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COP15: un fallimento annunciato

una superflua parata ecologica tenuta a


Copenhagen dal 7 al 18 dicembre 2009

è veramente a rischio la sopravvivenza della


vita umana? esiste davvero il riscaldamento
globale? è davvero conseguenza dell'effetto
serra causato dal rilascio di CO2 prodotta
dall'uomo? da chi è stato rispettato il trattato
di Kyoto? cosa è il climate-gate? ci sono
scienziati che hanno “barato”? cosa è stata
la riunione COP15? cosa ha prodotto?

Un tentativo di rispondere a queste domande.


COP15: un fallimento annunciato
una superflua parata ecologica tenuta a
Copenhagen dal 7 al 18 dicembre 2009

SOMMARIO:

1) Prologo: da Kyoto 1997 a Copenhagen 2009 / Global warming


2) I termini del problema / The age of stupid / Tutto il pianeta a guardare?
3) Le esigenze ambientali / Un passo difficile per tutti / Si cercano le alternative/
Obiettivi minimi / Chi inquina, quanto inquina
4) gli scettici (gli scienziati contestatori) / il Climate-gate
5) Una conferenza difficile / Una gestione inefficace
6) Ricchi contro poveri / Una tragica crisi di leadership
7) I capisaldi dell'accordo / I commenti
8) Gli insegnamenti da trarre...
9) Appendice, Sitografia, Proposte di lettura

P remessa: E' estremamente difficile per me


riassumere la complessità della maxi-conferenza
internazionale e dei problemi sottostanti e collegati.
Anche perchè parto da una specifica non-competenza
in materia.
Sento tuttavia la pressante esigenza di provare
a chiarirmi le idee su cosa sia successo e cosa stia
succedendo.
La comprensione degli accadimenti è purtroppo
complicata da almeno due fattori: un pesante filtro
retorico e catastrofista, e una non abbastanza
discussa, benché discutibile, verità scientifica sul
fenomeno del "global warming".
Questa piccola ricerca nasce quindi con i limiti di
chi possiede nello specifico competenze pressoché
nulle, ma forse la ricerca ha senso di esistere proprio
come testimonianza di quello che un non-competente
può comprendere, dalle fonti informative (web,
stampa, mass-media).
Mi sembra utile per gli ignoranti del settore come me
e, dunque, lo offro in condivisione.
Prologo: Perchè a Copenhagen nel 2009?
Piccolo passo indietro: nel dicembre del 2007, si è
tenuta a Bali la Tredicesima Conferenza Mondiale sui
Cambiamenti Climatici. Lì fu presa la decisione di
programmare, esattamente due anni dopo, la ratifica
del nuovo trattato internazionale in materia ambientale,
soprannominato "il Kyoto 2" (dopo quello sottoscritto a
Kyoto nel 1997, ed entrato in vigore nel 2005).
Ma di cosa si parla in realtà? Storicamente potrebbe
rappresentare l'ingresso ufficiale del "pensiero verde",
o ambientalista, nelle priorità della pur fitta agenda
politica internazionale. Il "pensiero verde" è già da
tempo entrato nelle riflessioni degli intellettuali:
dapprima attraverso la "Ipotesi di Gaia" (James Lovelock, negli anni '70), e poi
(da più decenni ormai) con il Club di Roma che annuncia i "Limiti dello sviluppo",
lavoro che oggi continua con Martin Lees. (* vedi appendice).

Fu a Kyoto, ben dieci anni fa che, nonostante l'ostruzionismo di USA e Cina, fu


cominciata la stesura dell'agenda ambientalista, e ora si potrebbe siglare una
data di portata storica nel vedere realizzata la grande conferenza politica, voluta
per fronteggiare la rapidità di evoluzione della crisi climatica, voluta per trovare
risposte immediate ed applicabili, volta alla cooperazione internazionale.

global warming
(riscaldamento globale)
L'argomento su cui in concreto si ragiona è quello dell'aumento delle temperature
medie sul pianeta, e delle nefaste conseguenze previste per il clima
(conseguenze che secondo alcuni studiosi già iniziate, con l'imponente verificarsi
di recenti fenomeni quali inondazioni, tsunami, uragani, siccità: fenomeni sì
sempre esistiti, ma ora con frequenza e intensità sempre più ingravescenti).
Il motivo per cui la temperatura media del pianeta và aumentando è stato
da tempo attribuito alla eccessiva produzione e rilascio di gas serra e in
particolare di CO2 (anidride carbonica) in atmosfera. Fu quindi sottoscritto, con il
protocollo di Kyoto, l'impegno solenne dei Paesi sottoscrittori di ridurre le proprie
emissioni di CO2 nell'atmosfera.
Fece scalpore all'epoca, l'assenza tra i firmatari dell'accordo degli USA.
Più atteso quello, altrettanto importante, della Cina. Le due assenze, molto
pesanti per l'entità dell'inquinamento prodotto da quei due Paesi, in un certo qual
modo hanno svuotato di senso tutto il protocollo di Kyoto.

*
Lo scopo dell'accordo da raggiungere a Copenhagen è dunque quello
di un nuovo e più ampio trattato per fronteggiare i cambiamenti
climatici, per giungere a condotte efficaci nello scongiurare il cataclisma
climatico.
2) I termini del problema
Salvare il Pianeta. Con questa missione, si è tenuta dal 7 al 18 dicembre 2009 al
Bella Center di Copenhagen la conferenza internazionale detta COP15 (da "15th
Conference of the Parties"). Quasi tutti i Paesi del Globo riuniti per 11 giorni nella
capitale danese, ribattezzata per l'occasione "Hopenhagen", il porto della
speranza.
Preceduta da annunci clamorosi, ricche di enfasi sulla minaccia epocale, questa
conferenza si è fatta rappresentare come l’ultima occasione utile per invertire la
rotta e garantire ancora un futuro. Dopo sarà drammaticamente troppo tardi.
Lo conferma un gruppo di 1500 scienziati che dal 1988 lavora per le Nazioni
Unite sui problemi del cambiamento climatico (gruppo denominato UN-IPCC o
anche semplicemente IPCC: International Panel on Climate Change). Costoro
hanno elaborato in vari studi scientifici la conclusione che, se il pianeta vuole
evitare la catastrofe ambientale, bisogna contenere entro i due gradi l’aumento
della temperatura media dell’atmosfera terrestre da qui al 2100.
Ci dicono che la temperatura media della Terra è aumentata di 0,74°C nel
periodo dal 1906 al 2005 e sostengono che il riscaldamento continuerà ancora,
soprattutto con l'incremento dei gas serra.

Tutto lascia intendere che il “punto di non ritorno” non sia lontanissimo nel
tempo, forse qualche anno, forse un decennio, o poco più. In altre parole, se non
si interviene "da subito" e con estrema decisione, "dopo" sarà troppo tardi per
invertire la rotta. Sarà letteralmente impossibile per il pianeta recuperare, poichè
si và oltre la sua capacità di rigenerazione.

Ed ecco allora una Conferenza imponente e, seppur quindicesima della serie, è


per dimensioni senza precedenti: 192 Paesi coinvolti e un panel di 560
conferenze. Decine di migliaia di delegati.

L'eccezionalità dell'evento ha avuto eco anche nella stampa. Ben 56 giornali


quotidiani si sono accordati per l'inedita iniziativa di riportare lo stesso editoriale
in 45 Paesi diversi. Un appello rivolto a tutti gli uomini per tenere presente che
l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza.

Dopo il sostanziale fallimento dell'accordo di Kyoto, non sottoscritto da tutti e non


rispettato da chi lo aveva sottoscritto, oggi non c'è più tempo. Non possiamo
giocare ancora, bisogna fare sul serio. Se non uniamo gli sforzi di tutte le
diplomazie per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico
devasterà il nostro pianeta.

Durante l'ultima generazione i pericoli sono diventati più evidenti: 11 degli ultimi
14 anni sono stati i più caldi mai registrati, la calotta artica si sta sciogliendo e
sono già aumentati in modo tremendo i prezzi del petrolio e dei generi alimentari.
La domanda degli scienziati non è più se la causa sia imputabile all'Uomo, ma
solo quanto tempo ci rimane per contenere i danni.
The age of stupid
Fece clamore la presentazione, in anticipo di pochi mesi rispetto alla conferenza
danese, di un documentario appositamente concepito per diffondere ed illustrare
i termini del problema climatico e l'urgenza dell'intervento.
Il documentario, di produzione britannica, indipendente e collettiva (223
finanziatori per 450mila dollari), è stato intitolato «The age of stupid».

Ha la forma di una docu-fiction ed è stato


presentato il 22 settembre in anteprima mondiale
anche a New York alla presenza di Kofi Annan.
Grazie alle 62 proiezioni in simultanea, l’anteprima
nel Regno Unito è entrata nel Guinness dei Primati
come la più grande anteprima cinematografica in
simultanea della storia.

Il documentario rappresenta, con algido realismo,


un libro di storia del futuro e testimonia con esempi
concreti la stupidità e l'egoismo di governatori e
imprenditori e cittadini che non hanno capito in
tempo, che non hanno voluto rinunciare a parte del
proprio "benessere" e, così facendo, hanno
rovinato il futuro dei loro figli e nipoti. Il film mostra
cosa accadrà nel 2050 se, entro il 2015, non
avremo preso tutti i provvedimenti necessari.

Il protagonista, Pete Postelethwhite, è un anziano, che nel 2055 sfoglia un album


fotografico del 2008 e si chiede "Perchè non abbiamo arrestato il cambiamento
climatico quando ancora ne avevamo la possibilità?"
Il film prevede e rappresenta come le nuove generazioni chiederanno A NOI un
pesantissimo "perchè?".
Perchè non abbiamo fatto qualcosa per evitare di arrivare alla catastrofe?,
perchè, anche se lo sapevamo, anche se gli scienziati ce lo dicevano, perchè noi
invece abbiamo continuato a far finta di nulla?

E noi risponderemo, sconsolati: «Pensavamo che non ne valesse la pena. Come


mai? Perché siamo stupidi». Agghiacciante e convincente.
Tutto il pianeta fermo a guardare, ad attendere le decisioni?
Una conferenza difficile ma con tutti i riflettori del mondo puntati sulle vitali
decisioni che si devono prendere a Copenhagen. E' una emergenza, è l'ultima
chiamata alla responsabilità di ognuno prima di andare inevitabilmente verso la
catastrofe. E' stato detto: è il regno di TINA (There Is No Alternative: non ci sono
alternative).

- i toni catastrofici, forse eccessivi:


Le previsioni del IPCC hanno toni catastrofici: a meno di un’inversione di rotta
immediata, le Maldive scompariranno(!). Numerosi studi scientifici prevedono
che, continuando così, entro questo secolo la temperatura terrestre aumenterà di
sei gradi centigradi.
Sei gradi significa ripetere quello che
accadde l’ultima volta che il pianeta si
è riscaldato di 6°C in così poco tempo,
alla fine del Permiano, 251 milioni di
anni fa. Le conseguenze allora furono
che quasi ogni forma di vita sulla
faccia della Terra si estinse. La Terra
fu devastata da uragani così potenti da
lasciare addirittura il segno sul fondo
degli oceani. I livelli di ossigeno
nell’atmosfera precipitarono al 15 per
cento, così poco che ogni animale
sopravvissuto si trovò a corto di ossigeno. Soltanto sei gradi centigradi, dunque,
ci separano da un pianeta nel quale non potremo vivere. Secondo il 4°
Assessment Report (2007) citato da Pachauri, andremo incontro a:
• lo scioglimento completo dei ghiacciai entro la fine del 21mo secolo;
• l'aumento dei fenomeni climatici estremi e l'aumento dell’intensità dei
cicloni tropicali;
• stagioni molto più calde, con ondate di calore intenso e forti piogge;
• calo delle riserve di acqua in ampie zone condannate alla semi-
desertificazione (bacino del Mediterraneo, USA orientali, sud dell’Africa e
nord-est del Brasile);
• scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e aumento dei livelli del mare
(di almeno 7 metri in media).
• estinzione del 25% delle specie conosciute

Con queste premesse mi aspetterei grandi discussioni pubbliche e approfondite,


a cui devono seguire grandi e importanti decisioni. Per esempio, sarebbero uno o
due mesi in cui non si parlerebbe neanche di sport. Argomento molto più
“totalizzante” degli attentati di New York, nel settembre 2001.
Non ricordo che finora sia mai successo....
La copertura mediatica e giornalistica della Conferenza di Copenhagen è stata
molto superficiale e deludente, almeno quanto i "risultati politici"...
Vale allora la pena di vedere appena più da vicino i dati.
3) Le esigenze ambientali
A giugno, Ban Ki Moon, segretario generale dell’ONU, ha espresso il proprio
ottimismo, dichiarando di prevedere entro il 18 dicembre (giorno di chiusura del
summit), il raggiungimento di un “accordo solido ed immediatamente efficace”.
Il 21 settembre Gordon Brown, dall'Onu, dice che siamo all'ultima chiamata.
Un anno prima aveva riscosso una notevole attenzione il film "Una scomoda
verità" per il quale Al Gore fu insignito del Nobel per la Pace (vedi in Appendice).

Per raggiungere l'obiettivo minimale di contenere entro i due gradi centigradi


l'aumento delle temperature, gli studiosi calcolano che sarebbe necessario,
all’anno 2050, diminuire del 60% le emissioni di CO2 rispetto al volume del 1990.
Uno sforzo ENORME sia per l'impegno finanziario necessario (da spendere nello
ammodernamento tecnologico e in ulteriori ricerche ed innovazioni), sia per la
inevitabile rinuncia ad alcuni aspetti del tenore di vita di tutti noi.
Il calo dei consumi sarà un viatico ineludibile, ma richiedendo un cambiamento
culturale le strategie proposte cercano anche tutte le possibili soluzioni
integrative / alternative, perchè ritengono non attuabile imporre ai popoli dei
Paesi industrializzati un repentino salto all'indietro dei propri stili di vita, né ai
Paesi in via di sviluppo l'idea di dover rallentare il loro progresso, dato che loro
inquinano assai meno rispetto ai ricchi, e avendo bisogno di soldi per riconvertire
le proprie tecnologie verso i nuovi processi industriali con più basse emissioni.

Un passo difficile per tutti


Eppure altrettanto indispensabile. E coinvolge tutti i cittadini, di tutti i Paesi e di
tutti i ceti sociali: tutti gli uomini sono sulla stessa barca.

Accantonato dai più saggi il mito paradossale della crescita economica infinita su
un pianeta dotato di risorse finite, si devono invece ancora sradicare altri miti: il
mito più tenace è quello della fede nella "soluzione tecnologica", chiamata a
portare soluzioni per superare qualunque limite, per restituirci energia senza
inquinare e fabbricare acqua non inquinata. In realtà, come gli struzzi, si
nasconde il vero problema che è quello di arrivare ad instaurare una "decrescita
felice" dei consumi, di abbattere gli sprechi, di agire in coordinamento e armonia
internazionale. Il nodo è che i politici odierni non sono capaci di proporre sacrifici
ai loro elettori, non hanno sufficiente carisma né possono pensare di imporli con
la forza. Invece occorrono provvedimenti impopolari ed immediati.

Uno dei primi temi toccati dalla conferenza sarà il REDD (riduzione delle
emissioni da deforestazione e degrado forestale), che si tradurrà nella proposta
di offrire ai paesi crediti di emissioni per fermare la deforestazione.
Si stima infatti che il 20% delle emissioni di gas serra sia dovuto alla
deforestazione e al degrado forestale. Il tema del REDD non basta a risolvere il
problema ma è una parte della soluzione.
Si cercano quindi ancora le alternative
Studiando l'efficienza energetica oppure le tecniche di sequestro di CO2 (tipo lo
stoccaggio del gas in caverne sotterranee). Si studiano strumenti pratici quali
incentivi economici (la cosiddetta fiscalità verde).
Le idee peggiori sono quelle di un "Ets" (Emission Trading Scheme), cioè in
termini brutali la mercificazione dell'aria, la compravendita dei diritti ad emettere
CO2. Situazione che destina i Paesi ricchi a comprarsi il diritto dei poveri ad
inquinare e quindi andando ad inquinare al posto loro... e che in fondo più che
salvaguardare il pianeta può al massimo rianimare qualche economia dei soliti
pochi e noti Paesi "fortunati". E' insomma la vecchia mentalità di scaricare i costi
su qualcun altro, ricorrendo, se inevitabile a spese di denaro, pur di difendere i
propri privilegi.
Ma è una mentalità perdente per risolvere i problemi globali su un pianeta dal
clima malato e che nel suo insieme non può scaricare ad altri i propri problemi.

Tutte queste soluzioni ventilate mi sembrano però solo dei palliativi, utili al
massimo per guadagnare qualche anno di tempo, prima di convincerci a
correggere il nostro stile di vita. Serve, e deve essere preparata da subito, una
rivoluzione verde, che avrà un inevitabile impatto sociale, culturale, economico e
industriale senza precedenti. Cambiamenti difficili e faticosi: per poterli attuare
occorre maggiore consapevolezza del punto a cui siamo, occorre la
consapevolezza dei popoli. E questa occorre favorirla e stimolarla, anche con
decisioni politiche pregiate, coordinate, condivise ed urgenti.

Serve più la mobilitazioni dei popoli che le auto elettriche e i pannelli solari (che
sono comunque graditi). Servono più foreste, ma anche meno spreco.
Obiettivi minimi
In ogni caso, in termini strettamente pragmatici, dal Trattato di Copenhagen si
vuole ottenere il primo, e non più rinviabile, passo in avanti: un accordo
vincolante per un impegno comune di tutti nella forte riduzione delle emissioni.
Partendo dai dati attuali significherebbe ridurre entro il 2015 le emissioni del 80%
per i Paesi ricchi e del 20% per gli altri Paesi. Infatti per una efficace riduzione
delle emissione di CO2, occorre ridurre le emissioni soprattutto da parte di quei
Paesi che più inquinano.

Con queste premesse, per salvare realmente il Pianeta il Trattato di Copenhagen


dovrebbe raggiungere congiuntamente i seguenti obiettivi minimi:
• concordare un regime climatico forte e vincolante, migliorando il Protocollo
di Kyoto, e firmando un nuovo Protocollo di Copenhagen;
• assicurare che le emissioni di carbonio raggiungano un picco massimo
entro il 2017.
• l’attuale concentrazione di CO2 nell’atmosfera è di 385 parti per milione
(ppm), Un valore superiore del 38% al livello dell’era pre-industriale che
deve essere ridotto al valore di 350 ppm.
• Tagliare le emissioni globali entro il 2050 di almeno l’80% rispetto ai livelli
del 1990;
• concordare sulla decarbonizzazione delle economie dei Paesi sviluppati
entro il 2050 e la riduzione delle emissioni di almeno il 40% rispetto ai
livelli del 1990 entro il 2020;
• agevolare la transizione verso un’economia a basso consumo di carbonio
nei Paesi in via di sviluppo, sostenendoli economicamente (stima di un
impegno di 160 miliardi di dollari all’anno);
• sostenere l’obiettivo di deforestazione zero entro il 2020.
Chi inquina, quanto inquina
emissioni di tonnellate di CO2 pro capite da abbinare nei singoli Paesi
(tra parentesi è espresso il valore del totale di emissioni in metri cubi)

* Canada 18,8 (614,3);


* Stati Uniti 19,8 (5902,8);
* Gran Bretagna 9,7 (585,7);
* Germania 10,4 (857,6);
* Spagna 9,2 (372,6);
* Italia 8,1 (468,2);
* Sud Africa 10,0 (443,6);
* Arabia Saudita 15,7 (424,1);
* India 1,2 (1293,2);
* Cina 4,6 (6017,7);
* Australia 20,6 (417,1);
* Russia 12,0 (1704,4);
* Giappone 9,8 (1246,8);
* Corea del Sud 10,5 (514,5).

E’ facile leggere come Stati Uniti e Cina siano i Paesi che inquinano più di tutti,
ma è altresì evidente che, rispetto alla Cina, gli Stati Uniti e molti Stati europei
inquinino di più in base al valore pro capite.
Se i principali inquinatori del mondo non fanno la loro parte, è difficile ipotizzare
che siano disposti a farlo gli altri. E' ovvio che Paesi come l'India reclamino il loro
diritto a poter elevare le emissioni in base ad un bassissimo valore pro-capite.

Da queste valutazioni, oltre che dalle logiche di potere per l'egemonia, nascono
le posizioni politiche che alla fine hanno affossato il concretizzarsi di un “accordo
solido ed immediatamente efficace”, che era invece auspicato dall'ONU.

*
Ma prima di continuare, vedendo le differenti posizioni politiche,
occorre capire le diverse posizioni scientifiche sul global warming...
4) gli “scettici” (gli scienziati contestatori)

Gli allarmi lanciati dall'IPCC non sono unanimemente condivisi nel mondo
scientifico internazionale. Il fronte dei contestatori alla lotta al global-warming è
molto nutrito e anche molto differenziato.
Numerosi scienziati e persone appassionate, più o meno direttamente addette ai
lavori, contestano i numeri e i dati di chi sostiene invece la ineluttabilità di una
lotta al global warming. Le contestazioni toccano diversi aspetti.
Occorre distinguere: a) chi contesta l'esistenza del fenomeno chiamato global-
warming; b) chi contesta che la causa del riscaldamento sia la CO2; c) chi
contesta che l'Uomo sia la causa del riscaldamento globale; d) chi contesta le
soluzioni che si vogliono proporre; e) chi contesta comunque la presunzione di
proporre soluzioni (contesta la presunzione di contrastare i mutamenti climatici):
secondo quest'ultimi dovremmo semplicemente adattarci a quel che accadrà (e
biologicamente avverrà indipendentemente dalla nostra volontà), dovremmo
affidarci serenamente "al corso naturale degli eventi".

Bisogna ricordare che da anni esistono scienziati che contestano i calcoli legati
all' "effetto serra" e alle previsioni climatiche connesse e che attaccano i lavori e
le conclusioni dell'organismo scientifico internazionale ONU: l'IPCC (insomma li
dipingono come dei catastrofisti). E accusano sia i ricercatori che i gruppi
ambientalisti di voler lucrare sulla paura del cambiamento climatico per trovare
ulteriori finanziamenti e sostegno economico e politico.
Alcuni ambientalisti hanno viceversa accusato questi contestatori di prendere
soldi sotto-banco dalle aziende petrolifere, fatto verificatosi sicuramente in alcuni
casi: clamoroso il caso della UCS (Union of Concerned Scientists), che raccoglie
decine di organizzazioni di scettici (tra cui anche alcuni ricercatori) che
contestano la matrice antropica del riscaldamento globale. La Royal Society
biasimò alcuni finanziamenti dati dalla multinazionale Exxon negli anni 1998-
2005 alla UCS. La Exxon ha infatti finanziato le loro campagne di contestazione
erogando in sette anni la bellezza di 16 milioni di dollari.
Quindi chi sono veramente questi contestatori? tutti scienziati o pazzi o gruppi
prezzolati e corrotti, oppure no?

Ad ogni modo, le contestazioni hanno trovato negli anni più volte spazio anche
sulla stampa. Ho potuto quindi fare qualche ricerca. Fa un certo effetto per
esempio scoprire che esiste (ed è pubblicamente disponibile in rete in file pdf) un
documento depositato al Senato degli USA nel quale, al 16 marzo 2009 si
raccolgono i nomi di 700 scienziati internazionali che dissentono dalla teoria del
AGW (“More Than 700 International Scientists Dissent Over Man-Made Global
Warming Claims”). Ulteriori pubblicazioni e analisi sono state presentate anche a
ridosso della conferenza.

*
Oggettivamente i dati sono controversi, e non ho le competenze sufficienti
per dire chi abbia ragione. E anche i fenomeni climatici sono complessi.
Più di quanto appaia ad un primo sguardo superficiale.
Non sono in grado di descrivere neanche a grandi linee tale complessità, riporto
solo alcuni esempi, in termini molto semplici, per accennare alla complessità dei
fenomeni in gioco: un riscaldamento, qualunque sia la causa, può in generale
provocare sia effetti che inducono ulteriore riscaldamento (retroazione positiva),
oppure al contrario effetti che agevolano il raffreddamento (retroazione negativa).
La principale retroazione positiva nel sistema climatico è legata al vapore
acqueo, mentre la principale retroazione negativa è considerata quella legata alle
emissioni di radiazione infrarossa. Più la Terra si scalda, più cede calore.
Nel primo caso, con un aumento di temperatura, si ha una precisa relazione con i
fenomeni della evaporazione dell'acqua: ad un maggiore rilascio di vapore
acqueo corrisponde un maggiore effetto serra e di conseguenza un ulteriore
contributo al riscaldamento.
Viceversa con il riscaldamento c'è maggiore cessione di calore, tramite la
radiazione infrarossa (che cambia in funzione della temperatura): all'aumentare
della temperatura di un corpo, la radiazione emessa aumenta in proporzione alla
potenza quarta della sua temperatura assoluta (legge di Stefan-Boltzmann):

dove:
(nota: la legge così formulata vale solo per i corpi neri ideali)
In pratica si verifica una retroazione negativa talmente potente che stabilizza il
sistema climatico nel tempo.

Un altro esempio, facile da seguire per chiunque, di processo di retroazione è


dato dall'albedo del ghiaccio: in parole semplici le superfici terrestri e le acque
emerse riflettono meno la radiazione solare rispetto al ghiaccio. Quindi
assorbono più calore. Più ghiaccio sparisce, più il pianeta si riscalda (e più in
fretta il ghiaccio rimasto si scioglie e così via).

Altro fenomeno: il disgelo del permafrost può rilasciare ulteriori gas serra (in
Siberia si è visto che le torbiere ghiacciate contengono CO2 e gas metano).
Anche i fondali oceanici potrebbero contenere gas metano, sotto forma di idrati e
clatrati di metano, che verrebbero rilasciati in atmosfera con l'aumento della
temperatura.

Oltre ai fenomeni fisici, come gli esempi fatti fin qui, entrano in gioco anche i
fenomeni legati agli ecosistemi e agli organismi viventi: gli ecosistemi oceanici
hanno la capacità di trattenere (“sequestrare”) il carbonio. Nell'oceano tra i 200 e
i 1000m di profondità, di fronte ad un aumento della temperatura si riscontra una
riduzione delle quantità di nutrienti. Si osserva una limitazione della crescita delle
diatomee in favore dello sviluppo del fitoplancton. Tuttavia le diatomee hanno
una maggiore capacità di agire come pompa biologica del carbonio rispetto al
fitoplancton e quindi avremo meno CO2 sequestrata (e più CO2 in atmosfera con
in ultima analisi, anche qui, una retroazione positiva).

Prevedere il bilancio di tutti i contributi di retroazioni positive e di retroazioni


negative non è evidentemente banale.
Ma, da profano, osservo come i dati diventino controversi soprattutto dopo che
hanno assunto la forma in cui li si vuole presentare.

Mi spiego meglio.
Il famoso grafico "a mazza di Hockey", descritto nel film di Al Gore e basato sugli
studi sugli anelli del legno degli alberi, è stato confermato sostanzialmente anche
dai dati glaciologici prelevati in Groenlandia.

Il soprannome di "Hockey stick" deriva dalla proprio forma del grafico


dell'andamento della temperatura nell'ultimo secolo: l'aspetto importante è che
nella parte destra del grafico, relativa all'ultimo secolo, si vede chiaramente un
balzo verso l'alto dei valori termici.

Questa è l'immagine che meglio descrive come questo riscaldamento sia "unico
ed eccezionale" ed è proprio la sua eccezionalità che sta seriamente mettendo in
pericolo il clima e il pianeta.

Ma la "Hockey stick" svanisce semplicemente cambiando la scala temporale di


riferimento, pur usando come fonte gli stessi dati glaciologici, ma andando un po'
più indietro nel tempo: circa mille anni, anziché cinquecento.
Ora si vede comparire nettamente un periodo di riscaldamento, molto più intenso
e prolungato, evidenziabile grosso modo a cavallo dell'anno mille, nel periodo
medioevale. Come pure è evidente che ci sia un riscaldamento a partire dal
1860. In altre parole: il riscaldamento di questi ultimi cento anni è vero che c'è,
ma non è né unico, né eccezionale. Anzi quello medievale era più notevole.
Andando ancora più a ritroso nel tempo, fino a circa 3 mila anni fà, otteniamo
invece questo grafico:

Qui perfino quel picco di “caldo medievale" diventa poca cosa se confrontato alla
temperatura del 1200 a.C. Inoltre dal 2000 a.C. al 500 circa la temperatura era,
per tempi molto lunghi, sugli stessi livelli medi di quelli del “picco medievale”.
Se esaminiamo ancora più a ritroso nel tempo i dati fino a 10 mila anni fà e
osserviamo il grafico, vedremo ben pochi eventi "unici ed eccezionali" in arrivo.

Conclusione: un dato locale che mostri una variazione della temperatura in un


decennio non vuol dire assolutamente nulla. Il dato và inserito in un contesto.

Il riscaldamento globale quindi appare in realtà meno semplice da valutare di


quanto si pensi, dato che non esiste "il termometro del pianeta", da cui leggere
una temperatura e attingere le statistiche. Anche la dimensione dei ghiacciai non
è indicativa, laddove non si disponga di una serie piuttosto lunga. I dati affidabili
più estesi nel tempo sono quelli glaciologici desunti dai "carotoni" groenlandesi,
siberiani e antartici. Quindi perfino i dati termici, semplici da leggere perchè
chiunque sa leggere un termometro, vanno tuttavia vagliati e capiti in modo
scientifico.

Molto discussa è anche la correlazione fra temperatura e presenza di gas


serra. Infatti le “stravaganze” non mancano: la temperatura media aumenta in
modo importante dal 1850 al 1930 circa, ma la produzione di CO2 diventa
importante solo negli anni '70 (quando invece la temperatura tocca un minimo e
poi risale per circa 25 anni, prima di scendere nuovamente). Viceversa
l'emissione di CO2 aumenta gradualmente e costantemente.
E anche con le valutazioni dei dati indiretti, quelli che ad esempio Al Gore
chiamava come "testimoni" dei cambiamenti climatici, si possono fare valutazioni
contrastanti con le aspettative definite dalle teorie del riscaldamento globale (lo
scioglimento dei ghiacci artici attualmente esiste ma è modesto, e comunque non
tale da cambiare il livello dei mari; tuttavia la consistenza dei ghiacci antartici
sembra contestualmente aumentare; così come la popolazione degli orsi polari,
che tanto avevano emozionato per il rischio di estinzione, è attualmente una
popolazione che aumenta anziché essere decimata, come dicevano le previsioni;
anche se costretta a migrazioni più ampie del solito, e gli esempi potrebbero
continuare nelle osservazioni empiriche: le date dello sbocciare dei fiori o le
partenze degli uccelli migratori...).

Lascia dubbi anche la correlazione fra le emissioni di CO2 e la temperatura, le


cui recenti oscillazioni sono rappresentate nel grafico (la temperatura media degli
anni 1979-1998 costituisce lo “zero” di riferimento del grafico).
Sembrerebbe proprio che nell'ultimo periodo ad un aumento di CO2 (riga verde)
non sia corrisposto ad un riscaldamento ma anzi ad una diminuzione della
temperatura media della bassa troposfera (riga blu).
La correlazione tra i due andamenti è indicata dalla riga in viola e appare
evidente come sottende ad una correlazione negativa dal 2002 in poi.

Altri “scettici” hanno osservato come la diminuzione della temperatura media


globale (avvenuta tra il 1940 e il 1976), si sia misurata nonostante l'aumento
della concentrazione di CO2 nell'atmosfera.
La CO2 tuttavia non è l'unico gas serra: rappresenta solo lo 0,038% dei gas
atmosferici e costituisce circa il 5% del totale dei gas serra, mentre il vapore
acqueo rappresenta lo 0,33% dei gas atmosferici e contribuisce per circa il 50%
alla composizione dei gas serra.
E' stato quindi esplicitamente affermato come tra i “gas serra” sia da considerare
molto più importante della CO2 l'effetto dovuto al vapore acqueo, su cui tra l'altro
abbiamo un controllo pressoché nullo. E, osservano gli scettici, nei lavori
dell'IPCC non esiste traccia di queste valutazioni.

E' stato inoltre fatto notare che i modelli adottati dall'IPCC predicono uno
scenario malamente “cannato”, rispetto alle misure degli ultimi dieci anni. Ovvero
il modello predittivo del più importante ente di ricerca internazionale specifico ha
sbagliato di molto tutte le previsioni di questi ultimi anni!!! Il modelllo previsionale,
messo alla prova, non ha funzionato per niente!!! Sulla scorta delle previsioni
dell'IPCC, la rivista National Geographic, nel giugno 2008 affermò che lo strato
dei ghiacci stagionali artici sarebbe scomparso totalmente entro l'estate dello
stesso anno, cosa che non si è verificata.

Questa carrellata di dati, fenomeni, correlazioni solo per far comprendere come
non si possano facilmente contestare i dati di riferimento (nessuno può alzarsi,
andare al termometro della Terra e dire: “ehi, ma qui non sta affatto scaldando!”).

Altri scienziati invece contestano non tanto i dati climatici o termici, contestano la
(indimostrata) relazione di causalità: costoro dicono che non è la CO2 che
provoca il riscaldamento globale, ma è il contrario: è il riscaldamento globale che
aumenta la quantità di CO2 che rimane nell'aria. Per quello che nei grafici c'è più
CO2 quando c'è più caldo! L'aspetto importante è che così si spiega l'andamento
termico esulando dal fattore umano: la maggior parte della CO2 si trova disciolta
nelle masse d'acqua oceaniche (sotto forma di acido carbonico). Secondo
costoro quindi l'aumento di gas serra e di CO2 in particolare non è la causa del
riscaldamento, bensì un effetto di quest'ultimo fenomeno. E tutti i protocolli di
Kyoto sono incapaci di influire su questo e quindi anche sulle temperature.

A complicare ulteriormente le dispute tra gli scienziati ci sono anche le


valutazioni sulla durata del ciclo della CO2: secondo gli scettici questa rimane
nell'aria per un massimo di 5-10 anni, dopodiché viene assorbita dall'oceano, che
avrebbe la capacità di assorbire ancora circa 50 volte la quantità di CO2 che è
attualmente presente in atmosfera. Un enorme margine di stoccaggio.
I gruppi di studio dell'ONU invece calcolano che occorrano circa 30 anni perchè
si possa disciogliere la CO2 atmosferica e che l'oceano possa assorbire un
massimo del 30% del gas serra, con il risultato che almeno il 20% di CO2
permane nell'atmosfera per diversi millenni senza trovare altra forma disponibile
per uno “stoccaggio”.

Non è semplice stabilire chi abbia ragione.

Ma trovo anche altri scienziati che sostengono che, in fondo, tutta la disputa non
è importante: la CO2 che immettiamo in atmosfera è circa il 3% di quella che già
c'è. La riduzione delle emissioni di CO2 non avrebbe alcun senso pratico: ridurre
per esempio del 30% le emissioni, che incidono solo su questo 3%, equivale ad
agire senza intaccare il 99% della CO2 presente in atmosfera!!!

Un'altra obiezione che deriva ancora dai dati storici glaciologici è che la CO2 è
stata registrata con valori fino a 20-30 volte il livello di oggi, e le oscillazioni
massime corrispondenti di temperatura sono state di 10 gradi.

Ora accade non solo che alcuni contestano la effettiva consistenza di un global-
warming anomalo, ma anche che molti altri contestano, per varie motivazioni,
l'aggettivo "antropogenico", quando riferito al riscaldamento globale. Alla fine,
sostengono costoro, anche ammettendo che siamo di fronte ad un trend di
riscaldamento globale, non è affatto provato che questo sia una conseguenza
dell’attività umana (né quindi è scontato che si riesca a cambiare il corso della
natura). Del resto nella storia del pianeta abbiamo assistito più volte a glaciazioni
e successivi riscaldamenti... insomma la chiamata catastrofista sembra
ideologica e indimostrata: il clima ha sempre oscillato, anche ben prima dell’
industrializzazione e dell'uomo. E le soluzioni proposte, che vogliono agire sulla
attività umana, secondo costoro, non hanno quindi ragione di aver successo.
Tra gli scettici sul ruolo antropico nell'attuale riscaldamento merita una speciale
segnalazione il discusso premio Nobel per la Chimica Kary Mullis, già famoso
anche per i non addetti ai lavori come il “contestatore del buco dell'ozono”.
Gli “scettici” possono inoltre contare nelle loro fila anche ex membri dei vari
comitati IPCC come il meteorologo Hajo Smit o come Philip Lloyd. Alcuni di essi
rimarcano il ruolo di altri fattori naturali sul clima. Tra essi la variazione
dell'attività solare, oppure l'effetto dei raggi cosmici.

Non mi dilungo, se non per un minimo accenno, sul fenomeno detto “global
dimming”, oscuramento globale: il fenomeno è stimato ridurre dell 2%-5% la
radiazione solare che giunge al suolo. Si crea quindi un effetto di raffreddamento
climatico che si sovrappone a quello del global warming, mascherandone la
gravità. Questo trend è rallentato solo nell'ultimo decennio, ed è legato alla
presenza di traffico aereo. In termini molto schematici il particolato, contenuto
nelle scie degli aeroplani, ha sia l'effetto di diffondere la luce (e in parte di
rifletterla) sia quello di fungere da nucleo di condensazione per il vapore acqueo.
La formazione di goccioline comporta un aumento dei punti di riflessione e
aumenta l'albedo dell'atmosfera. Il fenomeno, studiato da anni, è balzato
all'evidenza empirica registrando un aumento anomalo dell'escursione termica
tra notte e giorno quando furono sospesi i voli aerei nel settembre 2001.
Il fenomeno è ricomparso nuovamente con il riprendere dei voli.

Segnalo ancora l'esistenza di un documentario della CBC dove sono raccolte


molte di queste contestazioni.
E perfino le catastrofi naturali sono sempre più o meno esistite.

Il grafico seguente mostra la serie storica dal 1950 fino al 2008 dell'andamento di
uragani, temporali violenti etc registrati nell'emisfero nord. Difficile riscontrare una
tendenza al rialzo.

Altri scienziati denunciano il tutto come una colossale retorica che ha l'unico
scopo di preservare il primato delle economie occidentali di USA e Europa,
trovando nell'ambientalismo una sponda su cui poggiare ottime scuse per
limitare lo sviluppo di Paesi più poveri e per rallentare l'ascesa economica di
Cina, India e Brasile. L’idea che il protocollo di Kyoto faccia gli interessi di tutti gli
abitanti è dunque secondo costoro una forzatura: in realtà Kyoto lavorerebbe a
favore dei Paesi più ricchi. Infatti sono proprio i meno ricchi quelli che hanno
maggiormente bisogno di un’economia in crescita.

Qualcuno richiama alla mente i catastrofismi del Club di Roma (comprese quelle
previsioni già fallite) e sostiene che in sostanza la storia si ripete e si assiste ad
una ufficializzazione di dati scientifici a sostegno di tesi preconcette. Tesi che
sono sostenute dagli interessi di chi ha in mano le leve della economia.

*
Che dire? Una bella confusione, vero? Sembra difficile che si debbano
prendere decisioni tanto importanti e difficili quando poi a ben vedere ne
sappiamo ancora così poco!
Ma il bello viene adesso, con il prossimo paragrafo.
il Climate-gate
Uno scandalo di cui si è parlato poco. Ma è comunque riuscito ad imporsi
all'attenzione, anche perchè venuto alla luce proprio a ridosso dei lavori del
COP15, con quindi una inevitabile visibilità internazionale. A mio avviso non è
stato uno scandalo da poco, anzi ritengo proprio che la stampa in Italia non abbia
dato il dovuto risalto. Spesso ne è stata sminuita la portata.

Hanno insabbiato la notizia scomoda? Perfino le smentite hanno avuto un


minimo spazio, e sono state ben poco argomentate: un’inchiesta dell’IPCC e del
"Mail on Sunday" sostiene che l’operazione di delegittimazione della comunità
scientifica sia stata opera dei servizi segreti russi (il che potrebbe anche essere
vero, io non lo so; ma questo comunque non significa né che le e-mail siano
false, e in ogni caso pare acclarato che i dati scientifici prodotti in questi anni
sono stati pesantemente manipolati, dagli stessi ricercatori).
Altre fonti invece attribuiscono l'hacking ad emanazioni del governo cinese.
Molti giornali scientifici, seppur non pronunciandosi sulla genuinità del climate-
gate, sostengono che il fenomeno dei cambiamenti climatici e la loro dipendenza
dai gas serra non venga smentito da questo "presunto scandalo". Quindi a dar
retta a loro, il climate-gate sarebbe comunque una bufala, un tentativo si
sabotare il COP15 e i dati del IPCC, nonostante i pareri di tutti gli scienziati
contrari o scettici, confermebbero comunque il fenomeno del global-warming.

*
Personalmente io sono rimasto un po' più che perplesso. Ma forse è
meglio andare con ordine, e riepilogare di cosa si tratta. Dovrò entrare
gioco forza un poì nel dettaglio, spero si riesca comunque a seguire il filo logico.
Il Climate-gate nasce da un furto di e-mail e dallo scandalo successivo alla
pubblicazione dei relativi contenuti.

Un hacker (rimasto anonimo) viola il sistema informatico della Climatic Research


Unit (CRU) della University of East Anglia, considerata la centrale «scientifica»
principale degli studi e dei dati che consentono di sostenere il Global Warming.
Dopo poche ore, il 19 novembre, su un server russo, l'hacker rende pubblici via
FTP una quantità di oltre 60 MB di dati consistenti in 3500 documenti riservati e
oltre mille messaggi di e-mail scambiate tra i ricercatori del centro e altri
climatologi dal 1996 ad oggi.

Il centro CRU ammette l'attacco e non smentisce l'autenticità di gran parte del
materiale (ovviamente nel dire questo non specifica se tutto il materiale fosse
veramente genuino). Il giorno 1 dicembre il capo del CRU (Phill Jones) si
autosospende dall'incarico temporaneamente e fino a conclusione dell'inchiesta
dell'Università. Al suo posto viene temporaneamente nominato Sir Muir Rusell.
Intanto il Met Office si attiva per una revisione dei dati climatici degli ultimi 160
anni. Un lavoro di revisione totale, che durerà tre anni e si concluderà quindi solo
nel 2012. Queste per ora le conseguenze dello scandalo al CRU.

Dalla lettura delle e-mail appare evidente che la tesi del riscaldamento globale
antropogenico non possa essere avvalorata con certezza di fronte ad una lettura
oggettiva e non ideologica dei dati. Quindi gli scienziati (specialmente Phillip
Jones e Michael E. Mann) si scambiano un po' di consigli su come "presentare
al meglio" i dati, in modo da "sostenere al meglio" la tesi del global-warning. Si
accordano per tacere alcune rilevazioni e si sarebbero anche accordati con
alcune organizzazioni ambientaliste (per es. con Greenpeace) per agevolare la
pubblicazione di alcune notizie su alcuni quotidiani inglesi.

In particolare, nella e-mail più controversa, Jones suggerisce a Mann come fare
per applicare il «trucco (trick) di aggiungere le temperature ad ogni serie (di dati)
per nascondere (hide) il declino». Questa e-mail è la vera pietra dello scandalo
ed è quella che apre diversi interrogativi.

Quale è il “trucchetto”? un noto “trucco del mestiere”, come diremmo anche in


italiano, o un “trucco da mago prestigiatore”, cioè un imbroglio? E poi
“nascondere” si deve intendere nel senso di non rendere statisticamente
importante oppure lo si deve tradurre nel senso di “occultare”, come diremmo in
italiano? E ancora: “nascondere il declino”... Quale declino?

I contestatori spiegano: si tratta del declino termico, fenomeno che alcuni


scienziati da anni stanno denunciando ma di cui il CRU nega l'esistenza: quindi
lo scopo del “trick” sarebbe di riuscire a nascondere il declino delle temperature,
declino che farebbe ovviamente saltare tutta l'ideologia sul riscaldamento globale
(che evidentemente non c'è, se le temperature declinano). Altri parlano di
normale correzione statistica di un errore sistematico, di una naturale correzione
“di taratura”. Quello che sembra di capire per certo è che i dati siano stati
"corretti" senza la necessaria trasparenza, (anche se poi in altre pubblicazioni,
ma non in quelle usate dal IPCC, sarebbero stati forniti sia i “dati grezzi” che i
metodi di correzione).

Ancora notiamo che nelle comunicazioni fra i climatologi non mancano le palesi
“cadute di stile”, e gli atteggiamenti da “crociata ideologica”. Jones scrive: «Non
diamo agli scettici qualcosa su cui divertirsi!». Non è di certo questo lo spirito
popperiano che vedremmo in un corretto confronto scientifico basato sui fatti!
Il professor Mann (Pennsylvania University) al contrario pensa che non è la verità
scientifica che conta: «Come sappiamo tutti, qui non si tratta di stabilire la verità,
ma di (prepararsi a) respingere accuse in modo plausibile». In altre parole dice:
cari colleghi, noi dobbiamo essere pronti a tutto per difendere il nostro lavoro,
anche agli errori e alle bugie!

Leggendo l'insieme degli scambi epistolari, sembra proprio che le finalità


politiche (e i finanziamenti connessi) diventino prioritari rispetto ai dati scientifici.
Il sospetto è che sia diventato più importante avere il risultato sperato e voluto,
piuttosto che misurare il risultato sperimentale, ed eccoci con dati truccati.
In poche parole, mi sembra di intuire che con un po' di "trattamento estetico" i
dati, non concludenti, possono venire presentati invece come prove schiaccianti.
In parole più semplici e brutali: hanno imbrogliato, non mentendo o inventando
dati di sana pianta... ma... quasi!

Sono emersi aspetti poco chiari di "aggiustamenti delle statistiche". Si parla di


"trick" di "hide" e di un database scartato perchè inutilizzabile: linguaggio
colloquiale e ambiguo che, letto così, lascia effettivamente adito a sospetti e non
a certezze (esempio: il database è inutilizzabile perchè scientificamente non
validato? o inutilizzabile in quanto non funzionale a sostenere la tesi prefissata?).
E questi sospetti avvallano le tesi di chi sostiene che sia nato un business,
gonfiato ad arte: sia dagli interessi economici di certe parti politiche, che da
quelli di certe nicchie "ambientaliste", o di certi gruppi di "scienziati"...

I protagonisti si difendono, sostenendo che il termine "trick" (trucco) è stato


frainteso e può sembrare un termine infelice, poiché fuori dal contesto; così
come si fraintende il senso del termine "hide" (occultare). Tuttavia tra le e-mail
scambiate c'è anche un programma, nato per avere alcuni dati “artificially
adjusted to look closer to the real temperatures”.
Nei commenti al codice il programmatore evidenzia:
;
; Specify period over which to compute the regressions
(stop in 1940 to avoid
; the decline
;

*
Questo a mio avviso si traduce solo in termini di risultati falsificati, o
manomessi che dir si voglia. Io ora faccio molta fatica a dire se queste
accuse siano davvero tutte fondate, difficile insomma capire dove inizi la
disonestà.
Credo, ma in fondo NON LO SO e devo stare giocoforza a quanto mi dicono altri,
dicevo, credo che i dati climatici per loro natura siano disponibili a molti studiosi e
da molte fonti differenti, dati che restano in fin dei conti controllabili e non troppo
manipolabili senza che qualcuno se ne accorga. Di fronte a dati pubblici e ad
elaborazioni taroccate mi aspetterei qualcuno che protestasse, e infatti c'è chi
l'ha fatto. Chi sono questi scienziati contestatori? Mitomani? Corrotti dalle lobbies
industriali (per es. petrolifere e della industria pesante)? Oppure contestano
perchè in competizione con i climatologi per i finanziamenti? Per capirci di più
aspettiamo il 2012.

Di certo, e questo và ribadito, sono emersi comportamenti di poca trasparenza e


scarsa onestà personale dei professori citati, e questi aspetti non fanno altro che
aumentare i sospetti sulla reale interpretazione del significato delle e-mail rubate.
Quando Jones scrive: «Un paio di persone mi stanno scocciando perchè renda
pubblici i dati delle stazioni di rilevamento del CRU: non dite a nessuno che la
Gran Bretagna ha una legge sulla libertà d’informazione» e ancora aggiunge
«L’IPCC è un’organizzazione internazionale, sicché è al disopra di ogni legge
sulla libertà d’informazione», cosa dobbiamo pensare, se non che voglia
deliberatamente nascondere dei dati, di cui dispone? Dati evidentemente troppo
scomodi per lui? Quale movente possiamo attribuire per questo comportamento
omertoso e assai sospetto? E comunque non è il comportamento che dovrebbe
tenere uno scienziato al servizio di così importanti enti di ricerca internazionali!!!

*
A me ora viene da chiedere per quali meriti l'IPCC abbia vinto il Nobel nel
2007! (quello ritirato da Al Gore, per intenderci). Cresce in me il sospetto
che tutti i lavori del IPCC siano da considerare "naked data" o "naked theory"!

Il Rapporto Stern, prodotto nel 2006 dall'IPCC, ha usufruito di questi dati


manipolati da parte del CRU? Le sue catastrofiche previsioni, senza quei "trick &
hide" vanno riviste, o rimangono ancora valide? La domanda mi pare lecita
perchè, nelle sue 700 pagine, il rapporto Stern appariva molto accurato: abbiamo
letto a suo tempo titoli per giorni e giorni sui giornali di tutto il mondo. Se ne
parlava come di uno studio molto serio e "appoggiato sulla evidenza dei dati",
producendo previsioni molto "precise e puntuali".
Le ricordate quelle previsioni? No? eccole:
• «i livelli del mare si alzeranno di sei metri, inghiottendo città costiere»;
• vedremo diffusamente «mancanza d’acqua, siccità, carestie»;
• l'unico scampo per l'umanità e per il pianeta stesso sarà «un governo
mondiale dell’economia»;
• «i danni per l’economia globale equivarranno a una perdita complessiva
del PIL del 20%»;
• per fare fronte all’emergenza occorre «sostenere costi equivalenti all’1%
del PIL mondiale entro il 2050»;
• occorre nell'emergenza attuare misure difficili come «la crescita zero, il
commercio dei diritti d’inquinamento»
Cosa dobbiamo fare ora di tutte queste previsioni? Diventano carta straccia?
O invece le informazioni fornite dall'IPCC sono oggettivamente ancora valide,
indipendetemente dai “trick and hide” di Jones, Mann & Co.?
Inoltre, di certo, nelle e-mail rubate si documentano un po' di attività di lobbying
scorretto (articoli che non si vogliono far pubblicare, barando sul peer-review; si
parla esplicitamente di persone -altri scienziati- che si vogliono isolare perchè
schierati nel campo degli scettici sull'effetto-serra). Quindi, se non è tutta una
bufala, i vari Jones e Mann ne escono comunque male da questo scandalo.
E per quanto sia poco elegante dirlo, questo modo di agire avviene un po' in tutti
gli ambienti scientifici e accademici in generale. E avviene da sempre in maniera
molto più marcata negli ambienti accademici anglosassoni: insomma è la
classica dinamica della lotta per il potere, a cui la scienza non è completamente
esterna. Emerge nettamente anche che, grazie a questi lavori sul clima, alla
CRU hanno raccolto una decina di milioni di sterline per il loro istituto nell'ultimo
decennio. Può essere un movente sufficiente a spiegare il comportamento di
menzogne e falsità o ci sono motivi più gravi e più profondi, legati ad una truffa
studiata a tavolino? Chi sa di avere i numeri dalla sua parte, chi sa di aver
ragione, che motivo può avere di apportare “correzioni” poco trasparenti oppure
di “tagliar fuori” altri o “vendicarsi” sugli oppositori cercando di togliere
pubblicazioni e la parola a scienziati, fondamentalmente perchè che non credono
al GW? Non è più facile, semplice ed onesto confutare le obiezioni?!?
Il gruppo IPCC esprime gli interessi di una associazione a delinquere?
Pochi giorni prima era stato presentato “Not Evil Just Wrong”, il film
documentario di Ann McElhinney e Phelim McAleer che denuncia in maniera
forte e argomentata un certo ambientalismo ideologico. Una sfida aperta e una
replica puntuale al pluripremiato documentario di Al Gore “Una verità scomoda”.

Naturalmente contestare il global-warming non significa sostenere che và tutto


bene e che più inquiniamo meglio è. Ben vengano le auto elettriche, ben venga
la riduzione della emissione di CO2. Insomma la efficienza energetica andrebbe
cercata a prescindere dall'inquinamento, non perseguirla significa solo una cosa:
"spreco". Non si può non essere contrari allo spreco!!! Ma questo non autorizza i
climatologi a documentare il falso, neanche per una nobile causa ambientalista.
A maggior ragione se si prendono soldi pubblici in funzione di questi dati.

Lo statistico Leon de Winter osserva lapidariamente (su Nrc Handelsblad):


"Dal 1998 la temperatura del pianeta non aumenta più".

Alleggerisco con una nota leggera di ironia: le giornate danesi sul riscaldamento
globale hanno visto un clima molto freddo e più rigido del solito, non solo a
Copenhagen (-4°C), e nevicata alla vigilia di Natale (capita solo 7 volte in 100
anni). Anche il resto del Pianeta pare in una morsa di freddo: in Russia nei giorni
-25°C e in Spagna i meno 20°C! Anche Olanda, Belgio e Francia giacevano sotto
una spessa coltre di neve. Ancora, mentre Obama parlava di riscaldamento
globale, la Casa Bianca era insolitamente innevata...
5) Una conferenza difficile
Con queste premesse l'urgenza della conferenza diventa pari alla sua difficoltà.
E con le contrapposizioni di interessi e con la recente crisi economica globale,
rischia di diventare assurdo pensare di riuscire a salvare la Terra (!).

* La Conferenza è stata un fallimento.


Già ad ottobre molti analisti erano pessimisti (anche Baroso, presidente UE) e
sostenevano che al massimo si sarebbe arrivati ad una intesa politica, e
comunque non vincolante. Insomma, al massimo una congiunta dichiarazione di
intenti. Invece non è arrivato neanche questo.

Molti analisti si aspettavano o speravano di vedere un peso fondamentale e


trainante degli USA, rappresentati dal Presidente Obama... ma questo non è
avvenuto.... e in realtà non era possibile che avvenisse per ragioni di politica
interna degli Stati Uniti. Obama aveva puntato molto sulla riforma sanitaria e
quindi si è presentato a Copenhagen senza che ne' il Congresso ne' il Senato
avessero potuto votare alcun impegno in tema di mutazioni climatiche.
Inoltre la lobby USA anti-Kyoto è sempre compatta e forte, comprendendo
aziende petrolifere (American Petroleum Institute, Hulliburton, Bp America),
industrie ad alte emissioni (come ConocoPhillips o Koch Industries), e relativi
sindacati (United Steelworkers). Queste forze fanno più o meno perno sul
deputato repubblicano Joe Barton e ovviamente sostengono in tutte le maniere le
conferenze degli scettici del global warming.

Quindi il peso di Obama e degli USA era indebolito e sarebbe stato poco
trainante per i lavori del COP15.
Il principale ostacolo tecnico ad un accordo sul clima è in ultima analisi legato
alla sovranità degli Stati. Nessuno Stato od organismo internazionale può
imporre controlli e/o sanzioni ad un Paese che non sottoscriva l'accordo. E tutti i
risultati prospettati in realtà si fondano sull'impegno e sulla promessa di
cooperare dei singoli Stati.
Insomma il tutto si regge partendo da una forma di "moral suasion" e dal
successivo rispetto della parola data. Quelle classiche situazioni che a volte non
vengono rispettate neanche per scongiurare una guerra...

Ma riflettendo un poco, ben presto si inizia a capire che senza un impegno di tutti
dichiarato e vincolante, in assenza di impegni vincolanti e di possibilità di attuare
controlli, nessuno si impegnerà ad inquinare meno per primo.
Il tutto funzionerebbe solo in uno spirito cooperativo per il bene comune (e non
competitivo per l'egoismo dei singoli attori).
Le diplomazie quindi lavorano da diversi mesi per cercare dei punti comuni su cui
la maggioranza sia d'accordo e su cui poi far convergere i Paesi più recalcitranti.
Ma è lampante come alcune posizioni paiono inconciliabili.
Diplomaticamente uno stato di stallo, occorrerebbe tempo.

Ma gli scienziati affermano chiaramente che tempo non ne è rimasto più. I


climatologi dicono: la politica decida il "come", ma noi abbiamo già calcolato il
"quanto": se il totale di emissione di CO2 sul pianeta non scende ALMENO
quanto previsto, il destino del pianeta Terra è segnato.

Nonostante la perentorietà dell'allarme lanciato dagli scienziati incaricati di


studiare la questione climatologica, molti osservatori e molti politici hanno
preannunciato apertamente un fallimento della conferenza, già mesi prima che la
conferenza internazionale iniziasse.
Il perchè di tale pessimismo è ovvio, e nasce dalla conoscenza della nota "teoria
dei giochi": ogni paese cerca di raggiungere i propri obiettivi di breve e lungo
periodo, che valuta come prioritari rispetto agli obiettivi globali.
Non si instaura così un concorso cooperativo per l'obiettivo comune. Anzi si
aprono diversi fronti di confronto, dove diventa più importante avvantaggiarsi
sull'avversario piuttosto che raggiungere un obiettivo comune.
Gli analisti da diversi anni si trovano divisi su come si possa uscire da questa
situazione, e si trovano ad ipotizzare gli scenari teorici, su questo e sui prossimi
vertici, fornendo in ultima analisi due possibili scenari differenti.
- Lo scenario pessimista, sviluppato dall'americano Bruce Bueno de Mesquita in
The Predictioneer's Game, si basa sulla teoria dei giochi, nell'ipotesi che i paesi
siano interessati solo al loro interesse e siano sempre meno disponibili a trovare
un accordo.
- L'altro scenario, prospettato per esempio dal premio Nobel per l'economia
Elinor Ostrom in un rapporto alla Banca mondiale, punta sulle iniziative locali e
sulla cooperazione fra città e regioni di tutto il mondo per combinare alto livello di
vita, protezione dell'ambiente e basse emissioni di CO2.
* Una gestione inefficace

Molte gaffe e molti errori sembra siano stati commessi anche dai padroni di casa
(i danesi), molte potenzialità sembra anche che siano evaporate a causa delle
difficoltà legate alla crisi economica globale, che ha "bruciato" molte delle risorse
necessarie per realizzare gli investimenti necessari alla conversione delle
tecnologie.

Ma la gestione danese ha creato davvero molta confusione, caos.


Tutti sono andati contro la direzione gestionale della Danimarca perché
difendeva solo i paesi ricchi, scordandosi dei paesi in via di sviluppo e i paesi
poveri del terzo e quarto mondo. Bollata come antidemocratica.

Ad un certo punto era circolata una bozza, scritta dalla presidenza danese,
secondo la quale nel 2050 i diritti di emissione pro-capite sarebbero stati doppi
per i Paesi industrializzati rispetto a quelli in via di Sviluppo. In pratica i ricchi di
oggi potevano inquinare il doppio, portando così non solo un sentimento di
ingiustizia ma anche ribaltando la filosofia fino ad allora espressa che i Paesi
sviluppati, inquinando di più, dovrebbero assumersi un maggiore impegno

E' dovuto intervenire personalmente l'Alto responsabile Onu per le questioni del
riscaldamento climatico, Yvo de Boer, per sottolineare congiuntamente alla
presidenza danese che si trattasse solo di una bozza, un testo informale, volto
semplicemente a sondare l’opinione delle parti in causa. Molti delegati hanno
minacciato di abbandonare i lavori. E' stata l'opera di Xie Zhenhua, delegato
cinese, a rilanciare i lavori, proponendo di dimezzare le emissioni cinesi entro il
2050 ma ha chiesto agli Stati Uniti di intervenire sulla propria soglia (che
attualmente è al 17% entro il 2020) come punto di partenza di un eventuale
accordo.

Non sono mancati i paradossi e gli aspetti surreali: oltre 20mila persone si
ritrovano a parlare del riscaldamento globale, ma fuori c'era un freddo
eccezionale. E proprio dove si volevano programmare le emissioni di CO2 di
tutto il pianeta, si sono riservati posti insufficienti a contenere tutti i conferenzieri
accreditati! La gestione meramente organizzativa ha fatto così molte vittime: file
di 6-7 ore per i conferenzieri, ministri dei paesi africani e sudamericani fermati e
controllati dalla polizia danese, chiusa la fermata del metrò vicino alla sede della
conferenza, arrestati quasi mille manifestanti creduti black-blok, ma poi ne furono
trattenuti solo 19!

I Paesi più potenti si sono presentati con un accordo del tipo "prendere o
lasciare", accordo rifiutato dagli altri Paesi, che stavano anche lasciando in
anticipo i tavoli delle trattative, essendo pressoché chiuso in anticipo ogni
margine di discussione. E non sono stati i 100 miliardi di dollari all'anno messi sul
tavolo a poter modificare in modo importante le posizioni (e comunque ne
sarebbero serviti quasi il doppio).
Durante le trattative, subito stupisce il Sudafrica che ha proposto il taglio
addirittura del 34% delle emissioni entro il 2020, da portare fino al 42% entro il
2025. Essendo un Paese povero si pensava non fosse disponibile a diminuire il
suo inquinamento. Un'offerta molto coraggiosa. Non offre di meglio l'Europa che
avanza la nota proposta formula “tre volte venti” 20-20-20: riduzione del 20% del
consumo di energia da fonti non rinnovabili; riduzione del 20% delle emissioni di
CO2 e incremento del 20% della efficienza energetica. Francia e Gran Bretagna
avevano anche proposto di alzare ulteriormente gli obiettivi per sbloccare le
trattative. Ma altri Paesi europei si sono tirati indietro (per esempio l'Italia). Ha
sicuramente pesato molto per la Germania la difficoltà di sblinaciarsi oltre visto
che sta imponendo una sorta di riconversione forzata al proprio sistema
industriale (Volkswagen in primis). Ma lo stesso si potrebbe dire per i governi di
Francia e Gran Bretagna.
Il peso carismatico della UE si è comunque dimostrato pressoché ininfluente.

Gli USA invece propongono un obiettivo assai scarno, una riduzione del 4% delle
emissioni rispetto al 1990, proposta facilmente giudicata ridicola e non
soddisfacente: un livello addirittura al di sotto degli standard del protocollo di
Kyoto, trattato che gli USA di G.W. Bush non avevano neppure firmato!

6) Le fazioni nella Conferenza: ricchi contro poveri


Iniziano subito le divisioni e le fazioni. Iniziano le guerre sulle cifre, tirate come
coperte sempre troppo corte, per cercare di evidenziare come ognuno si sia in
realtà già impegnato più degli altri nelle riduzioni, come spetti di più agli altri
adoperarsi per inquinare di meno, etc,
Ma in realtà i problemi vengono da lontano: già il protocollo di Kyoto, più
vincolante rispetto al testo in discussione a Copenhagen, "non è applicato dai
paesi firmatari". Per esempio "il Canada, che aveva promesso di diminuire le
emissioni del 6 per cento entro il 2012, invece le ha aumentate del 28 per cento".
Non sono mancate le accuse alla direzione e ai Paesi ricchi per l’utilizzazione dei
formati di dibattito e dei negoziati arbitrari, d’esclusione e discriminatori.
Insomma atteggiamenti anti-democratici. Lamentele si sono avute anche per la
restrizione dell’accesso a questa Conferenza alle Organizzazioni non
Governative.

Nelle trattative, come era logico aspettarsi, hanno anche “pesato” le sfide
collaterali: lo scontro tra USA e Cina era molto atteso, ma non si è articolato tra
la responsabilità ambientale e il diritto ad inquinare ed a svilupparsi
industrialmente.
Il confronto ha quindi avuto il respiro di tutta la complessiva manovra sullo
scacchiere geopolitico. Da almeno vent'anni la Cina compete per le risorse
energetiche e investe economicamente in Africa, scalzando pian piano tutte le
influenze delle economie occidentali (ex-colonialiste) e la Cina ormai cavalca da
tempo in sede ONU l'odio dei poveri verso i ricchi. Ma la Conferenza, pur nella
annunciata difficoltà nel raggiungere risultati concreti, era comunque importante
come primo banco di prova per determinare chi avrà la miglior tecnologia per la
nuova era (la “green economy”) e, non meno importante, chi ha avrà la autorità
per definire quali saranno i nuovi standard industriali e dettare la tempistica della
loro attuazione.

Molti giornalisti hanno interpretato il confronto come lotta per la leadership tra la
ecologia obamiana da una parte e la inquinante economia pianificata cinese
dall'altra. Ma è una analisi superficiale, anche perchè i maggiori investimenti
nelle tecnologie “green” sono tutti in Cina, o perlomeno in Cindia, tra Bangalore e
Shangai.

Il primo round da questo punto di vista l'ha vinto indubbiamente se non la Cina
da sola, almeno Cindia. La posta in gioco è importante perchè potranno nascere
nuovi equilibri nei rapporti di forza internazionali.

Molte delegazioni si sono lamentate del comportamento di alcuni Paesi ricchi e in


particolare del "presidente Obama che ha annunciato un accordo che non esiste,
senza il rispetto dovuto alla comunità internazionale e comportandosi come un
capo imperiale". Scorretto, cercando di bruciare gli altri, per poi incassare il
merito in caso di chiusura dell'accordo.

La Conferenza ha rischiato, nel caos generato, di saltare completamente per la


gaffe della presidenza danese che, dopo il discorso di Obama, decide di riunire i
16 Paesi più industrializzati per chiudere l'accordo, mentre gli altri 170 paesi
avevano solo il diritto d’ascoltare. Le contestazioni ancora non sono mancate e
anche il grande oratore Obama si è sentito attaccato per il suo discorso (un
discorso definito pieno d’inganno e ambiguità, demagogico, che non include
nessun impegno vincolante e che ignora la cornice di Kyoto).
L'atteggiamento danese è stato contestato apertamente, sia da Evo Morales che
da Hugo Chavez, con due discorsi brevi ma molto sentiti ed efficaci, pronunciati
poco prima di abbandonare i lavori (i discorsi sono riportati in Appendice).

Il giorno successivo, alle tre del mattino a Congresso finito, la presidenza danese
riunisce 27 Paesi per cercare di chiudere, a nome di Obama, un progetto
d’accordo alla cui elaborazione non ha partecipato nessuno dei restanti leaders
del resto del mondo.

Atteggiamento nuovamente contestato con forza e considerato come una


iniziativa anti-democratica e virtualmente clandestina, che ignora le migliaia di
rappresentanti dei movimenti sociali, le istituzioni scientifiche, religiose e gli altri
invitati al Vertice. E' stata memorabile la determinata protesta della
rappresentante del Venezuela, Claudia Salerno, che ha mostrato la mano destra
sanguinante per la forza con cui ha picchiato il tavolo, per chiedere di esercitare
il suo diritto alla parola!

L'accordo quindi alla fine da molti Paesi non viene riconosciuto e anzi un po' tutta
la conferenza ha visto bozze "negoziate in gruppetti serrati che parlavano di una
riduzione del 50% per l’anno 2050", ma poi improvvisamente disconosciute alla
fine da un "documento che omette precisamente le già magre e insufficienti frasi
chiave che il precedente conteneva", documento nato in primo luogo dalle
volontà di Cina e India.
Il testo finale che viene rilasciato è "incompatibile con il criterio scientifico
universalmente riconosciuto, che considera urgente e indispensabile assicurare
livelli di riduzione di almeno il 45% delle emissioni per l’anno 2020 e non inferiori
al 80%-90% di riduzione per il 2050.". Inoltre la bozza finale risulta totalmente
carente in merito "agli impegni specifici di riduzione delle emissioni da parte dei
paesi sviluppati, responsabili del riscaldamento globale, per il livello storico e
attuale delle loro emissioni, ed è a loro che corrisponde applicare riduzioni in
maniera immediata. A questo ruolo non è stata dedicata una sola parola
d’impegno da parte dei paesi sviluppati."

*
La frattura tra nord e sud del mondo quindi si allarga, ognuno dovrebbe
fare la propria parte, ma molti dichiarano di non voler rinunciare alle proprie
possibilità di sviluppo se gli altri non faranno altrettanto. Gli egoismi e la strategia
delle alleanze invadono il campo. I capricci. Le trattative segrete, i complotti, i
tavoli ribaltati per aria, i finti abbandoni dei tavoli delle trattative, etc
Non la faccio molto lunga, visto che questo aspetto non mi appassiona poi molto.
Anzi, un po' mi nausea.
* Una tragica crisi di leadership

Ma come è finita, almeno formalmente, la Conferenza di Copenhagen? si è


conclusa con un accordo tra gli Stati Uniti, la Cina, l’India, il Brasile e il Sud
Africa. (Qualche dettaglio su questo accordo lo riporto più avanti)

Accordo di cui la Conferenza degli Stati partecipanti ha “preso atto” e non


sottoscritto.

In termini espliciti, vuol dire che gli altri Stati, pur non opponendosi all’accordo,
non si riconoscono affatto nel documento finale.
La formula scelta di «prendere atto dell'accordo» garantisce uno statuto giuridico
sufficiente per rendere l’intesa operativa, senza avere bisogno dell’approvazione
delle parti e permettendo quindi di rendere operativa almeno l'erogazione di fondi
compensativi previsti dall'accordo e destinati ai paesi in via di sviluppo.

“parturient montes, nascetur ridiculus mus”


(la montagna ha partorito un topolino).

In altre e meno diplomatiche parole: un fallimento. Se è vero che, nelle sottili


sfumature diplomatiche, "prendere atto" è comunque un "riconoscere", è tuttavia
evidente il dissenso politico degli altri Stati, a partire dall’Unione Europea, che
sperava in un impegno condiviso e molto più forte.
Ci si è dovuti accontentare di sforzi molto moderati e non vincolanti.

Tirando le somme, sembra che, alla fine, la diplomazia cinese abbia fatto la
figura migliore, a spese di una UE (molto ININFLUENTE) e dell'altrettanto inutile
Giappone. Anche il presidente USA Obama ne esce con più sconfitte che vittorie
(anche perchè l'ecologia era stato un suo importante terreno di confronto nella
campagna elettorale contro Bush).

Ad un certo punto, Pechino stupisce molti con un offerta molto al di sopra di


quanto si riteneva che potesse concedere: la Cina si dice pronta a ridurre i propri
gas inquinanti del 50% entro il 2050 a patto però che i Paesi ricchi (UE e USA in
primis) taglino le proprie emissioni del 25-40% entro il 2020.
Da sottolineare che l'aspetto del comportamento di Cina e USA non è
secondario: infatti insieme emettono il 40% del totale di gas serra!!!

Alla fine la decisione conclusiva è che per adesso l’Europa mantiene l’impegno
per una riduzione del 20%, ma Barroso dichiara di voler alzare il valore fino al
30% (i valori di riferimento sono quelli del 1990 come da Protocollo di Kyoto).
Ma un onere unilaterale non è sufficiente.
Si prevede che, con tale scarsità di risultati, la temperatura aumenterà di 3°C.
7) I capisaldi dell'accordo
L’accordo concluso tra gli Stati Uniti e i maggiori Paesi in via si Sviluppo prevede:
- che tutti gli Stati si impegnino a prendere le misure necessarie per contenere
l’aumento di temperatura del Pianeta al di sotto dei due gradi centigradi;
- che venga istituito dai paesi industrializzati un fondo di cento miliardi di dollari
all’anno destinato ai Paesi in via di sviluppo per la riconversione energetica e la
riduzione delle emissioni. Purtroppo nel trattato non si specifica da chi dovranno
essere sborsati questi soldi. La cifra sembra ambiziosa, visto che la UE si è
impegnata a sborsare solo 2,4 miliardi di euro all’anno nei prossimi tre anni;
- che la responsabilità dell’effetto serra venga ripartita in maniera diseguale tra
stati di prima e seconda industrializzazione e stati in via di sviluppo, secondo
principi simili a quelli alla base del protocollo di Kyoto;
- che a partire da gennaio ciascuno stato renda pubblico il proprio obiettivo di
riduzione delle emissioni di gas serra;
- che si raggiunga un vero e proprio trattato sul clima, condiviso e sottoscritto da
tutti, entro la fine del 2010;
- che la prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima avvenga a novembre
2010 in Messico.

La struttura dell'accordo di cui ha preso atto la Cop15 contiene due tabelle, più
una terza incompleta, ancora da riempire con le cifre relative alla quota di
riduzione di emissioni di gas serra che i Paesi dovranno comunicare entro il 31
gennaio 2010.

Quando si parla di impegno, in termini di relazioni internazionali, si tratta di


predisporre uno strumento vincolante, un trattato, che venga ratificato dagli Stati
che così rimangano obbligati al perseguimento dei risultati in esso contenuti.
Copenhagen ha fallito in questo, non riuscendo a portare alla predisposizione di
un simile strumento che, ratificato da tutti gli Stati partecipanti alla Conferenza,
avrebbe permesso di assicurare a noi tutti un futuro migliore e a scongiurare la
catastrofe ambientale.

La vergogna per l'assenza di risultati è da attribuire principalmente a USA e UE.


Infatti, per difendere i rispettivi interessi industriali, da USA e UE è arrivato netto
il rifiuto al confronto richiesto dagli altri Paesi per attuare una revisione sulla
proprietà dei brevetti industriali e di quelli sul vivente.

Da sottolineare anche come non sia stato definito niente su come agire per
elaborare un differente sistema energetico e produttivo, per nuovi modelli di
consumo volti a migliorare le condizioni di vita di tre miliardi di esseri umani,
condannati a vivere sotto la soglia della povertà assoluta. I “piccoli progressi” del
COP15 saranno perfettamente inutili per il 50% più povero dell'umanità.

*
Gli USA si confermano sé stessi, anche sotto la guida di Obama, al
contrario la UE, che brillava per volontà prima della riunione, si è scoperta
incapace di pesare veramente sulle decisioni.
* I commenti

Yvo De Boer, Segretario della Commissione Onu sui cambiamenti climatici, ha


dichiarato: “L’accordo è fondamentalmente una lettera d’intenti, dove ci sono gli
ingredienti per una lotta di lungo periodo ai cambiamenti climatici, ma manca il
vincolo legale. Vuol dire che abbiamo ancora una lunga strada verso il Messico”.
La stessa persona ha inoltre attaccato l'ipocrisia delle diplomazie dei Paesi ricchi:
«In India 400 milioni di persone vivono senza accesso alla corrente elettrica.
Come gli dici di spegnere una lampadina che non hanno?»

Per ridurre le emissioni, occorrono soldi, tanti soldi per riconvertire le centrali
elettriche, le industrie, i trasporti verso tecnologie "verdi" o almeno un po' meno
inquinanti. Tecnologie che per chi dovesse averle disponibili per primo,
costituirebbero un bel vantaggio economico.
La proposta degli Stati industrializzati di offrire ai Paesi in via di sviluppo 10
miliardi di dollari all’anno per il triennio 2010-2012 non convince il G-77 che
ritiene sia necessario un impegno più consistente e a lungo termine.
In effetti viene da chiedersi che senso abbia "sostenere lo sviluppo di energie
pulite" in Paesi che inquinano poco, mentre gli altri Paesi continuano non solo ad
inquinare 10-20 volte di più (in termini pro-capite) ma mandano anche le loro
industrie ad inquinare dove possono, cioè nei Paesi poveri.

Suscita impressione e angoscia vedere come in soli 11 giorni la Conferenza


abbia comportato un inquinamento pari a quello di tutto il Marocco in tutto il
2006!!!

Sull'esiguità dei fondi, tra l'altro ancora tutti da finanziare, è significativo il


commento di Di-Aping: «Non bastano neppure a comprare una bara per i
cittadini dei nostri paesi».

Per gli Stati africani e insulari. “Il documento è basato esattamente sugli stessi
valori che hanno portato sei milioni di persone in Europa alle camere a gas” ha
dichiarato il capo negoziatore sudanese Stanislao Lumumba Di-Aping. Ricordo
che gli Stati insulari sono quelli maggiormente esposti al rischio di cancellazione
dalle carte geografiche per l'innalzamento del livello del mare.

La Cina, al pari dell’India, giudica “positivo e significativo” il risultato della


Conferenza, ed esprime soddisfazione, un segno di inutile vittoria diplomatica.
Significativo al proposito il titolo di un giornale britannico (the Independent): "La
Cina ricatta il mondo".
Tra le varie proposte si affaccia anche il sistema delle "quote di CO2", in pratica
un ignobile commercio per compravendite del diritto di sporcare l'aria!
L'idea di ridurre le emissioni con l'introduzione di tasse sull'anidride carbonica "è
come attaccare un cavallo dietro a una roulotte", scrive lo statistico su
Hospodářské Noviny. Per lui sarebbe meglio investire nella ricerca sulle energie
alternative

Ho trovato particolarmente significativo ed efficace l'intervento, molto applaudito,


di Hugo Chavez: "Se il clima fosse una banca, lo avrebbero già salvato". In
un semplice e accalorato discorso Chavez ha rinnovato le critiche al sistema:
"non cambiate il clima, cambiate il sistema. Il capitalismo, il modello di
sviluppo distruttivo sta mettendo fine alla vita, minaccia di metter fine alla
specie umana."
Come prevedibile, Chavez ha colto l'occasione per rimarcare la ineguale
distribuzione di ricchezze sul pianeta: "Voglio ricordarlo: le 500 milioni di persone
più ricche del pianeta, 500 milioni, sono il sette per cento della popolazione
mondiale. Questo sette per cento è responsabile del cinquanta per cento delle
emissioni inquinanti, mentre il 50 per cento più povero è responsabile solo del
sette per cento delle emissioni inquinanti."
La tesi di un capitalismo a sviluppo infinito è destinata a scontrarsi con un
pianeta dotato di risorse finite. Lo sfruttamento esagerato della Terra supera del
30% la sua capacità di rigenerazione. Quindi c'è un problema di sostenibilità del
capitalismo, che poggia sulla tesi dello sviluppo infinito, ma questo è un modello
distruttivo.
E inoltre è un modello profondamente iniquo: "I redditi delle 500 persone più
ricche del mondo sono superiore alle entrate delle 416 milioni di persone più
povere. Ci sono 2800 milioni di persone che vivono nella povertà, con meno di 2
dollari al giorno e che rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale,
e ricevono solo il 5 per cento delle entrate mondiali..."

Se ne riparlerà a Bonn, tra 6 mesi, e a Città del Messico, tra un anno. Ma una
precisa agenda di impegni, il minimo dei risultati possibili per non parlare di un
fallimento, non è stata compilata. Se i governi troveranno un accordo, per
contenere l'aumento entro i 2°C, occorrerà abbattere di almeno il 50% le
emissioni globali di carbonio entro il 2050.
8) Gli insegnamenti da trarre...

Presentata come una delle ultime possibilità per salvare il mondo, la Conferenza
di Copenhagen non è stata dunque all'altezza delle aspettative. Nel sottotitolo
dicevo "una superflua parata ecologica".

Una delusione per molti.

Per i più cinici la testimonianza dell'emergere di tutti gli egoismi, le pressioni, gli
interessi, le meschinità, le prepotenze della razza umana anche di fronte alla
catastrofe incombente. Da tutti i fronti.
Per gli idealisti la prova provata che certi problemi non possono essere risolti
affidandoli al libero mercato o ai criteri della “stabilità economica” ma vanno
necessariamente affrontati con i tempi e gli strumenti della programmazione
politica. Vanno governati.
Ma le premesse su cui si stava lavorando, e su cui si lavora da decenni, restano
(a mio modesto e fortemente in-qualificato parere) per molti versi fragili e spesso
sbagliate.

La priorità delle emissioni di CO2 è stata commutata in una priorità energetica,


ma per molti Paesi del mondo la priorità è un'altra, è più urgente ed è in
contrasto con la riduzione delle emissioni: la priorità è di scongiurare l'aridità,
cioè la sete e la fame. Al Cop15 abbiamo visto proprio come il voler trascurare
le emergenze vitali di molti popoli conduce a trattative inconcludenti. Bastano le
dichiarazioni del portavoce del Sudan per rendersene pienamente conto.
Negare questi problemi significa tentare di nascondere i problemi di chi non ha
neanche i minimi mezzi di sussistenza.

*
La mia personale riflessione, e mi scuso per non riuscire ad esprimerla
brillantemente, è che si continui a ragionare per “mercati” ed “economie”,
mentre proprio il mercato globale è stato il volano che ha amplificato ma anche
esposto sotto gli occhi di tutti il vacuo risultato di quel “turbocapitalismo” che
porterà ad estromettere gli aspetti economici dalle decisioni politiche. O almeno
dalla gestione delle emergenze.

*
Occorre accantonare il “mercato globale”, perchè la globalizzazione è un
motore che funziona solo consumando il clima quale benzina. Il mercato
globale comporta l'esistenza di navi lunghe 400 metri che inquinano quanto 50
milioni di vetture medie. Per fare solo un esempio, su queste navi, né sui loro
carburanti (che sono in realtà catrami), ancora nessuno si è preoccupato di
incidere.

*
Servirebbe allora proprio una mentalità differente, di consumo orientato
sull'etica dei "chilometri zero". Una cultura della "decrescita dei consumi".
Ma, per quanto l'affermazione sembra ingenua e utopistica, servirebbe anche
una più equa distribuzione delle risorse e delle ricchezze sul pianeta.
Ancora, non si può fingere di ignorare che esistono problemi di inquinamento
ambientale altrettanto o anche più seri e più veri di quello della CO2 nell'aria:
problemi di inquinamento dell'acqua e del terreno. Con contaminanti
cancerogeni, con rifiuti altamente tossici, con materiali radioattivi. Lo so, questa
affermazione è catalogabile come un inutile e vano “benaltrismo”. Ma esistono
scandalose realtà da inquinamento decisamente urgenti, e di cui si parla poco.

Il problema della sovrappopolazione è stato completamente tagliato fuori dalla


agenda dei lavori. Eppure fa ovviamente parte del problema, specialmente per
alcune zone del mondo. Insomma con queste premesse finisce che la trattativa
gira a vuoto su come tassare le emissioni di CO2, con il prevalere della logica di
mercato su quella politica. Quella stessa logica di mercato che porta
inspiegabilmente ad avere una produzione di cibo sul pianeta sufficiente per tutti
ma con un miliardo di persone che muoiono di fame ogni anno. E con la
distruzione programmata di cibo attuata per salvaguardare i prezzi di mercato.

Inconcludenza, eppure la missione che la conferenza si dava era di quelle


fondamentali. Le dimensioni e i tempi annunciati da Al Gore, dall'ONU e dal
IPCC sono quelli di una vera, apocalittica, emergenza. Senza certezza di
appello.

Lo scienziato James Hansen, sul Guardian, avvertiva a proposito del COP15 che
siglare un patto senza un accordo sarebbe talmente imperfetto che tanto
varrebbe ricominciare da zero. "Se finissimo per ottenere qualcosa di simile a
Kyoto, la gente passerebbe anni a cercare di capire che cosa vuol dire". Tempo
che, secondo le premesse della conferenza, non abbiamo più a disposizione.
Per il direttore dell'istituto Goddard (Nasa), il riscaldamento climatico è come il
nazismo o la schiavitù: "si tratta di una di quegli argomenti sui quali non si può
scendere a compromessi". Una missione quindi anche ideologica.

*
Secondo la mia umile riflessione, una conferenza politica di quasi 200
Stati non può gestire né una vera emergenza né una missione ideologica...
Quindi è in primo luogo anche lo strumento ad essere inadeguato agli obiettivi.

Ma a ben vedere il fallimento non solo c'è stato, in barba alla proclamata
emergenza, ma è stato inusitatamente pesante: in politica può capitare di
concordare come unico accordo possibile "il decidere di non decidere" ma
ancora non si era ancora visto, in anticipo rispetto ai mesi della conferenza, il
prevedere che nessuna decisione vincolante possa essere adottata, nonostante
l'appuntamento fosse programmato da tempo e i lavori ancora non avviati...
Un accordo ucciso nella culla... prima di nascere!
Quasi un sabotaggio, o la onesta consapevolezza che un risultato utile fosse
completamente fuori portata??
Insomma, con il buon senso dell'uomo della strada vien ironicamente da
osservare: "Ottima strategia per affrontare le emergenze, vero?"
Anche per gli ottimisti è stato quindi evidente che nessun accordo serio si
sarebbe mai raggiunto. La possibilità di risolvere un problema è sempre
intimamente legata, oltre che alla volontà e alla determinazione di raggiungere
l'obiettivo, anche agli strumenti prescelti a questo scopo.
Che si è fatto allora al COP15? Si è giusto cercato di formulare "un qualche
accordo placebo", una "dichiarazione congiunta di intenti" (e non vincolante)
solamente perchè non è una bella figura muovere quasi 200 capi di Stato e
tornare a casa con un fallimento. Perdere tempo e denari. Con la fame nel
mondo e la crisi finanziaria. Almeno un accordo, ancorché sul nulla, andava
firmato!

Suscita impressione vedere come in soli 11 giorni la Conferenza abbia


comportato un inquinamento pari a quello dell'intero Marocco in tutto il 2006!!!

Un insegnamento che si può trarre è che l’utilità di questi complessi vertici


sembra ormai svanire del tutto. Servono strumenti nuovi.
Simon Zadek ha detto: “Tra qualche anno i libri di storia ci mostreranno che
Copenhagen è fallita perché è stato l’ultimo tentativo di risolvere le sfide del
ventunesimo secolo con gli strumenti del ventesimo secolo”

Lo strumento "vertice internazionale" è dunque palesemente inadeguato.

E c'è un motivo ovvio: il concetto stesso di sovranità è obsoleto.


A maggior ragione per discutere dei problemi ambientali.

Fra i perdenti di Copenhagen c'è indubbiamente la Ue; ma soprattutto la


democrazia rappresentativa europea ovvero l'Europarlamento. Mentre tutto il
destino della Conferenza è stato pregiudicato dai limiti e vincoli posti ai
negoziatori degli Usa dal Senato americano, il Parlamento europeo non ha
potuto svolgere che un piccolo ruolo discreto di lobbying politico per iniziativa dei
vari gruppi parlamentari.

Per quanto riguarda infine l'Italia, ha svolto un ruolo al limite del ridicolo. Assente
ogni figura istituzionale importante, a capo della delegazione italiana c'era il
Ministro per l'Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Il Ministro, complice forse
qualche disguido, è stato obbligato a fare la coda per ore prima di ottenere
l'ingresso nel luogo ufficiale dei negoziati. Inoltre, l'intervento ufficiale dell'Italia è
stato programmato tra l'1.30 e le 2 del mattino del 18 dicembre e il Ministro ha
parlato dinanzi a soli due spettatori (!). La presenza italiana si è notata solo
quando, sola insieme alla Polonia, ha ostacolato qualunque pur minima riduzione
ulteriore ai livelli di emissione di CO2.

=======================================================
Appendice

1- I PARADOSSALI COSTI AMBIENTALI DELLA CONFERENZA


In soli 11 giorni è stata eguagliata l´emissione annua di gas dell'intero Marocco.
Questo summit in difesa del Pianeta inquina quanto il Paese africano in un anno.
Centoventi capi di Stato e di governo, 30 mila accreditati, 15 mila delegati, oltre 5mila
giornalisti
1200 auto con autista e 140 jet privati.
Secondo le stime circolate nelle ultime settimane, ogni delegato ha prodotto oltre 2
tonnellate di anidride carbonica per gli 11 giorni dei lavori del vertice.
Vale a dire, complessivamente, circa 41 mila tonnellate di CO2.
Quanto, cioè, il paese nordafricano ha "emesso" nel 2006.

emissioni a confronto
- 0,19 t / die partecipanti Cop15
- 68 t anno, ovvero 3-4 volte più di un cittadino americano

Ci sono poi da mettere in conto anche i "costi" degli spostamenti e del soggiorno
dell'esercito di delegati, partecipanti e ospiti sbarcato nella capitale danese: solo
considerando gli spostamenti aerei, infatti, si parla di 12.500 tonnellate di emissioni di CO2.
Da aggiungere, poi, alle 17 mila tonnellate legate agli spostamenti in loco ed ai consumi
degli alberghi.

2- il rapporto "State of the World 2010"


Il rapporto 2010 del Worldwatch Institute è dedicato ad una analisi dei consumi.

Tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è sestuplicata, il consumo di petrolio è aumentato


di otto volte e quello di gas naturale di quattordici; un europeo medio usa 43 chilogrammi di
risorse e un americano 88; a livello globale ogni giorno si prelevano risorse con le quali si
potrebbero costruire 112 Empire State Building.

Circa il 60 per cento dei servizi offerti gratuitamente dagli ecosistemi -regolazione climatica,
fornitura di acqua dolce, smaltimento dei rifiuti, risorse ittiche- si sta impoverendo.

E la tendenza più recente non conforta: negli ultimi cinque anni i consumi sono saliti del 28
per cento. Nel 2008 globalmente si sono acquistati 68 milioni di veicoli, 85 milioni di frigoriferi,
297 milioni di computer e 1,2 miliardi di telefoni cellulari.

Non sono aumenti dovuti solo all'incremento demografico: tra il 1960 e il 2006 la popolazione
globale è cresciuta di un fattore 2,2, mentre la spesa pro capite in beni di consumo è quasi
triplicata.

Ancora si osserva una ineguale capacità di divorare le risorse del pianeta: i 500 milioni di
individui più ricchi del mondo (circa il 7 per cento della popolazione globale) sono responsabili
del 50 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, mentre i 3 miliardi più poveri
(50%) sono responsabili di appena il 6 per cento delle emissioni di CO2.
3- SUPER-NAVI CHE INQUINANO COME 50 MILIONI DI AUTOMOBILI
Il settore del trasporto aereo-marittimo che è in costante aumento, è sicuramente un
settore legato alla emissione di CO2, e oggi contribuisce per circa il 3% delle emissioni
globali di carbonio. Come riportato nel Greenhouse Gas Emissions from Aviation and
Marine Transportation, redatto da David McCollum e Gregory Gould (University of
California) con David Greene (OAK Ridge National Laboratory). Si calcola una crescita
costante del trasporto aereo del 5,9% annuo, arrivando così ad un aumento del 300% delle
emissioni di CO2 da traffico aereo nel 2050. Analogamente il trasporto marittimo cresce al
ritmo di poco più del 5% annuo. Quindi si stima che nel 2050 copriranno insieme circa il
10% del totale delle emissioni.

Quantitativi che giustificano un intervento importante. Sia con una migliore organizzazione,
possibile con l'informatizzazione, che con l'adozione di nuovi materiali, nuovi motori e
miglior aerodinamica, è possibile ridurre i consumi (e le emissioni) di circa il 30%. Inoltre si
potrebbe ridurre l'inquinamento agendo sui combustibili utilizzati.

Mentre le compagnie aeree, prima della Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite per
l’Accordo sul Cambiamento Climatico, hanno deciso spontaneamente di tagliare le loro
emissioni del 50% entro il 2050, i rappresentanti del trasporto marittimo hanno confermato
solamente una generica predisposizione favorevole ad attuare nel futuro iniziative di buona
volontà dello stesso tipo. Ovvero nessun impegno concreto.

Eppure anche in campo navale è concretamente possibile agire.

Un esempio.
Un gigante del mare, come la Emma Maersk, è una nave lunga ben 397 metri, capace di
trasportare 14000 containers, viaggiando alla velocità massima di 25,5 nodi.
E' mossa tramite sei motori, un turbodiesel a due tempi Wärtsilä-Sulzer, alto 13,5 metri da
109mila cavalli e cinque propulsori Caterpillar, che producono ulteriori 40mila cavalli di
potenza. Il solo Wärtsilä-Sulzer è può consumare quasi 4 litri di olio combustibile al
secondo. Il carburante utilizzato in queste super-navi è praticamente catrame (definito
come "olio combustibile denso"). In pratica è lo scarto della produzione di petrolio, dopo
che sono stati raffinati tutti gli altri componenti.

Christian Eyde Moller della DK, società di trasporti di Rotterdam, spiega candidamente: "il
combustibile più economico e più sporco al mondo". A queste navi è consentito impiegare
olio combustibile con percentuali di zolfo che possono arrivare al 4,5%.
Ognuna di queste super-navi emette oltre 5mila tonnellate di anidride solforosa l'anno,
come 50 milioni di auto medie messe assieme.
Una stima dice che in giro per il mondo circolano circa 800 milioni di autoveicoli.
Bastano 16 super-navi come la Emma Maersk a produrre altrettanto veleno quanto l'intero
parco auto mondiale. Non esistono ragioni che impediscano il passaggio a combustibili più
puliti per le navi, a parte ovviamente considerazioni economiche.

Come nel settore aereo, esistono margini per un miglioramento tecnologico anche sui
motori marini.

Ancora si potrebbero utilizzare più ampiamente le fonti energetiche alternative, ad esempio


il vento, anche nel trasporto navale, tornando, seppur modernamente, a navigare
maggiormente a vela.
4- IL RAPPORTO STERN
nel 2006 viene pubblicato il Rapporto Stern, un tomo di 700 pagine compilato
dall’economista ebreo-britannico Sir Nicholas Stern e pagato e propagandato dal governo
di Tony Blair. Il rapporto descriveva scenari catastrofici se non venivano imposte tasse
draconiane internazionali sull’inquinamento e sui gas-serra. I livelli del mare che si
alzavano di sei metri, inghiottendo città costiere, mancanza d’acqua, siccità, carestie: il
rimedio era un governo mondiale dell’economia, la crescita zero, il commercio dei «diritti
d’inquinamento» secondo i protocolli di Kyoto – un grande business del fumo, a cui le
banche d’affari affidavano le loro speranze di profitti miliardari.
Il titolo del Sole24Ore fu: «Rapporto shock: l’economia mondiale minacciata dal
riscaldamento globale» (30 ottobre 2006).
E continuava: «Se non verrà fatto nulla per arginare le attuali emissioni di CO2 i danni per
l’economia globale equivarranno a una perdita complessiva del PIL del 20% pari all’impatto
negativo delle due ultime guerre mondiali messe assieme. L’unico modo per fare fronte
all’emergenza è sostenere costi equivalenti all’1% del PIL mondiale entro il 2050. Un
esborso oneroso, ma tutto sommato modestissimo rispetto ai danni irreparabili che il
pianeta sta correndo (…). Il cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown ha peraltro inviato
una lettera all’Unione europea chiedendo di dare massima priorità al tema ambientale e
mettere in atto misure volte a ridurre le emissioni del 30% entro il 2020 e del 60% entro il
fatidico 2050. Brown ha nominato oggi Al Gore, l’ex vice-presidente degli Stati Uniti sotto
Bill Clinton, suo consigliere speciale in materia ambientale».

5- ATTIVISMO E MANIFESTANTI A COPENHAGEN


Alcune piccole proteste si sono verificati durante la prima settimana della conferenza. Un
corteo molto più grande si è tenuto a Copenaghen il 12 dicembre per chiedere un accordo
globale sul clima. Presenti tra le 40.000 e le 100.000 persone. 968 manifestanti sono stati
arrestati dalla polizia danese, ma di questi solo 19 arresti sono stati confermati (porto
coltelli da tasca e maschere) ma rilasciati tutti senza accusa, tranne 13. Un agente di
polizia è stato ferito da una pietra, mentre un manifestante è rimasto ferito dai fuochi
d'artificio. Alcuni manifestanti sono stati fermati dalla polizia e trattenuti per diverse ore,
senza accesso al cibo, acqua e servizi igienici. I dimostranti hanno accusato la polizia per
l'uso di una "mano pesante". Gli attivisti hanno sostenuto che la polizia ha usato
intercettazioni, agenti segreti e spray al peperoncino sugli arrestati. La polizia si è
giustificato sostenendo che le misure si sono rese necessarie per far fronte a
organizzazioni come "Never Trust A COP", che ha minacciato sul suo sito web di "voler
attaccare consapevolmente le strutture portanti della COP15". Alla conferenza alternativa,
Klimaforum09, hanno partecipato 50.000 persone durante la conferenza.

Si stima che circa 20.000 persone abbiano partecipato a una marcia svoltasi a Londra, una
settimana prima dell'inizio della conferenza. Hanno chiamato il leader britannico per
convincere i paesi sviluppati a ridurre le proprie emissioni del 40% entro il 2020 e per
fornire 150 miliardi dollari l'anno, entro il 2020, per aiutare i paesi più poveri del mondo ad
attuare un adeguamento tecnologico ridurre l'impatto climatico.

Oltre 50.000 persone hanno partecipato a una serie di marce in Australia, durante i giorni
della conferenza, per sensibilizzare i leader mondiali a creare un accordo forte e
vincolante. Il corteo più grande ha avuto luogo a Melbourne.
6- "LA PROBLEMATICA" VISTA DAL CLUB DI ROMA
A marzo del 2009 il Club di Roma, con altre associazioni internazionali e forum di politica,
ha condotto una conferenza sul tema: "perché i ripetuti allarmi sul cambio climatico
globale, non hanno avuto l’impatto desiderato sulla politica mondiale?". I contenuti
possono brevemente essere riassunti.
Lo scenario mondiale è certamente complesso, essendo in corso minacce
importanti alla stabilità del sistema finanziario mondiale, con una questione del picco della
produzione di petrolio (e la fine dell’era delle risorse energetiche a poco prezzo), ed
essendo in atto importanti crescite di sicuro impatto politico ed economico (la Cina tra venti
anni avrà triplicato il suo peso economico).
Tutti questi scenari vanno accoppiati tuttavia con un costante degrado di tutti gli
ecosistemi, con un drammatico impoverimento dei terreni e una critica disponibilità di
acqua in tutto il mondo. Con un incremento demografico importante (9 miliardi di uomini nel
2050). E ovviamente le pesanti conseguenze sulla povertà durevole e sulla crescente
ineguaglianza, aggravate da un aumento del protezionismo. Se il processo di
globalizzazione continuerà lungo questo percorso, demolirà l’intero sistema.
Si rende quindi necessaria un’azione combinata ad ogni livello per gestire delle
questioni così ampie e complesse. Saranno coinvolti i governi, il mondo degli affari, della
scienza, delle accademie, ovviamente la società civile, ed il ruolo dei media sarà centrale
per garantire il supporto pubblico ad ogni azione.
E' ormai convinzione del gruppo di studio del Club di Roma che rispondere ad una
crisi dopo l’altra non risolve i problemi di fondo. C'è una "problematica" dove le soluzioni
sono connesse tra loro come i problemi. C’è bisogno di un approccio più coerente,
sistematico e fattivo, dobbiamo inoltre prevenire i problemi prima che si verifichino.
Il Club di Roma ha elaborato un programma triennale di ricerca. Il programma si
focalizza su cinque aree-chiave (grappoli di questioni), questioni che sono così
strettamente connesse da non poter essere trattate separatamente. I grappoli sono: clima,
energia, ecosistemi ed acqua; globalizzazione ed economia internazionale; sviluppo
mondiale e Millennium Development Goals; trasformazione sociale; pace e sicurezza.
In tutto questo i media giocheranno un ruolo fondamentale nel determinare il
futuro. Nel bene oppure nel male. È possibile che i media contribuiscano a costruire una
coscienza pubblica più profonda della serietà del rischio che corriamo, cosicché la società
sostenga l’azione in tempo utile per evitare l’imminente cambiamento climatico? In che
modo possono i media incoraggiare cambiamenti nello stile di vita, nei comportamenti e nei
valori, che sono alla base dei consumi e quindi dell’economia?
Queste le conclusioni di Martin Lees(*) ad una recente Conferenza:
"Per molti anni gli scienziati hanno lanciato allarmi sugli impatti negativi, ma i governi, le
élites politiche e la società civile non sono stati in grado di prevenirli. È perciò urgente che
la comunità mondiale –gli stati nazionali, le organizzazioni governative e non governative
internazionali– trovino un accordo sulle strategie e le azioni da adottare per evitare danni
irreversibili agli ecosistemi mondiali causati dall’acceleramento del processo di
riscaldamento globale. Tale crisi comprende l’impoverimento delle risorse energetiche, la
diminuzione di acqua potabile, il degrado degli ecosistemi mondiali, l’estinzione delle
specie, carestie, la persistente povertà, le emergenze sanitarie e così via. Per di più, la
popolazione globale si trova in fase di transizione da una crescita esplosiva e incontrollata,
ad un nuovo paradigma di sviluppo e sostenibilità mai sperimentato prima d’ora dal genere
umano. Questi elementi, sommati ai loro risvolti ambientali, aumentano il potenziale di un
violento conflitto politico."

(*) Martin Lees: È Segretario Generale del Club di Roma dal 2007. È stato Rettore
dell’Università per la Pace delle Nazioni Unite in Costa Rica. È consulente del governo
cinese sul tema del climate change.
7- UNA SCOMODA VERITA'
“An Inconvenient Truth” è un film-documentario sul tema del riscaldamento globale, ha
come protagonista l'ex vicepresidente degli Stati Uniti d'America, Al Gore, che sviluppa una
presentazione multimediale.
Il film (regia di Davis Guggenheim) ha vinto il premio Oscar 2007 come miglior
documentario e per la migliore canzone originale. Il debutto fu a New York e Los Angeles il
24 maggio 2006. Ricevette tre standing ovation al Sundance Film Festival dello stesso
anno, fu in seguito portato a Cannes e a Durban. Il film ha incassato più di 23 milioni di
dollari, che Al Gore e la moglie hanno promesso di devolvere per la causa del “clima”.
Nel documentario Gore spiega il fenomeno del riscaldamento globale, illustrando
le variazioni di temperatura e dei livelli di CO2 nell'atmosfera negli ultimi 600mila anni.
Gore riassume la posizione degli scienziati, discute le implicazioni politiche ed economiche
della catastrofe, e illustra le importanti conseguenze previste. E' esemplificato come con lo
scioglimento dei ghiacci Antartici e della Groenlandia si avrebbe un innalzamento delle
acque oceaniche di circa 6 metri, un esodo di 100 milioni almeno di sfollati, e ancora, con i
ghiacci sciolti della Groenlandia, l'alterazione della salinità, e la probabile interruzione della
Corrente del Golfo (con un drammatico calo delle temperature in tutto il nord Europa).
L'Uragano Katrina, che era avvenuto da poco, viene preso come esempio dei fenomeni a
cui andremo incontro se la società continuerà di questo passo.
Sono riportate anche alcune scene dove gli “scettici” sostengono che il
riscaldamento globale sia una falsa minaccia.
Il documentario chiude con l'auspicio di Gore che ricorda come gli effetti del
riscaldamento globale possano essere scongiurati solo attraverso una cooperazione a
livello globale degli stati e dei singoli individui, volta a ridurre le emissioni di CO2
nell'atmosfera.
Nel documentario Gore in persona illustra numerosi dati e ricerche: con una serie
di foto mostra la ritirata dei ghiacciai, alcuni ricercatori illustrano i dati raccolti nei ghiacci
dell'Antartide, con le concentrazioni di CO2 di gran lunga superiori a qualsiasi altro
periodo negli ultimi 650mila anni.

Tuttavia, nell'editoriale del 26 giugno 2006 del Wall Street Journal, il prof. Richard S.
Lindzen del MIT critica gli aspetti scientifici del film, dubitando di quanto affermato: si
finisce in tribunale e il giudice dell'Alta Corte inglese stabilisce che il film «non è solo un
documento scientifico, è un film politico»., che è «largamente accurato», ma «in un
contesto di allarmismo ed esagerazione»; vengono inoltre evidenziate presunte
incongruenze scientifiche (rilevando 9 principali errori commessi nel giungere ad alcune
conclusioni).

Nota: Il professor Richard S. Lindzen -autore delle critiche a Gore- è stato a sua volta stato
criticato per aver ricevuto i finanziamenti di aziende petrolifere.

Il film è stato pubblicizzato con frasi come "A global warning" (Un avvertimento
globale) , "We're all on thin ice" (Siamo tutti su di un sottile strato di ghiaccio), "By far the
most terrifying film you will ever see" (Di gran lunga il più terrificante film che vedrai),
oppure "The scariest film this summer is one where you are the villain and the hero"
(Questa estate il film più spaventoso è uno in cui tu sei sia il cattivo che l'eroe).
8- IL DISCORSO DI HUGO CHAVEZ
Reperibile in più forme
-il video) http://fora.tv/2009/12/16/President_Hugo_Chavez_Lambasts_Capitalism_at_COP15
-il testo) http://www.aporrea.org/venezuelaexterior/n147198.html
-una traduzione) http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=29543

Quello che segue è il discorso del presidente venezuelano al vertice climatico di Copenhagen,
nella traduzione di MARINA GERENZANI (vedi i riferimenti in calce al testo).

Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto
sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto
facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la
parola, ma non è stato possibile prenderla.

Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo


Morales qui presente, Presidente della Bolivia.

Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non
è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il
Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da
queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo.
Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.

Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e
signore: siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è
rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema
mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo
ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i
popoli, la democrazia e l'uguaglianza!

E quello che vediamo qui è proprio il riflesso di tutto ciò: esclusione. C'è un gruppo di paesi
che si credono superiori a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi sottosviluppati, o come
dice il nostro grande amico Eduardo Galeano: noi paesi avvolti come da un treno che ci ha
avvolti nella storia [sorta di gioco di parole tra desarrollados = sviluppati e arrollados =
avviluppati NdT]. Quindi non dobbiamo stupirci di quello che succede, non stupiamoci, non c'è
democrazia nel mondo e qui ci troviamo di fronte all'ennesima evidenza della dittatura
imperiale mondiale.

Poco fa sono saliti due giovani, per fortuna le forze dell'ordine sono state decenti, qualche
spintone qua e là, e i due hanno cooperato, no? Qui fuori c'è molta gente, sapete? Certo, non
ci entrano tutti in questa sala, sono troppi; ho letto sulla stampa che ci sono stati alcuni arresti,
qualche protesta intensa, qui per le strade di Copenaghen, e voglio salutare tutte quelle
persone qui fuori, la maggior parte delle quali sono giovani.

Non ci sono dubbi che siano giovani preoccupati, e credo abbiano una ragione più di noi per
essere preoccupati del futuro del mondo; noi abbiamo – la maggior parte dei presenti – già il
sole dietro le spalle, ma loro hanno il sole in fronte e sono davvero preoccupati. Qualcuno
potrebbe dire, Signor Presidente, che un fantasma infesta Copenaghen, parafrasando Karl
Marx, il grande Karl Marx, un fantasma infesta le strade di Copenaghen e credo che questo
fantasma vaga per questa sala in silenzio, gira in quest'aula, tra di noi, attraversa i corridoi,
esce dal basso, sale, è un fantasma spaventoso che quasi nessuno vuole nominare: il
capitalismo è il fantasma, quasi nessuno vuole nominarlo.

È il capitalismo, sentiamo ruggire qui fuori i popoli. Stavo leggendo qualcuna delle frasi scritte
per strada, e di questi slogan (alcuni dei quali li ho sentiti anche dai due giovani che sono
entrati), me ne sono scritti due. Il primo è Non cambiate il clima, cambiate il sistema.

E io lo riprendo qui per noi. Non cambiamo il clima, cambiamo il sistema! E di conseguenza
cominceremo a salvare il pianeta. Il capitalismo, il modello di sviluppo distruttivo sta mettendo
fine alla vita, minaccia di metter fine alla specie umana. E il secondo slogan spinge alla
riflessione. In linea con la crisi bancaria che ha colpito, e continua a colpire, il mondo, e con il
modo con cui i paesi del ricco Nord sono corsi in soccorso dei bancari e delle grandi banche
(degli Stati Uniti si è persa la somma, da quanto è astronomica). Ecco cosa dicono per le
strade: se il clima fosse una banca, l'avrebbero già salvato.

E credo che sia la verità. Se il clima fosse una delle grandi banche, i governi ricchi l'avrebbero
già salvato. Credo che Obama non sia arrivato, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace quasi
nello stesso giorno in cui mandava altri 30mila soldati ad uccidere innocenti in Afghanistan, e
ora viene qui a presentarsi con il Premio Nobel per la Pace, il Presidente degli Stati Uniti. Gli
USA però hanno la macchinetta per fare le banconote, per fare i dollari, e hanno salvato,
vabbè, credono di aver salvato, le banche e il sistema capitalista.

Bene, lasciando da parte questo commento, dicevo che alzavamo la mano per unirci a
Brasile, India, Bolivia e Cina nella loro interessante posizione, che il Venezuela e i paesi
dell'Alleanza Bolivariana condividono fermamente; però non ci è stata data la parola, per cui,
Signor Presidente, non mi conteggi questi minuti, la prego.

Ho conosciuto, ho avuto il piacere di conoscere Hervé Kempf – è qui in giro -, di cui consiglio
vivamente il libro “Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta”, in francese, ma potete
trovarlo anche in spagnolo e sicuramente in inglese. Hervé Kempf: Perché i mega-ricchi
stanno distruggendo il pianeta. Per questo Cristo ha detto: E' più facile che un cammello passi
per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio. Questo l'ha detto Cristo nostro
Signore.

....... Bene, Signor Presidente, il cambiamento climatico è senza dubbio il problema


ambientale più devastante di questo secolo, inondazioni, siccità, tormente, uragani, disgeli,
innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani e ondate di calore, tutto questo
acuisce l'impatto delle crisi globali che si abbattono su di noi. L'attività umana d'oggi supera i
limiti della sostenibilità, mettendo in pericolo la vita del pianeta, ma anche in questo siamo
profondamente disuguali.

Voglio ricordarlo: le 500 milioni di persone più ricche del pianeta, 500 milioni, sono il sette per
cento, sette per cento, seven per cento della popolazione mondiale. Questo sette per cento è
responsabile, queste cinquecento milioni di persone più ricche sono responsabili del
cinquanta per cento delle emissioni inquinanti, mentre il 50 per cento più povero è
responsabile solo del sette per cento delle emissioni inquinanti.

Per questo mi sembra strano mettere qui sullo stesso piano Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti
hanno appena 300 milioni di abitanti. La Cina ha una popolazione quasi 5 volte più grande di
quella degli USA.

Gli Stati Uniti consumano più di 20 milioni di barili di petrolio al giorno, la Cina arriva appena ai
5,6 milioni di barili al giorno, non possiamo chiedere le stesse cose agli Stati Uniti e alla Cina.
Ci sono questioni da discutere, almeno potessimo noi Capi di Stato e di Governo sederci a
discutere davvero di questi argomenti.

Inoltre, Signor Presidente, il 60% degli ecosistemi del pianeta hanno subito danni e il 20%
della crosta terrestre è degradata; siamo stati testimoni impassibili della deforestazione, della
conversione di terre, della desertificazione e delle alterazioni dei sistemi d'acqua dolce, dello
sovrasfruttamento del patrimonio ittico, della contaminazione e della perdita della diversità
biologica. Lo sfruttamento esagerato della terra supera del 30% la sua capacità di
rigenerazione.

Il pianeta sta perdendo ciò che i tecnici chiamano la capacità di autoregolarsi, il pianeta la sta
perdendo, ogni giorno si buttano più rifiuti di quanti possano essere smaltiti. La sopravvivenza
della nostra specie assilla la coscienza dell'umanità. Malgrado l'urgenza, sono passati due
anni dalle negoziazioni volte a concludere un secondo periodo di compromessi voluto dal
Protocollo di Kyoto, e ci presentiamo a quest'appuntamento senza un accordo reale e
significativo.

E voglio dire che riguardo al testo creato dal nulla, come qualcuno l'ha definito (il
rappresentante cinese), il Venezuela e i paesi dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe, noi
non accettiamo nessun altro testo che non derivi dai gruppi di lavoro del Protocollo di Kyoto e
della Convenzione: sono i testi legittimi su cui si sta discutendo intensamente da anni.

E in queste ultime ore credo che non abbiate dormito: oltre a non aver pranzato, non avete
dormito. Non mi sembra logico che ora si produca un testo dal niente, come dite voi.
L'obiettivo scientificamente sostenuto di ridurre le emissioni di gas inquinanti e raggiungere un
accordo chiaro di cooperazione a lungo termine, oggi a quest'ora, sembra aver fallito.Almeno
per il momento. Qual è il motivo? Non abbiamo dubbi. Il motivo è l'atteggiamento
irresponsabile e la mancanza di volontà politica delle nazioni più potenti del pianeta...

Il conservatorismo politico e l'egoismo dei grandi consumatori, dei paesi più ricchi
testimoniano di una grande insensibilità e della mancanza di solidarietà con i più poveri, con
gli affamati, con coloro più soggetti alle malattie, ai disastri naturali, Signor Presidente, è
chiaramente un nuovo ed unico accordo applicabile a parti assolutamente disuguali, per la
grandezza delle sue contribuzioni e capacità economiche, finanziarie e tecnologiche, ed è
evidente che si basa sul rispetto assoluto dei principi contenuti nella Convenzione.

I paesi sviluppati dovrebbero stabilire dei compromessi vincolanti, chiari e concreti per la
diminuzione sostanziale delle loro emissioni e assumere degli obblighi di assistenza
finanziaria e tecnologica ai paesi poveri per far fronte ai pericoli distruttivi del cambiamento
climatico. In questo senso, la peculiarità degli stati insulari e dei paesi meno sviluppati
dovrebbe essere pienamente riconosciuta.

.... Le entrate totali delie 500 persone più ricche del mondo sono superiore alle entrate delle
416 milioni di persone più povere, le 2800 milioni di persone che vivono nella povertà, con
meno di 2 dollari al giorno e che rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale,
ricevono solo il 5 per cento delle entrate mondiale...

Ci sono 1100 milioni di persone che non hanno accesso all'acqua potabile, 2600 milioni prive
di servizio di sanità, più di 800 milioni di analfabeti e 1020 milioni di persone affamate: ecco lo
scenario mondiale.
E ora, la causa, qual è la causa? Parliamo della causa, non evitiamo le responsabilità, non
evitiamo la profondità del problema, la causa senza dubbio, torno all'argomento di questo
disastroso scenario, è il sistema metabolico distruttivo del capitale e della sua incarnazione: il
capitalismo.
Ho qui una citazione di quel gran teologo della liberazione che è Leonardo Boff, come
sappiamo, brasiliano, che dice: Qual è la causa? Ah, la causa è il sogno di cercare la felicità
con l'accumulazione materiale e il progresso senza fine, usando, per fare ciò, la scienza e la
tecnica con cui si possono sfruttare in modo illimitato le risorse della terra.

Può una terra finita sopportare un progetto infinito? La tesi del capitalismo, lo sviluppo infinito,
è un modello distruttivo, accettiamolo.

..... Noi popoli del mondo chiediamo agli imperi, a quelli che pretendono di continuare a
dominare il mondo e noi, chiediamo loro che finiscano le aggressioni e le guerre. Niente più
basi militari imperiali, né colpi di Stato, costruiamo un ordine economico e sociale più giusto e
equitativo, sradichiamo la povertà, freniamo subito gli alti livelli di emissioni, arrestiamo il
deterioramento ambientale ed evitiamo la grande catastrofe del cambiamento climatico,
integriamoci nel nobile obiettivo di essere tutti più liberi e solidari.

.... Questo pianeta è vissuto migliaia di milioni di anni, e questo pianeta è vissuto per migliaia
di milioni di anni senza di noi, la specie umana: non ha bisogno di noi per esistere. Bene, noi
senza la Terra non viviamo, e stiamo distruggendo il Pachanama*, come dice Evo e come
dicono i nostri fratelli aborigeni del Sudamerica...

Fonte: http://selvasorg.blogspot.com
Testo originale: http://selvasorg.blogspot.com/2009/12/discurso-de-chavez-en-
copenhage.html
16.12.2009

Traduzione per comedonchisciotte.org a cura di MARINA GERENZANI

*Pachanama = Madre Terra


SITOGRAFIA PER APPROFONDIMENTI

il testo del trattato di Copenhagen:


http://en.wikipedia.org/wiki/Copenhagen_Accord
http://unfccc.int/resource/docs/2009/cop15/eng/l07.pdf
documenti ufficiali
http://unfccc.int/essential_background/items/2877.php
http://unfccc.int/ttclear/pdf/TNAHandbook_9-15-2009.pdf (TNAHandbook)
IEA International Energy agency:
http://www.iea.org/stats/index.asp
CDIAC carbon dioxide info analysis center:
http://cdiac.ornl.gov/trends/co2/vostok.html
cop15 blog
http://en.cop15.dk/blogs/climate+thinkers+blog

utili key points dei risultati conseguiti


http://news.bbc.co.uk/1/hi/sci/tech/8422307.stm
http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/8421935.stm
http://en.cop15.dk/

commenti su COP15 in italiano


http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/ambiente/conferenza-copenaghen-2/cina-
nessun-accordo/cina-nessun-accordo.html
http://temi.repubblica.it/limes/il-clima-del-g2/8822

documento al Senato USA, 700 scienziati dissenzienti sul Global Warming


link: http://epw.senate.gov/public/index.cfm?FuseAction=Files.View&FileStore_id=83947f5d-
d84a-4a84-ad5d-6e2d71db52d9

previsioni che contrastano il rapporto Stern:


http://www.climatemonitor.it/?p=5746

CLIMATE-GATE
- le mail rubate dal CRU: http://www.examiner.com/x-25061-Climate-Change-
Examiner~y2009m11d20-ClimateGate-Climate-centers-server-hacked-revealing-documents-and-
emails
- primi commenti a caldo (IT): http://svolte-epocali.blogspot.com/2009/11/climategate.html
- sito sul ClimateGate (ENG): http://www.climategate.com/
- videoclip "hide the decline" http://www.youtube.com/watch?v=nEiLgbBGKVk
- intervista con Singer (divisa in tre parti) http://www.examiner.com/x-33398-LA-Public-Policy-
Examiner~y2009m12d29-Climate-Change-101-Is-the-globe-warming
- polemiche pubbliche @ BBC http://www.climatedepot.com/a/4292/Climategate-Professor-to-
Skeptic-on-Live-BBC-TV-What-an-Asshle
- ClimateGate and the “Green Dragon”
http://www.aim.org/aim-report/climategate-and-the-green-dragon/

per ulteriori link si può consultare:


http://www.iisd.ca/process/weblinks.htm
http://www.iisd.ca/publications_resources/climate_atm.htm
RITAGLI SPARSI, FRAMMENTI IN DISORDINE, SPUNTI DI RIFLESSIONE

Contributi per complicare la scena


La già complicata e compromessa situazione è stata inoltre complicata e turbata
da interferenze ed iniziative collaterali, che hanno minato ancor più il già fragile
processo cooperativo.

- l'appello di Copenhagen
il 24 e 26 maggio, nel World Business Summit, il governo danese convoca il
mondo del business e della finanza, e più di mille persone si sono riunite e hanno
approvato il documento: “The Copenhagen Call”, l’appello di Copenhagen. In
pratica, il mondo degli affari avanza le proprie richieste ai politici e ai futuri
negoziatori del trattato di Copenhagen: la prima è che occorre puntare
sull’innovazione tecnologica; la seconda è che i poteri pubblici devono rendere
"economicamente razionali" le innovazioni, istituendo fondi di incentivamento e di
facilitazione fiscale dell’iniziativa privata.
In realtà l'appello ha buone probabilità di riuscire, avendo molti Stati il problema
di risolvere l’uscita dalla crisi economico /finanziaria attuale, e vedendo
nell’economia verde e delle energie uno sbocco economico e occupazionale per
rimettere in moto l'economia.
Se l'accordo è già difficile politicamente, si può facilmente immaginare quanta
"distrazione" e conflitti possano sovrapporre la pressione delle lobby e gli aspetti
economico / finanziari! Basta pensare ai ghiotti ed ingenti capitali che, di fronte
ad una emergenza su scala globale, si possono mobilitare per il sostegno alle
tecnologie per produrre energia con minor consumo di CO2 e alle tecnologie per
la mobilità automobilistica oppure aerea accompagnate da minori emissioni.

- le opportunità del riscaldamento


Mosca e Copenhagen, insieme a Stati Uniti, Canada e Norvegia, se con una
mano cercano di scongiurare che i ghiacci artici si fondano irrimediabilmente,
con l'altra sono pronti, anzi si stanno attrezzando, a recuperare la gran massa
dei tesori che giacciono sotto quei fondali. Parliamo principalmente di idrocarburi,
gas e petrolio, stimati in circa un terzo delle riserve mondiali.

......
RITAGLI

- i leader

Il presidente americano ha snobbato l'Unione Europea e ha provato a metter d'accordo il


club dei nuovi potenti, il presidente sudafricano Zuma, il premier indiano Singh, il premier cinese
Wen Jiabao e il presidente brasiliano Lula. Non ce l'ha fatta.

Obama è comunque stato chiaro in merito alla reale portata dell'accordo raggiunto: «Non è
sufficiente per combattere il cambiamento climatico, ma si tratta di un importante inizio. Nessuna
nazione è completamente soddisfatta, ma l'intesa in questione costituisce un significativo e
storico primo passo nonché una base sulla quale costruire ulteriori progressi».

Il presidente venezuelano Hugo Chavez, dopo aver affermato che il capitalismo è la causa
dell'inquinamento, ha definito «ridicoli» i 100 miliardi di dollari che verranno destinati dai paesi
ricchi a quelli poveri per aiutarli a far fronte ai cambiamenti climatici, ricordando come – per
aiutare le banche – in poco tempo siano stati spesi ben 700 miliardi di dollari. Egli ha poi definito
«antidemocratica» la genesi dell'accordo.

Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha spiegato che l'accordo non è stato trovato, e che
l'opposizione della Cina a un monitoraggio delle emissioni è stato uno dei problemi principali. «La
mancanza di numeri sui gas serra è un fallimento. Questo vertice ha dimostrato il limiti del
sistema Onu, pari a quelli di una bolla di sapone»

Secondo il ministro svizzero dell'ambiente Moritz Leuenberger, il risultato del vertice


danese costituisce nel medesimo tempo un successo e un fallimento. Infatti, ha affermato sabato
nel quadro di una conferenza stampa, sebbene non sia stato adottato un accordo vincolante gli
impegni presi costituiscono un «progresso dal profilo della politica climatica» e una «speranza
nella lotta contro i cambiamenti climatici». Leuenberger ha evidenziato che buona parte dei paesi
emergenti e in via di sviluppo si sono impegnati a ridurre le loro emissioni: a suo dire, un simile
risultato non avrebbe potuto essere ottenuto due anni or sono.
Gli aspetti problematici della riunione sono la mancanza dell'obbligo per tutti gli Stati di ridurre le
emissioni così come l'assenza di un meccanismo di controllo. Leuenberger si è inoltre espresso
in modo critico in merito alla gestione dei dibattiti e al programma troppo ambizioso: «L'ONU
vorrebbe risolvere tutti i problemi in questa sede, dalla povertà nel mondo alle guerre». Infine «è
forse il momento di abbandonare il sogno del consenso su questi temi: ci saranno sempre delle
opinioni diverse. Si potrebbe seguire l'esempio della Svizzera, la quale riesce a coinvolgere le
minoranze nel processo decisionale evitando di ricorrere a imposizioni».

- bozze

Prima dell'incontro decisivo, l'ultima bozza diffusa prevedeva le seguenti quote di riduzione:
mondo intero -50% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990; paesi industrializzati:
-80%; paesi in via di sviluppo: 15-30% in meno. L'aumento della temperatura globale del pianeta
dovrà essere contenuto entro i 2 gradi centigradi sui livelli preindustriali.

- giudizi

Secondo Greeenpeace, si tratta di «un fiasco totale».


Anche il Brasile è scontento: «Sono sconcertato», ha dichiarato l'ambasciatore Sergio Serra: «Ci
siamo messi d'accordo solo sul fatto di riunirci ancora».
La Cina ha espresso soddisfazione in merito a un risultato ritenuto positivo
Il rappresentante sudanese ha paragonato l'accordo all'Olocausto, affermando che esso
condanna il popolo africano all'incenerimento.
- Shock doctrine

Ogni volta che m’imbatto in queste tematiche ambientalistiche-economiche mi ritorna in


mente l’ultimo libro di Naomi Klein. S’intitola “The shock doctrine”. Quello che stiamo vivendo, sia
dal punto di vista delle tematiche ambientali che da quello dei temi economici, è la fine del
capitalismo. 1989: fine del comunismo. 2009: fine del capitalismo. O meglio. Fine di un certo
modo d’intendere il capitalismo. Fine dell’applicazione cocciuta e ideologica del neoliberismo .

- tassa mondiale

[…] solo una bufala, un mito creato ad arte finalizzato a bloccare lo sviluppo del terzo
mondo e la salvaguardia delle risorse residue (quelle sì, in esaurimento), nonchè un pretesto per
l’inizio dell’introduzione di un sistema di tassazione globale e transnazionale (a partire dalla
cosiddetta “carbon tax”), prodromo dell’avvento di un governo mondiale?

- codice velenoso

Il frammento che segue è un commento scritto lasciato all'interno del programma per il
calcolo delle statistiche che, per via dell'ambiguità contestuale dei termini “avoid” e “decline”, è
stato un po' la pietra dello scandalo del Climategate

;
; Specify period over which to compute the regressions (stop in
1940 to avoid
; the decline
;

- utopie e proposte

Proposta per un Patto mondiale del vivere insieme (una specie di Carta Costituzionale
dell'umanità e del pianeta) centrata sull'idea «salviamo la vita e il pianeta».

A tal fine, l'Assemblea costituente mondiale dovrebbe:


a) affermare il carattere di beni comuni pubblici, patrimonio dell'umanità e della madre-terra
di cinque beni essenziali e insostituibili alla vita e al vivere insieme: l'acqua, l'aria, il sole, la terra,
la conoscenza. L'Assemblea dovrebbe solennemente riconoscere la loro indisponibilità al
mercato, la loro destinazione universale, il loro legame con la sacralità della vita e il diritto alla
vita per tutti;
b) elaborare delle soluzioni alternative di economia pubblica e cooperativa per la
promozione di un'economia di giustizia ambientale e di condivisione sociale. Le soluzioni
esistono. Non v'è bisogno di far ricorso al mercato delle emissioni o al prezzo mondiale della
tonnellata di CO² per impedire che l'atmosfera si riscaldi più di 1,5 gradi centigradi da qui al
2.100;
c) a partire da quanto sopra, riconcettualizzare i principi di sovranità e di sicurezza per
arricchirli sul piano dei contenuti e delle istituzioni in funzione della co-responsabilità, della
condivisione, della mutualità e della comunanza mondiale e planetaria.
proposta di lettura
dal blog “svolte epocali”, propongo la lettura
dell'articolo di Francisco Capella per mises.org
“l'etica della libertà e il cambiamento climatico”

http://svolte-epocali.blogspot.com/2009/11/letica-della-liberta-e-il-cambiamento.html

27 novembre 2009

L'etica della libertà e il cambiamento climatico


Nonostante le recenti brutte storie di dati
manipolati, propaganda venduta per verità
scientifica e tentativi di censura dei non
allineati, pare che i governi non siano
minimamente intenzionati a fare marcia
indietro nella lotta al global warming, ma
anzi stanno scendendo in campo i più
importanti leaders mondiali [*1 - *2] per
delineare una strategia d'azione che ha
come scopo ultimo quello di toglierci anche
l'ultima libertà che ci è rimasta: quella di
respirare. Nonostante la scienza sia meno
solida e i fautori della certezza siano stati smascherati, la politica ormai forte
delle continue richieste di un popolo indottrinato, non fa un passo indietro. Qui di
seguito un articolo di Francisco Capella per mises.org, che partendo da un bel
parallelo con il saggio filosofico e economico di Murray Rothbard, l'Etica della
Libertà, mette in discussione l'azione di contrasto globale nei confronti del
cambiamento climatico. Buona lettura.

La libertà di un individuo di comportarsi secondo la propria volontà implica


parallelamente che le aggressioni contro gli altri siano eticamente inaccettabili.
Un'aggressione illegittima consiste anche in qualsiasi interferenza fisica causata
da una persona sulla proprietà di un altro. Un possibile e problematico caso può
essere l'alterazione delle condizioni ambientali in un ipotetico contesto di
cambiamento climatico, che potrebbe avere effetti positivi o negativi in funzione
delle valutazioni soggettive e delle particolari circostanze per gli esseri viventi. Se
il cambiamento climatico è considerato un problema, non significa
automaticamente che debba essere fermato o contrastato a qualsiasi costo: gli
umani sono particolarmente bravi ad adattarsi e le azioni dei governi solitamente
portano più danni che benefici.
• Libertà, proprietà e aggressione
Un'etica normativa con regole universali e simmetriche è basata sul principio
fondamentale del diritto alla proprietà. L'etica della libertà e dei diritti di
proprietà costituiscono la legge naturale, il sistema di norme adeguate alla
natura umana che permettono la coesistenza sociale armoniosa e pacifica e lo
sviluppo, evitando, minimizzando o risolvendo conflitti per quanto sia
umanamente possibile. La proprietà è la sfera delle legittime decisioni del
proprietario, lo spazio in cui ogni persona è libera di agire secondo la propria
volontà senza interferenze violente da parte degli altri, le cui valutazioni etiche a
riguardo risultano del tutto irrilevanti. Tutte le azioni pacifiche da parte del
proprietario nel proprio territorio sono permesse e nessuna azione è
obbligatoria (non ci sono doveri positivi naturali). Il diritto di proprietà è un
diritto negativo di non interferenza. Gli individui non hanno diritti positivi naturali
che implicano che altri debbano fare qualcosa per loro e non ci sono doveri
naturali nei confronti degli altri (presenti o futuri). I diritti e i doveri positivi
nascono solo attraverso un contratto.

Libertà non significa assoluta mancanza di restrizioni: la mia libertà finisce dove
inizia quella di un altro; la mia proprietà è finita ed è limitata alla proprietà degli
altri. I diritti di libertà e proprietà sono equivalenti all'assioma di non aggressione:
l'utilizzo della forza non è legittimo, la forza può essere usata solo per difesa e
per giustizia. L'aggressione, l'invasione della proprietà altrui senza il consenso, è
vietata. L'aggressore deve riparare i danni fatti e risarcire la vittima.
Un'aggressione non è solamente intesa nel senso stretto di violenza di una
persona contro un'altra e contro la sua proprietà (omicidio, furto, rapimento,...).
L'aggressione in senso astratto comprende qualsiasi cosa sia
sufficientemente intensa e nociva, causata da una persona o dai suoi
possedimenti sulla proprietà altrui. Essere il padrone di qualcosa non è
sempre un bene; esiste infatti anche un lato negativo. Il proprietario è
responsabile anche dei danni che le sue proprietà possono causare ad altri
(volontari o involontari, noti o ignoti, previsti o imprevisti). Tutte le azioni
implicano la produzione di residui indesiderati o scarti di cui si deve prendere
cura il proprietario affinchè non danneggino gli altri. Tutte le cose che
appartengono alla realtà sono interconnesse dalle forze fondamentali, così che
un cambiamento può causare effetti grandi o piccoli, Le regole etiche si
riferiscono però solo ai cambiamenti e agli effetti causati dall'uomo e che
possono danneggiare gli altri o creare conflitti. Queste interazioni possono
coinvolgere la materia (solido, liquido, gas; macroscopiche o microscopiche
particelle), l'energia (calore, onde elettromagnetiche, onde di pressione) o
alterazione delle condizioni dell'ambiente naturale (luminosità, pressione,
temperatura, vento, umidità). Gli effetti possono essere forti o deboli, concentrati
o diffusi, diretti o indiretti, locali o globali, frequenti o sporadici, cumulativi o non
cumulativi, istantanei o ritardati, temporanei o permanenti.

Per via delle limitazioni della mente umana, la realtà è spesso studiata in un
modo semplificato, come se fosse lineare e semplice; ma la realtà è una rete
complessa di entità e relazioni. Una causa può avere diversi effetti su individui
diversi, talvolta positivi o talvolta negativi. Un effetto può avere cause molteplici,
naturali o artificiali, da una persona a molte che fanno la stessa cosa (come
respirare) o aspetti complementari (come la produzione e l'utilizzo delle
automobili o la produzione e il consumo di energia). In sistemi caotici e non
lineari, piccole cause possono avere effetti giganteschi e viceversa. Per poter
essere qualificati come aggressioni, gli eventi reali devono essere
fisicamente riconoscibili, pricologicamente percettibili e pertinenti per le
preferenze dell'individuo. Sono le valutazioni umane che percepiscono le
situazioni come opportunità o minacce, benefici o danni. Ed è la possibile
incompatibilità tra le preferenze individuali soggettive che origina conflitti: ciò che
a qualcuno piace, a qualcun altro potrebbe non piacere. Il contenuto specifico
della nozione di aggressione è aperto e discutibile, non è un concetto facilmente
circoscrivibile, ma arbitrario. Non può essere determinato usando
esclusivamente la ragione pura, dipende dalle abitudini, dalle tradizioni, dalle
consuetudini. Criteri oggettivi possono essere utilizzati per determinare se
un'azione può essere considerata un'aggressione o no: intensità, immediatezza,
estensione, durata.

Un'etica della libertà funzionale necessita l'inclusione di pricipi di responsabilità e


regole per la legittima difesa. I tradizionali principi di giustizia mettono l'onere
della prova dell'aggressione sull'accusatore, che devono provare
ragionevolmente la colpevolezza dell'accusato. Non è l'accusato che deve
provare la propria innocenza (se fosse così ogni persona dovrebbe dare prova di
innocenza per ogni singola azione della propria vita, perchè potrebbe essere
accusato in ogni momento). La legittima difesa può essere invocata dal
destinatario degli effetti di un'azione se c'è un chiaro, repentino e manifestato
pericolo,e non solo se qualcuno non può dare prova assoluta che non ci sia. La
difesa diventa illegittima (ovvero si trasforma in un'aggressione) se non può
essere provato che ci sia un danno tangibile.

Il principio di precauzione proposto da molti ambientalisti richiede che chi


intraprende un'attività provi che sia del tutto inoffensiva e che il governo non ha
bisogno di dimostrare che arrechi alcun danno per poterla fermare. Provare che
qualcosa sia assolutamente innocuo è impossibile, poichè l'apprendimento è
caratterizzato anche da esperimenti e errori. Un principio del genere
paralizzerebbe l'innovazione. L'acquisizione di conoscenze è dispendiosa. La
nozione di aggressione si basa sulle conseguenze o i risultati di un'azione (i reali
effetti) e non sulle intenzioni o la conoscenza di chi agisce. Moralmente si tende
a giustificare o sminuire le responsabilità se non c'è intenzionalità o se i danni
sono imprevisti o effetti secondari: questo perchè le opinioni morali si sono
evolute come istinti genetici nel passato, quando i nostri antenati avevano meno
consapevolezza delle proprie azioni. Ma con il progresso tecnologico è
fondamentale pretendere un uso consapevole dei propri mezzi, avvertendo le
persone che la loro ignoranza o la loro mancanza di lungimiranza non sarà un
alibi per i danni che causeranno. Questo tipo di regola incentiva coloro che
considerano tutte le possibili conseguenze delle loro azioni, e non si limitano a
valutare il raggiungimento degli obiettivi prefissi, poichè verranno giudicati in
funzione dei reali effetti delle loro azioni.
I diritti di proprietà funzionano molto bene quando la realtà è facilmente
analizzabile e gli effetti delle azioni sono diretti, locali, concentrati e agiscono
principalmente sul proprietario e sualtri vicini facilmente identificabili. Ma gli
elementi della realtà sono spesso interconnessi in modi difficili da riconoscere.
Oggetti solidi e macroscopici tendono a stare fermi nella loro posizione, ma i
fluidi (i liquidi e specialmente i gas) tendono a muoversi; i fotoni e l'energia
termica tendono a fluire. Questi fattori si spargono e attraversano i confini legati
finchè non vengono fermati da una barriera fisica.

Le esternalità sono effetti di un azione di un attore sulla proprietà altrui. Possono


essere positive (come i regali, non vietati e nemmeno obbligatori) o negative.
Un'aggressione è un'esternalità negativa. Esternalità diffuse e negative sono
problematiche e difficili da regolare. Molte vittime potrebbero soffrire un piccolo
fastidio o smarrimento da certe azioni: può sembrare ridicolo considerare
illegittime delle azioni che producono effetti così trascurabili e sarebbe davvero
dispendioso se ogni vittima chiedesse di fermare o compensare questo genere di
azioni. Le esternalità possono diventare rilevanti per via degli effetti cumulativi e
persistenti di piccole azioni compiute da molti agenti. In un'aggressione chiara è
possibile e relativamente semplice determinare chi sia il colpevole e quindi chi
debba risarcire la vittima. Nel caso delle esternalità diffuse può essere
davvero complicato riconoscere e collegare i colpevoli, le azioni, gli effetti
e chi ne fa le spese.

Poichè un'aggressione implica un danno, si può ingenuamente ritenere che si


debba dare una definizione piuttosto allargata della nozione, in modo tale che
molti danni siano evitati. Ma accettando che un'azione sia un'aggressione e
proibendola si potrebbero avere conseguenze più dannose che tollerandola. Più
aumenta il numero di azioni che sono considerate aggressioni illegittime, più
spesso l'uso della forza è tollerato. Il costo del sistema necessario a riconoscere
e punire gli aggressori e risarcire le vittime potrebbe superare i benefici che
porta. Potrebbe essere più conveniente imparare a convivere con una realtà in
continuo cambiamento, adattandosi, che cercare di arrestare queste
modificazioni. Specialmente perchè gli umani sono propensi all'adattamento, per
mezzo di cui hanno colonizzato gran parte del pianeta, in condizioni climatiche
molto diverse tra loro. Automaticamente lasciare allo Stato la responsabilità di
trattare diverse esternalità negative può essere un grande errore. Lo Stato è il
monopolio dell'autorità e della violenza ed è spesso illegittimo (dittatori o
anche leader democratici), molto inefficiente e spesso corrotto (mancanza
di motivazioni o incentivi). Quello che spesso è chiamato fallimento del
mercato è spesso solo il risultato di un'inadeguata determinazione del concetto di
diritto di proprietà. Il mecato non è mai perfetto perchè gli esseri umani sono
limitati nelle loro abilità e capacità; proporre che lo Stato risolva problemi che
gli individui non sanno risolvere liberamente significa dimenticare che lo Stato
stesso è composto da individui, e forse non i migliori su piazza (i burocrati non
sono angeli disinteressati e i peggiori potrebbero raggiugnere le leve del
comando).
• Cambiamento climatico
L'etica riguarda solo gli esseri umani: non c'è nessun dovere naturale di
conservare l'ambiente, che non ha alcun valore intrinseco poichèl e valutazioni
sono prodotti dell'attività mentale. La contaminazione al di sopra di certi livelli
è considerata un'aggressione poichè gli inquinanti danneggiano
direttamente gli esseri viventi e non hanno effetti benefici. Il cambiamento
climatico è collegato all'ambiente ma è radicalmente diverso dalla
contaminazione. Il cambiamento climatico antropogenico può verificarsi in
seguito a dei nuovi utilizzi delle terre e alle emissioni di gas serra. Dei
cambiamenti nell'impiego delle terre possono alterare la riflettanza o l'albedo
della superficie del pianeta e sembra difficile poterli considerare azioni illegittime.

L'anidride carbonica è un gas serra risultato della respirazione e della


combustione di fonti energetiche fossili. Etichettarlo come un
contaminante è un abuso del linguaggio, dato che è necessario alla
fotosintesi e non è certo tossico. Alcune attività umane, come la coltura degli
alberi, tolgono anidride carbonica dall'atmosfera. É estremamente difficile
dimostrare la connessione specifica tra le emissioni umane di anidride carbonica,
i cambiamenti climatici locali e i loro effetti particolari. Il cambiamento climatico,
che si tratti di riscaldamento o raffreddamento globale, ha molte cause ed effetti
possibili, e le valutazioni degli effetti possono essere differenti a seconda delle
zone del pianeta. Le regioni fredde possono benedire un riscaldamento e
biasimare un raffreddamento e viceversa per le zone a temperatura più
elevata. Gli allarmisti del cambiamento climatico sembrano tanti reazionari del
clima che non accettano alcun cambiamento.

Non esiste un clima ottimo, e in conflitti per la determinazione del clima possono
crescere in maniera direttamente proporzionale al controllo che si raggiunge
dello stesso. Anche se gli uomini si sono adattati a questo clima non significa che
non possano fare altrettanto con climi diversi, se le differenze non sono
eccessive. Il cambiamento climatico può sembrare repentino se rapportato ad
una scala dei tempi geologici, ma è lento rispetto all'uomo, tanto da permettere
un adattamento e una pianificazione per il futuro. Le politiche di mitigazione del
cambiamento climatico hanno certamente altissimi costi nel presente [*3] e
garantiscono benefici impercettibili per il futuro. I poveri di oggi si stanno
sacrificando per aiutare i ricchi di domani.

La temperatura non è l'unico fenomeno associato al cambiamento climatico ed è


possibile che non sia il più rilevante per il benessere degli umani, poichè gli
essere umani vivono in un ampio range di temperature. Il livello del mare, le
precipitazioni e le calamità atmosferiche sono più importanti. Il livello del
mare può crescere lentamente per via del riscaldamento globale, ma il processo
è davvero lento, tanto che potrebbero essere preparate delle protezioni e
ammortizzate economicamente se necessario; la libertà di movimento può
consentire alle persone di trasferirsi in terre più ospitali. Le precipitazioni
dovrebbero aumentare con il riscaldamento globale, sebbene la loro
distribuzione potrebbe cambiare. La dipendenza di calamità atmosferiche dal
riscaldamento globale è complessa e poco conosciuta. Per quasi tutti i problemi
connessi al riscaldamento globale, l'influenza del clima sull'uomo è poco
rilevante rispetto a tutti gli altri fattori che possono essere facilmente ed
efficientemente affrontati. Gli allarmisti sembrano ignorare soluzioni semplici per i
problemi che sollevano.

Gli uomini sono proattivi (ovvero in grado di reagire agli eventi in modo
consapevole e responsabile non lasciandosi condizionare dalle proprie impulsive
remore psicologiche e dalle circostanze ambientali esterne, ndt) non si
sottomettono passivamente all'influenza della natura e contrastare il
cambiamento climatico non è quindi l'opzione migliore. L'acqua corrente è un
problema dove non ci sono diritti di proprietà, un mercato e dei prezzi. Le
malattie tropicali dipendono dalle condizioni socioeconomiche. Le nazioni
sottosviluppate sono povere soprattutto per via dell'inadeguatezza delle loro
istituzioni sociali, non per il cambiamento climatico. Le ondate di caldo
possono essere affrontante con l'utilizzo dell'aria condizionata (e il riscaldamento
globale ridurrebbe le morti associate al freddo). L'estinzione degli esseri viventi è
dovuta alla distruzione degli habitat o alle invasioni dell'uomo (o alla loro
uccisione diretta nella caccia e nella pesca). I catastrofisti del cambiamento
climatico sembra che si dimentichino altre più importanti e urgenti questioni che
riguardano l'allocazione di risorse scarse richieste per mitigare il cambiamento
climatico. É assurdo ritenere il riscaldamento globale il problema primario
da affrontare per l'umanità quando c'è guerra, fame, malattia e povertà in
buona parte del globo.

Per molti politici e per gli ambientalisti radicali il cambiamento climatico è il


problema principale per la civiltà umana e pretendono di parlare in nome di tutta
l'umanità. Ma tutti i problemi sembrano estremi per loro, poichè non hanno
alcuna nozione dei costi opportunità. Il loro linguaggio morale impone doveri ai
cittadini che sembrano ricevere ordini su quello che devono fare e quello che
devono evitare senza alcuna spiegazione. I Governi sono ritenuti necessari
affinchè proteggano i loro cittadini dalle aggressioni, ma loro sono degli
incompetenti nello svolgere questo compito, poichè spesso compiono
aggressioni istituzionali proibendo azioni completamente pacifiche e volontarie; e
ora con il cambiamento climatico ritengono che il riscaldamento globale
antropogenico sia un'azione illegittima.

Alcuni sostenitori radicali dell'AGW provano persino a censurare e criminalizzare


il dissenso degli scettici, dei "negazionisti" o di coloro che minimizzano [*4]. Ma il
pensiero e la parola, anche se sbagliati o falsi, non costituiscono mai un crimine
reale. Ci possono essere anche gruppi di pressione che da ambo le parti
sostengono le scelte governative a loro più congeniali: non solo le compagnie
petrolifere o nucleari, ma anche le aziende che si occupano di rinnovabili [*5].
Mentre la corrente principale riguardante il cambiamento climatico potrebbe
anche avere ragione, la loro ignoranza riguardante l'economia, la politica e
la legge è gigantesca. La cosa più importante per un essere umano sono i
suoi stessi simili e non l'ambiente. Gli uomini possono essere estremamente
dannosi quando sono politicamente organizzati e ispirati dal collettivismo.

I possibili danni del cambiamento climatico devono essere rapportati ai possibili


danni dell'intervento della burocrazia governativa e dell'oppressione politica.
Forse l'intero allarmismo per il riscaldamento globale è solo una scusa per
estendere il potere statale e per distrarre da altri problemi. Le istituzioni
sociali sono la cosa più importante e ad oggi stanno seguendo la strada
sbagliata: un grande miglioramento è possibile e la libertà è la risposta.

Francisco Capella si è laureato in Fisica e ha seguito studi post-laurea in


astrofisica, intelligenza artificiale e ingegneria della conoscenza. Ha una laurea
magistrale in economia austriaca presso l'Università Rey Juan Carlos di Madrid.
É un menbro fondatore dell'Istituto Juan de Mariana e dirige il dipartimento di
scienze ed etica. Segui il suo blog e contattalo via mail. Oppure leggi i suoi
articoli nell'archivio di mises.org.
proposta di lettura
articolo dal “Corriere della Sera”
sezione Scienze, di Paolo Virtuani

fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_gennaio_20/clima-himalaya-ghiacci_0749a970-
05c8-11df-a1d7-00144f02aabe.shtml

Riscaldamento minore di quanto previsto dai modelli teorici

L'ONU costretta dall'India ad ammette l'errore.


Himalaya: «i ghiacci non si scioglieranno nel 2035»

MILANO - Scusate, ci siamo sbagliati: faremo meglio i conti. L'Ipcc (Gruppo intergovernativo
dell'Onu sul cambiamento climatico), premio Nobel per la pace nel 2007, ha presentato le proprie
scuse all'India, il cui governo aveva vivamente protestato per una previsione catastrofica. Nel
2007 l'Ipcc aveva infatti previsto che, se la tendenza al riscaldamento climatico resta quella
attuale, i ghiacciai dell'Himalaya si scioglieranno entro il 2035, e forse anche prima.
Sconvolgendo le vite di circa 2 miliardi di persone che vivono con l'acqua che scende dalla
catena montuosa più alta del mondo.

GHIACCI - Jairam Ramesh, ministro indiano dell'Ambiente, aveva detto al quotidiano The Times
of India che lo studio dell'Ipcc «mancava di dati scientifici» e ora lo ammette lo stesso organismo
delle Nazioni Unite. Chris Field, direttore del gruppo di studio responsabile del rapporto criticato,
ha riconosciuto l'errore e ha detto che a breve l'Ipcc renderà pubblico un nuovo studio con date
diverse. Che i ghiacciai himalayani stiano perdendo massa - come quelli di quasi tutto il mondo -
è un dato di fatto ma, dato il loro spessore, è impossibile che alle temperature attuali possano
sciogliersi del tutto entro il 2035. Yao Tandong, un glaciologo specializzato nell'altopiano del
Tibet, in una recente conferenza internazionale ha indicato che al passo attuale i ghiacciai
himalayani si scioglieranno per il 30% entro il 2030, per il 40% entro il 2050 e per il 70% entro la
fine del secolo. Questo è il secondo controverso episodio che vede coinvolto l'Ipcc negli ultimi
mesi dopo la diffusione di email, forse per l'intrusione di hacker russi, di ricercatori dell'università
inglese di East Anglia in cui si ammetteva che alcuni dati erano stati «potenziati» per evidenziare
meglio il riscaldamento globale.

MENO CALDO DEL PREVISTO - Ma non è l'unico dubbio sulle stime e sull'andamento futuro del
riscaldamento globale - che nessun scienziato autorevole in materia mette più in discussione. In
uno studio che sarà prossimamente pubblicato dal Journal of Climate, rivista dell'American
Meteorological Society, si evidenzia che, in base ai modelli attuali, dall'inizio dell'era industriale a
oggi l'immissione nell'atmosfera di anidride carbonica avrebbe dovuto provocare un aumento
della temperatura ben più alto di quello effettivamente registrato. Rispetto alla quantità di CO2
emessa, la temperatura sarebbe dovuta aumentare di 3,8 gradi Fahrenheit (2,11 gradi Celsius),
invece è aumentata di 1,4 gradi Fahrenheit (0,78 °C). Secondo gli autori dello studio, guidati da
Stephen Schwartz del Brookhaven National Laboratory, ciò è dipeso dall'interazione di due
fattori:
1 - la Terra è meno sensibile all'aumento dei gas serra di quanto ipotizzato
2 - la riflessione dei raggi solari dovuta al pulviscolo atmosferico sta facendo diminuire il
riscaldamento.
Una terza possibilità è l'inerzia maggiore del previsto del riscaldamento dovuto ai gas serra,
anche se gli ultimi studi hanno fatto calare il ruolo di questo ultimo fattore.

La domanda che emerge da questo studio è la seguente: quanta anidride carbonica e altri gas
serra possono essere ancora immessi nell'atmosfera prima che gli effetti diventino catastrofici?
Se la stima del fattore 1 si trova al punto più basso delle previsioni dell'Ipcc, per non superare i 2
gradi centigradi considerati come limite massimo accettabile del riscaldamento planetario restano
altri 35 anni di emissioni attuali di combustibili fossili nell'atmosfera. Ma se il fattore 1 si trova al
punto massimo della curva, la concentrazione attuale di gas serra è GIÀ a livelli tali che si
supereranno i 2 gradi di riscaldamento. Gli autori indicano che l'influenza del fattore 2 oggi è
molto difficile da stimare con buona attendibilità. Schawartz ammette che formulare politiche
energetico-ambientali con il livello attuale (incerto) di conoscenze è come navigare in acque
pericolose senza bussola. «Sappiamo che dobbiamo cambiare rotta alla nave e sappiamo dove
andare, ma non sappiamo di quanti gradi dev'essere la virata e soprattutto quando dobbiamo
girare il timone».

Paolo Virtuani
20 gennaio 2010(ultima modifica: 21 gennaio 2010)
What is the greenhouse effect and global warming?

The most recent assessment report from the Intergovermental Panel on Climate Change
(IPCC) says that the earth’s average temperature has risen by 0.74 degrees in the
period from 1906 to 2005, and that the average temperature will continue to rise.
Ministry of Climate and Energy of Denmark

The greenhouse effect is a natural mechanism that retains the heat emitted from the
earth’s surface. The earth’s average temperature is at the moment around 14 degrees
celsius (57 degrees fahrenheit). If the natural greenhouse effect did not exist, the
average temperature would be around minus 19 degrees celsius (minus 2 degrees
fahrenheit).

The greenhouse effect is caused by a range of different gases in the earth’s


atmosphere. Water vapour makes the most significant contribution to the greenhouse
effect, followed by CO2. The atmospheric content of greenhouse gases – in particular
CO2 – and the consequences for the climate are being discussed because the content
of these gases in the atmosphere has risen precipitously in a period covering
approximately the latest 250 years, and especially the last 50.

At present the concentration of CO2 in the atmosphere is about 385 ppm (parts per
million). Before industrialization it was about 280 ppm. Analyses of air contained in ice
from the Antarctic ice cap show that there is far more CO2 in the air today than at any
time in the last 650,000 years.

The consequence is that the greenhouse effect is becoming stronger, and therefore the
earth is becoming warmer. How much warmer has, however, been a matter of dispute.
The most recent assessment report from the IPCC is from 2007. It concludes that the
earth’s average temperature has risen by 0.74 degrees in the period from 1906 to 2005.
The warming is stronger over land areas than over the sea, and accordingly it is
strongest in the northern hemisphere. At the same time occurrences of heat waves and
violent downpours have also increased, the oceans have risen, and the ice at the world’s
poles and on its mountains has begun to melt. All of these effects are predictable in the
event of global warming.

The IPCC’s most recent assessment report concludes that the average temperature will
continue to rise, but that the extent and the duration of this rise, and the severity of its
consequences, depend on how quickly and how effectively emissions of greenhouse
gases can be restricted and, over time, reduced.