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Esterno notte.

Alle 22 circa nell'atrio del bar echeggiò uno scampanellio. Quando la porta si richiuse era entrato un
uomo, i cerchi agli occhi, il volto pallido e tirato di una placida furia quotidiana, di un uomo
abituato ad una vita di guerra.
Si cavò il soprabito attaccandolo ad uno dei ganci del bancone, dopodichè si limito ad attendere
l'arrivo del barman, con il volto adagiato tra le mani. In silenzio, rigido, pareva uno scoglio, in
mezzo a quella chiassosa moltitudine di persone che si sgolavano per un'altra birra, in una filippica
sul degrado dei tempi moderni, o in beceri commenti sul culo della cameriera, o di quella fregna in
sospensione sullo sgabello.
Che ironia, pensò. Quanto sarebbe più facile essere banali come loro. Ma è un dono dalla nascita,
come dicono. Ignorance is bliss: lo diceva anche Cypher in Matrix, d'altronde.
Con tempismo cinematograficamente agghiacciante l'arrivo del barista coincise con il passaggio
dei Massive Attack nella playlist del locale: il brivido lungo la schiena portò con sè l'ordinazione di
un Laphroaig invecchiato, accolto con un cenno d'approvazione dal mescitore. In pochi secondi,
ecco la dose di medicina quotidiana.
Il primo sorso scende con una sensazione di raschiamento catartico. Un secondo brivido. Nella
mente una coda di pensieri, un sermone a convincersi ancora della validità, almeno individuale,
delle sue scelte, più o meno impattanti nel breve termine.
-Il mio nome è Sid.
Ho cavato il sangue dalle rape, e non è bastato.
Guardali bene, vorresti essere un po' come loro, ma non ti è possibile.
Una vita banale non ha mai fatto per me.
In ogni piccola cosa trovo un universo: come questo bicchiere, trasparente ma con un mondo
dentro, caldo, insieme gelido, disarmante, che ti ubriaca, e ti prende a pugni.
Come l'amore. E la nausea che mi porta questa parola.
E' colpa loro. La donna che ti ha partorito, quelle che ti hanno accolto, quelle che ti hanno ferito,
quelle che ti hanno ferito di più e poi ti hanno promesso aiuto.
Ho fatto tutto quello che potevo, ora farò ciò che voglio: vivere o morire, accolgo entrambe-
Flash: un altro scampanellio lo tira fuori dai suoi pensieri come da una seduta di waterboarding.
Entra altra gente nel bar. Non di suo interesse; ma pensò, il teatro dell'esistenza è pieno di
comparse.
A meno che non scegli dall'inizio che avrai in un modo o in un altro il palco tutto per te.
Ci era riuscito e più di una volta, ma nonostante questo il suo impulso continuo al miglioramento gli
impediva di fermarsi. Buona dote, in un mondo che corre.
Sid continuava a mandare giù quell'ambrosia bruciante con un aplomb degno di un Bogart dei tempi
migliori. E come Bogart in Casablanca, si lasciò andare ai ricordi delle sue Parigi. Donne belle,
intelligenti, che tanto gli avevano dato, tanto gli avevano tolto. Sul suo volto aleggiò l'ombra di un
sorriso. Un po' gli mancavano, ma valeva di più di loro. Consapevolezza impopolare ed eretica in
un mondo quantomai ipocritamente democratico: la parola dei stolti equivale alla tua.
Tirò fuori dal soprabito un accendino e un pacchetto di Pall Mall. Con un tocco discreto
dell'accendino ne infiammò l'estremità. Era la sua notte di libertà ed assenza di compromessi: tanto
valeva iniziarla bene. La fine di questo pensiero coincise con lo sguardo perplesso dei suoi colleghi
di bancone, che richiamarono come un cane il mescitore prima così discreto. Qui è vietato fumare,
dove crede di essere? Sid si lasciò cadere la domanda addosso come le briciole delle patatine stantie
che attendevano gli avventori ai tavoli: si limitò ad imbracciare il soprabito, guardare con sufficenza
clienti e barista ed uscire.
Il suono dei suoi passi sui sampietrini anneriti dal lenzuolo della notte risuonava nella stretta via
della taverna. Con passo deciso si diresse verso uno dei tanti altri bar aperti sulle sponde del lago,
con la sua fida sigaretta stretta tra le labbra, il cappotto che si gonfiava sinuosamente ad ogni suo
passo, il cappello ad oscurargli gli occhi.
Le luci incontrarono lo sguardo della sua testa girata all'insù, e le accarezzò con un fiato del suo
fumo caldo.
L'aria fredda gli solleticò il collo con il tocco di un'amante sofisticata, mentre arrivava alla piazza
del Tempio illuminata d'arancio, con una capanna all'estremità: vestita di ferro battuto, con inserti in
legno, una luce calda che ne rilanciava l'aspetto di Itaca etilica agli occhi di un viaggiatore ancora
troppo sobrio. Sid accolse quella visione con giubilo intimo ed ermetico. Si limitò a sedere su uno
degli sgabelli sotto alle lampade ad infrarossi quantomai opportune, ed ordinò un Mint Julep. Il
secondo Caronte in quella notte piena di spirito si appoggiò lo straccio sulla spalla sinistra, esclamò
un "subito, signore!", si sfregò le mani ed iniziò l'opera di assemblaggio del cocktail con consumata
esperienza.
L'arrivo del bicchiere fu accolto da una banconota stropicciata che il bartender prese con tocco
felpato. Sid si guardò attorno e notò una donna. Come lui sembrava uscita da un classico film anni
'40. La scarpa bianca col tacco accoglieva un piede non più grande di un 38, da cui cresceva una
gamba longilinea e all'immaginazione lattea, nella calza di nylon beige. Sid seguì la curva sinuosa
dei fianchi avvolti dal soprabito rosso, sovrapposizione sanguigna che fece partire un soffocato
gemito tra le labbra dell'uomo. Continuando a salire indovinò le dolci forme dei seni, che erano
nascosti da una camicia i cui lembi uscivano invitanti dal largo bavero del cappotto.
Innestata sul collo la testa presentava una sbarazzina leggerezza, con quell'occhio verde e
fiammante che pareva pronto a fulminare qualsiasi bifolco, incorniciati dai capelli castani di un
legno ardente.
Incontro interessante, in quella notte all'insegna della libertà.
Sid avvicinò con un cenno il barista, più che con un cenno, con un'altra banconota.
"Questo giro è per la signora."- sussurrò. Il mescitore accennò un sorriso da provolone che fu subito
sterilizzato dallo sguardo stigeo di Sid.
Seguì con trepidazione adolescenziale il tragitto dell'uomo, e dopo l'indicazione da parte sua
dell'uomo responsabile di quella bevuta gratuita, incrociò i suoi occhi con quelli della rediviva
Ingrid Bergman.
Lei ordinò un Hennessy, senza ghiaccio. Scelta perfettamente condivisibile, pensò Sid con un
palpito di attrazione. Esempio di una femminilità quantomai rara, pinnacolo di un sesso mai
pienamente compreso.
Lo sguardo perso nella formulazione di questi pensieri e la ninfa si era ormai posata sullo sgabello
accanto al suo.
"Non si faccia strane idee. E' solo che mi piace bere, e mi pare buona educazione ringraziarla."
"Si figuri"- rispose Sid- "Non lo faccio spesso, dico offrire da bere alle sconosciute."
La donna rispose: "Scusa vecchia, non la fa sembrare un ragazzo alle prime armi. E perchè allora
l'avrebbe fatto?"- "Scelte passate che mi hanno portato a questa serata di scelte nuove. Perchè mi
ricorda Casablanca. Ha presente?"- "Certo, adoro quel film. Ed ora le alternative sono due: o lei è
davvero nuovo a queste cose e parla sinceramente, o è un genio."- "Forse tutte e due"- rispose Sid
ridendo.
Seguì un momento di silenzio, mentre la signora lasciava scivolare un altro sorso di cognac e Sid
non lasciava in sospeso il suo Julep.
"Mi chiamo Jess."-disse lei. "Piacere, io sono Sid."- rispose lui. "Cosa ti porta da queste parti,
Sid?"-"Nulla, solo una zingarata etilica. Tipo Amici Miei, ma con meno tragitto e più alcol. Beh,
lasciamo stare. Lei, anzi, tu, di cosa ti occupi?"- "Sono un'interprete di lingue orientali, in
particolare mi occupo di letteratura giapponese e cinese. Soprattutto teatro."-"Ah, il teatro. Tutto il
mondo è un palcoscenico. E tu reciti?"-"Sì, in una piccola compagnia...niente di esotico, soprattutto
autori europei. Ma dopo una giornata su quelle pagine non avrei mai la gioia di recitarli."-"Posso
capire."
In questo breve scambio Sid vide una lista di requisiti venire pian piano spuntata. Esperta di mondi
nuovi. Amante della cultura, del teatro. Discreta conoscitrice del cinema, quello che conta.
E non di meno, una bellezza tagliente e una lingua non da meno.
La partita si faceva difficile ma stimolante.
"E tu di cosa ti occupi?"- gli chiese Jess.
Riportato al piano fisico, Sid rispose: "Ah, niente di che. Sono un piccolo artigiano, lavoro nel
settore musicale. Ho un piccolo negozio dove vendo e riparo strumenti."
Lei lo guardò con una scintilla di melancolia. "Rimettere in sesto i mezzi attraverso cui l'arte si
esprime. Come le cure amorevoli di un padre. Lo trovo meraviglioso. Ora bevo con ancora più
gusto. Ai salvatori dell'arte, alla salute."
Lui rimase ammutolito da quel brindisi così spontaneo, poetico, quasi uscito dall'immaginazione di
un Joyce ulissiano. Si limitò ad abbassare lo sguardo, sorridere e girare il bicchiere.
Fu salvato dal suo imbarazzo dalle grida di un gruppo di persone giunte per farsi delle foto in riva al
lago. Anche lei si girò. In mezzo a loro una coppia sorridente, non avranno avuto più di 20 anni. Sid
guardò Jess per studiare la reazione a quella vista. Nei suoi occhi balenò il lampo di una lacrima
nascosta. Sid ne approfittò: "Tutto bene?"-"Sì, perchè? Ho solo un po' di freddo, tra un po' vorrei
alzarmi, muovermi un po'."-"Va benissimo, se hai voglia di bere qualcos'altro qui ti farei compagnia
volentieri."
Il suo sguardo si fece curioso dietro al sorriso. "Va bene che ti ho donato un brindisi, ma non
aspettarti favoritismi."-"Tutt'altro"- rise Sid-"semmai sento ancora di più la responsabilità di esserne
all'altezza. Un brindisi così poetico, da una donna così bella." Ci fu una frazione di secondo in cui
provò una tagliente ed agghiacciante sensazione d'impotenza di fronte alla sua risposta. Lei rise
fragorosamente:"E va bene artigiano dell'arte, sai fare bene il tuo lavoro, te lo concedo. Conosco un
posticino qua vicino che farebbe al caso."
Finirono i miserabili resti dei bicchieri consumati e si avviarono lungo il viale alberato.
Jess, visto il freddo e gli strascichi del tasso alcolico, si abbandonò languidamente (ma mai troppo)
alla stretta al fianco di Sid, con la testa appoggiata alla sua spalla. Sid intanto blaterava della città,
di quanto fosse meglio d'inverno, di come il lago ne rendesse l'atmosfera irresistibile.
Lei si limitava a ridere e a lasciarsi trascinare dal flusso di quella serata.
Domattina sarà un altro schifo di giorno, pensò. In fondo non c'è nulla da perdere, nè da
guadagnare.
Lei gli indicò un bar all'angolo della piazza. Lui lo infilò con sicurezza, una nuova baldanza pareva
essersi risvegliata grazie all'incontro, pensò lei.
Sid ordinò un paio di cognac in un bicchiere caldo. Lei accolse l'ordinazione con malcelata
approvazione.
Si scambiarono uno sguardo fugace che risuonò ancora di più nel locale semivuoto. La notte ormai
incalzava gli aficionados alle ultime ordinazioni e i passanti verso la via di casa. Sid e Jess erano
due velieri approdati in un porto quantomai caotico, le cui leggi però non li toccavano.
"E' strana questa serata"- disse lei-"è uno strano incontro in un mondo quantomai monotono."
Lui rimase in silenzio qualche secondo, poi rispose: "Sembri una donna d'altri tempi. E' davvero un
incontro impopolare. Non mi sarei mai aspettato una coincidenza tanto somigliante ad un destino
troppo citato a caso."
Lei rispose: "Destino è una parola importante. Questa conversazione sembra che sia piena di parole
importanti, di tempi quasi dimenticati che tornano ad aggredire."-"Tu hai una dialettica che mi
incatena. Non è facile."
Lei rimase stupita. Non le riusciva semplice da accettare un florilegio di alchimia partito da un
bicchiere di Hennessy. E tornò al pensiero precedente: in fondo non c'è nulla da perdere, nè da
guadagnare.
Sid, nel frattempo, per ingannare quel silenzio atroce, continuava ad assumere il suo sciroppo.
Jess si scosse e rispose: "Mi sento un po' stanca. Forse dovrei avviarmi." Lui tristemente annuì e
disse:"Capisco, non c'è problema. Beh, sarei contento di rivederti." Lei lesse il disappunto nei suoi
occhi, sentiva il suo dolore di un estremo abbandono che non veniva da lei. Capiva che quell'uomo
senza speranza in fondo forse cercava solo un appiglio per qualche ora. Come lei, d'altronde.
"Ma se vuoi potremmo dividere un taxi e bere qualcosa da me." Sid, illuminato, le sorrise. "Con
molto piacere. Era una serata molto bella, mi sarebbe dispiaciuto un finale così repentino." Lei
sorrise di rimando.
Uscirono nella notte nebbiosa e attirarono con un cenno uno dei taxi nei dintorni della stazione poco
distante. "Via dal Borgo 13, per piacere"-disse lei. "Subito signora"- rispose l'autista.
Nel sedersi sul sedile posteriore, le mani di Sid e Jesse si sfiorarono. Dopo un iniziale imbarazzo,
Sid ebbe un sussulto e gliela prese. Era calda e morbida, la pelle di seta che si intrecciava alle sue
mani spesse. Assolutamente inaspettato, gli venne incontro il bacio di Jess. Le labbra tremanti lo
sfiorarono, per poi aprirsi alla fluida e soda suadenza della sua lingua. La strinse al fianco, mentre
sul volto di entrambi si dipingeva un sorriso. Forse per motivi diversi, ma con lo stesso risultato.
Dopo qualche minuto, l'appello del tassista al suo sudato danaro li scosse. Sid aprì la portiera e la
tenne per l'uscita della signora. Ringraziò il tassista e lo salutò.
Davanti ai suoi occhi, Sid si trovò davanti una casa sobria, con una scalinata bianca che si snodava
verso un pianerottolo con un tetto esterno in legno. Jess sferragliò qualche secondo con le chiavi,
trovò quella giusta, e con due scatti della serratura furono in casa. "Devo essere un po' brilla", disse
Jess. Sid le sorrise, ancora una volta. Sapeva dove si sarebbe finiti. Lasciarono soprabiti e sciarpe,
sul divano Jess, Sid su una chaise longue poco lontano.
Jess aprì una credenza e ne cavò due bicchieri ed una bottiglia di vino rosso. Ne versò con un
leggero tremore della mano due dita per bicchiere, mentre Sid le si faceva incontro. Non fecero in
tempo a berne una goccia che già l'uomo tornava a baciarla, con ardore crescente. Jess gli strinse la
nuca mentre lui le passava la mano destra sopra l'orecchio, la sinistra a stringerla contro di lui, per
farle sentire il corpo caldo. Lui sentiva la sua eccitazione crescente, nel calore delle sue cosce, nei
piccoli morsi che le dava prima sulle labbra, ora sull'orecchio. Non disse niente, gli prese la mano e
lo condusse in un corridoio, che si apriva sulla camera da letto. Le lenzuola di raso erano di classe,
fredde ma quantomai accoglienti. Jess spinse Sid sul letto, costringendolo al suo spettacolo di un
ballo immaginario su un disco di Stan Getz, mentre cadeva il suo abito, poi la sottoveste di seta. In
intimo e calze gli si fece accanto sul letto, slacciandogli la cravatta, e poi pian piano i bottoni della
camicia. Sid intanto con esperienza scalciava via le scarpe, procedendo poi con i pantaloni.
Ancora altri baci, poi un ultimo. Sid le prese il volto tra le mani e le disse: "Perdonami, ho bisogno
di qualcosa nel cappotto. Ti va una sigaretta?"-"Proprio adesso?"-disse lei-"Sì"-rispose Sid-"mi stai
mandando al manicomio, almeno un'ultima sigaretta prima della follia totale concedimela". "Affare
fatto...portane una anche a me". Sid la guardò come se avesse passato anni interi immerso in quella
complicità da sudare con ogni parola, ogni frase. Si avviò con passo deciso verso il soggiorno,
recuperando il cappotto. "Sono stato rapido!"- disse. Sfilò le sigarette dal taschino, porgendogliene
una. La accese, restituendogli il pacchetto. Lui di fronte a quello spettacolo cambiò idea, optando
per una serie di baci sulle gambe lisce. Lei rise buttando fuori il fumo, sorpresa ma quanto mai
compiaciuta dalla giravolta degli eventi. E dire che voleva fumare, pensò.
In pochi minuti il respiro di Sid aleggiava sull'orlo delle sue mutandine di pizzo. Con timore quasi
reverenziale infilò due dita nella cucitura, accennando allo sfilarle. Jess non si oppose. E dopo pochi
secondi sentì il suo bacio penetrarle dentro, con colpi e carezze accurati ma sempre appassionati.
Lei spinse le mani a prendergli il viso, tirandolo verso il suo. I loro corpi si intrecciarono in un
abbraccio antico. Sid, da sopra, continuava a guardarla gemere, e cercare i suoi baci. Lei gli baciò
l'orecchio e gli strinse i glutei, spingendolo ad amarla più forte: più forte del dolore, della solitudine,
della monotonia e del tempo. Dopo un po' Sid la spinse a girarsi, e i suoi occhi si posarono sulla
schiena dritta e perfetta. Lei gli rivolse un ultimo sguardo ed un gemito mentre ancora entrava in lei.
Lei iniziò a spingersi ritmicamente avanti ed indietro, il suo respiro sempre più incalzante, il suo
piacere sempre più inarrestabile. Sid le appoggiò una mano sulla schiena, e poi sulla nuca,
prendendole una ciocca di capelli. Con la lucidità che tornava a scalciare nella sua testa, ripensando
al sermone dell'inizio della serata, Sid allungò l'altra mano verso il cappotto, a prendere un
pacchetto nella tasca interna sinistra. Lei non se ne accorse, girò la testa, e con gli occhi socchiusi
sussurrò "Ancora...questo tempo con te, deve tornare anc-"
Un colpo sordo la interruppe a metà frase. Il tonfo dello sparo silenziato risuonò per meno di un
secondo nella stanza, mentre un piccolo foro sulla sua testa, in mezzo ai capelli, si faceva strada
verso un cratere che prima era il suo volto, ormai maciullato su quella federa di raso così
immacolata.
La nausea che mi porta la parola amore. E' colpa loro. Quelle che hai amato e ferito, e che ti hanno
ferito e poi promesso aiuto.
Sid contemplò il risultato di quel rituale sacrificale con tristezza travestita da condanna.
Non avrebbe mai immaginato di trovare un tale perfetto ed irripetibile esemplare da sacrificare
sull'altare dell'ideale.
Ho pareggiato, ora davvero è una tabula rasa, pensò. Ho mondato i nostri difetti nel sangue. Non vi
è catarsi senza sofferenza. Con passo timido, quasi a non voler disturbare il suo sonno eterno,
adagiata tra quelle lenzuola di raso, recuperò i suoi vestiti ed uscì.
Mondato nel sangue, pronto ad affrontare un nuovo mondo, ed un nuovo sacrificio per esso.

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