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t• edizione 1977

2' edizione 1980


l' ristampa 1987
2' ristampa 1991
3• ristampa 1993
4• ristampa 1994
5• ristampa 1995
6' ristampa 1996
7• ristampa 2004

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è vietata la riproduzione di questo libro o di parte di esso con qualsiasi mezzo,
eletttonico o meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro.

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

ISBN 88-7784-052-8

© Copyright 2004 by LIBRERIA INTERNAZIONALE CORTINA - Padova

Stampato in Italia - Printed in ltaly


Augusto Ghetti
Professore Ordinario di Idromeccanica applicata
nell'Università di Padova

idraulica
seconda edizione
riveduta e corretta

(9 LIBRERIA
INTERNAZIONALE
CORTINA PADOVA
I

PRESENTAZIONE

TZ contenuto di questo volume rappr esenta un te n tativo di f~


sione tra il contenuto t ra dizionale dei classici testi di IdrauZi
ca italiani e stranieri , e quello (orma i divenuto quasi uniforme)
dei numerosi testi di Meccanica dei fluidi comparsi in questi ul-
timi anni .
Si n dagli eso r di , ormai da be n ventici nqu e an ni , ho cercato
di segu i r e nelle mie lezioni l e linee di quel "Compe ndio di Idl"a!!_
lica" ohe il compia nto mi o maestro E'TTO RE SCIM'E:MI licenziò pe l"
l ' ultima volta n el 19 52 . Si trattava di un ' esposizion e co n vedute
gid allol"a decisamente mode!" ne dei pl"inoipali capitoli dell ' Idl"a!!_
lica, ispi l" ata al concetto di fo l"n i l" e aZZ ' in gegn e r e no n solo Ze
guide teol"iche del calcolo ma anche le indicazioni dil"ette all ' ae
plioazione , con l"icoo apporto di scelti dati sperime ntali . Il m~
dello di Sci memi , peraltl"o , ohe non potè per la prema tul"a Sua mot
te essel"e da Lui completato e pe rfezionato , sa l" ebbe stato t r oppo
ambizioso per ohi , se nz a la Sua pl"eparazione e la Sua se nsibilità ,
avesse v olu to perseguil"lo; basti pensa r e che il t l"attato che più
gli si avvicina nello spi l" ito , cioè Z'" Engi nee!"ing Hy dra u lics 11 e -
dito da H. ROUSf. ne l 1950 , fu opera collegiale di olt l" e una dozzi
na di au to ri . D' altr a pa l"t e , cer ti elementi essen zia li dell a Mec -
canica dei fluidi , di più recent e svi Z.uppo e da non tras curarsi
nell ' Id l"aulica , d ovevano ve nire neoe 1;sariam ente aggiunti od aggiot
nati in un testo ch e , pur 1:nt itolandos1: anc ora " Idraulica" , no>1
può ormai prescindere dai più significa t ivi apporti de lla più ge -
nel"ale disciplina . Cos1: , il mio modest o lavol"o è stato in certo m~
do di compr omesso tra l ' indirizzo id r aulico dello Scimemi e quel-
l o cihe un a lt r o au to re, a l ui contemporaneo , e cioè iZ Rou se yi à
nomi nat o , seppe o ffrire come dif fi ci lm ente -a l t ri lo poteva neZ suo
a n t i ci pato r e t ratta to del 1938 , rinnovando i t vecchio tessuto del
Z ' idraulica con in te rpr eta:n'. o ni'. t r atte sia dall ' i-drodinami'.c a t:eo -
r ica sia d ai moderni svi luppi delZa meccani ca dei fl uidi rea li .
Mi auguro che, almeno net le inten z io n 1:, qu esta fucione de i du e
i ndi rizzi si a riusci ta . Ma devo su bi t o aggiungere che , nonostan t e
II

questo pPoposito. il libro apparirà eerto manchevol~ e disconti -


nuo anche nella scelta fatta degli argomenti, che 0Pa cerco bre-
vemente di delineare.
Dopo un richiamo (Cap. 1) alle proprietà fisiche dei fluid1'.,
viene esposta (Cap. 2) la statica; quindi nel Cap. J la cinemati
ca dei campi fluidi, e nel Cap. 4 la dinamica del fluido perfet-
to. Il Cap. 5 tratta con una certa ampiezza dei moti a potenzia-
le delle velocità, da cui tante moderne applicazioni discendono;
il Cap. 6 esamina l'efflusso liber o dalle luci, la vecchia foro-
nomia. Ho preferito trattare a sè, nel Cap. ?, insieme le leggi
di conservazione dell'energia e della quantità di moto applicate
ai fluidi; di quest 'ultime l'applicazione alla determinazione de]:_
le spinte dinamiche è oggetto del Cap. 8. I l Cap. 9 esamina il mo
to dei fluidi viscosi non turbolento, il Cap. 10 è dedicato ai
problemi dello strato limite e della separazione di corrente. Il
moto turbolento è introdotto nel Cap. 11, con riguardo alla tur-
bolenza di parete ed alla turbolenza libera; le applicazioni al
moto uniforme nei condotti (tubi e canali) stanno nel Cap. 12,me~
tra net Cap. 13 vengono trattate le singolarità di questi ultimi.
Il Cap. 14 considera i problemi delle condotte a pressione, il
Cap. 15 tratta i problemi d el moto a superficie libera nei cana-
li. Il Cap. 16 infine, tratta dei problemi di filtrazione. Al m~
to dei fluidi comprimibili è d edicato il Cap. 17, mentre il Cap.
18 espone le resistenze al mo to dei corpi s olidi in un fluido.
Gli ultimi due Capit o li, 19 e 20, trattano i fenomeni di moto va
rio nelle condotte a pressione (n e lle i potesi anelastica ed ela-
stica) e nei canali.
Gli argomenti posso no apparire a bbastanza equilibra ti per la
preparaz i one di base degZi ingegneri c ivili e meccanici, ai qua-
li 1:l polume può essere destinat o : ove lo si sfrondi,peraltro,di
qualche parte più specia listica c ome il moto dei fluidi comprimi
bili per il primo ,,e t t OY'e, e quello delle corren t i a su perficie
libera per i Z secondo. F. ' per ò evidente l'in compl e tezza, anche per•
semplici cnnni, di fronte a problemi di mod erno sviluppo,che ora
alcuni testi pTesentano: come iL moto dei ftuidi non-ne~toniani,
c he dovrebbe però situal"si nei principi di ingegner ia chimica,il
moto d e i fluidi bifasic i, che a sua polta d ovre bbe far parte del
la termotecnica, i fenomeni di gasdinamica, che rientrano in una
appooita disciplina. Negli aspetti poi d e ll'ing e gne r ia civile i-
draulica, sono esclusi dalla pre s ente trattazione molti argomen-
ti de l Ze corr e n t i~ superficie libera,in partico l are di q uelle a
III

regime supe r critico , tutta la categoria dei moti ondosi , la tra!


t az ione propagatoria delle perturbazioni basata sul metodo delle
caratteristiche, i mode7-li dei fenomeni diffusivi , il trasporto
di mater iale solido da parte de'lZe corren ti ; a pa rte , infine, l 'i
dr ometr•ia e la t eoria dei modelli idra ulici. La ragione di questa
esclu s io ne sta nel fatto ohe , nell ' ordinamento degli studi vige~
t e nella Pacoltd d' I ng eg neria di Padov a, g li a r gom enti o ra acoen
nati fa nn o pa rte di cor si a s •, denomi nati Id r odinam ica a pplica-
t a, e Misur e idrauliche, e pe l" le onde anche deZZe Cost ruzioni M9..
l"it time ; l ' Id r>aulica co n ten u t a i n questo testo ne cost i t uisce pe!_
tanto la pr>em e ssa .
Oltre ai t r attati gid ricordati del Rou se , cui si aggi u ngo -
no l '"El emental"y Meohanic.c1 of Pluids" (194 6) e l '"A dva nced Mecha
nisc of F luids 11 ( 1959) , il pl"esente lavol"o di comp1: lazione si i spi_
r>a pri ncipalme n te alle opel" e f o ndame ntali seg u enti : W. KAUFMANN:
"Tec hnische Hy d l"o - und Aeromechanik " (1954); L . PRA ND'l'L: "StrB -
mungsl ehr• e " (1956); H. SC HLICHT ING : "Grenzschichtheol" ie " (79 51 );
o. TIETJIENS : "StrBm ungsl ehr-e " (1960 - 1970) ; e fra i testi di ca-
r>attel"e pi ù eZeme ntar e mi piace ricordar>e que'LZo che considel"O il
pl"imo dei moderni , Z '"A ppZied Fluid Meohanics " di M. P. O' BRIEN e
di G.H. HlC KOX (1937 ), e queZZo che oggi I forse il più a rmoni o-
samente ag(Jiorna to , Za " F luid Dynamics II di J . DA Il.Y e D. HAR LEMA N.
Ai miei coZZabora tori di un tempo ed oggi vaZorosi colleghi ,
ohe mi aiutaro no nelZa pr-imQ stes ura delle dispense , e a quelli
ohe hanno contribuito alla nuova veste di queste Zezio ni per con
sigli , disc u ssio ni ed aggiunt e , l"ivolgo il mio vivo pensiero di
gratitudi n e . Ri ngrazio la Sig . na MARIA LORETTA GON , sap i e nt e e p~
zi en t e elabor atrice delle bozze e della composizione finale , e il
Sig . I VA NO FABRIS , per i risulta ti conseg uit i neZZa prepa razi o -
ne deZ materiale illu strati vo .

Padova , gennaio 1977 AUGUSTO GHETTI

PREFA ZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE


Ques t a s econda edi z ione esce s o s t anzialmente invariata l"i -
spetto alla pr ima , sa lv o qualche ristretta revisione del testo e
la c orr ezione di numerose s viste ed e rrori g r afici . Per le dor t ~
si segnala z io~i sono partic o larmen t e grat o a. coZZeghi G. Di SiZ
vio , l, . D ' Alpaos, A . Armanini e O. F-i o 1•iZZo .

Padova , febbraio 198 0 A . G.


IV

INDICE

I. DEFINIZIONI E PROPRIETA' FISICHE GENERALI pag. 1


1.1. Caratteri distintivi dei solidi e dei fluidi.
Liquidi e gas 1
1.2. Continuità. Proprietà di massa e di volume 2
1.3. s~orzi normali e tangenziali nei fluidi 2
1.4. Viscosità. Fluidi newtoniani 3
1.5. Fluidi non-newtoniani 6
1.6. Fluidi perfetti. Principio di Pascal 9
1.7. Comprimibilità 10
1 .8. Vapori. Tensione di vapore. Cavitaz i one 12
1.9. Solubilità dei gas nei liquidi 14
1.10. Superficie di separazione. Tensione superficiale 14
Appendice al Capitolo I: SISTEMI E UNITA. DI MISURA 18

2. EQUILIBRIO DEI FLUIDI PESANTI IN QUIETE (IDROSTATICA) 24


2.1. Relazione tra gravità e pressione. Legge idrosta
tica 24
2.2. Misure piezometriche 27
2.3. Effetto della capillarità sulle quote piezometriche 31
2.4. Barometro. Pressione atmosferica 34
2 . 5. Principio delle presse idrauliche 35
2.6. Spinta sul fondo. Paradosso idrostatico 36
2.7. Spinte su superficie piane 37
2.8. Spinta su superficie curve qualsiasi 41
2.9. Equazione globale dell'equilibrio 43
2.10. Solido immerso in un fluido 46
2.11. Applicazione alle misure di densità 48
a) Densimetro 48
b) Determinazione del peso specifico di un corpo
mediante immersione 49
2.12 . Galleggiamento so
2.13. Distribuzione della pressione in un fluido compr1
mibile 55
V

3. CINEMATICA DEI CAMPI FLUIDI pag . 58


3.1. Metodi di indagine 58
3 . 2. Linee di corrente. Tubo di flusso 59
3.3. Portata ed equazione di continuità del tubo di
flus so 60
3 . 4. Rappresentazione dei moti p ermanenti de i fluid i
incomprimibili 63
3.5. Moto relativo 64
3 . 6. Accelerazione 66
3 . 7. Dilata zione, deformaz ione, rotazione del mezzo
fluido 67
3.8. Equazione di continuità nel campo fluid o 72
3 . 9 . Circolazione e rotazione 73
3.10. Cenni sulla teoria dei vortici 77

4. FONDAMENT I DELLA DINAMICA DE I FL UIDI PERFETTI 82


4.1. Fluido perfetto . Equazioni di Eulero 82
4.2. Teorema di Bernoulli 83
4 .3. Altre deduzioni dalle equazioni di Eulero per
fluidi incomprimibili 87
4. 4 . Moti irrotazionali di fluidi incomprimibili 88
4. 5 . Campo di moto delimitato da contorni fissi 91
4. 6. Applicazioni alla misura delle velocità 94
4. 7 . Indice di pressione o numero di Eulero 95
4.8. Cavitazione nei liquidi. Indice di cavitazione 97

S. MOTI A POTEN ZIALE DELLE VELOC ITA' 102


5 .1 . Significato e metodi d ' indagine dei moti a pote~
ziale 1 02
5 . 2. Metodo dei punti sorgenti ed assorbenti " 1 06
5.3. Funz ione di corrente. Reticolato di flusso 11 2
5 .4. Metodo della rappresentazione conforme 11 7
5.5. Metodi numerici di integrazione dell'equazione
d i Laplace 122

6 EFFLUSSO LIBERO DA LUCI 1 27


6.1. Aspetti generali dei fe nomeni. Numero di Froude 1 27
6.2 . Efflusso l ibero da l uci in parete sotti le in as-
senza di qravità 1 29
VI

6.3. Efflusso di un liquido pesante da un recipiente pag. 1 33


6.3.1. Luce di fondo " 133
6.3.2. Luce in parete ver ticale 135
6.3.3. Paratoia sollevata a battente 137
6.4. Efflusso da luci a stramazzo 140
6.4.1. Stramazzo in parete sottile senza contra
zione laterale (stramazzo Bazin) 1 41
6.4.2. Stramazzi in parete sottile di altri tipi 145
6.5. Profili di sfioro 149
6.6. Configurazione dei getti liquidi 1 51

7. CONSERVAZIONE DELL'ENERGIA MECCANICA E DELLA QUANTITA'


DI MOTO 1 55
7 .1 . Principio della conservazione dell'energia 1 55
7. 2. Conservazione della quantità di moto 1 58
7.3. Applicazione alle correnti unidimensionali (o lineari) 1 61
7.3.1. Definizione di corrente lineare 11';1

7.3.2. Applicazione del principio di conservazione


dell • energia 162
7.3.3. Applicazione dei teoremi della quantità di
moto 165

I!. SPINTE DINAMICHE E TEORIA ELEMENTARE DELLE MACCHINE 1 67


8.1. Utilizzazione dei teoremi della quantità di moto 1 67
8.2. Spinte dinamiche sulle pareti 168
8.2.1. Spinte sui gomiti nei condotti chiusi 168
8.2.2. Spinte per variazioni di sezione nei con-
dotti 169
8.2.3. Spinte dei getti su pareti piane 16 9
8.2.4. · Spinte su tegoli deviatori 172
8.3. Fondamenti della teor ia unidimensionale delle tur
bomacchine 173
8.3.1. Macchine ad azione (turbina tipo Pelton) 173
8.3.2. Macchine a flusso radiale (ventilatori e
pompe centrifughe, turbine a reazione) 175
8.4. Spinte e potenze propulsive 178
8.4.1. Elica di trazione 178
8.4.2. Reazione d'efflusso. Propulsione a getto 180
8.5. Sostentamento dei corpi mobili in un fluido 183
VII

9 . DI NAMICA DE I FLU IDI VISCOS I NON TU RBOLE NTI pag . 188


9.1. Le equazioni di Navier-Stokes 188
9.2 . Significato dimensionale delle equazioni di
Navier-Stokes . Numero di Reynolds 194
9.3. Moti laminari uniformi 198
9.3 . 1. Moto nei tubi 198
9.3.2. Moto un iforme piano 200
9.3. 3 . Moto tra un piano fis s o ed uno mobile
parallelo 203
9 . 4. Moti di lento scorr i mento 204
9.4.1. Moto attorno ad una sfera 204
9 .4. 2 . Modello a nalogico di Hele Shaw 206
9 . 4. 3 . Principi della lubrificazione idrodina-
mica 207

10. ST RATO LIMITE E SEPARAZIONE DELLA CORRENTE 213


10.1 . Generalit~ s u llo strato limite 2 13
10 .2. Strato l imite laminare lu ngo una lastra piana 215
10.3. Procedimento di approssimazione per lo studio
dello strato limite 218
10. A. Imbocco d i un tubo a regime laminare 2n
10.5. Distacco dello strato limite dalla parete 223
1 0 . 6 . La zona d i scia vorticosa 229
1 0 . 7 . Distacco alter nato dei vortici 232
10.8. Modi di influenzare il distacco dello strato
limite 233

11. CARATTERI DEL M OTO TURBOLENTO 237


11 . 1. I nstabil ità de l moto laminare e origine della
turbolenza 237
11.2. Sforzi indotti dal mo t o turbolento 240
11.3 . Ipotesi di lavoro fondamentali 244
1 1 .4. Turbolenza di parete. Distribuzione della v eloc i tà " 247
11.5. Strato limite tu r bolento 252
11 . 6. Turbolenza l i bera . Diffusione dei getti 257

12. MOTO UNI FORM E TU RBOLENTO NEI TUBI E CANALI 264


12.1 . Distribuz ione rad iale de lla ve locità nei tubi
cilindrici 264
12.2 . Sforzi tangenziali 268
12 . 3. Velocità nei tubi. Resistenza al moto 270
12.4 . Formul e per la resistenza al moto dei tubi manufatti 274
VIII

12 . 5. Il raggio idraulico e la forma d(,lla sezione pag. 281


1 2.6. Distribuzione degli sforzi e delle velocità nei
canali a moto uniforme 283
12.7. Resistenza al moto nei canali 287

Appendice al Cap. 12: MISURA DELLA PORTATA NEI TUBI E CANALI


CON IL RILIEVO DELLE VELOCITA' NELLA SEZIONE 293
A.1. Mulinello idrometrico 293
A.2. ~isura della portata nelle condotte forzate 298
A.3. Misura della portata nei canali 302

13. FENOMENI LOCALIZZATI NELLE CONDOTTE 309


13.1. Generalità sui fenomeni localizzati nelle condotte" 309
13 .2. Brusco allargamento (perdita di Borda) 311
13.3. Allargamento graduale: diffusori 314
13. 4. Efflusso rigurgitato " 318
13. 5. Diaframmi, boccagli, venturimetri 322
13.6. Confluenze e diramazioni 328
13.7. Restringimenti e imbocchi 330
13.8. Gomiti e curve 335
13.9. Organi di regolazione 340

14. CORRENTI A PRESSIONE IN MOTO PERMANENTE 344


14. 1 . Equazioni dell'energia nei condotti a pressione 344
14.2. Tubazione collegante due serbatoi 346
14.3. Problemi relativi alle lunghe condotte " 348
14.4. Nodi idraulici e reti di tubazioni 351
14.5. Potenza trasmessa o fornita in una condotta ;57
14.6. Problemi relativi all'altimetria de lle condotte 360
14.7. Brevi condotti a funzionamento speciale 362

IS . IDRAULICA DEI CANALI A PELO LIBERO 369


15 .1. Capacità di portata. Scala delle portate 369
15.2. Sezioni di minima resistenza 372
15.3. L'energia specifica e le caratteristich~ energe-
tiche del moto 374
15.4. Ind ice di cineticità o numero di Froude. Celerità
di piccole perturbazioni 378
15.5. Correnti gradualmente varie in moto permanente 381
IX

1 5.6. Profili delle correnti gradualmente varie pag · 384


15 . 7 , Risalto 389
15.8. Variazioni di sezione e di dire z ione n e lle correnti
lente 394
15.9, Deviazioni nelle correnti supercritiche 398
15.10. Effetti di imbocco e sbecco nei canali 404
15.11. Dispositivi di regolazione e di controllo 407
15 .1 1. 1 . Traversa f issa 408
15.1 1 .2. Stramazzi liberi e rigurgitati 41 O
1 5 .11,3. Efflusso da luce di fondo 41 3
1 5. 11.4. Ostacoli e restringimenti nei canali 416
1 5 .11.5. Misuratore a risalto 420

16. MOTI DI FILTRAZIONE Il


423
16.1, Generalità 423
16. 2. Legge di Darcy e suoi limiti di val i dità 424
16. 3. Potenziale delle veloc i tà 429
1 6 .4 . Casi elementari di moto entro confini stabili
(falde artesiane) 4 33
1 6.5, Casi di moto permanente a su perfic ie libera
(falde freatich e ) 438
16.6. Problemi di moto vario delle acque filtranti 442

17 . ELEMENTI DE L MOTO DEI FLUIDI COMPRIMI BILI. GASDINAMICA 447


17.1. Moto permanente dei gas
,., 447
17. 2 . Velocità del suono nei fluidi in quiete Il
449
17. 3. Inf l uenza della velocità del fluido sulla velocità
di propagazione. Velocità critica 4 52
17 .4. Numero di Mach. Correnti subsoniche e supersoniche " 453
17.5. Pressione di ristagno 455
17.6. Correnti monodimensionali o lineari " 456
17. 7. Moto in un convergente-divergente Il
459
17. 8. Moto permanente isotermico in lunghi condotti Il
462

18. FORZE IDRO - AERODINAMICHE SUI CORPI IN MOVIMENTO 466


18.1. Concetti generali 466
18.2. Resistenza dei corpi imJnersi all'azione di un
fluido incomprimibile 471
18. 2 .1. Profili tozzi simmetrici 471
18.2 .2. Profili sottili simmetrici 475
18 . 2. 3. Corpi non sirometrici " 477
18 .3. Portanza dei p rofili alari nei fluidi incomprimibili 479
X

18.4. Moto dei corpi solidi nei fluidi comprimibili pag · 487
18 . 4.1. Onde e angolo di Mach 487
18.4.2. Perturbazioni di ampiezza finita H 490
18.4.3. Influenza della comprimibilitA sulle carat-
teristiche dei profili alari 493
18.5. Effetto di una superficie libera: scafi galleggianti
e idroplani " 496
18.5.1. Le varie componenti della resistenza 496
18.5.2. Moto ondoso e resistenza d'onda " 498
18,5.3. Determinazione della resistenza al moto
di una nave 501
18.5.4. Scafi idroplananti a seguito della parziale
immersione 504
18.6. Effetti dovuti alla cavitazione .. 506

19. PROBLEMI DI MOTO VARIO TRATTATI SENZA EFFETTI DI

PROPA(iAZIONE 51 1
19.1. Fondamenti teorici del moto vario 511
19.2. Bacini a riempimento variabile 513
19.2.1. vuotamento di un bacino con efflusso dal
fondo 513
19.2.2. Vuotamento di un bacino da luce a stramazzo 516
19.2.3. Regime vario in generale nei serbatoi 517
19.3. Oscillazioni di massa 521
19.3.1, Oscillazioni della colonna liquida nei
tubi ad u 521
19.3.2. Oscillazioni per brusco arresto nei pozzi
piezometrici 523
19.3.3. Risoluzione numerica di problemi relativi
ai pozzi piezometrici 528
19.4. Problemi di avviamento e di perturbazione di pre~
sione in una condotta (trattazione anelastica del
colpo d'ariete) 529
19. 4 .·1. Tempo di avviamento di una condotta 530
19.4.2. Colpo d'ariete in una condotta connessa ad
una macchina idraulica " 533
19.4.3. Inserzione di casse d'aria negli impianti
di sollevamento 536

20. PROBLEMI DI MOTO VARIO TRATTATI CON L'IPOTESI PROPAGA·


TORIA 540
20.1. Perturbazioni di colpo d'ariete nelle condotte " 540
20.1.1. Aspetti generali del fenomeno 540
XI

20.1.2. Relazioni fondamentali e velocitA di pro-


pagazione pag. 542
20.1.3. Equazioni risolutive e metodo grafico di
Schnyder-Bergeron 54 7
20.1.4. Trattazione analitica secondo la teo r ia
di Allievi 552
20.2. Perturbazioni ondose nei canali 5 58
20.2.1. Formulazione matematica del fenomeno 5 58
20.2.2. Modificazioni delle onde. Metodo grafico 5 61
20.2.3. Onde di depressione (negative) 5 62
20.2.4, Onde di traslazione 564
I - DEF1N1Z10Nl E PROPRIETA' FISICHE GENERALI

l. l. c.aratteri distintivi dei solidi e dei fluidi. Liquidi e gas

La materia si presenta diversamente caratterizzata a seconda


del modo con cui essa reagisce deformandosi all ' azione delle for-
ze che la cimentano . A parte l ' astrazione del corpo rigido, le
principali categorie sono quelle dei solidi elastici e dei fluidi.
La sostanza solida, come tale, possiede una propria forma e reag!
sce elasticamente alle forze ad essa applicate, qualunque sia la
loro direzione, e modifica sotto l'azione di tali forze solo in mi
sura limitata la propria forma, riassumendola al loro cessare. La
sostanza fiuida (liquidi e gas) ha una forma di volta in volta st~
bilita dal sistema di forze ad essa appl icate, e reagisce elasti-
camente solo alle forze di compressione ; scorre invece, e cioè si
deforma continuamente, sotto l ' azione di altre forze, anche se di
piccolissima entità.
Vi è poi una categoria intermedia di sostanze , dette piasti -
ehe , per le quali la deformazione per effetto delle forze applic~
te è bensl defini ta, ma non recede quando cessa la loro applica-
zione .
La distinzione fra solidi e fluidi (sia liquidi, sia gas) è
basata sulle differenze caratteristiche del loro stato d'aggrega-
zione molecolare. Nei solidi la disposizione del le molecole è-se~
sibilmente invariabile: essi sono perciò caratterizzati da una foE_
ma e da un volume proprio. Nei fluidi, invece, la struttura mole-
colare è piQ disordinata, il che consente -loro di scorrere sotto
l'azione di forze anche piccolissime.
I Ziquidi, tuttavia, pur consentendo il movimento delle mol~
cole, mantengono circa costante la distanza fra queste, cosicché
essi hanno un volume proprio praticamente invariabile.
I gas, invece, avendo legami molecolari estremamente ridotti,
te ndono ad occupare il massimo volume disponibile; essi perciò non
hanno nè forma nè volume proprio.
2

1.2. Continuìri. Proprietà di massa e di volume

Benché costitu ita da molecol e in movimento tra loro d i sta~


ziate (molto poco nei solidi, alquan t o nei l iquidi e moltissimo
nei gas), la materia viene concepita, per lo studio della mecc~
nica, come un mezzo iaotl"opico, le cui proprietà sono funzioni
continue nello spazio, nel senso che a tale concetto si dà nel-
l'analisi matematica (meccanica del continuo).
L'assetto isotropico è invero proprio della condizione di
riposo, ma viene riacquistato in un tempo brevissimo (valutato
per l'acqua a circa 10- 12 s) al cessare del movimento.
Fanno eccezione i gas rarefatti a pressioni molto basse,
che devono anche meccanicamente veni r riguardati come un aggr~
gato di particelle.
Si consideri, in seno alla massa fluida, un punto P rac-
chiuso nel piccolo volume oV. Detti ém e 60 l a massa e il peso
di detto volume, si definiscono le seguenti caratteristiche fi
siche del fluido nel punto P:

Densità: p = lim
om
éV
.s v... o
60
Peso specifico: y = lim 5V = pg
6V-+O

6V
VoluJ!le specifico: ti = lim =
.sv. . o om p

In seno alla massa fluida , dunque, si avrà in generale una


distribuzione continua d i densità, peso specifico e vol ume sp~
elfico, in funzione del punto considerato.
Il peso specifico viene a dipendere dall' accelerazione g
di gravità, che ha valori leggermente diversi anche sulla stes
sa superficie terrestre e in dipendenza dalla quota, Alla lati
tudine di 45° e al livel l o del mare può assumersi con buona aE
prossimazione

g = 9,806 m/s2 .

1.3. Sforzi normali e tangenziali nei fluidi

Immaginiamo una superficie i: che divida un mezzo fluido


continuo (non necessariamente in quiete) in due parti (Fig.1.1).
Attraverso questa superficie si trasmetteranno delle forze che,
in generale, avra~no una componente normale e una tangenziale
3

alla superficie stessa. Se su questa superficie si considera un


punto P, contenuto nell'a-
rea ~A, si dice sforzo no~
male nel punto P 11 rappor
to fra la componente normale
1 oFn
oFn della forza ,SF agente d IF ~ -
I M
su detta area e 1 'area stes
oFr P
sa, quando essa tende a z~
ro contenendo sempre 11 pu_!:!
to P , Il rapporto fra la com
ponente tangenziale 6F t del Fig. 1.1
la forza e l 'area, quando
6A tende a zero, si dice sforz o tangenziale nel punto P .
Questi sforzi possono venir trasmessi anche attraverso su-
perfici di contatto del fluido considerato con altro mezzo flui
do (ad esempio la superficie libera de ll ' acqua acontatto col-
1 ' atmosfera), o con un mezzo solido (parete di contenimento) .
I fluidi (a differenza dai solidi) non resistono a sforzi
di tra z ione , tranne in condizioni non pratiche di estrema pure!
za. Pertanto si considerano come sforzi normali solo quelli de!
ti di pr e ssi on e , cioè diretti v erso la superficie a cui sono aE
plica ti .
Essi sono assunti come positivi, in contrasto con la rego-
la adottata per i solidi elastici di considerare positivi gli
sforii di trazione .
Sulla superficie E si avrà, pertanto, una distribuzione di
pressioni

e di sforzi tangenziali

+
T

in funzione del punto considerato.

1.4. Viscosità. Fluidi newtoniani

Consideriamo i l moto di un fluido fra due pareti solide pi~


n~, di cui una fissa e l'altra in movimento, cosi vicine tra lo
roche il moto avvenga senza turbolenza, per strati o lamine p~
4

rallele alle pareti (Fig. 1.2).


L'esperienza rnos.tra che per
mantenere il movimento uniforme dv ,
con velocità 6v si richiede l 'aE_
plicazione nel piano della par~
te mobile di una forza F tale
che sia: X

6v Fig 1. 2
F =µA "fii

dove A è la superficie della parete stessa e 6y la sua distanza


dalla pa~ete fissa. Ne risulta pertanto, sull'unità di superfi-
cie, uno sforzo tangenziale:

T =

e quindi, potendo essere 6v piccolo a piacere:

T = (1.1)

Questo vale per una supposta distribuzione lineare della v~


locità nello spessore, ma nulla vieta di considerare la validi-
tà della (1 .1) anche quando ~; non sia costante, ma dipenda da
y; ne fanno fede le numerose, benché indirette, conferme speri-
mentali.
Pertanto la relazione (1 .1), che è detta legge di Newton
(I. NEWTON, 1687), ha validità generale, ed i fluidi che obbedi
scono a questa legge, conµ costante per ogni valore della tem-
peratura e della pressione, sono detti fluidi newtoniani.

v+kdy
òy

B
Jr
V

Fig, 1.3
5

E' facile vedere, considerando la deformazione di un elemen-


to A BCD nel piano (x, y), di for.ma rettangolare in un dato istante t
(Fig. 1.3), che per effetto del gradiente aav della velocità i pun
y -
ti C e D , dopo un piccolo intervallo di tempo 6 t, sono avanzati
lungo x di

~ 6y 6l
ay

dando luogo ad una variazione angolare 60 ; ne segue pertanto:

68 =
av
ay 6y
6t
6y

e quindi, p assa ndo agli infinites imi :

38 av
TI ay
Lo sfor zo tangenziale è perciò pure proporzionale alla velo-
a0
cità della deformazione angolare TI e la formula di Newton può an
che scriversi:

( 1. 2)

Con riferimento alla F i g. 1.4, 11


comportamento d.1 un fluido newtonia -
no è espresso da una retta nel dia-
gramma
av
<ay,
t ).
La diversa incl inazione (arctg v )
dipende dal la magcj iore o minore v isc,2
sità del fluido . Ad un'inclinazione
nulla corrisponde 11 caso di un flu!
Fig. 14
do privo di viscosità, il cosiddetto
f i ui d o perfett o .
Per tale fluido non si hanno sforzi tangenziali, ma solo sfor
zi normali (di pressione).
La maggior parte dei fluidi d'interesse pratico (acqua, aria,
oli, ecc.) possono essere riguardati fluidi newtoniani. Lo sono i_!!
fatti tutti i gas (almeno per pressioni inferiori a 100 at } ed i
liquidi omogenei (ad una sola fase), composti da molecole di pic-
cole e medie dimensioni,
Al variare della temperatura, diverso è 11 comportamento dei
liquidi e dei gas nei riguardi della viscosità. Per i iiquidi so-
no le forze di coesione (attrazione delle molecole) che si oppon-
6

gono alla deformazione; con l'aumentare della temperatura questi


legami si allentano, e quindi la viscosità diminuisce.
Per i gas, invece, le cui molecole sono molto più spaziate,
la viscosità dipende prevalentemente dallo stato di.agitazione m~
lecolare, in virtù del continuo, e apparentemente disordinato,
trasferimento di quantità di moto da parte delle molecole,che dà
origine a sforzi interni tangenziali. Poichè l'agitazione cresce
col crescere della temperatura, anche la viscosità aumenta con es
sa.
Conviene spesso introdurre la cosiddetta viscosità cinemati-
ca v = l!., la cui formula dimensionale, a differenza da Il, non con
p -
tiene grandezze dinamiche, ma solo cinematiche (vedi ~ppendice).

1.5. Fluidi non-newtoniani

Non obbediscono alla legge di Newton (1 .1), e sono perciò de_!


ti fluidi non-newtoniani quei liquidi che sono costituiti da mcl~
cole di grosse dimensioni, o si presentano in pi.ù fasi componenti.
Essi possono essere classificati in due principali specie,
fluidi che d iminuiscono 7,.a r>esistenza e fluidi che aumentano Za
resistenza con lo sviluppo della deformazione.
Se si definisce, traendo lo spunto dalla relazione newtoni~
na, una viscosità ap par>ente ua, tale che

( 1. 3)

e che è costante (µ = u a) solo per i fluidi newtoniani, la prima


specie di fluidi ~ caratterizzata dalla proprietà che Ila diminui-
sce con l'aumento della deformazione. Rientra in questa specie il
cosiddetto plas ticw di Bingham (E.e. BINGHAM, 1922), la cui curva
è caratterizzata da una deformazione proporzionale solo a parti-
re da un dato valore critico Te (Fig. 1. 5). Per questa fase, che
è definita dalla legge di Newton, si ha una cosiddetta viscosità
plastica u', tale che

av ( 1. 4)
ay

Approssimano questo comportamento certe sospensioni di ar-


gilla e di talco, le vernici, le paste dentifricie, i fanghi di
fogna.
Vi sono però delle sostanze che rientrano ancora nella p,:-ima
specie senza presentare un valore critico dello sforzo Te· Per e~
7

se è stato introdotto il termine di pseudoplastiche (R.W. WILL~


SON, 1929).

~
òv ÒY
ay

Fig. 1. 5 F1g. 1 6

Il loro comportamento segue il diagramma della Fig . 1 .6, c2


siddetto di Ost wald (W. OSTWALD, 1924); vi appartengono soluzio-
ni di polimeri ad alta densità, polimeri come 11 polietilene, e
speciali emulsioni .
Da notare che per entrambe queste categorie, quando la defo!_
mazione diviene molto forte, 11 fluido tenderebbe ad acquis tar e
un comportamento newtoniano con viscos ità µ 00 (nella figura, a pa!_
tire dal punto A).
Alla seconda specie di flu i di, che è caratteri zzata da una
curva del t ipo della Fig . 1 .7 ,
appartengono i cosiddetti flui
di di l atanti, cosl già denomi-
òv nati da O. REYNOLDS (1885) che
òy studiò il caso di una miscela
di sabbia nell' acqua. Quando
quest'ultima è in quantità ta-
le da riempire appena i vuoti,
e il volume di questi vuoti è
minimo, uno sforzo tangenzia-
le che venga applicato per far
scorrere il materiale disturba
Fig. 1.7 la posizione delle particelle
e causa una dilatazione dei
vuoti, sicché il volume di questi risulta maggiore di quello di-
sponibile. Ne risulta un parziale asciugamento della superficie
delle particelle con conseguente aumento della resistenza allo
8

scorrimento rispetto agli sforzi tangenziali; ossia in definitiva


un aumento della viscosità apparente µ 8 •
Probabilmente l'effetto dilatante esiste in ogni sospensione,
purché la concentrazione sia cosl elevata da rendere 11 materiale
compatto. Tipica è la soluzione di amido, che comincia ad avere e!_
fetti dilatanti a partire da una concentrazione del 40%.
L'equazione di stato per le due categorie dei fluidi pseudo-
pZaatici e dei fluidi dilatanti si scrive generalmente in forma di
legge delle potenze (o di Ostwa Zd-de WaeZe).

(1 • 5)

ove K ed n hanno valori costanti per ogni f l uido: ovviamente risu.!_


ta n < 1 per i fluidi pseudoplastici, n > 1 per i fluidi dJ.latan-
ti (n = 1 per quelli newtoniani).
I fluidi che seguono le accennate proprietà sono fluidi non-
newtoniani che appartengono, come già quelli newtoniani, alla cate
goria dei fluidi puramente viscosi. Ma le stesse proprietà di dimi
nuzione o di aumento della resistenza con lo sforzo tangenziale
possono risultare anche dipendenti d a'l tempo, e questo introduce
una nuova categoria di fluidi. Sono poi denominati tixotropici
quei materiali che,mentrerichiedono un certo sforzo per ottenere
una data deformazione appena lo sforzo viene applicato, sono in gr~
do dopo un po' di tempo di mantenere la deformazione stessa con
uno sforzo minore. Si tratta perciò di una proprietà reversibile
della struttura molecolare di certe sostanze, per le quali una CUE
va come quella di Ostwalddella Fig. 1.6 può essere riguardata c2
me una curva di equilibrio finale.
Le soluzioni acquose di bentonite appartengono a questa cate
goria, come pure certe vernici e certe paste alimentari.
Comportamento. opposto in funzione del tempo (e cioè diminu-
zione iniziale della viscosità) presentano invece altre sostanze,
che sono dette antiti:,,;otropiche.
Dobbiamo infine accennare a quelle sostanze che nella defor-
mazione esibiscono anche sforzi normali, oltre agli sforzi tange~
zia li, ciò che le avvicina al comportamento dei solidi elastici.
Esse sono denominate fluidi viscoelastici; ed un semplice modello
atto a rappresentarle è dato da una combinazione con la nota for-
mula di Young per i solidi elastici aventi modulo tangenziale G:
T = ae

dove a è la deformazione angolare.


9

Ne risulta (J.C. MAXWELL, 1876):

ae = .!.. +
,, ( 1 • 6)

ovvero
ae (1. 6 I)
u TI

che è l'equazione di base della viscoelastic ità nel campo linea-


re.
Tipicamente rappresentativo è il comportamento di un fluido
viscoelastico in confronto ad un fluido viscoso normale nel caso
di un getto verticale effluente da un tubo : mentre per quest'ult.!_
mo si ha contrazione, per il primo si rileva un'espansione del ge!_
to, come conseguenza degli sforzi normali.
Appartengono a questa categoria numerose sostanze plastiche,
gomme, fibre, gelatine, elastomeri , asfalti. Le loro proprietà s2
no molto influenzate dalla temperatura: vi sono dei polimeri amor
fi vetrosi alle basse temperature, c he dive ntano gommosi col ri-
scaldamento e, a temperature elevate, assumono uno scorrimento
fluido.

1.6. Fluidi perfetti. Principio di Pascal

Abbiamo definito flui do perfetto quel fluido per il quale i_!!


tervengono solo gli sforzi normali (di pressione) e gli sforzi
tangenziali sono nulli. Poiché gli sforzi tangenziali sono pre-
av
senti solo se la viscosità, od 11 gradiente-;-- della velocità,so
oY -
no diversi da zero, sono da r iguardars i perfetti 1 fluidi privi
di viscosità, nonché tutti i fluidi in quiete. Risulta che, in 2
gni punto di un fluido perfetto o in quiete,gli sforzi si trasme.!:_
tono inalterati in tutte le direzioni (principi o di Pasca i; B.
PASCAL, 1583).
Si consideri infatti un elemento prismatico di un fluido, a
sezione triangolare e di altezza unitaria, isolato dal restante
campo fluido ed orientato come in Fig. 1 .8. Per l'equilibrio al-
la traslazione dell'elemento devono essere nulle le somme delle
forze agenti in ogni direzione. Queste sono le forze di pressio-
ne trasmesse dall'esterno alla superficie, nonché la forza di gr~
vità e l'eventuale forza d'inerzia, applicate alla massa dell'e
lemento. Queste ultime sono il prodotto di termini finiti (il p~
10

so specifico, la densità volte l'accelerazione) per il volume, e pe!_


tanto, passando agli infinitesimi,
sono di un ordine superiore rispe!
to alle forze di pressione, che s2
no il prodotto di un termine fini-
to (la pressione) per la superficie.
Rimane pertanto, proiettando nelle
direzioni degli assi:

Px òy - p 6t cosa= O

Py òx - p ol sina = O Fig. 1.8

da cui, essendo òy = òl cosa, òx = 6t sino, si ricava:

P = Px = Py (1. 7)

e quindi, data l'arbitrarietà della scelta della direzione dei la


ti, risulta la proposizione enunciata.

1.7. Comprimibilità

Si è già accennato al fatto che (a differenza dai gas) i li-


quidi sono caratterizzati da una disposizione delle molecole assai
poco variabile, per cui una certa massa di liquido possiede un pr2
prio volume che può variare solo entro limiti modesti.
Questa variazione di volume è data dalla comprimibilità: la
Z.egge di HOOKE:
di' 1
"V - E dp (1 • 8)

esprime il fatto che la variazione d+i del volume i' è proporzionale


alla var !azione di pressione ( il segno meno sta a<;} indicare che ad
un aumento di pressione corrisponde una diminuzione di volume) . Il
coefficiente di proporzionalità 1/E (detto coefficiente di elaatf
cità) misura l'attitudine del fluido ad essere compresso. Il suo
inverso E si chiama moduZ.o di elasticità o di comprimibilità.
La relazione fondamentale ( 1 .8) fra pressione e volume può es
sere espressa in termini di densità. Per una certa massa m del flui
do, avente una densità uniforme p ed un volume i', si ha

m = pi'
11

Poichè la massa del f luido deve mantenersi costante, ad una


sua variazione di volume deve corrispondere una variazione di den
sità; differenziando si ha infatti:

-v-= - *-
di/
p

L'equazione (1,8) perciò può essere scritta:

çie_ = !!E. (1.8 I)


P E

I l modulo di elasticità E dei Ziquidi (essendo essi poco CO!!).

primibili) ha evidentemente un valore molto alto; però i solidi


sono in generale ancora meno comprimibili dei liqu id i.
A differenza dai liquidi e dai solid i , i gas sono molto CO!!).

primibili. Inoltre, 11 modulo di elasticità dei gas non è costa~


te, ma dipende dallo stato del gas stesso e dal tipo di trasfor-
mazione che sta subendo,
E' noto che i gas obbediscono ad una equazione di stato (de!
ta legge di BoyZe- Mariotte e Gay-Lussao) del tipo

p t1 = RT ( 1 • 9)

In questa espressione t1 è 11 volume specifico (cioè per uni


tà di peso), T la temperatura assoluta, R una costante propria di
ciascun gas.
Ne discendono, in particolare , la legge della trasformaz io -
ne isote rmica :

p_t1 = cost ( 1 , 9 I)

e quella della trasformazione adiabatica (o isentropica):

cost ( 1 . 9 ")

Op
dove k = è 11 rapporto tra i calori specifici a pressione e
9v
a volume costante (per i gas biatomici, k = 1 ,4),
In generale, per le trasformazioni reali, si avrà un valore
intermedio fra k = 1 e k = 1,4.
L'equazione di stato permette di ricavare l'espressione del m~
dulo d'elasticità per i gas. Differenziando la (1.9") rispetto a t1
si ottiene
12

dV 1!1.2,
d" =,,- k p
"
che confrontata con la (1.8) fornisce

E = kp (1.10)

ciof, l'attitudine a compril!lersi dei gas (a meno del coefficiente


k) dipende dal valore della pressione di volta in volta presente.
Confrontando la comprimibilità dell'acqua, c he alla tempera-
tura di 20°c è data da un modulo E = 2, 16 1 0 8 kp/m 2 , e-o n quella
dell'aria in condizioni normali, per cui E~ p 8 = 1,03 • 10~kp/m~,
si vede che l'aria è 20.000 volte pi~ comprimibile dell'acqua(men-
tre è 1000/1,2 = 830 volte pift leggera).
Si è già detto come nei liquidi possano essere quasi sempre
trascurate le variazioni di densità dovute alla cornpril!llbilltà del
liquidi stessi. Per i gas ciò è vero solo se le variazioni di pre~
sione sono piuttosto modeste. Poiché nel moto dei fluidi le varia-
zioni di pressione sono legate alle variazioni di velocità, è con-
veniente far riferimento a quest'ultima grandeiza; come unità di m!
sura ci si rifer i sce spesso alla vel ocità di propagazione del suono
nel fluido in esame. Risulta che gli effetti della comprimibilità
possono trascurarsi tutte le volte che non si arrivi a velocità sup~
riori a 1/3 della velocità del suono. La velocità del suono in aria
è dicirca330m/s (vedi§ 17.2); finoa400krn/h,pertanto, le variazi,2
nidi densità dovute alla comprimibilità dell'aria sono irrilevanti.
Ciò significa che un ampio campo dell' ae~odinamiaa eubsoniaa
può trattarsi supponendo 11 fluido incomprimibile, come cioè se si
trattasse di un liquido.

1.8. Vapori. Tensione di vapore. C'.aviwionc

I gas sono propriamente tali, ed an~i vengono chiamati gas i-


deati o perfetti, quando sono molto lontani dalla fase l iquida, c~
me è l'aria in condizioni normali.
Però con l'aumento della pressione e la diminuzione della t~
peratura tutti i gas tendono alla condizione di vapori, e le loro
equazioni di stato divengono più complicate e sono di natura empi-
rica. Sono tali, oltre 11 vapor d'acqua, l'ammoniaca, l' anidride
solforosa, l'anidride carbonica, 11 freon ed altri alla pressione
atmosferica; nonchè l'ossigeno e l'elio alle pressioni elevate.
13

Si dice saturo il vapore, quando basta un abbassamento, per


quanto piccolo,della temperatura per trasformarlo nella fase li-
quida. Altrimenti il vapore è detto surriscaldato; esso tende a
portarsi alla condizione di gas perfetto quanto piil la sua condi
zione si allontana da quella di saturazione .
Un vapore si dice in equilibrio con il liquido dal quale pr~
viene, quando le particel le che passano dalla fase liquida a quel
la gassosa (evaporazione) sono in numero pari a quelle che da qu~
sta fase passano a quella liquida (condensazione).
Un tale equilibrio viene raggiunto quando la pressione del va
pore in presenza del proprio liquido assume un valore determinato,
detto tensione (o pressione) di vapore. Se ad un certo momento la
pressione del vapore è in eccesso rispetto a questo valore carat-
tertstico, ci si avvicinerà al l 'equilibrio attraverso una maggio-
re condensazione (con conseguente abbassamento della pressione) ;
se è in difetto attraverso una maggiore evaporazione.
La tE>nsione di vapore è una caratter istica di ciascuna sostan
za, dipendente dalle condizioni di temperatura.
Per l'acqua, la tensione di vapore alla temperatura di 100°C
è pari alla pressione atmosferica.
Alla pressione ordinaria , perciO, allorché la tempe r atura rag
giunge i 100°c, le due fasi devono trovarsi in equilibrio ; e poi-
ché il vapore liberato tende a disperdersi nell'ambiente, per ma~
tenere l'equilibrio si determina un continuo passaggio di vapore
in seno a tutta la massa liquida (ebo llizion e ) .
Al diminuire della tempera tura, la tensione di vapore si po~
ta a valori piil bassi; per cui, diminuendo la pressione ambiente,
si puO ottenere l'ebollizione dell'acqua anche con temperature i~
feriori a 100°C.
Ad es., la tensione di vapore alla temperatura di 20°C (temp~
ratura ambiente ordinaria) è circa 1/40 di atm . Sicché, se si ri-
ducesse la pressione ambiente a questo valore, si potrebbe avere
l'ebollizione immediata anche alla temperatura ambiente ordinaria.
L'importanza di tale fenomeno nelle applicazioni idrauliche
è data dalla possibilità che in seno alla massa liquida si verif!
chino delle diminuzioni di pressione rilevanti, fino a portare la
pressione ad un valore pari alla tensione di vapore. In questo ca
so si possono originare fenomeni localizzati d' ebollizione, con
formazione di sacche e bolle di vapore nelle zone dove si crea la
depressione. Per la presenza di queste cavità 11 fenomeno è det-
to di cav itazi one .
14

1.9. Solubilità dei gas nei liquidi

I liquidi, ed in particolare l'acqua, tengono disciolte delle


quantità di gas con cui sono stati o sono in contatto. Come è noto,
in base alla iegge di Henry, il rapporto fra il volume del gas di-
sciolto ed 11 volume del l iquido solvente (detto coefficiente di
solubil ità) è costante per una data temperatura. Variando la pres-
sione, pertanto, aumenta o diminuisce con essa il peso G del gas
disciolto: infatti, detto V 11 relativo vo lume, risulta (applican-
do la legge isotermica):

p f.G = cost e, per esse.r e V = cos t, G "'p

Inoltre, in base alla legge di Daiton, ogni gas di un miscu-


glio si comporta come se esso fosse da solo solubile nel liquido.
I coefficienti di solubilità nell'acqua dei principali gas con
cui essa puO essere a contatto sono i seguenti:

Alla temperatura di 20°c 100°c

Ossigeno 0,032 0,018


Azoto O, 016 o, 011
Idrogeno o, 019 0,017
Anid.t'ide carbonica 0,924 0,260

Se ne desume che a temperatura normale l'acqua può tenere di-


sciolta aria fino al 6 + 7% del proprio volume, risultando essa l:
noltre piO ossigenata (e assai piO carbonata).
A seguito di locale diminuzione di pressione in una condotta,
si libera pertanto una certa quantità dei gas; e questi, qualora
per ridotta velocità della corrente liquida non vengano trascinati
con essa, possono accumularsi in bolle o sacche nei vertici supe-
riori, ostacolando 11 flusso.
La liberazione dei gas è altresl concomitante al già accenna-
to fenomeno di cavitazione, per cui le sacche di vapor d'acqua che
si formano contengono anche una parte dei gas che si trovavano di-
sciolti.

1.10. Superficie di separazione. Tensione superficiale

Sulle superficie di separazione fra fluidi non miscibili, o


fra fluidi e solidi, agiscono forze di natura molecolare che si
manifestano in uno stato di tensione di dette superficie; tale st~
15

to di tensione, analogo a quello che si stabilisce sulla pelle di


un tamburo o in una ve
scica gonfiata, è raE
presentato da una for
za giacente sulla su-
perficie stessa (Fig.
1.9) . Questa forza,co!!!
misurata ad uni ta di
lunghezza, è chiamata
tensione superficiale
T , in guanto appunto
tende a mantenere te-
sa la superficie di s~
Fig. 1.9
parazione in cui agi-
sce.
La tensione super -
ficiale è una caratte
ristica dei due flu idi a contatto attraverso la superficie di se-
parazione; spesso, però, ci si riferisce ad uno solo dei due flui
di sottintendendo che questo sia a contatto con l'aria .
Esaminiamo adesso la superficie di separazione di un liq uido
in quiete con l 'aria. Se tale superficie è piana, come è in effet
ti il pelo l ibero di specchi d'acqua abbastanza estesi, la tensi~
ne superficiale, agendo tangenzialmente su detta superficie, non
ha evidentemente effetto sullo stato di pressione (sforzi normali)
in seno al liquido: la pressione sulle due facce della superficie
di separazione sara
identica . Non è co-
si, però, se la su-
perficie libera pr~
senta una certa cur
vatura, inquantoché
la tensione superf!
ciale dA luogo in tal
caso ad una compone_!!
te normale non nul-
la. Tale componente
(che si traduce in
un eccesso di pres-
sione all'interno di
uno dei fluidi a con Fig, 1.10
16

tatto, rispetto alla pressione che regna all'interno dell'altro) è


legata alla tensione superficiale come da valutaz.ione che segue.
Si abbia (Fig. 1 .1 O) un elemento di superficie curva, avente
lati 6e 1 e os 2 e rispettivi raggi di curvatura R 1 e R 2 • Sui lati~
giranno le forze elementari Tés 1 e Tés 2 , che sono equivalenti ad
una · forza fJN diretta normalmente alla superficie; poiché le
forze tangenziali sono sempre di trazione, la forza normale do-
vrà essere diretta verso la concavità della superficie di separaziS?_
ne.
Con riferimento alla figura, per l'equilibrio dev'essere, ri-
spettivamente:
60 2 061
oN 1 = 2 T sin _ _ oe 1 oN 2 = 2 T sin . iSs 2
2 2
per cui, sommando:
602 601 )
éN = 2 T
(
sin - 2- és
1 + sin - 2- 6s 2

Passando agli infinitesimi (per cui sin ~ = ~ , ed intro


2 2
ducendo i raggi di curvatura

risulta:

(1 . 11)

che è la formuZa di LapZace (P.S. LAPLACE, 1806).


La forza per unità di superficie pT è appunto l'eccesso di pre_!
sione che regna nel fluido posto dalla parte concava rispetto al-
l'altro fluido. Tale differenza di pressione è piccola se la curv~
tura della superficie di separazione non è molto pronunciata, ma può
diventare rilevantissima per piccoli raggi di curvatura (ades. ne!
le gocce d'acqua molto fini).
Diciamo subito che la conformazione della superficie di sepa-
razione (e dunque la sua curvatura) è generalmente legata alle co~
dizioni particolari di contatto con le superficie solide che nece.!
sariamente vengono a limitare le superficie liquide.
In prossimità d'una parete, infatti, non si ha semplicemente
una superficie di contatto, ma tre superficie di contatto aventi in
comune una linea. Si stabilisce quindi uno stato di tensione non s2,
lo fra i due fluidi, ma anche fra il solido e i fluidi.
17

Nelle Figg . 1 .11 al e 1 . 11 b) il punto A è la traccia della li


nea di contatto fra i fluidi (1) e (2) e il solido (3).

aria
vetro vetro

mercurio

a) b)
Fig . 1. 11

Chiamando T 12 , T 23 , T 1 3 le tensioni superficiali dei rispett!


vi accoppiamenti, la condizione d'equilibrio per il punto A rispe t-
to alla verticale è data dall ' equazione

dove e è l ' angolo che la superficie di separazione fra i due flui -


di forma con la parete . Tale angolo è definito dalle tensioni T 1 3 ,
T23 e T1 2 e dipende dalla natura dei tre mezzi a contatto .
Nella combinazione aria-mercurio-vetro, i valori delle tensio
ni superficiali sono tali che e risulta superiore a 90°; si dice in
questo caso che il liquido n o n bagna la parete. Nella combinazione
aria-acqua-vetro, e risulta inferiore a 90° e si dice che il liqu!
do bagna la parete.
La superficie di separazione curva, che si stabilisce fra due
fluidi in prossimità di una parete, si chiama menisco.
Via via che ci si allontana dalla parete, naturalmente, la
curvatura diminuisce e la superficie di separazione tende a dispor-
si orizzontale con conseguente annullarsi della differenza fra la
pressione che regna all'interno del l iquido e quella all'esterno.
Osserviamo che tale differenza è positiva nel caso del mercu-
rio (menisco convesso) e negativa nel caso dell'acqua (menisco co~
cavo) rispetto all ' aria, in corrispondenza rispettivamente ad un ab
bassamento o ad un innalzamento del livello in prossimità della p~
rete rispetto alla superficie orizzontale (vedi Capitolo 2).
18

APPENDICE AL CAPITOLO 1

SISTEMI E UNITA' DI MISURA

Fino ad ora 11 sistema più usato in Idraulica era 11 sis tema


teaniao (o pratiao) basato,per quanto riguarda i fenomeni meccani
ci, sulle unità:

F FORZA kp (kilogrammo-peso)
L LUNGHEZZA m (metro)
T TEMPO s (secondo)

Accanto ad esso, specialmente per l a viscosità e per la tensione


superficiale, erano anche impiegate unità di misura del sistema as
solu t o (CGS), le cui unità fondamentali sono rispettivamente:

M MASSA g (grammo-massa)
L LUNGHEZZA cm (centimetro)
T TEMPO s (secondo)

Recentemente è stato introdotto nei paesi della Comunità eu-


ropea il sistema internazionale d i unitd ( SI ) , i l cui impiego è in
Italia obbligatorio dopo il 31 dicembre 1979. Esso si apparenta al
sistema CGS, introducendo però le unità fondamentali seguenti:

M MASSA kg (kilogrammo-massa)
L LUNGHEZZA m (metro)
T TEMPO s (secondo)

Come unità (derivata) di FORZA, questo sistema introduce il


newton (N) , cioè la forza che imprime a un corpo con massa di 1 kg
l'accelerazione di 1 m/s 2 •
Pertanto:

1 N = 1 kg • m/s2

e quindi, accettando per l'accelerazione di gravità il valore me


dio di 9,806 m/s 2 , risulta:

1 kp = 1 kg • 9,806 m/s 2 = 9,8-06 N.


19

Con l'introduzione dell'unità di forza, accanto a quelle di


mas sa, lunghezza e tempo, 11 sistema SI, che è un sistema assol~
to, conserva 1 vantaggi del sistema tecnico soprattutto in vista
delle applicazioni.
Per le grandezze apparentate con la forza si hanno quindi le
seguenti dimensioni e unità di misura:

Densità (detta anche massa volumetrica):


( § 1 • 2)

nel sistema pratico [ p l kp s 2 /m"

nel sistema SI l PI = kg/m 3

Peso spec 1f ico:


( § 1 • 2)

nel sistema pratico IyI • kp/m 3

nel sistema SI lì' I = a: N/m 3

Pressione (e altre sollecitazioni unitarie ):


( § 1 • 3)

nel sistema tecnico (p] ,.. kp/m 2

nel sistema SI I pl = = N/m 2 •

Alla grandezza di 1 N/m 2 si d.ll l'appellativo di pascal (Pa).


Unità derivate ammesse sono le seguenti:

1 bar= 10 s N/m 2 = 10 s Pa (1 mbar = 10 2 Pa)

1 atm (atmosfera normale) = 1,033 • 10 4 kp/m 2 = 1,01325 • 10 5 Pa

per cui

a tm = 1 , O1 3 2 5 bar .

Da non confondersi l'atmosfera normale (1 atm) con la cosid


detta atmosfera tecnica (1 at):
20

1 at 10 4 kp/m 2 •

Questa vecchia unità pratica è destinata a scomparire.

Viscosità assoluta o dinamica:


(§ 1 .4)

2
nel sistema pratico [u J = F T L- = kp s/m 2

nel sistema SI (U I = = kg/ms = N·s/m 2 Pa·s

Viscosità cinematica
(§ 1.4)
La viscosità cinematica, non dipendente dalle grandezze di-
namiche quali la massa o il peso, ha le stesse dimensioni nei due
sistemi:

(V]=
r"'
.i...t:..I.
IP I
Nel sistema CGS l'unità di viscosità cinematica è stata chia
mata stoke:

1 St = 1 cm 2 /s

ed è stata chiamata poise l'unità di viscosità dinamica:

1 p = g/cm s

Col nuovo sistema SI, sono provvisoriamente conservate le


unitll derivate:

1 centistoke, est = 10- 6 m2 /s


1 centipoise, cP = 1 o- 3 Pa . s

Nell'uso pratico la misura della viscositll cinematica risu!


ta da strumenti, in cui un certo volume di liquido, mantenuto a
temperatura costante, è fatto uscire da un recipiente sotto un c~
rico ben definito e si misura il tempo impiegato (viscosimetri).
Vi sono diversi tipi di viscosimetri: molto usato nell'ind~
stria petrolifera (Stati Uniti) è il tipo Saybolt, di cui esistQ
no due specie. Atri tipi sono il Redwood (inglese) e l'Engler (e~
21

ropeo) .
La misura (ri spettivamente s - sec, R-sec e 0 E) della v iscosità
cinematica data da questi appare cchi può veni r convertita con for-
mule approssimative nel l a misura del s i stema SI. Di amo qui di segu!
to una tabella di conversione .

est OE S-sec R-sec

2 1,119 32,66 30, 95


4 1,307 39, 17 35,95
6 1,393 42,38 38,45
B l , 651 52,lO 46,35
10 1,831 58,91 52,00
15 2,32 77,35 67 , 95
20 2,87 97,69 85,75
25 3 , 46 119, 1 104,7
30 4,07 141, 2 124,4
35 4,70 163, 5 144,2
40 5,33 186,0 164 ,3
50 6,67 231,8 204,7
80 10 , 54 370 , 3 326,6
100 13 , 17 462,9 408,2

Comprimibili U
(§ 1.7)
Il modulo di elasticità E ha le dimensioni di una pressione.

Tensione superficiale
(§ 1.10)

nel sistema pratico (T ) = TF = kp/m

nel sistema SI (TI= = N/m


22

VALORI SPERIMENTALI

I valori sono tratti da varie fonti e vengono forniti in uni-


tà del sistema tecnico per comodità di riferimento; il passaggio al
sistema SI risulta immediato usando la relazione 1 kp = 9,806 N.

Acqua

Peso specifico y - Densità p

Temperatura 0°C 10• 20° 40° 60° 80° 100°

y kp/m3 1000 1000 998 992 983 972 958

p kps 2 !m" 101,9 101,9 101, 7 101,1 100,2 99,1 97 ,85

Viscosità assoluta u - Viscosità cinematica v = u/p

Temperatura 0°C 10° 20° 40° 60° so• 100°


106 vm2 /s 1,79 1,31 1,01 0,658 0,478 0,366 0,295
10 6 µ kps/m2 182 133 102 66,5 47,9 36,3 28,8

Tensione di vapore pv - Modulo di elasticità E - Tensione superfi-


ciale T (acqua-aria)

Temperatura o•c 10° 20° 40° 60° 80° 100°

Pv kp/m 2 62 124 236 746 2024 4825 103 33


108 E kp/m2 1,919 2,045 2,160 2,342 2,451 2,410 2,326
103 T kp/m 7,923 7,750 7,574 7,212 6,836 6,446 6,042

Aria - alla pressione di 1 atm normale (= 1,013 25 · 1 O5 Pa = 760 mm Hg l


i-20°c 10° 20° 40° 60° so• 100° 200° 500°
y kp/m 3 1,40 1,29 1,20 1,12 1,06 1,00 0,95 o, 746 0,393
p kps 2 tm2 0,142 0,132 0,123 O, 115 0,108 0,102 0,096 0,076 0,040
106 µ kps/m2 1,65 1,75 1,85 1 ,95 2,04 2,13 2,22 2,66 3,868
106 v m2 /s 11,6 113,3 15,1 16,9 18,9 20,9 123' l 35,0 97,7
23

Prodotti ch im ici

Li quido Peso specifico Viscosità cinematica


y(kp/m3 ) 106 v( m2 / s)
Benzina 750
Ga solio 800 - 830 11,8 - 21 , 2
Olio 1 ubrificante S.A.E. 30
880 - 920 532 - 927
Olio lubri f icante S.A.E. 50
Olio di ricino 960
Olio d ' oliva 910 109

Pro dotti industriali

Liquido Peso spec. Viscos.ass. Tena.di vap. Mod.di elast. Tet,s, superf .
(rispetto aria)
y (kp/m 3 ) 106µ (kps/m2) Pv (kp/m 2 ) 10-e E(kp/1112.) 103 T (kp/m)

Alcool etilico 789 122 , 6 598 0,90 2,21


Anil ina 1022 455,5 trascurab. 4 , 50
Benzolo 880 65 ,4 7 1015 1,15 3 , 00
Etere eti 1ico 713 23,46 6014 0 , 52 1, 71
Gliceri na 1262 79293 trasc urab. 4 , 00 6,65
Mercurio 13546 162 ,o trascurab. 26,7 ( I ) 51 , 5
Nitrobenzolo 1190 187,0 trascurab. 4,36 ( 2 )
Tetracloruro
di carbonio 1595 102 ,0 1237 2,62 ( 2 )

(1) a 0°C.

( 2 ) in presenza del vapore saturo.


24

2 - EQUILIBRIO DEI FLUIDI PESANTI IN QUIETE (IDROSTATICA)

2.1. Relazione tra gravità e pressione. I.qgie idrostatica


'Per i fluidi in quiete (per i qual i non esistono sforzi tange.!!
ziali, ma solo sforzi normali o di pressione) è immediata la dedu-
7.ione della relazione
che lega la pressione
alla quota, per l'inte~
vento della gravità.
Consideriamo a tal h
fine (Fig. 2 . 1) un e-
lemento prismatico i-
solato dal resto del
fluido, di base cSA e
di lunghezza cS:r; sia :r
la direzione dell'as-
se dell'elemento, h la
direzione verticale (p,2
sitiva verso Z'aito) Fig.2.1

ed o l' angolo acuto


fra queste due dire-
zioni.
Se l'elemento è in equilibrio, dovrà essere nulla la risulta,!!
te delle forze applicate; si tratta de l le forze di pressione da pa!_
te del fluido circostante, agenti sulle due basi e sulla superficie
laterale, e della forza di gravità (peso dell'elemento).
Lungo la direzione x, non essendovi componenti delle forze di
pressione sulla superficie laterale, si dovranno considerare le sole
forze di pressione sulle basi, che per la continuità del mezzo f lu.!_
do variano da p a p + !-2..3:r cS:r; pertanto, essendo ycSAcSx coso l a comPQ_
nente del peso, risulta:

pcSA - ( p + *ox) . cSA + ycSAcS:r coso = o

Osservando che è, tenendo conto dell'orientazione:


25

ÒX coso"' - òh

e passando agli infinitesimi, la preceàente diventa:

- ¾; dx - y :; dx= O .

Poichè analoga deduzione può trarsi per elementi 11 cui asse


sia nelle altre direzioni coordinate y, z, e cioè:

- le.
ay dy - Y ay
l!!. dy = o

- lE.
a z dz - y l!!.
a z dz O

si avr~, sommando:

dp + y (p ) d h "' o ( 2. 1)

che è la relazione differenziale f r a g li incrementi di pres s i one e


gli incrementi di quota verticale i n un fluido in quiete; dove si
~ indicato y( p ) per denotare la dipendenza, in gene rale , di y dalla

pressione p (e quindi dalla quota h).


Nel caso par ~ic_q !are di un fluido incomprimibile (y = c ost),
si può scrivere, int egrando

p + yh = cost ( 2 . 2)

La (2.2) costituisce l'equazione fondamentale de l l' i dr osta


tioa; essa esprime 11 fatto che
in un fluido (incomprimibile)in
quiete, la pressione varia li-
nearmente con la quota altimetri

Ogni superficie orizzonta-


le, ove h è costante, è pertanto
h
t-====-=~ - - - - - .
- - -- .. __
.._ .,. _ .
. .., .. - - -
una superficie isobarica, e qu~
sto vale anche in particolare
per la superficie di separazio- /

ne con altro fluido (ad esempio Fig. 2.2


la superficie libera dell'acqua
a contatto con l'atmosfera, do-
ve regna la pressione atmosferi
26

ca Pa>· In un r ecipiente che presenti pi~ superficie libere, il 11


guido si disporrà nei vari vani alla stessa quota, dato che su ci~
scuna superficie grava la stessa pressione (Fig. 2.2){principio dei
vasi comunicanti).
La costante nella (2.2) può venire determinata, noto che sia,
nella porzione continua del fluido considerata, il valore Po della
pressione in una sezione orizzontale, cioè ad una data altezza h 0
dal piano di riferimento. Risulta pertanto:

P - Po= y (h 0 - h) (2.3)

Quando si tratti di un liquido con superficie libera, si suole


asswnere come piano
qi riferimento per le
quote h wiesta ates-
sa superficie a pres
sione nota (p = p 8 per
ho= O). Si avrà al-
lora (Fig. 2.3) per
un punto alla profo~
Fig, 2 . 3
d i tà a z - h rispet-
to alla superficie:

p = Pa + yz (2.4)

che è la cosiddetta Zegge idrostatica.


Esaminiamo ora (Fig. 2 . 4) il caso di due liquidi non miscibi-
li sovrapposti, di peso speci-
fico Y1, Y2 con Y 1 < Y2 •
La pressione i n corrispoE - - - - --.-
~

denza della superficie di sep~


razione, posta alla profondità
z 1 , sarà p = p a + y 1 a 1 , e in una
superficie orizzontale generi-
ca, alla profondità z 2 al di
sotto, sarà: Fig. 2 . 4

(2.5)

Si noti che nella pratica, invece della pressione assoluta, è


comune parlare della pressione relativa, cioè riferita all'atrnosfe
27

rica. In questo caso si assume la pressione atmosferica come valore


di riferimento, per cui la (2.4) si riduce alla

p = yz . (2.6)

2.2. Miture piezometriche


La relazione (2.4) ci mostra anche come una pressione possa e~
sere convertita, a meno di una costante, in una colonna di altezza
z di un fluido avente peso specifico y. E' questo il principio su
cui si basano le misure piezometriche.
Per misurare la pressione in un punto A di un fluido contenuto
in un recipiente converra applicare alla parete del recipiente, al-
la quota del punto, un tubo di spia (generalmente di vetro traspare~
te): il liquido risalirli nel tubo fino ad una certa altezza, dove si
determina una superficie di separ!
zione con l'atmosfera. Alla base
del tubo avremo p = p 8 + yz , e, d!
to che le super ficie orizzontali

]
sono isobare, sara a·nche p A = p a + Y.
+ yz sull'orizzontale passante per
A.
Questa è la situazione (Fig.
2. 5) piil semplice di connessione di
tubo indicatore con un recipiente
ove ci sia una pressione da misur~ Fi!J . 2.5
re. Si noti che in questo caso il
fluido contenuto funge da liquido
indicatore.
Ma vi sono altri casi, in cui ciò non risulta praticamente po~
sibile, come è il caso di un recipiente contenente un gas.
In questo caso si dovra usare come indicatore un liquido appr~
priato,per esempio l'acqua. L'installazione impiegherà un tubo ad U
collegato col serbatoio, al cui imbocco va inserito un rubinetto
(Fig. 2.6).
Ponendo il liquido indicatore nel tubo isolato dal recipiente
e con i due rami aperti, esso si dispone in essi a livello pari, in
quanto in entrambi si ha pressione atmosferica. Collegando il tubo e
aprendo il rubinetto, il ramo direttamente comunicante col serbato-
io si riempie di gas e il liquido si abbassa di. un certo livello in
un ramo e s'innalza di altrettanto nell'altro, determinando un disl.!_
28

vello a 0 tra le due superficie di separazione rispettivamente col


gas e con l'aria.
Se il gas, di peso specifico
y, è a pressione p maggiore della
atmOsferi ca, il liquido si dispo-
ne come nella F ig. 2. 6. La press12
ne nella superficie B di separazi2
ne a sinistra è data dalla pres-
sione al livello di A, aumentata
8-· - -8'
del peso della colonna di gas, di
altezza a 1 (che però è generalme~
te trascurabi~e) :
Fig. 2.6

D'altra parte in B', sezione isobarica di B, si avrà una pre!


sione

ove Ym è il peso specifico del liquido indicatore.


Eguagliando p 8 = p 8 ,, si ha pertanto:

(2.7)

od anche

( 2. 7 ')

Va osservato che, trattandosi di un gas 11 cui peso specifi-


co ~ molto piccolo, la pressione misurata in A è praticamente la
stessa che regna in tutto 11 recipiente.
Le (2. 7) ( 2. 7') sono valide naturalmente anche se invece di
un gas il recipiente contiene del liquido, purché non miscibile e
piQ leggero del liquido indicatore ausiliario .
In questo caso non si può generalmente trascurare, come per
un gas, il termine ya 1 •
Tipico è l'impiego del mercurio come liquido ausiliario per
la misura di forti pressioni nell'acqua, che consente di avere una
altezza accettabile di colonna liquida, tale da assicurare una' bu2
na lettura per la pressione da misurare.
Qualora il gas od il liquido contenuto nel recipiente sia a
29

pressione inferiore all'atmosferica, il liquido ausiliario si inna,!


za nel ramo a comunicazione diretta col serbatoio e si abbassa nel-
l'altro, contrariamente a quanto indicato nella Fig. 2.6. In questo
caso le formule precedenti valgono egualmente, salvo che ora ya 0 è
da computare col segno negativo.
Le installazioni descritte permettono la misura di pressioni a~
solute, per cui sono chiamate piezometri aeeoZuti.
Esistono invece apparecchi che permettono la misura diretta de,!
la differenza di pressi.9.
ne tra due recipient i e
che vengono perciò chi~
mati pieziometri differe!!_
ziaZi. Supponiamo di a-
vere due serbatoi, in cui
si trovino fluidi che
possono essere diversi
l'uno dall'altro, e di
voler rilevare la diff~
renza di pressione 6p •
• P 1 - p 2 in due punti
B- · -·-8'
qualsiasi. A tal fine fac
ciamo tra di essi un co,!
Fig. 2 . 7 legamento piezometrico
con un tubo ad U, come
indicato in Fig. 2.7.Se
si tratta di gas, o di
due liquidi uguali, si
dovrà disporre di un liquido ausiliario, diverso da quello dei ser-
batoi, in quanto altrimenti non si avrebbero nel piezometro superf!
cie d~ separazione e non sarebbe evidente nessuna colonna indicatr!
ce. 51 dovranno distinguere i due casi di maggiore o minore peso sp~
cifico del liquido ausiliario rispetto a quelli contenuti nei serb~
toi.
Se 11 liquido indicatore è di peso specifico maggiore, la disp.9.
sizione del tubo ad u è corretta con la concavita rivolta verso l 'a,!
to. Se, ad esempio, la pressione p 1 è minore di p 2 , il liquido ind!
catore è disposto come in figura e saranno z 0 , al' z 2 i dislivelli.
Assumendo al solito come sezione isobara la B - B', risulta:

sul ramo di sinistra

sul ramo di destra


30

da cui, per essere p 8 = p 8 ,, si ricava la differenza di pressione:

(2.10)

Esaminiamo il caso in cui y 1 = y 2 = y (stesso fluido) nei due


recipienti, con le prese piezometriche disposte alla stessa quota,
cioè z 2 - z 1 = z 0 i la precedente risulta:

lip = p 2 - p I = (y m - y) zO

Se si fosse misurata la stessa differenza di pressione t.p in


colonna del liquido da misurare, avremmo trovato un dislivello z,
fra i due bracci del tubo ad u, pari a ~y
. Questa misura è realmen
te possibile col dispositivo
indicato nella Fig. 2. 8 , in
cui con opportuno artificio
si mantiene la separazione
tra le colonne dei due rami
imprigionando aria compressa
(o rarefatta) nel collegameu
1
to superiore.
Confrontando le due mi- y
sure, si ha:

t.p = yz = (ym - y) zo

cioè

Fig.2.8

Zo = (y X_ y) z (2.11)
m

Pertanto, applicando il liquido di peso spe~ifico ym, siotti~


ne una differente altezza z 0 della colonna, in confronto all'alte~
za z che si sarebbe avuta se non si fosse impiegato il liquido au-
siliario.
Si presentano, in virt~della (2.11), i seguenti possibili ca-
si:
31

zo < z

Y <ym<2y

Evidentemente nel terzo caso (liquido ausiliario pia leggero),


l'installazione va fatta ribaltando 11 tubo ad U, in modo che pre-
senti la convessitl (e non la concavitl) verso l ' alto.
va notato infine che 11 liquido ausiliario deve avere in ogni
caso le seguenti caratteristiche : non essere miscibile col fluido
di cui opera la misura, potersi distinguere da esso per colore, m~
dif icare poco 11 peso specifico con la tempera tura. Per le misure
in acqua si prestano maggiormente 1 seguenti liquidi ausiliari:

Peso specifico Variazione media Solubilità in acqua


a 1s•c percentuale (percentuale in peso)
3
Ym (kp/dm ) d i ym per 1°C

Mercurio 13,56 0,018 nulla


Bromofor111io 2,90 0,06 0, 1
Tetracloruro
di carbonio 1,60 0,12 quasi nulla
(Mono)-Nitro
benzolo 1,20 0,08 o, 19
Anilina 1,02 0,08 3,1
Benzolo 0,88 o, 12 0,07
Toluolo 0,87 -- 0,2
Etere etilico o, 72 -- 7,5

2. 3. Effetto della capillarità sulle quote piezometriche


L'impiego di tubi circolari (per comoditl) e di piccolo diam~
tro (per avere una maggiore prontezza, derivante da un pia rapido
riempimento), presenta, nei piezometri, molti ~antaggi,ma, di fro~
te ad essi, sta l ' inconveniente che nei tubi di piccolo diametro
(capiZZari) si risente di una variazione di quota del pelo libero
(cioè del menisco) per effetto della capillaritl.
Nel caso di un tubo capillare immerso in un liquido 11 meni-
sco si approssima ad una calotta sferica, e si nota un innalzamen-
to o un abbassamento della colonna interna rispetto al liquido e-
sterno, a seconda che 11 liquido stesso bagni o no la parete .
32

P. ,,_

,,.

a} b}
Fig . 2.9

Se, come nel caso più generale, si considera che le superficie


della Fig. 2.9 separino due liquidi diversi a contatto, o un liqui-
do a contatto con un gas,di pesi specifici rispettivamente ym e y 8 ,
e si considera come superficie di riferimento isobara quella più e-
levata appartenente per intero al liquido inferiore, risulta nei due
casi:

essendo p 3 la pressione nell'ambiente fluido superiore,e pT la pre~


sione capillare; da cui:

PT = {ym - ya) z
lii

Per la formula di Laplace (1.11),


ricordando che il menisco può ritener-
si in prima approssimazione una calotta
sferica, con R = R 1 = R 2 , risulta (Fig. ~ I
2.10)che il raggio R della calotta sf~
rica forma, con l'orizzontale, un ang~ &---+----
lo di ampiezza 8 o rispettivamente (n -
- 8), essendo 8 l'angolo di contattoied
è quindi legato al raggio d/2 del tubo d
capillare dalla relazione
d/2
R =±cose Fig. 2.10
33

Si ha quindi, sostituendo:

z
m

da cui:
4T cose ( 2. 12)
.am = d ( Y m - Y a)

Nel caso di menisco acqua-aria entro tubo di vetro, con T =


0,076 gp/cm, e= o•, y
m
= 1 gp/cm 3 , y
a
= 0,00123 g p/cm 3 ~ O, ri-
sulta:

~ 4 · 0,076 0,3 1
z
m -1-·--r- -d-

essendo d, a m espress i in cm.


Nel la forma p iQ comune :

z d = 31 (rnm 2 )
m

l ' espressione v a sotto 11 nome di Zegg e di Jkr i n ( I . JURIN, ingle-


se , 1718). Il fenomeno già pr ima (1670) era stato intuito da G . A.
BORELLI .
La legge è stata determinata sperimentalmente , come sperimen-
talmente è stato determinato 11 risultato

z
m
d = - 1 4 (nun 2 )

per 11 me ~iaco me r c ur io -aria, che trova analoga giustificazione t~


erica.
Si fa notare che, per pura coincidenza numerica, 11 risultato
precedente è anche valido per 11 menisco mercurio-acqua; ed è que-
sta una p~oprietA molto favorevole perché, nel corso delle diverse
misurazioni, il mercurio è a volte a contatto con l 'acqua, altre vol
te a contatto con l'aria.
Le formule di cui sopra permettono di stabilire la correzio-
ne da apportarsi alle letture piezometriche per tener conto dell 'ef
fette del menisco; in termini di pressione, come evidente, essa è
assai piQ importante quando si impieghi come liquido indicatore il
mercurio anziché l'acqua.
34

2.4. 8aromeuo. Pressione atmosferica


Per la misura della pressione atmosferica si usa un particol~
re apparecchio chiamato barometro (E.
TORRICELLI, 1644), che è costituito da
un tubo capovolto in una bacinella,nel
quale, fatto il vuoto, il liquido, di
peso specifico ym' sale ad un'altezza
hB tale da equilibrare la pressione
(atmosferica) agente sulla superficie
della bacinella. he
Avremo infatti (Fig. 2.11)

dove p 1 è la pressione nello spazio s~


vrastante la colonna: e pertanto

Fig. 2.11

A seconda del liquido usato, l'altezza barometrica è diversa:


per esempio usando mercurio essa è circa 13;6 volte p1Q piccola di
quella che si avrebbe usando acqua.
Pur con tutte le precauzioni per eliminare ogni rientro d'aria
e fare una chiusura ermetica della calotta, la pressione p 1 non può
mai venire ridotta a zero, in quanto nell'ambiente regna comunque la
tensione di vapore del liquido (p 1 = p v) ; è favorevole l'impiego del
mercurio anche perché per esso il valore di pv è quasi nullo (0,01
mmHg) •
Pertanto, entro la precisione di 0,01 mmH, la pressione atmo
g -
sferica può essere valutata col barometro a mercurio con la formu-
la

Il valore del peso specifico è ym = 13,595 kp/drnlalla ternper~


tura di o•c ed al livello del mare, per la latitudine di 45°. Va-
riando il valore della gravita con l'altitudine e la latitudine,e
la densita del mercurio con la temperatura, il valore del peso sp~
cifico va corretto con la formula data dalla fisica, per ottenere i
valori della pressione, e determinare la cosiddetta altezza barome
trica corretta.
35

Il valore norma le della pressione atmosferica corrisponde ad


un'altezza barometrica di 760 mm , nelle condizioni sopra indica-
88
te. Ad essa corrisponde un'altezza di colonna d'acqua pari a

0,760. 13 • 595 = 10,332 m.


1

E' questa l 'unitA di misura chiamata atmosfer>a fisica (1 atm =


1000 x 10,332 kp/m 2 = 1,0332 kp/cm 2 ), che nelle applicazioni vie
ne semplificata nell'atmosfer>a tecnica (1 at = 1 kp/cm 2 ).

2.S. Principio delle preac idrauliche


Una diretta applicazione della legge idrostatica , giA indica-
ta da B. PASCAL nel 1683, si ha nelle pr>esse idrauliche, costitui-
te da un sistema meccanico
schematizzato in Fig.2.12,da
cui si ottiene una forza con
siderevole a prezzo di una

., . ....-G,
. forza minore applicata. I due
cilindri sono di sezione di-
versa e in essi sono co l loca
ti due pistoni scorrevoli a
tenuta, tali da sostenere ce.E_
te forze applicate F 1 ed F2
rispettivamente, tramite un
volume racchiuso di liquido
Fig. 2.12
incomprimibile.
Le pressioni esercitate
sui pistoni da parte del li-
quido sono p 1 , p 2 , in genere
tra loro differenti in base alla relazione:

essendo z 11 dislivello tra le facce inferiori dei pistoni, e y il


peso specifico del liquido.
D'altra parte, dette A 1 , A 2 le aree dei pistoni, G 1 , G 2 i ri-
spettivi pesi, risulta:

P2 = P1 + yz = + yz
36

da cui:

Nel caso particolare in cui sia z = O o comunque yz trascura-


bile, e trascurando pure i pesi dei pistoni, avremo:

Az
F 2 = Fl - (2.13)
A1

cioè la forza F 2 risulta legata allaF1 dal rapporto delle rispett!


ve aree.
Poiché, in assenza di attriti e con una tenuta perfetta, il l,!
voro virtuale di questo siste111a è nullo, detti Az 1 , Az 2 gli spost_!
menti compatibili dovremo avere:

ma, siccome 11 liquido è incomprimibile, gli spostamenti Az 1 , Az 2


sono inversamente proporzionali alle aree dei rispettivi pistoni,
perché una variazione di volume AV 1 nel primo cilindro dovrà esse-
re uguale e contraria a quella AV 2 nel secondo; per cui si ottiene:

(2 .15)

che, sostituita nella (2.14), conferma la (2.13).


Questi sono i principi che regolano le applicazioni delle pre_!
se idrauliche. Nella pratica bisognerà tener conto di un rendimen-
to del sistema inferiore all'unità, in relazione alle varie perdi-
te che inevitabilmente si manifestano e alle resistenze che si in-
contrano nel movimento.

2.6. Spinta sul fondo. Pando110 idrostatico


Esaminiamo la spinta che viene ~- d~terminarsi~y_lla _~uperficie
di fondo di un recipiente su cui gravi una pressione derivata dal-
l'altezza del liquido contenuto (Fig. 2.13).
Se 11 fondo è orizzontale e a è l'altezza , detto dA l'elemen-
to di superficie del fondo, la forza su di esso sarà:

dF z p dA = y z dA
37

ove y è il peso spec ifico del liquido.

A
F-yzA

8)
A
F

b}
Fig.2.13
l A
F

e}

Poiché la pressione è uniforme sul fondo in quanto z è costan-


te, la spinta complessiva F che agisce sull ' area A del fondo è data
dall'integrale, esteso all ' area stessa, della forza sull'el emento di
superficie:

F = i p dA .. L
yz dA • yz L dA • yzA (2 . 16)

La spinta sul fondo è perciò pari al prodotto della pressione


ya per l'area; essa risulta evidentemente applicata nel baricentro
della sezione, in quanto si tratta del risultante di forze paralle-
le di uguale intensità.
Se, mantenuta costante l'area A del fondo e l 'altezza ~el li-
quido, si considerano diverse forme del recipiente (vediFig. 2 .1 3),
la spinta rimane identica, sia come intensità che come punto di ap-
plicazione. Si tratta del cosiddetto "paradosso idrostatico", già
chiarito da STEVINO (1586) in base al cosiddetto "principio di soli
dificazione". Infatti, nella situazione b) della Fig , 2.13, la par-
te liquida tratteggiata puO considerarsi, senza alterare l ' equili-
brio delle forze, sostituita da sostanza solida avente il medesimo
peso specifico del liquido; e viceversa nella situazione c).Non si
modifica di conseguenza la spinta P sul fondo.

2. 7. Spinte su superficie piane


Consideriamo una superficie di area A, che appartenga ad un pi~
no inclinato, e che sia a contatto su una delle facce con un liqui-
38

do (Fig. 2.14) avente una superficie libera.


In figura la traccia o-
rizzontale della superficie
libera interseca in O la
a,, traccia del piano inclina-
to su detta superficie. Il
ribaltamento a destra del
piano inclinato ci porge la
forma di A.
Su un elemento di area
dA agisce una spinta dF, d~
ta dal prodotto della pre~
centro di spinta sione a quella profondità
p = yz per l'elemento dA:
Fig,2,14

dF = p dA = yz dA

Consideriamo l'angolo a che 11 piano inclinato forma col piano


orizzontale; assunti gli assi z, y come in figura, avremo:

y sinCl = z •

L'integrale delle forze dF, esteso a tutta l'area A, ci porge


la forza complessiva agente:

F = L p dA = L yz dA = y sina

L'integrale cosi espresso corri sponde al valore del momento


statico dell'area A rispetto alla traccia del piano (asse x), e pe!:
tanto risulta:

L y dA = Yc A

dove Yc è la distanza da essa del baricentro dell'area considerata.


Quindi:

F = y sina Yc A ( 2 . 1 7)

dove zG è la quota d'immersione del baricentro.


Si può dire, per estensione, che la spinta esercitata su una
superficie, di forma qualsiasi, contenuta in un piano, è data dal
39

prodotto dell'area per la pressione in corrispondenza al baricen-


tro dell'area, ~ normale ad essa ed è diretta verso la superficie
premuta.
Definiamo come centro di spinta e l'intersezione della retta
d'azione di F con il piano contenente l 'area A. Le coordinate y,
e
xc del centro di spinta si otterranno eguagliando 11 momento di F
rispetto agli assi alla somma dei momenti delle forze elementari
dF rispetto agli stessi.
Il momento dM della spinta agente sull 'elemento generico, ri
spetto all'asse x,vale :

dM =y dP = yyz dA = yy 2 sino dA

e pertanto 11 momento complessivo riguardante l'intera superficie


sarll:

M= Ly dF = { yyz dA • y sino L ij 2 d A

ove l' integrale scritto corrisponde al momento d'inerzia Io di A


rispetto all ' asse x:
t y2 dA = Io

D' altra parte si ha per definizione;

e qui1,di:

M y sino Io y sino Io Io
= ( 2. 18)
Yc = F = y ZG A Y"!lc sinn A '!le A

Applicando 11 noto teorema di Steiner :

dove IG è il momento d'inerzia rispetto all'asse, parallelo ad x,


passante per 11 baricentro, risulta:

( 2. 19)
40

Il centro di spinta C risulta quindi più basso del baricentro


G. La distanza yc - yG, se una data superficie viene collocata a
profondità diverse, diminuisce con l'aumentare della profondità.
Per una qualsiasi rotazione della superficie attorno al suo a2
se orizzontale baricentrico l'intensità della spinta F = y zGA non
varia, perché essa dipende solo dalla profondità zG. Varia invece
la posizione del centro di spinta e, poiché varia I 0 . se l'area si
porta in un piano orizzontale, risulterà e = G ( § 2. 6) , in quanto
nella (2.19) Yc • ~.
Analogamente, prendendo i momenti delle forze elementari dF e
della forza complessiva F rispetto all'asse y, si ottiene:

y sina T--,--
xy
X = (2.20)
e

dove ora I-xy


- è il momento centrifugo dell'area A rispetto agli as-
si;;, !i.
se l'asse y passa per il baricentro dell'area, e questa è ge2
metricamente simmetrica rispetto a tale asse, sarà Iiy = O. Dunque
(come evidente) il centro di spinta, come pure il baricentro, gia~
ciono sull'asse di simmetria.
In particolare, se la superficie premuta è rettangolare, con
le basi b orizzontali, soggiacenti di z 1 , z 2 al pelo libero (Fig.
2.15 a)), la spinta vale:
2 _ 2
Z2 - Z1 Z l. z l
F = yb = yb 2 sina
sincx

ed il suo punto di applicazione dista dal pelo libero:

sina 2 1
+ - ------ ---- -----
2 sina 12 3 sina z ~ - z f

Se la superficie è addirittura in piano verticale, ~ la aua


base superiore coincide col bordo libero (Fig. 2.15 b)), la spinta
vale, per una profondità z della base inferiore:

1 2
F =
2 ybz

ed il suo punto d'applicazione si trova alla profondità zç = z. j


E' facile vedere che le espressioni indicate per la spinta cor
rispondono al volume <lel solido che si ottiene portando normalmen-
41

r
T
2
zo
-1 3l
,+
w-r.. * I
l--b-4
b)

Fig, 2 . 15

te, a partire dai punti della superficie premuta, i valor i delle ri


spetti ve profonditA mol t i plicati per 11 peso specifico y (so Zi-
do deZZe pr essioni ) . La base di questo solido è 11 trapezio , ovv e -
ro 1 1 t r iangolo deZZe pressioni , rappresentati nelle Fig. 2.15a) e
b).

2.8. Spinta 111 superficie curve quabiasi


Si consideri ora una superficie curva premuta, come in Fig .
2.16. La spinta e
lementare su un e X
/
lemento di essa dA /.,,

____ _____ p;
/
/
sarà ancora: dA .,,.,,-
I
I I I t
I I I I I
I
dF = p dA = yz _q_,1 . I I

lz
I
A
I
I
Per dete:r:mi-

d -----------
i ---------
nare gli sforzi
sull ' elemento,che
-·---------
---·-------
avrà una giacitu-
F=yzdA
ra qualsiasi, co~
z
viene assumere dei
piani di riferirne~ Fig . 2 . 16
t o, stabil endo un
s i stema di coordinate cartesiane ortogonali con gli assi~, y oriz
42

zontali giacenti nella superficie libera e l'asse z verticale ed 2


rientato verso 11 basso. Prenderemo in considerazione le proiezio-
ni della spinta elementare sui piani (y, z) , (x, z) , (x, y) :

sul piano (y ,a) dF X = dF cosa


sul piano (x ,z) dF y = dF cosa
sul piano (x ,y) dF z = dF cosy

dove a, a, y sono gli angoli fra la normale orientata alla superf!


cie considerata ed i rispettivi assi coordinati.
Risulta:

dF X yz coso dA

dove dAxè la proiezione di dA sul piano yz normale ad x.


Analogamente si trova:

dF y = yz dA y
(2.21)
dF z = yz dA z
Si osservi che quanto si è ricavato per valutare la spinta su
una superficie piana si può trasferire alle componenti, rispetto ai
piani coordinati (y, z}, (x, z) , della spinta sulla superficie curva,co~
siderando le componenti stesse F , F come spinte sulle proiezioni
X y
AX , A y della superficie curva in esame.
Per le componenti orizzontali Fx ed F avremo cosi le rispet-
Y
tive intensità e le posizioni dei centri di spinta.
Per la componente verticale Fz, si vede che il termine dF z =
= y z dA 2 porge il peso del fluido sovrastante l'elemento premu-
to dA.
L'integrazione fornisce il volume complessivo sovrastante la
superficie curva in esame e quindi la componente verticale F 2 del-
la spinta è pari al predetto volume, moltiplicato per y. Tale for-
za è diretta verso il basso se il volume sovrastante è un volwne li
quido real.e, verso l'alto nel caso contrario d.i un volume ideal-e
(superficie premuta sovrastante).
Le tre forze F X , F y , F Z cosi trovate non hanno solitamente ret
te d' azione concorrenti in un punto, ma sono riducibili, per una
legge generale della meccanica,ad una forza e ad un momento.
Esistono particolari condizioni di simmetria (ad esempio: ca-
43

lotta sferica, cilindro a base circolare) per le quali le spinte so


no riducibili ad una forza unica (con momento nullo).

2.9. Equazione globale dell'equilibrio


Se isoliamo dal restante fluido in quiete (od in moto rettili-
neo ed uniforme) un volume delimitato da pareti solide reali o da!
deali sezioni, l'equazione dell'equilibrio alla traslazione sarà e-
videntemente data dalla relazione vettoriale:

p dA e = O (2. 22)
e
dove C è la forza peso e 1' integrale rappresenta l'insieme delle spin-
te elementari dovute alle pressioni p agenti daZZ'eeterno aZ Z 'int er
no sul contorno Ac.
L'utilità della relazione emerge per rendere s pedito il compu-
to della risultante delle forze di pressione su superficie curve o
composite An, che sarebbe di complicata valutazione, qualora sia po!
sibile isolare dalla complessiva superficie di contorno A e alcune
porzioni A in cui la valutazione possa farsi direttamente con mez-
8
zi noti: ad esempio quando si tratti di sezioni piane .
Potremo pertanto scrivere :

p dA + f s
p dA • O

da cui (invertendo 11 segno) la cosiddetta r e azi o ne deZ fluid o sul


l'involucro:

p dA + Q (2.23)

Un caso di interessante applicazione è quello'delle forze che


cimentano le pareti di un tubo riempito di fluido, che vi esercita
pressione.
Supposto il tubo orizzontale e diviso in due metà da un piano
diametrale pure orizzontale (Fig. 2.17), l'azione delle pressioni sui
due semicilindri di lunghezza .t risulta, applicando la (2. 23), ed e!
sendo p la pressione sul piano diametrale:

FR = pd2. + G/2

dove i segni - e+ valgono rispettivamente per il semicilindro su-


44

periore e per quello inferiore.


Pertanto sull'intero cilindro, isolato dal resto, la sola fo~
za esterna agente provo-
cata dal fluido è il suo 'i,(-J
peso G.
La valutazione di _F R
può servire per valutare
la sollecitazione unitaria
o nel 1 'involucro del tubo,
T
qualora lo si consideri di
spessore sottile s rispe!
to al diametro d. Infatti
per equilibrare la F R do-
vranno esercitarsi sulle
due sezioni delle forze di
9 fil(+}

trazione T = ots tali che

2T = 2ote = FR
Fig. 2.17

Se si trascura l'effetto del peso (perché prevale quello del-


la pressione, o perché il fluido contenuto è un gas leggero, o pe~
ché infine il tubo è verticale),risulta immediatamente:

p = E.È. (2.24)
2s
che è la cosiddetta formula di Mariotte (E. MARIOTTE, 1679) per i
t.ubi sottili.
Con analoghi mez-
zi può essere ricav!
ta la sollecitazione
sul collegamento di
un fondello applica-
to al fondo di un r~
cipiente (Fig.2.18).
Pure di inlnediata
derivazione è la spi!!
ta longitudinale F R
dovuta al restringi-
Fig, 2.18 mento di un tubo (Fig.
2.19) orizzontale: e!
sendo costanti i va-
lori della pressione
45

. _:_1~1- lffeìr_1_u~L 'k I

I
--+1----------
Fig. 2 . 19

p sull'asse e quindi sul baricentro delle due sezioni piane. A 1 , Jl 2


praticate a monte e a valle del restringimento, si ottiene:

( 2. 25)

come valore globale risultante dalle for~e elementari di pressione


-dFx lungo l 'involucro convergente ,proiettate sull'asse del tubo,
Altro caso di grande interesse è quello della spinta dovuta
ad una curva o ad un gomito inserito in una tubazione (l' eaaione
suZ gomi to ).
Isolanao l'elemento con le sue sezioni di estremità la r isul
tante 1R delle forze di
pressione esercitate sul
le sue pareti, che non
è di facile valutazione,
viene determinata dalla
conoscen7ia del peso ~
del fluido contenuto, e
delle spinte che si eser
citano attraverso le s~
zioni anzidette. Assun-
ti nei centri di spinta Fig. 2 20
( in genere differenti tra
loro in base al dislivello) i valori p 1A1 , p2A2 (essendo p 1 , p 2 i
valori delle pressioni medie baricentriche) ,a~remo quindi:

( 2. 26)

Nel caso particolare di un gomito giacente i,n orizzontale (Fig.


46

2. 20) , non si ha componente del peso e le pressioni sono uguali (p 1 =


= p 2 = p) : se poi la sezione è costante (A 1 = A 2 = A) , chiamato a
l'angolo fra gli assi del tubo, la risultante ha 11 valore:

a
F R = 2pA cos 2 (2.27)

ed è diretta lungo la bisettrice dell'angolo a, verso l'esterno.

2.10. Solido immerso in un fluido


Si immagini di i sol are da un corpo solido un elemento prisma-
tico orizzontale di sezione infinitesima (Fig . 2 . 21). Questo tagli~
rà sulla superficie
del solido due fac- )(

ce opposte di aree
dA', dA", su cui le
rispettive pressio-
ni p sono uguali in
quanto esse si tro-
vano alla medesima
profondità.Osserva~
do che le aree dA',
è A" hanno ident:..ca
proiez i one dA sul
piano verticale nor
z
male all' asse del-
l'elemento, risulta
che la risultante Fig. 2 .21
delle due spinte e-
lementari è nulla. Nullo è perciò il contributo delle forze di pre.!
sione sul solido per ciò che concerne le proiezioni della spinta sui
piani verticali.
Considerando invece un elemento verticale d i sezione infinit~
sima, i l risultato è diverso in guanto, pur avendosi ancora la ste_!
sa proiezione dAz sulle due facce orizzontal i normali all'asse , si
ha s uperiormente la pressione p ' ed inferiormente la pressione p•=
= p' + ya, se a è il dislive l lo fra le due facce.
Risulterà perciò una spi nta elementare (dal basso all'alto):

e per l'intero sol ido immerso, il cui contorno è A ,si avrà perta~
e
47

to:

Fe = y f
A z dA e
e
= _yil

Si enuncia pertanto 11 principio di ARCHIMEDE (3° sec. a.C.),


secondo cui un corpo solido indeformabile immerso in un fluido pi-
ceve una apinta dal basso verso l'alto pari a l peso deZ volume del
fZuido apoatat~. Tale spinta, detta di aoatentamenta, o di Archim~
de, sarA applicata ovviamente nel centro del volume e del flu i do
spostato.
Studiamo ora le possibili posizioni di equilibrio di un corpo
immerso di peso G, che riceva una spinta di Archimede Fc yV, d i -
retta verso l'alto.
Nel caso Fc > G prevale la forza verso l'alto ed 11 corpo si
porta in condizioni di gatteggiamento.
In questa situazione la spinta di Arch i mede viene ridotta al-
la sola parte immersa del corpo , cosl da eguagliare il peso del cor
po stesso .
Nel caso F e < G prevale la forza verso 11 basso ed 11 corpo
scende verso 1 1 fondo .
Per un'analisi piQ accurata occorerebbe cons iderare l ' ipot esi
che 11 flu ido modifichi con la p rofond i t i 11 suo peso specifico (b!
tiscafi), ma per piccol i spostamenti lo s i può considerare costan-
te).
Se pertanto, nell'ipotesi F e < G , si vuol mantenere il corpo
immerso ad una certa profonditA entro 11 fluido, occorrer.i applic~
re al corpo stesso una forza verso l'alto di intensitA pari a G -
- F e = G'. Questa grandezza G' è indicata come pe s o apparente del
solido nel dato fluido.
Nel caso Pc= G ogni posizione è di equilibrio (indifferente)
rispetto alle traslazioni. Invece rispetto alla rotazione sussist2
no diverse possibilitA, a seconda della mutua posizione del centro
di massa G e del centro di volume C del corpo.
Per esempio, consideriamo una sfera leggera zavorrata intern~
mente, in modo che il baricentro di massa si porta praticamente nel
centro della zavorra (Fig. 2. 22), mentre il baricentro di volume co
incide con il centro della sfera.
Sempre sussistendo la condizione F e= G , nel caso a) (baricen-
tro G piO alto di C) per un piccolo spostamento si introduce una
coppia che tende ad allontanare l'oggetto dalla posizione di equi-
librio; nel caso b) (baricentro G piQ basso di C) la coppia deriva
48

ta da uno spostamento tende a riportarlo invece in quella posizio-


ne.
Nel primo caso l'equ!
librio alla rotazione dice
si instabiZe, mentre è sta
biZe nel secondo.
Nel caso che G e eco
incidano, l'equilibrio è in
differente. Questo si può
verificare quando il corpo
immerso è costituito da una 8) b)

sostanza omogenea di peso


Fig. 2.22
specifico pari a quello del
liquido, oppure da masse~
terogenee distribuite simmetricamente rispetto a l baricentro, pur-
ché il peso dell 'unit! di volume risulti mediamente pari a quello
del liquido.
un caso particolarmente interessante è quello dei sommergibi-
li, per i quali tutte e tre le posizioni di equilibrio sopra pro-
spettate sono possibili, a seconda che nelle speciali casse di za-
vorra l'acqua di mare venga introdotta od espulsa mediante l'immi~
sione di aria compressa.

2.11. Applicazione alle misure di densità. di peto e di volume


a) Den1imetro
E' un galleggiante di vetro, a forma di stelo terminante a bulbo,
che nella parte inferiore è za-
A vorrato e superiormente porta una
graduazione lungo lo stelo di s~
zione A (Fig. 2.23) .
Introdotto in un liquid~ con de_!!
sit! compresa nel suo intervallo
di taratura , esso galleggia rim~
nendo immerso fino ad una deter-
minata suddivisione della scala:
dalla lettura di essa si ha la
densità del liquido in esame.
Di solito i l densimetro è CO,!!
Fig. 2.23 globato aà un termometro poiché
49

la densitl varia sensibilmente con la temperatura.


Se y è il peso specifico del liquido campione (generalmente a.5:.
qua alla temperatura di 4°C) e ,i il volume spostato in condizioni
di galleggiamento, risulta:

G = yV

Ponendo il densimetro in un altro liquido di peso specifico y ' ~ y ,


11 peso G restando costante, dovrìl variare 11 volume per uno spost!!.
mento t:.h verso l'alto o verso 11 basso, diventando V +
t. h A , e quindi:

G = y' (V+ t:. hA)

Eguagliando le due espressioni si ricava:

t,h = + (y' -y) V


y'A

11 che permette di far corrispondere, ad ogni valore della scal a


graduata, un determinato peso specifico per il liquido in cu i 11
densimetro è immerso.

b) Delerminuione del peso specifico dì un corpo mediante immersione


Si supponga di conoscere mediante pesata 11 peso G (in aria)
del corpo in esame, di natura omogenea e di peso specifico Ym · Lo
si immerga in un liquido di peso specifico y < ym ; per tenerlo so-
speso occorrerà applicare una forza verso l 'alto, mediante un filo ,
pari al peso apparente G' = G - yV. Pure questa forza è determina
bile per pesata,
Poiché V = G , avremo sostituendo:
Ym

Si ricava di conseguenza anche il volume V.


Per una misura di grande precisione occorrerebbe considerare
che, nelle pesate, sia il corpo in esame sia i pesi che lo equili-
brano sono soggetti ad una spinta di sostentamento, per quanto as-
sai piccola, dovuta all'immersione nell'aria.
50

2.12. Galleggiamento
L'abbassamento di un galleggiante dalla sua posizione di gal-
leggiamento determina un aumento del volume di liquido spostato,
quindi della spinta di sostentamento: perciò esso tende a salire
e a riprendere la primitiva posizione. Per un sollevamento, nel ca
so inverso, prevarrà l'azione del peso. Quindi la posizione di gal
leggiamento è di equilibrio stabile rispetto a spostamenti vertic~
li. E' chiaro che l'equilibrio risulta indifferente per spostamen-
ti orizzontali.

a)

t!:'"'f"""~
. . ·-·r·-· ------
1

E
A

e)

Fig. 2 .24

Per l'equilibrio rispetto alla rotazione va esaminato quanto


segue, con speciale riferiruentoagli scafi delle navi.
Sia G il baricentro, C il centro di spinta o cen t ro di care-
na (centro del volume V spostato, detto volume di carena) eden-
trambi giacciano sull'asse P. di simmetria (asse di galleggiamento)
in condizione di riposo (Fig. 2.24 a), per cui si ha l'equilibrio
delle forze

Fe yV = G

Consideriamo la superficie di galleggiamento (odi livello de_!


l'acaJa), formata dall'intersezione dello scafo con la superficie
51

libera, ed osserviamo che ogni piccola rotazione avviene attorno ad


uno degli infiniti assi giacenti in questa superficie. Tra questi,
ammessa la simmetria dello scafo rispetto ad un piano verticale lo!!
gitudinale, acquistano particolare importanza l'asse longitudinale
(attorno al quale si verifica il moto di rollio) e l'asse trasver-
sale (moto di beaaheggio) .
Poiché il pericolo di instabilità è, come evidente, assai pr2
nunciato per i l moto di rollio, è per esso che viene ricercata la
condizione di stabilità.
La sezione trasversale dello scafo, che contiene (in condizi2
nidi riposo) i punti O e e allineati, taglia in o la traccia del-
la superficie di galleggiamento; la piccola rotazione considerata
a vviene attorno all' asse d 'inc linazione longitudinale che passa per
o.
Nella posizione inclinata dello scafo,esaltata in Fiq. 2.24 b),il
baricentro C rimane nella stessa posizione rispetto allo scafo, ma
il centro di carena viene a trovarsi in C ' 1 cioè nel centro del nu2
vo volume immerso.
Per le piccole oscillazioni considerate 11 volume di carena ri
mane 11 medesimo: infatti la parte immersa a destra per ragioni di
simmetria è equivalente a quella emersa a sinistra.
Evidentemente , perchè l ' e quil ibrio del galleggiante sia stabl
le, occorre che la coppia delle forze peso e spinta sia tale dari
portare il galleggiante alla posizione iniziale .
Da semplici considerazioni a ppare sufficiente che la retta di
a zione della spinta applicata in C' intersechi l'asse di galleggi~
mento in un punto superiore al baricentro G dello scafo . Questo
deve avvenire per tutte le oscillazioni della nave, ed anche,
al limite, per un'oscillazione infinitesima; i l punto intersezione
tende infatti ad abbassarsi col diminuire dell'angolo di inclina-
zione, portandosi ad una posizione limite M. Questo punto è detto
metacentro; 11 suo significato compare la prima volta in un tratt~
to navale di P. BOUGUER (1746).
Per calcolare la posizione del metacentro si procede nel se-
guente modo. Si consideri il galleggiante in posizione inclinata;
le parti immersa ed emersa della carena, che sono per ipotesi due
cunei equivalenti, determinano rispetto all'asse d'inclinazione di
traccia O due momenti uguali e dello stesso segno, tenendo conto del
diverso verso di rotazione.
Calcoliamo il momento di ciascun cuneo: indicato con 68 l ' an-
golo di inclinazione del galleggiante, l ' elemento dA della superfl
52

cie A di galleggiamento (Fig. 2.24 c)) posto alla distanza generi-


ca x dall'asse, risulta ruotato di un arco pari a

x sin68 xoe

Il volume immerso od emerso

dv x oe dA

corrisponde ad una spinta elementare di galleggiamento

dFc = ydV = yx 60 dA

esercitando un momento

dM = yx 2 68 dA

Il momento totale delle due parti (positivo nel verso di ro-


tazione antiorario) sarà allora:

M = i yoe x 2 dA yéa Io (2.28)

ove Io è il momento d'inerzia dell'intera superficie rispetto al-


l'asse longitudinale d'inclinazione. A questo momento deve corri-
spondere quello determinato dallo spostamento da e a e• del centro
di spinta della carena, che è pari a yVx', essendo x' la distanza
tra le rette d'azione passanti per e e per C'. Si ottiene in defi
nitiva:

yVx' yo8 I 0

Dalla figura risulta

x' = CM sinoa CM éa

da cui

Viene definito distanza metacentrica il segmento orientato


d m = GM avente per estremi il baricentro e i l metacentro; risulta
allora, posto e= GC:
53

d ( 2. 29)
m

Se df/l risul ta positivo, cioè il punto M è più a l to del punto


G, l ' equilibrio alla rotazione è stabile .
Quando non esistono superficie di fluttuazione (corpi immers i,
sottomarini) è sempre I 0 = O; quindi dev ' essere e negativo ( bari-
centro più basso del centro di spinta) .
Per questa determinaz ione analitica si calcola agevolmente sia
il volume di carena sia il momento d ' inerzia Io; meno agevole rie-
sce la determinazione di e, perché si tratta di trovare 11 barice~
tro di uno scafo in genere non omogeneo, con spazi vuoti e con ma-
teriali vari non equiripartiti, oltre naturalmente ai carichi eve~
tuali. Va poi attentamente considerato, per la valutazione della P.2
sizione del metacentro, lo spostamento in oscillazione dei fluidi a
superficie libera , contenuti nelle navi cisterne .
La maggiore
o minore comod i -
tà di una nave è
in relazione al-
la distanza met~
centrica; infat-
t i ir:i una nave i_!:!
clinata si cost! Fc
tuisce una coppia e·
dm00
(detta mome n to d1:
richiam o ), che te_!:!
de naturalmente a
riportarla nella
posizione primi-
tiva . La coppia è
Fig. 2 . 25
data da due forze
uguali e contra-
rie applicate in
C' e in G (Fig.
2.25), con un braccio , per piccole oscillazioni, pari a

d m sin 6e " d m ~e
54

per cui il momento di richiamo è dato da:

M = Gd m 66 (2. 30)

E' chiaro che tanto maggiore è dm, tanto più forte è il mome~
to di richiamo, a parità di inclinazione 60 , e quindi tanto più ra
pido il ritorno che succede ad uno sbandamento della nave.
Infatti, trattandosi di un moto di rotazione, l'equilibrio di
namico è rappresentato, in assenza di resistenza, dall'equazione
differenziale

I d 2a M = - Gd 8 y'ld e
G dt 2 m m

dove IG è i l momento d'inerzia baricentrico delle masse rotanti, e


a2 a
W è l'accelerazione angolare.
L'equazione scritta è quella di un moto armonico, avente peri2
do:

T = 211
1/Tc
y~--- (2.31)
m

Per navi che debbano ritornare rapidamente in assetto normale


(navi da guerra, imbarcazioni sportive) dm deve essere piuttosto
grande (0,90 - 1,50 m). Sarà di valore ridotto per la comodità del
viaggio e la sicurezza dei carichi per 1 transatlantici e per le na
vi mercantili (0,45 - 0,60 m).
La formula ottenuta suggerisce anche la possibilità di ottene
re la distanza metacentrica dm di una piccola nave per via sperime~
tale, mettendo in oscillazione la nave con un carico mobile, per es.
in coperta, e stabilendo 11 periodo di oscillazione. Noto il momen
to d'inerzia delle masse rotanti ed il peso, si ricava d m.
Nella valutazione analitica (per angoli compresi tra 0° e 10°)
dm rimane praticamente invariata al variare di 66 , ma oltre questo
valore non risulta più lecito sostituire a sin.Se il suo argomento
6 0 . Ciò implica una complicazione considerevole nei conteggi per la
determinazione di dm. In genere si procede in sede di progetto per
valori piccoli dell'angolo oe e poi si controllano sperimentalmen-
te i risultati per angoli maggiori, per esempio inclinando la nave
mediante riempimento di compartimenti stagni.
In questo modo si conosce il momento che provoca l'inclinazi2
ne e lo si eguaglia al momento (2.30) M = Gdm oe dovuto alleduefor
ze Fc e G.
55

Si ricava un diagramma dei valori di d m in funzione dell ' ang~


lo 68, che può essere misurato con procedimenti geodetici con otti
ma approssimazione. Il valore di d m, ottenuto per via analitica
(2 . 29), dovrebbe coincidere col valore cui tende al limite nel dia
grarnma sperimentale così trovato, per 0 6 4 O.

2.13. Distribuzione della pressione in un fluido comprimibile


L'integrazione dell'espressione (2.1), relativa alla distrib~
zione delle pressioni di un fluido in quiete, è stata finora fatta
per un fluido incomprimibile utilizzandone i risultati .
Sia ora y non più costante, ma funzione della pressione e
quindi della quota h . Il caso risulta interessante per un gas com-
primibile, per esempio l'atmosfera, di cui si voglia valutare la di
stribuzione statica delle pressioni per una rilevante altezza .
Per la legge di variazione di y con la pressione si possono f~
re div erse ipotesi: la più semplice è che si tratti di una trasfor
mazione isotermica ( § 1.7) pv = cost, cioè:

P = ..L Po (2.32)
Yo

dove p 0 , y 0 hanno i seguenti valori al suolo (h = O) per la cosidd e!


ta a t mosfe r a norma ie , assunta a scopi aeronautici per poter conseQ
tire il confronto delle prestazioni degli aeroplani fatte in condi
zioni atmosferiche diverse:

p
0
= 10.332 kp/m 2 , v0 1,226 kp/m 3 (per t 0 1s0 cJ

Sostituendo nella (2 . 1) si ottiene:

dp Yo
- + dh = o
p po

e integrando, e definendo con i valori al suolo la costante:


Yo
ln p + - h = ln p
0
Po

da cui

Yo h
Po (2. 33)
P = Po e

Si osserva c h e, se si fosse ammessa la legge di distribuzione


56

idrostatica (2.2) con y = Yo = cost, cioè p = p 0 - y 0 h , la pressi~


ne avrebbe dovuto annullarsi ad un'altezza da l suolo:

Po 10.332
h = 8427 m
1,226

mentre, in base alla (2.33), l a pre$sione dovrebbe var iare con leg
ge esponenziale annullandosi teoricamente all'infinito.
In realtà l ' ipotesi di un valore costante della temperatura
nei l 'atmosfera è anche contraria alla realtà. Come valore medio r!
spetto alle variabili condizioni atmosferiche, per l 'atmosfera noE
male si considera una diminuzione di temperatura di 6,5°C ogni 1000
m d'altezza. Questo va le entro 1 limiti della "troposfera" che ha
l'altezza alle latitud i ni medie di 11 km (circa 8 km ai poli, cir-
ca 18 km al l'equatore) . Nella "stratosfera", per circa altri 35 km,
si ha un valore costante della temperatura, pari a - 55°C alla la-
titudine media .

h 12
\
l l<m /
11 \
I\ \
\
10

9
\

\ l\aJ
8
"· ,, \\
~
bf\ Ì\ I
7
' ,, ~}
6
,. \\:
' ' ' \ l\
I

4
' ', \\ ' l\s

' '· ~\
3 ,,
~

~1,
2
~~

o
00 0.2 0,4 0.6 0.8 p I.O
Po

Fig. 2.26
57

L ' ipotesi predetta di distribuzione della temperatura corri-


sponde a porre, in luogo della (2.32) , la legge

1, 235
p = ..:r... p (2 . 3 4 )
- ( yo ) o

con un esponente n = 1,235 intermedio tra quello n = 1 della tra-


sformazione isotermica e quello n = 1 ,4 dell ' adiabatica .
Computando con quest ' e spressione i n modo analogo alla prece-
dente , si ottengono i va l ori della curva b) della Fig. 2. 26, dove SQ
no pure riportati i valori dedott i con le ipotesi isotermica a) e i
drostatica c l.
Si vede che fino ad altezze di qualche centinaio di metri , a~
che la più semplice ipotesi idrostatica dà risultati praticamente
accettabili.
58

3 - CINEMATICA DEI CAMPI FLUIDI

3.1. Metodi di indagine


Nello studio della meccanica dei fluidi si possono usare due
metodi di indagine cinematica: quello proprio della meccanica cla~
sica (detto metodo Lagrangiano) che consiste nella determinazione
analitica della traiettoria delle singole particelle, e quello (de!
to metodo Euteriano), che si fonda sulla determinazione della velo
cità e delle sue variazioni in ciascun punto del campo fluido, in-
dipennentemente da quali particelle si trovino a passare nel punto.
Nel metodo Lagrangiano si tratta di determinare per ogni par-
ticella le sue posizioni cartesiane (x, y, z) in funzione del tem-
po t, cioè la sua traiettoria, mediante relazioni del tipo:

X = X (X O, y O, Z O, t)

y (3.1)

in cui x 0 , y 0 , z 0 sono le coordinate del punto occupato dalla pa~


ticella stessa nell'istante t = O. Se ne ricavano poi i valori del-
la velocità e dell'accelerazione in funzione del tempo t.
Poiché in un campo fluido, che è continuo, vi sono 003 partice!
le, teoricamente si dovrebbero stabilire equazioni per 003 traietto
rie diverse. In ogni caso il metodo risulta complicato, per cui vi~
ne utilizzato solo per l'analisi di qualche problema particolare, in
cui sia sufficiente esaminare il moto di un numero limitato di pa~
ticelle.
Il metodo Euleriano consiste nella cosiddetta osservazione
puntuale o locale e conduce alla determinazione della distribuzio-
ne vettoriale della velocità, istante per istante, nei singoli pu~
ti del campo fluido. Le relazioni per le componenti cartesiane del
la velocità sono del tipo:
59

V V (x, y, z, t )
X X

V V (x, y , Z I t) ( 3 . 2)
y y
V V (x, y , z, t )
z z

Si può subito notare che le (3. 2) sono legate alle (3. 1) tra-
mite la definizione della velocità:

dx = V dt
X

dy = V dt (3 . 3)
y
dz = V dt
z

Infatti, associando i due gruppi di relazioni, si ottengono


tre equazioni differenziali c he , integrate, legano lo spazio al
tempo . In q ueste tre equazioni compaiono le costanti d'integrazio-
ne che si possono interpretare come le coordinate della singola paE_
tice l la all'istante iniziale.
Nel caso che nelle (3.2) non compaia la variabile tempo (cioè
la velocità, pur potendo variare da punto a punto nello spazio , pr~
senti la stessa distribuzione in qualsiasi istante ), 11 moto si de
finisce come permane nte . Nel caso piil generale di dipendenza anche
dal tempo il moto è detto v a ri o .
Da un punto di vista rigoroso tutti i moti fluidi reali sono
vari, tuttavia nella tecnica si fa spesso ricorso al moto permane~
te, che è evidentemente 11 p iil semplice, in guanto normalmente si
ha a che fare con condizioni <li regime che · presentano v ariazioni
molto piccole per osservazioni condotte in un ragionevole interv al
lo di tempo.

3.2. Lince di corrente. Tubo di flusso


Il problema di rendere visivo l'andamento delle ve locità nel-
la rappresentazione euleriana del campo fluido può essere risolto
tracciando in esso, istante per istante, delle particolar i linee,
tangenti in ogni punto al vettore velocità, dette Zinee di corren-
te o Zinee di ftusso.
Evidentemente esiste una sola possibilità per tracciare le l!
nee di flusso, cioè esiste una sola rappresentazione del campo flu_i
do istantaneo per mezzo di linee di flusso . Infatti le linee di flus
so sono matematicamente descritte dalle (3 . 3) considerando la situ~
zione ad un dato tempo t 0, e quindi eliminando la relativa variabile .
60

Nel moto vario, in generale, le linee di corrente presentano con


figurazione diversa da istan te ad istan
linee di
te; e da esse sono distinte le traietto corrente '""'
I
rie (Fig. 3 .1) . I 12
Avremo, in definitiva, due equazi2 r,
ni indipendenti:

dx ~ dz (3 . 4 )
V V V
X y z

che per integrazione porgono un sistema


di 00 2 linee, istante per istante tange~
3 Fig. 3.1
ti alle 00 traiettorie delle particelle.
Nel moto permanente, invece, le traiettorie e ie linee di cor-
rente coincidono, in quanto una particella in moto ha la velocità tan
gente ad un'unica linea di corrente, che è anche la traiettoria che
essa percorre.
Oltre alle tr aie ttorie ed alle tinee di corrente, si definisc2
no nel campo di moto altre linee, dette Zinee di fumo o fitetti . E~
se sono il luogo dei punti in un dato istante raggiunti dalle partf
celle che, negli istanti precedenti, avevano tutte attraversato un
punto fisso del campo. Ovviamente, nel caso di moto permanente,i fi
letti coincidono con le linee di corrente e con le traiettorie.
Prendiamo ora nel campo fluido una linea chiusa qualsiasi (non
coincidente con una linea di cor-
rente), e consideriamo le infini-
te linee di corrente che si appo~
giano ad essa. Evidentemente il 12
ro insieme costituisce un involu-
cro ideale (che può essere even-
tualmente anche materiale) ,la cui
caratteristica fondamentale è quel
Fig, 3 . 2
la di non essere attraversato dal
fluido in movimento, per la definizione stessa di linea di corrente.
L'elemento così definito prende il nome di tubo di fZusso (Fig.
3. 2).

3.3. Portata ed equazione di continuità del tubo di flusso


Consideriamo il fluido che transita attraverso un' area finita
entro lo spazio fluido . Sia dA l'elemento dell'area e v la veloci-
tà corrispondente al punto col qua l e si può confondere dA. In un in
t ervallo d i tempo ~t , su f ficientemente piccolo da poter riguardare
61

v costante, il percorso della particella, che all'inizio si trova-


va su dA , è dato da v ot , ed è in direzione della velocità; alla fi
ne dell'intervallo, pertanto, le
particelle che in esso hanno at-
traversato l'area dA si trovano
in un pr i smetto di base dA e di
altezza vot (Fig. 3.3).
Il volume oV del prismetto
è dato dal prodotto di d A per
la proi ezione vnot di vot sulla
normale a dA:

6V V
n
d A6t

Di v idendo il volume oV per


6t , e face ndo tendere ot a z e ro, Fig. 3.3
si ottiene:

lì~
11m TI V
n
dA dQ (3. 5 )
ot .. o

dov e dQ è 11 differenziale di una grandezza cin e matica molto i mpor


tante, detta portata .
Per l 'area finita A , la portata sarà ovviamente data da:

Q = LdQ = { v ndA (3. 6)

La portata si misura, in entrambi 1 sistemi in uso (tecnico e


SI), in m 3/s.
Consideriamo ora, in un dato istante t , un tratto elementare
os d i un tubo di flusso, delimitato da una sezione iniziale e da~
na finale (Fig. 3.2).
Supponiamo dapprima il fluido incomprimibile . Se attraverso la
sezione iniziale transita la portata Q, attraverso quella termina-
le si avrà per continuità la portata:

Q + aQ os
as
Dopo un breve intervallo di tempo ot , risulta una differenza
di volume, fra quello uscito e quello entrante, pari a:

[
Q + ~
as 6 s ] 6 t - Q6 t = ;ias
Q 6 s ot
62

Si tratta di una quantità di fluido che, nell'intervallo ot ,


si aggiunge o si sottrae a quella inizialmente contenuta nel tubo
di flusso, il che richiede, ovviamente, una corrispondente dilata-
zione o contrazione della figura geometrica corrispondente inizia!
mente al tubo stesso. Se questo aveva una sezione media A, dopo lo
intervallo ot la sezione sarà divenuta:

A + ~ ot
at
e questo comporta una variazione di volume:

[ A + !~ o t ] 6s - Aos
aA
at &t o s

Uguagliando questa espressione a quella precedentemente otte-


nuta, e tenuto conto dell'inversione del segno, si ottiene sempli-
ficando:

(3. 7)

Questa espressione è detta equa z i one di con t inuità del tubo di


flusso; essa indica la relazione fra la variazione della portata
lungo il tubo stesso e la variazione nel tempo della sezione, per
un fluido in c omprimi b ile .
Il ragionamento precedente si estende al caso del fluido oom-
primibi l e se, invece della portata volumetrica Q, si considera la
massa competente oQ (detta anche por t a t a in massa) . Considerando la
variazione lungo s di oQé t (massa del fluido che attraversa il tubo
in un intervallo ét ), e quella della p Ao s (massa inizialmente con-
tenuta nel tubo di flusso) nel tem~o ot , si ottiene:

3 ( pQ ) + 3( p A) = O (3 .8)
as at

che è la forma piQ generale dell'equazione di continuità per un t~


bo di flusso, e, nel caso di p = cost, coincide con la relazione vo
lumetrica (3 .7 ) .
Se il moto è p e r manente , le sezioni di un tubo di flusso e la
densità sono invariabili nel tempo, e pertanto, rispettivamente nel
la (3.7) e nella (3.8):

~=o
at
e o
e di conseguenza:
63

o e a (i:iQ >
_a_s_ = o

il che si esprime come segue:


La portata (in v ol ume o i n massa ) non var i a Zungo u n tub o di
fluss o in regime di moto permanente .
La pro posi zio ne è val i da, istante per istante, a nc he in un mo to
vario d ovuto al la s o la variazione d ella po1:: tata nel tempo ( ~~ i- O}.

3.4. Rappresentazione dei moti permanenti dei fluidi incomprimibili


De finiamo ora i l valor e medio V d e lla veloc ità ri f e r ito a d una
sez ione tra sversale d i un t ubo di fl u sso :

V = gA = .1._A f
A
V
n
dli ( 3 . 9)

Discende da quanto si è detto che , se il f l uido è incomprimi-


bile , Q è costante lungo un tubo di flusso , in regime di moto per-
manen te; pertanto nelle successiv e sezioni trov iamo :

Q V 1A 1 = V 2A 2 = . . • V nA n = cost

Rifer i amoci al caso , assai i mportante per le appli cazion i tee


niche , di un campo fluido bidimensionale (tale c i oè che il moto s i a
uguale i n t u tti i p i ani paral l eli ad u n piano dato , considerando
una corr i sponden za lu ngo le norma l i ) . Inv ece di una portata vo lu-
metrica spaziale ,
sarà da conside- _.1.....:
q _ __ __ _ _ ~ - - - - - -- --
,1
;::2q_ __ _ __ _ _ _ _ _ _ _ _ _ __ _ __
rars i u na po r ta-
t a per un ità di .1q
.- - · --·
larghe zza I!. nor- ,1q(~ · - ·

ma le ai s udde tt i .1q(2}
p i ani, cioè q =
= i (m2/s).
.1n,v,-
I n questo c~
so i l moto è bene
Fig. 3 .4
raffigurabile in
un p i ano con le tracce di linee di corrente, come in Fig. 3.4.
Ciascuna coppia d i successive linee d i corren te delimita un t~
bo o canale di flusso, entro cui sco rre la portata costant e òq (i)=
= V òn , se t.n è la larghezza, cioè la distanza locale fra le due li
64

nee; e pertanto :

:·\ a, (i) = V /', YI 1 cost ( 3 • 9 I)


1

Questa rappresentazione è utile in quanto si può, per suo me~


zo, valutare a vista l'andamento della velocità lungo ciascun can~
le. I nfatti, ad una diminuzione di òn nella direzione de l moto cor
risponde un aumento di velocità, e viceversa.
Inolt r e, se si prendono eguali ad uno stesso valore òq le po~
tate elementari òq . dei singoli tubi di flusso, si può determinare
per ogni punto la ~elocità (data da V = ~~) in base alla locale la~
ghezza !m del tubo di flusso competente. Pertanto la rappresentazi,2
ne grafica ind i cata fornisce direttamente, per mezzo della ( 3 . 9') ,
l ' andamento della velocità in ogni punto del campo fluido .

3.5. Moto relativo


Nella meccanica in generale è usuale distinguere tra mo t o as -
s oiu t o {cioè riferito ad assi fissi, che possono approssimativame~
te assumersi solidali con la terra) e moto r•e Za t ivo (cioè riferito
ad assi mobili).
Per esempio, si pensi ad un corpo (un natan te, un aereo) che
si muova con v~
corpo mobile corpo fisso
osserv. fisso osserv. mobile locità rettili-
MOTO VARIO
nea ed uniforme
da destra a sin i
stra in u n cam-
po fluido . I l mo
to assoluto,cioè
per un osserva-
tore fisso a ter
ra, è var i o; il
sistema delle li
MOTO PERMANENTE nee di corrente
corpo mobile corpo fisso che istante per
osserv. mobile osserv fisso istante accomp~
Fig. 3.5 gna il corpo in
movimen to è ra12
presentato (nel
caso teor ico di fluido perfetto) nel l a Fig. 3. 5 a ) . Se però l ' o sser
vatore è mobile assieme al corpo, il moto a d esso relat ivo è perm~
65

nente; le linee di corrente coincidono con l e traiettorie, e risu l


tano come nella Fig. 3.5 b) .
Il passaggio dall ' uno all ' altro sistema si ottiene in base al
la nota rela zione vettoriale:

...
V (3 .10)
ass

dove v t è la veloci tà del moto di trascinamento, cioè, in questo ca


so, la velocità di moto uniforme del corpo.
Si noti che la situazione (b) è anche di moto permanente per
il caso in cui si tratti di un ostacolo fisso (come una pi l a di po_!!
te) investito da una corrente uniforme a moto invertito, cioè da s_!_
nistra a destra. Questa situazio ne di moto assoluto può essere , con
lo stesso procedimento, tradotta in una di moto re lativo per un os
servatore mobile con la corrente.
Una volta determinato l'andamento delle 1:1.nee di corrente è po.§_
sibile anche la costruzione delle tr~
iettorie nel moto vario. Queste si d~
terminano tenendo pr esente c he la pa~
ticella si muove tangenzialme nte alle
linee di corrente di moto vario che es
sa incontra successivamente . La Fig.
3.6 illustra il procedimento grafico
nell' esempio del corpo mobile della f i
gura precedente.
Il procedimento per cui un moto
vario può trasformarsi in un moto pe~
manente, sostanzialmente in q uanto si
modifica da fisso a mobile il sistema
di riferimento, è particolarmente pr~
ficuo nei casi in cu i i l moto avvenga
con velocità rettilinea unifcrme (CO,!!
di zioni di regime per un corpo solido
che avanza in un fluido; treni di onde
con velocità costan te d i propagazione
e simili). Esso è va l ido anche ai fin i . o
/{(~-
sperime ntali, nelle prove di sagome e
' -- --- + -·- ·- -· - -

profili ne l le cosiddette "gallerie ae Fig. 3 .6


rodinam ich e".
Tale proced i mento può anche app licar si ai mot i di rotazione at
66

torno ad un punto che avvengano con velocità angolare uniforme; in


particolare esso consente di esaminare sperimentalmente (con l'ar-
tificio dello strobo scopio ) l'andamento del flusso che investe le
pale delle turbomacchine .

3.6. Accelerazione
Secondo la rappresentazione euleriana l'accelerazione c he il
f _luido subisce in un particolare punto (x, y, z) del campo di moto
e in un determinato istante di tempo t viene definita come la deri
vata totale o sostanziale (derivazi o ne eu ieriana) del vettore velQ
cità rispetto al tempo:

Poiché secondo tale concetto la velocità dipende sia dal tem-


po sia dallo spazio, l ' accelerazione può riguardarsi come somma di
due termini, l'uno che rappresenta la variazione della velocità in
quel punto rispetto al tempo accelerazione Zocaie o t emperate ),
l'altro che corrisponde alla variazione che la velocità subisce pa.§_
sando attraverso quel punto lungo una traiettoria ( acceZerazione
convetti va o spazi aie) .
Indicando con i, J e t_ i versori di una terna cartesiana di ri
ferimento, l'accelerazione può perciò scriversi nella forma:

....
a .ai + ai <Ù. + ai ~ + ai dz.
ot ax d t òy dt oz dt
essendo:
V V
X
i + V
y
j + V
Z
t.
...
e rappresentando .au. l'accelerazione locale e gli altri termini la
at
accelerazione convettiva.
Poiché la terna è fissa e quindi è costante anche la direzio-
ne dei versori, ogni loro vettore derivato (il ai , li ••• ) è nul
at ox ay
lo, per cui, sviluppando e proiettando sui tre assi la relazione
vettoriale dell'accelerazione, possiamo scrivere le sue componenti
c ar tesiane nella forma

dv av X av X dx ;)V dy av X d z
X X
aX
dt at + dX dt + ily dt + az dt
dv av av_
_ Y dx av y dy av d z
_J_
ay = _J_ + _J_
dt + ay d t + 3z dt ( 3. 11 )
dt at ax
dv z <lv_
_ z + av z dx av z dy av z dz
az at - + ay dt +
dt ~ dt 32 dt
67

dove possono farsi le sosti tuzioni ddxt = v ,


gJJ_d
. "' v , dz = v .
X t y dt Z
Si ritrova qui la distin z ione fra moto vario e moto permane n-
, ÒVx ~ ÒV z
te (per il quale sono nulle le componenti ? t , ò t , at).
Peraltro, utilizzando l e coordinate int r i nsec he (s, n ,m) , cioè
ad ogni istante punto per punto la tangente , la normai e principa7,,e
e la bi nor male alla traiettoria, la componente convettiva dell'ac-
celerazione ri sulta :

a ( ~) ds + d ( V i ) dn + È_ (V~ ) dm ( 3 . 1 2)
fi VS 1, dt cl n s dt am s " dt

Per tale terna, e ssendo i d enticamente nulli i valori delle com


dn dm
ponenti u0 =ate vm = at del-
la ve loc ità, ricordando dalla _ _!.P:.,....,...::;;::~ - - -
meccanica che il d eriv a t o de l
versore tangen te è u n v e ttore
(che giace s u l p iano oscu lato-
r e ) di modulo~ e con direz io
!? -
n e ortogonale a quella de l v er
sore stesso (Fig. 3 .7), dalla
(3.12 si ott i ene:
Fig. 3.7

a (v i > ds ( 3 . 1 3)
rs s Tt

Pertan to , proiettando sugli assi della t e rna intr inseca l ' e-


spressione vettoriale dell'accelerazione, tramite la ( 3.13) , le sue
componenti si possono scrivere nella forma :

a ll

av V's
an aT + 7f (3. 1 4)

avm
am = at
Da notare che se a
s
= o i l moto è uniforme , se o
n
=am =O il
moto è rettilineo , se a
s
an am o i l moto è retti 7,,ineo ed u -
niforme.
Un moto può essere a c c el e rat o o ritarda to (a I O) anch e n el
caso permanente
av =
(TI O) ; si tratta infatti di variazioni della v~
5

locità lungo la t r a i ettoria. Nel moto vario può sussistere questa


variazione, ma vi si aggiunge una variazione locale della veloci-
tà in fu n zione del tempo .
68

3.7. Dilatazione, deformazione, rotazione del mezzo fluido


Per chiarire il signifi cato delle compo nenti euleriane della
accelerazione , esaminiamo i movimenti possibili del mezzo fluido
(G.G. STOKES, 1845); ed allo s c opo prendiamo in esame in esso un p~
rallelepipedo elementare di spigoli
6x, 6y, éz (paralleli agli assi caE
tesiani) in un dato tempo t, ricer-
cando le modificazioni che esso vie
ne a subir e nel tempo in virtù d el
campo di velocità che gli è applic~
to .
Per semplificare l'analisi con
sideriamo ìl moto bidimensionale per X

c i ascuna coppia di facce. Presa ad i)v"


+-- òx
esempio quella ne l piano xy, sarà da " i)x

considerare il rettangolo ABCD (Fig.


Fig. 3.8
3.8) di lati ox, oy . Le velocità nei
vertici, partendo dalle component i
vx' v y in A , avranno per ragioni di
continuità le componenti:
A ( V X) (v )
y

av
X
av y
+ __
B (v + - ox) (v
X ax- y ax ox)
av X avX av_
_ y av
e (V +
ax 6X + ay oy) (V y + 6x + _y
6y)
X ax ay
av X av_
_ Y
D (v + - (v
ay-
oy l + 6y)
X y ily

traslazione deformazione lineare


ÒVy
Tv'" ovor
ÒVx OX 0(
ÒI<:
b)

- ÒV,c Oyot

~ -"'
6~
d)
oa
deformaz ione angolare rotazione

Fig. 3 .9
69

Vediamo ora il significato de i vari termini di queste espres-


sioni . Se le derivate parziali della vx e della v y sono nulle , ev!
dentemente nel tempuscolo 6 t successivo a t tutti i punti si spost~
no della stessa quantità, per cui il rettangolo A RCD è sottoposto
ad una traslazi o ne con veloci tà data appunto dalle componenti v x,
u
y
(F'ig. 3 .9 a).
Il significato di 6x, ;~x ;~v
~Y appare evidente se si consi-
dera (Fig. 3 . 9 b)) che sotto la loro azione il rettangolo subisce
una dilatazione (o contrazione), per cui i lati variano in ~t la lo
ro lunghezza di ~ ~x 6x6t , ~~ Y 6y6t . Si tratta quindi di una de f o r=
mazione li neare, il cui valore unitario (cioè per unità di lunghe~
za dei rispettivi lati) ha per componenti ~v x 6t , : 11 v 6t . La velo-
a:Z: •Y ~
cità della deformazione lineare unitaria ha pertanto i valori~.
~
ay
Le figure 3 . 9 cl e 3. 9 d) illustrano la funzione dei termini
~~ x 6y e ~~Y 6x , che danno luogo a modificazioni angolari, nel tem
po 6t , pari a:

av
-r;/-- 6x6t
f,t:,. .. oB = -

Il valore 6a - 68 = ( ~~Y + !11


x )6 t rappresenta (caso cl) la
av òv
aw aY
defo rmazio ne angolare del rettangolo, e
6a - 66
ot = + lari Px W
spettiva velocità di def orma zione.
Invece la rotazi o ne (caso d)) , gualififata dall'angolo di cui
ha ruotato la bisettrice in A , è data da:

av
fo + 68
2
1 (
= 2 ai'- - ayav x _)
e la velocità di rotazione è quindi 21 ( ~ avx
ax - ay) .
Evidentemente quanto detto per il caso bidimensionale può es-
sere esteso per sovrapposizione degli effetti all'intero campo flui
do tridimensionale, per cui avremo, in definitiva, i seguenti movi
menti :
A) Traslazione (Fig. 3 . 10),
la cui velocità ha per
componenti nelle tre d!
rezioni:

(3 . 15) Fig.3.10
70

B) Deformazione lineare (Fig .


3. 1 1), la cui velocità ha
per componenti nelle tre
direzioni:

av X av z

~
( 3 . 1 6)
ax 'F

Fig. 3. 11
Cl Deformazione angolare (Fig.
3 .1 2), la cui velocit~ ha
per componenti nei tre pi~
ni coord i nati:

av_z
_ av
2r, + _z
ay az
av x + _
__ av_z
2n ( 3. 17)
az ax
av av X
2 t; = _z
ax
+
ay""" Fig .3.12

(il fattore 2 è introdotto per omogeneità col caso seguente de.!:,


la rota z ione) .

D) Rota z ione (Fig . 3.13) rap


presentata da un vettore
che ha, rispetto ai tre pi~
ni coordina t i, le compo-
nenti :

av z av
2w
X ay - _:t.
az
......

av x
__ av z
__
2wy oz - ox ( 3. 18 l Fig . 3. 13

av av X
2wz = __:t_
ax - ay

Nell ' analisi vet tori a le il vet t or e i ;:; , avente le component i d2;
te dalle (3 . 18), è detto il ~oto~ e dell a velocità v ; in simboli :
..
2~ = rot ; ( 3 • 18 I )

Po ssi amo o r a d ividere i mot i fl u i di inrlue g r andi gruppi : que.!:,


71

li per cui rot t è diverso da zero imoti rotazi0nati) e quelli per


....
cui rot v = O (moti i rro ta z ionali ).
Perché sia irrotazionale , il moto deve dunque soddisfare alle
seguenti condizioni:

~az =o

av x _ __
__ av z
o ( 3. 19)
az ax
av
_.:J.._ = o
ax

Possiamo osservare che la componen te a x de ll'acc elerazione può


scriversi anche nella seguente f orma:

av X av av X av av z
a
X
=
tt - V
y (~ 3 !I )
+ V
z (dZX a"x) +

+ a (v~
.!2 ax + v2y + V~ )

che d i scende dalla prima delle (3 .11) aggiungendo e sottraendo


~ = .! 2 L av z = 1 a
2 ax V z . Altrettan to dicasi per le com-
V y a .:i:
2 2
ax V y e v z ilx
ponenti a y , a z • Tenendo conto che i termini tra pa r entesi sono pr2
pr io le componenti (3 . 18) del rot ; , a v remo in definitiva :

av X 1 3
aX = 2v w + 2 w (v 2 + v 2 + V 2 )
z y + -2 ax
V
at y z X y z

av 1 a
ay _:J.. - 2v w +2 V w + - - (V 2 + v2y + V 2) (3. 20)
at z X X z 2 3y X z

av z 1 a
az "'at- - 2v X w y +2 (V 2 + v2 + V 2)
V
y
w
X
+
2 az X y z

Qualora però valgano le ( 3. 1 9) per essere il moto irro t aziona


le, le componenti de ll 'acce lera zione si semplificano come segue:

3vx 1 av 2
aX + 2 ax
3t

;)Vy av 2
ay = -a t - + 2 ay ( 3. 21 )

al)z 1 av 2
a -
at- + 2 aa
z
72

essendo

V =v V~ + v ~ + V~

Un'importante proprietà dei moti irrotaz ional i è c h e le condi


zioni d'irrotazionalità (3. 19 ) post ula no l 'esistenza di una funzio
ne d> (x , y, z; t ) , tale che:

V V il V (3. 22)
X y ay z

o, più generalmente :

..v = grad <1> (3 • 22 I)

La funzione ~ è d etta p oten z i a te del le v e l oc i tà ; ne l mo to pe~


menente es sa è i n dipe ndente dal temp o , e dipend e solo dal punto x,
y , z nel campo fl u ido.

3.8. Equazione di continuità nel campo fluido


I l p rincipio di conti nuità , già esaminato per il tu bo di f l u~
so (ved i § 3.3), s i espr ime p iù ge n e r almente in un'al t ra forma mol
to int eressante. Iso liamo nel campo flu i do un parallelepipedo di
spigol i o x , é y , 6 2 (Fig . 3.8) paralleli a gli assi coordina t i.
Ad u n certo istante t le velocità n ei vertici avranno l e c om-
ponenti già ricavate (per ciascun piano coor dinato) nel § 3.7.
Se prendiamo in c o n sideraz ione gli spig o li para lleli all'asse
x, si nota c h e la differe n za del le vel ocità ai lo ro estremi è data ,
i n q uella di rez ione , da ;~ x é x. Per tanto , come si è visto , al p a s-
sare del t emp o é t gl i spigol i del cubo si dila tano o si acco rc iano
della q uan ti tà avx
ax oxo !. , determinando un aumento o decremento di vo
l ume pari a

av X
~ 8x 6t ( 6yé 2)

Facendo l o stesso rag i oname nto per g l i spigoli paralle li ad y


e z , s i trova una rispettiva var ia zione d i vo l ume pari a

av
_ y éy6 t ( 6x ò z) e é z ot ( 6 x èy )
dy

Da ta l 'i ncomprimib i l ità d el f l uid o e per la legge d i conserv~


73

zione della massa, il volume del parallelepipedo durante la defor-


mazione deve rimanere costante, per cui la somma delle tre variazio
nidi volume deve essere nulla.
Si trova in definitiva:

o ( 3. 23 l

La (3. 23) indica c he in un fluido incompl" im i bi Ze la velocità


n on può contemporaneamente crescere (o diminuire) in tutte e tre le
direzioni. Le velocità della deformazione linea re lungo i tre assi,
def in ite dalle (3 .16), non sono perciò indipendenti l e une dalle al
t:re.
Poich é è arbitraria la scelta degli assi coordinati, l'espre§
sione ora ricavata è invariante nel campo f luido, E' la si denota c~
me dive l"g e nza del vettol"e velocità . Si ha pertanto, in tutto il ca~
po fluido:

div v= o . ( 3 • 23 I )

Se il fluido fosse oomprimibiZe , estendendo alla massa il r!


gionamento fatto per il volume, si otterrebbe analogamente:

a (pV ò ( pv ) <Ì P
+
+ --""'z_
az a7 -- O (3. 24)
in quanto la variazione tra la massa entrante e quella uscente at-
traverso il parallelepipe do dev e essere pari e d i segno opposto a!
la variazione della massa inizialmente contenuta nell'elemento. La
(3.24) può anche essere scritta:

div
....
( pV ) +
aP
at o ( 3 • 24 I)

Per p = cost (fluido incomprimibile) la (3 . 24) si riduce ovvia


mente alla (3.23).

3. 9. Circolazione e rotazione
Si definisce come flusso del vettore v l'integrale, esteso ad
una linea di estremi B, 8 ' (Fig. 3 . 14) , de l p rodot to scalare v ·d1 :
B,
... -+

J
B v · ds = (V dx +
X
V
y
dy + V
Z
d ?,)
74

Se la l i nea EB ' è c h iusa (cioè se B = R '), l' integrale pren-


de il nome di c ir cola z io n e o o irouitazione e si definisce con r :

f (V dx + V d y + V dz)
X y Z
(3. 25)

Se il moto è irrotazionale,
cioè le componenti della veloci-
tà derivano (3. 22) da un poten-
ziale <P , risulta:

Fig .314

<P B - ~ BI

Pertanto, lungo una linea chiusa, se i l campo fluido è sempli


oemente connes s o (ta le cioè che nel contrarre la linea fino a ri-
durla a qualsiasi suo punto interno, essa trovi sempre particelle
fluide) la circolazione è nulla nel moto irrotazionale, essendo <P B=
= <P B I .
Indicando con A l'area del la superficie racchiusa entro la li
nea, e suddividendola in aree elementari <'ì A , risulta evidente che
la sollUlla delle circo-
lazioni or attorno ad
esse è uguale alla ci.E
colazione attorno al-
1' intera superficie,
cioè lungo la relati-
va linea di contorno.
A Infatti i contributi
degli elementi affia~
cat i, percorsi una vol
ta in un verso e una
Fig. 3 . 15
v olta nel verso oppo-
sto, si elidono mutua
mente (Fig. 3.15).
75

Calcoliamo ora la circolazione per un'area piana elementare


.SA = 6x6y, costituita dal rettangolo di Fig , 3 .8, avente i lati
paralleli agli assi x, y.
Risulta (assunto positivo il verso antiorario):

V xC + V D V D + V A
---=--X- OX Y 2 Y oy =
2

1 av av av
X
(vx + 2 ;ix <'ìx) 6x + (v y + _J_
ax
ox +
2
--.J. oy ) .sy
ay -
av X 1 ai, av
- (v
X
+ ay 6y + X
--..:i.
2 ~ ox) <'ìx - (v y + 2 ay <'ìy ) <'ìy

E pertanto, passando a valori infinitesimi :

or dr av av
lim TA ( --..:i. - __x) = 2c.,
oA .. O 611 ax ay z

e quindi
av av
(--..:i. - _ xl dxdy (3. 26)
ax ily

Se ora passiamo dal caso piano ad una superficie qualsiasi nel


lo spazio di area A , la suddividiamo in triangoli di lati element~
ri, e sommiamo le circolazioni attorno a questi , otteniamo ancora
la c ircolazione r lungo l a linea di contorno di A , che risulta e-
spressa 1alla seguente relazione:

r =
f f(
A
av z - ~ ) dydz + (~~,:: - ~:..l dxdz
ay az az ax
-t ( ~ -
ax
~Yv x) dxdy
o
(3.26 ' )

ci0è, in base alla (3.25)

r = f v·ds Lf rot v·dA (3. 26")

E' questa una formulazione enunciativa del celebre t eo Pema di


Stokes , che permette di trasformare un integrale di l inea in un in
tegrale di supe rficie, e viceversa .
Risulta che la circolazione r lungo il contorno della superfl
...
cie ,1 è l egata alla distribuzione del rot v all'interno d,e ll ' area
76

stessa; in particolare, se rot t O, la circolazione è nulla. Si


ritrova dunque ancora dimostrata l a pr~
posizione che nel moto irrotazionale la
circolazione ha valore nullo in tutto il
campo fluido.
Un moto rettilineo uniforme lungo
le parallele linee di corrente ha rota-
zione nulla. Un moto pure rettilineo, ma
con velocità diversa da linea a linea di
corrente (per es. con velocità vx Cy
crescenti linearmente a partire da v x
= O), ha rotazione diversa da zero (nel
1
caso esaminato w = - 2 C).
Fig .3 .16 z
Un moto piano lungo circonferenze
di raggio R concentriche ad o è irrotazionale se v = v
s
= fR '· tale
condizione risulta, assumendo le coordinate intrinseche nel piano
tangente alla traiettoria, d alla relazione

av av
~ s -vn o

che corrisponde ad una delle (3.19) e che, tenuto conto della


(3.13), si scrive anche:

<lv V
s s
an 7f
Poiché dn =- dR e nell'ipotesi che il moto sia uniforme (a
5
=
= O) , si ha come unica equazione:

ed integrando

ln v + l n R = ln e

cioè appu nto

e ( 3.27)
V = R

I n tale ipotesi la circolazione è infatti nulla l ungo tutto il


contorno di ogni area (come l'elemento d i corona circolare ABCD di
F ig. 3, 1 6) che non comprend a nel suo interno i l centro O · di rotazione;
77

risulta infatti :

Peraltro, se si considera nella stessa figura un cerchio gen~


rico di raggio R , lungo la sua circonferenza si ha:

r = 2nRv = 2n C i O

da cui i l valore della costante C = r/2n .


Il moto è quindi rotazionale, con rotazione

r (3.28)
A

per un ' area che comprende il centro; e la rotazione tende ad un va


lore infinito nel centro stesso per R ~ O.
Questo risultato non è fisicamente accettabile; in realta si
isola attorno al centro un nucleo che ruota con velocita angolare w
costante, e quindi con velocità tangenziale v = v = wR , per cui la
6
rotazione è la stessa sia per le aree esterne al centro :

wR~a - wRya
= 2w (3 . 29)
~ ( R2 - R2 )
2 2 I

sia per le aree che contengono il centro:

(3 . 29')

D'altra parte, a distanza dal centro, il moto irrotazionale è


il solo accettabile, perché il moto con velocità angolare costante
porterebbe a velocità tangenziali infinitamente grandi per R ~ oo .

3.10. Cenni sulla teoria dei vortici


Se trace iarno in un campo fluido, animato da moto rotazionale,
una linea tale che la sua direzione in ogni punto sia quella dello
istantaneo asse di rotazione per quel punto, otteniamo una Z-i nea
vorticale .
Essa è rappresentata dalla relazione:
78

dx = <!.Ji. = dz (3.30)
w w w
X y z

che è analoga a quella (3.4) della linea di corrente.


Vale inoltre per essa una relazione di continuità:

div z; o ( 3. 31)

che si ottiene derivando e sommando le (3.18).


Se si prendono tutte le linee vorticali che si appoggiano ad
una linea chiusa che racchiude
un'area A, si ha un f1: iamen to
vortieoso (Fig. 3 .1 7),o più sem-
plicemente un vortice ,per il qu~
le (se l'area è sufficienteme~
te piccola così da ammettere in
essa costante 2; = rot ~) vale
la relazione (H.HELMHOLTZ,1858):
Fig. 3 .17
2wb.A A r cost (3. 32)

In tal modo si può mettere in analogia la circuitazione con la


portata di un tubo di flusso elementare:

vliA t, Q = cost

Discende da una proposizione di w. TP-OMSON (Lord KELVIN) che


una linea vorticale è sempre composta dalle stesse particelle,a~
che se essa si sposta o modifica la propria forma. Inoltre una l!
nea vorticale non può avere inizio o termine all'interno del cam-
po fluido, ma solo in corrispondenza ad una superficie di separa-
zione con altro mezzo, o ad una parete solida; altrimenti si ri-
c h iude su se stessa. Altrettanto dicasi dei filamenti vorticosi:ne
sono esempi in natura le trombe d'ar i a e le trombe marine. Un fila
mento che si ri chiude su se stesso è il ben noto anello di fumo.
Filamenti vorticosi isolati inducono un moto irrotazionale nel
restante campo fluido, come è stato i ndagato nel § 3.9 ; i campi di
motn de i diversi filamenti si influenzano vicendevolmente. La Fig.
3.18 illu stra i moti risultanti di due vortici della stessa inten-
sità o d i diversa intensità aventi conc o r de o discorde verso di ci!_
colazione. Una parete piana di guida è per un vortice l 'analogo de.!_
79

l a prese nza d i un i deale vo rt i c e spe c u lar e , della ste ssa i nt e nsità


e di verso o pposto d i cir c o lazione; ne r i su l ta un moto del vort ice
stesso l o ng itud i nalme nte a l l a parete.

-t =fa

F;g.3.18

Infine deve farsi menzione delle cosiddette schie r e di vorii-


a i , che possono concepirsi in un fluido irrotazionale in corrispo~
denza ad una ideale discontinuità delle velocità , quale può aversi
nella riunione di due correnti parallele ma di diversa velocità, ad
esempio a valle di un ostacolo non simmetrico rispetto alla direzi_!2
ne della corrente principale (Fig . 3 . 19). Si dimostra che , d e tta
òV = v 1 - v 2 la dif f erenza delle velocità , essa può riguardarsi ge
ner ata dalla circolazione dr di ciascuno dei vortici, al limite in
f initamente pi ccol i , che formano la schiera illimitata , in base al
la rel azione:
dr
ÒV
Tx

- ---,--'-VI- ~
- - - -.1---1

Fig . 3 .19
80

dove x è l'ascissa lungo l'asse .


La schiera è tendenzialmente instabiZe , nel senso che ogni an
che piccola perturbazione tende ad ondularla sempre più intensame~
te e a farla degenerare nella formazione di singoli vortici isola-
ti.
In presenza di d ue schiere parallele d i vortici elementari qu~
li possono staccarsi dai bordi di un corpo prismatico o cilindrico
allungato, posto trasversalmente ad una corrente (moto bidimensio-
nale), la formazione di vortici in grande che ne deriva può acquist~
re, sotto talune ipotesi, una configurazione stabiie, con un distaf
co alternato dei vortici che è stato studiato particolarmente da
T h • VON KARMAN (1 91 2) •

b= a/0,281

Fig_3 . 20

La cosiddetta soia vorticosa di von Karman è una configuraziQ


ne asimmetrica, caratterizzata dal rapporto

a
b 0,281

f ra la distanza a delle due schiere di vort j_ci e l'intervallo b con


cui si succedono i vortici stessi (Fig. 3.20). L'andamento istant~
neo delle linee di corrente risulta pure dalla figura.
La trattazione teorica fornisce anche il valore
81

V =
r
s
b 1a
per la velocità con cui i vortici si allontanano, a va l le del cor-
po solido fisso che li origina, essendo r l ' intensità della circo-
lazione del singolo vortice.
Pur essendosi fatte varie ipotesi non è ben chiara la valuta-
zione della distanza a in rapporto alla dimensione trasversale d del
corpo, nè quella d i r in relazione alla velocità v 0 della corrente
indisturbata; su basi sperimentali, i seguenti valori forniti da D.
B. STEINMAN (1946) possono ritenersi applicabili al cas0 di un ci-
lindro circolare fisso in una corrente a pelo libero (Fiq. 3.21):

a a b V
d " 1,3 b " 0,30 d " 4,3 Vo
s " O, 86

&ld-!e~-[-------e - -:-::6vo--
•1 a , 1.3 d

---- - --..r&-----------6--
1 • b =3.33a
• I
Fig . 3.21

Si noti che la schiera di vortici rimane indietro rispetto al


la corrente, essendo v9 < Vo -
La frequenza del distacco sarà ovviamente:

V 0,86 Vo Vo
s
f = 0,20
b " 4, 3 d d

Al rapporto adimensionale

St Di (3. 33)
Vo

si dà i l nome di numero d i 8tro u ha t (V . STROUHAL, 1878). Esso è i l


parametro a d i mensionale fondamenta l e per i fenomeni di vibra z ione
connessi con il moto fluido .
82

4. FONDAMENTI DELLA DINAMICA DEI FLUIDI PERFETTI

4.1. Fluido perfetto. Equazioni di Eulero


Esaminiamo ora, nel caso più semplice di un fluido perfetto,
cioè in assen z a di sforz i viscosi ( § 1.6), le condizioni d i namiche
dell'equil ibrio, assumendo ancora all'interno del fluido l ' elemen-
to prisma t ico de l la Fig. 2 . 1.
Mettendo in conto anche la forza d ' inerzia 6m ax, dove 6m è la
massa dell'elemento e ax l a sua accelerazione nella direzione de l -
l ' asse, risu l ta :

ar dv
poA - (p + dX 6 .r) òA + yéA ÒX cosci i5m a x :)è/2 ox dlX

Ricor da ndo che è

- 6h = ox cosa

e passando agli infinitesimi, risulta:

ap ah
ax - y ax

Considerando il caso generale , i n cui il moto avvenga in una


direzion e qualsiasi, si ottengono analoghe relazioni anche per i r~
stanti assi y , 4 di una terna di coordinate cartesiane ortogonali;
e pertanto sì ha il sistema:

ap ah dv x
__
dX
+ y
ax - p
dt

èp ah àl!
'è!y
+ y
ay
= - p ~
dt
(4 . 1 )

a;; ah dv
az
+ y
;, z = - p
dt
z
83

essendo v X , v y , v Z le componenti d el vettore velocità v nel punto


generico P con cui coincide l'e l emento infinitesimo de l fl uido.
Le ( 4.1) sono le equa z ioni di EuZe Po (L. EULER, 1 755) che re~
gono i l mo to d i un f l uido perfetto soggetto al l a f orza d i gravità.
Nel caso di fluid i incomp PimibiZi , vah = a ( yh) , e per t anto l e
equazio ni di Eule ro ass umono la forma, consueta nell ' id raul i c a :

a dv X
a; (p + yh ) - p
dt
a dv
ay (p + yh) = - p ___;t_
dt
(4. 2)

a dv z
fi (p + yh ) - p
dt
Si noti c h e nella maggioranz a dei casi si comportano come in-
comprimibili i liquidi , ed anche i gas in movime n to fin che la ve-
locità non superi un certo valore: l'aria , ad esempio , èpraticame~
te u n fluido incomprimibile per v elocità non superiori a 100 m/s
circa (vedi anche § 1. 7) .

4.2. Teorema di BernouUi


Consideriamo nel campo fluido una traiettoria e prendiamo un
punto P qualsiasi di essa come origine d i un sistema di assi cart~
siani diretti , ris p ettivamente , lungo la tangente s , l u ngo l a nor-
male n , e l u ngo la binormale m (coordinat e intrinseche ).
Proiettando s u q uesti assi , le equazioni di Eulero ( 4. 1) si
scrivono , i n base a l le (3 .14) :

ap ah dv s av s a v2
a; + y
as = - p
dt =- p
at - p
as 2
s

ap ah dv
n
av v2
s
an = -
n
an + y p
dt = - p
at - p
R ( 4. 3)

ap ah dv m av m
clm
+ y am - p
dt - p
at
essendo R il raggio di curvatura d e lla traiettoria nel p u n t o P .
Da l la prima della (4 . 3 ) risul t a (essendo v - v nel punto P) :
5
84

~ ah + a v 2 av
P a s + gas as 2 - TI ( 4. 4)

per cui, nel moto perman e nt e:

1 aZ? + ~ + a v2 o
P "as" g as as 2

I ntegrando rispetto ad s, cioè lungo la traiettoria, siha pe~


tanto:

( f!P_ + gh v2
p + 2 = cost (s) (4. 5)
J

ovvero, fra due sezioni e 2 de lla traiettoria:

(4. 6)

L'equazione (4.5) vale in generale perifluidiconsideratico!!!


primibili e spesso viene semplificata e scritta nella forma:

f dn v2
;;;...:... + -
p 2
= cost (s) (4 • 6 I)

atteso che per i gas le differenze di quota h z - h 1 che si considera


no sono tanto piccole da non dare valor i significativi rispetto ai
termini di pressione.
La ( 4. 6) viene determinata in val or i fini ti eseguendo 1' integr~
zione del primo termine sulla base delle leggi d i stato p = P ( p ), che
si ritengono applicabili per il particolare problema (vedi § 17 .1).
Se il f l uido può considerarsi incom pr imibile , p = cost, l'in-
tegrale / ~ risulta semplicemente ; + cost, e quindi le (4.5), (4.6)
divengono, nella f o rma generalmente usata che si ottiene dividendo
per g :

cost ( s) (4. 7)

cioè, fra i due punti 1 e 2 della traiettoria:

P2 - P1
y "" o (4. 8)

Sono queste le espressioni del fondamentale teor>ema di Ber>n oul


ii , che si enuncia come segue (D. BERNOULLI, 1738):
85

"Per un fluido incomprimibile in moto permanente, è costante lu_!!


go ogni traiettoria la somma in ciascun punto dell'a ltezza geodet i
ca h (quota rispetto ad un piano stabilito di riferimento) e dei ter
2
mini E, v
Y e 2g
"
. 2
I due termini h e ~g hanno un chiaro significato energetico.
Infatti 1 • h = h è l'energia potenziale di un peso unitario di flui
2 2 -
do rispetto al piano di riferimento, mentre¼. ; = ~g è l'ener-
gia cinetica posseduta dalla massa corrispondente all 'un ità di pe-
so (aZtezza cinetica).
Per chiarire il significato del termine E consideriamo un
y
fluido incomprimibile in mo
to permanente, e in esso un
2 M2
tubo di flusso elementare, , s
cioè di piccola sezione , tal
-+ V2
\
ché in essa la velocità po~ ~
sa assumersi uguale in tutti
i punti; l'asse del tubo di
flusso coincida con la traie_!:,
toria s (Fig. 4.1). Sia ém la Fìg.4.1

massa fluida che lo attra-


versa i n un tempuscolo é t . Se v 1 , v 2 sono le velocità in due sezi2
ni qualsiasi 1 e 2, la massa pred etta sarà:

6m = p 6A 1 V I 6 t ( 4. 9)

Consideriamo l'energia di questa massa come costituita solo dal


termine potenziale e da quello cinetico; trascuriamo cioè l'energia
interna (di natura termica) da essa posseduta.
Poiché ammettiamo 11 fluido perfetto, cioè senza dissipazioni
di energ ia nel suo moto lungo la t raiettoria , la differenza fra l'~
nergi& della massa uscente da (2) e quella della massa entrante in
(1) nel tempuscolo é t, dovrà esprimersi come lavoro compiuto nel-
lo stesso tempuscolo dalle forze di pressione; a parte il passag:
gio di calore fra interno ed esterno che, analogamente a quanto so
pra, trascuriamo.
Questo lavoro sarà dato dalla differenza fra quello esercita-
to dalle pressioni p 1 nella sezione d ' ingresso e quello esercitato
dalle pressioni p 2 nella sezione d 'uscita.
Essendo i rispettivi spostamenti pari a v 16t e v 2 ot , il lavo-
ro sarà quindi:
86

Si avrà pertanto :

( 4 . 1 O)

e, tenuto conto della (4.9):

P1 - P2
y

cioè, in sostanza, la {4.8).


Il termine E
y
(alte zza pie z ometr i c a ) viene cosi qualif i cato co
me lavoro che deve compiere l'unità di peso del fluido e quindi co
me energia che le forze di pressione possono forni r e.
Nel caso di fluidi comprimibil i, non si può trascurare nè l 'e
nergia interna, nè il passaggio di caloredall'esternoall'interno;
con i qua l i termini l'equazione ( 4 .1 O) va completata.
Con le precisazioni fatt e , la costante dell'equazione (4. 7) ra12
presenta la sornroa delle tre forme di energia meccanica (pot en z ia le,
rii pressio ne e c i net i ca ) possedute dall'unità di peso del fluido;
essa è anche denominata en er gia s peci f i ca del fluido, e viene desi
gnata con E:

P v2
E h + - + ( 4 .11)
'Y 2g

Poiché queste energie linea dell'energia


sono commisurate ad altez- o dei car ich i total i
ze, la loro rappresentazi~
ne grafica può farsi come linea
nella F i g. 4.2. Ad ogni tr~
iettoria compete, in gene-
r ale, un diverso valore di
-- --- ---
piezometrica _ _ -=-::-=>-=--.._~

traiettoria PIY E
---
E . La l i nea d e ll 'en el" gia ,
che congiung e gli estremi
d i E: , detta anche tùi ea. d ei.
h
~a !" i a hi tota li , è per ciò 2
p iano
rizzontale per u n moto peE d i r i ferimento
manente che sia influenza-
to dalla sola forza di gr~ Fig. 4. 2
87

vità .
Particolare importanza e significato ha la somma dei termini
h e E
y
, la cosiddetta qu o ta pie z ometri aa :

h + E. ( 4. 1 2 )
y

La linea che congiunge g li es t remi di h' c or risponde nti ai di


versi punti de lla t r aie ttoria è d e tta linea pie z om et r>1:ca .
Si noti che in condiz i oni s tatic he la quota pie zome trica (4 .12)
è costante in tutt o il c ampo fl u i do; i n condiz i oni d i nam i che , i nv~
ce, essa varia lungo una traie ttoria s e va r i a d a punt o a punto la
v el oc i t à .
Altra forma usa ta oell ' equa z ione di Bernoulli è la segue n te :

v2
p + yh + p = cost (s ) ( 4 • 7 I)
2

Qui i termini han no la dimensione di una press i o ne , e possono


r iguardarsi come le energie (rispettivame n te di pressione ,pote nz i~
le e cinetica ) dell ' unità d i massa del fl u ido .

4.3. Altre deduzioni dalle equazioni di Eulero per fluidi incomprimibili


Si è visto nel paragrafo precedente come dall ' equazione di Eu-
lero proiett a t a l ungo l a tangente si ricav a , nel moto permanente ,
e per u n fl uido incomprimibile , il teorema d i Berno ul li , i l qua l e
ci fornisce l ' a nda men t o de l la pressione l ungo una traiettor>ia (o Z:f:.
nea di corr e n te ) in f unz i o ne della quota e del l a v eloci t à di cia s c un
punt o.
Se o ra nel sistema d e ll e equazioni d i Eu lero (4. 3 ) p re nd i amo
inve c e in considerazione, s empre ne l moto per mane nte , qu e lla proie!_
tata l ungo l a no r ma l e, r i sulta (pe r y ~ c o st):

a v 2
an (r + y h ) - p 7f ( 4 .13)

Ne segue c he, s e la traiettoria è r e tti l inea (R ~ = ):

per cu i , sempre per un fluido incomprimibile, l'andamento della pre~


sione in d ire zion e no r mal e a lla di r ezione del mo t o è come in un flui
do in quiete (d i s tr>ibu ;done i d r·o sta t ùJ a della pressione):
88

p + yh = cost

Se invece le traiettorie presentano una curvatura, la distri-


buzione della pressione P.On è p iù idrostatica, avendosi un gradie~
te di pressione verso 1 'esterno della curva, corrispondente alla
forza centrifuga, come indicato nella (4.13); e sarà pertanto:

p + yh -
f
p
v2
7f dn + cost (4 •1 3 I )

Consideriamo ora il caso generale di moto v aPio. Introducendo


1 'energia specifica E, l ' equa zione di Eulero lungo la traiettoria
(4.4) si scrive (sempre per fluidi incomprimibili, e dividendo per
g) :

'aE av ( 4 . 1 4)
as g TT
L'equazione mostra che, se il moto non è permanente, l' ener-
gia specifica E non rimane più costante lungo la traiettoria, ma v~
ria in dipendenza da Ll 'accelera zione a cui il fluido è localmente
sottoposto. Ad esempio, s e un'onda subisce una rapida decelerazio-
ne urtando contro un molo, si possono vedere i getti sollevarsi ad
un'altezza molto superiore a quella corrispondente alla sola ener-
2
gia cinetica, ~g , delle particelle mosse dall'onda.

4.4. Moti irrotazionali di fluidi incomprimibili


Fin qui abbiamo considerato che,lungo una qualsiasi traietto-
ria, il fluid o fosse soggetto alle sole forze di pressione e di gr~
vità; pertanto , lungo quella linea, n el moto permanente risulta c2
stante l'energia. Per le altre traiettorie, peraltro, si possono~
vere diversi valori dell'energia, definiti dai valori della costan
te di integrazione nella (4.7).
Le equazioni di Eulero conducono però a un risultato di part!
colare interesse, se si suppone che il moto del fluido perfetto sia
ir>r>Ota z ionaZe .
Introducendo le condizioni di irrotazionalità (§ 3.7), le com
ponenti dell'accelerazione sono date dalle ( 3. 21) , e per ta nto le
(4.2) divengono:
89

3 v2 av X
J x.
(p + yh + p -y) - p
u
d v2 3v_
_ y
ay ( p + yh + p -y) - p
at ( 4. 15)

a v2 av
z
az (p + yh + p
2> = - p
at

Si riconosce che, se il moto è permanente ( : ~=O) , il trinQ


v 2
mio yE = p + y h + o 2 è costante in tutte le direzioni (e dunque
in tutto 1:z aampo di moto ) e non soltanto lungo ciascuna linea di
corrente,
Allo stesso risultato si arriva, per altra via, associando al
l ' equazione di Eulero lungo la normale (4.13) la condìzionediener
gia specifica costante , cioè:

2
an
3 (p + yn v
+ o T> = o

Se il moto è permanente, ricordando che * ~ÒB , discende su


bito dal confronto

e cioè il moto dev ' essere irrotazionale affinché , anche lungo la noE_
male alla traiettoria, l'energia specifica sia costante .
Come esempio di moti in cui l'energia specifica del fluido ha
valori diversi da traiettoria a traiettoria, oppure si mantiene co
stante in tutto il campo fluido, r iprendiamo sotto l ' aspetto dina-
mico il caso , già trattato cinematicamente nel § 3 . 9, ~i una com-
binazione di moto rotazionale e di moto irrotazionale lungo circon
ferenze attorno ad un unico asse.
Nella zona esterna all'asse (moto irrotazionale) la distribu-
zione della velocità è data da v = i.
L'energia è costante e il teo
rema di Bernoulli è valido in tutto il campo; ciò risulta anche
dall'equazione di Eulero lungo la normale (4 . 13), che si scrive:

(p + y¾) =
an
Integrando quest'equazione, notando che dn =- d R , risulta:
90

P c2 v 2
p + yh - - + cost - P + cost {4.16)
2

L'energia è dunque costante, e pari al valore che essa ha per


R ~ ® in tutto il campo fluid o, esclusa la zona prossima all'asse,
che è sede, come già è stato osservato, di un moto rotazio n ale con
legge v = wR.
Nel caso delle trombe d'aria o trombe marine, potendosi traSC!!,
rare yh in confronto a p, risulta che la pressione atmosferica pa~
sa dal valore p a a distanza dall'asse a valori molto piccoli in vi-
cinanza a questo, in relazione al forte aumento della velocità; ne
segue il risucchio di particelle di sabbia e di acqua, e addiritt~
ra di corpi solidi, che vengono trascinati verso l'alto in moto cir
cola torio.

superficie
libera
h

zona zona zona


irrotazionale rotazionale irrotazionale

R R
V=CIR

Fig . 4 . 3

Se il vortice (Fig. 4.3 ) ha luogo in un liquido con superfic i e


libera {p = O) di altezza, per R ~ 00 , ho= Eo rispetto ad un piano
di riferimento, sarà ovunque, tranne attorno all'asse:

v2
h ho - 2g {4. 17)

la superficie l i bera di altezza h , pertanto, si abbassa continuarne~


te verso l'asse in direzione rad iale. Combinando col moto rotatorio
attorno all'asse (v = wR) , in base a qu el modello teor i co che vie-
ne chiamato vorti ce di Rankine, la richiamata equazione di Eulero
fornisce i n prossimità d ell'asse:

a
Tn (p + yh ) = - pw2 R
91

e quindi, integrando:

h h
e
+ ~
2g
( 4. 18 )

avendo posto un'altezza hc della superficie libera sull'asse. In


questa zona rotazionale l'energia non è costante se non lungo cia-
scuna traiettoria; in effetti, da traiettoria a traiettoria essa a!!_
menta col raggio, come risulta dalla:

v 2
E + -g ( 4 .1 9)

La frontiera fra la zona rotazionale e quella _irrotazionale è


fornita dalla condizione di u guaglianza della velocità, dell'alte!
za del p e l o libero e dell'energia, ricavate nelle due ipotesi. Le
stesse condizioni for niscono anche una relazione fra le costanti ar
bitrarie w e c . L'Pndamento del pelo libero e della l inea dell'ene!:_
gia è rappresentato nella Fig. 4. 3.

4.5. Qimpo di moto delimitato da contorni fissi


Nel caso di un fluido irrotazionale incomprimibile , il teore-
ma di Bernoulli permette di determinare la distribuzione delle pre_e
sioni , una volta noto l ' andamento delle velocità , per un campo di
moto omogeneo delimitato da contorni fissi , e privoquindidi super
ficie di separazione da altri fluidi, qual' è l a superficie libera
nel caso dei liquidi a contatto con l ' aria .
Prese allora come grandezze di riferimento la velocità v 0 e la
pressione Po note in un punto, e supposto in un primo tempo trascu
rabile l'effetto della gravità (come nei gas), la relazione (4.7')
potrà scriversi nel modo seguente:

V2 V~
P + P -2 = P0 + P 2

da cui la differenza 6p = p - Po fra la pressione in un punto qua!


siasi e quella nel punto di riferimento:

t:,p = Q. (V 2 - V 2) (4. 20)


2 o

Si osservi che v ~ è il valore che òp assume ove sia v = O,


1
cioè in un punto di velocità nulla (detto anche punto di l"istagno );
perciò tale valore si i ndica come s ovl"apressi o ne di r istag no .
92

In forma adimensionale, la (4.20) si scrive:

2
~ = 1 - (.E...) (4 • 20 I)
v2
p _Q, VO
2

Noto dunque il rapporto v nei vari punti, si ha immediatameQ


Vo
te la differenza fra la
pressione nei punti ste~
si e quella presa ari-
ferimento, rapportata al
la sovrapressione dir.!
stagno. Ad esempio,attoE_
no alla testata sagoma-
ta rappresentata nella
Fig. 4. 4 a), investita da
una corrente a moto uni
forme (distanza ònù del
le linee di corrente), a)

11 diagramma adimensio-
nal e delle pressioni lu.!!
go l'asse fino al punto
O di ristagno e poi si~ (!!'. ,2 ___A_e_
Vo (}'~,2/2
metricamente lungo le o.o 1. 0
due parti del profilo r.!
0 .5 0 .5
sulta dall 'andamento del
le linee di corrente e 1.0 o.o
quindi della vel ocità, 1.5 -0,5
in base alle semplici~
2.0 -1.0
laborazioni grafiche del
la Fig. 4.Sb), avendoa~
sunto come grandezze p O ,
v 0 di riferimento quel-
Fig 4 .4
le della corrente indi-
sturbata (cioè a dista~
za infinita dal prof ilo).
Nel caso in cui si d ebba c onsiderare il peso, come nei li qu i -
di , la relazione (4.7') di Bernou lli dovrà scriversi nella forma
completa:
v2 vt
p + yh + p 2 P o + yh o + P 2

Se ne ricava l'espressionE:
93

( 4. 21 )

che è somma della differenza òp delle pressioni e della differenza


h - h 0 delle altezze (moltiplicate per y) tra il punto c:renerico e il
punto di riferimento preso a distanza, e preferibi lmente sull 'as-
se.
Può anche scriversi,in forma a dimensionale:

2
1 - (-E_) ( 4.21')
VO

ovvero, introducendo la differe nza fra le quote piezometriche ri-


spettive, òh = cE + h l - cE.Q. + ho> :
0

y y

2
1 - (~) ( 4. 21 ")
Vu

Pertanto , anche
nel caso dei fluidi
pesanti, la conoscen
za del campo delle ve
locita permette , nel
moto irrotaziona le ,
di determinare un va
lore adimensionale ,
che è il rapporto non
pHl s e mplicemente de.!_
la differenza delle
pressioni r ispetto a,!
la sovrapressione di
ristagno,ma della dif o.o·- - -- -- - -- -- -- - - - ,.o
ferenza de lle quote
piezometriche rispe!
to al sovralzo cine-
tico d i ristagno.
Ad esempi o, nel
caso del convergente , - - - L - -- - - - - - 1 o.o
r.o-1------,-c.....;.
,_,,
inclinato della Fig.
4.5, per cui vengono
1.5 LA- - -- - - - --+--- - - - -...J
A -o.5
prese a riferimento P,. 2
le grandezze all'ini
Fig.4 .5
94

zio del tratto di condotto cilindrico di valle, l ' andamento delle


quote piezometriche lungo la linea d'asse e lungo il profilo risul
ta immed iatamente (moltiplicando per v~/2g) dal diagramma adimensi2
nale ivi t1cacciato; in particolare per i due punti simmetrici P 1 ,
P2 , tenendo conto della rispettiva altezza geodetica , si ricava il
valore del la d iversa alte zza di pressione.

4.6. Applicazioni alla misura delle velocità


Un'interessante applicazione del principio di Bernoulli è st~
ta fatta da H. PITOT (1732) , realizzando uno strumento per l a misu
ra delle velocitl detto appunto tub o di Pito t.
Nella sua forma primitiva, esso consiste di un semplice tubo
di piccolo diametro, che viene immerso in una corrente liquida nel
la sua stessa direzione e con la bocca rivolta contro corrente,
ripiegato ad uncino verso l'alto. Se posto in un punto di velocità
v, il liquido sale nel tubo per l'altezza r 2
al disopra del livel-
lo statico, che può essere desunto da altrogtubetto indicatore, i~
trodotto verticalmente, e coincide con la superficie libera, sequ~
sta è presente (Fig . 4.6 a).

prese di pressione
tatica

I. 3d ,Il 9b ,I
aJ b) C)

Fig . 4.6

Nelle normali esecuzioni, lo strumento consiste attualmen-


te di un corpo cilindrico a testata arrotondata (secondo L. PRANDTL,
Fig. 4.6 b)), od appuntita (secondo K . BRABBÉE, Fig. 4.6c);viè una
presa di pressione dinamica sull'asse verso corrente, e una o più
prese di pressione statiche tra loro collegate sul mantello del c_!
lindro a qualche distanza dalla testata. Nel l a presa dinamica, ri-
spetto a lla pressione Po della corrente ~ndisturbata, si ha una s2
vrapressione di r istagno pari a cip = 0 nelle prese statiche, 'Ef ;
se opportunamente distanziate dalla testata, si ha invece pratica-
mente la pressione Po ·
Ne segue che fra le due prese regna una differen z a di pressi2
95

2
Vo
ne t:.p = p 2 , dalla cui misura, per mezzo di un piezometro diffe-
renziale collegato alle prese stesse (vedi§ 2.2), si ricava subi-
to il valore della velocità:

Vo = v2 pt:.p (4. 22)

La forma pia o meno arrotondata della testata non ha pratica-


mente influenza purché in relazione ad essa sia opportunamente sce.!_
ta la posizione delle prese di pressione statica; il tubo di Prandtl
adotta addirittura una testata semisferica.
Si noti che dei due tipi di strumenti ora accennati,il primo,
quello di Prandtl, è il pia sensibile, nei riguardi della precisi2
ne della misura, a scostamenti anche piccoli (da 4° a 5°) dell ' as-
se dello strumento rispetto alla direzione della corrente; quello
di Brabbée consente invece, senza alterare la misura, deviazioni f!
no a 1 2 °- 1 4 °.
Nel caso dei liquidi va osservato che a rigore la lettura del
le differenze di pressione è valida per un tubo orizzontale; se e~
so fosse inclinato, la differenza andx:ebbe corretta , in base al te2
rema di Bernoulli, mettendo in conto le diverse quote delle prese
di pressione.
Se si applica lo strumento per i gas , come è normale nelle mi
sure aerotecniche, si dovrà porre in conto un effetto della compr!
mibilità a partire da velocità della corrente prossime a quella di
propagazione del suono, di cui ve rr~ trattato nel '§ 18.4,2,

4.7. Indice di pressione o numero di Eulero

Il termine pV~7
2
- , incontrato nella rappresentazione adimen-
sionale delle differenze di pressione, ha un preciso significato d!
namico.
Se infatti consideriamo, in una porzione di fluido, la forza
derivante dalla differenza delle pressioni, e cioè, sotto l'aspet-
to puramente dimensionale, il prodotto della loro intensità per
una superficie 1 2 , otteniamo :

F = l\p • l 2
p

dove i è una generica lunghezza. Se d'altra parte consideriamo la


forza d'inerzia applicata alla stessa porzione fluida divolume l ~
troviamo il valore:
96

F ma

essend o v la velocità da cui il fluido è localmente animato .


Il quoziente fra queste forze FP, P è appunto (a parte il fat
tore ½i egual e al termine PV ~ ~
2
sopra indicato.
A questo fattore adimensionale si dà il nome di ind ice d i pr> e~
si on e, o, come proposto da H. ROUSE (1946),di numer o di Euìero , ne.!_
la forma equivalente:

V
Eu (4.23)

in onore del grande fisico-mat ematico che diede per primo veste
scientifica ai fondamenti dell'idrodinamica.
Esso rappresenta, per un dato volume fluido soggetto a forze
interne di pressione ed alla forza d 'inerzia, il rapporto fra que-
ste due forze fondamentali, e perciò, co,, la diversità dei suoi v~
lori, denota l'importanza relativa delle f~rze di p ressione rispe!
to a quelle d'inerzia, e viceversa.
Quando il fluido sia irr>ota zi onal e, e possa trascurars i l'ef-
P~~/ è
fetto della gravità, l'andamento dell ' i ndic e di pressione
2
noto in tutto il campo di mo to, una volta determinato, con indagi-
ne puramente cinematica, il va lore della velocità nei vari punti.
Se il moto è da considerarsi soggetto all'azione della gravi-
tà, in luogo del precedente Eu va introdotto il numer o d i Eu Ze r o g!!_
ner aZ.i zza to

Eu • V V
(4. 23')
/2 t, ( p + yh ) /p h g t, Ji •
il cui significato è analogo a quello di Eu, salvo il fatto che con
sidera il contributo yh del peso alle forze di press i one.
Anc h e l'andamento di v ~);g può venire direttamente dedotto dal
la conoscenza del campo di velocità, se il moto è irrotazionale e
si svolge delimitato da contorni solidi. Se invece, come nel caso
dei liquidi, si abbiano superficie di separazione (ad esempio le SQ
perficie l i bere a contatto con l' a tmosfera) la soluzione del pro-
blema richiede la previa definizione di tal i superficie, del che si
dirà nei prossimi due Capi toli.
L'introduzione de i numeri Eu, Eu* è i mportante ai fini della
s imi Z. -i t udine , perché un processo che si svolga con sirnil i tudine dei
contorni geometrici, mantenendo i nvariati nei punti corrispondenti
i valori di tali numeri, gode anche della simil itudine nei riguardi
97

dinamici. A questo fine giova os s ervare che se nei dueprocessico~


siderati s i ha l'eguag lianza Eu' = Eu", e cioè:

v' v" ( 4. 24)


/ t, p I / p I /t,p " / p "

p' v' 2
posto l" P = n", l"v = v" 1 segue immediatamente l".u p = l" p l" V , ed in
particolare, se la densitil è la stessa, r 6 P = Ne segu~ che nesr; .
suna dipendenza dalla scala di r iduzione geometrica À = esiste 1.
nella relazione fra pressioni e velocità. Questa conclusione non
sussiste, invece, quando si debba per il fluido pesante considera-
re il numero di Eulero generalizzato Eu •: i n tal caso, oltre alla
(4.24), dovrà essere osservat~ a nche la relazione:

l) I V" ( 4. 25)

Ah '
da cui, dovendo porsi 7JiTf = À , risulta l'ulteriore legame l"~ z À ,
e quindi ovviamente r 6 P = À .
Qualora il moto non sia irrotazionale , ed oltre alla gravità
siano importanti altre forze , il numero di Eulero, nell ' una e nel-
l'altra forma , non dipend era più soltanto d ai contorni geometrici in
cui si svo l g e i l moto ; l ' effetto di queste forze ( in particolare
quelle di viscosità ) tenderà a mod i f icare l ' andamento del campo del
le veloc1.tà teoricamente determinabili per il fluido perfetto , co-
me sarà mostrato nei prossimi Capitoli .

4.8. Cavitazione nei liquidi. Indice di cavitazione


La pressione assoluta i n un liquido non può, per ragioni din~
miche, abbassarsi indefinitamente , in quanto , raggiunto localmente
un valore pari alla tensione d i vapore ( § 1 . 8), i l liquido passa br!:!
scarnente alla fase di vapore .
Il moto i n queste condizioni non è più q uel lo di un fluido o-
mogeneo , ma di un fluido che presenta localmente delle sacche (o
bo l le) di vapore.
Il fenomeno può e sse re f acilmen te realizzato con un condotto
che si restringa notevolmente di se zione e si ria llarghi successi -
vamente (Fig . 4.7 J , originando così un aumento locale della veloci
tà e una corrispondente diminu zione del l a pressione.
Se, partendo da una data pressione Po a monte, si abba ssa pr~
98

gressivamente la pressione p 1 a valle, si passa da condizioni di


flusso immune da cavitazione
(diagrammi 1 e 2) ad una co~
dizione di incipiente cavit~ P,
zione (diagramma 3) quando ne.!_
la sezione piil ristretta (pu~
to A) la pressione scende a.!_
l'incirca al valore Pv della
tensione di vapore.
Una volta raggi unto e S!::!_
perato questo abbassamento,
si formano delle piccole bol
le riempite di vapore e di Fig47
gas liberati dal liquido che
li teneva in soluzione, che si estendono per una certa lunghezza da
A a B con un valore costante Pv della pressione. Nel punto B in un
tempo brevissimo, dell'ordine di qualche millesimo di secondo, le
bolle aumentano di volume e, trasportate col fluido in zona di mas
gior pressione (diagramma 4), improvvisamente si distruggono.
Questo rapidissimo "collasso" delle bolle (analizzato teorie~
mente d a Lord RAYLEIGH, 1917, per una cavità sferica) si svolge con
velocit.3. radial i elevatissime, che a loro volta danno luogo, come
fenomeno di moto vario in fluidi comprimibili (vedi Cap. 20), ad~
levatissimi locali aumenti della pressione, fino a massimi dell'or
dine di 1000 kp/cm2 e più. Queste rapidissime e intermittenti vari~
zioni della pressione producono effetti di martellamento sulle pa -
reti solide a contatto, che subiscono, anche se costituite di mate
riali duri e compatti, effetti di corrosione di aspetto spugnoso,
tipicamente rilevanti nei metalli che formano le pale delle macchi
ne idrauliche e delle eliche navali.
Gli aspetti esteriori del fenomeno, quando esso è sufficiente
mente pronunciato, sono (nell'acqua) quelli di una nuvola o sacca
biancastra, apparentemente pressoché ferma, ma in realtà costitui-
ta dal succedersi con frequenza altissima delle piccole bolle di v~
pore e gas in continua formazione e distruzione; caratterizzata,
quest'ultima, da un caratteristico crepitio. Il fenomeno ha genera.!_
mente inizio a contatto di una parete curva che si apre nella dire
zione del moto, perché ivi (come anche avviene nelle testate dei
corpi solid i investiti) si ha un a d densamento delle linee di cor-
rente e quindi una diminuzione della pressione.
Questo inizio può essere teo ricamente indagato introducendo il
99

parametro:

Po - Pv
o = ( 4. 25)
2
VO
p
2

che viene detto indic e di cavitazione o numero di T homa, (D. THOMA,


1924) . Come si vede , questo numero risulta l'oppostode l l 'indicedi
pressione

p - p 1

V
2 Eu 2
p .!'.'...il.
2

preceden temente definito , ove in esso si ponga per la pressione il


valore della pressione di vapore (p = P v> , e siano al solito p 0 , v 0
le grande zze della corrente indisturbata .
Lungo le pareti di guida o lungo il cont orno di un corpo sol!
do investito da una corrente , la distribuzione d i ~ pr esenterà in
Eu
un certo punto un valore minimo; ove o , salv o il segno , coincida con
questo valore , ciò significa che la pressione p è scesa i n quel pu~
to al valore p v e si ha una condizione favorevole all ' insorgere de.!_
la cavitazione .
Questo vaZ or e t eo rico critico :

oi = - (~) (4 . 26)
Eu ·
m1n

dell ' indice di cavi tazione è tipico per ogni configurazione delle
pareti o del contorno; quando o = oi , t eoricame nte , si ha l ' insor-
gere della cav itazione .
Si osserva che , per un dato pro filo o contorno, la cavitazio-
ne può insorgere per un aumento della velocità v 0 , per una diminu-
zione della pressione p 0 , o per combinazione di queste due grandez
ze nella corrente indisturba ta .
Qualora intervenga anche l'effetto del peso , l'indice d i cavi
t azione va scr itto , per este nsione , nella for ma:

( p o + y ho l - (p v + y h min )
o = ( 4 . 27)
nv~ /2

dove h min è l' a l tezza del pu nto in c u i s i veri fica la pressione mi


nima p min" Ana l ogamen te l' indice di pressione
100

(P o+ yho ) - (p + yh ) 1

PV6 /2

nel punto di pressione minima vale:

(po+ Yho ) - (pmin + yh min)


o .= = (4. 28)
l
pv~/2
Quando o = oi si ha, teoricamente, l'inizio della cavitazione.
La cavitazione può pertanto anche presentarsi per un aumento
della quota (per esempio,all'uscita dalla girante di una turbina l
draulica ove la si porti a quota più elevata rispetto a quella del
bacino recipiente di valle, così da allungare il relativo tubo ve~
ticale di scarico) .Per quest'ultimo l'indice di cavitazione viene
solitamente presentato in forma un po' diversa dalla ( 4.27).
Il valore critico o. valutato in base all'andamento teorico
l
del numero di Eulero attorno al profilo investito dalla corrente
con i procedimenti del moto irrotazionale deve riguardarsi come un
valore teorico, utile ai fini della similitudine; nella realtà, la
cavitazione insorge generalmente per valori o= o c un po' maggiori
di o i' per fenomeni di viscosità e di turbolenza.
Una volta superato il limite della cavitazione, col crescere
di o (per aumento della velocità v 0 della corrente, per diminuzio-
ne della pressione di base p 0 ) , la pressione non può abbassarsi al
disotto del valore p v' però si estende il tratto di condotto inte-
ressato dal fenomeno della cavitazione, come mostra la Fig. 4 .ì (di2,
gramma 5). Ne conseguono modif icazioni rilevanti del campo fluido
per la presenza di ampie sacche di cavitazione attorno ai corpi s~
lidi investiti, con l'allontanamento della corrente viva dalle pa-
reti ai margini delle sacche,
o in punti particolari dei co!!
dotti, quindi con riduzione
~~-----~J
della sezione liquida e del la
I.O
efficienza idraulica. ..E.::!3
La Fig. 4. 8 illustra le Qvf/2
modifiche al diagramma dello G:0.40
indice di pressione ~
PV O12
che
o.o \ ....
intervengono con fasi sempre
__ j

·---fì.···
;:s-
--· '-
\. a-0.20
-- ----
piu spinte della cavitazione,
.I " ..,__g.a.&J
portando o al disotto del va- v---...__a~o.s2
lore o = 0,82 caratteristico
e -I.O
del suo effettivo inizio at- o 2 3 4
std
5

torno ad un profilo cilindri-


Fig 4.8
1 01

co a testa arrotondata. Questo valore è un po' superiore a quello


teorico a i = O, 75 che si dedurrebbe come corrispondente al valore
minimo dell'indice di pressione .
1 02

S. MOTI A POTENZIALE DELLE VELOCITA'

5.1. Significato e metodi d'indagine dei moti a potenziale


Nel Cap. 3, indagando la cinematica del campo fluido, abbiamo
messo in evidenza una particolare categoria di moti, che non prese~
tano rotazioni e sono perciò detti irrotazionali. Essi corrispond~
no al comportamento di un fluido perfetto (cioè privo di sforzi vl
scosì e relative dissipazioni di energia) quale è stato indagato
nel successivo Cap. 4; invero la conservazione dell'energia nel ca~
po fluido, data dalla costanza del tr i nomio di Bernoulli, sussiste
solo se valgono per le accelera z joni le equazioni (3.21), e sono
quindi nulli i termini rotazionali nell e (3 .20 ) .
Si è visto nel § 3. 7 che la condizione d'irrotazionalità cor
risponde all'esistenza di una funzione .p , dettap o t e n z ialedelle v ~
locità , che verifica le seguenti relazioni (3 . 22) per le componen-
ti v x' v y' v z del vettore velocità v:
ad>
V
X dX

V il
y 3y

V il
z è) z

Pertanto lo studio dei moti a potenziale delle velocità è fat


to anzitutto per trattare i flui di p ePfet t i o irrotazionali, cioè
un modello matematico del moto fluido in certi casi sostanzialmen-
te aderente al comportamento del fluido reale.
Vi sono però altri moti che, pur nell'ambito viscoso, ammetto
no egualmente un potenziale delle velocità i n base ad una trattazì!:?_
ne ancor valida seppure non interamente r igorosa; sì tratta dei mo
ti viscosi assai l enti (Cap . 9), ed i n particolare dei moti di fil
trazione (Cap . 16); e ciò avvalora ancor più l 'importanza degli stu
di in argomento.
Dei moti a potenziale daremo la trattazione cinematica, c he ne
mette i n luce l'andamento delle velocità ; noto il quale è immedia-
ta, med iante gli argomenti àe l Cap. 4, la valutazione degli aspet-
1 03

ti d i namici, ed in particolare d e ll'andamento delle pressioni .


Premettiamo alcune proprietà e def i nizio n i, specificando che
il problema verrà esaminato solo per fluidi inaomprimi b i li , e in
condizioni di mo to perman e nte .
L ' introduzione della funzione <I> = <I> (x, y , z) nell' equazione
di continuità (3 . 23) si traduce nell' eq uazione d i Lap l ac e :

17 2 ij> = 0 ( 5. 1)

La risoluzione di quest ' equazione , per date condizioni al co~


torno, sarebbe teoricamente sufficiente a determinare la funzione
<I> e quindi l' a ndamento delle velocità ne l campo fluido considerato .
La fu nzione <1> è in ogni caso univocamente definita, se per i s ingo
li punti del contorno sono prescritti i valori di <I> o di :~ (deno=
tandosi con n la normale al con tor no stesso) , ovvero se per una paE
te del contorno sono dati i v a lori d i <I> , e per la restante qu e lli
di ¾!i· Questo vale sia che il campo fluido sia interno a dati con-
torni , sia che esso sia illimitato e contenga al suo inte rno un con
torno chiuso per il qual e sia prescritto il valore :~ . -
Se si collegano fra loro tutti i punti ai quali corrisponde lo
stesso valore di <I> , s i ottengono delle superfici e <1> = cost che ven
go no chiamate superficie equipotenziali . Esse hanno una importante
proprietà : poi ché in esse , cioè per un elemento di linea in esse
giacente d; (dx , dy , dz ):

H dx + il dy + d <I>
dz o
d4> = ax 3y 3z

risu lta :

d<1> V
)(
d ,,; + V
y
dy + V
z
dz :: t .a; o (S . 2)

La ( 5 . ?.) è la relazione d ' ortogonalità di due vettori , per


cui si può conc l udere che il vettor e veloc i tà e di consegue n z a le
Zi nee di ao ~r e n t e sono, istante p er istante, normali al le su perfi -
ai e e qu i po tenz i a l i (Fig . 5.1) .
In una direzione i diversa dagli assi coordinati, la compone~
te della velocità in quella direzione discende dal locale potenzi~
le <I> secondo la fo rmula :
104

c he si dimostra in base a ll a :

coso. + cos 8 + a<P coscx + a<P cos 8 + li cos y


vi = V X V
y
V
z
COS y
<l x 3y az

tenendo conto delle re l a -


zioni d i dire z ione espre~
se da i coseni indicat i.
In particolare, il va
lore V della velocità nel
la direzione $ della ta n-
ge n te alla linea <l i c orren
te, risu l t a :

V = V il (5 • 3 I ) superficie
s cl s
equipotenziali
<t>=COSt

Per un contorno fisso , Fi g5 . 1


nei punti del qua l e è nul
la l a componente normale
della velocità,risul ta OV

viamente :
1> a<P () (5 . 3 " )
n an

e d è questa u na condi z ione al contorno valevole per l a risoluzio-


ne dell ' equazione di Lapl ace.
In u na ra p presentazione d el l e superficie equipotenzia li de l ca~
po fl uido fatta ad inter vallo costante o<j, , è noto c he l a vel ocità
v è i nversamente p r oporz ional e alla di.sta n za os d elle prossime d ue
superf i cie. Per tanto , se~ univoco i l valore de l potenziale,du e su
p e r fici e non potran no mai tagl iarsi perché altriment i con os > Osa
rebbe v ~ "' ·
I n moto permanente , la por tata att raverso la superf i c ie d i una
quals i asi sfera concentr ica in un p u nto è costante ( principio di
continuità}; data la simmetria radial e, si può scr i ve re :

V ± _ Q
_ (5. 4)
r 4 11 l" 2

D'a l tra parte è per defin izione vr = ~


a:r , per c u i si ottiene (a
parte una costante no n essenz iale) il potenziale:

_!L ( 5. 5)
+
4 11:r
105

Il moto è rappresentato nella Fig. 5.2: le linee di corr ente


sono rette passanti per i l punto O e le superficie equipotenzia li
sono sfere concentriche.

PUNTO O
SORGENTE - - - ----ASSORBENTE
+ Q V=-_Q_
v, = 4 n r2 , 4 1t r2
Fig.5.2
Si tratta rispett ivamente di quello che viene chiamato punto
sorg en te (velocità verso l ' esterno} o punto aaaorbente (velocità
verso il punto); la denominazione t r ae
origine dallo sc hema del moto in pre-
senza di un foro piccolissimo pratica-
to nella parete di un recipiente (Fig.
5 . 3) .
Altro punto singolare è quello in
cui una stessa superficie equipotenz i ~
le localmente si interseca: la v eloci- Fig. 5 . 3
tà in quel punto dev ' essere nulla, per
ché sarebbe assurdo che un ve ttore ve-
locità di valore finito fosse normale al l a superficie stessa in
tutte le dir e zion i. Questo pun to è quello che abbiamo chiamato pu!!_
to di ristag no (§ 4 . 5 ). Tale è il punto Po ne lle F i g . 5 . 5 e 5 . 9 .
Per la risoluzione del problema, cioè per otte nere una rappr~
sentazione dei moti a pot en z iale , possono applicarsi sia metodi df:.
r etti , sia metodi i ndi r etti .
I metodi diretti si fondano sulla poss ibili tà d i ricavare per
dati contorni (f iss i, o variabil i nel tempo) i valo r i della f un-
zio ne ~ . e q uindi l 'andamento delle ve l ocità nel campo fluido con
s iderato, ciò che può ottenersi per risol uzione dell ' equa z i one d i
La place , con proc ed ime nt i di i nteg razio ne numer ica (§ 5.5) . Altra
possibilità (ne l caso piano) è quella di defi nire, per v i a g r af i-
ca o sperimentale, un sistema d i l inee di corrente e di linee equ_!
po tenziali t ra l oro ortogonal i all'i nterno dei dati contorni ( §

5. 3) .
1 06

I metodi indire tt i (validi nel solo caso di moto permanente)


si fondano invece sulla possibilità di ottenere con procedimenti
ed artifici vari ( § 5.2 e§ 5.4) dei sistemi di linee di corrente
e di linee equipotenziali soddisfacenti alla condizione di irrota
zionalit-3, e di scegliere tra le linee di corrente quelle che eventual
mente corrispondano a ricercati contorni. Se si considera che un co~
torno (non essendo attraversato da fluido) è effettivamente costi
tùito da linee di corrente, si avrà cosi la conoscenza del moto a
potenziale all'interno o all'esterno di queste linee, idealmente
ma te ri a lizzate come contorno.
I procedimenti diretti sono approssimati in relazione al gr~
do di accuratezza numerica o di precisione grafica della soluzio-
ne ottenuta; quelli indiretti sono i.nvece rigorosi, pur di limitaE
si alla considerazione di contorni che possano individuarsi come
particolari linee di corrente.

5.2. Metodo dei punti sorgenti ed assorbenti


E' questo un metodo ind ir> etto, che si basa sul fatto che per
il potenziale, che è una
grandezza scalare, vale y

il principio di sovrappQ
sizione degli effetti.
Pertanto, se sono noti al
cuni particolari campi di
)(
moto a potenziale, per o_!c
tenere il moto derivante
dalla combinazione bast~
rà sommare i valori ri-
spettivi del potenziale. ~ -=--d _ _
Assum iamo per primo
caso due punti sor gente Fig.54
ed asso r bente che abbia-
no la stessa portata Q, e siano posti a distanza d tra loro,esse~
do in mez zer ia l'origine O delle coordinate x, y nella sezione me
ridiana. La distanza r di un punto l' (x, y) da uno dei punti sorge!!_
te od assorbente diventa allora (Fig. 5.4)

r = Vy2 + (x :!: ~) 2

Si ottiene quindi:
107

<I> cl> I + <I> 2 = --;r;;-


Q
(_l_ __!_)=
l" I l" 2
(5. 6)

4~ (vy 2 + (x + q_>7
2
-
411.VY 2 + (x - d
2>
~0
Il caso esaminato di un punto sorgente associato ad un punto
assorbente non è particolarmente interessante, ma lo è invece que_!
lo di un moto uniforme traslatorio (cioè verso un punto all 'infi -
nito) con uno o più punti sorgente e assorbente anc h e di diversa
portata.
Un caso semplice è l a combinazione di un solo punto so l:" gente
col moto unifol"me tl:"a -
y sla to l"i o (Fig. 5.5).
Presa l 'origine del
le coordinate (x, y )
della sezione meridia-
X na nel pun to sor ge n te
O, il potenz iale rela-
ti vo al moto traslato-
rio uniforme è cl> 1 = v 0x ,
poiché:

Flg. 5.5
( S. 7)

e quello del punto sor


gente è:

<1>2 = - ...2_ =
4 Il!"

Da cui, nel moto risultante:

(5.8)

Poiché l'intensità del moto prodotto dalla sorgente diminui-


sce con l'allontanarsi dalla sorgente stessa, le linee di corren-
te asintoticamente tendono al parallelismo con l ' asse x .
A sinistra del punto sorgente vi è un punto p 0 in cui le ve-
locità d ei due moti componenti sono uguali e d opposte: poiché esso
si trova sull'asse x, alla sinistra d i O e da esso distante x 0 ,il
1 08

potenziale $ 2 vale per esso:

$z = 4n
- Q =
(- x 0 )

pertanto risulta:

0 = Vo - _Q_
4nx 02

da cui

(5. 9)

(il solo segno - ha ovviamente significato).


Si tratta di un punto di ristagno, in cui la linea di corren-
te lungo l'asse di simmetria del moto traslatorio si suddivide nel
piano meridiano in due linee simmetriche, indicate in grosso nel-
la figura stessa. Queste sono le tracce della superficie di un SQ
lido di rotazione, che costituisce frontiera fra il flusso che prQ
viene dall'infinito a monte e quello che emana dal punto sorgente.
La frontiera a destra di O può essere determinata in via ana
litica sfruttando il fatto che la portata attraverso una sezione
qualsiasi interna alla frontiera deve essere ivi uguale a quella
che origina dal punto O. A sinistra del punto O, invece, la port~
ta deve essere nulla, il che permette la determinazione del rima-
nente andamento della frontiera. Prolungandosi verso destra, le due
linee di frontiera tendono asintoticamente a portarsi parallele al
l'asse x, mentre la velocità del campo fluido esterno tende al va
lore v 0 della velocità d'arrivo.
E' interessante il fatto che questa frontiera, considerata nel
lo spazio, può essere materializzata dando origine al cosiddetto
semicor>po o semici Zindro; il campo di moto irrotazionale esterno
è allora perfettame~
te conosciuto.
Con analogo prQ
cedimento, e cioè con
la combinazione di un
moto unifor>me trasZa
tor>io con un pun to
sor>gente che sia an·
che _punto assor>bente
Fig.5.6
della stessa portata,
109

è stato ottenuto l'importa nte risultato di un moto irrotazionale


attorno ad una sfera .
E' facile riconoscere che se consideriamo il punto sorgente
+ Q ad una distanza d dal

p p
punto assorbente - Q (Fig.
5 .4 ) ed associamo un moto
traslatorio parallelo a d e
,, di velocità v 0 , si otteng~
no delle superficie chiuse
(+JO o in forma di ellissoidi (Fig.
dx (+J H 5.6), costituite da linee
di corrente e quind i mate-
Fig .5. 7
rializzabili (il cosiddet-
to eoZido di Rankin e ), che
diminuendo la distanza d
tendono sempre più alla forma sferica ma contemporaneamente si ri-
ducono di ampiezza; talché al limite , quando i due punti coincido-
no, la superficie si riduce
ad una sfera di raggio nul-
lo. y
Se però, mentre la ai
stanza d viene ridotta fino
ad un valore jnfinitesimo dx ,
si aumenta la portata dei
punti sorgente e assorben- X

te cosi da ottenere un valo


re finito e = ·Qdx per il pr~
dotto di queste grandezze,
(Fig . 5. 7) , si ottiene il c~
siddetto dipolo (Fig. 5.8),
il cui potenziale, per il g!!!_
Fig.5.8
nerico punto P vale:

e d(x2 + y2, - 112

4 11 dx
( 5. 1 O)
Cx = Cx = C cos 8
=
4n ( X 2 + y 2) 3/z 411r 3 4,12• 2

Se pertanto si aggiunge il potenziale $ 1 = vox v 0 r cose del


110

moto traslatorio, si ottiene in definitiva (vedi Fig. 5.9):

e Cx
; v 0 r cose + ; vox + ( 5. 11)
4TT (x2 + y2)3h

da cui

H C 3Cx e 3Cx2
V -= Vo +- - - - - - - Vo +----- (5. 12)
X
ax 4TI(x2 + y 2)3/z 411r 3 411r 5

Fig.5. 9

I l valore d ella costante e può venire determinato ponendo


Vo = O (punto di ristagno) per x = :tr 0 , .y = O: si ottiene C 2 11 v
0
rJ,
con il che la (5 .12 ) diviene:

V = Vo + - - - ( 5 .13)
X 2r 3 2

Analogamente, dalla v
y
= ll
ily
si ottiene :

V
y
( 5. 14)

Cons ideriamo ora il luogo d ei punti x 2 + y2 = r5 (circonfere~


111

za che delimita la superfic ie meridiana di una sfera di centro


O) .
Dalla espressione di 4> risulta subito che le velocità v = v
ro
sono tangenti alla superficie della sfera, e che quindi questa è u
na superficie di corrente material i zzabile: infatti è nulla la com
ponente normale (rad iale) del l a ve locità, per essere:

a~j a
( Y' cos e 0
+ r) co se , ~J
0

dY' rsr o
ar
V
21" 2 Jr~r o
21" 3 V O

=cos e v0 -
2l' 3
cos o]
r•r
=o
o

Le componenti della velocit~ v valgono :


ro

a.p]
(1 x2)
Vo 3 x 2v o 3

ax
r•ro
= V O +
2 2 r?
o
=2 Vo
2 I"
o

H]
òy r•r o
=
3 xyv o

2 r 2
o

da cui, tenendo conto che V


ro =v(*rr • r o + ( alia 4>) 2
r• r o

x2
V ( 5. 15)
ro y, 2
o

La velocità v varia dal valore O nel punto P O di ristagno


ro
anteriore, ad un massimo di 1 ,5 v 0 in corrispondenza alla linea e-
quatoriale, per ritornare a O nel punto di ristagno posteriore. Lo
andamento delle velocità, e delle linee equipotenziali è dato, per
una sezione meridiana, nella Fig . 5.9.
Con la combinazione di una distribuzione di punti sorgenti e
di punti assorbenti di diversa portata con un moto traslatorio si
possono studiare i moti a potenziale di velocità attorno a solidi
di rotazione in forma di corpi più o meno affusolati. Sono s t ati
q uesti i metodi applicati per lo studio dei profili alari e del l a ca
rena dei dirigibili ag li albori del l 'aeronautica.
112

5.3. Funzione di corrente. Reticolato di flusso


Quando il moto si possa riguardare bidimensionale, è possib!
le procedere con metodi di indagine dir>etta, tenendo conto che la
equazione di continuità diventa:

av av
(5 .1'}
ax x+__y_=O
ay

Ta l e equazione è pertanto la condizione di esistenza di una


funzione ,J,(x , y) introdotta da J.L. LAGRAMGE (1781), tal-= che le
sue derivate parziali in x ed y soddisfino alle relazior.i:

V
X
( 5. 1 6)
V
y

Infatti, sostituendo, si ottiene:

Se ora si introducono le (5 .16) nell'equazione di una linea


di corrente (3.4), si trova:

d ,J, = o ( 5 .17)

cioè

1/, cost ,

i l che significa che la funzione 1/, è costante lungo una linea di


corrente, e perciò è detta funzio ne di cor>rente.
Pertanto le linee 1/, = cost, nel moto bidimensionale, sono nor-
mali alle linee equipotenziali <I> = cost, come del resto discende
dal porre, in base alle (3 .2 2) , (5 .16):

che è la relazione di ortogonalità delle due schiere di curve de-


finite da q, = cost, iJ, = cost.
11 3

Inoltre la funz i one iJ1 soddisfa, come già la ~ , all'equazione


di Laplace, come si vede sostituendola nella relazione d i irrota-
.
zionalità nel pian~ ~ - av x -- o
ax ay •
L ' andamento nel piano delle d ue famiglie di linee ~= cos t e
iJ1 = cost costituisce il cosiddetto r eticolato di flus s o , e dal l a
sua rappresentazione con un numero s u ffici e nte mente f it t o d i linee
si hanno immed i ata me nte, con u n a cc e ttabile grado di approssimazi,Q_
ne, i va l ori della velocità in ogni punt o del campo, noto i l valo
re d e lla po r t a t a che l o at t raversa.
La c ostru zione de l re t icolato di f l u s so può fa r s i p er via di
retta , s u l la b ase d e lle seguenti c onside razio ni .
Intr o d uce ndo le c oordina t e i n t r i n sec he , l e (3.22), {5 . 1 6 ) si
t rad ucono ne lle s egu e n ti :

(5 . 18 )

essendo s la coordinata di una linea di corrente , n quella di una


linea equipotenziale. Pertanto ,
se nel campo di moto v e ngo no traf y
c ia te schiere d i linee equipo-
te n ziali e di li nee di corren-
te con in t ervalli costanti ot
e o iJI dei v alori della ri spett i-
v a fu nzione , la v e l oci tà v è i~
v er same n te p ro po rz i onal e alla d.!_
s tan za 6s di d ue c o ntigue lin ee
equipotenzial i o al l a d ist anza
on di due contigue l i nee d i cor
X
re n te (Fig . 5. 1 O) •
S i h a inol t r e dalla prima Fìg . 5 .10
d e lle {S.18 )v6n = 61J1 ; per t anto
due linee di corrente q u a lsiasi
IJl 1
, w2 formano un canale di fl usso nel quale la portata

6q = J: v6n = IJl 2 - iJl 1 (5 .19)

è pari alla differenza dei valori che la f u nzione iJ1 presenta su


q ueste linee .
114

Se assumiamo addirittura es= on, con il che o~ = ow, il re-


ticolato risulta costituito da maglie di eguale lato, tra i cui~
stremi, rispettivamente, la funzione~ e la funzione~ variano di
una grandezza costante.
Esaminiamo dapprima il caso di moti permanenti entro campi
c onfinati, cioè che si svolgano all'interno di contorni fissi, o,
essendo illimitatamente estesi, contengano tali contorni alrinter
no (la trasformazione del moto assoluto in moto relativo consente,
come indicato nel§ 3.5, di includere anche l'esame di un corpo
mobile di moto uniforme nel fluido in quiete). Il reticolato dovrà
adattarsi a questi contorni, che costituiscono, come sappiamo, del
le particolari linee di corrente. Al limite, per es= on entrambi
tendenti a zero, il reticolato verrà ad essere composto da maglie
quadrate di lato infinitesimo.
Questa proprietà fornisce una soluzione grafica del problema:
se si riesce a tracciare con gli assegnati contorni un reticolato
composto da maglie che si approssimino a quadrati, questo retico-
lato, stante l'unicità della soluzione, sarà quello che meglio si
avvicina al reticolato di flusso teorico.
Il tracciamento deve essere fatto per tentativi, verificando
maglia per maglia
che le diagonali
siano ortogonali,
oppure in esse sia
inscrivibile un
cerchio. Il meto-
do, seppure labo-
2 3 4 5 rioso, si rivela ~

stremamente utile
in moltissimi ca-
si (Fig. 5.11).
Esaminiamo ora
Fig.5.11
le caratteristi-
che di un retico-
lato di flusso. E ' evidente da quanto sopra la proprietà che ove
le maglie si allargano si ha un rallentamento della velocità e vi
ceversa.
Risulta anche che in un moto curvilineo le maglie si infittì
scono lungo le convessità della parete e si diradano lungo le co~
cavità; cosicché si hanno maggiori velocità dove i contorni diver
gono dalla direzione del moto, minori dove i contorni convergono
115

in quella direzione, come è evidente dalla stessa Fig. 5.11, che


rappresenta il moto in un canale in curva.
Al limite, se il contorno presenta uno spigolo (raggio dicur
vatura nullo), per ev itare che la maglia che vi si adatta sia in-
finitesima, il che com-
porterebbe per la veloc!
tà un valore infinito, vi
è un'unica soluzione fi-
sicamente accettabile,c2
me quella rappresentata
nella Fig. 5.12.
Vi è un' altra pro-
prietà del retico lato di
flusso, che può servire
come controllo del suo
corretto tracciamento pa!_
ticolarmente nei condot-
ti curvilinei,come quel-
lo di F ig . 5 . 11 .
Fig.5.12
Sviluppiamo un ' equ!
potenziale 1-5 4 di coordinate n , in una retta e portiamo i valori
della velocità ve del raggio di curvatura R nei punti indicati
del reticolato (Fig. 5 .11}; otteniamo d,ie gra fici v = v(nJ ed R =
= !Un) .
Poiché, per la condizione di irrotazionalità n elle coordina-
te intrinseche, si ha :

av s av
n =
__
1)

=
3n as R

la tangente ~
é)n
alla v (n} in un punto deve essere uguale a ~R in
quel punto. Pertanto, se ribaltiamo R sulla retta n , l'estremo do-
vrà coincidere col punto in cui l'asse n è tagliato dalla tangen-
te alla v(n). E ' cosi possibile controllare punto per punto il r~
ticolato inizialmente tracciato e procedere agli eventuali affin~
menti .
Il metodo grafico per tentativi cosi delineato può essere sur
rogato o integrato su base analogica sperimentale, tramite motiv!
scosi tra due piani secondo il modello d i Hele-Shaw (vedi§ 9.4.2)
o mediante l'impiego di speciali vasche elettrolitiche .
Qualora, anziché svolgersi soltanto entro contorni fissi, il
moto presenti in parte delle superfic ie l ibere (come nelle corren
116

ti idriche a contatto con 1 'atmosfera), il problema acquista mag-


giore complicazione, per il fatto che le dette superficie non han-
no forma prestabilita, ed anzi la loro determinazione fa parte dei
requisiti della soluzione. L'equazione al contorno di dette super-
ficie, oltre al fatto di essere costituite da linee di corrente, ri
chiede peraltro di soddisfare ad una condizione dinamica data dal
campo gravitazionale, che può agevolmente stabilirsi applicando il
~rincipio di Bernoulli come relazione fra la velocità e l'altezza,
essendo il fluido perfetto e la pressione (atmosferica) uniforme.
Il metodo del reticolato di flusso può così applicarsi per te.!2
tativi, assumendo dapprima ad arbitrio la configurazione delle su-
perficie libere e verificando se

v/t2g
in esse i valori della funzione
potenziale (desunti da un siste-
ma di linee equipotenziali e di
corrente che è sempre possibile
tracciare nel campo liquido così
delimitato) corrispondono a que!
li che soddisfano la predetta C0,!2
dizione gravitazionale;modifica.!2
do quindi la configurazione ini-
zial e fatta a tentativo sino ad
ottenere l 'indicata coincidenza.
Fig.513
Il procedimento verrà chiarito a.e
plicandolo al caso della vena l i
ber a provocata da una corrente in un canale che sfiora un bordo sot
tile orizzontale ( s tramazzo 'libero, moto bidimensionale). Qui i pr2_
fili .superiore ed inferiore della vena sono linee di corrente di co
ordinata curvilinea s , per un qualsiasi punto P(s ) delle qua li, es
sendo la pressione costante, varrà (Fig. 5.13) la relazione:

V = d)
+ 2g ( 5. 19)

in cui h è la profondità del punto al disotto della superficie li-


bera indisturbata, e v 0 la velocità uniforme nel canale prima del-
lo stramazzo (ve iocità d 'arriv o ) .
Poiché il moto ammette un potenziale, sarà v = ~
o $
e quindi:

f v ds + cost = f y2g (h ~!) + ds + cost (5. 20)


117

Pertanto, se la spaziatura del reticolato di flusso che rap-


presenta il moto a potenziale è data da 6$, e se si considera (con
grado sufficiente di approssimazione) una linea equipotenziale di
partenza t O , costituita da un arco di circonferenza come in F ig.
5. 1 3 , le successive linee equipotenziali $ 1 = $ 0 + li$, t 2 =t o+ 26$ ...
dovranno intersecare i profili in punti come P, per cui risulti:

4> I ~ ) d8 ...

essendo 8 1, 8z •• • le rispettive ascisse curvilinee a part ire da


$o.
Se ciò non avviene, vuol dire che l 'andamento fa tto a tenta-
tivo dei profili della vena non era corretto; si dovra perciò prQ
gressivamente aggiustarlo, s ino ad ottenere il grado di approssi-
mazione desiderato .

S.4. Metodo della rapprc,cntazione a>nformc


Per lo studio dei mot i i rr otaz i o na l i piani es i ste un metodo,
che è di grande eleganza matematica, basato sulle funzioni di va-
riabile complessa.
Come è noto, una funzione w = f(z) della variabile complessa
z = x + iy , può sempre scriversi nel seguente modo:

w = f( z ) '"'$(x , y) + i,J, (x , ,y) ( 5. 21)

Per estensione del concetto di derivata, ben noto per una fu_!!
zione di variabile reale, si definisce come derivata di w = f ( z)
la seguente espressione:

dw dq, + id,J, a• dx+~ d + · (a iJi dx+ a,J, dy\)


= ax ay Y -z. ax ai/ (5.22)
dz dx + idy dx+ idy

E' evidente che, dipendendo~~ dal rapporto ~; , la derivata


in generale non sarà unica per un dato valore di z . Si può però d_!
mostrare che se le parti reale ed immaginaria dì w soddisfano al-
le relazioni:
118

a 41 ll
ax ay
(5.23)
il - il
ay ax
che sono dette equazioni di Cauchy-Riemann, la derivata della fu~
zione w è indipendente dal rapporto~; . In ,altre parole la f,che
viene chiamata allora funzi o ne anaZitica, ha derivata unica per~
gni valore di z = x + iy.
Poiché ad ogni numero immaginario possiamo far corrispondere
un punto di un piano, la f costituisce un legame analitico tra i
punti z di un piano di coordinate (x, y) e i punti w di un altro
piano di coordinate (~, ~).
Poiché vi è corrispondenza tra punti, vi deve essere corri-
spondenza anche tra regioni dei due piani e tra curve dei due pi~
ni.
Questa corrispondenza, se la f è analitica, è di tipo parti-
colare: essa infatti è tale
che a due curve che si inter
secano in un piano con un y
certo angolo, corrispondono
nell'altro piano due curve
che si intersecano con lo
stesso angolo.
Questa proprietà è fa- 3'
cilmente dimostrabile se si
osservano due triangoli el~
Fig. 5.14
mentari che si corrispondo-
no (vedi Fig. 5.14).
Stante l'unicitil della derivata
dw
az in ogni punto, si ha infa_!:
ti per ciascun vertice:

e pertanto i due triangoli elementari sono simili.


Questa corrispondenza, che è tale da conservare invariati gli
angoli, viene chiamata rap p resentazi on e c o nfo rme.
Poich~ ora le condizioni di irrotaziona l ita coincidono con le
suddette condizioni di analiticità, la parte reale e quella immag!
119

nar i a di una fu nzione a nal i tica possono essere interpretate come


funzione potenziale e fu!!_
zione di cor rente di un
moto irrotazionale. Ed il
V,
reticolato a maglie ret-
tangolari del piano com-

-- i-
plesso, formato dalle re.!:
te~= coste ~ cost,
rp verrà trasformato dalla
o V, =O funzione f in un altro r~
piano w p iano z ticolato nel piano rea le
x , y, pur e a maglie ret-
Fig.5.15
tangolari , generalmente
curvilinee (F ig. 5 . 15).
Ouesta operazione , detta t Y'asformazione conforme , acquista s_!
gnificato applicativo se l e funz ioni~ . ~ sono proprio la fu nzio-
ne potenziale e l a funzione di corrente dei moti i r rota zionali , il
che è comprovato dal fatto c he le equazioni di Cauchy-Riemann di-
scendono immediatamente dalle definizioni (3.22) e (5 .16).
Il procedimento viene allora applicato come metodo indiretto ,
s pec ificando particolar i funzioni w = f (z) ed esaminando la poss_!
bilità di materializzare come co n torni fissi particolari linee di
corrente nel ret icolato ottenuto.
A titolo il lustrativo , esaminiamo un caso semplice e partic.2,
larmente interessante.
Consideriamo la fun zione

( S. 24)

dov e c è una costante. Poich~

w c (x + iy ) 2 = c (x 2 - y 2 ) + ic (2xy) = $ + iw (S. 25)

si ott iene , potendosi eguagliare tra loro le part i real i e le im-


maginarie:

Ili = 2cx y

Le equipotenzia li e le linee di corrente sono allora date,per


valori costanti di ~ e w, da:
120

x2 _ y2 cost
(5.25)
xy = cost

Si tratta di schier e di iperboli equilatere, rispettivamente


con gli assi coincidenti con gli stessi assi coordinati x , y o con
le loro diagonali, costituenti un ret i colato di flusso come in Fig.
5 .16 .
La velocità viene subito determinata da:

V
X
= il il
ax = ay = 2a:e

V
y = ll
ay = - !t
ax - 2ay ( 5. 26)

V = /v Z + v2
X y
2a / xZ + y2 2ar

e s sendo l' la distanza dall'origine degl i assi, d ove V = o.


Il reticola to di flusso ot
tenuto può rappresen t are il mo-
y
to irrotazionale in un gomito le
cui pa reti siano fatte coincide
re con una coppia di l inee di
corrente( ~ = O per x = O e per
y = O) .
Più in generale, l a funzio
ne

w = a z n/a (5 . 27)

risolve il problema del moto iE


Fig. 5 . 16
rotazionale entro u n a ngolo pi~
no di ampiezza o .
A titolo indicativo, possono ricordarsi altre fun z ioni d i par
ticolare interesse: la funzione

w = a lnz (5. 28)

rappres enta, n el caso bidimens i onal e, il moto di u n punto sorge n-


t e o ass or be n t e , quale già studiato per alt r a via (§ 5. 2 ) nei prQ
blemi t ridimensional i ; l a funzio ne
121

(5. 29)

rappresenta il moto di una corrente (uniforme a distanza inf ini-


ta), che investa un cilindro di raggio a; la funzione

w = ic ln z (5.30)

rappresenta il moto irrotazionale lungo circonferenze concentri-


che, gi~ indagato nel § 3.9.
Si fa poi notare che, supposto noto il campo di moto nel pi~
no z, è possibile assoggettarlo ad una trasformazione in altro pi~
no c mediante la funzione anal i t ica

e= ( +i n= c (z) (5.3 1 )

Se ora nel potenziale complesso w ( z) = ~ + i,J, del piano si


introduce la funzione inversa z = z ( i; ), si ottiene una nuova e -
spressione del tipo:

w[z(c l] = ~( ~ , n) + i ,J,(E; , nl (5. 32 )

che fornisce il potenziale~ e la funzione di corrente ,J, del nuo-


vo moto nel piano ( , n.
Si possono cosl ricondurre con trasformazioni del tipo e
= z + a 2 al noto caso (5 . 29) del moto di una corrente che investe
2
un cilindro ,il caso d'una corrente che investa una piastra normale
alla sua direzione , e con opportuni artific i anche 11 caso di una
corrente che investa particolari profili alar i ( i cosiddetti pr o-
fi i i di Jouk owski , N. JOUKOWSKI, 1910).
Particolare interesse rivestono, infine , l e applicazio ni del
metodo della rappresentazione conforme allo studio di taluni pro-
blemi in presenza di superficie libera .
Dipendendo l'andamento della superficie libera dal valore su
di essa assunto dalla velocità, in questi casi si parte dall 'espre2_
sione generale

w= r <v> = f (V
X
- iv )
'Y
(5.33)

la quale indica la possibilità di stabilire una relazione funzio-


nale tra la variabile complessa v ed il potenziale complesso w,e~
trarnbi funzioni della variabile complessa z. Quest'espressione ri
sulta dal fatto che la derivata (5.22):

dw = il v
ax = v X - iv y
il
aw + i (5 ,33 I)
d z = 3x ax
stabilisce il legame v = v(z) tramite ancora un funzione analitica.
122

In assenza di gravità sono stati per questa via studiati nel


passato i moti di vene effluenti da recipienti nell'atmosfera (U.
CISOTTI, 1908) e, più recentemente, anche situazioni in cui gli ef
fetti della gravità sono considerati, sia pure in modo approssim~
tivo, come nel caso dello sfioro da uno stramazzo in parete sott!
le (A. LAUCK, 1925) e d el l 'efflusso sotto battente da una luce di
fondo (E. MARCHI, 1953).

S.S. Metodi numerici di integrazione dell'equazione di Laplaa:


Un metodo d irett o per la determinazione della funzione pote~
ziale è dato dalla risoluzione per via numerica dell'equazione di
Laplace (5.1), reso oggi agevole dall'impiego degli elaboratori~
lettronici. Con tale metodo si vengono a determinare, inun numero
discreto di punti, i valori della funzione~ che soddisfano ad as
segnate condizioni al contorno.
Il numero di punti da considerare nella discretizzazione del
campo di moto deve essere sufficientemente elevato, in modo che sia
lecito assumere per la funzione una variazione del tipo lineare tra
due punti adiacenti.
a a 1. a a
I• --l· ·I· •I
tb2 ~2

T a
4'3 <bo
o(xo,*'1
«> 1

+ a
I
tb3

tb4
---l-

a) Fig 5.17 b)

Un'espressione algebrica del "laplaciano" di una particolare


funzione ~( x , y ) in campo b idimensionale

(5 .34)

può essere ottenuta in u n punto esprimendo il laplaciano stesso in


funzione dei valori assunti dalla ~ (x, y ) nei punti limitrofi. Con
riferimento alla Fig. 5.17 a), se si indicano con x 0 , y 0 le coor-
dinate del punto O, nei punti di coordinate (x 0 + !3. , y 0 ), (x 0 - ~
2 2
y 0 ) risulta per la derivata prima:
1 23

34> 4' l - 4' o


ax = '\,
a
(5. 35)

a4> 4' o - 4'3


ax = '\,
a
(5. 36)

mentre p er l a derivata seconda si ottiene , in modo analogo,~espre~


sione:

4' 1 - <Po
= '\, a = '\, - - - - - - - (5. 37)
a a2

A$sociando alla (5 . 37) l ' espressione della derivata seconda


di 4> fatta rispetto ad y, la (5.3 4 ) in termini di differenze fin!
te risulta:

( 5. 38)

La (5.38) è un ' approssimata della (5.3 4 ) etendeaquesta quaE_


do tende a zero l'intervallo di integrazione.
La risoluzione dell'equazione differeniiale del moto si tra-
duce, quindi, noti ed assegnati i valori della funzione in un nu-
mero discreto di punti del campo, nel rendere verificata la (5.38)
e cioè nel porre a 2 v 2 4i = o.
Se i quattro punti vicini al punto considerato non sono equ!
distanti , come è per quelli prossimi ad un contorno irregolare (Fig.
5.17 b)) , la (5.38) dev'essere modificata. lndicate in questo ca-
so con À 1 a e Àza le lunghezze dei lati della maglia vicina al con
torno (O< À < 1 ), il laplaciano di un moto bidimensionale risul-
ta:

(5. 39J

essendo i valori ÀI e À4 noti in quanto definiti dalla d i scretiz-


z az i one del campo di moto .
Per alc u n i problemi pu~ essere conveniente utilizzare un pr~
cedimento invereo , nel quale le variabili dipende nti ed indipende_!!
t i sono tra loro scamb iat e . Co sl nel moto a potenziale , se 4> e w
s o no a ssunt e come variabili i ndipendenti, si pa rte dall' e spressi2
ne del v a l o r e a ssoluto de l la veloc ità nel piano comp l esso, c h e si
d er i v a d a l la (5 . 33 ' ), nota ndo c he lvi = lv i:
dw e
dz = f (vx - ivy) = vl
1 ~i (5 . 40 )
124

dove lvi è il modulo della velocità e e la direzione. Se si prende


il logaritmo naturale della (5.40), le funzioni ln(v) e e , essen-
do armoniche ovunque tranne per v = O, soddisfano all'equazione di
Laplace, per cui risulta:
<l 2 ln(v) <l 2 ln(v)
a<I> z +
H
= o
(5.41)
a2 0 a2 e = o .
w +w
Le (5. 41), associate alle equazioni:

dx ~ - sin0 dlj)
=
d,p V V ~

sine + ~ d,i,

*
dx
~
=

=
V

cose d4>
V ~-
V ~

~
V
(5. 42)

sin0 d<I> + cose


~ =
V dlf! V

che esprimono in termini differenziali i legami intercorrenti tra


i punti del piano fisico e quelli del piano complesso,costituisc2
no un sistema di equazioni la cui soluzione consente di determin~
re x ed y.
In questo caso, essendo il campo di moto sempre riconducibi-
le ad uno spazio rettangolare delimitato da due linee equipotenzi~
li e da due linee di corrente, non si hanno maglie a forma irreg2
lare ed il procedimento di risoluzione numerica risulta agevolato.
L 'uso di <I> e w come variabili i ndipendenti è particolarmente
vantaggioso in presenza di contorni curvilinei difficilmente de-
scrivibili col reticolo di integrazione a maglie quadrate, e so-
prattutto se trattasi di superfici e libere, che non definiscono in
modo fisso i confini del moto. In questo caso esse devono essere
determinate per tentativi successivi, come già esaminato nel pre-
cedente § 5. 4, associando al sistema di equazioni differenziali
(5 .41 ) la relazione di Bernoulli.
Con i procedimenti esposti la r isoluzione numerica dell'equ~
zione differenziale (5.34) è ricondotta alla risoluzione di un s!
sterna di equazioni lineari, costituito da tante equazioni di tipo
(5.38) o (5.39) quanti sono i punti interni considerati perdescr!
vere il campo di moto, associate alle equazioni che esprimono le
condizioni al contorno per i punti situati sulla frontiera del cam
po di moto stesso.
Disponendo di un elaboratore elettronico di adeguata capaci-
125

tà,la soluzione del problema può essere condotta con i metodi al-
gebrici normalmente applicati ai sistemi di equazioni lineari, t~
nendo presente il fatto che in ogni riga della matr i ce risultano
diversi da zero solamente i coefficienti di 5 delle variabili, e~
sendo nullo il valore di tutti gli altri.
L' equazione differenziale (5.34), peraltro, può essere riso!
ta anche in modo più semplice, senza l'ausilio di un elaboratore
elettronico, utilizzando il cosiddetto metodo di rilassamento .
Originariamente introdotto da s.v. SOUTHWELL (1940) e diffus~
mente applicato per una soluzione per via approssimata dell'equazione
di Laplace nel caso di moti piani e tridimensionali a simmetria a.!!
siale, il metodo di rilassamento consiste in un sistematico aggi~
stamento dei valori arbitrari assunti per una funzione, fino a ren
dere soddisfatta l ' equazione (5.38) o la (5.39).
Il procedimento su cui il metodo si basa può essere illust ra
to con un esempio pratico .
Si consideri il moto di un fluido in un convergente . Assunti
per la funzione di CO!,
rente f lungo l'asse
e lungo il contorno
ris pett ivamente i V!
lori convenz ionali O
e 90, si attribuisc2
no alla funzione ste,!!
sa negli altri punti
del campo di moto i.!:!
Fig.5.18
dividuati dal retico
lo di integrazione v~
l ori arbitrari compresi tra i limiti suddetti (Fig. 5.18).
Utilizzando le equazioni (5.38), (5.39) si determini per i va
lori arbitrari assegnati alla funzione il "res iduo " Ri n ogni PUI!
to (R = a 2 v 2 <1>) .
Per esempio, vicino al punto A i valori della funzione di cor
rente siano quelli indicati in F ig. 5 .19 a sinistra di ciascuna i_!}
tersezione ed i residui R quelli indicati a destra. Nel punto A ri
sulta:

R = a 2 V 2f = 37 + 49 + 33 + 19 - 4(36) - 6

Si può osservare che nella zona a magl ie regolari l'increme.!:!


to di un'unità de l valore di f in un dato punto, determina un de-
126

cremento di 4 del corrispondente residuo, come risulta evidente da!,


la (5.38).
Pertanto, se si decrementa il valore 'I' A di 1, il residuo in
A è ridotto da - 6 a - 2. Come con
seguenza di tale correzione, il re
siduo di ognuno dei punti B, C, D, -1.8 -.7
62fJ --"f.O. 630 30 660 -'$
E prossimi ad A subisce anch'esso
un decremento di (F ig . 5 . 1 9) . -.1

Poiché la correzione del valo


re di '!' in un punto si riflette di-
rettamente sui quattro punti limi- 3t0 O
trofi ma indirettamente anche su tu t
ti gli altri punti del campo, 11 pr2_ -4.S
18.0-~
cedimento sopradescritto deve ess~
re ripetuto più volte fino a ridur Fig.5. 19
re convenientemente in tutti i pu~
ti considerati il "residuo", e cioè fino ad ottenere:

Dal punto di vista operativo è conveniente ridurre dapprima i


" residui" più rilevanti e procedere agli aggiustamenti successivi,
necessari per affinare la soluzione del problema, soltanto dopo~
ver eliminato le differenze maggiori.
Nel caso esaminato di moto in un convergente non sussistono
particolari difficoltà nel porre con il metodo del rilassamento le
condizioni al contorno. Esse i mpongono di assumere per la funzio-
ne di corrente ,i, valori costanti lungo l'asse ( ;y = O) e lungo la
superficie di contorno ( 'I' = 90), mentre è necessario estende.re veE
so destra e verso sinistra il reticolato di calcolo fino a che la
condizione di velocità costante v 0 (cioè '!' = v 0 y) sui bordi del
campo di moto sia approssimata in modo soddisfacente.
Il procedimento, come si è detto, può essere applicato anche
allo studio dei moti a superficie libera. Tra i problemi piil si-
gnificativi risolti con questa tecnica vi è quello dell'efflusso da
uno stramazzo a pianta circolare (D. CITRINI, 1950).
127

6. EFFLUSSO LIBERO DA LUCI

6.1. Aspetti generati dei feno~ni. Numero di Froude


Viene trattato in questo Capitolo l ' efflusso in regime stazio
nario di vene libere, cioè non guidate da contorni fissi, come è il
caso assai comune di una vena liquida che esce da un orifizio o sfi~
rada un bordo fisso. Tipico di questi moti è 11 carattere accele-
rativo e localizzato, talché, mentre sono soggetti prevelentemente
all ' azione della gravità, non sono apprezzabilmente influenzati da!
le forze dissipative, legate alla viscosità. Considereremo perciò 1
fluidi come perfetti ed incomprimibili ; quest'ultima ipotesi pone
delle limitazioni quando si tratti dell ' efflusso dei gas (vediCap!
tolo 17).
Va aggiunto che , mentre 11 vero e proprio fenomeno dell'efflu!!_
so puO essere esaminato sulle semplici basi indicate, il prosegui-
mento della vena, in forma di getto, in un ambie nte occupato da a!
tro fluido (getto liquido nell'aria) o dallo stesso fluido (diffu-
sione di un getto) viene condizionato , in misura che puO essere a~
che prevalente, dalle fluttua z ioni turbolente del getto stesso e da,!
le mutue azioni che si esplicano tra il getto e il restante fluido;
come viene accennato per i getti liquidi alla fine di questo stes-
so Capitolo, e nel § 11.6 per il fenomeno della diffusione.
L'azione della gravità si fa sentire nei fenomeni d ' efflusso
in relazione alla forza d'i

l
nerzia, ed è l ' effetto com-
binato di queste due forze
che determina la configura- .............."':--:-_-_____ o
zione geometrica della vena.
Con riferimento alla Fig.
-
..., --...;'-- '
6.1, un getto O che in con-
',
'
' " '1
\ '\ \ '\
dizioni simmetriche uscisse \
\
\\
\ '
\ '2
da una luce verticale pro-
seguirebbe orizzontalmente
Fig . 6 . 1
per inerzia senza infletter
si verso il basso . L ' azione della gravit~ p.ròvoca questa inflessi~
128

ne, in misura tanto maggiore quanto piQ prevale l'azione di questa


forza sulla forza d'inerzia. Nella stessa Fig. 6.1, il getto 1 ef
fluente risente nel suo andamento dell'effetto della gravità in mi
sura meno rilevante del getto 2. Evidentemente, a parità di dimen
sioni, e supposto l'efflusso nel vuoto, ciò dipende da un minor va
lore, nel caso 2, delle forze d'inerzia rispetto al caso 1.
se però l'efflusso avviene in un ambiente fluido, va conside-
rata la forza ascensionale (spinta di Archimede) che il fluido d~
termina sulla vena allo stesso modo come si trattasse di un soli-
do immerso. L'effetto della gravità perciò si esplica nella. vena
soltanto per la differenza tra il peso della vena stessa e la foE
za ascensionale predetta; cioè si tratta, in sostanza, di una for-
za di gravità ridotta, in virtù di un peso specifico apparente (§
2.10) ò y = y - ya, ove y è il peso specifico della vena e ya quel
lo del fluido esterno. Pertanto l'inflessione del getto, a pari
forza d'inerzia, dipende dalla diversità del peso specifico dei
due fluidi; e se questa fosse nulla (ad esempio, efflusso di unge_!
to d'acqua nell'acqua) ,il getto in parola rimarrebbe orizzontale
come se fosse soggetto alla sola forza d'inerzia. Se prevalesse il
peso specifico del fluido esterno rispetto a quello del getto il
getto stesso piegherebbe verso l'alto.
In definitiva, pertanto, può dirsi che la configurazione del
getto libero effluente dipende dal rapporto tra la forza d'inerzia
e il peso apparente.
Sotto l'aspetto dimensionale,risulta che la forza d'inerzia
per un dato volume t 3 è data (come già mostrato nel § 4.7) da:

mentre la forza apparente di gravità è data, per lo stesso volume,


da:
F = òy \l. 3
g

Il quoziente di queste due forze

( 6. 1)

V
è il quadrato di Fr = che è chiamato numer o di Fr o u de
~y
v%'!.
- ~
\l,
densimet r ico , ed è un 'es tensione del classico num ero d i Fr oud e (dal
nome di W. FROUDE, che per primo, 1871 , stabilì le leggi di simi-
litudine del moto ondoso negli esperimenti su modelli dì navi; v~
di § 18.5 .3 ) , che vale quando l'efflusso. avviene in un fluido
129

di peso specifico nettamente inf eriore a quello della vena, come è


il caso dell'acqua nel l 'aria, e praticamente può porsi quindi òy ~
~ y. La forma generalmente usata del numero di Froude nei fenome-

ni idraulici a pelo libero è pertanto la seguente:

V V
Fr = (6. 2)
/y/p R. lg'i
Questo numero è, sostanzialmente, quello stesso già espresso
dalla (4. 25) ai fini della similitudine sulla base del numero di
Eulero generalizzato; va inteso, peraltro, che la sua costanza per
due distinti processi implica similitudine anche della forma della
superficie libera, quando il moto sia condizionato dalla gravità.
Risulta infatti, ponendo Fr ' = F~ ":

V ' V"
(6 . 3)

i '
da cui , posto À "' p (rapporto delle lung hezz e omologhe, o sca Z.a
di riduzio ne geo metrica ), si ha immediatamente:

rV = ~ = lx
V"

da cui facilmente gli altri rapporti fra grandezze .


Si ritrova pertanto, come ovvio , la stessa relazione fra 11
rapporto delle velocità r v e la scala geometrica À , richiesta dal
la similitudine del fluido pesante entro contorni fissi .

6.2. Efflusso libero da luci in parete sottile in assenza di gravità


L ' efflusso aa una luce in parete sottile (cioè di spessore pi~
colo rispetto alle dimensioni della luce, ed in particolare coi boE_
di in forma di ideale tagliente) è caratterizzato da un fenomeno
di contrazione della vena a valle della luce , fino ad una cosiddet
ta sezione di vena cont rat ta , ove cessa la curvatura delle linee di
corrente e la distribuzione delle pressioni è perciò idrostatica.
Il fenomeno, con buona approssimazione, può r itenersi di mo-
to irrotazionaZ.e .
I metodi esposti nel precedente Capitolo, e specialmente que.!_
lo della rappresentazione conforme, hanno permesso in taluni casi
di valutare il rapporto fra la sezione contratta e la sezione d el
la bocca d'uscita, chiamato co e ffici e nt e d i contrazi one Cc , otte-
nendo buona conferma dei risultati sperimentali.
Nell'ipotes i che no n interv enga Z-a gravità , come avviene se
130

uscendo da una bocca simmetrica rispetto al recipiente il getto


prosegue nella direzione dell' asse (Fig. 6.3), già G. KIRCHHOFF
(1869) aveva dimostrato, nel caso di una luce bidimensio n a ie , in
parete piana, molto estesa rispetto alla larghezza della luce.che
il coefficiente di contrazione vale:

C
e
= 7+2
n = 0,611 (6.4)

L'andamento delle lin~e equipotenziali e delle linee di cor


rente risulta come nella Fig. 5.12; si noti il percorso radiale fi
no in prossimità del l a luce.
Se invece la larghezza a della luce e quella b del recipien-
te sono comparabi=
li, cioè il rappor
to a/b è lontano da
zero, l' andamento
del reticolato di b/2
flusso deve adattar
si alla presenza
delle pareti, come
è indicato nella
Fig 6 2
Fig.6.2 per a / b =
= 0,5. Questo andamento influisce sul valore del coefficiente di
contrazione.

0 7468
b

jO

E
Fig , 6 .3

In seguito R. VON MISES (1917 ) calco l ò vari va l ori d i Cc per


luci b i di me n sionali poste al te rmi ne di coni applicati ad un r e-
131

cipiente, sporgenti o rientranti come nella Fig. 6.3, consideran-


do diversi valori dell'angolo di apertura 8 e del rapporto a/b fra
la dimensione della luce e quella del recipiente.
I dati sono riportati nella seguente Tabella 1 (il preceden-
te valore di Kirchhoff si ha per a= 90° e a/b = O):

Tabella 1

a/b 8 • 45• B • 90° 8 • 135 ° 8 • 180°


0,0 ee • 0,746 0 ,611 0,537 0 , 500
0,10 o, 747 0,612 0,546 0,513
0,20 0 , 747 0,616 0,555 0 , 528
0,30 0,748 0,622 0,659 0,544
0,40 o, 749 0,633 0,580 0,564
o. so 0,752 0,644 0,599 0 , 586
0,60 0,758 0,662 0 ,620 0,613
0,80 O, 789 o, 722 0,698 0 , 691
1,00 1,000 1,000 1,000 1,000

Il v on Mises ha indagato anche il caso di efflusso bidimen-


sionale da una luce di fondo posta a lato di una parete (Fig.6.4),
dando i seguenti v alori:

Tabella 2
-------------··
a /b o 0,1
-----------~---------
0,2 0,3 0 ,4 0,5
ee - 0,6Y3 1· 0,676 . 0,680 0 , 686 0,693 0,702

Noto il coefficiente di contrazione , la valutazione della


Portata effluente può farsi applican-
do il teorema di Bernoulli tra la se-
zione o-o a monte dello sbocco,in cui
si ha velocità v praticamente unifor
me , e la sezione contratta e-e in cu i,
b
essendo la pressione p pari a quella
e sterna (eventualmente quella atmosf~
rica p 4 ) , si ha una velocità uniforme

2 2
Vo V
Po + P 2 = Pa + P -f ( 6. 5)

Fig. 6 .4
132

Tra le stesse sezioni si può scrivere l'equazione di continui


tà:

q 1) e a
e e

da cui:

v
e e
e a
1)
o = -r- (6. 6)

Sostituendo la (6.6) nella (6.5), si ottiene:

1) = 2 llp/Q.._ (6.7)
e e~ a 2
1 -
b2

da cui:

q (6.8)
c2 z
-~
b2

Si introduce così l'espressione generale:

dove Cq , coefficien t e di portata, vale:

ee
(6. 9)

Dalla (6.9) risulta che eq dipende solamente dalla configura-


zione geometrica dell'ugello; il suo andamento, assieme a quello
di Cc, è riportato nella Fig. 6. S, nel caso più frequente di s =
= 90°.
Nel caso tridimensionale di un orifizio c irc o l are simmetrico
al termine d i un condotto cilindrico, si possono applicare consi-
derazioni del tutto analoghe. Sia la determinazione per via anal!
tica (fatta con metodi numerici di successiva approssimazione da
133

E. TREFFTZ (1916)), sia i risco~


tri sperimentali mostrano che po~
sono applicarsi con buona appro~
sirnazione i valori di ee del ca-
so bidimensionale. Sostituendo ad
a/b il quadrato del rapporto d 1/d
fra il diametro d' della luce e
quello d del condotto, si ha pe~
tanto:

Q = e
Q
li d'2
4
J2 ~ I)
(6. 8')

con il coefficiente di portata

-- 5!.' luce di fond


(6. 9') o.5 o.o
1------:1-,----1-~-~=---+.:--~
C 2 d'" 0.2 o.4 o.6 o.s ,e
-~ !.~
d" b ho

Fig.6.5
6. 3. Efflusso di un liquido pesante da un recipiente
Consideriamo ora l'efflusso a moto permanentediun fluido aog
getto aZl.a gravità , cioè in particolare 11 caso di un liquido pe-
sante liberamente effluente nell'atmosfera.

6.3.1. Luce di fo ndo

Si consideri il recipiente di Fig. 6. 6 riempito di un liquido


fino all ' altezza h 0 , e provvisto
di una luce circolare di area A,
ricavata sul fondo orizzontale
in parete sottile.
La luce sia di piccola dimen
sione rispetto alla dimensione
del recipiente, e sufficienteme_!!
"++----,.A,,-._ __ te distante dalle pareti perché
C- l -C possa anche qui pienamente man!
e
P• Ve festarsi, per la vena effluente,
una sezione di vena contratta,
F!g. 6.6 poco al disotto della luce, do-
ve le linee di corrente diveng~
no praticamente parallele.Lav~
locità nel serbatoio cresce rapidamente nel tratto che precede la
134

sezione di vena contratta; continua poi ad aumentare per effetto


della gravità.
Va notato che, sia sulla superficie libera o-o sia nella se-
zione di vena contratta e-e, agisce la pressione atmosferica; in-
fatti in quest'ultima vige la distribuzione idrostatica delle pre~
sioni, per essere le linee di corrente parallele, e quindi la pre~
sione ha il valore della pressione atmosferica esterna Pa·
Assunto 11 moto permanente (livello 0 - 0 invariabile), si può
applicare il teorema di Bernoulli tra questa sezione e la C-C , ot
tenendo:

(6 .1 O)

Poiché nelle ipotesi fatte v 0 è trascurabile, risulta:

Ve = /2g h 1 (6.1 1 )

(formuZ.a di 'l' orrice ZZ.i ; E. TORRICELLI, 1644). In base a ciò, si


chiama generalmente velocità t orriceZ.liana v = l 2gh quella deri-
vante da un carico h nell'efflusso di un liquido perfetto.
In realtà, per tener conto dell 'effetto di dissipazione del-
l'energia dovuta alla viscosità, la velocità va leggermente rido~
ta con un fattore e che per l'acqua, e in dipendenza dal carico
h 1 , può ritenersi variabile tra 0,96 e 1,0; per cui il valore del
la portata effluente risulta:

Q = CCA E
,- -
v 2g h 1 (6 .12)

Poiché è piccola la distanza dc della sezione di vena contrai


ta e-e dalla luce di fondo (per una sezione circolare tale distaD
za è circa pari al raggio), se h 0 >>àc, e per E" 1, la (6 .12) si
può semplificare nella:

Q = eeA l 2gh 0 (6 .13)

Per una l uce di p i ccola dimensione in relazione alla dimensio


ne del recipiente può assumersi e e <', E1; altrimenti, per luce P2.
~

sta simmetricamente nel fondo e per carichi ho sufficientemente~


levati, si consiglia di usare i coefficienti riportati nella Ta-
bel l a 1 per /f = 90°; applicandoli convenientemente a l rapporto fra
le dimensioni della luce e del recipi ente.
135

6.3.2. Luce in parete verticale


Consideriamo ora il caso di una vena effluente liberamente da
una luce praticata sulla parete
verticale di un recipiente . Ve-
rosimilmente il getto uscente r.!_
sentira tanto più dell'effetto
della gravità, quanto più sara
piccola la velocit~ di efflusso.
Supponiamo che la luce di e
sbocco A sia piccola (fessura) e - - - - A- -
che la graviti non influenzi la e
sezione di vena contratta (cioè
11 getto sia orizzontale sino a,!
la relativa sezione) .
Se hm è il carico medio sul
la luce (Fig. 6 . 7), possiamo a~
cora considerare la velocita tor
Fig . 6 .7
r icell iana ad esso relativa, ot
tenendo :

Q "' C A 12gh ( 6. 1 4 )
e m

dove può porsi C c " 0,61, come per l ' efflusso dalla lucedifondo.
Se invece la luce è di grandi dimensioni, una relazione come
la (6.14) è solo approssimativa. In questo caso, infatti , anche se
si può riconoscere una sor ta di vena cont ratta poco lontano dalla
luce di sbocco , in un piano praticamente verticale, si osserva che
i vari punti della sezione contratta non sono alla stessa profon-
dita dal pelo libe ro, com-
-.i12g petendo a ciascuno un d ive!_
so carico h.
Il caso più semplice è
quello di una luce rettan-
golare verticale larga b ,
per la quale si può teori-
camente calcolare la port~
'?'
ta suddividendone l'altez-
V~2g / ./ PI
za h 2 - h 1 (Fig. 6. 8) in
///
tratti elementari di alte~
za dh , per ciascuno dei qu~
11 si avra la velocita tor
F;g. 6.8
136

ricelliana v = l2gh e quindi, tenendo conto della contrazione, una


portata elementare:

La portata effluente attraverso l'intera sezione contratta sa


rà data da:

Q
! hz
h1
c
c
b l2gh dh (6 .15)

Se ora (ipotesi di G. POLENI, 1717) supponiamo che cc sia lo


stesso su ogni elemento della sezione, la (6.15) si integra facil
mente, e si ottiene:

( 6. 16)

Il valore di Cc può assumersi prossimo a 0,61 per una luce


molto larga in confronto all'altezza, per cui è scarso l'effetto
della contrazione laterale.
La (6 .16) è stata ottenuta senza tener conto della veloci ti! vo
nel recipiente (velociti! di arrivo). Qualora fosse necessario te-
nerne conto (per essere l'altezza cinetica non trascurabile), la
velocità v , come risulta dall'applicazione del teorema di Bernoul
lo, supposta v 0 uniforme, risulta:

V
V~)
+ 2g ( 6 .17)

quindi la (6.16) diventa:

Q I3 e c b (•, + :!f] ( 6. 1 6 ')

Il valore di c c, se la luce è in posizione di simmetria nel-


la parete, può essere preso pari a quello del getto senza peso (T~
bella 1) per $ = 90 •, considerando in luogo del rapporto a/b il
rapporto ( h 2 - h 1 ) fra l'altezza del la luce e 1 'altezza del liqui-
ho
do nel recipiente.
L'andamento delle linee di corrente e de lla pressione a con-
137

tatto delle pareti è schematicamente indicato nella stessa Fig. 6 .8


per il caso bidimensionale, cioè per una luce larga come la pare-
te in cui è praticata; si osservi la presenza d i un punt o di ris t!::_
gn o della corrente sulla parete in O con rialzo del pelo libero,
ed i diversi valori della velocità lungo i profili superiore e in
feriore del getto eff luente.
Il tracciamento del diagramma della pressione sulla parete è
stato fatto considerando che nei punti 1 e 2 la pressione è atmo-
sferica . Se il liquido fosse stato in quiete, cioè a bocca chiusa ,
l'andamento del la pressione sarebbe stato quello idrostatico (tra!
teggiato nel l a F ig . 6. 7) : s ottraendo punto ~er punto da questo d i~
g ramma il corrispondente valore loca le d i ~g (altezza cinetica) si
sono r icavat i i valori d el le altezze di pr essione p /y col fluido
i n movimento.
L ' eff l usso ora trattato è d e nominato efflusso a battente ,
dove con la parola " batten te " si indica l'altezza h 1 del liquido
sovrast ante la bocca.

6. 3. 3. Paratoia so llevata a battente

Uno speciale caso d i luce a battente è quello della Fig. 6.9,


dove il bordo inferiore della bocca coincide col fondo del reci-
piente ; esso trova particolare a ppl icaztone nel caso di una para-
to ia sollevata sul fondo di un cana l e .

- -+-----,--
h,

A
I• v2; 2g • I•

Fig. 6 .9

S i consid eri il caso h i d imensionale, e s iano ho l'altezza d el


pelo libero sul f ondo e Vo l a velocità d i arrivo . L'altezza h 1 d el
pelo libero rispetto al punto 1 è in q uesto caso il "batte nte" .
138

All'uscita dalla luce di altezza a la vena si contrae fino ad


un valore minimo e ca , dove C
e
è il coefficiente di contrazio-
ne, che può anche qui assumersi pari a quello del getto effluente
senza peso (Tabella 1 per 8 = 90 •) , ove si osservi che la parete
di fondo può idealmente riguardarsi come un asse di simmetria ve~
ticale di tale getto. Valori più esatti sono indicati nella Fig.
6.5.
Applichiamo il teorema di Bernoulli fra la sezione verticale
A-A di moto uniforme e quella e-e di vena contratta, entrambe a
pressione atmosferica; si otiene:

Pa V~
Y + h o + 2g {6.'18)

Poiché si ha dall'equazione di continuità:

(6.19)

sostituendo nella (6.18} ed isolando ve, si ottiene:

(6. 20)

da cui (per unità di larghezza):

q e e av e /2gh 0 = eq a 12g h 0 ( 6. 21)

dove C q (coefficiente di portata) vale:

e =e
q e
V1 1
+ Cc
a
ho
(6 .22)

L'andamento di e (e di e) in funzione del rapporto~ (che


a q e o
equivale ad b della Tabella 1) appare nella Fig. 6.4; per ~o . . o,
è e . ,. e "' 0,61; se invece a è abbastanza grande, C risulta mino
q e q
re di e .
e
L'efflusso d a una luce di fondo sembra avere, da guanto espo-
sto, una certa analogia con l'efflusso da una luce in parete ver-
ticale; in effetti però la situazione è diversa da quella del ge!
139

to orizzontale senza peso. Nel caso della luce in parete vertica-


le, infatti, le linee di corrente nella sezione contratta sono tut
te alla stessa pressione atmosferica; nella luce di fondo, invece,
la distribuzione della pressione è quella idrostatica, perché la
vena effluente appoggia sul piano di fondo.
va anche qui osservato che a contatto con la parete vertica-
le il pelo libero si rialza fino a raggiungere la quota della li-
nea dell'energia (punto O della Fig. 6. 9), in quanto ivi si ha un
punto di r istagno della velocità di arrivo v 0 • L'andamento della
pressione sulla parete e attraverso la luce è desunto con gli steÉ.
si criteri già indicati per la luce in parete verticale.
E' interessante considerare altre due situazioni schematiche
che si riallacciano a lla precedente; quella dell 'eff lusso di fon-
do con parete non piO verticale ma inc linata e quello dell'efflu~
so al disotto di una paratoia a settore circolare sollevata. I co
efficienti eq sono funzi one del rapporto ro fr a l'altezza della
luce e gue1la del pelo libero a monte , per diversi valori dell'an
golo di inclinazione a .

Cq
0-80+-- +--:-.r---=r""-oe::,-lf...;::""-,;j::----t- --t- -;-- -+- ---r---1

O.ISO

o.so
00
~-4----4----------.
o.,
. . .-....----+----+---:-:~
0.2 0.3 0.4 0.5
· ath0
Fig . 6 . 10

Quest'ultimo, nel caso di paratoia a settore , è l'angolo di


tangenza all'estremo inferiore del profilo: si fa notare che, sia
per considerazioni teoriche sia in base a dati sperimentali,ilraE
porto tra il raggio del settore R e l'apertura a non ha praticarne!!
te influenza sul coefficiente di contrazione, e quindi di portata.
Nelle Fig. 6.10e 6.11 sono riportati dati sperimentali di B. GEN-
TILINI (1941). Per 8 ~ 90°, cioè per parete verticale, essi poco
differiscono da quelli che si desumono dal calcolo i'n base alla
140

(6. 2 2).

Cq

FB~
o~o~-+--~~~--.+-=:,,,...,d----+---+---+--+--1

o.10 ~---1----+-=~...+-----.:~---+-----+-------l

Fig. 6.11

6.4. :Efflusso da kaci a stramazzo


Una luce a battente nullo, cioè costituita dal solo bordo in
feriore e dai bordi laterali, è detta Z.uae a stramazzo (Fig. 6.12).
Il carico ho, relativo al-
lo stramazzo, si definisce
come il dislivello tra la
superficie libera a monte e
il punto più basso della 1~
ce; la quota della superf!
cie libera è misurata in
una sezione sufficienteme~
F;g . 6 .12 te lontana dal bordo, in m~
do che in essa non si rise~
ta della ahiamata di sboaao (progressivo abbassamento del pelo li
bero verso l o sbocco).
In condizioni normali lo stramazzo è libero , cioè presenta~
na vena ben delimitata, e soggetta alla stessa pressione (atmosf~
rica) su tutto il suo contorno. Questo richiede che il livello l!
guido a valle sia inferiore alla soglia dello stramazzo; altrime~
ti lo stramazzo è rigurgitat o e,mancando la superficie libera in-
feriore, la vena è annegata e, generalmente a l di 1a della soglia,
da luogo ad ondulazioni superficiali (vena ondul.ata) . La condizio
ne di vena annE.gata può aversi anche con livelli liquidi a val le
più bassi d el l a soglia,qualora il ricambio d'aria nella parte in-
141

feriore sia impedito o non sia sufficiente, e di conseguenza l'a~


qua rimonti a l disotto della vena fino alla soglia. La vena s1 pre
senta poi d ep:l' e ssa quando, pur non rimontando l'acqua fino a l la s,2
glia, rimane nella parte inferiore un ambiente d ' aria rarefatta.
Infine la vena risulta ade:l' e nt e alla parete quando, per carichi
molto picc oli , le forze di adesione dovute alla tensione superfi-
ciale divengono prevalent i.
In uno stramazzo libero sia il prof i l o s uper iore che quel lo
inferiore della vena
sfiorante sono curvi ,
ma con diversa curva-
tur a . ho
All'int erno de l -
la vena , tenuto conto
0.647
del l a c u r vat ura d elle
0.60 QBO · I.O
t raie t tori e , l a d istr_! v/ffiiiè
buz ione d elle pr e s si,2
ni non è idrostatica;
Fig 6 . 13
il relat i vo diagramma
per uno stramazz o lar
go a soglia rettilinea ha un andamento come nella Fig . 6 . 1 3 (da esp~
r ien ze di E . SCI~ EMI , 193 0), con pressioni maggiori , all ' i nterno ,
d e l la p r essione a tmosferic a c he r egna ai bordi ; e i n rel az ione ad
esso s t a l ' andamen t o de l le v eloc i t à, che ri s po nde all ' a p plicazio-
n e d e l principio di Bernoulli. Lo studio puO ess e r e c o ndot t o a nche
su basi teor i c he , come a ccenna to nel§ 5 . 3 .

6.4.1 . Stramazzo in pare te sottile se nza contrazione laterale ( stramazzo Bazin)


Se l a l uce a s t ramazzo è re tta ngolar e di larghe zza b, ed i
bordi l a tera l i coincido no c o n le par eti d e l canale in arrivo (F i g .
6 .1 4 a)),s i ha lo st:l'amazzo :l'ettang oZare senza c o nt:l'azione Zate:l'a -
Ze (la contraz i one è s o l o verticale, su l bordo inferior e ) . E' qu~
sto u no dei migliori d i spositivi per l a mi sur a della portata del-
le correnti d'acqua a pelo libero .
La valutazione della portata può farsi applicando lo stesso
procedimento indicato da G. POLENI per la bocca in parete vertic~
le, e cioè considerandone la luce come costitu i ta da un insieme di
fessure elementari fun z ionanti sotto un battente misurato dal pe-
lo libero . Ancorché nella letteratura sia usuale l a denominazi one
d i st :l'ama zz o Baz i n , dal nome dell'autore che ne approfondi la co-
noscenza su basi sperimentali, meglic si a ddice per la verità la
142

denominazione di stramazzo PoZeni, come è riconosciuto in autore-


voli testi tedeschi e americani.

i
I l•
b
•I
I. I I· b
·1
I
a} b}
Fig .6.14

Seguendo l'indirizzo di Poleni, basta perciò nella(6.16')por


re h1 ~ O (battente nullo) ed h2 = ho (carico dello stramazzo): ne
discende per la portata unitaria q =~la formula:

q = i cc 12g
f(L ho + ~
v2 )3/2 (6.23)

che può scriversi anche:

q eq 12g h 3 12
o
(6.24)

con il coefficiente di portata:

eq = -32 ee ~\( 1 -~;!' 2o )3/2


+ - -
2g h 0
-(_j_)J/2]
2gh 0
(6. 25)

I n questo caso il valore del coefficiente di contrazione val ~


tata per via teorica da A. LAUCK(1925) è ancora Cc= n :
2
= 0,611.
Considerando nulla la velocitA d'arrivo v 0 , l a (6.23) si sem-
plifica nell'espressione seguente:

3/ 2
q "1,81 h
0
(6 .26 )
(h in m, q in m 3 / s.m )

che è estesamente applicata per valutazioni approssimative della


143

portata dello stramazzo in condizioni di funzionamento normali.


Qualora invece si voglia una determinazione rigorosa, la ( 6. 23:) ,
a parte le incertezze nella valutazione di C , richiede la previa
e -..
conoscenza della veloaità d'arrivo v 0 , e quindi della portata, che
è l'oggetto stesso della valutazione: per cui nel calcolo deve pro
cedersi con un laborioso procedimento per falsa posizione ad ap-
prossimazioni success ive.
Vi sono però delle formule sperimentali che forniscono con ma9.
gior precisione 11 valore di C in funzione delle sole caratteri-
q
stiche geometriche dello stramazzo .
Nel 1844 J. WEISBACH propose di esprimere C q· con una formu-
la del tipo :

eq (6.27)

con A e B costanti opportune . Essa esprime correttamente che p ( pe _E.


to del lo stramazz o ) influisce direttamente sulla portata tramite
11 rapporto h oh~ p : l 'andame n to delle linee di corrente, infatti,
è grandemente influenzato da questo rapporto e lo è quindi anche
la contrazione di v ena.
Verso la fine dell'800 H.E. BAZIN forni (su lla linea indicata
da We isbach ) la seguente formula per il coefficiente C :
q

eQ : i (o 6o75 + o ~ ~ 45 ) [1 +
I I 0r 55 ( h/ ~ p)
2
] ( 6 . 28)

con ho e p in metri.
Nel 1913 Th. REHBOCK propose la seguente espressione di C :
q

cq = i (o,Gos + t 0 0
\ + 0,08 ~ ) (6.29)

sempre con ho e p in metri. I limiti di validita possono porsi tra


ho= 0,01 m ed ho = 0,80 m.
In queste due espressioni sono introdotti i termini o,oo 45 e
0,001
--h-- per tener conto di effetti parassiti e soprattutto
ho
di quel-
0
lo della tensione superficiale che, per piccoli valori di ho, te~
de a curvare la vena verso la parete verticale dello stramazzo au
mentando cosi il coefficiente di portata.
Questi termini non sono adimensionali, ma, come suggerito da
L. PRANDTL (1 929), potrebbero essere resi tali introducendo un "p~
rametro di capillarita" detto numero di Weber (M . WEBER, 1919):
144

We = (6 .30)

che, analogamente al numero di Eulero (4. 23) ed al numero di Froude


(6.2), rappresenta i l quoziente fra la forza d'inerzia per un da-
to volume pV 2 .t 2 e la forza applicata, in questo caso di tensione
superficiale, Fr = Tt .
Se il numero di Weber viene scritto, come si addice al probl~
ma in esame, assumendo i l carico ho come lunghezza i caratteristi
ca, e come velocità v quella torricelliana v = 12gh 0 derivante da,!
lo stesse carico, e cioè nella forma:

12gho l°"ip"g ho
We=
--=- =
lT
VP~o
potrebbe porsi nella formula di Rehbock (6.29)

0,001 = K
ho We

dove, nel caso dell'acqua ( T 0,076 kp/m), risulterebbe:

K "' We O, 001 = /2pg • 0, 00 1 0,520


h0 /f

Sono necessarie però ulteriori esperienze anche con altri li


quidi per poter accertare che K sia effettivamente costante e che
quindi, oltre alla tensione superficiale, non si abbia l'interve~
to di altri fattori parassiti, quale ad esempio la viscosità.
Altra formula recentemente proposta partendo da una successi
va formulazione di Rehbock ('\92 9), e raccomandata nella unificazi~
ne dell'ISO, è quella di E. KINDSVATER e R.W. CARTER (1959), in
cui il valore della q = C
q
h g he 31 2 risulta appl icando per il co-
efficiente eq l'espressione:

ho
eq = 0,602 -t- 0,075
p
(6 .31)

valida per ho > 0,03 m, h / p ~ 2,0, b > 0,15 m, p ~ 0,10 m, mentre


viene consigliato di porre, in luogo di h 0 , h = h 0 + 0,001 (inm),
e
per tener conto assieme degli effetti della tensione superficiale
e della viscosità.
Affinché lo stramazzo senza contrazione laterale possa avere
145

una buona prec i sione, bisogna impiegarlo avendo cura di ottemper~


re ad alcune regole importa~
ti.
Innanzituttc esso deve a
vere la soglia perfettamente
orizzontale e la piastra de-
ve essere liscia e a bordo
sottile, secondo le dimensio
ni consigliate nella Fig. 6 . 15.
A monte dello stramazzo il ca
nale deve essere rettilineo
e di sezione rettangolare per
una lunghezza pari ad almeno
50 volte il carico massimo
ho max ammissibile , a meno che
FIQ. 6 .15
non vengano realizzati oppor
tuni dispositiv i per assicu-
rare una distribuzione rego lare della velocità d ' arrivo.
La lettura di questo carico si raccomanda venga eseguita a mon
te della piastra dello stramazzo, ad una distanza compresa fra 3
e 4 volte 11 carico massimo homax .
La vena sfiorante deve essere accompagnata l ateralmente e com
pletamente aerata nella parte interna , eventualmente a mezzo dico~
dotti aeratori, in modo che anche al disotto della vena si abbia
sempre la pressione atmosferica. Una depressione, infatti, tende-
rebbe ad aumentare la curvatura della vena e quindi il coefficien
te di portata.

6.-4.l. Stramazzi in parete sottile di altri tipi


Accanto allo stramazzo del tipo ora considerato, si hanno pu-
re stramazzi a contrazione ZateraZe (cio~ anche sui bordi vertic~
li) . Tale è lo stramazzo in parete sottile a Zuce rettangolare ,di
larghezza R. i nfer iore a quella b del canale in cui è inserito (Fig.
6. 14 b)).
Per la portata di tale stramazzo è stato molto applicato il
suggerimento di J . B. F~NCIS (1883), secondo il quale nella formu-
la tipo (6. 26), che o ra si scrive:

( 6 . 3 2)

va introdotta una larghe zza ri<iot ta t ' per tener conto dell'effetto
146

della contrazione laterale. Posto che la larghezza .t sia almeno


tre vo l te il carico h 0 , la larghezza ridotta vale:

t ' = i - 0,10 n h o (6.33)

con n = 2 ovvero n = 1 a seconda che la contrazione laterale si ve


rifichi (in modo completo) per entrambi i lati ovvero per uno so-
lo, il che può avvenire se la luce è spostata completamente verso
una parete del canale.

Cq

0.50 -+--+--+---+------<~- - - --+--

0.40
0.2
o.o
038+---1------1----+-- -+--1-----l---+-- +--+--l-----l----t
o 0.4 0.8 7.2 1.6 2.0 'bJP 2.4

Fig.6 . 16

Poiché lo stramazzo a contrazione laterale, purché posto sim


metricamente rispetto alla sezione del canale, è unificato dall'ISO
come misuratore di portata, si danno anche per esso formule più~
laborate; in particolare quella dei nominati E. KINDSVATER e R.W.
CARTER, scritta nella forma:

Q (6 .34)

di cui quella per lo stramazzo senza contrazione è un caso parti-


colare. Nella Cf .34) va posto he = ho + 0,001 (in ml, te= 1 + kb,
essendo CQ = f \F , ~
0 ) e kb rappresentati dalla Fig. 6.16 e Fig.
147

6.17. Le condizioni di applicabilità sono quelle valide per il ca


ao senza contrazione,con
l'aggiunta della limita-
b - .e,
zione -i-> 0,10 m.
Si fa notare c h e u - 5
lcb
na formula molto usata, e (mm) ..........

--
L.,....-
pure accettata nella un! 3 L-- ...
2
- \
ficazione ISO, è q uella
di HAMILTON-SHITH (1884),
che i n sostanza pone ne!
1
o
o 0.'20 0.40 0.60 0.00 llb I.O
'
la (6. 32 ) .t' = .t-0 ,1 h o a!!
che in presenza di d ue bo!_ Fig .6.17
di a cont razione comple-
t a, come è i l c aso di una l uce posta simme t ricame nte ne l cana l e ,
b - .e,
per cui si abbia - 2- > 2h 0 • Po i c h t'i , n elle condi z ion i di v alido 1!!!
piego , questa for mula dà risu l tat i che si avvic ina no a quell i de!
la f ormu la di KlNDSVATER- CARTER, è da ri t enersi c h e n on s i a del t u_!
to valida la formu la (6 . 33 ) proposta da Francis .
Gl i stramaz z i rettango lari, fin qui considerati , non sono tro12
po ind i cati per la misura di piccole porta t e, perch~ esse richie-
do no piccoli car i chi 11 cu i apprezz amen to è necessariamen te i mpr~
c i so , a p ar te 1 già esposti inconv e n ient i dov ut i all ' e f fetto del-
la tens i o ne s uperfic i a l e.
Un t i po di stramazzo c he , invece , puO essere i mpiegato anche
per la misura di picco l e portate,
in quanto la v ena sfiorante si ata~
ca perfet t ament e dal la pare te v er.
t ica le, è lo stramazzo triangoZa-
re , eseguito s empre i n pare t e s o!
t ile (F i g. 6.18): l 'ango lo a a l ve!_
tic e è g eneral mente di 90° e l a b_!
settrice vertical e.
Per il cal colo della portata s i
può anc he qui seguire teor i camen-
Fig 6.18
te i l proced i mento indicato dal
Poleni. Si consideri uno strato e
lementare dh di larghezza i , posto a profondità h dal pelo libero
(Fig. 6.1 8), la cui portata elementare è :

dQ = ee i d h l2gh
148

0.62.---.---...,.----,----,,-----,----.----,--.....----,------.
Cc
0 .61+--- 4 - ---+-- -+--- -+--=---::---#

0.57
0.1

0.56
o.o 0.2 0.4 0.6 0.8 1.0 1.2 1.4 1.6 1.8 2.0
'VP
Fig . 6 .19

Tenendo conto che :

.e o (ho - h)
.2, = ho
sostituendo nella precedente, e quindi integrando fra h = O (pelo
libero) ed h = ho, posto Cc di valore costante, si ottiene, dopo
alcuni passaggi:

(6. 35)

.2. o ci
dove ho°= 2 tg 2
Secondo l'unificazione proposta dall'ISO, per ci= 90° e qui~
.2,
di .:.a.=
ho
2, valori corretti di e e si traggono dal diagramma (J . SHEN,
1960), della Fig. 6.19. In luogo poi del carico h o , si consiglia
di assumere nel l a formula h e = ho + 0,00085 (in m) . La formula è
valida per h o ~ 0,06 me per r > 0,10 m.
Interesse soprattutto storico halostramazzo CipoZ.Z.etti (Fig.
6 . 20) di forma trapezoidale, deriv~
to dalla composizione di uno stra-
mazzo rettangolare, di larghezza i~
feriore a quella del canale affere~
te, e di due stramazzi tria ngolari
posti ai l ati. L ' inclinazione delle
pareti AE e BF è scel ta in modo ta-
le da far si che l a portata fluente
I• e -I
attraverso i due triangoli AC F: e BDF
uguagli la diminu z ione di portata
Fig. 6 .20
dello stramazzo rettangola r e dovuta
alla contrazione che vi sarebbe sui lati AC e BD . Acce-c.tando la
149

proposta di Francis (6.33), l' inclinazione di sponda risulta, da


un semplice calcolo, pari a 4:1, e in definitiva per tale strama!
zo si avrebbe la formula semplice di uno stramazzo senza contrazi,2
ne laterale:
Q = 0,41 1 ho /2gh 0 (6 .36)

essendo t la larghezza al fondo .


In armonia col fatto che la proposta di Francis non è corre!
ta, è stato riscontrato che per la formula di cui sopra l'inclina
zione da darsi alle pareti dovrebbe essere maggiore.

6.S. Profili di sfioro


I rilievi sperimentali hanno permesso di constatare che i pr,2
fili delle vene sfioranti da stramaz zi liberi in parete sottile se_!2
za contrazione laterale sono tra loro simil i, avendo come rappor-
to di s imilitudine i l carico ho sullo stramazzo, quando il rappor
h -
to ~ è sufficientemente ridotto (grande va lore di p in confronto
al carico ho).
Del profi lo inferiore della vena sono state proposte , su basi
sper imentali , diverse equazioni in coordinate adimensionali , rif~
rite al carico. Fra queste, maggior credito deve riconoscersi a
quella ricavata da E. SCIMEMI (1930):

...!.. = o,so( ..E.. )1 ,es (6.37)


ho ho
con l'origine delle coordinate posta nel vertice O del prof ilo, si
tuato (vedi Fig. 6.13) all'altezza di 0,12'1 0 dalla cresta. L'equ!!
zione,per cui il carico di riferimento vale 7i 0 = 0,88 ho,?! tracci~
ta nella Fig . 6 .2 1 .
Per maggior sicurezza, lo stesso Scimemi (1946) consiglia di
attenersi ad un profilo leggermente piil rialzato, cioè a quello
proposto da W.P. CREAGER nel 1917 e comunemente noto come profilo
Creager , che corrisponde all'equazione :
...!..= 0,47 ( -=-)l ,80 (6.37 ' )
ho "1io
e che è pure tracciato nella Fig. 6.21.
Un'applicazione importante si ha nella determinazione del pr,2
filo piil conven ient e da assegnare ad uno sfioratore, quando la P!!
rete su cui avviene lo sfioro debba avere un certo spessore e
non risulti piil verticale (tipico il caso degli sfioratori rica
150

vati nelle dighe o muri di contenimento di un bacino artificiale).

X
012/088
~ . 0.5 10 15 20 25 3.0 35 ho 4.O
-....
~ -
0,4010.88
,0.5
'''
1.:
"' ~

2.0

2.:
1.5

' . ,,
'~4-~0.47

SCIMEMI- f--"'-,
I

fio=o.sorf/~ ~
I
\ ho
'~
\
,J:./80
ho

3.-
I
CREAGERi~
\
\
3 __

4.::
'\
.L
ho \\
Fig .6.21

Per tenersi alle minime dimensioni, conviene conformare il pr,2


filo verso valle della parete come quello (inferiore) della vena
sfiorante di un corrispondente stramazzo in parete sottile, quale
definito dall'equazione (6.37'). In tal modo il getto liquido non
si distacca dalla parete; e si evitano gli inconvenienti che un
profilo più rientrante comporterebbe, per la difficoltàdiaerazi.2
ne nel cuscino tra la falda inferiore e la parete (per cui tende-
rebbero a formarsi zone di depressione instabili, pregiudizievoli
alla buona conservazione della struttura).
In pratica conviene assumere per il profilo da assegnare ad
uno sfioratore quello dello stramazzo in parete sottile per il mas
simo carico prevedibile nel funzionamento: in tal modo, per i ca-
richi inferiori, la vena tenderà ad adagiarsi sulla parete, eser-
citandovi pressioni positive.
Il calcolo della portata-potrebbe farsi impiegando la formula
approssimata del lo stramazzo Bazin (6.2~). E' tuttavia prefe-
ribile introdurre, i n luogo del carico fittizio h o del corrispon-
151

dente stramazzo, quello h0 che


effettivamente si presenta sul
-~=O.BBho
vertice d ella soglia. ,.-enuto co~
to che, come indicato nellaFig.
6.22, r isulta:

h0 = o,~a h o ~ 1,14 h o

la por tata in base al carico h 0


viene data dall'espressione:

Fig. 6 .22

q (6 . 3 8)

co n e·q = 1, 21 eq ; e p er t a nto , pos t o eq = C,41, per uno str a mazzo


in parete grossa conformato seco ndo i l profi l o dello strama z zo in
parete sotti l e può porsi a pprossi mati v a ment e :

e•q = o,4 9 t o, so

S i not i c h e per i car i chi di f u n zio name n to i n fer i ori a q u e l lo


fo ndamenta l e il v alore di e • te nde ad a ume ntare .
q

6.6 . Configurazione dei getti liquidi


Nel ~_aso di ge~~~~ot til i l ibe r a me n te e fflu e n ti da una boc ca
c o n elev a t a v elocità, l o stud i o d e l loro anda mento può essere f at
t o per via t e orica, considerando il Q ll i d ~~!:l'e p e r _f etto e nu lla
l'azio r.e del l ' a tmosfera che l o circonda.
Il p roblema ?> q uello di d et.e r min.ar e l a trai e ttoria di u~-~-- ~~~
gola p a rt; ice l } a d e l _sott ~l-~ f __i} ame_n!o idea le_ a _c_uJ il.3.e tto .12.\!.9-. r!
dursi. E ' q ues to u no d e i p o c h i cas i d i applicaz i one pratica del me
t oqo _d 'ind agine d i Lagra~_g_e (ved i § 3 .1 ) .
Si ponga s ul la bocca d i effl u sso l ' o rig i ne di un sistema d i co
ord i na te cartesiane (Fig . 6.23 ) . S ia v 0 la velocità di efflusso ed
c, ~an'LC? l o c he il getto forma a l l'ini z i o con l ' o r iz zo nta l e (pun-
to O ) .
Nella d i rezione del~~s.:'.e -~- non_ y_' ~- ~<:<:~~~'!:_az_~on~, per cui si
scrive:
152

a
X
= o

da cui integrando , con h

vx = vox per t = O:

-=- V Ox ,• ( 6. 39)

quindi, integrando ulte


r .i.orrnente:
i
(6.40)
.Fig. 6.23
poiché, per t = O, x = O.
Lungo l'asse h invece agisce l a gravità, per cui

= dvh = = - g
dt

Integrando quest'ultima equazione, si ha:

(6.41)

poiché, per t O, vh = v 0 h; ed integrando ulteriormente, si ot-


tiene:

(6 .42)

avendosi, per t = O, h = O.
Le equazioni (6.40) e (6.4 2 ) sono le equazioni parametriche
della traiettoria di una particella: eliminando t fra esse si ot-
tiene:

(6. 43)

che è l'equazione cartesiana di _una -~arabola con l'asse parallelo


all'asse h.
Se ora si tiene presente che v O = v O coso e v0 v O sino, la
X h
(6 . 43) diventa:

1 {6;44)
h - 2 g
153

Risolvendo la (6.44) per h O, si trova che la gittata -x va-


le:

X = g
sin2 a (6 .45 )

ed ha un massimo per a= 45°.


Per evidenti ragioni di simmetria la quota più elevata h è ra.9.
giunta dal getto per x = x (vertice della parabola); per cui, so-
2
stituendo nella (6.44), si trova che la quota più elevata vale:

h ( 6 . 4 6)

2
!L.D,.( o )
,.. __
Jl valore massimo si ha per a= 90 con n
20 getto verticale .
Procedendo invece in base al teorema di Bernoulli, se lo si ap
plica fra la sezione di efflusso e la sezione al vertic e della p~
rabola, si ottiene:

(si noti che vx • v 0 x in qualsiasi punto della t raie ttor ia , quin-


di anche al v ertice ).
2 2 2
Poiché v 0 = v 0 x+ vr h' d a quest ' ultima equazione si ricava:

2 2
- Vo,. Vo
h = ___,,, = -
2g 2g
sin 2 e1

come giA trovato in precedenza (6.46) .


In confronto a questi risultati teorici, si osserva che il ge!_
to reale, rallentato e modificato dall'agitazione turbolenta e dal
contatto con l'aria, segue una traiettoria meno tesa di que l la del
getto teorico, differendone sostanzialmente nella seconda parte d2
po il vertice. Sono stati fatti recentemente dei riscontri per via
sperimentale dell 'andamento del getto reale (H. ROUSE, 1952), da
cui risulta che la conformazione dell'ugello da cui esce il getto
ha rilevante importanza nel determinare le condizioni di turbol~
za iniziale che si ripercuotono sulla traiettoria. LaFig. 6.24 i!
lustra alcune traiettorie ottenute con il bocchello di maggiore
efficienza per lance d' incendio, ivi schematicamente indicato,
che ha il coefficiente di portata C Q = 0,825 . Le massime gitta-
te nei getti reali vengono ottenute con angoli a di 30° in luogo
del valore teorico di 45° .
Importanti sono le differenze, rispetto al valore teorico h
1 54

60L------------------- -- ------ -- - - -- - - - -
m

ru.------l-------l-------l-------l-.,..,-,,.,,..c--+- -- ~ ___ traiettoria teorica


__ traiettoria reale

Fig.6. 24

2
= ~ , che si presentano anche per i getti verticali. Dell'argomeE
tosi occupò, fornendone una formula empirica, E . MARIOTTE (1686),
che fu il primo ad esaminare anche teoricamente i getti liquidi;
più affidamento da la formula di J.R . FREEMAN (188 9):

li2
h e = -;; - 1 1 13 • 1 o- 6 7 (in m)

che lega l 'altezza effettiva li a quella teorica h, ed è stata tra t


e
ta da esperienze con valori di li . fra 28 me 49 m, per getti effl~
enti da ugelli ben profilati con diametro di uscita d compreso tra
0,019 e 0,035 m.
1 55

7. CONSERVAZIONE DELL'ENERGIA MECCANICA E DELLA QUANTITA' DI MOTO

7.1. Principio della conservazione dell'energia


In un volume isolato 'i' di un fluido incomprimibi Le in movimento,
delimitato da una superficie chiusa A e (contorno), sono applicate de,!
le forze,che possono suddividersi in due gruppi. Sono forze esterne
quelle dovute alla gravità e quelle derivanti dagli sforzi (di pres-
sione e tangenziali) agenti sul contorno; sono forze interne le altre.
Secondo il teorema della forza viva, la variazione che, in quai
siasi intervallo di tempo, subisce l'energia cinetica di una massa
fluida sollecitata, è uguale al lavoro compiuto in quell'interval-
lo dalle forze (esterne ed interne) sollecitanti . Il lavoro compi~
to dalle forze interne peraltro corrisponde ad una perdita di ener
gia; esso non ha infatti un equivalente meccanico, ma solo un equ!
valente termico di produzione di calore .
Nell'unità di tempo, per il volume V considerato di cui dv è
un elemento , la variazione (s i supponga in diminuzione) dell'ener-
gia cinetica corrispondente alla velocità v vale :

-!t i (7. 1)

Sempre nell'unità di tempo, il lavoro compiuto dalla forza di


gravità su ogni elemento d',' è dato dal prodotto della velocità v
per la componente - pg d',' 11:!. del peso nella direzione s dello spo-
as
stamento. Nell'ipotesi precedente il lavoro ,che è svolto contro la
forza di gravità, vale pertanto:

~
f Y
pgt>
as
d 1,t (7. 2)

Infine, il lavoro nell ' unità di tempo per vincere le forze e-


sterne può considerarsi composto di due parti: (1) quello relativo
alle forze normaZi, e cioè dovuto alle pressioni p che agiscono sui
l'elemento di contorno dA attraversato dal fluido con velocità v
e n
nella direzione della normale n all'elemento stesso:

p'v dA (7 . 3)
n e
156

e (2) quello relativo alle forze tangenzia'li dovute agli sforzi t

sullo stesso contorno, che per analogia si scrive:

TV dA (7 3 I)
o
n e

Si ha pertanto, in base al richiamato teorema:

- dt
d
L e
pv dA + !A
e
TV dA + t:.P (7. 4)

dove t:.P è la perdita di potenza (energia nell 'unità di tempo) che i_!!
terviene nel processo considerato.
Tenuto conto della differenziazione euleriana (§ 3.6)

dv _a_t_ a (v 2 >
a (v 2 > + v _a_s_
2v dt

la (7.4) si riduce nella forma:

!v v :s P ( v22 + gh} dii+ fv/t P ~ di'+ ic pvndAc +

(7.5)

+ f
A
e
TV
n
dA
e
= - t:.P

Tracciamo ora (Fig. 7.1) nel volume i' considerato le istanta-


nee linee di corrente s, scomp2
nendolo in un insieme di tubi di
flusso elementari, di sezione dA,
talché i l volume i' complessivo
sia costituito da elementi dv=
= dA ds. In questo modo nella
(7.5) il primo termine si esprl
me con l 'integrale doppio:

Fig. 7.1
che, per essere in ogni istante
lungo ciascun tubo di flusso pvdA = pdQ = cost ( § 3. 3), ammette integr~
zione rispetto ad s. L'integrazione va fatta tra gli estremi di ci~
scun tubo di flusso, che appartengono alla superficie esterna di
157

delimitazione Ac. Suddivisa pertanto questa in due parti A1 ed A2 ,


rispettivamente corrispondenti al flusso entrante ed al flusso u-
scente, potremo scrivere ad operazione effettuata:

fA2(v22 + gh) P dQ - LI(~+ gh) P dQ

Il termine JA pv dA della (7.5) puO scriversi


e n e

= f A
e
p(dA
e
cosa) v = f
A
e
p dQ

essendo (Fig. 7 . 2) v dA e cosa = v dA = dQ; e quindi, analogamente co_1:.


siderando i valori della pressione p sulle due superficie A 1 , A 2 di
flusso entrante ed uscente (tenuto conto del verso):

f A
e
p V
n
dA
e
• f A
2
p dQ -f A1
p dQ

Infine, il termine f e
T v dA
n e
che rappresenta nella (7. 5) il 1~
voro nell' unità di tempo
per vincere le resistenze
tangenziali d ' attrito sul
la superficie di contor-
no, può generalmente ri-
guardarsi nullo, non solo
nel caso di fluido perfe~
to, ma anche per molte aE
plicazioni nei fluidi re~
li. Infatti, se si tratta
di un contorno costituito
Fig. 7. 2 da pareti fisse, ivi la ve
locità è sempre nulla; i-
noltre, quella parte del contorno stesso che fosse costituita da su
perficie di delimitazione ideali nel mezzo fluido puO sempre esse-
re opportunamente scelta in modo da risultare normale in ogni ele-
mento alla locale direzione del flusso (cosl da annullare le comp2
nenti t angenzial i).
Tenuto conto di queste semplificazioni, la (7 .5 ) si trasforma
in definitiva nella seguente:
158

gh + f) p dQ

(7. 6)

Se il volume V considerato si riducesse ad un tubo di flusso


elementar e , di sezioni estreme 1 e 2, la precedente, tenuto conto
che dv= dA ds si ridurrebbe nella forma:

2
p
(
V~
2 + gh2 +
P2 )
p p aQ - (
V
-f + gh 1 +i) p aQ =

- fs 2 ~ pdQ ds -dPi ,2
s1 at
e,dividendo per gpdQ = cost:
2 2

+ -P2) - (V
-2gi +
V2
( -2g + h2
pg (7.7)

dP1, 2
dove 0E1, 2 gpaQ è la perdita di energia fra le sezioni 1 e 2 per
la portata in peso unitaria.
E' questa un'estensione ai fluidi reali (cioè che ammettono
per effetto della viscosità perdite di energia) dell' equaz ione di
conserva zion e dell'energia già ricavata (vedi (4.14)) per i fluidi
perfetti in base alle equazioni di Eulero.
Se, nel caso p iù generale, il fluido fosse oomprimibi l e, le pre-
cedenti equazioni dovrebbero venire completate introducendovi anche
l 'energia interna {che è dovuta all'attività molecolare ed è funzi~
ne della temperatura), nonché 11 passaggio di calore fra l'esterno e
l'interno del volumeì'considerato. Si rimanda in proposito ai trat
tati di Meccanica dei fluidi e di Termodinamica.

7.2. Conservazione della quantità di moto


se ora, sempre ad un volume isolato ;i del mezzo f lu ido, fisso
o mobile di moto rettilineo ed uniforme, delimitato da una superfi
cie di contorno Ac, applichiamo il secondo principio della dinami-
ca (legg e di Newton),siamo condotti alla formulazione del te orema
della quantità di moto , di rilevante importanza per le applicazio-
ni nella meccanica dei fluidi.
159

La legge di Newton fornisce, per un sistema materiale di n pu_!!


ti di massa m.:
l

r."f =
d
at r..
n
m .v.
... (7.8)
ll l l

essendo r.F il risultante delle forze esterne che agiscono sul sist~
ma in movimento al tempo t , mentre i. rappresenta la relativa
11
m.v. 1. 1
quantità di moto. Le forze interne al sistema non compaiono, perché ,
in virtù del terzo principio, esse si annullano a vicenda.
Se ora in luogo di n punti isolati consideriamo una porzione
continua di un mezzo materiale come un fluido, che occupi al tempo
t un dato volume V, detto dV l 'elemento di volume, p la densità e
v la velocità relativa, la (7.8) con ovvia estensione d i venta:

r.F = ~t lv p V dV (7. 9)

Consideriamo ora il volume V già preso in esame per il pr incl


pio di conservazione dell'energia, ancora suddiviso (Fig. 7. 1) in
tubi elementari di flusso, cosicché l ' elemento dV possa porsi ugu~
le a dA ds , dove dA è la sezione del tubo e ds l ' elemento di lun-
ghezza.
In base alla regola di derivazione euleriana , avremo ancora :

dv av av
Tt TT + v as

e quind i , sostituendo ne lla (7.9):

r.1 ( p (-:~ +v ;! ) dv = Iv p ;~ dv + Li p :~ ds v dA ( 7. 1 O)

Il primo termine fY p
->
av
at d v rappresenta l ' intensità di varia-
zione, al tempo t , della quantità di moto posseduta dal fluido al-
l'interno del volume considerato; esso è pertanto pertinente solo
ai fenomeni di moto vario.
Il secondo termine può essere trasformato come segue:

-> ->
p
av ds
as V dA
av ds
3s PV dA

Infatti l'elemento di portata di massa pv dA = p dQ è costan-


te, come già abbiamo osservato, lungo ogni elementare tubo di flus-
so all'istante t considerato, e pertanto si può ancora integrare
fra i limiti di ciascun tubo di flusso, contrassegnati dai valori
160

della velocità d'uscita e v1 della velocità d'entrata.


Potremo pertanto scrivere:

r.-P = f
'Y
L
at
pv dlf + fA2
pv dQ - dQ (7 .11)

dove ora A 2 è la porzione del contorno A e attraversata da flusso


in uscita, ed A1 quella attraversata da flusso i n entrata.
E' questa la formulazione generale del teorema della quantità
di moto per i mezzi fluidi continui, che si enuncia come segue:
"La somma delle forze esterne applicate ad un volume;, di flui
do delimitato al tempo t da una superficie fissa, o mobile di moto
rettilineo ed uniforme, è pari alla differenza fra il flusso di qua_!!
tità di moto uscente, e quello entrante nel volume stesso, pi~ l'in
tensità di variazione della quantità di moto posseduta dal sistema
entro il volume V".
Considerando poi che, preso un polo O qualsivoglia, e detta r i
la distanza da esso di n punti di massa mi, vale, per il relativo
momento risultante, la relazione:

+ d ( n ...
r.M = dt ii m .v . x
l l,
(7 .8 I)

e che, se in luogo dei punti isolati si assume una porzione di


un mezzo continuo, contenuta in un volume 1/, vale la relazione:

...
r.M jt f'Y pV d-V X -;, (7 • 9 I)

essendo le (7.8') (7.9') le naturali estensioni delle (7.8) (7.9) dal


le forze ai momenti, con gli stessi ragionamenti già applicati per
le forze si dimostra valida l'equazione:

r.u = t _! t pv dv
...
pV dQ
...
)( l' ( 7. 11 ')

che ha significazione del tutto analoga alla (7.11).


Quanto alle forze F ed ai momenti Mche compaiono in queste
formule, si tratta delle seguenti categorie di forze e dei relati-
vi momenti:
1) forze di massa,cioè l e forze applicate al volume fluido come e!
fetto del campo gravitazionale, e quindi date da O = pg dV, e, fv
nel caso che il volume subisca un'accelerazione o una rotazione,
dalle forze centrifughe e di Coriolis derivanti;
161

2) forze di superficie, cioè le forze esercitate dal fluido esterno


sul la superficie di controllo al tempo t. Esse possono dividersi

_.TdAc ,
in forze di pressione,date da /A
e
pdA , e in forze tangenziali,
e
date da
f Ac oltre ad eventuali forze di tensione superfi-
ciale se la superficie Ac di controllo è costituita in parte da
superficie di separazione con altri fluidi.
Si noti che, in presenza di ostacoli all'interno del volume
considerato, qualora essi intersechino la superficie di contorno,
le forze (e i momenti) che agiscono nelle intersezioni dovranno es
sere inclusi in EF (EM). Invece, le forze di pressione e tangenz~~
li (e relativi momenti) che agiscono sugli ostacoli per la parte i!!
terna al volume considerato non compaiono in r.F (EM) , perché le S):!
perficie di questi ostacoli non fanno parte della superficie di CO!!
torno.
Va osservato che le equazioni (7.11) (7.11 ') sono strumenti di
validitA generale , applicabili anche per i fluidi che subiscano dis
sipazione di energia e comportino trasmissione di calore . Gli effe!
ti combinati di questi fenomeni , come pure quelli della comprimi-
bilitA , compaiono implicitamente nella grandezza delle forze ester
ne, conseguendone i valori delle locali velocità.
L'applicazione, in generale, del teorema della quantità di mo
to a casi di moto v ario urta contro gravi difficoltà , per la valu-
tazione del termine:

nella (7.11) - e l'equivalente nella (7.11') -, che rappresenta la


intensità di variazione, al tempo t , della quantità di moto all ' in
terno del volume considerato. Quando, come nel moto permanente,
tale termine è nullo, l'impiego del nuovo strumento di indag ine è
i n molti casi semplice, e conduce con rapid1t~ ad importa nti risul
tati applicativi.

7.3. Applicazione alle correnti unidimensionali (o lineari)


7 .3.1 Definizione di corrente lineare
Si definiscono corr enti unidimensionali (o Zineari) quei moti
fluidi che si svolgono secondo una direzione prevalente sensibilme!!
te rettilinea (asse della corrente), e presentano limitata estensiQ
ne trasversale rispetto alla lunghezza in cui il moto si svolge;
talché le velocità attraverso ogni sezione possono riguardarsi pa-
rallele all'asse. Sono quindi nulle o trascurabili le componenti
1 62

delle velocità normali all'asse, e la distribuzione trasversale del


le pressioni è sensibilmente idrostatica (§ 4.3)
Costituiscono questa categoria di correnti i tubi con involu-
cro rigido o gradualmente deformabile, nonché i canati a pelo lib~
ro, per i quali anche nel moto vario la superficie libera a conta!
to con l'atmosfera possa riguardarsi costituita, istante per ista.!}_
te, da linee di corrente, mancando le accelerazioni trasversali.
Caratteristica essenziale di queste correnti è quella di poter
considerare prevalente per esse l'aspetto della portata Q, e quindi
di tener conto solo delle componenti della velocità che ad essa cog
tribuiscono; queste velocità, dirette secondo l'asse s della cor-
rente, possono ricondursi ad un vaiore medio V= j in ogni sezione
trasversale.
Queste correnti sono pertanto assimilabili a tubi di ftusso,e
per esse è dunque applicabile, per fluidi considerati incomprimibi
ti, la relativa equazione di continuità (3.7):

Ad essa si aggiungono, per la valutazione dinamica del fenom~


no, le equazioni derivanti dal predetto principio di conservazione
dell'energia e dal teorema della quantità di moto.

7 .3.2. Applicazione del principio di conservazione dell'energia

Particolar.mente significati va è 1 'applicazione del principio


di conservazione dell'energia al caso in cui il volume~ consider~
to è parte di una corrente lineare: cioè è delimitato da un invol~
ero (reale o ideale) costituito da linee di corrente, e da sezioni
di estremità ideali, normali alle linee stesse.
In questo caso nella (7. 6) le sezioni A 1 , A 2 coincidono con le
sezioni stesse d'estremità, mentre 6P 1 , 2 è la perdita di potenza
che si verifica nel moto del fluido fra tali sezioni.
Pertanto, essendo g h +E=
p
cost nelle sezioni:

v2
2 pdQ ,=

a v2 (7 .12)
- f -at (o· -)
y 2 dV - t.P\
, 2
163

I termini { \
2 p dQ = p /A v 3 dA (nell'ipotesi di o costante a_!:
2
traverso le sezioni), che sono propri del moto permanente, possono
valutarsi approssimativamente nel modo seguente.
Consideriamo il valore medio V delle velocità locali v nel pi~
no della sezione A: risulterà v = V ± eV = (1 ± e:) V, se con E indi-
chiamo lo scarto percentuale rispetto al valore medio. Sarà perta~
to :

i (vY dA = L (1 ± E: )
3
d A "'A + 3 i c 2dA

essendo, nei termini di sviluppo del binomio, cdA = O per il te~


3 generalmente trascurabile rispetto ad 1. Si
l
rema d ella media, e d
E

avrA pertanto:

O i ~
2
3
dA "p [ A+ 3 { 2
c d A]
vJ
2

= pA [ 1 + ¾ i t
2
d A] 2
v3
= [ 1 + ¾ f
A
e 2d A ] p
v2
2 Q

Ponendo l'l = 1 + 3 1'l , si ha p erta nto:

( V2 V2
P JA 2 odQ = OP z Q (7. 13)

e si può quindi computare la potenza cinetica della c orr ente come


quella possedut a da una corrente di veloc i tà pari alla media , pur
di introdurre il termine corret tivo o che dipende ovviamente dalla
distribuzione v (A).
Poiché /A c 2 dA è essenzialmente positivo, o> 1; la di fferen
za rispetto all'unità è p i ccola nei tubi d i flusso rappresentati da
condotti (tu b i, canali) percorsi a mo to turb oie nto (Capitolo 12).
per cui spesso può assumersi o "' 1. Invece, nei tubi cilindrici pe~
corsi a mo to iam inare (Capitolo 9) d eve porsi o = 2.
Il coefficiente a è detto anche coefficiente di Cor iolis , dal
nome dell'ill~stre francese G.G. DE CORIOLif che per primo lo intro
dusse nello studio de lle correnti a pelo libero (1836) .
Particolare importanza nell'id raulica ha il caso del fZuido in
compr1'. mi bi le , p er il quale 01 = 02 p . In questa ipotesi, i l ter-

mine della (7 .12 ) - { L


lv at (n ~2 )dt1 che è pertinente al solo moto
164

vario, e che ora si scrive

a ~ dv { av
TI 2 p )y V TI d'I

può computarsi introducendo il valore medio della velocità. Si no-


ta infatti che è possibile scrivere in sua vece:

av
- P
f
V
av - dv
at

dove ora a= + n risulta dallo sviluppo, analogo al precedente :

(7 .14)

Anche qui può porsi a maggior ragione a= 1.


Con l'introduzione nella {7 . 12) dei coefficienti di Coriolis:

a = Ì f (V) 3
dA (7 .13 I )

a ¾ i (v)2 dA (7 .14 I)

e tenendo conto del fatto che il termine -


versi:
p
fV av
av
TI d'I può seri

- P f{
sJA
a 2X
at
v dA ds = - pQ a {
Js !~ ds
la (7.6), dividendo per yQ, assume la forma usuale dell'equazione
dell'energia nell'idraulica:

(7 .15)

= - ! { 2X ds - 11E
g Js at
1, 2

e nel caso dei moti permanenti:

(7 .16)

~
yQ rappresenta la perdita di energia per la portata
165

in peso unitaria fra l'inizio e la fine del tronco di tubo di flus


so considerato. Essa costituisce un'ovvia generaiizzazione deiZ'e-
quazione di BernouZZi (4.8) ad una corrente di fluido reale di se-
zione finita avente velocità media V.

7.3.3. Applicazione dei teoremi della quantità di moto


Anche dei teoremi della quantità di moto l'applicazione è par
t icolarmente interessante nel moto permanente a volumi che faccia-
no parte di un tubo di flusso, il cui involucro sia materializzato
da pareti sottili o sia costituito da superficiediseparazione con
altri fluidi (come la superficie liquida a contatto dell 'atmos fer a).
Le prime esercitano sul fluido sforzi sia normali sia tangenziali,
ma questi ultimi in molti casi possono venir trascurati.
L'espressione (7.11) diviene pertanto:

+ (
h1
pd A + L n
p d A +è= (
JA2
pv dQ - (
JA1
pv dQ ( 7. 17)

per un tratto, come quello rappresentato nella Fig . 7.3, in cui si


abbia una sezione di flusso entrante A 1 ed una di flusso uscente A 2,
mentre la restante superf icie di contorno An, che costituisce l ' in-
volucro, non~ attraversata da rluido.
Particolare interesse r iveste la valutazione dei flussi di qua!!_
titd di mo to entrante ed uscente dati dai termini a destra della
( 7 . 1 7) , quando la porzione del tubo di flusso sia delimitata med ia_!!
te sezioni trasversali ideali prese normalmente , alla traiettoria,
in tratti dove la loro curvatura sia di scarsa entità, per cui le
velocità v nelle sezioni poco differiscano da un valore medio V, ed
inoltre le pressioni siano distribuite con legge idrostatica.
In questa ipotesi i termini:

possono essere computati seguendo un ragionamento del tutto confor


me a quello che ha condotto alla (7,14'); e pertanto, introducendo
lo stesso coefficiente B ~ 1, potrà scriversi:

t pv dQ BpV Q

Quanto alle pressioni, indicati con p 1 , p 2 i loro valori medi


166

(pressione nel bar i centro), l ' equazione (7.17) assume la forma sem
plificata:

Fn + e (7. 18)

che, per flui d o incomprimi b ile e per a 1, diviene:

Fn + e= (7 . 19)

avendo indica to con F


n
= J,An p dA il risu l tante delle forze di pre!

sione esercitate sul flui do dal contatto con l'involucro.


Analogamente, dalla (7 .11 ') si trae per i momenti (per p "" cost
e per B ~ 1) :

( 7 • 19 I )

dove ora Mn è il momento rispetto al polo O delle spinte elementa-


riesercitate sul fl u ido dall' i nvolucro .
Va osservato che queste equazioni sono la naturale estensione
al campo dinamico delle equazionig l obalidell'equilibrio già intro
dotte nella statica ( § 2 . 9).
167

8. SPINTE DINAMICHE E TEORIA ELEMENTARE DELLE MACCHINE

8. 1. Utilizzazione dei teoremi della quantità di moto


I teoremi della quantitA di moto trovano un'applicazione assai
utile nella determinazione delle spint e d inamiche (e relativi momen-
ti}, esercitate da un fluido incomprimibile sulle pareti a contatto.
Si tratta di situazioni di moto permanente (se si tratta di p~
reti fisse) o riconducibili a situazioni di moto permanente con un
diverso riferimento degli assi (se si tratta di corpi mobili), e peE_
tanto i teoremi si applicano nella forma data dalla (7.18) e dalla
.t; -+ -+ -+
(7.18'), considerando che la spi n t a i-·R = - Fn o il mome n to MR = - Mn
esercitati dal fluido verso le pare ti risultano di segno contrario
rispetto a l le corrispondenti azioni d e lle p a reti sul f l uido-. Se poi
si considera che le pressioni p1 sono concord i con la d i r e zione del
flusso e ntrante , mentre le p2 sono opposte al fluido uscente , tenu-
to conto dei versi, potrA scriver si :

( 8. 1)

(8. 2)

L'applicazione di questi teoremi si rivela come mezzo di inda-


gine semplice e potente per la determinazione globale di forze e mo
menti esercitati sulle pareti, partendo dalla conoscenza dei dati al
contorno in un volume fluido opportunamente delimitato . Allo stesso
risultato, trattandosi di fluido perfetto, si potrebbe arrivare per
mezzo del principio di Bernoulli, determinando sulla superficie An
delle pareti i valori puntuali delle pressioni pn ed ottenendo per
integrazione delle forze elementari r nd A n alla superficie stessa i
valori della FR (o analogamente della MR). Trattandosi di superficie
in genere curve e di geometria complicata, sia la ricerca dei valo-
168

ri di Pn,sia l'operazione di integrazione non sarebbero comunque ag~


voli da realizzare; l'impiego dei teoremi di cui ci stiamo occupa!!
do risolve il compito in modo rapido e completo.

8.2. Spinte dinamiche sulle pareti


8.2.1. Spinte sui gomiti nei condotti chiusi
Il problema è stato trattato per fluidi in quiete nell' idro-
statica, ottenendo la spinta risultante FR dalla relazione vetto-
riale (2 . 26). Se il gomito è percorso da un fluido in moto permane!!_
te di portata Q, e sono V1 , Vz le velocità nelle rispettive sezio-
ni, la spinta (cioè la reazione sui gomito) si ottiene immediata-
mente, applicando la (8.1).
Essa si presta ad un'immediata valutazione sia per via vetto-
riale, sia secondo le proiezioni cartesiane, qualora il gomito sia
orizzontale, o si possa comunque trascurare il peso G del fluido
contenuto.

Fig. 8.1

Nel caso particolare di un gomito oriz zontale di sezione co-


stante (A = A = A) , per cui pure possa assumersi eguale inten-
51 52
sità delle pressioni (p 1 = p 2 "" p), il valore della spinta (vedi
(Fig. 8.1) è fornito dalla relazione:

Cl
FR = 2 (pA + pQV ) cos (8.3)
2

ed è diretta, verso l'esterno, lungo la bisettrice dell'angolo e, di


d2via:zione.
1 69

8.2.2. Spinte per variazioni di sezione nei condotti


Si abbia un condotto ad asse rettilineo orizzontale, che pre-
senti una riduzione di sezione (Fig. 8.2). Prendendo in considera-
zione il volume compreso tra due sezioni 1 e 2 sufficientemente di
stanti dal restringimento perché il moto possa considerarsi unifor
me, l' intensita della spinta nella direzione x dell'asse del con-
dotto risulta dalla (8.1) proiettata in tale direzione :

(FR) = (p QV1 + P1A1) - ( pQV2 + P2A2 ) (8. 4)


X

Fig.8 .2

Le var ie grandezze si possono correlare tra loro in accordo


col principio di continuita (V 1A 1 = V 2A 2 = Q) e col principio di
vt
Bernoulli ( P1 + P 2 = P2 + P 2).
d
LaFRrisulta anc he, ovviamente, dall ' integrazione alla super -
ficie conica, delle spinte elementari dovute allecomponenti pxde!
le pressionipn che su essa agiscono, e che peraltro, salvo nel ca
so statico, non sono d'immediata determinazione .

8.2. 3. Spinte dei getti su pareti piane


Consideriamo un getto liquido bidimensionale in un piano oriz
zontale, che incontri una parete piana illimitata, di cui la Fig.
8.3 illustra una sezione.
Consideriamo la porzione di tubo di flusso compresa tra le s~
zioni 1, 2' e 2", la cui posizione è stata scelta, a monte e a val-
le della deviazione, dove le traiettorie flu ide sono parallele e la
distribuzione della velocita può ritenersi uniforme.
Poiché il getto è a contatto con ratmosfera, anche su tali se
zioni la pressione sara atmosferica. Per il principio di Bernoulli
si ha quindi:

Vi = V2' = V 2"
170

q-V,

Fig. 8.3

Assumiamo 1 'asse x normale alla parete e l'asse y tangenziale.


Dalla (8.1) proiettata lungo x si ottiene subito (per unità di lar-
ghezza normalmente al piano di figura):

cosa (8. 5)

e quindi,. nella direzione del getto:

(8 • 5 Il

mentre, per essersi supposto il fluido perfetto e quindi in assen-


za di azioni tangenziali, sarà nella proiezione lungo y parallela-
mente alla piastra (FR) = O; suddividendosi quindi la portata q
y
nelle due parti q ', q", determinate dalla:

Ne risulta la ripartizione della portata q q' + q" nei due


versi, dopo la deviazione:

q' = q 1 + sina q,. = q 1 - sina (8. 6)


2 2

La trattazione è stata fatta nell'ipotesi che il moto si svol


ga in un piano orizzontale cosi che la gravità non entri in gioco;
171

resta però valida anche in generale, purché le velocità siano suf-


ficientemente elevate da far risultare le forze d'inerzia prepond~
ranti rispetto a quelle di gravità .
Nel caso particolare di piastra ortogonale al getto, ~ = 0° e
quindi:

F
R
= (F )
R x
= pqV

con ripartizione simmetrica della portata.


Lo stesso risultato, cioè:

(8. 7) .

vale anche per un getto circolare , o di altra forma, che investa o~


togonalmente la piastra, purché questa sia di dimensioni sufficien
ti perché 11 getto , di portata Q e velocità media V, possa su di e.§_
sa deviare completamente.
Anche qui si arriverebbe allo stesso risultato per la forza~
gente sulla parete, partendo
dalla conoscenza delle pres-
sioni che vi ag i scono. Nella
F ig. 8. 4 è riportato in linea
tratteggiata l ' andamento del
le pressioni sulla piastra ,
per un getto circolare di rag_
gio r 0 , quale si ricaverebbe
dal campo cinematico del flu_!.
do perfetto. Il valore mass_!.
mo (pressione di ristagno)
Fig.84

si ha sull'asse di simmetria; valore nul lo (pressione .atmosferica)


si ha nella sezione di raggio r. Si ottiene, integrando a tutta l'a
rea investita l a spinta elementare dFR = p 2nr dr agente su una co-
rona di raggio r e di spessore dr, lo stesso valore (8.7) immediata
mente fornito dal teorema della quantità di moto:

FR = J: p 2 nr dr= p QV= 11r~ pV


2

FR
da cui, introducendo il valore medio pm = - della pressione di pi~
stra, si ricava : nr 2
172

8.2.4. Spinte su tegoli deviatori


Si esamina il caso di un getto cilindrico orizzontale che in-
contri tangenzialmente e senza attrito una parete curva fissa (te-
golo deviatore) come in Fig. 8.5. Proiettando la (8.1) lungogli a~
si x, y, si ha (tenendo conto delle considerazioni prima esposte
per il getto su piastra):

pQ (V - V cosa)
(8. 8)

~vsina

Fig.8 .5

Se il getto dal tegolo esce deviato nel verso opposto ( a


180° , come in Fig. 8.6):

(8 • 8 I)

Fig. 8.6

Si fa notare che se la parete incontrata dal getto fosse mob!


le, si dovrebbe tener conto della velocita r elativa, e non asso l u-
t a del getto, in quanto il sistema d iventerebbe stazionario per un
osservatore mobile con la parete. In particolare, se la parete si
173

spostasse con velocità u nella stessa direzione del getto,otterre~


mo in luogo della (8.8'):

FR = 2pQ (V - u)

La potenza trasmes s a dal g e tto a l la parete, FRu, r i sulta evi-


denteme nt e mass i ma qua ndo u =;.
8. 3. Fondamenti della teoria unidimensionale delle turbomacchine
Le v alut a zio n i d el l e spi nte ese~citat e su pa ret i mo bili trov a
no a pp l i c azio ne ne l la teo ria de l le turbomacchine considera t e come
una s uccessione c o nt inua d i p a l e esposte all ' azione d e lla c o r r e n te ,
e perciò, nel compl esso , in condizioni di moto che possono riguar -
darsi permanenti per u n osserv atore f i sso .

8 .3. 1. Macchine ad azione (turbina tip o Pelto n)


Queste macchine trasformano i n potenza motrice la potenza di
u na corrente idraul ica fornita sot to forma di getto l ibero ad a l ta
velocità e quindi con energia tutta del t i po cinetico. Il prototi-
po per le macch i ne idrauliche è costituito , secondo l a d i sposizio-
ne suggerita da L. PELTON (1 88 0), da una g i rante su l la c u i perife-
ria sono fi s sate de lle pale a cucchiaio come i n Fig . 8 . 7 .

·8l A
I

sez. A-A prospetto

Fig . 8 .7

Le pale del la girante vengono investite da un getto effluente


da un ugello fortemente convergente, d i cuj, è possibile regolare la
174

portata tramite una spina conica. Le pale hanno una forma tale da
provocare simmetricamente la divisione del getto in due parti e la
sua deviazione di quasi 180°.
Si vuole conoscere la potenza ritraibile dalla macchina una vo!
ta note le caratteristiche idrauliche del getto e quelle costrutt!
ve della macchina stessa.
Applicando 11 teorema del momento della quantità di moto {8. 2)
ad una porzione di fluido compresa fra la sezione d'ingresso e la
sezione d'uscita della generica pala investita, distante r dall'as
se di rotazione, se Q è la portata del getto, il momento esercita-
to sarll:

essendo V 1 la velocità assoluta d'ingresso e V 2 quella d 'uscita •.La


potenza trasmessa avrà quindi l'intensità:

(8. 9)

dove u ~ la velocità periferica, legata alla velocità angolare di


rotazione~ dalla relazione u = r ~ .
Evidentemente, per un dato valore di v 1 (che dipende dall'ener
gia specifica di caduta disponibile, all'incirca come velocitll tor
ricelliana), la potenza sar~ massima per v 2 = O. In tal caso,se u=
= vi (si confronti il risultato del § 8.2.4), l a potenza utile ri-
sulta pari a:

(8.10}

cioè uguale a quella fornita dal getto con l'energia di caduta E


!1
= 2g.
La velocità d'uscita V 2 , e quindi la potenza residua allo sca
rico pQ ~2 risultano nulle, per una configurazione della pala che
-
faccia fare al getto una conversione di 180°, quando lavelocit.! pe
V -
riferica sia pari a u = ~ . Infatti, in tal caso, la velocità re-
lativa w1 d'ingresso, essendo u la velocità di trascinamento, vale:

WJ = V1 - u ;

e tale praticamente si mantiene in valore assoluto, lungo il per-


corso del getto sulla pala, potendosi ritenere trascurabili gli sfor
175

zi tangenziali d'attri-
to. Ne segue (Fig. 8.8) 2
w2 = - w1 , e pertanto:

- V 1 + 2u = O ~ w, ___ ...,..2_ _
u
Il r endimento teo-
rico della macchina è
Fig. 8.8
pertanto:

in pratica questo valore non è raggiung ibile, principalmente per


l'accennata, sebbene piccola, resistenza d'attrito sul l a pala e per
l'impossibilità di una deviazione completa di 180 ° del getto dal-
l a stessa (altriment i all ' uscita verrebbe investita a ritroso la
pala successiva), nonché per le resistenze meccaniche della gira~
te.
Purtuttavia, i rendime nti che si ottengono con questa turbi-
na sono molto elevati, fino ad n • 0,92 per la condizione di fun-
zionamento ottimale , generalmente un po' inferiore a quella d i ma_!!
sima potenza. Per le d i verse cond izioni 11 rendimento cala solo leg
germente, perché anche con portate maggiori o minori, mentre u v i~
ne mantenuta costante , la v 1 del getto varia in modesta misura.

8.3.2 . Macchine a ftu ..o radiale (ventilatori e pompe centrifuahe, turbine a reazione)
In questa categoria d i macchine il moto s i svol ge radialmen-
te attraverso una corona di pale, percorse dall 'interno all'ester
no (pompe) o dall'esterno a ll' interno (turbine). L'energia non è
solo sotto forma cinetica, come nelle turbine ad azione, ma anche
in forma di pressione.
Illustriamo, senza perdere di generalita, 11 caso delle tur-
bine a reazione o turbine Francis (J.B. FRANCIS, 1849) ,il cui sch~
ma è rappresentato nella Fig . 8.9. La condotta d 'adduzione termi-
na con una voluta che reca al centro una corona di pale fisse re-
golabili, dette distributrici. Da esse la girante interna riceve
l'acqua alla periferia e la scarica al centro.
In questa teoria elementare (unidimensi o naZe) si ammette che
la velocita del fluido nel percorso fra le pale sia trasversalmen
176

te distribuita in modo uniforme.

~-~-------------------,
I
------------------~
Fig.8.9

Anche qui potremo distinguere, sia all'ingresso sia all'usci-


ta, una velocità assoluta dell'acqua V, una vel ocità periferica (o
di trascinamento) te una velocità
relativa alla girante w
(Fig.8.10).
Le pale dovranno essere conformate
in modo da essere tangenti, nella
condizione ottimale di funzionarne~
to, alla velocità relativa, evita~
do perdite per urto.
Se W1 è la velocità relativa
d'ingresso, lavelociti\ relativa di
+
uscita W2 potrà dedursi dall'equa-
Fig.8.10
zione di continuità appl i cata al
f l usso, reso staz i onario, tra le pale. Ne discenderà quindi V2, no
ta la velocità periferica all'uscita t 2.
Per calcolare la potenza assorbita dalla macchina conviene aE
plicare il teorema del momento della quantità di moto (8.2),~olce~
tro preso sull'asse di rotazione, al volume compreso fra due suace~
sive pale e gli archi di circonferenza che le delimitano.
Tenendo c onto che le for ze di pressione agent i su questi archi
(sezioni di ingresso e di uscita) non danno momento rispetto al cen
177

tro, risulta per 11 momento sulle pale:

Si ha, pertanto, essendo a1 l'angolo di ingresso ed a 2 quello


d'uscita (Fig. 8.10)

(8 . 11)

e la potenza è data da:

(8.12)

Se si confronta quest'espressione con la (8.10) relativa alla


turbina ad azione, si osserva che quest'ultima puO desumersi da es
sa come un caso particolare , essendo per la turbi na ad azione:

Poiché la potenza utile Pu fornita dalla corrente puO indicar


si con:

Pu • pgQ Eu

dove Eu è l'energia specifica utilizzata, dal confronto risulta:

(8 .1 3)

che è nota come la rela2ione di Eulero per le macchine a flusso r~


diale (proposta già nel 1754). Dalla relazione si vede che la po-
tenza è tanto maggiore quanto più a 1 tende a 0° e a 2 tende a 90°.
Mentre non è possibile ridurre a 1 oltre un certo limite (poiché con
a 1 = O, ingresso tangenziale, non si utilizzerebbe la portata) si
cerca d'altro canto di ottenere che la velocità di uscita sia la
più tadiale possibile.
Si noti che,se fosse r>V cosa = cost, il momento prodotto sare~
be nullo; si tratta di un moto spiraliforme di fluido perfetto, un
caso particolare del quale (cosa= 1) è il moto lungo circonferen-
ze concentriche, già esaminato nel § 3.9.
178

8.4. Spinte e potenze propulsive


Trattiamo ora in forma elementare alcuni probl emi relativi al-
la propulsione dei veicoli nei mezzi fluidi. Verranno considerate le
condizioni di regime, cioè di moto rettilineo uniforme del veicolo:
il moto del fluido è var i o, come abbiaJIIO visto al § 3. 5, per un os-
servatore fisso a terra, ma può tradursi in un moto permanen te per
un osservatore mobile col veicolo. Col relativo trasferimento di a~
si le forze applicate al sistema rimangono invariate,mancando le fo!.
ze apparenti dovute all'accelerazione: e pertanto esse possono ve-
nir facilmente determinate, applicando il teorema della quantità di
moto al problema del moto permanente, ammettendo, come gi! nel caso
delle macchine, _v alori uniformi della velocit! nelle sezioni trasve!.
sali al moto (teoria unid ime n siona l e).

8.4.1. Elica di trazione


Tratteremo qui 11 problema dell'elica libera in movimento in un
campo fluido infinitamente esteso, come è il caso degli aeroplani ne_!
l'at mosfera: il caso dell'elica intubata, che rappresenta anche una
categoria delle macchine idrauliche (macchine a flusso assiale), rl
entra invece nella teoria del sostentamento che viene esposta nel s~
guente § 8.5.
Se l'elica è in movimento con velocità assoluta u = - v_
= 1 ~
1 (da d~
stra. a sinistra) in un flu!
do in qu i ete,potremo consi-
derare per quanto sopra il
moto relativo, e cioè di un
fluido con velocità + v 1 (da
4
sinistra a destra) che inve
sta l'elica f i ssa. La trat-
tazione può perciò applica!.
s i al caso di un ventilatore .
aJ
La forma pi ~ semplice di
trattare il probl ema è quel
la di schematizzare l'elica
con una sezione circolare ne!
lo spazio, avente diametro
I d pari a quello di ingombro

ii b}
dell'elica, attraverso la qu~
le, per 11 movimento di ro-
tazione impresso, si crea un
aumento discontinuo del la
Fig 8 . 11
179

pressione. A causa di questa variazione la velocità subisce un'acce


lerazione.
L'elica interesserà pertanto un ideale tubo di flusso rappre-
sentato in Fig. 8.11 .
Consideriamo una sezione 1-1 del tubo molt o amontedell'elica,
dove il moto è ancora indistur bato, le sezioni 2-2 e 3-3 subito a
monte e subito a valle dell'elica e la sez i one 4-4 molto a valle. Da
ta la scelta avremo p 1 = p 4 = p (press ione del moto indisturbato ).
8
Poiché il salto d i pressione è concentrato sul piano dell'elica, i l
moto tra 1-1 e 2-2 e tra 3-3 e 4-4 avverrà ad energia costante.Avr~
mo allor a per il princ i pio di Bernoulli (as sumendo or i zzontale l 'as
se dell'el i c a):

V~
p3 + i, T =

Si t rova a l l ora , t e ne ndo presente che v 2 • v 3 poi chél'areade.!_


l e se z ioni 2-2 e 3-3 è l a stessa :

(8 . 14)

La for za F = - FR e serc i t a t a dall' elica s ul fl u i do , che ag isce


nel verso opposto de lla ve loci t à v 1 , risulta da lle f o rze d i pressi2
ne agenti fra le sezioni 3-3 e 2-2:

(8. 1 5)

Poiché la FR può essere computata, essendo la sola forza agen-


te, in applicazione del teorema della quantit~ di moto (8.1) al tu-
bo di flusso delimitato dalle sezioni 1-1 e 4-4:

( 8 .1 6)

eguagliando si ottiene:
180

{8.17)

Gli andamenti delle velocità e delle pressioni sono quelli il-


lustrati in Fig. 8. 11,
Se ora consideriamo l'elica in moto con velocità u = - V1, la
potenza Pu utilizzata sarà data da:

(8.18)

La potenza totale P t da fornire al fluido corrisponde invece a,!


l'incremento di energia cinetica nell'unità di tempo:
V~ - VÌ V4 + V1
pt = pQ 2
=pQ(V,.-Vi) = pQV2 (V4-V1) (8.19 )
2

per cui il rendimento risulta:

p V1
u 1 (8. 2 0 )
n = = =
pt V1 + v,. V~ - V1
1 +
2 2 V1

La trattazione così esposta è dovuta a w. RANKINE e w. FROUDE


(seconda metà del sec. XIX). Si vede che il rendimento tende all'u-
nità col tendere di V 4 a V 1 , cioè la velocità re'lativa di scarico
V 4 - v 1 deve essere la più bassa possibile. Diminuendo v,. - v 1 , pe-
raltro, in base alla (8.16), diminuisce anche la spinta F ~ - FR' a
meno che non si compensi coll'aumento del diametro dell'elica. Vi è
però un limite a questo, che per le eliche degli aerei è posto dal-
la necessità di contenere la forza centrifuga entro i limiti ammis-
sibili per i materiali, e dalla perdita di rendimento dovuta agli e!
fetti di comprimibilità per velocità periferiche molto elevate. Per
le eliche marine il limite è posto dall'insorgenza della cavitazione
alla periferia dell'elica con i relativi dannosi effetti anche di r_!
duzione della potenza. Buone eliche per aerei arrivano · a rendimenti
n = 0,85, mentre le eliche navali non si spingono oltre n = 0,60.
8.4.2. Rear.ionc d'cff)uaao. Propulsione a getto

Consideriamo un recipiente fisso provvisto lateralmente di uo


181

foro dal quale esca un getto (Fig. 8 . 1 2 a)). Supponiamo che vi sia
una portata d'afflusso che compensi quella di efflusso, cosicché il
moto possa riguardarsi permanente (livello costante nel serbatoio).
Considerando che il getto, se è di piccole dimensioni,presenta {per
effetto di sagomatura o di contrazione) una sezione a-a dove le li-
nee di corrente sono parallele e la velocità v = l2g h o è nota, ed a.e
plicando il principi o della quantità di moto lungo l'asse del getto
al volume contenuto nel recipiente fino a lla sezione a - a , tenendo
conto che le forze agenti sono le spinte F 2 ed F 1 dovute alle pres-
sioni agenti sulle due opposte pareti , s i ottiene :

(8. 21)

ove s i possa rig uardare t r ascurabile l a quanti t ~ di mo t o del f l u ido


entrante .

a)
b}
Fig. 8 . 12

Si ha per t anto u na s pinta i drod i namic a F - FR , dett a reazio-


ne d ' e ffluss o :
F = pQV (8. 22)

d irett a ne l verso oppo sto a quello del getto uscente.


L'applicazione de l principio ci dice in sostanza qual e è lo squ.!:,
libr io delle pressioni che si viene a determinare nel rec i piente per
l'apertura , del foro, rispetto all'andamento simmetrico che esse a-
vrebbero se il foro fosse chiuso. Aperto il foro, la distribuzione
idrostatica si mantiene sulla parete opposta, ma sulla parete del fQ
rotale andamento~ tanto più modificato quanto più ci si approssi-
ma al foro, ai cui bordi la pressione è necessariamente quella del-
1' ambiente esterno (atmosferica) . La valutazione puntuale delle pre.2,
sioni su questa parete potrebbe essere fatta, nell'ipotesi di flui-
do irrotazionale, costru endo il reticolato di flusso e ricavandone i
182

valori della pressione; l'applicazione del principio ci permette di


arrivare immediatamente al risultato globale cercato.
Poich6, detta A la sezione contratta, si ha Q = A V ,. A i2gh O ,
e e e
risulta anche:

(8 . 23)

cioè la reazione d'efflusso è pari al doppio della spinta idrostati


ca che competerebbe all'area della ·sezione contratta del getto.
Supponiamo (Fig. 8.12 b)) che il recipiente sia mobile, anima-
to da una velocità - u nel verso opposto a V. Il moto per un osser-
vatore fisso è vario, ma per un osservatore che si sposti con la ste~
sa velocità del recipiente esso appare permanente. L'acqua fuoriesce
con velocità relativa V, e con velOC"ità assoluta V+ u; l'acqua en-
tro 11 recipiente, e quindi anche ia sezione d'ingresso dall'ester-
no, è ora animata dalla velocità+ u. Applicando 11 teorema della
quantità di moto in queste condizioni, la reazione d'efflusso risul
ta sempre (col segno concorde alla direzione del moto):

F = pQ [( V + u) - u] = pQV (8 .24)

cioè è data dalla portata di massa per la velocità relativa d 'efflu~


so.
L'importanza degli studi in questo campo è evidente per le sue
pratiche applicazioni, in particolare nella pro p ulsione a getto. I
propulsori ricevono all'ingresso l'aria esterna e tramiteuncornpre~
sore azionato da una turbina ed una camera di combustione espe1lono
i prodotti della combustione con un getto a forte velocità v (rel~
8
tiva al veicolo).
Rendendo stazionario il veicolo stesso (Fig. 8. 13), la portata
dell' aria entra alla velocità+ u, e praticamente la stessa port~
ta esce con velocità u + v ; quindi la spinta propulsiva vale:
8

P = pQv s (8.24')

La ~ 5 , come la V~ - v 1 nel caso dell'elica (§ 8 . 4.1 , formula


8.14) rappresenta l'incremento di velocità del fluido propellente;
in questo senso anche l'elica può riguardarsi come un particolare
propulsore a getto.
Utilizzando pertanto gli stessi sviluppi della trattazione re-
lativa all'elica, si ha per l a potenza utile:
183

é---~--~ --=::. - v,

r-----------------7I
I
u I F=eOv9 I v5 +u
-1 --- 1-=---
1-----------
1
___ _ ____ .JI

Fig.8.13

P = pQv u
u s

e per la potenza totale fornita :

(v + u > 2 - u2
p s
= pQ
t 2

da cui il rendimento :

,, - pQV u
8 . V (8. 25)
pQVS
( V8
2 + ) 1 + _!.
I 2u

Anche qui il rendimento tende all 'uni tà quando 11 rapporto~=


-. O; cioè per una velocit.ll di scar i co molto bassa, ovvero per una v~
locità di spostamento molto elevata. Poic hé la prima condizio ne ri-
chiederebbe, per realizzare una data spinta propulsiva F = pQv 8 , di
realizzare sezioni di uscita molto grandi e quindi non pratiche, la
propulsione a getto diviene conveniente, in confronto a quella ad~
lica, quando si superino certi va lori della velocità (circa 600-700
km/h per gli aerei) .

8.S. Sostffltamento dei oorpi mobili in un fluido


Il teorema della quantità di moto permette di valutare la for-
za di sostentamento (detta anche portanza) che si esercita su un CO!:_
po mobile nel campo fluido, in direzione normale a quella del suo m2
vimento . Il modello matematico che s i applica considera un moto ir-
rotazionale con sovrapposizione di una circolazione r attdrno al m2
bile. La circolazione può essere indotta direttamente a seguito del
la dissimmetria che il mobile presenta rispetto all'asse del movime!!
to (come nei profili delle ali degli aeroplani e delle pale delle tur,
bine), ma può anche derivare da un moto rotatorio impresso ad un cor
184

po simmetrico (cilindro rotante: cosiddetto "effetto Magnus" ·, G. MA-


GNUS, 1851, e nel caso della sfera l'"effetto di taglio" delle pal-
le da tennis e da golf). Infatti, considerando il moto risultante da
una traslazione del ci~indro (da destra a sinistra), odi una corren
te di verso opposto che lo investa (Fig. 8 .14) , e da una sua rotazi2
ne nel verso orario che determini la circolazione, ed applicando il
principio di Bernoulli, considerato il fluido perfetto,lungo la pa-
rete a breve distanza da essa, si ha per la minor velocità nella paE
te .Lnferiore rispetto a quella superiore un eccesso di pressione dal
basso all'alto, che determina una forza di portanza.
Di quest'ultimo fenomeno venne anche proposta un'applicazione
alla propulsione navale col vento, sostituendo alle vele dei rotori
verticali (A. FLETTNER, 1920).

~
v·-----1

Fig. 8.14

Si consideri ora, per maggior generalità, una schiera fissa ne_!


lo spazio di profili dissimmetrici, tra loro congruenti ed egualmen
te spaziati: essi rappresentino la sezione di ali o di pale illimi-
tate (moto bidimen8iQ
na 'le).
Data la dissimme-
tria della loro confor
mazione, essi induco-
no (Fig. 8 .15) una de-
viazione della corren
te che li investe, e
che assumiamo di moto
uniforme (irrotazion~
le) in assenza dei pr2
fili .
Se chiamiamo a (ne_!
l a direzione dell'as-
185

se y) la distanza lungo le loro testate, e consideriamo che pure a!


la distanza a si trovano linee di corrente congruenti, possiamo isQ
lare, attorno ad uno qualsiasi dei profili, un campo di fluido ABCD,
delimitato da due tratti AC e BD di queste linee, e da due segmenti
AB e CD paralleli ad a . La distanza di questi segmenti dal profilo
dev'essere sufficiente, affinché lungo di essi le velocità di arri-
vo, v 1 , e di partenza, V 2, siano uniformi. Dette Vx 1 , Vx 2 le compo-
nenti di V1 , v 2 nella direzione x normale ad a , e Vy 1 , Vy 2 quelle
nella direzione y parallela, avremo, per l'equazione di continuità
del tubo di flusso, considerata una lunghezza unitaria in senso tra
sversale al piano di figura:

q V a = V a
Xl :X 2

da cui

V X .I = V X 2 = V X (8. 26)

L'applicazione d e l princip io d i Be rno u lli lungo una linea di


corrente fornisce, considera ndo il fluido i nc omprimibile:

P vf
P 1 + - 2-

da cui

P2 - p I = E.2 (V Y
2
I
- y2 )
Y2
{8. 27)

Nel campo ABCD la quantità di moto subisce una variazione dal-


1' ingresso all'uscita per effetto della variazione della velocità da
V I a V 2 • Applicando il teorema della quantità di moto secondo le com
ponenti in x e y, dato che sono eguali e contrarie le pressioni sui
tratti AC e BD di linea congruenti, si ha, rispettivamente:

{8. 28)

chiamando (FR) , (FR) le forze per unità di lunghezza, in tali di-


x y
rezioni, che corrispondono all'azione de'l fluid o sui profili. LafoE_
za complessiva risultante, FR, si ottiene da FR = /( PR) ~ + {FR) ~-
Conviene ora notare che la circolazione, computata nel verso 2
rario lungo il contorno ABCD, vale r = a (Vy 2 - Vy 1 >; il contributo
186

alla circolazione dei tratti AC e BD essendo ovviamente nullo. PeE


tanto, utilizzando la (8.27) potremo scrivere:

Vyl + Vy2
= pf - - ~ 2 - -

(8. 29)

Consideriamo ora di aumentare indefinitamente la distanza tra


i profili, mantenendo costante la circolazione r. La differenza
Vy 2 - Vy 1 tendera ad annullarsi, cosicch~, a distanza dal profilo,
sara Vy 1 = Vy 2 = VY e quindi v 1 = v 2 = V (la corrente non risulta
deviata). Si ha allora:

prV y
(8 .29')

e si vede subito (Fig. 8.16 a)) che la forza risultante FR


/(FR)~ + (FR)~ è ortogonale alla direzione della velocita della
corrente v = lvx + v~, e vale FR = p r V.

r-------------,
I I
i~
I -:
I I I

! --- l )r: fp ,

i~~~j
I I
,~F.
I '- :
I (~}. I
I 1
: I
: _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ '-
._ ___ ...JI _ _ _ _ _ _ _ _ _ JI
IL _ _ _ _ _R=O

a) b}
Fig.8.16

Lo stesso vale, cambiando il riferimento delle coordinate,se


si considera un fluido in quiete e un profilo che si sposta in e~
so con velocita u = - V ( (F ig. 8. 1 6 b)) , diretta secondo l'asse z.
Si ha allora:

R
(8. 30)

P = (F R l y = p r v = p r (-u l

dove ora R (la forza di resistenza opposta al moto) è, teoricamen


187

te,nulla; e P è la forza di sostentamento o di portanza, per uni-


ti di lunghezza del profilo, determinata dalla circolazione attor-
no ad esso.
Quanto sopra significa che un effetto di portanza non può es-
sere determinato nè da una corrente traslatoria senza circolazione
(r =O), nè da una corrente puramente circolatoria (V = O).
Questa importante deduzione venne fatta indipendentemente da
w. KUTTA (1902) e da N. JOUKOWSKI (1906); la forma sempli ce della
dimostrazione qui fornita è dovuta a L. PRANDTL. In loro onore il
risultato è detto fo rmula di Ku tt a - J o u ko ws k i ; esso ha avuto decisi
va importanza agli albori dell'aeronautic a.
188

9. DINAMICA DEI FLUIDI VISCOSI NON TURBOLENTI

9.1. Le equazioni di Navier Stokes


Se consideriamo, in aggiunta a quella della gravità, l'influe~
za della viscosità nel movimento dei fluidi reali, dobbiamo far in-
tervenire quegli sforzi tangenziali d'attrito che nel caso del flui
do perfetto venivano riguardati come inesistenti. Pertanto gli sfor
zi che competono ad una qualsiasi area elementare nel mezzo fluido
non sono più necessariamente normali all'area stessa; o ltre alla com
ponente normale ve ne sarà una tangenziale giacente nel piano del-
l 'area. Questa componente tangenziale Tè legata al gradiente della
velocità (1.1) ed alla velocità della deformazione angolare (1.2)dal
le relazioni:

= av ao
1 U
½ \J at
valide per un'ampia categoria di fluidi (tra i quali l'acqua e l'~
ria), che sono detti ftuidi newtoniani, ai quali pertanto si riferi
sce la nostra trattazione.

Fig. 9.1
189

Per ricavare le e qua zioni che reggono il moto dei fluidi visco
si prendiamo in esame una porzione del campo fluido costituita da un
para llelepipedo elementar e di spigoli ox , 6y,6z paralle li a gli assi
di una terna cartesiana di riferiment o (Fig . 9 . 1) .
Agiscono su questo e l emento le seguenti forze:
a) la forza d i gravità yoxoyoz , applicata al bar icentro, con compo-
nenti lungo g l i assi rispettivamente par i a:

asse x - y 6x6y6z ah
ax
ah
asse y - y6x6y6z ay (9 . 1)

asse a - yf.xf.y6z ah
ai
sempre essendo h la direzione verticale, positiva verso l ' alto ;
b) le forze trasmes se dal restante campo flui.do a t traverso la super
+ .... + -
fic ie ester na dell 'e lemento , e cioè detti f X , f y , f Z gli sfor zi
unitar i competenti , rispettivamente, alle facce normali agli as-
si x, y , z , l e differenze fra le rispet t ive fòrze applicate alle
coppi e di facce opposte .
Se allora s i deno t ano con un secondo indice le proiez i o ni di
qu est i sforzi unitari secondo i t r e a ssi coordinati , le compone~
t i de lle forze risultanti nelle stesse direzioni sono le seguen-
ti :

afxx afyx af zx
asse x 7x 6x6y6z +
òy 6y 6x6z + 7z 6z6x6y

afx y af afzy
...:...rt.. 6z6x6y
asse y ax 6x6y6z + ay 6y6x6z + oz

afxz afyz afzz


asse z a'x 6x6y 6z +
ay 6y6x6z + -az- 6z6x6 y

avendo assunto positivi gli sforzi se d iretti nel verso positivo


degli assi.
Si deve ora riconoscere che i termini f XX = o X' f yy = o y , f Z Z =
o sono g l i sforzi normali competenti alle singole facce, e che
z
i termini fyz = ' yz ' f zx = 'zx' f xy = 1xy' f zy = 'zy' fx z = ! xz '
f yx = 1 yx sono (presi a due a due) gli sforzi tangenz i ali nel pi~
no delle singole f a cce (come mostra la Fig . 9. 2 per la facc i a nor
ma le a l l ' ass e a). E pertanto potremo anche scri vere :
190

aa X ih dT
zx 6:.e6y6z
asse :.e 6:.e6y6z + ~ 6:.e6y6z +
a:.e ay az
QT aa dT
asse y ___EL 6:.e6y6z + _:i_ 6:.e6y6z + _;Z 6:.e6y6z (9.2)
ax at aa
dT
xz 6:.e6y6z + -E.
dT aa z
asse z 6x6y6z + 6:.e6y6z
a:.e ay az

dx -I
Fig .9.2

c) la forza d'inerzia, applicata al baricentro, avente lungo gli as


si le componenti:
dv X
asse x p 6:i:6y6z
dt
dv
asse y p6:i:6y6z
ai- ( 9. 3)

dv z
asse z p6:i:6y 6 z
dt

L'equilibrio dinamico dell'elemento fluido considerato impone


che la somma della forza di gravita e delle forze superficiali ap-
plicate, proiettate sugli assi coordinati, sia uguale alla rispettl
va proiezione della forza d'inerzia; e che altrettanto avvenga per i
rispettivi momenti, presi ad esempio rispetto al centro di figura.
Applicando per prima quest' ul ti.ma condizione, risulta facilmente che:

=
xz =
T T T T T
xy yx zy zx

Allo stesso risultato si può pervenire pii'l semplicemente, se si


considera che, per logica estensione della ( 1. 2) , in base a quanto
dimostrato nel § 3.7, può porsi:
1 91

,. xy = µ ~ cv + __
av)
x
d!f
=
µ ( _
av_
x +
dy ~) = ,.
dZ yx

,-yz
=µ ( _
av_
ay
z+
aa
~) = Il
( av
--1. + av 2 ) =
aa ay
,. zy (9.4)

,. xz =µ cv
__
ax
z+ __
av x )
'd z
= µ
( avx
-
av 2 )
aa- + -
ax-
,.
zx

Queste formule possono essere impiegate per sostituire nelle~


spression1 (9.2) agli sforzi tangenziali i valori delle corrisponde_!!
ti velocit! della deformazione angolare, espressi in funzione delle
derivate parziali della velocità del fluido nelle varie componenti.
Il corrispondente legame, che appare intuitivo applicare fra
gli sforai no:rmaZi e le velocità delle corrispondenti deformazioni
av av 3v 2
Lineari unitarie, axx , ~ , 32 , non è peraltro di altrettanto 1m
mediata derivazione. Possiamo però utilizzare, per analogia, le re-
lazioni fra le deformazioni lineari unitarie e x , e: y , e: z e gli sfor-
zi normali applicati ox' oy, o 2 che si hanno in un solido elastico
(si veda la relativa teoria):

1
E
X
= E { ox - V ( o y + o z)}

1
E
y = -E {o y - V (o
X
+ o z) } (9. 5)

e {o z -
1
ez V ( o x + oy)}

dove E è 11 modulo elastico relativo agli sforzi normali e v il co-


siddetto rapporto di Poisson. Il legame fra il modulo E ed il modu-
lo G relativo agli sforzi tangenziali è dato dall'espressione:

E
G= (9.6)
2 (1 + v)

Sommando le (9 . 5) , risulta:

e: + E + e:
1 - 2v
{o + (J + o ) (9 . 7)
X y z E X y z

da cui, risolvendo rispetto a o x ' oy , o z :


1 92

v ( c X +E y +e)Z ·]
1 .,. 2v

+
V (E + _:
y
+e) ] = v(c X +e: y +e) Z ]
X
1 - 2 ,J
z 2G
---"---1---"...-h -=- (9 .8)

V (E
X + e; y
1 - 2v
+e:)
Z ]
= ]
Introducendo la media o= -31 (o
x
+ o
y
+ o
z
) degli sforzi norma-
li nel punto considerato, potremo anche scrivere:

v (o + o + o )
o = 2Gt +o+ 2G x y z 1 (o + o + o }
X X 1 - 2v 3 X y Z

(e analogamente per le e y , e z ) ; e quindi, tenendo conto delle ( 9. 6) ,


(9. 7) :

o
X
2Gc
X
+ o - l3 G (e
X
+ E "j + cz)

o
y
2G c
y + o - 32 G (c x + E:
y
+ c z) (9.9)

o
z
= 2G c
z
+ a - 2
3 G ( E: X + E
y
+ ez)

Se ora, ritornando all'analogia col fluido, identif i chiamo G con


u, le deformazioni un i tarie Ex, E: y, ci con le velocità della defor-
mazione lineare unitaria -.o;J:
av" , -.,-
av- x , ~ avz , gli sforzi o , o , o z con
oy o 2 X y
le pressioni - p
- X
, - 1•>
y
, -p
Z
del fluido in esame, e infine l o sforzo
medio o con la pressione - p che sussisterebbe ne·1 fluido qualora es
so fosse privo di attrito (fluido perfetto}, otteniamo:

av X av
p - p )t = 2 µ ~ - 2
3
\, cv
ÒX X + _J_+
òy ::z)
p - Py
av
2 \J _'i.
ay - 2 µ
3
cvx Cx
+
av
_J_
<l!f
+
avz )
a2 1 ( 9. 1 O)

av x
__ + av
_J_
( <I X ay

Limitandoci ora per semplicità di trattazione al caso d el fZ ui


. . 'l · z d·v av cv
d o '!. nc omp r '!.m1. n e , pe r c u i ~ + ay + az = d i v v = O, essendo p =
1 93

p + p + p
= x l z , otteniamo:

av X
p - Px = 2µ ~

( 9 . 11)

z
av
p - Pz = 2µ ~

espressioni che assieme alle (9 . 4) completano il quadro delle rel~


zioni fra sforzi unitari e velocità di deformaz ione.
Scritte allora le equazioni di equilibrio alla traslazione lun
go i singoli assi coordinati nella forma:

ah ao ;) T

- y6xoy6z - + X ~ 6y6x6z +
asse x
ax àx" 6xcSy6z + ay
at zx dv X
+ 7T" 6z6x6y = p6 x6y6z at
ah ao ~T
asse y - y6x6y6z ay + _.:J_ 6x6y6z + _2:1. (lx6yoz +
ay ax
(9 .12)
a-r dv
+ ~ 6z6x6y
az = p6x6y6z
al-
ah ao z at
- yoxéyoz ai' + __ _L!:.. 6x6y6z
az 6x6y6z + 'ily +
asse z

a, dv
xz
+
---rx 6x6y6z = pox6y6z atz;
sostituendo i valori 11ati dalle (9 . 4) (9.11) e semplificando si r i-
cava:
a 2v 2 2
a ( a 2v _
a v_
y) (a 2v a v)
- ax (p + yh) + 211
~
X + \J ~
y + axay + u ~ + axa : =
dv x
= p
dt
a a 2v 2
( a v
2
a v ) + µ (acx '·
2
v +a2v)
~
- ay (p + yh ) + 2µ + Il ~ -- X =
~+ ayazz ayax
( 9. 13)
p
~
a 2v z 2 ( a 2v a 2v )
a ( a v a 2v )
- ai' (p + yh) + ?. µ
a"z'T +JJ a7+ aza: +µ ~+~ =
dvz
= p
dt
194

ò 2v X i 2 vy
__
ò 2v Z
Se s 1 osserva ce,
h nel 1 a prima, µ ~ + µ axay + µ ~
a (-avx avv avz)
= u -ax ax- + __,_
ay + -az- = O se 11 fluido è incomprimibile, e ana
logamente nella seconda e nella terza, otteniamo infine :

a dv
àx (p + yh ) - p
X
dt + u'i7 2v X

a dvy
ay· (p + yh) = - p
dt +
µ 'i7 2v
y
(9.14)

a dvz
ai (p + yh) = - p dt + µV 2v z

a f
essendo V 2 f =a?+
a f +~l'operatore
2 a f 2
ayz 2
di Laplace.
Queste equazioni, ricavate prima da M.H. NAVIER (1822) e da s.
D. POISSON (1829) in base a considerazioni di mutue azioni fra le
molecole dei fluidi, e più tardi da J-C.B. DE SAINT-VENANT (1843)e
da G.G. STOKES (1845) in base allo schema classico sopra formulato,
sono generalmente denominate equazioni di Navier-Stokes, e regola-
no nel caso più generale la dinamica dei- fluidi viscosi incomprim,!
bili.

9.2. Sipifiuto dimmsionak delle equazioni di Navier Stokcs. Numero di Reynolds


Le equazioni di Navier-Stokes ora ricavate dovrehbero consen-
tire, in linea teorica, di risolvere tutti 1 problemi del moto dei
fluidi reali, cioè tenendo conto della loro viscosità. In pratica
la forma complicata cU queste equazioni alle derivate parziali non
lineari ne rende assai ardua la soluzione, qualora si debba tener
conto di tutti 1 termini in esse contenuti, cio~ quelli dovuti al-
l'inerzia (come nelle equazioni di Eulero), e quellidovutialle r~
sistenze viscose.
E' facile vedere come, ponendo u = O, le equazioni di Navier-
Stokes si identifichino appunto con l e equazioni di Eulero valide
per un fluido ideale non viscoso. Poiché peraltro la condizione di
viscosità nulla non ha significato reale, conviene esaminare sotto
un aspetto più generale quale grado di approssimazione consentano
le possibili semplificazioni delle equazioni suddette.
A questo fine conviene scrivere le equazioni di Navier-Stokes
introducendo in esse grandezze adimensionali. Assumiamo per questo
una lunghezza t ed una velocità v 0 di riferimento, da scegliere co-
me caratteristiche del sistema in esame. Ad esempio, se si voglia
195

studiare 11 moto di un fluido attorno ad una sfera, si sceglierà


opportunamente il diainetro d come lunghezza, e come velocità la ve
l ocità d ' arrivo del fluido indisturbato.
Introduciamo allora, per le singole grandezze che compaio no
nel l a (9.14) , 1 seguenti rapporti adimensionali:
V
x ' = ~t X
t '
t
V '
X Vo t / 110
V
....E.._
y' = 'il... V ' = ...:.t... p' 2
t y Vo
pV O
( 9 . 15 )
V
.! z
z' = t z =
V '
Vo

h' = !!.e.

Otteniamo:

2 11 2
Vo ap ' ah ' V~ av X' o
é) li ' él!I '
X
dli '
p
i élx '
+ y
a?" = - p
T rrr - p
T (
li x' axr X + Vy ayT + v z' az ~) +

uv 0 ( a 2v~ a 2v X' a2v~)


+ rz- ~ + 'a'y1'7+ a"zTZ"

ap ' ah ' av ' và é) V 1


é) V ' av '
p
V~
i ay '
+ y
a?"
• - p
V~
T n+ - p
T ( V '
X ~ + V '
y ay+ + V '
z ~) +

uv 0 ( a' v ' a 2v• 2


a v' )
+ rz- ~ + ~ + ~
1)2
o ap ' ah ' vi av z' vo av z' d!/ I
z a v ~)
p
.t w + y
az'" = - p
T w- p
T ( V~ p + v y' a?" + V '
z: a?" +

µV O ( é) 2v ~ é) 2 V ' él 2v '
+ rz- a?7 + a'y"TT +
z
~)
e d ividendo termine a ter mine per e.!!.i
i

ap ' gR. ah ' av ' é)V ~ av ~ av ; )


ax ' + vi ax ' ay' + -
az-' +
=
- ari - (V ~ ax ' + V ~ V ~

2 2
+
IJ
( a v ~ + a v; a 2v ;)
P .e.v o axTT ayTI + a'zTT
ap ' g .e, ah I av ' ( v ' av •Y av ' ' ) +
_é)!I _Y
+ -2. +
ayT +
~ ayT
=
w X é) X 1
V'
y ay '
V '
z é) z '
( 9 .16)
+ - -
u 2
( a v y' + a v y' + a
2
2v ' )y
pR.Vo ~ ayTT ~
196

ap' gt ah' av' ( av' av• av;)


'az'+v7azi"=
o
at~ - V ~ ~ + V~ ay~ + V~ w +

Nelle equazioni cosl scritte, le grandezze dimensionali delle


equazioni originarie (9.14) sono sostituite da grandezze adimensi2
nal i segnate con apice, e compaiono a fattore dei rapporti pure a-
dimensionali che contengono le grandezze di riferimento e le costa_!!
ti del sistema.
Il primo di tali rapporti,-b =~ , ci è già noto perché equi
0
vale al numero di Froude Fr= /~t (6.1) che caratterizza, nei moti

soggetti alla gravità, l'importanzadeLla forza d'iner zia nei con-


fronti della forza di gravità per 11 sistema considerato.
Il secondo rapporto,_µ_ è l'inverso del numero di Re ynolds :
OVo i

Re (9 .17)

un parametro che, analogamente al numero di Eulero, al nwnero di


Froude ed al numero di Neber, ha il significato di rapporto fra la
forza d 'inerzia ov 2 r 2 ed una particolare forza che caratterizza il
processo dinamico: in questo caso la forza di resistenza viscosa,

F = µV9..
µ

entrambe riferite allo stesso volume .


In termini di similitudine, moti caratterizzati dallo stesso
numero di Reynolds presentano la similitudine dinamica rispetto a.!,
le forze di resistenza viscosa: per essere tali, due distinti pro-
cessi devono soddisfare alla relazione:

p 'V' 9.,' p "v" t"


µ ' µ"
e quindi:
r r À
.....e.....L. = 1 (9. 18)

e nel caso particolare di uno stesso fluido in eguali condizioni di


densità e viscosità ( r ~ 1; r = 1):
p \J

1
rV (9 .18 I)
À

relazione che non è compatibile con la simi l itudine di Froude dei


1 97

moti gravitazionali (6.3).


Si vede ora che la maggiore o minore importanza dei termini di
viscosità ne l le equazioni dì Navìer-Stokes, nei confronti dei ter-
mini di inerzia, è in dipendenza dal valore numerico che il numero
di Reynolds assume. E si possono distinguere d 'Je casi al limite,r_!.
spettivamente per Re-+ .. e per R• -+ O.
Nel primo caso ( Re -+ .. ) tende a zero il secondo termine a de-
1
stra delle equazioni (9.16), che è moltiplicato per Re, m~ntre r~
stano finiti gli altri termini; e quindi si ricade nelle equa-
zioni di Eulero , scritte in veste adimensionale . Pertanto la dina-
mica del fluido perfetto, basata appunto sulle equazioni di Eulero,
è attendibile per quei moti nei quali diviene grandissima la prev~
lenza della forza d ' inerzia sulla resistenza viscosa .
Nel secondo caso invece ( R• -+ O), tende a diventare soverchia!!_
te l'importanza della resistenza v iscosa rispetto all ' inerzia, co-
sicché i primi termini a destra delle equazioni (9 .16) risultano tr~
scurabili rispetto all'ulti mo . Si ottengono cosldelle equazioni in
cui i termini di inerzia scompaiono , e che riscritte in grandezze
dimensionali risul tano le seguenti :

( a2v a 2v X a 2v x )
L (p + yh) = ax2x + ~ + ~
ax I.J

a ( a
2
v a 2v 2
a v }
ay (p + yh) = \J ~ + ~ 11 + ~ ( 9 . 1 9)

a ( a2v z a 2v z a 2v z)
+ yh)
aa (p \J ~ + ~ +àzT"

Queste equazioni reggono i mot i d i le n to scorrimento ("creep-


ing flows") dei fluidi viscosi , caratterizzati dal movimento a re-
ciproco contatto di strati ideali animati da diversa velocità, in
cui si esplicano sforzi tangenziali <i 'attrito, secondo la nota e-
spressione di Newton ( 1 . 1 ) t = 1.1 ii (Y = direzione normale al-
lo scorrimento). Ne discende che , a contatto delle pareti, la vel~
c i tà del fluido deve essere eguale a quell a posseduta dalle pare-
ti stesse (quindi nulla se le p~reti sono fisse); e ciò in quanto,
ove rimanesse un salto finito t.v dì velocità fra il fluido e la p~
rete, ne discenderebbe, per 6y ~ O, uno sforzo tangenziale infini-
tamente grande a contatto della parete stessa, il che è assurdo .
Oltre ai moti di lento scorrimento suddetti, che si presenta-
no solo per bassissimi valori del numero di Reynolds , esiste una
classe importante, que l la dei moti l.aminal"i , che è costituita dal
198

moto r ett il ineo unid irezionale di strati in forma di lamine entro


un condotto di sezione costante; in questa ipotesi le componenti
della velocità sono nulle eccetto l a .componente nella direzione del
moto, la quale a sua volta è costante in ques ta direzione per il c~
rattere uniforme d el moviJllento . Per tale specifico motivo sono nul
li tutti i t ermini di inerzia, anche senza che il numero di Reynolds
r e lativo assuma valori piccolissimi come nei moti di lento scorri-
mento .

9.3. Moti laminari uniformi


9.3 .1. Moto nel tubi
Come importante esempio di moto laminare si c onsideri un tubo
c ilindrico di diame tro d • 2 r 0 11 cui asse coincida con l'asse i,
gli assi y, z essendo
contenuti nel piano di ---t---~~---1- -
una gener ica sez ione . I
;--ic)X 1e+hJ
y
·- - - · - ·-'-
-7 f
6( +hJ

!::,,
-
Poiché il moto è unifo_E
me e per ipotesi le CCJ!!!
P/r
po nenti " ,v sono nul Ply
y z -
le, per cui v x = v, d e lle ,
derivate parziali se- I

conde d e lle equazioni h


( 9. 1 9) si dovranno con
servare solo le ayT,
a 2" - h
2
p3 v che rappresentano
la curvatura del dia-
Fig. 9.3
gramma radiale d elle
velocità, d iagramma che da un valore nullo a lla parete s i porta ad
un massimo (per ragioni di simmetria) sul l'asse.
Pertanto le equazioni (9 .19 ) si sempl ificano c ome segue:

L
ay (p + vh > o (9 . 20)

~
a (p + yh) = o

Le ultime due danno per risultato la distribuzione idrostati-


ca dell e pressioni ne i piani normali a ll ' asse del tubo, com 'era da
199

aspettarsi dato il carattere rettilineo del movimento.


a
Segue anche che ai (p + yh) è costante rispetto ad y, z, cioè
ha lo stesso valore per ciascuna lamina rlel moto.
Della prima equazione esistono varie classi di soluzioni sod-
disfacenti alla condizione v = O per r = r 0 (cioè alla parete); di
esse la pi~ semplice è la seguente:

y 2 + z 2 - rà a (p + yh )
V =
4ii

Se l'inc1inazione dell'asse x è abbastanza piccola, il termi-


ne ;x (~ + h), che rappresenta la cadente piezometrica nella dire-
zione del moto, puO ritenersi eguale e di segno contrario alla pe~
denza piezanetrica i • - ~ (2 + h)
a:J: Y
(x
= proiezione orizzontale);
per cui la precedente può anche essere scritta nella forma:

V • - ri ( z, 2 _ z, 0
2) ( 9. 21)
4 \J

dover è la distanza radiale de l punto a cui compete la generica v


(F i g. 9.3). Si ha il massimo di velocita per r = O in corrisgonde~
za all ' asse del tubo:

V ( 9. 22)
max

Il valore medio de lla velocita V si ottiene considerando l'al


tezza media del solido , avente per base una sezione del tub_<;> , la
cui superficie è costituita dagli estremi dei valori della veloci-
tA va partire dalla suddetta base. Si tratta di un paraboloide di
rivoluzione, di cui la generica sezione assiale è data dalla (9.21),
con un'altezza· media pari alla meta dell'altezza massima (9.22); e
pertanto:
1
11
= 2 vmax (9.23)

Se ne ottiene il valore della portata:

Q = V11r~ (9.24)

E' questa la formula di I.L.M. POISEUILLE, che la ricavo spe-


rimentalmente (1841) indagando il moto dell'acqua nei tubi di pic-
colo diametro (o tubi capiZZari).
200

Il moto nei tubi cilindrici con le caratteristiche di moto 1~


minare esaminate vale sino a numeri di Reynolds riferiti al diame-
tro del tubo, Re= pVd
µ
, da 2000 a 2500; oltre tali valori, come -s2_
rà piQ avanti meglio chiarito, questo tipo di moto non è piQ stabi
le.
Le relazioni (9.21) e seguenti indicano che vi è proporziona-
lità diretta, nel moto laminare, fra la velocità (ed in particola-
re la velocità media V) e la cadente piezometrica.
Oltre che per i tubi circolari, esistono soluzioni per la v =
V
X
, con sviluppi in serie, della prima delle equazioni (9.19) an-
che per tubi di sezione diversa, geometricamente regolari.

Fig .9.4

La Fig. 9.4 dà la distribuzione di velocità (con linee isota-


chie riferite alla velocità massima vmax) perla sezione circolare,
per una sezione triangolare equilatera e per una rettangolare con
rapporto dei lati 1:3,5. Sono anche indicati i valori di To =(:~)0
lungo il contorno, dedotti dal gradiente delle velocità.lungo la no!_
male n al contorno stesso, ed il relativo valore medio 7 0 .
Per sezioni di forma qualsiasi, i metodi già indicati di riso
luzione dell'equazione di Laplace (del rilassamento, § 5.5 e della
trasformazione conforme, § 5.4) oltre che quelli numerici, possono
essere applicati giovandosi dell'introduzione della nuova variabile

V '= V -
a
-
y? + z 2
(p + yh ) ~ - - - - (9. 25)
ax 4µ

che riconduce la prima delle (9.20) alla classica formadiLaplace.

9.3.2. Moto uniforme piano

Altro caso importante è quello del moto unidirezionale unifor


201

me fra due superficie fisse, piane e parallele, spaziate di un pi~


colo spessore b.
Assunti gli assi co-
ordinati x, z come in Fig.
9. S, ed essendo v x e v z = O
le componenti del vettore
velocità dirette secondo
gli assi stessi, le equa-
zioni (9.19) si scrivono
nel seguente modo:

Fig .9.5

;X (p + yh ) = ~ e:> + ::~ ~
( 9.26 )
a
rz <P + yh ) = o

L ' ultima delle (9 . 26) indica che anche qui, lungo la normale
z a ll ' asse del moto, la pressione è distribuita idrostaticamente ,
com'è logico dato l'andamento rettilineo e paral l e l o del moto. Ne
segue che il gradiente f-
ax
(E+
'(
h) (cadente piezometrica nel la di-
rez i one del moto)è indipendente d a z , e qu i ndi costante in tutti i
piani parallel i al l e pareti.
a 2 vx
Poiché la velocit~. v x è uniforme, i l termine ~ è nullo ;
pertanto, integrando rispetto a z la prima delle (9.26), si ottie-
ne :

(9.27)

dove la costante c 1 è nulla perché, per evidenti ragioni di simme-


tria, il massimo (finito) della velocità si ha nel piano mediano,
dove è posta l'origine delle coordinate, e quindi :

av X
az"" = o per z = o

Integrando una seconda volta, si ottiene:


202

(9.28)

Qui la costante C 2 può determinarsi ricordando che,per z = ± b


2 ,
si deve avere vx = O; quindi:

b2 .L
C2 = - 8µ ax (p + yh)

e pertanto:

=
4z 2 - b2 a (9.29)
V
X 8µ ax (p + yh)

Anche qui, come nel caso precedente del moto in un tubO, la


velocità è direttamente proporzionale alla cadente piezometrica
:x (p + yh) nella direzione del moto, che può approssimarsi con - i
se è piccola la sua inclinazione.
La velocità massima (sul piano mediano) vale pertanto, par z =
= O:

V
yi b 2 (9.30)
max Su

e la velocità media può ottenersi immediatamente osservando che,in


base all'andamento parabolico delle velocit~ dato dalla (9 . 29), la
ordinata media del diagramma è 2 la sua altezza, e quindi:
3

V (9.31)

L'equazione precedente può essere applicata anche al moto uni


forme a pelo libero
lungo un piano, incl!
nato dell'angolo a su_!
l'orizzontale; si nota
in questo caso che la
profondità Yo equiva-
le a ! (per essere lu!!
élVx
go l'asse ~=O ,qui!!_
di~= O), e la caden
te piezometrica risul
ta dalla Fig. 9.6:

Fig. 96 :x (~ + h)
ah
:s=-=-
ax sina
203

Pertanto si ottiene, per la velocità media


, YY~
V = 3µ sino (9. 32)

9.3.3. Moto tra uo piano (isao ed uoo mobile parallelo


Trattiamo ora il caso di un piano mobile con velocità va a
breve distanza da un piano fisso ad esso parallelo.
Se consideriamo l'equi-
librio di un elemento fluido z
6z6a (di profondità unitaria
p p+6p
normalmente al piano della fi 6
gura) collocato fra piani o-
rizzontali con facce parall~
J(
le agli assi, si ha immedia-
tamente dalla figura:
Fig. 9. 7

- 6p6z + oTox O

da cui
(9.3 3 )

Se i piani sono incl inati e si deve quindi cons i derare 1-'ef


fetto della gravità,si ha
subito per estensione :

q ( p + x hl = .a.i
ax az
Se, come supposto, il
moto del fluido è indotto
sol tanto dal movimento del
piano mobile con cui esso
è a contatto, non vi sarà
Fig.9.8
gradiente di (p + yh) nel
la direzione x del moto, e quindi sarà anche:

(9.34)

per la prima delle equazioni di Navier-Stokes. SeguecheT=T o sa


rà costante lungo z, e che la distribuzione delle velocità sarà li
neare (Fig . 9.8):
b
2 + z
v =vo--b- (9.35)
204

per cui
av v0
To = 1,1 az = µ T (9. 36)

E' questo il cosiddetto moto di Cou~tte (M . COUETTE, 1890) ,che


viene sfruttato per determinare la viscosità di un fluido, colloca!!_
do questo nell'intercapedine tra due piani, o meglio tra due cili~
dri coassiali. Uno dei cilindri è fatto ruotare a velocità angola-
re costante, all'altro è applicata una bilancia a torsione. Gli ef
fetti della curvatura del moto e dell'accelerazione centripeta co~
plicano leggermente la semplice equazione (9.36), che può applicar
si solo in via approssimativa. E' dimostrato che conviene far ruo-
tare il cilindro esterno (e tener fisso quello interno) per conser
vare più a lungo condizioni di stabilità del moto laminare .
Se ora sovrapponiamo al moto piano un gradiente (p + y h) ,ot *-"
oX -
teniamo dalla (9.29) e dalla (9.35) il moto risultante:

b
2 + z 4z 2 - b 2 a
V = Vo --b- + ---=a-
µ- - ax (p + yh) (9.37)

in cui la velocità ha un massimo


in un punto intermedio fra l'as-
se e la parete mobile, ed un va-
lore medio

v0 b2 a
V == 2 - 12µ 3X (p + yh) (9.38)

La Fig. 9.9 fornisce il di~


gramma del moto sia con gradien-
te positivo che con gradiente n~
gativo di pressione nel senso del Fig . 9.9
moto.

9.4. Moti di lento scorrimento


9.4.1. Moto attorno ad una sfera

Per una sfera di raggio r 0 , investita da una corrente unifor-


205

me par allela d i velocità i ndisturbata v 0 , la soluzione delle equa-


zioni (9.19) è stata fornita da G . G. STOKES (1851). Assumendo l'o-
rigine degli assi nel centro della sfera (F i g. 9.10) e l ' asse x ne_!.
la direzione della corrente, le componenti della velocità ed i va-

2
e~
lori della pressione (per yh = O) risultano dalle seguenti formule:

y - 41-
o
~
e~
l"
rox
Vx = Vo [ ¾---;,--r7 l"
+ ~) + 1]

~
3 l"oX Y
Vy = V o 4 ---;,-- ?
(9.39)
3 r 0xz (r~
vz = Vo 4 -;,- ? 1)
3 IJVorox
p
2 r3 + Po

essendo Po la pressione indisturbata ed r la generica distanza ra-


diale . Su lla superficie della
sfera la pressione risulta:

p=-¾1J~vo+Po (9 . 40)
l" o

con valori massimi e minimi


sull ' asse nei punti anteriore
e posteriore pari , rispetti v~
mente, a :

3 Vo
P 1, 2 = ( 9. 41) Fig 9 . 10
;!: 2 µ ro + Po

S i ricava anche l'andamento dello sforzo tangenziale di attr!


to To sulla superficie della sfera , che presenta il valore massimo
all'equatore, ancora pari a

3 V O
T O max = 2 µ r ( 9. 4 2)
0

Integrando all'in tera superfic i e le forze e l e mentari d i pres-


sione e di attrito che vi insistono, si ottiene il valore del la re
sistenza al moto:

(9.43)

che è nota c ome jormu la di S t oke s . Di questo valore globale due te r


206

zi risultano dall'andamento della pressione ed un terzo dalle for-


ze d'attrito.
La Fig. 9 .1 O fornisce l'andamento delle linee di corrente e la
distribuzione delle velocità nel moto di lento scorrimento attorno
alla sfera, valido per valori del numero di Reynolds R• = 2 evora,
JJ
non superiori ad 1. Si noti la sostanziale differenza rispetto al-
l'andamento del moto irrotazionale {Fig. 5.9), che vale teoricamen
te per Re+ 00 •

9.4.2. Modello analogico di Hele Shaw


L'equazione {9.29) mostra che, nel moto tra due piani, la ve-
locità nella direzione x è eguale alla derivata parziale, nella ri
spettiva direzione, della funzione

4z 2 - b2
~ ~ Su (p + ~h) (9.44)

Qualora il moto tra i piani non avvenga in una prestabilita d_!


rezione, ma abbia andamento a linee di corrente curvilinee determi
nate dall'esistenza di contorni fissi all'interno, il moto stesso
può considerarsi di lento scorrimento solo se le velocità e le al-
tre caratteristiche siano tali da realizzare numeri di Reynolds mol
to bassi, cosicché nelle equazioni di Navier-Stokes sia affatto tra
scurabile, di fronte ai termini di dissipazione viscosa, l' impor-
tanza dei termini di inerzia che, pur nel moto permanente, non so-
no piO nulli in questo caso.
A parte questa cautela, la soluzione ottenuta per il moto la-
minare unidirezionale è ancora valida nel caso presente, applican-
dola peraltro alle due componenti v X , v y , che presenta la velocità
nei vari punti del campo bidimensionale. Se le pareti piane sono o
rizzontali, si ha pertanto il valore medio trasversale di queste
componenti:

V
X

(9.45)
V - -1'2.._ lE.
y 12 µ ay

e si riconosce che esse ammettono un potenziale delle velocità:

(9. 46)

analogamente a quanto si verifica per una corrente di fluido irro-


207

tazionale.
Questa proprietà del moto fra due pareti piane parallele di am
mettere un potenziale delle
velocità viene sfruttata(cQ
me indicato da H.S.HELE-SHAW
nel 1898) per riprodurre sp~
rimentalmente per analogia
(mod ello analogico di Hele-
Shaw) moti irrotazionali pi~
ni entro condotti o at torno
a profili di varia forma,no~
ché moti di filtraz ione bi-
acqua t
dimensionali con prestabil! colorante
ti contorni, che pure ammet
tono (Capitolo 16) un poten
ziale delle velocità; inte-
grando cosl i metodi anali-
r
tici e numerici esposti nel Fig. 9 . I I
Capitolo 5.
L' esperimento (F ig. 9. 11) consiste nell'introdurre, ridotte in
scala opportuna, le sagome dei contorni nello spessore fra due pa-
reti piane molto vicine, e nel far circolare nell 'intercapedine l!
bera un liquido di adatta viscosità (si può impiegare acqua, olio
d i vaselina o simili ) in vi rtll di piccole differenze di l ive llo ma~
te nu te fra l 'ingresso e l'uscita . Se si ha cura di colorare all ' in
gresso alcuni punti del liquido, la traccia colorata seguirà l ' an-
damento di una linea di flusso, e potrà riuscire visibile (e quin-
di essere disegnata o fotografata) se una delle pareti viene rea-
lizzata con materiale trasparente. Queste tracce forniscono una di
retta guida per il tracciamento del reticolato di flusso valido per
i moti a potenziale delle velocità considerati.
Va osservato che nell'immediata prossimità dei contorni, in una
fascia la cui larghezza dipende dallo spessore b entro cui il moto
avviene, si possono riscontrare delle deviazioni dal corretto anda
mento, imputabili all'aderenza ai contorni stessi (velocità nulla)
del moto del fluido viscoso.

9 .4.3. Principi della lubrificazione idrodinamica


Riprendendo in esame il moto fra un piano fisso ed altro mobi
le, segue in base alla (9.38) che, se il moto è uniforme, deve es-
sere costante il gradiente di (p + yh) nella direzione del moto; e
208

che questo gradiente è nullo se il moto~ mantenuto solo dallo SPQ


stamento del piano mobile rispetto al piano fisso (v - vf) .
Pertanto, se consideriamo una porzione di lunghezza finita del
piano mobile, e il moto
del fluido è causato so
lo dal lo spostamento di
questa porzione (Fig.
9.12), restando costan-
te la sua distanza b = b 0
dal piano inferiore, il
Fig.9 .12
gradiente predetto dovrà
essere nullo e pertanto la quota piezometrica dovrà essere costan-
te lungo il condotto, e pari al suo valore agli estremi. Quindi ne,2
sun'altra variazione di pressione può stabilirsi all'internosenon
quella data dal dislivello fra le due estremità. In particolare,se
i due piani sono orizzontali, la stessa pressione ambiente che si
ha agli estremi regna nell'intercapedine, e pertanto nessuna forza
supplementare di sostentamento ne può derivare alla porzione mobi-
le.
Se invece l'intercapedine fra il piano fisso e quello mobile
(pattino) non ha spessore costante, ma si presenta come un cuneo al
largantesi nel verso del moto del pattino (che in Fig. 9 .13 a) è da
destra a sinistra), si dimostra invece che sul pattino viene eser-
citata una forza che deriva da un eccesso di pressione rispetto a
quella ambiente, Po, che è supposto regni agli estremi. Trae da ciò
fondamento la Zubrifiaazione idrodinamiaa, cioè tra supporti auto-
portanti, da non confondersi con quella idrostatiaa, in cui i sup-
porti sono tenuti artificialmente discosti da fluido lubrificante
messo i n pressione dall'esterno.
e
I'"

a} b)

Fig. 9.13

Conviene riguardare il pattino come fisso, e il p iano d'appo~


gio mobile con velocità v 0 verso destra, ciò che si ottiene riferen
209

do il sistema ad assi mobili, solidali col pattino stesso (Fig.


9 . 13 b)).
Il moto nell'intercapedine non può considerarsi laminare, ma
è invece di lento scorrimento, e solo per numeri di Reynolds assai
bassi è possibile applicare gli stessi risultati già ottenuti nel
caso di pareti parallele e senza gradiente della pressione, con una
generalizzazione dell'equazione (9.38) ammissibile in quanto lo spe~
sore b , variabile da b 1 a b 2 l u ngo i l pattino, e la differenza fra
b I e b 2 sono e stremamente piccoli in confronto alla lunghezza del
pattino (la Fig. 9.13 e ssendo deforma t a). Ponendo perciò nell'equ~
zione (9.38):

(9 . 47)

con o: ~ tg o: , si ottie ne, t rascura ndo il t ermine yh r i s pet t o al p r~


ponderante valo r e d el la p ressio ne :

v0 (b 1 - n :c ) 2 ap
v =2 - 1 ?.1J ax (9 . 48)

da c u i la portata (per una profondit~ unitar i a no r malment e al pia-


no de l la figu ra ):

Vo (b J - o:x ) (b l - o:x ) 3 ap
q = ( 9 . 49)
2 1 2lJ ax
Risol t a r ispetto a * , e t enendo c ont o c he , p er ess e re ne l c a
SO in esame p = p (X) f unz i o ne di X s oltant o, *
viene :
= n, la (9.49) d~

dp 6 11v 0 12 µq
( 9. 5 0)
dx (b 1 - o:x) 2 - (b 1 - o:x l 3

Integrando rispetto ad x, si ottiene:

1 2 \Jq
p = cx (b 1 - a x) 2a (b 1 - a x) 2 + e

Se poniamo p Po per x = O, risulta:

e - ~+~+P o
o:b 1 ab f

e quindi la distribuzione della pressione in direzione x è data dal


la :
210

p =Po+ 6µVo [ --1-- - -2._l


b2
(9.51)
o b 1 - ax I

Il valore incognito della portata unitaria q risulta dal por-


re ancorap =p 0 all'altra estremità, cioè per x = .2., Si ha in tal
caso, tenendo conto che b 1 - a .2. = b 2 :

da cui

b 1 b2
q = Vo h1 + h2 (9.52)

Sostituendo nella (9.51), si ottiene dopo alcune trasformazio


ni:

6µv 0 (.2. - x) (b 1 - b 2 ) x
P =Po+ (9.53)
.2.b2 (b1 + b2)

che dJ l'andamento della pressione lungo x (Fig. 9.14 a)), a partl


re dal valore iniziale Po, fino al valore terminale che è ancora Po.
Il massimo p Pmax risulta dalla (9.50), ponendo f = O, ad un'a-
scissa x che è data dalla:

b ax = ~
Vo

e quindi, per essere

(l =

e combinando con la (9.52), dalla:

per cui, in definitiva:

-
X

In concomitanza con~= O, il diagramma delle velocità


sversali ha andamento lineare come in assenza d i gradiente
211

p
Fig. 9.14 b)).

Pma.-Po

a)
I
L_ I

LC ~ ~ ~
~
...I

I: x b)
.I
Fig. 9.14 l .I

Il valore del carico c he puO essere equilibrato dalla forza P


risultante dalle sov rapressioni p - Po c he si manifestano sul pat-
tino risulta (sempre per profondità uni taria) effettuando l' inte-
grazione

P = r: (p - Po ) dx

giovandos i della ( 9.53 ).


Si ottiene (con ca l coli che brevità si omettono ):

p = 1 ) (9 . 55)
+ 1

che mostra come , a parità d'altre grandezze (velocità v 0 di spost~


mento del pattino, l u nghezza t dello stesso , spessore terminale b 2
b
e viscosità del fluido 1J ) la forza P sia funzione del rapporto F;'
(risultan<'lo ovviamente nulla quando b1 = bz) .
Risulta dal porre
dP
(°" =Oche il massimo di P si ha quando
d ?-)
2
2,2, con il valore :
0,16 w 0t 2
p = ( 9. 56)
max
b~
E' importante osservare che, in conformità al diagramma p -p 0 ,
il punto d'applicazione della forza P è spostato rispetto al punto
di mezzo del segmento t.
La teoria precedentemente esposta, dovuta ad o. REYNOLDS (1886),
212

per un appoggio piano di estensione indefinita (e quindi nel campo


bidimensionale) fornisce, almeno qualitativamente, elementi validi
anche nel caso di un pattino di estensione finita, in particolare
per un pattino ruotante attorno ad un asse centrale ( supporto Mi-
chetl). Essa consente altresl un'estensione al caso di un perno cir
colare ruotante entro un supporto lubrificato di raggio r 0 , datala
piccolezza dell'intercapedine media o= r 0 - r rispetto al raggio.
In questo caso, quando il perno è caricato, esso non ruota ce!!
trato rispetto al supporto, ma col centro di rotazione spostato da
O' a O, come in Fig. 9.15, con una p
eccentricità e= 00'. Ne segue che
l'intercapedine~ di spessore b va
riabile secondo la legge

b = e COS,p + o

Si ha quindi nella parte infe


riore, soggetta al carico, un moto
entro un condotto convergente a fo.!:_
ma di cuneo, analogo a quello già
Fig.9.15
esaminato per il supporto piano.~
videntemente la pressione interna p è funzione periodica di ip con
periodo 2n, per cui:

p (O) p (2 n )

La (9. 50) si trasforma pertanto nella seguente (notando che dx


si scrive ora rd~):

..È.E...
rd,p = p6µ <vob - 2q) (9.57)

Con questa estensione della teoria dovuta ad A. SOMMERFELD


(1904) si determina tra l'altro la forza P in funzione dell'eccen-
tricità e, in base alla formula:

P ------~- ---------- ( 9. 58)

da cui risulta confermata la necessità dell'eccentricità del perno


rispetto al supporto al fine di poter ottenere un effetto di sosten
tarnento del carico.
213

10. STRATO LIMITE E SEPARAZIONE DELLA CORRENTE

10.1. Generalità sullo strato lirnit.c


Abbiamo già visto nel precedente Capitolo 9 alcuni esempi di
applicazione delle equazioni di Navier-Stokes a moti puramente v!
scesi, cioè quando (per R• + O) 1 termini di inerzia perdono di 1!!!
portanza risp etto alle forze molecolari di viscosità . D' a l tro can
to, le so luzio ni prima studiate per 1 fluidi p erfetti o irrotazio
nal i (Capitol i 4 e 5 ) corrispondono ovviamente a condizion i in cui
è trascurabile , di fronte ai t ermini di inerzia, l ' importanza dei
termi ni viscosi (cioè ad Re -+ ., ) • Tuttavia in quest ' ultimo caso,
considerando il fl uido reale, risulterebbe un ' anomalia fisica dal
fatto che , a contatto di una parete fissa, l a v e locità abbia unva
lore fini t o (o comunque, se la parete~ in moto, un valore div er-
so dalla velocità di movimento ); fatto f isico su c u i si basa la
trattazione degli esempi di moto viscoso trattati nel Capitolo pr!
cedente.
E ' merito di L . PRANDTL l ' a ve r osservato (1904) che attorno
alla testata di un corpo profilato che avanzi in un mezzo fluido,
l ' andamento del campo di moto per numeri di Reynolds elevati ha c~
rattere irrotaziona le e risulta determinato dalla configurazione
del profilo stesso, salvo in una ristretta zona a contatto, detta
strato Zimite , attraverso il cui spessore si esplica 11 passaggio
della velocità dai valori dettati da l moto irrotazionale esterno
al valore relativo nullo che è necessario assumere alla parete.
Nello strato limite si hanno i caratteri di moto viscoso (lamina-
re) fino a che non vengano o ltrepassati determinati limiti di st~
bilità: parleremo in questo caso di strato limite visco so o Zami -
nare. Oltrepassati questi limiti, il moto di strato limite acqui-
sta il carattere turboZento .
L'osservazione di Prandtl è di grande interesse in guanto av
214

valora i procedimenti di indagine cinematica basati sull'irrotazi2


nalità del movimento (moti a potenziale delle velocità:Capitolo 5),
che devono perciò r itenersi sostanzialmente corretti in tutto 11
campo fluido salvo l'immediata vicinanza della parete. Pertanto si
può assumere l'andamento della velocità del moto irrotazionale co-
me nella Fig. 10.1 , e la relativa distribuzione delle pressioni a!
l'esterno dello strato limite; la curva (a) del moto irrotazionale,
e quella (b) del moto reale, diversificano solo attraverso il sot-
tile strato limite (necessariamente ingrandito nella figura). La
curva (c) è quella del moto viscoso.

- ·-+

Flg.10. 1

Per lo studio del moto stazionario di strato limite laminare


trovano applicazione le equazioni di Navier-Stokes (9.16),nella fo!
ma semplificata proposta dallo stesso Prandtl. Viene ammesso che,
dato 11 piccolo spessore, si possano trascurare le differenze di
pressione in direzione normale alla parete. Sono invece assai con-
siderevoli i gradienti della velocità, che nello strato limite pa~
sa dal valore zero alla parete a quello esterno della corrente in-
disturbata; viene conservato pertanto nella prima delle (9. 16) so-
lo il termine viscoso µ (::~x), se l'asse x coincide con la dire-
zione della parete e l'asse y è ad essa normale.
Nel moto bidimensionale, trascurandosi anche l'effetto dell'e
ventuale curvatura dello strato purché rèlativarnente modesta, l'e-
quazione di PrandtZ si scrive pertanto:
215

av x av
__
x+v
av x
at + ~x ax y ~ (1 O. 1)

dove, per guanto detto, p p(x, t).


Il sistema formato da quest'equazione, unita all'equazione di
continuità:

si presta alla soluzione cosiddetta "esatta" del problema. Nel ca-


so del moto permanente l'applicazione dell'equazione di Bernoulli
sul bordo esterno dello strato limite,p + p ~ = cost , dove v è la
velocità del moto potenziale, fornisce in aggiunta la relazione:

- pV
av
'fx ( 1 O .-2)

10.2; Strato limite laminare lungo una lastra piana


Un caso importante è quello di una lastra piana mol to sottile,
di rilevante lunghezza a partire dal bordo iniziale , che si muova
di moto traslatorio uniforme, con velocitA - v 0 parallela al suo a_;!
se, in un campo indefinito di fluido in quiete. Per semplicità tra!
tiamo il caso bidimensionale, assumendo una larghezza trasversale
unitar ia della lastra.
Questo fenomeno di moto vario può essere reso permanente còi
metodi indicati nella cinematica (Capitolo 3), sovrapponendo nel ve,;:
so contrario una traslazione uniforme con velocità+ v 0 , per cui il
fluido , sempre supposto irrotazionale, investirà con tale velocità
la lastra ferma.
Per le considerazioni svolte nel paragrafo precedente, i l c~
po di moto risulterà praticamente indisturbato dalla presenza del-
la lastra, dato il suo piccolo spessore, salvo nell'immediata vici
nanza della parete per la formazione dello strato limite, che alme
no nella parte iniziale è laminare.
Chiamiamo 6 lo spessore di questo strato, intendendosi conve~
zionalmente con esso quella distanza dalla parete alla quale la ve
locità raggiunge un valore di appena 1'1% inferiore a quello che do
vrebbe aversi nell'ipotesi di irrotazionalità del movimento. Nel
caso in esame, quest'ultimo valore è la stessa velocitàuniformev 0
(vedi Fig. 10 .2) .
216

Poich~ nei punti dove cessa lo strato limite siamo al confine


tra moto laminare e moto irrota-
zionale, in questi punti la for-
za d'attrito viscoso (prevalente
y

-
all'interno dello strato. limite)
e la forza d'inerzia (prevalente
all'esterno) saranno dello stes-
so ordine d i grandezza. La forza
--
--- --- ---- ò
d'inerzia, che già più volte ab-
biamo espresso in termini purame!! Fig 10. 2
t€, dimensionali, Ji scrive qui pa;:_
ticolarmente p 1:.-f per l 'unità di
volume, essendo .e. la distanza di una generica sezione dal bor-
do iniziale. Analogamente, la forza viscosa che si esplica in vir-
tQ del gradiente trasversale ~v della velocità, va assunta ;nella fo.E_
V o oy
ma u -:-7, sempre per l 'unità di volume. Si avrà quindi:
o

da cui

6 '\, .Vr.R
pV o
- e 1r:szr.
V PV o ( 1 O. 3)

dove C è un coefficiente di proporzionalità che la soluzione "e-


satta",fornita da H. BLASIUS (1908), dell' equazione di Prandtl
(1O.1),in cui si pone 2.12.
ax = O per essere v = v 0 = cost, indica u-
guale a 5. Si avrà pertanto, in valori relativi:

,s 5
( 9. ) 1am = 7"Re7 (10;4)

dove Re .t = 7.e.v
P
è un particolare numero di Reynolds, riferito alla
lunghezza della lastra .e. e alla velocità indisturbata v 0 • Dalla
(10.3) si vede che lo spessore o dello strato limite cresce con la
distanza dal bordo iniziale della lastra proporzionalmente a fi. !
noltre il suo spessore relativo f diminuisce secondo ~,cosicché
viene a sparire nel caso teorico di R•.t -> 00 , cioè fluido ideale sen
za attrito.
Si può valutare anche lo sforzo tangenziale TO che l 'attrito
determina sulla lastra , in base alla relazione fondamentale di Ne~
ton To = u(~v)
oy O
(1.1), dove l'indice O indica il valore per y = O.
217

Potendosi ammettere approssimativamente una distribuzione lineare,


anziché parabolica, della velocità nello strato limite, e quindi
porre (lE-)
ay o
" voo e perciò TO " µ ~
o
, se si assume il valore 6 da
to dalla (10.3), si ottiene:

t o " ( 1 O. 5)
5t

Anche qui si possono introdurre valor i adimensionali,divide!!_


do per pV~/2 ed ottenendo nell'espressione:

pv~
to = ca_2_ (1 O. 6)

il valore 0,4 per il coefficiente ZocaZe di resistenza C •


8
La teoria ' esatta ' di Blasius indica il coefficiente di pro-
porzionalità in 0,664, e per tanto:

(10. 7)

L ' intensità dello sforzo diminuisce pertanto con I I a parti-


re dal bordo iniziale, co
me è e vide nte anche dalle
10
modificazioni de i diagréi!!! ,.....
mi del la velocità in rela 5
......
r-....
Ca ...........
zione all 'aume nto di spe~ 3
~~
sore dello stra to limi te,
come illustrate nella Fig .
2
-~ f:.... ,~.
10.2. La Fig. 10.3 forni-
sce i va lor i teorici 'esa t 05
t
ti' di pv ~2 in funz ione
6
di Re 1 , messi a confronto
03
02
con recenti risultati sp~ ••• valori sp•rlmentsfi
I I I I I l Il I
01
rimentali. ,o• ,o• Re=~
t µ,
10•
Sull'intera lunghez-
Fig.10.3
za t , se b è la larghezza
della lastra, si esercita
una forza d'attrito:

F ~ b J:
t 0d t = b J: vp ~ a
2
0,6 64 pvo 1- 1 I 2 dt
-r

che è riconducibile all'espressione generale:


218

pV~
F = CRA - 2- (10.8)

con 11 coefficiente globale d'attrito pari a:

e = 1,328 ( 1 O. 9)
R --
/ Rei

ed A= bi (area della lastra investita).


La distribuzione trasversale della velocità nello strato li-
mite laminare, desunta dalla
1,0
teoria di Blasius e conferma
ta da numerosi dati sperime~ .,V
tali, è esposta nella Fig. I/
1 o. 4. 0.6
/-'-valori
Superato 11 limite d'in - sperimentali Re~ h,os:,. 1. 2sJ 1<15
0.4
stabilit~, il . moto di strato Il
)
limite diviene, come si è det a2
to, turbolento; il che si pr~
ao
I/
senta, nel caso qui in esame,
dopo un certo tratto di moto
o 2 3 4
5 f Ref2 7

laminare a partire dal bordo Fig. 70.4


della lastra. su questo lim!
te, e sulle caratteristiche di velocità e resistenza al moto del-
lo strato l imite turbolento lungo una lastra, verrà trattato nel
successivo Capitolo 11.

10.3. Procedimento di approssimazione per lo studio dello strato limite


La soluzione 'esatta' dell'equazione di Prandtl (10.1) i ncon
tra rilevanti difficoltà matematiche se si vuole applicarla, come
in molti casi è richiesto, a profili di forma generica.
Invero la soluzione della predetta equazione è nota solo per
un limitato numero di casi di moto laminare quello precedenteme~
te trattato dal moto lungo una lastra piana, e quello del moto a!
torno ad un corpo di rotazione simmetrica (cilindro); ed inoltre
per una corrente stazionaria che investa un cuneo di varia apert~
ra o che si muova entro un canale a pareti rettilinee convergenti.
Si hanno pure soluzioni per il moto a valle di una lastra piana di
lunghezza finita, e per un getto piano uscente da una fessura in
un ambiente dello stesso fluido.
Un procedimento, benché approssimativo, che ha possibilità di
applicazione assai più generale, utilizzabile anche per problemi
21 9

di strato limite turbolento, è quello proposto da TH. VON KARMAN


(1912) e basato sul teorema della quantità di moto.
Consideriamo (Fig. 10.5) due piani normali alla parete, di
stanziati tra loro dx, dove lo strato
limite cS = cS (x) è funzione della di- - A,:_ __
stanza cS dal bordo iniziale della la-
stra. d(K)
Esaminiamo quali condizioni dev2
no essere soddisfatte per l'equilibrio
del volume di fluido, di larghezza un.!_
taria, definito dalle due superficie Fìg ,10.5
piane suddette , dalla parete e dalla
superficie avente per traccia nel piano di figura la curva AA '
delimitante lo strato limite e avente quindi in ciascun punto la
distanza cS dalla lastra.
La potata unitaria che attraversa la superficie di traccia
AB sarà:

qAB = J: vxdy

quella che attraversa la superficie d i trac~ ia A'B' sarà:

q A'B' = J: • . dy + lx(!: •.d,) dx


Avendo ipotizzato il fluido incomp~imibiZe , la differenza
di portata:

q AA' • q A'B' - q •• - lx (f: v.d,) dx


attraverserà la superficie di traccia AA'.
Parimenti,per quanto riguarda la quantità d i moto attraver-
so la superficie di traccia AB si avrà un flusso entrante pari à :

e attraverso la superficie di traccia A'B' un flusso uscente pa-


ri a:

Attraverso la superficie di traccia AA', essendola velocità


220

in direzione x pari a quella v del moto irrotazionale indisturba-


to, la portata qAA, determina un flusso di quantitàdimotoparia:

Passiamo ad esaminare le forze esterne agenti sul volume flu.!_


do considerato. Abbiamo già osservato che le pressioni all'inter-
no dello strato limite si possono ritenere uguali in ogni sezione
a quelle esistenti al bordo dello strato limite stesso. Pertanto,

pressione - *
per unità di larghezza, agirà la forza dovuta al gradiente della
dxo ,
genziale alla parete - Todx.
uni tamente a quella dovuta allo sforzo tan

Applicando il teorema della quantità di moto, avremo pertan-


to:

t
0
dx + le.
ax odx =[ J: p +

da cui, semplificando e dividendo per ov 2 dx:

~ O + V
ax T 0
=
d
dx J: (1
V;) v
X
dy =
pv2
(10.10)
dx
d
[ o ( (1 V;)
V
V
X
d ( ;) l
Vogliamo ora applicare questa formula al caso già trattato
della lastra. piana lambita da una corrente (Fig. 10.2). Il gra-
diente di pressione i è nullo e la velocità v pari a quella del
fluido indisturbato v 0 •
Si potrà valutare lo sforzo T O pur di conoscere la legge di
distribuzione della velocità v all'interno dello strato limite;
X
essa sarà una funzione crescente di y , che dovrà soddisfare alle
seguenti cinque condizioni al contorno:
- a contatto della parete (y = O) dovrà aversi:

a 2v_x )
_ = O
V
X
o e
( ay 2 y=O

infatti, per essere anche v y = O, l'equazione di Prandtl (10.1)


221

d a2 v
diviene*= u ay2x = O;
sulla superficie di traccia AA' (y = 6), al fine di assicurare
la continuità della distribuzione delle velocità fra la zona
dello strato limite e quella del moto indisturbato, si dovrà~
vere:
a2v )

X
o e ( ~
ay y- 6
= o

Una legge di distribuzione delle velocità che assicura i l ,r!


spetto d i tutte le predette condizioni al contorno è stata deter
minata da K. PQHLHAUSEN (1921):

( 1 O. 11)

dove 6 • 6 (x) è lo spessore d ello stra to limite all'ascissa x.


Tenuto conto c he lo sforzo t angen z iale s ulla lastra risul-
ta da:
Vo
To = u(:vx)
y y• O
"' 2u
6 ( 1 O. 12)

sostituendo l a (10.11) nella (10.10) e int egrando s i ottiene:

d6 630 _µ_
6 ( 1 O. 1 3)
dX • 37 Pl>o

,,
V DI,,_ I I
da cui, per x ~ t : -r,,ne I I
3

6
( 1 O.14)
.~t
\: ~ >- ·~ -
t ) ~ >--
2 I/
->-- >--·~v ,I
La ( 1 O . 14) è da confrontarsi con la ->--
.,ey ~)I'.
>-->--
v
(10.4); si nota che, pur avendo adottato , /
)

V V
/ I
m
J
una legge di distribuzione delle veloc i tà /
J ,I I/ __,. --'."~9-1
approssimativa, si è ricavato un coeffi- ..,-V ..... ~
ciente che è sufficientemente prossimo a o
quello ricavato da Blasius col procedi.me~
to matematico più rigoroso.
Sostituendo la (10.4) nella (10.12)
si ottiene:

= 0, 686 Pt!~
T Q --
/7r. 2
.e
pure da confrontare con la (10.7). Fig.10 . 6
222

A titolo di esempio applicativo del procedimento approssimatl


vo ora esposto, si riportano nella Fig. 10.6 i profili cosi calco-
lati della velocità v nello strato limite per un profilo di Joukowsky
(vedi § 5.4), quale ottenuto da H. SCHLICHTING (1942), in funzione

di R•t o'=·V~J: 0 , a diverse distanze /


0
del contorno sviluppato t O •

10.4. Imbocco di un tubo in regime laminare


Occorre una certa lunghezza, a partire dall'imbocco, affinché
in un tubo s i stabilisca il regime uniforme laminare rappresentato
dalla formula di Poiseuille (9.21). In effetti, si tratta anche qui
di un problema di strato limite, il cui spessore cresce progressi-
vamente dalla parete
all'interno del tubo,
fino a c he, come mo-
stra la Fig. 10.7, il
nucleo centrale di mo
to irrotazionale si ri

·I duce a zero ed il rno-


to laminare interessa
Fig.10. 7 l'intera sezione del
tubo.
Nel caso di condotti di sezione rettangolare larga, riconduci
bili ad un moto piano, lo sviluppo dello strato l imite su ciascuna
delle due pareti è simile a quello già studiato nel caso del moto
lungo una lastra, con la differenza, peraltro, che la velocità al
l'esterno dello strato limite qui non è costante, ma in progressi-
vo aumento; infatti, supposto nella sezione di imbocco un valore u
niforme della velocità v 0 , la sua diminuzione per effetto di attrito
viscoso nelle zone in cui si sv iluppa lo strato limite deve essere
compensata con un aumento nella zona centrale in cui ancora non si
esplica l'effetto della viscosità.
Un procedimento che estende il metodo applicato da Blasius per
la lastra piana ha condotto H. SCHLICHTING (1934) al risultato che
detta 2b la distanza delle pareti del canale, la lunghezza te a pa~
tire dall'imbocco, in cui si raggiunge la condizione di moto unifor
me, vale:

te
b = 0,08 Re

con 2b V 0
Re essendo v 0 la velocità media nella sezione. LaF ig
~
223

10.8 riporta, in funzione della distanza x dall'imbocco, e del nu-


mero di Reynolds, i valo- ~-o
.,,-
ricalcolati della veloc!
V
~ 0.3
o.· -·
t.! v parallela all ' asse
nei vari punti della sezi2
ne, riferiti alla veloci-
tà v O • Per R• compreso fra
1.2

0.8 \\.
\ '--
O.ti
O]
---
~- ....

2000 e 5000, la lunghezza


0.4
0 ,8
'-
t si estende da 80 a 200
.! .. o.a .__
b
o
volte la larghe zza del ca o 0.04 0.08 .IC I o.rz
nale. b~
Ne l caso del tubo ci Fig.10.8
lindrico, di raggio ro,un
procedimento approssimato dovuto a L . SCHILLER (1922) indica per la
lunghezza d'imbocco

"' 0, 06 Ra

con R• • 2 va ra • Misure di J . NII<URADSE, riportate nellaFig.10 . 9,


IJ 1 p
analoga alla precedente , mostrano però la necessità di una lunghe!
za un po' maggiore per ottenere praticamente la distribuzione delle
ve loc ità del moto di Poiseuill e pienamente sviluppata .

2. o
V
._. ....
~ I. 6
... -
2 ""
,-i--,
a8 \ ---
a4
Qo
QOO 0.04 0.08 a12

Fig.10.9

10.S. Disucco dello strato limite dalla parete


Nel caso studiato nel§ 10.2 di una corrente parallela ad una
lastra piana, il valore della pressione poteva riguardarsi costan-
te nel fluido esterno irrotazionale (moto relativo uniforme), et~
le anche nello strato limite laminare, mancando ogni effetto di cur
vatura: si aveva pertanto, nel senso del moto,~oX
= O. In tale co~-
dizione, come si è visto, lo strato limite aumenta progressivamen-
224

te di spessore lungo la parete; se questa è sufficientemente lunga,


può avvenire che il moto laminare divenga instabile, e degeneri in
moto turbolento, con un accentuato aumento dello spessore e della
resistenza, come si vedrà nel successivo Capitolo 11.
Se invece la corrente segue una parete curva, come quella che

le esterno presenta variazioni del gradiente *


delimita un corpo sagomato immerso nel fluido, il moto irrotaziona
della pressione;ne"i"
caso della Fig. 1 O.1, infatti, a partire dal punto iniziale O di veloci
tà nu l la (ristagno), la pressione dappi::ima diminuisce con :r: (consid~
rata ora come coordinata curvilinea lungo il profilo), quindiaume~
ta, in relazione all'andamento del reticolato di flusso (vedi ad e
sempio il § 4. 5 ) . Nella parte anteriore, con f? < O, la diminuzio
ne della pressione, che si trasmette anche a contatto della parete,
ha tendenza a contrastare l'azione ritardatrice degli sforzi d'at-
trito sulla parete stessa e a ridurre quindi l'aumento dello spes-
sore dello strato limite che essi tendono a determinare. In questa
situazione, dunque, lo strato limite tende a rimanere di piccolo
spessore in adiacenza alla parete. Viceversa nella parte posterio-
re, con¾? > O, l 'aumento della pressione si associa alla resisten-
za viscosa nel diminuire l'energia cinetica dello strato limite,
che è già di per sè scarsa per la ridotta velocità, in confronto a
quella della corrente esterna. Si provoca quindi un ispess imento
per rallentamento e ad un
certo punto addirittura lo
arresto dello strato limi
te; più avanti si verifi-
ca un vero e proprio moto
a ritroso del fluido nel-
la zona prossima alla pa-
rete, mentre i l vivo del-
la corrente si distacca da
questa verso l'esterno,ve
nendo delimitata da una li
nea di corrente (indicata F,g 10.10
con s-s nellaFig. 10.10),
che si diparte con un determinato angolo dalla parete. All'interno,
in queste condizioni, si presenterebbero a contatto il moto diret-
to e quello invertito: questa zona di discontinuità, come osserva-
to nel § 3. 1 O, è però spiccatamente instabile e degenera in una schi~
radi piccoli vortici, che poi si accrescono formando vortici in
grande. A valle del luogo di distacco, pertanto, si stabilisce una
225

zona, cosiddetta di separa8ione deZZa aorrente, dove il moto dege-


nera in formazioni vorticose; nel caso di un corpo solido immerso
in un fluido, la zona separata a valle di esso costituisce la cos i 9.
detta saia vortiaosa (detta anche in taluni casi zona morta) .
Il cosiddetto distaaao deZZo strato limi te trova giustifica-
zione dalla stessa equazione di Prandtl (10.1) che lo governa nel
moto bidimensionale . Poiché è lecito applicare quest'equazione an-
che ad una parete non rettilinea; purché profilata · con curvatura
non troppo spinta, potremo scrivere lungo questa , con vx = vy = O
per y = O:

ap = µ ( a
ay
2~x) y• 0 ( 1 O. 15)

Pertanto, i n prossimi ti della parete, la curvatura del diagr~


ma di distribuzione del l a veloc itl nello strato limite lungo la nor
male è determinata esclusivamente dal locale gradiente della pres-
sione, pari a quello della corrente esterna .
Se questo è negativo (~<O ), cioè la corrente è accelerata,
a2 v
la curvatura è negativa (~ < O), non solo a lla parete, ma anche
nello spessore dello strato limite (fino al punto 8 d ella Fig.
10.1 O) • Nel punto 8, il gradiente .22. della pressione si an
a 2 v :\ ax av
nulla e quindi ( ~ / y• 0 = O; resta ancora ½
posit.tvo alla pa
rete ed ivi si determina un punto di flesso pf. Se piil avanti la cOf.
rente è ritardata (punto C), si ha un g radiente di pressione posi-
2
tivo (2-Ea > O), e quindi alla parete ( :
xav ) "Y y• 0
~x)
> O; poiché rimane
ancora 1-:;--J' > O, il punto di flesso si allontana dalla parete.
\ Qy Y"' 0
Ancora piil avanti, nel punto D , si ha ?
( av ) = O; il punto di f les
oW y•0 -
so si allontana ancora di piil, ed ha inizio il distacco.
Infine, nel punto E , per essere
av
# .
Y"' O
.
< O, i l diagramma pre
senta il punto di flesso ancor piil lontano,àssociato ad un moto di
ritorno (velocitl negativa) lungo la parete. La separazione della
corrente all ' interno della linea a tratteggio dà luogo ad una zona
di flusso invertito (alla parete) e di flusso concorde ( a distan-
za), flusso che non partecipa del moto esterno irrotazionale .
E' evidente l ' effetto della separazione sull ' andamento della
corrente lungo la parete . Il moto irrotazionale esterno non aderi-
sce piil alla parete stessa, ed il regime della pressioni non è piil
quello che tale moto determinerebbe . ll modificato andamento di¾;
alla parete, e il rilevante aumento di spessore dello strato limi-
226

te, tolgono le ragioni di applicabilità dell'equazione dello strato


limite nella zona di separazione.
In un corpo solido immerso in una corrente, poiché il moto è
accelerato nella parte anteriore e ritardato in quella posteriore,
i l distacco si porta tanto più verso valle quanto più il corpo ste~
so è di forma affusolata e slanciata (come lo sono i profili alari);
al limite, lungo una l astra piana, ove sempre*= O, non ha luogo
a l cun distacco.
Poiché per quanto sopra il punto di inizio della separazione
è quello dove, lungo la parete, si verifica la condizione (!~x )yso:=
=O, sarebbe necessaria, per stabilirlo, l'integrazione dell'equa-
zione dello strato limite atta a fornire, nel caso piano, i valori
di v x (x, y) • Nell'esempio della Fig. 1 o. 6 il prof ìlo estremo rapprese!!
tato: è appunto quello che coincide con l'inizio della separazione.
In via approssimativa, tuttavia, la conoscenza dell'andamento
delle pressioni lungo la parete, desunta nell'ipotesi del moto ir-
rotazionale, può fornire indicazione del punto di separazione, col
locandolo all'inizio del tratto lungo c u i * tende ad aumentare. I~
discorso vale, ma con assai maggiori incertezze, anche se lo stra-
to limite è già passato da Z.am i nare a turb o Z.ento. In generale può
dirsi che l'intervento della turbolenza nello strato limite tende
a ritardare il distacco, e qu-indi a portare .più a valle la zona di
separazione della corrente. Il fenomeno non è a tutt'oggi complet~
mente chiarito: le particolarità del contorno, i l valore del nume-
ro di Reynolds, il grado di maggiore o minore turbolenza della co~
rente esterna allo strato limite, sono fa t tori di rilevante impor-
tanza nel rendere lo strato limite turbolento e nello spostare qui_!!
di a valle i l suo punto di distacco dalla parete.

- .. -- -"""3 --::>,
L-
... L.

a)
- ..--...,_....-~.-,
------=- - b)
-
Fìg.10.11

Abbiamo già osservato ( § 5.3) che in un moto irrotazionale le


maggiori velocità corrispondono alle zone dove la parete si incur-
va verso l a direzione della corrente, mentre le minori velocità si
presentano dove la parete si apre allontanandosi dalla corrente (Fig.
227

1 0.1 1 a)). Una corrente in un condotto convergente, che s i a rego-


l armente accelerata anche in prossimità della parete, si comporta
come irrotazionale, con lo strato limite ristretto accosto ad es-
sa; invece una corrente in allargamento e perciò ritardata tende
inevitabilmente a separarsi dalla parete. La Fig . 10.1 1 b) forni-
sce l ' andamento d ' una corrente con separazione in un condotto di-
vergente.
Evidentemente il distacco si localizza nei vertici angolosi,
ove essi sianopresenti nel contorno del moto fluido. Nel § 5 . 3 ab
biamo già rilevato che, se si dovesse tracciare attorno ad essi 11
reticolato di flusso, si troverebbe un addensamento in un sol pu~
to di quadratini di dimensioni infinitesime, con la conseguenza,
fisicamente inaccettabile, di veloc ità locali infinitamente gran-
di. Già teoricamente ~ possibile ricavare una soluzione di moto iE
rotazionale che eviti questa incongruenza: ad esempio per una COE
r e nte bidimensionale che investa trasversalmente una piastra pia-
na, accanto alla soluz ion e che dà un andamento simmetrico delle l.!
nee di corrente (Fig. 10.12 a)) vi è una soluzione , studiata da G.
KIRCHHOFF (1869), c~e presenta a valle una cavit~ estendentesi al-
l ' infinito , in cui l ' aggiramento deibordivieneevitato (Fiq,10.12
b )).

., C)

Fig 10. 12

La cavità viene delimitata da linee di discontinuità che si


staccano dai bordi, lungo le quali si fa l'ipotesi che le pressio-
ni, e quindi le velocit~, siano costanti; essa è pertanto riempita
da f l uido in quiete, avente la stessa pressione del fluido indistur
bato.
In realtà (Fig . 10.12 c)) la linea di discontinuità esiste, ma
228

è assa i l a bile e presto sparisce per effetto d e l l 'agitazione vorti-


cosa; per cui, anzi c hé prolun-
garsi all'infinito, l a zona di
scia prat icamente si r ichiude
a non grande distanza dalla pi~
stra. A seguito delle formaziQ
ni vorticose, la pressione,qu~
si per effetto di risucchio ,
scende alquanto al disotto del
valore de lla corrente ind istUE,
bata, in contrasto con lepre-
visioni dell'accennato schema
t eorico. La Fig.10.13 illustra 0.6 -Q6 -,.o
_!):Psi._
l ' analogo andamento d ella pre~ ~
Fig.10 .13
sione rilevato sperimentalmen-
te a monte e a valle di un disco di raggio r O, confrontato con 1 ' a _!!
damento irrotazionale (a tratteggio) .
I differenti stati di passaggio dal moto irrotazionale alla foE_
mazione vorticosa sono illustrati nella Fig. 1 O.14 per la corrente
che aggira uno spigolo .

Fig. 10. 14 Fig .10.15

Il discorso vale anc he per il moto entro condotti. Un' indica-


zione schematica delle zone di separazione che si for mano in un go-
mito a s pigolo vivo è da ta dalla Fig . 10 . 15.
La Fig. 10 . 16 ra ppresenta una parete (i llimi tata) investita da
un getto fluido (che è il caso trattato nel § 8,2,3), ed è par tico-
larmente istruttiva in quanto mostra le sens ibili d ifferen ze che si
hanno nell'andamento delle linee di correntè, in virtù delle zone di
229

separazione, qualora sia applicato contro corrente, sull'asse di


simmetria, un sottile setto divisorio apparentemente privo di ef-
fetto.

~j

FiQ.10. 16
~
10.6. La zona di scia vorticosa
La presenza di una zona di separazione v orticosa modifica non
solo l'andamento delle velocità, ma anche quello . delle pressioni
della corrente , rispetto alle previsioni teoric he del moto i;rota-
z.ionale. Se la zona di separazione fosse nettamente del imi tata , ed
i suoi limiti rappresentati da ben individuate linee di corren te,
sarebbe possibile riguardare la corrente esterna ancora come irro-
tazionale , e applicando la relativa teor ia dedurre velocità e pre~
sioni, in particolare lungo le anzidette linee di del imitazione . La
pressione all'interno della scia vorticosa corrisponderebbe allora,
salvo la fluttuazione turbolenta dovuta ai vortici, e cioè nella m~
dia, a quella esistente lungo la superficie di delimitazione.
Non è però agevole determinare le linee di corrente di questa
superficie neppure nel caso più semplice in cui esse partano da pu_!!
ti ben definiti, c ioè da angolazioni del contorno. Riprendiamo il
caso della cavità a valle di una piastra investita frontalmente.
Dal punto di vista teorico, recentemente H. ROUSE (1956) ha!
potizzato che l'effetto della piastra possa tradursi nella sovrap-
posizione alla corrente principale di un vortice rotazionale a va!
le della piastra stessa, conformato secondo una linea di demarca-
zione che corrisponde a quella sperimentale. LaFig. 10.17a) ricav~
ta dagli appositi esperimenti, fornisce, fra le altre linee di cor
rente, quella contrassegnata con w= O denotante la demarcazione
del vortice interno. Essa fornisce inoltre in (b) i profili di di-
230

stribuzione trasversale della velocità media v e quelli d ei valori ~

dimens ionali della pressione


(nwnero di Eulero) , che pre-
senta i maggiori abbassamen-
ti (valori negativi) in cor-
rispondenza al l 'asse longit~
dinal e di simmetria. E' pure
segnalato nella linea a-a i l
limite ideale a c ui pratica-
mente si estende l 'agitazio -
ne interna turbolenta.
Quando la zona di sepa-
razione inizia per distacco
dello strato limite lungo un Fig.10.17
profilo curvo angolos o, all e ince.r tezze sull ' andamento delle linee
di delimitazione della zona stessa si aggiungono, come già accenn~
to, quelle relative all'individuazio ne del punto di di stacco . Si~
samini ad esempio il caso di una sf era liscia inve stita da una co~
rente f l uida di velocità indisturbata v 0 • Se il moto fosse irrota
zionale, l ' and amento del la pressione sarebbe quello risul tante dal
carnPo c inematico già studiato n el § 5.2, indicato nel la Fig. 10 . 18
a). L'andamento r eale, rilevato sperimenta l mente, si presenta di-
verso a seconda de l numero di Reynolds R• = PV od della corrente (d
u
è il diametro della sfera) ; per v alor i minori di Re = 2,~ · 10s
all'incirca s i ha l a situazione della Fig. 10 . 18 b), per valori s~
periori quel la della Fig. 10.18 c), e cioè nel primo c aso un 'ampia
zona di separazione con rilevanti depressioni a tergo della sfera,
nel secondo ca so una zona assai pi~ l imitata, con pressioni circa
uguali a quelle d ella corrente ind isturba ta . I n quest'ultimo caso è

1,e : 1..625 -10 1

~
- - .,... J_
-}
__
~ J

~
b) e)
Fig. 10. 18

meno forte il diva rio da lla condizione di moto irrotazionale, come


la rapp resentaz ione del la Fig . 10.19 (di O. FtACHSBART, 1927), met-
te in c hiara evidenza.
231

La spiegazione del
diverso comportamento r!
1. ' / ....
siede nello strato limi- ~ 1--- ' '-l---l---1-----4----"-' --.I.. " , ___ ezi,.., aJ. ,
.,
te, che tende a passare .. lmr-P<: ,,.. ' ' .,
da Zaminare a turboZento 1----1--;>-1--_-- ~-~ - =
~1~ · -c.:.·x~,~ =.c..--..,.._.-_~
_ .-.:J'---t----<
7,......,\-1--~.1.---1=
ancor prima che avvenga ,.,,
/
.I
-1.• /
il distacco dello strato
limite laminare. Colpa~
F,g 10. 19
saggio a turbolento, lo
strato limite diviene se
de di moti di agitazione trasversale, per cui l'azione di trascin~
mento della corrente esterna si accresce rispetto a quanto avviene
nel caso dello strato laminare. Di conseguenza il punto di distac-
co si sposta verso val le: da una posiz ione di poco precedente l'e-
quatore, con lo strato a carattere laminare, ad una posizione piil
avanzata di circa 30" - 40° lungo il meridiano. Si riduce quindi la
zona di scia vorticosa a valle, avvicinandosi di piil al comportarne~
to teorico del moto irrotazionale senza separazione. L. PRANDTL
(1914) dette una dimostrazione sperimentale di questa sp i egazione ,
collocando trasversalmente ad una sfera liscia un anello di filo sot
tile poco avanti l'equatore e riscontrando che giA prima del va-
lore critico sopra citato del numero di Reynolds si modificava,per
la turbolenza artificia lmente p r odotta nello strato limite, la po-
sizione del punto di distacco.
Analogo comportamento presentano in genere i corpi con profi-
latura tozza e con rilevanti variazioni della curvatura . Invece i
profili ben raccordati a monte,
ed allungati nella d irezione
della corrente, come quello de!
la Fig. 10,20 a), determinano
un andamento della corrente che,
per le ragioni esposte, corri-
sponde a quello ciel moto irro-
tazionale quasi per l'intera lu~
ghezza, salvo una limitata zona
di distacco all'estremita. La
proprietà ricordata vale però
solo per 1 'assetto " normale "
ng.10 20 del profilo rispetto alla dire-
zione della corrente; altrime~
ti, se il profilo è inclinato, si forma sul dorso una zona di sep~
232

razione a partire dalla coda, che aumentar:do l'inclinazione tende


a raggiungere la testa s tessa del profilo (Fig. 10.20 b)).

10.7. Distacco alternato dei vortici


Una particolarità di notevole rilievo si manifesta se la cor
rente investe corpi solidi molto allungati, come è tipico il caso
di un cilindro con l'asse ortogonale alla corrente stessa. Si foE
ma un distacco di vortici dai due bordi del profilo, che però non
si manifesta simultaneamente, ma con alternanza dall'unoaltaltro
bordo. Il fenomeno ha particolare evidenza per numeri di Reynolds
Re"" pv 0d (essendo v 0 l a velocita indisturbata, ed ildiametrodel
I.I
cilindro) compresi fra 60 e 5000 circa; per valori inferiori a 60
la scia vorticosa è stabile e laminare, per valori maggiori di 5000
i vortici si mescolano tra loro in una scia turbolenta.
Abbiamo già ricordata nel ~ 3.10 l'analisi teorica della sta
bilità svolta da von Karman per una doppia scia vorticosa.
Il distacco alternato dei vortici con frequenza f, e quindi
la variazione della circolazione attorno al cilindro, inducono u-
na spinta laterale sul cilindro stesso, che si alterna di segno
con la medesima fr equenza . Il numero di Strouhal (3.33) che la ca
fd
ratterizza St · = -·- è in diretta dipendenza dal numero d i Reynolds
Vo
Re, e, come mostra la Fig.
1O.21,può ritenersi costa~ a22·r--.----.~.,...,-- ~ ~~~~- . .~~2.o
..-
te e pari a 0,21 per i ma9. f ' " CR .... ~ •• '~· • CR
ar ._ -.~ _ 1.0
giori valori del numero di 1 •
Reynolds. Si può quindi de O. 18f---+--+-++!.:[_~~lf--+--t-
]H ,' - + --1--<H-+ O

terminare la frequenza de! o. 76,1---+--;-+-.'1-- t ---l,--+,-+,+--+---!--+-++


••• valori sperime~tal/
la vibrazione, nota la vel~ Q141--t--;----f'+ +- t --+-+++--t---!--+-++
cità della corrente e il di~
mentro del cilindro. 10

Il fenomeno cui abbi~ Fig . 10. 21


mo accennato può causare~
na vibrazione forzata di corpi cilindrici esposti ad una corrente
fluida,quali ciminiere, per i scopi di sottomarini ,cavi elettrici, ecc.,
la cui entità diviene rilevante e pericolosa quando i l periodo de!
la vibrazione elastica, e quello del distacco dei vortici , siano
tra loro in risonanza. Quando invece la due frequenze sono diver-
se, va comunque tenuto presente che, in presenza di oscillazioni
del cilindro, la frequenza propria del distacco vorticoso tende a
modificarsi da quella di Strouhal per il cilindro fisso,avvicina~
233

dosi a quella propria del cilindro oscillante.


Analogo fenomeno, sempre applicato a corpi allungati elasti-
camente oscillanti, ma di sezione diversa dalla circolare, induce
a ritenere generalmente instabile la sezione, quando ~asse maggi2
re di figura è trasversale alla direzione della corrente. Tipico
è il caso della sezione ellittica (quale, aun dipresso,quella fo~
mata da un cavo elettrico avvolto da un manicotto di ghiaccio),che
è sostanzialmente instabile perché la velocità dell' oscillazione
laterale dà l uogo ad una velocità risultante leggermente inclina-
ta rispetto a quella della corrente , che accresce la circolazione
del vortice che si separa, ed aumenterebbe quindi continuamente la
entitil dell'oscillazione, se questa fosse libera, I l caso opposto
avviene quando l 'asse maggiore dell 'e llisse è nella direzione del-
la corrente.
Si possono cosi classificare (vedi Fig. 10.22), con partico-
lare riguardo alle strutture in-
vestite dal vento, le loro sezio
ni trasversali come piil o
stabili od addirittura instabili.
me no
-D~~MUO
instabili
Particolarmente interessante è la
a pplicazione agl i impalcati dei
ponti sospesi, specie dopo il ero.!, - (] ~ = ~ ~~
lo per azione del v ento del pon- stabili

te sospeso di Tacoma (Colorado) ,


Fig.10 . 22
avvenuto nel 1940 .

10.8. Modi di influenzare il distacco dello strato limite


La separazione della corrente fluida dalle pareti di guida, e
la fo,rmazione di zone morte e scie vorticose, è causa di turbarne~
to della regolarità del moto, in quanto lo allontana dalle condi-
zioni ideali del fluido irrotazionale. Si segnalano, fra le conse
guenze piil importanti , la modifica del regime delle pressioni e-
sercitate dal fluido sulle pareti, e quindi sui corpi investiti;
l'insorgenza o la modificazione delle forze indotte (vedi Capito-
lo 18); la diffusione della vorticosità della scia nella corrente
esterna, causandovi turbolenza e dissipazione di energia; le per-
turbazioni alternative della velocità e della pressione dovute al
le formazioni vorticose con ripercuss i oni anche sullia stabilità
delle strutture. In generale, pertanto, salvo particolari applic~
zioni, il fenomeno della separazione della corrente deve essere il
234

più possibile evitato o ridotto.


Il mezzo più semplice per influenzare il distacco dello stra-
to limite è quello, peraltro raramente utilizzabile, di muovere di
conserva con la corrente la stessa parete solida, evitando cosi la
differenza di velocità tra le due e quindi addirittura eliminando
lo strato limite. E' questo il caso del cilindro rotante (effetto
Magnus1 vedi§ 8.5) 1 nella zona del profilo dove la velocità peri
ferica dovuta alla rotazione e la velocità relativa della corrente
fluida sono concordi,non si forma lo strato limite; sulropposta ZQ
na, dove sono discordi, la separazione è modesta e si concentra in
un vortice isolato, che rende ragione dello schema matematico bas~
to sulla sovrapposizione al moto irrotazionale della corrente di~
na circolazione (di intensità pari ma di verso contrario a quella
del vortice), che da luogo sul cilindro ad una componente di forza
trasversale.
Si può evitare il distacco dello strato limite, che è causa di
troppo scarsa energia in esso disponibile, infondendogli nuova eneE_
gia. Ciò può essere ottenuto iniettando del fluido attraverso la p~
rete nella zona che precede il distacco (ad esempio insuffl~ndo a-
:c:ia in un profilo alare, con particolari precauzioni per evitare la
produzione di vortici da parte della fessura), o meglio attingendo
energia dalla corrente principale, m~
diante un'aletta applicata nella zona
di alta pressione (come proposta da S.
HANDLEY-PAGE, 1920, Fig. 10.23), che
determina una corrente suppletiva nel
lo spazio che separa l'aletta dal oro
filo alare.
Fig.10. 23 Il mezzo più pratico ed efficace
per impedire il distacco dello strato
limite è però la sua aspira a ione, che si realizza per mezzç> di· stre!_
te fessure praticate sulla parete là dove il moto è ritardato per
effetto dell'aumento di pressione. Anche questo ritrovato si deve
a L. PRANDTL (1904), che lo sperimentò con successo eliminando la
separazione di corrente a valle di un cilindro. Tipiche sono le aE
plicazioni ad un condotto fortemente divergente, e quindi sede su
entrambi i lati di fenomeni di separazione. L'aspirazione dello str~
to limite, realizzata per mezzo di fessure, fa si che la corrente
rimanga aderente alla parete, in condizioni prossime a quelle di un
moto irrotazionale (Fig. 10.24).
Nella pratica aeronautica l'aspirazione dello strato limite
235

sul dorso di un profilo alare


nella sua parte posteriore CO_!!
sente di evitare il distacco,
anche per elevati angoli di i_!!
clinazione del profilo stesso
rispetto alla direzione della
corrente.
E' stata anche applica-
ta l'aspirazione nella fessu-
ra fra l' ala e gli alettoni
(Fig. 10.25), per evitare la s~
par azione della corrente qua_!!
do questl sono abbassati.
Si ha anche il vantaggio,
tramite l'aspirazione, di ma_!!
tenere pi(l a lungo laminare lo
--
~ ---- -- ~-----
strato limite evitandone il '"\ - - -
passaggio a turbolento; ciò che
FiQ.10. 24
rende minore l'attrito sulla
parete.
Può praticarsi un'aspir~
zione tramite fessure discontinue, o in modo praticamente continuo
rendendo porosa l a parete ; al cui studio si presta la trattazione
matematica.
Recentemente è stata studi~
ta l'applicazione dell ' aspira-
zione alla parete anteriore dei
profili alari molto slanciati,
che sono assai sensibili alle
FiQ.10. 25 variazioni dell'assetto divo-
lo; per elevate velocità e qui!!
di grandi numeri di Reynolds bisogna far sl che, nonostante l'aspl
razione, la turbolenza non venga indotta dalla presenza delle fes~
sure.
Un'interessante applicazione idraulica proposta da L. ESCANDE
(1950), al fine di consentire uno sfioro regolare, senza le pertuE
bazioni dovute alla separazione anche su profili sfioranti non CO,!!
formati in modo regolare (vedi § 5.4), consiste nel provocare l'a-
spirazione dello strato limite mediante una fessura praticata tra-
sversalmente al profilo e collegata a fori di scarico con lo
sbocco a quota sufficientemente bassa. La Fig. 10.26 mostra l' ef-
236

Fig.10 . 26

fet to dell'aspirazione in uno stramazzo; il provvedimento può esse


re adottato in altri dispositivi idraulici.
237

11. CARATTERI DEL MOTO TURBOLENTO

11.1. Instabilità del moto laminare e origine della turbolenza


Il moto laminare discusso nel Capitolo 9 si presenta effetti
vamente in un ambito limitato; infatti, non appena gli effetti del
l'inerzia diventano abbastanza importanti in confronto con la re-
sistenza v iscosa , ilmoto di un fluido reale non si svolge più per
strati paralleli, ma assume caratteristiche del tutto diverse. Ta
le passaggio è stato posto in evidenza dalle classiche esperienze
di O. REYNOLDS (1883).
L ' apparato sperimentale
di Reynolds è schematicamen-
te indicato nella Fig. 11 .1.
un serbatoio d'alimentazione
acqua
eroga acqua attraverso un tu
filamento
bo di vetro con imbocco arro
tondato, e con una valvola di
regolazione al termine; allo valvola
imbocco, a ttraverso un appo-
sito beccuccio, del liquido t
colorato può venire inietta- Fig.11.1
to nella corrente.
Quando la valvola è poco aperta, la velocità nel tubo è bas-
sa, ed il moto che in esso si stabilisce è di tipo laminare; ciò
è posto in evidenza dal fatto che il filamento colorato che entra
dal beccuccio mantiene un aspetto stabile e compatto lungo l'asse.
Se si aumenta gradualmente l'apertura della valvola (cioè, se via
via cresce la velocit~ del liquido nel tubo di vetro), ci si ac-
corge che il filamento colorato assume un aspetto sempre più ond~
lato , fino a che il filamento stesso si rompe definitivamente e la
sostanza colorata si diffonde per tutta la massa liquida: le par-
ticelle non si muovono più per traiettorie parallele, ma passano
238

continuamente e tumultuosamente da una zona all ' altra del tubo.


Lo stato critico di passaggio, nel moto uniforme, dal compo~
t.runento di moto laminare a queJJo di moto turbolento dipende dal-
le caratteristiche del liquido (densità P e viscosità -'l..,corrispon
denti alla sua temperatura), dalla velocità media V nella sezione
e dalla dimensione trasversale del condotto (nel caso di un tubo
circolare abbastanza lungo, dal diametro d) . Queste grandezze si
combinano in un parametro adimensionale, che è il già ricordato nu
mero di Re ynotds:

pVd
Re= - - ( 11. 1)
11

nel quale è introdotto 11 diametro d come lunghezza significativa.


Come gi~ detto, esso rappresenta il rapporto fra le forze d'iner-
zia (le quali tendono ad esaltare le perturbazioni del moto) e le
forze viscose {le quali tendono invece a smorzarle).
Numerose esperienze eseguite con fluidi diversi entro tubi di
vario d i ametro e con diversi valori della velocità hanno dimostra
to che, per fluidi newtoniani, finché non si oltrepassa un valore
critico del numero di Reynolds (11.1):

( Re) = 2000 2400


e

qualunque perturbazione nel moto (scuotimento del tubo, apertura


brusca della valvola, ecc}, anche se capace di produrre un momen-
taneo ondeggiamento del filamento colorato, viene sempre smorzata
in un temp~ piQ o meno lungo. In altre parole, l'azione frenante
della viscosità riesce ad avere il sopravvento sul l 'azione pertur-
batrice. Al contrario, se Re > (Re) e, il moto laminare è estrema-
mente instabile e basta una minima perturbazione per far l o passa-
re definitivamente a moto turbolento.
Per spiegare in via intuitiva l'insorgere del moto turbolen-
to, si consideri una discontinuità nella distribuzione delle velQ
cità in un ftu.ido perfetto (Fig. 1 1.2 a)). Se, per qualche motivo,
la linea di corrente attraverso cui avviene la discontinuità subi
sce una piccola deviazione dall'inizia l e andamento rettilineo, si
determina un movimento ondulatorio la cui configurazione, reso il
moto permanente per un osservatore mobile con 1 'onda, è i1'dicata
nella Fig. 11.2 b).La velocità aumenta localmente dove le linee
di corrente tendono ad avvicinarsi (cioè attorno ai vertici) e di
minuisce dove esse tendono a distanziarsi (cioè entro i cavi); la
239

pressione, per la relazione di Bernoulli, varierà in modo contra-


rio.
La differenza di pressione,
che cosi si genera attraverso la
discontinuità, risulta perciò se~
pre tale da esaltare l'ondulazi2
ne iniziale. A un certo punto le
velocità relative attorno ai ver
tici supereranno la velocità di
avanzamento del moto ondoso, co- b)
sicché le ondulazioni ripiegand2
si su se stesse (Fig. 11.2 c)) d~
ranno luogo ad un fenomeno di fra_!!
gimento e la zona di discontinu! C)
tà si svilupperà in una serie di
vortici, come schematizzato nel-
la Fig. 11.2 d).
Se ora si passa a consider~
re un f'lu.ido rea Ze , bisogna tener d)
conto dell ' a zione svolta dalla v! Fig. 11 . 2
scosità. Nei fluidi reali, infa!
ti , non è ammissibile una brusca discontinuità come nel caso esa-
dv
minato, poiché in essi lo sforzo tangenziale ( T = µ Ty > divente-
rebbe infinito . Tuttavia è chiaro che, quanto maggiore è il gra-
dv
diente di velocità Ty , tanto p i il la situazione si avvicina a que,!_
la esaminata sopra .
La tendenza all'instabilità, cioè la tendenza a formare vor-
tici, sarà quindi tanto piil pronunziata quanto maggiore sarà il
gradiente di velocità; a favore dell'instabilità, inoltre, gioch~
rà la densità del fluido, mentre a tale tendenza si opporrà la v!
scosità. Infine, verosimilmente, l'eventuale vicinanza di una pa-
rete fissa costituirà un ostacolo all'esaltarsi della perturbazi2
ne.
Raggruppando i termini p (densità), µ (viscosità), y (dista_!!
za dalla parete) e ~vy (gradiente di velocità), si ottiene un gruE
po adimensionale

x = P(~)y2 (11.2)
µ

il quale denota 1' importanza relativa dei termini che entrano in gi2
240

co nella formazione dei vortici.


Il coefficiente X, proposto da H. ROUSE (1945) con la denom!
nazione di coefficiente d'instabilità, è un particolare numero di
Reynolds inteso ad individuare la regione delmotomaggiormente s~
scettibile alla generazione di vortici. In effetti, se si esamina
la distribuzione di velocita in vicinanza di una parete (Fig .11 .3),
si osserva che x ammette un ma_!
simo ad una certa distanza da
questa (laddove, cioè , tanto y
dv
che ay sono abbastanza eleva-
ti). Questa è la regione nel-
la quale insorgono i vortici
y non appena il valore dix su-
peri un certo valore critico.
Valutazioni eseguite dal ROUSE
Fig.11.3 con differenti condizioni di
parete indicherebbero che il
valore critico di passaggio fra stabilita e instabilita è circa
X= 500 .
La generazione della turbolenza però è un fenomeno assai co~
p l icato, che non può nemmeno ricondursi a trattazioni bidimensio-
nali come il semplice modello ora delineato, in quanto la turbo-
lenza origina e si diffonde da iniziali chiazze isolate sulla pa-
rete, come in realta avviene anche nell'esperienza di Reynolds.

11.2. Sforzi indotti dal moto turbolento


Poiché il moto turbolento è essenzialmente costituito da in-
numerevoli piccoli vortici comunque orientati, è chiaro che, a r!
gore, il moto è sempre vario in quanto, i n ogni punto, la situa-
zione si presenta diversa istante per istante , in dipendenza dal
vortice in transito nelle vicinanze. Tuttavia , se si fa riferirne~
to alla media net tempo delle velocita in quel punto, si può di-
stinguere un moto di base v pari alla media stessa e un moto flu!
tuante v', sovrapposto al moto di base.
Si potranno cosi scrivere le componenti della velocita, ed a~
che correlativamente i valori della pressione, come somma di due
termini (Fig. 11.4):
241

V
X
= VX + t> XI

V = V + v'y ( 11 • 3)
y y

t> I
z + z
V V
z

p p + p' ( 11 • 4)

I valori base sono valori


medi delle grandezze, presi in
un intervallo di tempo T piut-
tosto lungo, sl che la media
V
delle componenti fluttuanti o
pulsanti r i sulti nulla, cosi ad
es . :

V = ,!_T JT V
X X
dt ( 11 • 5) Fig. 11. 4
o

Correlativamente sono nulli i valori medi delle .grandezze flut


tuanti, cosi ad es.:

.!_ [ V ' dt = 0 ( 11 5 I)
o

T X
o

Sebbene, per quanto r i guarda gli aspetti globali del movimen


to, siano di preminente importanza le velocità medie, le compone~
ti flutt uanti non sono peraltro pr i ve di effetto . Esse tendono in
fatti a rendere assai piìl uniforme che nel moto laminare la distr_!
buzione delle velocità, dato 11 continuo trasporto di massa da uno
strato all'altro. Le fluttuazioni di velocità, inoltre, determin~
no l'insorgere di sforzi tangenziaZ.i turboZ.enti che vanno a sovra.e
porsi a quelli viscosi; quando il moto diventa decisamente turbo-
lento, anzi, gli sforzi viscosi sono addirittura trascurabili ri-
spetto a quelli dovuti alle fluttuazioni .
Lo sforzo tangenziale dovuto alle fluttuazioni di velocità
può essere valutato attraverso le seguenti considerazioni.
Assumiamo per semplicità un moto piano, in cui le componenti
v , v della velocità siano parallele agli assi x, y . Se conside-
x y
riamo un elemento di superficie dA normale all'asse y , esso sarà
continuamente attraversato avanti e indietro da piccole quantità
242

di fluido, essendo la portata di massa istantanea che attraversa


la superficie pari evidentemente a ov ' dA . Ciò avviene in concorni-
Y
tanza con una variazione di quantità di moto nella direzione x,r!
spetto alla condizione media <'I.i base, che risulta considerando che
la massa trasportata esaurisce la sua fluttuazione trasversale c~
dendo (se v~ è positivo) o acquistando (se v~ è negativo) la cor
rispondente quantità di moto:

pV'dA(O - v')
y X

(Fig. 11.5). Risulta pertanto, in base al teorema della quantità


di moto, una forza dP'yx = - pv y' v'dA
X
, . da cui, per unità di area dA,
uno sforzo tangenziale:

y
,' = T' = - ov ' v '
v·y yx yx y x

Il'.'
X
Si noti che il segno negati-
dA vo permane sempre perché ad una
fluttuazione per cui v' è posi-
Y
tivo corrisponde una variazione

X
di velocità - v~, e ad una flu!
tuazione per cui v y' è negativo
Fig. 11.5 una variazione di velocità + v X'.
Se ora 11 prodotto delle pul
sazioni di velocità viene mediato nel tempo, si ottiene lo sforzo
tangenziale medio che si esercita sulla superficie:

Txy 1
pV
1
X
V 1
y

Analogamente, se si considera come variazione di quantità di


moto quella dovuta alla stessa fluttuazione v;, risulterà uno sfo.E
zo di pressione:

p' PV I 2
y y

con un valore medio:

P'y = ov'y z

Se al moto turbolento considerato nel piano x, y si associano


nello spazio quelli relativi agli altri piani coordinati, risulta
no complessivamente gli sforzi:
24 3

' =-
t xy pii"7'i','i" ' = - pv y' v'z
t yz -;, = -p v Z' v X' ( 11 • 6)
X y zx

p'X pi,T2
X
p'y = pi,T2
y
p'z = pi,T2
z
(11. 7)

Si fa notare che , se si considerassero le fluttuazioni <lella


vel ocità come fatti puramente casuali e quindi senza reciproca coE_
relazione, non solo i valori medi v',
X v', v'z _ _
y __ delle
___ singole
__ comp2
nenti, ma anche ouelli dei loro prodotti v'v', v'v', v'v' sarebbe
· · xy yz zx -
ro uguali a zero. In realtà una certa correlazione invece esiste,
e questi sforzi dovuti alla turbolenza hanno perciò un valore non
nullo.
Pertanto, i valori complessivi degli sforz i , tenuto conto de!
l 'es istenza di quelli (9 . 4) (9.11) dovuti alla vi scosità molecola-
re , vanno computati come somma degli sforzi viscosi (nella cui e-
spressione vanno introdotti i valor i medi delle velocità), e dei
cosiddetti s forzi addizionaZi (o di Reynolds ) dovuti alla turbolen
za: per cui in luoqo delle (11.6) (11.7) si dovrà scrivere nella di
re zione x e nel piano xy considerato:

av
x + ~
__ av} -
T
xy
= \J
( ay ÒX
{ 11. 8)

av
Px = p - 2\J ~ + pjj°T2 ( 11 . 9)
ax x

e analogamente per le altre dire zioni e 9iani coordinati .


Quando la turbolenza~ pienamente sviluppata , i termini vi sco
si perdono addirittura di i mportanza rispetto a quelli turbole nti,
e questo mostra che, nel moto turbolento, la resistenza varia pro~
simaroente col quadrato de l l a velocità.
Una trasformazione delle equazioni di Navier-Stokes, dovuta
ad O. REYNOLDS (18~4), con l ' introduzione dei valori effettivi del
le grandezze turbolente, mostra come esse mantengano la loro for -
ma purché si applichino i valori medi delle velocità e della pre~
sione , e si aggiungano gli sforzi medi turbolenti. Le equazioni di
Reynolds si scrivono pertanto, per un fluido incomprimibile, nel-
la forma:
2 44

a
ax (p + yh) =- p
dv X
dt + ul7 2 vX - p
[ _av_x_
ax
'2 + ~
a jj"'1'"ij' a jj"'1'"ij'
ay + _ a_z_
X Z ]

a
ay (p + yh) = - p
dv
---1.. +
dt
ul7 2 vy - p
(av'? + av '
___J_2_
'àx
__
y_
'ày
2
+ a
~
y z
jj"'1'"ij' 1 (11.10}

a dv z [av'v' +. aii'i,T av•z_ 2

rz (p + yh) =- p
dt + u11 2 vz - p ~
ax 7y
z + __
az y ]

dove p rappres enta il valore medio del l a pressione .


Anche nell ' equazione di continuità (3. 23) possono i ntrodursi i
valori medi e le componenti flut tuanti della velocità, r isultando-
ne le seguenti due equazioni:

av
__
av
x + ---1.. +
av z
ax ay az o
( 11. 11 )
.:iv•
X
av• av •
z
ax + ---1..
ay + Tz"" = o
L ' applicazione delle equaz i oni de l moto turbolento, d ata la
loro compli cazione, può farsi peraltro solo i n casi particola ri .

11.3. Ipotesi di lavoro fondamentali


Per calcolare in qualche modo gli sforzitangenzialidovuti a!
le component i pulsanti nel le formule di Reynolds (11 . 8) è necess a -
r i o far e qualche ipotesi intorno a qu~
s te ultime . La p i ù semplice e la più y

considerata è quella espressa da L .


PRANDTL (1925) per un campo fluido bi-
dimensionale, i l cui moto di base sia
parallel o all ' asse x, ed abbia una di-
y
stribuzione non uniforme nelle veloci-
tà med ie vx come indicata nella Fig .
11 . 6. X

Consider i amo una particella flui-


da s oggetta a fluttua z ioni di vel ocità Fig. 11 . 6
v', v' nel l e due dire z ioni. Se essa esaurisce il suo movime nto t ra
X y
sversaie in u n percorso d i lunghezza 1, ove parta da un livello in
feriore di velocit?. vx(y - I ), recher~ con sè una quantità d i moto
inferiore a ouella v X
(y) <lel luogo di destinaz ione .
La differenza di velocità sarà data da :

òV
1
X
vX (y) - vX (y - l l
245

Se viceversa la particella parte da un livello superiore di ve


locitA v (y + t ) I la differenza risulta ancora:
X

tiv"
X
v X
(y + tJ -v X
(yJ o: i. t~x) y

Se ora le differenze t:,v; , t.v; vengono riguardate come le istan


tanee fluttuazioni trasversali della velocità nello strato <li livel
lo y, potrà porsi:

jv'j (11.12)
X

La lunghezza t , detta da PRANDTL lunghezza di mesco Za me nto ,si


gnifica qu indi il percorso trasversale che una particella deve com
piere perché la differenza fra la sua velocitA originaria e quella
del livello a cui è destinata sia eguale alla media fluttuazione
della velocitA di base nella direzione x. Vi è qualche analogia tra
questa lunghezza ed il cammino libero medio delle molecole nella
teoria cinetica dei gas, resta ndo pero inteso che nel moto turbo-
lento dei fluidi si tratta di particelle macroscopiche, per quanto
piccole .
L'ipote si va completata con quel la che le v elocitA di fluttu~
zione longitudinali v X' e quelle trasversali v y' abbiano lo stesso or
-
dine di grandezza: essa è in relazione al fatto fisico che l ' inco~
tro o l'allontanamento lungo lo strato di livello y di due parti-
celle provenienti dalla fluttuazione con una differenza <li veloci-
tA 2v~ comporta un moto trasversale dalle due parti dello strato
con velocità v;, in certo modo corrispondente . Si avr~ pertanto:
dv X
lv'y I "" l v'X I "' t ( 11 • 13)
dy

A questo punto conviene riflettere , che nella fluttuazione dal


livello inferiore verso y , quindi con velocitl positiva v;, si ha
"prevalentemente" un valore negativo div:, e che nella fluttuazio
ne dal livello superiore verso y , quindi con velocità negativa v y',
si ha invece "prevalentemente" un valore positivo di v ~. Ne viene
pertanto che per il valore medio v'v'
X y
puO porsi:

~ - l" (11.14)
X y

essendo l" sostanzialmente un coeffic ie nte di cor"'e Zazione delle CO!!!


246

ponenti fluttuanti <'.!ella velocità, òi cui è difficile valutare la


entità ma che è certamente diverso da zero, come già si è precede~
temente osservato.
Se ora il fattore di proporzionalità viene conglobato nel va-
lore non ancora determinato della lunghezza di mescolamento t, po-
tremo scrivere in definitiva:

.e,2 ( a/ )2
av (11.15)

e pertanto risulta,in base alla prima delle (11.6) e alla (11.8):

T
xy

o meglio, se si vuole tener conto che i l segno di T' varia con


dvx Xy
quella di dy , omettendo per semplicità la sopralineatura~

-r ,
xy
= " .e, 2 Idv ! dv
dy
x x
dy
e11 • 1 6 i

E' questa l ' importante formuia di Prandt"L pe-r il calcolo de-


gli sforzi tangenziali nelle correnti turbolente parallele ad una
parete, che presentano una variazione trasversale della velocità di
base dovuta alla presenza della parete stessa.
Confrontando tra lora,nel mota bidimensionale, i due termini
{che possono insieme sussistere) dello sforzo tangenziale dovuto a,!
l'azione molecolare

e di quello d'origine turbolenta, si constata come entrambi dipen-


dano dal gradiente della velocità media {moto di base), sia pure con
leggi diverse.
Si può perciò definire, in analogia col coefficiente di visco
sitA molecolareµ, un coefficiente di vi scosità turbolenta dinami-
ca n, già proposto da J. BOUSSINESQ (1877), tale che la {11.16) r!
sulti scritta nella forma:

ottenendosi per confronto,e per la (11 .13):


247

( 1 1 .17)

Si definisce ancora un coefficiente di viscosità turbo "lenta ai


nematica , analogo al coefficiente di viscosità molecolare v :

(11.18)

Va da s~ che, contrariamente ai veri e propri coefficienti di


viscositൠe v , i coefficienti di viscosità turbolenta~ ed t so-
pra definiti non sono delle grandezze caratteristiche del fluido,
ma variano con l'entità delle pulsazioni e con la distanza dalla P!!_
rete (in quanto, come appare evidente, la lunghezza i ne risente) .

11.4. Turbolenza di parete. Disttibuzionc della velocità


Premesso che la turbolenza si genera, come abbiamo già osser-
vato, in presenza di un gradiente trasversale della velocità, è u-
suale la distinzione fra t urboZe n z a d i par e t e e t urb o Ze nza Zibera.
La prima specie di turbolenza, di cui qui ci occupiamo, si manife-
sta per 11 fatto che avvicinandosi ad una parete 11 moto è necessa
r i amente ritardato (la veloc i tà a contatto è quella della parete):
ivi si ha pertanto una distribuzione trasversale non uniforme del-
la ve locità . La seconda specie di turbolenza si presenta a seguito
di differenze di velocità che trovano origine all'interno del flui
do , come è 11 caso di un getto che penetri entro un ambiente dello
stesso fluido in quiete (vedi § 11.6).
In ogni caso 11 fenomeno è conservat i vo, nel senso che la tur
bolenza risulta dagli stessi sforzi resistenti, e questi a loro vol
ta persistono a causa delle fluttuazioni turbolente.
Consideriamo una pare te tisaia . La sua presenza impedisce il
manifestarsi di fluttuazioni turbolente nelle immediate vicinanze,
cosicché 11 moto resterà necessariamente viscoso in un sottile stra
to 6 ' ,che viene detto comunemente sottostrato Zimile "laminare , om~
glio (secondo J.O. HINZE, 1959), v iscoso, in cui lo sforzo tangen-
ziale dipende solo dalla viscosità molecolare. Qui si può ammette-
re, dato i l piccolo spessore, che la distribuzione della velocità
v x = v x vari linearmente con la distanza dalla parete , e che lo sfo!_
zo tangenziale , xy abbia quindi valore costante 1 0 pari a quello al
la parete, in base alla legge:
248

V
X
µ y (11.19)

essendo y la distanza dalla parete.


Se ora si introduce la grandezza

u. = ( 11 • 20)

omogenea ad una velocità e perciO detta velocità di attrito , la


(11 .19) può scriversi:

V u.
X
y (11.21)
u. \)

u.
Questa legge vale entro il sottostrato viscoso per y - < 5;
V
per cui il suo spessore 6 ' in una parete liscia può ritenersi pari
a:

0 , = 5v (11.22)
u.
u.
Vi è poi una zona di transizione, per 5 < y ~ < 70, incui la
resistenza d'attrito viscosa e quella turbolenta sono di pari im-
u. . .7
portanza. Infine, per y - > 70, la turbolenza è p~enamente sv~~uE
V , ,
pata . Qui L. PRANDTL e Th. VON l<ARP,AN (1926 - 1930) formulano l 'ip2
tesi, per l'applicazione del la ( 11 .16) , che T possa ancora assumer
xy -
si pari al valore 1 0 alla parete, e che la lunghezza di mesco l arne~
to sia proporzionale alla distanza da essa, cioè

( 11 • 23)

si ottiene allora:

( 1 1.24)

cioè

av X
dy

che integrata fornisce:

V
X
( 11 • 25)
u.
249

Valori desu nti sperinentalmente da J . NIKURADSE ( 1932) della


lunghezza di mescola~ento t per
tubi di diametro d (Fig. 11.7)
mostrano che K può mediamente
porsi uguale a 0,40; questo va-
lore risulta confermato da altre
fonti in condizioni assai varie
di turbolenza di parete, e per- 0 .01

ciò la costante stessa ha assun o


o O.I 0.2 a3 0.4 y/d
to 11 noMe di "costante univer-
Fig. 11 . 7
sale". Alla stessa guisa la leg-
ge logaritmica rappresentata dalla ( 11. 25) ?- detta legg e univer>Ba-
Le di distribuzione deZZa v elocità .
Se si estrapola la (11.25) verso la parete , ris ulterebbev =
X
= O per una distanza finita y ' dalla parete stessa , che è abbonda!:)_
temente contenuta entro lo spessore ~ · (1 1.2 2) del sottostrato vi
scoso, se la parete è sufficientemente liscia. Poichè è ragionev 2
le che 11 ', come 6 , sia proporzionale a..:::_ , abbiamo per tJ = O:
U• X

Ci = - 1 ln y ' "' - ln cost


V
(11.2 6 )
I( K u.

1a cui, sostituendo nella (11.2 5) :

V u. y
--25. ln + C2 (11.27)
u. I( V

u y
con appropriato valore della costante; val ida per ~ < 0,15, ~ >

> 30 : 70 . Qui é indica la distanza dalla parete per cui 7 x = vxmax


Per le costanti pu~ porsi K z 0,40 e c2 = 4,9.
Altra ipotesi sulla lunghezza di mescolamento discende da pr~
cedenti cons i derazioni di sinilitud ine di Th. VON KARMAN (1930), e
risulta dall 'espressione:

av X
du
.9. (11.28)
" d2 vX
dy 2
250

Si noti che la duplice integrazione della {11 .16), nella quale,


in luogo della ipotesi di Prandtl {11.23), si introduca quella di
von KArman (11.28), risulta nella forma:

(11.29)

mentre dalla (11.27) si trae:

1 ln IL (11.29')
K O

Il confronto dei valori fornisce un'indiretta conferma della


validità dell'ipotesi di costanza del valore di K.
Il fatto che dalle leggi logaritmiche di distribuzione della
velocità risulti:

( 11. 30)

conferma un precedente ritrovato su basi sperimentali diT. E. STA~


TON (1911) . La differenza vxmax - vx
viene chiamata "difetto della
velocitA" a distanza y dalla parete rispetto al valore massimo; t~
le differenza, per un dato valore dello sforzo tangenziale di par~
te To = pu:, è espressa da un'unica funzione della distanza relati
va dalla parete stessa (Fig. 11.8).
Se ora passiamo alla co~
siderazione di una parete ec~ IO
y
bra, dobbiamo definire altri
d j
parametri in aggiunta a quel- o::
li che definiscono 11 moto tur
bolento per una parete liscia.
Anzitutto occorre intendersi
06
I
I
sulla natura della ecabrezza. o •
In condizioni naturali, essa
è l'effettodiuna varietà ap-
o2
I
parentemente casuale dispor- /
/
genze e rientranze da valutaE -~
si solo con metodi statistici o,,o 16 ,2 8

~ m .. -v.
(F ig. 11 •9 a) ) . u.
A scopo di agevolare lo Fig. 11.8
studio, è stata indagata (da
251

J. NIKURADSE, 1933), con celebri misure sperimentali, una scabrez


za artificiale in sabbia
applicata alla parete dei
tubi.
La "scabrezza in sa~ distnbu.liOne cas.ia/e
bia" di Nikuradse consi-
steva in u n rivestimento
della parete con granelli
~Jea diStribuzione uniforme
<scabrezza in sabbia)
accostati di sabbia natu-
b)
rale, vagliati cosl da~ FiQ. 11 .9
vere diametro e 8 p ratic~
mente costante (Fig.11.9 b)).
Attesi i risultati sperimentali di Nikuradse, si è poi conv~
nuto che ogni scabrezza naturale possa ricondursi ad un'equivale!!
te scabrezza in sabbia , ove essa comporti le stesse condizioni di
moto lungo la parete. Pertanto ad ogni natura di parete puO conve!!
zionalmente appl icarsi una corrispondente misura e 5 della "scabre~
za in sabbia" , che, come risulta dal confronto tra leFig. 11. 9 a)
e b), non riflette una par ticolare proprietà geometrica , ma solo
un comportamento statistico della scabrezza naturale.
La presenza della scabrezza determina la rottura del sotto-
strato viscoso non appena essa raggiunge il suo spessore ( e 8 = 6 ').
Pero solo quando la misura della scabrezza supera abbondantemente
tale spessore, cioè per e 8 > (15 + 25) 6 ', gli effetti sul moto d,!
pendono soltanto dalla scabrezza , e la parete si puO qualificare
come i d rau l i c am e n te sca b r a .
Poiché la legge del "difetto della velocita" (11. 30) è stata
riscontrata valida (Fig. 11. 8' non solo per le pareti lisce ma an
che per quelle scah~e, anche per quest'ultime sarà lecito assume-
Vx
re che il rapporto ii; sia una funzione lo~aritmica, in questo ca-
so del rapporto-:-; fra la distanza dalla parete y e la misura de!
la scabrezza e 5 • E' logico infatti che, in presenza di un effetto
determinante della scabrezza, la costante di integraz ione y ' del-
la (11.26) venga posta proporzionale alla sua misura.

Pertanto alla parete potrà porsi:

V
~
u. rCY) =-
s
(11.31)
252

valida per!< 0,15, u~y > 50 + 100, da confrontarsi con la (11.27) •.


Per le costanti può ancora porsi K ~ 0,40 (Fig. 11.7) e Cj =
= 8,2 per la "scabrezza in sabbia" di Nikuradse.
~--------~ L
Bs
70
60
50
40 40
30 30
Eq_/1131).......__
20 20
10
6. 4
o
- - .E
V,/Vmaw i
Fig. 11.10
La Fig. 11.10 illustra a confronto i profili delle velocità
per pareti lisce e scabre, secondo le leggi indicate.

11.5. Strato limite rurbolento


L'instabilità del moto laminare ed il passaggio a moto turb~
lento trovano particolare applicazione nello strato limite, iecui
particolarità sono state esposte nel Capitolo 1 O per il caso di mo
to laminare. Avviene infatti che dopo un certo tratto iniziale in
cui questo tipo di moto sussiste, possono presentarsi circostanze
che ne determinino l 'instab ilità e quindi l'insorgere della turbo
lenza.
Il caso della Zastra piana lambita da una corrente fluida è
il più semplice e significativo. Ricerche di vari autori hanno mes
so in evidenza un valore critico del numero di ReynoZds , riferito
alla velocità esterna v 0 e alla distanza i dal bordo:

" e/ = 3,5 · 10 5
( Re)
e
:: ( - v )e 1 • 106

al di là del quale lo strato limite diviene tur bo lento . Il passa~


gio è influenzato da varie circostanze, quali la scabrezza della
parete ed il grado di turbolenza proprio della corrente esterna.
La Fig. 11 .11 illustra schematicamen te le modificazioni che
intervengono nello strato limite col passaggio a turbolento; si no
ta un rilevante aumento dello spessore, 6 turb' in confronto a quel-
lo, 5 lam' del mo to laminare, ed una maggiore uniformità della ve-
locità, che mantiene un valore prossimo al valore esterno v 0 sino
253

... ---

6turb.

Fig. 11.17

a breve distanza dalla parete . Di conseguenza è piQ forte che nel


caso laminare il gradiente della velocit~ a contatto della parete,
e quindi aumenta la resistenza
tangenziale d'attrito: secondo
una potenza della velocità pa- 3.0
ri a circa 1,8 5 , mentre era di
1,5 nel c aso laminare, in base
alla (10.5). La Fig. 11.12 mo-
stra a confronto, in coordina-
te adimensionali, distrir•1zio-
ni della velocità del caso la-
Fig. 11.12
minare e di quello turbolento, OO a2 0 .4 0.6 0.8 I.O

val ide per R• t = 500.000. Vx/~m••


Per valutare lo spessore dello strato limite turbolento o turb '
puO per semplicità applicarsi una legge approssimata, che era st~
ta dedotta su basi sperimentali precedentemente a quella logarit-
mica:

vx =( ~ )I
O turb
/7
( 11 . 32)
Vo

e che viene detta "legge delle potenze".


Con un procedimento analogo a quello che ha condotto alla
(10.4) per lo strato limite laminare, si trova, per quello turbo-
lento:

( o) o,377
(11 .33)
I turb = ( Re t) 1/ 5

Ne discendono le seguenti valutazioni (valide per R• i < 10 7 ) per


254

il coefficiente ZocaZe di resistenza nella (10.6):

0,059
ea = (11.34)
( Re ) 1/ 5
.e.

e per il coefficiente gZobaZe nella (10.8), supponendo il moto tur


bolento sin dall'inizio della lastra:

O, 074
eR = (11.35)
( Re,e_) l/5

Dall'applicazione della legge logaritmica si ottiene invece


l'espressione per 11 coefficiente locale e :
a

/ ,
che deve essere adattata ai valori sperimentali. Th. VON KARMAN pr2_
pose la forma seguente:

( 11 • 36)

In queste formule i l numero di Reynolds Re .e, è sempre misura-


to dal bordo iniziale della lastra, trascurando l'esistenza dello
strato limite laminare che si ha all'inizio; perciO esse valgono
per superficie molto estese, dove l'importanza di questo tratto!
niziale è trascurabile.
Altra formula analoga, in cui C3 è espl icito, è quella data
da F. SCHULTZ-GRUNOW (1940):

0,370 (11 • 3 7)
(l0?"10 Re .e_) 2, 58

Per il coefficiente globale di resistenza C R è particolarme~


te adatta, per la sua validità anche per Re molto elevati, la for
mula di R.E. SCHOENHERR (1932):

1 (11.38)
rc;
che considera sempre 11 moto turbolento a partire dal bordo ini-
ziale.
La Fig. 11.13 riporta graficamente i valori di C R tratti da
questa formula, assieme a quelli corrispondenti per lo strato li-
255

mite laminare (10.9).

IO
8 I
........
" r-- rtql11.38,

.
"- I',!'- --
...... t--,
3
f.Eq,f0.9
- ~

I--,~
I• [Eqlrl 3/N

--
2
r-1--,
~
i--
~
'"' 11:fl 107

Fig.11.13
1ò8 9
IOR=~
~ µ,/Q

QUando 11 tratto iniziale laminare non sia trascurabile, bi-


sogna considerarne la presenza fino alla sezione critica R.c· In
questo caso, per la resistenza globale CR, è stata proposta la foE
mula:
0,427
eR • (11.39)
(10910 R•g_ - 0,407) 2 • 64

dove la costante KA ' in dipendenza dal numero di Reynolds ( R• a,l e =


• ~ nella sezione critica, ha i valori guidi seguito forniti:
u/p
Tabella

( R•t>c 3 • 10 5 4 • 10 5 5 • 10 5 6 • 10 5 l • 10 6

KA 1060 1400 1740 2080 3340

Se , in luogo della lastra piana, si considera una parete CUE_


va, come quella diun corpo profilato immerso in una corrente, non
si ha piil ~ - O lungo la parete, ma valori 4.e. < O nella parte ante
d ai dx -
riore e !:!E.d > O in quella posteriore. Sela curvatura non è rilevan
X -
te, le formule per la parete piana sono applicabili anche a quel-
la curva; si sposta però la condizione critica di passaggio dal mo
d -
to laminare a quello turbolent~: per*< O, infatti, (R,t)c può
anche superare 10 6 • I cosiddetti profili alari laminari sono pro-
gettati in modo da sfruttare questa circostanza, spostando il pu~
to di distacco quasi alla coda del profilo. Peraltro, nei profili
con curvatura, il passaggio a turbOlento dello strato limite com-
porta minor tendenza alla separazione, e quindi si riduce a valle
la zona di scia vorticosa.
256

Per la valutazione dalla resistenza di parete di scafi dina


vi, di ali di aeroplani, di pale di turbine ed altro, la conside-
razione della parete scabra ha rilevante importanza. La dimensio-
ne ( trasversale) della scabrezza, che può essere equivalente ad~
na data scabrezza in sabbia es delle esperienze di Nikuradse, va
considerata in relazione allo spessore 6 b dello strato limite,
e tur
dunque con scabrezza relativa ~ . Nel moto lungo la lastra pi~
turb
na, che è il piQ semplice ed il piQ importante da considerare, il
e
r a p p o r t o ~ tende a d iminuire nel verso del moto, col progres-
turb
so dello spessore dello strato limite. Può avvenire pertanto che,
oltrepassata una certa lunghezza, il moto dello strato limite si
inverta da turbolento a laminare.
Assumendo la legge di distribuzione l o garitmica (11 .31), si
ottengono, secondo L . PRANDTL e H. SCHLICHTING (1934), i diagram-
mi dei coefficienti C della resistenza locale e CR di quella glQ
3
bale; quest'ultimo è riprod0tto nella Fig. 11.14 in funzione di
V I I
Re i ,
= .::....o..::..
1, 1 r
assunto come parametro il rapporto -
es
fra la lunghez-
za della piastra e la scabrezza (rapporto che è indipendente dal-
la velocità) . Nel diagramma sono pure tracciate le curve del rap-
t> e
porto ~
:, / p
= cost , il quale è invece indipendente dalla lunghezza
della lastra .

.,o3

,Js
1vT3
.5

0.003

0 .001 ' ---!2----!.--1----'=---!,---4--1,---4-+--2---1-+--2!c-------l.


1oS 106
2 5 ,01 5 ,oe 10 9
Re- voL
- µ/Q
Fig. 71. 14

A destra nella curva a tratto e punto la turbolenza è pienarne.!}


te sviluopata, cioè il coefficiente CR è indipendente dal numero di
Reyno lds , quindi dalla viscosità. In questo campo può anche assu-
257

mersi la formula:

eR ,
= ( 1,89+1,62log 10 _
.t )-25 (11. 40)
e8

con il campo di validità 10 2 < .t < 1 oG.


es
A titolo indicativo, per scafi nuovi di navi può assumersi~
na scabrezza equivalente e 5 = 0,3 mm; per i profili alari si han-
no valori da 0,003 a 0,2 mm.
Nel diagramma del la F ig. 11 . 14 si vede che l evar ie curve i / e s =
cast seguono la curva del la pu:i-ete Liscia ciascuna fino ad un d~
terminato R• i , per poi d !scostarsene per Re .t maggior i. Pertanto,
fino a che non si raggiungono questi valori, non ha pratico sign!
ficato l'eliminazione della scabrezza al fine di ridurre la resi-
stenza d i parete . Una formula approssimativa può v e nir desunta da
q u este valutazioni per stabilire la cosiddetta "scabrezza ammissi-
bile " e amm

e
31!11l
= 1 00 fil
tJO
( 1 1 .4 1 }

in te ndendosi che per e 5 ~ e amm non fa differenza, ai fini della


resistenza , che la parete sia liscia o scabra. Introducendo la lun
ghezza 9- della lastra , la precedente può scriversi anche nella for
ma:

= .i, 1 00 ( 11 . 41 ' )
e amm
Re ~

Si possono così valutare in funzione del numero di Reynolds ,


e cioè per i vari stati operativi, le scabrezze ammissibili dei v~
ri corpi mobili nell'acqua e nell'aria e dei loro modelli .

11.6. Turbolenza libera. Diffusione dei getti


Questa specie di turbolenza si differenzia da quella , g ià e -
sami na ta , di parete, in quanto essa non è occas ionata dall ' insta-
bilità del moto laminare dovuta alla presenza di una paret e , ma si
manifesta all'interno stesso del fluido per l ' instabilità del pr2
cesso di contatto di due correnti di diversa v e locità.
Ne sono esempi, come mostra la Fig. 11 .1 5: (a} , l'allargarne~
to del bordo libero d i un getto piano oltre l a parete; (b), l' u-
sc i ta d i un getto l ibero da u na fessura; (c), la scia a valle di
un corpo immerso in mov imento . Si tratta sempre di fenomeni che a v
258

vengono in presenza di fluido ambiente della stessa natura (acqua


nell'acqua, aria nell'aria).

a)

b)

cl

Fig 11.15

Se il numero di Reynolds è sufficientemente grande,il moto è


instabile ed ha luogo il mescolamento per turbolenza.
In certo modo i problemi della turbolenza lib era sono più f~
cili da trattarsi di quelli di parete, perché la viscosità è do-
vunque del tipo turbolento, mancando il sottostrato viscoso dove es
sa è di natura molecolare. Inoltre, se la diffusione ha luogo en-
tro vaste masse fluide, il processo può riguardarsi avvenire a pre2
sione uniforme, cioè il gradiente della pressione nella direzione
x del moto è nullo.
D'altra parte, anche in questi processi c_s>me in quelli di str~
av
to limite, è forte il gradiente trasversale ~ della componente
"y
della velocità (media locale) nella direzione x, mentre è piccola
la larghezza della zona di mescolamento in confronto alla lunghe~
259

za in cui il fenomeno si sviluppa.


Pertanto, si possono impiegare le equazioni di Navier-Stokes
nella forma data da Reynolds (11.10), portandole ad una forma an~
loga all'equazione di Prandtl per lo strato limite bidimensionale
( 1 O.1) , con la semplificazione ¾;
= O e assumendo il moto permane_!!
te.
L'equazione si scrive, mettendo in evidenza lo sforzo tange~
ziale -r:
dT
(11.42)
P ay

e va associata all'eqllazione di continuità (11 ,11) :

av
x +
__
ax o (11.42')

La circostanza sopra richiamata , per cui la viscosità di or!


gine molecolare è trascurabile, permette di utilizzare la predet-
ta equaz ione introducendovi il solo sforzo tangenziale prodotto
dalla turbolenza, che potrà essere valutato assumendo ipotesi se-
miempir ic he.
Nell ' integrazione dell 'indicato sistema si possono anzitutto
utilizzare delle semplificazioni di base. Nel caso di un getto pi!:!_
no , a seguito del mescolamento turbolento col fluido ambiente , s i
osserva che la larghezza b (x) del getto cresce proporzionalmente
alla distanza x:
( 11 . 43)

perché sempre nuova quantità di fluido ambiente viene con esso tra
scinata.
Analogamente, per il g et t o a i l i nd ri ao di diametro d (x), siha:

(11.43')

Come mostra la Fig. 11.15 b), l'apporto dall'ambiente ester-


no (se esso non è delimitato) avviene in direzione normale al ge!
to fino a qualche distanza da esso. Questo apporto accresce la po!_
tata del getto che si diffonde.
Inoltre, potendosi riguardare p (x) = costante, la quantità di
moto nelle sezioni trasversa l i al getto piano dovrà essereindipe_!!
dente da x:
260

cost (x) (11 . 44)

Si ùllllTlette poi che i successivi profili trasversali della v~


locità vx(x, y) siano tra loro affini , il che significa che qual-
siasi di essi può farsi coincidere con ciascuno degli altri, ove
siano resi adimensionali con l'introduzione di opportune scale di
riduzione per vX
e v •
y
Posto allora

v
x
= v% max (x) f(, ll
b )

dove vXmax (x) è la velocità massima nella sezione avente ascissa


x, potrà scriversi, con k = costante:

e, per le (11.43) (11.44):

vxmax "' -.r; ( 11 • 4 5)

Nel caso del getto citindrico , risulta invece:

(11.45')

Analoghe valutazioni possono farsi nel caso della scia vorti


cosa (Fig. 11 . 15 c)).
Per lo studio della diffusione dei getti uscenti con veloci-
tà Vx 0 trasversalmente uniforme da una luce di larghe zza b O (se
piani) o di diametro da (se c iZindrici), occorre considerare che
la diffusione si manifesta, approssimativamente, in una regio ne d~
limitata, come nella sezione di Fig. 11.16, da due linee rette
(tratteggiate) che si dipartono dal bordo della luce, piegando r!
spettivamente verso l'asse e verso l'esterno. Le prime isolano un
cuneo o cono centrale, òove il moto irrotazionale di velocità vxo
supposto esistente allo sbocco si prolunga indisturbato fino alla
distanza xo . Superata questa zona, il processo di diffusione si e
stende fino all'asse, ed interessa esternamente una regione sem-
pre piQ anpia del campo fluido. Nella figura le linee esterne a
tratto continuo rappresentano i confini òel getto, dove cioè la ve
261

zona di avviamento

)C . .

Xo

)C

Fig . 11 . 16

locità v x scende ad una frazione assai piccola della velocità al


centro. Mentre la zona fi no ad zo è una zona di avviamento , quella
successiva corrisponde al moto turbolento pienamente sviiuppato .
Qui la velocità Vxmax sull 'a sse si r iduce progressivamente rispet-
to al valore
o
vx ,
ed 1 profili si dilatano e si appiattiscono.
La teoria dei fenomeni di turbolenza libera trova una partic2
lare facilitazione da un 'ipotesi di L. PRANDTL (1942),secondo la qu~
le, nella formula (11.18), si pone la fluttuazione trasversale v '
y
proporzionale alla massima differenza delle velocità longitudinali
Vxmax - nella sezione , e la lunghezza di mescolamento propor
Vx min
zionale, nel caso piano, alla larghezza b del getto . Si scrive per
tanto:

- vxm1n. l ( 11. 46)

La (11.16), che per la (11.46) diviene:

T = ok ' b ( V ,c (11 . 47)


·-max

permette quindi di introdurre nell'equazione (11.42), tenendo con-


to che v X = V
max xo e V X • " O, il termine
nnn

nella forma

Analoghe considerazioni valgono pel ge t to cilindrico , con pr_2


porzionalità al diametro d . Per esso, dalla formula corrispondente
alla (11.46), risulta la proprietà che
262

E= k~d v
xo = cost (11.48)

per esse r e V x ' , ....~-l ed "- X .


O
La soluzione per la distribuzione delle velocità nel getto ci
lindrico (J.O. HINZE, 1949) lungo il raggio r:

V
X (11 • 4 9)
vx \1 + Vx max r2]2
max L 8 cx
dove la distanza longitudinale x è misurata dall'origine dei profi
li simili, posta alla distanza 0,6 d 0 (Fig. 11.18) dall'uscita del
getto, collima bene coi risultati sperimentali (H. REICHARDT, 1942,
Fig. 11.17) quando per e si ponga:

( 11 • SO)

Si ha allora:
1)
__x_ 1
( 11 . 51)
v x max

mentre la variazione longitudinale della velocit~ assiale diviene:

V x max
= 6,4 (11.52)
1) X
xo
Dalla (1 1.52 ) risulta c he il getto è pienamente sviluppato per
x = 6, 4 d 0 , quindi ad una dl
stanza dal la l uce (distan-
z a di avviamento) x o=(0 ,6+
+ 6,4) do= 7,0 d 0 •
Dal confronto fra le
(11.50) (11.52) discende il
0.2l----4- - --1---1- -l--+-P-1~,---+-----l
valore costante della visc2
sità cinematica turbolenta: 00 0.04 0.08 0.12 f/X 0 ,16

E = 0,013 d a'vx o ( 11 • 52 I) Fig. 11.17

che si può perciò apprezzare numericamente, anche in confronto ai


valori de lla viscosit~ molecolare propria del flu ido.
263 .

Quanto all ' angolo di diffusione del getto , esso può ricavarsi
ottenendo dalla ( 1 1 . 51) la linea retta lungo cui la velocit~ nella
sezione assume una determinata riduzione rispetto al va l ore assia-
le Vx max.
Ad esempio, a vx/vx max = 0,5 corrisponde un angolo al centro
di 5° per il getto circolare (mentre è di 6,5° per quello piano).
Naturalmente non si può parlare di confini ben precisi , ma, dato il
carattere turbolento e quindi pulsante del moto, di valori medi in
senso statistico. H. ROUSE ( 19 48) indica come "confine nominale del
getto" circolare la linea di apertura 1 : 5. Ad essa, secondo la
( 11.51) corrisponderebbe una riduzione~= 0,08 (Fig. 11.18).
iixmax

7.0do

doI-

2
r
~ 4

6
o 2 4 6 8 ,o 12 ,. 18

Ftg. 11 . 18

Infine, si possono ricavare i valori della portata trascinata


con sè dal getto, integrando i profili delle velocit~ nella zona di
turbolenza sviluppata; si ottiene la semplice relazione :

Q = 8 1TC X

con e dato dalla (11 .52') .


Poiché all ' uscita la portata del getto è

11d~
= -4- vxo

il valore del rapporto Q/Q 0 , crescente con la distanza x, è pari a


X
0,28 do
264

12. MOTO UNIFORME TURBOLENTO NEI TUBI E CANALI

12.1. Distribuzione radiale della velocità nei tubi cilindrici


I l moto di un fluido incom p r imibile nei tub i cilindrici com-
pletamente riemp1:ti (detto anche moto a preos i o ne) , che è perciò
uniforme se indipendente da l tempo, cioè a portata costa n te, si
presenta nelle condizioni più semplici per la valutazione della re
sistenza in regime turbolento, trattandosi di un moto dotato di Si!!!
metria assiale e che ha perciò, evidentenente, eguali caratteri
lungo ogni direzione radiale.
Il fenomeno dell'imbocco (di cu i abbiamo trattato per il mo-
to laminare nel § 10.4) ,mette in eviden za l a formazione lungo l ' i~
volucro (analogamente a quanto si osserva l ungo una lastra) di uno
strato limite anulare, c he è dapprima l aminare ma poi, crescendo
di spessore, diviene turbolento fino ad occupare l'intera sezione
del tubo.
Sulla lunghezza x d el tratto necessario affinché i l moto ac-
1
quisti il carattere turbolento, influiscono notevolmente, oltre
il numero di Reynolds ~iferito al· mo to uniforme avviato),la forma
dell'imbocco, il grado della turbolenza del fluido in precedenza
all'imbocco, la natura della parete del tubo. Le esperienze di J.
NIKURADSE 11 932-33}, peY tubi sia lisci sia scabri con imb o cc o ben
r accordato , danno per l a lunghezza x i il valore relativo xi/d ~ 40,
essendo d il dia metro del tubo. Successive esperienze concordano
su questo dato, a lmeno per q ua nto riguarda il valore della resi-
stenza di parete. Per tu b i con i mboccc a spigolo v ivo si presenta,
nel moto t urbolento , un fenomeno di separazione di corrente, di
cui viene trattato nel Capitolo 13.
La stessa genes i del fenomeno mos tra che, u na volta esaurito
il processo dj avviamento, s i ha nel tubo un moto dì str ato l imite
turh oZento ; per il quale dov r à ancora trovaJ'.'e applicazione una le~
ge di di stribuz ione logaritmica della velocità media puntuale v=
265

= vx nella dire z ione radiale (che corrisponde alla direzione


normale y del caso,già trat t ato,della las tra piana lambita da una
corrente para l lela) . A contatto con la parete del tubo, rimarrà a_!!
cora un sottile strato percorso dal fluido a moto laminare ( sott~
strato limite laminare).
Le misure sperimentali eseguite, in particolare quelle assai
accurate di J. NIJ<URADSE sopra richiamate, portano ad attribuire al
moto turbolento uniforme nei tubi gli stessi caratteri gi.~ messi
in evidenza per lo strato limite turbolento (non uniforme) lungo
una piastra, come espressi dalle (1 1 .27) (11.31) .
Per i tubi aiZindriai Zisai , l'equazione che meglio si adat-
ta ai valori sperimentali è la seguente:

v- u.y
2 5, 7 5 log 10 + 5,5 ( 1 2. 1)
u. V

(y e distanza dalla parete in direzione radiale), valida per tut-


to l'interno del tubo, salvo nel sottostrato limite laminare . Lo
spessore di quest ' ultimo può valutarsi in base al diagramma semi-
logaritmico della Fig. 1 2 .1, che riporta assieme alla (1 2.1) e a
35
/
30
v;
u.
25

20

15 o Re<2. 0 · 1o3
.. Re . 4 .0 . 103
10 • Re• 4.1 , ,oS

5
• Re:2.0 · 106

Fig 12. 1

numerosi punti sperimentali l'andamento lami nar e delle velocità


nel sottostrato limite, in base all ' equazione (11 . 21):

V V u .Y
X X
( 1 2. 2)
u. u. V
266

L'intersezione delle due curve (12.1) (12.2) avviene per


~~ ~ 11,6; poiché quivi y = 6', risulta uno spessore conven-
zionale 6' del sottostrato limite

é '=11,6 v 11,6 V
( 12. 3)

~ u,.

Se ipoteticamente si prolunga l 'andamento della (12.1) all'i~


terno del sottostrato limite,si
trova che la velocità si annul-
lerebbe (H. ROUSE, 1946) ad una
distanza dalla parete (Fig .12. 2)
pari a:

0 I
= 0,108 V
y' = ( 12. 4)

~
107
y
Misure di distribuzione del
l'energia mostrano che effetti-
vamente, a questa distanza dal-
la parete, la produzione di tur Fig. 122
bolenza raggiunge un massimo (J.
LAUFER, 1954 ) .
Anche per i tubi ci 'lindl"ici scab!"i valgono le analogie col mQ_
to turbolento di strato limite lungo la lastra . Pertanto, in base
alla scabl"ezza in sabb ia e 5 di Nikuradse, quando la sua sporgenza
è tale da rompere completamente il moto laminare accanto alla pa-
rete cosi da annullare l'esistenza del relativo sottostrato, vale
la relazione:
V
X
y
e 5 + 8,5
= 5,75 log 10 - (12. 5)
u.

che è rappresentata nella


Fig. 12.3 accanto ai pun-
ti sperimentali di Niku-
• valori sperim radse.
,0 1~ àa15 • 507
151------ --,b~~-----1-----=----=--------l Per questo caso, come
già mostrato dal Rouse per
il tubo liscio, si vede
che la distanza teorica
dalla parete 6' a cui la
5L------ -'----- ---+---------J
, ,o 100 y/es 1000 velocità turbolenta si an
nulla è legata alla dirne~
F;g.12.3
267

sione e 5 della scabrezza dalla relazione

e
s
y' ( 1 2. 6)
30

I limiti di applicazione delle formule (12 .1 ) per i tubi li-


sci e (12 . 5) per i tubi scabri possono porsi approssimativamente
nei seguenti valori (vedi anche§ 11 .4) :

U· e
tubo idraulicamente liscio o ~ ~ ~ 5
V

u. e s
tubo nel campo intermedio 5 ~ ~ 70 ( 12 . 7)
V

u•es
tubo completamente scabro 70 ~
V

Quest'ultima condizione, tenuto conto della (12 . 3) e della


( 1 2. 6) , è equivalente a porre e > 6 6 ' ; ge ne ra lme n te si pone e s >
5
> 1O 6 ' •
L ' esp ressione ge nerale , valida anche per il campo intermedio,
può essere data , in base ai valori sperimentali di J . NIKURADSE
(19 33 ), nella fo r ma:

1) y
_25. = 5 , 75 log IO e + 8 ( 1 2. 8)
u. s

d ove la funzione 8 è data dalla Fig . 1 2 . 4, ed ass ume il valore B =


= 5 , 5 + 5 ,7 5 log 10 ~
V
per il tubo liscio , ed il valore B = 8,5 per
il tubo scabro .
Si osservi che tutt e 11 .--..--,--rr--r--,-....,.--,-,--,---,--,--,--r--,
B
le formule di distribuzio 10

ne logaritmica così r ica- 9 f-:-.IS-'Yf-i~ ~\~..l!lf--


l'111
1., - ,.
+_..
- .-......~-i
vate, pur adattandosi in 8~ -ll'-+<>---+-+--l-1--1¼---+-+--+--+-+-+-l
modo assai soddisfacente
alle misure sper imentali,
presentano il difetto d i 10 100 u. es 1000
dare un valore finito del V
gradiente di velocità dJx
y
Fig. 12.4
per y = ~ 0 , cioè sull'as-
se del tubo, in luogo, come evidente, di un valore nullo. Questa
circostanza è di poco conto e si potrebbe ovviarvi con qualche cor
rezione delle formule stesse, che però le renderebbe i nutilmente
più complicate.
L'andamento della velocità lungo un d iametro nel moto tur bo-
268

lento (tubo liscio) ~ rappresentato nella Fig. 12.5 per due valo-
ri del numero di Reynolds,
e messo a confronto con que!_
lo del moto laminare, aveE.
te la stessa velocità media
V, definita dalla formula
(9. 23).
Si osserva l'andamen-
to motto più prossimo ad un
valore medio uniforme del-
Fig. 12. 5
la distribuzione turbolen-
ta, salvo nell'immediata v.!_
cinanza della parete; e ciò
in conseguenza del trasporto laterale di quantità di moto che è
proprio del fenomeno stesso della turbolenza.

12.2. Sforzi tangenziali


E' opportuno per le applicazioni valutare lo sforzo tangen-
ziale To alla parete in funzione della differenza òh* = 6 y + h)(e.
-~---
_ ---------~ ì~~-----
' della quota piezometr!
ca fra due sezioni del
tubo . Ciò può farsi,in
applicazione del teor~
nI h"2
ma della quantità di m2
to , considerando l 'equ_!
libr io delle forze in
X gioco in un tratto per
corso a moto uniforme
(fig . 12.6).
Si noti che, segueE_
Fig. 12.6
do la prassi consueta,
ed in variante al§ 9.3, viene indicata con t la coordinata corr!
spendente all'asse del tubo, inclinato dell'angolo a rispetto al-
l'orizzontale :x.
Siano p1, P i l e pressioni agenti nelle sezioni 1, 2, di area A,
tra lo-ro distanti t 1 , 2 • La differenza fra le rispettive forze age!!
ti nella direzione dell'asse del tubo (ed applicate nei rispetti-
vi centri di spinta) risulta:
l P1 - P 2) A ~ bp A

A queste forze si aggiunge la componente, nella direzione del


269

l'asse, del peso del volume fluido contenuto, pari a

yA 1 1 , 2 sina

e vi si oppone la forza dovuta allo sforzo tangenziale t


O
agente
lungo l'involucro, che vale:

essendo a il perimetro della sezione .


E pertanto, per essere nelle due sezioni uguali le velocità
e quindi le quantità di moto, ris ulta:

ApA + YA t I , 2 sin a - t O e t I , 2 0

Poiché

s ina = .2!:!....
t I ,2

dove t:.h-= h 1 - h 2 è la diff erenza di quota delle due sezioni consi


derate, risulta sostituendo e s e mplificando:

cioè, i nt roducendo la quota piezometrica h •:

òh • A
10 .. Y~ c ( 1 2 . 9)

Si noti che, qualora i l tubo s ia poco inclinato rispetto al-


l'orizzontale, la lunghezza l tende a confondersi con la sua pro-
iezione x (vedi anche§ 9,3):

dove i è l'inclinazione della li n ea piezometrica, detta anche c a-


dente piezometrica . In questo caso può scriversi:

(12.10)

re
da cui, essendo per i tubi di sezione circolare A =2
a

( 1 2 . 11 )
270

L'approssimazione indicata può farsi valere fino ad angoli di


inclinazione a= 10°: la differenza fra t 1 , 2 e x 1 , 2 è ancora inf~
riore all'H.
Se si ripetono le considerazioni precedenti applicandole ad
un volume fluido contenuto in un ci l indro di raggio generico r non
coincidente con il raggio Po del tubo, l'equilibrio delle forze r1;
chiede la presenza di uno sforzo tangenziale T lungo la superfi-
cie laterale di raggio r, analogo a quello T O che si manifesta lun
go l'involucro. In luogo della (12. 1 0) risulter~ pertanto:

cioè lo sforzo tangenziale è nullo sull 'asse del cil indro (r = O)


e cresce linearmente verso la parete fino al valore massimo Tn . Si
può scrivere,pertanto:

y \
To ) (12.12)

in cui y = (r 0 - r) è la d istanza dalla parete del tubo.


Lo sforzo tangenziale cosi valutato (Fiq. 12.7) è la somma
dello sforzo d'origine turbolenta e di quello d'origine viscosa
(§ 11.3). Nel moto laminare solo il secondo è presente, mentre
nel moto t u rbolento è predominante il primo, diventando la parte
viscosa (confinata nel sottostrato limite) sempremeno importante
coll'aumentare del numero di Reynolds.

laminare I
sforzo
rurbolento tangenziale
_ totale

Fig. 12. 7

12.3. Velocità media nei tubi. Resistenza al moto


Le espressioni (12.1) (12.5) della distribuzione della velo-
cit3 consentono di determinare la veZo~i t à media V nell'intera se
271

zione circolare attraverso la valutazione della portata Q. Suddi-


visa infatti l'area in elementi costituiti dalle corone circolari
di spessore infinitesimo dr (Fig. 12.7), posta ciascuna ad una di
stanza r dall'asse, la portata elementare che l'attraversa sarà:

dQ = Vx (r) 2 ,rr dr

essendo vx<r> data dalle distribuzioni predette. Posto r = r 0 - y


e quindi essendo dr= - dy, sostituendo ed integrando fra O ed r 0
si ottiene:
u0 r 0
Q nr ~ u 0 (5,75 10910
V
+ 1, 75) (tubo liscio)
l" o
Q = ,rr~ u . [5,75 logia - + 4,75 ) (tubo scabro)
es

Risulta quindi la velocità media V = _g__


nr~
V
- - ,. 5, 7 5 log 10
ff
\J--:
ra
po l"\)o + 1,75 (tubo liscio ) ( 1 2. 13)

V r o
= 5 , 7 5 log 10 + 4, 75 (tubo scabro.) ( 1 2 • 13 I)
{1: es

Se ora s i calcola la differenza (v - V) fra la velocità media


X
vx puntuale alla d i stanza y e la velocità media V nell'intera se-
zione, si ottiene, nei due casi di tubi liscio e scabro, la stes-
sa espressione:
V X - V y
5, 7 5 log IO + 3, 7 5 (12.14)
Ip~ ro

essendo, inoltre:

vx max - V
= 3,75 ( 12 .1 4 I)
~
Le (12.14) (12.14 ') stanno ad indicare, in armonia con quanto
espresso dalla legge del "difetto della velocità" (11.30), che, se
ci si riferisce alla velocità media v , la distribuzione delle ve-
locità nel moto turbolento ha la stessa forma per i tubi lisci e
scabri: tale forma, cioè, è indipendente da quello che accade vi-
cino alla parete.
Conviene ora esprimere lo sforzo tangenziale alla parete , 0 ,
272

e di conseguenza la velocità d'attrito u., in funzione della velo


cità media V, analogamente a quanto già indicato per lo sforzo tan
genziale nel moto parallelo ad una parete piana, dove il riferi-
mento era fatto alla velocità della corrente esterna v 0 • Si potrà
porre cioè:

( 12. 15)

dove il coefficiente i sta in luogo del coefficiente C 8 della for


mula (10.6). La (12.15) discende anche da considerazioni di omog~
neità dimensionale.
Sostituendo la (12.9), si ottiene (d = 2ro):

t.h · f v2
(12.16)
~ = J 2g

che può scriversi anche (t 1 , 2 = x 1 , 2 /cosa, Fig . 12.6):

= i = f _ _v_z__
(12.16')
d 2g cosa

Quando il tubo sia poco inclinato (cosa~ 1), si ottiene:

i = ~ ~; ( 12. 17)

che è la formula di Darcy-Weisbach, dal nome degli autori (vedi


più avanti) che ne idearono la struttura.
Il coefficiente f (talvolta indicato nella letterarura con À)
è detto numero di re s i s tenza ; come risulta da c o nsiderazioni di-
mensionali, esso è funzione, per un fluido incomprimibile, del nu
mero di Reynolds del tubo Re= p~d e della scabrezza relativa ed-
Ciò è confermato dagli esperimenti di NIKURADSE più volte citati,
che danno i valori del coefficiente f in funzione di Re riportati
in un grafico logaritmico (Fig. 12. 8) . Per va lor i costanti del ra.e
porto di scabrezza relativa~, i punti si dispongono lungo curve
es
che si dipartono "a ginocchio" da una curva a cui inizialmente si
sovrappongono, e che risulta essere rappresentativa del tubo "li-
scio". La figura, per la caratteristica forma, è stata da taluno
chiamata "arpa di Nikuradse" .
Interpretano bene questo andamento le seguenti espressioni
(dette fo rmu le di Prandtl-- vo n Karm a n ), che discendono dal sostituì
re { f a ~ nelle (12.13) (12.13') con qualche adattamento nume
rico:
27 3

0 . 10- -- - - - - -- - - - - - - . . . - -- - -- ,
t 0.09J.._...J..-L-------~-----+-- - - - ---1
0.08-l----l......i-- -- - - - 1 - - - - - -- + - - - - - - - i
O.OlJ.._-..$1.------ -+------------1--------1
o.06:~---fir-------1--___,,,,_____ ~ - ........- . -...

o. 051-- -----...-..-:..1f-.-..
-~C:::....~----C.:-l---- -- -~ . -...-!'11-....- ....- ....- ..-..,--:-~-~-À--t-,
o.04t---t--:r---.11~~~.,a...--~:l:;:;;:;:::~;;a~:;J

/03 10 4 ,os Re

FIQ.12.8

1
q - 2 10910 Re 11 - 0,8 (tubo lisc io) ( 12. 18)

1
lf - 2 109 10 ~ + 1, 7 4
es
(tubo scabro) ( 1 2 .18 I)

Il comportamento del t u bo iiscio risulta in particolare dal-


la Fi9. 12.8, dove accanto ai punti sperimentali è indicato l'an-
d amento della (12. 18), assieme a quello del moto laminare (fino a
R• = 2000 circa) e ad una zona di transizione. Fino ad R• = 1 os v~
le anche per il tubo liscio la pi~ semplice formula di H. BLASIUS
( 1 911) :

f = 0,3164 (12.19)
Re O , 2 5

Il moto laminare risulta dall'espressione :

f = H
Re
(12.20)

che si ottiene per confronto coll'espressione (12. 1 7) della formu


la di Poiseuille (9 . 23).
Come si vede, il coefficiente di resistenza f dipende solo
da l numero di Reynolds pei tubi lisci, mentre dipende solo dalla
s c abrezza relativa (cioè è del tutto indipendente dalla viscos i tà)
pei tubi scabri; e questo fatto caratteriz z a i n modo netto la di-
stinzione fra le due condizioni idrauliche del movimento .
274

C'è tuttavia da osservare che uno stesso tubo puO essere coE
siderato scabro o liscio, a seconda della portata convogliata. In
effetti, la qualifica di tubo scabro dipende dallo spessore e 8 de,!
le asperità in sabbia, in confronto con lo spessore 6' del sotto
strato limite viscoso:

6' =

fornito dalla (12.3).


Sostituendo in quest'ultima il valore di IT 0 /p espresso dalla
(12.15), si ottiene:

65, 6 ro (12.21)
Re /'f
2 r V
essendo sempre A• = =--..:..o.:.
V
Si conclude perciò che· lo spessore del sottostrato limi te vi
scoso, e quindi la qualifica di tubo liscio o scabro, dipende dal
numero di Reynolds. In altre parole, uno stesso tubo potrà compo!
tarsi come lisci? quando convogli una bassa portata ( Re piccolo,
cioè 6' grande), mentre si comporterà come scabro per portate su-
periori.
Dalle esperienze, e in particolare da quelle citate di NIKU-
RADSE, emerge che nel diagramma le rette rappresentative delle
(12 . 18') per i tubi scabri corrispondono all'~ffettiva realtà sp~
rimentale solo a partire da numeri di Reynolds tanto pia grandi
e
quanto pia piccola è la scabrezza relativa....!!. del tubo; mentre il
1' o
passaggio dal comportamento ftliscioft al comportamento "scabro" ay
viene attraverso una zona intermedia (il tratto di curva "a gino~
chio").
Questa zona intermedia, in cui tanto le asperità quanto la vi
scosità fanno sentire la loro influenza, è delimitata, come risul
es -
ta dalle (12.7) con la (12.3), da valori 0,45 < 6' < 6 del rappo!
to fra lo spessore delle asperità (grani di sabbia di Nikuradse) e
lo spessore del sottostrato viscoso.

12.4. Fonnulc per la resistenza al moto dei tui?i manufatti


Si deve osservare che la curva "a ginocchio" è bene evidente
solo per tubi resi scabri artificialmente, mentre pei tubi prodo!
ti industrialmente, nei quali la scabrezza non è distribuita uni-
formemente e con regolarità, la curva a ginocchio è meno accen-
275

tuata ed il passaggio da un regime all ' altro è piQ graduale .


Il passaggio fra comportamento "liscio" e coT!lportamento "sca
bro" per tali tubi è stato individuato da C.F . COLEBROOK e c. M.
WHITE (1939) con la seguente relazione semiempirica:

d
1
lf
- 2 log 10
d
e
1 , 1 4 - 2 log 10 ( 1 + 9,35 _L)
Re/f
( 12. 22)

od anche:

- 1 = - 2 log 10 ( e-
-- 2 52)
+ ~ (12.23)
/"f 3 , 71 d Ro / f

nota come formu 'La di Co 'l.ebrook-White. Questa formula dà al limi-


te, rispettivamente, la formula del tubo liscio (12.18) per e +0,e
la formula del tubo scabro ( 12 .18') per Ro-+ 00 •

Per questi tubi la misura e non puO essere che quella di una
"scabrezza equivalente", cioè definita dalla dimensione e 5 delgr~
nello di sabbia (usato nelle esperienze di Nikuradse) che dà luo-
go allo stesso coefficiente di resistenza in regime di tubo sca-
bro.
La rappresentazione grafica completa del coefficiente di re-
sistenza f in funzione del numero di Reynolds e della scabrezza
e
relativa cl , è stata data da L.F. MOODY (1944) conun diagramma 1~
garitmico assai noto (diagramma di Moody , Fig. 12.9), nel quale è
anche riportato l'andamento del coefficiente di resistenza f per
la zona di moto laminare ( Ro < 2000).
Per 2000 < R• < 4000, 11 comportamento non è ben definito a
causa delle continue oscillazioni che si possono avere fra moto 1~
minare e moto turbolento (zona criti ca). Nel grafico è poi messa
in evidenza la z o na di t r a nsizi o ne in cui si ha un comportamento
intermedio fra "tubo liscio" e "tubo scabro" (cioè in cui si sente
contemporaneamente sia l ' effetto della viscosità che della scabre!
za) e la zona di moto decisa me nte t urboZe nto (quella a destra de!
la linea tratteggiata), in cui il comportamento è esente dagli ef
fetti della viscosità, ma dipende solo dalla scabrezza rela tiva
e

A titolo informativo si forniscono nella Tabella 1 i valori
della scabrezza assoluta e per alcune categorie di tubi, desunti
da recenti risultanze sperimental i .
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Re : QVd
277

Tabella 1 - Scabrezze assolute per alcuni tipi di materiali

e (metri)
Vetro, ottone, rame, piombo, tubi trafilati 0,1 10-4

Tubi saldati senza sporgenze, am i anto-cemento 0,5 10-'+

Ghisa asfaltata 1,0 10-4

Ferro galvanizzato 1,5 10-'+

Ghisa 3 t s 10-'+

Calcestruzzo 5 + so 10-'+

Tubi chiodati 10 t 100 10-'+

La formula di Colebrook-White, e con essa il diagramma di Moody


permettono di valutare, con l'espressione di Darcy-Weisbach ( 12. 17) ,
la velocità media V (e quindi la portata Q) in un tubo di scabrez-
za nota, conosciuta che sia la cadente piezometrica i; ovvero di
calcolare la cadente necessaria a convogliare una data portata.
~entre il secondo problema può essere risolto direttamente, il pr1
mo deve essere risolto per tentativi (infatti, l ' incognito valore
della velocità media compare anche nel numero di Reynolds).
Vi sono altre espressioni, oltre a auella d i Da rcy-Weisbach,
che usualmente impiegate nel passato conservano tuttora validità
purché interpretate alla luce dell'impostazione teorica che abbia
mo svolta. Così è in particolare della formula:

V = C ( 1 2. 24)

(V in m/s, d in m, e in m1 12/s) che va sotto il nome di forrnùia di


Chéz y-Tadini, in cui il valore del coefficiente C (detto coef fi -
ciente di Ché zy) va ora razionalmente espresso in funzione del va
lore f, come risulta da un immediato confronto con la (12.17}:

e = y1/- (12.25}

Conviene notare che (a parte il fattore /ag), il coefficiente


di Chézy è direttamente (o implicitamente) fornito dalla formula
( 12 . 22). Esso è anche indicato assieme ad f come ordinata del dia
gramma di Moody (Fig. 12.9).
Dal punto di vista storico, A. CHÉZY fu il primo (1768) a for
mulare in termini validi una relazione,nel moto de ll 'acqua, fra u
na dimensione geometLica della sezione, la cadente piezometrica, e
la velocità media; egli la espresse dapprima per i canali, e l'aE
plicò in seguito ai tubi. Secondo Chézy, il coefficiente C doveva
avere un valore ben definito (che per altro egli non espresse)per
278

ogni condotto. Noi italiani associamo al nome di Chézy quello di


A. TADINI, per 11 fatto che questi (indipendentemente da Chézy )
propose nel 1830 una formula in cui il valore di e era indicato in
50; preceduto in questo, ma pure indipendentemente, da J.A. EYTE~
WEIN, che aveva fornito un valore pari a 50 , 9. Di fatto il fatto-
re C di Chézy varia (per il variare di f); ma: gli estremi della sua
variazione potendo a un dipresso riguardarsi compresi fra 20 e 100,
il valore indicato da questi autori è un valore centrale di questa
variazione.
Fra gli autori successivi che si occuparono del moto unifor-
me dell'acqua nei tubi, merita speciale menzione J. WEISBACH,a cui
si deve la prima formulazione {1845) della già nominata formula a
lui e a Darcy intitolata ( 12. 17) ; correttamente avendo egli espre,2
so che il coefficiente (poi indicato con f) doveva dipendere sia
dalla vel ocità, sia dal diametro e dalla natura della parete. In-
vece H.P.G. DARCY (1857) indicò per i tubi scabri l'espressione:

e"
= e'+
f
a
che già era stata formulata da G. R. DE PRONY (1804); il termine ·
e"
a, con c"diverso secondo la natura della parete, anticipa il coE_
cetto di scabrezza relativa che razionalmente ora viene indicato
come influente sul valore di f. Valori dei coefficientic'=0,00164
e c"=0,000042, con d in m, vennero dati da DARCY stesso per tubi
di ghisa nuova, incatramati; più tardi E. SCIMEMI (1925) forni v~
lori e'= 0,00128 e e"= 0,000038 per i tubi di amianto-cemento.
Del coefficiente Cdi Chézy, a seguito di un'espressionepiu!
tosto complicata d i E.O. GANGUILLET e W. R. I<UTTER (18 ,6 9) applica-
ta ai fiumi e a i canali, e tenendo in conto le indicazioni di DaE
cy sulla scabrezza relativa, H. BAZIN (1897) propose un'espressi2
ne (formula di Bazin) che ebbe notevole fama:

87
e "' (C in m1 / 2 /s 1 d in m) (12.26)
1 +

dove YB (indic e di scab rezza d i Bazin) varia in funzione della n~


tura del materiale, per i tubi tra 0,06 m1 / 2 (cemento lisciato, a
mianto-cemento) e 0,36 m1 1 2 (tubazioni in ghisa dopo lungo servi-
zio).
Analoga è la f ormuia d i Kut ter , dedotta come semplificazione
dell'espressione di Ganguillet e Kutter sop~a accennata:
279

100
e = (d in m) (12. 27)

dove per i tubi è appropriato un valore m di O., 175 ml /2 (ghisa nuo


k -
va, calcestruzzo ben lisciato), di 0,25 m1 /2 (grès in ottime con-
dizioni e con acqua limpida), di o, 35 m1 / 2 (grès in esercizio da
anni e con acque luride).
E' facile vedere come le formule empiriche sopra riportate,
da quella di Weisbach a quella di Kutter, indichino per i coeffi-
cienti f o e la dipendenza da un termine che, per avere il diame-
tro dal denominatore e un valore connesso con la natura della p~
rete al numeratore, può apparentarsi alla scabrezza relativa de! 1
la teoria razionale. Mancando però ogni influenza, in tali coeff!
cienti, della velocità media V, nonché della viscosità cinematica,
che unitamente al diametro qualificano 11 numero di Reynolds, es-
se formule possono trovare applicazione, con opportuna formulazi~
ne del termine che qualifica la scabrezza, solo nel campo di moto
che abbiamo definito di tubo scabro, a turbolenza pienamente svi-
luppata.
Per estendere l'applicazione di formule empiriche anche al
campo intermedio di dipendenza dal numero di Reynolds, un indiriz
zo successivamente seguito è stato quello delle for-mul.e monomi e,
del tipo:

(d .i n m, V in m/s) (12.28)

che rispetto alle precedenti hanno il vantaggio di far dipendere


1 .
la velocità media da una potenza a diversa da
2 della cadente 1-
cosl concedendo una possibile influenza (tramite la velocità) del
numero di Reynolds. Citiamo a questo proposito la formula di E. SCI
0 68
MEMI (1951) V= 158 (~ } ' i 0• 5 " per condotte di amianto-cement~,
4 d )o• 59
e quella dello stesso SCIMEMI e di A. VERONESE (1936) V=105 ( 4 ·
• i 015 5per condotte nuove di acciaio senza saldatura. Ma le appl!
cazioni sono valide solo per un CaJIIPO limitato di valori della ve
locità e del diametro, che occorre attentamente specificare.
Il filone delle formule monomie è ora abbandonato, anche per
la complicazione che nelle elaborazioni di cal?ol o comporta l'uso
di esponenti costituiti da numeri decimali non riconducibili a fr~
zioni semplici. Evita questo inconveniente una formula pure mono-
mia, che continua ad avere proprio per la sua semplicità vastiss!
mo impiego: essa è stata prima proposta per i canali da Ph.H. GAg
280

CKLER ( 18 68) e indipendentemente anche per i tubi da R. MANNING


(1889); ed è stata ripresa, alquanto pin tardi, da A. STRICKLER
(1923). In unità metriche la formula, che gli anglosassoni indie~
no come formu 1-a di Manning, e gli europei come formu 1-a di Strick 1-er
(o di Gauckl-er-Strickl-er) si scrive:

V=K
d )2 / 3 t-·1/2
- (d in m, V in m/s, K inml/3/s) (12.29)
s ( 4 s

e va perciò considerata un caso particolare di formula monomia,


2 1
con gli esponenti assai semplici a = 3 , B =
2 .
Confrontata con l'espressione di Chézy (12.24), risulta:

( 12. 30)

e perciò la formula di Strickler rientra nell'ambito di quelle fo!_


mule che mettono in conto solo l'effetto della scabrezza relativa,
e non possono perciò usarsi al di fuori del regime di tubo scabro
(turbolenza pienamente sviluppata) . Infatti essa potrebbe essere ra
zionalmente scritta nella forma:

C = cost ( ;d)l/6

se l 'indice di scabrezza K 5 dipendesse solo dalla scabrezza e; il


che con buona approssimazione risulta, come discende dal confron-
to con la formula razionale (12.18'), espresso nel diagramma log~
ritmico della Fig. 12.10, che ripor
d )1 / 6 d - 10"' ...----.--,----,,---,--,-.;--,
tari valori di K 8 ( 4 e di 2e =
= :...cl. , per cui le due formule danno d
e
lo stesso valore di V. La curva in 2e
fatti è approssimata da una retta
avente nel diagramma pendenza di
6 : 1.
Sono proprio la sua semplici-
tà, e l'adattabilità dei valori di
2
K alle diverse qualità della sca- 10 t -- - i --'h<--+---+-+-~
8
brezza di parete, che rendono la foE_
mula di Strickler di grande pregio,
,
ove la si applichi, per le ragioni
,/
,o ______.,______....._......_.,__..,
fin qui chiarite, ai condotti di
40 50 60
grande diametro, per i quali, nel
la Tabella 2, sono riportati i va- Fig, 12.10
lori consigliati di K 8 •
281

Tabella 2 - Valori consigliati del coefficiente di scabrezza K


s
per i tubi x .. (m 1l 3/s)
Grandi condotte con intonaco cementizio ~ccuratamente lisciato 100
Gallerie a rivestimento cementizio