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Clifford Geertz

Quadri di riferimento sfalsati, ovvero cultura dell’osservatore diversa da quella dei partecipanti, causano
nell’etnografo una condizione di spaesamento per cui stabilire quale sia il significato di un’azione in una
cultura remota diventa un compito difficile. L’etnografo si trova di fronte a molteplici strutture concettuali
complesse, molte delle quali sovrapposte o intrecciate.

Fare etnografia è come cercare di leggere un manoscritto – straniero, sbiadito, incongruente- scritto con
comportamenti strutturati piuttosto che con caratteri alfabetici. L’analisi sociale della cultura è SCIENZA
INTERPRETATIVA IN CERCA DI SIGNIFICATI. I significati degli attori sono OGGETTI CULTURALI, espressi
tramite forme simboliche, percepibili con i sensi e aperti all’osservazione. Le descrizioni offerte
dall’etnografo rimangono quelle di un osservatore il quale deve specificare norme e principi di una cultura,
non può condividere il sapere pratico che ne hanno membri. L’osservazione del partecipante del proprio
universo simboli è immediata e spontanea. La descrizione di un osservatore (antropologo o sociologo della
cultura), secondo Geertz deve essere espressa in termini di interpretazioni alle quali i membri
sottopongono le loro esperienze reali. A differenza di altri studiosi egli cercò di riconfigurare lo studio
sociologico della cultura focalizzandolo sulle analisi delle strutture significanti degli attori  intrerpretative
turn.

Critiche mosse a Geertz

 Dai positivisti: contrari all’idea di abbandonare spiegazioni in termini di leggi causali a favore di
accounts basati sulla ricchezza delle descrizioni e della profondità dell’interpretazione;
 Dalla teoria del conflitto: rimproverano il suo disinteresse per il potere e il mutamento sociale;
 Dagli antropologi postmoderni: obiettano di aver fatto un passo troppo breve rifiutandosi di
applicare al suo approccio l’interpretazione riflessiva che applicava ai dati.

CONCETTO DI CULTURA

Si possono individuare due fasi nella carriera di Geertz:

1^ fase  si muove all’interno del mainstrem di antropologia e sociologia americano; seguace di Parsons.
Studiò le trasformazioni della società indonesiana nel post-colonialismo, uno studio di popolazioni su larga
scala. In ambito accademico questa problematica era stata trattata sotto la teoria della modernizzazione
che concepiva lo sviluppo economico politico come un percorso unilineare alimentato da fattori
prevalentemente endogeni che, tutte le società avrebbero seguito nel passaggio dalla tradizione alla
modernità. Lo studio in Indonesia di Geertz attenzionava l’ambiguità del rapporto tra la teoria della
modernizzazione e i suoi lavori sul campo. Se da una parte le sue conclusioni traggono l’ottimismo della
teoria stessa (risvolti positivi verso un decollo, verso un’economia in sviluppo) è anche vero che egli vede
con preoccupazione l’erosione delle strutture culturali tradizionali. Questa ambivalenza si incentra sul
concetto di cultura che risulta avere, con Geertz, un ruolo più autonomo e dinamico.

 sulla scia della prima definizione di cultura come tutto ciò che non è determinato dall’ambiente
biologico, Parsons da un’utilità euristica a questo concetto restringendolo e precisandone la portata. La
cultura andava pertanto definita, in opposizione all’organizzazione sociale , come il sistema di simboli e
significati in termini dei quali gli esseri umani interpretano la loro esperienza e guidano il loro agire, mentre
il concetto di organizzazione o struttura sociale si riferiva alla rete delle relazioni sociali.

Geertz, accorgendosi che le tradizionali risorse culturali sono incapaci di dare significato alle loro esperienze
sociali ormai mutate propone un aggiustamento della sfera simbolica sostituendo i valori tradizionali con un
sistema culturale più generalizzato; accetta l’autonomia tra cultura e struttura sociale entrambi
astrazioni della totalità dell’azione MA in quanto costrutti teorici caratterizzati da una logica e principi
propri. La sfera culturale non è un riflesso dell’organizzazione sociale ma gode di autonomia relativa. Non è
neppure ermeticamente sigillato: è esposta alle pressioni della struttura sociale ed è quindi soggetta a
cambiamenti e manipolazioni. Geertz dichiarava il fallimento della teoria della modernizzazione mostrando
il passaggio non pacifico dell’Indonesia e in tutti i paesi in via di sviluppo, nella quale emerse una dittatura
piuttosto che una democratizzazione come aspirava la teoria. Questo fallimento della teoria lo spinse a
rivedere le procedure, gli assunti, gli stili di lavoro e la stessa concezione di ciò che stava cercando di fare.

REVISIONE anni ’60 ’70  partendo dalla modifica dell’oggetto di studio, passa dallo studio dello sviluppo
economico a problemi di ordine teorico e concettuale. Cambiano gli interlocutori, da sociologi, economisti e
scienziati politici a rappresentanti delle humanities (filosofi, studiosi di estetica, letterati, storici). Anche lo
stile di scrittura cambia, passando dalle monografie al saggio. L’oggetto centrale resta immutato: un tema
rigorosamente antropologico, la CULTURA anche se declinata in modo diverso.

2^ fase  appare una nuova metafora, quella ermeneutica del testo. Essa ha due principali
implicazioni: 1. Per capire un testo è necessario interpretarlo (diversamente da Parsons secondo cui la
cultura è un insieme di valori univocamente leggibili da istituzionalizzare ed interiorizzare) 2. Concentrare
l’attenzione più sull’oggetto culturale che sul suo processo di produzione.

Il fatto che l’interpretazione dell’etnografo sia un costrutto di un costrutto non implica che il metro della
sua validità risieda nella sua accettazione da parte dei nativi. Geertz afferma che l’analisi culturale è
intrinsecamente incompleta e che la superiorità di account su un altro consiste nella sua capacità di
stimolare altri accounts. Una interpretazione è superiore a un’altra quanto più è generalizzabile.

La questione principale riguarda cosa si guadagna e cosa si perde dal punto di vista sociologico a
considerare la cultura come insieme di testi. Il vantaggio principale consiste nell’evitare ogni forza di
riduzionismo simbolico, che tenti di spiegare i simboli come un semplice riflesso della struttura sociale o di
processi psicologici interni all’individuo. La sociologia tende a focalizzarsi su cause ed effetti degli oggetti
culturali, trascurando la loro natura e struttura intrinseca, MA la cultura non è semplicemente un prodotto
della struttura sociale poiché si identifica con un contesto simbolico nel quale emerge il significato della
società e delle personalità. Lo svantaggio consiste nel rischio di separare i prodotti culturali dal loro
processo di produzione e dalle relazioni di competizione, conflitto e dominio in cui sono inevitabilmente
inseriti. Un’altra problematicità è scindere il senso intrinseco del testo dall’uso che di esso viene fatto;
prendere in esame l’uso sociale di una forma simbolica fa emergere le differenze culturali tra gruppi, un
punto non adeguatamente esaminato da Geertz  eccessiva generalizzazione.

Per difendersi da questa accusa Geertz mette in luce che la validità delle generalizzazioni è sempre una
questione di scala, per cui se l’analisi riguarda il paragone TRA e non la variazione IN due società, è lecito
non porla in primo piano. L’interpretazione culturale, allo stesso modo di un testo, è il primo passo ma non
l’unico nell’analisi sociologica della cultura.

Le forme culturali sono trasmesse da generazione in generazione da portatori, incentivati o meno a


tramandarle. Questo significa voler integrare nell’analisi aspetti strutturali e simbolici perché non tutto
nell’azione è testuale. Non riesce a costruire la sua ambiziosa teoria multidimensionale dell’azione poiché
non in grado di legare il simbolico al sociale. Egli concepisce sempre più la cultura in isolamento dalla
società, come se l’opposizione tra simbolico e sociale fosse divenuta una divisione sostanziale.

Divisione materializzata nell’immagine della cultura discesa dall’alto e del potere che arriva dal basso che
evoca la separazione come rimozione della cultura dalle fonti dell’azione, dell’interazione, della prassi (dal
saggio Negara, dove vi è il punto di arrivo di tutta la concettualizzazione Geertziana della cultura).