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Davvero vogliamo favorire chi ci

vuole annientare? – Francesco


Lamendola
Se vogliamo sapere chi siamo oggi, noi cittadini europei, dobbiamo tornare
indietro di settant’anni e osservare una fotografia scattata nel 1945 da una
reporter americana, Lee Miller. Al seguito dell’esercito americano attraverso la
Normandia, Parigi, l’Alsazia e infine la Germania vinta e conquistata, costei
aveva una speciale predilezione per fotografare i cadaveri dei tedeschi,
possibilmente in uniforme. Una foto celebre l’ha immortalata dentro la vasca da
bagno dell’appartamento di Hitler, a Monaco, gli stivali posati a lato; altre foto,
sue, rappresentano ufficiali morti con il ritratto del Führer posato accanto, in
frantumi. Ma il colmo del sadismo di questa fotografa bella e narcisista, moglie,
amica e amante di fior d’intellettuali e artisti di due continenti, che sin da
piccolina suo padre fotografava nuda, e che era cresciuta nel culto di se stessa,
lo raggiunge nella foto che ha scattato nello studio del borgomastro di Lipsia,
dove un’intera famiglia si era suicidata prima dell’arrivo dell’Armata Rossa. Lui,
il padre, giace alla scrivania, con la testa riversa sullo scrittoio; la moglie è
seduta sulla poltrona di fronte a lui, il braccio penzoloni fino a terra; la
bellissima figlia ventenne, bionda come una fata delle leggende nordiche,
composta, col bracciale della Croce Rossa intorno alla manica della giacca, è
seduta sul divano, la testa rovesciata all’indietro, e par quasi che dorma; ma si
è avvelenata, e non si sveglierà più. Tre persone morte, ma composte, messe
quasi in posa per un dramma teatrale; e chissà che in posa non le abbiano
messe per davvero, a vantaggio dell’effetto “artistico”.
Questa foto ha fatto il giro del mondo. O meglio, queste foto, perché Lee Miller
ha voluto immortalare la scena di quell’ordinato salotto di una famiglia
borghese tedesca con l’ossessiva insistenza dei maniaci, fotografandola anche
dall’alto e da diverse angolature. Gli americani, e in genere l’opinione pubblica
dei vincitori, hanno visto la fine della Germania attraverso immagini come
questa: il sogno dell’Ordine Nuovo ridotto alle dimensioni di un suicidio
collettivo, sulla falsariga di quello di Hitler ed Eva Braun. Erano così cattivi e
così colpevoli, i tedeschi, che hanno preferito ammazzarsi con le loro mani,
risparmiando la fatica al boia. Questo hanno pensato milioni di persone, mano
a mano che le rivelazioni sui campi di sterminio nazisti gettavano
definitivamente nel fango la reputazione della Germania. Oscurando gli orrori
ancor più terribili dei gulag di Stalin, e facendo quasi scordare le pur
recentissime esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, e i bombardamenti
terroristici di Amburgo, Berlino, Dresda, Tokyo, nei quali centinaia e centinaia di
migliaia di persone erano state bruciate vive, intenzionalmente e senza alcuna
necessità militare, con le bombe al fosforo bianco, dagli aviatori alleati, che non
rischiavano nulla, perché erano ormai padroni incontrastati dei cieli, e si
divertivano a scrivere col pennarello frasi di dileggio sulle bombe che si
apprestavano a sganciare. Così voleva il senso della giustizia dei vincitori; ma
non bastava ancora: e ci furono i processi di Norimberga e di Tokyo, per
umiliare e condannare all’impiccagione i capi della Germania e del Giappone,
anche avvalendosi di leggi in maniera retroattiva, come quelle relative ai
crimini contro la pace, che nel 1939 non esistevano. Allo stesso tempo, una
efficace cortina di silenzio veniva fatta scendere su quel che succedeva ai
prigionieri delle nazioni sconfitte nei campi alleati, dov’erano lasciati morire di
fame a bella posta, nonché su quei milioni di tedeschi che avevano dovuto
fuggire dalla Prussia Orientale, dalla Pomerania, dalla Slesia, dai Sudeti e da
altre regioni d’Europa, nelle quali abitavano da secoli. Alla fine, otto milioni di
tedeschi sarebbero mancati all’appello; ma di essi, nessuno parlò, né allora, né
dopo, se non in anni recentissimi, e solo da parte di pochi ricercatori
indipendenti, e nell’ignoranza quasi totale dell’opinione pubblica mondiale. Era
la giusta nemesi per il popolo degli ariani biondi che aveva preteso di dominare
il mondo. In compenso, fin dal 1945 si sparò la cifra di sei milioni di ebrei morti
nelle camere a gas naziste: una cifra impossibile, visto che non c’erano
neppure sei milioni di ebrei, in Europa, alla vigilia della Seconda guerra
mondiale; e visto che anche sulle camera a gas, così come ci sono state
descritte, esistono dei dubbi. E silenzio sui venti milioni di morti provocati
deliberatamente da Stalin a danno del suo stesso popolo.
Ma torniamo alla foto di Lee Miller sul suicidio della famiglia del borgomastro di
Lipsia. In tutti i Paesi d’Europa, all’epoca, prendeva forma, velocemente, la
leggenda nera nazista: Oradour, Lidice, Morzabotto, Katyn (anzi no, Katyn no:
avevano sì tentato di accollare anche quella gigantesca strage ai tedeschi, ma
alla fine risultò evidente che a compierla erano stati i sovietici, ai danni di
migliaia di ufficiali polacchi). Nessuno parlò, né allora, né dopo, delle decine e
centinaia di migliaia di europei ammazzati per vendetta dai vincitori; dei
cosacchi consegnati a Stalin dagli inglesi, cui si erano arresi, e che preferirono
suicidarsi in massa, gettandosi nelle acque della Drava; degli ustascia croati e
dei cetnici serbi, gettati nelle foibe dai comunisti di Tito, insieme ad alcune
migliaia di italiani; dei francesi, dei belgi, degli italiani ammazzati dai partigiani
a guerra ormai finita, con l’accusa di aver collaborato col nemico; dei
cinquemila figli dei soldati tedeschi nati da donne norvegesi, che le autorità di
quel Paese trattarono come piccoli criminali, e molti dei quali finirono in
orfanotrofio o in manicomio, dopo essere stati strappati alle loro madri. Un
immenso carnaio da far quasi impallidire le rappresaglie naziste durante la
guerra, che pure c’erano state, ed erano state durissime. Con la differenza che
questi eccidi ebbero luogo a guerra ormai finita, contro gente inerme, e non di
rado contro donne e bambini che non avevano colpa alcuna, tranne quella di
essersi trovati dalla parte sbagliata della barricata; e senza contare il dettaglio
che, sovietici a parte, i vincitori erano gli esponenti delle grandi democrazie,
britannici e americani, i quali si erano sempre vantati di rappresentare la
rivincita della civiltà contro la barbarie nazista. Invece si mostrarono altrettanto
feroci dei loro avversari. Per miracolo gli americani non misero al muro il loro
più grande poeta, Ezra Pound, reo di aver troppo amato l’Italia e di aver parlato
alla radio per difenderla in piena guerra; ma reo, soprattutto, di aver tuonato
contro l’usura, in particolare quella dei gradi banchieri ebrei americani. Gli
stessi che avevano favorito (ma non era carino ricordarlo, dopo il 1945)
l’ascesa al potere di Hitler con i loro finanziamenti e che, nei primi anni del suo
regime, non gli avevano lesinato prestiti a interesse agevolato, pur sapendo
che il suo programma era quello del riarmo e il suo probabile sbocco, una
nuova guerra mondiale; e, soprattutto, pur sapendo cosa ne pensava degli
ebrei viventi in Germania. In compenso, Pound fu messo in manicomio
criminale per dodici anni. Meno fortunati di lui, Drieu la Rochelle si era suicidato
e Robert Brasillach era stato fucilato; fucilato era stato anche il primo ministro
Pierre Laval, e per un soffio la stessa sorte non era toccata anche al
vecchissimo maresciallo Pétain, l’uomo di Vichy, e allo scrittore Céline; in
Norvegia, allo scrittore Knut Hamsun, già premio Nobel per la letteratura. In
Giappone, molti ministri e militari avevano fatto harakiri nel 1945; alcuni
intellettuali seguitarono a protestare per anni, fino al suicidio, come lo scrittore
Yukio Mishima, contro l’asservimento della loro Patria ai vincitori. Gli ultimi
soldati nipponici deposero le armi – si fa per dire: non era rimasta loro neppure
l’uniforme, andata in brandelli – quasi trenta anni dopo la fine del conflitto. Per
convincerli ad arrendersi, o meglio, a uscire dalla giungla, dovettero venire i
loro antichi ufficiali: non volevano credere che fosse tutto finito e che il loro
divino imperatore avesse chiesto la resa, già da tanti anni.
Abbiamo detto che, per capire l’Europa di oggi, dobbiamo tornare alla foto che
ritrae la bella figlia del borgomastro di Lipsia, riversa sul divano imbottito del
salotto di casa sua, accanto ai cadaveri di sua madre e suo padre. Erano tre
criminali di guerra? improbabile. Erano dei tedeschi che non vollero subire la
sorte dei vinti: lo stupro per le donne, le brutalità e forse la deportazione per gli
uomini; e che non volevano assistere all’annientamento della loro patria. I
tedeschi si batterono fino all’ultimo per difendere la Germania, non per
difendere Hitler; e lo stesso fecero i giapponesi. Anche molti fascisti di Salò
seguirono lo stesso impulso ideale: anzi, lo ebbero in maniera ancor più chiara,
perché nel settembre del 1943 era ormai chiaro come sarebbe andata a finire,
e avrebbero potuto cercar di nascondersi, in attesa della conclusione. Se non lo
fecero, è perché credevano di avere un dovere, che premeva loro più della vita:
difendere l’onore della patria, pur sapendo che avrebbero perduto e che
sarebbero stati trattati, poi, da criminali e da traditori. Ma traditori furono quelli
che versavano l’acqua nella benzina destinata all’esercito del Nord Africa, e
quelli che, con la radio, avvisavano la flotta britannica di tutti i movimenti della
flotta italiana: quelli che furono liberati da eventuali complicazioni mediante
l’articolo 126 del trattato di pace, che impegnava il governo italiano a non
perseguire i traditori – che, naturalmente, non furono chiamati così, e che,
d’altra parte, ricevettero una pioggia di medaglie e di decorazione dagli Alleati
riconoscenti. Tedeschi e giapponesi, dunque, e anche alcune frazioni del popolo
italiano, del popolo ungherese, del popolo romeno, per non parlare di quello
finlandese, si batterono fino all’ultimo non per fedeltà al nazismo e al fascismo,
se non in piccola misura, ma per difendere l’Europa dall’assalto e dalla
conquista di forze anti-europee e disumane, il brutale comunismo di Stalin e la
brutale dittatura finanziaria rappresentata da Churchill e Roosevelt. Avevano
sognato, o sperato, un’Europa diversa: l’Europa del sangue contro l’oro. È
troppo facile, oggi, dire che erano dalla parte sbagliata; a parte il fatto che
quasi nessuno sapeva di Auschwitz, pur se esistevano dei sospetti – ma gli
americani non sapevano perfettamente di Tokyo rasa al suolo, poi di
Hiroshima? e i britannici non sapevano di Amburgo, Berlino e Dresda? E i
turchi, nel 1915, non sapevano degli armeni? – resta il fatto che non cera, nel
1939-45, una parte “giusta”. Che ci fosse, ce l’hanno raccontato loro, i vincitori,
con centinaia di film, di documentari, di libri, di programmi televisivi, eccetera.
Una testimonianza un po’ troppo interessata; pure, noi tutti l’abbiamo mandata
giù per buona, e l’abbiamo insegnata diligentemente ai nostri figli. Così,
l’Europa è cresciuta nell’oblio di se stessa, e ha descritto la propria sconfitta e
la propria invasione come una gloriosa “liberazione”.
Che cosa intendiamo dire, con questo: che avremmo preferito la vittoria di
Hitler? Assolutamente no. Anche se sappiamo che sarà inutile, e che i fanatici e
gli sciocchi, brucianti di sacro zelo, bolleranno questo discorso come
revisionista, o addirittura come filonazista, noi lo ripetiamo ancora una volta:
non abbiamo alcuna nostalgia del nazismo; siamo anzi convinti che sia stato un
regime politico deleterio, con tratti accentuatamente criminali. Da ciò non
deriva, tuttavia, che abbiamo alcun motivo per rallegrarci di come le cose sono
andate, con la mostruosa alleanza fra comunismo e capitalismo di rapina, per
mettere il giogo sull’Europa; e, quel che è ancora più grave, per iniziare la
sistematica demolizione dell’identità europea e la cancellazione della sua
millenaria civiltà. Come ha fatto notare Stefano Zecchi, il fatto che il nazismo
abbia screditato orribilmente la causa dello spirito contro il materialismo rende
difficilissimo, oggi, fare questo discorso; eppure bisogna farlo, perché è il
discorso decisivo, dal quale dipende ogni altro: possibile che non si possa più
difendere la causa dello spirito, solo perché SS l’hanno macchiata con i loro
crimini, sette decenni or sono? E possibile che si debba assistere rassegnati al
suicidio dell’Europa e alla distruzione della sua civiltà, solo perché si permette
alla cultura politicamente corretta di ricattare chiunque osi criticare le
magnifiche sorti e progressive della democrazia e del libero mercato, cioè, in
effetti, del totalitarismo finanziario ormai imperante a livello planetario? Oggi
una cinica élite di plutocrati, fomentando l’auto-invasione islamista e la
diffusione dello stile di vita omosessuale, sta battendo gli ultimi chiodi sulla
bara della nostra civiltà. Non ci sono più europei, ma un gregge di individui
spossessati della loro identità e della loro dignità, ridotti al rango di
consumatori passivi e di manodopera a basso costo per arricchire sempre più
l’élitefinanziaria; un gregge che si è messo sulla china del suicidio biologico,
incoraggiato calorosamente dai propagandisti dell’invasione islamista e
dell’omosessualismo trionfante. L’ultima grande istituzione, la Chiesa, e
l’ultima grande cultura, quella cattolica, che ancora potevano difendere
l’identità europea e cristiana del nostro continente, si sono messe contro
l’Europa e si sono fatte attivissime promotrici sia dell’invasione, sia
dell’omosessualizzazione. Sono forse europei, i signori che odiano l’Europa e la
vogliono consegnare alle forze della dissoluzione, la vogliono schiava del
capitale finanziario e sommersa da ondate d’invasori islamici mascherati
malamente da profughi affamati (così affamati da pagare migliaia di dollari il
viaggio verso i nostri Paesi)? Verrebbe quasi da pensare che la famiglia del
borgomastro di Lipsia, nel 1945, ha avuto più dignità degli europei odierni nel
togliere ai vincitori la soddisfazione di fare di essi quel che avrebbero voluto.
Ma, naturalmente, il suicidio non è una soluzione, anzi, non fa che semplificare
le cose al nemico. E l’Europa, oggi, ha un nemico, lo stesso che aveva nel 1945,
e lo stesso del 1914: il grande capitale finanziario. Vogliamo semplificargli
ancor più l’esecuzione dei suoi piani scellerati? Sarebbe come fargli un favore
davvero immeritato…