese lui guardandosi in uno specchio.
- Più che bello… - precisò Viola. – Sei uno spettacolo. -
Ragnor sorrise soddisfatto. – Se lo dite voi… -

Dopo aver rifatto l’abbigliamento a Ragnor, Viola decise di stupirlo portandolo da Media
World e la ragazza morì quasi di risate vedendolo alle prese con impianti hi-fi, macchine
fotografiche e varii elettrodomestici. Si divertì così tanto che durante quel sogno si dimenticò del
tutto di Endora, di Ulfric, dell suo piano di fuga e di tutto tranne lei e Ragnor.
Dopo la visita a Media World che lasciò Ragnor a dir poco basito, decise di fargli anche
assaggiare le pietanze della sua epoca e lo portò da Mc Donald. Ragnor assaggiato un Doppio
Cheese sembrò aver scoperto l’ambriosia e Viola scandalizzata lo vide mangiare una quantità
esorbitante di hamburger, dopo il quarto perse il conto…
- Forse non è il caso che ne mangi ancora, amore, - gli fece notare, - non sò quanto questo
sogno possa essere realistico, ma è probabile che tu faccia davvero indigestione. -
- Ancora uno, vi prego… - la supplicò Ragnor tra una crocchetta di pollo e una patatina fritta.
- Va bene… - acconsentì Viola, alzandosi per andare a prendergliene un altro, - ma se poi
domattina ti svegli e stai male non dire che non ti avevo avvertito. Questa roba è pesantissima da
digerire, se poi contiamo che stai anche dormendo… -
Abbuffatosi anche dell’ultimo panino che gli era concesso, Ragnor si pulì la bocca con un
tovagliolino di carta e le chiese: - Ed adesso dove andiamo? –
Viola gli sorrise furbetta. – Dopo tutto quello che ti sei mangiato ti devo fare smaltire no? -
Il Mc Donald con le sue sedie arancio, i palloncini appesi un po’ ovunque e i tavolini quadrati
sparì di colpo ed entrambi si ritrovarono seduti in una barchetta a remi circondata da anatre e cigni,
che galleggiava palcidamente su un bel laghetto attorniato da alberi in fiore.

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- Che bel luogo. – commentò Ragnor, cominciando a remare. – Che posto è mai questo? -
- E’ il parco comunale del mio paese. – gli spiegò Viola, - Di solito venivo qui per studiare o
leggere in santa pace. -
- Assomiglia molto al laghetto dove ci siamo baciati quando siete arrivata a Villacorta, ve lo
ricordate? – le rammentò lui.
- Come potrei averlo dimenticato? – chiese Viola arrossendo.
- Vi bacerei anche qui amor mio se non ci dovessimo trattenere. – le disse Ragnor
maliziosamente.
- Forse un giorno, - ipotizzò Viola sorridendo, - vedremo questo posto insieme nella realtà. -

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FUGA DA OFFLAGA
Viola era stesa sul fondo della piccola barchetta che ondeggiava sul placido laghetto baciato
dal sole tra le braccia Ragnor. L’uno al fianco dell’altra contemplavano il cielo azzurro nel quale si
stagliavano grandi nuvole bianche così soffici da sembrare zucchero filato.
- Guarda quella! – esordì Viola puntando il dito verso il cielo. – Sembra un coniglio. -
Ragnor rise mentre per magia la nuvola prendeva le fattezze di un coniglietto bianco e trattova
per il cielo azzurro. Anche Viola rise, ma la risata le si spense sulle labbra quando gli occhi le si
posarono sulla sua mano che indicava il cielo.
- Mi stò svegliando! – sbottò allarmata avvicinandosi al viso la mano che stava diventando
trasparente.
Ragnor si voltò verso di lei mettendosi a sedere, Viola stava svanendo.
- Dev’essere già mattino. – confermò cupo.
Viola gli si aggrappò al petto cingendogli il collo con le braccia.
- Non voglio lasciarti. -
- Ci rivedremo presto amor mio, - la rassicurò Ragnor stringendo il suo piccolo corpo che
svaniva, - entro domani pomeriggio saremo di nuovo insieme. -
Viola annuì e gli sfiorò il viso con dita che ormai parevano di vetro e gli sorrise.
- A presto allora. – sussurrò mentre lui si chinava a baciarla.
Le sue labbra recepirono appena il calore di quelle di Ragnor, che il suo corpo perse del tutto
consistenza e sentendosi come soffiata a via a velocità inaudita si ritrovò nel suo letto, nella realtà,
nella sua stanza all’interno del castello di Offlaga.
Aprì gli occhi scorgendo la luce del mattino che filtrava tra le sbarre della finestra e
sospirando si portò le dita alle labbra, cercando di rammentare quell’ultimo bacio.
Si mise a sedere e come lo fece notò uno strano umidore tra le sue cosce. Perplessa scese dal
letto e scostando le coperte vide la macchia di sangue che imbrattava le lenzuola e la sua camicia da
notte.
- Oh, no. – sbottò.
Dall’altro capo della porta si udirono rumori che Viola aveva ben imparato a riconoscere:
Otalda stava per entrare e la guardia stava cercando la chiave per aprire il chiavistello.
Doveva far sparire subito le macchie di sangue perché se Otalda le avesse viste sarebbe stata
nei guai fino al collo. La governante sarebbe andata dritta dritta da Endora a riferire quanto aveva
visto.
Ma come poteva fare?
- L’incantesimo occultante! – sbottò Viola tremante.
Cercò di rammentare la formula che Gwendra le aveva insegnato, ma la sua mente messa in
subbuglio dallo spavento non fu lesta come sperava.
La porta si era già aperta quando Viola finì di pronunciare l’incantesimo, ma Otalda sorpresa
di vederla lì in piedi accanto al letto a baldacchino pallida come un cencio non si accorse delle
macchie vermiglie che tardarono qualche istante a scomparire.
L’arcigna domestica le scoccò un’occhiata scettica, ma poi sbuffò e depose sul tavolino il
vassoio con la colazione.
- Mangiate in fretta, - le ringhiò, - tra poco tornerò con l’acqua calda per farvi il bagno. -

Erano all’incirca le quattro del pomeriggio quando Viola, che sonnecchiava sul letto
riposandosi prima della fuga di quella notte, sentì dei passi dietro la porta della sua cella. Un istante

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dopo udì indistintamente la voce d’un uomo che ordinava alla guardia di aprire al porta e Viola
balzò a sedere di scatto.
Il chiavistello si aprì e la porta venne fatta sbattere con violenza dall’uomo che stava
entrando. Viola impallidì vedendo lì davanti a lei Ulfric di Offlaga. L’uomo richiuse la porta dietro
di lui con un calcio e Viola scattò in piedi.
- Cosa ci fate qui? – chiese impaurita indietreggiando verso la parete. La consapevolezza di
aver di nuovo i suoi poteri non le bastava per non essere impaurita trovandosi sola con quell’uomo.
Lui le sorrise in una strana maniera ed incrociò le braccia sull’ampio petto.
- Sono venuto a prendere un assaggio prima del matrimonio. -
Le rispose lui ghignando come satana in persona.
Viola si sentì le ginocchia tremare. In che razza di pasticcio si era cacciata? Se avesse usato i
suoi poteri per tenerlo lontano da lei sarebbe stato evidente che si era aperta il collare e se Endora lo
fosse venuta a sapere… non osava immaginare cosa sarebbe accaduto.
- Endora… - balbettò , - Endora non sarebbe d’accordo. -
Il cavaliere rise gettando all’indietro la chioma dorata.
- Non preoccupatevi ragazza quando vi metterò in grembo un figlio non ci saranno dubbi che
sarà mio, per adesso voglio solo divertirmi un po’ con voi.. – si interruppe ed aggiunse
viscidamente: - ci sono tanti modi per farlo. -
Viola si sentì a dir poco nauseata dalle parole dell’uomo. Involontariamente indietreggiò
ancora e Ulfric le si avvicinò con tutta l’intenzione di acciuffarla.
Viola scappò dall’altro capo della stanza, ma Ulfric riuscì ad intrappolarla nell’angolo tra la
finestra e il caminetto tagliandole la strada. La ragazza si addossò alla parete guardandosi attorno
alla ricerca di una via di fuga e Ulfric vedendola spaventata sorrise malignamente divertito dalla sua
paura.
- State lontano da me! – strillò Viola.
Lui non l’ascoltò e mosse un passo avanti.
- Fermo! – urlò Viola. – Non fate un altro passo o ve ne pentirete. -
La risata sarcastica dell’uomo riempì ancora la stanza.
- Davvero ragazza? E cosa mi voreste fare? – la prese in giro.
Viola cercò di scappare e sfrecciò accanto a lui con tutta l’intenzione di rifugiarsi dall’altro
capo della stanza, ma Ulfric fu lesto ad afferrarla per un polso e con un solo strattone se la attirò
addosso imprigionandola brutalmente tra le sue braccia.
Viola boccheggiò presa in trappola, cosa poteva fare adesso? Aveva ben poche speranze di
liberarsi senza usare la magia, era inpensabile come l’idea che una formica sola sconfiggesse un
cobra. Ma non poteva permettersi di mandare all’aria i suoi piani di fuga.
- Lasciatemi! – urlò di nuovo dimenandosi furiosamente.
Ulfric non l’ascoltò, la sua mano le si serrò attorno alla nuca e con violenza la tenne ferma
mentre si chinava a baciarla. Viola tenne le labbra serrate continuando a dibattersi furiosa, ma lui le
tirò i capelli brutalmente e quando aprì la bocca gemendo di dolore, la lingua dell’uomo ebbe libero
accesso. Viola sentì di nuovo la nausea serrargli la gola e senza pensare lo morse. Ulfric si scostò
gemendo di dolore, ma non la lasciò continuando a serrarle un polso. Quando riappuntò gli occhi su
di lei bruciavano di collera.
- Puttana! -
Viola udì l’insulto come un sottofondo al dolore mentre cadeva a terra stordita. Ulfric l’aveva
colpita al volto dandole un man rovescio così forte da annebbiarle la vista. Viola cercò di sollevarsi
da terra, ma prima che mettesse a fuoco il pavimento di pietra sotto di lei, Ulfric la prese per i
capelli e la strascinò in malo modo fino al letto su cui la sbatté sopra.

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La ragazza non si era neppure resa conto di aver cominciato ad urlare, ma smise quando udì
con orrore lo strappo delle sue gonne che venivano lacerate. Le mani di Ulfric presero a tastarla
ovunque mentre la schiacciava contro il materasso e Viola perse la testa.
Non pronunciò alcun incantesimo, non fu necessario, la sua paura e il suo ribrezzo lo fecero
per lei.
Ulfric emise un gemito straziante, i suoi occhi si riempirono di terrore, la sua bocca si
contrasse in una smorfia animalesca riempiendosi di bava. I suoi occhi si ruotarono all’indietro e il
cavaliere cadde su di lei privo di sensi.
Viola ci mise qualche istante a capacitarsi di quanto era successo, sgusciò di lato scostandosi
da sotto il peso dell’uomo e spaventata gli toccò la gola per sentire se il cuore batteva ancora.
- L’ho ucciso! – mormorò indietreggiando tremante.
Si portò le nocche della mano destra davanti alla bocca e incapace di realizzare quanto era
appena avvenuto tenne gli occhi puntati sul cadavere riverso sul letto.
- Ho ucciso un uomo…. – sussurrò terrificata. – Mio Dio cosa ho fatto… -
Capì all’istante che doveva fuggire prima che qualcuno si accorgesse che Ulfric era morto. La
guardia fuori dalla porta non li avrebbe disturbati timorosa dell’ira del suo signore, ma presto o tardi
avrebbe capito che c’era qualcosa che non andava.
Viola non perse tempo. Si riparò le vesti con un incantesimo e spalancò l’anta dell’armadio
correndo giù per il passaggio segreto. Aveva fatto qualche metro quando si fermò su suoi passi e
tornò indietro.
Ritornata nella camera da letto non ebbe il coraggio di posare lo sguardo sull’uomo che
giaceva morto sul letto con le brache per metà calate, schioccò le dita e rumori di lotta e gemiti si
levarono per la stanza. Quel piccolo espediente le avrebbe dato più tempo per fuggire.

Ritrovò il laboratorio magico di Endora correndo come impazzita per i corridoi del labirinto e
conscia di stare facendo una follia vi entrò in pieno giorno.
Dove diavolo era la nicchia segreta con il cuore di Endora?
Non c’era nessuna porta lì, nemmeno un piccolo passaggio, ma nella sua visione aveva visto
chiaramente che la stanzetta era lì.
“Un incantesimo occultante!” realizzò immeditamente. Gwendra le aveva insegnato come
sciogliere incantesimi di quel tipo, così chiuse gli occhi e lasciò che fosse la sua mente a vedere per
lei.
Nell’oscurità dietro le sue palpebre vide una sagoma dorata, sembrava fosse quella di una
porta.
Senza aprire gli occhi si incamminò in quella direzione con le mani tese in avanti. Si accostò
alla luce fino a toccarla e vi passò attraverso. La pelle le formicolò e quando riaprì gli occhi si
trovava dentro la nicchia che aveva visto in sogno. La statua del marito di Endora era lì davanti a
lei, proprio sopra a dove giaceva la cassa con il cuore: doveva spostarla.
Si avvicinò alla statua ma tentennò prima di toccarla. Quell’uomo era suo nonno infondo e la
vista del suo corpo reso eterno nella pietra in quel momento di terrore le fece accapponare la pelle.
Una lacrima solitaria le rigò la guancia al pensiero dell’atroce gesto di sua nonna. Si asciugò
la guancia con la punta delle dita e senza più perdere tempo, sfiorò con riverenza le spalle della
statua cercando di spingerla indietro. La pietra di cui era fatta era pesantissima e Viola non riuscì a
spostarla si un solo millimetro, ma poi accadde qualcosa. La statua cominciò a pesare di meno e
Viola che spingeva con tutte le sue forze riuscì a smuoverla. La superfice di solida pietra grigia si
sgretolò come polvere trascinata via dal vento. Viola si fermò incredula, la polvere continuò a
cadere giù lungo i tratti e i panneggi della statua. Le sue guance divvenero rosee, i capelli castani e
la veste blu sotto la cenere scura.

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Viola indietreggiò impaurita e sbalordita al medesimo tempo. Cosa stava accadendo?
Le palpebre della statua sbatterono due volte e Viola scorse due occhi verdi che la fissavano
intensamente.
Il processo non era ancora finito e nel giro di un istante Viola si trovò davanti un uomo in
carne ed ossa che la fissava altrettanto sbalordito.
Il cavaliere alzò le mani a sfiorarsi il viso.
– Dio vi benedica Strega,- esordì l’uomo, - chi siete? Perché mi avete liberato? -
Viola ritrovò a fatica la parola. – Mi chiamo Viola. Sono vostra nipote, la figlia di vostra
figlia. –
L’uomo era sconvolto.
- Non abbiamo tempo da perdere, - lo informò Viola, - dobbiamo fuggire al più presto, Endora
potrebbe arrivare da un momento all’altro. -
Suo nonno sembrò capire la situazione, prima che fosse lei a dirglielo, si chino e cominciò a
sollevare le pietre del pavimento. Viola non sapeva come lui potesse sapere che il cuore di Endora
fosse proprio sotto i suoi piedi, ma non fece domande e l’aiutò.
Trovarono al cassa e l’aprirono. Viola con mani tremanti prese il cuore di Endora. L’organo
era avvolto in un panno di velluto blu ma il suo battito si percepiva anche attraverso la stoffa.
Viola prese la mano di suo nonno. – Andiamo. –
Ora l’entrata della nicchia era ben visibile e la ragazza la valicò, conducendo l’uomo con sé
attraverso lo studio magico fino al passaggio segreto.
- Per di qua. – gli disse.
Suo nonno la seguì correndo per i cunicoli e quasi le si schiantò addosso quando Viola si
fermò davanti alla porticina delle segrete.
- C’è un’altra persona che devo liberare. – gli spiegò la ragazza.
L’uomo annuì e la seguì attraverso la porticina che le vide aprire. Si fermò però contrariato
quando vide lo stregone incatenato alla parete di una delle celle.
- E’ costei l’uomo che dovete liberare? – le chiese.
Viola annuì. – Si. –
Nerius si voltò verso di loro fissando incredulo la scena.
– Ce l’avete fatta! – esordì. – Non perdete tempo Strega liberatemi. -
Viola si avvicinò alla cella aprendo il lucchetto con la magia, ma suo nonno la trattenne.
- Non liberate questo verme è il tirapiedi di Endora. -
- So quel che faccio. – gli assicurò la ragazza. – Nerius mi ha aiutata e non avrei liberato
neppure voi senza il suo aiuto. -
Suo nonno non si lasciò convincere facilmente.
- Lasciatelo qui, - insistette, - non ci si può fidare di lui. -
- Gli ho dato la mia parola, - insistette a sua volta Viola, - vi prego, non abbiamo tempo da
perdere presto qualcuno si accorgerà che Ulfric è morto. -
- Morto? – sbottò Nerius. – L’avete ucciso voi? Vi avevo sottovalutato Strega. -
Viola si liberò dalla stretta di suo nonno ed entrò nella cella di Nerius aprendo con la magia i
ceppi ai suoi polsi e alle sue caviglie. Lo stregone balzò in piedi con estrema agilità per le sue
condizioni. Prima che Viola potesse dire qualcosa Nerius si era infilato nel passaggio segreto a gran
velocità e loro due lo seguirono.

Nerius non conosceva i cuinicoli del passaggio segreto e si dovette presto accodare a Viola e
suo nonno. Corsero a perdifiato finché non raggiunsero l’imboccatura del cunicolo che dava fuori
dalle mura e quando il sole del giorno colpì i loro occhi non arrestarono oltre la loro corsa
infilandosi tra la boscaglia.

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- Così ci prenderanno. – fece notare Nerius. – Tramutiamoci in rapaci e voliamo lontani. -
- No. – disse Viola senza smettere di correre. – Non posso lasciare qui mio nonno. -
Nerius si accigliò. – Quest’uomo è la statua di pietra del laboratorio di Endora? –
- Il mio nome è Sir Treulf di Oanna. – puntualizzò l’uomo fissando con odio lo stregone.
- Comunque sia dovete lasciarlo qui.. – insistette Nerius diretto a Viola. – A piedi non
scapperemo mai abbastanza velocemente. -
A Viola venne un idea. – A piedi no, ma a cavallo si. – Disse mettendo tra le mani di suo
nonno il fagotto con il suore di Endora.
Sir Treulf non fece a tempo a chiedere dove avrebbero trovato delle cavalcature, che la
ragazza che l’aveva liberato e sosteneva di essere sua nipote si tramutò in una magnifica giumenta
dal vello bianco e agitò la sua fluente criniera invitandolo a balzarle in groppa.
Lo stregone borbottò qualcosa ma alla fine disse: - Io di certo non mi allontano da voi, solo
non ho nessuna possibilità di salvezza se Endora mi trovasse. –
Anche Nerius si tramutò in cavallo e il trio riprese la folle fuga tra i boschi diretto a
Villacorta.

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LOTTA PER IL CUORE DI ENDORA
La fuga di Viola e dei suoi due compagni durava ormai da ore. La sera era calata da tempo e i
due cavalli l’uno bianco e l’altro nero nei quali Viola e Nerius si erano trasformati trottavano a
fatica nella foresta scura e lugubre. Anche Treulf aggrappato alla criniera di Viola era provato dalla
lunga e sostenuta marcia e ciondolava sulla groppa della giumenta ad ogni scossone.
Viola, il cui manto candido era imperlato di sudore, capì che non potevano continuare così.
Nitrì richiamando l’attenzione di Nerius e fermandosi si inginocchiò sugl’arti anteriori invitando
suo nonno a smontare. Treulf scivolò a terra e Viola riprese le sue sembianze, lo stesso fece Nerius.
- Non possiamo fermarci! – si lamentò lo stregone coprendosi l’orrendo capo di teschio con il
cappuccio nero del mantello.
Viola ancora ansante alzò lo sguardo su di lui. – Non ce la faccio più Nerius. Dobbiamo
riposarci un po’. –
- Endora ci troverà! – insistette il mago pestando i piedi tra le radici di una quercia. – Arriverà
qui e ci farà fare a brandelli tutti e tre dai suoi lucertoloni. -
- No, non verrà, - gli assicurò Viola. – non oserà inseguirci. -
La ragazza non poté vedere l’espressione del mago nascosto sotto il cappuccio, ma recepì lo
stesso l’intensità del suo sguardo allibito.
- Cosa non mi avete detto? – chiese all’istante lo stregone.
Viola decise di metterlo al corrente del cuore, si volse verso suo nonno che assisteva alla
scena in silenzio che gli tolse dalle mani il fagotto con il cuore di Endora.
Nerius si avvicinò quasi avesse notato solo in quel momento il fagotto. Quando Viola ne
scostò i lembi mostrandogli l’organo palpitante all’interno Nerius tremò quasi di gioia.
- Il suo cuore! Allora è vero, non era solo una leggenda! -
Viola riavvolse il cuore nel panno.
- Dove l’avete trovato? Come facevate a sapere del cuore? – volle sapere Nerius.
- Ho avuto una visione. – gli spiegò la ragazza. – Ma l’importante è che Endora non oserà
attaccarci sapendo che abbiamo il suo cuore, lo porteremo con noi fino a Villacorta e là saremo al
sicuro. –
- A Villacorta? – chiese Treulf rompendo il silenzio.
Viola si volse di nuovo verso di lui. – E’ la che siamo diretti. –
- Perché a Villacorta? Il mio fuedo è molto più vicino. Oanna si trova oltre i monti infondo
alla valle, potremmo andare là. -
Nerius sputò a terra e poi rise sarcastico. – Siete uno sciocco cavaliere, sapete per quanti anni
siete stato una statua di pietra? –
Treulf impallidì. – Serbo memoria di ogni singolo giorno, - rispose con fierezza, - ero
imprigionato nella pietra, ma potevo vedere e sentire ogni cosa attorno a me. –
- Ma è evidente che non avete visto cosa è accaduto ad Oanna. – ribadì Nerius, - Il vostro
feudo adesso fa parte di Offlaga, Endora tramutò tutti i suoi abitanti in pietra e poi lo donò a Ulfric
quando lui la prese come sua strega. -
Viola vide l’espressione devastata di suo nonno e cercando di confortarlo gli posò una mano
sull’avambraccio.
- Non preoccupatevi Sir Treulf, quando tutto questo sarà finito riavrete il vostro feudo,
ritramuterò la vostra gente come ho fatto con voi e potrete tornare a casa vostra. -
Treulf alzò lo sguardo su di lei e rimase a lungo a fissarla in silenzio. La mano dell’uomo si
alzò a sfiorarle il viso esitante.

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- Siete così buona ragazza, - mormorò fissandola con un intensità che la fece tremare, Nerius
disgustato dalla scenetta si allontanò andando sedersi su un masso - siete bella e dolce come lo era
Endora prima che si strappasse il cuore. Non riesco a credere di aver ritrovato mia nipote quando
non ho mai neppure potuto prendere in braccio mia figlia. -
- L’avete mai vista? - chiese Viola esitante. – Avete mai visto mia madre? -
Treulf sorrise amaramente. – Una sola volta, quando fui trasportato nella nicchia dove mi
avete trovato, Elena era appena nata e stava tra le braccia di una governante al fianco di Endora.
Quella fu l’unica volta che la vidi, Endora non le permise mai di venire a vedermi ma mi parlava di
lei. Sapeva che potevo sentirla e si divertiva a parlarmi di quella figlia che non avrei mai potuto
crescere. Endora la odiava come odia me e la trattava al pari di una schiava, o per lo meno è questo
quello che mi diceva. Poi un giorno smise di parlarmene e da allora non seppi più nulla. –
Il cavaliere si interruppe, i suoi occhi erano pieni di lacrime.
- Elena è ancora viva? – chiese.
Viola scosse il capo. – No, ma non è stata Endora ad ucciderla, è stato un incidente. –
- Chi è vostro padre? – le chiese Treulf pallido ed esangue.
- Lo conoscerete non appena arriveremo a Villacorta, - gli disse Viola, - non è un uomo di
quest’epoca. -
L’espressione basita di Treulf la spinse a raccontargli tutta la storia come la conosceva lei.
Partì dalla fuga di Elena nel futuro insieme a Mario. Gli raccontò dello Specchio Dorato e di come
lei ne era venuta in possesso giungendo nel passato. Gli raccontò di Ragnor e del perché si era
consegnata ad Endora di sua spontanea volontà.
Quando finì di raccontare, entrambi erano seduti con la schiena appoggiata ad una quercia.
Nerius poco distante sembrava dorirmire freddo ed immobile come il masso su cui sedeva.
- Così presto vi sposetrete. – concluse Treulf.
- E’ quello che vorrei. – ammise Viola.
- Conoscevo il padre del vostro cavaliere. – le disse suo nonno. – All’epoca era solo un
giovinetto ma era un ragazzino già pieno delle qualità che fanno di un uomo un cavaliere. -
- Ragnor allora deve aver preso da lui…- commentò Viola sorridendo.
- Siete la mia unica erede Viola, - le disse Treulf serio, - siete la figlia a cui non ho mai potuto
dare il mio amore e siete anche la mia salvatrice. Da adesso non siete più solo una strega ma una
Lady e quando morirò Oanna sarà vostra e dei vostri figli. -
Viola gli sorrise commossa, ma poi rise. – Per essere mio nonno siete molto giovane Sir
Treulf, quando voi morirete io avrò già come minimo sessant’anni e probabilmente sarete già
trisnonno. –
Anche l’uomo rise e si portò le mani al viso. – Già, sono passati quasi quarant’anni da quanto
sono stato tramutato in pietra e io sono ancora un uomo di trenta. Suppongo che vostro padre sia più
vecchio di me, almeno fisicamente. –
- Ha quasi cinquant’anni… - ammise Viola. – Lui e mia madre si sposarono vent’un anni fa. -
Una domanda solleticò la mente di Viola.
- Ma.. – volle chiedere. – Com’ è possibile che Endora sembri ancora così giovane? -
Treulf rise. – Si vede che venite da un’altra epoca… -
Viola inarcò un soppraciglio.
- Le streghe, - le spiegò suo nonno, - invecchiano molto meno velocemente delle altre
persone. Più potere scorre nelle loro vene meno il tempo ha effetto su di loro. -
A quelle parole Viola si rammentò il viso di sua madre. Nei pochi anni in cui l’aveva
conosciuta Viola non aveva mai visto una ruga comparire sul suo volto, era morta a trent’anni ma
sembrava ancora una ragazzina di diciotto.

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All’idea di essere lei stessa destinata ad una vita più lunga di quella di qualsiasi altro venne
assalita dal panico: avrebbe visto Ragnor invecchiare e morire prima di lei.
- Cosa avete Viola? – le chiese suo nonno. – Vi siete intristita. -
- Pensavo… - gli disse Viola, - pensavo che anche io vivrò a lungo. -
- E non ne siete felice? – domandò Treulf.
- Come potrei esserlo sapendo che vedrò tutti i miei cari morire prima di me? – chiese Viola
terrorizzata.
- Ma potrete assisterne altri più a lungo. – le fece notare Treulf. – Potrete crescere e
proteggere i vostri figli e i vostri nipoti, forse anche i figli dei vostri nipoti e quelli che verranno
dopo di loro. E’ un dono che il signore vi ha dato Viola e come tutti i doni comporta dei sacrifici. -

Non era ancora l’alba quando Viola, che dormiva poggiata con la schiena ad un albero, sentì
qualcosa di freddo e viscido sfiorarle le mani. Aprì gli occhi di scatto e si ritrovò a fissare le orbite
infossate di Nerius chino davanti a lei.
Viola per poco non urlò trovandosi davanti gli occhi dello stregone che scintillavano come
marci alla debole luce del fuoco.
- Cosa state facendo? – chiese ancora scossa dalla sua visione.
Nerius ritrasse le dita simili a viscidi serpentelli dalle mani di Viola e i suoi occhi tornarono
ad essere nascosti dalla penombra. La ragazza controllò che ils uore di Endora fosse ancora dov’era
nel fagotto poggiato sul suo grembo e tornò a guardare il mago.
- Vi ho chiesto cosa stavate facendo. – insistette.
- Nulla. – sibilò Nerius.
Viola non gli credette. – Non vi credo, cercavate di prendere il cuore non è vero? –
Treulf che dormiva poco distante, si svegliò al suono delle loro voci.
- Che succede? – chiese mettendosi in piedi.
- Nerius cercava di rubare il cuore. – lo informò Viola.
Il mago reso pressoché indistinguibile dal buio dal suo mantello, non negò.
- Non lo volevo rubare, - ammise, - lo volevo distruggere. -
- Non capite? – strillò il mago. – Se il cuore smettesse di battere Endora morirebbe e non tutti
non correremmo più alcun pericolo! -
Viola a questo aveva già pensato, ma non avrebbe ucciso sua nonna, non a quel modo.
- Non vi permetterò di farlo Nerius, - gli disse furente, - né io né voi uccideremo Endora in
questo modo vigliacco. -
- E allora cosa volete farne? - chiese Nerius sprezzante. – Volete metterlo sotto una teca di
cristallo ed aspettare che Endora trovi il modo di riprenderselo? -
Treulf la guardava in un silenzio esitante, quasi che si aspettasse qualcosa da lei.
- Lo conserverò, - disse Viola, - finchè non troverò il modo di rimetterlo al suo posto. -
- Cosa?! – rise e strillò allo stesso tempo Nerius. – Voi siete pazza strega, non riuscirete mai a
rimettere il cuore nel petto di Endora. Siete riuscita a scappare da Offlaga, questo è vero, ma non
montatevi la testa siete solo un apprendista. Dovete ucciderla intanto che siete ancora in tempo! -
- No! – sbottò Viola. – Non ucciderò mai mia nonna. -
- Forse.. – le fece notare lo stregone, - non vi è ben chiaro che lei ucciderebbe voi… -
- Ho detto che non la ucciderò. – insistette Viola.
Nerius tacque per un istante, poi nella sua mano destra comparve una frusta di fuoco, una
frusta che Viola aveva già visto e della quale conosceva bene il dolore. Qusta volta però non ebbe
paura.
- Datemi il cuore Viola, - le ordinò lo stregone, - non costringetemi a prenderlo con la forza. -
Treulf seppure non avesse alcuna arma, si mise davanti a Viola come se volesse proteggerla.

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La ragazza lo scostò e si mise al suo fianco.
- Siete libero di provarci Nerius, - disse allo stregone puntandosi le mani sui fianchi, - ma
sappiate che se fallirete non vi proteggerò da Endora e quando vi troverà sarete solo ed indifeso. -
Nerius tacque quasi le sue parole l’avessero convinto a desistere, ma poi brandì con violenza
la frusta facendola scoccare al suolo davanti ai piedi di Viola. Le fiamme lambirono la sterpaglia
secca del sentiero tra di loro illuminando la scena.
- Voi non capite! – ringhiò lo stregone. – La mia vita è legata a quella di Endora, se lei vivrà,
per me non ci saranno speranze di abbandonare questo corpo putrido e morente.-
- Quando Endora morirà non sarò stata io ad ucciderla. – insistette Viola.
- Ed allora la ucciderò io, - ribadì Nerius, - datemi il cuore, subito! -
La frusta tagliò l’aria diretta verso Viola, la ragazza non ebbe bisogno di pronunciare alcun
incantesimo. Bloccò la frusta a mezz’aria e Nerius allibitò cercò di riprenderne il controllo
strattonandola violentemente. Presto si arrese e con un ringhio lasciò la frusta. L’oggetto si spense e
smise di ardere, cadde a terra come una semplice frusta di corda.
- Datemelo! – ribadì Nerius e questa volota nella sua mano destra cominciò a formarsi una
palla di fuoco.
Viola non gli rispose, si mosse mettendo Treulf dietro di lei e cominciò a formulare
l’incantesimo che li avrebbe riparati dall’attacco di Nerius. La palla di fuoco lasciò la mano destra
dello stregone e si ingigantì, raggiunse le proporzioni di un pallone poi crebbe ancora e quando si
schiantò sulla barriera maica di Viola riempiva l’intera visuale della ragazza. Il boato fu assordante,
ma Viola e suo nonno ne uscirono indenni.
Il fuoco si affievolì e decine di fiammelle schizzarono nell’aria illuminando il bosco a giorno.
Viola alzò lo sguardo attraverso il fumo su Nerius e gli ordinò:
- Andatevene Nerius, non vi darò il cuore e voi non siete in grado di prendervelo. -
Nerius gettò il capo all’indietro e ghignò come un demonio.
- Siete una sciocca, non avete idea di cosa sia capace. -
Lo stregone spalancò le braccia e il mantello nero si dispiegò lungo le sue braccia rendendolo
simile ad un grosso corvo nero. La terra sotto i piedi di Viola e suo nonno tremò. Il suolo cominciò
a scricchiolare e Viola indietreggiò impaurita, riparando Truelf. Aveva appena spostato il piede che
dalla terra proruppe uan colonna di lava ncandestente. Gli schizzi ardenti di lava bruciarono la pelle
delle mani e del viso laddove vennero colpiti dalle gocce incandescenti, le sue gonne presero fuoco.
Viola riuscì a spegnere il fuoco che appiccava le sue vesti, ma la via di fuga le fu sbarrata. Altre tre
colonne di lava esplosero dal terreno simili a gaiser, chiudendo lei e Teulf in una gabbia di lava
incandescente.
Il calore era insopportabile e la lava che colava a terra si faceva sempre più vicina al piedi dei
due prigionieri.
- Datemi il cuore! – le ordinò Nerius.
Viola si strinse al petto il fagotto stringendosi ancor di più insime a suo nonno per evitare la
lava.
Sapeva di essere in grado di liberarsi, ma ciò che non sapeva era come…
“Credici e accadrà…” si disse.
Lo stivale di Treulf venne toccato dalla lava e la pelle del suo calzare prese fuoco, l’uomo
cominciò ad agitarsi e pestare il piede a terra nel tentativo di spegnere le fiamme.
- Adesso basta!!! – urlò Viola.
Le colonne di lava si ghiacciarono all’istante diventando dure come al pietra, Treulf
oltremodo stupito si immobilizzò. Anche il suo stivale si era spento.
- Vi conviene scappare Nerius, - minacciò Viola, - perché non appena mi sarò liberata sarò io
a dare fuoco a voi! -

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Nerius rise come se non credesse ad una sola delle sue minacce.
Le colonne della gabbia esplosero in mille frammenti ed il mago dovette schermarsi con una
bariera magica per riparsi dalle scheggie taglienti che volarono verso di lui.
Alzò gli occhi e si trovò davanti la giovane strega che lo fronteggiava senza alcuna paura.
- Andatevene, - gli disse lei, - non voglio sporcarmi le mani con il vostro sangue. -
Viola aveva appena finito di parlare che si accorse con orrore della lancia di luce che era
apparsa tra le mani di Nerius.
Tutto accande ad una velocità troppo rapida perché Viola potesse afferrare cosa stesse
accadendo prima che tutto fosse finito.
Nerius scagliò la lancia verso Treulf e Viola si voltò inorridita lasciando cadere a terra il
cuore. Nerius lo prese al volo e Viola si slanciò disperata verso Treulf, cercando di ripararlo
dall’arma con il suo corpo. Era impossibile, la distanza era troppa, non ce l’avrebbe mai fatta.
Eppure Viola si ritrovò trasportata di colpo una ventina di metri più avanti, proprio sulla trattoria
della lancia di luce. La ragazza sbarrò gli occhi terrorizzata, la lancia arrivò all’altezza del suo petto
e si fermò rallentando. Si bloccò per un’istante e poi rimbalzò indietro come se si fosse scontrata
con una bariera, una forza invisibile scaturita dall’aurea di Viola. La lancia sfrecciò all’indietro
sulla sua traettoria e si conficcò nel petto di Nerius che con il cuore di Endora stretto in una mano
osservava la scena a bocca aperta.
Lo stregone emise un urlo agghiacciante e cadde in ginocchio. Il suo corpo si afflosciò a terra
e le sue membra si dissolsero in un fumo denso e grigiastro, lasciando a terra solo i suoi vestiti.
Treulf ancora sconvoltò si accostò a Viola.
- E’ morto? -
- Non credo, - rispose la ragazza, - l’ho già visto dissolversi a questo modo una volta ed è
ritornato.-
- Mi avete salvato di nuovo Viola. – le disse suo nonno sorridendole suppure ancora pallido.
La ragazza sorrise con modestia: - E neppure questa volta ho idea di come se ci sia riuscita…-
Le prime luci dell’alaba rischiararono il cielo gettando ombre lunghe e sottili tra gli alberi del
bosco.
Viola raggiunse ciò che rimaneva di Nerius e prese il cuore tar gli stracci che giacevano a
terra.
- Sarà meglio metterci in cammino. – propose a suo nonno, - Quando arriveremo a Villacorta
saremo finalmente al sicuro. -

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IL RICONGIUNGIMENTO DEGLI INNAMORATI
Ragnor non dormì per tutta la notte: era troppa l’ansia che gravava sul suo cuore sapendo
Viola in pericolo. Passò la notte aggirandosi per i lunghi e silenziosi corridoi del castello come uno
spettro, in attesa di un segno, di una sola sensazione che gli facesse capire che Viola era sana e
salva.
Ma sapeva che non avrebbe avuto pace finchè non avesse visto il suo dolce sorriso e la sua
chioma dorata dinnanzi a lui. Quando sorse l’alba la forzata attesa fu troppa. Seguito da Lupo uscì
dal castello ed andò di persona a destare i suoi cavalieri nella caserma, ordinando che si preparasse
un manipolo d’uomini di avanscoperta.
Nel giro di pochi minuti gli uomini furono pronti e i loro cavalli bardati. Ragnor montò a
cavallo, pronto a dare l’ordine di partenza, ma venne trattenuto dal padre di Viola, che già desto
uscì di corsa dalle porte del castello.
- Dove stai andando? – gli chiese l’uomo. – Hai ricevuto notizie di Viola? -
- Nessuna. – rispose Ragnor con l’amaro in bocca. – Ma se il piano ha avuto buon fine la
incontrerò sul confine di Villacorta. -
- Vengo con te. – annunciò Mario, aggrappandosi alla sella di Unno. - Fammi posto ragazzo. -
Ragnor fu piuttosto seccato e stupito dal comportamento di Mario. Nessun uomo si sarebbe
permesso di salire sul suo cavallo, sia che lui ci fosse in sella o meno, ma chiuse un occhio ben
spendo che Sir Mario non era aduso ai costumi dell’epoca ed era in ansia per Viola.
Il cavallo si agitò mentre Mario si sistemava sulla sella e l’uomo si aggrappò addosso a
Ragnor come se fosse terrorizzato.
- Non siete avvezzo ai cavalli Sir Mario? – chiese Ragnor con un mezzo sorriso.
- Quando verrai nella mia epoca sarò io a ridere di te, giovanotto. – si lamentò il padre di
Viola, - Su, adesso metti in moto questo ronzino. -
Unno nitrì e scalciò irritato, quasi avesse capito le parole dell’uomo e Ragnor gli accarezzò la
criniera calmandolo.
- Unno è il miglio stallone che vedrete mai Sir Mario, viene dall’allevamento personale
dell’Imperatore, non lo sottovalutate.-
- Una Porche dei cavalli… - commentò Mario a mezza voce, ma si zittì subito perché il
cavaliere alzò un braccio in un cenno di comando ai suoi uomini e lo stallone partì al galoppo
rischiando di farlo cadere a terra. Il lupacchiotto di sua figlia si mise in marcia dietro ai cavalli, ma
quando superarono il ponte levatoio e le lunghe zampe dei cavalli allungarono la distanza che lo
separava dal manipolo, Lupo si trasformò in un enorme belva dal manto striato di grigio ed a grandi
falcate si mise in pari con i cavalli. Le povere bestie furono tanto spaventate dalla presenza
dell’enorme lupo che si misero a correre ancora più veloce, fugendo terrorizzate dal lupo e Mario
sballottato qua e là sulla sella si aggrappò ancora di più al fidanzato di sua figlia chiudendo gli occhi
terrorizzato.

Ragnor e i suoi uomini cavalcavano da quasi mezza giornata quando all’orizzonte, sulla cima
di una collina, si profilò una bellissima cavalla bianca sulla cui groppa montava un uomo privo
d’armi e di corazza.
Ragnor fece rallentare il dapprappello per non spaventare lo straniero mentre si avvicinavano
in cerca di informazioni. La cavalla però scattò verso di loro senza che il suo cavaliere la spronasse
e Ragnor non poté staccare gli occhi di dosso dal magnifico animale, mai in vita sua un cavallo
aveva suscitato un tale senso di meraviglia ed interesse in lui.

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Lupo, ancora trasformato in belva, sfrecciò accanto a Ragnor correndo come impazzito verso
la cavalla. L’uomo sulla groppa della giumenta sbiancò come un cadavere, terrorizzato dal lupo che
si avvicinava e Ragnor, imprecando, si lanciò all’insegumento di Lupo richiamandolo a gran voce,
temendo che per qualche strana ragione volesse aggredire la cavalla e il suo cavaliere. Rallentò
sorpreso, quando vide la belva cominciare a saltellare attorno alla cavalla come un cucciolo gioioso,
guaendo e scodinzolando. La cavalla non si impaurì e si lasciò perfino leccare il muso dall’enorme
lupo della sua stessa stazza.
Ragnor non credeva ai suoi occhi.
La giumenta si inginocchiò sugli arti anteriori come una cavallo da circo facendo smontare il
suo cavaliere, mentre Lupo continuava ad agitarsi saltellando gioioso lì attorno.
- Che succede? – chiese Mario ancora aggrappato a lui. – Chi è quel’uomo? -
Ragnor non sapeva cosa rispondergli, ma sgranò gli occhi stupefatto quando la cavalla, ora
priva di cavaliere, venne avvolta da una luce dorata, che quando si dissolse lasciò lì davanti a loro
Viola.
La ragazza accarezzò la testa del suo demone familiare, che la festeggiava impazzito dalla
gioia cercando di non farle male con la sua enorme mole e poi alzò lo sguardo su Ragnor gli sorrise
radiosa.
Ragnor era già balzato giù dalla sella e quando arrivò da lei capì i avere corso per
raggiungerla. La prese tra le braccia e la fece roteare insieme a lui, mentre si abbracciavano
perdendosi l’uno negli occhi dell’altro. Quando si fermarono a nessuno dei due importò delle decine
di occhi puntati su di loro: si abbracciarono di nuovo, questa volta fino a fondersi l’uno con l’altro,
quasi volessero assicurasi che quello non era solo un sogno.
- Ce l’avete fatta. – mormorò Ragnor all’apice della gioia.
- Si. – disse lei sorridendo.
Avrebbero voluto dirsi altre centinaia di cose, ma furono interrotti dal sommesso tossicchiare
di qualcuno lì accanto a loro.
Viola volse il capo di lato e scorse suo padre, quasi iriconoscibile agghindato con vesti
dell’epoca.
- Papà! – cinguettò sciogliendosi dall’abbraccio di Ragnor.
La ragazza volò tra le braccia di suo padre e l’uomo la strinse al suo petto trattenendo stento
lacrime di gioia.
- Viola, - mororò Mario. – finalmente, non hai idea di quanto sia stato in pena per te. -
Viola si scostò asciugandosi il viso bagnato di lacrime.
- Adesso è tutto finito… - gli disse sorridendo, poi si volse cercando con lo sguardo Treulf e
lo trovò poco più indietro che fissava la scena basito, senza sapere se avvicinarsi o meno.
Viola lo invitò ad avvicinarsi con un cenno della mano.
- Ragnor, Papà, permettetevi di presentarvi Sir treulf di Oanna.- si interruppe per un istante, -
Mio nonno. -

Mario cedette a Viola il posto sul cavallo di Ragnor e la ragazza trascorse il viaggio di ritorno
a Villacorta tra le braccia del suo cavaliere, cullando Lupo, ora tornato cucciolo, in grembo.
Mario e Treulf, cavalcavano poco dietro di loro sullo stesso cavallo, l’unico che era stato
portato senza cavaliere da Villacorta. I due, dopo un istante di sbigottimento davanti alla scoperta
della loro parentela, avevano cominciato a discorrere fittamente e Treulf che portava il cavallo,
interpellò il marito di sua figlia per sapere tutto di quella figlia che non aveva mai potuto conoscere.
Era ormai sera quando raggiunsero le mura di Villacorta e trovarono tutti i suoi abitanti in
attesa del loro ritorno. Per le vie della città esplose una vera festa, tutti si riversarono nelle strade

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per salutare il ritorno di Strega Viola ed anche quando il corteo raggiunse le porte del castello per le
vie e le taverne di Villacorta i festeggiamenti durarono fino a notte fonda.
Giunti nel piazzale del castello, Ragnor aiutò Viola a smonatare e la ragazza lo attese per
avviarsi su per la scalinata. Gwendra si precipitò fuori dalle porte del castello facendosi largo tra i
castellani affollati sulle scalle e corse da lei.
La ragazza le sorrise gioiosa e l’abbracciò a sua volta mentre l’anziana strega seguita dal suo
gatto rosso se la stringeva tra le braccia, alternando rimproveri a benedizioni.
- Sia lodato il cielo siete salva, ragazza! – sbottò Gwendra, - Che vi è saltato in mente a
fuggire così, mi avete tolto dieci anni di vita, benedetta ragazza non so se siete più sciocca o
coraggiosa! -
Viola le sorrise seppure si sentisse oltremodo colpevole.
Gwendra non la trattenne oltre sulla porta.
- Su entriamo Viola, ne avrete passate di tutti i colori e non sarò io a tenervi qui fuori al
freddo, entriamo avrete tempo di raccontarmi tutto domani. -

Il castello al suo interno era in festa quanto il suo paese e quando Viola mise piede nell’atrio
altre decine di persone era in attesa di rivederla sana e salva. Ragnor al suo fianco, lasciò che il
Vescovo, suo figlio, Lady Rosetta, Sir Marzio e suo fratello Wulf si ricongiungessro a Viola, chiese
a Mario di far sistemare Treulf come si conveniva ad un uomo delò su rango e l’uomo acconsentì
seppure anche lui morisse dalla voglia di stare accanto a Viola.
Viola passava di persona in persona ricevendo abbracci e sorrisi e Ragnor esasperato attese in
disparte che la sua gente festeggiasse il ritorno della sua strega, morendo dalla voglia di rimanere
solo con lei.
Ad un certo punto Ragnor decise di avrene avuto troppo, salì i primi tre gradini delle scale e si
voltò verso lo stuolo di gente che affollava l’atrio, fece un cenno ad uno dei paggi affinché suonasse
i campanelli del suo tamburello richiamando a lui l’attenzione.
La sala si azzittì e tutti si volsero verso di lui attendendo che parlasse, anche Viola attorniata
dalle cuoche del castello si voltò verso di lui.
- Venite mia cara, - la invitò Ragnor, - avete fatto un lungo viaggio ed avete affrontato molti
pericoli, dovete riposare. -
Viola lo raggiunse su per le scale seguita da Lupo. Ragnor parlò ancora, questa volta diretto
alla sua gente.
- Domani ci sarà un bachetto, - annunciò. – festeggeremo il ritorno di Strega Viola, - si
interruppe guardando se nella sala c’era anche Mario e non vedendolo non esitò ad aggiungere. – ed
il nostro prossimo matrimonio. -
Un boato di urla ed applausi si levò per l’atrio del castello e quando la notizia raggiunse anche
la gente che si accalcava fuori dalle porte, cori festosi si levarono anche fuori dalle mura
diffondendosi per l’intera Villacorta.
Viola, scarlatta in viso, divenne addirittura paonazza quando Ragnor sorridendo si chinò su di
lei e se la caricò tra le braccia portandola su per le scale e lungo i corridoi del castello fino alla sua
camera da letto.
Ragnor la mise con i piedi a terra solo quando raggiunsero al camera di lei e Viola, come se
mancasse da un secolo, si aggirò per la stanza sfiorando con la punta delle dita i mobili, si fermò
solo danninazi allo Specchio dorato posato sulla sua specchiera.
Il cavaliere la raggiunse e Viola si voltò riparandosi tra le sue braccia, si abbracciarono di
nuovo questa volta a lungo e non ci fu bisogno di parole per esprimere la loro felicità. Viola alzò le
labbra esitante alla ricerca di un bacio e trovò Ragnor desideroso di darglielo.

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Si baciarono dolcemente quasi si stessero scoprendo per la prima volta ed anche quando il
bacio finì rimasero a cullarsi a vicenda.
- Non riesco quasi a credere di avervi di nuovo con me, - le confessò Ragnor. – quando siete
fuggita per me è stato come morire. -
Viola gli accarezzò il viso e sorrise amaramente. – Non accadrà mai più. – gli promise.
- Come avete fatto a fuggire da Offlaga? – chiese Ragnor. – Non mi avete ancora raccontato
nulla..-
- Il piano di fuga è stato diverso da come l’avevamo deciso, - gli confessò Viola, - io…- iniziò
e la voce al ricordo le tremò, - ho dovuto uccidere Ulfric… -
Ragnor la fissò allibito. – Uccidere? –
- Io non volevo farlo, non so neppure come ci sia riuscita, è stata la mia magia a difendermi…
- gli raccontò tra le lacrime.
Il cavaliere cercò di calmarla e le accarezzò la schiena.
- Ieri pomeriggio, - riprese Viola, - Ulfric è venuto nella mia cella.. – si interruppe con un
groppo alla gola, - voleva.. voleva approfittarsi di me, mi ha picchiata e io l’ho ucciso, è caduto su
di me privo di vita ed allora sono scappata. -
La ragazza non ebbe la forza di guardarlo negli occhi mentre confessava quell’orribile colpa.
- Ulfric era un uomo malvagio, ma io non dovevo ucciderlo, sono diventata un’asssassina al
pari di lui… - confessò scossà dai singhiozzi. – Non sono neppure riuscita a controllami, l’ho ucciso
e quando mi sono resa conto di averlo fatto era troppo tardi per rimediare. -
Ragnor le mise entrambe le mani sulle spalle e la scosse obbligandola a guardarlo negli occhi.
- Voi non siete un assassina Viola, vi siete difesa. Avete capito? Non voglio sentirvi dire mai
più una cosa del genere. -
La ragazza rimase senza parole davanti all’espressione infuriata di Ragnor.
- L’ho ucciso. – ribadì. – L’ho ucciso senza neppure controllare i miei poteri. -
- Vi siete salvata. – la contraddisse Ragnor. – Ulfric meritava di morire, uccidendolo avete
salvato voi stessa e centinaia di persone sotto il suo giogo. Ora è solo una questione di tempo e di
Offlaga non rimarranno altro che macerie. Ulfric non aveva eredi e il feudo tornerà alla corona.
Presto l’imperatore metterà qualcun altro al suo posto e grazie a voi le guerre mosse da Ulfric
finiranno. -
- Ed Endora? – chiese Viola. – Non abbandonerà la sua casa. -
- Endora è una strega potente, - le disse Ragnor, - ma senza il suo cavaliere non ha alcun
diritto su Offlaga, quando l’imperatore verrà a sapere della morte di Ulfric dovrà andarsene e
sapendovi in possesso del suo cuore non oserà cercare vendetta. -
- Già… - mormorò Viola cerado il fagotto sotto il suo mantello, - il cuore. -
La ragazza depose l’involucro accanto allo specchio e lo fissò sospirando.
- Credi che non sentiremo più parlare di lei? -
- Saremmo troppo fortunati in tal caso amore mio. – le disse Ragnor.
Viola annuì. – Io vorrei poterle ridare il suo cuore, vorrei poterlo rimettere al suo posto. Treulf
mi ha raccontato di Endora come era una volta, io stessa l’ho vista nelle mie visioni. Non era la
donna perfida e malvagia di oggi, era solo una ragazza, una ragazza buona… mi assomigliava così
tanto Ragnor, i suoi occhi erano identici ai miei… è stato il dolore a ridurla così. Quando ha
scoperto il tradimento di Treulf è come impazzita e per non soffrire più si è strappata il cuore dal
petto. Non aveva idea che senza cuore sarebbe diventata così malvagia, che non avrebbe più
controllato le sue azioni. Lei voleva solo smettere di soffrire… -
- E per anni ha procurato sofferenze ad altri.. – le ricordò Ragnor. - Vi capisco Viola, - le
assicurò,

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- non potete dimenticare che è vostra nonna, ma dovete anche pensare che adesso lei è una
creatura malvagia, non prova amore che per sé stessa e vi ucciderà se ne avrà l’occasione. -
- Deve essere salvata, Ragnor. – insistette Viola. - Salvata da sé stessa. -
- E volete essere voi a salvarla? – le chiese Ragnor con un cipiglio torvo.
- Chi altro lo potrebbe fare? – gli chiese Viola di rimando.
Ragnor serrò la mascella irritato ma non abbassò lo sguardo continuando a guardarla negli
occhi.
- Se vi sentite in dovere di aiutare Endora, io non posso impedirvelo Viola, vi rispetto troppo
per farlo, ma non starò a guardare mentre vi mettete in pericolo un’altra volta. Promettetemi che
non scapperete mai più da me. Promettetemi che se vorrete fare qualcosa questa volta mi
informerete e potrò essere al vostro fianco per aiutarvi. -
Viola annuì, baciandolgli l’interno della mano che era salita a sfiorale il viso.
- Lo prometto. – sussurrò.
Ragnor le sorrise e l’abbracciò ancora più stretta.
- Adesso basta parlare di cose spiacevoli. – La incoraggiò lui. – Questi non sono discorsi che
debbano seguire un annuncio di matrimonio. -
Viola sorrise ed avvampò allo stesso tempo, si alzò sulla punta dei piedi ed avvolse le braccia
attorno al collo del suo cavaliere.
- E di cosa vorresti parlare? – chiese maliziosa.
Ragnor rispose al suo sorriso in uno altrettanto malizioso, le sue mani le accarezzarono la
schiena e al sue labbra si avvicinarono invitanti alle sue.
- Per la verità, - le mormorò roco, - pensavo di non parlare affatto. -
Viola arrossì ancora di più mentre chiudeva gli occhi per ricevere il bacio del suo cavaliere, li
riaprì però di scatto sentendo la porta della stanza che si apriva violentemente.
Ancora abbracciati entrambi si voltarono verso la porta vedendo Mario, che paonazzo di
collera, li fissava con una vena che gli pulsava sulla tempia.
Il padre di Viola, evidentemente furioso, additò Ragnor: - Come ti sei permesso di annunciare
che sposerai mia figlia senza neppure chiedermi il permesso! –
Viola si sciolse dall’abbraccio irrigidendosi.
– Papà! – sbottò la ragazza indignata prima che Ragnor potesse intervenire. – Anche se siamo
in quest’epoca noi veniamo dal futuro e non è affatto necessario che tu dia il tuo permesso quando
io ho già accettato. –
Mario divenne ancora più furente.
- Quindi ti sposerai senza neppure chiedermi il permesso? -
- Avevo intenzione di parlartene, - gli spiegò Viola, - ed ero certa che avresti capito. -
- Capito che non tornerai mai più a casa? – strillò Mario. – E che ne sarà della tua vita? Dei
tuoi studi, di me e della tua famiglia? -
- Non essere così melodrammatico papà, - lo redarguì Viola, - adesso abbiamo lo specchio e
sappiamo come usarlo, potrò tornare nel futuro qualsiasi volta io voglia. -
Mario non sembrò affatto acquitasi alle parole di sua figlia, anzi, appuntò il suo sguardo ancor
più carico di rabbia sull’uomo che gli stava portando via la sua bambina.
- E a te non importa nulla che Viola rinunci alla sua casa, al suo mondo per te? -
Di nuovo Viola non lasciò il tempo a Ragnor per rispondere.
- Non è una rinuncia, - sbottò, - è quello che voglio pà e ti ho già detto che grazie allo
specchio potrò tornare a casa quando voglio. -
Mario era così fuori di sé che cominciò a sbraitare senza interruzione, Viola lanciò
un’occhiata disperata a Ragnor che forse per la prima volta in vita sua non sapeva cosa fare. La
ragazza capì che non sarebbe mai riuscita a far ragionare suo padre finchè Ragnor era lì davanti a

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lui, così schioccò le dita e bloccò suo padre, che si cristallizzato sul posto come se il tempo avesse
smesso di scorrere solo per lui.
Ragnor la guardò sbalordito.
- E’ meglio se ci parlo da sola. - gli spiegò Viola.
- Volete che me ne vada? – chiese Ragnor.
- Per il momento si, - rispose la ragazza, - verrò da te quando sarò riuscita a calmarlo. – si
interruppe. – Ma non mi avevi detto di avergli già chiesto la mia mano?-
Ragnor annuì affermativamente. – Gli avevo detto che avevo intenzione di sposarvi, ma credo
non si aspettasse che il matrimonio avvenisse tanto presto. –
- Mi dispiace, - mormorò Viola imbarazzata per il comportamento di suo padre, - so che
nessuno si è mai permesso di parlarti a questo modo. -
- E’ vostro padre Viola, - la rassicurò Ragnor avviandosi alla porta, - ha ogni diritto di
preoccuparsi per voi e i suoi modi sono scusabili anche per il fatto che viene da un’altra epoca. -
- Si, - ammise Viola mentre lo accompagnava, - ma neppure a casa è accettabile che sia così
sgrabato.- Poi sorrise e scherzò. – Scommetto che se avessi chiesto in sposa una qualsiasi altra
ragazza di quest’epoca, suo padre te l’avrebbe data in sposa con tatto di pacchetto regalo facendo i
salti di gioia. -
Ragnor le sorrise sfiorandole le labbra in un bacio: - Ma io voglio solo voi Viola. –
- Va adesso. - lo incoraggiò Viola.
Ragnor sperò la soglia che divideva le loro stanze e si richiuse la porta alle spalle. Viola si
voltò fissando suo padre immobile come un immagine statica e trasse un profondo sospiro
preparandosi alla discussione. Schioccò le dita e Mario si sbloccò, le sue parole ripresero dal punto
da dove l’aveav interrotto, ma Marios i interrippe sbalordito scoprendo che i due a cuis tava
parlando non erano più davanti a lui. Mosse lo sguardo per al stanza e lo fermò su Viola accanto
alla porta.
- Che.. che..- balbettò Mario.
- Ho fatto andare via Ragnor. – gli spiegò Viola. – Abbiamo bisogno di parlare da soli pà. -
Mario divenne paonazzo: - Non ti azzardare mai più ad usare i tuoi trucchetti da strega su di
me Viola! – strillò. – Anche tua madre lo faceva e non lo sopporto proprio, è una cosa che mi
manda in bestia! –
- Non lo farò più pà, - promise Viola, - ma mi ci hai costretto: stavi strillando come un pazzo
e passi che sei sconvolto, ma sei stato a dir poco maleducato. -
- Maleducato?! – sbottò Mario. – Secondo te io dovrei stare zitto e far finta di niente dopo che
quel giovanotto è andato in giro a dire a i quattro venti che lo sposerai? -
- Io lo voglio sposare, - puntualizzò Viola, - e lui l’ha semplicemente annunciato alla sua
gente. E non mi sembra che l’idea ti sia tanto inimmaginabile. Ragnor ti aveva già detto che ci
saremmo sposati. -
- Mi ha detto che aveva intenzione di chiedertelo, - la corresse Mario, - è diverso. -
- Ed io ho accetto, - ammise Viola scusandosi, - avrei dovuto dirtelo subito prima che lo
sapessi da altri, ma nella felicità del mio ritorno a casa le cose ci sono sfuggite di mano. –
- Casa? – ripetè Mario attonito. – Tu consideri questo castello casa tua? -
- Casa mia è qualunque posto dove ci sia anche Ragnor. – dichiarò Viola senza alcuna
vergogna.
- Come puoi dirlo dopo così poco tempo che conosci quel ragazzo? -
- Me lo chiedi proprio tu papà? – rispose Viola seria. – Con la mamma per te non è forse stata
la stessa cosa? -
- Tra me e la mamma era diverso. – borbottò Mario.

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- No, - lo contraddisse Viola, - è esattamente la stessa cosa. La mamma era la tua anima
gemella e Ragnor è la mia. Ne è testimone il fatto che io e Ragnor siamo riusciti ad usare lo
Specchio Dorato attraversando il tempo quando quasi non ci conoscevamo neppure. -
- Allora lo sposerai.. – chiese ed asserì Mario turbato.
- Sarebbe la cosa che più mi renderebbe felice. – ammise Viola.
- E va bene allora, - sbuffò Mario, - ma ad una condizione. -
- Quale? – chiese Viola sorridente.
- Che anche se ti sposerai finirai i tuoi studi. – le spiegò Mario.
- Come? – chiese Viola stupita.
- Finirai l’università. – continuò a spiegarle Mario. – Ti sposerai con il tuo cavaliere, ma
continuerai a studiare da qui e quando dovrai dare gli esami tornerai nella nostra epoca.-
- Se ci tieni tanto lo farò. – promise Viola. – Anche se non so che valore possa avere una
laurea del ventunesimo secolo qui…. -

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LA VENDETTA DI ENDORA
Il sole sorse su Villacorta splendente come oro e Viola, rannicchiata contro il fianco di
Ragnor, aprì gli occhi beandosi della vista del suo cavaliere, della sua anima gemella, di primo
mattino.
La coperta di pelliccia era scivolata giù dai loro corpi ancora nudi, ma Viola non sentiva
affatto la frescura della stanza stretta al corpo grande e tiepido di Ragnor.
Si stiracchiò allungandosi contro sul petto fino ad appoggiare la punta del suo naso sulla sua,
ma lui dormiva pacifico e Viola non volle disturbare il suo sonno se non con un bacio. Sentendo
Lupo che grattava alla porta che separava la stanza di Ragnor, dove si trovava ora, dalla sua, decise
di alzarsi e scivolò via dall’abbraccio del cavaliere accostandosi alla sponda del letto. Mise a terra il
primo piede sentendosi rabbrividire per il contatto con il freddo pavimento di pietra, ed ancora
intorpidita si convinse a poggiare anche l’altro piede a terra. Si aspettava di sentirsi raggelare al
contato con la fredda pietra,ma invece non accadde e molto stranamente udì un sonoro: “Toc” come
se qualcosa di duro e pasante fosse caduto a terra.
Viola si destò del tutto e sgranò gli occhi.
Non si sentiva il piede. Era come non averlo.
Si chinò in avanti e guardò giù.
- Ahhhhh! – il suo urlò agghiacciato tremò per l’intera stanza e Ragnor balzò a sedere di
scatto, destandosi di soprassalto. Balzò giù dal letto completamente nudo e Viola terrorizzata dal
fatto che lui potesse vedere il suo piede si gettò giù dal letto, coprendosi con la coperta.
- Viola! – sbottò Ragnor vedendo che non c’era nessuno. – Cos’è accaduto? -
- Niente! – sbottò Viola.
- Perchè avete urlato allora e che ci fate lì sotto? – le chiese Ragnor avvicinandosi.
Viola tese una mano in avanti quasi per fermarlo.
- Non ti avvicinare, Ragnor, ti prego. – lo scongiurò, - Morirò di vergogna se vedrai cosa mi è
successo. -
- Siete ferita? – chiese lui preoccupato.
- No, non sono ferita. – rispose lei coprendosi il piede come se quello contasse più della sua
intera nudità. – E’ una cosa terribile, ma non mi fa male.. -
- Terrbile? – chiese Ragnor cercando di scoprirle il piede. – Fatemi vedere. -
- No! – strillò Viola sottraendosi. – Ti prego Ragnor, non guardare. Manda a chiamare
Gwendra per favore, lei saprà cosa fare.-
- Non me ne andrò prima di aver visto cosa avete. – insistette Ragnor.
Viola divenne paonazza. – Ti prego Ragnor, non è il momento di fare il cavaliere. E’ una cosa
veramente imbarazzante. –
Lui parve capire, ma non si arrese.
- Non avrò repulsione di voi in nessun caso, amore mio. Fatemi vedere. -
Viola sospirò. – E va bene, ma promettimi di non ridere. –
- Ve lo giuro. – le rispose Ragnor chinandosi accanto a lei e Viola tolse di mezzo la pelliccia
mostrando lo zoccolo di cavallo che adesso dava bella mostra di sé, sotto la sua caviglia, al posto
del suo piede.
- Bontà Divina! – sbottò Ragnor impallidendo, la situazione poteva essere comica ma il
cavaliere non si lasciò scappare neppure un sorriso. - Avete urlato per questo? -
- Si, - amisse Viola. – puoi chiamare Gwendra adesso? -
- Vado subito. - ubbidì lui cercando i suoi vestiti sparsi sul pavimento. – Non preoccupatevi
amor mio, presto sarò di ritorno. -

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Gwendra sedeva su uno sgabello davanti a Viola e, tenendole lo zoccolo steso sulle sue
gambe, glielo esaminava con cura. Viola era già a dir poco imbarazzata per il suo intenso profumo
di miele, cannella, biscotti e cos’era l’ultimo? Ah si, cioccolato. E come se non bastesse ora doveva
mostrare a Gwendra quella mostruosità che aveva al posto del piede.
- E’ senz’altro una febbre da trasmutazione. – sentenziò infine Gwendra.
- E’ permanente? – chiese subito Viola.
- No, - la sollevò l’anziana strega, - ma ti potrebbe durare qualche giorno figlia mia. Per
quanto siete stata trasformata in cavallo? -
- Circa due giorni su per giù. – calcolò Viola. - Ma non continuativi. – aggiunse poi.
- Due giorni? – chiese Gwendra preoccupata. – Anche durante il giorno? -
- Si. - ammise Viola. - Non dovevo? -
- No che non dovevi, - le rispose Gwendra con rammarico, - le trasmutazioni sono da evitare
di giorno o i risultati sono questi, - le mostrò posandole lo zoccolo a terra, - ma non è colpa vostra.
La colpa è mia che non ve l’avevo ancora spiegato. -
- C’è altro che dovrei sapere a riguardo questa febbre da trasmutazione? – domandò. – E’
contagiosa?-
- No, no, - rise Gwendra, - non lo è fortunatamente. -
Viola sospirò di sollievo e nascondensi il piede equino sotto le gonne si alzò.
- Grazie Gwendra, sono davvero morta di spavento quando questa mattina l’ho visto.
Lasciatemi andare da Ragnor a dirgli che non è nulla di grave. -
Si avviò verso la porta e nel camminare per la stanza al posto del naturale suono dei suoi passi
risuonò una lunga serie di Toc… toc… toc.. toc… sembrava stesse passando un cavallo zoppo.

Il castello di Ulfric non era a lutto, la bandiera nera non svolazzava sulle torri accanto agli
stendardi di Offlaga e la gente del villaggio, così come i soldati, non dava alcun segno di reazione
alla notizia della morte del loro tiranno. La morte di Ulfric, difatti, era stata nascosta con maestria
dettats dal terrore da Endora, ma era solo una questione di tempo e quella farsa sarebbe stata
scoperta.
La strega di Ulfric aveva reso muti e sordi tutti coloro che avevano visto anche solo di
sfuggita il corpo esanime del suo cavaliere, prima la sentinella di guardia alla porta di Viola che
aveva trovato il corpo, poi i solati che avevano trasportato la salma del loro signore fino alla
cappella del castello, ed infine i servi. Endora aveva fatto adagiare il corpo di Ulfric sull’altare della
cappella, poi la sua magia lo aveva reso della stessa materia del piano di marmo su cui gaceva. Le
porte della piccola cappella erano state subito sbarrate e nessuno avrebbe osato entrare disturbando
la strega che stava chiusa lì dentro da giorni.
Il castello di Offlaga era semplicemente terrorizzato. Nell’aria tirava un aria ancora più
lugubre dell’usuale e il sospetto che fosse accaduto qualcosa di grave aleggiava nella mente di tutti.
Nessuno però osava dire una sola parola in proposito per paura di incorrere nell ire di Endora, che
nella sua ultima furia aveva punito con la sordità e la perdita della parola quasi trenta persone ora
tutte rinchiuse nelle segrete del castello, dove sarebbero rimaste fino ad essere dimenticate… .
La servitù di palazzo, spaventata se non più del resto della gente di Offlaga, si riteneva
fortunata del fatto che Endora si fosse chiusa nella cappella del castello come un eremita,
evitandogli il pericolo di doverla servire e venir puniti in chissà quale orribile modo.
Endora da ore e ore soccombeva al veleno della sua stessa rabbia. Da un tempo ormai
indefinibile stava ferma, immobile davanti all’altare su cui giaceva il corpo ormai inutile di Ulfric,
fissando il simbolo della sua fine mentre la sua mente lavorava veloce cercando la vendetta più
atroce da destinare a sua nipote.

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Viola aveva rubato il suo cuore. Quella miserabile strega aveva liberato Treulf da lei
condannato a secoli di sofferenza e sempre lei, maledetta, aveva ucciso Ulfric. La teneva
praticamente in pugno. Presto oltre le mura di Offlaga qualcuno avrebbe saputo che Ulfric era
morto, qualcuno importante, qualcuno che avrebbe diffuso la voce fino a farla arrivare
all’Imperatore. Ed una volta che fosse accaduto Endora avrebbe dovuto lasciare Offlaga, era solo
una strega senza cavaliere e per quanto potente non poteva affrontare una guerra da sola.
Avrebbe perso un feudo ricco e potente per una sciocca ragazzina che pensava di averla
schiacciata. Endora aveva tutta l’intenzione di farla pagare cara a Viola, ma in tutta la sua malvagità
e la sua sete di vendetta non riusciva a trovare un piano che le permettesse di vendicarsi. Se non
rientrava in possesso del suo cuore non poteva in nessun modo affrontare apertamente sua nipote.
Endora si sentiva ancor due volte più furente all’idea di essersi fatta giocare da una ragazzina
che non si poteva neppure ancora definire una strega. Una soprevveduta senza la minima
conoscenza magica era riuscita a metterla in ginocchio a quella maniera. Endora si vergognava
quasi di sè stessa per essersi fatta gabbare a quel modo e l’unico modo per ripristinare il suo
orgoglio se non ché il suo onore era vedere Viola distrutta. Non l’avrebbe uccisa no, non subito.
Prima le avrebbe fatto vedere morire il suo Cavaliere, assicurandosi che assistesse mentre il suo
innamorato, Sir Ragnor di Villacorta, moriva di una morte atroce e orribile. Poi la stessa cosa
asarebbe successa a tutti i suoi cari ed infine sarebbe spettata a lei.
Ma Endora non poteva fare proprio un bel nulla: non aveva più il suo cuore e il costante
timore di perire da un momento all’altro gravava su di lei come la scure sollevata di un boia. Sua
nipote aveva il suo cuore e poteva annientarla in ogni istante.
All’improvviso la porta principale della cappella si spalancò e la rivoltante persona di Nerius
fece la sua comparsa.
Endora si voltò di scatto appuntando il suo sguardo bruciante di collera sullo stregone.
- Cosa ci fai qui maledetto traditore? -
Endora fece un cenno alle sue due lucertole che si trasformarono in draghi latrando in
direzione dello stregone. Nerius arretrò spaventato mentre la sua pelle diveniva ancor più cineria
rispettoa l suo marcio colorito cadaverico.
- Sono venuto a cercare il vostro perdono ed a offrirvi il mio aiuto. – si affrettò a dire il mago
addossandosi alla parete.
- Sbranatelo! – urlò Endora.
- No vi prego aspetatate! – urlò Nerius. – Ho cose importanti da dirvi. -
Endora sollevò un soppraciglio e fermò le sue fiere.
- Parla svelto. -
- Viola. – iniziò Nerius. – Viola ha portato il vostro cuore a Villacorta, io l’ho seguita ed ho
cercato di sottrarglielo, ma vostra nipote mi ha sconfitto. Vuole tenere il vostro cuore e.. -
- E? – lo incitò Endora.
- Non ha intenzione di fermare il battito del vostro cuore. – le annunciò Nerius, - Viola aspetta
che voi andate da lei, vuole rimettere il cuore nel vostro petto. –
La risata sprezzante di Endora si levò alta per la navata della cappella.
- Morirei piuttosto che riavere quel putrido pezzo di carne nel petto.-
- Placateli, vi prego mia signora. – la scongiurò Nerius preso in trappola tra le due belve
attono a lui. – Io so come farvi riavere il vostro cuore.. -
Endora si infuriò.
- Mi credi scocca per prestare orecchio alle tue menzogne? Tu sei qui perché speri di
attenuare la tua punizione. Se ci fosse una soluzione io l’altre già trovata! -
- Non vi stò mentendo mia signora, - la cercò di persudare Nerius, - una soluzione c’è e per
voi sarà lampante quando saprete quello che ho sentito dire io a Villacorta. -

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- Cosa hai sentito? – Domandò Endora animatamente. - Parla. -
- Presto vostra nipote e Sir Ragnor si sposeranno, ne parla tutto il villaggio. – le annunciò
Nerius senza sorprendere la strega, - Ciò che è più interessante è che a Villacorta in occasione di
certe ricorrenze gli incarcerati possono chiedere la grazia al loro signore. -
- La cortigiana! -
- Esattamente mia signora, - annuì Nerius sorridente, - Marissa è una donna sciocca e se sarete
voi a tentarla si farà ingannare di nuovo. Fatevi invitare da lei ad entrare nel castello e quando sarete
là sostituitevi a lei. Se riuscirete a farvi graziare in vista delle nozze di vostra nipote avrete libero
accesso al castello e potrete trovare il vostro cuore senza essere scoperta. -

- Tutti pronti? – domandò Viola, a Ragnor e suo padre in piedi accanto a lei.
Si trovavano nello studio magico e dinnanzi allo Specchio Dorato si stavano preparando a far
ritorno nel futuro. Gwendra insieme a Lupo e a Seamus osservava la scena.
- Si. – risposero i due uomini.
Viola tenendo per mano suo padre si accostò di più a Ragnor di modo che i loro visi si
specchiassero al contempo nella superfice dello specchio. Viola scorse lo sguardo di Ragnor nel
riflesso e sorrise, poi tutto ad un tratto si sentì stordita.
Fu come se qualcuno avesse spento la luce e si sentì trascinata in un vortiche di colori, suoni e
forme. Come la prima volta ebbe la sensazione che il suo corpo fosse attraversato da centinaia di
spilli, ma non provò dolore. La sua corsa attraverso i meandri del tempo le sembrò durare allo
stesso tempo un secondo e tre secoli e quando raggiunse il capolinea Viola si sentì riacquistare
conoscenza.
- Sono tornati! – strillò la familiare vocetta della sua sorellina.
Viola aprì a stento gli occhi e ci mise qualche istante a mettere a fuoco il salotto di casa sua.
Era accasciata su divano tra Ragnor e suo padre, e tutto era esattamente come era quando
l’aveva lasciato.
- Viola! – cinguettò Nadia correndo in salotto dalla cucina.
La ragazza non poté fare altro che sorridere alle due mentre si metteva in piedi. Linda le si
aggrappò ad una gamba e Nadia la abbracciò così forte da renderle difficile respirare.
- Sono così felice di vedervi. – esordì Viola tra le lacrime.
Quando le tre si furono sciolte all’abbraccio si volsero verso i due uomini che non si erano
ancora ripresi dal torpore.
Nadia si precipitò accanto a Mario scuotendolo per farlo rinvenire e Viola seguita da vicino da
Linda si accostò a Ragnor.
La bambina si arrampicò sul bracciolo del divano osservando affascinata il profilo del
cavaliere.
- E’ davvero un principe Viola? -
Viola sorrise alla sua sorellina, costatando che Ragnor come lei era apparso inq uell’epoca
con abiti consono a quel tempo.
- E’ un cavaliere Linda.. – gli spiegò mentre si chinava su di lui, cercando di farlo rinvenire.
- Perché non ha più la spada e il mantello? – insistette la sua sorellina.
Viola non seppe cosa rispondergli.
- Ragnor… - lo chiamò dolcemente. – Ragnor mi senti? -
Il cavaliere mosse le palpebre e aprì lentamente gli occhi, Linda intimidita si nascose dietro a
Viola.
- Siamo.. – biascicò Ragnor ancora intontito, - siamo nel futuro? -
- Si. – gli assicurò Viola sorridendo. – Siamo nella mia epoca. -

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Nadia lì accanto, che non era riuscita a destare Mario, lasciò che suo marito continuasse a
dormire e si voltò verso di loro.
- Salve! – salutò il cavaleriere. – Io sono la matrigna di Viola. -
Ragnor ci mise qualche istante a riprendersi del tutto, ma ripresosi si alzò inchinandosi alla
signora, con tanto di baciamano.
- E un piacere conoscervi Lady Lorandi. -
Viola vide sua matrigna, che era solita chiamare “mamma”, arrossire davanti allo sfoggio di
galanteria del suo cavaliere.
- Ragnor è il mio cavaliere mamma, - spiegò Viola. – ma suppongo che tu lo abbia già visto
attraverso lo specchio… -
Viola si sentì tirare la manica e abbassando lo sguardo trovò Linda desiderosa di essere
presentata a sua volta al cavaliere.
- E questa è la mia sorellina Linda. – spiegò Viola diretta a Ragnor.
- Ciao! – cinguettò la bambina arrossendo.
Ragnor pur di faral contenta si inchinò anche a lei e la bambina rise di gusto.
- Tu ce l’hai un cavallo bianco? – gli domandò la bambina.
Viola rise di gusto e Ragnor sorrise.
- Ho un cavallo nero. -
- Me lo fai vedere? -
Nadia si mise di mezzo. – Basta infastidire il signore Linda. Propria a svegliare papà su… -
La bambina ubbidì e balzando sul divano prese a scuotere Mario che ancora non si era
riavuto.
- Ammetto che questa è una situazione al limite dell’immaginabile… - iniziò Nadia piuttosto
spaesata. – Ma vi spiacerebbe cominciare a raccontarmi cosa è successo intanto che aspettiamo che
tuo padre si riprenda? Insomma, Mario mi aveva già spiegato un po’ la situazione, ma potete
immaginare come ci sia rimasta quanto un mattino mi sono svegliata e anche lui era finito dentro a
quello specchio… -

Viola era seduta al tavolo della sua cucina con sua madre e Ragnor, tutti e tre prendevano un
caffè mentre suo padre ancora privo di sensi dormiva sul divano del salotto, con Linda che ogni
tanto lo punzecchiava per vedere se si svegliava.
Nadia aveva una serie infinita di domande da fargli e finite quelle attinenti i fatti più
drammatici e bizzarri, con un sorriso di traverso un po’ imbarazzato gli chiese:
- Ma voi due siete fidanzati? -
- Si. – ammise Viola sorridendo per poi voltarsi a guradre Ragnor leggermente rossa in viso.
- E come farete adesso? – domandò nadia preoccupata, - Insomma, se non ho capito male se
non siete insieme non potete usare quello specchio, quindi dovrete fare un po’ in un epoca e un po’
nell’altra. -
Ragnor preferì che fosse Viola questa volta ad annunciare il loro matrimonio ai suoi parenti.
- Io e Ragnor abbiamo intenzione di sposarci.. – spiegò Viola torturandosi le dita delle mani.
– Questa visita è anche un invito ufficiale a nozze. -
- Che bella notizia! – sbottò Nadia alzandosi per andare ad abbracciare Viola.
- Tuo padre lo sa già? – domandò.
- Si. – ammise Viola, ma Nadia non indagò subito oltre perché andò ad abbracciare anche
Ragnor che ci rimase di stucco quando al donna gli scoccò tre sonori baci sulle guance.
- Ho sempre desiderato avere un nobile o qualcosa del genere in famiglia! -
- Suppongo che vivrete nella tua epoca. – disse Nadia diretta a Ragnor.

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- Viola è d’accordo mia signora, - le disse Ragnor, - e io non potrei mai stare a lungo lontano
dal mio feudo. -
- Ma con quello specchio potetre fare una capatina qui quando volete, no?- domandò Nadia
voltandosi verso Viola.
- In linea di logica si. – ammise la ragazza stupita da quanto Nadia avesse preso bene al
notizia.
- Immagino che tuo padre sia andato fuori dai gangheri alla notizia. – commentò Nadia.
- Abbastanza, ma gli ho premesso che mi laurerò ugualmente. -
Nadia annuì e poi le sorrise.
- Per me è una notizia grandiosa, - gli disse la donna, - insomma: siete due giovani che si sono
innamorati sfidando addirittura le barriere del tempo e poi diciamocelo Viola, per te sarebbe molto
meglio vivere nel passato che qui. Almeno là le streghe esistono ancora e per quel tuo cane che
diventa un gigante qui non c’è proprio spazio. -
Mario si era destato e i tre che si trovavano in cucina se ne accorsero quando Mario
scarmigliato e trafelato arrivò sulla soglia strillando a sua moglie.
- Te l’hanno già detto? -
- Si. – rispose Nadia. – E’ una notizia meravigliosa. -
Mario diventò paonazzo e serrò la mascella:
- Non potevate aspettarmi almeno questa volta prima di fare annunci!? -

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NEMICI MASCHERATI
Era passato così tanto tempo da quando era stata rinchiusa, che Marissa stentava a ricordare
come fosse essere libera. La cortigiana si poteva dire due volte pentita di essersi lasciata tentare da
Nerius lo stregone, ma non si rammaricava affatto di aver tentato di sbarazzarsi di Strega Viola la
sua rivale.
La notizia delle nozze di Sir Ragnor e la sua strega era giunta fino alla sua cella nella torre più
alta del castello e Marissa bruciava di rancore ed invidia augurando ogni male a Strega Viola.
Seppure non le mancasse la faccia di bronzo adatta non si sarebbe abbassata a chiedere la
grazia durante le nozze dei due, più che certa, come donna, che Strega Viola avrebbe fatto in modo
che il suo fidanzato la rifiutasse gioendo di saperla lì rinchiusa, mentre si divertiva ogni notte con il
suo cavaliere.
- Se solo potessi scappare… - guaì Marissa.
“E perché non potete?” le chiese una voce. La donna si acquattò contro il muro di pietra della
cella cercando con lo sguardo chi aveva parlato. La voce era di donna ma lì attorno non vedeva
nessuno.
Come era già successo quando era stato Nerius a farle visita, Marissa scorse un volatile
appollaiato sul davanzale di pietra delle finestra con spesse inferiate. La sera stava calando e la luce
rossastra del tramonto risplendeva sul piumaggio di una colomba bianca, che la fissava con il capo
voltato di lato per poterla fissare per intero con un solo occhio.
- Chi ha parlato? – domandò Marissa spaventata.
“Io” rispose la colomba. “Non abbiate paura”
- Andatevene via chiunque voi siate Strega! – strillò Marissa. – Non vi voglio ascoltare. -
“Non urlate Marissa, io non sono una semplice strega. Il mio nome è Endora e noi abbiamo
un nemico comune.”
Marissa udendo quel nome si spaventò come non lo era mai stata, ma incuriosita si mise in
piedi.
“Io vi posso fare uscire da questa cella.” Proseguì la colomba.
- Perché mi dovreste aiutare Strega? Cosa volete in cambio? – domandò Marissa che aveva
imparato a non fidarsi di streghe e stregoni.
“Io non posso entrare in questo castello se nessuno mi invita, invitatemi ad entrare e vi
libererò.”
- E cosa vorreste fare una volta qui dentro? – chiese Marissa sospettosa.
“Mi fingerò voi attendendo che Strega Viola mi compaia davanti per poterla uccidere.” Le
rispose la strega camuffata sotto le gentili spoglie della colomba.
Marissa non si fidava per nulla della strega, ma sapeva che quella poteva essere la sua unica
possibilità di fuggire, senza contare che Strega Endora sembrava intenzionata quanto lei a farla
pagare a Strega Viola. Marissa non conosceva tutta la storia ma, le altre cortigiane che erano venute
a trovarla, le avevano raccontato a grandi linee di come Viola le avesse rubato il cuore.
Imparando dai suoi sbagli Marissa si fece astuta e adocchiando la strega disse:
- D’accordo vi farò entrare, – esordì, - ma vi dirò dove si trova il vostro cuore solo dopo che
sarò libera. -
Marissa non aveva la più pallida idea di dove si trovasse il cuore in questione, ma sperò che la
menzogna sarebbe valsa a farsi liberare senza ripensamenti da parte della strega, che si diceva fosse
astuta come il demonio in persona.
“Accetto l’offerta.” le rispose la colomba. “Su fatemi entrare.”
- Entrate. – esordì traendo un profondo respiro Marissa.

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La colomba zampettò sulle inferiate e poi esplose in un turbinio di piume bianche, che
cadendo lente e silezionse andarono a compore la strega che apparve seduta per traverso sul gradino
di pietra sotto la finestra.
Marissa rimase a bocca aperta potendo guardare con i suoi occhi la tanto temuta strega. Non
dimostrava che pochi dei suoi molti anni e il suo viso era di una bellezza tale da lasciare storditi
uomini e donne che fossero. Anche se Marissa non avesse saputo della parentela tra Strega Endora e
Strega Viola, vedendo lì davanti a lei Endora avrebbe subito notato la somiglianza con l’altra strega
di sua conoscenza. I suoi occhi viola erano la cosa che per di più la faceva rassomigliare alla nipote,
ma i suoi occhi erano spenti, vuoti e cattivi: le fecero correre un brivido gelido giù lungo la schiena.
Marissa, molto meno baldanzosa di prima, distolse lo sguardo da quello della strega abbassandolo
sui suoi severi abiti scuri adorni di pizzo nero.
- Liberatemi adesso. – disse alla strega risolutamente.
Marissa vide le labbra di Endora piegarsi in un leggero sorriso così privo del minimo calore
umano da sembrare un ghigno.
- Certamente. – annunciò la donna alzandosi.
Marissa si sentì formicolare da capo a piedi, era come se lei fosse un panno bagnato e
qualcuno lo stesse strizando, ma non provò dolore. Poi ad un tratto si sentì precipitare avendo la
sensazione di diventare al contempo più piccola. Quando tutto finì Marissa inorridita e sconvolta si
rese conto di essere diventata qualcos’altro, qualcosa di piccolo e peloso, non più grande di una
pagnotta di pane, con quattro zampine provviste di dita unghiute e in possesso di un fiuto
incredibile: un topo!
La strega la fissava ridendo e Marissa cercò di urlare rendendosi conto di non poter emettere
altro che flebili squittii.
Là in alto dove si trovava, Endora girò su sé stessa e quando si fermò Marissa vide davanti a
sé stessa. Endora aveva assunto le sue sembianze e balzando avanti cercò di calpestarla.
- Vattene bestiaccia! – rise la donna. – Adesso sei libera. Non è questo che volevi? -
“Io so dov’è il cuore! Fatemi tornare normale!” strillò Marissa e a strega rise di nuovo e
cercò di calpestarla.
- Miserabile bugiarda come osi mentire? Credi che non ti possa leggere nel pensiero? Chi
credi che io sia una fattucchiera? Ora sparisci prima che decida di farti sparire io! -
Marissa terrorizzata evitò l’ennesimo pestone della strega e correndo impaurita si allontanò
dalla cella e quando si fermò scoprì di non essere più in grado di capire dove si trovava, tutto
sembrava così grande, immenso, sfocato, un labirinto gigantesco e pericoloso.

Viola e Ragnor erano tornati dal presento, o dal futuro secondo Ragnor, appena in tempo per
la cena a castello e ancora un po’ storditi dal viaggio attraverso lo specchio si erano messi a tavola
con tutti gli altri castellani. Viola si era portata diversi bagagli dalla sua epoca e non vedeva l’ora di
andare a sistemarli, anche Ragnor era curioso di scoprire quali diavolerie avesse portato lì da quella
strana epoca, ma non poté seguirla subito nelle loro stanze perché l’architetto e il progettista della
cattedrale avevano importanti questioni da esporgli.
Appena potè Ragnor si ritirò dal banchetto e inoltratosi tra i fitti corridoi del suo castello salì a
due a due la scalinata che portava al piano superiore. Giunto davanti alle porte delle stanze di Viola
udì una strana melodia cantata in una lingua che rassomigliava ai dialetti germanici del nord.
(“Jump” di Madonna.)
Bussò e Viola venne ad aprirgli di persona con indosso nell’altro che una vestaglia rosa.
- Ti stavo aspettando! – gli disse sorridendo. – Ho già quasi sistemato tutto. -
Da dove viene questa melodia? – domandò Ragnor basito.

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- Dallo stereo, - gli spiegò Viola e Ragnor si rammentò della scatola musicale che lei gli
aveva mostrato nei suoi sogni - riesco a tenerlo acceso con i miei poteri. -
- E con cos’altro dovrebbe funzionare? – domandò Ragnor perplesso adocchiando la scatola
di uno strano materiale blu che emetteva muisica
- Con la corrente. – gli rispose Viola come se fosse ovvio. – Ma qui non esiste ancora. -
Ragnor non indagò oltre e lasciò che Viola prendendolo per mano lo conducesse verso il
centro della sua camera da letto.
Lupo era intento a cercare di salire su una specie di cuscino ricoperto di velluto lilla, grosso e
arrotondato. Come il cucciolo riusciva a salire sull’oggetto in questione ruzzolava giù e la cosa
pareva divertirlo parecchio.
- E’ quello cosa sarebbe? – domandò Ragnor.
- Un pouf. – gli disse Viola.
Ragnor andò ad esaminarlo, sottraendo il giocattolo al cucciolo di cane. Ci rimase di sasso
quando scoprì che era leggero come una piuma.
- Si gonfia a fiato. – lo avvertì Viola ridendo delal sua espressione.
- Vi diverte tanto, amor mio, vedermi allibito davanti ai vostri oggetti? – le chiese Ragnor
sorridendole.
Viola gli sorrise e annuì colpevolmente.
- Mi diverte da morire... -
Lei si sedette sul letto appoggiandosi sulle ginocchia una valigettina di metallo. La aprì e
prese uno dei piccoli ritratti che stavno lì dentro.
- Queste siamo io e mia madre. – gli disse Viola. – E’ una fotografia. -
Ragnor prese il cartoncino e rimase sorpreso dalla nitidezza del disegno, Viola dolce e
bambina come immaginava sarebbero state fle loro figlie, sorrideva tra le braccai di una donna dai
medesimi capelli dorati e il sorriso gentile.
- Vostra madre vi assomigliava molto, - le disse Ragnor sedendosi al suo fianco, - e voi
eravate splendida anche da bambina. -
Viola si era leggermente incupita alal vista delle foto della madre, ma quando richiuse la
scatola gli sorrise maliziosa.
- Sei sempre il solito adulatore. -
- Non vi piace ricevere complimenti amor mio? – le chiese ironicamente Ragnor.
- Non lo posso negare. – ammise Viola. – Ma preferisco i tuoi baci.-
Ragnor sentendosi invitato cercò di baciarla, ma Viola inaspettatamente si scostò.
- Lo specchio! – sbottò come se fosse stata colta da una realizzazione.
Il cavaliere stesso volse lo sguardo verso lo Specchio Dorato che giaceva sulla specchiera di
legno riflettendo l’immagine dell’intera stanza.
Viola si alzò e correndo in punta dei piedi mise una grande fazzoletto scuro sulla superfice
dello specchio.
- Così non rischieremo di avere spettatori. - commentò Viola arrossendo, mentre tornava da
lui e gli si inginocchiava tra le cosce.
Lupo avvertendo l’aria di effesuioni che aleggiava nell’aria, si infilò sotto il letto, trascinando
lì sotto il pupazzo a forma di rana che Viola gli aveva portato dal futuro.

- Levati da quello specchio! – insistette Nadia per l’ennesima volta, cercando di dissuadere
quello spione di suo marito dla controllare le mosse di Viola.
- Sei uno spione inpenitente! -
- Bah! – protestò Mario. – Ho diritto di controllare cosa combinano quei due.-

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- Si sposano tra una settimana… - gli ricordò Nadia, cambiando canale alla Tv. – Qualsiasi
cosa facciano mi pare legittima… -
- Lo sapevo! – sbottò Mario additando lo specchio.
- Cosa? – gli domandò Nadia irritta.
- Quello screanzato! -
La donna si sporse di lato per guardare lo specchio poggiato sul tavolino e vide Ragnor in
procinto da baciare Viola. Suo marito divenne paonazzo strizzando il giornale che cercav di leggere
fino a spiegazzarlo.
Vioal si alzò di scatto schivando il bacio e venne a coprire lo specchio.
- Maledizione! – strillò Mario.
- Ben ti stà. – rise Nadia.

Viola venne destata dai rumori provenienti dallo spogliatoio di Ragnor, segno che il suo
cavaliere si era già destato per iniziare la sua giornata. Viola aprì appena gli occhi e capì che non
era ancora neppure l’alba. Avvertì indistintamente il fruscio della maglia metallica che Ragnor si
stava infilando e il leggero eco della voce di Ragnor che parlava con un servitore.
Ragnor aveva due servitori personali che si prendevano cura della sua persona ed erano
efficientissimi in tutto: gli preparavano ogni giorno i vestiti con l’accortezza di vestirlo in modo
adatto a seconda dell’attività che avrebbe intrapreso; gli facevano trovare il bagno caldo ogni sera;
lucidavano le sue armi e i suoi scudi, lucidavano perfino i finimenti di Unno e all’occorrenza si
improvvisavano anche barbieri. Viola supponeva che se non ci fosse stata lei ad ospitare la camera
da letto di Ragnor i due servitori non avrebbero avuto alcuno scrupolo ad aggirarsi anche per quella
stanza indisturbati, ma facevano ben attenzione a non farsi vedere da lei e viceversa.
Sebbene avesse un personale tanto efficiente, Ragnor si occupava sempre personalmente della
sua spada, sembrava quasi che prendersi cura della sua arma fosse un rituale che lo appagava. Ogni
sera la lucidava davanti alle fiamme del camino e quando doveva era lui stesso a pulirla dal sangue
che la imbrattava.
La porta che separava lo spogliatoio dalla camera da letto si aprì e Ragnor entrò nella stanza
accompagnato dal tintinnio della sua cotta di maglia, diretto a prendere la sua spada poggiata sul
baule ai piedi del letto. Viola si finse ancora addormentata, ma lo spiò mentre Ragnor si appendeva
la spada al fianco.
Lui si avvicinò alla sponda del letto e raccogliendo con delicatezza Lupo, che dormiva
acciambellato sullo scendiletto, lo depose accantò a Viola. Lupo fu lesto a trovare un posto al
calduccio rannicchiandosi lungo il fianco della ragazza e Ragnor si chinò su di lei sfiorandole le
labbra in un bacio.
- Ciao amore. – lo salutò Viola in un sussurrò.
- Buongiorno. – le disse di rimando. – Non vi volevo destare amor mio, ma ieri sera mi sono
dimenticato di dirvi che oggi verrà il sarto per il vostro abito nuziale. -
- Il sarto? – biascicò Viola stupita ma ancora intorpidata dal sonno, - Non mi serve un abito …
me lo posso fare io. -
- Ma lo potreste tenere se lo faceste voi? – le domandò Ragnor.
- No, - rispose Viola. – gli abiti che mi faccio con la magia scompaiono quando li tolgo. -
- Per l’appunto. – disse Ragnor. – Quindi vi serve un vero sarto, almeno per il vostro abito da
sposa. Vi farebbe piacere poterlo conservare, no? -
- Certo. – rispose Viola sorridendo. – Sarebbe un ricordo magnifico da poter avere. Io non ci
avevo ancora pensato… Grazie. -
Ragnor la baciò ancora. – Di nulla angelo mio, ora dormite ancora un paio d’ore, ci vedremo a
tavola spero. –

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Marissa vagava per il castello che una volta era stata la sua casa sperduta e impaurita. Adesso
tutto rappresentava un pericolo: cani, gatti, scope e scarponi, persino gli altri ratti la costringevano
alla fuga. Saltò giù in qualche modo da un gradino e udendo dei pasi si infilò nell’anffratto buio di
una fessura nella pietra, un altro occupante su quattro zampe era lì dentro e Marissa scappò via
squittendo. L’unica cosa buona che poteva sperare in quel momento era incappare in strega Viola.
Lei forse avrebbe capito che non era un semplice sorcio e l’avrebbe liberata da quell’orribile vita da
ratto.

Ragnor non tornò al castello per pranzo e Viola si rassegnò alla sua assenza. Il pranzo fu
comunque piacevole e Viola si divertì quasi all’allegra e dotta conversazione che si tenne tra il
Vescovo e suo nonno Lord Treulf. Il Vescovo e i suoi nobili funzionari che si intervallavano al
banchetto tra cavalierei e vassalli, erano ormai membri ufficiali del castello di Villacorta. La
costruzione della cattedrale li avrebbe tenuti lì a lungo e la cosa per Villacorta non era affatto un
male, perché i lavori erano finanziati della chiesa di Roma che pagava anche un rendita a Ragnor
per ospitare il Vescovo e tutto il suo seguito nel suo castello. Senza contare che gi stretti rapporti
con la chiesa di Villacorta umentavano il prestigio del feudo stesso e di conseguenza del loro
signore.
Il Vescovo e il suo sofisticatissimo pargolo erano abituati a svaghi che la corte di Ragnor non
ostentava e così l’ecclesistico aveva provveduto ad adattare la sua nuova sistemazione ai suoi gusti,
richiamando da lontano ogni sorta di artista. Prima avevano cominciato a comparire musicisti,
cantanti, adirittura un intero coro. Poi il vescovo aveva fatto recitare delle commediette in versi,
scritte dal suo segretario, un certo Pisacane, che tra i suoi compiti era anche pagato per scrivere
operette che dilettassero il suo datore di lavoro. Infine, cosa di cui stavano discutendo il Vescovo e
Treulf, erano arrivati i primi artisti: pittori, scultori, affrescatori, talvolta tutti in una sola persona.
La cosa ironica era che il vescovo per pagare tutti questi artisti attingeva dalla tasche della
chiesa, nascondendosi dietro la scusa che voleva testare le doti degli artisti prima di affidargli la
decorazione della futura cattedrale. Così adesso il sant’uomo si stava facendo scolpire un busto di
marmo, Lord Thomas posava per un ritratto a cavallo e le stanze del vescovo stavano venendo
affrescate con scene dell’antico testamento.
- E dopo cosa ne farete del busto vostra eccellenza? – domandò Gwendra al vescovo ridendo
sotto i baffi. – Lo terrete sul comodino per non dovervi più guardare allo specchio? -
Il Vescovo divenne paonazzo, ma poi rise:
- Mi accusate forse di vanità? -
- Nient’affatto. – ridacchiò Gwendra. – Ma perché non impiegate i vostri artisto per fare un
bel ritratto a Viola? Sarebbe un bel regalo di nozze. -
La ragazza in questione avvampò. – Un ritratto? No, no, io non riuscirei mai a farmi ritrarre. -
- E perché no figliola? – domanò il Vescovo. – La vostra maestra mi ha dato un buon
suggerimento. Preferite forse dei gioielli o delle gemme preziose? -
Viola sgranò gli occhi allibita.
- Io non vi chiederei mai tanto. -
- Accettate di essere ritratta. – la incoraggiò suo nonno. – E’ bello avere un ritratto di sé, se
mia figlia ne avesse avuto uno adesso saprei che faccia aveva. -
La ragazza si rese conto di quanto era stata sciocca a non pensarci prima: le fotografie!
- Aspettatemi qui nonno, - gli disse, - credo di poter esaudire il vostro desiderio. -

Quando tornò dabasso Viola mostrò la cassetta delle fotografie a suo nonno che per la prima
volta potè vedere il volto di sua figlia adulta. Gli altri se ne erano quasi tutti andati e gli altri

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commensali se ne andarono quasi volessero lasciarli soli. Lord Treulf nons i lasciò andare alle
lacrime ma passò in rassegna ogni fotografia fissandola intensamente.
Viola aveva appena riposto le fotografie nella scatola di metallo, quando Sir Marzio comparve
nelal sala seguito da un picchetto di quattro soldati.
- Stavate cercando me? – domandò Viola sorpresa.
- Si, mia signora, - rispose il cavaliere, - Sir Ragnor chiede che voi lo raggiungiate al palazzo
delle udienze. -
Viola si alzò attonita e guardò suo nonno.
- Al palazzo delle udienze? – domandò Viola.
- Si. – rispose Sir Marzio. - Sir Ragnor vuole sentire il vostro parere a riguardo la
scarcerazione della cortigiana Marissa. -
- Su non lo fate attendere, - la incoraggiò suo nonno, - vi accompagno.

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LA CONCUBINA DI TREULF
Viola raggiunse a cavallo il palazzo delle udienze e una volta là si rese conto che tutti stavano
aspettando solo lei. Treulf e Sir Marizio la scortarono all’interno fino ad una sala gremita di gente.
Là c’era anche Ragnor che sedeva su uno scranno posto su un alto palchetto. In piedi accanto a lui
c’era suo fratello e nel vasto circolo lasciato sgombro dalla gente che accalcava la sala c’era
Marissa, ritta e immobile in catene, mentre la folla lì attorno la insultava o la scherniva.
Treulf che la seguiva insieme a Sir Marzio, la sospinse avanti e come mise piede sulla soglia
la gente si scostò aprendole il passaggio. Ragnor si alzò in piedi facendo scendere il silenzio
all’istante.
- Avvicinatevi, mia signora. – la incoraggiò Ragnor e Viola spaesata passò accanto a Marissa
che la fissava in silenzio.
Viola gli si accostò e Ragnor la fece salire con lui sul palchetto.
- Vi ho mandata a chiamare, - le spiegò Ragnor annunciandolo al contempo all’intera sala, -
perché la qui presente Marissa ha chiesto di essere graziata, e come di usanza in questo feudo, ogni
richiesta di grazia fatta in un’occorrenza lieta come quella del nostro matrimonio deve essere
ascoltata.-
Viola annuì a testimoniare di aver capito e Ragnor proseguì:
- Prima di prendere una decisione definitiva, vorrei che anche voi esponeste la vostra
opinione. -
- Posso sapere.. - iniziò Viola titubante, - per cosa propendevate prima del mio arrivo? -
- A meno che voi non la pensiate altrimenti, - la informò Ragnor, - Marissa sconterà dieci anni
di reclusione e poi sarà liberata e messa al bando. -
Viola al suono di quelle parole si sentì rabbrividire come se quella pena toccasse a lei anziché
a Marissa. Si voltò verso la donna e scoprì che Marissa al fissava intensamente, in lei c’era qualcosa
di diverso ma Viola pensò che doveva essere abbastanza umiliante starsene lì in stracci e catene,
mentre veniva ricoperta da insulti.
- Perché vi si dovrebbe scarcerare? – domandò Viola alla donna. – Con quale coraggio
pensate che qualcuno si possa fidare ancora di voi? -
Marissa abbassò il capo.
- So di non essere in posizione di essere perdonata. – sospirò la donna. – Mi sono lasciata
tentare da quello stregone per ben due volte e ho messo a rischio la vita del nostro signore. Ma io …
io non ho mai voluto far…. del male… e… mi pento di aver voluto ciò che non potevo avere. -
Viola si sorprese di sentire la voce di Marissa scossa da singhiozzi di pianto.
- La mia colpa è stata quella di essere troppo ambiziosa e sciocca, non di aver voluto la morte
del Mio Signore! Se avessi saputo a cosa avrebbero portato le mie azioni non avrei mai dato retta a
quel dannato Nerius. -
- Non sono scuse atte a scarcerarvi. – la redarguì Ragnor. – Anche se ciò che dite fosse il vero
sarebbe meglio sapervi rinchiusa che a piede libero, libera di farvi abbindolare un’altar volta dai
nemici di Villacorta nella speranza di veder esauditi i vostri torvi desideri. -
Marissa si portò le mani al viso singhiozzando e Viola dibattuta cercò di leggerle nella mente
per sicerrarsi delle sue intenzioni. Nei suoi pensieri rilesse le medesime parole che lei aveva detto e
la giovane strega si sentì mossa a pietà.
- Marrissa non stà mentendo. – esordì. – E in questo caso la sua condanna mi pare troppo
grave. -
- Non la si può graziare. – sentenziò Ragnor.

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- Lo so, - disse Viola, - ma si potrebbe attenuare la sua pena. Se ci fose un modo per tenerla
sorvegliata potrebbe tornare a svolgere i suoi compiti, in una specie di.. beh ecco.. liberta vigilata. -
Marissa alzò il capo fissandola sorpresa e speranzosa, poi si volse verso Ragnor e si buttò in
ginocchio.
- Vi prego mio signore abbiate pietà! Mi comporterò bene, datemi una possibilità di
dimostrarvi che sono pentita! -
Ragnor non si lasciò affatto commuovere dalle parole della donna, né sembrò essere toccato
dalla sua disperazione.
- Portatela via. – ordinò alle guardie. – Domattina saprete cosa ho deciso. -

- Chi era quella donna? – domandò Treulf a Viola non apena uscirono dal palazzo delle
udienze lasciando Ragnor al suo lavoro.
- Una cortigiana, - ripose Viola mentre un soldato e metteva uno scalino accanto alla sua
cavalla per aiutarla a salire, - una cortigiana che ci ha causato un sacco di problemi. -
- Cosa ha fatto? – si incuriosì suo nonno mentre riotornavano verso il castello.
Viola gli raccontò velocemente le malefatte di Marissa e quando terminò suo nonno era
perplesso.
- Prima, non conoscendo la situazione, - le confessò Treulf, - avevo giudicato Sir Ragnor
troppo severo con quella donna, ma ora non posso più biasimarlo. Al suo posto non la libererei per
nulla al mondo. -
- Marissa ci ha messo tutti in pericolo, - ammise Viola turbata, - ma non era nelle sue
intenzioni. A quella donna importava solo mettere le mani su Ragnor. -
- Se fossi in voi, - le disse Treulf, - per questa ragione non vorrei per due volte avere quella
cortigiana nel mio castello. Ma voi avete pietà di quella donna. Riconosco la luce che vi illumina lo
sguardo sapete? State pensando di convincere il vostro cavaliere ad essere magnanino con lei, non è
vero? -
- Gli esporrò di nuovo la mia opinione. – gli rispose Viola stupita dall’acutezza di suo nonno.
– E spero di convincerlo ad essere clemente. Prima ho letto nella mente di Marissa e sono
certa che non mentiva, i suoi pensieri corrispondevano esattamente a quanto ha detto. -
Treul annuì e rimase in silenzio per qulche istante mentre percorrevano quella zona del
villaggio spopolata dai suoi abitanti che erano già a lavorare nei campi o indaffarati nella via
commerciale di Villacorta.
- Non oserei mai dubitare delle vostre arti magiche o della vostra saggezza, giovane Viola. –
le disse suo nonno, - Ma permettetevi di rivelarvi una cosa che ho imparato a mie spese:
spesso anche le persone animate dai migliori sentimenti sbagliano, talvolta seppure lo si
voglia ardentemente si è troppo deboli per fare ciò che è giusto e mantenere le promesse che si
fanno. –
- State dicendo che la buona fede di Marissa non è sufficiente a farla scarcerare? -
- Questo io non lo sò, - le disse suo nonno, - il mio era solo un avvertimento Viola. Se domani
Sir Ragnor sarà clemente con lei e la farà liberare dovrete guardarvi bene di lei, non la si può tenere
a piede libero nel castello senza qualcuno che la tenga sempre a portata d’occhio. -
- Non dimenticherò il vostro consiglio. – lo ringraziò Viola. – Se dovessi riuscire a convincere
Ragnor a favore di Marissa, starò ben attenta che la mia richiesta di clemenza non porti guai. -
- Il vostro fidanzato saprà come meglio gestirla in tal caso, Sir Ragnor è un uomo attento e
giudizioso, mi ricorda il cavaliere che un tempo io ho cercato di essere. -
- Voi siete un cavaliere. – gli disse Viola toccata dal suo tono di rammarico.

206/236
- Perché ho una spada e un nome, null’altro. - le disse amaramente suo nonno, - Non ho
protetto la mia gente, ho perso la mia terra e mia moglie, anche mia figlia. Ho perso l’onore stesso
di un cavaliere. -
- Non parlate così, vi prego. – gli disse Viola avvicinando il suo cavallo il più possibile. – Io
non penso una sola delle cose che avete detto. Per me Treulf voi siete un cavaliere degno di stima e
sono orgogliosa di essere vostra nipote. Vi aiuterò in ogni modo per farvi riavere la vostra casa e la
vostra gente sarà liberata. -
Treulf le sorrise e il suo sguardo si accese di una luce nuova, qualunque cosa volesse dirle, la
cambiò perché sollevando lo sguardo verso le mura del castello vide il un carrozzone che
trasportava grandi bauli di legno passare sotto il ponte levatoio.
- Credo che sia arrivato il vostro sarto. – le annunciò Treulf indicandole il carro.

Viola vennne sequestrata dal sarto per l’intero pomeriggio e Gwendra che si era vista portar
via la sua allieva la seguì nelle sue stanze, dove erano stati portati numerosi bauli contenenti
favolosi tessuti preziosi.
Tutte le ragazze al servizio di Viola e perfino alcune dame, tra cui Lady Rossella, si unirono
festose alla scelta dell’abito della sposa e ognuna diede il suo parere o il suo aiuto al sarto, mente
Viola, con indosso solo una camiciola se ne stava impiedi su uno sgabello immobile mentre le
venivano prese le misure.
Non le fu difficile scegliere la stoffa per il suo abito da sposa, perché come lo vide si
innamorò di un tessuto bianco di un materiale simile alla seta ma molto più spesso che sembrava
mandare bagliori azzurri a seconda di come lo colpiva la luce.
Quando ebbe annunciato quale tessuto voleva per il suo abito, le Lady che erano accorse lì
comprarono dal sarto quasi tutte le altre stoffe che Viola aveva scartato e la ragazza, pur non
raccapezzandosi di quanto valesse la loro moneta, si rese conto che le stoffe che il sarto vendeva
erano molto care e quella che aveva scelto lei era la più costosa di tutte.
Pensando a Ragnor e a quanto gli stava facendo sborsare, le venne quasi un malore quando il
sarto, un uometto sottile come un giunco vestito come un gran signore, le propose di ricamare
l’intero corpetto del suo abito da sposa con brillanti e zaffiri.

Manacava ancora molto all’ora di cena e Viola che non vedeva l’ora di vedere il suo
cavaliere, si prese una pausa da quell’estenuante giornata rimanendo a mollo nella sua tinozza
davanti al caminetto il più a lungo possibile.
Se ne stava lì a giocare con la superfice nell’acqua rilassata dalla musica del suo stereo,
quando la porta del suo spogliatoio si aprì e Ragnor tornato in quel momento si fermò sulla soglia
sorridendole.
- Viola, - la salutò appuntando gli occhi su ciò che l’acqua lasciava intravedere, - non speravo
di trovarvi qui. -
- E io non speravo saresti tornato tanto presto. – gli disse lei. – Volevo parlarti. -
Ragnor si levò la spada e il mantello, sfilandosi la cotta di maglia.
- Di qualunque cosa mi vogliate parlare, amor mio, credo che sarebbe meglio rimandare.
L’unica cosa a cui riesco a pensare in questo momento è voi lì dentro. -
- Cosa stai facendo? – gli chiese Viola stupita mentre lo vedeva cominciare a spogliarsi.
- Voglio fare il bagno con voi. -
Viola arrossì scandalizzata ma quando lui si levò anche la tunica e rimase in sola calza maglia
perse la minima voglia di lamentarsi. Ragnor si chinò sull’orlo delal vasca e la baciò, spogliandosi
del tutto. Poi orgogliosamente fiero della sua nudità scavalcò l’orlo della tinozza e scivolò
nell’acqua attirandola contro di lui.

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Lei gli affondò le dita nei capelli baciandolo con un sorriso.
- Vuoi che ti lavi? – gli domandò maliziosa.
Ragnor allungò la mano sullo sgabello accanto alla vasca e prese la spugna mettendogliela in
mano.
- Non chiedo altro. – le rispose accomodandosi per ricevere le sue carezze. – Sono tutto
vostro. -
E da lì in poi Viola ebbe l’opportunità di berasi di quel corpo che le apparteneva.
Il mattino successivo il castello fremeva ansioso di sapere cosa Ragnor avesse deciso su
Marissa e quando il cavaliere annunciò il suo intento molti rimasero a bocca aperta davanti alal
risoluzione che proponeva il loro signore.
Viola, che era già al corrente di tutto, non disse parola e come Strega di Ragnor si recò con lui
alla sala delle udienze dei cavalieri dove fra poco sarebbe stata portta Marisas per la sua “tratta”.
L’intera sala era gremita di uomini e l’unica donna, a parte Gwendre che si aggirva lungo le
pareti trasformata in cane da caccia, era Viola che prese posto alla sinistra di Ragnor accanto al suo
scranno.
Le guardie arrivarono trascinando Marissa per i ferri e la portarono davanti al banco dei
cavalieri.
La donna si guardava attorno furtivamente ed il fatto che nella sala ci fosero solo uomini la
insospettì.
- Avete deciso mio signoro qual è dunque il mio destino? – domandò con modestia a Ragnor.
- Sarete venduta come concubina, Marissa. – la informò Ragnor. – Se qualcuno degli uomini
qui presenti vi comprerà io vi affiderò a lui che vi terrà come schiava, altrimenti tornerete nella
vostra cella nella torre per dieci anni. Cosa preferite?-
Un istante di silenzio calò per la sala mentre tutti tendevano le orecchie per udire la sua
risposta.
- Essere venduta. – rispose Marissa senza vergogna. – Ero una cortigiana mio signore e
preferisco di gran lunga essere di un uomo che rimanere sola a marcire in una cella. -
Ragnor annì e dopo chr lo scrivano ebbe finito di appuntare la risposta di Marissa, Wulf che
era all’altro lato di Ragnor fece un cenno alle guardie che tolsero i ceppi dai polsi e dalle caviglie di
Marissa.
Viola assistette alla scena ins silenzio e quando Ragnor diede libero sfogo alle offerte per
Marissa, scrutò la folla di castellani e cavalieri sorpresa che nessuno la volesse acquistare.
- Nessuno la vuole? – domandò Ragnor ad alta voce.
Molti scosseo il capo altri parlottarono tra loro esternando il loro rifiuto. Solo Lord Thomas,
che stava in piedi accanto a suo padre il vescovo, sembrò farsi un apio di conti in tasca
accarezzando di compare Marissa per il prezzo che ne veniva chiesto. Dovete chiedere a suo padre
se era d’accordo, perché Viola lo vide scuotere il capo dandoglio il suo diniego.

Endora non riusciva a credere che nessuno di quegli uomini volesse comparere la donna di cui
aveva preso le sembianze. Avrebbe potuto lanciare un incantesimo su uno di quegli uomini affinché
si invaghisse subito di lei, ma temeva che Viola là seduta accanto al suo cavaliere in quel modo la
scoprirre subito.
Colta alla soprovvista cercò lo sguardo di ognuno di quegli uomini e quando i suoi occhi
incrociarono quelli di Treulf nelal sua mente si fece strada un dispetato tentativo. Il suo sposo era un
donnaiolo impenitente, un uomo facilmente influenzabile dalal bellezza di una donna e così la sua
recita si rivolse verso di lui.
Treulf era a pochi passi da lei ed Endora si gettò verso di lui inginocchiandosi ai suoi piedi.

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- Vi prego! – lo supplicò. – Chiunque voi siate compratemi, non voglio tornare in cella, so
rammendare, so tessere e so cucinare, non vi pentirete di me. -
Treulf sgranò gli occhi e non reagì mentre le si aggrappava ad una delle sue gambe. L’uomo
alzòuno sguardo titubante verso sua nipote quasi che cercasse il suo benestare. Endora che si
fingevala spregevole donna di cui aveva preso le sembianze continuò a supplicare a gran voce e
rimase aggrappata al fianco dell’uomo anche mentre le guardie intervenivano per portala via.
- Lasciatela! – sbottò all’improvviso Treulf. – La prendo io. – annunciò. – Se nessuno la
vuole, preferisco comprarla io che farla tornare in cella. -
Le guardie la lasciarono ed Endora tornò ad avvinghiarsi al suo “salvatore”, gioendo
malignamente dentro di sè.
- Non ci riesco a credere. – rivelò Viola a Ragnor mentre lasciavano la sala dove si era tenuta
l’asta. – L’ha presa mio nonno! -
- Vi sconvolge più l’idea che la donna in questione sia Marissa o che vostro nonno abbia una
concubina? – le domandò Ragnor.
- Entrambe le cose. – rispose lei. – Tu non sei sorpreso? -
- Sir Treulf è stato mosso a pietà, - le rispose lui con alzata di spalle, - se ci fossero stati altri
interessati a Marissa non l’avrebbe comprata e io sono felice che l’abbia presa lui, perché so che lui
la terrà d’occhio come spero. -
- Su questo hai ragione, - rispose Viola, - Treulf sarà più guardingo di altri nei suoi confronti.-

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IL TOPO CHE SCRIVEVA
Endora si lasciò incatenare nella stanza di Treulf senza opporre resistenza e quando le guardie
che l’avevano portata lì la lasciarono sola rise. Non appena la porta si fu chiusa la strega aprì con un
solo battito di cilio l’anello metallico che portava alla caviglia e si aggirò per la stanza di suo marito
analizzando i suoi pochi averi. Era improbabile, ma non poteva escludere che il suo cuore si
trovasse lì.
Aprì il cofanetto di legno poggiato sul comodino accanto al letto e scoprì che ciò che cercava
non era lì. Trovò invece un ritratto di una donna che riconobbe subito: era Elena e la bambina tra le
sue braccia era senz’altro Viola. Le labbra di Marissa si arricciarono in uan smorfia di disgusto e la
strega chiuse con un tonfo il cofanetto andando a rovistare nel baule di Treulf.
Dopo aver perlustrato ogni possibile nascondiglio Endora si arrese all’evidenza che non era
Treulf ad avere il suo cuore e dovette reincatenarsi alla parete attendendo che il suo sposo facesse al
sua comparsa.
Era passato molto tempo quando la porta si aprì senza che nessuno bussase e Treulf, titubante,
mise piede nella sua stanza. Il suo sguardò si incupì alla vista dei ceppi che la tenevano
imprigionata.
- Mi spiace per le catene, - le disse l’uomo, - ma non posso lasciarvi a piede libero quando io
non sono con voi. -
Endora annuì fingendosi spaventata mentre dentro di lei bruciava di collera per la sola vista
del suo marito traditore.
- Non importa, - gli rispose senza guardarlo negli occhi, - meglio incatenata qui che in quella
torre in mezzo ai topi. -
- Lo so, - rispose lui. – Vi chiamate Marissa non è vero? -
- Si, Lord Treulf. – rispose Endora cercando di essere remissiva e riverente.
- Bene Marissa, - esordì Treulf stando ritto in piedi davanti a lei che era accovacciata sul
pavimento di pietra. – voglio che sappiate che non vi avrei mai presa se ci fosse stato qualcun altro
disposto a compravi. Strega Viola è convinta che voi siate in buona fede e meritiate la possibilità di
dimostrarlo, vi ho presa con me solo per questo. Non ho bisogno di una concubina. -
Endora non poté evitare di inarcare un soppraciglio scettica. Il libertino traditore che le aveva
dato una figlia non avrebbe esistato ad approfittare di una bella donna come la cortigiana di cui
aveva preso il corpo. Gli lesse nella mente per verificare la verità delle sue parole e scoprì che non
stava mentendo: Treulf non era davvero interessato a Marissa.
- Sono brava in molte altre faccende che non si sbrighino tra le lenzuola, mio signore, - gli
rispose Endora fingendosi cortgiana, - so badare ad una casa e a tutte le altre necessità di un uomo. -
- Io non ho casa. – le disse Treulf amaramente, per poi passare ad un tono severo: – L’unica
cosa che vi chiedo di fare è servirmi, ritenetevi una sorta di paggio. Niente più, niente meno. E
guardatevi ben da quel che fate perché io vi terrò sempre d’occhio. Avete capito? -
- Si, mio signore. -
Treulf si avvicinò e le aprì la fascetta di metallo che portava alla caviglia, gettando via la
lunga catena che la teneva confinata tar quelle quattro mura. Alzatosi si allontanò per un istante
quando tornò da lei le mise tra le braccia una voluminosa sacca di pelle.
- Qui dentro ci sono i miei abiti da rammentare. – le disse. – Avete tutto il giorno per
sistemarli. Potete muovervi liberamente in tutte le mie stanze, ma non azzardatevi ad uscire.
Provvederò che qualcuno vi porti da mangiare. -
Endora si limitò ad annuire e Treulf se ne andò come era venuto lasciando una guardia a
sorvegliare la porta. Endora strinse i pugni furente e quando sentì che il catenaccio della porta stava

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venendo serrato dall’esterno gettò la sacca a terra furente. Sibilò un paio di formule rammendando
con la sua magia i panni di Treulf e poi andò a sedersi alla poltrona accanto alla finestra. Doveva
solo attendere la notte e poi sarebbe arrivato Nerius ad aiutarla.

Marissa era sul punto di perdere la ragione, più il tempo passava più si rendeva conto di stare
perdendo lucidità: i suoi ricordi sbiadivano e i suoi pensieri si diradavano lasciando spazio solo al
cieco istinto del topo in cui era trasformata. Stava sgranocchiando un pezzo di pane rubato chissà
dove quando i suoi piccoli occhi tondi furono attratti da delle sottane femminili che si avvicinavano
al mobile sotto il quale era nascosta. La donna parlottana tra sé e sé e Marissa riconobbe la voce di
Strega Gwendra. Doveva assolutamente cercare di attrarre la sua attenzione e fu per questo che
sbucando guardinga da sotto il mobile cominciò a strillare forte il suo nome. Tutto quello che si udì
fu una straziante serie di squittii che fece sobbalzare la vecchia megera stringendosi le gonne tra le
mani.
- Seamus! – strillò la strega. – Fai sparire subito questo ratto rabbioso! -
Marissa si scostò appena in tempo per evitare gli artigli del colosso di pelo rosso che si
abbettè su di lei. Cercò di sfruttare la sua piccola taglia per sfuggirgli e ringraziò il cielo quando
scoprì una crepa proprio dietro quell’angolo.

Viola seguita da Lupo stava correndo per i corridoi del palazzo. Gwendra doveva essere nel
laboratorio Magico ad aspettarla già da un bel pezzo e lei non voleva far attendere ancora la sua
suscettibile maestra. I metodi di insegnamento di Gwendra erano un po’ bizzarri, quest’è vero, ma
nonostante il suo modo di fare spiccio era una maestra severa e intransigente, decisa ad istruire al
meglio la sua pupilla. Non c’era da sorprendersi che più di una volta Gwendra avesse strillato anche
a Ragnor di smettere di gironzolare nei pressi dello studio magico nelle ore di lezione, venendo a
distrarre Viola.
La ragazza in questione pur di non ricevere una lavata di capo si sollevò un po’ le gonne per
correre più veloce e imbucò una scorciatoia. Dopo pochi metri lungo lo stretto corridoio sobbalzò
travandosi, arrestandosi precitosamente, davanti all’improvvisa comparsa Sir Thomas.
- Sir Thomas! – sbottò Viola fermandosi sui suoi passi, con la sensazione che lui si fosse
appartato lì apposta per aspettarla.
- Buongiorno mia signora Strega. – le disse lui con quella sua solita tendenza ad avvicinarsi
più di quanto fosse necessario.
- Volete felicitarvi per le mie nozze? – gli domandò Viola cercando di essere cortese, ma al
contempo suggerirgli di mettersi il cuore in pace.
Lui le rivolse un sorriso dolente.
- Siete malvagia con me Viola, - il disse il govane portandosi le mani al petto, - sapete che io
vi adoro da lontano.-
Viola a quelle parole temette quasi di svenire. Che accidenti voleva quell’idiota da lei?
- Volevate parlarmi di qualcosa in particolare? – gli domandò irritata.
Lui le si avvicinò ancor di più e Viola dovette ricorrere all’aiuto di Lupo per tenerselo
lontano.
“Lupo! Trasformati per favore.”
“ Io sbarno?” domandò il cucciolo.
“ No, no! Devi solo fargli un po’ paura.”
Lupo obbedì e tutto ad un tratto crebbe fino a diventare un gigantesco lupo dalle lunghe zanne
candide che affiancava la sua padrona. Sir Thomas divenne pallido come un cencio e Viola temette
che svenisse.
- Che ha la vostra fiera? – domandò il giovane terrorizzato.

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- Nulla, nulla, - gli rispose Viola ridendo dentro di sè, - Sir Ragnor gli stà solo insegnando ad
assalire chiunque mi si avvicini troppo. -
“Bugia!” si intromise Lupo.
Per tutta risposta Sir Thomas arretrò di altri due passi.
- Stavate dicendo? – lo incoraggiò Viola.
Sir Thomas non riusciva a staccare gli ochi da Lupo come se si aspettasse che lo azzannasse
da un momento all’altro. Quando Lupo digrignò addirittura i denti perse la facoltà di parola.
- Io… - balbettò.. - Io … - stava già correndo quando disse: - Buonagiornata mia signora!-
Viola tacque a stento la sua risata coprendosi la bocca con una mano e poi si rivolse a Lupo.
“Grazie di avermelo levato dai piedi Lupo” gli disse grattandogli un orecchio, “Adesso puoi
tornare come prima.”
“Cosa voleva quello là?” domandò una volta tornato cucciolo.
“Meglio non domandarselo..” gli rispose Viola perplessa quanto lui.

Era notte fonda e l’intero castello di Villacorta riposava silenzioso, nelle sue stanze Sir Treulf
dormiva pacificamente del tutto dimentico della cortigiana che dormiva nella stanza accanto.
Ma Endora sotto le spoglie di Marissa non dormiva affatto, se ne stava immobile stesa sul suo
materasso imbottito di paglia con gli occhi spalancati e fissi sul soffitto.
La quiete notturna fu ad un tratto spezzata dai sonori rintocchi del campanile della chiesa che
battè le tre. A quel segnale Endora si alzò e silenziosa come un ombra scivolò fino alla finestra della
piccola stanzetta dove Treulf l’aveva relegata.
Aprì le imposte di legno e la luce della luna piena diradò il buio pesto della stanza. Una
piccola creatura planò sulla testa della strega accompagnata dal fruscio prodotto dal battito delle sue
ali.
Il pipistrello si appoggiò sul pavimento ripiegando le sue ali membranose, la creatura crebbe a
dismisura, assumendo velocemente una forma antropomorfa. In un istante Nerius comparve lì
dinnanzi, drappeggiato per intero dal suo mantello nero che gli copriva anche l’orrendo viso
cadaverico.
Endora si limitò ad annuire compiaciuta e seguita dallo stregone i due entrarono nella stanza
di Treulf. Il chiavistello che chiudeva la porta comunicante non resistette un secondo prima di
cedere alla magia della strega.
Il caminetto si stava quasi spegnedo, ma le braci che ancora mandavano bagliori rossastri
illuminavano il grande letto a baldacchino su ciu riposava Treulf.
La strega si avvicinò a lui senza produrre un suono, le sue dita fredde come se fosero di
ghiaccio sfiorarono la gola dell’uomo, togliendogli la facoltà di parola. A quel gelido contatto
Treulf si destò di soprassalto. Vedendo il lei null’altri che Marissa si turbò ma nella sua mente non
vi fu alcuna paura.
Lui cercò di parlare ma Endora potè solo udire i suoi pensieri: “Cosa ci fate qui donna? Come
avete fatto ad uscire dalla vostra stanza? ”
Treulf rendendosi conto di non parlare scattò in piedi portandosi entrambe le mani alla bocca.
Endora rise e sotto i suoi occhi riprese il suo vero aspetto. Gli occhi di Treulf si sgranarono
tetrorizzati. Considerò le sue possibilità di fuga e scorgendo anche Nerius nascosto nell’ombra
rinunciò all’idea. Endora lo vide prendere la sua spada poggiata accato al letto e sguainarla.
- Cosa pensi di fare Treulf? – rise la strega. – Difenderti? -
“Uccidimi se vuoi.” le urlò l’uomo nella sua mente. “Ma sappi che Viola lo scoprirà e non
uscirai salva da questo castello.”
Endora rise piano, rispettando il silenzio tetro che aleggiava nella stanza.
- Non ti voglio uccidere Treulf, ti rivoglio come statua per il mio castello. -

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“NO!” urlò l’uomo terrorizzato, puntandole contro la sua spada.
Nella sua mente turbinavano una miriade di emozioni, pensieri, paure e la maggior parte
erano dirette a Viola. Endora lo trovò patetico.
Quando i piedi di Treulf cominciarono a ritramutarsi in pietra, l’uomo urlò disperatamente,
ma nessun suono si alzò dalla sua bocca spalancata per l’orrore. Solo la leggera risatina soddisfatta
di Endora serpeggiò nel silenzio più macabra che un alito di morte.
Al posto di Treulf lì davanti ai suoi occhi ora non c’era altro che un grosso blocco di pietra
raffigurante un cavaliere con la spada sguainata.
Nerius ad opera compiuta si avvicinò alla statua.
- Ben tornato alla vostra cella. – gli sibilò certo che il cavaliere lo potesse sentire, poi il suo
mantello svolazzò nell’aria avvolgendolo del tutto tra le sue spire, quando il mantello lo liberò al
posto dello stregone c’era un copia perfettamente di Treulf in carne ed ossa.

Quella notte Sir Thomas tardò a prendere sonno: come poteva chiudere occhio al pensiero che
la donna che adorava stava per sposare un altro? La dolce e delicata Strega Viola presto sarebbe
finita in sposa a Sir Ragnor, e lei non lo voleva. Era ovvio che lui l’avesse costretta a sposarlo:
quell’uomo si prendeva tutto ciò che voleva e una donzella delicata come la dolce Viola non
avrebbe mai desiderato un uomo così.
Era una giovane strega sperduta e il suo cavaliere la trattava come lei fosse una sua esclusiva
proprietà. Adesso aveva perfino addestrato quella belva mostruosa ad aggredire qualunque uomo le
si avvicinasse.. Come poteva trovare l’occasione di parlarle? Come poteva riuscire a dirle che non
doveva sposare per forza Sir Ragnor? Che se voleva sarebbero potuti scappare insieme?
Sir Thomas non lo sapeva, ma era certo che non si sarebbe arreso. Rasserenato dal suo intento
si alzò dalla poltrona a dondolo davanti al caminetto e prima di mettersi a letto andò a versarsi una
coppa di vino.
Aveva appena preso il manico della brocca di cristallo posta sul credenza, quando udì uno
squittio.
Thomas arretrò inorridito e lo squittio si ripete di nuovo. Lì attorno c’era davvero un topo.
Rimase in silenzio senza neppure osare fiatare per capire dove si trovasse quella disgustosa
bestiola. I suoi occhi perlustarono allarmati ogni angolo del salotto, quando il topo sbucò fuori da
dietro una tenda di pesante velluto rosso e corse con le sue piccole zampette rosa sul tappeto
persiano.
Thomas riuscì appena a non strillare, ma preso dal panico saltò sulla prima sedia che gli
capito a tiro.
- Vattene via bestiaccia! – si agitò: - Via! Via! -
Il dopo si diresse dritto verso di lui, sedendosi poco distantedalla sua sedia. Lo stava
osservando e sembrava quasi si stesse facendo beffe di lui.
Sir Thomas temendo che quell’esere peloso si arrampicasse su per le gambe della sedia per
morderlo, saltò dà lì sulla scrivania invocando a gran voce il nome del suo servitore.
- Marius! – strillò. – Marius per l’amor di dio vieni ad uccidere questo topo! -
Nessuno rispose.
- Marius! -
Il topo lo seguì nel suo spostamento e si avvicinò alla scrivania. Inorridito Sir Thomas lo vide
salire su un’altra seggiola, zampettare su una pila di libri ed infine arrivare sullo scrittoio. Il giovane
Lord ovviamente si era dato alla fuga e quando il topo raggiunse le sue carte era già schizato
dall’altra parte della stanza.
- Marius! – urlò di nuovo.

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Fortunatamente il topo sembrava aver rinunciato ad inseguirlo ed ora curiosava sulla sua
scrivania. Sir Thomas non usò uscire dalla stanza andando cercare qualcuno per timore che, non
visto, il topo si nascondesse per bene nelle sue stanze, trovandosi una tana da dove l’avrebbe potuto
assalire durante la notte.
Il ragazzo continuò a strillare senza effetto, ma chiuse la bocca stupito quando vide il ratto che
cercava di rubare il suo calamaio. Che hai topi piacesse l’inchiostro? Non l’aveva mai sentito dire.
Incuriosito fece due passi avanti per vedere meglio. Il topo stava trascinando via il suo
calamaio!
- Lascialo giù bestiaccia! – strillò Sir Thomas senza osare intervenire con l’attizzatoio del
caminetto che brandiva come arma.
Il ratto non mollò il calamaio, anzi, alzandosi sulle zampette posteriori morse il tappo e lo tirò
via.
Sir Thomas era allibito. Il topo infilò una zampina dentro al calamaio e la tirò fuori tutta
intrisa di inchiosto, facendo macchie nere ovunque essa toccase. Il topo si spostò sulle carte sparse
sulla scrivania e prese pestare la zampina bagnata di inchiostro a terra quasi lo divertisse vederne
l’effetto.
- Ma che razza di ratto è mai questo? – si domandò Sir Thomas, sfregandosi gli occhi come se
credesse di sognare.
Il topo stava davvero disegnando e quando la sua zampina si asciugò tornò a intingerla
un’altra volta nel calamaio. Thomas, incuriosito così tanto da vincere un po’ del suo ribrezzo, cercò
di accostarsi al tavolo per vedere cosa stesse facendo quel sorcio.
Per vedere meglio senza avvicinarsi troppo si alzò in punta dei piedi e per poco non svenne
quando vide che il topo non stava disegnando: stava scrivendo.
Sulla pergamena bianca le chiazze nere formavano delle lettere: “Viol..”
- Viola? – domandò il ragazzo.
Il topo interruppe la sua opera e si voltò a guardarlo saltellando. Poi tornò alla carta
velocissimo tratteggiò una specie di: “SI”
– Stregoneria!!! – guaì Sir Thomas.
Fattosi pratico nella tecinica il ratto scrisse ancora. Thomas si avvicinò e osservò il topo
scrivere: “Portami da Viola.”

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LO SCONTRO FINALE (PARTE PRIMA)
Viola dormiva placidamente avvolta dal calore delle coperte e dal corpo di Ragnor contro il
suo, ma quando venendo a mancare uno di questi elementi aprì gli occhi contrariata. La stanza era
buia ma la luce lunare che filtrava dalle finestre le permise di scorgere la schiena nuda di Ragnor
che si stava infilando i pantaloni. Un sommesso picchiettare proveniva dalla porta.
- Chi è a quest’ora? – domandò la ragazza con la voce impastata del sonno a Ragnor.
- Non lo so, - le rispose Ragnor, - voi rimanete qui, vado io a vedere. -
Ragnor si mise in piedi e ancora scalzo si avviò uscì dalla camera da letto e una volta giunto
nel salottino si accostò alle porte che davano sul corridoio. Aprì la porta senza neppure chiedere chi
stesse bussando e fu sorpreso di ritrovarsi davanti Sir Thomas. Data l’ora aveva temuto che ci
fossero davvero brette notizie, per cui si irritò non poco trovandosi davanti la faccia da babbeo del
ragazzo che teneva tra e mani un cestino di vinimi contenente un grosso ratto.
- Che diavolo ci fate qui a quest’ora di notte? – ringhiò Ragnor innervosito anche dal fatto che
Lord Thomas fosse venuto a bussare di notte alla porta di Viola.
- Devo vedere Strega Viola! – rispose il ragazzo con tenacia.
- Anadatevene via, Sir Thomas, - gli disse Ragnor trattenendosi appena dal prenderlo per la
collottola e lanciare lui e il suo ratto giù per le scale in fondo al corridoio, - se volete vedere la mia
signora lo farete domattina alla luce del sole. – si interruppe aggiungendo con un ringhio, - E in mia
presenza.-
- Vi ripeto che è importante. – inistette il giovane. – Guardate. – gli disse sventolandogli
davanti una pergamenta piena di parole vergate da una mano tremante. – E’ stato questo ratto a
scrivere. -
Ragnor non potè fare a meno di ridere.
- Andate a letto a smaltire la vostra sbornia Sir Thomas. – lo rimproverò.
- Non sono ubriaco! – si discolpò il ragazzo. – Lasciate che Strega Viola veda questo topo e
lei stessa vi dirà che è un ratto stregato. -
Ragnor fissò il grosso sorcio che eretto sulle zampine posteriori stava poggiato sul bordo del
cestino di vimini fissandolo intensamente. Quando incrociò il suo sguardo il ratto prese a squittirgli
contro.
- Aspettate giù da basso al laboratorio delle streghe, andrò a destare la mia signora, –
acconsentì il cavaliere seccato. – ma spero per voi che non ci stiate solo facendo perdere tempo. -

Il cielo cominciava già a schiarire quando Viola e Ragnor raggiunsero il piano inferiore del
castello.
La giovane strega era turbata dalla strana richiesta di Lord Thomas e più i suoi passi la
portavano verso il laboratorio magico più la sensazione si faceva intensa. Quella notte non aveva
avuto visioni di alcun tipo, nemmeno una singola immagine che le destasse timori e i disturbasse i
suoi piacevoli sonni tra le braccia di Ragnor, eppure nel meandro più profondo e oscuro della sua
coscienza formicolava uno strano timore, un misinterpretabile presagio.
- Temo che Lord Thomas stia davvero per mostrarci qualcosa di importante… - confessò a
Ragnor, cercando il tocco della sua mano mentre procedevano per i corridoi.
Il cavaliere le risvolse un occhiata allarmata intrecciando le dita alle sue. – Avete avuto una
premonizione? –
- No. – rispose la ragazza scuotendo il capo. – Ho solo una brutta sensazione. -
Ad un tratto Gwendra sbucò davanti a loro. Lupo che era stato mandata a destarla la seguiva
insieme a Seamus.

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- Vi direi buongiorno miei signori, se non fosse ancora notte. – li salutò Gwendra con ironia,
risentita di esser stasta butatta già dal letto a quell’orario antelucano.
- Che guai ci sono? – domandò stringendosi meglio nella sua mantellina di lana grezza.
- Lord Thomas ci vuole mostrare un ratto. – le disse Viola mentre proseguivano per il
corridoio, mettendo subito in attenti le guardie che dormicchiavano in piedi qua e là per i corridoi.
- Sostiene che il sorcio gli abbia chiesto di esser portato da Strega Viola. – aggiunse Ragnor
con un tono tanto secco da lasciar intuire in che cattivi guai si trovasse il ragazzo in questione, se il
sorcio si fosse rivelato null’altro che un pretesto per avere l’attenzione di Viola.
- Chiesto? – domandò l’anziana strega scettica.
- Si presume che il topo in questione sappia anche scrivere. – puntualizzò Ragnor.
Voltarono verso il laboratorio magico e videro Lor Thomas far su e giù davanti la porta dello
studio, tenendo il cestino con il topo tra le braccia, come se temesse che le due guardie di
sorveglianza al laboratorio potessero far del male al suo sorcio. I due uomini grandi e grossi
trattenevano a stento le risa davanti all’effemminato damerino che si stringeva quel carico tanto
bizzarro, ma vedendo il loro signore e la sua strega tornarono immediatamente al più rigido
contegno.
Come li vide avvicinarsi Thomas corse verso Viola mostrandole il grosso ratto nel cestino.
- Mia signora finalmente! – sbottò il ragazzo. – Questo ratto è stregato guardatelo voi stessa. -
Viola dapprima arretrò schifata scontradosi contro l’ampio petto di Ragnor, ma fissando
disgustata la grassottella bestiola fu a dir poco sconcertata: il viso di Marissa prese a lampeggiarle
davanti agli occhi sovrapponendosi al sorcio.
- Io non ci vedo proprio nulla di strano in questo ratto. – stava dicendo nel frattempo
Gwendra.
Viola sconvolta dalla sua realizzazione tese le mani verso il cestino prendendo il corpicino
morbido e peloso del sorcio che squittiva come impazzito. Come lo toccò si ritrovò di nuovo
davanti il volto di Marissa e nelle sue orecchie i gemiti strazianti del ratto divennero la voce della
cortigiana:
- Sono io, sono Marissa! Tiratemi fuori da qui!!! -
Ragnor la prese per una spalla e la fece voltare: - Cosa c’è?-
- E’ Marissa! – esordì Viola tremante, - Marissa è intrappolata in questo ratto. -
- Bontà divina! – imprecò Gwendra. – Questa è opera di Endora ci scommetto l’osso del
collo! -
- Endora!? – guaì la ragazza. – Oh no! Se questa è Marissa, - disse stringendosi al petto il
sorcio, - allora la Marissa in carne ed ossa.. -
- E’ Endora.- concluse Ragnor.
- Mio nonno! – gemette terrorizzata Viola, che mi ripose subito Marissa del cestino tra le
braccia di Sir Thomas.
- Gwendra, voi pensate al cuore. – le ordinò Ragnor.
La strega era pallida come un cencio, ma ubbidì alla svelta e ordinato a Seamus di
trasformarsi gli salto in groppa. Il gigantesco felino ruggì e con in sella la sua strega corse verso la
stanza di Viola dove era riposto il cuore di strega Endora.
- Allertate subito i cavalieri. – ordinò Ragnor ai due soldati, - Strega Endora è qui sotto le
spoglie di Marissa. -
- E io? – domandò Sir Thomas
- Voi nascondetevi e abbiate cura di Marissa. – gli disse Viola.

Endora e Nerius si nascondevano nei cunicoli del castello avvicinandosi sempre più alle
stanze di Strega Viola, il mattino non era lontano e appena la strega avesse abbandonato le sue

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stanze loro si sarebbero introdotti lì per setacciarle. Nelle spoglie di Marissa e Lord Treulf il loro
passaggio non insospettiva le guardie del castello e nessuno gli fece domande. Udendo dei passi, i
due stregoni si nascosero nell’ombra sotto la scalinata di pietra, attendendo di vedere chi si
avvicinava.
La fortuna non poteva meglio volgersi per loro perché chi scendeva era proprio Viola scortata
dal suo cavaliere. La magia di Endora li nascose dalla giovane strega e quando i lora passi
risuonarono lontani lei e Nerius scivolarono fuori dall’ombra, salendo velocemente le scale.
Il lungo corridoio che ospitava le stanze di Sir Ragnor e Strega Viola era strettamente
sorvegliato da guardie picchiettate ad ogni angolo e quelle davanti la porta della strega incrociarono
le loro lance negandogli l’accesso quando Nerius, nelle spoglie di Treulf, gli disse:
- Mia nipote Strega Viola, mi manda a prendere un oggetto nelle sue stanze, fateci entrare. -
- Siamo spiacenti, Lord Treulf. – rispose una delle due guardie, un uomo alto dai capelli
ramati.
– Ma Sir Ragnor ha dato ordine di non lasciare entrare nessuno se Strega Viola non si trova
nelle sue stanze. -
- E’ assurdo. – si lamentò Nerius. – Fatemi entrare, non c’è tempo da perdere. Viola mi
aspetta.-
- No, Lord Treulf. – ribadì la guardia. – Sono ordini del Signore di Villacorta. -
Endora perse le staffe, era certa che il suo cuore si trovasse lì dentro, poteva già quasi udire il
suo battito, e delle sciocche guardie non si sarebbero messe tra lei e il suo cuore.
Allungò una mano finò a toccare il petto del soldato che aveva appena parlato e l’uomo in un
espressione di muto terrore si rese conto di stare diventando di ghiaccio, il suo urlo straziante non
fece a tempo a levarsi che l’uomo fu interamente congelato.
L’altro soldato sull’altro lato della porta urlò, attirando l’attenzione dei soldati lì attorno e
Nerius brandendo la sua frusta di fiamme la fece saettare nell’aria avvolgendola attorno al collo
dell’uomo, ustionandogli le carni così a fondo da lasciarlo subito morto.
- Pensa a tu a questi. – gli ordinò Endora per nulla intimorita dai soldati che correvano con le
spade sguainate verso di loro.
Nerius annuì e facendo sibilare di nuovo la frusta nell’aria si preparò a fronteggiare i suoi
avversari, mentre Endora entrava nelle alloggi di Strega Viola scavalcando i cadaveri lì a terra.
La strega riprese le sue vere sembianze e si mosse veloce per il corridoio giungendo fino alle
porte del vestibolo che si spalancarono davanti a lei introducendola nella camera da letto della sua
odiata nipote. L’incantesimo occultante che celava lo Specchio Dorato non resse a lungo il suo
sguardo di potente strega e lo specchio le balzò agli occhi illuminato dal riflesso del sole che
sorgeva rischiarando la stanza.
Ora però non era lo specchio ad interessarle e scatenando la sua magia mise completamente a
soqquadro la stanza finchè tutti gli oggetti di sua nipote non uscirono fluttuando da armadi, bauli e
cassetti e lei trovò il cofanetto con il suo cuore.
Come mise le mani sul piccolo scrigno di mogano avvertì il battito dell’organo racchiuso lì
dentro, un secondo dopo un potente ruggitò si levò così alto da coprire le urla e le imprecazioni del
soldati che Nerius stava sterminando ad uno ad uno. I muri tremarono per il frastuono e Endora fece
un passo di lato per evitare il corpo di Nerius che venne catapultato all’interno della stanza finò a
schiantarsi contro i letto a baldacchino che collassò su sé stesso. La belava che l’aveva colpito fece
irruzione della stanza ruggendo infuriata e dietro di questa comparvero i pochi soldati supersititi
capeggiati da una vecchia megera.
Nerius era rimasto stordito dal colpo e la sua magia era ceduta facendogli perdere le fattezze
di Treulf. Si alzò dalle macerie del letto con il suo corpo fatiscente e un macabro scricchiolio si levò
dal suo torso qualora lo stregone si aggiustò le ossa fuori posto.

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- Maledetta bestia spelacchiata. – imprecò Nerius.
La fiera ruggente si avventò ancora sullo stregone ma questa volta Nerius fu lesto a mettersi al
riparo scagliandogli addosso una palla di fuoco. La megera riparò il suo demone con uno scudo
magico ed Endora stufa di assistere a quello scioccò combattimento intervenne di persona.
La sua mano si alzò in direzione dei nuovi venuti e spilli lucenti si irradiarono da essa
prendendo le proporzioni di frecce e strali di luce. La strega non era potente, ma di certo era molto
furba, perché capendo che l’attacco di Endora era un attacco di luce usò la sua poca magia per
creare una cortina d’ombra attorno a lei e i suoi accoliti. Gli strali di Endora si spensero nell’ombra
della stanza divisa in due tra buio e luce.
- Svelti, svelti! – urlò la megera. – Tutti fuori! -
Endora dissipò l’ombra ma l’unica traccia di movimento che riuscì a vedere fu la coda rossa
del grosso felino che si dava alla fuga correndo nel vestibolo insieme agli altri.
Nerius li rincorse ma si fermò schiantasi contro il muro di pietra che la megera eresse dove
prima c’era solo una porta spalancata.
- Lasciali pure andare, - disse Endora mentre lo stregone si prendeva tra le mani la testa che
aveva cozzato contro il muro. – a noi interessano Viola e Sir Ragnor. -
La nonna di Viola aveva appena richiuso la bocca quando realizzò che lo Specchio Dorato era
sparito: quella vecchia strega gliel’aveva portato via da sotto il naso approfittando dell’oscurità in
quella parte della stanza.
- Inseguili! – strillò subito a Nerius. – Quella megera ha preso lo specchio! -
Nerius abbattè subito il muro che esplose in mille frantumi quando vi scagliò contro una palla
di fuoco e si diede all’inseguimento, mentre Endora si avvicinava alla finestra.
Come i suoi occhi di ametista si posarono sul cielo limpido del mattino questo si addensò di
nubi dense e scure. Due tuoni seguirono a distanza ravvicinata le due saette argentee che si
schiantarono a terra e sebbene non li vide la strega intuì dalle urle che si alzarono per Villacorta che
Hugin e Munin erano giunti a destinazione, creando scopiglio e disseminando terrore per le vie del
paese.

Viola non aveva idea che Ragnor potesse correre così veloce, le sue gambe erano lunghe e
forti, ma la velocità con cui la trascinava per i corridoi del castello verso la stanza di Treulf era
quasi uguale a quella raggiunta da Lupo trasformato in belva. Viola con le gonne sollevate fin sopra
i polpacci stentava a stargli dietro e resasi conto che rallentava tutto il trio si trasformò in una lupa
trovando così la giusta andatura per stargli al fianco.
Davanti alla porta di Treulf Ragnor la precedette buttando giù la porta con una spallata e
Viola balzò nel centro della stanza riacquistando le sue sembianze.
Entrambi si guardarono attorno in cerca del pericolo, ma si resero conto che la stanza era
vuota e silenziosa, Viola si avvicinò alla porta del vestibolo e l’aprì con cautela seguita da Ragnor a
spada tratta.
L’altra stanza era vuota come la prima.
- Non c’è nessuno qui! – sbottò Viola muovendo qualche passo per il vestibolo, ma poi cozzò
contro qualcosa di così grande e massicciò che per poco non cadde all’indietro. Lupo lì accanto
prese a muovere a destra e sinistra il suo grande tartufo nero fiutando l’aria.
“Odore Treulf qui.”
Viola perplessa allungò le mani avanti tastando l‘aria davanti a lei e le sue dita incontrarono
fredda pietra invisibile all’occhio.
- Che cosa c’è? – le domandò Ragnor basito.
Le sue parole furono seguite da una risposta istantanea: ciò che Viola stava toccando apparve
agli occhi e strega e cavaliere si ritrovarono davanti una perfetta riproduzione in pietra di Treulf.

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- Nonno! – gemette Viola aggrappata al suo braccio e la statua prese a sgretolarsi mostrando
l’uomo in carne ed ossa nascosto lì sotto.
Il busto di Treulf era ancora per metà di pietra quando il cavaliere esordì:
- Endora è qui! Ha preso le sembianze di Marissa! -
- Lo sappiamo. – gli disse Viola. – Voi state bene Treulf? -
- Io stò bene. - le disse l’uomo concitato, - Ma dove avete lasciato il cuore? -
Viola stava per rispondergli quando un tuono così forte da far tremare le mura del castello
esplose nell’aria e fu presto seguito da un altro simile al primo. Ragnor corse alla finestra e imprecò
scorgendo i demoni familiari di Endora che trasformati in enormi draghi inseguivano la gente per le
strade del villaggio distruggendo tutto ciò che capitava a loro portata.
- E’ un diversivo. – decretò Treulf.
- Endora è qui nel castello, - concordò Ragnor volgendosi a Viola, - e ci vuole divisi. Con
questo stratagemma vuole di certo attirare me e i cavalieri fuori dalle mura.-
- Bisogna fermarli subito. – si agitò Viola accostandosi alla finestra.
- Voi dovete rimanere qui. – la fermò trattenendola per un braccio Ragnor, quasi temesse che
la ragazza spiccasse il volo andando ad affrontare i draghi, - se Endora non ha ancora preso il suo
cuore solo voi potete fermarla. -
A quelle parole Viola si sentì terrificata, non poteva lasciar andare Ragnor là fuori da solo ma
sapeva di doverlo fare.
- Fatemi arrivare laggiù. – le disse Ragnor indicandole il villaggio steso ai piedi del castello.
– Subito.- la incitò.
- Lupo! – lo chiamò Viola. – Porta Ragnor giù al villaggio e proteggilo. -
La fiera si avvicinò flettendosi sulle zampe superiori e il cavaliere le balzò sul torso come se
si trattasse di un cavallo.
Viola si sentì il cuore inaridire, si tese verso di lui deponendogli un rapido bacio sulle labbra.
- Sta attento. – lo supplicò.
Ragnor annuì eViola ritraendosi spalancò la grande finestra.
- Salta Lupo. – disse Viola al suo demone, - Ti aiuterò io a volare. -
Il lupo non esistò un solo istante e Viola chiuse gli occhi concentrandosi allo spasmo. Dalla
finestra di Treulf al piazzale del castello sottostante c’era un salto vertiginoso, alto come una
palazzina di quattro piani, ma la belva e il cavaliere che portava in sella si librarono nell’aria
adagiandosi sul terreno lì sotto, tra i soldati che si muovevano frenetici, come una foglia che scivola
al suolo.
Viola potè rimanere solo un istante a guardare Ragnor che raggiungeva suo fratello e Sir
Marzio, che Treulf la portò via dalla finestra.
- Il cuore, - le disse, - dobbiamo trovarlo.-
La ragazza annuì frastornata da tutto quello che stava accadendo e seguita da suo nonno si
avviò verso il corridoio. Una volta lì capì subito di doversi trasformare in qualcosa di grande, forte e
veloce, ma nessun animale che riusciva a richiamare alla memoria sembrava fare al caso suo.
E se avesse scelto di trasformarsi in un essere fantastico? Doveva necessariamente attenersi
alla realtà nelle sue trasformazioni? Gwendra non glielo aveva mai detto, tanto valeva tentare.
Passò velocemente in rassegna tutti i film e i libri fantasy che aveva letto nella sua vita e poi
“puof”.
Treulf impallidì trovandosi davanti un lungo drago verde dall’alto fiammeggiante che
fluttuava nell’aria: un drago cinese per intenderci.
Con un paio delle sue zampette Viola prese Treulf per le braccia e sollevandolo da sotto le
ascelle lo portò con sé mentre sfrecciava per i corridoi del castello volando a velocità inaudita.
Treulf immobile come uno steccho, timoroso che Viola lo facesse cadere o peggio si schiantasse

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contro qualcosa mal misurando le distanze degli stretti corridoi, non osò aprire gli occhi finchè
Viola non si fermò e scoprì che si trovavano già alle scale centrali del castello, da dove si
diramavano tutti i androni e i corridoi. Sulla grande scalinata dinnanzi a quella che loro stavano
scendendo, Gwendra gli veniva incontro in sella a Seamus.
Viola mise a terra Treulf e si ritramutò velocemente, correndo verso la sua maestra che si
stringeva al petto lo Specchio Dorato. Numerosi soldati erano con lei e sembrava che tutti stessero
scappando da qualcosa, Viola si sentì un pizzicò spaesata quando tutti si nascosero dietro di lei
quasi si aspettassero che fosse lei a proteggerli da ciò che li inseguiva.
- Che stà succedendo? – chiese a Gwendra che non sembrava aver più nemmeno un filo di
fiato in corpo.
- Nerius ci stà inseguendo. – le spiegò mostrandole lo Specchio Dorato. – Sono riuscita a
salvare solo questo. -
- Dov’è Endora? – domandò la ragazza.
- Non lò so ragazza e preferisco non saperlo, - guaì Gwendra, - se ce la ritroviamo davanti
adesso siamo nei guai fino al collo! Si è già ripresa il suo cuore! -
- Cosa!? – strillò Viola.
Nerius comparve in cima alle scale dall’altro lato del salone brandendo la sua frusta di fuoco e
Viola spinse indietro Gwendra affidandola alle braccia di Treulf.
- Nerius! – lo indirizzò Viola. – Brutto traditore! Sei tornato a strisciare da Endora a quanto
vedo. -
- Era la scelta più saggia. - le rispose l’uomo incappucciato scendendo lentamente i gradini.
Seamus ancora trasformato in belva si mise al fianco di Viola ruggendo.
- L’ultima volta vi siete salvato, - lo minacciò la ragazza, - ma questa volta mi assicurerò che
una volta morto non torniate più indietro. -
- Sarà dura, - la derise l’uomo. – io non posso morire davvero se Endora non muore. -
- Cosa che non ho intenzione di fare. – aggiunse una voce che fece tremare da capo a piedi la
ragazza. Gli occhi di tutti i presenti si voltarono di scatto verso l’antro oscuro del corridoio da cui
proveniva la voce, l’algida e bellissima strega uscì dall’ombra accompagnata dalla sua risata simile
al gemito di un violino. Teneva il cofanetto con il suo cuore stretto tra il fianco e l’avambraccio.
- Siamo al capolinea nipote. – rise Endora e la sua voce serpeggiò per muri del castello con un
alito di vento gelido e tagliente.
- Va a prendere il cavaliere, - ordinò la strega a Nerius, - voglio che Viola lo veda morire sotto
i suoi occhi. -
- No! – strillò Viola e alle sue parole una gabbia di pesante metallo si eresse dal suolo
intrappolando Nerius al suo interno.
- Fai progressi. – commentò Endora con sarcasmo. – Ma non abbastanza. -
La gabbia divenne incandescente e il ferro si fuse colando al suolo.
I denti marci di Nerius vennero scoperti dal suo sorriso arrogante.
- Dello stregone ci occupiamo io e Seamus. – le sussurrò mentalmente Gwendra. – Voi
pensate solo
ad Endora, dovete toglierle a tutti i costi il cuore, ce la potete fare ragazza. –
Nerius fece per scomparire, ma Seamus aizzato da Gwendra gli balzò addosso schiacciandolo
a terra sotto le sue zampe. Endora lo spazzò via dalla schiena dello stregone con una folata di vento
e Seamus andò a schiantarsi contro la parete giù in fondo alla sala.
Viola non perse tempo ed approfittò del momento di distrazione di sua nonna, per cercare di
sottrarle il cuore. Pensò e al tempo stesso agì. Da dove si trovava scomparse e riapparve alle spalle
di Endora. Allungò le mani per prendere lo scrigno, ma non aveva neppure sfiorato la scatola lignea

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che un vento forte come un uragano colpì anche lei sbattendola al parì di Seamus dall’altra parte
della sala, il suo schianto però fu attutito dal corpo della belva che giaceva al suolo priva di sensi.
Il colpo la lasciò lo stesso stordita appannandole la vista. Udì solo Gwendra urlare:
- Ferma! O mando lo specchio in frantumi! –

Hugin e Munin, i due draghi di Endora, erano enormi e feroci. Un solo colpo delle loro
possenti code poteva gettare all’aria un carro o abbattere l’intero lato di una casa e spade e frecce
potevano ben poco contro le loro squame dure come l’acciaio. Respingerli si dimostrva assai
difficile e l’unico punto a vantaggio di Ragnor e i suoi uomini era il fatto che con la loro stazza
massiccia i due mostri erano piuttosto lenti. Con l’aiuto di Lupo Ragnor e i soldati erano riusciti a
spingere le due fiere lontano dalle case nel mezzo degli scavi per la costruzione della cattedrale.
Hagunin e Munin che al momento stavano dilaniando la carcassa di un cavallo erano del tutto
incuranti della pioggia di frecce che cadeva loro addosso dalle mura.
- Non possiamo fare nulla Ragnor, - gemette Wulf acquattato dietro ciò che rimaneva di una
casa accanto a lui, - non con le nostre semplici armi. Quegli esseri sembrano avere corazze al posto
della pelle, l’avete visto anche voi. -
Ragnor lanciò uno sguardo a Lupo che lo seguiva attentamente pronto a seguire ogni suoi
ordine: mandarlo da solo contro i due demoni era una follia, per quanto forte fosse il Lupo da solo
non ce l’avrebbe mai fatta.
Lupo fremente latrò ancora.
- Buono. – lo placò Ragnor. – Buono. -
- Dobbiamo dividerli. – aggiunse rivolto al fratello e i cavalieri acquattati attorno a lui. –
Divisi saranno più vulnerabili. -
Lupo sapeva che il cavaliere non poteva udire la sua voce, così si mise a battere la zampa a
terra volendo fargli capire che lui era pronto a combattere.
Ragnor si alzò un poco detro alle macerie della casa facendosi vedere dagli altri cavalieri
acquattati poco distante, con pochi dei segnali prestabiliti tra i suoi uomini, disse loro di prepararsi
all’attacco del drago che ora stava cercando di tirar giù dalle mura gli arceri, che avevano preso a
scoccare dardi infuocati.
- Devi distrarre quel drago. - poi a Lupo indicandogli Munin. – Fatti inseguire e portalo
lontano dall’altro, ma non affrontarlo da solo, Lupo, è troppo forte per te. -
La bestia ringhiò contraria ma poi chinò il capo.
- Pronti? – domandò il cavaliere ai suoi uomini.
Gli elmi dei soldati lì attorno annuirono all’unisono.
Da entrambi i nascondogli soldati e cavalieri balzarono fuori a spada tratta avventandosi su
Hugin fino a circondarlo. Lupo dal suo canto si avventò su Munin, azzannandolo alla gola laddove
le sue squame erano spesse e dure. Il grosso lucertolone gemette di dolore invocando l’aiuto del suo
compare, ma Hugin accerchiato dai soldati era impegnato a menare frustate a destra e sinistra con la
sua grossa coda, scaraventando lontano i suoi avversari.
Munin riuscì a togliersi di dosso Lupo lanciandolo via con una codata. Il lupo cadde sul dorso
schiantandosi a terra ma fu lesto a scattare in piedi, prima che il grosso e lento drago potesse
afferrarlo con la sua bocca irta di zanne. Lupo saltò sul dorso del lucertolone affondandogli gli
artigli negli occhi e Munin cercando di toglierselo di dosso si scosse così forte da far volare Lupo
dall’altra parte della fossa per gli scavi della cattedrale. Questa volta Lupo atterrò in piedi e Mugin,
il cui occhio grande come una mela penzolava strappato fuori dall’orbita, gli corse contro cieco di
rabbia. Lupo fece come Ragnor gli aveva ordinato e, certo che il drago l’avrebbe inseguito, corse
fuori dalla fossa portando Munin su verso la collina.

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Gli uomini che affrontavano Hugin avevano avuto meno successo di Lupo e l’inutilità delle
loro armi aveva fatto si che solo Ragnor, Wulf, Sir Marzio e pochi altri cavalieri fossero rimasti in
piedi attorno alla belva. Wulf balzato su una catasta di pietre peparate lì per la cattedrale riuscì a
colpire in testa il drago e la pesante mazza ferrata ebbe un qualche effetto sulla massiccia scatola
cranica del mostro, che arretrò scuotendo il capo come intontito.
Ragnor approfittò del momento di stordimento della fiera e prendendo la rincorsa balzò su un
carro capovolto per poi da lì saltare sul dorso di Hugin. Tenendosi con le cosce al suo collo alzò la
spada con tutta l’intenzione di conficcarla tra gli occhi del drago, ma la coda di Hugin lo colpì in
pieno in mezzo alla schiena catapultandolo in avanti. Ragnor riuscì a rimanere in groppa al mostro,
ma la spada gli cadde di mano.
Hugin, infuriato, prese a scuotersi per levarselo di dosso cercando al contempo di colpirlo con
la coda. Ragnor riuscì a evitare di essere colpito movendosi con agilità da un lato all’altro del collo
dell’animale, ma il drago imbizzarrendosi prese a correre rischiando di farlo cadere al suolo dove
l’avrebbero fatto a brandelli.
Hugin si avvicinò ad un argano, Ragnor folgorato da un intuizione si mise in piedi un istante
prima di passarvi sotto e saltando si aggrappò al braccio di legno del macchinario, lasciando che la
bestia sotto i suoi piedi corresse via.
Gli arcieri, per paura di colpirlo, avevano smesso di mirare a Hugin, ma quando la bestia,
accortasi di aver perso il suo passeggero, si voltò e vide il cavaliere lì a penzolare come un boccone
prelibato; gli arcieri ripresero a scoccare dardi infuocati verso la belva che stava per sbranare
Ragnor.
Il cavaliere mollò la presa e cadde a terra poco lontano dagli artigli di Hugin. Privo di armi
l’unica cosa saggia da fare era scappare e così fece. Il drago lo inseguì distruggendo tutto ciò che
intralciava il suo inseguimento.
Ragnor saggiò l’intelligenza del demone e corse tra due stretti muri di pietra appena eretti. Il
drago dietro di lui era sciocco come sperava ed infatti lo seguì a capofitto rimanendo incastrato tra
le due massicce pareti. Ragnor balzò avanti appena in tempo ad evitare che le fauci del mostro si
chiudessero su di lui e rialzandosi dalla caduta si voltò a guardare soddisfatto il mostro intrappolato
tra le pareti che si dimenava ruggendo e latrando.
Anche se Hugin era intrappolato, non c’era tempo da perdere: le pareti per quanto spesse e
pesanti fossero non avrebbero retto a lungo. Ragno vide ciò che faceva al caso suo: salì su un
ponteggio di legno e raggiunto il barile di pece che aveva visto gli tirò un calcio facendolo cadere
sul drago in procinto di liberarsi. La fanghiglia nera contenuta lì dentro ricoprì il dorso e il muso del
demone familiare un istante prima che questo si liberasse. Ragnor non rimase lì fermo a guardare:
saltò giù dal ponteggio rimettendosi in fuga. Gli arcieri, riparando la sua ritirata, scoccarono ancora
dardi infuocati contro Hugin e questa volta, seppure nessuna freccia si conficcasse tra le carni del
mostro, la pece su di lui prese fuoco avvolgendolo velocemente tra le fiamme.
Ragnor si portò a distanza di sicurezza e raccolta la sua spada si voltò a fissare il demone che
periva arso dalla fiamme levando verso il cielo strazianti urla di dolore.
Wulf gli corse accanto abbracciandolo con impeto.
- L’avete sconfitto da solo! – gioì ancora tremante per la paura che aveva avuto vedendo suo
fratello alle prese con quel mostro. – Dannazione Ragnor mi avete tolto almeno dieci anni di vita! -
Ragnor non perse tempo gingillandosi per quella vittoria.
- Soldati e cavalieri che sono ancora in grado di combattere, - ordinò ai suoi uomini, - vadano
in soccorso della fiera della mia signora. Svelti. -
I cavalieri che ancora avevano un cavallo scattarono verso il versante della collina, mentre gli
altri corsero loro dietro. Solo Wulf si trattenne.
- Voglio venire anche io con voi da Viola. -

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Ragnor annuì, ma non affermativamente.
- Verrai con me al castello ma non combatterai contro Endora. – gli disse. – Prendi con te tutti
gli arcieri e occupatevi di portare in salvo chi è ancora là dentro. -

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LO SCONTRO FINALE (PARTE SECONDA)
Lupo raggiunse la vetta della collina seguito da Munin, ma ad un tratto nell’aria si levarono i
latrati straziati dell’altro demone drago di Endora che ear rimasto a fronteggiare i soldati di
Villacorta.
Giù vicino alle mura del castello si levava alta una colonna di fumo e il sottile fiuto di Lupo
poté avvertire il puzzo delle carni di Hugin che stavano venendo arse.
Il mostro che lo inseguiva si fermò udendo le invocazioni di aiuto del suo compagno. Anche
Lupo, che era riuscito a mantenere sempre un buon vantaggio sulle fauci di Munin, si fermò
osservandolo.
Il cucciolo capì che non poteva permettergli di tornare indietro e mostrando le zanne si
avvicinò a Munin, deciso a non lasciarlo andare in soccorso dell’altro lucertolone.
Il drago era già per metà voltato verso la strada del ritorno quando Lupo gli balzò addosso a
zampe tese con tutto il suo peso. Mugin vacillò ma non cadde a terra, come Lupo aveva sperato, ma
il giovane lupo riuscì lo stesso a spianarsi la strada verso la carotide del drago azzannadolo
furiosamente.
Le zanne sue zanne esportarono un intera porzione di carne dalla spalla della lucertola, che
emise un assordante latrato di dolore. Migin si strappò indietro da Lupo strillandogli addosso il suo
fiato pestilenziale e Lupo eccitato dal sangue che gli bagnava la bocca cercò ancora di azzannarlo
alla gola, in preda al più totale istinto di belva, ma questa volta il drago lo colpì con una delle zue
zampe artigliate recidendo quattro profone strisce di carne dal suo fianco destro.
Un solo guaito si levò dalle fauci di Lupo, che non cedette al dolore e mostrò ancor di più le
zanne fronteggio imperterrito il suo avversario.
La ferita era profonda e faceva male ma Munin era ancor più ferito di lui. L’occhio destro
ormai, staccatosi inq ualche scossone, gli mancava completamente, la sua spalla era stata dilaniata e
la gola ferita a fondo gli zampillava sangue.
A Lupo non servì altro che utilizzare il suo istinto per capire come avere la meglio: doveva
stancarlo, facendolo indebolire sempre più fino al punto in cui a lui sarebbe stato facile sopraffarlo.
Lupo ringhiando prese a girare attorno a Munin. Lo fece piano tenendo sotto d’occhio le
mosse del drago, obbligato dalla sua vista ridotta a girare velocemente su sé stesso per continuare a
vedere dove fosse.
Lupo invertì di scatto il senso del suo cerchio ed entrando nella parte d’ottica in cui Munin era
cieco, il drago reagì spaventato dimenando a vuoto gli artigli verso di lui. Il gioco continuò ancora a
lungo e Munin sempre più lento e stremato realizzò la tattica del lupo nero. Le sue forze furono
rinvigorite da un rabbioso impeto che lo attraversò tutto sfociando in uno strillo che aveva l’aria di
un grido di guerra. Lupo schivò appena le zanne del drago, ma la sua coda colpendo da direzione
opposta lo colse impreparato e lo gettò violentemente contro i primi alberi del bosco che
crescevano a segnare la metà della collina. Il colpo fu duro per Lupo, che stentò a rimettersi sulle
zampe, e quando le cose sembravano ormai essersi messe per il cattivo verso per Lupo dal bosco
emerse di corsa un grosso orso dal manto bruno scuro. L’animale si voltò verso Lupo e gli disse:
“Sono qui per aiutarti”
Il lupo a nero, stupito dal fatto che l’orso gli avesse parlato, aveva appena considerato di
quanto poco aiuto gli potesse essere comunque l’orso, che questo si trasformò sotto i suoi occhi
diventando un colosso di pelliccia che si sollevò sulle zampe potesteriori ruggendo infuriato in
direzione del drago.
“Mi riconosci stupida lucertola?” gli disse l’orso l’immagine stessa della forza.

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Lupo riuscì ad alzarsi e si mise al fianco dell’orso. Munin in un ultimo e disperato moto
aggressivo si avventò sull’orso, che senza dubbio doveva essere Lotar, il demone familiare di cui gli
aveva parlato Viola.
La zampata di Lotar colpì per appieno un lato della testa del drago, che frastornato cade di
lato accasciandosi su un fianco. L’orso lo alzò di peso prendendolo con le zanne per la crestina di
squame che gli scresceva dietro il collo, mentre gli corceva indietro una zampa.
“Azzannalo!” urlò a Lupo.
Il lupo nero non ebbe bisogno che gli fosse detto due volte, balzò sulla gola completamente
esposta di Munin e le sue zanne penetrarono così a fondo che con la forza della sua mandola gli
sventrò l’intera gola. Munin non poté più neppure urlare il suo dolore, Lotar lo lasciò cadere a terra
mentre agonizzava nel suo stesso sangue e Lupo arretrò fissandolo.
“Bel lavoro Lupacciotto.” Gli disse l’orso. “Sei ancora piccolo ma te la sei cavata bene.”
Un leggero scodinzolio venne accennato dalla coda di Lupo che perdendo l’adrenalina del
combattimento si sentì ad un tratto stremato.
“Lupo ringrazia. Io adesso molto stanco ma Viola ancora in pericolo.”
“Resisti.” Gli disse Lotar, “Non puoi tornare adesso nella tua vera forma, le ferite ti
ucciderebbero. Sali sulla mia groppa ti porterò io indietro da Viola.”

Era ancora mattino prestissimmo quando Mario si scoprì incapace di continuare a dormire,
non erano neppure le sette del mattino eppure una strana sensazione che gli attanagliava il petto gli
impediva di richiudere occhio.
Forse a svegliarlo era stato un incubo ma non ne era certo, per star sicuro che quella
sensazione non fosse un qualche cattivo presagio si alzò ed andò a controllare lo Specchio Dorato
giù in salotto certo che avrebbe scorto per l’ennesima volta su figlia avvinghiata nel sonno a quel
suo fidanzato cavaliere.
Viò che si presentò ai suoi occhi una volta giunto davanti allo specchio fu però terribile. Lo
specchio non si trovava nella camera di Viola, bensì nel più grande antro del castello di Villacorta, e
stava venendo puntato da qualcuno proprio contro ad Endora ritta in piedi non molto lontano dal
corpo di Viola, che era stesa a terra pallida e stordita, mezzo sdraiata sul corpo di una gigantesca
tigre rossa, che aveva tutta l’aria di essere il gatto dell’insegnante di Viola.
Mario avrebbe urlato, ma la paura che lo attraversò gli tolse la voce. Prese lo specchio con
entrambe le mani come se volesse scavalcarne la superfice ed entrarvi subito, ma nulla. Lo specchio
non reagì ad alcuna magia e lo tenne lì davanti a lui permettendogli solo di vedere la situazione in
cui non poteva intervenire.
I freddi occhi di Endora si voltarono si scattò verso lo specchio, guardando forse chi lo stava
reggendo. I suoi passi si fermarono prima che la portassero al fianco di Viola. Endora disse
qualcosa, ma Mario non potè sentire la sua voce.
All’improvviso una frusta di fiamme saettò nell’aria colpendo poco sotto lo specchio, che
cadde a terra. Mario vide la scena abbassarsi velocemente verso il pavimento e temette che lo
specchio cadesse frantumandosi sulla dura pietra. Un mano però si tese lesta verso le specchio, che
venne preso prima che toccasse terra. L’uomo che l’aveva afferrato al volo lo sollevò verso di lui e
Mario scorse il riflesso del viso Treulf. A reggere lo specchio prima, doveva esser stata l’anziana
Gwendra, che ora, frustata alle gambe dalla frusta infuocata, era riversa a terra e si teneva una mano
premuta sulla ferita che gli correva per l’intera guancia.
Lo specchio, retto da Treulf, si volse verso Endora, e Mario, con suo sommo sollievo, vide
che Viola era ancora viva e si era rimessa in piedi. Il volto di Viola era pallido, doveva costarle
fatica stare in piedi dopo il colpo che aveva ricevuto, ma lei serrò forte i pugni e i suoi occhi
s’incupirno di una determinazione determinata dalla rabbia. Viola volse velocemente il capo verso

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Gwendra e le chiese qualcosa, poi rivolse tutta la sua attenzione a Nerius. Se non avesse saputo che
Viola poteva nuocere a Nerius anche in altr modi, Mario avrebbe sospettato che Viola fosse sul
punto di balzare al collo dello stregone e cavargli gli occhi con le unghie.
Endora non rimase lì a guardare, da vicina com’era afferrò Viola per un polso, la sua mano
era avvolta da una cortina ghiacciata che si estese anche per il braccio Viola.
Mario vide Viola urlare di dolore e quel suo urlo sordo gli ferì il cuore più che se l’avesse
udito davvero. Viola però reagì prontamente, la brina che le coreva su lungo il braccio retrocesse e
quando fu del tutto scompasa, al ghiaccio si sostituì il fuoco e fu Endora a dover ritrarre la mano
ferita dal fuoco.
Viola non rimase a fissare sua nonna in preda al dolore per al sua mano ustionata, si volse
verso Nerius, fece un passo, scomparì e gli apparve ad un palmo dal naso.

Viola si ritrovò catapultata esattamente dovevo voleva essere: davanti a Nerius a cui stava
fare quanto di peggio riuscisse ad immaginarisi. Un vero impeto omicida si era impossessato di lei e
non si sarebbe calmata finchè non avesse punito quell’essere rivoltante, che già una volta aveva
fatto del male al suo lupo ed adesso aveva osato colpire Gwendra.
Radici verdi e spesse come serpenti strisciarono da ogni ongolo della stanza verso di Nerius,
alzando le grandi pietre del pavimento per emergere dal terreno. Nerius arretrò impaurito, ma le
radici gli bloccarono la fuga chiudendosi attorno alle sue caviglie come ceppi.
Quell’impazzita vegetazione ricoprì l’intero corpo di Nerius avvinghiandolo in spire sempre
più strettamente. Lo stregone provò a liberarsi dagli arbusti con le fiamme, ma nessuna di quelle
radici verdi prese fuoco stringelo sempre più nel groviglio, finché tra le urla di Nerius non si
udirono anche gli scricchiolii delle sue ossa. Viola decidendo che non era saggio ucciderlo per poi
vederlo ricomparire perfettamente ricomposto, o decomposto dato il suo caso, fermò le piante e
lasciò Nerius sospeso tra l’agonia e la morte bloccato lì dentro.
La giovane strega arretrò evitando la pozza di sangue, così scuro da parar nero e putrido, che
andava allargandosi attorno alla gabbia di radici dello Stregone, si volse verso Endora che non
aveva mai perso d’occhio e vide l’espressione di puro sconcerto sul suo volto solitamente di cera.
Un sorriso trionfante arricciò le labbra di Viola che di non essere l’unica a temere la sua
nemica. Endora aveva perso ogni arroganza ed ora, fissandola di sottecchi, la stava studiando ben
valutando quale mossa fare.
Seamus che giaceva contro la parete alle spalle di Endora, si riprese dal colpo e muovendosi
di sortita si mise di nuovo in piedi sulle zampe. Viola lo vide e una sola occhiata bastò a metterli in
intesa.
- Treulf. – disse Viola senza voltarsi. – Portate via Gwendra e i soldati. -
Treulf si caricò tra le braccia Gwendra che ormai aveva perso i sensi e insieme agli altri corse
verso il corridoio più vicino. Endora, per nulla intenzionata a lasciarli fuggire, alzò la mano per
scagliare in loro direzione un incantesimo, ma Seamus lesto come un felino qual’era le piombò
addosso con tutto il suo peso, gettandola a terra.
Endora cadde come una qualsiasi donna schiacciata da un gatto che passa i duecento
kilogrammi, ma la bolla d’aura nera con cui scagliò via Seamus e si rimise in piedi non aveva niente
di normale. Endora venne avvolta da una strana cortina di tenebra che la faceva sembrare
soppiantata lì da uno sfondo di nero assoluto. L’onda d’urto che spazzò via Seamus gli fece perdere
le sue fattezze e, tornato semplice gatto, Seamus riuscì in qualche modo a confermar il detto che i
gatti cadon sempre in piedi e si salvò i ultimis atterrando sù in cima ad una delle scalinate.
Viola non ebbe tempo di star a guardare ancora Seamus, perché dalla furia di Endora si
scatenarono verso di lei stalattiti di ghiaccio, sparate come proiettili.

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Lo spavento rese impossibile a Viola investarsi qualcos’altro di meglio che darsi alla fuga.
Riapparendo qua e poi là con la sua magia riuscì a evitare gli strali di ghiaccio e quando questi
sembrarono avere termine osò fermarsi.
- Se non mi puoi affrontare, – le disse Endora recuperata la sua altergica arroganza, - è inutile
scappare. -
La strega rise di gusto certa di averla in trappola e Viola si rese improvvisamente conto di
tutto ciò che comportava per lei esser lì sola con Endora. Sull’esito di quel duello Viola stessa non
avrebbe scommesso in sua vittoria. Il suo pensiero corse a Ragnor ed Endora, leggendole sul viso
ciò che le era precluso nella sua mente, rise.
- Il tuo cavaliere non verrà ad aiutarti, Hugin e Munin lo hanno già divorato. -
- Non è vero! – strillò Viola, scongiurando che Endora stesse davvero mentendo. – Stai
mentendo! -
Sua nonna rise di pura malvagità.
- Sei patetica. – le disse con un sorriso algido ed arrogante. – Esattamente come lo era tua
madre. Tanto potere è sprecato in due sciocche come voi. E tu adesso la seguirai. -
Viola si impedì di avere paura, si disse che ragnor era ancora vivo e che presto sarebbe
arrivato in suo soccorso.
- Stà zitta! – urlò a sua nonna. – Le tue minacce non mi fanno paura. -
Endora rise ancora. – E cosa mi dici di questo? –
Le sue parole non erano ancora terminate che l’alone nero che la circondava si diffuse
ingigantendosi, avviluppandosi in spire e volute.
Viola rimase a bocca aperta vedendo quella maligna ombra nera prendere le fattezze delle
enormi fauci di una belva. Endora a braccia splancate rideva come impazzita.
L’ombra si scagliò su di lei pronta a chiuderla in quelle zanne di tenebra e Viola arretrò
impaurita, cercò la fuga svanendo, ma non ci riuscì. L’ombra si chiuse su di lei avvolgendola
completamente e, seppure non avesse consistenza fisica, la magia che scorreva al suo interno le
causò un dolore terribile. Era come se quella tenebra fosse un fuoco in grado di penetrarle le carni,
nel sangue e nelle ossa. Viola si piegò su sé stessa. Non riusciva a respirare e il dolore era così forte
da impedirle anche solo di urlare. Udiva solo la risata di Endora macabra e di beffeggio.
Viola usò tutta la magia che aveva per respingere la nube, ma più ci tentava più il potere di
Endora si faceva forte intensificando la dolorosa trappola in cui la costringeva.
- Questo non te l’ha insegnato la tua megera, non è vero? – le domandò Endora con il più
trionfante dei toni. Viola cercò di alzarsi, ma si sentiva sembre più debole era come se quel dolore
stesse bruciando i suoi poteri.
Doveva esserci un modo per liberarsi…
- Viola! – strillò Gwendra comparsa sulla soglia di un cunicolo. – Non resistete assorbite il
suo incantesimo! -
Viola la vide là, che si reggeva a stento poggiata alla parete con le gonne intrise di sangue
laddove Nerius l’aveva colpita, e capì.
Smise subito di resistere a quella nube che la scottava come se fosse attraversata da scosse
eletricche, un brivido così forte da stordirla la attraversò da capo a piedi, ma poi l’ombra s’addenso
sulla sua pelle e sulla sua veste ed infine svanì all’interno di Viola senza più arrecare dolore.
Un lampo di collera saettò negli occhi di Endora che rivolse la sua attenzione a Gwendra che
era intervenuta a salvare la sua pupilla.
Viola vide la scena prima che accadesse e quando Endora fece esattamente ciò che aveva
appena visto fu pronta ad agire e difendere Gwendra, bloccando con una frusta di magia dorata nata
dalla sua mano quell’altra nera di Endora, che era comparsa come un fulmine pronta ad essere
sferrata sull’anziana strega.

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La corda di luce di Viola s’intrecciò a quella di Endorain in un boato. Le due magie laddove
erano congiunte esplosero quasi l’una al contatto dell’altro e quel contrasto mostrò il suo dolore sia
sul volto di Viola che su quello di Endora.
Viola non aveva idea di cosa stesse accadendo, ma Endora da molto più tempo strega che lei
seppe subio cosa fare. Brandì con più vigore la frusta di nero potere elettrico e la rinvigorì ancor di
più, scaricandovi all’interno un’ondata di potere tale da convertire in oscurità anche l’arma di Viola
intrecciata alla sua.
Viola urlò per un dolore mai provato prima. Non era il suo corpo a soffrire, ma una parte di lei
così collegata alla sua anima da bruciarla dove nulla aveva mai fatto così male.
In preda alla totale disperazione reagì subito per liberarsi da quella tortura ed insieme al suo
urlo anche la sua magia sorgò all’esterno avvolgendo come un turbine quel cavo di potere che la
teneva collegata ad Endora. Nero e dorato tornarono a fronteggiarsi nel mezzo del campo, ma la
parità non poteva dirsi affatto ristabilita: Endora era ancora fresca come una rosa mentre Viola,
scarmigliata ed ansante, era sempre più affaticata.
- Andatevene Gwendra! – strillò alla sua maestra che fissava lo scontro ad occhi sgranati. –
Non state qui. -
- No. – le disse la anziana strega. – Non vi lascio da sola ragazza. -
Endora non lasciò alle due tempo per scambiarsi altre parole, cogliendo Viola di sorpresa
Endora liberò una delle due mani dalla frusta di magia che reggeva e ne creò un’altra identica, che
saettò verso viola cingendosi attorno alla sua vita.
Viola urlò e cadde sulle ginocchia lasciando al presa sulla sua di sfrusta che svanì. Cercò di
staccare dal suo corpo quella cintura di puro dolore, ma toccandola il dolore si propagò anche per le
sue dita.
La afferrò con forza e riuscì a levarsela di dosso, ma l’altra frusta di nuovo scagliata su di lei
la prese per la gola, strattonandola in avanti.
Viola cadde in avanti a carponi e si strattonò indietro con una furia cercando di liberarsi da
quel cordone elettrizzante che la stava soffocando. Usò sia il suo potere che le sue più semplici
amni per liberarsi, ma la lotta vedeva Endora trattenerla con semplicità mentre lei sentiva il contatto
con al realtà affievolirsi così tanto da smettere di provar dolore.
La giovane strega vide Gwendra fare qualcosa per venire un suo soccorso, ma ormai era solo
un ombra sfocata che vide cadere a terra sotto un pioggia di lampi sottili comne schegge. Forse
l’ultima cosa che avrebbe udito in vita sua sarebbe satta davvero la sprezzante risata di Endora.

Ragnor diretto all’androne centrale del castello correva come se fosse la sua stessa vita a
dipendere da quella sfrenata velocità. Sperava che non fosse tardi, scongiurava il Signore di essere
ancora in tempo per aiutare Viola, ma quando la sua corsa lo catapultò laddove si svolgeva il duello
che faceva tremare l’intero castello, capì di essere arrivato troppo tardi.
Un violenta prova di forza era in atto tra Endora e Viola, che era sul punto di soccombere
stretta alla gola da una saetta nera brandita come una frusta da Endora. Gwendra ferita e priva di
sensi giaceva a terra.
Ragnor recepì l’intera scena al primo passo nella sala e non si fermò terrorizzato mentre
prendeva l’ascia appesa tra le sue spalle e la lanciava con tutta la sua forza verso Endora.
L’accetta verticò nell’aria precisa e velocissima. Endora ne riconobbe i contorni solo quando
fu così vicina che per salvarsi dovette scomparire e lasciare la sua frusta che al pari di lei scomparve
scoppiettando.
Il cavaliere avrebbe voluto guardare Viola, ma resistette a ciò che gli diceva il cuore stando
all’erta di Endora, che ricomparve a pochi passi di distanza da dove si trovava prima.

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Ragnor impugnava già la sua spada e si spostò di modo da mettersi tra lui e Viola, che scorse
stesa a terra come venuta.
La strega fredda, arrgante e furente, gli appuntò addosso quei suoi occhi privi di vita e calore.
- Mancavate solo voi. – gli disse come se lo avesse aspettato.
- Questa volta vi ucciderò maledetta. – le assicurò Ragnor.
La strega rise.
- Anche l’ultima volta che ci siamo visti l’avevate detto. – gli disse sprezzante. – Ditemi come
sono stati i vostri settecento anni tramutato in falco? -
Ragnor serrò la mascella furente, ma non si lasciò ottenebrare i riflessi dalla rabbia. Endora
non aggiunse altro prima di attaccarlo e con il semplice cenno delle sue dita creò una bufera di
appuntiti massi di ghiaccio che gli riverso addosso.
Il cavaliere senza null’altro che la sua spada per difendersi. Evitò gli strali, colpendo con la
lama quelli che non poté evitare distruggendoli in minuscole scheggie. Il ghiacciò tagliente e
polverizzato gli ferì il viso, ma nella sua difesa Ragnor si avvicinò sempre più alla strega, volerabile
finchè quell’incantesimo non si fosse esaurito e non potesse farne un altro.
Endora era ad un passo da lui. Una lama di ghiaccio lo colpi al fianco recidendogli la tunica e
la pelle, ma nulla impedì alla sua spada di abbattersi su di lei. Endora arretrò barcollando e schivò
il fendente. La tempesta di ghiaggio che l’attorniava si spense e Ragnor mancato il primo colpo
cercò ancora di ferirla. Questa volta però Endora respinse la sua spada facendosi scudo con il suo
potere. La lama rimbalzò all’indietro come se avesse colpito uno scudo e Ragnor dovette farsi da
contropeso con il corpo per non essere gettato a terra dal contracolpo.

Viola si riebbe e vide Ragnor che da solo combatteva contro Endora, senza null’altro che la
sua spada. Puntò le mani al suolo cercando di alzarsi, ma le forze stentavano a tornare. Il clangore
della spada continuava ritmico e veloce. Ragnor sferrava colpi su colpi ad Endora, che era costretta
ad arretrare non trovando il tempo di usare un solo incantesimo che non fosse per difendersi.
Viola si alzò ma non poté fare altro che fissare il serrato duello senza sapere come intervenire.
Ragnor mancò un colpo ed Endora riuscì a portarsi lontana da lui. Il suo cavaliere, ora privo
della vicinanza che gli permetteva di avere la meglio sulla strega, si fermò fronteggiandola con
circospezione.
Viola intercettò i suoi occhi per una minuscola frazione di secondo e il suo desiderio di
proteggerlo agì da solo. Dal suo corpo scaturì un brillante alone dorato che esplose da lei furioso,
abbattendosi su Endora, che colta alla sprovvista, dovette farsi scudo voltando le spalle a Ragnor.
Lui l’attaccò di spalle, la sua spada colpì il suo fianco dal corpo privo di cuore di Endora uscì
sangue, traboccando insieme all’urlo di dolore della strega.
Da Endora si propagò un boato di magia nera, un onda d’aria che gettò al suolo sia Ragnor
che Viola l’uno dalla parte opposta della sala.
Una cupola di vetro, simile ad una teca di spesso cristallo cadde dall’alto, imprigionando
Viola come una falena sotto ad un bicchiere. La ragazza balzò in piedi battendo contro la spessa
lastra di vetro. Cercò di colpirala con tutta la sua magia, ma lo strano materiale trasparente resse al
colpo e al posto di infrangers tenne lì’ dentro la magia di Viola che vibrando nell’aria ferì la stesas
Viola chiusa lì dentro.
Endora rise della sua dolorosa scoperta e tenendosi la mano sullo profondo taglio poco sopra
il fianco, si voltò furente verso il cavaliere che l’aveva ferita.
- No!!! – urlò Viola e il suo urlo disperato attutito dalla gabbia in cui si trovava si udì
all’esterno solo come un tonfo attutito.
Ragnor era di nuova in piedi, la spada impugnata e le gambe puntate al suolo con forza,
pronte a scattare.

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Endora lanciò un occhiata a Viola e poi si volse il verso cavaliere.
- Adesso la vostra strega vi vedrà morire. – gli disse in una macabra risata.
Viola si agitò come una belva, cercando con tutte le sue forze di liberarsi dalla sua prigione,
ma più potenti erano i suo incantesimi, più potente era il male che arrecava a sé stessa.
Nelal mano di Endora ricomparve una saetta nera che ferrò contro Ragnor.
L’uomo scattò di lato, ruzzolò a terra, ma evito il colpo rimettendosi in piedi lesto come un
felino. La frusta cercò ancora le sue carni, ma lui ne tagliò la cima con la sua spada come se essa
fosse un serpente.
Gwendra in un quache modo ripresasi, corse verso la cupola di vetro su cui stava Viola, che
non poteva far altro che fissare in lacrime la scena.
Viola vide le labbra di Gwendra muoversi mentre lei dall’altra parte batteva contro il vetro,
ma non udì cosa diceva.
- Dategli il vostro potere!!!! – strillava Gwendra a perdifiato.
- Date a Sir Ragnor la vostra magia!!!! -
Viola riuscì ad afferare cosa Gwendra stava dicendo guardandole le labbra più che udendo gli
strilli atuttuti dalla barriera.

Ragnor riuscì a mantenersi incolume agli attacchi dei Endora, ma la sua era solo una difesa,
non certo un attacco. Se non riusciva ad avvicinarsi alla strega non sarebbe mai riuscito a colpirla,
ma finchè lei lo teneva lontano con i suoi poteri poteva solo difendersi e sperare di non lasciarsi
cogliere alla sprovvista.
Il meglio di sé stesso si stava rivelando appena sufficiente a tenerlo in vita, ma questa non era
una buona ragioneper cedere. Viola chiusa nella cupola di vetrò urlava disperata e l’eco delle sue
urla scateava in lui una paura che gli dava più coraggio di quanto ne avesse mai avuto.
La frusta di Endora si chiuse attorno al suo polso simile a fuoco viva, ma Non mollò la presa
sulla spada. Poi tutto d’un tratto una forza a lui sconosciuta lo pervase, dissolse il dolore e gli diede
forza.
Con il suo polso ancora avviluppatò dalla frusta tirò con tutte le sue forze e Endora strattonta
in avanti lasciò la sua arma che si dissolse in fumo.
La strega non si capacitava di cosa fosse successo ma Ragnor lo capì benissimo, la luce dolce
e dorata che sembrava scorrere in lui veniva da Viola.
Si voltò un solo istante verso di lei che tra le lacrime gli sorrise poggiando le mani sul
cristallo della sua prigione. Ragnor si sentì pervaso da una nuova ondata di quel potere, che come
acqua sorgava da Viola per fluire su di lui. Non avrebbe definito quell’energia con altri nomi che
amore e al suo contatto Ragnor sentì un calore espandersi dentro di sé come se lei gli avesse
sussurrato all’orecchio “Ti amo” per un milione di volte, come se il suo cuore si fosse riempito di
bellezza, della forza del tramondo e del sorgere del sole, dell mare in tempesta, del cielo carico di
tuoni.
- Che diavolo sta succedendo? – domandò Endora quasi terrorizzata fissando il cavaliere e la
potente aurea magica che balzava al suo occhio di strega come un lampo nel buio.
Gwendra in piedi accanto alla cupola di Viola sorrise trionfante.
- Vostra nipote stà facendo ciò che fa una vera strega! – annunciò l’anziana strega. – Dà
potere al suo cavaliere! -
- Svelto Vostra Signoria, - consigliò Gwendra al cavaliere, - attaccatela adesso e la vostra
spada conterrà la magia di Viola. -
Ragnor ubbidì, si avventò su Endora lanciato in avanti da una forza che non era più solo la
sua. La strega sgranò gli occhi di puro terrore ed invano castò attorno a lei una bolla di potere

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oscuro che al proteggesse. Ragnor vi passò attraverso come se fosse null’altro che aria. La sua
spada raggiunse la strega e la trapassò da parte a parte.
Endora rimase paralizzata, le sue mani si abbassarono sull’elasa della spada che le trapassava
il ventre, i suoi occhi si abbassarono sulla ferita e quando li rialzò si posarono in muto sgomento in
quelli del cavaliere che l’aveva uccisa.
Cercò di parlare, ma un rivolo di sangue sgorgò tra le sue labbra.
Ragnor ritrasse la lama e la potente strega moente si afflosciò a terra pirando i suoi ultimi
respiri.
La cupola sotto cui Viola era imprigionata svanì e della’lcova di radici in cui era imprigionato
il corpo privo di sensi di Nerius si levò un denso fumo nero. Il cuore della strega, nascosto dalla
magia di Endora durante il duello, ricomparve nell’aria e fluttuando riamse sospeso sul petto della
donna, battendo con sempe meno vigore mentre il sangue abbandonava svelto il corpo della strega.
Vioal si precipitò al fianco di Ragnare si gettò contro il suo petto, stringendosi alui piangente,
mentre le sue mani lo tenevano stretto quasi volessero assicuararsi che lui fosse lì davvero, che il
suo amore fosse ancora vivo.
Ragnor con gli occhi fissi sulla strega agonizzante attirò Viola contro il suo petto,
nascondendole il volto da quell’orrenda scena le dopose un bacio sui capelli.
- E’ tutto finito amor mio. – le sussurrò calmando i suoi singhiozzi. – Abbiamo vinto. -
All’improvviso Treulf seguito da soldati che aveva radunato fuori dal castello giunse nella
sala di corsa. Si fermò di soprassalto vedendo che tutto era già finito. Un rapida espressione di
felicità gli attraversò il volto, ma si cancellò subito mentre i suoi occhi si soffermavano su Endora
agonizzante.
Viola lo vide quando ormai era lì accanto a loro. Treulf aveva l’espressione di uomo che
desiderava esser morto. Si inghinòccio accanto ad Endora e le sollevò la testa poggiandola sulle sue
ginocchia. Con amorevole cura, le asciugò con il pollice il rivolo di sangue che le sgorgava
dall’angolo delal bocca.
Viola capì cosa voleva fare e non lo fermò. Treulf prese il cuore di Endora che aleggiava lì
accanto e con delicatezza lo portò al suo petto. Il cuore entrò per magia in lei ritornando al suo
posto originario.
- Endora. – la chiamò Treulf scuotendole il capo per farla riavere.
Un gemito simile ad un lamento si levò dalle labbra di Endora, i suoi occhi assottigliati dalal
debolezza non erano più freddi, spenti, parevano vivi e terribilmente sofferenti.
- Treulf…- sussurrò. – Cosa ho fatto? Come ho potuto fare tutto questo? – domandò come se
fosse rinvenuta da un sonno di mezzo secolo.
Il viso del nonno di Viola era striato dalle lacrime.
- Perdonatemi moglie mia, - la supplicò, - vi prego perdonatemi. E’ tutta colpa mia. Se non vi
avessi mai tradita…. Non vi meritavo. -
La mano di Endora si alzò lentamente, un sorriso vero, umano, le arricciò le labbra mentre le
sue dita si posavano sulla guancia di Treulf con amore.
- Siete perdonato. -
Un singhiozzò scosse le spalle di Treulf che baciò la mano di Endora. Lei chiuse gli occhi e
sospirò.
- Ditemi un’ultima volta che mi amate, - gli chiese, - e poi morirò per tutto il male che ho
fatto. -
- Vi amo Endora. – le disse Treulf e poi la sua mano cadde scivolò a terra e i suoi occhi
rimasero chiusi per non parirsi mai più.
Viola si rese conto di stare piangendo a sua volta. Le parole le mancavano, ma questo non la
fermò da avvicinarsi a Treulf e rivolgergli un sorriso che diceva molto più delle parole.

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Tre mesi dopo…….

Strega Viola, Signora di Villacorta ed unica erede di Sir Treulf ristabilito signore del feudo di
Oanna, fissò il suo castello, la sua casa, dall’alto della collina dall’altra parte del fiume su cui stava.
Lupo, che in quei pochi mesi era cresciuto grande e forte, stava in piedi al suo fianco
contemplando la città che sorgeva là in lontananza alzando il muso vento la calda brezza d’estate.
La cattedrale stava cominciando a prendere forma al fianco del castello e tra le sue
fondamente che si erigevano già sopra le catacombe riposavano le spoglie di Endora.
Il pensiero di Viola non si soffermò a lungo suoi tristi ricordi di sua nonna, che si era pentita
delle sue malefatte solo in punto di morte. Si rivolse invece a Lupo accarezzandogli il capo.
- Va pure cucciolo. – gli disse con dolcezza.
Lupo alzò il suo grosso tartufo nero annusando l’aria e rassicurato dal fatto che Sir Ragnor era
nelle vicinanze, lasciò la strega che aveva scortato fi lì.
“Lupo va a trovare Lotar, Ragnor arrivato.”
Viola gli rivolse un sorriso e la belva corse giù dalla collina in una corsa sfrenata proprio
mentre suo marito, a cavallo di Unno, compariva salendo il crinale.
Il sorriso si dipinse sia sul volto di Ragnor che quello di Viola. Era assurdo ma non avevano
potuto far altro che darsi appuntamento lì per rimanere un po’ da soli. Da giorni ormai nessuno di
due aveva un momento di tregua e la sera quando finalmente rimanevano soli l’uno era più esausto
dell’altro.
Insieme avevano un feudo da tirare avanti e ciò implicava doveri che andavano dalle continue
udienze con la gente di Villacorta al dover prendere decisioni su ogni questione concerne al
castello, la sua gente e le sue terre. Senza contare le solite esercitazioni militari di Ragnor con i suoi
cavalieri e gli addestramenti magici di Viola con Gwendra. Come se tutto ciò non bastasse: i parenti
di Viola si erano trasferiti lì dal futuro per una breve vacanza portando una ventata di scompiglio, il
Vescovo aveva invitato lì il Papa in persona e tutto il suo seguito per mostrargli come procedessero
i lavori di costruzione e un via vai di soldati, gente e cavalieri faceva la spola tra Villacorta ed
Oanna che era ritornata al suo splendore sotto la guida di Treulf.
Ragnor fermò Unno accanto a lei e porgendole la mano la issò in sella davanti a lui.
- Vi ho fatto aspettar molto Amor mio? – le domandò sorridendole con quel sorriso che
sapeva addolcire tutto il suo volto.
- Sono appena arrivata. – gli disse Viola prendendosi il lusso di passare una mano nei suoi
lunghi capelli corvini. – Dove vuoi portarmi per questa nostra fuga d’amore? -
Ragnor le sorrise malizioso. – Fra poco lo vedrete. –
Viola si accoccolò tra le sue braccia mentre lui guidava Unno giù dall’altro lato della collina
verso il bosco.
- E così sciocco… - sussurrò Viola ridendo mentre gli sfiorava la pelle della gola con un
bacio,
- siamo già sposati da quasi tre mesi e dobbiamo nasconderci nel bosco per rimanere da soli. -
- Non è colpa mia Amor mio se la nostra casa pullula di gente che vuole la nostra attenzione. -
- Quando se ne andrà il Papa? – domandò speranzosa. – Te l’ha detto? -
- Non ancora mia cara, ma se continuerete ad essere così deliziosa temo che non leverà più le
tende al pari del Vescovo. -
Ragnor ovviamente scherzava e Viola lo capì subito.
Unno nel frattempo aveva raggiunto il fitto del bosco e lo scrosciare dell’acqua attirò
l’attenzione di Viola. Solo allora la ragazza si rese conto di dove Ragnor la stesse portando.
- Lo stagno. – sussurrò con meraviglia.

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- Non ci siamo più tornati… - le sussurrò Ragnor e Viola finì per lui la frase: - Dal nostro
primo bacio. -
Unno uscì dall’ombra del sottobosco e Ragnor smontò aiutando Viola scendere dalla sella a
sua volta.
- Vi sembra un posto abbastanza romantico per la nostra fuga d’amore? – le domandò Ragnor
cingendole la vita.
Lui si chinò in cerca di un bacio e Viola non glielo negò. Tutt’altro.
- Con te sarebbe bello fuggire ovunque. – gli rispose Viola nella pausa tra un bacio e l’altro. –
Ma questo posto mi piace più di ogni altro. -
- Allora tutte le volte che vorremo rimanere da soli ci troveremo qui. – le disse Ragnor. – Sarà
il nostro angolo di paradiso. -
Viola lo prese per mano e lo condusse insieme a lei sulal riva di quelo stagno cristallino in cui
le fronde degli alberi e il bagliore del sole si specchiavano. Si fermò ridendo e alzandosi in punta
dei piedi depose un bacio sulle belle labbra del suo cavaliere.
- Te l’ho già detto oggi che ti amo? -
- Non appena ho aperto gli occhi. – le assicurò lui.
- E che sei la cosa più bella della mia vita? – domandò lei ancora.
- No, - rispose Ragnor in un sorriso, - quest’oggi non me l’avete ancora detto. -
Poi lui la prese tra le braccia prendendosi dalle sue labbra un lungo bacio che li lasciò
entrambi senza fiato. Viola si scostò appoggiandogli le mani sul petto e capì dal suo sorriso
malizioso che c’era qualcosa che non andava prima che l’abito, che lui le le aveva aperto durante il
bacio, le scivolasse a terra lasciandola in sola camiciola.
Viola abbassò uno sguardo di mutò sgomento sulla sua vestizione e quando rialzò lo sguardo
vide che Ragnor si era già tolto spada e mantello e adesso era nell’atto di sfilarsi anche la tunica.
- Vi conviene togliervi anche il resto. – le disse ridendo mentre si sfilava anche gli stivali.
- O vi trascinerò in acqua ancora vestita. -
Viola sgranò gli occhi.
- Non vorrai fare quello… – commentò guardandosi attorno come se temesse che ci potesse
essere qualcuno lì attorno.
- Ci potere scommettere amor mio. Non avete in mente quante volte ho fantasticato sul fatto
di portarvi qui e fare l’amore con voi in piena luce del sole. -
Viola divenne paonazza, ma Ragnor denudatosi in tutto il suo splendore, eccezion fatta per la
fascia lombare, la sollevò di peso tra le sue forti braccia ed entrò in acqua.
- Ragnor! – strillò Viola divertita mentre si dimenava. – No, no! -
Le scarpine le caddero dai piedi e lui prese a roteare tenendola tra le braccia e quando infine si
lasciò cadere in acqua Viola cadde con lui. Si stavano già baciando prima di riemergere e quando le
loro teste tornarono sopra il pelo dell’acqua lo stavano ancora facendo.
- A volte mi chiedo se questo non sia solo un sogno, - le confessò Ragnor poggiando la fronte
alla sua, - non mi sembra vero di avervi trovata a cavallo di sei secoli e che voi siate davvero mia.
La mia strega, la mia sposa, la mia anima gemella. -
- Anch’io. – gli rispose Viola commossa quasi alle lacrime dalle sue belle parole. – Ma se è
davvero un sogno spero di non svegliarmi mai. -

Secoli dopo quando di Villacorta e la sua gente d’un tempo non restarono altro che leggende
ed eredi, molte coppie di amanti si recavano ancora a quello stagno. Si diceva che la Strega e il suo
Cavaliere sarebbero apparsi lieti nel loro amore a due vere anime gemelle e chi li vedeva come loro
avrebbe avuto al fianco per sempre il suo vero amore.

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Al lettore di buon cuore che si starà chiedendo cosa ne sia stato di altri malevoli figuri di
questa storia basti dire che Neruis, morta strega Endora, non ricomparve più sulla terra dei vivi e
che Marissa, ritornata donna, ebbe più pena da libera e concubina di Sir Thomas, che chiusa in una
cella dove sarebbe scampata alle attenzioni del suo non corrisposto amante.
Villacorta crebbe fiorente in pace, buon posto per i figli dei Signori di Villacorta che ebbero
più avventure dei loro genitori, ma questa è un’altra storia.

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INDICE
La giovane eremita e il falco ................................................................................................................2
Il cavaliere imprigionato ......................................................................................................................7
Lo specchio magico e l’epoca passata................................................................................................13
La nuova vita di Viola la strega..........................................................................................................21
Il cucciolo di…...................................................................................................................................26
Il reame di Ragnor..............................................................................................................................30
Usi e costumi antiquati .......................................................................................................................33
Il cavaliere premuroso ........................................................................................................................37
Premure e proposte ardite...................................................................................................................41
L’insegnate di Magia..........................................................................................................................45
L’anima gemella.................................................................................................................................50
Anche l’anima gemella tradisce .........................................................................................................54
L’infallibile fiuto di Gwendra ............................................................................................................57
In volo verso l’amore .........................................................................................................................60
Ricordi dal passato .............................................................................................................................63
Un amico di famiglia..........................................................................................................................66
Parentesi dal futuro.............................................................................................................................70
La fonte avvelenata ............................................................................................................................74
I sogni di Ragnor ................................................................................................................................78
Manovre di guerra ..............................................................................................................................82
Il Vescovo di Norimberga ..................................................................................................................87
Un bel sogno.......................................................................................................................................91
Ospiti sgraditi .....................................................................................................................................96
La Santa Inquisizione .......................................................................................................................102
La truffa del Sant’uomo e dello Stregone ........................................................................................106
L’imboscata ......................................................................................................................................110
Il ritorno di Ragnor...........................................................................................................................115
La pace dopo la tempesta .................................................................................................................119
Finalmente soli .................................................................................................................................124
L’attacco a Villacorta .......................................................................................................................129
Tutto nelle mani di Viola..................................................................................................................134
Un cattivo presagio...........................................................................................................................139
Il castello di Ulfric............................................................................................................................144
Lo so che mi ami ..............................................................................................................................148
Mario vs Ragnor...............................................................................................................................154
Schiava e presto sposa......................................................................................................................157
Una scioccante scoperta ...................................................................................................................163
Nei sogni di Viola.............................................................................................................................169
Fuga da Offlaga ................................................................................................................................176
Lotta per il cuore di Endora..............................................................................................................181
Il ricongiungimento degli innamorati...............................................................................................186
La vendetta di Endora.......................................................................................................................193
Nemici mascherati............................................................................................................................199
La concubina di Treulf .....................................................................................................................205
Il topo che scriveva...........................................................................................................................210

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Lo s