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S
è
ſae
BIBLIOTECA

ENCICLOPEDICA
ITALIANA

MILANO
PER NICOLÒ BETTONI E COMP.

M.DCCC.XXXIV
}
OPERE

BENEDETTO VARCHI
CON LE LETTERE
-

VOLUME I

MILANO
PER NICOLÒ BETTONI E COMP.
M.DCCC.XXXIV
G L I E D IT O R I

li secolo decimosesto fu per l'Italia un secolo eminentemente


letterario nella più ristretta significazione della parola. Ne secoli pre
cedenti, a cominciare da quello così glorioso che segnò per noi l'e-
poca del risorgimento, e che chiamar si dovrebbe il secolo di Dante
a più giusto diritto che non si denomini da Papa Leone questo di
che imprendemmo a parlare, eransi pienamente dissipate in ogni
parte della penisola le tenebre della barbarie; già le lettere, le
scienze, le arti, sussidiate dal generoso patrocinio de'Principi e di
tutta la nazione, avevano qui piantata la sede loro per quinci spar
gersi, gentili e benefiche pellegrine, in tutta la rimanente Europa:
già disseppelliti i tesori del senno e del bello antico, e rinfocatasi
la smania di cercarli, di conoscerli, di vagheggiarli dalla presenza
de profughi Bizantini venuti fidatamente a rifugio in questa contrada
che un'altra volta avea dalla Grecia ricevuti i suoi maestri, s'erano
le menti italiche di nuovi spiriti accresciute; e sulla base delle tra
dizioni antiche, commesso e cementato con nuove leggi e con novelli
trovati, sorto era il magnifico edifizio della civiltà italiana, che pre
sto doveva diventare europea. E di vero che cosa mancava in Italia
a lume e conforto degli ingegni, allo splendore e all'incremento di
ogni bella ed utile disciplina, dappoichè la poetica inspirazione
aveva messo un linguaggio così nuovo, così moltiforme ed efficace sulle
labbra di Dante, del Petrarca, dell'Ariosto; e tutte l'arti belle e
con esso loro pur le meccaniche aveano avuto un traduttore così
fedele d'ogni più squisita lor forma, d'ogni più scorta loro indu
stria in quell'ingegno universale di Leonardo; dappoichè l'erudi
ione antica avea dischiuse le sue maggiori ricchezze al Poliziano,
al Filelfo, al Valla, e mercè le costoro fatiche e quella maravi
gliosa invenzione della stampa, che fu proprio quasi un nuovo senso
VIII

largito all'umanità, s'erano in Italia, più presto che altrove, dif


fusi i classici esemplari della Grecia e del Lazio; dappoichè la sto
ria, la politica e l'altre scienze civili avevano trovato un inter
prete così profondo ed acuto, ed ahi! troppo profondo ed acuto,
nel Machiavelli; e Firenze avea veduto rinnovellarsi le selve d'A-
cademo, e rifiorir la filosofia di Platone per consolare di nuova luce
gl'indagatori del vero? Il calle del rinnovamento civile era già stato
dagli Italiani intieramente percorso; ed essi potevano stamparvi
orme più luminose, e cogliervi più splendidi allori: potevano gli
aperti sentieri appianare e rabbellire: potevano sugli addentellati
del già costrutto edificio erger novelle moli a crescerlo d'ampiezza
e di maestà ; ma schiudersi nuovo cammino, ma fondare nuovo
tempio alla patria civiltà più non potevano.
Tuttavolta una grande e nobile opera lor rimaneva, in cui avreb
bero potuto e dovuto occupare l'esuberante forza dei loro ingegni,
e quella copia di mezzi d'ogni specie che avevano raccolta. Restava
loro di rivolgere in profitto del progresso politico e morale le con
quiste fatte nella carriera della civiltà: restava di ritrarre una pra
tica utilità in beneficio di tutta la nazione da tanto lusso di scienze,
di lettere, d'arti: restava d'applicare al miglioramento degli ordini
civili, al rassodamento della nazionale possanza tanti nobili pensieri,
tante feconde idee, tanti grandiosi concepimenti: restava in somma,
dopo aver rinnovato gl'ingegni, di riformar gli animi; dopo aver
rintegrate le scienze, le lettere e le arti nazionali, di rintegrar la
nazione. E certo a quest'unico scopo avevano inteso i primi au
tori dell'italico risorgimento: quest' era sullo scorcio del secolo
decimoquinto, quest'era il voto di tutti quel generosi che si tra
vagliavano con tanto fervore a promuovere la patria cultura; ma,
colpa dei fati e nostra, un sì magnanimo voto rimase inadempiuto.
Le nostre intestine discordie, le triste gare dei nostri Principi,
il cozzo fatale di tanti interessi, di tante passioni e di tanti rancori,
che si trascelsero ad arena l'Italia, trassero sulla nostra patria quel
fiero turbine di guerra, che mise ogni cosa sossopra, ed impedì che
attender si potesse all'opera del nazionale ristauramento. -

Quindi avvenne che gl'ingegni italici, alcuni sconfortati dallo


spettacolo delle patrie calamità, altri tratti da natural vaghezza di
tranquilli studi, i più costretti dalla prepotente forza delle cose,
abbandonarono le severe discipline, si ristrinsero all'amenità delle
IX

lettere e dell'arti, e più le forme pur di esse che l'intima sostanza ſe


cero soggetto delle loro speculazioni. Così limitato l'arringo degli inge
gni, non si venne però scemando la loro naturale versatilità e vigoria,
che applicatasi quasi intieramente alle lettere ed alle arti, le con
dusse alla cima della perfezione: intendo di quella perfezione che
principalmente consiste nella splendidezza ed eleganza delle forme,
e che piuttosto a precise norme di gusto s'appoggia, che alle libere
inspirazioni del genio. Si videro perciò nel secolo decimo sesto sor
gere in gran numero accademie e scuole d'ogni maniera, le quali
se da un canto giovarono alla più facile e generale diffusione dei
canoni fondamentali delle lettere e delle arti, alla cognizione dei
grandi esemplari ed all'incremento dell'arte critica, nocquero dal
l'altro per lo studio di setta che promossero, per le vane questioni
che suscitarono, pei vincoli soverchi, onde incepparono e mortifi
carono la spontanea manifestazione del genio. Alle accademie ed alle
scuole tenner dietro i maestri e i critici di professione, che degni di
molte lodi pel generoso fervore con che attesero a rintegrare il culto
dei classici modelli, e per l'acuto criterio che chiarirono nello sve
larne le eterne bellezze, non ponno però assolversi dalla taccia di
avere in ciò trascorso all'idolatria, e per tal guisa sconosciuta l'in
dole propria de'nuovi tempi, ed il verace ufficio delle lettere e delle
atti. Coi maestri e coi critici s'accompagnarono gli eruditi, che
giustamente compresi d'una profonda ammirazione per la dotta an
tichità, vi spesero intorno indagini così pazienti ed indefesse, ma
nel tempo stesso contribuirono a far porre in non cale i tempi mo
derni, ad incurvare le menti sotto il giogo di quel pregiudizio, che
solo nelle classiche età cercar si dovessero i dettami del vero e gli
esempi del bello, a diffondere tutti quel giudizi così esclusivi sovra
ogni maniera di cose antiche, che così a lungo traviarono gli intel
letti più lucidi e più veggenti. Io dirò cosa che potrà suonar troppo
ardita, ma che a me sembra potersi con validi argomenti confor
tare; ed è, che quell'età così decantata di Leone, quello splendido
Cinquecento così fecondo di chiari ingegni, non che segnare il pe
riodo più luminoso nella storia dell'italiana letteratura, segna pur
in quest'ordine di cose il principio delle italiche miserie, dovendosi a
parer mio ritenere, che la falsa direzione impressa in questo secolo
agli ingegni, fu una delle cause principali di quel corrompimento,
che sulla fine di esso e in quasi tutto il secolo successivo mise
b
x

ramente contaminò la nostra letteratura. Ed infatti, ove si prescinda


dalla protezione, onerosa anch'essa più presto che generosa, onde i
Principi italiani furono larghi in questo secolo a dotti, a letterati,
agli artisti, che cosa mai di tanto splendido in esso ci si presenta
nel particolare delle lettere e degli altri più gravi studi? A me pare
potersi dire a buon dritto, che come i Principi italiani dopo le
tante lunghissime guerre, conservarono il nome, non la dignità
e la potenza del grado, così gli scrittori vissuti alle lor Corti,
ed ivi festeggiati e protetti, furono in generale più eleganti che
profondi, più studiosi dell'estrinseco ornamento, che dell'in
trinseco pregio delle cose, e le lettere diventarono per essi frivole
e cortigiane. Gli storici privi della libertà necessaria, o si diedero,
tranne pochissimi, ad adulare i vincitori, o ad altro non attesero,
che a studiare gli artifici della composizione, sacrificando la vera
dignità dell'istoria a miserabili canoni dei retori. I poeti poi in
ispecie, quali trascesero ad una servile imitazione del Petrarca, quali
con infinito studio e valore, ma con poco savio consiglio, si diedero
a dettar versi nella lingua di Virgilio e d'Orazio, quasi volessero tor
nar la nazione alla favella de Latini, o fosse nell'arbitrio degli uo
mini risuscitare uno spento idioma: i più fecer suddita, non dirò
la loro ispirazione, ma la facile lor vena alle arguzie de'maestri, e
spesso con servitù peggiore a capricci de mecenati: nessuno, se ne
togli l'infelice Torquato e il buon Guidiccioni, costretti eglino pure
a piaggiare il genio rettorico e cortigianesco dell'età, nessuno fece
rivivere la vera poesia dell'Alighieri: quella poesia che trae sua
materia dalla patria, dalla religione, dagli affetti più intimi dell'u-
man cuore, e si propone un alto scopo di sociale miglioramento.
Alle arti, egli è vero, arrise una più lieta fortuna e la sacra scin
tilla che scaldata aveva la fantasia di Leonardo si trasfuse in Raf
faello, in Michelangiolo, in Gaudenzio, in Tiziano, e da essi gelosa
mente nodrita, mantennesi viva per lunghi anni nelle fiorenti loro
scuole. Ma ella è sentenza volgare, che le arti del disegno tanto
non seguono, quanto le arti della parola, le condizioni civili, e pos
sano ornare così i trionfi, come i funerali di una nazione, senza che
scemino punto del loro splendore, o ne vada alterata la loro nativa
sembianza. Al che vuolsi aggiungere, che esse, reggendosi a poche
norme, e queste assai semplici ed in gran parte soggette al giudizio
de sensi, che di leggieri non può essere corrotto, minor rischio cor
XI

rono d'esser ammiserite dall'erudizione farragginosa e dalla gretta


pedanteria de'cattedranti.
Ma se l'arti in questo secolo vissero d'una vita lor propria, e creb
bero rigogliose, le lettere in vece s'andarono nudrendo, a così
esprimermi, di succhi stranieri, e solo mantennersi in certa appa
renza di vigoria per la virtù del presidi, con che attesero a confortare
la loro fiacchezza. Fra i quali voglionsi contare come i più efficaci
l'imitazione degli antichi, raccomandata in tutte le scuole e con il
lustri esempi convalidata, e la scrupolosa osservanza delle regole,
che i cattedranti e i critici di professione vennero imponendo
ad ogni specie di letteratura. Nè già potevano siffatti presidi
uscir del tutto vuoti di buoni effetti; chè i fiori di Grecia e del La
zio trapiantati nel giardino italico non potevano perdere tutta la
loro freschezza e fragranza, e le regole, se le più volte impastojarono
gli alti ingegni, potevano tornare di qualche ajuto a mezzani, e in
generale contribuire a diffondere le norme d' un gusto corretto. Se
non che a lungo discorrere le menti nella servitù dell'imitazione
si svigorirono; si nausearono d'una letteratura artificiale, povera
di sostanza, gretta e monotona nelle forme; fra la moltiplicità dei
precetti smarrirono la traccia delle vere leggi del gusto; ed all'ul
timo non avendo forza di tornare alla natura ed al vero, nè osando
scuotere il freno delle regole, trascesero ad ogni stravaganza, e il
freno scossero della ragione. Di qui l'invasione di quel pessimo gu
sto che prese il nome dal Seicento, in cui deplorabilmente guastò
quasi intiera l'Italia, ma che vuolsi dire per le accennate cause
nato e cresciuto nel Cinquecento. Intorno a che è da notare essersi
la maggior corruzione manifestata nel particolare dello stile, per
questo che avevano i maestri introdotto nell'universale l'opinione,
che le maggiori diligenze dovevano spendersi intorno alle forme del
comporre, e in queste sole cercarsi pregio di peregrinità e d'ar
dimento.
Dopo tutte le cose fin qui discorse, tengo di fermo, che ognuno
intenderà di leggieri con qual mente e con quali limitazioni io di
cessi sul principio essere stato in Italia secolo eminentemente lette
rario il decimosesto, nè dubito punto che mi s'apponga carico
d'incoerenza, se verrò soggiungendo, ch'esso va contato fra i più
distinti della nostra letteraria istoria. E di vero, se esso non pro
dusse alcun ingegno veramente creatore, fu però, massime nei suoi
xII

primordj, fecondo di nobili intelletti, educati alla più squisita elegan


za: se non ci lasciò se non due o tre opere veramente atte ad accre
scere il capitale delle nostre letterarie ricchezze, moltissime opere
ne trasmise riguardevoli per diverso genere di merito, nelle quali
tutta risplende la temperata lucidezza delle menti italiane; se non
diè nuovo impulso alla patria letteratura, ne mantenne non per
tanto il decoro e le gloriose tradizioni. Singolar lode ella è poi di
questo secolo, che i più svegliati ingegni abbiano atteso a porre
in onoranza lo studio della nazionale favella, ed a cercare con
ogni maniera di cure d' accrescerla e serbarla ad un tratto nella
sua purezza. Alla quale opera, quant'altra mai, utile e bella si ap
plicarono con infinita pazienza e con vera saggezza di dottrine
molti illustri Toscani, e tra essi in ispecie quel BENEDETTo VARCHI,
a cui è ben tempo che si rivolgano le mie parole.
Questo preclaro scrittore va tra più fecondi dell'età sua, così pel
numero come per la varietà delle opere in cui spese il suo versatile
ingegno. Egli è carattere dell'epoche, in cui le lettere volgono al di
chino, l'incontrarsi frequente in molti quest'attitudine di rivolgere
l'intelletto agli studi più svariati, dacchè avviene per consueto, che
nel campo dell'universale cultura si guadagni in estensione quello che
si perde in profondità. A molte diverse e quasi opposte discipline ap
plicossi il VARCHI, essendo egli stato oratore e poeta, filosofo e critico,
autor di commedie e di storie; e se in tutte si lasciò addietro di gran
tratto la perfezione, emerse in molte assai distinto, e si tolse dalla
turba volgare de'mediocri. Quanto poi allo scriver purgato e lon
tano da ogni corruzione straniera fu dei primi del suo secolo, sic
come pure non rimase secondo a nessuno nel generoso fervore di
promuovere ogni maniera di studi.
Nacque egli in Firenze nel 15o2: studiò in Pisa le leggi e vi fu
addottorato: indi per secondare la volontà del padre, esercitò alcun
tempo nella patria la professione di notaio. In progresso divenuto
padrone di sè, attese a quegli studi che gli erano più accetti, e dal
famoso Pier Vettori imparò la lingua greca, da Francesco Verino
la filosofia. Nelle turbolenze civili che agitarono la sua patria, egli
segui la parte contraria ai Medici; onde fu mandato a confino, e
costretto a cercare rifugio in varie parti d'Italia. A Venezia, a Bo
logna ed a Padova, egli ebbe opportunità di continuare i suoi studi
sotto la scorta del migliori maestri,º e di stringere amicizia coi più
- XIII

valorosi ingegni di quel tempo. Indi per opera dell'amico suo Luca
Martini, segretario al Gran Duca Cosimo I, fu richiamato a Firenze
per essere uno dei sostegni della rintegrata Accademia Fiorentina.
Tutti sanno che quella cima di furbo, intento a rassodare la sua
nuova Signoria, non fel risparmio d'alcuna industria ad ottener
grido d'accomodante, ed a mostrarsi munifico protettore delle scienze,
delle lettere e dell'arti. Quindi non è da far le meraviglie se fu li
berale al Varchi, antico avversario de' Medici, di tanto favore, sino ad
assegnargli uno stipendio, affinchè scrivesse la storia di quel tempi;
ciò ch'egli fece cominciando la sua narrazione dal 1527, e conti
nuandola sino all'anno 1538. Il Tiraboschi, e più recentemente il
Rosini lo accusarono d' aver venduta a Cosimo la sua penna; ma
il Ginguené, l'Ambrosoli ed altri portano più mite opinione, e il
libro per sè medesimo a noi pare che nel discolpi. Infatti, sebbene
si possa dire che il VARCHI non osò proclamar sempre il vero, può
nel tempo stesso affermarsi che adulazione o timore non lo strasci
narono mai a dire il falso, ad esaltare il vizio, a deprimere la virtù.
Nondimeno scrivendo in tempi tanto tumultuosi, in mezzo ai par
tigiani delle contrarie fazioni, non evitò que pericoli che andavano
uniti alla sua impresa; e quando fu conosciuto il primo libro della
sua storia, v'ebbe chi tentò d'ucciderlo con pugnalate. Di che egli,
quantunque ne fosse tratto a pericolo della vita, non s'udì mai parlare
in appresso; nè mai con rara moderazione volle palesare gli autori
del misfatto, comecchè gli fossero ben noti. Il Pontefice Paolo III
cercò d'averlo a Roma; ma egli sapendo che ciò sarebbe spiaciuto
a Cosimo, ne ricusò le offerte. In età di anni sessantadue si rendè
prete, e fu dal Duca eletto Prevosto della Pieve di Montevarchi,
d'onde era la sua famiglia; ma mentre stava per trasferirsi colà,
sorpreso da apoplessia, finì di vivere nel 1565. Egli fu di costumi
severi, parco del desideri, riserbato in ogni atto e discorso. Visse in
grande dimestichezza coi più colti ingegni d'Italia, fra i quali vo
glionsi distinguere il gran Buonarroti, monsignor Lorenzo Lenzi Ve
scovo di Fermo, che sotto il nome di Lauro egli celebrò nelle sue
Rime, il Cardinal Bembo, Gian Batista Busini di cui diremo più
sotto, ed il Commendatore Annibal Caro, con cui scrive egli stesso
d aver avuto piuttosto fratellanza che amistà, e ch' egli perciò
prese a difendere contro le acerbe censure del Castelvetro.
Quasi senza novero sono le opere di questo illustre scrittore,
XIV

delle quali noi abbiamo trascelte le più pregiate a formare i Volu


mi XXXVIII e XXXIX di questa BIBLIOTECA ENciclopedicA ITA
LIANA. Prime abbiamo poste le Lezioni sopra diverse materie let
terarie e filosofiche, nelle quali il VARCHI si mostra sempre uomo
erudito ed elegante nello scrivere, benchè troppo diffuso e verboso,
e da cui puossi derivare gran lume intorno allo stato della critica e al
modo con cui erano ventilate le più gravi controversie nel secolo de
cimosesto. Nel riprodurle, noi abbiamo seguita l'edizione Fiorentina
dei Giunti del 159o, oltre ogni credere scorrettissima, e ci siamo
presa ogni cura di disporle secondo l'ordine dei tempi, di purgarle
dai molti errori, e d'accompagnarle di parche noterelle a schiari
mento de luoghi oscuri e ad illustrazione di vari punti di critica
e di biografia letteraria. Segue l'Ercolano, ossia il Dialogo delle
lingue, che va fra le più vaghe opere del nostro Autore, e che fu
reputato in ogni tempo come un'ampia e doviziosa conserva delle
ricchezze del nostro linguaggio. Per esso noi ci siamo attenuti al
l'accuratissima Edizione procuratane in Padova dal chiaro filologo
Anton Maria Seghezzi, coi tipi del Comino nel 1744. Indi collocam
mo la commedia intitolata la Suocera, secondo l'Edizione che ne
diede in Firenze Bartolommeo Sermartelli nel 1569: commedia
scritta ad imitazione dell'Ecira di Terenzio, e tutta fiorita delle più
schiette grazie del nostro idioma. In appresso ponemmo i Sonetti
e le Poesie Pastorali, attenendoci per gli uni alle Edizioni del Tor
rentino e del Giunti, per le altre all'Edizione di Bologna del 1576:
con che si chiude questo primo Volume.
Nel secondo inserimmo la Storia Fiorentina, per la cui ristampa
ci attenemmo all'edizione che ne venne in luce nel 1721, colla
data di Colonia, non lasciando di consultare anche quella impressa
dalla Società dei Classici Italiani. Noi abbiamo creduto far cosa
grata ai nostri Associati, premettendovi le Lettere che GiovANNI
BATISTA BusINI scrisse al Varchi stesso, perchè gli servissero d'in
dirizzo nel tessere la sua Storia. Primo a far conoscere queste let
tere all'universalità dei letterati fu nel 1752 il canonico Bandini di
Firenze, il quale recando quel brano così bello della Lettera Undeci
ma, che al Machiavelli si riferisce, indusse molti a curiosità; ma esse
non furono pubblicate che nel 1822 in Pisa, coi tipi di Nicolò Capurro
sopra un codice della Biblioteca Palatina, concesso alla stampa dalla
benignità del regnante Gran Duca di Toscana. « Le lettere di Gian
XV

Batista Busini (scrive l'illustre Mazzucchelli) sono piene di no


zo
tizie singolari di Firenze e dettate con gran sincerità e libertà:
:
e quantunque il fiore di esse abbia servito al Varchi per tessere
so
la sua Storia Fiorentina, ciò non ostante, avendo il VARchi per
99
giusti riguardi, tralasciato d'inserire molte delle più recondite
» notizie e delle particolarità più curiose scritte dal Busini, non
» resta punto defraudato il pregio e l'importanza di esse ». –
Gian Batista Busini apparteneva a un illustre casato fiorentino, ma
pochissimo sappiamo di lui, poichè essendo egli stato della parte
contraria ai Medici, gli scrittori che vennero dopo, lo lasciarono
con molti altri in silenzio. Le poche circostanze della sua vita pub
blica si trovano qua e là sparse nelle sue Lettere, e nella Storia del
Varchi; il quale lo chiama giovine letterato, uomo leale e zelante della
salute della patria, seguitando poi a narrare come fu nel 153o confi
nato per tre anni a Benevento, e per non aver preso, non che osser
vato il confino, fatto poi rubello. Nel suo esiglio dal 1548 al 155o,
egli scrisse codeste lettere, le prime ventiquattro da Roma, da Fer
mo la vigesimaquinta, e senza data le due seguenti. Le ultime tre,
-
che al dire degli editori Pisani non si trovano nella più parte dei
manoscritti, non sono però le meno importanti, specialmente per
quello che si legge del Machiavelli, che nelle bestie di Circe aveva
figurato tutti gli amici dei Medici: novella prova e documento per
compiangere la versatilità di quel profondissimo ingegno.
Egli è il vero che scorgesi in queste Lettere del Busini un soverchio
spirito di parte, che mal si soffrirebbe in uno scrittore di storie; ma è
da riflettersi, che tutti gli scrittori, cronisti o annalisti di quei tempi,
tinti sono della medesima pece. I fautori de' Medici e quelli soprattutto
di Cosimo I circondarono di luce il soglio di quel fortunato, dissimulan
done i vizi e le enormità; e gli avversari invece gl'imputarono quanti
trasordini, quante libidini e crudeltà deturparono la vita dei primi
Cesari. Quindi, nell'intento di mettere in grado i lettori di recare
uno spassionato giudizio intorno agli avvenimenti principali discorsi
nella Storia del VARchi e nelle Lettere del Busini, stimammo oppor
tuno aggiungervi a modo d'appendice la Nota che sull'ordinamento
della Repubblica Fiorentina e sulla Casa dei Medici l'illustre conte
Pompeo Litta premise all'Albero Storico-Geneologico di questa famosa
famiglia, nella sua grand'Opera delle Famiglie celebri Italiane. Poche
pagine storiche si sono scritte a'dì nostri con tanta profondità, con
XVI

tanta imparzialità, con tanta energia, quanto se ne trova in questa


Nota del Litta, che certo tutti i nostri Associati gradiranno di ve
der posta a fregiare questo Volume.
Tale è l'ordine per noi tolto a seguire in questa edizione delle
Opere di BENEDETTo VARCHI, della quale una più completa non ne
fu mai pubblicata in nessuna parte d'Italia, e che noi, consapevoli
delle molte diligenze che v'abbiamo speso intorno, fidatamente pre
sentiamo a nostri Associati. Taluno per avventura ne potrà dar ca
rico d'avervi compreso alcune prose di poco rilievo, siccome sono
varie delle Lezioni, e molti versi che non fanno poesia, quali sono
i più de Sonetti del VARchi. Ma noi lo pregheremo a por mente,
che questa nostra BIBLIOTECA ENcicLoPEDICA fu destinata a rappre
sentare tutti quanti i secoli della nostra letteratura, e ad accogliere
perciò non solo le produzioni eccellenti, ma quelle ben anco che
per qual si voglia rispetto, ponno servire a far ritratto d'un'epoca,
qualunque ella sia, della nostra letteraria istoria. Che se egli ne pi
gliasse argomento di deplorare la misera condizione in cui ven
nero nel secolo decimosesto le lettere italiane, ben volontieri noi fa
remmo eco a suoi lamenti, anzi non ci ristaremmo dal rallegrarci
coll'età nostra, perchè vada dimenticando non pochi dei moltissimi
scrittori del tanto decantato Cinquecento.

ACHILLE MAURI.

ti
OPERE
DI

BENEDETTO VARCHI

L EZ I O N I
-

D ED ICA tissimo che siccome voi sete ottimo cono

DELLA EDIZIONE DEL GIUNTI


scitore delle materie le quali in esse si trat
tano (che sono non meno dotte che varie,
nè meno alte che leggiadre) sete altresì di
quelle sommamente meritevole. E come l'af
ALL'ILLUsTRIssIMo fetto non mi inganna e l'adulazione non mi
b e c cE L L E NT IS SI M o S i GN 0 R E
trasporta, così ingenuamente potrei rispon
dere a chi tinto di cortese invidia affer
masse voi essere vieppiù vago di militari
D. GIOVANNI DE' MEDICI
discipline, che di filosofiche scienze, che voi
- sete uno di quei signori più rari, il quale
ad imitazione del vostri maggiori avete per
\a civil duello che passò fra quei duoi ornamento le lettere, e per sicurezza l'armi.
Greci Personaggi, per conto dell'armi di Perchè se alla fortuna vostra fosse dicevole,
Achille, gran parte pare a me che abbia o la qualità del fatto comportasse, che voi
nella vittoria d'Ulisse, quell'argomento con esercitaste quelle in guisa che queste pub
che egli dimostrò che elleno ad Aiace per blicamente trattate, togato nella vostra fio
venire non potevano, atteso che ei non aria ritissima accademia, chi non sa, che voi vi
saputo intendere le figure che in quelle mostrereste dotto ed eloquente non meno
erano intagliate. E nel vero l'intendere, che armato nelle altrui contrade vi sete
tuttochè in ogni umana condizione si do mostrato prode e valoroso? Ma quando pure
tesse osservare grandemente, tuttavia nelle queste cose per non avere causa o dimo
persone, alle quali un qualche dono abbia strazione agli uomini vulgari dessero ca
no destinato, vieppiù considerare si dovreb gione di dubitarne, chi fia che mi nieghi,
be. Perchè quando ancora tutte le cose alla illustrissimo ed eccellentissimo signore, che
pualità e fortuna di tutti gli uomini fossero dove in esse si tratta di amore, di bellezza
in apparenza adeguate, ci sono di molte e di grazia non pure voi non ne abbiate
frtudi occulte (come per lo più veggiamo sovrana intelligenza, ma che cosa nissuna
elle pietre preziose) che tanto più o meno si sia potuta dire di bello o di buono, che
no altrui care, quanto più o meno da altrui da voi amabilissimo, bellissimo e graziosis
tengono ad essere intese. Di qui è, illustrissi simo signore, quasi ritratta non sia? Certo
ino ed eccellentissimo signore, che avendo (che io mi creda) niuno. E voglio a que
o di nuovo raccolto molte lezioni del dot sto proposito ricordarmi quando l'anno 79,
ssimo M. Benedetto Varchi, e messole in essendo io in Venezia, venni di brigata con
ieme con le altre stampate tutte in un gli altri di nostra nazione a far riverenza
ºlume, ho deliberato presentarlevi, risolu a voi, che a Venezia venivate imbasciadore l
vARCHI
2 LEZIONE

per lo serenissimo Gran Duca Francesco, -

vostro fratello, ove con mio grandissimo LEZIONE


contento, poneva mente, che ovunque vol s U L LA
tavate i passi, ivi creavate voi un improv
viso stupore in chi vi mirava; ed ogni per GENERAZIONE DEL CORPO UMANO
sona d'ogni qualità, d'ogni sesso e d'ogni
età correva per vedervi, si urtava e pre
meva per accostarvisi e calcate le strade, BENEDETTO VARCHI
altri dalle finestre, altri da tetti pendevano AI, MAGNIFICe

per meglio considerare la bellezza e la gra E suo MolTo oNoRANDISSIMO MESSER


zia che di voi destava un cortese e gra
zioso amore in chi vi vedeva, talchè tutti “CRISTOFANO RINIERI
ad una voce affermavano voi essere le de
lizie non pur di Firenze, ma di Toscana,
adunque voi
anzi d'Italia tutta. L'essere MOue cose sono state cagione principalmente,
tale, illustrissimo ed eccellentissimo signore, magnifico M. Cristofano, che io senza aver ri
mi ha fatto animo, che io vi presenti que guardo alle molte e grandissime faccende vo
ste lezioni con molta diligenza, fatica e spesa stre, così pubbliche, come private, ho voluto man
darvi forse con poca prudenza, ma certo con
raccolte, corrette e ridotte insieme nella grandissima sicurezza, tutto quello, che tratto di
guisa che vedete, immaginandomi, che nel molti e diversi autori, era stato posto insieme da
mandarle io fuora nel cospetto degli uomi me, e recato in iscrittura più con ordine e bre
ni, i quali grandemente le desiderano, voi vità, che con eloquenza e dottrina, sopra la ge
tanto meno vi sdegnerete, anzi tanto più nerazione e formazione del corpo umano, non
aggradirete, che dalla Eccellenza Vostra pi ad altro fine, che per potere con maggior chia
rezza degli ascottanti, e minor fatica di me, re
glino splendore, quanto più anderete con citarlo nell'Accademia nostra in una lezione: av
siderando che elleno son fatture del buon venga che poi nè in due mi venisse ciò fatto com
Varchi, accademico vostro, eletto e stipen piutamente. La prima il parermi d'aver cono
diato fra gli altri più degni rispetti, per sciuto più volte in molti e vari ragionamenti vo
stri, non solo quanto vi dilettate, ma tendete an
isvegliare le belle lettere in Toscana, dalla cora ne discorsi filosofici, e massimamente delle
gloriosissima memoria del gran padre vo cose naturali: il che può venirvi non meno da
.
stro (che viva beatissimo in cielo), il quale gli avoli e maggiori vostri, che dalla continua
" sa il mondo) tanto in abbracciare e pratica e stretta familiarità, la quale sempre
vorire i dotti, era nuovo mecenate, quanto avete tenuta, e tenete oggi più che mai, con tutte
quelle persone, le quali in qual si voglia o arte,
nel potere e volere sollevarli, fu veramente o scienza sono grandi ed eccellentissime riputate.
un nuovo Augusto. Piacciavi adunque, illu L'altra, perchè mi rendo certissimo, che voi, così
strissimo ed eccellentissimo signor mio, co per la vostra umanità, che usate generalmente
me verace figliuolo del gran Cosimo ed imi in verso ciascuno grandissima, come per l'affe
tatore de' suoi magnanimi fatti, che il buon zione che portate a me particolarmente più che
ordinaria, pigliarete questa mia, piuttosto utile
Varchi venga alla luce sotto lo splendore fatica, che pomposa, non solamente volentieri,
vostro illustrissimo, e da me accettate il ma in grado: benchè a me basta dimostrare in
picciolo dono di queste sue lezioni, col gran quel picciol modo che posso, non a voi, che la
de affetto che vi vengon pòrte, assicuran vi sapete benissimo, ma agli altri, parte di quella
dovi (come esso Varchi soleva dire) che, osservanza e gratitudine che vi debbo.
-
– Se povero è il don, riceo è il desio,
Con che, inchinandomivi e quanto più posso
ricordandomivi devotissimo servidore, resto DICHIARAZIoNE DI M. BENEDETTo vARCHI, soprA IL
VENTICINQUEsIMO CANTO DEL PURGAToRIO DI DAN
pregandovi da Dio benedette altrettanta fe ºrE, LETTA DA LUI PUBBLICAMENTE NELLA FELI
licità, quanta comporta il merito vostro in cissiMA ACCADEMIA FIoRENTINA, IL GIoRno dopo
finito. -

s. GIovANNI DELL'ANNO 1543.


Di Firenze, alli 8 di febbraio, 1589.
Di V. E. Illustrissima
Taus 1'Ente, cioè tutte le cose che sono
qualunque e dovunque siano, sono e si com
Umilissimo Servidore prendono
cademici,
(magnifico Consolo, virtuosissimi Ac
e voi tutti uditori nobilissimi) tra la
Filippo GIUNTI. materia prima e lo primo motore. E siccome
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO 3

egli non si può nè pensare, non che altro, cosa ciole o piuttosto niente. E se i cieli (come te.
nessuna nè più bassa, nè più vile, nè più im stimonia il profeta) narrano là suso la gloria
perfetta nella materia prima, essendo ella tutta del Fattore loro, certissima cosa è, che dell'o-
quanta pura e semplice potenza, senza atto pere e lavori di quaggiù niuno se ne trova, il
alcuno, così all'incontro niuno se ne può, quale o più largamente manifesti, o più chia
immaginare ancora nè più alta, nè più nobile, ramente dimostri l'ineffabile maestà di Dio e
ne più perfetta di Dio, essendo egli tutto quanto l'incredibile onnipotenza della natura, che il
semplice e puro atto senza veruna potenza. compimento dell'uomo: conciossiacosachè in
Ora tutto quello che si racchiude, e che si esso si congiungano unitissimamente due na
intraprende fra la prima materia, nella quale ture diversissime, l'una divina ed immortale,
sono le forme di tutte le cose in potenza, e l'altra terrena e corruttibile. È ben vero che
in virtù è lo primo motore, nel quale sono siccome tanto alta materia e tanto sottile e non
tutte le medesime forme, in atto ed in essere meno utile a sapere che gioconda ad udire;
molto migliore e più vero, che in loro stesse così il trattarne e volerla insegnare è non
non sono, si divide principalmente in due parti, meno pericoloso che malagevole: perciocchè,
in cose corporali e sensibili, e queste sono ter l'intelletto nostro è nelle cose oscurissime a
restri e caduche; e in cose spirituali ed intel noi e chiarissime alla natura, non altramente,
ligibili, e queste sono celesti e sempiterne. E come dice Aristotile nella prima filosofia, che
siccome le cose incorporali, che menti divine l'occhio del pipistrello a raggi del sole. Ma
e sostanze separate, ovvero intelligenze si chia perchè (come afferma il medesimo filosofo nel
mano, sono mezze tra Dio e le cose corporali, libro medesimo) il conoscere ancora che po
così le cose corporali sono mezze nè più nè chissimo delle cosc alte ed eccellenti è molto
meno fra le sostanze separate e la materia. migliore e più da stimarsi che l'intera scien
0nde, come tra le sostanze separate quella è za di moltissime, le quali siano basse e volgari;
più nobile e più perfetta dell'altre, la quale io per ubbidire a chi si deve eseguitare il lo
più rimovendosi, e più discostandosi da'corpi, i devolissimo ordine e l'utilissima usanza di que
più s'appressa al primo principio ed ultimo sta fioritissima ed onoratissima Accademia, ho
fine nostro, e di tutte le cose, cioè a Dio ot preso, per le ragioni che di sotto intenderete,
timo e grandissimo; così tra corpi quello è de a sporre oggi e dichiarare il venticinquesimo
gli altri più perfetto e più nobile, il quale più Canto del Purgatorio, nel quale Dante (che
lontano dalla materia, più all'intelligenze s'ac dicendo Dante, mi pare insieme con questo no
costaes'avvicina; e più s'avvicina alle intelligenze me dire ogni cosa) tratta compiutamente del
e più s'accosta senza comparazione una cosa ani l'una e dell'altra di queste due cose, cioè,
nata, qualunque si sia che qual si voglia di quelle così della generazione e formazione del corpo
che animate non sono. E qual filosofo neghe umano, come della infusione e natura dell' a
rebbe, se il cielo manca d'anima (come tengo nima con tale artificio e con tanta dottrina, che
º i teologi nostri cristiani) che lo più vile ben si vede che egli oltra l'essere stato eser
º imperfetto vermine che si trovi, non sia citatissimo nella vita attiva e civile, seppe
mºlto più degno senza proporzione e molto perfettamente tutte l'arti e scienze liberali.
più perfetto di lui ? Di questo breve discorso, E questo capitolo solo, il quale io giudico più
breve dico, rispetto a quello che dire a oc utile e più difficile che alcuno degli altri, lo
ºse, si può trarre agevolmente (s'io non può mostrare ampiamente ottimo medico, ed
º inganno) che l'uomo e quanto alla forma, ottimo filosofo ed ottimo teologo. Il che non
º quanto alla materia avanza di grandissima avviene forse in nessun altro poeta, nè de greci,
lunga e trapassa le cose che sono dal cielo nè de latini; ed io per me, non pure vi can
della luna in giù tutte quante: perciocchè l'ani fesso, ma giuro che tante volte, quante io l'ho
º razionale, propria forma di lui, è (come ne letto, che tra la notte e 'l dì son più di mille,
mºstrano i filosofi) l'ultima delle intelligenze, sempre m è cresciuto la maraviglia e lo stu
º essendo tra le intelligenze ultima, viene ad pore, parendomi di trovarvi nuove bellezze,
ºsere prima tra tutte l' altre cose, che intel nuove dottrine e conseguentemente nuove dif
"senze non sono. E perchè alla più nobile for ficoltà ogni volta. Onde tanto più mi pentiva
º e più perfetta si richiede la più nobile ma di mano in mano della folle e temeraria pro
tria e la più perfetta: quindi è, che il corpo messa mia, quanto m'accorgeva meglio come
ºano e di nobiltà e di perfezione vince d'as bonariamente sì e con molta ſede, ma incon
º ed eccede tutti gli altri. E veramente, in sideratamente nondimeno e con poca prudenza
stenosissimi uditori, nell'anima umana, consi fosse stata fatta da me. Perciocchè io non vo
º solo di per sè, e nel corpo umano, con glio che alcuno di voi, benignissimi uditori,
siderato solo di per sè, e in tutto quel perfet m'abbia, o per tanto imprudente, o per tanto
ºno e nobilissimo composto che risulta del prosuntuoso, che egli si creda che io avessi
l'uno e dell'altro insieme, e questo è l'uomo, scelto mai da me stesso un sì fatto capitolo a
º (come i saggi conoscono) tante e tanto di dichiarare, chente è questo. Anzi avendo io fer
º considerazioni, tante e così belle, e cosi mato (come sanno molti), che io veggio sedere
grandi, e così maravigliose operagioni e virtù, in questo luogo per onorarmi di sporne un'al
che tutte l'altre bellezze, tutte l'altre gran tro assai più chiaro e più agevole, ſui richie
º, tutte l'altre meraviglie, di tutte l'altre sto con istanza grandissima da alcuni amicis
º ed operagioni, verso quest'una sono pic simi miei, a quali non volli e non dovei man
4 LEZIONE

care di leggere questo, così come io sapessi. donna; poi, se ne basterà il tempo, favellare
La qual cosa ho voluto dirvi sì, acciò che vo minutissimamente dell'anima umana, e di tutte
gliate più agevolmente scusarmi in tutto quello,
in che io di materia sì alta e si nascosa ragio
nando, o errassi per poco sapere o per troppa
inavvertenza mancassi: e sì affine che più vo
le parti e potenze sue, secondo la dottrina Pe
ripatetica. Ma perchè a bene intendere qua
lunque cosa in qualunque scienza, bisogna pri
ma (come insegna Aristotile nel principio della
l
lentieri vi piaccia di perdonarmi, se in trattando Fisica) conoscere i primi principi e le prime
di cose si muove e quasi del tutto inusitate cagioni infino agli ultimi elementi d'essa; per
nella lingua nostra, userò necessariamente se chè dalla cognizione di questi si conoscono poi
guitando in questo, ed i greci ancora ed i la tutte l'altre cose, ed allora finalmente ci par
tini, alcune parole e vocaboli, i quali paresse di sapere alcuna cosa, quando i primi principi
ro alle vostre purgatissime orecchie, o più vili sapemo, e le prime cagioni sue; però noi vo
e plebei, o meno puri ed onesti che in questo lendo fare innanzi che venghiamo all'ordine e
castissimo esantissimo luogo tra persone tantomo sposizione delle parole, un discorso e ragiona
deste e tanto disciplinate non si conviene: ben mento universale sopra la formazione del corpo
chè le medesime cose (con i medesimi nomi si umano, a fine che meglio, e più agevolmente
può dire) si trovano scritte, non pur nelle leggi si possa imprendere e possedere questa tanto
civili e canoniche (come si vede per tutto il utile e difficile materia, dichiareremo prima
titolo degl'impotenti ed ammaliati) ma ezian alcuni nomi e principi, i quali sono necessaris
dio nella scrittura sacra e divina. E però noi simi, così a trattare del corpo umano, come a
(poste da parte tutte le scuse) verremo oggi generarlo. Ed innanzi che io faccia questo, non
mai, coll'aiuto e favore di Colui che tutto sa voglio mancare d'avvertirvi che la generazione
e tutto può, all'intenzione e proponimento no e formazione del corpo umano è cosa tanto ri
stro, pregandovi prima umilmente umanissimi posta e tanto nascosa, che di lei (come bene
e cortesissimi uditori, che vogliate prestarne disse Aristotile) non si può avere dimostrazione
oggi quella grata e benigna udienza, che sem e certezza, anzi in questa, come in molte al
pre solete. tre cose naturali, possono molte volte e so
gliono bene spesso intendere più e giudicare
meglio gli uomini idioti e volgari, che i dotti
Sangue perfetto, che poi (1) non si beve e scienziati. E però dovrebbero i filosofi in
Dalle assetate vene, e si rimane molte cose rapportarsi al giudizio di coloro i
Quasi alimento, che di mensa leve, quali sono esercitati coll'opcre tutto il tempo
Prende nel cuore a tutte membra umane della vita loro in quello esercizio, del quale
Virtute informativa, come quello, essi scrivono appena una volta colle parole.
Ch'a farsi quelle per le vene vàne. Ed io per me darei più fede in questo caso
Ancor digesto scende, ov'è più bello alle donne sperte, ed anco a qualche uomo
Tacer che dire, e quindi poscia geme pratico, che a filosofi: sì perchè la sperienza
Sovr altrui sangue in natural vasello. è in tutte le cose vera e certa maestra, e si
Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme, perchè questa materia oltre l'essere incerta e
L'un disposto a patire e l'altro a fare, dubbia da sè, è stata trattata da tutti, in tante
Per lo perfetto loco, onde si preme. lingue, e tanto diversamente che se io volessi
E giunto lui, comincia ad operare, arrecare insieme, non dico tutto quello che si
Coagulando prima, e poi avviva potrebbe, perchè questo sarebbe quasi infinito,
Ciò che per sua materia fe' constare. ma tutto quello che n'è stato disputato, e pro
Anima fatta la virtute attiva e contro da più dotti e più approvati autori,
Qual d'una pianta, in tanto differente, sicuramente non basterebbero cento lezioni.
Che questa è in via, e quella è già a riva. Perciocchè non pure i filosofi e medici Greci,
Tant'ovra poi, che già si muove e sente come Aristotile e Galeno discordano da filo
Come fungo marino, ed indi imprende sofi e medici Arabi, come il grande Averrois
Ad organar le posse, onde è semente. ed Avicenna, e da Latini, come (oltre mille
Or si spiega, figliuolo, or si distende altri ed antichi e moderni) Scoto, Alberto Ma
La virtù, ch'è dal cor del generante gno, ed il dottissimo s. Tommaso; ma ancora
Dove natura a tutte membra intende. i Greci cosi medici, come filosofi discordano
Ma come d'animal divenga infante ecc. da' Greci medesimi gli Arabi dagl'Arabi, ed
(Con tutto quel che seguita.) i Latini da Latini, e quello che è più, alcuna
volta da sè stessi ciascuno. Onde io lasciate
L'intendimento nostro nella presente lezione indietro tutte le quistioni, che per lo più sono
è dichiarare primeramente con più agevolezza dannose, e che di certo v'offuscherebbero l'in
che sapremo, e maggior brevità che potremo, telletto: e riserbandomi in altro tempo a pro
la generazione, e formazione dell'uomo; quando vare le mie ragioni e confutare l'altrui, vi re
dico uomo, intendo ancora in questo luogo della citerò solamente in quel modo che giudicherò
migliore, tutti i primi capi e tutte le risolu
(1) Il Varchi legge poi e non mai, come trovasi in quasi zioni principali di quelle cose, che mi parranno
tutte le edizioni e dice in progresso, ch'egli ha accolta questa più necessarie e più vere, seguitando sempre
lezione perchè la è quella di tutti i buoni testi a penna da lui Aristotile, principe de' Peripatetici, ed il suo
consultati. (M.)
commentatore Averrois: i quali due senza dub
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO 5

bio, seguitò in questo luogo, e quasi in tutti si può intendere perfettamente che cosa sia
gli altri della Commedia ed opera sua Dante sangue senza sapere che cosa sia digestione, e
medesimo, il quale fu grandissimo ed ottimo quante siano, però ne favelleremo brevemente.
Peripatetico, se non quanto dalla fede nostra e
santissima religione cristiana gli fu vietato. Mave DELLA DIGESTIone

nendo omai al fatto, dichiarerò prima che cosa


sia sangue, che sperma ovvero seme, che me La digestione, la quale è la terza operazione
struo. Delle quali tre cose si generano non so delle due qualità attive, cioè del caldo e del
lamente gli uomini, ma tutti gli altri animali freddo, si diffinisce dal filosofo nel quarto della
perfetti: dico perfetti per cagione degl'imper Meteora, una perfezione fatta dal caldo natu
fetti, cioè di quelli che si generano di mate rale e proprio delle passioni opposte. La qual
ria putrida, senza coito, come vermi, mosche, diffinizione è non meno scura che dubbia, ed
vespe, topi, ranocchi, anguille, ed altri somi a volere dichiararla non basterebbe un giorno
glianti, i quali non sono della medesima spe intero: e però diremo solamente per ora, che
zie, che gli altri perfetti, e non hanno i sessi le digestioni vere e principali sono tre. La pri
distinti, non si trovando fra loro nè maschio, ma digestione si fa nel ventricolo, il quale i
nè femmina, se non in quelli che nascono an Toscani seguitando i medici Latini, chiamano
cora di seme mediante il coito come i topi. stomaco: benchè stomaco significa propiamente
appo i Greci quella parte che essi medesimi
DEL SANGUE chiamano ancora esofago, cioè la gola. Ed in
questa prima digestione che si fa nel ventri
Dico dunque che il sangue, secondo che lo colo, ovvero stomaco a nostro modo (il quale
diffinisce Aristotile nel duodecimo Libro degli Dante chiamò – il tristo sacco, – Che merda
Animali, è l'ultimo cibo e nutrimento dell'anima fa di ciò che si trangugia) – si trasmuta il cibo
le. Negli animali che hanno sangue, ed in quelli | in sugo che i medici chiamano, pur con nome
che mancano di sangue, è una cosa somigliante Greco, chilo. Il superfluo di questa digestione
e proporzionata al sangue, e si chiama ultimo sono le fecce e lo sterco umano, il quale si
nutrimento; perchè tutte le membra, fatte le manda fuori per le budella, dove ancora piglia
debite digestioni, si nutriscono di sangue, ben la forma per lo sesso. La seconda si fa nel fe
che tale nutrimento si può chiamare piuttosto gato, dove il cibo si cuoce un'altra volta, e si
nutrimento in potenza, che in atto. Percioc muta in sangue; e la superfluità di questa se
che il sangue ha tre parti, chiamate da me conda digestione è un'acquosità, la quale esce
dici Latini Glutino, Rugiada e Cambio: perchè del sangue, che tirata dalle vene cola di quivi
si cambia e trasforma nelle membra. E di que nella vescica, e diventa orina. La terza dige
sti tre umori, ovvero umidità, le quali non sono stione, favellando sempre secondo Aristotile si
differenti dal sangue sostanzialmente, ma solo fa nel cuore, ed ha due superfluità, una come
per accidente, si nutriscono tutte le membra schiuma, la quale si chiama da noi collera, e
immediatamente; e così il sangue è l'ultimo da Latini bilis flava, perchè è gialla, e questa
cibo, non in atto, ma in potenza. È ben vero se ne va nella borsa e vescica del fiele: l'al
che questa è potenza propinqua e non rimota, tra è quasi feccia, e si chiama da noi manin
come quella del pane e di tutti gli altri cibi, conia, e da Latini bilis atra, cioè collera nera;
quando si pigliano. Ha il sangue il principio e questa se ne va alla milza. E questi duoi
e luogo suo nelle vene, e le vene hanno ori umori, cioè la collera e la maninconia, non
gine dal cuore, secondo Aristotile: ma secondo possono nutrire, secondo Aristotile. Il quarto
Galeno, il sangue si genera nel fegato, e per umore, cioè la flemma, non è altro che sangue
conseguente ancora le vene, essendo sempre il indigesto, e non bene e perfettamente può nu
continente e quello che è contenuto insieme. trire ad un bisogno. E così avemo veduto, che
Ma comunque si sia, certo è che il sangue se come la gola manda il cibo allo stomaco, così lo
condo Aristotile, piglia la perfezione ed ultima stomaco lo manda al fegato, ed il fegato al cuore,
virtù sua dal cuore: e dice nel terzo capitolo nel quale si fa la terza ed ultima digestione prin
del terzo libro delle parti degli animali, e nel cipale. Dico principale, perchè alcuni aggiun
decimonono capitolo del terzo libro della na gono una prima digestione, la quale si fa nella
tura degli animali, che il sangue non si trova bocca dai denti: ed alcuni n'aggiungono una
in membro nessuno fuori delle vene, eccetto quinta, la quale si fa nelle vene, le superfluità
che nel cuore: il che però si debbe intendere della quale sono i sudori: ed altri n'aggiun
ordinariamente e per lo più: conciossiacchè (co gono dell'altre, ma queste non sono proprie e
me afferma Galeno, e come si vede manifesta vere digestioni, non trasmutando il cibo, come
mente nelle notomie) si trova del sangue an le prime tre. Fassi ancora un'altra digestione
cora nell'ultima parte del cervello e della nuca, particolare in ciascun membro, quando il san
dove non sono vene. Nel sangue sta il calore gue si trasmuta e converte in lui. Queste tre
naturale, il quale non è altro che una sostanza digestioni principali sono proprie degli animali
vaporosa, la quale nasce dal sangue, perchè perfetti: nelle piante non si trovano, se non
quando il sangue si cuoce, egli sfuma e sva le due ultime; perchè la prima si fa nella terra,
pora; e quel tal fumo è vapore, il quale è cal non nella pianta, benchè alcuni Greci e La
do ed umido, come il sangue, onde nasce che tini dicano altramente, il che è contro Aristo
si chiama calore naturale. Ma perchè egli non tile. Le specie della digestione sono tre, ma a
6 - LEZIONE

noi basta sapere, che il fine e termine di cia distorte portano il sangue ne testicoli, i quali
scuna digestione è di far sì che l'umido si ra non sono necessari semplicemente alla genera
guni e si rappigli, e per questo tutte le cose, zione, secondo Aristotile. E così uno senza te
onde non si può separare l'umido, non nutri sticoli potrebbe generare: il che Galeno non
scono, come è l'oro puro; benchè certi me vuole per niente, anzi dice, che sono membro,
dici usino (non so perchè) di metterlo ne lat principale, necessarii alla generazione assoluta
tovari e nelle ricette loro. Ciascuna digestione mente, benchè con un solo si generi; nè gli
si fa meglio il verno che la state, stando fer pare ragionevole, che il sangue possa diven
mo che andando, e per conseguente la notte tare vero e perfetto sperma ne' vasi seminarii.
che il giorno. E per questo vuole Caleno, e Ma lasciando questo dubbio indeciso, notaremo
quelli che Galeno seguitano, che la cena sia che nello sperma, o piuttosto nella virtù ge
più piena e più abbondante che il disinare; nerativa o informativa, la quale è nello spirito
oltre l'altre tante e sì belle ragioni, le quali dello sperma, sono in potenza e si contengono
voi (mercè della virtù e liberalità dell'illustris virtualmente tutte le cosc, che sono in atto,
simo ed eccellentissimo Duca, signor nostro)(1) e che si contengono formalmente nel generan
avete potuto udire a giardini passati dalla viva te. E però disse Aristotile, il seme esser quello,
voce del maggiore e più eccellente medico che che ha virtù di far cosa tale, quale è quella,
oggi viva e che forse sia stato da Galeno in ond'egli esce. E perchè lo sperma opera vir
qua (2). E questo basta della digestione. tualmente (il che è più nobile e più perfetto,
che operare formalmente), cd opera in virtù
DELLo sPERMA DELL'UoMo del generante e come strumento del padre,
però Aristotile lo chiamò virtù separata e di
Lo sperma, ovvero seme genitale ed umano, vina, e Galeno dubitò se gli era creatore, o
il quale si chiama qualche volta genitura (ben creatura. Le quali cose per essere non meno
chè pare che Aristotile voglia fare alcuna dif difficili che belle, avrebbero bisogno di lun
ferenza tra sperma, seme, e genitura), non ghissima dichiarazione; ma la brevità del tempo
è altro che il superfluo del nutrimento, cioè non mi lascia: onde detto che io arò, che lo
quello che avanza dell'ultima e perfetta dige sperma è corpo omogeneo, e tutto nelle sue
stione. E benchè si chiami superfluo ed avan parti, cioè che ciascuna parte di sperma è sper
zaticcio, non è però superfluo, nè avanza asso ma, come ciascuna parte d'acqua è acqua, e
lutamente e semplicemente, ovvero del tutto, che egli esce per la medesima via dell'orina
come i sudori ed altri più brutti escrementi (benchè alcuni credono altramente), passerò
del tutto inutili; perciocchè lo sperma, seb allo sperma della donna.
bene è superfluo all'individuo ed a particolari, Ancora che la femmina abbia i vasi seminari
perchè come sperma non può nutrire nè con poco differenti da quelli dell'uomo, e massi
vertirsi in membra, non è però superfluo, anzi mamente nell' appiccatura e dove cominciano,
necessarissimo è alla spezie. Perciocchè non e così ancora i testicoli : tuttavia quell'umore
potendo la natura perpetuare gli individui, in che esce della matrice con movimento e con
generò in tutti gli animali un desiderio di ge dilettazione, quando ella si congiugne coll'uo
nerare cosa somigliante a sè, e così di perpe mo, il quale è una certa umidità tra acqua e
tuarsi almeno in ispezie e successivamente, seme, non si può chiamare sperma, secondo
mediante il congiugnimento del maschio e della Aristotile se non equivocamente, cioè col no
femmina, e mediante la generazione, la quale me solo, non altramente che un uomo morto
non si può fare senza lo sperma. La materia o dipinto si chiama uomo. E questo umore il
del quale è schiumosa e spugnosa; perchè vi quale è freddo e sottile rispetto a quello del
si rinchiude dentro assai spirito, come nella l'uomo non concorre secondo lui, nella ge
spugna assai acqua: onde spargendosi in terra nerazione, nè attivamente, cioè nè come agen
tosto diventa minuto e si secca prestamente: te o forma, nè passivamente, cioè nè come
perchè lo spirito si parte ed esala via; e l'altra paziente o materia, e in somma non vi con
parte viscosa si ristrigne e raccoglie insieme; corre di necessità di maniera che si può ge
e in quello spirito, il quale è corpo aereo, caldo nerare senza lui, sebbene le più volte vi con
e sottile, si racchiude la virtù generativa, ov corre, e v'apporta molte utilità e giovamen
vero informativa, secondo i medici. La quale ti, disponendo ed agevolando la materia. E
virtù gli è data principalmente dal cuore, se così si debbe intendere Aristotile nel nono
condo Aristotile, e non da testicoli, come vuole degli animali ed altrove, dove dice, che
Galeno. Perciocchè i testicoli, secondo Aristo quando i semi non concorrono amendue, la
tile, servono solamente per instrumento, e sono donna non ingravida. Il medesimo afferma Avi
secondo lui come due piombi o pesi che ten cenna, aggiungendo che quegli uomini i quali
gono aperti i vasi spermatici ovvero seminarii; essendo duri di schiena, tardano a gittare e
i quali sono due vene ed altrettante arterie, mandar fuori il seme, sono più generativi che
una da ogni parte, le quali per vie lunghe e gli altri: e questo perchè essendo le donne di
complessione fredda, penano ordinariamente
assai a compire e dar fine all'opera. E sebbene
(1) Parla qui ed altrove il Varchi del Duca Cosimo 1. il seme della donna è essenzialmente ed in so
Vedi la nostra prefazione. (M.)
(2) Credo Francesco da Monte Varchi, medico a tempi del stanza della medesima spezie che quello del
l' uomº secondo i medici, perchè secondo Ari
Varchi riputatissimo e suo compaesano. (M.)
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO 7

stotile è differente di specie, per questo non così avviene nelle femmine quando cominciano
è generativo e utile, come quello dell'uomo, a purgarsi ed avere il tempo loro. E comin
perchè sono differenti secondo le disposizioni ciano innanzi ai maschi, cioè tosto che le mam
ed accidentalmente in quel modo medesimo, melle loro (come ne insegna Aristotile), sono
che sono differenti la femmina e 'l maschio, alte due dita, e forniscono il quarantesimo an
sebbene sono d'una spezie medesima. E bre no, e chi passa quel termine arriva infino al
vemente il seme della donna è non altramente sessagesimo. Alcune si purgano tre volte il mese:
quasi che quell'umore che senza movimento alcune si purgano ancora che siano grosse:
e senza dilettazione o poca esce talvolta e mas quelle che mancano di tali purgazioni, sono il
simamente ne fanciulli anzi il quattordicesimo più delle volte sterili. E perchè delle cose
anno de'vasi seminarii e del membro dell'uo naturali si debbe favellare liberamente ed aper
mo il quale è tra acqua e seme, e non è sper tamente, come hanno fatto tanti, non pur filo
matico, nè utile alla generazione nè come for sofi e medici, così Greci, come Latini ed
ma, nè come materia. E se uno dimandasse: Arabi, ma teologi ancora, ed uomini san
A che servono adunque i testicoli nelle fem tissimi, e nessuno debbe vergognarsi o avere a
mine? Risponde Averrois, il grande Arabo, di schivo di sapere quelle cose, di che egli fu
mandando: A che servono le poppe negli uo prima generato e poi nutrito; chi vuole sapere
mini? Ma perchè dare una istanza o allegare onde venga il mestruo bianco e perchè venga
un inconveniente, non e sciorre la questione, più alle giovani, che all'altre e quanto noccia,
si può dire, che i testicoli nelle donne hanno legga Aristotile nel settimo libro degli animali.
qualche altra utilità e giovamento, come le E chi cerca d'intendere cose mostruosissime
poppe negli uomini, sebbene non sono neces del mestruo, legga il quindicesimo capitolo del
sari semplicemente alla generazione nè quelli, settimo libro di Plinio. Ed io passando a più
nè queste. alta e più benigna materia, dichiarerò che cosa
è spirito, e quanti sono, il che è non meno
per Mestitufo utile e necessario, che le cose passate.
Del mestruo delle donne, sebbene si potreb DELLo spirito
bero dire molte cose, a noi basterà favellarne
tanto, quanto la materia presente richiede. Non meno difficoltà, nè minori controversie
Dico dunque, che l'avanzo del nutrimento è sono in trattare dello spirito, nè meno diverse
quello che rimane dell'ultima digestione, il opinioni tra filosofi ed i medici che nelle cose
quale negli uomini si chiama sperma, si chia dette di sopra; ma noi seguitando l'ordine no
ma nelle donne mestruo. E benchè l' uno e stro, ed accomodandoci più al tempo ed al
l'altro, cioè lo sperma ed il mestruo siano l'ul luogo, che alla materia diremo che lo spirito
timo del sangue, sono però differenti, perchè non è altro, che un corpo tenue sottile che
quello dell'uomo è perfetto e digesto e quello si genera dalla più sottil parte del sangue: ov
della donna crudo ed imperfetto. E questo an vero, per più brevità, lo spirito è un vapore
cora è di due maniere, uno impuro e putrido elevato del sangue; avvenga che (come vuole
molto, il quale come inutile del tutto anzi dan Galeno) egli si levi ancora dall'aere, da quello
noso e nocevole pure assai, si manda fuori aere dico, che noi tiriamo insieme coll'alito,
ogni mese e di qui ebbe il nome, così nella e non per altro (secondo lui) la carne e so
lingua Greca, come nella Latina. (Il volgo no stanza del polmone è spumosa, se non per pre
stro, non so io d'ondè, nè perchè lo chiama parare l'aria, della quale si faccia lo spirito. Ma
marchese; siami lecito usare i nostri nomi, co perchè in questa diffinizione non si compren
me a Greci ed a Latini i loro). E sebbene du devano, nè le piante, nè gli animali chiamati
rante cotal flusso e mentre che le donne si esangui, cioè che mancano di sangue e pareva
purgano (il che, benchè non abbia tempo de che fosse solamente dello spirito umano: però
terminato, accade però circa la fine del mese Alberto Magno nel libro della spirazione e re
per essere allora più freddo) si può generare; spirazione lo definisce generalmente così. » Lo
tuttavia questo interviene di rado: e la crea », spirito è un corpo generato dalla parte vapo
tura che si genera allora o s'affoga per l'ab » rosa più sottile del nutrimento, il quale con
bondanza della materia, o conducendosi a bene, » corre a tutte le operazioni di ciascuno viven
nasce inferma e cagionevole e bene spesso leb » te». e benchè lo spirito si levi dal vapore del
brosa, o altramente magagnata e di poca vita. sangue o dell'aria, secondo Galeno, o del nutri
Ma dopo tale purgazione è il tempo attissimo mento secondo Alberto, non dovemo però cre
ed ottimo a ingravidare: perchè allora cade dere che sia corpo semplice, ma composto dei
nella matrice da tutti i membri della donna quattro elementi, benchè sia caldo a predo
un'altro mestruo puro e netto, il quale è utile minio, cioè sia più caldo che altro. Onde Ga
alla generazione, e di questo si forma l'em leno disse, che se alcuno mettesse un dito nel
brione e il parto, ovvero corpo del bambino ventricolo sinistro del cuore, egli nol vi po
in quel modo, e per quelle cagioni, che al trebbe tenere per la gran caldezza, non ostante
luogo loro si diranno. Dice Aristotile che sic che Avicenna lo chiama ora umido, ora fred
come ne maschi ingrossa la voce, quando co do e talvolta temperato. E grandissima dubi
minciano a mandar fuori il seme (il che si fa tazione, se lo spirito abbia anima o no. Galeno
comunemente circa il quattordicesimo anno), par che tenga alcuna volta, che egli sia ani
8 LEZIONE
mato, alcuna volta ne dubiti: ma secondo Ari credevano alcuni; e gli spiriti nel cuore, e nel
stotile, ed il suo grandissimo commentatore, nè cervello si risolvono in acqua dopo la morte
il sangue, nè lo sperma (come credevano al dell'animale come s'è veduto spesse volte. E
cuni) nè ancora lo spirito è animato; perchè qui senza fare menzione degli spiriti innati, ov
in lui non si vede operazione alcuna d'anima vero appropriati e degli spiriti chiamati dai
ed egli non intende, non sente e non si nu medici, complantati, porrò fine a questa materia.
trisce veramente e propriamente. E se si muove Dichiarati questi cinque termini necessari, San
a diversi luoghi, o è mosso immediate dall'a- gue, Digestione Sperma, Mestruo e Spirito, verrò fi
nima (il che è di cosa, che abbia anima), egli nalmente alla formazione del feto ovvero parto,
non sa questo intrinsicamente, e da virtute chiamato un'altra volta il nome e favore di
interna e brevemente per sua natura, ma gli Colui, che solo sa il vero e la certezza di que
viene di fuori da una qualità che si diffonde ste cose e di tutte l'altre. E per procedere
dall'anima in un istante per tutte le membra. distintamente, dichiararemo questi cinque capi
E chi direbbe mai, che il ferro o la collera per ordine a uno a uno, senza citare altra
fossero animati? Sebbene questo si muove a mente ogni volta l'autore, ed allegare i libri
diversi siti tirato dalla calamita, e quest'altra e le carte, per non empiere la lezione di no
dal riobarbaro. Lo spirito umano è più perfetto mi e consumare il tempo indarno. I cinque
di quello di tutti gli altri animali ed è stru capi sono questi: Di che si genera, e forma il
mento dell'intelletto: onde chi ha migliore parto. Da chi. Dove ed in che modo. Quando,
spirito è più speculativo, e consiste questo (co cioè in quanto tempo, e perchè.
me dice Galeno) non nella qualità, e moltitu
dine, ma nella qualità. E quegli hanno lo spi CAPo I
rito migliore: e più sottile e più lucido, i quali
hanno il sangue più puro e più sincero: il che Tre sono l'opinioni più famose, di che si generi
viene dalla buona digestione, e questa si fa col e formi il parto, ovvero l'embrione; chiamato par
mangiare temperatamente e cibi ottimi ed ap to, ed embrione la creatura ovvero bambino, da
propriati. Quanta al novero, vogliono alcuni che si genera nella matrice, infino a che nasce:
che gli spiriti siano tre: Vitale, Naturale, Ani uella d'Aristotile: quella di Galeno; quella
male, dicendo, che essendo i membri princi i Avicenna. Noi cominciandoci dall'ultima,
pali tre: Cuore, Fegato e Cervello, e l'anime diciamo, che Avicenna vuole, che l'uno e l'al
ovvero parti dell'anime tre, Razionale nel cer tro scme, quello dell'uomo e quello della
vello, Nutritiva nel fegato, Irascibile nel cuore; donna, oltra il mestruo, concorra alla genera
pare ragionevole che anco gli spiriti siano tre: zione, e che l'uno e l'altro diventi sostanza
il vitale, che sta nel cuore, il naturale nel fe e materia del parto, ma diversamente però: per
gato e l'animale nel cervello. Ma secondo i ciocchè quello della donna diventa materia, la
migliori medici e più lodati filosofi, non sono quale manca di virtù attiva: e quello dell'uo
se non due, vitale nel cuore ed animale nel mo diviene materia, la quale ha virtù attiva;
ventricolo del cervello; il naturale è il me onde dice, che dell'uno e dell'altro, mediante
desimo che il vitale; e non si distingue da la caldezza della matrice, si fa un coprimento
lui. Voglio bene che sappiate, che secondo al parto come una crosta ovvero corteccia,
Aristotile, il principale membro, più nobile e nella quale si rinvolge il parto, ed è nè più
più perfetto, e nel quale sono tutte le virtù, nè meno (come dice egli) come quando si mette
e il cuore, il quale è primo a nascere, ed ul nel forno la pasta del pane. Ma questa opi
timo a morire; ed il cervello, secondolui non nione ha poche ragioni dal suo lato, e moltis
sente e non serve ad altro, che a temperare sime contra. La seconda opinione di Galeno
colla sua frigidità la caldezza del cuore e de vuole, che alla generazione degli animali per
gli spiriti, i quali altramente sarebbero inutili: fetti concorrano necessariamente tre umori, il
benchè Galeno sia di contraria opinione in ogni sangue mestruo, lo sperma dell'uomo ed il se
cosa, come (Dio permettente) dichiareremo me della donna: e questi tre principi (secon
un'altra volta: perchè queste sono cose tanto do lui) erano differenti in questo, che lo sper
dubbie, confuse ed intricate che ciascuna pa ma del maschio era agente e formante per sè,
rola quasi ricercarebbe un' esamina e ben lun e sostanzialmente: e questo per cagione del
ga; come sanno quelli che ha queste cose han molto spirito, il quale è in lui; lo sperma
no dato, o danno opera. Restarebbeci ora una della donna è anco egli agente e formante, non
dubitazione importantissima, e questa è come per sè, ma come strumento mosso ed eccitato
è possibile che lo spirito, il quale esce fuori dal seme del maschio. E però diceva, il seme
insieme collo sperma dell'uomo, e nel quale è della donna non aver forza e virtù formativa,
la virtù generativa, non essendo egli animato, essendo questo proprio del maschio, ma in vir
possa dare l'anima ad altri, ancora dopo la tù e forza sufformativa, o quasi formativa, cioè
morte del generante. Ma perchè questo si di formativa non per sè, ma in virtù e per bene
chiarerà più di sotto al suo luogo, dirò ora fizio del seme del maschio. Il terzo umore è
solamente, che tanto vive l'animale, quanto il mestruo, il quale è solamente come materia,
il cuore può somministrargli lo spirito ed è e così secondo Galeno, il sangue mestruo e co
necessario, che in ogni minima particella di me mosso e formato solamente; lo sperma del
carne, o d'osso, sia spirito; altramente quella l'uomo come movente e formante: ma lo sper
tal parte non viverebbe, contro quello, che ma della femmina abbraccia e contiene l'una
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO
cosa e l'altra: perciocchè egli è come moven
te, come mosso, come formante e formato: CAeo III
perchè rispetto al mestruo egli è movente e
formante ed in una parola attivo; ma rispetto Il parto (come ognuno sa) si genera nella
al seme dell'uomo, egli è mosso e formato, matrice, la quale noi chiamiamo molte volte
cd in una parola passivo: e così il seme ma ventre, come fecero ancora i latini, avven
scolino sarà come forma, ed il mestruo come gachè ventre significhi propiamente quello,
materia; ed il seme femminino, come forma e che noi chiamiamo di sopra ventricolo, dove
come materia. La terza sentenza d'Aristotile è
si fa la prima digestione. Ha la matrice (se
che nel parto umano siano due umori solamen condo che racconta Averrois), una virtù pro
te, lo sperma dell'uomo, il quale è attivo, e pia e particolare della sua forma specifica, ov
dà la forma, e il mestruo della donna, il quale vero da tutta la spezie, e questa è di tirare
è passivo, e dà la materia: di maniera, che il a sè naturalmente lo sperma e seme dell'uo
seme della donna non concorre, nè come at mo: e dicono, che ella manda fuori e versa il
tivo, ovvero forma, nè come passivo, ovvero seme suo propio per tirare a sè quello del
materia, anzi può la donna (secondo lui) di l'uomo: benchè alcuni dicono altramente. Anzi
ventare gravida senza che sparga del suo seme, non solamente rimanda fuori (dicono) il seme
sebbene alcune se ne trovano di tal natura, propio, ma ancora quello dell'uomo, poi che
che mai non ingravidano senza spargere il se se n'è servita: ed è essa tanto ghiotta e tanto
me: e s' allegano molti esempi di donne, le ingorda dello sperma virile, o piuttosto la ma
quali si trovarono gravide, ancora che mal vo tura è tanto accorta e tanto sollecita della gene
lentieri e contra loro voglia si congiungessero razione, che ricevuto dentro il semc, si chiude
eon l'uomo: e si racconta di quelle, che sen subito ed in tal guisa, che (secondo affermano)
za perdere la virginità, il che pare cosa im non vi potrebbe entrare, nè ancora una punta
possibile, furono fatte gravide da mariti loro. d'ago. Benchè questo non accade ugualmente
Ed Averrois adduce l' esempio d'una buona in tutte, nè talmente, che non s'apra poi e
donna sua vicina, la quale gli giurò, che s'era riceva di nuovo lo sperma; onde si fa spesse
trovata pregna solamente per entrare in un ba volte quello, che i latini chiamano superfetatio,
gno, nel quale avevano sparso il seme certi ri superfetare ; e noi potremmo forse dire, non
baldi che vi s'erano bagnati poco innanzi. E avendo altro, ringravidamento e ringravidare, o
(come dice egli) se il seme della donna avesse pregnezza sopra pregnezza: e cosi giova la ma
virtù formativa ancora che debole, potrebbe trice al parto, come il luogo al locato. Come
una donna impregnare naturalmente da sè stes si formi ora il parto, è diſficilcosa a chiarirsi.
sa, e così l'uomo verrebbe ad essere superfluo. Dicono alcuni, che giunto il seme del maschio
Quale sia più vera di queste due opinioni non istà nella matrice, egli per la virtù sua attiva, tira
a me interporci il giudizio mio e darne sen a sè la più pura parte del mestruo della
tenza. Dico bene, che dove Galeno, che fu il donna, e ne forma il parto, o embrione, il
maggior medico che si ricordi, discorda dal quale da principio è come latte, ovvero burro,
maggior filosofo che fosse mai, è se non im poi come sangue, poi come una cosa coagulata
possibile, certamente malagevolissimo a trovare e rappresa, diventa quasi come carne; nella
la verità, e massimamente in quelle cose che quale si formano prima i tre membri princi
non hanno dimostrazione come questa. Ed in pali, come tre vesciche picciole, cioè il cuore,
fino qui basti del primo capo. secondo Aristotile (il quale mai non cessa dal
moto), poi il fegato, poi il cervello. Il pol
CAPo II mone non s' annovera tra membri principali,
perchè non respirando da principio il bambino,
Quanto al secondo capo, lasciando stare l'al non ne ha bisogno: il medesimo si dice de'testi
tre opinioni, e massimamente quelle degli astro coli. Tutti e tre questi membri principali si for
logi, diciamo con Aristotile: che il sole, e mano del sangue: il cuore della più sottil parte,
l'uomo generano l'uomo, il sole come cagio il fegato di quello che è grosso ed acceso, il
ne rimota ed universale, e l'uomo come pro cervello di quello che è flemmatico e freddo:
pinqua e particolare; e senza dubbio opera onde il fegato, e 'l cervello sono quasi super
più infinitamente la cagione universale e rimo fluità del nutrimento del cuore, cioè del san
ta, che la particolare e propinqua; anzi l'uo gue sottile e puro, onde si genera il cuore. E
mo non si chiama cagione, se non rispetto al per meglio dichiarare, diciamo che il parto, o
seme. Conciossiacchè, rispetto al cielo non è ca bambino nel ventre, è rivolto e circondato da
gione, ma strumento; e perchè opera in virtù tre tele. La prima è una certa tela sottile, non
del cielo e massimamente del sole, avviene, altramente quasi che quella, che noi veggiamo
che il seme, il quale opera in virtù del gene stare appiccata al guscio dell'uovo di dentro:
rante (morto lui) ha possanza di introdurre nel e chiamasi questa prima tela armadura, ovvero
parto, ancora che non sia animato egli, l'ani guardia, ed è fatta dalla natura per tre cagioni
ma vegetativa e sensitiva, e disporlo a riceve e giovamenti. Prima, acciocchè la virtù e lo
re l'intellettiva. spirito, che è nel seme del maschio non eva
pori ed esali; ed acciocchè le parti dello sperma
non si spargano ma stiamo raccolte insieme,
perche sempre la virtù unita e più forte. Lº
º
vant HI
Io LEZIONE

seconda cagione è aſſine che il bambino non cono de'cani: solo l'uomo non ha tempo dè
sia offeso dall'orina, sudori ed altre superfluità, terminato, nascendo ora nel settimo mese,
benchè nel ventre non mandi fuora le feccie. nel quale molti vivono, benchè siano debili
La terza, perchè non sia offeso dalla durezza per lo più e come volgarmente si dice di sette
e ruvidità della terza tela e della matrice, e mesi. Alcuni in otto, e di questi vivono po
questa prima tela circonda tutto il parto in chissimi, o più tosto niuno, secondo Aristo
torno intorno. La seconda tela non circonda tile: se non m Egitto, dove le donne sono
tutto il parto, ma solamente le parti inferiori più forti, e di miglior complessione: il che
o più basse, e fu fatta dalla natura per rice secondo che recita Avicenna, avveniva ancora
vere le superfluità; conciossiacchè il bambino in Ispagna, dove elle erano più robuste e più
mentre sta nel ventre, si nutrisce per lo bel generative. Alcuni, anzi la maggior parte, e
tico. Ora se l'acquosità e quasi orina, che egli quasi tutti nascono, chi bene il sapesse a fa
manda fuori s'adunasse e raccogliesse fra lui cesse il conto, nel nono mese. Alcuni nel de
e la prima tela, senza dubbio verrebbe il bam cimo, benchè questi chi potesse vedere il ve
bino ad essere offeso, e patire così dal sudore, ro, sariano nel nono. Alcuni secondo Avicenna
come dall'altre superfluità. La terza tela, la nell'undecimo, e qualcuno nel tredicesimo:
quale (secondo Avicenna) è composta di due benchè io credo, che le madri di questi tali,
tele sottili, si chiama secondina, e per questa come dice Aristotile, errino e si diano a cre
piglia il bambino il nutrimento: e per questa dere quello che non è; il che può intervenire
si congiunge mediante alcuni legamenti, i quali per molte cagioni (come altra volta diremo).
si fanno del mestruo mediante la virtù del seme ſe benchè in queste cose non si possa dar fer
del maschio alla matrice, e quindi piglia il nu ma, e certa regola ed ognuno creda a suo
trimento dal mestruo; il quale si divide in tre modo, non avendo ragioni infallibili, che con
arti. Della più sottile si nutrisce il bambino; vincano; ed essendo la natura tanto possente
'altra parte va alle mammelle ed imbiancando e tanto varia: niente di meno a me giova di
vi diventa latte; la terza parte è una certa credere, che sia naturalmente un tempo dif
superfluità che si posa nel ventre, e quivi ri finito e determinato, in minor del quale non
mane in fino al tempo del parto. Dicono al possa nascere parto alcuno che vitale sia; e
cuni, maravigliandosi della grandissima provi medesimamente sia un tempo determinato e dif.
denza della natura, che da principio della ge finito, in maggior del quale non si possa na
nerazione il cervello è picciolo, come quello scere e vivere. E così credo che debba tenere
che per allora non è molto necessario, ed il ogni buon filosofo, e questo per quella propo
fegato grande, le cui operagioni dovendo nn sizione universale che dice: Ogni agente na
trire, sono necessarissime sempre. Dicono an turale ha determinato il più e i meno, che egli
cora, che il capo in quel tempo, a proporzione possa naturalmente fare; altramente ne segui
degli altri membri, è molto grande, avendo ad tarebbero inconvenienti grandissimi (come san
uscire da lui molte cose, come naso, orecchie no i filosofi) e tutta la scienza naturale e la
cd altre tali. Sta il parto Irel ventre della ma medicina anderebbe per terra. Dico bene, che
dre chinato e curvo, quasi che cerchi la figura fra i minor numero (il quale è secondo Ippo
tonda, la quale è perfettissima. Tiene la faccia crate, nel principio del libro del parto, di sette
sopra le ginocchia, in guisa che il naso venga mesi, un mezzo anno appunto, cioè giorni cen
nel mezzo, e ciascuno occhio sopra ciascuno to ottantadue e mezzo, o piuttosto cinque ot
ginocchio: e benchè egli viva primieramente tavi, cioè quindici ore), ed il maggiore si dan
la vita vegetativa, come una pianta, tal che se no più gradi indeterminati: e di qui viene la
si pugnesse non sentirebbe, e poi la sensitiva, verità de nascimenti, e si possono concordare
come animale bruto, è però da notare que gli autori. E così, secondo questa regola d'Ip
ste cose esser dette metaforicamente, e per pocrate sarà vero quel che dice Aristotile, che
translazione: perciocchè nel vero l'anima ve niuno nasce che sia vitale, innanzi il settimo
getativa negli uomini è differente dall'anima mese; e sono i mesi d'Ippocrate mesi non so
vegetativa delle piante, e la sensitiva medesi lari, ma innari, cioè il tempo da una luna al
mamente. E questo basti del terzo capo. l' altra, che sono ventinove giorni e mezzo e
poco più: e questa credo che sia la verità, an
CAPo IV cora che sappia quello che m'ha scritto nella
mostra lingua leggiadrissimamente il dottissimo
Nel quarto capo, cioè quando e in quanto M. Sperone amicissimo mio, sopra il caso di
tempo si formi il bambino, sono tanti pareri, una fanciulla nata in cento sessantasei giorni
o più tosto dispareri, quanti sono quelli, che ed alquante ore: il che secondo questa regola
ne hanno scritto: ma noi non avendo tempo, non potrebbe essere. Colla quale si conviene,
e non ci parendo possibile non che necessario e si confà quello che scrive Ulpiano nella leg
raccontare l'opinioni d'una in una tutte quante ge che comincia: intestato, nel paragrafo finale
diremo le più generali, e quelle mediante le nel titolo de suis et legitimis; scrivendo che il
quali si possano concordare e verificarsi tante divo Pio, seguitando l'autorità d'Ippocrate,
discordie e varietà. Diciamo dunque con Ari sentenziò che uno che era nato in cento ot
stotile che tutti gli altri animali hanno un ter tantadue giorni fosse legittimo, dove scrive an
mine prefisso, chi più e chi meno di partorire; cora, che il parto dopo dieci mesi non si am
benchè alcuni qualche volta variino, conre di mette alla redità ; e similmente nell'autentica
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO r i

della restituzione delle cose dotali, non si con non è umido com'è ella, ma secco, il nato non
cede la redità al figliuolo nato nel fine del campa: ma quelli che nascono nel nono mese,
l'undecimo mese. Ed affine che meglio si com nascono sotto il dominio di Giove, e però vi
prenda questa materia, diremo, che il parto si vono essendo Giove caldo ed umido, ne'quali,
forma ed organizza (per dire come Dante) nel due umori consiste la vita. Ma lasciando gli
ventre della madre al manco in trenta di, ed il astrologi e molte altre opinioni loro, che in
più in quarantacinque, ed in quel mezzo sono più tese semplicemente sono contra la filosofia e
gradi, ne'quali si può formare e massimamente la verità, benchè, per avventura, si potessero
nei trentacinque e quaranta. Noi pigliando il ridurre a buon senso (1), diciamo, che la ra
maggior numero, diremo come S. Agostino, che gione naturale e filosofica è perchè il bambi
l'embrione nei primi sei giorni ha somiglianza no sempre nel settimo mese cerca e si sforza
di latte; ne nove di seguenti si converte in co” piedi e colle mani d' uscire del ventre, e
sangue: in dodici poi diventa di carne, e ne se trova esito si salva e vive; ma se trova re
gli altri diciotto si formano tutti i membri: e sistenza, piglia qualche lesione e nocumento:
se torremo il minore numero, o qual si voglia onde se esce poi l'ottavo mese, perchè non
degli altri, sempre procederemo con questa è ancora ben sanato non può vivere: ma se
medesima proporzione, e così si potranno sal egli aspetta il nono mese, essendo di già gua
vare le contrarietà che sono non solamente tra rito affatto e fortificato, vive. Ma perchè que
l'uno scrittore e l'altro, ma in uno stesso au sta materia è non meno lunga che dubbiosa,
tere. Conciossiacchè Ippocrate dice in un luo ed il tempo passa, passeremo all'ultimo capo.
ga, che il parto si forma in trentadue dì, ed
in un altro in trentacinque: ma bisogna av CAPo V
vertire, che i raaschi si formano piuttosto
nel ventre, e pigliano prima ha perfezione che La cagione della generazione dell'uomo è
la femmina per molte ragioni che ora si tac primieramente come tutte l'altre, cioè per in
ciono; ed anco di questo si favella diversa trodurre la forma nella materia; il che è il
mente, non solamente da diversi, ma dai me fine propinquo di tutte le generazioni: secon
desimi: perciocchè Aristotile nel terzo capi dariamente possiamo dire che si generi per con
tolo del settimo della storia pone nei maschi servazione della specie, e così per compimento
quaranta di. Ed Avicenna nella seconda del e perfezione dell'universo. Parlando però filo
terzo pone nel maschio trenta di e nella fem soficamente e non secondo i teologi cristiani,
rina quaranta, ed aggiugne, che la femmina e brevemente il fine d'ogni generazione secondo
nde volte si forma in quarantacinque, come il i filosofi è l'introduzione della forma nella ma
raaschio rade volte in trentacinque. Favellano teria, ed il fine del generato contemplare le
ancora diversamente gli autori circa il movi sostanze astratte, e copulare l'intelletto possi
mento del parto. Ippocrate dice, che il bam bile coll'agente.
bino si muove tre mesi dopo la concezione e ---

la bambina quattro; cioè quando nascono i


capegli e l'ugne. Aristotile dice, che il ma Fornito questo ragionamento e discorso in
schio si muove in quaranta di e la femmina quel modo che s'è potuto, rispetto alla bre
in tre mesi, le quali contrarietà si potranno, vità del tempo ed alla difficoltà e lunghezza
per avventura, ridurre a concordia colla rego della materia, verrò con buona licenza vostra,
la che dette Ippocrate sopra questo: la quale graziosissimi uditori, alla dichiarazione del te
e che il tempo, nel quale si muove il parto, sto; dove ciascuno potrà per sè stesso cono
e il doppio più di quello, nel quale si forma: scere agevolissimamente quale fosse l'artifizio
ed il tempo quando nasce è la metà più di e quanta la dottrina di questo poeta veramente
quando si muove: onde formandosi il parto in divino. E per intelligenza più chiara di tutto
trentacinque di, si muove in settanta, che so il presente capitolo, dovemo sapere come Dante
no dalla generazione cento cinque e nasce in avendo di sopra nel canto vigesimo terzo, dove
centoquaranta, che vengono ad essere dugen nel sesto giro si purgano i golosi, veduta la
to quarantacinque, e con questa medesima pro strema magrezza di quelle ombre, molto forte
porzione si può procedere in tutti gli altri. E s'era maravigliato seco medesimo, e dubitava
da notare, che sebbene il maschio per essere nel suo cuore, come ciò potesse essere; sapen
più caldo si forma nel ventre piuttosto che la do egli e come fisico e come medico, che dove
femmina, la femmina nondimeno fuori del ven non è bisogno di cibo e di nutrimento, quivi
tre cresce più tosto, e viene a perfezione più non può essere magrezza. E come desideroso
tasto che il maschio, siccome anco invecchia, d'apparare e di sapere la verità, la quale è sola
e muore più tosto. La cagione perchè quelli obbietto adeguato della mente nostra, aveva
che nascono nell'ottavo mese non vivono, è desiderio ardentissimo di dimandarne Virgilio;
anco ella dubbia e diversa. Gli astrologi vo ma poi come modesto uomo e rispettoso sipe
gliono, che nel primo mese del parto signoreggi
Saturno, il secondo Giove, e così di mano in (1) Emerge da questo tratto e da molt'altri, che il Varchi
al paro de'più acuti e profondi ingegni dell'età sua andava
mano infino alla luna, la quale essendo la set perduto dietro le pazze fantasticherie dell'astrologia: della
tima e l'ultima, chi nasce allora vive: ma nel quale tutto è detto, quando col Bailly si ripeta, ch'ella fu
l'ottavo mese essendo ritornata la signoria a stolta figliuola di madre saggia, come quella che nacque dal
Saturno, il quale se e freddo come la luna, l'astronomia. (M)
I a LEZIONE
ritava, per non essergli forse troppo molesto; tamente adoperò Dante, e come non meno fu
ma confortato a dire da lui medesimo, che di accorto che saggio a fare che Virgilio commet
ciò accorto s'era, apri la bocca sicuramente: tesse a Stazio cotale ufficio, dovendo parlare
E cominciò: Come si può far magro dell'anima, e massimamente nel fine, non come
Là, dove l'uopo di nutrir non tocca ? filosofo e gentile, ma come teologo e cristiano;
il che poteva fare in questa parte molto più
Cioè, come può diventare magra una cosa che convenevolmente Stazio, e per essere egli stato,
non ha bisogno di nutrimento, come sono tutte non solamente amico e fautore de cristiani, ma
le spiritali, e delle corporali tutte quelle che cristiano (1), secondo che dice egli stesso nel
non hanno vita. Al qual dubbio gli rispose dodicesimo Canto di questa Cantica medesima.
Virgilio, come poeta con un esempio favoloso,
e da poeti dicendo: Se egli è possibile che E mentre che di là per me si stette
un tizzone ardendo nel fuoco e consumandosi, Io li sostenni, e i lor dritti costumi
sia cagione, che uno che sia lontano, e che di Fer dispregiare a me tutte altre sette.
questo non sappia cosa alcuna, si consumi ed E pria che i Greci conducessi a fiumi
arda tanto, che consumato tutto il tizzone, sia Di Tebe poetando, ebb io battesmo,
consumata tutta la vita di colui (come finge Ma per paura chiuso cristian fimi,
Ovidio, che intervenisse a Meleagro, la cui fa Onde Stazio dopo una dotta e gentile scusa
vola per essere notissima, benchè abbia sotto di non poter diniegare cosa alcuna a Virgilio,
mistero, come l'altre, non racconteremo); così ancora che sia cosa temeraria e prosuntuosa
è possibile che queste ombre diventino magre. favellare dove sia egli, cui per la dottrina ed
E questo esempio non si può intendere bene, eloquenza sua, doverebbe toccare a favellare,
se prima non sappiamo, come l'anima razio ed agli altri tacere; si rivolge amorevolissima
nale, dopo la morte del corpo piglia un corpo mente verso Dante, e facendoselo benevolo col
aereo, come si vedrà di sotto nel luogo suo: chiamarlo figliuolo, ed attento e docile col dir
benchè alcuni credono che Dante in questo gli, che se starà ad ascoltare le sue parole si
luogo voglia accennare le virtù specifiche e chiarirà del suo dubbio, cominciò:
proprietà occulte, delle quali favelleremo un'al
tra volta. Dopo questo esempio adduce Virgi Sangue perfetto, che poi non si beve
lio a Dante una similitudine naturale e mate Dall'assetate vene, e si rimane
matica, dicendo: Così possono parer magre e Quasi alimento, che di mensa leve.
grasse queste ombre, eioè questo corpo aereo, Ancora che per le cose dette di sopra que
secondo che vuole l'anima di dentro, che lo sti versi, e così tutti gli altri siano chiari e
dispone e governa, e da cui ella pende: non piani tanto, che ciascuno li potrebbe intendere
altrimenti che nello specchio si muove l'im da sè; tuttavia non mi parrà fatica di sporli,
magine, secondo che si muove la persona di e sponendoli confrontarli e concordarli colle
chi è l'immagine; mostrandosi ora trista ed ora cose dette. Ma prima non voglio mancare di
allegra, secondo che o allegra, o trista si mo dirvi, che io non perdonando nè a tempo, nè
stra la persona che si specchia. Ed è questa
similitudine appropiatissima, come meglio s'in
tenderà di sotto nella similitudine dell'arco
Ibaleno: perchè, come che Dante valesse in
- -

iutte le cose, e quasi oltre il corso umano ne.


|
a fatica, per fare parte del debito ed ufficio
mio, ho letto diligentemente e riscontrato cin
que testi di Dante, stampati in vari tempi e
luoghi ed altrettanti in penna, scritti simil
mente in diversi luoghi e tempi, e posso af
|
gli esempi e nelle comparazioni fu egli certis fermarvi con verità che pochi sono stati quei
simamente divino. Ma non contento Virgilio a versi, ne' quali io oltra molte altre trasposi
questi due esempi, e volendo dichiararli piena zioni e varietà, non abbia trovato qualche scor
mente e mostrare come l'anima intellettiva, rezione e molte volte d'importanza grandissi
morto il corpo, potesse or ridere ed ora pian ma, come potrete vedere in questa lezione sola
gere e soffrire tutte le passioni de viventi, di nella quale, oltra molte altre di qualche mo
mandando e rispondendo non altrimenti che i mento ne sono tre. L'una delle quali fa che
vivi; come s'è veduto per tutto l'Inferno e per non si possa intendere bene il sentimento del
tutto il Purgatorio infin qui e volendo vestirla Poeta; l'altra, che non si possa intender pun
d'un nuovo corpo aereo come di sotto vedre to; la terza, che sia falsissima la sentenza. E
mo, per maggiore intelligenza, gli parve prima benchè questi testi che ho veduti io scritti a
di mostrargli, come ella s'infondesse nel corpo mano siano assai antichi, ed uno fra gli altri
umano, e da chi e quando. Ed a voler far que molto più corretto e fedele che gli altri, scritto
sto gli fu necessario insegnar prima in che modo come si può conghietturare per molti segni poco
si generasse e formasse il corpo coll'anima ve dopo la morte di Dante; tuttavia niuno ve
getativa e sensitiva. Le quali si cavano (come n ha che mi paja del tutto senza errori e da
dicono i filosofi e come noi dichiareremo) dalla fidarsene sicuramente. Credo bene che fra que
Potenza della materia, e perciò sono incorrut sti e molti altri che sono in Firenze in più
tibili e morali: dove l'anima razionale, ovvero luoghi, se ne potrebbe acconciare uno da chi
l'intelletto umano, perchè viene di fuori è in
corruttibile ed immortale. E perchè noi ave (1) Non è provato con saldi argomenti, che Stazio fosse
queste cose particolar
mo a favellare di tutte
cristiano: ma pur v'ebbero molti scrittori, seguiti in questo
mente, non diremo altro ora, se non che cau tratto dell'Alighieri, che cristiano il credettero. (M.)
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO 13

avese gran dottrina e buon giudizio che sa che il cibo. Chiamasi alimento, cioè nutrimento
rebbe perfetto. La qual cosa s'io non m'in da questo verbo latino, Alo, che vuol dire il
ganno del tutto, arrecarebbe non meno agevo medesimo che Nutrio ; dal quale viene anco
lena ed utilità a leggenti, che gloria alla pa ra questo vocabolo, Alma, che è proprio di
tra nostra e lode a chi ciò facesse: e sarebbe Cerere, per essere ella Dea delle biade. – che,
colle fatica e diligenza, impresa degnissima il qual nutrimento, nel quarto caso – leve, in
di questa tanto e tanto meritamente lodata vece di levi, nella seconda persona, cioè togli
Accademia; la quale un giorno potrebbe forse e porti via. Ed è usatissimo appresso i Latini
arrecare non picciola chiarezza al grandissimo questo modo di porre la seconda persona per
splendore dell'Illustrissimo Duca, principe e la terza, ed intendere generalmente; il che
padrun nostro. fanno ancora nella prima, come noi.
Ma venendo a Dante, dico che volendo egli Ora innanzi che io passi al secondo terzet
mostrare nel terzetto seguente, onde lo sperma to, non pare da lasciare indietro che io ho
dell'uomo pigliasse la virtù generativa, diffi letto e dichiarato poi, come hanno i testi a
isce prima in questo (come si debbe fare in penna buoni, e non mai, come si legge negli
tutte le cose) che cosa sia sperma, e quanto stampati. E così secondo che si può vedere
illa verità lo diffinisce come medico e filoso nel suo Commento, benchè non dichiari que
f, e quanto all'ornato come poeta ed orato sta parola, legge anco il nostro M. Cristofano
re. E di qui voglio che cominciate a conside Landini (1): al quale pare a me, ch'abbiano
me quanta sia la scienza, e quanta l'arte di obbligazione infinita gli studiosi di questo Poe
ſesto poeta e filosofo singolare. E perchè cia ta. Perciocchè oltra la bontà e dottrina sua,
tuna buona diffinizione debbe essere compo egli s'affaticò molto e fu diligentissimo in rac
sia del genere e delle sue differenze, egli pi corre con giudizio, e mettere insieme con or
ſia per genere il sangue, come è veramente dine molte cose che erano state dette e in
non essendo lo sperma altro che sangue), e latino ed in toscano da molti Commentatori
figlia il genere prossimo come si deve, e non di questo Poeta, i quali oggi non si ritrovano
il rimoto, come i quattro elementi di che è (che io sappia). E ben so che se ne ritrovano
composto il sangue o la prima materia, della alcuni; e quello che più mi piace, appresso di
ſale sono composti gli elementi: come chi tali che per la bontà e cortesia loro non li
volendo diffinire l'uomo, dicesse non animale, terranno mascosi.
te e il suo genere propinquo, ma corpo o Prende nel cuore a tutte membra umane
ºlanza che sono generi rimoti. E perchè non Virtute informativa, come quello,
bastava dire, sangue senz'altro, conciossiacchè Ch'a ſarsi quelle per le vene vane.
into il mestruo è sangue, v'aggiunse, perfetto,
tie digesto e smaltito, dopo l'ultima digestio Maravigliosa cosa è a pensare, come in si pic
ne. È così il genere vero e proprio di sper ciola quantità di seme umano sia virtù così
na, è segue perfetto se si potesse dire in una grande, che di lei si formino tante diversità,
parola, cioè smaltito: perchè insino che non come sono, ossa, nervi, vene, arterie, carne, e
i smaltisce nel cuore o nel fegato per virtù tante altre parti che sono nel corpo dell'ani
del cuore, egli non è vero e perfetto sangue. male. Ma picciola cosa è questa, benchè sia
Trovato il genere, pose in luogo della sua diffe grandissima, se consideraremo, come non es
ma ultima, tutte quelle parole: –che poi non sendo animato, introduce nella materia, cioè
filere, –Dall'assetate vene, che a dirlo in una nel mestruo della donna, prima l'anima vege
Pirolavuol dir superfluo,cioè che avanza del nu tativa e poi la sensitiva; e lo dispone e fa
timento: e così è compita perfettamente tutta tale che diventa atto a ricevere l'anima ra
h difinizione dello sperma – Che. Il qual san zionale. Della qual cosa volendo rendere il
ine-Poi, poichè, dacchè – non si beve. Non si poeta la ragione, disse tutto quello che si con
e succia dalle vene assetate, nelle quali tiene in questo terzetto; il che se è poco in
iſ, quella quarta digestione, le cui " quantità, è tanto in qualità, che io stupisco,
ºno i sudori, i peli e l'ugne. E questo disse, come in sì poche parole potesse significare
ºrche mediante le vene si sparge il nutrimento tante cose e tanto grandi. Il che a cagione che
ºutto il corpo: nè è altra differenza (si può meglio s'intenda, diremo prima che la virtù
º dalle vene all'arterie, se non che nelle informativa, ovvero generativa, la quale è nello
ºe sta più sangue che spirito, e nelle arterie spirito che esce insieme collo sperma dell'uo
lº spirito che sangue – e si rimane – Quasi mo, non opera formalmente, ma virtualmente,
dimento, che di mensa leve. Sono poste tutte come il sole, il quale non è caldo formalmen
ºte parole a ornamento, e per meglio spri te, ma virtualmente. E che questo sia vero,
º con questa similitudine, in che modo il lo sperma operando non assimiglia il paziente
ºste sia superfluo ed avanzi; perciocchè a sè, cioè non converte il mestruo in isperma,
fºndo le vene hanno succiato tanto di san ma lo forma ed organizza, introducendovi l'a-
sº che basti per nutrimento, ed a ristorare nima vegetativa e sensitiva e disponendolo al
le parti perdute, elleno non ne succiano più l'intellettiva; e questo perchè piglia 1a virtù
º altrimenti che un modesto uomo e tem dal cuore ed opera in vigore dell'anima del
ºto, preso il bisogno suo del cibo, lascia il
ºnente: e però disse: – e si rimane, cioè re (1) Autore, come è noto, d'uno de più sottili, copiosi ed
º º avanza – Quasi aliuano, non altramente cruuiti commenti della Divina Commedia.
I2 LEZIONE

ritava, per non essergli forse troppo molesto: tamente adoperò Dante, e come non meno fu
ma confortato a dire da lui medesimo, che di accorto che saggio a fare che Virgilio commet
ciò accorto s'era, apri la bocca sicuramente: tesse a Stazio cotale ufficio, dovendo parlare
E cominciò: Come si può far magro dell'anima, e massimamente nel fine, non come
Là, dove l'uopo di nutrir non tocca ? filosofo e gentile, ma come teologo e cristiano;
il che poteva fare in questa parte molto più
Cioè, come può diventare magra una cosa che convenevolmente Stazio, e per essere egli stato,
non ha bisogno di nutrimento, come sono tutte non solamente amico e fautore de cristiani, ma
le spiritali, e delle corporali tutte quelle che cristiano (1), secondo che dice egli stesso nel
non hanno vita. Al qual dubbio gli rispose dodicesimo Canto di questa Cantica medesima.
Virgilio, come poeta con un esempio favoloso,
e da poeti dicendo: Se egli è possibile che E mentre che di là per me si stette
un tizzone ardendo nel fuoco e consumandosi, Io li sostenni, e i lor dritti costumi
sia cagione, che uno che sia lontano, e che di Fer dispregiare a me tutte altre sette.
questo non sappia cosa alcuna, si consumi ed E pria che i Greci conducessi a fiumi
arda tanto, che consumato tutto il tizzone, sia Di Tebe poetando, ebb'io battesmo,
consumata tutta la vita di colui (come finge Ma per paura chiuso cristian fumi,
Ovidio, che intervenisse a Meleagro, la cui fa Onde Stazio dopo una dotta e gentile scusa
vola per essere notissima, benchè abbia sotto di non poter diniegare cosa alcuna a Virgilio,
mistero, come l'altre, non racconteremo); così ancora che sia cosa temeraria e prosuntuosa
è possibile che queste ombre diventino magre. favellare dove sia egli, cui per la dottrina ed
E questo esempio non si può intendere bene, eloquenza sua, doverebbe toccare a favellare,
se prima non sappiamo, come l'anima razio ed agli altri tacere, si rivolge amorevolissima
nale, dopo la morte del corpo piglia un corpo mente verso Dante, e facendoselo benevolo col
aereo, come si vedrà di sotto nel luogo suo: chiamarlo figliuolo, ed attento e docile col dir
benchè alcuni credono che Dante in questo gli, che se starà ad ascoltare le sue parole si
luogo voglia accennare le virtù specifiche e chiarirà del suo dubbio, cominciò:
proprietà occulte, delle quali favelleremo un'al
tra volta. Dopo questo esempio adduce Virgi Sangue perfetto, che poi non si beve
lio a Dante una similitudine naturale e mate
Dall'assetate vene; e si rimane
Quasi alimento, che di mensa leve.
matica, dicendo: Così possono parer magre e
grasse queste ombre, eioè questo corpo aereo, Ancora che per le cose dette di sopra que
secondo che vuole l'anima di dentro, che lo sti versi, e così tutti gli altri siano chiari e
dispone e governa, e da cui ella pende: non piani tanto, che ciascuno li potrebbe intendere
altrimenti che nello specchio si muove l'im da sè; tuttavia non mi parrà fatica di sporli,
magine, secondo che si muove la persona di e sponendoli confrontarli e concordarli colle
chi è l'immagine; mostrandosi ora trista ed ora cose dette. Ma prima non voglio mancare di º
allegra, secondo che o allegra, o trista si mo dirvi, che io non perdonando nè a tempo, nè
stra la persona che si specchia. Ed è questa a fatica, per fare parte del debito ed ufficio
similitudine appropiatissima, come meglio s'in mio, ho letto diligentemente e riscontrato cin
tenderà di sotto nella similitudine dell'arco que testi di Dante, stampati in vari tempi e
Ibaleno: perchè, come che Dante valesse in luoghi ed altrettanti in penna, scritti simil
tutte le cose, e quasi oltre il corso umano ne. mente in diversi luoghi e tempi, e posso af
gli esempi e nelle comparazioni fu egli certis fermarvi con verità che pochi sono stati quei
simamente divino. Ma non contento Virgilio a versi, ne' quali io oltra molte altre trasposi
questi due esempi, e volendo dichiararli piena zioni e varietà, non abbia trovato qualche scor
mente e mostrare come l'anima intellettiva, rezione e molte volte d'importanza grandissi
morto il corpo, potesse or ridere ed ora pian ma, come potrete vedere in questa lezione sola
gere e soffrire tutte le passioni de viventi, di nella quale, oltra molte altre di qualche mo
mandando e rispondendo non altrimenti che i mento ne sono tre. L'una delle quali fa che
vivi; come s'è veduto per tutto l'Inferno e per non si possa intendere bene il sentimento del
tutto il Purgatorio infin qui e volendo vestirla Poeta; l'altra, che non si possa intender pun
d'un nuovo corpo aereo come di sotto vedre to; la terza, che sia falsissima la sentenza. E
mo, per maggiore intelligenza, gli parve prima benchè questi testi che ho veduti io scritti a
di mostrargli, come ella s'infondesse nel corpo mano siano assai antichi, ed uno fra gli altri
umano, e da chi e quando. Ed a voler far que molto più corretto e fedele che gli altri, scritto
sto gli fu necessario insegnar prima in che modo come si può conghietturare per molti segni poco
si generasse e formasse il corpo coll'anima ve dopo la morte di Dante; tuttavia niuno ve
getativa e sensitiva. Le quali si cavano (come n ha che mi paja del tutto senza errori e da
dicono i filosofi e come noi dichiareremo) dalla fidarsene sicuramente. Credo bene che fra que
Potenza della materia, e perciò sono incorrut sti e molti altri che sono in Firenze in più
tibili e morali: dove l'anima razionale, ovvero luoghi, se ne potrebbe acconciare uno da chi
l'intelletto umano, perchè viene di fuori è in
corruttibile ed immortale. E perchè noi ave (1) Non è provato con saldi argomenti, che Stazio fosse
mo a favellare di tutte queste cose particolar cristiano: ma pur v'ebbero molti scrittori, seguiti in questo
mente, non diremo altro ora, se non che cau tratto dell'Alighieri, che cristiano il cielettero. (M.)
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO 13

avesse gran dottrina e buon giudizio che sa che il cibo. Chiamasi alimento, cioè nutrimento
rebbe perfetto. La qual cosa s'io non m'in da questo verbo latino, Alo, che vuol dire il
ganno del tutto, arrecarebbe non meno agevo medesimo che Nutrio, dal quale viene anco
lezza ed utilità a leggenti, che gloria alla pa ra questo vocabolo, Alma, che è proprio di
tria nostra e lode a chi ciò facesse: e sarebbe Cerere, per essere ella Dea delle biade. – che,
cotale fatica e diligenza, impresa degnissima il qual nutrimento, nel quarto caso – leve, in
di questa tanto e tanto meritamente lodata vece di levi, nella seconda persona, cioè togli
Accademia; la quale un giorno potrebbe forse e porti via. Ed è usatissimo appresso i Latini
arrecare non picciola chiarezza al grandissimo questo modo di porre la seconda persona per
splendore dell'Illustrissimo Duca, principe e la terza, ed intendere generalmente; il che
padron mostro. fanno ancora nella prima, come noi.
Ma venendo a Dante, dico che volendo egli Ora innanzi che io passi al secondo terzet
mostrare nel terzetto seguente, onde lo sperma to, non pare da lasciare indietro che io ho
dell'uomo pigliasse la virtù generativa, diffi letto e dichiarato poi, come hanno i testi a
nisce prima in questo (come si debbe fare in penna buoni, e non mai, come si legge negli
tutte le cose) che cosa sia sperma, e quanto stampati. E così secondo che si può vedere
alla verità lo diffinisce come medico e filoso nel suo Commento, benchè non dichiari que
fo, e quanto all' ornato come poeta ed orato sta parola, legge anco il nostro M. Cristofano
re. E di qui voglio che cominciate a conside Landini (1): al quale pare a me, ch'abbiano
rare quanta sia la scienza, e quanta l'arte di obbligazione infinita gli studiosi di questo Poe
questo poeta e filosofo singolare. E perchè cia ta. Perciocchè oltra la bontà e dottrina sua,
scuna buona diffinizione debbe essere compo egli s'affaticò molto e fu diligentissimo in rac
sta del genere e delle sue differenze, egli pi corre con giudizio, e mettere insieme con or
glia per genere il sangue, come è veramente dine molte cose che erano state dette e in
(non essendo lo sperma altro che sangue), e latino ed in toscano da molti Commentatori
piglia il genere prossimo come si deve, e non di questo Poeta, i quali oggi non si ritrovano
il rimoto, come i quattro elementi di che è (che io sappia). E ben so che se ne ritrovano
composto il sangue o la prima materia, della alcuni; e quello che più mi piace, appresso di
quale sono composti gli elementi: come chi tali che per la bontà e cortesia loro non li
volendo diffinire l'uomo, dicesse non animale, terranno nascosi.
che è il suo genere propinquo, ma corpo o Prende nel cuore a tutte membra umane
sostanza che sono generi rimoti. E perchè non Virtute informativa, come quello,
bastava dire, sangue senz'altro, conciossiacchè Ch'a ſarsi quelle per le vene vane.
anco il mestruo è sangue, v'aggiunse, perfetto,
cioè digesto e smaltito, dopo l'ultima digestio Maravigliosa cosa è a pensare, come in si pic
ne. E così il genere vero e proprio di sper ciola quantità di seme umano sia virtù così
ma, è sangue perfetto se si potesse dire in una grande, che di lei si formino tante diversità,
parola, cioè smaltito: perchè insino che non come sono, ossa, nervi, vene, arterie, carne, e
si smaltisce nel cuore o nel fegato per virtù tante altre parti che sono nel corpo dell'ani
del cuore, egli non è vero e perfetto sangue. male. Ma picciola cosa è questa, benchè sia
Trovato il genere, pose in luogo della sua diffe grandissima, se consideraremo, come non es
renza ultima, tutte quelle parole: – che poi non sendo animato, introduce nella materia, cioè
si beve, –Dall'assetate vene; che a dirlo in una nel mestruo della donna, prima l'anima vege
parola vuol dir superfluo, cioè che avanza del nu tativa e poi la sensitiva; e lo dispone e fa
trimento: e così è compita perfettamente tutta tale che diventa atto a ricevere l'anima ra
la diffinizione dello sperma–Che. Il qual san zionale. Della qual cosa volendo rendere il
gue – Poi, poichè, dacchè – non si beve. Non si poeta la ragione, disse tutto quello che si con
bee e succia dalle vene assetate, nelle quali tiene in questo terzetto; il che se è poco in
"
si fa quella quarta digestione, le cui quantità, è tanto in qualità, che io stupisco,
sono i sudori, i peli e l'ugne. E questo disse, come in sì poche parole potesse significare
perchè mediante le vene si sparge il nutrimento tante cose e tanto grandi. Il che a cagione che
a tutto il corpo: nè è altra differenza (si può meglio s'intenda, diremo prima che la virtù
dire) dalle vene all'arterie, se non che nelle informativa, ovvero generativa, la quale è nello
vene sta più sangue che spirito, e nelle arterie spirito che esce insieme collo sperma dell'uo
più spirito che sangue – e si rimane – Quasi mo, non opera formalmente, ma virtualmente,
alimento, che di mensa leve. Sono poste tutte come il sole, il quale non è caldo formalmen
queste parole a ornamento, e per meglio spri te, ma virtualmente. E che questo sia vero,
mere con questa similitudine, in che modo il lo sperma operando non assimiglia il paziente
sangue sia superfluo ed avanzi; perciocchè a sè, cioè non converte il mestruo in isperma,
quando le vene hanno succiato tanto di san ma lo forma ed organizza, introducendovi l'a-
gue che basti per nutrimento, ed a ristorare nima vegetativa e sensitiva e disponendolo al
le parti perdute, elleno non ne succiano più l'intellettiva; e questo perchè piglia 1a virtù
non altrimenti che un modesto uomo e tem dal cuore ed opera in vigore dell'anima del
perato, preso il bisogno suo del cibo, lascia il
rimanente: e però disse: – e si rimane, cioè re (1) Autore, come è noto, d'uno de' più sottili, copiosi ed
sta ed avanza. – Quasi alimatico, non altramente cruuiti comuenti della Divina Commedia. (M
14 LEZIONE

generante. E però ciascuno sperma dispone la iscambio di: Io vo', ed altrove aggiungendo
materia, forma le membra cd introduce quel pur la particella. E disse nel quarto del Pur
l'anima, in virtù della quale (come dice Aver gatorio:
rois) i membri del leone, e quelli del cervo, Che non era lo calle, onde saline
non sono diversi, se non perchè è diversa l'a-
nima. E questo disse non meno dottamente Lo Duca mio ed io appresso soli,
che leggiadramente il Petrarca nella canzone Come da noi la schiera si partine.
grande: Ed in tanto fece quella figura, che alcuni chia
mano bisquizzo, e noi bisticcio, come fece anco,
E i piedi, in ch'io mi stetti, e mossi, e corsi
(Come ogni membro all'anima risponde) il Petrarca, benchè ad altro effetto, quando,
disse ne' Trionfi:
Diventar due radici sopra l'onde ! (1)
Quest'è colui, che'l mondo chiama Amore:
E perchè queste cose sono così belle a sapere, Amaro come vedi (1).
come difficili ad intendere, non mi parrà fa
tica, nè biasimo dichiararle con più parole e Ma lasciando le parole, delle quali in verità
replicarle. Dico dunque che lo sperma del Dante in molti luoghi non curò molto o per
l'uomo, pigliando tutta la virtù del cuore ed la gravità e altezza del subbietto o altra ca
operando in vigore dell'anima, della quale è gione che lo movesse, dico a maggior dichia
organo, o strumento, contiene in sè in potenza razione che il sangue si può considerare in più
e naturalmente tutto quello che contiene il ge modi, e considerato diversamente è ora attivo,
nerante in atto e formalmente. E però chiamò ed ora passivo. Quando è passivo, non può esser
Aristotile la virtù generativa cosa separata da tale, se non in un modo solo: ma quando è attivo,
materia o divina, come dichiareremo altra può esser tale in due modi; attivo formalmente,
volta, essendo cosa, dove nè Averrois in ed attivo virtualmente, onde considerato il san
tese le parole di Aristotile, nè i latini quelle gue come sangue, egli è solamente passivo e per
d'Averrois, se mi è lecito dire l'opinione mia conseguente solamente materia, e può CSSer ma
liberamente. E quinci disse Dante, come vero teria in due modi: nel primo, come materia di
Peripatetico, che lo sperma prendeva nel cuore due o più parti, e questo, quando di lui si cibano
virtù informativa e generativa a tutte le mem e nutriscono le membra: nel secondo, come
bra. Ho detto come vero Peripatetico, perchè, quando di lui si genera il parto; e così si veri
secondo Galeno, cotale virtù non si genera nel fica il detto d'Averrois che la materia della
cuore principalmente, ma nè testicoli. – co parte e del tutto è la medesima. Ora se il san
me quello, – Ch'a farsi quelle per le vene vane. gue si considera non come sangue semplice
Disse queste parole non riferendo quella pa mente, ma come sangue convertito in membra,
rola quello al sangue, del quale favellava, co allora mediante tale conversione, egli è attivo
me credono alcuni e per esprimere quel modo formalmente, perchè può assomigliare a sè me
di favellare, che i latini direbbero, utpote qui: desimo un altro, cioè convertire il nutrimento.
ma per meglio dichiarare la mente ed il con in sè stesso e fare che il sangue, suo cibo, di
cetto suo e quasi rispondere a una tacita di venti o osso o nervo o carne, secondo che sarà
manda e maraviglia che poteva fare il lettore, egli, perchè sempre l'agente somiglia il paziente
dicendo: Com'è possibile che un umor solo, a sè stesso. E non paia questo a nessuno im
cioè il sangue, pigli virtù da un membro solo, possibile, perchè dell'aria si fa ora acqua,
cioè dal cuore, di fare tante membra, e tanto quando l'acqua opera in lei: ed ora fuoco
diverse, essendone delle dure, come l'ossa e quando il fuoco è egli l'agente, e quello che
delle molli come la carne e di tante altre ra opera in lei. Ora se il sangue si considera, non
gioni? Al che volendo rispondere Dante sog come sangue, nè come convertito in membra,
giunse quelle parole; il sentimento delle quali ma come diventato sperma, mediante i vasi se
pare a me che sia: Come il sangue, il quale minari ed i testicoli, allora egli è attivo, non
non è diventato sperma, ha virtù dal cuore di già formalmente, ma virtualmente; perciocchè
diventare tutte le membra, come si vede nel la carne converte il nutrimento in carne for
nutrimento; perchè l'ossa convertono il san malmente, ma lo sperma non converte il me
gue in ossa, le vene in vene, la carne in car struo in isperma (chè allora sarebbe genera
ne, e di tutti gli altri nel medesimo modo; zione formale) ma lo converte nel parto ed
così, poichè è diventato sperma, ha virtù di embrione, e la generazione non è ſormale, ma
fare tutti i membri, operando in virtù dell'ani virtuale. E così, risumendo quello che s'è det
ma. E però disse per similitudine, – come quel to, quel medesimo sangue, il quale è in potenza
lo: cioè, non altramente, che quello, che – Va propinqua a diventare alcun membro, diven
ne per le vene a farsi quelle, a diventar quelle tato membro, ha forza e virtù di membro: quello
membra; che così debbe dire, e non quello, stesso convertito in sperma ha forza e virtù di
come si trova scritto in alcuni testi : Disse formare membra, non formalmente, ma virtual
Pane per licenza poetica, come si dice ancora mente; e così il sangue può diventare tutte
oggi da fanciulli o dai contadini: Io vone, in le membra e diventato membra può fare tutte
le membra formalmente: e diventato sperma
(1) Canzone I. Il Varchi la chiama Canzone grande, per può fare tutte le medesime membra virtual
º º fra le più lunghe e più belle del nostro gran poeta del
l'Amore. (M.) (1) Trionfo d'Amore. Capitolo 1.
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO 15

mente. E così primieramente è passivo e ma mente dentro dalla matrice: ed insomma è tale
teria, diventando tutte le membra: secondaria quale è la sciliva al cibo. E però diceva Avi
mente è attivo formalmente, facendo tutte le cenna ed Aristotile ancora, che l'uno e l'altro
membra: nel terzo luogo è medesimamente at concorrevano alla generazione; ma questo si
tivo, ma virtualmente. E tutte queste cose e debbe intendere, come s'è detto di sopra,
forse molte più volle significar Dante in que quanto alla comodità, non quanto alla neces
sti tre versi. E se ad alcuno pare, che io le sità. - in natural vasello: nella matrice e ven
dica troppo lungamente o troppo scuramente tre della donna. Ma considerate quanto one
dia la colpa, parte a me che non so più, e parte stamente favelli, e se la lingua nostra può spri
alla grandezza della materia, ed anco si ricordi mere non solo acconciamente, ma agiatamente
che nè i Latini, nè i Greci le scrissero in modo ancora tutte le cose e propriamente e per tra
che si possano intendere da ognuno a udirle slazioni. E di qui si può vedere necessaria
d leggerle una volta solamente. mente che non si possa far senza, che se Dante
Ma passiamo omai a tali parti, nelle quali avesse voluto, avrebbe non solamente potuto,
sarò più breve, per non tenervi a disagio tanto ma saputo ancora schifare e fuggire quei vo
e massimamente, essendo oggi uno de maggiori caboli che egli usò alcuna volta o troppo spor
caldi che io mi ricordi forse mai. chi o lordi, o troppo impuri e disonesti, nei
quali egli è ripreso fieramente; e se vogliamo
Ancor digesto scende, ov'è più belle giudicare senza passione, non a torto. Ma ser
Tacer che dire, e quindi poscia geme bando questo giudizio ad un altro tempo, di
Sovr” altrui sangue in natural vasello. ciamo ora che il Petrarca avendo a significare
Gran dottrina s'asconde (s'io non erro) sotto questa cosa stessa, la spresse per un'altra tras
questi versi: perciocchè sebbene tutte le po lazione, non meno casta che gentile, quando
tenze piglino tutte le virtù loro dal cuore (se disse nella Canzone alla Vergine:
condo Aristotile) le pigliano però secondo di Ricordati che fece il peccar nostro
versi membri: come per atto d'esempio, la nu Prender Dio per scamparne
tritiva nel fegato e la sensitiva nel cervello. Umana carne al tuo virginal chiostro.
Così la generativa, sebben piglia la virtù sua
dal cuore principalmente, la piglia nondimèno
mediante i vasi spermatici e ne testicoli: dove Iei s'accoglie l'uno e l'altro insieme,
non la potrebbe pigliare, se non avesse prima L un disposto a patire e l'altro a fare,
avuto dal cuore virtù e potenza di pigliarla. Per lo perfetto loco, onde si preme.
Il che volendo Dante significare disse – Ancor Nel primo verso di questo ternario mostra
digesto: cioè, dopo l'ultima digestione: e qui il poeta come si genera il parto, congiun
intende di quella che si fa nelle vene, quasi gendosi insieme nella matrice lo sperma del
dica smaltito un'altra volta, dopo le tre prin l'uomo ed il mestruo della donna; nel se
cipali. – scende, verbo propiissimo. – ov'è più condo da chi si genera come attivo, e questo
bello-Tacer che dire: ne vasi seminari e ne te è lo sperma, e di che si genera come passivo,
sticoli. Il che egli non poteva dire più onesta e questo è il mestruo: nel terzo rende la ca
mente. E perchè una cosa significata con di gione perchè lo sperma è attivo, dicendo, per.
versi nomi, sia ora onesta, ora disonesta, non che viene e si sprime dal luogo perfetto, cioè
è picciola, nè indegna considerazione, ma la dal maschio, il quale è caldo, dove la femmina
riserberemo in tempo più comodo, dichiarando è fredda. E perchè tutte queste cose si sono
la pistola di Cicerone a Peto. – e quindi, cioè, dichiarate abbastanza di sopra, e forse di so
da vasi spermatici e per i testicoli. – geme, verchio, non ci distenderemo molto. – Ivi:
stilla, gocciola, come si dice oggi: nè poteva nella matrice, e ventre della donna. – l'uno
usare verbo più appropriato – Sovraltrui san e l'altro: il sangue dell'uomo che è lo sper
gue: sovra il mestruo della donna. E come ot ma, ed il sangue della donna che è il mestruo.
timo Peripatetico, mai non fa menzione del – s'accoglie insieme: si congiugne e s'aduna.
seme della donna, che ben sapeva che quello – L'un disposto a patire: questo è il mestruo
non è utile, nè come attivo, ovvero forma, nè della donna, il quale è materia propinqua del
come passivo, ovvero materia. E se ben con parto, e però non ha bisogno d'altro motore,
corre le più volte, concorre non all'essere, ma ovvero agente, che lo disponga, come vuol Ga
a ben essere, cioè agevola o dispone la ma leno, e che gli dia la forma, se non il seme
teria: e così non giova per sè, e principal del maschio. E così è vero quello che dice
mente, ma secondariamente e per accidente. Aristotile nella generazione, che la materia
E per dire qualcuno de' suoi giovamenti, oltre del nutrito è la medesima, che è quella onde
il diletto, ch'egli arreca alla donna grandis si genera. E chi dubita che noi non ci nutria
simo, senza il quale, considerati i dolori ed i mo di quello, di che nasciamo, cioè del san
pericoli che ne le debbono seguire, non vor gue? Perchè quello di che si fa la genera
rebbe, per avventura, congiungersi con l'uomo, zione, mediante la quale noi acquistiamo lo
e così verrebbe a mancare la spezie; egli con essere, è ancora materia della nutrizione, me
tempera il caldo del seme dell'uomo e quello diante la quale ci conserviamo nell'essere; mè
della matrice, quando fossero troppi; rammor v'è altra differenza, se non che il nutrimento
bida ancora il seme dell'uomo, il quale è vi risguarda la materia d'una parte e la genera
scoso, e fallo tale che si possa tirare agevol
-
zione del tutto. Ma in questa materia non man
16' LEZIONE

cherebbe che dire mai, e pero passeremo più oltre Il primo verso ci mostra e dichiara due cose
– e l'altro a fare: e questo è lo sperma del dette di sopra da noi: cioè che essendo tutto com
maschio, il quale è attivo e dà la forma. Per posto l'uomo di forma e di materia cioè d'anima
chè, come il mestruo per venire dalla donna e di corpo, il padre dà sola l'anima, senza punto
ha virtù e potenza passiva di diventare tutti i di materia o di corpo, e la madre dà la materia
membri, così lo sperma ha potenza e virtù at sola, ovvero il corpo senza punto di forma: l'altra
tiva di fare tutti i membri per venire dall'uo è, che l'uomo vive prima la vita delle piante,
mo: e questo è quello che vuol dire tutto que poi quella degli animali, poi la propia dell'uo
sto verso; – Per lo perfetto loco onde si preme. mo, che è la razionale. E questa sola ci vien
E giunto lui, comincia ad operare, di fuori, e non si cava dalla potenza della ma
Coagulando prima, e poi avviva teria, come diremo omai in un' altra lezione,
Ciò che per sua materia fe constare. essendo passata l'ora, ed avendo ancora che
dire pure assai. – la virtute attiva: la quale
Dichiara più particolarmente, come la virtù è quella del padre, che sebbene è composta
del seme del maschio formi prima del mestruo d'anima e di corpo, dà l'anima sola, mentre
della donna l'embrione; poi gli dia la vita e quella della madre, sebbene è anco ella com
lo faccia animato, dicendo: – E giunto lui: posta d'anima e di corpo, non dà se non il
lo sperma del maschio, ed è questo un'allativo corpo solo. – fatta anima: diventata animata
in conseguenza, come dicono i Gramatici. Al mediante l'anima vegetativa, come segue di
cuni vogliono leggere li, non lui. Ma disse così sotto. – Qual d'una pianta, in tanto differente,
per mostrare, che lo sperma era quello che – Che questa è 'n via, e quella è già a riva. Seb
era attivo e nel quale era tutta la virtù, onde bene pare, che Dante in queste parole non vo
soggiunse: – comincia ad operare: e s'intende glia, che tra l'anima vegetativa delle piante e
egli – Coagulando prima: non poteva più se quella degli uomini sia altra differenza, se non
gnalato vocabolo trovare, nè che meglio espri che quella delle piante è composta e fornita, non
messe la mente sua; perchè tale è proprio il aspettando altra anima, nè sensitiva, come i bruti,
seme dell'uomo al mestruo, quale è il coagulo nè razionale, come gli uomini, non dovemo però
che noi chiamiamo gaglio, ovvero presame al credere, che egli volesse dire questo solo, e
latte. Dichiara Aristotile nel quarto della Me che non sapesse che l'anima vegetativa delle
teora, che la coagulazione ovvero rappiglia piante e delle fiere, e degli uomini sono di
mento è una certa essicazione, e si fa in due verse di spezie; come si può cavare da Aristo
modi, e dal caldo e dal freddo; ed il fine suo tile nel sesto libro della Topica, essendo essi di
è fare che l'umido si rappigli e si rassodi, e versi di spezie.
non si vada spargendo come l'acqua. E se di Tanto ovra poi, che già si muove e sente,
cemmo di sopra, che il fine della digestione
Come fungo marino, ed indi imprende
era questo medesimo, non è che tra digestione Ad organar le posse, ond'è semente.
e coagulazione non sia, oltre l'altre, questa dif
ferenza, che la digestione non si fa se non dal Procedendo il poeta ordinatamente, come la
caldo naturale, e la coagulazione di tutti i cal natura, che sempre quando può comincia dalle
di – e poi avviva: cioè, dà la vita e l'anima, cose più agevoli e più imperfette, disse che la
che così hanno i buoni testi e non ravviva. virtù attiva diventava prima come una pianta,
– Ciò che per sua materia fe' constare: I testi cioè pigliava l'anima vegetativa: ora dice che
stampati hanno gestare; il che non so io per piglia la sensitiva, senza mettere tempo alcuno,
me quello che si possa voler significare in que parendogli forse per l'incertezza della cosa in
sto luogo: so bene che i testi in penna sono sè e per la varietà degli autori, questa esser
vari, e che i migliori hanno constare, e così cosa dubbia e pericolosa. – Tanto ovra poi:
senza dubbio debbe dire: perchè gli scrittori mostra pure, che ella è sempre agente. – che
Latini, onde lo tolse Dante, usano in questa già si muove e sente: disse già, perchè nel vero
materia questo verbo e dicono: Coagulatio est non è molto intervallo: disse si muove, non
constantia quaedam umidi, etc. Et coagulare perchè abbia la virtù progressiva, movendosi
est facere ut liquida constent. etc. E simili di luogo a luogo (il che non è se non negli
modi usati da filosofi: e brevemente signi animali perfetti), ma perchè stando il parto
ſica a noi fare che una cosa liquida che si appiccato al ventre con alcuni legamenti, ha
spargerebbe, si rappigli e si rassodi in modo quel moto, che i filosofi chiamano di costri
che stia e non si sparga; come si vede nel latte zione e dilatazione, cioè ch'egli si stringe ed
mediante il presame o il gaglio. Dante non dice allarga: disse ancora sente, non perfettamente,
in questo luogo in quanti di si rappigli, nè in ma come allora può, e si conviene. E per di
quanti abbia l'anima; e noi avendone favellato mostrare che non intendeva nè del moto vero
di sopra lungamente, anderemo seguitando locale, nè del sentimento perfetto, soggiunse. –
quanto più tosto e quanto più brevemente po Come fungo marino: esempio a ciò dimostrare
tremo. attissimo e maraviglioso. Perciocchè tra le cose
che vivono perfettamente, e quelle, che non
Anima fatta la virtute attiva hanno vita in modo nessuno, sono certi animali
Qual d'una pianta, in tanto differente, mezzi, i quali non si possono chiamare nè vi
Che questa è 'n via, e quella è già a riva. venti affatto, nè del tutto senza vita, come sono
l' ostriche, le conchiglie ed altri animali, che
sULLA GENERAZIONE DEL CORPO 17
i Greci chiamano Zoofiti, cioè piante animali mento del cuore nel nutrire, i testicoli nel ge
(per dir così), e tra questi sono le spugne, delle nerare, il cervello nel sentire: favello sempre
quali intende qui il poeta. E chi ne vuole sapere come ho già detto più volte, secondo l' opi
più oltra, legga Plinio nel quarantacinquesimo nione d'Aristotile. – Dove natura a tutte mem
capitolo del settimo libro, e nell'ultimo capi bra intende. Quel dove può essere avverbio di
tolo del trentunesimo. – ed indi: cioè di poi; luogo, ed allora significherà, che la virtù atti
l'avverbio di luogo in vece di quello di tempo: va si spiega e distende dove natura a tutte
e così debbe dire, come si vede ne' testi buoni membra intende, cioè, dovunque è di bisogno:
a penna, e non ivi. – Comincia: mette mano, può essere ancora di tempo, ed allora rispon
quello che i latini direbbero aggreditur. – a derà a quello. – Or di sopra. – intende: è in
organare: organizzare cioè formare. – le posse: tenta. E per fornire omai la sposizione di que
le potenze, che sono cinque, come è notissi sti versi, dove si fornisce la generazione e for
mo. – onde: delle quali potenze. – è semente: mazione del corpo umano: dico, che il parto
semenza e principio. E non è questa meno ac si fa del maschio e della femmina, come una
comodata similitudine che l'altre: perchè co cosa materiale della materia e dell'artefice;
me nel seme di ciascuna cosa è in virtù ed in esempigrazia uno scanno del legno e del le.
potenza il frutto, così nello sperma, o piuttosto gnaiuolo, o veramente secondo Aristotile nel
nello spirito dello sperma, nel quale è la virtù quindicesimo degli animali, come si fa la sanità
generativa, sono in potenza ed in virtù, oltra in uno infermo della scienza di medicina. Po
tutti i membri, l'anima vegetativa e sensitiva. trebbesi anco agguagliare il seme dell' uomo
ben vero che in una parte non è così a pro non solamente al legnaiuolo ed alla scienza
posito questa similitudine; perchè nel seme, della medicina che è nell'anima, ma ancora a
verbigrazia, in un granello di grano, non sono uno strumento, come per dir cosi, a una se
per sè distinti duoi corpi, l'attivo ed il passi ga; perchè considerando lo sperma in sè, s'as
vo, ma nel medesimo granello, una parte, cioè, somiglia a una sega. Perchè, come la sega ope
la cima e sommità, è come attiva, e quella del rando in virtù dell'arte induce la forma del
mezzo e più grossa, è come passiva. Onde le l' arte, così il seme del maschio operando in
formiche per istinto naturale ed insegnate da virtù dell'anima, induce l'anima. Ma se si con
chi non può errare, quando ripongono il grano sidera il padre, in virtù del quale egli opera,
nelle caverne e buche loro, rodono le punte, il seme è quasi padre, e sopperisce e fa l'uffi
acciocchè essendo spuntate e levata via la parte zio del padre, e così s'assomiglia al legnaiuolo,
attiva, non possa mettere e germogliare. Ma perchè forma il mestruo come legnaiuolo ille
nella generazione del parto umano, per essere gno. Ma se si considera secondo che opera in
distinti i corpi, uno agente e l'altro paziente, virtù della intelligenza che muove il cielo, si
un solo non può generare senza l' altro. assomiglia alla scienza che è nell'anima.
Ma perchè di questa materia, quanto si dice
Or si spiega, figliuolo, or si distende più, tanto più avanza che dire, dichiarerò so
La virtù ch'è dal cor del generante,
Dove natura a tutte membra intende. iamente come promisi, quel che vuol significa
re, cavar la forma dalla potenza della materia.
Prodotta nel parto l'anima vegetativa e la Fu opinione d'alcuni filosofi, che gli agenti
sensitiva in quel modo però, che s'è veduto propri e particolari non facessero altro chc
di sopra, si " compimento e perfezione a tutte disporre la materia, e l'agente superiore ed
le membra e dispone il parto a ricevere l'a- universale vi introducesse la forma; e di qui
nima razionale. – Or: cioè dopo le cose det sono chiamati i datori delle forme, in modo
te. – si spiega: spiega debbe dire, come han che il padre, o la virtù generativa non faceva
no i testi scritti a mano, e come legge ancora altro che disporre la materia, cioè il mestruo,
il Landino, e non piega: e questo dice, per e farla atta a ricevere le forme; ed il cielo
chè lo sperma del maschio per la sua virtù e poi o Dio, come agente superiore ed univer
colla sua sottilità penetra per tutto il mestruo, sale v' introduceva la forma così vegetativa,
per tutti i versi e colla sua caldezza l'altera – come sensitiva ed intellettiva: in modo, che
Or si stende: replica un'altra volta il mede secondo loro tutte le forme venivano di fuori
simo a maggiore spressione e per dinotare la Il che è falsissimo secondo Aristotile; percioc
penetrazione sua per tutti i versi e per cia chè tutte le forme naturali (eccetto l'ani
scuna dimensione. – La virtù che è dal cor ma intellettiva) la quale viene di fuori, si ca
del generante. Non poteva saziarsi Dante, come vano della potenza della materia; in modo,
grandissimo Peripatetico, di dire, come aveva che un motore medesimo dispone la materia
detto di sopra, che lo sperma del maschio ope e vi induce la forma; in guisa che il padre
rando in virtù del cuore e dell'anima del ge o la virtù informativa non fa altro che ridurre
nerante, era quello che formava tutti i mem in atto e cavare della materia quello che vi
bri, come attivo del mestruo della donna come era prima in potenza. E qui sia il fine della
passivo; sebbene al cuore in cotale operazio sposizione di questi versi di Dante.
ne servano i testicoli, come il fegato serve nel
Fornita la costruzione e sposizione del te -
l' operazione del seme della donna, quando pi sto, dichiareremo ora a maggior compimento
glia dal cuore, secondo che in lui è principal e perfezione di questa materia, cinque pro
mente la virtù nutritiva, virtù di poter diven blemi ovvero dubitazioni non meno belli che
tare tutte le membra. E cosi il fegato e stru utili. 3
VAR. CHI
18 LEZIONE

I. Perchè nascano maschi, e perchè femmine. gli attempati ; ed i vecchi similmente genera
II. Perchè ordinariamente uno, e perchè tal no piuttosto femmine; e rende la cagione, per
volta più. chè ne giovani il calore non è ancora perfet
III. Perchè il parto somiglia ora il padre, to, e ne vecchi è diminuito e quasi logoro.
ora la madre ed ora nessuno dei due. IV. Dicono, che il destro è molto più effi
IV. Perchè si generino gli ermafroditi. cace a generare maschi, ed il sinistro femmine;
V. Perchè si generino i mostri. ed allegano l'esempio de'pastori e de'pecorai,
che legano a tori ed a montoni il testicolo
pnoBLEMA PRIMO sinistro, quando vogliono generare maschi, e
quando vogliono femmine, il destro. -

Innanzi che rendiamo la cagione del primo dub V. La donna è fredda e molle, il maschio
bio, cioè onde venga che il parto sia ora maschio e caldo e secco; onde quando il mestruo sarà
quando femmina: diremo che il maschio in ogni molle e flussibile, il parto sarà femmina: quan
specie è quello che quando genera, genera in do caldo e secco, maschio.
un altro; cioè il maschio è quello che ha po VI. Nella parte destra ordinariamente si ge
tenza e facoltà attiva di generare in un altro, nera il maschio, nella sinistra la femmina. On
e la femmina quella ch' ha facoltà e potenza de Aristotile disse pur nel diciottesimo degli
passiva di generare in sè stessa. Diremo anco Animali: Il maschio e nella parte destra, la
ra, che ogni agente cerca sempre, ed intende femmina nella sinistra.
d' assomigliare il paziente a sè: e però sem VII. Non essendo così il seme dell'uomo
pre si genererebbe maschio, se non fosse im come quello della donna altro che il superfluo
pedito, essendo maschio l'agente: e perchè dell' ultimo nutrimento, manifesta cosa è, che
ogni effetto debbe somigliare quanto può la i cibi gioveranno ; i caldi a generare i maschi,
cagione sua quando si genera femmina, è con ed i freddi le femmine. Ed Aristotile nel quar
tra l'intendimento dell'agente almeno parti to della generazione dice, che l'acque crude
colare se non universale. E senza dubbio se e fredde fanno generare femmine.
la materia fosse sempre disposta ed ubbidiente, VIII. La qualità e condizione dell'aria e de
sempre il parto sarebbe maschio e non mai gli elementi circostanti arreca gran giovamen
femmina: onde la femmina non è altro che to, perchè, variati gli elementi, si varia la con
un maschio diminuito ed imperfetto: sebbene dizione del corpo che dipende da loro: varia
la generazione si fa del simile, tuttavia non si to il corpo, si variano le superfluità sue, es
fa sempre in un medesimo modo per l'indi sendo o più digeste o manco. Onde lo sperma
sposizione della materia. Onde un asino sebbe ed il sangue mestruo che sono le superfluità
ne intende di generare un asino, non però il dell'ultimo cibo, verranno anch'esse a variar
consegue, perchè il mestruo della cavalla non si, e se sarà bene smaltito, genererà maschio,
è disposto a ricevere la forma dell'asino; e e se altramente, femmina. Onde Aristotile nel
però genera cosa più simile a se che può; e medesimo luogo di sopra assegnò la cagione del
questo è il mulo. Ora venendo al problema, maschio e della femmina colla digestione ed
dico, che la soluzione secondo Galeno, è age indigestione delle superfluità.
vole; perchè volendo egli che nella generazio IX. Perchè come dice Aristotile nel quarto
ne concorra il seme dell'uomo e quello della della generazione, i venti meridionali cioè Au
donna: dice, che se lo sperma dell' uomo è stro genera femmine perchè è umido; i Set
più forte e potente che quello della donna, il tentrionali cioè Borea ed Aquilone, chiamato -
parto è maschio e così all'incontro. Ma molti da noi Tramontana, genera i maschi, perchè
seguitando l'autorità e sentenza d'Aristotile è freddo; anzi dice in un luogo favellando
rendono molte e diverse cagioni, le quali si delle pecore e delle capre che i parti loro
riducono a dieci, e sono queste: I. La qualità sono maschi e femmine, secondo a che parte
del seme del maschio. II. La quantità. III. L'età. del cielo erano volte quando furono montate.
IV. La virtù del testicoli. V. La complessione X. Dicono gli astrologi che l'influenza del
del mestruo. VI. Il ricettacolo ovvero serba cielo (benchè Aristotile nieghi tali influenze)
toio della matrice. VII. La varietà de' cibi. sono cagione della generazione del maschio e
VIII. La condizione dell'aria. IX. La diversità della femmina: onde dicono essi che alcuni
de' venti. X. L'influenza del cielo. segni sono mascolini, e questi fanno alla ge
I. Il seme virile, se è caldo e forte genera nerazione de'maschi ed alcuni femminini e
maschio; se debile e men caldo, femmina. E questi servono alle femmine. Alcuni vogliono
però disse Aristotile nel decimo della metafi che i maschi e medesimamente le femmine si
sica: Del medesimo seme si genera il maschio generino per virtù proprie ed occulte che sono
e la femmina secondo che sarà disposto. ne'padri e nelle madri: onde uno o una sarà
II. Se sarà molto, perchè crescendo il cor di generare sempre maschi, un altro tutte fem
po e la grandezza, cresce ancora la virtù, avrà mine, i più ora maschi ed ora femmine; e come
più vigore e così più dominio e potere sopra è notissimo si trova alcuno che genera con una
il paziente, e però genera maschio. È ben da donna sì, e con un'altra no. Alcuni generano
avvertire che non basta la quantità, ma biso da giovani e non da vecchi, alcuni al contra
gna la qualità. rio: alcuni sono sterili di natura: alcuni per
III. Dice Aristotile nel diciottesimo degli ani una qualche infermità : alcuni ch'erano sterili
mali, che i giovani generano più femmine che prima, diventarono poi ſecondi: e così per lo
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO 19

rovescio; e tutto quello che dico dell'uomo, un solo (e questo è quasi sempre essendo tale
dico ancora della donna. E la cagione di tutte di sua natura) or due, or tre, or quattro, or
queste cose s'attribuisce da molti alle cose cinque: e tal volta secondo alcuni sette. Ari
dette di sopra: e perchè nessuna di quelle stotile racconta d'una donna, che in quattro
può essere sufficiente per sè stessa, dicono che di ne partori venticinque per volta. E Paolo
secondo che ne concorrono più o meno, più e Giureconsulto nel titolo: Si pars haereditatis
meno seguitano gli effetti: e che da quelle pro petatur, dice che una donna chiamata Pene
cede ancora che alcuni uomini sono effemmi lope, partori cinque volte quattro per volta.
nati ed hanno costumi di donne, come alcune Onde tanto più era possibile il caso della legge
donne sono virili ed hanno costumi da uomi Arecusa: De statu hominum ; e molto più quello
ni, e non solamente i costumi ma ancora l'al della legge seguente avendo a partorire due
tre cose come gli atti e la voce. Onde come in due parti, cioè uno per volta e poi due a
alcuni uomini non mettono mai la barba, co un tratto in un parto medesimo che i latini
sì si ritrovano delle donne barbute. Ma chi chiamano gemini e noi binati. È bene mara
vorrà bene considerare, vedrà che tutte quelle viglioso molto e quasi incredibile quello che
dieci cagioni si possono ridurre alla caldezza racconta Giovanfrancesco Pico, conte della
dello sperma, e questa genera maschi, ed alla Mirandola, che una donna chiamata Dorotea
freddezza, e questa genera femmine. Perchè che stava in sull'Alpi e non in Egitto, ne par
quando lo sperma è caldo e forte, egli ha do tori in due volte venti, una volta undici, e
minio sopra il mestruo e genera simile a sè; l'altra nove. Le cagioni delle quali cose sono
quando freddo e debile, egli trova resistenza molte e diverse, secondo la moltitudine e di
nella materia, e non potendo introdurvi simile versità degli scrittori. Alcuni dicono che la
a sè, v'introduce il contrario cioè la femmi matrice, e questa fu opinione degli Stoici, ha
na. E chi leggerà diligentemente il primo Ca più celle, nelle quali cadendo il seme si genera
pitolo del quarto libro della generazione degli uno o più secondo il numero delle celle che
animali, troverà che Aristotile vuole che la ca s'empiono. Ma questo non può essere la pro
gione vera e propinqua di generare maschi o pria e vera cagione: perchè oltra il non es
femmine sia il cuore, nel quale è il principio sere vero che la matrice si divida in celle, se
del calor naturale, e tutte le cose dette di bene è tutta crespa e grinzosa, Aristotile rac
sopra sono cagioni rimote e che aiutano. E conta di una che si sconciò in dodici; ed Avi
perchè meglio s'intenda questa verità tanto cenna in settanta, ed Alberto Magno dice, che
bramata da molti, diciamo che il cuore è nel un medico suo amico fu chiamato alla cura
l'animale come il fondamento in una casa o d'una gentildonna che s'era sconcia in cento
come quei legni curvi sopra i quali si fonda cinquanta; e pensava fossero lombrici, e che
la nave, i quali non so se l'ignudo o l'ossame aperte le tele li trovò figurati e di grandezza
della nave sono chiamati. Onde è necessario d'un dito mignolo. Altri dicono la cagione
che ogni cosa risponda al cuore: e s'egli sarà essere perchè il seme esce sempre del membro
di complessione femminina semplicemente, tutte umano con vento e però cade a battute e in
l'altre parti risponderanno a femmina; se di più volte, onde ne può cadendo in più volte
mascolina a maschio: ma se sarà mascolino generare più. Ma nè anco questa può essere
con parte di femminino o femminino con parte la vera e propria cagione; perchè non può ca
di mascolino, tali ancora saranno l'altre mem dere in tante volte. Altri perchè le donne,
bra, e nel medesimo modo si potranno salvare come dice Avicenna, possono muovere il seme
e concordare tutte l'altre cose dette di sopra. nella matrice di luogo a luogo pigliandone
E questo basti se non è troppo circa il primo piacere: onde secondo che il seme si divide
Problema. in più parti, nascono più figliuoli: il che an
cora non è bastevole per non potersi dividere
PROBLEMA SECONDo in tante parti. Nè mancano di quelli che vo
gliono che la cagione sia il ringravidamento:
Quanto al secondo problema, cioè perchè perchè una donna grossa può ringravidare di
in un parto medesimo si generino più figliuoli, nuovo, usando di nuovo coll'uomo; ed Ari
dovremo prima sapere, come dice Aristotile stotile racconta d'una femmina meretrice, la
nel quarto capitolo del quarto libro della quale essendo gravida del marito, si congiunse
generazione, che degli animali bruti alcuni sono con un altro ed ingrossò, onde poi generò due
unipari, cioè che generano sempre un solo; e figliuoli, uno che somigliava il marito, e l'al
questi per lo più sono quelli che hanno i piè tro poi che somigliava l'adultero. E in quel
piani, chiamati da lui solipedi: alcuni sono luogo medesimo racconta che quella che si
Pauciferi, cioè che ne generano più d'uno ma sconciò in dodici, era ringravidata successiva
non però molti: e questi per lo più sono quelli mente dodici volte, una dopo l'altra. Ma pare
che hanno i piedi biforcuti, chiamati da lui gran cosa, anzi impossibile che si possa rin
bifulci: alcuni sono multipari, cioè che ne par gravidare settanta volte alla fila, non che cen
toriscono assai, e questi per lo più sono quelli tocinquanta. E però diciamo che ciascuna di
che hanno il piè fesso in molte parti, chia queste ragioni di per sè è debole e può poco;
mati da lui multifidi. Ora l'uomo solo è come ma tutte insieme o più di esse potrebbero bene
tutti gli animali insieme, cioè uniparo, pauci aiutare e giovare qual cosa. Ma la cagione
fero e moltiparo; conciossiacchè ora partorisca principale viene secondo Aristotile non dalla
ºato
LEZIONE

forma ma dalla materia; perciocchè quando tutto il contrario, somigliando le figliuole i pa


la materia abbonda, avendo tutte le cose ma dri ed i figliuoli le madri. E quello che è maz
turali il termine della grandezza e picciolezza gior cosa, alcuna volta somigliano non i padri,
loro determinato, ed il seme parimente la virtù o le madri, ma gli avoli e l'avole, e così i bi
sua determinativa, tutto quello che avanza a savoli ed arcavoli; chè non si passa (dicono)
formarne un altro o più secondo che v'è ma la quarta generazione; ed alcuna volta alcuno
teria serve a formare siffatti altri corpi, e de' parenti per linea trasversale; e tal volta
quando v'è più materia che per uno ma non ancora non somigliano alcuno de parenti. E
tanta che basta a due, allora si fanno i mo questo si può chiamare quasi mostro, come dice
stri come diremo poco di sotto. Voglio be Aristotile, benchè, come dice egli medesima
ne che notiate che quando la donna è grossa mente, il primo mostro è che si generi la fem
di due a un tratto e ne partorisce due a un mina, dovendosi sempre generare cosa simile a
corpo, se saranno amendue maschi o ammen sè: ma è però questo mostro necessario alla
due femmine, ella molte volte scampa e vive generazione e natura universale. La cagione di
insieme con loro. E questo perchè i maschi si queste meraviglie è agevole secondo Galeno,
generano, per lo più in una medesima parte perchè egli la riferiva, come s'è detto di so
cioè nella destra; e le femmine per lo più pra, nello sperma dell'uomo ed in quello della
nella sinistra: ma se uno sarà un maschio e donna. Alcuni volevano che così nel maschio,
l'altro femmina, nè eglino nè la madre scam come nella femmina, uscisse da tutti i mem
pano, se non di rado, perchè sono ordinaria bri una umidità, la quale servisse alla genera
mente in diverse parti. zione; e se questa era più del maschio che
E poi che avemo fatto menzione del rin della femmina, il parto somigliava il maschio,
gravidare, dovete sapere che tutti gli altri ani e così al rovescio. E perchè il figliuolo somi
mali fuggono il maschio tosto che si sentono glia molte volte parte il padre, parte la na
gravidi; eccetto alcuni che possono ringravidare dre, e molte volte ha un neo o una margine
come le lepri. Solo la donna e la cavalla poi o altro segno del padre o della madre; ed an
chè sono pregne desiderano il maschio, e molte eora qualche volta un cieco genera un cieco,
volte molto più che prima, e massimamente se e così un roppo, come si vede ancora nelle
è pregna di femmine se bene la cavalla non malattie che vengono ne discendenti per ere
ringravida come la donna: benchè ancora in dità, come le gotte, volevano che se cotale
lei avvenga di rado. E questo perchè se la se umidità fosse venuta maggiore da un membro
conda volta quando ella ringravida non è molto solo del maschio, verbigrazia dagli occhi, e
lontano dalla prima, l' un parto e l'altro si dalla donna maggiore da un altro membro, ver
può condurre a bene e vivere; come si favo bigrazia dal naso, il parto allora somigliava ne
ieggia d'Ercole e Ificle. Ma se la seconda gra gli occhi il padre e nel naso la madre, e così
videzza sarà fatta molto tempo dopo la prima, in tutti gli altri. Altri dicevano che la cagione
non solamente non si condurrà a bene ella, ma di questi effetti era il dominio e la podestà
sarà cagione ancora spesse fiate della morte della mistione: perchè volevano che alla ge
del primo, non ostante che Alberto Magno nerazione del parto concorresse l'umidità di
racconti d' una donna, che essendo grossa di tutti i membri, così del padre, come della ma
due a un tratto ringravidò e nel primo parto dre, così dell'avolo come dell'avola, e così di
binò ovvero partorì due a un corpo sani e sal tutti gli altri; e di tutte queste si faceva un
vi, poi in capo a cinque mesi partorì il terzo, miscuglio nel quale signoreggiava quella umi
il quale morì subito. Un'altra dice Aristotile dità, la quale era maggiore dell'altre e più po
partori nel settimo mese un bambino sano e tente, e secondo quella si formava il parto:
salvo; poi nel nono mese ne partorì due a un onde se v'era più di quella del padre che
tratto, de quali uno visse e l'altro mori. Ed della madre, dell'avolo che del bisavolo, e cosi
io ho inteso da uomo degno di fede d'una di tutti gli altri, somigliavano quello e non gli
mobile donna, la quale partorì a bene e rimasa altri: e se ve n'era di più egualmente, somi
grossa medesimamente ripartori, e pure a bene gliava quegli egualmente, e così a proporzione
al tempo debito, tanto è varia la natura e quasi in tutti gli altri casi ed effetti. Ed è questo
onnipotente. Questo è ben certissimo, secondo modo differente da quello di sopra; perchè
Alberto, che molte donne si sconciano ed in in quello non si faceva la mistione, ovvero me
grossano in un tempo medesimo; in modo che scolanza dell'umidità, come in questo. Alcuni
in un coito solo uno esce mediante la scon dicevano che la somiglianza era di due ma
ciatura, ed uno entra mediante la concezione. niere, una nelle cose sostanziali ed una nelle
Ma perchè sempre ci sarebbe che dire, passe accidentali: onde i generanti, ovvero padri, si
remo alla terza dubitazione. possono considerare come sostanza, e come
quelli che hanno in loro degli accidenti; nei
PRoBLEMA TERZo sostanziali è sempre la somiglianza; e così l'a-
gente assomiglia sempre a sè il paziente; onde
Circa il terzo problema, non sono minori l'uomo genera sempre uomo, o almeno anima
controversie e difficoltà che negli altri, concios le, e così tutti gli altri. Quando poi il maschio
siacchè i figliuoli dovrebbero ragionevolmente e la femmina sono della medesima specie, nelle
somigliare il padre e le figliuole la madre. Ora cose accidentali s'ha a distinguere, perchè al
si vede tutto il dì ch'egli avviene alcuna volta cune sono naturali, e seguitando la comples
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO º i

sione del generante, come è la quantità e qua riori, lo somigliava ne' membri principali ed
lità del corpo; ed in questi, se il seme sarà interiori, come di sopra s'e veduto; onde quel
forte e possente, si farà sempre la somiglianza. l'altra poi somigliò l'avolo materno e non il
Onde un padre grande o bianco, o bello, ge padre.
nera i figliuoli sempre, quando non vi sia im
pedimento, grandi, bianchi e belli: e così si Pnorr.EMA QUARTo
dice in tutti gli altri accidenti simili; e nella
madre quando può più la materia che la for Sebbene gli ermafroditi sono mostri, niente
ma. Alcuni altri accidenti non sono naturali, dimeno a me è paruto di favellarne separata
e non seguitano la complessione, ma s'acqui mente, a fine che meglio e più agevolmente
stano con industria e col tempo, operandovisi li possiamo intendere (1). Dico dunque che
arte ed ingegno; ed in questi non s'assomi questo nome Ermafrodito è composto di duoi
gliano i figliuoli ai padri, onde un musico o nomi Greci d'F'Pans, che significa Mercurio, e
un letterato, non genera i figliuoli musici o d'A'ppo Sians, che vuol dir Venere, e così fu chia
letterati; perchè queste sono qualità ed acci. mato primieramente un figliuolo di Mercurio
denti che stanno nall'anima e non nel corpo. e di Venere; poi si chiamarono Ermafroditi
Ma perchè tutte queste ragioni sono parte di tutti quelli i quali avevano l'un sesso e l'al
fettive e manchevoli, parte false e bugiarde, di tro, che i Greci chiamano Androgini, cioè uo
remo secondo Aristotile che la cagione vera e mo e donna, ovvero maschio e femmina. Na
principale di tutti questi effetti è lo sperma scono gli ermafroditi, quando le cagioni che
dell'uomo, il quale opera in virtù dell'anima, generano maschi e quelle che generano fem
ed ha in sè virtualmente tutto quello che ha mine, concorrono mescolatamente ed in modo
il generante formalmente, ed in lui sono na che queste non superano quelle, nè quelle que
scose molte virtù: perchè le virtù degli avoli ste; e se pure superano o queste o quelle, su
e bisavoli sono nelle membra de' nipoti e di perano di tanto poco, che non bastano a ge
scendenti insino alla quarta generazione e tal nerare nè semplicemente maschio, nè sempli
volta più: onde se lo sperma sarà possente e cemente femmina. E schbene l' ermafrodito è
forte genererà maschio simile al padre: se al in un certo modo maschio e femmina; tutta
trimenti, declinerà, come dice Aristotile, al suo via quando le cagioni che fanno per la gene
contrario ed opposto, e così genererà femmina razione del maschio, saranno più forti che
e simile ali a madre. Perchè come è opposto quelle che fanno per la generazione delle fem
il maschio alla femmina, così è il padre alla mine, egli terrà più del maschio che della fem
madre, e sempre si faranno tali somiglianze, mina; e quando il contrario, il contrario. E
secondo che lo sperma dell'uomo sarà più o secondo questa opinione rispose prudentissima
meno forte; e per conseguente secondo che mente Vulpiano nella legge Quaeritur. ff de
più o meno gli resisterà la materia, cioè il me statu hominum : e così medesimamente osser
struo. E questo può essere in tre modi, o nel vano le leggi canoniche. Benchè Alberto Ma
membro principale solamente, cioè nel cuore, gno dice che la figura dell'un membro e del
o nei membri sceondari solamente, o nei mem l'altro è tale, e sta in modo molte volte che
bri secondari e principali insieme. E quinci non si può conoscere, nè a vedere, nè col toc
viene che i figliuoli somigliano alcuna volta i care, qual sesso prevaglia e sia principale; e
padri o le madri, ne costumi e nelle fattezze, soggiugne, che non è inconveniente che tal
alcuna volta nelle fattezze e non ne costumi; parto abbia due vesciche e mandi fuora l'orina
alcuna volta nell'una cosa e nell'altra; e quan per tutte due, e che egli nel coito sia ora
do non somigliano nè l'uno nè l'altra in ninna agente, ora paziente; e non crede già che egli
di queste due cose, nè alcuno del parentado, generi nè attivamente come agente, nè passi
ma s'assomigliano ad uno strano, ecrtamente è vamente come paziente: delle quali cose non
cosa maravigliosa e strana, e come dice Ari posso non maravigliarmi: conciossiacchè Aristo
stotile, quasi nostro, e viene a caso, o da una tile dice chiaramente, nel quarto capitolo del
forte in una ginazione, come si racconta di Ia quarto libro della generazione, queste parole
cob nelia Bibbia, quando gittava quelle ver formali: Quibus autem gemina habere genitalia
ghe sbucciate nell'acqua; e come dicono di accidit, alterum maris, alterum foeminae, iis sem
colei, la quale avendo un moro dipinto in ca per alterum ratum, alterum irritum redditur.
mera, partori poi anch'ella un moro: onde chi Cioè tutti quelli i quali hanno due membri
avesse spesso d'intorno o tenesse dipinti nella genitali, uno di maschio e l'altro di femmina,
sua camera o nani, o gobbi, o altre persone ne hanno uno utile e l'altro disutile: e sog
così fatte, non sarebbe, dicono, gran fatto che giugne la ragione, perchè uno ve n'è fuori di
generasse così fatte persone ancor ella. natura, non altrimenti che le nascenze che
Ma qual maggior cosa in questi easi, che vengono nel corpo; se non che le nascenze
quella che racconta Aristotile nel nono degli nascono dal superfluo dell'umido nutrimentale,
animali, d'una donna, la quale avendo pratica e questi tali membri dal superfluo dell'umido
con un moro, generò una figliuola bianca, e
quella figliuola usando con un uomo bianco,
generò una figliuola ghezza? Il che potette ac (1) Si ricordi chi legge del tempo in che il Varchi scri
cadere, perche sebbene quella figlinola non so veva, e troverà come scusarlo de grossi granchi che prende
migliava il padre ne membri secondari ed este qui ed altrove in cose naturali e fisiologiche. (M.)
-a a LEZIONE
naturale. E chi vuol vedere non esser favola mandorle, quando sono binate. Trovansi an
quello che dice Virgilio nel sesto: cora, dice Aristotile delle serpi con due capi;
benchè questo è rado rispetto alla loro matri
Et comes, et juvenis quondam, nunc foemina ce, la quale è lunga e stretta, e l'uova vi stan
Coeneus,
Rursus et in veterem fato revoluta figuram. no dentro a uno a uno, onde non possono age
volmente mescolarsi e fare mostri.
legga Plinio nel quarto capitolo del settimo Mostri si chiamano ogni volta che hanno o
libro, dove egli non solo allega chi dice, che più membra o manco membra o membra non
le femmine diventano alcuna volta maschi, ma proporzionate e convenevoli. Quasi mostri si
racconta d'aver veduto egli nell'Africa uno che chiamano le femmine, dice Aristotile, benchè
il dì delle nozze di donna novella diventò nel vero sono mostri necessari e così anco quelli
sposo. Ed il medesimo Plinio, autore gravissi che non somigliano nè il padre nè la madre, o
mo, afferma, che Nerone faceva tirare la sua alcuno altro del parentado, nè per linea drit
carretta a cavalle ermafrodite, talchè pareva ta, nè per linea trasversale. E non può essere,
strano arnese a vedere un mostro sì grande secondo Aristotile, che uno nasca col capo di
tirato da duoi altri mostri. montone o di bue e coll'altre membra d'uo
mo; pare bene così ed hanno una cotale so
PRoBLEMA QUINTo miglianza, ma in verità non sono. E cosi forse
si debbono avere ad intendere quelli che di
Mostro e mostruose si chiamano come dice cono che un vitello nasce talvolta con capo di
Aristotile, tutte quelle cose, le quali sono fuori uomo; e se pure fossero, non potrebbero vivere
della natura, non della natura universale e che questi tali mostri per le ragioni, che dice leg
è sempre così (perchè contra, nè fuori di que giadrissimamente Lucrezio nel quinto libro:
sta non si fa mai cosa alcuna) ma fuori di
quella natura, la quale è le più volte così, ben Sed neque Centauri fierunt, nec tempore in ullo
chè alcuna volta sia altramente, e questo si Esse queunt duplici natura et corpore bino.
chiama mostro e cosa mostruosa. Qual sia la Negli animali che partoriscono assai, si tro
cagione efficiente di questi mostri è malagevole vano spesso de'mostri, come ne porci, pecore
a sapere: perciocchè alcuni la riferiscono nel e capre, o con avere più membra che l'ordi
seme del maschio e ne principi moventi, al nario o meno o averli mutati o trasposti o
cuni ne' corpi celesti: alcuni credevano che si d'altra figura che non devono essere. Ed è da
confondessero e mescolassero insieme più sper sapere che i mostri si fanno così ne membri
mi di diverse spezie, il che non può essere, interiori, come negli esteriori. Onde si è tro
perchè si corromperebbero l'uno l'altro. De vato animali che non hanno avuto milza, e tale
mocrito credeva che venisse, perchè due semi che nelle rene non ha avuta milza, e tale che
cadessero nella matrice successivamente, cioè delle rene non ha avuta se non una, e di quelli
l'uno dopo l'altro o d'una medesima spezie che avrebbero da avere il fiele e non l'hanno
o di diverse, ed avendo cominciato il primo avuto. Èssi trovato ancora il fegato nella parte
ad operare e formare i membri, l'altro si me sinistra e la milza nel lato destro: non s'è già
scolava con esso lui e cominciava ancor egli ad trovato mai animale senza cuore e senza tutto
operare e così si raddoppiavano le membra : il fegato: essi bene trovati di quelli che n'a-
altri dicevano altramente. Ma perchè questa è vevano due.

quistione difficile ed il luogo suo è nel secondo Chiamansi ancora mostri quelli, i quali han
della Fisica, ne favelleremo un'altra volta. Di no dal nascimento loro turati quei luoghi e
remo ora solamente che l'opinione d'Aristotile quelle vie che dovrebbero essere aperte, co
è che la cagione di tutti questi mostri sia nella me s'è veduto molte volte e negli uomini e
materia cioè nel mestruo e non nella forma, nelle donne, le quali vie alcuna volta si
cioè nel seme dell'uomo. E questo può essere aprono da per sè, mediante la forza della na
in tre modi o per soprabbondanza di materia, tura; alcuna volta per l'aiuto de'cerusici; ed
come quando si fanno più dita o più membri alcuna volta se ne muoiono. E a tempi nostri
o nelle mani o ne'piedi o per mancamento di si sono trovati molti e vari e strani mostri, ed
materia, come quando si fanno manco dita e a Ravenna ed in Firenze ed a Roma e per tutto:
manco membri: o per la qualità della materia, ma perchè sono notissimi, non ho voluto raccon
la quale non sia atta a ricevere la forma che tarli, e ne dirò uno che mette Alberto Magno,
vorrebbe introdurvi la virtù generativa, come non di avere veduto, ma per udito. Questo era
si vede in uno specchio, il quale rende sem due uomini appiccati insieme colle rene; l'uno
pre figura e simulacro somigliante, se non quan dei quali era impetuoso ed iracondo, l'altro
do ha qualche difetto che cagioni il contrario. mansueto e benigno, e vissero più di venti anni
È ben vero che insieme colla materia s'ag e morto uno di loro, l'altro sopravvisse tanto,
giugne anco il modo della gravidezza e di quello che il puzzo del fratello l'ammazzò (1).
che si genera. Onde rade volte nascono mostri A volere conoscere in questi mostri quando
in quegli animali che generano uno solamente sono uno o più, Aristotile dà la regola che si
ed in quelli che generano assai, si trovano
spesso mostri, come nelle galline e ne'colombi, (1) Molti si sovverrauno de'due Siamesi appiccati insie
l'uova delle quali hanno molte volte due tuor me per le cosce, che, or fa qualche anni, vennero condotti
li, come si vede anco nei frutti, come nelle intorno per l'Europa. (M.)
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO 23

guardi al membro principale, cioè al cuore; e si dice comunemente i figliuoli cssere generati
se ha uno cuore è uno solo, e se più, sono più. dalla sostanza del padre e della madre? Forse
Questi mostri anticamente nella superstizione perchè molte volte concorre nella generazione
della religione de Romani, erano molto osser tale superfluo che sarebbe stato nutrimento e
vati, come si vede nelle storie ed in Tito Li diventato membra; e di qui viene ancora che
vio a ogni carta, e li pigliavano per cattivo gli uomini per lo troppo coito diventano de
segno ed in tristo augurio e di qui li chiama bili e magri ed invecchiano piuttosto; o vera
vano mostri, quasi che dimostrassero alcun mente perchè i figliuoli hanno dal padre l'a-
male e però gli Aruspici ed indovini loro li nima che è la forma e dalla madre il corpo
facevano spesso ammazzare o gittare nei fiumi. che è la materia. E questo nome sostanza si
Paolo giureconsulto nella legge: Non sunt li predica e dice della forma e della materia ed
beri, della cogdizione degli uomini, fa una di ancora di tutto il composto; benchè la forma
stinzione, perchè quelli che sono prodigiosi, sia più nobile non pure della materia sola, ma
cioè che non hanno forma umana, non vuole ancora della forma e materia insieme, cioè del
che siano liberi: ma quelli che hanno qualche composto, secondo la più vera sentenza dei
membro più, essendo buoni a qual cosa, s'an migliori filosofi.
noverano fra i libri. Oggi è determinato per le Onde è, che generalmente tutti gli animali
leggi canoniche, quali si debbano battezzare e hanno il tempo determinato, quando portino i
quali no. E qui farò fine al quinto ed ultimo figliuoli nel ventre e solo la donna non l'ha º
problema. Forse perchè gli altri animali hanno il modo
Forniti questi cinque problemi, avvenga che del vivere loro più uniforme e per questo sono
moltissimi altri quesiti e dubitazioni si potes più uniformi nella complessione: ma gli uomini
sero arrecare sopra questa materia; noi però avendo vari gusti e diversi generano seme va
addurremo solamente quelli che giudicheremo rio e diverso l'uno dall'altro, e così le donne
più utili e più necessari alla perfetta cognizione mestruo diverso e vario l'una dall'altra. E
delle cose dette; e qui non osserveremo altro quinci vicne, secondo alcuni che certi generano
ordine che di raccontare di mano in mano più giovani e certi più vecchi e certi non mai,
quelle cose che cavate di diversi autori, ci ver secondo le diverse e varie complessioni. E
ranno alla memoria. quinci medesimamente, secondo i medesimi,
Onde è, che le donne che danno il latte e vengono le tante diversità che dicemmo di so
la poppa a bambini, non hanno la debita pur pra nel generare.
gazione loro o molto poca? Perchè il sangue Onde è, che portando le madri ordinaria
corre nelle mammelle, e quivi imbiancato di mente il parto in corpo nove mesi, e Virgilio
venta latte, e così hanno il latte in luogo del disse: -

mestruo.
Onde è, che molte balie non ingravidano mai Matri longa decem tulerunt fastidia menses.
o di rado? Perchè il sangue corre loro alle e Terenzio ancora disse: Questo è il decimo
poppe e non nella matrice, e perciò manca la mese? Forse perchè quando il parto fosse de
materia da fare il parto. bile e la madre di buon pasto, si potrebbe
Quando comincia il sangue a salire nelle prolungare infino al decimo mese e più. O
mammelle e diventa latte ? Tosto che l' em piuttosto è da dire che il parto è di dicci mesi
brione o parto comincia a muoversi nel ventre. sempre, cioè di nove interi e perfetti e d'un
Onde è, che l'enbrione è da prima bianco? mezzo imperfetto, cioè secondo i dieci primi
Forse perchè stilla e cade così nella matrice di del mese decimo, e però dicendosi dieci
o piuttosto, perchè essendo da principio poco mesi, sono in verità nove forniti e toccano del
lo sperma dell' uomo, lo fa somigliare a sè im decimo.
biancandolo; ma poi crescendo la quantità di Se il padre dà solamente l'anima al figliuolo
cotal mestruo, non può il sangue virile farlo e la madre il corpo solamente; onde è che la
più bianco, e però diventa rosso. madre ama più i figliuoli che non fanno i pa
Onde è che gli uomini non hanno mestruo, dri, come dice Aristotile nell' Etica, dovendo
nè puro, nè impuro? Dalla bontà della loro cssere tutto il contrario, essendo tanto più no
complessione, essendo caldi e secchi e le donne bile l'anima del corpo, quanto la materia è
fredde ed umide: ma hanno in quella vece lo più utile che la forma? Forse perchè la ma
sperma, cosa molto più nobile e migliore: ancora dre v'ha durato più fatica e portati più peri
che Temistio, grandissimo Peripatetico e di mol coli che il padre. E forse perchè la madre sa
to grande autorità, affermi, che nel comento so di certo che sono i suoi, il che non può sapere
pra il libro d'Aristotile de'sogni, che ancora il padre e mostra questo che le madri concor
gli uomini hanno il loro mestruo, come si ve rano anch'elleno attivamente (come vuole Ga
de in molti che ogni mese mandano fuori leno), conciossiacchè molti credendo essere pa
sangue per quelle vene, che i Greci chiamano dri amano i figliuoli d'altri come propri, o più
da questo effetto ermoroide ed il nostro volgo tosto non è vero che le madri gli amano più,
nuorice. sebbene gli amano più teneramente, essendo
Se nella generazione non concorre se non di natura più piacevoli e più benigne.
la forma e la materia, cioè lo sperma dell'uo Onde è quello che dicono i filosofi ed i
mo ed il mestruo della donna e ciascuno di medici che, poichè la gallina ha generato
questi è il superflo del nutrimento: onde è che l'uovo in corpo, ancora che cgli abbia il gu
24 LEZIONE
scio, se il gallo si congiugne con esso lei, l'uo sano ad altro; ove gli uomini hanno molte
vo che nasce è gallato, cioè atto ed utile a volte mille altre cure e pensieri diversi; e
generare e che da lui nasce il pulcino? Viene, però devono guardarsi i mariti di congiungersi
perchè, come si è già detto più volte, il seme con le mogli, quando ovvero l'uno o l'altro
del maschio non concorre materialmente, ma sono adirati o inalenconici, ed altramente ap
virtualmente: onde raccontano ancora d'una
passionati e mal disposti, per qualunque ca
certa sorte di pesci, la femmina de'quali fa gione; e finalmente di non avere troppo grande
l'uova nell'acqua, ed allora il maschio vi sparge o voglia, o fretta. E perchè gli adulteri per
su il seme e così diventano buone e utili alla
lo più stanno con timore e con sospetto, quinci
generazione. viene, che i figliuoli naturali sono molte volte
Se il maschio in ciascuna spezie perfetta è peggiori e più vili degli altri: benchè la na
quello che quando genera, genera in altri, e tura non fa differenza nessuna tra bastardi e
la femmina quella che genera da un altro: i legittimi, ma le leggi solamente.
onde è che nelle piante alcuna si chiama ma Che vuol dire, che noi chiamiamo i nostri
scolina ed alcuna altra femminima, non facendo l figliuoli, i quali sono generati dello sperma e
questo esse? Gli albori non sono veramente nè semc nostro, il quale non è altro che uno scre
mascolini, nè femminini, ed il medesimo si dice mento e superfluità; e non chiamiamo nostre
dell'erbe: ma si chiamano così coluivocamente: l'altre cose, che si generano dell' altre nostre
e per modo di dire, secondo che sono o più superfluità e scrementi, come dell' orina e di
caldi, o più umidi; quando nella medesima tanti altri, che si generano non tanto fuori di
spezie un arbore, o un'erba è sterile, ed uno noi, ma ancora di dentro, come sono i ver
fecondo, come si vede ne cipressi, lo sterile è mini cd i bachi, che si generano negli inte
il maschio ed il ſecondo la femmina. stini? Aristotile risponde a questo problema
Onde è, che non da poeti solamente, ma dai lungamente: a noi basterà dire prima che quello,
filosofi ancora, la terra si chiama madre uni che nuoce ed è cattivo, non si può chiamare
versale di tutte le cose? Perchè come il sole propio di persona, e tali sono simili scrementi
è padre di tutte le cose, dando colla virtù sua e superfluità. Poichè le cose che vengono fuori
la forma a tutte, così la terra è madre di tutte, di natura non si possono chiamare nostre, seb
dando a tutte la materia. bene sono nel nostro, o del nostro corpo come
In che modo dec g.acere la moglie col ma le nascenze ed altre cose cotali; e finalmente
rito per generare figliuoli maschi? In sul lato tutte le cose che si generano del nostro seme,
destro, e poi medesimamente riposarsi in sul ma corrotto, non si debbono chiamare nostre:
lato destro. onde nè i mostri ancora si devono chiamare no
A che si conosce quando la donna è fatta stri, essendo generati di seme corrotto. Il che
gravida? Sono molti segni, e fra questi, se i è manifesto, perchè se non fosse stato corrotto,
capezzoli delle poppe gonfiano, o si mutano di arebbe generato cosa simile al generante, in
colore; se gli occhi le diventano concavi ed virtù del quale egli opera. Potremo, per av
in dentro; se il viso se le aguzza; se la pupilla ventura, dire ancora che il figliuolo è la somi
dell'occhio diventa lucida e trasparente; se il i glianza di tutto il padre, ed il seme, secondo
bianco dell'occhio si fa denso e pieno; e se il alcuni viene e si tira da tutte le membra, o
corpo indebolisce. almeno da quattro principali, e così da tutta
Come si può conoscere, se la donna grossa la sostanza. Il che non avvicne nell'altre su
debba partorire maschio o femmina? Se il ven perfluità, le quali la natura, come al tutto di
tre sarà ritondo; se i capezzoli delle poppe ! sutili, scaccia fuori.
rossigni; se la donna arà buon colore; se il i Onde viene, che alcuni sono grandi di sta
latte sarà denso e rappreso in modo, che git tura, alcuni piccioli ed alcuni di mezza taglia?
tandosi al sole sopra uno specchio si rassodi Gli astrologi attribuirebbero per ventura la
e rappallozzoli a guisa di una perla, il parto cagione di questo allo ascendente o al pianeta
sarà maschio. Ma quando il ventre sarà lungo padrone del segno ascendente, come fanno delle
o lunghetto, e non bello, ma macchiato; e se somiglianze de' figliuoli a padri o alle madri,
i capezzoli saranno neri; e se il latte sarà li o alle diversità degli aspetti, come fanno ne'parti
quido e flussibile, sarà femmina. Dicono anco mostruosi. Ma la spericnza mostra, che l'essere
ra, quando che il parto arà una corona di ca di breve statura viene quando la materia del
pelli in capo, nascerà un altro maschio, e se seme è poca, o il nutrimento non è stato ab
due duoi. E medesimamente se nella lunghezza bastanza, o il luogo della matrice stretto: e per
del bellico dalla parte della matrice si trove le cagioni contrarie nascono i parti di statura
ranno nodi, tanti maschi nasceranno, quanti grande, e così di mezzana a proporzione, e que
nodi si troveranno. sto s'intende mentre che sono nel ventre: perchè
Quale è la cagione, che i parti di iutti gli come sono fuori del corpo, fa assai la qualità dei
altri animali somigliano più i padri loro, ovvero cibi e dell'aria. Onde dicono, che gli uomini
hanno natura più simile, che quelli dell'uomo? sono maggiori ne' luoghi umidi e freddi, come
Perchè i parti sono tali, e così si variano, quali a settentrione, che ne caldi e secchi, come a
sono gli animi de'padri e delle madri, mentre mezzodi. E per questo ancora diremo, che gli
che si congiungono. Ora tutti gli altri animali animali acquatici sono maggiori de terrestri ed
o almeno la maggior parte, quando si congiun i terrestri degli aerei: e più fa crescere i corpi
gono, sono tutti intenti a quello e non pen il bere, senza dubbio, che il mangiare.
SULLA GENERAZIONE DEL CORPO 25
Perchè appetisoono e mangiano molte volte altro luogo e tempo. Hassi pure da avvertire
le donne pregne carboni, calcinacci, matton il mestruo di che si forma, e questo si può
pesto e cotali cose nimiche della natura? Per considerare in due modi; e quanto alla qualità,
chè il mestruo si divide in tre parti, come perchè quello onde si forma la femmina è più
si disse di sopra. Della più pura si nutrisce il umido e più liquido, e quanto alla quantità
parto: l'altra diventa latte: la terza, che è, dell'impurità: perchè quello del quale si for
come dire una feccia ed una superfluità inu ma la femmina è più impuro, e per tutte que
tile, rimane nelle vene della madre infino al ste cagioni il maschio si forma piuttosto. Per
tempo del partorire; perchè fuori d' esse si chè quanto al luogo, il maschio si forma per
corromperebbe e nocerebbe alla creatura. E da lo più nella parte destra del ventre, la quale
questa parte corrotta vengono alle donne grosse è più calda, ed il caldo opera più e più ma
cotali appetiti fuori di natura, a chi più ed a tura la materia, e la materia più maturata e
chi meno, secondo che più o meno hanno di più digesta piglia più tostamente l'impressione
questa parte corrotta: ed ordinariamente le dell'operante. La femmina si forma nella parte
femmine fanno più cattivo parto, ed arrecano sinistra, la quale è più fredda, e così fa con
più tristi accidenti e maggior pericoli per le trario effetto: onde quando la donna sentirà
ragioni dette di sopra. E chiamasi questo ap muoversi nella parte destra ed il latte andare
petito strano di cibi fuori di natura ed insoliti, alla mammella destra, è segno per la maggior
e massimamente di cose acerbe ed agre, dai parte che sarà maschio, e così per lo contra
greci xirra e da' latini Pica, cioè Gazza, e dura rio. La seconda cagione è dell'agente, perchè
infino al secondo o terzo mese; nel quarto for se lo sperma è ben caldo e forte genera il ma
misce e viene, come insegna Galeno sopra il schio; e perchè l'agente più gagliardo opera
sesto aforismo della quinta particola, dalla bocca più prestamente, il maschio si genera prima
del ventricolo ovvero stomaco, quando è offesa. che la femmina. La terza cagione che si pi
Alcuni chiamano questa infirmità malacia; ma glia dalla materia è, che il mestruo onde si
non propiamente, come altrove si dirà più a genera la femmina è più umido e più flus
lungo e più distesamente nel luogo suo. sibile; e la materia più flussibile e più umi
Per qual cagione nascono qualche volta i da non può così bene ritenere la forma e
parti con alcuni segni e note in alcuno mem l'impressione dell'agente; ma quella onde si
bro, o di vino, o di carne, o di frutte, o d'al genera il maschio è più densa, e più soda e
tre cose da mangiare, che noi fiorentinamente rappresa. La quarta ed ultima cagione è che
chiamiamo voglie? Queste non sono altro, come la femmina si genera di materia più impura
ne dichiara il nome, che voglie e desideri della che il maschio: onde le donne gravide di
madre; e vengono perchè la virtù fantastica fanciulli maschi sono di miglior calore, e più
ovvero immaginativa seguitano quattro affetti agevolmente si muovono che quelle che so
o perturbazioni, appetito, piacere, paura e do no gravide di femmine. Ora quanto la ma
lore. E questi sono alcuna volta tanto grandi teria è più impura, tanto ubbidisce meno al
e possenti, che muovono e dispongono non so l'agente, ed a quello che cerca introdurvi en
lamente il corpo propio di colui che gli ha, tro la forma.
ma alcuna volta l'altrui; e da questa immagi Veduto per quattro cagioni, perchè il ma
nazione e fantasia vengono il più delle volte schio si generi in maneo tempo nel ventre che
le malie e incantesimi, come altrove si vedrà la femmina, vedremo ora per quattro altre,
più chiaramente. perchè fuori del ventre la femmina cresca pri
Quale è la cagione che il maschio si forma ma del maschio. La prima delle quali è per
nel ventre in minor tempo che la femmina; chè avendo la femmina a dare la materia nella
la femmina fuori del corpo cresce più tosto e generazione, ella è più umida che il maschio;
più prestamente viene a perfezione che il ma e però infino che non ha il tempo suo, e le
schio? Che il maschio si formi nel corpo della purgazioni debite, abbonda di materia, e que
madre prima che la femmina, si vede come sta materia non diventando ancora mestruo, si
dice Aristotile, nelle sconciature ricevute e po converte in sostanza del corpo. La seconda,
ste nell'acqua fredda, perchè il freddo cestri perchè l'umido è flussibile; e sebbene non è
gne. Perciocchè se maschio, la figura si vede atto a ritenere la forma come il denso e sodo,
e si conosce in quaranta di: ma se fosse fem tuttavia poi che ha cominciato a strignersi in
mina, non si potrebbe in detto tempo distin sieme e rassodarsi, si figura agevolmente, per
guere e conoscere; e la cagione di questo è per chè è più ubbidiente all'operante che il secco,
che si ponno considerare nella formazione del e più si distende. La terza è, che curandosi,
patto più cose, come il luogo dove si forma, come dicono, la natura meno della femmina
cioè la matrice, l'agente che lo forma, cioè il vhe del maschio (essendo, come s'è detto più
calore mandato fuori collo sperma del maschio. volte, la femmina un maschio diminuito ed im
E qui è da sapere che il calore è di tre ma perfetto) ella se ne piglia minor briga e pen
niere: celeste, elementare e naturale; benche siero. Ed ogni volta che un agente non è sol
nel vero siano tutti tre un medesimo; ma qui lecitato intorno l'ordinazione d'una qualche
non si può dichiarare ogni cosa, anzi basta ac cosa, quello effetto, purchè vi sia materia, si
cennarle, che, come ho detto più volte, qual fa e compie più presto, cercando la natura di
si voglia di queste cose ricercherebbe una le spedirsene quanto prima: come si può vedere
zione e ben lunga; e però la riserbiamo ad nelle ferite mal curate. La quarta ed ultima è
ARCial
-

26 LEZIONE
perche la donna invecchiando più tosto che | torno intorno di panno, come sarebbe una fai
l'uomo, e prima morendosi (per le ragioni che diglia, in guisa che il fumo non vi possa pas
altra volta si diranno, per non mescolare qui sare; e poi falle accendere di sotto qualche
tante cose insieme), debbe venire prima all'età profumo o cosa odorifera; talmente che il fu
giovanile e perfezione sua. Ma se ad alcuno mo passi per la bocca della matrice: e se la
paresse che io fossi stato lungo in rendere la donna sentirà che tal fumo ed odore le per
eagione di questo problema, tolga, e contentisi venga al naso ed alla bocca, sappi di certo.
della risposta d'Accursio, che volendo rendere che tal donna non è sterile da sé e di sua
la ragione di questa cosa medesima, cioè per natura.
chè la donna di dodici anni, secondo le leggi E qui per essere io non meno stanco e meno
civili, è da marito, e l'uomo non è da moglie fastidito di voi, ringraziando prima Dio del
se non nel quattordicesimo anno, disse in po l'aiuto suo, e poi le cortesi umanità vostre
che parole: Quia mala herba cito crescit. della grata udienza loro, porrò fine a questa
Onde nasce, che alcune donne sono sterili tanto lunga materia e tanto difficile.
e non generano mai ? Alcuna volta dalla donna
sola. Alcuna volta dall'uno e dall'aitro insie
me. Dalla donna sola può venire per più ca
gioni; o per essere la matrice troppo rara, o
troppo dura, o per avere turato le vie ed i L EZ IO N E UN A
meati, o troppo carnosi, o troppo deboli, o di
cattiva complessione, o per essere troppo pic D E LL' ANIMA
eiola, troppo bassa, o troppo distorta, in modo
che non riceva il seme dirittamente. E bre
vemente quattro sono le cagioni generali che
la denna non genera, come si cava dall'Afo BENEDETTO VARCHI
rismo sessantaduesimo, nella quinta particola;
la troppa freddezza, e questa fa il ventre spesso AL MOLTO MA e,NIFICO E MOLTo neVERENno
e denso, la troppa umidezza, la troppa sec
chezza, la troppa caldezza. E di qui si può MESS. FRANCESCO CAMPANO
vedere, perchè alcuni uomini non generano:
oltre che viene alcuna volta dal membro che SIONOIA SUO OSSERVANDISSIMO,
si cela, o per esser torto, o troppo corto, o
troppo lungo, e per questo vogliono alcuni che r

i muli non generino; il che è falso, secondo L anima razionale propria e vera forma del
Aristotile. Viene dall'uno e dall'altro, quando l'uomo è non solamente la più nobile sostanza
ammendue il maschio e la femmina sono o fred e la più perfetta che si ritrovi fra tutte le cose
di, o caldi soverchiamente, o quando sono mol mondane, essendo queste generate e corruttibili,
to grassi: perchè come gli uomini grassi non e quella immortale e sempiterna: ma vince an
hanno seme, così le donne grasse non han cora e trapassa così di nobiltà come di perfe
no mestruo ; perchè l'uno e l'altro se ne va zione esso cielo, se è vero che i cieli (come vo -
nel nutrimento del corpo. Viene ancora tal gliono molti teologi contra l'opinione di tutti
volta dall'essere l'uno e l'altro troppo giovini: i Peripatetici e di S. Tommaso medesimo) nora
perciocchè sebbene il maschio si può congiu siano animati. Onde quanto l'altezza e la de
gnere di quattordici anni e la donna di dodici, gnità del soggetto mi confortavano da una par
non generano però, o con gran difficoltà e pe. te, e quasi spingevano ad indirizzare a V. S. Rev.
ricolo infino al ventunesimo : e durano chi tutto quello che di materia sì ampia e si eccel
più e chi meno secondo la complessione e l'or lente era stato ragionato da me nella nostra Ac
dine del vivere, come si dirà altrove partico cademia: tanto dall' altro lato mi sconfortava e
larmente ne problemi del coito, per non con ritraeva da ciò fare il parermi d'averne e troppo
fondere l'una materia coll'altra, trattati da Ari più bassamente, che per ventura, non si doveva ri
stotile nella decima particola. spetto al luogo, ed assai meno certamente di quello
Puossi conoscere in modo alcuno se la ste che si poteva, rispetto al tempo favellato. Ma poi
rilità viene dalla donna solamente? Alcune considerando (oltra il non avere altro modo da
donne per fare questa prova, usano cotale spe potere dimostrarlemi se non grato, almeno non
rimento. Elle pigliano del zafferano, e messolo isconoscente), che niuno avrebbe nè meglio po
nell'acqua rosa si ungono con esso gli angoli e tuto di lei per la somma dottrina e perfetto giu
canti degli occhi; e se il di seguente la sciliva li dizio suo non pur conoscere, ma ammendare, nè
e sputo loro è tinta di quel colore gialliccio, più agevolmente per la sua bontà e benignità in
dicono d'essere feconde. La quale sperienza credibile, voluto non solo perdonare, ma scusare
non è fuori di ragione; perchè in tal modo ancora tutto quello dove io avessi o per negli
conoscono che le vie ed i meati che si ter genza mancato o errato per ignoranza, feci buona
minano agli occhi sono aperte e monde, e di animo, e mi disposi a doverle mandare almeno
quindi giudicano che tutto il corpo sia così. la prima e la seconda delle lezioni mie sopra
Ma Ippocrate nell'Aforismo cinquantanovesimo l'anima, tali quali fossero, eleggendo di voler
nella quinta particola insegna un modo più piuttosto che Ella m'avesse per poco dotto che
certo e vero, ed è questo. Cingi la donna in per troppo ingrato. E qui (per sapere quanto ed
DELL'ANIMA
27
in quali cose ella è sempre occupata tutta) umil parte e molto imperfettamente ed impropia
mente offerendomele e raccomandandomele, farò mente; e per questa cagione non le furono dati
fine, pregando Dio, che la conservi lungamente mezzi e strumenti a ciò fare, se non pochis
sana e felice. simi e debili. L'angelica dall'altra parte è
tanto suprema e tanto perfetta, che ella con
segue della bontà e perfezione di Dio perfet
tamente, ed a ciò fare non ha mestiero di stru
nicimAnazioNE DI BENEDETTo vAacmi, sopnA LA menti e mezzi, se non pochissimi ed ottimi.
seconda PARTE DEL veNTICINQUEsiMo cANTo DEL Ma la natura umana mezza tra queste due, può
PURGAToRio; NELLA QUALE SI TRATTA DELLA conseguire della bontà, e perfezione di Dio
cREAzioNE ED INFUsione DELL'ANIMA RAzioNALE; molto più perfettamente che la corporale, me
LETTA DA LUI NELLA FELICISSIMA ACCADEMIA FIO no però dell'angelica. E perchè ella fu ordi
RENTINA LA PRIMA DoMENICA DI DICEMBRE 1543. nata a un bene medesimo ed a uno stesso fine
che gli angeli, cioè a contemplare e fruire Dio,
però le fu di bisogno di molto più mezzi e
Tutte le bontà e tutte le perfezioni di qua strumenti ovvero virtù ed operazioni, che non
lunque maniera, non pur quelle che sono co fu né agli angeli (essendo essi perfettissimi di
munquemente ed in qualunque luogo si siano: loro natura) nè alle cose inanimate, essendo
ma eziandio quelle che furono ab eterno, e elle non di loro natura imperfettissime, e non
che saranno per lo innanzi: furono, sono e sa avendo se non un fine solo, ed un solo bcne
ranno sempre unitissimamente, magnifico Con particolare.
solo, nobilissimi Accademici e voi tutti uditori E questi mezzi e strumenti da conseguire co
benignissimi, in Dio ottimo e grandissimo: anzi tal fine, ed acquistare cotanto bene, chente
(per meglio dire), Egli solo è essa bontà e la e quale è l'ultima felicità e suprema beatitu
perfezione stessa, perciocchè da lui solo e non dine umana, non sono altro, che l'anima no
da niuno altro come da cagione principalissi stra insieme colle sue parti e spezie, o piutto
ma ed universalissima di tutte le cose, proce sto potenze, le quali da alcuni virtù, da alcu
dono senza dubbio alcuno o immediate o me ni forze, e da alcuni sono chiamate facoltà.
diantemente tutte le bontà e tutte le perfe E di tutte queste partitamente (per ubbidire
zioni, che per tutto l'universo in tutte le cose a chi si deve e seguitare la lodevole usanza di
si trovano. Conciossiacchè niuna cosa si ritrovi questa Accademia fioritissima) dovemmo oggi, in
in luogo nessuno, quantunque vile ed abbietta, gegnosissimi uditori, (piacendo a Dio e all'u-
la quale della bontà di Dio e della perfezione manissime cortesie vostre) con più brevità ra
non partecipi, ma qual più e qual meno secon gionare e con più piacevolezza che sapremo,
do che meno o più alla natura di ciascuna si seguitando di sporre quella parte del venticin
conviene. E questo (penso io) volevano i poeti, quesimo Canto del Purgatorio, che per la bre
che non sono altro che i filosofi morali, signi vità del tempo e lunghezza della materia, non
ficare quando dicevano, che tutte quante le potemmo pur cominciare a leggere, non che
cose erano piene di Giove, cioè Dio. Il che, fornire di dichiarare l'altra volta. Nella quale
affine che meglio e più agevolmente s'intenda, si tratta della creazione ed infusione dell' a
dovemo sapere, che delle cose che sono, al nima razionale con tanta profondità e varietà
cune sono tutto corpo e materia senza anima di dottrina con tale eccellenza e piuttosto di
o spirito veruno, e queste sono tutte quelle, vinità d'ingegno che non sapendo io, che dir
le quali per la molta loro imperfezione man mi cosa maggiore e non avendo nè più ampia,
cano di vita, e quinci inanimate si chiamano nè più vera lode da dargli, dirò, che Dante
e materiali come i legni ed i sassi. Alcune al in trattare così alta e così oscura materia, c
l'incontro sono tutta anima ovvero spirito sen quasi porlaci innanzi agli occhi, fu veramente
za punto di materia, e queste sono tutte quelle Dante, e somigliantissimo a sè medesimo.
le quali per la molta perfezione loro non han Bene voglio avvertirvi o piuttosto ridurvi
no bisogno di corpo, e però si chiamano spi nella memoria, uditori graziosissimi, che del
rituali, come le intelligenze ovvero angeli. Al l'anima razionale si può favellare in due gui
cune poi non sono nè tutto corpo e tanto im se, secondo la ragione umana ed il discorso
perfette quanto le prime, nè tutto spirito e naturale, come fecero i filosofi gentili: c se
tanto perfette quanto le seconde, ma sono par condo il lume soprannaturale ed inspirazione
te corpo e materia, e parte spirito ed anima, divina, come hanno fatto i teologi nostri cri
e di qui furono chiamate animali. Tra le quali stiani, e come fa Dante in questo ed in altri
non è dubbio, che l'uomo per avere la ragione luoghi della sua maravigliosissima e divina Com
e l'intelletto, dono veramente divino, di che media. Ma noi, sì per non occupare indegna
gli altri sono tutti privati, è di grandissima mente le professioni altrui, e si perciocchè ab
lunga il più nobile ente ed il più perfetto. bastanza se n'è favellato cristianamente in que
Ora di queste tre nature, angelica ovvero sto luogo altre volte, ne tratteremo secondo i
intellettuale, umana ovvero razionale, corporea filosofi, se non quanto nell'addurre o confu
ovvero materiale ed inanimata, la corporale è tare l' altrui opinioni, e nel dichiarare poi i
tanto infima e tanto imperfetta che non può sentimenti delle parole del nostro poeta dirò,
conseguire della perfezione e bontà divina, ed o filosofo? o piuttosto teologo º saremo neces
assomigliarsi a Dio, se non se in menomissima sitati d'allegare ancora, e riferire le santissimº
28 LEZIONE
determinazioni de teologi così antichi come finita, illustrare l'infinita oscurità ed ignoranza
moderni. E perchè i filosofi medesimi tanto i del tenebroso ingegno e pochissimo intelletto
mlo,
Greci, quanto gli Arabi ed i Latini, come ne
sentirono variamente, così diversamente ne scris
sero, il proponimento nostro è di voler segui
tare in tutto e per tutto la dottrina d'Aristo Ma come d'animal divenga infante
tile e de' suoi commentatori, e specialmente Non vedi tu ancor, questo è tal punto,
tra Greci il diligentissimo Giovanni Grama Che più savio di te già fece errante.
tico (1), e tra gli Arabi il dottissimo Averrois, Sì, chè per sua dottrina fe' disgiunto
e tra i Latini il veracissimo S. Tommaso, per Dall'anima il possibile intelletto,
ciocchè, come in molte altre cose, così in que Perchè da lui non vide organo assunto.
sta hanno i Peripatetici (secondo ch'io stimo) Apri alla verità, che viene, il petto ;
avanzato l'altre sette degli altri filosofi tutte E sappi che si tosto come al feto
quante. L'articular del cerebro è perfetto,
Non credo già, virtuosissimi uditori, che egli Lo Motor primo a lui si volge lieto,
sia di mestiero il ricordarvi, che la scienza Sovra tanta arte di natura, e spira
dell'anima è tanto difficile da sè, e si intri Spirito nuovo di virtù repleto;
cata poi ed oscurata da altri, che il saperne Che ciò che truova attivo quivi, tira
la verità dimostramente è piuttosto impossibile In sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
che malagevole. Nè perciò dovemo noi, come Che vive e sente, e sè in sè rigira.
infingardi e pusillanimi sbigottirei vilmente, e E perchè meno ammiri la parola,
restare di cercarne, anzi piuttosto, come solle Guarda 'l calor del Sol che si fa vino,
citi e generosi inanimirci a più acremente in Giunto a l'umor che dalla vite cola.
vestigarla e con istudio maggiore. Conciossiaco Quando Lachesi non ha più del line,
sachè niuna cognizione di qual si voglia scienza Solvesi dalla carne, ed in virtute
(eccettuata sempre la metafisica, ovvero scien Seco ne porta e l'umarro e 'l divino
za divina) è tanto non solamente utile, ma gio L'altre potenze tutte quasi mute,
conda ancora e maravigliosa, quanto quella del Memoria, intelligenzia, e volontade,
l'anima, come ne prova largamente il Filo In atto molto più che prima acute.
sofo nel suo proemio. E di vero chi è quegli Senza ristarsi, per sè stessa cade
il quale, considerando le tante e sì belle e sì Mirabilmente a l'una delle rive ;
diverse operazioni ed utilità di questa sostanza Quivi conosce prima le sue strade
perfettissima, e conoscendo la differenza che è Tosto che luogo ll la circonscrive,
senza proporzione alcuna tra le cose, le quali man La virtù informativa raggia intorno
cando di vita non crescono, non sentono, non si Così e quanto nelle membra vive
muovono e non intendono, e quelle le quali per E come l'aere, quand'è ben piorno
benefizio dell'anima vivendo, crescono, sentono, Per l'altrui raggio che 'n sè si riflette,
muovonsi ed intendono, non abbia insieme con Di diversi color si mostra adorno:
un sommo ed incredibile piacere, una grandis Cosi l'aer vicin quivi si mette
sima ed ineffabile meraviglia? Certo io credo, In quella forma che in lui suggella
e tengo, che voi crediate, discretissimi udito Virtualmente l'alma che ristette.
ri, che altro non volesse intendere l'oracolo E simigliante poi a la fiammella,
ovvero motto scritto nelle porte del sapientis Che segue il fuoco là 'vunque si muta,
simo Apollo, cioè: Conosci te stesso: se non Segue allo spirto suo forma novella
la notizia e contemplazione dell'anima princi Però che quindi ha poscia sua paruta,
palmente; dalla quale, come da un fonte per chiamata ombra, e quindi organa poi
petuo di tutti i beni e mali nostri, derivano Ciascun sentire infino a la veduta.
senza fallo niuno, insieme con tutte le scienze Quindi parliamo, e quindi ridiam noi;
e virtù, tutte le bontà e perfezioni, e final Quindi facciam le lagrime e sospiri
mente tutte le felicità e beatitudini umane. Che per lo monte aver sentiti puoi.
Laonde caramente vi prego, gratissimi e cor Secondo che c'affiggono i disiri,
tesissimi uditori, che conoscendo voi quale e E gli altri affetti, l'ombra si figura,
quanta sia la nobiltà, quanto varia e grande E questa è la cagion di che tu amiri.
l'utilità, quanto diversa e malagevole la dif
ficoltà della scienza e speculazione dell'anima, Innanzi che io venga alla sposizione parti
vogliate non solamente ascoltarmi con grata e colare di questi versi, i quali non sono meno
cortese udienza, come per vostra benignità fate scuri e dotti, che begli ed ornati, giudico che
sempre; ma pregare ancora umilmente insie sia non solamente utile, ma ancora necessario
me con esso meco Colui, il quale fece il tutto, fare un discorso e ragionamento universale so
ed il tutto regge, che gli piaccia, alla chiarez pra tutta l'anima, e sopra ciascuna delle sue
za d'un raggio solo della sua luce e bontà in spezie e potenze. Ma perchè questa materia
come utile e dilettevole soprammodo, così è
(1) Credo sia quel Giovanni, eclettico alessandrino, ch'ebbe ancora lunga e difficile oltra misura, però noi
soprannome di Filopone. Fiori nel secolo VII: scrisse copiosi (per essere più ordinati e più distinti) divide
commenti intorno all'opera d'Aristotile, e ne seguì quasi intie remo tutto questo trattato in più lezioni; e
ramente le dottrine. (M.) la presente prima lezione, la quale sarà più
DELL'ANIMA 29

breve e più agevole divideremo in quattro parti cette, pure e snelle che i filosofi ora intelli
principali. genze chiamano, e quando sostanze astratte e
Nella prima parte, si dichiarerà quanto sia separate, è più nobile della filosofia naturale
la eccellenza e maggioranza della scienza del che considera le sostanze composte e corrut
l'anima sopra l'altre scienze. E prima si dirà tibili. Anzi, come niuna cosa nè più perfetta
in che modo ed a che si conosca, quando una si ritrova, nè più nobile di quegli immortali
scienza è più o meno nobile d'un'altra. spiriti e beatissimi, così tutte l'altre scienze
Nella seconda, racconteremo le molte e va sono inferiori e cedono alla metafisica. La se
rie opinioni, che ebbero i filosofi antichi cir conda cosa è la certezza; onde quella scienza
ea la quidità ovvero sostanza e natura del è sempre più eccellente la quale è più certa,
l'anima. cioè che usa migliori prove ed ha dimostra
Nella terza, porremo la diffinizione dell'ani zioni più ferme e più certe, onde le scienze
ma secondo Aristotile, e la dichiareremo tutta matematiche per essere certissime, avanzano
parola per parola. in questo, cioè in quanto alla certezza delle di
Nella quarta ed ultima, divideremo l'anima mostrazioni, tutte l'altre scienze. E cosi con
in tutte le sue parti e potenze. chiudiamo, che essendo tutte quante le scienze
buone ed onorabili, quella si deve chiamare
PARTE PRIMA migliore e più onorabile, la quale o tratta di
cosc migliori e più onorabili, od ha prove e
Della nobiltà della scienza dell'anima. dimostrazioni più conte e più manifeste.
Bene è vero che di queste due cose s'at
Venendo alla prima parte, cioè a mostrare tende più la nobiltà del soggetto che la cer
quanto sia nobile e degna la scienza dell'ani tezza delle dimostrazioni; onde, quando alcuna
ma, mi pare da dichiararvi prima brevemente scienza ha il subbietto più nobile e le dimo
in che modo s'abbia a conoscere la degnità e strazioni più certe d'un'altra, ella si chiama
nobiltà di qualunque scienza, ed a che si possa ed è più nobile di lei semplicemente ed asso
giudicare quando una scienza è più degna e lutamente: come per atto d'esempio l'aritme
più nobile d'un'altra. Dico dunque (come ne tica rispetto alla musica; conciossiacchè l'a-
insegna il Filosofo nel principio del primo li ritmetica e quanto al subbietto e quanto alla
bro dell'anima) che ogni scienza qualunque certezza è più nobile della musica: perchè
sia è buona e onorabile: e la cagione di questo l'aritmetica considera il numero astratto e se
è perchè ogni scienza è perfezione dell'intellet parato dalla materia e la musica concreto e
to, onde ancora le scienze delle cose vili e cat congiunto. Ma quando sono due scienze, le
tive sono buone e onorabili, in quanto scienze, quali vicino l'una l'altra in una sola di que
perchè anch'esse come tali fanno perfetta l'a- ste cose e nell'altra siano vinte, quella che
nima ed intelletto nostro, l'obbietto del quale ha il subbietto più eccellente è più degna:
è la verità e la verità s'acquista mediante la onde l'astrologia è più degna della geometria,
scienza. E così avemo veduto come e perchè perchè, sebbene non ha le sue dimostrazioni cosi
ogni sapere, in quanto sapere è cosa buona e certe e così chiare, come la geometria, ha però
degna d'onore. Ora avemo a vedere come si il subbietto più nobile, perciocchè la geometria
conosca quando alcuna scienza è più degna e si maneggia intorno alle cose terrestri e cadm
più perfetta d'un'altra. Onde presupponendo che e l'astrologia intorno alle celesti, sempiter
che voi sappiate che le scienze reali, cioè che ne. E sempre la nobiltà del subbietto s'at
trattano di cose, sono più perfette e più nobili tende più che la certezza delle dimostrazioni
delle scienze razionali, cioè che trattano di in qualunque scienza. Anzi dirò più oltre che
parole come la gramatica, la rettorica e la lo non pure la scienza, ma l'opinione ancora di
gica: e similmente che le scienze speculative, alcuna cosa alta e pregiata, è più da stimarsi
cioè quelle il cui fine non è fare ma contem e tener cara che la certezza d'una bassa e
-plare, sono più nobili e più perfette dell'at vile, come ne mostra Aristotile nella prima fi
tive, cioè di quelle il fine delle quali non è losofia. E ninno è, ch'io creda, di sì poco e
speculare ma operare come l'etica, l'econo perverso giudizio o tanto amatore di queste
mica e la politica, dico che in due modi ed a cose mondane, il quale non eleggesse piuttosto
due cose potemo conoscere quando una scienza una qualche cognizione e breve notizia delle
è migliore e più onorata d'un'altra. La prima cose celesti ed eterne, che la scienza e certezza
è il subbietto suo, cioè la materia di che ella delle terrene e mortali.
tratta ed intorno alla quale si maneggia. Onde , Ma per ridurre ormai questo ragionamento
quella scienza è sempre più nobile, il cui sub al proposito nostro, dico, che la scienza del
bietto è più nobile; e la cagione è perchè tutte l'anima in amendue queste cose, cioè e qnan
le scienze si specificano come dicono i filosofi to alla nobiltà del subbietto e quanto alla
dagli obbietti loro, cioè pigliano la dignità e certezza delle dimostrazioni, vince ed avanza,
perfezione loro dal subbietto. E così ciascuna dalla metafisica o teologia in fuori, l'altre scien
scienza è più o meno degna, secondo che più ze tutte quante. Ma qui nascono subitamente
o meno degna è la materia della quale ella due dubitazioni contro le cose dette pmr testè
tratta. Onde la metafisica ovvero prima filoso da noi. La prima è che se le matematiche sono
fia, perchè considera quelle menti divine e (come io ho detto poco fa) più certe di tutte
sempiterne, e quelle creaturc candide, sempli l'altre scienze essendo (come afferma Aristo
3o LEZIONE
.tile) nel primo grado della certezza, egli non in questo luogo, se non i capi principali delle
pare nè vero nè possibile che la scienza del cose e quelli risolvere e (come volgarmente si
l'anima sia più certa di tutte le altre, cava dice) smaltire, per quanto però si stenderanno
tane ancora la metafisica ovvero scienza so le forze mie, le quali quanto più le conosco
prannaturale. La seconda è che seppure la essere e poche ed inferme, tanto mi sforzerò
scienza dell'anima è sì certa, che ella trapassi maggiormente che dove mancano l'ingegno mio
tutte le altre di certezza, non è dunque vero ed il giudizio, quivi sopperiscano l'industria e
quello che io ho detto di sopra nel proemio, la diligenza, e dove la dottrina non aggiugne ,
anzi quello che dice esso Aristotile che ella arrivi lo studio. Ma per cominciare a mante
sia tanto dubbiosa e tanto malagevole. Ad nere co fatti quello che io ho promesso colle
amenduni questi dubbi si soddisfa agevolmente parole, verrò alla seconda parte.
con una risposta sola; conciossiacchè una cosa
si dice esser certa in due maniere, una in PARTE SECONDA
quanto a noi e l'altra in sè stessa e quanto
alla natura. Ora le matematiche sono certe nel Delle molte e varie opinioni degli Antichi in
primo modo, cioè in quanto a noi, benchè esse torno alla quidità ed essenza dell'anima.
sono anco certe nel secondo, cioè in sè stesse
e quanto alla natura. Ma l'anima è certa so Prima che io entri nella seconda parte e vi
lamente nel secondo modo, cioè in quanto alla racconti le molte e varie opinioni degli anti
natura ed in sè stessa; il che si vede chiara chi intorno alla quidità ed essenza, ovvero na
mente per le sue molte e manifestissime opera tura e sostanza dell'anima, non mi pare fuori
zioni: ma non è già certa nel primo modo, cioè in di proposito dirvi, come Aristotile aveva in
quanto a noi, anzi dubitevole molto e pienis costume, sempre che egli voleva insegnare al
sima di difficoltà, come vedremo nel luogo suo. cuna cosa, checchè ella si fosse, raccontare
Onde quando noi diciamo che l'anima è cer primieramente tutto quello, che di cotal cosa
tissimra, intendiamo non in quanto a noi, ma avevano lasciato scritto tutti quelli, i quali era
in quanto alla natura: quando poi diciamo che no stati innanzi a lui. E questo faceva per due
ella è incerta e dubitosa, intendiamo non in cagioni (come testimonia egli stesso): la prima
quanto alla natura, ma rispetto a noi; perchè era per cavare da loro e servirsi di tutto quello
(come si prova nella posteriore) quella scienza in che eglino avevano detto bene: la seconda
si chiama più certa, la quale tratta di cose più per fuggire e guardarsi da tutto quello in che
perfette e che siano prime di natura, e tale è essi avessero errato. La qual cosa fu da lui fatta
l'anima verso l'altre scienze. E tuttocchè qui sì negli altri suoi libri, e si massimamente per
si potessero addurre molte altre dubitazioni, e tutto il primo dell'anima; ma noi seguitando
queste sciorre più lungamente, nondimeno l'in il diligentissimo e dotto Giovanni Grammatico
tendimento nostro non è di volere entrare in nel suo lungo e bellissimo proemio, ridurremo
quistioni, se non quando e quanto ne sforzerà tutte quelle opinioni in una somma brevemente,
la materia: perciocchè, se noi volessimo ad senza addurre le ragioni loro o confutarle al
durre tutte le disputazioni che si potrebbero tramente, essendo elleno falsissime tutte non
con tutti i fondamenti loro, e quelli o confer solo secondo la santissima legge cristiana, ma
mare o riprovare, come sarebbe necessario, secondo Aristotile ancora, il quale le riprova
non che io, che uno sono e debolissimo, in sì con ragioni efficacissime.
poco tempo, ma molti uomini in molti mesi Ma venendo al fatto, dico che i filosofi an
quantunque valenti sicuramente non baste tichi sono divisi principalmente in due parti;
rebbero. Oltra che non se ne caverebbe per perciocchè alcuni dissero che l'anima era cor
ventura quel frutto che io vo cercando che se po, ovvero cosa corporale, ed alcuni altri che
ne tragga; per non dir nulla, che secondo che ella non era corpo, nè cosa corporale. Quelli
a me pare, altramente si debbe interpretare che dicono che l'anima è cosa corporale, sono
per gli studi tra filosofi nelle scuole e altra divisi medesimamente in due parti, perchè al
mente leggere nell'accademia in Firenze. E tanto cuni dicono che ella è corpo misto, ovvero me
più ora che il virtuosissimo e sempre felicissi scolato, ed alcuni che clla è corpo semplice.
mo Duca Signor nostro, non contento d'essere Quelli che tengono che ella sia corpo misto si
stato il primo fra principi, il quale abbia non dividono anch'essi in due: perchè alcuni pon
solamente con giudizio conosciuta, ma quello gono che tale corpo sia mescolato d'elementi
che è più, con favore ancora e con liberalità ovvero principi discontinui e separati l'uno
accresciuta e innalzata la sua e nostra lingua dall'altro, come Democrito e Leucippo: i quali
materna, ha con infinita utilità di noi e lode volevano che tutte le cose celesti, come ter
immortale di S. E. operato in guisa, quando rene (perchè appo loro ogni cosa era mortale)
altri meno il credeva, che chiunque vuole, può si generassero a caso di certi corpicini sodi,
agiatissimamente udire in Pisa da uomini eccel indivisibili, finiti di figure cd infiniti di numero,
lentissimi tutte le scienze in tutte le lingue (1). i quali essi chiamavano grecamente atomi cioè
Onde io per me sono fermo di non arrecare insecabili, perchè non si potevano per la pic
colezza loro segare e dividere in parti. La quale
(1) Cosimo I fe” riaprire lo studio di Pisa, e per que fini opinione fu poi accettata ed accresciuta mara
che detti abbiamo nella prefazione, assai lo favori, come in vigliosamente da Epicuro, uomo nel vero d'ot
generale le lettere e l'arti. (M.) tima vita ed interissimi costumi; checchè se
DELL'ANIMA 3I
ne dicano Cicerone, Lattanzio Firmiano e molti ed una d'acqua. Altri dissero che ella era ar
altri i quali seguitando (come molte volte av monia, come Anassagora. Platone diceva che
viene) una fama ed un grido volgare, sebbene l' anima era numero, che moveva sè stesso, il
pubblico ed antico, falso nondimeno e bugiar che (come s'è detto altrove) si debbe inten
do, gli hanno dato biasimo e mala voce a gran dere metaforicamente. Aristotile finalmente, il
torto, essendo egli stato sobrio e castissimo quale noi seguitiamo, vuole che l'anima sia
uomo, come testimonia divinamente non dico sostanza e non accidente, incorporale e non
Lucrezio, a cui molti non darebbero fede, ma incorporea, inseparabile ed immortale, non in
oltra molti altri, San Tommaso medesimo. Al separabile e mortale, come noi diremo al luogo
cuni altri pongono che tal corpo sia mescolato suo; non ostante che Alessandro Peripatetico
di principi ed elementi continui e congiunti nobilissimo, e molti altri filosofi, così antichi
insieme; come fu Crizia, il quale affermava come moderni, tengano che ella sia mortale.
l'anima non essere altro che quel sangue, il E quello che è più da maravigliarsi, dicono
quale è intorno al cuore e per questo man che Aristotile (per tirarlo da loro), tiene la
cando il sangue manca subitamente la vita. medesima opinione; il che, secondo io credo,
Cnde Virgilio non minor medico e filosofo che certo è falsissimo, come vedremo più di sotto,
poeta, disse dottamente sopra questa opinione: chè ora è tempo di venire alla terza parte,
– E col sangue versò la vita insieme (1). Quelli avendo veduto dalle tante e tanto contrarie
che credettero che l'anima fosse corpo sem opinioni di tanti e tali uomini, quanto sia ma
plice sono divisi come gli altri in più parti; lagevole ritrovare la verità dell'essenza del
perciocchè alcuni dissero, ch'ella era quello, l'anima; e perchè, come dice il divino Pla
che i Greci chiamano htep, cioè corpo celeste tone, delle cose nelle quali i più saggi discor
ovvero quintaessenza, come Critolao. Alcuni dano tra loro, non può essere giudice, se non
dissero che ella era fuoco per la prontezza e Iddio, sappimo dove avemo a ricorrere, per non
velocità del suo movimento come fu Eraclito ingannarci. Ma noi seguitando al presente Ari
e Ipparco. Alcuni, che ella era corpo aereo stotile, verremo alla diſfinizione dell'anima.
come Anassimene e Diogene. Altri corpo d'a-
cqua come Talete, che diceva anco che la ca PARTE TERZA
lamita aveva anima, perchè moveva e tirava
il ferro a sè. Ed Ippone ancora diceva che Della diffinizione dell'anima secondo Aristotile.
l'anima era acqua, mosso da questo che il se
me di tutte le cose era umido e però voleva Ciascuna disputa di qual si voglia cosa debbe
che tutte le cose si generassero d'acqua, non incominciare dalla diſfinizione, acciocchè si
potendosi fare la generazione senza l'umido. E sappia, che sia quello di che si disputa; e per
così tutti gli elementi trovarono chi li favori e ciò noi in questa terza parte diffiniremo l'anima
nobilitò, facendoli principi ed anima delle secondo Aristotile. Ma perchè cotale diſfinizione,
cose, eccetto la terra che non ebbe chi fosse e importantissima e molto difficile, però ci in
per lei, se non quelli che dissero o che l'a- gegneremo d'agevolarla quanto potremo il più
nima era composta di tutti quattro gli elementi E perchè a far questo è necessario ora d'allar
come fu Empedocle, o che ella era ogni cosa, garsi ed ora d' allungarsi, non potendo stare
conoscendo e intendendo tutte le cose. E que la brevità insieme colla chiarezza, però prego
ste sono brevemente le opinioni di tutti coloro, tutti coloro i quali sanno, che mi vogliano per
i quali facevano l'anima corporale. donare; perciocchè io non dico queste cose per
Quelli poi che la tenevano incorporea, si quelli, i quali o l'hanno studiate, o le posso
divisero anche eglino in due parti principal no studiare per loro medesimi negli autori o
mente, perchè alcuni dicevano, che ella era greci o latini, ma per coloro solamente, i quali
separabile dal corpo, e conseguentemente im non avendo altra lingua che la fiorentina, vor
mortale; alcuni, che ella era inseparabile e per rebbero bene, ma non possono studiarle e sa
conseguente mortale. Di quelli che dissero l'a- perle da sè stessi. E questi, se non intende
nima non si poter separare dal corpo ed essere ranno così ogni cosa, non debbono nè mara
mortale, alcuni dissero ch'ella era qualità e vigliarsi nè dolersi, conciossiacosachè in tutte
temperatura ovvero complessione, come fu ol le lingue avvenga il medesimo, a tutti quelli,
tra Alessandro, Galeno, il gran medico. E così che non sono esercitati nella loica e non sanno
la tiene accidente e non sostanza, mortale e i termini di quella scienza, della quale si ra
non immortale, benchè altrove disse col gran giona. Senza che la presente materia (oltra
dissimo Ippocrate suo duce, che ella era il ca l'essere dubbiosa e malagevolissima di sua na
lore innato, ovvero naturale, il quale alcuna tura) è stata trattata da tanti tanto scura
volta Aristotile chiama fuoco imitando Platone mente e diversamente, che nè anco quelli che
suo maestro; ed altrove dubitò quello che ella sono stati molti anni per molti Studii osano di
si fosse: altrove confessò non solo d'esserne ir favellare sicuramente: anzi questa è quella cosa,
resoluto, ma di non saperla. Alcuni dissero che della quale chi più sa, meno ardisce di ra
l'anima era una certa proposizione, come se gionarne.
si pigliassero, verbigrazia, due parti di fuoco Ma posto fine a proemi ed alle scuse, dico che
Aristotile nel secondo libro dell'anima la dif
(1) . . . . vitam cun sanguine fudit. finisce così : L'anima è l'atto primo del corpo
Virg. Lib. II, naturale, organico, avente la vita in potenza. Fd
32 LEZIONE
affine che meglio la tenghiate a mente, la ri gnervi primo: e brevemente atto primo non
dirò un'altra volta. L'anima è l'atto primo vuol dire altro che principio d' operare, ma
del corpo naturale, organico, avente la vita in non già essa operazione, perchè l'operazione
potenza. Queste sono tutte le parole appunto è l'atto secondo. E disse primo non semplice
che usa Aristotile, le quali per essere (come mente, ma a rispetto dell'atto secondo e delle
vedete), scurissime e meno chiare, che non è sue operazioni. E così avemo veduto che il ge
esso diffinito, le anderemo dichiarando tutte nere dell'anima è atto primo, cioè forma so
quante ad una ad una. Ma prima notaremo, stanziale ovvero principio d'operare, che i greci
che questa non è vera e propia diffinizione, chiamano entelechia, cioè perfezione. Del corpo
non essendo univoca, cioè, non comprendendo naturale: disse naturale, perchè si trovano (co
tutte le sue spezie in un medesimo tempo e me ciascuno sa) di due ragioni corpi, uno na
ad un tratto, come debbono fare i propi e veri turale, il quale è quello che ha in sè il prin
generi; ma è analoga, cioè comprende prima cipio del movimento, e di questo intendeva il
una delle sue spezie, e poi, mediante quella, filosofo: l'altro artificiale ovvero fatto a ma
l'altre. E però questa si debbe chiamare piut no, il quale non ha in sè e da natura il prin
tosto descrizione che diffinizione, come è noto ai cipio del movimento; e di questo non essendo
loici: perchè questi termini i quali usiamo nei animato non favella il filosofo qui. E però v'ag
cessariamente così, non avendone di migliori e giunse naturale, a differenza del corpo artifi
più noti che sappia io, non si possono ora nè ciato organico. Organico appo i greci si chiama
si debbono dichiarare più lungamente, e tanto quello che ha i suoi organi ovvero strumenti
meno essendosi dichiarati altrove abbastanza. per mezzo de'quali esercita le sue operazioni:
Secondariamente notaremo, che questa diffini i latini dicono dissimilare, ed è propio quello,
zione e piuttosto descrizione è comune ed uni il quale è composto di parti diverse, le quali
versale; perciocchè ella comprende ed abbrac parti sono differenti di spezie; e tutti i corpi
cia tutte l'anime di tutti gli animali o piutto viventi che hanno anima, sono organici ovvero
sto animanti per comprendere ancora le piante. dissimilari; perciocchè se le piante sono dissi
Intendiamo però degli animali generabili e cor milari ed organiche, tanto più gli animali. E
ruttibili, perchè trattare dell'anima, del mondo che le piante sono tali, non è dubbio, sebbene
e de'cieli non appartiene al filosofo naturale, sono dissimilari più imperfettamente e più oc
ma al metafisico, essendo elleno in tutto e per cultamente che gli animali. E di qui si può
tutto, ed in quanto al subbietto ed in quanto cavare manifestamente, che secondo la via pe
all'obbietto, ovvero secondo l'essere e secondo ripatetica non si danno i demonj; conciossiacchè
la diffinizione astratte e separate da ogni ma il corpo aereo e spiritoso che ponevano i pla
teria tanto sensibile quanto intelligibile. E Ari tonici, non è organico ma similare, cioè della
stotile fu il primo, che sapesse trovare una medesima spezie: ma di questo altrove. Avente
diffinizione generale e comune a tutte l'altre; la vita in potenza; Temistio dottissimo filosofo
e però meritamente riprende tutti quelli che e di grandissima autorità, vuole che queste pa
n'avevano scritto anzi a lui; conciossiacchè le role significhino il medesimo che organico ov
diffinizioni loro non comprendevano tutte l'ani vero dissimilare; e così tanto vaglia una di que
me, ma una sola, cioè l'umana, onde egli, per ste parole, quanto l'altra. Il che certamente
comprenderle tutte, fu costretto a far la dif non pare verisimile in una cotale diffinizione
finizione non univoca come si dovea, ma ana ed in un filosofo così fatto, il quale non suole
loga come si poteva. E in questo mostrò il usare e massimamente nelle scienze dimostra
medesimo ingegno e giudizio, che nell' altre tive e tanto meno nelle diffinizioni, parole e
cose tutte, il quale fu veramente divino. Ora voci sinonime, che così chiamano i gramatici,
venendo alle parole dico, ch'egli disse: L'anima benchè impropiamente, quelle voci e parole
è l'atto primo: e chiama qui atto quello che che significano il medesimo. E la cagione è per
di sopra aveva chiamato forma, e s'intende che i filosofi vanno sempre imitando la natura
sostanziale, perchè l'anima è forma sostan quanto possono, e la natura come non manca
ziale (come vedremo) e non accidentale. Ed nelle cose necessarie, così non abbonda nelle
usò Aristotile per assegnare il genere all'ani superflue, e non solamente fa sempre il meglio
ma, una voce e vocabolo nuovo trovato e che si possa, ma ancora più brevemente e nel
fatto da lui, e questo fu Entelechia, cioè per miglior modo. Onde noi diremo, che egli disse
fezione, ovvero atto primo ed in somma forma avente la vita in potenza per disgiugnere e se
sostanziale. Il quale vocabolo dicono, e così pare parare il corpo animato da quelli che non
in verità, ancor che alcuni si sforzino di di hanno anima; perciocchè anco la forma del
fenderlo, che Cicerone non intendesse, aven fuoco e d'altre cose somiglianti è l'atto primo
dolo tradotto nel primo libro delle sue Di del corpo naturale, nè è però animato. E quando
sputazioni Tusculane, un certo movimento con | noi diciamo d'uno che va o canta, che egli
tinuato e perpetuo, come se fosse stato scritto l può andare o cantare, questo è un parlare im
endelechia per d e non entelechia per tg ma proprio; ed alcuni vogliono che queste parole
questo non fa ora a proposito. Disse primo a fossero aggiunte per cagione ed a differenza dei
differenza dell'atto secondo, il quale è essa corpi morti, i quali non sono corpi, se non
operazione. Ora l'anima o operi come nel ve equivocamente, come i dipinti. La vita. Prese
gliare, o non operi come nel dormire, sempre in questo luogo vita in vece dell' operazione
è atto del corpo, e però fu necessario aggiun vitale. In potenza, cioè in virtù e non in atto;
DELL'ANIMA 33

e s'intende in potenza propinqua e non rimota, fezione alcuna alla forma, e la forma ha la
perchè anco il sangue ha la vita in potenza medesima perfezione da sè sola che tutto il
rimota. E così avemo veduto, che l'anima diffi composto insieme; ma l'ha in un modo più
nita generalmente, sì che contenga l'anima ve eccellente e più perfetto. Perciocchè ella ha
getativa delle piante, la sensitiva degli animali tutta la sua perfezione da se stessa, senza di
bruti e la razionale degli uomini, non è altro pendenza da altri, ed il composto ha tutta la
che l'atto primo, ovvero forma sostanziale del medesima perfezione non da sè stesso e senza
corpo naturale organico, avente la vita in po dipendenza, ma dalla forma; onde viene ad
tenza. Dalla quale diffinizione seguita (come averla in modo più ignobile e più imperfetto.
conoscono gli intendenti) che l'animale, cioè E per questo non è dubbio nessuno appresso
tutto il composto di materia e di forma, sia i migliori filosofi, che la forma sola da sè, cioè
uno solo principalmente e per sè. E di questo l'anima è più nobile e più perfetta che tutto
e cagione l'anima massimamente, perciocche il composto insieme, cioè l'anima ed il corpo.
l'atto e la potenza s'uniscono insieme senza E per farlo più chiaro con un esempio più
alcuno mezzo, onde benchè l'uomo sia com manifesto chi mi dimandasse: quale è più per
posto d'atto e di potenza, ovvero di forma fetto, o Dio solo senza il mondo, o Dio con tutto
che è l'atto, e di materia che è la potenza, il mondo insieme? gli risponderei egualmente
non è però nè si può chiamare due cose, ma e nel medesimo modo; perciocchè tanto è per
una sola; la quale risulta di quelle due, cioè fetto Dio da se solo, quanto insieme con tutto
dell'anima, che è la forma, e del corpo che il mondo, perchè il mondo non aggiugne per
è la materia. E risulta tanto perfettamente ed fezione alcuna a Dio, e Dio ha in sè tutte le
unitamente, che niuna cosa è più una in se perfezioni che si possono immaginare. Ora ci
stessa e più unita e perfetta, che tutto il com resterebbe a disaminare d'una in una tutte le
posto insieme. E per questo diceva il filosofo, parole di questa diffinizione, ma perchè sopra
che gli affetti ovvero passioni non erano nè ciascuna si potrebbero fare mille dubitazioni e
dell'anima sola, nè del corpo solo, nè di tutto i movere infinite quistioni, noi non parendoci
il composto cioè dell'uno e dell'altro insieme; che ne il tempo nè il luogo lo patisca, non che ri
onde tanto è a dire (diceva egli nel primo del cerchi, lasciatele tutte da un canto, verremo,
l'anima), che l'anima si dolga o si rallegri, | coll'aiuto di Dio, alla quarta ed ultima parte,
quanto a dire, che ella fili o che ella tessa. dove si trattano cose non men belle e più utili
E sebbene in tutte le lingue s'usano simili di queste.
modi di favellare, attribuendo l'operazioni ora
all'anima sola, come quando il Petrarca disse: PARTE QUARTA
– Alma che fai, che pensi? E Dante: – 0
mente, che scrivesti ciò ch'io vidi ; ed ora al Della divisione dell'anima nelle sue parti,
corpo solo come: – Pie miei, vostra ragion la ovvero potenze ed operazioni.
non si stende, sono nondimeno impropi questi
parlari, e più secondo l'uso, che secondo la Perchè il genere dell'anima (come s'è ve
verità. duto di sopra) non è univoco ma equivoco ana
Ma per tornare all'unità del composto, logo, però non può l'anima avere una diffini
niuno, ch'io creda, dimanderà mai perchè una zione sola veramente; ma è necessarie ricer
palla di legno o di qualunque altra materia, care ad una per una tutte le parti e spezie
sia una cosa sola, essendovi la forma, cioè la sue. Perciocchè a voler avere la scienza d'al
tondezza e la materia, cioè il legno, che sono cuno genere perfettamente, non basta la sua
due cose; perciocchè (come s'è detto di sopra) diffinizione sola, ma bisogna avere ancora le
l'atto e la potenza, ovvero la forma e la ma diffinizioni di tutte quante le sue spezie. Il
teria, non hanno bisogno di mezzo ad unirsi e che essendo vero in un genere univoco, molte
congiugnersi insieme; onde la tondezza, che è più per l'argomento che i Latini chiamano dal
la forma ovvero l'atto s'unisce col legno, che maggiore ovvero dal più forte (1), sarà vero
è la potenza e la materia, ovvero il subbietto in un genere equivoco, come avemo veduto
senza mezzo nessuno, e così nell'uomo ed in che è quello dell'anima, tra le cui spezie si ritrova
tutti gli altri composti. E di questo non po ordine, e vi si dà il prima ed il poi, essendo
teva rendere la cagione Platone e gli altri che prima di natura la vegetativa che la sensitiva,
dividevano l'anima in tre parti, secondo i tre e la sensitiva prima che l'intellettiva. Onde
membri principali del corpo. Seguita ancora avendo diffinito Aristotile l'anima secondaria
da questa diffinizione, che la forma sola sia più mente in questo modo: L'anima è il principio,
vero ente, cioè sia più veramente che non è mediante il quale noi viviamo, sentiamo, ci mo:
tutto il composto, cioè l'anima ed il corpo in iviamo ed intendiamo, ovvero discorriamo i noi
sieme. E se alcuno dubitasse e dicesse, come innanzi che passiamo più oltra, divideremº per
e questo possibile, conciossiacosachè il composto maggior chiarezza in questa quarta ed ultima
contenga e racchiuda in sè la forma, cioè l'a- parte tutte le potenze e virtù dell'anima se
nima e di più la materia, cioè il corpo (onde guitando Giovanni Grammatico, non già nel suo
par che seguiti di necessità che almeno tanto proemio, ove egli dice molte cose fuori e molte
sia nobile il composto tutto insieme, quanto contro la dottrina Peripatetica, ma nel terzo
la forma sola da sè) dico, che la materia e
tanto imperfetta, che ella non aggiugne per (1) L'argomento a fortiori. (M.)
VARCHI
34 LEZIONE
dell'anima, dove egli dice (lasciate indietro le zia de' termini, cioè del predicato, e del sub
potenze vegetative e le appetitive, e trattando bietto; ancora che Giovanni Grammatico dichia
solamente delle comprensive e cognoscitive, cioe ri questo luogo in due modi: argomento assai
di quelle che apprendono e conoscono) che chiaro, che non gli soddisfaceva nè l'uno, nè
queste tali virtù e potenze, o elleno sono e si l'altro, essendo la verità una sola. E questo
maneggiano intorno alle cose esteriori e sono intelletto semplice del quale noi ragioniamo è
fuori dell'anima: o intorno alle cose interiori sempre ed in ogni luogo verissimo e mai non
e sono dentro l'anima. Se nel primo modo, si può ingannare, il che appare manifestamente
cioè intorno alle cose esteriori, questa tal po in tutte quelle proposizioni universali, che i
tenza e virtù che le comprende e conosce, per Greci chiamano principi ed assiomi, i Latini
dir così, si chiama senso; perciocchè il senso proloqui e degnità, e noi volgarmente massime:
comprende e conosce le cose di fuori solamente. e Dante le chiamò prime notizie dell'intelletto,
Se nel secondo modo e circa le cose interiori, eome quella di sopra: Il tutto è maggiore della
allora questa tal virtù e potenza che l'apprende partc; e quell'altra: D' ogni cosa è vera la
e conosce si chiama intelletto, pigliando qui negazione o l'affermazione; cioè, che d'ogni
intelletto largamente e comunemente: percioc cosa si può dir veramente o che ella è o che
chè solo l'intelletto apprende e conosce le cose ella non è.
di dentro, e che sono nell'anima. Ma lasciando queste cose che si sono dichia
Ora questa operazione dell'intelietto nelle rate nella loica, torno a dire che se quella ope
cose di dentro può essere in due modi, o circa razione è nel secondo modo e circa il sillogi
le cose singolari e particolari, come sono tutte smo, cioè, che usi nell' intendere le cose e si
le cose, che caggiono sotto il senso, cioè che serva del sillogismo, allora cotale virtù si chia
si possono o vedere o udire o fiutare o gu ma appresso i Greci Aixvoia: i Latini non
stare o toccare, ed allora si chiama fantasia, hanno nome che io sappia da significarla: i
ovvero immaginazione: o ella è circa gli uni Toscani la sprimono felicissimamente e la chia
versali i quali non caggiono sotto il senso, ma mano discorso. E da loro l'hanno tolta i filo
si trovano ed hanno l'essere solamente nell'a- sofi moderni chiamandola ora discorso, ed ora
nima, quale è esso uomo, come diceva Platone, virtù discorsiva, e questa compone e divide; e
ed esso animale, cioè la forma, ovvero specie non è senza meraviglia che mai Aristotile non ne
dell'uomo e dell'animale, che egli chiamava faccia menzione in luogo alcuno, non usando mai
idea, ed allora si chiama intelletto non comu di questo nome Asd vota cioè discorso, sebbene
nemente (come di sopra) ma propiamente. Di usi questo verbo ºravasoua, cioè discorrere. Se
nuovo questa operazione dell'intelletto, la quale tale operazione e nel terzo ed ultimo modo ed
è nell'anima e circa le cose universali può es è più imperfetta del sillogismo, allora si può
sere in tre modi; perciocchè o ella è più per considerare in due modi: perciocchè, o ella
fetta del sillogismo, o ella è intorno al sillo è intorno alle cose speculative, o intorno alle
gismo, o ella è più imperfetta del sillogismo. cose operabili da noi. Se nel primo modo e
Se ella è nel primo modo e più perfetta del circa le cose speculative, allora cotale virtù si
sillogismo, cioè tanto alta, nobile e perfetta, chiama scienza; perchè la scienza non è altro
che ella non abbia di bisogno nell'intendere che un abito speculativo acquistato con ra
le cose del sillogismo, cioè del discorso, ma gione. E se ella e nel secondo modo, cioè circa
l'intenda nella prima vista subito e ad un trat le cose operabili da noi, anco, allora è di due
to tosto che se le appresentano senza dis maniere: perchè o ella è circa le cose che noi
corrervi sopra, allora questa virtù si chia operiamo senza consiglio, e questa si chiama
ma intelletto, e qui si piglia intelletto non arte, perciocchè l'artefice non consulta, ma
comunemente come nel primo modo, nè pro mediante i propi principi inferisce le propie
piamente, come nel secondo, ma propiissima conclusioni; o ella è circa le cose ehe noi
mente, cioè intelletto semplice, e si chiama operiamo con consiglio, e questa si chiama pru
semplice, perchè egli non divide e non com denza: la quale, sebbene non è virtù mortale,
pone, non avendo bisogno per la sua per per essere (come abbiamo detto) nell'intellet
fezione di composizione, nè di divisione. Il to, è però come capo e quasi regina di tutte
che non avviene negli altri e nella fantasia, le virtù mortali.
la quale divide e compone, come diremo al Ma perchè questa divisione ancora che sia
luogo suo nella seguente lezionc. E non è altro verissima non è perfetta, non comprendendo
questo intelletto semplice, se non l'apprensione tutte le potenze dell'anima, e perchè pare a
ovvero comprendimento dei termini, e delle pa molti piuttosto Platonica che Aristotelica, pe
role semplici ed incomplesse, come, esempligra rò noi, desiderando di soddisfare a tutti, ve
zia, questa proposizione: Ogni tutto e maggiore dremo di ridurre in più brevità e maggiore
della sua parte; la quale ciascuno conosce essere agevolezza, che potremo quella che fa Aristotile
verissima tosto che egli l'ode, senza altro discorso, medesimo nel sesto libro dell'Etica, e diremo,
solo che egli sappia ed intenda i termini, cioè che che le potenze dell'anima sono e si possono
cosa sia tutto, e che cosa sia parte. E questo considerare in due modi. Perciocchè, o elleno
voleva dire Aristotile nel primo della Poste si travagliano circa le cose singolari, o circa
riore, quando disse: Noi conosciamo i principi le cose universali. Se circa le cose singolari,
come conosciamo i termini: cioè la notizia dei allora tale potenza ed operazione si chiama
principi si genera in noi dalla semplice noti senso: se circa le cose universali, allora tale
DELL'ANIMA 35
operazione e potenza, si chiama intelletto. Da to, ovvero considerazione, non altramente che
capo: se ella è circa i singolari, anco questo è in un cerchio medesimo il concavo ed il con
in due modi: perchè o ella è in presenza dei vesso, ed in una stessa via l'erta e la china: op
sensibili, cioe, piglia e riceve le cose che le pure vi sia differenza reale ed essenziale, cioè,
sono presenti; ed allora cotale potenza si chia che siano diverse e differenti veramente e real
ma i sensi esteriori, i quali (come sa ciascuno) mente; perchè è quistione lunga molto e molto
sono cinque: viso, udito, odorato, gusto e tat difficile tra Scoto, e S. Tommaso e gli altri
to: o ella è in assenza e lontananza de'sensi dottori latini, si dirà pienamente nella seconda
bili, ed allora si chiama senso interiore: e per lezione, dove tratteremo particolarmente di
che il senso interiore si divide in più parti, tutte quante queste potenze. Ho detto fra tutti
(come diremo lungamente nella seconda lezio i dottori latini, in fuori però che Giovanni
ne) intendiamo qui principalmente della fanta Gandavense, perchè tra Greci migliori non cadde
sia. Ma se questa virtù è circa gli universali, questa dubitazione e difficoltà; conciossiacosa
anco allora può essere in più modi, perchè che essi tengono per fermo, che secondo Ari
o ella e indifferentemente circa il vero ed il stotile, nell'uomo siano due anime distinte e
falso, cioè, tanto può essere vera quanto falsa, separate realmente, una razionale, e l'altra ir
ed allora si chiama opinione: o ella e sempre razionale, eccetto Giovanni Grammatico che ne
circa il vero solamente, in guisa che non può pone tre, e Simplicio che ne pone una sola
essere falsa in modo nessuno, e questo può mente, come fanno anco i teologi cristiani. Ed
essere in due modi medesimamente. Perchè o a così tenere e fermamente credere, non solo
ella è l'apprendimento dei principi e termini ci persuade la verità della santissima religione
incomplessi e semplici, e questo si chiama in nostra, ma ci sforza ancora l'autorità dei sacri
telletto semplice, il quale non è altro che l' a canoni; perciocchè avendo questa opinione, di
bito dei principi, cioè, di quelle proposizioni sputata lungo tempo, suscitato anticamente di
grandissime che sono notissime incontamente a molti scandoli ed eresie nella Chiesa, fu fatta
chiunque le ode senza avere altra cognizione una costituzione, per la quale si scomunicano
che de termini, chiamate da noi massime, co tutti quelli che credessero che nel corpo umano
me dicemmo poco fa. O ella è l'abito d'al fosse più d'un'anima sola. E così dovemo cre
cuna conclusione dimostrata per li suoi propi, dere e tenere noi, ancora che Aristotile le fac
veri ed immediati principi; e questo ancora è cia due, come vedremo diffusamente nel luo
in due modi, perchè o ella e circa le cose con go suo.
templative ed allora si chiama scienza, o ella Per ora basti sapere, che queste potenze del
è circa le cose operabili da noi; e questo è l'anima sono di due ragioni. Alcune sono cºi
medesimamente in due modi, perciocchè o le chiamano organiche ovvero strumentali. E que
operiamo con consiglio, e questa si chiama pru ste sono tutte quelle che nell' azioni ed opera
derea, o le operiamo senza consiglio, e questa zioni loro hanno bisogno e si scrvono d'alcu
si chiama arte. E così aggiuntaci la sapienza, no organo, ovvero strumento corporale, come
che non è altro che l'abito o la scienza delle sono tutte le potenze dell'anima vegetativa e
cose nobilissime e perfettissime, avemo veduto sensitiva; perciocche queste non possono eser
i cinque abiti dell'intelletto: arte, prudenza, citare l'operazioni ed azioni loro senza qual
scienza, sapienza, ed intelletto, i quali sono sem che strumento corporale. Perchè come la po
pre veri e mai non s'ingannano. tenza visiva ha bisogno e si serve nelle sue
Ma perche questa divisione (oltra il non es- | operazioni dell'occhio, così si serve ed ha bi
sere anch'ella perfetta del tutto non compren- | sogno l'uditiva dell'orecchia: e nel medesimo
dendo tutte le parti e potenze dell' anina) è modo di tutte l' altre. Alcune si chiamano e
molto sottile e malagevole, noi, per essere in sono inorganiche, e queste sono tutte quelle,
tesi ancora da quelli che non hanno studiato, le quali nelle loro operazioni non hanno biso
diremo più grossamente e più agevolmente, che gno d' alcuno strumento corporale, come sono
l'anime in genere sono tre appunto: l'intelletto e la volontà: perciocche noi pos
I. Vegetativa. II. Sensitiva ovvero irrazionale. siamo intendere e vedere senza adoperare al
III. Razionale ovvero intellettiva. cuno strumento, come si dirà più chiaramente
E che i modi ovvero gradi del vivere sono quando favellaremo di loro e dell'immortalità
quattro: - dell'anima intellettiva nelle lezioni che ver
I. Vegetativo. II. Sensitivo. III. Motivo di ranno, nelle quali, oltra l'altre cose, dichiare
luogo a luogo. IV. Intellettivo. remo quattro dubbi importantissimi e disidera
E che le potenze ovvero virtù dell'anima tissimi da ognuno (1). Primo: se l'anima e º
sono cinque: tale o immortale. Secondo: se l'anima e mºl
- l vegetativa. II. Sensitiva. III. Appetitiva. tiplicata di numero a guisa che ciascunº n'ab
º IV. Motiva di luogo a luogo. V. Intellettiva. bia una, oppure sia una sola in tutti gli no
Orase queste, o parti, o spezie, o forze o virtù, mini. Terzo: se l'anima e la forma sostanziale
o facoltà, o uffici, o potenze che le dobbiamo dell'uomo, e gli dà l' essere e l'ºperazioni, º
chiamare, siano una cosa medesima coll'anima, no, ma sia solo assistente come il nocchiero,
-
in guisa che tra loro non sia altra differenza,
che razionale, e mediante l'operazione dell'in (1) Il Varchi o mai non liberò la promessa qui fatta, di
telletto (come dicono i loici), cioe, che non trattare queste quistioni, ovvero si sonº perdute, o giacciono
siano differenti se non d'abitudine e di rispet tuttora inedite le Lezioni, che ne discorrevano. (M.)
36 LEZIONE

ovvero piloto alla nave. Quarto: se nell'uo tra sè non tanto gravissime autorità quanto ra
mo sono una o più anime distinte realmente, gioni efficacissime così di filosofi come di medici
E qui essendo fornite quelle quattro parti eccellentissimi. Al che avendo risposto Sua Ec
che io proposi nel principio di voler dichia cellenza Illustrissima non meno giudiziosamente
rare, farò fine alla presente lezione, rendendo (come fa sempre) che con verità, che questo ap
umilmente prima a Dio del suo aiuto, e poi a presso lei non aveva dubbio nessuno,facendo tutti
voi della vostra attenzione, immortali grazie ed i calori gli effetti medesimi, ed avendone raccon
infinite. tati molti esempi parte veduti da lei propia, e
parte uditi da altri, io soggiunsi che in confer
mamento dell'opinione di Sua Eccellenza, e per
maggior certezza della quistione dell'Alchimia,
disputerei ancor questa se i calori fossero tutti
LEZIONE UNA della medesima spezie o no, essendo cotale ma
teria, così a filosofi comune come a medici. Il
SUI CAL ORI
che avendo fatto in questi pochi di (per tosta
- mente disobbligarmi) con quel modo che ho sa
puto migliore, mi sarebbe paruto di fare ingiu
ria a me stesso ed all'antichissima amistà no
BENEDETTO VARCHI
stra, se l'avessi ad altra persona indiritta e de
AL MAGNIFICO dicata che a V. S. medesima. La quale, oltre
l'esserne stata cagione principale, più (sono cer
e suo Molto onoraANDO MESSER to) per veder quello che io ne diceva, che per
dubbio che ella n'avesse, potrà per la sua dot
ANDREA PASQUALI trina e vorrà per la sua cortesia, non pur leg
gerla, ma correggerla ancora, del che non solo
mEDIco DELL'ILLUsTRIssIMo ED EccELLENTIssIMo io le arò obbligo, ma tutti quelli che, alcun
sIGnoR cosIMo MEDICI, DUCA DI FIRENZE. tempo leggendola, ne trarranno o frutto alcuno o
piacere. Ed a questo fine mi sono allargato in
molte cose, delle quali parte non erano necessa
Sun. i modi dell'insegnare e trattare al rie, e parte si potevano dire brevissimamente,
cuna difficoltà in qualunque scienza, sono ſati avendo avuto maggior riguardo all'utilità dei
cosi e malagevoli tutti in ciascuna lingua per leggenti che o a me o all'opera stessa od a
le molte e diverse ragioni raccontate altrove lun V. S. alla quale offerendomi tutto e raccoman
gamente: tuttavia a me pare che il fare delle dandomi, prego Dio che la conservi sana e felice.
quistioni sia malagevolissimo e faticosissimo so Di Firenze, la vigilia della Pasqua di Cep
pra gli altri. Perciocchè (oltra molte altre ra po (1), nel 1544.
gioni) egli avviene spessissime volte, che nel dispu
tare un dubbio solo ne nascono molti non punto
meno, anzi bene spesso vieppiù ed utili e diffi
cili che quello stesso non è, del quale si qui QUISTIONE SE I CALoni soNo DIFFERENTI TRA SE,
stiona principalmente: onde è necessario o di o PURE soNo TUTTI D' UNA MEDESIMA spEzIE
chiararli tutti quanti (il che è non meno lungo SPEZIALISSIMA.

che sconvenevole, anzi piuttosto impossibile), o che


chi legge non n intenda perfettamente niuno, e
resti nella medesima dubitazione ed incertezza di Fu anticamente ed è ancora oggi contesa
prima se non maggiore. Ed è possibile che i poeti non picciola, non solo tra i medici ed i filosofi,
antichi, i quali coprirono tutte le dottrine sotto ma ancora tra i medici stessi ed i filosofi mede
il velame de versi loro, volessero significare an simi, se tutti i calori fossero un medesimo, o
cor questo per lo ritrovamento della favola del pure diversi fra loro. Perciocchè furono alcuni
l'Idra, a cui tagliato un capo ne rinascevano i quali dissero, che i calori non solamente erano
sette altri subitamente più vivi di quello di pri differenti l'uno dall'altro di numero e di spe
ma e più spaventosi. La qual cosa ho ritrovata cie, ma ancora di genere. Alcuni altri per lo
verissima sì in molte altre quistioni, e sì in quella contrario affermarono, che i calori non sola
fatta ultimamente da me sopra l'Alchimia, la mente non erano differenti l'uno dall'altro nè
quale leggendo io in presenza di V. S. all'Ec di genere, nè di spezie, ma nè anco di numero:
cellenza dell'Illustrissimo Duca Signor nostro in guisa che come la prima opinione teneva,
c padrone osservandissimo: ed avendo detto per che qualunque calore fosse diverso e differente
provarla vera, che tutti i calori, come calori da qualunque altro calore, di maniera che niuno
erano d'una spezie medesima, V. S. come quella fosse il medesimo: così teneva la seconda che
che ben conobbe che sopra questa proposizione niuno calore fosse differente e diverso da niuno
si fondava tutta la verità o falsità della qui altro calore di maniera che fossero un mede
stione, disse incontamente non già affermativa simo tutti quanti. E ciascuna di queste due
mente, ma per modo di dubitare, non essendo
meno modesta che dotta, come non le pareva che (1) Pasqua di Ceppo dicesi la Solennità del Natale di ci
quella proposizione fosse così vera assolutamente sto dall'uso di darsi in casa i ceppi, cioè le mance º do
come l'area che io la presupponessi, avendo con nativi. (M.)
SUI CALORI 37
opinioni, ancorache dirittamente contrarie l'una confusa, divideremo tutta questa quistione in
all'altra, fonda l'intenzione sua non meno sopra tre parti principali.
ragioni che sopra antorità, allegando molte cose Nella prima delle quali porremo distinta
non tanto in pro'e favore della parte sua, quanto mente tutte le migliori ragioni e più forti au
contra e in disfavore della parte avversa. E quin torità che sapremo in favore della prima opi
di è, che molti a questa appigliandosi e molti a nione, la quale noi stimiamo falsa.
quella, siccome diversamente credono, così varia Nella seconda dichiareremo ampiamente tutte
mente favellano. E molti ancora non ben risoluti le parole ed i termini della quistione: massi
non sapendo a chi più credersi stanno sospesi mamente che sia calore, quanti siano, onde
e dubitevoli; il che non pure avviene in que nascano, e come si chiamino.
sta dubitazione sola, ma in altre quasi infinite, Nella terza ed ultima porremo le ragioni
con non minore danno e dispiacere degli impa cd autorità della seconda opinione, la quale
ranti, che colpa e vergogna di quelli che insegna crediamo verissima, e risponderemo alle ra
no. Ma volesse Dio che così fosse agevole il ri gioni ed autorità allegate incontro. E tutto fa
trovare la verità in molte altre disputazioni, remo con quella agevolezza di parole e distin
come in questa non sarà difficile il mostrare zione di cose, che da Dio, datore di tutti i
l'errore e la falsità di coloro che pensano, che beni, ci saranno concedute maggiori e più chia
i calori come ed in quanto calori, non siano re. Dico dunque venendo alla prima parte, che
tutti un medesimo, ma diversi. La quale opi le più vive ragioni di quelli che tengono i ca
nione è proceduta senza alcun dubbio (come lori non essere un medesimo, ma diversi, sono
moltissime altre) dalla equivocazione, cioè dal queste. -

pigliare un nome per un altro, scambiando le


significazioni de vocaboli, per lo non sapere PARTE PRIMA
nè distinguere i termini, nè intenderli. La qual
cosa, tuttocchè oggidì si stimi pochissimo, è RAesIoNI

però di grandissima importanza: conciossiacosa


chè buona parte delle dubitazioni e dispute Ragione prima. La diversità del nascimento
moderne nascono dalla dubbiezza e confusione diversifica le specie, cioè ogni volta che due,
delle voci e de vari significati delle parole pi o più cose nascono diversamente, elle sono an
gliate diversamente, la propietà delle quali cor diverse di specie. E che questo sia vero,
pare in questi nostri tempi non tanto fatica cioè che il modo diverso della generazione ar
a maestri d'insegnarla, quanto vergogna a di guisca e mostri diversità specifica nella cosa
scepoli d'impararla. Nè s'accorgono che chiun generata, si prova dal Commentatore nell'ul
que non intende bene le parole, non può bene timo libro della Fisica al testo del commento
intendere i sentimenti d'esse, e per conse quarantesimosesto, e nel primo libro della Ge
guenza le cose, le quali mediante le parole si nerazione al capitolo secondo. Or chi non sa,
significano. Per la qual cagione la prima cosa che il calore del sole nasce diversamente ed
che fece il maestro di tutte le scienze, fu l'in in altro modo che il calore del fuoco? Ed il
segnare l'equivocazione, cioè la distinzione dei medesimo diciamo del calore che nasce dai
nomi che significano più cose; perciocchè se movimento locale e di tutti gli altri calori;
uno intendendo del cane segno celeste, chia onde seguita che i calori siano diversi tutti e
mato Sirio dicesse (come fanno i poeti): Il non d'una specie medesima.
cane abbrucia e fende la terra, ed un altro Seconda. Ogni volta che l'agente che fa al
intendendo del cane terrestre che abbaja, glielo cuna cosa, e la materia della quale si fa quella
negasse, amendue direbbero vero, ma sareb tal cosa sono diversi e differenti di specie,
bero in equivoco; talchè mai non converreb anco quello che nasce e risulta di loro è dif
bero; e quanto più ragioni ed autorità allegas ferente e diverso di specie, come ne insegna il
sero ciascuno per la parte sua, ancora che ve Filosofo nel duodecimo libro della Scienza Di
rissime tutte, tanto più confonderebbero sè ed vina al testo undecimo. Ora il calore del sole
altrui, intricandosi sempre maggiormente in si produce e genera mediante la riflessione e
fino a tanto che non venissero alla distinzio ripercotimento dei raggi solari: il calore del
ne, e scoprissero la fallacia e l'inganno ca moto locale si genera e produce mediante la
gione della loro discordia. Così è avvenuto (si disgregazione ed assottigliamento dell'aria: il
può dire) nella presente disputa come potrà calore del fuoco elementare si genera in altro
giudicare per sè stesso ciascuno. Onde, benchè modo che il naturale, come si vedrà di sotto;
io potessi mostrare brevemente che tutti i ca dunque non sono della medesima specie e na
lori, come calori, sono della medesima spezie tura tutti quanti, anzi diversi e differenti, aven
spezialissima, mi piace nondimeno, in benefizio do gli agenti diversi,
di quelli che non sono esercitati, distendermi Terza. Nessuna specie medesima si può ge
alquanto si per essere meglio inteso, avendo nerare equivocamente, cioè a caso, come dal
a favellare di cose, non tanto difficili da sè cielo, ed univocamente, cioè dalla natura, co
quanto intricate da altri; e sì perchè la pre me dagli individui della medesima specie, sc
sente materia è non meno utile a filosofi che condo l'opinione del dottissimo s. Tommaso e
necessaria a medici, ed a tutti gli altri gene di molti altri filosofi: dunque il calore gene
ralmente così grata come piacevole. Laonde rato da raggi del sole e quello generato dal
per procedere ordinatamente in materia tanto nostro fuoco non sono della medesima specie,
38 LEZIONE
ed il medesimo s'intende del calore generato | razionale, dove il calor nostro elementare con
dal moto locale e di tutti gli altri. suma e distrugge tutte le cose a cui s'appiglia.
Quarta. Tutte le cose che si generano, si Dunque essendo le operazioni diverse più che
generano da un univoco, cioè da una cosa della di genere, non potranno le sostanze essere
medesima specie, come dice Aristotile nel do della medesima specie; e così il calore del cielo
dicesimo della prima Filosofia. I calori si ge e quello del fuoco saranno calori equivoci, e
nerano da cose differentissime, generandosi dal non univoci, cioè avranno il medesimo nome
cielo, dal fuoco e dal movimento locale, co solamente, ma non già la medesima diffinizio
me s'è mostro di sopra, e meglio si mostrerà ne. Ed il medesimo potremo dire del calore
di sotto. Dunque non sono d'una medesima appropiato e nativo, e dello strano ed avven
specie. E per queste ragioni principalmente tizio; conciossiachè uno come naturale conservi
dicono che i topi e gli altri animali generati e vivifichi, l'altro come innaturale distrugga
di materie putride e corrotte, non sono della ed ammazzi. E chi potrebbe creder mai, che
medesima natura e spezie che i topi ed altri il calore del sole che imbruna e fa neri gli
animali generati di seme; la qual cosa noi cre uomini (come testimoniano i Mori) fosse il me
diamo essere vera come proveremo lungamente desimo, che quello del fuoco che non cagiona
e chiaramente (Dio concedente) nella quistione cotali effetti? O chi dubita che il calore del
propia. Nella quale ci serviremo di tutti que fuoco mai non potrebbe maturar l'uve come fa
sti medesimi argomenti: ed a questo effetto quel del sole? Dal che seguita manifestamente
ancora mi sono disteso e distenderò in que che i calori non siano i medesimi, nè d'una
sto luogo, così nel provarli ora, come poi nel stessa specie tra loro, ma diversi.
riprovarli, affine che uno stesso tempo ed una Settima. Come le specie del fuoco sono di
fatica sola serva ed a questa quistione ed a verse, perciocchè altro è il fuoco senza fiamma,
quella, per non avere a ridir sempre le cose come nei carboni accesi, ed altro è la fiamma,
medesime. Altramente bastava qui mostrare la la quale non è altro che fuoco acceso; così
diversità del significato di questo termine e debbono essere diverse le specie nascenti da
voce calore, benchè molti (non essendo eser essi fuochi. Ma che più ? Non è altro il fuoco
citati) parte non m'avrebbero inteso, parte sa puro nella spera ed elemento suo propio, il
rebbero rimasi dubitosi e non meno incerti quale non cuoce e non risplende, o pochissi
che prima, avendo sempre paura di questi stessi mo, ed altro il fuoco nostro terrestre mesco
o d'altri argomenti simili, i quali medianti que lato e non puro, il quale risplende e cuoce?
sti si scioglieranno agevolissimamente. E però Così dunque altro sarà il calore che nasce in
passeremo alla quinta ragione. un modo e da uno agente, ed altro quello che
Quinta. Il fuoco è caldo e secco, o piutto nasce in un altro e da un altro agente. E che
sto caldissimo e secchissimo: l'aria è calda ed il fuoco come si spegne, così ancora nasca e si
umida; l'umidità e la siccità sono differenti di produca in più diversi modi agevolmente, è ma
specie: così dunque devono essere differenti nifestissimo a ciascuno: perciocchè (oltre che
di specie il calore del fuoco ed il calore del un lume solo ne può accendere infiniti) rac
l'aria: perciocchè il calore del fuoco ricerca conta Lucrezio, poeta leggiadrissimo e filosofo, s
ed ha bisogno della secchezza, ed il calore del che nel principio del mondo si trovò il fuoco
l'aria ha bisogno e ricerca l'umidezza, ed il ca a caso, uscendo dei rami degli alberi piegati i
da venti, e strofinandosi l'uno all'altro cotali º
lore dell'aria ha bisogno della secchezza, ed
il calore dell'aria ha bisogno e ricerca l'umi favilluzze accese. Nè è dubbio (come ne mo
dezza. Ed il medesimo diremo del calore pro stra il dottissimo e coltissimo Sannazzaro nella
a,
pio ed interno, il quale ha bisogno dell'umido sua coltissima e dottissima Arcadia) che fre
a
radicale onde si pasca, non altramente che la gando insieme per buona pezza alloro ed edera
fiamma dell'olio, o d'altro simile nutrimento, si caccia fuori del fuoco. E chi non ha veduto
senza il quale non viverebbe; e così vengono alcuna volta accendersi il fuoco dagli specchi º
ad essere di specie e materia diversa l'uno concavi, rivolti verso la spera del sole per li
dall'altro tutti quanti. raggi che si congiungono ed uniscono ad un º
Sesta.Le sostanze che sono le medesime, hanno punto solo? Accendesi ancora il fuoco dal mo
necessariamente le medesime operazioni, e fan vimento locale, mediante la rarefazione e il dis
no i medesimi effetti. Onde noi (procedendo gregamento dell'aria quando si spezza, e trita
sempre ciascuna cognizione nostra dai senti come si vede nelle pietre focaie battute dal
menti e non mai d'altronde) non avemo mi fucile e negli strali che hanno il verrettone (1)
glior via a conoscere qualunque cosa che con e la punta di piombo, o altre cose somiglianti,
siderare l'operazioni e gli effetti d'essa; e quelle che tratte per l'aria velocemente si riscaldano
cose, le operazioni delle quali sono diverse e ed alcuna volta si struggono in quel modo,
differenti, sono anch'esse differenti e diverse e per quelle ragioni che avemo dichiarato al
tra loro. Ora chi non vede che gli effetti del trove bastevolmente. Pare adunque necessario
calore solare sono diversissimi da quelli del non che ragionevole che i calori, i quali na
calore nostro elementare? Conciossiacosachè il scono da tanti e tanto diversi fuochi, non pos
calore celeste è perfettivo e salutevole a ma
raviglia, dando alle piante la vita vegetativa, (1) Specie di freccia grossa che lanciavasi colla balestra;
agli animali bruti la vegetativa e la sensitiva, onde Giovanni Villani: Cominciarono a saettare con loro ver
ed agli uomini la vegetativa, la sensitiva e la rettoni, cu)
SUI CALORI 39
sano essere nè i medesimi, nè d'una medesima essere contrari, poichè scacciano ed ancidono
specie. Oltre questo chi potrebbe mai farsi a l'uno l'altro; ed i contrari, non che siano i
credere che il calore del sole, il quale è vir medesimi o della spezie medesima, non possono
tuale e non formale (conciossiacosachè il sole stare insieme in un luogo medesimo. Nè si ma
non sia nè caldo nè freddo) sia il medesimo ravigli o sbigottisca alcuno, se non intende che
col calore elementare, il quale è caldissimo, cosa sia calore naturale o calore strano, per
sebbene non riscalda? Il che gli avviene per chè questi termini e tutti gli altri si dichiare
la grandissima radezza sua, e conseguentemente ranno nella seconda parte lungamente, senza
per la pochissima materia, essendo il più rado la quale non si può intendere nè questa pri
corpo che si trovi tra tutti i corpi naturali, ma, nè l'ultima, se non da quelli, che non
ed il più leggiero, come la terra suo contrario sono al tutto nuovi e rozzi nelle cose della
è il più denso ed il più grave; ancora che al filosofia e della medicina.
cuni, e tra questi il dottissimo Zimara. e M. Dice ancora il medesimo Arabo nel secondo
Vincenzo Maggio (1) suo discepolo e mio pre capitolo della sostanza del mondo, cioè della
cettore, credevano che il piombo e l'oro sia materia del cielo queste stesse parole in sen
più grave della terra pura. La quale opinione tenza:
(s'io non sono al tutto alieno da ogni buona » Questa voce calore si dice equivocamente
filosofia) è non meno inintelligibile che impos se dal calore del fuoco e dal calore celeste; per
sibile, come può vedere apertamente ciascuno » ciocchè il calore del fuoco corrompe, ed il
che creda che la terra (della pura favello sem » calore de corpi celesti dona la vita vegeta
pre) sia grave semplicemente, e sappia che » bile, sensibile ed animale ». Disse queste
cosa voglia dire semplicemente grave. Ma tor parole e massimamente del fuoco illuminante,
nando alla materia nostra dico, che come i perchè intendessimo del nostro fuoco, il quale
calori di sopra raccontati sono tutti diversi da riluce ed illumina, per lo essere egli in umido
tutti gli altri, così il calore innato e complan denso, dove il fuoco puro nell'elemento e nella
tato essendo secondo natura, è diverso dal ca spera sua non risplende o molto poco per le ra
lore alieno ed acquistato, il quale è contro na gioni dette di sopra. Ora se il calore nostro è
tura. E così di tutti gli altri, i quali dichiare equivoco a quel del cielo, tra l'uno e l'altro è
remo di sotto abbondevolmente, per quanto si la medesima differenza che tra una cosa viva
aspetta all'intelligenza della presente quistione, ed una dipinta, avendo solo il nome comune,
non ci curando in benefizio di quelli che sanno ma la sostanza e la natura diversa.
manco di noi, esser tenuti lunghi e forse stuc Il medesimo autore in quel suo libro, dove
chevoli da quelli che sanno più e massima trattò la medicina, il quale si chiama comu
mente in questa materia. La difficoltà della nemente Collecta, cioè raccolti e ragunamenti,
quale è nata (come ho detto di sopra) dalla nel secondo libro al diciottesimo capitolo la
confusione de' nomi; ed a me non pareva che sciò scritte queste parole medesime nella nostra
gli uomini senza lettere, a quali soli scriviamo, lingua:
avessero potuto riportarne utilità o diletto al i » Il calore naturale è differente di propie
cuno, se non avessimo dichiarato molte cose » differenze in ciascun membro, secondo le
particolarmente. Ed ho voluto non tanto per » operazioni, alle quali egli s'appropia e mas
seguir l'ordine degli altri, quanto per tenere » simamente nelle operazioni del nutrimen
i lettori più attenti, mostrare prima le diffi » to, ed in questo non è alcuno che discordi ».
coltà che sciorle, o dichiarare i vocaboli del Per le quali parole si vede manifestamente che
titolo della quistione, seguendo quell'ordine, il calore naturale ed appropiato è differente
il quale ho giudicato migliore in questa mate non pure da tutti gli altri calori, ma ancora
ria. E però avendo poste infin qui le ra da sè stesso in diversi membri. E benchè si
gioni che potevano in alcun modo traviarci potessero allegare a questo istesso proposito
dal buon sentiero, addurremo ora le autorità che molte altre autorità del medesimo Averrois,
ne potrebbero torcere dal vero. nulladimeno a noi pare che queste debbano
bastare, se per ventura non sono troppe; con
AUToRITA' ciossiachè la sola distinzione dei calori scio
glierà queste e tutte le altre agevolissimamente.
Dice Averrois, il grande Arabo, nel primo com Oltre l'autorità d'Averrois, grandissimo e fi
mento del quarto libro della Meteora queste losofo e medico, sono stati altri così antichi
parole formali nella nostra lingua Fiorentina: come moderni, e tra questi Ugo da Siena (1) di
» Il calore è di due maniere, naturale e non picciola stima e riputazione, i quali hanno
» strano; il naturale opera la generazione, lo creduto e scritto che i calori sieno distinti di
º strano la corruzione ». Di poi soggiugne: spezie; e Gentile da Fuligno (2), medico eccel
sº che l'usanza del calore strano è di spegnere lentissimo, afferma il medesimo nella quistione
se il naturale e risolvere le umidità che gli sono
º per subbietto ». Ora ciascuno sa che la ge
nerazione e la corruzione sono contrarie, on (1) Ugo Benzi, detto sovente Ugo da Siena, celebre me
dico, fiori nel secolo XV, e fu professore in Pavia e in altri
de il calore naturale e lo strano vengono ad Studi d'Italia. Vedi la Storia della Letteratura Italiana del
Tiraboschi, t. III, p. 9 della nostra Edizione. (M.)
(1) Vincenzo Maggi fu in Padova maestro di filosofia del (2) Gentile da Fuligno, chiamato il divino medico, fiori
Varchi. (M.) nel secolo XIV. Vedi il Tiraboschi, t. II, p. 326. (M.)
4o LEZIONE

che egli fece della febbre; dove s'ingegna di questo ordine e modo di provare il numero
provare che la febbre consiste di due calori, l degli elementi fu veramente divino. Il quale si
naturale e strano, non essendo altro che un ca mandi alla memoria diligentemente, perchè (co
lore strano aggiunto sopra il naturale. La qual me si vedrà di sotto) è argomento fortissimo
cosa è riprovata con grandissima e manifesta e dimostrativo a provare che tutti i calori siamo
ragione; conciossiachè la febbre è il medesi un medesimo.
mo calore naturale, ma acceso e mutato in Ora venendo alla sposizione dei termini, non
fuoco, cioè divenuto improporzionato ed igneo, mi parrà nè faticoso, nè disonorevole in pro'
ovvero focoso. Fece ancora il medesimo dot di coloro, che non sono esercitati, discendere
tore una lunghissima disputa, se il calore pro alla dichiarazione di molte cose, ancora che
dotto dal sole, e quello prodotto dal fuoco sono basse e notissime a quelli che sanno. Dico
di diverse spezie, e conchiude risolutamente che dunque che qualunque cosa, la quale è dif.
si, allegando per prova di questa sua opinione ferente da un'altra, è differente in uno di que
Averrois nel fine del secondo capitolo della so sti tre modi, o di numero o di spezie o di ge
stanza del mondo ovvero materia del cielo. E nere, come si è detto altra volta. Differenti di
qui porremo fine alle autorità per non essere numero si chiamano tutte quelle cose che sono
lunghi ancora dove non fa di bisogno; e ver d'una medesima spezie e conseguentemente di
remo alla seconda parte principale, nella quale un genere medesimo; come, esempligrazia, So
consiste il tutto. crate e Platone, i quali convengono nella spe
zie, perchè amenduni sono uomini: conven
PARTE SECONDA gono ancor nel genere, perchè amenduni sono
animali, cioè sostanza animata, sensitiva; ma
Prima che io venga a dichiarare il titolo della discordano in numero solamente, perchè sono
quistione particolarmente secondo quell'ordine due e non uno; e questa è la minor differen
che ne parrà più confacevole al proponimento za, che possa essere tra una cosa ed un'altra,
nostro, noteremo per più chiara intelligenza perchè le cose che non discordano in numero
di tutta questa materia, che quelle qualità che sono una medesima a punto e non più. Diffe
si chiamano da filosofi qualità prime, onde renti di spezie si dicono tutte quelle cose, le
nascono tutte le altre, sono quattro senza più: quali sono sotto un genere medesimo, ma non
il calore, ovvero la caldezza (per farle tutte sotto la medesima spezie, come l'uomo ed il
femminime, e d'una terminazione medesima), la cavallo: i quali convengono in genere, perchè
freddezza, la secchezza e l'umidezza. Delle quali l'uno e l'altro si chiama ed è animale; ma di
le prime due cioè la caldezza e la freddezza scordano nella spezie, perchè l'uomo è razio
sono attive, cioè fanno ed operano; e le altre nale ed il cavallo no. E sempre le cose, che
due, la secchezza e l'umidezza, sono passive, sono diverse di spezie, sono ancora necessa
cioè patiscono. E si chiamano così, non perchè riamente diverse di numero, come è chiarissi
anco le prime non patiscano o le seconde non mo. Differenti di genere si nominano tutte
facciano ed operino, ma perchè nel mescolarsi quelle cose le quali non sono sotto un genere
insieme e generare i misti, quelle hanno ragione medesimo, ma diverso, come un uomo o altro
di forma, e queste di materia, benchè diver animale ed una pietra; i quali non si compren
samente ciascuna in quel modo che s'è detto dono sotto uno stesso genere, conciossiachè
altrove lungamente. E di queste qualità sono gli animali vivono e sentono e la pietra no. E
composti gli elementi. - sempre le cose che discordano di genere di
E perchè esse non sono, se non quattro, però scordano anco di necessità di spezie e di nu
sono quattro gli elementi, non più; perchè mero; e questa è la maggior differenza che possa
secondo la regola de matematici, di quattro essere tra due cose, benchè alcune si dicono
qualità non si può fare più di sei combinazio esser differenti più che di genere, come disse
ni, due delle quali non consistono (come dicono il filosofo di corruttibile ed incorruttibile. E
i filosofi) cioè sono inutili ed impossibili; e qui intendiamo del genere fisico cioè naturale,
queste sono il caldo ed il freddo ed il secco e non del genere loico; conciossiache nella
e l'umido, i quali per lo essere totalmente con loica tutte le sostanze sono sotto il medesimo
trari non possono trovarsi nè stare insieme. predicamento; e così animale e pietra, loicamente
Dell'altre quattro possibili ed utili, il caldo parlando, sarebbero sotto un genere medesimo,
e secco costituiscono il fuoco, il caldo ed umido cioè nel predicamento della sostanza. E perchè
l'aria, il freddo ed umido l'acqua, il freddo chi non intende che cosa sia genere e che spezie,
e secco la terra; e così ciascuno elemento ha non può bene intendere questa divisione e dif
due di queste prime qualità. È ben dubbio, se ferenza, però dovemo sapere che il genere è
amendue sono in sommo cioè intensissime, uello (come s'è dichiarato nelle cinque voci
in guisa che il fuoco sia caldissimo e secchis i Porfirio) il quale si predica in che, cioè si
simo e così degli altri tre; oppure una ve ne dice di più cose; le quali cose sono differenti
sia, una intensissima e l'altra rimessa, di ma tra loro non solamente di numero, ma ancora
niera che la terra sia freddissima, ma non già di spezie, come questa voce animale, la quale
umidissima e cosi degli altri. Ma perchè questo si dice in che e predica, siccome degli uomi
non serve a noi in questo luogo lasceremo (sen ni, così di tutti gli altri animali parimente,
za disputarne ora altramente) che ogni uomo i quali sono differenti tra loro, non solo di
creda quello che gli piace più; e diremo che numero, ma di spezie. La spezie è quella, la
SUI CALORI 41
mute
quale si dice e predica in che di più cose; le Nel terzo luogo di materia, e non di forma
ſulle quali cose sono differenti solamente di numero, come un anello d'oro ed uno d'argento o di
thea piombo; e questa differenza è menomissima,
ma non già gli spezie, come questa voce uomo;
e cosi lione e cavallo ed altri tali, perchè tutti e però si chiama per accidente, come si può
in conoscere nel decimo della Metafisica al testo
gli uomini sono d'una spezie medesima, perchè
tutti sono razionali, e così tutti i lioni, perchè del commento ventesimoquarto. Onde è da sa
iniº tutti ruggiscono, come tutti i cavalli rignano ed pere, che come alcuna differenza è generica,
annitriscono. Ma è ben vero che come si trovano e alcuna specifica, e alcuna numerale, secondo
caº
generi di due maniere, genere generalissimo e che le cose sono differenti o di genere, o di
bra a
genere subalterno, così si trovano di due sorti spezie, o di numero; così alcuna si chiama
spezie, spezie subalterna e spezie spezialissima. differenza essenziale, o vero sostanziale e que
e ſi
Del genere generalissimo, il quale è sempre sta è vera, e propia differenza; ed alcuna si
l . genere e non mai spezie e del genere subalter chiama differenza per accidente, o vero acci
ni; no, il quale è ora genere e quando spezie, non dentale, e questa non è propia, e vera differen
tri
occorre favellare in questo luogo più distesa za, perchè non è differenza intrinseca, o vero
shes
mente. La spezie subalterna si chiama quella interna, come la prima, ma estrinseca ed ester
spezie la quale può essere e genere e spezie, na. E però quelle cose, le quali non sono dif
taº rispetto però a diverse cose. E considerata va ferenti nella sostanza ed essenza, o vero natura
ills riamente chiamasi genere, quando s'ha risguar loro, ma negli accidenti, si chiamano esseri
do alle cose inferiori e che le sono sotto: chia differenti estrinsecamente e non intrinsecamen
gia te, e cotali differenze sono improprie e di pic
masi spezie quando si considerano le cose su
ri; -
periori, e che le sono sopra. Come (per cagion ciolissimo momento.
d'esempio) questa voce uccello è spezie su E perchè gli esempi dichiarano le cose me
balterna, cioè può essere ora genere ed ora glio che le parole, dovemo sapere, che il
spezie, perciocchè uccello considerato verso le latte ed il sangue non sono differenti essen
cose che gli sono di sopra, cioè rispetto ad zialmente, ma accidentalmente, come n'inse
animale, non è genere ma spezie, conciossia gna Aristotile nel quarto libro della Generazio
chè tutti gli uccelli sono animali; ma se si con ne degli animali, nel quarto e quinto capitolo;
sidera l'uccello verso le cose che gli sono di perciocchè il latte è sangue non corrotto, ma
sotto, cioè rispetto o al tordo o al beccafico, più digesto e meglio smaltito. Similmente il
non è spezie ma genere, perchè li comprende mosto ed il vino sono differenti accidentalmente,
tutti, essendo tutti i tordi e tutti i beccafichi e non essenzialmente, perchè la mutazione,
uccelli e così degli altri. Spezie spezialissima che si fa dal mosto al vino nel bollire e cuo
si chiama quella spezie, la quale è sempre spe cersi, è accidentale, e non muta la spezie se
zie e non mai genere, come uomo, cane, lupo condo i filosofi. Dico secondo i filosofi, perchè
ed altri innumerabili; perciocchè tutti gli uo i teologi tengono il contrario tutti quanti, onde
mini non sono differenti d'altro che di nu disputano se si può, ed è lecito consacrare nel
mero, e così tutti i cani e tutti i lupi ed altri mosto, come col vino, e rispondono di no; per
tali quasi infiniti. E benchè queste cose non ciocchè il vino ed il mosto sono differenti
meno lunghe che fastidiose si siano dichiarate di spezie secondo loro. E così dovemo osser
abbondantissimamente ne'luoghi propi, tuttavia vare noi cristiani, quantunque i filosofi dicano
è stato necessario il ripigliarle brevemente, per altramente; e non solo in questa, ma in tutte
che in altro modo non avremmo inteso mai che le cose, che concernono la fede ed apparten
cosa volesse dire i calori essere d'una mede gono alla santissima religione cristiana ed al vero
sima spezie spezialissima. Nè m'è nascoso, che culto divino, semo obbligati a credere più a
quelli, che non hanno studiato mai loica, non una sola autorità di qual si voglia teologo cri
intenderanno molte cose, del che si deve por stiano, che a tutte le ragioni di tutti i filosofi
tar la colpa non a me, od alla povertà della lin gentili, per le cagioni che altrove si sono dette.
gua toscana, ma alla durezza ed oscurità della Ma tornando a nostri esempi, l'uomo e la
materia; del che è segno manifestissimo, che nè donna, sebbene sono differenti in molte cose,
anco i letterati l'intenderanno, se non saranno sono però d'una spezie medesima, secondo i
esercitati prima nelle scienze e spezialmente più veri filosofi ; perciocchè quelle differenze
nella loica, senza la quale non s'intende ve: non sono intrinseche ed essenziali, ma acciden
ramente cosa alcuna o non si conosce d'inten tali ed estrinseche, come altra volta provere
derla. E brevemente senza la dimostrazione, si mo. Ora, benchè quanto alla differenza delle
può avere opinione vera di molte cose, ma non differenze, si potessero dire infinite cose, trovan
già scienza e certezza di nessuna. dosene delle separabili, e di quelle che non si
Notaremo ancora che una cosa può essere diffe possono separare dalle divisive e dalle costitu
rente da un'altra in tre modi. Primieramente di tive, nondimeno al proponimento nostro ba
forma e di materia, come sarebbero una statua di stano queste che si sono dette; le quali si
bronzo, ed una fonte di marmo; e questa diffe tengano bene a mente, perchè senza esse non
renza è grandissima. Secondariamente di forma, potremmo intendere in che modo tutti i calori
e non di materia, come un tegolo ed un embri siano e diversi tra loro e simili, anzi un me
ce, o una credenziera ed uno scannello, perchè desimo tutti quanti. Il che affine che meglio si
hanno amenduni la medesima materia, ma la conosca, divideremo e dichiareremo a uno a uno
forma diversa; e questa differenza è mezzana. tutti i calori.
VARCHI 6
LEZIONE
42
altra in molti modi, tra i quali più calda si
DEI CAL0n1 chiama quella, la quale ha più gradi di caldo;
onde un'erba, la quale è calda in terzo o in
Come appresso i Latini questo nome calidum, quarto grado, è più calda d'una, che sia calda
significa ora l'astratto, cioè il calore ovvero la in primo o in secondo, e così di tutti gli altri
calidità ed ora il concreto, cioè una cosa calda somiglianti. Chiamasi ancora più caldo quello,
(il che fa ancora questa parola Seppuòs appo il quale sebbene non ha più gradi di caldezza,
i Greci), così nella lingua toscana questo nome ha però in un certo modo maggior caldo e più
caldo significa medesimamente ora qualità, cioè intenso, per lo essere egli in materia più densa;
il calore stesso, ovvero la caldezza, ed ora so perchè quanto ciascuna cosa è più densa, tanto
stanza, cioè un corpo caldo. Onde tanto viene ha in sè più di materia e dove è più di materia
a noi a dire caldo in sostanza, quanto calore, è anco più di forma, perchè sempre in maggior
ovvero caldezza, e caldo in aggettivo, quanto quantità è maggior virtù, onde un ferro ro
appo i Latini calidum, ovvero Sepads appoi vente e bene affocato si dice esser più caldo;
Greci, benchè nella nostra lingua per lo avere ed in vero cuoce più che il fuoco stesso, non
anch'ella gli articoli come la greca, è più che in verità sia più caldo in quanto a gradi,
agevole lo sprimerlo ed il conoscerlo, che non ma perchè è più riscaldante, essendo più denso
è nella latina, la quale manca degli articoli. e più sodo. E questo è il maggior argomento
Perciocchè quando è sostantivo, e significa l'a- ed esempio, che alleghino quelli che si cre
stratto, cioè l'accidente, se gli pone comune dono e vogliono, che l'oro sia più grave della
mente l'articolo dinanzi, e dicesi il caldo; ma terra pura; il quale quanto sia vero e possi
quando è aggettivo, e significa il concreto, cioè bile in quel caso, conosce benissimo ciascuno
la sostanza, si dice caldo senza articolo. Nè si che sa che la terra vera è freddissima e sec
meravigli alcuno, che un vocabolo stesso si chissima, e per conseguente densissima. E chi
gnifichi due cose tanto diverse, quanto sono la dubita che tutte le cose tanto sono più o
sostanza e l'accidente, perchè oltre che i nomi meno gravi, quanto elleno più o meno par
son pochi, rispetto al grandissimo numero delle tecipano dell'elemento della terra? Chiamasi
cose, l'uso o piuttosto l'abuso ha, come testi ancora più caldo quello il quale, per lo es
monia Galeno in questo proposito medesimo, sere più secco, riscalda più; perciocchè la
forza maravigliosa in tutte le lingue. E M.Tullio secchezza aguzza il calore e lo fa più intenso.
usava dire, che s'aveva a favellare come il E in questo modo diciamo che un giovine è
volgo ed intendere come i pochi, e mai non si più caldo d'un fanciullo, perchè è più secco,
debbe quistionare de' nomi, quando le cose avendo manco umido; sebbene nel vero tanto
son chiare. caldo è in un fanciullo, rispetto a gradi, quanto
E però lasciati i nomi, diremo che una cosa in un giovane; intendendo del caldo in astrat
può essere calda in due modi in atto, come è to, cioè quando è qualità semplice, e così ac
il fuoco, ed in potenza. E questo può essere cidente e non sostanza. Chiamasi ancora più
in due modi medesimamente; perciocchè il ferro caldo quello, il quale, avvenga che non si ri
e tutte l'altre cose che si possono scaldare di scaldi più, ha però in sè e contiene più ab
fuori, cioè da uno agente estrinseco, si chia bondanza e maggior quantità di corpo caldo.
mano calde in potenza. Alcune altre cose si Chiamasi ancora più caldo quello il quale, o
chiamano anche elle calde in potenza, non piuttosto e agevolmente si riscalda, o più tardi
perchè abbiano bisogno del caldo di fuori, e malagevolmente si raffredda. E chi non sa
ma perchè hanno bisogno d'alcuna cosa, che che l'acqua bollita cuoce più che la fiamma,
le riduca dalla potenza all'atto, come è il e la fiamma dall'altra parte abbrucia e strugge
pepe e molte erbe e altre cose, le quali a toc molte cose, il che non può far l'acqua, ancora
carle ci paiono fredde, ma masticate ed in che caldissima?
gojate da noi ci riscaldano maravigliosamente, Ma basti infin qui aver detto del caldo preso
essendo state attuate, cioè ridotte dalla potenza denominativamente ed in voce aggettiva. Ven
all'atto dal calore naturale, come si dice delle ghiamo omai a trattare del caldo preso sostan
medicine calde. E questo avviene per quella tivamente, e raccontiamo tutte le spezie sue,
proposizione grandissima del filosofo che dice, le quali sono tre principalmente; caldo solare,
che niuna cosa si può ridurre dalla potenza caldo elementare e caldo naturale, de'quali tutti
all'atto, se non da una qualche cosa, la quale favelleremo particolarmente con più chiarezza
sia tale in atto. È ancora da avvertire, che una che sapremo.
cosa si chiama calda in due modi, virtualmente
come il sole il quale non è caldo, nè in atto DEL CALORE SOLARE

nè in potenza, sebbene è cagione col movi


mento e lume suo di generare il caldo, e for In due modi produce il sole e genera caldo in
malmente come il fuoco il quale è caldo in queste cose basse e corruttibili, col movimento
atto per la sua propria forma e natura. E per suo e col suo lume, ed in amendue questi
non lasciare in dietro cosa alcuna, che ne possa modi riscalda, non per sè ma per accidente;
apportare in nessun modo frutto veruno, di tuttocchè non solamente S. Tommaso, ma
remo insieme con Aristotile nel secondo capi Averrois ancora par che vogliano che il moto
tolo del secondo libro delle parti degli animali, riscaldi per sè e di sua natura e non acciden
che una cosa si può chiamare più calda di un' talmente, come si può vederc nel secondo li
SUI CALORI 43
bro del Cielo al testo del commento quaranta che i raggi riflessi solamente cagionino il caldo,
due. E perchè altrove s'è dichiarato qual moto ma i riflessi con i diritti: e così ambedue insieme
riscaldi, e per che ragioni, e con quante condi generano il caldo e non separatamente gli uni
zioni, diremo qui solamente che non solo il senza gli altri. E perchè il lume non riscalda per
moto del sole è quello che riscalda, ma quello sè, e naturalmente, cioè come lume ma acciden
del sole insieme con quello degli altri pianeti talmente, cioè come riflesso, quinci è che la state
e dell'ottava spera, e così di tutto l'aggre è maggior caldo che non è il verno, a mezzo
gato, cioè di tutto il cielo, perciocchè il moto di che la mattina, di buon'ora o la sera al
che riscalda non è il moto propio dei piane tardi. Perciocchè quanto gli angoli sono più
ti, il quale è da Occidente a Oriente, ma il acuti, tanto producono il caldo maggiore, come
moto diurno, il quale è da Oriente a Occiden si vede la state e di fitto meriggio; e quanto
te. E così non il moto del sole è quello che sono più ottusi, tanto generano minore il caldo,
riscalda ma quello del firmamento ed ultimo come si vede d'inverno, e la mattina per tempo
cielo, il quale muove tutti i pianeti, onde è o la sera. E chi non conosce che quanto gli
chiamato dagli astrologi moto violento, se bene angoli sono meno ottusi, ovvero più acuti, tanto
è naturalissimo, non essendo in tutte le cose meno d'aria si racchiude e intraprende tra il
celesti violenza nessuna, onde il moto del pri raggio retto ed il riflesso e per questo più to
mo mobile è quello che genera il caldo, non sto e più agevolmente si riscalda? Questa me
quello del sole. Ma si chiama caldo solare, desima ragione fa che i monti altissimi, i quali
perchè, come dice Aristotile medesimo nel pri ragionevolmente dovrebbero essere molto caldi,
mo libro della Meteora e nel secondo del Cie essendo più propinqui al sole ed al movimento
lo, il sole è principalissima cagione del caldo, del cielo, sono nientedimeno freschissimi; per
sì per essere non solamente più sodo e più chè l'angolo della riflessione o non v'arriva,
denso, ma eziandio più lucido, più veloce e o, se v'aggiugne, v'arriva meno acuto, allargan
maggiore di molti pianeti. Ma perchè queste dosi sempre di mano in mano e comprendendo
parole sono piene di dubbi e difficoltà gran maggiore spazio, onde non è così possente come
dissime non dichiarate da nessuno autore che presso a terra, e però sono più caldi i luoghi
io sappia, ci serberemo a favellarne un'altra piani e bassi che gli alti e rilevati non sono.
volta più risolutamente. E ci basterà sapere E se alcuno dubitasse perchè le notti di state
qui che il moto del sole o piuttosto del cielo sono calde, se il caldo viene dalla riflessione
non arriva più giù che al principio della se e dal riverberamento de'raggi del sole o per
conda regione dell'aria, cioè fornisce nella chè sentono ancora caldo quelli che sono al
sommità de' più alti monti dove fornisce la se rezzo, sebbene lo sentono minore di quelli che
conda regione, e comincia la terza, come ave stanno al sole, essendo l'ombra privamento di
mo dichiarato ampiamente nei principi della Me lume; si risponde al primo, che l'aria notturna
teora al benignissimo e serenissimo Duca di ritiene del caldo del giorno, onde si va sem
Firenze, signor nostro e padrone sempre osser pre più rinfrescando continuamente, oltra che
vandissimo (1). il lume delle stelle riscalda ancor esso, come
E questo basti del primo caldo che si ge si dirà di sotto. E però, diceva il Filosofo, che
nera mediante il movimento del sole in que le notti erano più calde quando la luna era
sto mondo inferiore. piena, come si vede non solamente nella quin
Il secondo caldo si genera mediante la ri tadecima ma ancora nei quarteroni: della
flessione e ribattimento de'raggi solari, ed ho qual cosa fanno in dubitatissima fede non pur
detto segnalatamente mediante la riflessione, gli animali, ma le piante che sono allora più
perciocchè il lume è qualità spirituale e non sugose e di maggior vigore che a luna secon
passione corporale in guisa che il lume come da, perchè quel caldo lunare eccita e vivifica
lume, cioè per sè, e di sua propria natura non il caldo naturale, tanto nelle piante, quanto
può esser cagione di riscaldare, ma riscalda per negli animali; e così la luna ha più che fare
accidente, cioè come riflesso e ripiegato, cioe co granchi, che la gente volgare non si pen
ribattuto e ripercosso dalla terra; onde i raggi sa. Al secondo dubbio si risponde, che l'ombra
diritti non riscaldano, perchè altramente la re (oltracchè l'aria circonvicina riscalda) non è
gione mezza dell'aria sarebbe calda ove ella privazione del lume semplicemente, ma del
è fredda. E chi mi dimandasse quale è la ca primo, o secondo, o terzo lume; le tenebre
gione che il lume non riscaldi se non si ri poi ovvero il buio s'oppongono privativamente
batte e ripiega, conciossiachè i raggi diritti al lume. Il che acciò s'intenda meglio, dovemo
siano più forti e di maggior possanza che i ri sapere che tra lume e luce è differenza, per
flessi, gli risponderei questo avvenirgli per la chè la luce è una qualità che si ritrova nel sole
propria natura sua cosi fatta, non altramente ed in tutte altre cose lucide, come nel fuoco
che l'uomo è risibile per sua natura propia e nostro; ed è quella che cagiona e produce il
non per altra ragione. Nè dovemo però credere lume, il quale è una qualità speziale, cioè la
spezie ed il simulacro d'essa luce (benchè San
Tommaso e molti altri dicano altramente), onde
(1) È certo, che il Varchi compose un'opera sotto il titolo
di – Principi della Meteora, all'Eccellentissimo cd Illustris il simulacro e la spezie della luce si chiama
simo Signor Cosimo de' Medici, Duca di Firenze; – ma lume primo: il simulacro poi del primo lume
essa non fu mai pubblicata, e anco il MS. ne andò perduto. si chiama lume secondo: il simulacro del secondo
(M.) si chiama lume terzo. Nè però si procede in
44 LEZIONE

infinito, perchè ciascun lume indebolisce sem per l'avere poco di materia, onde si spegne e
pre e si fa minore tanto che manca del tutto ; manca in molti modi agevolissimamente. E per
e così l'ombra non è privazione d'ogni lume, questo la natura, la quale sebbene non conosce
ma il buio ovvero le tenebre sono quelle che nulla, è però indiritta da Chi conosce tutte le
s'oppongono privativamente a tutti i lumi. E cose, ordinò prudentissimamente che egli si po
così avemo veduto che la luce genera il lume, tesse generare per molte vie, come si disse di
la qual generazione si fa in istante, e senza sopra. E se alcuno dubitando dimandasse, onde
tempo alcuno, perchè l'illuminazione è forma noi sappiamo che questo quaggiù sia fuoco,
spiritale senza resistenza, e dove non è resi come quello di lassù, essendo questo nostro
stenza non è successione di tempo, onde il sole nato di fiaccole e di facelline (come diceva
illumina dal Levante al Ponente in un mo Lucrezio) gli risponderei, che questo non ha
mento. Il che si vede ancora nell'illuminazione dubbio nessuno, perchè ha la medesima forma
delle fiamme e fuochi nostri, i lumi delle quali ed il medesimo movimento; le quali cose lo
non si confondono nel mezzo, cioè nell'aria mostrano indubitatamente della medesima spe
(come diceva S. Tommaso), ma rimangono spez zie, come meglio si proverà nella terza parte.
zati, sebbene s'accavallano; il che dimostrano E se egli replicasse: questo cuoce, e quello no,
l'ombre loro, come altrove s'è fatto chiaro. E direi che quello non cuoce: non che non sia
infin qui basti aver detto come il sole produce caldissimo e secchissimo, come questo, ma
due caldi, uno col movimento e l'altro col perchè essendo nel suo luogo propio, è radis
lume, benchè nè il movimento, nè il lume ri simo per la pochezza della materia e subbietto,
scaldino per sè e per natura loro, ma per ac in che si trova, come s'è detto due volte di
cidente, non ostante che molti affermino che sopra. E se egli di nuovo dicesse quello non
il lume riscalda ancora per sua natura pro risplende, e questo sì; risponderei colle cose
pia. Il che disputeremo un'altra volta, perchè dette, che la luce ed il risplendere non con
se volessimo risolvere tutti i dubbi che nascono vengono al fuoco, come a corpo semplice ed
di mano in mano a ogni verso (per non dire elementare, ma come a fuoco che sia mesco
a ogni parola) saremmo forzati d'entrare in una lato coll'umido, in quel medesimo modo che
disputa nuova. Non voglio già lasciare indietro l'acqua non ghiaccia mai pura, ma mescolata
che molti chiamano questo calore del sole ca con un qualche corpo. E senza fallo come il
lore celeste, facendolo un medesimo che il ca ghiaccio non è altro che uno eccesso e soprab
lore del cielo e delle stelle, il quale è cagione bondanza di freddezza (come si prova nel se
di tutte le generazioni di tutte le cose. E que condo libro della Generazione, al testo del com
sti tali pare a me che siano in equivoco ed mento vigesimoprimo), così il fuoco nostro non
errore grandissimo, non distinguendo tra il ca è altro che una soprabbondanza ed eccesso di
lore del sole, e quella divinissima qualità chia caldezza, e questo riscalda non virtualmente
mata calor celeste, o piuttosto tepore etereo; come il sole, ma formalmente, cioè mediante
del quale, per non confondere l'ordine ed la forma e natura sua. Onde i Platonici (come
oscurare questa materia più che ella sia da sè racconta il dottissimo Pico) dicono, che il ca
stessa, indugieremo a favellare nell'ultimo di lore ha nel sole essere casuale, nel fuoco es
questa quistione. sere formale, nel legno acceso o altra materia
somigliante essere participato. E così avemo
DEL CALORE ELEMENTARE veduto che sia il calore elementare che si chia
ma alcuna volta calore igneo, cioè focoso, il
Il caldo elementare è anch'egli di due ma quale sebbene corrompe e distrugge il sub
niere, puro ed impuro. Puro chiamiamo quello bietto suo, cioè la materia dove si trova, è
del fuoco elementare nella spera e propio ele nulla dimeno regolato dall'arte, utilissimo e
mento suo, dove (come s'è detto più volte) necessarissimo alla vita umana; ed ha infiniti
egli non cuoce e non risplende, o assai poco esercizi e non corrompe il subbietto suo ef
per la grandissima radezza del suo subbietto: fettivamente, ma dispositivamente, cioè dispone
onde essendo perspicuo e trasparente, non ci e rende atto il subbietto alla corruzione, e nulla
toglie la veduta delle stelle; e per essere il luogo corrompe, perchè nessuna qualità corrompe il
suo, non ha bisogno d'alcun nutrimento; e di suo subbietto, altramente una cosa potrebbe
questo non diremo altro, avendone parlato lun corrompere sè stessa. Il che è del tutto im
gamente nel libro della Meteora allegato di so possibile per sè, ma non già per accidente,
pra da me. Impuro chiamiamo quello del fuoco perchè sempre l'agente, cioè quello che cor
nostro, il quale è mescolato con altri corpi, ed rompe debbe essere distinto dal paziente, cioè
imporrato (per dir così) d'altre qualità, onde que da quello che si corrompe. Ma venghiamo
sto nostro fuoco inferiore e terrestre essendo in omai al caldo naturale cagione di tutte l'ope
materia densa, non è perspicuo e trasparente co razioni della vita ed anima nostra.
me il puro elementare, ed ha bisogno di conti
nuo nutrimento onde possa continuamente ge DEL CALORE NATURALE

nerarsi e quasi rinascere: altramente si spegne,


e muore subito corrotto dall'aere circonstante; Il caldo naturale è una sostanza aerea, acquea,
perchè egli, come è potentissimo ed efficacis vaporosa, calda, la quale è in tutti gli animali,
simo ad operare, per l'avere assai di forma, o per meglio dire animanti, e si genera della
così è debolissimo ed intentissimo a resistere più pura e più sottile parte del sangue in que
SUI CALORI 45
gli animali i quali hanno sangue ; ma nelle sumato tanto dalle cagioni di dentro, quanto
piante, ed in quegli animali che mancano di da quelle di fuori, così mediante il bere si ri
sangue, si genera da una cosa equivalente e stora e rifà l'umido consumato e logoro per le
proporzionata al sangue, cioè dalla più sottile medesime cagioni. E se l'umido che si ristora, si
e pura parte del nutrimento. E brevemente, potesse ristorare delle medesime bontà, che il per
caldo naturale non è altro, che quel fumo o duto, o piuttosto nel medesimo luogo (perchè
vapore che svapora e sfuma dal sangue, men della medesima bontà secondo me non sarebbe
tre che egli si cuoce. Dalla quale diffinizione impossibile) si potrebbe viver sempre, come si
si cava apertissimamente, che il caldo non si può cavare dalla diffinizione che dette Aristo
piglia in questo luogo semplicemente, cioè, come tile della vita. Bene è vero che i filosofi non
accidente, ovvero qualità, ma come caldo natu chiamarebbero vita il caldo naturale, ma piut
rale, essendo una sostanza vaporosa, calda ed tosto vincolo e legame della vita, essendo quello
umida e composta di tutti e quattro gli elementi. che lega, e congiunge l'anima insieme col cor
Perciocchè per caldo naturale s'intende se po. Chiamasi ancora il caldo naturale da Ga
condo Ippocrate, padre e dio della medicina, leno anima, non che sia anima secondo la dif
non solamente lo spirito, ma ancora il sangue, finizione d'Aristotile: ma forse perchè gli Stoici
e quel vapore aereo che è contenuto nelle con pensavano, che il caldo naturale fosse la so
cavità delle membra, il quale non è vero spi. stanza ed essenza dell'anima, la qual cosa è
rito ma vicino a diventar tale. E perchè tutte falsissima, come dimostrammo lungamente nella
queste tre cose concorrono ed aiutano le ope nostra prima Lezione dell'Anima. Ma Gale
razioni naturali, però si possono chiamare, e no il quale mai non si risolve, se l'anima sia
si comprendono sotto il nome di calor natu corporea o incorporea, mortale o immortale,
rale, nè tra loro è altra differenza se non che seguitò varie opinioni in vari luoghi; onde disse,
una è più perfetta dell'altra; conciossiachè, che se il caldo naturale non è pura essenza e
lo spirito è corpo perfettissimo, il vapore ae sostanza dell'anima, egli è il suo propio e prin
reo non è tanto perfetto, ma ha bisogno di cipale strumento.
poca mutazione ed alterazione a farsi anch'e- E così avemo veduto come, e perchè que
gli perfettissimo; il sangue poi è lontano ed sto caldo ha tre eccellentissimi nomi: natura,
ha bisogno di maggiore alterazione, e muta vita ed anima; onde si dice caldo naturale,
zione a divenire spirito. E questo caldo natu animale e vitale. E perchè a questo caldo si
rale ottimamente temperato, è autore di tutte aggiungono diversi epiteti e soprannomi, e cia
le operazioni naturali, perciocchè egli solo ge scuno di loro significa alcuna cosa della natu
nera, accresce e nutrisce l' animale continua ra e proprietà sua, però gli andremo dichia
mente infino all'ultimo punto della vita; egli rando brevemente di mano in mano. E prima
solo non pur digerisce e fa smaltire, ma cura diremo, che egli si chiama caldo or insito, or
ancora e provvede, che il corpo si netti e ren ingenito, ora innato, ovvero nativo, cioè natio,
da mondo da tutte le superfluità e brutture per perchè tutti questi nomi furono usati da La
diverse vie, e con vari modi secondo la varie tini, per esprimere quello che i Greci dicono,
tà e diversità degli escrementi. èu puros, cioè ingenerato ed in somma natu
E per ridurre in brevi parole le moltissime, rale. E chiamasi così, perchè questo caldo s'in
e quasi infinite lodi e virtù, che se gli potreb genera e nasce dal principio del nascimento
bero attribuire meritamente da chi volesse ce di ciascuno del seme paterno e del mestruo
lebrarlo, egli solo fa sempre cose ottime ed della madre, e come il primo dì è caldissimo,
utilissime, e non mai alcuna nè cattiva, nè così l' ultimo è meno caldo, che in tutti gli
dannosa. La cui eccellenza si può ancora dai altri tempi, perchè continuamente si va raf
molti ed orrevolissimi nomi conoscere, che gli freddando e consumando l' umido sostantifico
sono dati, non da medici solamente, ma an continuamente; e quanto il caldo è in materia
cora da filosofi. Primieramente Ippocrate e Ga più densa e più secca, tanto è maggiore, o, per
leno ed Aristotile medesimo lo chiamano al meglio dire, più veemente ed intenso; onde
cuna volta natura, non perchè in verità se gli ne fanciulli il caldo naturale è maggiore, ma
convenga propiamente la diffinizione, che dette ne giovani più acuto, perchè la secchezza aguz
Aristotile della natura nel secondo della Fisica: za il calore. Chiamasi ancora per la medesima
ma si chiama così, perchè è strumento della ragione complantato, quasi che si pianti e na
natura, facendo egli tutte le operazioni natu sca insieme coll'uomo. Chiamasi intrinseco ov
rali, come si disse poco fa. Fu ancora chia vero interno, cioè di dentro, a rispetto e dif
mato da molti vita, forse perchè tanto dura ferenza dello estrinseco ed esterno, il quale è
la vita di ciascuno, e non più, quanto dura quello che viene di fuori, onde è detto calore
il suo caldo naturale; e tanto dura il caldo strano, acquistato ed avventizio. Chiamasi pro
naturale quanto dura l'umido radicale, di che pio, perchè è temperato e commisuratº, e per
egli si pasce e nutre continuamente, non al questo vivifico e salutevole, dove lo strano e
tramente che la fiamma dell'olio, od il fuoco impropio, perchè è stemperato e smisurato, e per
delle legne. E quelli senza dubbio hanno più questo mortifero e nocevole. Onde come quello
lunga vita, i quali hanno più caldo e più umi si chiama appropiato e proporzionato per l'es
do meglio proporzionati, e temperati insieme sere appropiato a ciascun membro e propor
l'un coll'altro. E come mediante il mangiare zionato al suo umido sostanziale, così questo
si rifà e ristora il caldo naturale logoro e con si chiama alieno e sproporzionato, essendo quel
Arº
4, o LEZIONE
lo secondo la natura, e questo contra, ovvero Aristotile nel libro del senso) e sensibile; onde
fuori di natura, onde si chiama ancora inna si vede ancora, secondo Galeno, che il calore
turale e contrannaturale, ed alcuna volta igneo, naturale non è distinto e differente dallo spi
ovvero focoso, benchè non solamente Platone, rito realmente, ma accidentalmente, ed è ben dif.
ma eziandio Aristotile chiamò fuoco il caldo ferente e distinto dal calore influente, che così
propio naturale. Il che fu ripreso e biasimato si chiama quel caldo che viene e corre in guisa
da Galeno: perchè il caldo naturale è umido, di fiume, onde piglia cotal nome, dal fegato e
ed il caldo del fuoco è secco, ed è molto più tem dal cuore mediante il sangue per tutte le mem
perato. Ben è vero, che essendo composto dei bra; il qual caldo non è il medesimo dal prin
quattro elementi, contiene nondimeno più aria cipio della vita al fine, se non come un fiume
e fuoco, che acqua e terra; e per questa ca si chiama il medesimo, sebben sempre corra
gione forse fu chiamato fuoco dai due primi acqua nuova. E però diceva Aristotile nell'ul
iumi della filosofia. È ben da avvertire, che il timo libro della Fisica, che la sanità non è
caldo naturale non opera come il caldo del quella medesima la sera che la mattina, va
fuoco, perchè così sarebbe indeterminato, po riandosi continuamente le parti naturali, ed un
tendo crescere il fuoco quasi in infinito; e da uomo medesimamente non è mai veramente il
una cosa indeterminata non può mai procedere medesimo. E sebbene la forma, cioè l'anima
cosa alcuna determinata, e così non è cagione intellettiva, è sempre la medesima, e per que
del nutrire, crescere e generare per sè, ma co sto si potrebbe dire il medesimo; tuttavia, con
me istrumento dell'anima. E questa è la ca siderato, che l'uomo non è la forma sola, ma
gione perchè essendo egli un solo, opera non la forma e la materia insieme, si potrebbe di
dimeno molte operazioni e molto diverse, per re, essendo variata la materia, che non fosse
chè il medesimo caldo fa smaltire e putrefare, veramente e totalmente il medesimo, benchè
benchè secondo diversi rispetti. E chi non sa, la forma, a mio parere, la quale è quella che
che da uno strumento medesimo si possono dà l'essere, si debba considerare principal
fare molte cose e diversissime? Ma non già da mente. E perchè molti dicono, che il caldo
una medesima cagione, se non per accidente, naturale è nell' umido, dovemo intendere che
come è notissimo; e non pure non è fuoco il non v'è come in subbietto, perchè è sostanza
calore naturale, ma quando diventa fuoco, non (e niuna sostanza può essere in subbietto al
è più calore naturale e proporzionato, ma in cuno), ma v'è come in materia, nella quale si
naturale e sproporzionato, come il caldo della conserva e della quale si pasce continuamente,
febbre. Conciossiachè la febbre non sia altro, E per non lasciare indietro termine alcuno
come si disse di sopra, che il calore naturale mu di quelli che ci sovvengono intorno a calori,
tato in fuoco, cioè diventato igneo, cioè cresciuto dovemo sapere che molte volte i medici ed i
oltra la dovuta misura e convenevole tempera filosofi usano questi vocaboli il calore del
mento; il che può avvenire in più modi come n'in l'ambiente ovvero circondante, ed il calore
segnano i medici. E questo caldo il quale ha la del continente ovvero circonstante. Le quali
sede sua e stanza principale nel cuore, come parole non vogliono significare altro, se non
fonte di tutte le virtù naturali, come si può il caldo del corpo che ne contiene e circonda,
alterare in più modi, così in due si può spe cioè del luogo, e questo è sempre o aria o
gnere del tutto, e corrompere mancando, cioè, acqua ordinariamente; e tutti i calori strani e
per putrefazione: e questa si chiama corruzio che vengono di fuori, sono di questa maniera,
ne violenta, perchè si fa dal suo contrario, onde diciamo che non è caldezza nell'ambien
cioè dal freddo. E però ha bisogno di continuo te, ovvero circondante, cioè nell'aria; e di
nutrimento ed eventazione (per dir così), altra state non è freddezza nel continente o circon
mente diventerebbe tutto fuoco e consumereb stante, cioè nell'aria; e così d'un che fosse nel
be tutto l'umido e nutrimento suo in un trat l'acqua, diremmo che il continente, ovvero cir
to, innanzi che se ne potesse rigenerare del constante è freddo ed umido. E sebben queste
nuovo, e così si corromperebbe e spegnerebbe sono cose basse ed agevolissime, tuttavia sono
da sè stesso, ma per accidente, cioè, mancato necessarie, ed a chi non sa, non par nulla nè age
gli l'umido; conciossiachè niuna cosa possa vole, nè basso; ed io posso fare interissima fe
corrompere sè medesima, se non accidental de che il non averle sapute, fu già cagione che
mente. Ed a questo effetto mandiamo fuori, e io perdessi di molto tempo e durassi molta fa
ritiriamo l'alito a noi continuamente; il qual tica senza frutto nessuno, o mia o d'altrui che
moto è naturale, onde secondo Aristotile non si fosse la colpa. Ma avendo dichiarato in que
è possibile che uno ritenga tanto l'alito, che sta seconda parte tutti i termini della quistio
egli muoia, non essendo questo moto volonta ne e detto che cosa sia calor solare, che ele
rio, ma naturale; benchè Galeno dica di sì, mentare, che naturale, ed in quanti modi si
ed alleghi la sperienza d'uno schiavo, il quale, chiami, e perchè, è tempo di venire omai alla
battuto dal padrone, stette tanto senza alitare, terza ed ultima parte, la quale sarà men lunga
che egli si morì. Vuole ben Galeno, che l'aere e forse men fastidiosa che non sono state que
ricevuto dentro da noi, mediante l'ispirazio ste due prime, ancorchè contenga tutta la con
ne si trasmuti in ispirito, e conseguentemen clusione e sostanza della presente dubitazione.
te si converta in calore naturale, come di
chiara lungamente nel libro dell'uso della re
spirazione (il che è tutto contra la sentenza di
SUI CALORI 47
riamente d'una medesima spezie spezialissima,
PARTE TERZA e questa ragione pare a me che sia efficacis
sima e che dimostri secondo la via peripate
I calori come calori essere tutti un medesimo. tica la qual seguitiamo.
Seconda. La natura come giustissima madre
In tre modi può provarsi alcuna cosa essere di tutte le cose ha ordinato che un contrario
o vera o falsa, per ragioni, per isperienza e non abbia mai più che un contrario solo, in
per autorità. Con tutte queste tre cose prove tendendo dei contrari veri e massimamente di
remo in questa ultima parte, non meno chia stanti e secondo un modo solo, come si prova
ramente che con brevità (se il giudizio nostro nel decimo libro della Scienza Divina al testo
-
non ci inganna) tutti i calori, quantunque e quattordicesimo, come la bianchezza non ha al
qualunque si siano essere della medesima spe tro contrario vero, che un solo, cioè la nerezza.
zie spezialissima, anzi, per più veramente dire, Ora il freddo è contrario al caldo positivamente
essere un medesimo tutti quanti. E prima por e non è se non uno; dunque anco il caldo non
remo le ragioni. è se non uno: dunque i calori sono della me
Ragione Prima. Se i calori non fossero tutti desima spezie, anzi sono un medesimo tutti
d'una medesima spezie spezialissima, ma qua quanti.
lunque di loro fosse diverso e differente di spe Terza. Se si trovassero più caldezze distinte
zie da qualunque altro, ne seguitarebbe che e diverse di spezie, ne seguiterebbe che tutte
gli elementi non fossero quattro, come sono, quante o s'accrescessero parimente, o parimente
ma otto; il che è falso ed impossibile. Dun si diminuissero da un agente medesimo, di mo
que è impossibile e falso che alcun calore sia do che ogni volta che una s'accrescesse e diven
distinto di spezie da qualunque altro. E che tasse maggiore, anco l'altra diventasse mag
la conseguenza sia vera, cioè che gli elementi giore e s'accrescesse e così per lo contrario,
sarebbero otto e non quattro, si prova così. cioè scemando una , scemasse l'altra, o vera
Se alcun caldo fosse diverso di spezie da qua mente che quando una crescesse, scemasse l'al
lunque altro caldo, allora sarebbero due qua tra e così per l'opposito. Ora il primo non si
lità prime nel calore, cioè si troverebbero di può dire, perchè essendo distinte di spezie, non
due ragioni calori; e se fossero due qualità pri è necessario che cresciuta l'una, cresca anco
me nel caldo, sarebbero ancora necessariamente l'altra: il secondo anco non si può dire, per
due qualità prime; nel freddo, cioè si trove chè ne verrebbe, che un medesimo corpo po
rebbero due freddezze diverse; ed il medesi tesse riscaldarsi e raffreddarsi in un tempo me
mo accadrebbe nelle altre due qualità passive, desimo, perchè la caldezza non diminuisce se
- -

cioè si troverebbero due secchezze e due umi non mediante la freddezza, quando si mesco
dezze, e così le qualità prime sarebbero otto e lano insieme, ma questo non è possibile; dun
non quattro distinte di spezie, onde seguirebbe que non è possibile che sia più d'una caldez
che gli elementi fossero anch'essi otto e non za. E così s'è provato per efficacissime ragioni
quattro distinti di spezie. E perchè in tutti e fortissime che i calori tutti sono d'una spezie
sono tutti quanti gli elementi, ciascuno di loro spezialissima, anzi un medesimo. E però ver
sarebbe caldo di due calori, freddo di due freddi, remo alla sperienza a cui tutte cedono le al
e parimente secco ed umido di due secchi e di tre prove e sono di gran lunga inferiori.
due umidi, e così sarebbero manifestamente otto
SPERIENZA
qualità prime, otto complessioni semplici ed otto
umori. Ma, come si disse di sopra, Aristotile
nel secondo libro della generazione, provò che Non solamente i medici procedono mediante
gli elementi erano quattro senza più, e lo provò il senso, onde si chiamano artefici sensitivi, ma
dal numero e dalla combinazione delle quattro i filosofi ancora e chi ha il senso del suo con
qualità prime come nel libro del Cielo l'aveva quelle condizioni che si ricercano dette da noi
provato da movimenti semplici; onde è più nelle lezioni dell'Anima, non ha bisogno di
che manifesto, specificandosi gli elementi dal altre o ragioni o autorità. Stante questo pre
numero delle qualità prime, che se si trovasse supposto verissimo, dice Galeno, nel secondo
un altro calore distinto di spezie, sarebbe neces capitolo del secondo libro delle Complessioni,
sario che si trovasse un altro elemento diverso che non si può trovare alcuno miglior giudice
di spezie da quel del fuoco, nel quale elemento delle qualità tangibili, che il tatto, e non discer
detta spezie di calore distinto fosse primiera ne tra un caldo ed un altro, ma li giudica tutti
mente e per se, come intendono gli esercita d'una medesima spezie, e natura. Dunque non
ti ; chè gli altri non possono capire queste sono diversi e chi negasse questa ragione, o
ragioni, se non con grande studio e difficoltà. prova, negherebbe il senso; e chi nega il senso,
E se si trovasse un altro elemento di fuoco, non pur non è filosofo, ma nè uomo; il perchè
si troverebbe anco di necessità un altro ele è o da non favellare seco o da concedergli ogni
mento d'aria e così d'acqua e di terra, e così cosa. E certo egli non si può fare niuna cosa
sarebbero otto. Ma questo è falso: dunque an nè più vana, nè più ridicola, che disputare con
co quello, d'onde questo seguita, è necessario chi non sa, o nega i principi: il che viene, o
che sia falso, cioè che si trovino due caldi di dalla poca dottrina e sperienza, o dalla molta
versi e distinti di spezie: dunque conchiuden perfidia e persuasione di sè stesso. E quanti
do omai dico, che tutti i calori sono necessa sono coloro i quali non credono che cosa al
48 LEZIONE

cuna sia o vera o possibile, la quale essi o non dunque sapere che la gran moltitudine delle
sappiano o non abbiano veduta ? E però non cose ed il poco numero de vocaboli esse cose
sono tutti gli uomini atti a filosofare come ave significanti è molte volte cagione che un no
mo discorso altrove con più ragioni lungamen me solo significhi diverse cose, le quali hanno
te. E questo non ho replicato in questo luogo comune solamente il nome, ma non già la so
senza proposito, conciossiacosachè molti mie stanza e la natura loro. E questa equivocazione
gano ancora le cose certissime, negando che è moltissime volte di moltissimi e grandissimi
tutti i caldi come caldi non facciano i medesi errori e difficoltà cagione, come si vede in
mi effetti e così siano d'una medesima spezie, molte altre quistioni ed in questa massima
e non credendo che il caldo del sole accenda mente. Perciocchè calore significa alcuna volta
il fuoco. Il che è manifestissimo, non solamente sostanza ed alcuna volta accidente: e sostanza
negli specchi concavi, ma ancora in una gua ed accidente sono due cose tanto differenti,
stada piena d'acqua, volta a dirittura verso i quanto conoscono coloro che sanno che la
raggi del Sole, e si potrebbero mediante que sostanza è nobilissima e perfettissima, come
sti specchi fare effetti mirabili ed a molti in quella che può stare da sè, come ne dimostra
credibili, ma veri nondimeno. E chi non l'ha il nome suo (sebbene non si trova mai senza al
veduto, non crederebbe o malagevolmente che cuno accidente), e l'accidente dall'altra parte
un pezzo di cristallo ardesse tutti gli altri co è imperfettissimo ed ignobilissimo, come quello
lori dal bianco in fuora. Ma qual segno più che in niun modo può stare da sè solo, ma
eerto che vedere, non pure i bachi, che fanno sempre ha bisogno della sostanza, nella qual
la seta, i quali, posti al caldo e nel seno delle sia e s'appoggi. Ora ogni volta che questo no
donne, nascono e ripigliano la vita, ma eziandio me significa corpo ovvero sostanza, ed ogni
le uova, le quali, messe nel forno, o in altri luo volta che significa accidente ovvero qualità,
ghi temperatamente caldi, nascono non altramen egli non solamente non è univoco, cioè non
te, che sotto la chioccia; sebbene molti, non pur significa cose medesime, ma è equivoco, cioè
idioti ed illetterati ma dotti e filosofi, non solo significa cose diverse, non solo di spezie, ma
non lo credono, ma se ne fanno beffe, burlandosi ancora di genere. E questa distinzione fa Ga
di chi lo dice. Ma questo è vizio antico di leno medesimo nel suo Commento sopra il
tutte le lingue, nè si può o debbe volere in quattordicesimo aforismo d'Ippocrate: dicen
segnare a quelli che non vogliono e non sono do che questo nome caldo, significa alcuna
atti ad apparare. A noi basta comunicare libe volta essa qualità semplice, ed alcuna vol
ramente tutto quel poco che sappiamo, lascian ta esso subbietto e corpo caldo. E così l'han
do a ciascuno che creda, dica e giudichi a mo no pigliato tutti quelli che hanno detto che i
do suo, prestissimi ad emendarci e mutare opi calori sono diversi tra loro. Presi in questo si
nione qualunque volta ci sia dimostrata la ve gnificato sono diversi di numero e di spezie e
rità da qualunque persona. E con questo pro di genere, ed il calore d'un uomo è conside
ponimento passeremo alle autorità, delle quali rato come sostanza diverso dal calore d'un
brevissimamente ci spediremo. leone, d'un bue e da tutti i calori di tutti gli
animali, anzi il caldo in un uomo stesso è di
AUToRITA' verso in ciascun membro, facendo diverse ope
razioni: onde il caldo d'un uomo medesimo,
Quanto alle autorità, per non istare a fare che è nello stomaco, è differente di spezie dal
un catalogo di nomi e d'allegazioni senza frutto caldo che è nel fegato. E così sono quasi in
alcuno, dirò solamente che oltra molti teologi, finiti calori, perchè altro è il caldo dello spi
tutti i migliori medici e maggiori filosofi, co rito, ed altro quello del sangue, ed altro
me fra gli altri il Turriano ed il Peretto, e di quello della carne, dico di uno individuo
quelli che ho udito io, il Corte, il Cassano ed ed animale medesimo. Ma preso e conside
il Bocca di Ferro tengono indubitatamente che rato il calore come ed in quanto calore,
tutti i calori come calori, siano d'una spezie cioè come qualità pura, tutti i calori sono
medesima. Ma affine che meglio s'intenda che non pur d' una medesima spezie spezialissi
vuol dire i calori come calori e si veggia aper ma, ma sono tutti uno ed il medesimo, non
tamente, onde è nato l'inganno e l'errore di essendo altra differenza tra loro, che acciden
quelli che li credevano diversi, e come sono tale e nel modo di considerarli. Perchè il me
tutti il medesimo, presi e considerati variamen desimo caldo, se si considera come istromento
te, dichiareremo i significati di questo nome del cielo, si chiama caldo celeste; se come
calore; nella distinzione del quale consiste (co strumento della natura, naturale; se si consi
me dissi nel principio) tutta la difficoltà e lo dera come qualità semplice del fuoco, si chia
scioglimento di questo dubbio, essendo non ma elementare; se come strumento dell'arte
univoco ma equivoco. e regolato da lei, si chiama caldo artifiziale:
e così tutti realmente ed in effetto sono un
IL CALoRE EssER EQUIvoco medesimo, ma si diversificano, secondo che sono
strumenti di diversi agenti ed operanti. Onde
Perchè questo nome calore o caldezza o caldo conchiudendo diciamo, che tutti i caldi sono
che vogliamo dire, è nome equivoco, cioè si un medesimo, considerati e presi nel modo che
gnifica più cose diverse, è necessario narrar avemo detto. Ed a questo fine si disse nel titolo
brevemente che cosa equivoco sia. Dovemo della quistione i calori come calori, cioè in
- SUI CALORI 49
quanto calori e presi per qualità semplice, cioè ciossiachè una pianta della medesima spezie
come accidente e non come sostanza. E così si genera e di seme e di materia corrotta, come
avendo veduto come i calori, come calori se è manifestissimo a ciascuno. Non è vero ancora
condo un significato son tutti diversi e secondo nelle sostanze animate sensitive, cioè negli ani
l'altro tratti un medesimo, il che crediamo es mali bruti, conciossiachè molti animali non tanto
sere verissimo, non ci resta altro che rispon imperfetti, ma ancora dei più perfetti nascono
dere alle ragioni ed alle autorità allegate di di materia putrida e di seme parimente, e non
sopra nella prima parte, affine che a nessuno sono delle medesime spezie, come mostra Ari
resti cagione alcuna di dubitare. stotile nel secondo, decima particola de Pro
blemi, nel problema decimoquinto (credo) e nel
ansPosTE ALLE RAGlori sessantesimo quarto. E benchè molti credono
che i topi ed altri animali generati univoca
Alla Prima. Si niega l'argomento, cioè si ri mente ed equivocamente siano di diverse spe
sponde che non è vero che la diversità del na zie, e che non generino, tuttavia l'opinione dei
scimento diversifichi la spezie; il che si prova migliori è in contrario, come mostreremo nel
per induzione a questo modo. Primieramente luogo suo. E così avemo veduto, che la varietà
segli non è vero nelle qualità prime; concios della generazione non varia la spezie. All'au
siache la medesima caldezza si genera varia torità d'Aristotile diciamo, che ella si debbe
mente e da diversi agenti (come s'è provato intendere negli animali perfettissimi solamente,
di sopra), essendo il medesimo caldo quello, come l'uomo , il cavallo ed in simili altri, i
che si genera dal sole, dal fuoco e dal movi quali non possono generarsi, se non da une uni
mento locale. E sebbene questo è quello di che voco, cioè da un agente della spezie medesima.
principalmente si disputa, tuttavia (avendo pro Sciolto il primo argomento, il quale era for
vato di sopra per ragioni, per esempi e per tissimo, passeremo a sciorre gli altri, che quasi
autorità esser così) c'è lecito di servircene e dipendono da questo. -

necessario il porto e raccontarlo in questo luo Alla Seconda. Si concede che gli effetti e le
go per prova. Secondariamente egli non è vero operazioni de'calori siano diverse, cioè, che il
nelle qualità seconde, perchè una medesima sa calor del sole fa altre operazioni che quelle
nità si può generare dalla natura, dall'arte ed del fuoco, e che il calore naturale fa operazioni
a caso; come si prova nel decimo della Me contrarie a quelle del calore strano. Ma si ri
tafisica; e così è certissimo che quella regola sponde che essi fanno queste operazioni, non
non vale negli accidenti; il che a noi baste come calori semplicemente, ma come calori
rebbe che consideriamo il caldo come acciden tali; cioè il calore naturale non fa tante e tante
te. Ma proviamo ancora seguendo la comin salutevoli operazioni come calore, ma come ca
viata induzione, che elia non vale in tutte le lore naturale; e così il calore strano non di
sostanze. Primieramente ella non vale nelle so strugge e corrompe, come calore, ma come ca
stanze semplici ed elementari, perciocchè il lore strano, cioè come sostanza e non come
medesimo fuoco di spezie si genera univoca qualità; e noi intendiamo de' calori semplice
mente ed equivocamente; univocamente, co mente, cioè come qualità ed accidenti, e non
me da un altro fuoco; equivocamente, come come corpi e sostanze. Dovemo ancora sapere
dal sole e dal movimento locale, come si prova che non tutte le diversità degli effetti argui
nel terzo libro del Cielo. E perchè hanno le scono necessariamente le diversità delle cause,
medesime qualità ed i medesimi accidenti per perchè possono procedere da diverse propor
sè tutti quanti i fuochi ed il medesimo moto; zioni e temperamenti e da diverse materie; on
dunque sono d'una medesima spezie spezia de un medesimo sole o fuoco rassoda il fango,
lissima, perchè l'identità (come dicono i filo ed intenerisce la cera. Quanto al maturamente
sofi) ovvero la medesimità specifica del moto dell'uve, dovemo sapere che il calde del sole
arguisce e mostra la medesimità della spezie. non matura l'uve mediatamente, ma immedia
È che le cose, le quali hanno il medesimo tamente, perchè egli genera in esse certi corpi
moto specifico, siano della medesima spezie cini caldi, i quali a poco a poco mescolano l'u-
spezialissima, provò il Filosofo (1) nel primo mido ed il secco, e così maturano. E quinci è che
del Cielo al testo del commento ottavo. Secon pigiate l'uve e fatto il vino, egli bolle, perchè
dariamente egli non è vero nelle sostanze mi quei corpicini si ragumane e uniscono insieme,
ste inanimate, perchè i metalli si possono fare ma il caldo del fuoco non matura l'uve, per
della medesima spezie dalla natura e dall'arte, chè egli non genera quei corpicini. Quanto ai
come affermano i più approvati filosofi, e noi ghezzi (1), il caldo del fuoco non incuoce, e non
n'avemo trattato lungamente nella quistione fa le carni nere arrostendole come fa il caldo
dell'Alchimia (2). Non è vero ancora nelle so del sole, perchè egli è in sostanza e materia
stanze miste animate d'anima vegetativa; con molto più crassa: onde il suo caldo o l'aria
riscaldata da lui non penetra ne'pori delle co
(1) Intendi qui e più sopra e in altri luoghi Aristotile, tenne, che sono sottilissime come fa quel del
così detto, a parlare co' retori, per antonomasia. . (M.)
(2) Scrisse il Varchi un Trattato d'Alchimia o Archimia,
sole, il quale risoluti quei pori e seccate le
e lo dedicò a M. Bartolommeo Bettini, ricco mercatante, in cotenne, v'induce la nerezza ed arrostimento
casa di cui dimorò, mentre stette a Roma. Quest'operetta si
conserva manoscritta in Firenze, nella libreria de'Signori Gua (1) Ghezzi chiamansi certi corvi bastardi delle montagne
dagni dell' Opera. (M.) di Toscana, che hanno le penne nerissime. (M.)
vARent 7
5o .EZIONE
che noi vediamo spesse volte in quelli che cam teria. E che il nascimento diverso non varii la
minano al sole, o che si bagnano. spezie, s'è mostro di sopra.
Alla Terza. Che questa ragione sia falsa, e Alla Settima. Quella proposizione che tutte le
che una medesima spezie si possa generare uni cose che si generano, si generano da uno uni
vocamente ed equivocamente, s'è dimostrato voco, intesa semplicemente, non è vera, anzi
poco di sopra apertamente, così nelle sostanze falsissima, come s'è detto e provato di sopra,
come negli accidenti e però non replicheremo tanto nelle sostanze, quanto negli accidenti. E
altro. però Alessandro, il gran Peripatetico, diceva,
Alla Quarta. La quarta ragione, quando bene che a voler verificare questa proposizione,
fosse tutta verissima semplicemente ; il che non erano necessarie tre condizioni: prima, che si
è, perchè si debbe intendere della materia intenda dell'agente principale; seconda che si
prossima ed immortale (come dichiareremo pigli non solo l'agente principale, ma il pros
nella quistione propia), o piuttosto essendo vera simo e vicinissimo: terza, che l'agente, oltra
solamente negli animali perfettissimi come di l'essere principale e prossimo, sia anco per sé
chiara il Conciliatore della decima particola, al e non per accidente. Ma ancora osservate que
Problema sessantesimosesto, non sarebbe a pro ste tre condizioni, non è sempre vera. Però
posito, perchè favelliamo de'calori, come ca gli Scotisti dicono che quella proposizione si
lori e qualità, e non come sostanza e corpo, debbe intendere largamente, cioè, o virtual
come s'è detto già più volte. mente, o formalmente. Averrois medesimamente
Alla Quinta. Si concede che la secchezza ed aggiugne a questa proposizione: primo, che
umidezza siano diverse di spezie non altramente ella s'intenda delle generazioni nelle sostanze
che la gravezza della terra e la gravezza del e non negli accidenti; secondo, nelle genera
l'aria; ma si dice che il calore, come calore, zioni che non cessano mai; terzo, che la ge
ricerca sempre la secchezza e non mai l'umi nerazione non sia simile alla generazione cau
dezza. Se il calore dell'aria ricerca l'umidezza, sale. E tutte queste cose arebbero bisogno.
non la ricerca come calore, ma come calore di lunga dichiarazione e vari esempi ed in
dell'aria; e così il caldo naturale ricerca l'u- somma d'un'altra quistione a voler risol
mido sostantifico e nutrimentale, non come ca verle perfettamente. Ma noi per non molti
lore solamente, ma come calore naturale. E che plicare in infinito, le serberemo a un altro
il caldo del fuoco sia della medesima spezie di tempo, e ci basterà dire qui, che questa
quello dell'aria, si conosce manifestamente, per proposizione è vera negli animali perfettissimi
chè il caldo del fuoco accresce e genera il e non nei perfetti e imperfetti. Perchè come
caldo dell'aria come si vede il verno; e la terra si disse nell'Alchimia, alcuni animali per la
bagnata accostata al fuoco, si rasciuga e torna grandissima perfezione loro non si possono in
alla prima secchezza, mediante la secchezza generare, se non in un modo solo, cioè di se
del fuoco. Oltra questo Aristotile nella gene me, e questi si chiamano perfettissimi come l'uo
razione prova, che di duoi elementi, ancora mo. Alcuni per la grandissima imperfezione lo
che manchino di simbolo, cioè che non con ro, non si possono generare anche essi, se non
vengano in qualità nessuna, come del fuoco e in un modo, ma vilissimo, cioè di materie cor
dell'acqua, che hanno tutte le qualità con rotte e putride, e questi sono quei che non
trarie, se ne genera un terzo, come l'aria in generano come i lendini. Alcuni sono più no
esto modo. Quando il caldo del fuoco vince bili di questi ultimi e meno perfetti di quei
il freddo dell'acqua, e l'umidità dell'acqua primi, e questi si possono generare in due mo
avanza il secco del fuoco, rimangono le qua di, di materie corrotte e di seme, come i topi
lità dell'aria vincenti, cioè la caldezza e l'u- e questi chiamiamo noi perfetti, e diciamo che
midezza. E così si è fatto aria d'acqua e di quella proposizione non è vera, nè negli im
fuoco; ma queste due qualità erano prima qua perfetti, nè ne'perfetti, ma ne perfettissimi so
lità del fuoco e d' acqua, ed or sono dell'aria; lamente. E così avemo risposto a tutte le ragioni
dunque non sono differenti di spezie. Ancora della parte contraria; il perchè verremo alle au
se la freddezza dell'acqua avanza il caldo del torità, benchè ciascuno le può intendere e con
fuoco e la secchezza del fuoco vince l'umidità futare da sè stesso, avendo intesa la distinzione
dell'acqua, allora si genera terra e sono le me fatta di sopra del nome e del calore; e però
desime qualità di prima; dunque non sono le passeremo brevissimamente.
differenti di spezie. E perchè queste cose sono
chiarissime, non ne dirò altro. RISPosTA ALLE AUToRiTA'
Alla Sesta. Si niega che le spezie del fuoco
siano diverse, anzi tutti i fuochi sono della Tutte le autorità d'Averrois e molte altre
medesima spezie spezialissima, come provò Ari del medesimo e d'altri, che si potrebbero al
stotile nel Cielo. E sebbene sono differenti, sono legare, si sciogliono agevolmente, perciocchè
differenti materialmente e per accidente, non favellano del calore come sostanza, e non co
essenzialmente, perchè il fuoco, se è in mate me accidente; e però non fanno a proposito.
ria terrestre, si chiama carbone; se nell'aria, si Ora come il caldo, come caldo, non è diffe
chiama fiamma, la quale non è altro che fuoco rente, nè di genere, né di spezie, nè di nu
acceso; senza che qui si considerano i calori i mero, essendo un medesimo ed una sola qua
come qualità e non come corpi; e questo scio lità ; così i caldi non come caldi, ma come
glie infiniti dubbi ed argomenti in questa ma corpi sono diversi non solo di numero e di
SUI CALORI 5I

spezie, ma ancora di genere, e sono infiniti, e s'influisca, per così dire, celeste e continua
come si mostrò di sopra. Quanto all'autorità virtù in queste cose inferiori, le quali essendo
d'Ugo e di Gentile, diciamo che essi furono imperfettissime e corruttibili, hanno quella so
di quella opinione, e senza dubbio sono contra miglianza e proporzione verso quelle di lassù,
tutti i migliori medici e filosofi, non solo in le quali sono perfettissime ed incorruttibili, che
questa opinione, ma in quella della febbre e ha la materia alla forma e la parte al suo tutto.
molte altre. E all'autorità che Gentile allega E quella virtù quasi infinita ed incomprensibile
in favor suo d'Averrois, diciamo che fu in penetrando tutti gli elementi e per tutto me
equivoco, e non prese bene la sentenza delle scolandosi, genera tutte le cose e tutte le ge
parole d'Averrois in quel luogo, dove favella nerate conserva: laonde manifestamente non
molto scuramente, e più secondo l'altrui opi- | può essere nè corpo, nè cosa corporale (come
inione che la sua, e nondimeno egli intende pensavano i Platonici), perchè nessun corpo,
qui del calore, il quale è nel calore subbietti- | nè i matematici ancora possono penetrare un
vamente ed in virtù, e non del calore pro altro corpo. E perchè come il primo incffabile
dotto dal sole come intende Gentile. E que motore non opera senza mezzo (parlando sem
sta non è sospizione mia, ma di maestro Piero pre secondo i filosofi), ma ha il cielo per suo
da Mantova, chiamato il Peretto, uomo ottimo strumento, mediante lo quale opera tutte le
e filosofo dottissimo (1), a cui siamo infinitamente cose; così il cielo non opera immediatamente,
obbligati, si per le opere scritte e lasciate da ma con mezzo. E gli strumenti suoi (secondo
1ui, e si per lo aver fatti tanti e si grandi uo i Peripatetici), sono il moto ed il lume, me
mini, tra quali fu il reverendissimo cardinale diante i quali opera ed esercita gli effetti e
dontarino (2), del quale si può dire molto più azioni sue tutte quante, come testimonia il Filo
veramente che non disse Lucrezio d'Epicuro: sofo, nel secondo libro del cielo al testo del
Questi d'ingegno e d'opre sante e belle commento quarantadue, allegato tante volte,
vinse tutti altri e coprio, come 'l Sole Ma perchè il movimento del cielo non passa
copre nascendo il ciel tutto e le stelle. la prima regione dell'aria ed il lume non pro
duce se non calore, ne può essere cagione di
F qui sarebbe il fine di questo trattato; se freddo, se non per accidente, come anco di
non che mi ricordo d'aver promesso nella prima buio, mediante l'assenza e lontananza sua, giu
parte di voler dire nel fine di questa ultima dicarono alcuni che questi duoi strumenti soli
alcuna cosa di quel calore celeste che si chiama posti da Aristotile non bastassero a produrre
tepore etereo, il qual solo è in tutto e per quaggiù e mantenere le cose mortali tutte
tutto diverso, distinto e differente da tutti quante. E certo dura cosa pare a credere che
gli altri; anzi tutti gli altri senza lui sarebbero il caldo del sole possa penetrare e produrre i
nulla, facendo tutto quello che fanno in virtù metalli infino nelle viscere della terra, riscal
e come strumenti di quello, come si vedrà. dando una parte dopo l'altra (come essi di
cono), ed impossibile a pensare che il mede
DEL CALoRe CeLESTe ovvero reporte eteneo simo caldo prodotto dalla riflessione e river
peramento dei raggi, prima trapassi e poi ri
Egli non è dubbio nessuno appresso i filosofi tenga tanta virtù che egli possa generare l'oro,
che questo mondo inferiore, cioè l'aggregato le pietre e molte altre cose, non pur sotto la
di tutti e quattro gli elementi, e oltre tutti rena de profondi e correnti fiumi, ma ne bas
gli elementi quello che si contiene dalla luna sissimi fondi de' più alti ed orgogliosi mari.
in giù, sia retto e governato dal mondo supe Senza che (per tacere infinite altre cose) se il
riore, cioè dall'aggregato di tutti i cieli che sole e l'uomo generano l'uomo come è cer
sono dalla luna in su, contando essa luna, in tissimo, perchè si genera anco egli di notte e
guisa che se le operazioni del cielo cessas quando è nugolo? Onde per queste e moltissime
sero ancora un punto solo, tutto l'universo altre cagioni di grandissima efficacia hanno
subitamente, senza alcun dubbio, si disfareb detto alcuni, e, secondo il poco sapere e giu
ibe e corromperebbe. Conciossiachè tutte le dizio mio, non senza potentissima cagione, che
cose, qualunque e dovunque siano, dipendano essendo non solamente le stelle, ma ancora
così nello essere, come nello conservarsi da tutto quanto il cielo lucido di sua natura e
esso cielo, e da quelle pure e santissime menti risplendente, dal cielo e da tutte le stelle
celesti che intelligenze si chiamano. Onde è cade continuamente in questo nostro mondo,
necessario che dal cielo piova continuamente insieme col lume, di cui ella è compagna e
seguace, una virtù spiritale, la quale alcuni
(1) Intende qui il Varchi parlare del celebre Pietro Pom chiamano calor celeste ed alcuni tepore etereo.
ponazzi, che per la piccolezza della sua statura fu detto il Pe E questa qualità, la quale è (come diceva Pla
setto. Naeque in Mantova nel 1462, e morì in Bologna tone) il semenzaio di tutte le cose, generando
nel 1524. Fu devotissimo ad Aristotile, ed ebbe carico d'aver e conservando ogni cosa, non è nè tangibile,
negata l'immortalità dell'anima. – Vedi la Storia del Tira nè visibile, non si potendo nè toccare, nè ve
boschi, t. III, p. 469. - (ni, dere, ma celeste e divina. E opera diversamente
(2) Il Cardinale Gasparo Contarini, a buon diritto anno
verato fra gli uomini più chiari per ingegno e per virtù, che ed in modo senza alcuna comparazione più
siano fioriti nel secolo XVI, fu scolare del Pomponazzi. Di possente e migliore di tutti gli altri calori; e
lui si veggano le notizie nella Storia del Tiraboschi, t. Il I, mediante questa, di cui tutti gli altri caldi sono
p. 423. (M.) imitatori o piuttosto ministri, tutti gli elementi,
52 LEZIONI

dalla terra infuora (1), la quale essendo come


centro, è immobile; ed imitano il moto circolare
del cielo girandosi intorno intorno, quanto pos LEZIONI O TTO
sono il più, come si vede nel flusso e riflusso
del mare; la cagione del quale, ancora che sia SULLE TRE CANZONI DEGLI OCCHI
incertissima e s'attribuisca da diversi a diverse
cose, tuttavia si può riferire meglio che in altro
(come altrove s'è detto), a questa divinissima
qualità. La quale tutti gli uomini con tutte le LEZIONE PRIMA
lodi, in tutti i tempi, non potrebbero lodare
bastevolmente; e di questa credono alcuni che Letta privatamente nello Studio Fiorentino
intendesse Aristotile nel secondo libro della il quarto giovedì d'aprile 1545
Generazione degli animali al terzo capo. Ma per
che quel luogo ha diverse interpretazioni, ci
serberemo a dirne il parer nostro un'altra Fra tutte le maniere degli scrittori di qua
volta, e massimamente avendo in animo (Dio lunque o lingua o tempo, a me pare, nobilis
concedendolmi) di trattare un giorno degli in simi accademici, che non solamente i più ric
flussi celesti, i quali sono negati da Peripate chi e più ornati, ma ancora i più utili e più
tici e conceduti anzi affermati da medici. E dilettevoli siano i poeti: quelli poeti dico, i
Galeno poco meno che ad ogni carta, fa men quali per acutezza d'ingegno, grandezza di
zione dell'influenza del cielo e delle sue pro dottrina, eccellenza di giudizio non sono in
pietà occulte, e promette di voler comporne degni di tanto nome. Perciocchè, essendo cia
un libro; il che egli o non fece, o se pur il scun parlare in tutte le lingue o per insegna
fece, non è pervenuto a nostri tempi, siccome re, o per muovere, o per dilettare ritrovato,
molte altre opere e sue e d'altri, o per l'in soli i poeti, o almeno senza alcun dubbio più
felicità de'secoli, o per la negligenza de'prin spesso eglino, e meglio di tutti gli altri, mie
cipi. E ben so che in credendo questa qualità, scolando con mirabile artifizio c congiugnendo
discordo non solamente dal mio onoratissimo insieme queste tre cose, arrecano incredibile
precettore, ma generalmente da tutti i Peripa utilità, ineffabile diletto, inestimabile maravi
tetici, ancora che Averrois e molti altri ne fac glia alla vita umana. Conciossiache essi inse
ciano qualche volta spinti dal vero (siccome io gnando, insegnano di maniera che ancora di
stimo) alcuna menzione, chiamandola ora calor lettano e novono parimente, e movendo e di
celeste ed ora stellare, e quando altramente, lettando, movono e dilettano in guisa che an
come si può vedere nelle autorità allegate di cora insegnano. Onde non senza cagione fu
sopra e nel primo libro della sostanza e ma detto da molti autori e di grandissima riputa
teria del mondo. E di qui pende tutta la ve zione, la poesia non essere cosa mortale, ma
rità o falsità dell'Astrologia giudicatoria, la quale divina; non trovata dagli uomini, ma dagli Id
non è così falsa e biasimevole, come molti la dii, non nata nel mondo, ma discesa dal Cie
credono, in quel modo e per quelle ragioni, lo. La qual cosa non saria difficile a credere
che si dichiareranno allora. In questo luogo a chiunque vorrà bene o l'antichità di cotale
basta sapere, che tutti gli altri calori sono tra loro arte, o la maggioranza sopra l'altre conside
univoci e con questo equivoci, il quale non rare. Ma l'intendimento nostro non è di vo
è propio calore, ma piuttosto tepore, o s'altro lere al presente celebrare la Poetica, per
nome più dolce, più temperato e più vero se ciocchè nè io sono tale che debba pigliare si
gli potesse trovare, il quale fosse più vero e fatta impresa, o, pigliatala, possa degnamente
più appropiato a suoi tanti e tanto incredibili, e come si converrebbe trattarla: nè voi avete
anzi veramente divinissimi effetti. E qui ren punto bisogno de' miei ricordi o conforti, es
dendo infinite e grazie e lodi a Colui, il qual sendo per voi medesimi, come ne dimostrano
solo tutto vede e tutto può, daremo fine a que la frequenza ed attenzione vostra, infiamma
sta presente quistione. tissimi allo studio di sì bell'arte. Del che non
posso prima con esso voi, poscia meco stesso
(1) A tempi del Varchi non era ancora diffusa la notizia non rallegrarmi. Onde vi dirò brevemente quello
del sistema Copernicano; del quale serbavasi al nostro Galilei che non solo posso, ma debbo ancora rispetto
di dare la più completa ed evidente dimostrazione. (M.) al grado che tengo sinceramente dirvi e con
verità, e questo è che io assai volte ho non
minor frutto dalla lezione de poeti che dalla
eguale de filosofi riportato. Nè vi paia ciò mc
raviglia, accademici ingegnosissimi: conciossia
chè i poeti ed i filosofi sono nel vero una cosa
medesima, nè alcuna differenza è tra loro se
non di nomi. Perciocchè la poesia non è altro
che una filosofia numerosa cd ornata, la quale
aprendosi dolcemente per l'orecchie la via al
cuore, e quivi bene e dentro sentir facendosi,
ne alletta maravigliosamente anzi rapisce gli
animi, e massimamente dei più gentili e più
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 5
º
generosi. E i poeti altro non sono che filosofi, trattate con diligenza. Sei dunque sono i capi
i quali non meno con gravi e dotte sentenze, che volemo piuttosto annunerare che dichia
che con parole belle e leggiadre e con dol rare, i quali sono questi: I. In che genere siano
cissimi concerti n'insegnano ora apertamente queste tre canzoni. II. In che stile. III. In
ed ora sotto fingimenti di favole (oltra i più che spezie e sorta di poesia. IV. Quale sia il
bei fiori di tutte l'arti e discipline liberali) non soggetto e fine loro. V. In che siano simili, e
solo a odiare e fuggire i vizi, ma seguire ed in che dissimili. VI. Se dipendano di sopra o no
amare le virtù.
Ora se alcuno fu mai, il quale e di dolcezze, CAPo I
di concetti, e di leggiadria di parole, e di gra
vità di sentenze fosse piuttosto divino che In che genere.
mortale, il vostro Messer Francesco Petrarca
fu quello egli, essendo stato oltra ogni credere Quanto al primo capo dovemo sapcrc, che
e quasi umano potere numerosissimo, leggia le parti ovvero spezie della rettorica che si
drissimo, sentenziosissimo. E se de componi chiamano comunemente generi sono tre, di
menti stessi del vostro Messer Francesco Pe mostrativo ovvero lodativo, deliberativo ovvero
trarca medesimo fu mai alcuno, il quale e di consultativo, e giudiziale dimostrativo. Dimo
vaghezza e di grazia, e di meraviglia vincesse strativo è quando, o si loda alcuna cosa, o si
gli altri, e trapassasse tutti quanti; queste tre biasima; ed in questo genere senza alcun dub
Canzoni degli Occhi sono quelle desse, essendo bio sono queste tre camaoni lodando i begli
sopra ogni vaghezza, sopra ogni grazia, sopra occhi della castissima Madonna Laura. E per
ogni maraviglia vaghissime, graziosissime, ma chè ciascuno di questi generi può essere o
ravigliosissime. Onde dicono molti, che egli in onesto, lodando cose buone; o brutto, lodando
queste tanto fu maggiore di sè stesso, quanto cose cattive; o dubbio, lodando cose parte
in tutte l'altre a tutti era stato superiore. buone e parte cattive; o umile, lodando cose
E io porto ferma opinione, che nessun poeta basse, diremo che queste canzoni sono nel ge
in nessuna lingua facesse mai sopra un sog nere umile, lodando una parte o piuttosto par
getto cotale nè più varia composizione di que ticella, e non un tutto. E se alcuno volesse
sta, nè più bella; e tengo per certo che que che fossero nel genere onesto, non potremmo
sta sola basti largamente a mostrare che non confutarlo, nè vorremmo, ancora che a noi piac
solo la copia, ma ancora gli ornamenti della cia più la prima sentenza per le ragioni che
favella toscana sono tali e tanti che molte vedremo nel proemio
volte in molte cose s'appressano più alla ric
chezza della lingua greca, che non si disco CAPo II
stano dall'eloquenza della latina. E se alcuno
non sente, in leggendo queste tre sorelle, mo In che stile.
versi dentro al cuore una quasi infinita indi
susata dolcezza, vede risolutamente o di non Tre sono gli stili, come s'è detto altra volta:
intenderle o d'essere lontanissimo da ogni gra alto, mezzano, basso. A noi pare che queste
zia ed armonia. Benchè chi non ha provato canzoni non siano in istile nè alto del tutto, nè
mai le castissime fiamme del santissimo amo del tutto basso; ma nel mezzano come pareva
re, non può nè conoscere a pieno, nè gustare che ricercasse la materia a chi ben considera
perfettamente pur la millesima parte della di E perchè ciascuno di questi stili si divide in
vinità (non mi sovvenendo ora vocabolo mag tre parti, esempligrazia in altamente alto, in
giore per isprimere cosa sì grande), la quale mezzanamente alto, ed in bassamente alto;
abbondantissimamente per tutti i versi versa, giudichiamo che la prima sia in istile bassa
e trabocca da tutte le parti di ciascuna di mente mezzano, la seconda in mediocremente
queste tre più che celesti e più che divine can mezzano, la terza in altamente mezzano; an
zoni. Le quali noi seguitando il lodevole ordine cora che in tutte siano di tutti gli stili e modi
dei nobilissimi e dottissimi antecessori nostri, d'essi ; chè ben sappiamo che queste cose non
anderemo interpretando di mano in mano ogni consistono in un punto, ma hanno larghezza, e
giovedì, dichiarando non solamente le parole ed ciascuno può tirarle a suo modo e crederle o
i sentimenti che dalle parole si cavano, come non crederle come più gli piace. A noi basta
hanno fatto molti altri avanti noi con non mi per soddisfare all'obbligo mostro dire libera
nor dottrina che diligenza, ma eziandio l'artifizio mente e sinceramente se non doltamente e ve
come delle parole, così delle sentenze. E tutto vamente quanto sentiamo
faremo, prestandone voi cheta e riposata udien
za, in quel modo che da Dio ottimo e gran CAPo III
dissimo he sarà e più breve e più agevole con
ceduto. In che spezie di poesia.
Prima che venghiamo alla sposizione parti
colare delle parole, dovemo notare alcune cose Questo terzo capo può avere più e diversi
non meno utili che necessarie; il che faremo sentimenti. Cominciando dal più alto e più ge
brevemente ricordando i capi senza altra lunga nerale, diciamo che le spezie delle poesie sono
dichiarazione, bastando in questo luogo accen molte, e molto varie; conciossiache oltre i fa
nare solamente quelle cose che altrove si sono citori delle tragedie e quelli delle commedie,
54 LEZIONI

si trovano dei poeti eroici, come Omero e Vir stanze e le sestine, perchè sempre osservano le
gilio, degli elegiaci come Callimaco e Tibullo, medesime regole: libere, come sono quasi tutti
degli epigrammatici, dei quali se ne trovavano i madrigali, perchè non hanno alcuna legge, o
molti appo i Greci e pochissimi fra Latini e se nel numero de'versi, o nella maniera del ri
condo alcuni niuno. E per non andare raccon marli, ma ciascuno siccome ad esso piace, così
tandoli tutti, non bisognando dei lirici (detti le forma: mescolate cioè in parte regolate e
così per lo cantarsi i versi loro al suono della in parte libere che sono quelle rime che in
lira) come fu tra Greci massimamente Pindaro parte legge hanno, e parte sono licenziose
ed Orazio fra i Latini, così in questo novero come i sonetti e le ballate. E di questa guisa
è riposto il nostro leggiadrissimo e dottissimo son le canzoni, perciocchè in esse puossi pren
Messer Francesco. Il che non si può negare e dere quale numero e guisa di versi e di rime
massimamente in quanto alle Canzoni; perchè, a ciascuno è più a grado, e comporre di loro
come dice Orazio nella Poetica: le prime stanze. Ma presi che essi sono è di
Musa dedit fidibus divis puerisque Deorum mestier seguirli nell'altre con quelle leggi che
E juvenum curas et libera vina referre. il componitore medesimo licenziosamente com
ponendo s'ha presa. E questo basti del terzo
Ma in quanto a sonetti si potrebbe per ven capo.
tura piuttosto annoverare tra i poeti d' epi
grammi; benchè essendo le lingue diverse, e C A P o IV
le maniere dei versi diversissime, non si pos
sono fare queste congiunzioni così a punto, ed
assegnare tutte quelle proporzioni e somiglianze Soggetto.
che tra i Latini ed i Greci si vedono essere.
Però nessuno può (che io creda) ritrovare in Per meglio intendere questa quarta parte,
molte cose somiglianti la verità e dire affer dobbiamo notare che la materia ovvero sog
matamente: ella sta così. getto, cioè quella cosa, della quale si scrive o
Dividonsi oltre a questo i poemi in tre spe favella, ne può essere data, come ne mostrò
zie; perciocchè alcuni sono ne' quali il poeta dottamente il letteratissimo Messer Giulio Ca
non favella mai, ma sempre persone intro millo, da tre cose senza più : o dalla natura
dotte da lui, come si vede nelle tragedie e e queste son tutte le cose naturali, o dal ca
nelle commedie, e nel secondo e terzo libro so e queste sono tutte le casuali, o dall'arte
di Virgilio della vita e fatti d'Enea. E questa e queste sono tutte le cose artifiziali, e sotto
sorte si chiama da Latini grecamente dramma il nome di arte si comprendono tutte le arti
tica ovvero attiva. In alcuni per lo contrario così liberali e degne come meccaniche e vili
non s'introduce persona nessuna, ma sempre Ora trattando il poeta in tutte e tre queste
favella il poeta come si vede in tutti i libri Canzoni degli Occhi di Madonna Laura, ed es
di Lucrezio, e in tutta la Georgica di Virgi sendo gli occhi una particella ed articolo del
lio, e questo si chiama exegetico ovvero mar suo soggetto, cioè di Madonna Laura, nessun
rativo; e in questo genere sono queste tre può dubitare che il soggetto e materia sua
canzoni come è più che manifesto. La terza non sia naturale e dalla natura portagli; sic
ed ultima spezie si chiama comune, perchè in come quando egli parla del viso, delle treccie,
essa parte favella il poeta, e parte le persone della mano o d'altre membra in particolare
introdotte da lui, come si vede nell'Iliade e Nè è senza maraviglia de' più intendenti che
nell'Odissea d'Omero, e nell'Eneide di Vir egli, favellando sempre d'una sola particella
gilio e nella Canzone (1) del pianto del Pe della sua donna, in tre e si lunghe canzoni
trarca e in tutta l'opera di Dante. egli l'andasse variando in così maravigliosi mo
Possiamo nel terzo luogo dividere i poemi di, che quanto più si legge di loro e si rileg
in continui o congiunti come Omero, Virgilio ge, tanto altri più di leggerle e di rileggerle
e Dante, ed in discontinui o disgiunti, come divien vago.
le elegie e gli epigrammi latini, e le elegie e Quanto al fine io per me penso che egli fa
sonetti ed altri tali componimenti toscani, e cesse non tanto per acquistare fama ed onore
di questa sorta sono le canzoni. a sè, quanto lode e grido a Madonna Laura,
Nella lingua toscana sono di tre sorta rime; oltre il grandissimo piacere, che egli mostrava
come n'insegna il maggior poeta ed oratore di pigliare nel raccontare le tante e si diverse
de tempi nostri nelle sue dottissime e leggia lodi dei leggiadri occhi di lei. Senza che egli
drissime prose: (2) regolate come i terzetti, le così facendo poteva sperare o d'entrarle in
(1) Il Varchi dà questo titolo alla Canzone VII della parte così sono da reputarsi dettate in buona parte dall'ira, dalla
scoonda – Quell'antiquo mio dolce, empio signore. – (M.) smania di farsi singolare ed anche dal pregiudizio le sentenze
(2) Credo intender voglia del Cardinal Bembo, del quale del Baretti. Fosse egli il solo fra gli scrittori del secolo scorso,
più sotto parla con parole di piena lode. Chi rammenta le cui si dovesse apporre una vera intemperanza di critica: ma
amarissime censure, onde questo eminentissimo fu bersa purtroppo, tranne poche eccezioni, i critici di quella età in
giato dal Baretti, non potrà non meravigliarsi di sentirlo ac clinarono a sentenziare senza cognizione di causa e con una
clamato il maggior poeta ed oratore dei suoi tempi da un uo asprezza irragionevole i nostri più pregiabili scrittori, mentre
mo di si fino criterio, quale fu senz'alcun dubbio il no lasciavansi trascinare ad una cieca imitazione delle cose fore
stro Varchi. Ma come è da credersi per alcuna parte in stiere. Prova ne siano principalmente i giudizi dell'Algarotti,
spirale dell'amicizia il giudizio troppo parziale del Varchi, del Bettinelli e del Cesarotti. (M.)
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 55

grazia o di mantenervisi, benchè egli stesso sa che ad ogni sonetto ed a ogni altra compo
dicesse:
sizione è fornita l'opera, e non ci occorre al
Pianger cercai, non già del pianto onore (1); tra continuazione? Più dirò che Messer Fran

perchè altrove disse ancora: cesco medesimo, quando bene avesse voluto
porli in quell' ordine che gli avea fatti se
Ch'i'veggio nel pensier, dolce mio foco, condo i tempi, non arebbe nè saputo, nè po
Fredda una lingua, e due begli occhi chiusi tuto. Perchè quanti si dee pensare che egli ne
Rimaner dopo noi pien di faville (2)- stracciasse? quanti che egli non fornisse? quanti
che cominciati in un tempo si fornirono in
CAPo V un altro dopo molti mesi ed anni, e forse lui
stri? Quanti vogliamo credere che ne facesse
In che siano simili, e in che dissimili. dopo la morte di Madonna Laura di quelli che
sono in vita, ricordandosi di qualche atto o
Sono simili queste tre sorelle, perchè tutte parola, o fatto, o detto da lei mentre vivea?
sono d'un medesimo autore, tutte trattano d'un E finalmente il volerli continuare l'un dal
soggetto medesimo, tutte hanno i medesimi versi l'altro è non solamente, per mio avviso, im
ed una stessa misura. Sono dissimili, perchè possibile e falso ma ridicolo; e ben so che al
la prima è indirizzata agli Occhi, la seconda a euni vanno insieme di necessità, come sono
Madonna Laura, la terza ad Amore. Sono an quelli tre sonetti della partita di Madonna Lau
eora dissimili, perchè sebbene tutte sono nello ra:– Quando dal proprio sito si rimove (1), e quei
stile mezzano, tuttavia la prima è men alta duoi: – Amor piangeva e Più di me lieta (2): ed
della seconda, e la seconda della terza, come alcuni altri e queste tre canzoni stesse. E que
si disse di sopra. Sono ancora dissimili per sto mostra che gli altri non si debbono con
questo, perchè essendo tutti i poemi general tinuare. A quelli che vogliono che queste tre
mente o piacevoli, o gravi, benchè quasi sem canzoni in particolare pendano di sopra dalla
pre si mescoli la gravità colla piacevolezza, e canzone,

la piacevolezza colla gravità (nella qualcosa Lasso me, che non so in qual parte pieghi,
il Petrarca fu maestro grandissimo in maniera,
che scegliere non si può in quale delle due ancora che siano di grande autorità, nondimeno
egli fosse maggiore), la prima di queste canzoni rispondo, che non mi pare necessario nè ancora
pare più piacevole che grave, la seconda più verisimile; nè mi muove punto la lor ragione.
grave che piacevole, la terza e grave e piace Pure questo non è di troppo momento, e però
vole egualmente; tanto che di loro si può dire me ne rimetto a più dotti e più giudiziosi di me;
come diceva con Ovidio il dolcissimo e santissi ed avendo in ſin qui ragionato in universale di
mo Messer Trifone ogni volta che le leggeva: tutte e tre queste canzoni, verrò ora a favel
lare alquanto della prima in particolare, dove
- - - -
. . Facies non omnibus una, che aremo alcune cose generalmente da av
Non diversa tamen qualem decet esse sororum. vertire.

CAP o VI DELL'ARTIFIzIo

Se dipendano di sopra o no. A fine che meglio s'intenda, e più agevol


mente conosca la grandissima arte e maravi
Sono alcuni i quali hanno creduto che non gliosa leggiadria di questo poeta, mandaremo
solamente queste tre canzoni, ma tutte l'altre alla memoria che qualunque soggetto o mate
e generalmente tutti i sonetti e componimenti ria si debbe trattare, o sia naturale, o sia ca
del Petrarca dipendano l'uno dall'altro; e suale, o sia artifiziale, si può trattare in due
così li continuano con quella diligenza e an modi semplicemente e senza affetto o passione
sietà che fanno i legisti i titoli. La quale opi alcuna, come farebbe il filosofo, o ornatamente
nione mi pare poco meno ridicola di quella di con passioni o affetti, come fanno i retori e
coloro, i quali non pur credono così, ma vor molto più ancora i poeti. La materia che si
rebbon far ancora che gli altri credessero che debbe trattare in questo secondo modo, ha bi
Madonna Laura non fosse stata da vero amata sogno di duoi aiuti, cioè dell'artifizio e delle
dal Petrarca, ma finta per la poesia; nè s'ac parole. L'artifizio, il quale si può chiamare
corgono che il Petrarca medesimo li diede una seconda materia ed è unico strumento del
fuora e pubblicò in quell'ordine che ordina l'eloquenza, viene anch'egli o dalla natura, o
riamente si trovano, e che egli scelse quelli dal caso, o dall'arte benchè ancora d'altronde,
soli che a lui parevano degni d'essere veduti, ed in altri modi che la materia e massimamente
lasciandone molti altri indietro e forse in mag dai fonti topici, come dichiareremo nella espo
gior numero di quelli che si leggono. E nel sizione particolare, essendo materia non meno
metterli insieme non servò l'ordine dei tem difficile e lunga che utile e bella. Da lui rice
pi, perchè (come dice Plinio delle sue pistole), vono i componimenti dignità, dilettazione, mi
egli non componeva una storia. Poi chi non
(1) son. XXVI e i seguenti XXVII e XXVIII,
(1) Son. XXV, Parte II. Parte I.
(2) Son. CLI, Parte I. (2) Son. IV e V, Parte IV.
56 LEZIONI
serazione ed altri tali moti ornamenti, e mas mare, mutare, trasporre o da principio o da
simamente quelli dei poeti, i quali vogliono fine o nel mezzo.
esser più dolci, più affettuosi degli oratori, e
non solamente muovere e persuadere, ma an DELLA DIGNITA'
cora generare maraviglia e stupore negli animi
di chi legge. E questo basti per luce della La dignità consiste sì negli ornamenti delle
materia di cui si scrive, chè a dirne abbastanza, parole, che sono: ripetizione, conversione, tra
non basterieno i giorni interi, nè i mesi, nè duzione, interrogazione ed altre molte, delle
forse gli anni. quali si deve trattare lungamente dando gli
esempli a tutte; come delle sentenze che se
oELLE PAROLE no: distribuzione, licenza, frequentazione, si
militudine e l'altre delle quali medesimamen
Quanto alla forma o apparenza che si dà te si deve parlare più distesamente e chiara
alla materia, cioè alle scritture, e similmente mente.
alle parole che i Latini chiamano elocuzione,
ella vuole avere tre parti: eleganza ovvero DELL'ARTIFIzIo DELLE PAROLE IN QUEsTA CANzoNE
leggiadria (poichè questo vocabolo galanteria
non è usato ancora da buoni scrittori), compo Ma venendo ormai a questa prima Canzone
sizione ovvero ordine, e dignità. particolarmente dico, che l'artifizio suo e nelle
L'eleganza consiste nella purità e chiarezza parole, e nelle sentenze, è meraviglioso. E per
delle parole; e le parole sono o propie o tra considerare un poco in genere, dico in una
slate, cioè tolte d'altronde, o fatte da noi. Le parte sola in quanto all'artifizio delle parole,
parole, che si debbono usare nello stile alto che avendo egli a parlare agli occhi di Ma
devono essere: alte, gravi, grandi, sonanti, ap donna Laura e lodarli primieramente li chiamò:
parenti, luminose, rotonde, severe, magnifi Occhi leggiadri dove Amor fa nido.
che, ec.
E nello stile umile devono essere: umili, E di nuovo a lor rivolgendosi dice :
basse, picciole, lievi, piene, dimesse, popolari, Principio del mio dolce stato rio,
chete, usate. Quando agl' ardenti rai neve divegno :
Nello stile mezzano devono essere mezzana
mente temperate tra l' altezza e l'umiltà, e agguagliandoli al Sole. E nella quarta stanza
generalmente si devono usare sempre parole: chiamandoli più per nome propio:
pure, monde, chiare, belle, grate, dolci, soavi, Occhi sopra 'l mortal corso sereni e
piacevoli, morbide, vaghe, graziose, oneste, gen
tili, delicate. e poco di poi:
E fuggire sempre le brutte, vili, dure, aspre, ru Luci beate, e liete.
vide, dense, ristrette, dispettose, disunenti, roz e nella medesima stanza
ze, immonde, e le troppo vecchie, nuove, sdruc
ciolose, mutili, strepitanti, tarde, veloci, scel Lumi del Ciel, ec.
te, languide, pingui, aride. e finalmente nel terzetto della canzone inten
E guardarsi in tutto di non pigliare nello
stile alto le ridicole in luogo delle gravi, nel dendo pur degli occhi disse:
basso le imbellettate per le vaghe, le insipide in A dir di quel che a me stesso m'invola.
vece delle dolci, le stridevoli in iscambio delle
soavi, e similmente le dissolute credendole pia soELL' ARtm 12Io DELLE SENTENZE
cevoli, come altra volta s'è trattato e si trat DI QUEsTA CANzoNE.
terà diffusamente.
Quanto allo artifizio delle sentenze, lascian
oreLLA COMPOSIZIONE do stare che egli avendo la materia datagli
dalla natura, per non fare come il filosofo o
La composizione, cioè l'ordine delle parole, il medico, che sarebbe stato in sulla propia
è di grandissima fatica ed utilità, e riceve eser natura degli occhi diffinendoli, e dichiarando
citazione lunghissima, ed in questa parte fa le parti e forme e colori loro; egli come ar
mestieri di moltissimi avvertimenti, dove non tifizioso e vero poeta non trattò nulla di que
ibasterebbero le opere intere; pure in univer ste cose: ma gli agguagliò alle più belle cose
sale ha tre parti. che fossero nella natura, cioè al Sole, nè po
La prima, si deve considerare qual parola o teva cercare comparazione nè più bella, nè
muova o vecchia od altro che si sia, torni me più a proposito. E perchè le cose si possone
glio, e se migliore e più atta suona alla mate lodare da beni dell'animo, da quelli del cor
ria proposta. po, e da quelli della fortuna, egli non poteva
La seconda, in qual guisa torni meglio o per lodarli se non della seconda parte. E perchè
diritto, o per lo lungo, o per lo traverso, cioè, tutte le cose sopra la natura si possono lodare
che genere, in che numero, in che caso i no dalle cose che procedono, o che accompagna
mi; ed i verbi in che modo, in che tempo, in no le cose, o che seguitano dopo, egli non po
che persona, se attivamente o passivamente. teva lodarli dalla prima parte, come è noto,
La terza, consiste nell'aggiungere, o sce nè dalla seconda e dalla terza; e però in que
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI
sta canzone li loda più volte ed in più modi stenza, che dir dobbiamo, non essendo altro,
dagli effetti, come, per non contare se non i che atto puro senza potenza veruna. E quinci
più principali, quando disse: è, che tutte le cose per assomigliarsi a lui in
tutti quei modi che possono, desiderano natu
Quando agli ardenti rai neve divegno (1); ralmente sopra ogni cosa l'essere: il che si
e più di sotto: vede non pure nelle cose animate e viventi,
Beato venir men ! che in lor presenza ma in quelle ancora, che mancano d'anima e
M'è più caro il morir che 'l viver senza (2); di vita. Perciocchè non dovemo credere, che
il primo e principale intendimento dell'acqua,
eleggendo di più tosto voler morir con essi che quando spegne il fuoco, sia per corromperlo
viverne lontano. Poi accrescendo disse: e distruggerlo, essendo ogni corrompimento e
distruzione contra essa natura, la quale per sè
Ma, se maggior paura
Non m'affrenasse, via corta e spedita non intende mai corruzione alcuna, nè distrug
Trarrebbe a fin quest'aspra pena e dura (3); gimento; ma ella ciò fare, per mantenere e
conservare sè medesima, la qual cosa non può
mostrando che si sarebbe morto per non vive conseguire altramente, che i" per
re senza loro; del quale non sa immaginare le contrarie qualità che in essa ed in lui si ri
maggiore effetto. E disse ancora: trovano. Similmente il fuoco non arde e non

Già di voi non mi doglio (4). consuma tutte le cose dove s'appiglia per al
tra cagione, che per conservare principalmen
Gran cosa essere in tanti dolori e non volere
te ed accrescere sè stesso. E sebbene queste
dolersi ! Il perchè altrove disse: cose come naturali operano (secondo i migliori
Mille piacer non vagliono un tormento (5); filosofi) senza conoscere d'operare, non però
si dee credere che operino senza ragione, es
e altrove:
sendo rette e guidate da quelle intelligenze che
Togliendo anzi per lei sempre trar guai (6). mai non errano. E noi medesimi senza saper
ne altra cagione sporgiamo sempre innanzi, e
Disse ancora un altro vario effetto per mostrar. pariamo naturalmente il braccio a tutti quei
le il suo dolore:
colpi che potessero o la testa, o altra più no
Pedete ben quanti color dipigne bile e più perigliosa parte offenderne, che le
Amor sovente in mezzo del mio volto (7); braccia non sono. Ma che più? Non deve cre
poi per mostrare la felicità sua insieme col do dere ogni buon filosofo, che se l'aria per mo
lore e la grandezza loro disse: do alcuno, possibile o impossibile che sia, si
corrompesse, o sparisse e diventasse niente, non
Felice l'alma che per voi sospira, debbe credere, dico, ogni buon filosofo, che
Lumi del ciel, per li quali io ringrazio il fuoco in sì fatto caso contra la natura sua
La vita, che per altro non m'è a grado. (la quale è di salire sempre) discenderebbe su
Oimè! perchè sl rado bitamente ed occuparebbe il luogo dell'aria?
Mi date quel d'ond'io mai non son sazio (8)? E l'acqua medesimamente contra la sua natu
ra propria (la quale è di sempre scendere) sa
lirebbe affine che nelle cose della natura e
nel mondo stesso non si desse alcun vuoto? E
(manca il fine della lezione)
questo non per altro secondo che io stimo, no
bilissimi Accademici, se non perchè non si di
struggesse e corrompesse l'universo; concios
1,EZIONE SECONDA siachè mancando l'universo, tutte le cose ver
rebbero di necessità a mancare, e così perde
rebbero l'essere tanto da tutte desiderato. E
Fra tutte quante le cose di tutto quanto a questo medesimo fine senza alcun dubbio
l' universo, l'essere è non solo la prima che tutti gli uomini, tutti gli animali, tutte le pian
sia, nobilissimi Accademici, ma ancora la più te (e per dirlo in una parola) tutti gli animati
perfetta e la più desiderabile; perciocchè in desiderano grandissimamente, e cercano più
nanzi ad esso non è cosa alcuna, e tutte le d'altro di generare cosa a loro somigliante per
cose che sono, sono per lui. Onde in esso Dio, conservarsi almeno nella spezie, dacchè non
il quale è perfettissimo, o, per meglio dire, la possono nell'individuo. E da questo procede
stessa perfezione, dalla quale procedono l'altre ancora che non solo i padri amano così affet
perfezioni tutte quante, è naturalissimo il vo tuosamente i figliuoli e discendenti loro, ma
lere essere, anzi è la propria o essenza o esi eziandio gli scrittori di qualunque maniera e
gli artefici medesimi, quanto sono più degni e
(1) Canz. VI, 8tanza II, Parte I. più eccellenti, tanto si rallegrano maggiormen
(2) Canz. VI, Stanza II, Parte I. te gli uni e gli altri dell' egregie opere fatte
(3) Canz. Vl, Stanza II. da loro come quelli che sperano di dover vi
(4) Canz. VI, Stanza i V.
(5) Son. CXXXVI, Parte I. vere lungo tempo, e quasi perpetuarsi con clle
(6) Son. XXVIII, Parte II. almeno nelle memorie e per le bocche degli
(7) Canz. VI, Stanza IV. uomini, o più virtuosi degli altri, o più pre
(8) Canz. VI, Stanza V. 8 iati. 8
V ARCHI
58 LEZIONI
Da questo ragionamento e discorso potremo le cose che la precedono, come sarebbe l'ori
assai leggiermente conoscere, nobilissimi Acca gine c principio suo. Dal presente, quando si
demici, quanto siano grandi le forze, e come considerano le cose che l'accompagnano e sono
ampia e miracolosa la potenza di quel giova insieme con esso lei, come la bontà, la bellezza
missimo ed antichissimo Dio chiamato per nome ed altre tali. Dal futuro, quando si considerano
convenientissimo Amore; poscia che egli non le cose che la seguitano e le vengono dopo,
solo i più gentili spiriti cd i più cortesi, ma i come tutti gli avvenimenti ovvero effetti. E
più saggi ancora e più temperati cuori, anzi i generalmente si lodano tutte quelle cose, le
più forti e possenti uomini non pure incende quali sono o giuste, o legittime, o utili, o one
e ferisce, ma conduce a tale molte volte colle ste, o gioconde. o agevoli come n'insegna Ari
sue ardentissime e pungentissime fiamme e qua stotile nella Rettorica. E tutte queste cose si
drella che eglino, e benc spesso per leggeris ritrovano in questa Canzone in tutti quei modi
sime cagioni, vaghi di tutti i lor mali, eleggono che si poteva; perciocchè lodando gli occhi
volontariamente la più orribile cosa e la più della sua castissima donna, loda una cosa sen
spaventevole che si possa immaginare, non che sibile e non intelligibile, certa e non incerta,
trovare, cioè essa morte; e tolgono a sè stessi presente e non futura: e la loda, come onesta,
colle mani propie quello che più d'altro de utile e gioconda, sì dalle cose che accompa
siderano naturalmente, cioè essa vita, amando gnano gli occhi, e si da quelle che li seguita
meglio il non essere che essere scmza la presenza no, cioè dagli effetti che producono. E perchè
o senza la grazia delle lor donne. Cosa vera tutte e tre queste canzoni sono continuate, e
mente maravigliosa e del tutto incredibile, se quasi una sola, egli fa un principio, ovvero proe
non che (oltre la propia sperienza di ciascuno, mio comune a tutte, dove egli fa artifiziosamente
dove si sia destato amore qualche volta) tutti attenti, docili e benevoli gli uditori secondo
i libri di tutti gli scrittori così antichi come gli ammaestramenti rettorici, come vedremo
moderni, e tanto greci e latini, quanto toscani, di mano in mano nella sposizione delle parole
ne fanno ſcde pienissimamente, e più che gli di ciascuna Stanza,
altri il nostro non meno gentile e cortese che
saggio e temperato messer Francesco Petrarca, 8TANZA PRIMA
si in molti altri luoghi del suo vaghissimo ed
ornatissimo canzoniere, e sì massimamente in Perchè la vita è breve,
tutto quel dotto e grave sonotto che comincia: E l'ingegno paventa all'alta impresa,
S'io credessi per morte cssere scarco (1), Nè di lui nè di lei molto mi fido,
Ma spero, che sia intesa
e nella fine della seconda stanza e della terza Là dov'io bramo, e là dove esser deve
di questa prima così colta, così leggiadra e così La doglia mia, la qual tacendo i grido;
graziosa sorella. La quale noi seguitando il bel Occhi leggiadri, dov'Amor fa nido,
lissimo costume di questa onoratissima Accade A voi rivolgo il mio debile stile,
mia, cominciaremo oggi a dichiarare secondo Pigro da sè; ma 'l gran piacer lo sprona:
l'ordine nostro, chiedendo prima umilmente e E chi di voi ragiona,
sperando non meno il solito favore da Dio ot Tien dal suggetto un abito gentile,
timo e grandissimo, che la consueta udienza Che con l'ale amorose
dall'umanissime e benignissime cortesie vostre. Levando, il parte d'ogni pensier vile:
Tutte le cose qualunque siano, sono o sen Con queste alzato vengo a dire or cose,
sibili o intelligibili. Sensibili chiamiamo quelle Ch'ho portate nel cor gran tempo ascose.
che si possono apprendere e conoscere da al
cuno dei cinque sensi, come sono tutte le cose In questa prima artifiziosissima stanza pro
naturali e che hanno corpo. Intelligibili sono pone il poeta quelle cose, delle quali intende
quelle che non si possono conoscere ed appren di favellare; ma prima mostra la grandezza del
dere se non coll'intelletto come la fortezza, la l'impresa essere tale che egli se ne sbigottisce.
giustizia e tutte l'altre virtù, e brevemente tutte Di poi sperando d'avere a essere inteso da
le cose incorporali come le divine. E tutte Madonna Laura, rivolge il parlare agli occhi di
queste cadono sotto il genere dimostrativo, per lei, di cui parlando confessa di sentirsi disporre
ciocchè tutte si possono o lodare o biasimare. gentilmente ed innalzarsi, come vedremo meglio
E sempre che si loda, o biasima alcuna oper nelle parole. – Perchè: perciocchè. – La vita:
sona o cosa, quella tal cosa o persona deve lo spazio del vivere umano. – E breve: cioè
essere certa ed indubitata; perchè le cose corta. – E l'ingegno: mio. – Paventa: pave e
dubbie ed incerte non si possono affermata teme.–All'alta impresa: considerando l'altezza
mente nè lodare, nè biasimare; e ciascuna cosa del soggetto, e quanto sia malagevole volere
si può lodare o biasimare, o passata o pre lodare la leggiadria di sì begli occhi. Chiamasi
sente che ella sia, perchè le future essendo in impresa toscanamente quello che i Latini di
certe non si possono lodare; e si lodano tutte cono incoeptum, cioè ogni cosa che s'imprende
le cose o biasimano secondo i Platonici, o dal e piglia o a fare o a dire, dove è da notare
passato, o dal presente, o dal futuro. Dal pas quella particella al s che pare significhi in que
sato si loda alcuna cosa, quando si considerano sto luogo la causa efficiente, e quello che i
Latini direbbero propter, come diciamo tutto il
(1) Son. XXIII, Parte I. giorno: Io tremo a ricordarmene, ed altri nodi
SULLE CANZONI DEGLI OCCIII 59
somiglianti. – Ne di lui: ingegno, ripigliando strare, che molto più si deve credere ai fatti
prima quello che pose dopo. – Nè di lei: vita. che alle parole: e nel medesimo sentimento
– Molto mi fido, dove quello avverbio molto, disse altrove nella canzone difficile (1):
pare che sia posto in questo luogo quasi per
ironia in quel modo che diciamo tutto il di, E vo contando gli anni e taccio e grido.
volendo mostrare di non curarci punto d'al E di questi contrari usa spessissime volte con
cuna cosa: Egli la stima molto; io me ne curo grandissimo artifizio il Petrarca, e ne mise forse
assai, ed altri cotali. Noteremo ancora, che fido i più in quel sonetto: Pace non trovo e non ho da
è di quei verbi che non può stare senza il mi far guerra (2), che tutti i poeti latini in tutte le
innanzi, come m'è tempo, m'allegro, mi paseo opere loro. Il quale non so se debbo dire imitan
e molti altri, trovandosi di quelli che possono do, o pareggiando il reverendiss. cardinale Bem
stare con ello e senza, significando il medesi bo fece quell'artifiziosissimo sonetto, il quale,
mo, come mi rido, mi rimango ed altri assai perchè giudichiate voi stessi, se io ho detto vero,
come s'è dichiarato altrove. – Ma spero: pure o no, vi reciterò tutto quanto:
ho speranza. – Che sia intesa: che debba essere » Lasso me che ad un tempo e taccio e grido,
intesa, cioè conosciuta e compresa, quello che i » E temo e spero, e mi rallegro e doglio;
Latini direbbero exaudita; perciocchè siccome » Me stesso ad un signor dono e ritoglio;
intendere significa due cose diverse, udire (per » De'miei danni egualmente piango e rido
dir cosi) ed essere intento, come là nel sonetto Volo senz'ale e la mia scorta guido:
2,9

sopra la morte di M. Cino (1): » Non ho venti contrari, e rompo in scoglio:


Poi che morto è colui, che tutto intese » Nemico d'umiltà non amo orgoglio:
In farvi mentre visse al mondo onore, » Nè d'altrui, nè di me molto mi fido.
così intesa significa medesimamente queste due Cerco fermar il sole, arder la neve;
2.2.

» E bramo libertade, e corro al giogo:


cose, cioè conosciuta ed intenta, come nel
» Di fuor mi copro, e son dentro percosso.
sonetto: Cantai, or piango (2): » Caggio quand'io non ho chi mi rileve:
Ch'a la cagion, non all'effetto intesi 23 º" non giova le mie doglie sfogo:
Sono i miei sensi vaghi pur d'altezza. » E per più non poter foguant'io posso ».
Là dove io bramo e là dov'esser deve- La doglia Occhi leggiadri, dove Amor fa nido. Rivolgesi
mia: cioè da Madonna Laura, usando la circonlo agli occhi, usando la figura chiamata apostro
cuzione, cioè dicendo poeticamente con più pa fe, cioè conversione, invocandoli secondo
role per maggior ornamento quello che poteva alcuni invece delle Muse e d'Apollo, come
dire con una sola, benchè alcuni dividono fccc ingegnosamente Lodovico Martelli nelle
questo verso e vogliono la sentenza s'intenda sue bellissime stanze:
cosi e la costruzione sia tale: Ma spero che
sia'ntesa: ed intendono per nominativo l'alta'm- » Srimi i begli occhi vostri Euterpe e Clio:
presa. – Là dove io bramo: cioè da Madonna » Febo quei di Madonna, onde allorchieggo
Laura. – E là dove esser deve la doglia mia. » Memorie da compir l'alto desio ».
Ed alcuni leggono in vece della doglia mia, E quel che viene. Chiamali leggiadri, come
la voglia mia: il che, per mio avviso, è non altrove nel sonetto: – Io sentia dentro al cor
solo contra tutti i testi, ma fuori d'ogni buon già venir meno (3)
giudizio. Nè si meravigli alcuno che il poeta E mi condusse vergognoso e tardo
dicesse altrove il contrario, come là:
A riveder gli occhi leggiadri, ond'io
Lasso, ch'i' ardo, ed altri non mel crede: Per non esser lor grave assai mi guardo.
Si crede ogni uom, se non sola colei, La qual parola usa in molti altri luoghi, ag
Che sovra ogn'altra e ch'i sola vorrei:
Ella non par che 'l creda, e si sel vede (3). giugnendola ora ai pensieri, ora ai rami, ora
ai modi, ora agli sdegni ed ora ad altre cose
Perciocchè, oltra l'essere in ciascuno componi dicendo:
mento (come si disse di sopra) fornita l'opera, Amor, che solo i cor leggiadri invesca (4).
egli medesimo se ne scusò nel primo sonetto e
ne rende la cagione quando disse: Ed altrove ne' Trionfi :

Del vario stile in ch'io piango e ragiono . . . . . E i bei visi leggiadri,


Fra le vane speranze, e 'l van dolore (4). Che impallidirfe 'l Tempo e Morte amara (5).
La qual voce credo io per me, che sia de
Indi prosegue: La qual tacendo io grido. bel
rivata da questa parola legge, e significhi tutte
lissima contrarietà e tanto più che non dis
se: parlo o favello, che sono i propi con
trari di taccio; ma disse grido, quasi volesse mo (1) Canz. IX, Parte 1, Slanza VI – il Varchi la chia
ma la Canzone difficile, perchè fu variamente interpretata, spe
cialmente nella Stanza Seconda. (M
(1) Son. IX, Parte IV. (2) Son. XC, Parte I.
(2) Son. CLXXIV, Parte I. (3) Son. XXXII, Parte I.
(3) Son. CLI, Parte I. (4) Son. CXIV, Parte I.
(4) Son. I, Parte I. l (5) Trionfo della Divinità.
Go LEZIONI

quelle cose che servano quella legge, che loro | l'abito e una disposizione ferma e stabile, e la
si conviene; onde disse il Petrarca : disposizione e un abito instabile ed infermo. E
Con leggiadro dolor par ch'ella spiri (1). aver l'abito d'una qualche cosa non vuol dire
altro, se non poterla fare agevolmente ed a sua
E nella Canzone: Io vo pensando (2): voglia; onde per cagione d'esempio, un musico
E sento ad or ad or venirmi al core quando dorme, o non canta si dice aver l'abito
di cantare, perchè può se vuole, e quando canta,
Un leggiadro disdegno aspro e severo. si dice essere in atto, come s'è dichiarato altro
E che altro vuol significare il leggiadro por ve-Che con l'ale amorose: allude all'opinione di
tamento ed il leggiadro abito e lo stile leggia Platone, che l'anime degli innamorati racciuisti
dro ed altri così fatti motti, se non convene no più tosto l'ali che quelle degli altri uomini,
vole, e quello che i Latini direbbero decens, o i
o forse disse così perche Amore si dipinge alato,
decorum? Benchè gli antichi schiſino d'usare interpretrandolo altramente, che non fece Pro
queste parole: onde il nome leggiadria potreb perzio quando disse:
be, per avventura, esprimere appo noi quello, Idem non frustra ventosas ad lidit alas
che i Latini dicono decorum, ed i Toscani con Fecit, et humano corde volare Deum.
venevolezza. E ben so, che leggiadria, leggia Scilicet alterna quoniam jactamur in unda,
dro, e 'l suo diminutivo leggiadretto si pigliano Nostra non ultis pernanet aura locis.
or per bello, ed ora per quello, che noi Fiorentini
diciamo volgarmente galante e galanteria, tolti Poteva dire ali con i : ma è più dolce suono
credo dai Latini che dicono elegans ed elegantia, e cozzando coll' a. – Levando, il parte d'ogni
ed ora in altri modi come fa ciascuno. Basta, pensier vite: modo leggiadro di favellare figu
che secondo quello che a me pare, tutte quelle rato, volendo dire, lo leva e parte. – Da ogni
cose, che o hanno quello che hanno ad avere, pensier vile: da ogni basso pensiero e concet
o fanno quello che deono fare, si possono chia to. – Con queste alzato: sta in sulla traslazione
mare leggiadre. dell'ale, cioè spinto dal gran disio e piacere
Dove Amor fa nido: dove Amore s'annida di lodarvi. – Vengo a diror cose: mostra gran
ed alberga, onde altrove disse, pur degli occhi de preparamento e dice or, cioè mentre che
parlando i sono alzato dall'ali d'amore. – Ch'ho por
tate nel cor gran tempo ascose, le quali ho por
Che presso a quei d'Amor leggiadri nidi (3). tate; poteva ancor dire portato gramaticalmen
Quelli che albergano in alcuno luogo, v'hanno te. – Ascose gran tempo nel core: poteva ancor
come padroni grandissima possanza ed autori dire ascoste ed allude a quello, che dice Pita
tà ; e però disse altrove. gora appresso Ovidio: Quacque diu latuere ca
Plan 2,

Là onde ancor come 'n suo albergo viene (4). Quanto all'arte dovemo notare, che avendo
A voi rivolgo: il composto per lo semplice, come egli la causa umile, ovvero materia bassa, vo
diciamo ancora ridare ed altri simili – Il mio lendo lodare non un tutto, ma una sola par
debile stile: dà allo stile per figura, quello che ticclla e questa non dei beni dell'animo, che
era d'esso poeta, come fa ancora seguitando. – sono gli ottimi, ma di quelli del corpo, ſa gli
Pigro da sè: cioè di sua natura per traslazione, uditori attenti mirabilmente nel primo comin
uno dagli infermi e l'altro dagli infingardi. – ciamento, mostrando d'avere a dir cose tali e
Ma il gran piacer lo sprona: risponde a una tante, che nè la vita gli bastava, nè si fidava
tacita obbiezione, perchè scrive avendo lo stile dello ingegno, il quale conoscendo la grandezza
debile e pigro: e disse sprona per traslazione da dell'impresa non solo dubitava ma temeva. Ed
cavalcatori, cioè spinge e sforza, avendo detto è questo modo di fare attento, lasciando l'u-
pigro e debile. E nella stanza seguente disse a ditore sospeso, più artifizioso, che se avesse
questo effetto medesimo: proposto di voler dire cose nuove, o grandi,
o inusitate, o utili, o l'altre che si usano co
Ma contrastar non posso al gran disio. munemente per fare attenti gli uditori. Gli fa
E chi di voi ragiona: e qualunque favella e ancora attenti nel fine della stanza, posciachè
scrive di voi. – Tien dal soggetto un abito gen egli alzato dall'ali d'Amore viene a dir cose gran
tile: cioè piglia qualità da voi diventando tale tempo pensate da lui, lasciando medesimamente
quale voi sete. Questo nome abito in questo sospeso l'uditore. Ed accatta ancora benevolenza
luogo è vocabolo filosofico, o piuttosto dei loici sì dagli occhi di cui favella chiamandoli leg
i quali dicono che l'abito è una qualità ferma, giadri, e dicendo che Amore alberga in essi
e che si può difficilmente rimovere; e la di come in suo nido e si dalla persona di lui me
sposizione è una qualità, che agevolmente si desimo chiamando il suo stile e debile e pigro.
rimove. Onde ogni abito è disposizione neces E il fa ancora docile dicendo: – A voi rivolgo
sariamente; ma non è già necessario che ogni il mio debile stile, accennando di voler favellare
disposizione sia abito; onde potemo dire, che degli occhi; e perchè miuno si sbigottisse, o
lasciasse di leggere, per aver chiamato il suo
(1) Son. CVII, Parte I. stile debile, e pigro soggiunse: – E chi di voi
(2) Canz. XVII, Stanza VI, Parte I. ragiona, con tutto quello che seguita, dove ancora
(3) Son. CCII, Parte I. si fa benevola Madonna Laura. E certo chi vorra
(4) Son. LV, Parte I. dirittamente considerare vedia che questo proc
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 6i

mio ha tutte le sue parti compiutamente, le quali certo non è più brutto ma bene più breve. Ne
noi, bastandoci d'averle accennate in parte, non vuol dire altro ingiurioso se non pieno d'in
dichiareremo altramente; e riserbandoci a dif giuria, perchè ancora in latino quasi tutti
finire altrove lungamente che cosa sia ingegno i nomi che finiscono in oso, significano pienez
e mostrare che quel modo di parlare: Dove Amor za: come amoroso, pensoso, ed altri tali. – Ma
-fa nido, è locuzione topica propia del Petrarca contrastar non posso al gran disio: rende la ca
e degna di grandissima lode, passeremo alla se gione per iscusarsi, onde è che egli ne favelli.
conda stanza. Ed avendo confessato l'errore, lo difende rimo
vendo da se non il peccato, ma la colpa, e lo
8TANZA SECONDA
trasferisce in Amore, ovvero nel desiderio, che
egli aveva avuto sempre di lodare quegli oc
Non perch'io non m'avveggia chi dal primo di che li vide. Trasferisce an
Quanto mia laude è ingiuriosa a voi: cora la colpa in loro medesimi, i quali sono
Ma contrastar non posso al gran desio, di maniera, che non vi si può aggiugnere col
Lo quale è in me, da poi -
pensiero di nessuno, non che o egli, o altri
Ch' io vidi quel che pensier non pareggia, potesse, parlando, dirne a pieno. Epperò disse
Non che l'agguagli altrui parlar, o mio. altrove pure scusandosi di questo medesimo:
Principio del mio dolce stato rio,
Altri che voi, so ben che non m'intende, E le mie colpe a sè stessa perdoni (i).
Quando a gl'ardenti rai neve divegno , Ed altrove medesimamente
Vostro gentile sdegno
Forse ch'allor mia indignitate offende, Colpa d'Amor non già, difetto d'arte (2);
O, se questa temenza chè così si debbe e leggere e puntare secondo
Non temprasse l'arsura che m'incende il mio avviso, e non come puntano e leggono
Beato venir men ! che 'n lor presenza gli altri:
M'è più caro il morir, che 'l viver senza.
Colpa d'Amor, non già difetto d'arte.
Aveva il Poeta nei primi sei versi della pri
ma stanza fatto un proemio comune a tutte e Ma contrastar: cioè ripugnare; ed era neces
tre le canzoni e generale a ogni persona: poi sario il così dire perchè altramente la difesa
rivoltosi agli occhi, fatto un proemio partico non sarebbe stata valida, essendo questa la terza
lare a questa prima Canzone: ora in questa parte della causa assuntiva nella costituzione,
seconda stanza inſino a quel verso, che co ovvero stato conjetturale. E però disse anco
mincia: – Principio del mio dolce stato rio, si ra: disio grande e non posso, a dimostrare,
scusa con essi occhi, e rende la cagione per che per lui non era restato. – Lo quale è in
chè li lodi, ancorachè conosca, che il suo lo me: disse lo qual disio, e non il qual per ca
darli è un biasimarli e far loro ingiuria. Dice gione di maggior suono, come dice ancora spesse
dunque: – Non perch'io non m'avveggia, cioè volte lo cor, lo mio, lo cui ed altri tali senza
non perchè io non m'accorga e non sappia molto altra necessità che lo stringa. – Da poi ch'io
bene. – Quanto mia laude, cioè quanto il volervi vidi: cioè sempre dal di che li vidi e mi in
lodare io; dove noteremo che quel pronome mia namorai quasi come Virgilio nella Buccolica: –
e posto in questo luogo attivamente e non pas Ut vidi, ut perii: ed altrove disse in un modo
simile:
sivamente, significando la mia laude non quella,
che si dà a me, ma quella, che do io ad altri, Quel che veder vorrei poi ch' io nol vidi (3).
E disse laude, e non lode per essere quello più
pieno per cagione di quel dittongo au. Disse Quel che pensier non pareggia, – Non che l'ag
laude per e e non per a, come poteva rispetto guagli altrui parlare, o mio: cioè, i begli occhi
al suono, che è più dolce così cozzando in di Madonna Laura. Nè poteva usare circonlo
cuzione più divina, nè con più belle voci e
quell'e, e seguitando poi ingiuriosa, che for meglio accomodate parole, rispondendo parlar
nisce per a. – È ingiuriosa a voi: perciocchè che è verbo, a pensier che è nome; ed aggua
quando si loda alcuna cosa, o meno, che non si
dovrebbe, o in altra guisa, che non si conviene, gli presente del soggiuntivo, a pareggia presente
dell'indicativo, e mio ad altrui. Il che a fine
se le fa torto, ed ingiuria grande, non onore.
E però disse, il gran Tito Livio Padovano di che meglio s'intenda, dovemo sapere, che pri
Cartagine: È meglio tacersene, che dirne poco. mieramente sono le cose, di poi i concetti, ov
vero pensieri, che non sono altro che l'imma
E pare che togliesse questo luogo dal Petrarca gini, ovvero similitudini d'esse cose riserbate
Latino, cioè da Orazio quando egli parlando
nella fantasia: nel terzo luogo sono le voci, ov
ad Agrippa disse: vero le parole, le quali mediante quelle simi
Imbellisque brrae Musa potens vetat litudini ed immagini, che noi chiamiamo con
Laudes egregii Caesaris, et tuas cetti ci significano e rappresentano le cose: ul
Culpa deterere ingent (1). timamente è la scrittura, la quale ci rappre
togliendolo però di maniera che lo fece suo. E senta le cose, ma mediante le parole ed i
se non è meglio detto e più bello di quello,
(1) Son CLXXX, Parte I.
(2) Son XLVI, Parte I.
(1) Hor, Lib. I, Od. VI. (3) Son. XII, Parte II.
62 LEZIONI

concetti e di mano in mano si va digradando. La qual cosa egli ripete nen per carestia ne
Perciocchè le cose sono più e più veramente, di sentenze, nè di parole, ma pocticamente a
che i concetti; i concetti più che le parole, le maggiore spressione, e non solo per muovere
parole più che le scritture. Onde sono alcune di sè compassione in altrui, ma generare an
cose, le quali non si possono immaginare, alcune cora misericordia. Dice dunque variando le pa
s'immaginano che non si possono favellare; al role, le metafore, ed i modi del favellare. –
cune si favellano, che non si possono scrivere; Dunque, ch'i' non mi sfaccia: cioè, ch'io non
e per questo diceva S. Agostino: Deus verius mi distrugga, e venga meno. – Sì frale ogget
excogitatur, quam exprimitur, et verius est quam to a sl possente foco: essendo di frale oggetto,
cogitetur –Non pareggia: siccome pari ed eguale cioè neve, secondo alcuni. – A sì possente
significano una cosa medesima, così pareggiare foco, cioè, agli ardenti rai: e così tutto que
ed agguagliare, hanno il medesimo significato – sto verso dirà in sentenza colla medesima tra
Altrui parlar: questo pronome altrui è in tutti slazione quello, che disse di sopra tutto quel
i casi, così nel numero del meno, come in quello Verso :
del più, eccetto però, che non mi ricorda averlo Quando agli ardenti rai neve divegno.
trovato mai nel nominativo, nè del singolare,
nè del plurale, ma sempre altri, e così nelle Ma a me piacerebbe più, che questo fosse
prose come nel verso si pone e significa quello uno artifizio nuovo, e che comeLaura di sopra ag
al sole
stesso, che in latino alienum , onde quello che guagliò gli occhi di Madonna
essi direbbero aliena pericula, noi diciamo gli e sè alla neve, così qui agguagliasse i mede
altrui pericoli, o i pericoli altrui. E quando simi occhi a un fuoco possente e grande e se
diciamo, i pericoli d'altri sebbene i" a uno oggetto frale e debole; come sarebbe,
il medesimo, non è però la medesima locuzione, esempligrazia, il solfo, come egli stesso disse
ma quello, che essi direbbero pericula aliorum. a questo proposito medesimo, o la cera:
E significa questo pronome altrui alcuna volta Solfò ed esca son tutto.
la persona certa; come là – L'uno a me nuo Ed altrove nella canzone: – Ben mi credea
ce, e l'altro-Altrui, ch'io non lo scaltro, ec.(1),
cioè a Madonna Laura, ed alcuna volta incerta passar mio tempo omai (1):
come là – Dove è viva colei, ch'altrui par Ed io, che son di cera al foco torno.
morta (2). E tanto è dire altrui quanto ad altrui, Non è propio valor: non è mio nè sapere
cosi nel singolare come nel plurale, e non me nè virtù. – Che me ne scampi: il quale mi
no nella prosa che nel verso. difenda e liberi, ch'io non arda e venga me
-
no. – Ma la paura: quella temenza di non
offendere e far disdegnare Madonna Laura. –
Che. La qual paura. – Agghiaccia un poco:
LEZIONE TERZA cioè raffredda, dove pare a me che fosse po
sto quello avverbio un poco, ec., cioè alquanto
per temperare la forza e veemenza di quel ver
Dunque, ch'i' non mi faccia, bo agghiaccia, e non significa altro agghiacciare
Sì frale oggetto a sì possente foco, un poco, che raffreddare molto. Alcuni voglio
Non è propio valor, che me ne scampi: no che significhi tempo, dicendo un poco,
Ma la paura un poco, cioè per alquanto spazio; alcuni lo congiun
Che 'l sangue vago per le vene agghiaccia, gono non con agghiaccia, ma con risalda. – Il
Risalda 'l cor, perchè più tempo avvampi. sangue vago per le vene: disse vago, cioè va
O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi, gabondo ed errante, perchè il sangue median
O testimon della mia grave vita, te le vene che si distendono per tutto il cor
Quante volte m'udiste chiamar Morte !
Ahi dolorosa sorte !
po, dà nutrimento a tutte le parti di ciascun
membro, non aliramente che vedeno negli
Lo star mi strugge, e 'l fuggir non m'aita. arbori. Onde ancora Dante a un simil propo
Ma, se maggior paura sito disse nella canzone: – Così nel mio Par
Non m'affrenasse, via corta, e spedita
Trarrebbe a fin questa aspra pena e dura, lar voglio esser aspro (2):
E la colpa è di tal, che non n'ha cura. » E il sangue, ch'è per le vene disperso,
» Correndo fugge verso
In questiprimi sei versi di questa terza stanza » Locor che'l chiama; ond'io rimango bianco».
riduce il poeta e replica di nuovo quella me Risalda 'l cor, cioè risana, come là:
-
desima sentenza e concetto, che egli aveva detto
nel fine della seconda; cioè, che se egli non Una man sola mi risana e punge (3).
veniva meno e non si disfaceva nel rimirare Perchè: acciocchè. – Avvampi: arda, e si
gli occhi di Madonna Laura non veniva que consumi. – Più tempo: maggiore spazio e più
sto per virtù e sapere di lui; ma perchè il lungamente. – Sfaccia: cioe, disfaccia e di
timore, che egli aveva di non offenderla mi strugga, stando in sulla traslazione, o della ne
rando, temperava l'ardore, che l'incendeva.
(1) Canz. XVI, Stanza III, Parte I.
(1) Canz. X, Stanza II, Parte I. (2) Rime di Dante, Libro III, Canz. I,
(2) Canz. I, Stania VII, Parte 11. (3) Son. CX111, Parte 1.
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 63
ve al sole, o della cera al fuoco. Dove è da che l'uomo si propone come suo ſine, onde
notare, che questa lettera s, posta dinanzi ai l'oggetto degli innamorati sono le donne loro.
verbi, ha quella stessa forza che la preposizio E però diceva il Petrarca:
ne dis in latino; onde tanto è dire sfaccio,
Ch'io non veggio 'l bel viso, e non conosco
quanto disfaccio, slego, dislego, scoloro, disco Attro sol, nè questi occhi hanno altro obbietto(1).
loro ed altri simili. E sempre in cotal caso si
gnifica il contrario del verbo a cui è posta di E nel sonetto: – In quel bel viso, ch' io so
nanzi, come volere e disvolere: stempro, dis spiro e bramo (2):
tempro, torno, distorno, ovvero frastorno, cioè, Ma la vista privata del suo obbietto.
far tornare indietro. È ben vero che alcuna
volta non significa contrarietà, ma accresce il E nella mestissima Canzone (3): – Amor se
significato del suo verbo come distringo, cioè, vuoi, ch'io torni al gioco antico:
legare strettamente, e distillo, cioè stillare ab Rendiagli occhi e agli orecchi ilpropio obbietto.
bondantemente; ed in diverse parti alcuna volta
non fa altro che mutare la significazione al suo E così nel sonetto: – Soleano i miei pensier
verbo, come distinguo. Alcuna volta si trova là soavemente (4):
sola, come smorzare, sbrancare, scaricare, sca Di loro obbietto ragionare insieme.
pestrare, formati da questi nomi morso, bran Onde l'oggetto del fuoco sono tutte le cose
ca, carico, capestro, come da fronda ovver fron
combustibili, per dirlo come i filosofi, cioè
de, sfrondare. – Sì frale: parola propio to
scana e molto usata dal Petrarca, tratta per che possono ardere; e quanto una cosa è più
combustibile ed atta ad abbruciare, tanto è
quanto stimo da questa parola latina fragile,
levata del mezzo la sillaba gi, per la figura più frale oggetto, perchè il fuoco vi s'appicca
chiamata sincope da Greci, cioè mozzamento : più tosto e più agevolmente la consuma. E
però disse il Petrarca:
onde tanto significa frale sincopato quanto fra
gile intero, cioè cosa debile, e che agevolmen E se non fosse esperienza molta
te si spezzi: chè tanto significa il verbo fran Dei primi affanni, io sarei preso ed arso
gere, onde è derivato. E però disse propia Tanto più, quanto son men verde legno (5).
mente il Petrarca:
Ed il secondo Petrarca, ma Viniziano (6), disse
La frale vita, che ancor meco alberga (1). a questo proposito medesimo nel sonetto: – Se
Ed altrove: tutti i miei primi anni a parte a parte:
» Arsi al tuo foco, e dissi altro non chero,
Fra sì contrari venti in frale barca (2). » Mentre fui verde e forte: or non pur ardo
Ed altrove: » Secco già e fral, ma 'ncenerisco e pero».
Questo nostro caduco e fragil bene, A sì possente foco: risponde con quelle pa
Ch'è vento ed ombra, ed ha nome beltate (3). role a sl possente, a quelle sì frale, come fece
il reverendissimo Bembo con non minor gra
E quel che disse di sopra fiale barca chia zia, il quale avendo detto verde e forte, sog
mò altrove fragil legno, cioè, frangibile (per giunse secco, e frale; dove noteremo, che il
dir cosi). – Oggetto. Come si dice toscana Petrarca (per quanto mi ricordo) non usa mai
mente subbietto e soggetto nella medesima si potente nè potendo, come fa il Boccaccio, ma
gnificazione tanto in prosa quanto in versi, possente e possendo, come forse di maggior suo
così si dice medesimamente obbietto ed og
no: onde disse nell'ultima di queste tre so
getto; la qual parola è propia dei filosofi, e relle:
benchè appo loro si pigli alcuna volta per lo
medesimo, che subbietto, tutta via parlando Si possente è 'l voler, che mi trasporta.
propiamente, obbietto non è altro, come ne di Ed altrove dandogli il caso dopo, e pur dei
mostra il suo nome, che quello che s'affaccia, begli occhi parlando di Madonna Laura, disse:
ovvero rappresenta dinanzi. E quello si chia E que begli occhi, che i cor fanno smalti,
ma l'obbietto d'alcuna arte o scienza, circa
Possenti a rischiarar abisso e notti,
il quale s'indirizza tutta l'intenzione di co E tórre l'alme a corpi, e darle altrui (7).
tale scienza ed arte. Nel primo modo diciamo,
che l'obbietto degli occhi sono i colori, del Non è propio valor. Questa parola valore, on
l' udito i suoni, dell'odorato gli odori, ed i de viene valoroso, sebbene significa propia
sapori del gusto, i quali si chiamano da filo mente la valuta di ciascuna cosa, si piglia però
sofi sensibili, che tanto viene a dire quanto in tanti significati e sì begli, che io non cre
gli obbietti de sensi, come dichiarammo nelle do, che chi cercasse tutta la lingua latina, po
Lezioni dell'Anima. Nel secondo modo dicia tesse ritrovar mai una voce di tanto valore
mo, che l'obbietto della medicina, cioè l'in
tendimento e fine suo è la sanità, e breve (1) Son. CLXXI, Parte I.
mente oggetto si piglia per tutte quelle cose, (2) Son. CXC1X, Parte I.
(3) Canz. I1, stanza il I, Parte II.
(4) Son. XXVII, Parte II.
(1) Ball. V, Parte I. (5) Son. III, Parte II.
(2) Son. LXXXvili, Parte I. (6) Intende il Cardinale Pietro Bembo. (M.)
(3) Soa. LXill, Parte II. (7) Soa. CL1X, Parte I.
(si LEZIONI

quanto è questa, e che sprimesse quello stesso mente ed in diversi significati: qui vuol signi
nella lor lingua, che in questa favella nostra. ſicare da questa cosa; come là:
Nè si possono dichiarar bene i significati suoi, Quand'io fui preso e non me ne guardai (1).
se non con gli esempi quali sono poco meno,
che infiniti; e però ne raccontaremo tre o Alcuna volta significa e non, come nella can
" solamente E prinicramente, per non zone grande:
iscostarci dagli occhi, di cui si ragiona, alle Morte mi s'era intorno al core avvolta
garemo l'esempio nella difficile canzone: –
l’erdi panni (1): Nè tacendo polea di sua man trurlo (2).
Alcuna volta significa noi, come là :
Chi gli occhi mira d'ogni valor segno.
Ed altrove : Che vendetta è di lui, ch'a ciò ne mena (3).
Alcuna volta in :
Fu per mostrar quanto è spinoso calle
E quanto alpestre, e dura la salita Per fare ivi e negli occhi sue difese (4).
Onde al vero valor convien, ch'uom poggi (2).
Alcuna volta negli:
Ed altrove :
E'l viso scolorir, che ne miei danni (5).
Spento'l primo valor, qual sia 'l secondo (3)? Alcuna volta si pone in vece di ovvero:
E nel sonetto: – O passi sparsi (4), intendendo Anzi la voce al suo nome rischiari
delle lettere e dell'armi, disse : Se gli occhi ti fur dolci nè cari (6).
O fronde, onor delle famose frondi
Ed è tolto dalla lingua Provenzale come in
O sola insegna al gemino valore,
finite altre parole e modi di favellare notati
E nei Trionfi: altrove da noi.

Gente di ferro e di valore armata (5). Ma la paura. La paura non è altro che una
contrazione, ovvero ristringimento dell'animo
Che me ne scampi: come i Latini hanno alcuni per cagione d'alcuna cosa, o che sia veramente
verbi, i quali sono ora neutri ed ora attivi, o che ci paia cattiva, la quale giudichiamo
come ruo, e molti altri, così ne hanno i To che ne debba apportare, o di presente o non
scani medesimamente ; onde scampare alcuna dopo molto tempo, alcuno danno o male gran
volta è attivo come qui, e significa difendere de. Dico ristringimento: perché mediante cotale
e liberare come là: perturbazione l'animo si contrae e ristringe e
-
-

Più non mi può scampar l'aura nè 'l rezzo (6). quinci seguita che il sangue correndo al cuore,
come a rocca per difenderla parte più nobile,
Ed è alcuna volta neutro come nella divotis lascia le membra esteriori, onde seguita la bian
sima canzone alla nostra Donna: chezza ed il freddo, e dal freddo il tremito.
O saldo scudo dell'afflitte genti Che sia, o che ci paia: perchè molti temono
Souo il qual si t ioſa, non pur scampa (7). di quello che non si deve temere, e molti per
contrario non hanno paura di quello di che si
E nella canzone: Qual più diversa e nuova: doverebbe tremare come è d'essere tenuti o
Fuor tutti i nostri lidi ignoranti, o maligni e d'altre cose infinite, che
Nell' Isole famose di Fortuna possono offenderne non meno l'animo che il
Due fonti ha, chi dell'una corpo: onde Dante
Bee, muorridendo, e chi dell'altra scampa (8). » Temer si dee di sole quelle cose
» Ch'hanno potenza di fare altrui male
Così poco di sotto quel verbo agghiaccia è » Dell'altre no, chè non son paurose» (7).
posto attivamente. E nel sonetto: Quest' umil
ſera un cor di tigre o d'orsa (9), è posto atti O di presente, o dopo non molto tempo: per
vamente come in molti altri luoghi: chè quando le cose sono lungi quantunque
grandi ed orribili non ci fanno paura ancora
Non può più la virtù fragile e stanca che certissime, come la vecchiaia e la morte.
Tante varietati omai soffrire Danno, o male grande: perchè se fosse leggiero
che'n un punto arde, agghiaccia, arrossa e im o picciolo, o stimato da noi per tale, non c'ar.
bianca, recherebbe paura. Vulpiano la diffinì breve
Me ne: Questa particella ne si pone varia mente in questo modo: La paura è una trepi
dazione, o vogliamo dire spavento della mente
per cagione d'alcun pericolo, o presente o fu
(1) Canz. II, Stanza VIII, Parte I.
(2) Son. I V, Parte IV.
(3) Son. LXVI, Parte II. (1) Son. lII, Parte I.
(4) Son. CX, Parte I. (2) Canz. I, Stanza V, Parte I.
(5) Trionfo della Fama. (3) Son. Vi 1, Parte I.
(6) Son. Ll, Parte I. (4) Son. II, Parte I.
(7) Canz. VIII, Stanza II, Parte II. (5) Son. IX, Parte I.
(8) Canz. XIV, Stanza V1, Parte I. (6) Cauz. I, Stanza VII, Parte II.
(9) Son. CI, Parte I (7) Inferno, Canto II.
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI
turo. Cicerone nel quarto delle disputazioni E di sopra:
Tusculane disse: La paura è una opinione d'al
cun male che ne soprastia, il quale ci paia Non perch'io non m' avveggia.
intollerabile.
E quello è da notare che mai non si dice
Risalda 'l cor: risaldare pare tolto per tra da buoni autori per il che, ma sempre perchè,
slazione delle cose rotte o fesse ed in somma
o per lo che i conciossiachè dopo la preposi
che non sono intere, onde noi diciamo saldo zione per non seguita l'articolo il, ma sem
quello che i Latini dicono solidum. Ed altrove pre lo.
il Petrarca:
Più tempo: più in questo luogo non è sostan
Prima porla per tempo venir meno tivo come nel principio del Paradiso:
Un'immagine salda di diamante (1). » Nel ciel che più della sua luce prende» (1);
E diciamo medesimamente saldare le ragioni, ma aggettivo, e significa maggiore; come là:
quello che Cicerone disse: consolidare rationes.
Ed il Petrarca: Che più gloria è nel regno degli eletti (2).
E per saldarle ragion nostre antiche (a). Quando è avverbio significa magis:
E s'usa propiamente delle ferite. Così an E mansueto più Giove che Marte (3).
cora il Petrarca:
Pigliasi ancora aggettivamente in luogo di
I begl'occhi ond i fui percosso in guisa molto:
Ch'ei medesimi porlan saldar la piaga (3): Onde più cose nella mente scritte (4):
benchè generalmente si pigli di tutte le maga
gne. Così ancora il Petrarca:
cioè assai, ovvero plures, latinamente.
Avvampa. Vampa, onde par composto questo
E tutto quel, ch una ruina involve verbo, significa quello, che volgarmente diciamo
Per le spera saldare ogni suo vizio (4). vampo, cioè calore che esca da fiamma: onde
avvanpare significa quello che diciamo abbron
E qui è posto il composto per lo semplice. zare, ed in somma scaldare fortemente ed in
Perchè: questa particella significa nella no cendere; onde Dante per traslazione disse la
stra lingua quello che nella latina quare e quia,
ora rendendo la cagione come fa quia, ed ora vampa, cioè l'ardore e gran desiderio, che lo
dimandandone come fa quare. Alcuna volta si coceva dentro nel decimosettimo canto dell'a-
radiso:
gnifica benchè, come là:
» Perchè, mia donna, manda fuor la vampa
Chi 'l crederà perchè giurando il dica (5)? » Del tuo disio, mi disse, si ch'ell'esca
Alcuna volta perciocchè, o conciossiachè, onde » Segnata bene dell'interna stampa ».
il Petrarca :
E noi volgarmente diciamo un panno, o altra
Chè perch'io non sapca dove nè quando (6). cosa essere avvampata, quando, mediante il
Alcuna volta acciocchè o a fine, come qui ed caldo, è in modo disposta, che poco manca
altrove: ad appigliarvisi il fuoco e levare le fiamme. E
questo è il suo propio significato benchè ge
E fal perchè 'l peccar più si pavente (7). neralmente si piglior per ardere in voce neutra,
Alcuna volta per qual cagione, come nel so ed ora per incendere ed abbruciare in attiva.
netto a Sennuccio: Così il Petrarca nell'ultima canzone:
Qui son securo: e vovvi dir perch'io o refrigerio al cieco ardor ch'avvampa (5).
Non, come soglio, il folgorar pavento (8).
E procede la canzone nostra:
Alcuna volta per la qual cosa, onde:
O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi,
Perch'io di lor parlando non mi stanco (9). O testimon della mia grave vita,
Alcuna volta per cui, ovvero per la quale: Quante volte m'udiste chiamar morte!
Ahi dolorosa sorte !
Così colei perch' io sono in prigione (Io). - - -

Lo star mi strugge e 'l fuggir non m'aita.


-

Alcuna volta significa quanto che:


Credono alcuni che questa parte dipenda di
Non perch'io sia securo ancor del porto (11). sopra da quelle parole: perchè più tempo a
vampi, per dimostrare che non in suo pro e
(1) Son. LXXII, Parte I.
(2) Son. XXXV, Parte II. benefizio, ma perchè ardesse più lungo tempº
(3) Son. XLVII, Parte I. se gli risaldava il cuore, desiderando egli di
(4) Cauz. II, Stanza 111, Parte IV. morire; il che voglia provare ora colle parole
(5) Soa. XLVI 11, Parte I. che seguitano. – O poggi, º valli, fiumi, ec.
o

(6) Canz. l, Stanza ll 1, Parte I. Ma a me piace più che questo sia un artifizio
(7) Canz. I, Stanza VII.
(8) Son. LXXVII, Parte I. (1) Paradiso, Canto 1.
(9) Son. XLVII, Parte 1. (2) Son. V, Parte 1 V.
(1o) Canz. IV, Stanza ill, Parte II. (3) Soa. 1 V, Parte 1.
(11) Non è questo un verso del Petrarca, ue a inesovviene (4) Can. 1, Staura V, Parte I.
di qual poeta sia. cl.) (5) Canz. Vill, Stanza 11, Parte II,
VARCHI
66 LEZIONI
e concetto nuovo, e voglia mostrare come dice crescere la cagione del suo dolore, usa uno ar
in mille luoghi, e come soggiunge poco di sotto, gomento topico; perciocchè lo stare ed il fug
che se vedeva Madonna Laura si struggeva per gire sono contrari, ed i contrari come si vede
la troppa arsura, e se non la vedeva, si strug in tutta la medicina si guariscono coi contra
geva della voglia e del desiderio di vederla , ri. E però pareva strano al Petrarca che se lo
onde, per uscire di tanto dolore, andava chia stare lo struggeva, il fuggire che è suo con
mando la morte. E così viene a lodare gli oc trario non lo aiutasse ; e però si duole quasi
chi di Madonna Laura da un altro effetto gran che questo sia oltra ogni dovere dicendo:-Ahi
dissimo, stimando tanto il vederli, che trovando sorte dolorosa: dove dolorosa si piglia in signi
sene lontano, desiderava di morire, ed usa in ficazione attiva e non passiva; come quando i
questo luogo in un tempo medesimo due co Latini chiamano la morte pallida, perchè fa
lori, ovvero ornamenti rettorici: quello che si pallido altrui. E certamente sarebbe stato strano
chiama esclamazione, e quello che si chiama che da duoi contrari fosse proceduto uno ef
interrogazione, ovvero dimanda, aggiungendovi fetto medesimo. Se non che procedevano per
quell'altra figura, che dà il senso e la vita diversi rispetti. E chi non sa che da una ca
alle cose senza vita e senza senso. Il che gione medesima possono procedere diversi ef
sebbene è conceduto agli oratori, è però molto fetti secondo diversi rispetti, come da diverse
più dicevole ai poeti, e massimamente in que cagioni possono procedere i medesimi effetti
sto modo, che l'usa qui il Petrarca dicendo i nelle cose però che sono di diverse nature ?
– O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi – Perciocchè gli angeli che si congiungono al fine
O testimon: invece di testimoni. – Della mia loro senza movimento alcuno, tanto sono nobili
grave vita: cioè noiosa e molesta per trasla e perfetti; e la terra si congiugne anch'ella al
zione dai pesi. – Quante volte: quasi dica più suo fine senza muoversi, il che le avviene però
di mille, anzi infinite. – M'udiste: mi senti per diversacagione, cioè per la imperfezione sua.
ste. – Chiamar morte: mentre che io chiamava
la morte. E che questo fosse vero, cioè che Ma se maggior paura
egli andasse chiamando morte per più ermi e Non m'affrenasse, via corta e spedita
disabitati paesi, ne fa fede in mille luoghi per Trarrebbe a fin quest'aspra pena e dura,
tutto il suo Canzoniere, or dicendo: E la colpa è di tal che non n'ha cura.
Risponde in questi ultimi versi, o a sè mc
Cercato ho sempre solitaria vita,
desimo, o ad uno che lo domandasse, onde è
Le rive il sanno, e le campagne e i boschi (1). che non avendo egli scampo nessuno al suo
Ed ora gran male, non uccide sè stesso per uscire di
Passer mai solitario in alcun tetto tanti affanni, e dice che il farebbe pur trop
po; se non che una maggior paura caccia l' al
Non fu quant'io, nè fera in alcun bosco (2).
ira. E questa maggior paura si può intendere
E nella sestina. – Non ha tanti animali il mar in due modi, siccome anco là dove dice nel
fra l'onde (3): sonetto: –S'io credessi per morte essere scarco(1):
Le città son nemiche, amici i boschi. Ma perch'io temo che sarebbe un varco
E in tutto il sonetto –Solo e pensoso i più de Di pianto in pianto, e d'una in altra guerra,
serti campi (4): anzi pure in tutta quella bellis cioè che l'amore non finirebbe, amandosi an
sima canzone: Di pensier in pensier, di monte cora dopo morte, come accenna nell' artifi
in monte (5): ziosissima canzone che comincia :-Nella stagion
Ogni segnato calle che 'l ciel rapido inchina (2):
Provo contrario alla tranquilla vita. onde mai nè per forza, nè per arte
Prosegue la nostra canzone: Ahi dolorosa sor Mosso sarà, fin ch'io sia dato in preda
te! - Lo star mi strugge e 'l fuggir non m'aita. A chi tutto diparte, -

Pensano alcuni che il Poeta voglia dire in Ne so ben anco che di lei mi creda.
questo luogo usando lo stare e i fuggire quello Alludendo, per avventura, a quello che dice
stesso che egli disse nella tornata della can
Virgilio nel sesto libro dei campi lagrimosi:
zone:- Ben mi credea passar mio tempo omai (6):
Hic quos durus Amor crudeli tabe peremit
Canzon mia, fermo in campo Secreti celant calles, et mirtea circum
Starò, che gl'è disnor morir fuggendo, Sylva tegit: curae non ipsa in morte relinqunt.
E me stesso riprendo
Di tai lamenti, sì dolce è mia sorte. Puossi intendere ancora che questa maggior
paura fosse la tema di non perder l'anima
Ma egli per mio avviso è molto lontano da uccidendosi da sè stesso, e questo pare più
cotal sentenza, anzi per ben mostrare ed ac verisimile alla condizione e matura del poeta,
il quale era non solamente cristiano e sacer
(1) Son. CCI, Parte I. dote, ma buon sacerdote e buon cristiano. E
(2) Son. CLXXI, Parte I. che questo sentimento sia più tosto vero che
(3) Sest. VIII, Parte I.
(4) Son. XXII, Parte 1.
(5) Canz. XI I1, Stanza 1, Parte I. (1) son. XXIII, Parte I.
(6) Cauz, XVI, Starza Vi 11, Parte I. (2) Canz. IV, Stanze V, Patº I. -
SULLE C. NZONI DEGLI OCCHI 6
-

verisimile, udiamo il Poeta medesimo quando Dolor, perchè mi meni


dice nella pietosa e lamentevole canzone: – Che Fuor di cammin a dir quel ch'io non voglio?
debbo io far (1)? Sostien ch'io vada ove 'l piacer mi spinge.
Tal che sº altri mi serra
Accortosi il Poeta che egli d'una in altra
Lungo tempo il cammin da seguitarla, cosa era uscito del suo proponimento primo,
Quel ch Amor meco parla, il quale era di lodare gli occhi di Madonna
Sol mi ritien, ch'io non recida il nodo; Laura, ed entrato nel dolersi e nel raccontare
Ma e' ragiona dentro in cotal modo: le sventure sue, vuole ora in questi primi versi
Pon freno al gran dolor che ti trasporta di questa quarta stanza per ritornare onde
Che per soverchie voglie s'era partito, scusare sè medesimo e trasferire
Si perde 'l Cielo, ove 'l tuo core aspira. la colpa nel dolore. Onde facendo una trasla
Dice dunque: – Ma se maggior paura, dove zione da viandanti, quando sono stati guidati
dicendo maggior notaremo, che la lingua to fuori della strada diritta, dice volgendo il par
scana siccome ancora l'ebrea non ha compa lare al dolore per la figura apostrofe: – Do
rativo nessuno, eccetto questi quattro che sono lor, perchè mi meni? per qual cagione mi
conduci e mi travii. – Fuor di cammin: fuori
latini: maggiore, minore, migliore e peggio
re; e cosi latinamente gli usiamo, benchè di di strada. – A dir quel ch'io non voglio: cioè
ciamo ancora più grande, più picciolo e più a dolermi. E qui lascia la traslazione, dovendo
dire se avesse voluto seguitarla: A gir dov'io
buono, e più cattivo in luogo di peggiore. –
Non m'affrenasse, non mi ritenesse, e lo mi non voglio. – Sostien ch'io vada : qui ritorna
proibisse per traslazione da cavalli che si ri nella traslazione, il che è usitatissimo da poe
tengono col freno. – Via corta e spedita: o ti. – Ove 'l piacer mi spinge: a lodare gli oc
via o modo breve e non impedito non essendo chi e raccontare gli effetti che operavano in
piu agevol cosa che il morire, onde disse al lui. E disse spinge: a dimostrare quella me
trove: desima forza di sopra quando disse: – Ma'l gran
piacer lo sprona, e poco di sotto;–Ma contra
Che ben può nulla, chi non può morire (2). star non posso al gran disio. E perchè in que
sto poeta si fa menzione del dolore moltissime
volte, e niuno che io mi ricordi, dichiara che
E certamente par gran fatto che non si po
tendo nascere se non in un modo solo, si possa cosa egli sia, non sarà se non buono farne
morire per infiniti, e massimamente che la na alcune parole; e massimamente che questa pas
tura come giustissima non ha dato mai a una sione si comprende meglio coi sentimenti che
cosa più d'un contrario, come dice il Filosofo non si dichiara colle parole, cioè è conosciuta
nel decimo della Metafisica. E però dovemo più colla sperienza che colla ragione. È adun
sapere che la vita e la morte non sono con que il dolore di due maniere: corporale ed
trari positivi come il bianco ed il nero, o il intellettuale. Del dolor corporale considerano
freddo e'l caldo, ma privativi, come il moto e i medici e Galeno, principe loro, lo diffinisce
la quiete, e il lume e l'ombra. Oltra che l'acqui in questa maniera: Il dolore è un sentimento
stare l'essere è cosa buona e desiderabile, e spiacevole, cioè che n'arreca tristizia, e questa
però voluta dalla natura, e 'l perderlo come è propio l'essenza sua. Alcuni aggiugnendovi
cosa rea e da fuggirsi non è propiamente opera la cagione lo diffiniscono così : Il dolore è un
della natura ma seguita dalla necessità della sentimento spiacevole d'uno obbietto che s'im
materia; cioè essendo noi composti di cose prima subito e con violenza. Perciocchè non
contrarie non è possibile durar lungo tempo, ma è propio dolore, se alcuno obbietto non viene
di fuora subitamente e con violenza. E se bene
è necessario che ci corrompiamo; e andare verso
il non essere è agevolissimo, e si può fare in si chiama dolor corporale, dovemo però inten
mille modi, essendo incerto ed infinito, come dere, che non si può cagionare, se il senso
interiore non concorre anch'egli coll'esteriore.
un colpo può còrre nel bersaglio una volta e
mille fuori. E ancora che questo nome dolore sia comune
Trarrebbe a fin: fornirebbe. – Questa pena a qualunque noia, molestia e dispiacere che può
aspra: per traslazione dal gusto. – E dura: per avvenire a tutti i sensi, come al viso dal troppo
traslazione dal tatto. – E la colpa è di tal, che lume, all'udito dal suono sproporzionato, al
non n'ha cura; cioè di Madonna Laura: il che gusto dal sapore ingrato, come agro o amaro,
fu detto da lui tanto per accusare lei, quanto all'odorato dagli odori troppo potenti; nondi
per fare più compassionevole la doglia sua. meno il dolore è propiamente dell'ultimo senso
cioè del tatto. E si fa secondo Galeno dalla'
Perciocchè i miseri e gli afflitti si sdegnano
grandissimamente ed accrescono la pena, quando soluzione del continuo; cioè quando quello
ch'è uno c continuato si divide, e brevemente
veggano, che altri e massimamente quelli onde
patiscono, o da quali speravano, non solamente si disunisce l'unità della parti, come si vede
non si dolgono dei mali loro negli ajutano, ma nelle ferite. Il che è ripreso dal grande Aver
rois che vuole che il dolore si cagioni sola
ancora non vi pongono cura.
mente dalla stemperanza, ovvero distempera
mento nel terzo libro delle sue Collecta. E non
(1) Canz. I, Slanza VI, Parte I. è dubbio nessuno che il dolore nasce ancora
(2) Son. Cl, Parte I. dall'alterazione delle qualità, cioè del caldo e
G8 LEZIONI
del freddo, ma di questo non s'ha a favella E medesimamente:
re qui.
Il dolore che noi chiamiamo intellettuale non Pur mi consola che languir per lei
è altro secondo i filosofi che un ristringimento Meglio è, che gioir d'altra: e tu mel giura
dell'animo per cagione d'alcun male presente Per l'orato tuo strale, ed io te 'l credo (1).
o molto vicino; e questo nasce ancora molte Quel già ha in questo luogo forza da fermare
volte non solo per lo aver noi perduto alcuna e non di tempo, e si può meglio esprimere cogli
cosa che ci fosse cara, ma ancora per lo non esempi che colle parole, come là:
poter conseguire quelle che desideriamo, come
si vede tutto'l giorno negli amanti, e in que L'alma ch'è sol da Dio fatta gentile
sto Poeta massimamente, e più in queste tre Che già d'altrui non può venir tal grazia (2).
canzoni che altrove. E crescono i dolori o Ed altrove:
più o meno secondo che più o meno grandi
sono i desideri: ed i desideri sono o minori Ingrata lingua già però non m'hai (3).
o maggiori secondo che le cose desiderate sono E così, per avventura, o in un simil modo si po
o ci paiono più belle e migliori. E perchè que trebbe pigliare nel sonetto: O d'ardente vir
sto affetto o passione è fredda e secca, però tute ornata e calda (4):
s'accresce dai tempi e dai luoghi, perchè come O sol già d'onestate integro albergo,
il sole rischiara non solamente l'aere, ma an
cora gli animi nostri rallegrandoci, così le te. non mi parendo che si possa riferire il tempo
nebre gli offuscano contristandoci. E però di convenevolmente, nè trovando altro senso che
ceva il Petrarca: del tutto mi soddisfaccia. – Occhi sereni sovra
Non ha tanti animali il mar fra l' onde il corso mortale: cioè più che non consente or
Quanto ha 'l mio corpensier ciascuna sera (1). dinariamente la natura, ed in somma vuol dire
occhi divini, lodandoli dalle cose presenti, cioè
E altrove (2): dalla bellezza loro, chiamandoli sereni per tras
Tutto 'l di piango; e poi la notte, quando lazione dal cielo e per lo proprio nome; per
che come avemo detto qui è un nuovo comin
Prendon riposo i miseri mortali,
Trovomi in pianto, e raddoppiansi i mali: ciamento e però li si fa benevoli. – Nè di
Così spendo 'l mio tempo lacrimando. lui: cioè di colui. – Che il quale. – Mi di
strigne: mi lega strettamente, come là:
Il medesimo avviene dei luoghi, i quali, come
dimostra tante volte il Petrarca, nº accrescono O bella man, che mi distringi il core (5).
più o meno il dolore, secondo che più o meno E in somma circonscrive Amore. – A tal no
sono solitari o frequentati. E però disse egli do: cioè ad amare cosa sì bella, e si perfetta:
non meno da dotto, che da innamorato, onde disse nella canzone del pianto:
Ogni loco m'attrista ove io non veggio E a costui di mille
Quei begl'occhi soavi (3). Donne elette eccellenti n elessi una
E quell'altro diceva per questo fine medesi Qual non si vedrà mai sotto la luna (6).
mo: – In solis tu mihi turba locis. E questo
sia detto in fin qui del dolore. E quel che segue; ed altrove disse:
Già di voi non mi doglio Gli animi, ch'al tuo regno il Cielo inchina,
Occhi, sovra 'l mortal corso sereni, Leghi ora in uno ed ora in altro modo,
Ma me solo ad un nodo
Nè di lui, ch'a tal nodo mi distringe.
Legar potei, che'l Ciel di più non volse (7).
Qui rientra nella materia cominciata conti
nuando coi tre versi di sopra; benchè potremo B però disse nel fine d'una sua Ballata: -

secondo alcuni dire, che la digressione non for Per morte nè per doglia
nisse in fino al verso: Vedete ben quanti co Non vo' che da tal nodo amor mi scioglia (8).
lor dipinge. – Già di voi mi doglio: non vuol
La canzone nostra così procede:
dire come credono alcuni quello che scrisse nel
Trionfo della Divinità: Pedete ben quanti color dipinge
Amor sovente in mezzo del mio volto,
Che la colpa è pur mia, che più per tempo E potrete pensar qual dentro fammi
Dovea aprir gl'occhi e non tardare alfine Là 've dl e notte stammi
Ch' a dire il vero omai troppo m'attempo, Adosso col poder, c'ha in voi raccolto,
ma loda gli occhi da un altro effetto dicendo Luci beate e liete:
come là : Se non che'l veder voi stesse v'è tolto:

Togliendo anzi per lei sempre trar guai (1) Son. CXXII, Parte I.
Che cantar per qualunque, e di tal piaga (2) Canz. 1, Stanza VII, Parte I.
Morir contento e viver in tal nodo (4). (3) Son. XXXIV, Parte I.
(4) Son. XCVI, Parte I.
(1) Sest. VII, Parte I. (5) Son. CXLVII, Parte I.
(2) Son. CLXI, Parte I. (6) Canz. VII, Stanza VII, Parte I.
(3) Cauz. Ill, Stanza Ill, Parte I. (7) Canz. II, Stanza VII, Parte I 1.
(4) Son. XXVI 11, Parte II. (8) Ball. IV, Parte I.
SUI.LE CANZONI DEGLI OCCIII 6)
Ma quante volte a me vi rivolgete ne la sua operazione cioè la visione; ed in
Conoscete in altrui quel che voi sete. somma non conosce il viso di vedere, nè l'u-
dito d' udire. E il medesimo dico di tutti gli
Tutte le cose (come dicono i filosofi) si oo altri sensi, e le ragioni sono almeno tre. La
noscono mediante le loro operazioni. Volendo prima è che ogni sentimento, in quanto senti
dunque lodare gli occhi da quello che in lui
operavano, e perchè le cose interiori si mento, è passione, perchè egli riceve i sensibili,
dimos ed ogni ricevimento è con moto, ed ogni moto
trano per le esteriori, dimostrare quale egli è passione. Ora ogni passione si fa da una cosa
fosse di dentro, dice pure agli occhi parlan dissomigliante a sè: nessuna cosa è dissomi
do: – Vedete, cioè mirate e ponete mente – gliante a sè medesima : dunque il senso non
Quanti color dipigne Amore sovente, parola pro può apprendere sè medesimo. La seconda è
venzale che significa molte volte com'è no perchè ogni senso ha bisogno nella sensazio
tissimo. – In mezzo del mio volto, nel mio ne, cioè operazione sua d'alcun mezzo, o in
viso, che così solemo dire, ancora che non in trinseco come il tatto ed il gusto, o estrinseco
tendiamo così a punto del mezzo come là: come gli altri tre, i quali hanno bisogno del
Talor m'assale in mezzo a tristi pianti (1): l'acqua, o dell'aria illuminata, e però non può
la vista vedere l'occhio, non vi sendo tra l'u-
e là ancora:
no e l'altro mezzo alcuno, che porti le spezie
Ma io, perchè s'attuffi in mezzo l'onde (2): del visibile al viso. La terza ed ultima ragione
è perchè i sentimenti sono immersi nella ma
e in somma non vuol dir altro in questi versi teria e nel corpo da cui dipendono e nell'es
se non
sere e nell'operare. Ora nessun corpo si può
Che 'n un punto arde, agghiaccia, arrossa e im rivolgere sopra sè stesso come è più che noto
bianca (3): appresso i filosofi ; altramente non sarebbe
corpo: e però nessun sentimento può conoscere
segni manifestissimi di grandissimo e potentis se medesimo. Anzi nè ancora l'intelletto umano,
simo amore. – E potrete pensar: e vi sia leg tutto che sia immateriale, non può rivolgersi
giero il conoscere e considerare. – Qual den sopra sè stesso, se non per accidente; e così
tro.fammi: come mi conci e governi il cuo non si conosce se non accidentalmente; e que
re. – Là ove, nel qual luogo. – Mi sta a sto gli avviene, perchè sebbene è separato di
dosso: a dimostrare la possanza e vittoria d'A- sua natura e secondo l'essenza sua da ogni
more sopra lui, come disse ancora Dante nella materia, tuttavia dipende dai sensi, e senza loro
canzone allegata di sopra: non può essere, nè operare secondo i Peripa
s, Ch'ella m'ha messo in terra e stammi sopra tetici. E questo basti quanto alla quarta stanza
e terza lezione.
» Con quella spada ond'egli uccise Dido».
Il che s'accresce dicendo: – Dì e notte col po
tere che ha in voi raccolto. – Luci beate e lie
: intendendo pur degli occhi, o più tosto delle
pupille degli occhi perchè in esse vi sia la vi LEZIONE QUARTA
sione, cioè l'atto e l'operazione del vedere; e
le chiama beate e liete. – Se non che: eccetto
Se a voi fosse si nota
solamente in questa parte, che non possono ve La divina incredibile bellezza
dere loro stesse. – Ma quante volte a me vi
Di ch'io ragiono, come a chi la mira;
rivolgete: cioè ogni volta, che mirate nel volto
mio. – Conoscete in altrui, cioè in me, e nel Misurata allegrezza
mio viso. – Quel che voi siete: cioè quanto sia Non avrà 'l cor: però forse è remota
grande la bellezza vostra veggendomi di tanti Dal vigor natural, che v'apre e gira.
colori e si cupidamente guardarvi, come testi Felice l'alma, che per voi sospira
monia in mille luoghi: e però disse (4): Lumi del Ciel; per li quali io ringrazio
La vita, che per altro m'è a grado,
Volgendo gl'occhi al mio nuovo colore, Oimè, perchè si rado
Che fa di morte rimembrar la gente, Mi date quel, d'ond'io mai non son sazio?
Pietà vi mosse, onde benignamente Perchè non più sovente
Salutando, teneste in vita il core. Mirate, quale Amor di me fa strazio ?
E perchè mi spogliate immantinente
E perchè niuno dichiara in questo luogo (che Del ben, ch' ad or ad or l'anima sente?
io sappia) perchè gli occhi non possono vedere Avendo detto di sopra che gli occhi di Ma
sè stessi, diremo come nella lezione dei senti
donna Laura erano beati in ogni cosa, salvo
menti in universo, che niun senso può appren
dere sè medesimo nel suo organo, ovvero stru che non potevano vedere sè medesimi, v'ag
mento, nè la sua operazione; onde il vedere giunse subito quasi un rimedio dicendo:
non vede se, nè il suo strumento cioè l'occhio, Ma quante volte a me vi rivolgete,
Conoscete in altrui quel che voi sete.
(1) Son. XI, Parte I.
(2) Canz. IV, Stanza IV, Parte I. Ora vuol mostrare, che il non poter ve
(3) Son. Cl, Parte I. dere sè stessi, è non in danno, ma in utile
(4) Ball. V, Pate 1. loro grandissimo; perciocchè se si vedessero,
LEZIONI
7o
conoscerebbero la loro bellezza, e conosciutala cità ovvero vivezza delle sentimenta, la quale
se ne allegrerebbero tanto fuori di misura, che il Petrarca chiamò dottamente vigor naturale,
o passerebbero il dovuto termine; (il che è e questa vivezza risponde alla prudenza; per
biasimevole in tutte le cose, perchè come disse chè come l'anima, mediante la prudenza, co
Orazio non meno filosofo morale, che poeta: nosce e comprende le cose agibili, cioè quel
lo che si debba o fare, o non fare, così l' a
Est modus in rebus, sunt certi denique fines nima medesima, mediante la bontà dei sensi,
Quos ultra, citraque nequit consistere rectum) comprende e conosce le cose sensibili. E non
o, per avventura, se ne morrebbero. Dice dun è dubbio nessuno, nè appresso i medici, nè ap
que, sempre agli occhi parlando. – Se... La presso i filosofi, che quelli che hanno i senti
divina incredibile bellezza: perchè molte cose menti migliori, hanno ancora migliore ingegno
sono divine, che non sono incredibili. – Di e giudizio. Perchè i sentimenti sono gli stru
ch' io ragiono: della quale bellezza (che non è menti dell'anima, la quale senza loro non può
altro che lo splendore e grazia loro) io favel nè sapere cosa alcuna, nè operare; e quelli
lo, cioè la vostra. – Fosse si nota a voi: tanto hanno i sentimenti migliori i quali sono più
manifesta a voi stessi. – Come a chi la mira: temperatamente complessionati, perchè gene
quanto a chiunque la risguarda. – Il core: di rano miglior sangue, e 'l sangue migliore ge
Madonna Laura. – Non avria: non avrebbe – nera gli spiriti più sottili e più lucidi, onde
Allegrezza misurata: ma smisurata, e così se vengono tutte le cognizioni ed azioni nostre,
ne potrebbe morire. Il che non è cosa nuova; La seconda dote del corpo è la gagliardia, la
conciossiachè uno Spartano chiamato Chilone quale risponde alla fortezza, perchè come quella
abbracciando il figliuolo, il quale era stato co sostiene gli affanni dell'animo, così regge que
ronato nei giuochi e combattimenti olimpici, sta quelli del corpo. La terza è la bellezza, la
si morì d' allegrezza. E Sofocle, grandissimo quale corrisponde alla temperanza, perchè co
tragico, udito che la sua tragedia era stata giu me quella nasce dagli umori proporzionata
dicata la più bella, e così essere rimaso vin mente temperati, così nasce questa dalle parti
citore, ne prese così fatta allegrezza, che egli del corpo debitamente disposte. La quarta ed
se ne mori. Il medesimo intervenne per la me ultima è la sanità, che corrisponde alla giusti
desima cagione a Filippide, poeta comico, ed zia, la quale nasce da una certa complessione
a molti altri, che per la troppa allegrezza cad convenevole e debita quantità d'umori. – Che
dero morti subitamente, come racconta Vale v'apre e gira: due cose, nelle quali consiste
rio Massimo nell' ultimo libro, nel capitolo buona parte della grazia e bellezza degli oc
delle morti non ordinarie. Non si legge già che chi: onde nel sonetto. – In qual parte del
si muoia così agevolmente del dolore, e però Cielo, in quale idea (1): egli disse:
disse il Petrarca:
Per divina bellezza indarno mira,
L'ardente nodo, ov io fui, d'ora in ora Chi gli occhi di costei giammai non vide :
Contando anni ventuno interi, preso, Come soavemente ella li gira: -

Morte disciolse, nè giammai tal peso


Provai, nè credo ch'uom di dolor mora (1). Ed altrove:

Benchè altrove dicesse quasi di contrario pa E 'l bel viso vedrei cangiar sovente,
rere:
E bagnar gli occhi, e più pietosi giri -

Nè di Lucrezia mi maravigliai, Far, come suol chi degli altrui martiri,


Se non come al morir le bisognasse E del suo error, quando non val, si pente (2).
Ferro, e non le bastasse il dolor solo (2): Felice l'alma, che per voi sospira: seguita
imitando, per avventura, Lucano, che disse: pure di lodare i begli occhi, ma con nuovi ar
Turpe mori post te solo non posse dolore:
tifizi sempre più belli; perciocchè come si può
lodare una cosa maggiormente, che chiamare
in persona di Cornelia moglie di Pompeo, le ca felice uno che sospiri per lei? E come può
gioni delle quali cose diremo un'altra volta. – essere felice uno che sospira ? Se non che gli
Però forse è remota: per questa cagione, per amanti sono fuori delle leggi degli altri uomini;
avventura, è remota, ovvero rimossa; ch è l'uno il che conoscendo Tibullo disse leggiadrissi
e l'altro è toscanamente usato così ne prosa mamente come sempre:
tori, come ne poeti. – Dal vigor natural, che
v'apre e gira. Per bene intendere il sentimento Quisquis amore tenetur, eat tutusque sacerque
di questo verso, dovemo sapere, che come nel Qualibet: insidias non timuisse decet.
l'anima umana sono quattro virtù: prudenza, Ed il Petrarca medesimo rende altrove la
fortezza, temperanza e giustizia chiamate car
dinali, le quali la fanno perfetta; così nel cor cagione di quello che dice in questo verso
eleggendo di languire più tosto per Madonna
po sono quattro doti supreme, le quali corri Laura che gioire per qualunque altra. E di
spondono alle quattro virtù dell'anima, e lo
fanno perfetto. E queste sono una certa viva
qui possiamo cavare per l'argomento dal mi

(1) Son. III, Parte II. (1) Son. CVIII, Parte I. -

(2) Son. CCIV, Parte I. (2) Son. LXXXVII, Parte I.


SULLE CANZONI DEGLI OCCHI -
l
-

nore, quanto sarebbe stato felice, se gli fosse straziare e scempiare nella nostra lingua, ancora
stata pietosa, e come i Latini dicono: che Dante a maggiore espressione dicesse:
Quod si forte alios jam nunc suspirat amores: » Ond'io a lui: Lo strazio e il grande scempio
» Che fece l'Arbia colorata in rosso,
cosi dicono i Toscani alcuna volta: – In quel » Tal orazion fa far nel nostro tempio (1)».
bel viso, ch'io sospiro e bramo: dandogli l'ac
cusativo figuratamente. – Lumi del Ciel: non Amor fa di me: ed artifiziosamente disse,
gli bastò chiamarli lumi semplicemente, come Amore e non voi, per non fare contra quel di
altrove: sopra. - Già di voi non mi doglio –Occhi so
era 'l mortal corso sereni: volendo più tosto at
E mentre i miei due lumi indarno cheggio (1); tenere la promessa a loro, che ad Amore. Ed
artifiziosamente ancora disse: – Mirate qual
ma ancora v'aggiunse del ciel per lodarli mag Amor di me fa strazio; e non me, sì per muo
giormente, e farsegli più amichevoli. – Per li vere compassione di sè, e sì per non essere
quali io ringrazio la vita: è questa un'altra immodesto. Nè mi piace come ad alcuni che
lode grandissima, posciachè un tale uomo rin si dica – Mirate quale Amor, cioè di che sorte,
grazia Dio di vivere, nè ha cara la vita per o quanto grande. – E perchè mi spogliate im
altro, se non per mirare quei begli occhi; on mantinente – Del ben ch 'ad ora ad or l'anima
de nella seguente stanza dice; sente? Di sopra s'era doluto, che Madonna
Laura gli concedeva pochissime volte la vista
Quel tanto a me, non più, del viver giova: de' suoi begli occhi cercata da lui e desiderata
ed altrove disse: mai sempre: ora si duole, che anche quelle
poche volte duravano corto tempo; onde di
Per quanto non vorreste, o poscia, od ante ce: – E perchè: e quale è la cagione, che
Esser giunti al cammin, che si mal tiensi voi, occhi sovra 'l mortal corso sereni. – Mi
Per non trovarvi i duo bei lumi accensi spogliate: mi private; ed usò questo verbo spo
Nè l'orme impresse dell'amate piante (2). gliate con arte ed ingegno grande, volendo mo
ed altrove: strare, che ella gli faceva torto, essendo tolto
per traslazione dai masnadieri e rubatori di
Gli occhi soavi, ond'io soglio aver vita, strada. Nè paja ad alcuno che sia troppo que
Delle divine loro alte bellezze sto, perchè la chiama molte fiate or sua ne
Furmi 'n sul cominciar tanto cortesi (3). mica, or sua guerrera ed ora altramente. E
Dante disse della sua Bice:
Ma troppo sarei lungo se volessi addurre in
testimonianza di quello, che non è dubbio tutti » Questa schierana micidiale ed atra».
i luoghi che si potrebbero. – Oimè, perchè si Immantinente: incontamente, cioè, subito.-Del
rado. – Mi date quel, dond'io mai non son sa ben: del piacere ed infinita gioia. – Che: il qual
zio! Pare, come dicono alcuni, che avendo chia bene.-L'anima sente ad ora ad or, cioè, alcuna
mato felice chi sospira per Madonna Laura, volta: e questo è il propio significato di que
cioè sè medesimo, egli lo metta ora in opera sto avverbio come si vede manifestamente in
col dire quasi sospirando: oimè, e si duole di questo luogo, e là : -

avere si poche volte quello, che egli vorrebbe


tuttavia; ed è bellissima contrapposizione, e Ma chi vuol si rallegri ad ora ad ora;
dimostra avere grandissima cagione di dolersi. – Ch'io pur non ebbi mai non dirò lieta,
Donde, cioè del quale: l'avverbio per lo no Ma riposata un'ora,
me, come s'usa infinite volte. – Io mai non Nè per volger di ciel, nè di pianeta (2).
son sazio: duolsi che quello, onde non si sareb ancorchè molti lo piglino in luogo di spesse
be sazio mai, gli sia concesso sì rado, cioè si volte, il che è radissimo. Noteremo ancora, che
rade volte, come altrove: sebbene egli dice: l'anima sente, si deve però
E per altrui si rado si disserra (4). intendere come avemo avvertito altre volte,
dell' anima e del corpo insieme. Perciocche,
E perchè gli amanti non si saziano mai di tutto il composto è quello, che opera e non
vedere cose amate, avemo detto e diremo al l'anima o il corpo separatamente l'uno senza
trove. – Perchè non più sovente. – Mirate l'altro, perchè della forma, cioè dell'anima,
quale amor di me fa strazio: parte si duole e e della materia, cioè del corpo, risulta una cosa
parte si meraviglia; e quasi li priega ripren sola, la quale è una perfettissimamente, essen
dendoli che essi non si rivolgano verso lui, se do l'anima l'atto, cioè la perfezione del corpo
non radissime volte, dicendo: – Perchè: per e quella che gli dà l' essere. E sebbene Ari
qual cagione. – Non mirate più sovente: non stotile dice nel primo libro, che tanto e a dire
guardate più spesso. – Quale strazio: quanto l'anima sente, quanto l'anima fila, o edifica;
grande scempio, perchè il medesimo significa | tuttavia non solo i poeti e gli oratori, ma i
filosofi ancora, ed egli stesso, come si vede
nel terzo dell'anima, usano simili favellari.
(1) Son. CCVII, Parte I.
(2) Son. CLII, Parte I.
(3) Canz XVI, Stanza II, Parte I. (1) Inf., Canto X.
(4) Son. XXXll, Parte 1 l. (2) Cauz. iV, Stanza 11, Parte I.
- o
- LEZIONI

Dico ch'ad ora ad ora, le cose dolci ordinariamente sono amiche della
Vostra mercede io sento in mezzo l'alma natura, e piacciono al gusto. Di qui viene che
Una dolcezza inusitata e nuova, trasferendosi all'anima si chiamano dolci tutte
La quale ogn'altra salma quelle cose che ne dilettano; onde dolcezza in
Di nojosi pensier disgombra allora, questo luogo si piglia per gioia e piacere, co
Sì che di mille un sol vi si ritrova: me in infiniti altri luoghi. – Inusitata e nuo
Quel tanto a me, non più, del viver giova. va. Alcuni riferiscono inusitata, al Poeta, il
E se questo mio ben durasse alquanto quale non era usato di sentirla troppe volte;
Nullo stato agguagliarse al mio potrebbe: e nuova, cioè era grande e meravigliosa, come
Ma forse altrui farebbe Virgilio: – Pollio et ipse facit nova carmina.
Invido, e me superbo l'onor tanto: Ma a nuc pare che come la lingua latina ha
Però, lasso, conviensi, alcune parole, le quali, benchè significhino il
Che l'estremo del riso assaglia il pianto, medesimo, si pongono però quasi sempre in
E'nterrompendo quelli spirti accensi sieme dagli scrittori, cosi abbia la toscana, e
A me ritorni, e di me stesso pensi. tra queste sono casso e privo, ignudo e casso,
Il Poeta continuando e dichiarando sè me inusitato e nuovo, onde disse nel primo capi
tolo del Trionfo d'Amore:
desimo dice più apertamente qual fosse quel
bene che sentiva la sua anima alcuna volta, il L'abito altero inusitato e nuovo:
quale replicamento ha grandissima forza. Dice ed altrove
dunque. – Dico: cioè voglio dirc. – Che io
sento ad ora ad ora: cioè qualche volta; che Amor della sua luce ignudo e casso (i).
gli antichi nostri dicevano a otta a otta. – In – La qual: dolcezza. – Allora: mentre che vi e
mezzo l'alma: nel mezzo del cuore, perchè in miro – Disgombra: scaccia, e toglie via –
questo luogo come in molti altri alma, che è – Ogni altra salma: ogni altra soma, parola
vocabolo provenzale e significa l'anima, si pi provenzale; e quello ogn'altra non è relativo,
glia invece del cuore, dove si sente l'allegrez ma è modo nostro di parlare, cioè qualunque
za. Perciocchè l'anima non è in nessuna parte sia; come là
del corpo particolarmente, ma tutta in tutte Sì che s'altro accidente
le parti; perchè ella non è nel corpo come in nol distorna (2).
luogo; onde ancora che il corpo si muova, ella– Di pensier noiosi: di molesti e spiacevoli
non si muove, non si movendo nè per sè, nè pensamenti. – Sì che: di maniera. – Di mille:
per accidente; come sanno gli esercitati, che d'infiniti pensieri. – Un sol vi si mostra: e
gli altri non possono intendere queste cose.- questo è il contemplare e fruire la dolcezza di
In mezzo l'alma, poteva dire ancora in mezzo quei begli occhi – Quel tanto a me, non più,
a l'alma, come nel sonetto: Io mi rivolgo in del viver giova. Spongono alcuni quel tanto del
;
dietro a ciascun passo (1): vivere, e non più mi diletta, cioè niuna altra
Talor m'assale in mezzo ai tristi pianti; cosa mi piace in questa vita, se non mirare i
begli occhi; ed alcuni dicono, quel tanto, cioè
Poteva ancor dire in mezzo dell'alma, come solamente quel poco di tempo ch'io li miro, mi
disse di sopra: giova del vivere, e non più; perché tutto il
Vedete ben quanti color dipinge restante, come vuole inferire, si cousuina in
Amor sovente in mezzo del mio volto. affanni e pianti: e questo pare il vero senti
mento, come dice altrove in mille luoghi. –
E similmente nel mezzo dell'alma, come al E se questo mio ben: usa un altra volta questo
trove:
nome generale bene, che comprende tutti i
Sento nel mezzo delle fiamme un gelo (2). piaceri e tutti gli utili, perchè bene significa
Indi prosegue: – Vostra mercede: disse al ogni cosa buona. – Durasse alquanto: bastasse
trove: un poco più; e mostra grandissima modestia
sua, con grandissima lode di loro. – Nullo stato:
Benignamente sua mercede ascolta (3). niuno grado e condizione quantunque felice. –
Dicesi ancora, per quella figura chiamata apo Potrebbe agguagliarsi: si potrebbe comparare e
cope, cioè tagliamento dei fine della parola, paragonare al mio stato. E così mostra che la
mercè; e significa quello che volgarmente si vita e piacere suo eccederebbe e trapasserebbe
dice per grazia vostra, o per cortesia, ed i La tutti gli altri piaceri e vite infinitamente, po
tini direbbero: quae tua est pietas vel benigni sciache tra loro non cadrebbe comparazione,
tas. Dicesi ancora alcuna volta ironicamente o proporzione alcuna. – Ma forse altrui fa
come nella canzone: – Italia mia benchè il par rebbe – Invido e me superbo l'onor tarato: per
lar sia indarno (4): chè d'ogni male si può trarre alcun bene, ed
Vostra mercè, cui tanto si commise:
i saggi ripigliano ogni cosa in buona parte
però quasi esortando sè stesso il Poeta dice
cioè per vostra colpa. – Una dolcezza, perchè – Ma forse l'onor tanto: quanto sarebbe s'i
potessi contemplare un poco più lungamento
(1) Son. X1, Parte I. i begli occhi – Farebbe forse altrui: cioè Ma
(2) Son. LXXXI 11, Parte I.
(3) Son. l V, Parte 1 V. (1) Son. XXVI, Parte II.
Q4, Cana. l V, Stanza tv, P.tte l V. (2) Son. V1, PautelV.
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 73
donna Laura, secondo alcuni, il che non mi lui esser freddo. Il che è vero sì in tutte l'altre
piace in questo luogo, sebbene altrove, e mas cose, e sì massimamente nel contemplare e spe
simamente nel sonetto: O invidia, nemica di colare le cagioni delle cose; onde Virgilio non
virtute (1), dimostra che ella gli fosse invidiosa men buon medico che dotto filosofo ed eccel
delle sue bellezze. Ma perchè altrove avemo lentissimo poeta disse per questa cagione nella
a parlare lungamente di questo rabbioso mo Georgica:
stro e venenosissima peste, non diremo qui al
tro, se non che altrui si deve intendere in que Quod si has ne possim, naturae attingere partes,
sto luogo generalmente, perchè questa sentenza Frigidus obstiterit circa praecordia sanguis.
è cavata da S. Bernardo, come notano tutti gli A me ritorni e del mio stato pensi. Tutti
spositori, il quale disse in una sua operetta quelli che amano, ordinariamente non vivo
della Contemplazione, favellando dello stare in no in sè medesimi ma in altrui, come testi
estasi, cioè dell'essere fuori di sè e rapito monia tante volte questo Poeta medesimo e
dallo spirito: Illi qui in estasim incidunt, sta tutti gli altri; onde Monsignor Reverendissimo
tim reverentur et ajunt: Si diutius in ea ma Bembo disse nella fine d'una delle sue stanze
neremus, nimium superbi homines efficeremur, et miracolose:
maximam nobis invidiam concitaremur.
Invido, invidioso, come altrove: Nè sa coll'alma nella fronte espressa
Cercare altrui e ritrovar sè stessa.
Invide Parche, sì repente il fuso (2).
E tanto più poi quando pensano intentamente
Però: per questa cagione. – Conviensi: si con alle donne loro, e tanto più ancora quando le
viene ed è ragionevole. – Lasso: ha interposto mirano e contemplano fisamente. E però disse:
questa interiezione di dolore per dimostrare – A me ritorni: perchè prima era in altrui. –
non tanto la sventura sua di non poter conti E di me stesso pensi: perchè prima pensava ad
nuare in così disiata gioia, quanto l'infelicità ogn'altra cosa. E questo affetto medesimo di
della vita umana, dove pigne quasi dichiarando questo luogo egli stesso
- - -s” altri è lieto alquanto
- -
divinamente in quel sonetto divino:
Immantinente poi l'assale il pianto. Siccome eterna vita è veder Dio,
Che il pianto assaglia: occupi. – L'estremo del Nè più si brama, nè bramar più lice:
riso: perchè come dice S. Girolamo: Extrema Così me, Donna, il voi veder felice
gaudii luctus occupat. E di vero non avemo Fa 'n questo breve e frale viver mio (1).
mai piacere niuno, che dopo non seguiti altret E di poi soggiugne:
tanto, o più di dispiacere, e però Omero, in
cui, come in un fonte perpetuo, anzi mare, si E se non fosse il suo fuggir si ratto (2).
sono bagnati tutti gli ingegni di tutti i poeti Ed altrove :
buoni, finse prudentissimamente nell'ultimo
libro della guerra Trojana, che Giove padre Lasso! ma troppo è più quel che io n involo
degli Dii aveva dinanzi la porta due vasi, l'uno Orquinci, or quindi, come Amor m'informa,
de'quali era pieno di tutti i beni, e l'altro di Che quel, che vien da grazioso dono (3).
tutti i mali: e sempre che egli voleva man Passiamo all'altra stanza:
dare in terra alcun bene o alcun male, met
teva le mani in ambedue i vasi, e tolto una L'amoroso pensiero,
manciata dell'uno ed una dell'altro, le gittava Ch'alberga dentro, in voi mi si discopre,
e spargeva insieme, onde come non veniva mai Tal, che mi trae del cor ogn'altra gioia:
alcun bene senza male, così non veniva alcun Onde parole ed opre
male senza bene. Ed a questo, per avventura, Escon di mesi fatte allor, ch'iº spero
volle alludere il Petrarca in questo luogo. – Farmi immortal, perchè la carne moja.
E'nterrompendo quegli spirti accensi. Stava il Fugge al vostro apparire angoscia e noia,
Poeta mirando Madonna Laura in dolcissima E nel vostro partir tornano insieme:
contemplazione fuori di sè stesso; ma ella tor Ma perchè la memoria innamorata
cendo gli occhi altrove gliela interrompeva. – Chiude lor poi l'entrata,
Quegli spirti accensi: in luogo d'accesi, come Di là non vanno da le parti estreme:
disse ancora altrove, per la figura epentesi, cioè Onde s'alcun bel frutto
interposizione; la quale è quando nel mezzo Nasce di me, da voi vien prima il seme:
Io per me son quasi un terreno asciutto
d'alcuna parola s'aggiunge alcuna lettera, o
sillaba, e disse spirti accensi, per mostrare il Colto da voi; e 'l pregio è vostro in tutto.
fervore della contemplazione. Perciocchè gli Quanto più si considera l'ingegno di questº
spiriti sono quelli che operano il tutto, e quanto Poeta, non punto minore dell'arte, tanto più
più sono caldi e sottili, tanto sono migliori e n'arreca a chi più intende non so se meravi
più atti alla contemplazione. Onde ancora vol glia o stupore, ne tanti modi e così diversi, coi
garmente quando vogliamo significare alcuno quali non meno ingegnosamente, che con arte
pigro ed inabile a operare checchessia, diciamo
(1) Son. CXXXIX, Parte I.
(1) Son. CXX, Parte I. (2) Son. CXXXIX, Parte I.
(2) Son. XXVIII, Parte 11. (3) Caua VII 1, Stausa l'V, l'arte -
VAla Clll
74 LEZIONI

loda ed innalza da vari effetti la leggiadria ed E nella canzone: Tacer non posso: disse:
eccellenza de' bellissimi occhi della sua castis
Dinanzi una colonna
sima donna. Onde volendo mostrare in questa
settima ed ultima stanza, che tutto quello che Cristallina, ed ivi entro ogni pensiero
egli è, tutto quello ch'egli opera, tutto quello Scritto ; e fuor tralucea si chiaramente,
ch'egli pensa, gli viene da loro soli e non da Che mi fea lieto, e sospirar sovente (1).
altri, piglia una traslazione e similitudine na Talchè : in guisa che. – Mi trae del core: mi
turale. Perciocchè come un terreno magro non leva e toglie dell'animo. – Ogn'altra gioia:
produrrebbe cosa alcuna, se prima non vi si ogni altro piacere, volendo inferire che tutti
gittasse il seme, e poscia si coltivasse, così il gli altri di questo erano minori e men belli;
Poeta agguagliando sè a quel terreno sterile, onde nell'ultimo verso della canzone grande,
ed i begli occhi al coltivatore d'esso, dice che disse:
tutto il pregio e tutta la lode, di quello che
egli fa, si debbe attribuire non a sè, ma a lo chè pur la sua dolce ombra,
ro. E cosi grandissimo obbligo hanno tutti gli Ogni men bel piacer dal cor mi sgombra (2).
uomini e massimamente i più gentili come più E qual gioia, anzi felicità, o più tosto beati
innamorati agli occhi di Madonna Laura ca tudine può immaginarsi non che essere o mag
gioni di tanti e così leggiadri componimenti e giore, o più desiderevole, che amare ed essere
di queste tre tanto e tanto meritamente lodate amato? E così la vista di quegli occhi non so
canzoni. Dice dunque nel principio, per la lamente gli sgombravano tutti i pensieri noiosi,
sciar andare l' altre sposizioni, che non mi come disse di sopra, ma ancora tutte le gioie
paiono né vere, nè belle come questa, che egli da una infuori, la quale avanzava sola tutte
rimirando in quegli occhi, discopriva e vedeva quante le altre insieme. – Onde: per la qual
in essi gli amorosi pensieri che abitavano den cosa. – Escon di me allora: cioè mentre che
tro il cuore di Madonna Laura, e questo gli ar io vi miro, e scopro in voi i pensieri dell'ani
recava tanto piacere, che lo faceva sdimenti mo. – Parole ed opre: nelle quali due cose
care tutte le altre dolcezze. E per questo veg consiste tutta la vita umana. – Sì fatte: di
gendosi in grazia di Madonna Laura faceva e tale maniera. – Che io spero: che io ho spe
diceva cose, che egli sperava di dover rima ranza. – Farmi immortal: d'avermi a fare im
nere vivo dopo la morte. Il che se gli riusci, e mortale, pigliando l'infinito del tempo presente
fu verissimo, può ciascuno giudicare per sè stes per quello del futuro, come usano i Toscani
so. Dice dunque: – Il pensiero amoroso: usan spessissime volte. E s'intende per fama, la quale
do il numero del meno per quello del più. – è un'altra vita se non più vera, certo più
Che: il qual pensiero. – Alberga dentro: abita lunga di questa, e che s'acquista altramente
nel cuore di Madonna Laura. – Mi si discopre: cioè colle virtù e fatiche; e molti molto più
mi si lascia vedere, ed in somma apparisce in la stimano che non fanno questa, come si può
voi, luci beate e liete. E che Madonna Laura vedere largamente in mille storie. Ed il Poeta
amasse il Petrarca, si vede spressamente nel medesimo disse:
secondo capitolo della Morte, dove ella mede
sima glielo dice ed afferma per molti versi con Chiamasi fama ed è morir secondo (3).
chiudendo:
Perchè: benchè. – La carne: il corpo, che es
Fur quasi eguali in noi fiamme amorose sendo terra si rimane in terra. – Moja: in
Almen poi ch'io m'accorsi del tuo fuoco; luogo di muoia, cioè mora, perchè l'o e l' u
Ma l'un le appalesò, l'altro le ascose. hanno gran somiglianza insieme, e si pongono
spesso l'uno per l'altro; onde Dante fece, che
E che egli, vivendo ella, se ne fosse accorto e lume rimò a come scrivendo lome:
lo credesse, testimonia egli stesso, quando dice:
» Di subito drizzato disse : Come
Era ben forte la nemica mia,
Dicesti: egli ebbe ? non vive egli ancora?
E lei vid' io ferita in mezzo'l core (1).
» Non fiere gli occhi suoi il dolce lomc (4) ?
Ed il Reverendissimo Bembo:
Fugge al vostro apparire angoscia e noia. – E
» Se a lui, che l'onorò la state e'l vermo, nel vostro partir tornano insieme. Come il sole
» Come fu dolce, fosse stata acerba s. rallegra apparendo tutte le cose, e tutte par
Nè è dubbio, che gli occhi sono lo specchio, per tendo le contrista, così dice il Petrarca, che
dir così, e quasi la finestra dell'animo; perchè in gli occhi di Madonna Laura, i quali erano il
essi si manifestano se non più chiaramente, alme suo sole, facevano a lui. E ripiglia in questi
no con più certa verità tutti gli affetti dell'ani due versi, secondo che a me pare, tutte le co
mo. E però disse Plinio: L'animo senza fallo al se dette di sopra; le quali sono in somma, che
berga negli occhi. E il Petrarca medesimo in come veggendo i begli occhi gustava tutte le
quella gravissima e moralissima canzone: Io vo dolcezze, così lontano da loro provava tutte le
pensando e nel pensier m'assale, disse: amaritudini, e forse si ricordò di Cicerone, il
Ch ogni occulto pensiero
Tiri in mezzo la fronte, ove altri il vele (2). (1) Canz. IV, Stanza II, Parte II.
(2) Canz. I, Stanza 1X, Parte I.
(1) Sor. LIX, Parte I. (3) Trionfo del Tempo.
(2) Canz, XVII, Stanza VI, Parte I. ( ) Iuf, Canto X.
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 55
quale disse nelle lettere scritte ad Attico (della gono, per la figura chiamata zeuma, ovvero
quale opera certamente divina devono gli stu congiugnimento, e pose partire e tornano a can
diosi delle buone lettere averne grado al Pe to; perchè essendo contrari apparissero meglio
trarca, che come diligentissimo la ritrovò, e e facessero più grazia: disse insieme, per di
come liberalissimo la diede in luce, ed ancora mostrare, che siccome subitamente si partiva
si ritrovano scritte tutte di sua mano): Ut me no amendue, così amendue subitamente torna
levarat tuus adventus, ita discessus afflixerat. vano. – Ma perchè la memoria innamorata.
Non è già vero quello che dicono alcuni, che Pare che egli risponda a una tacita obbiezio
il piacere e il dolore siano di quei contra ne, come è, che egli possa rimanendo dopo
ri, che, tolto l'uno, necessariamente seguiti la partita loro tutto angoscioso e pieno di noia
l'altro, come tolta la luce seguitano necessaria produrre quei bei frutti, cioè comporre le si
mente le tenebre, e chi non è sano di necessità leggiadre cose, che egli dice: e risponde, che
è malato, parlando secondo i medici, perchè se l'angoscia e la noia non passano nella memo
condo Aristotile la bisogna sta altramente. Per ria, perciocchè ella, piena delle immagini e dei
ciocchè i contrari sono di quattro maniere come simulacri dei piaceri ricevuti nel contemplare
sanno i loici; e quelli solamente, che sono pri quegli occhi, non accetta e non riceve dentro
vativi come il buio e la luce, la vita e la morte i simulacri e le immagini dell'angoscia e della
seguitano necessariamente l'un l'altro. Ma quel noja. E brevemente vuol dire, che si ricor
li che sono veri contrari, e che s'oppongono da dei piaceri e non dei dispiaceri, i quali,
positivamente, come il bianco ed il nero, il per essere stati i primi e grandissimi, hanno
piacere ed il dolore, non fanno questo: per ripiena ed occupata la memoria di tal sorte
ciocche non seguita: una cosa non è bianca, (come pare che voglia dire egli) che non han
dunque è nera: alcuno non ha piacere, dun no lasciato luogo a dispiaceri, e così dice. –
que ha dispiacere. Ma seguita bene: qui non Ma perchè: conciossiachè. – La memoria: cioè
è luce, adunque ci è buio; alcuno non è vivo, la potenza memorativa. – Innamorata: piena
dunque è morto. Seguitarebbe bene ancora nei d'amore e di dolcezza. – Chiude l'entrata: ser
contrari positivi, cioè che si trovano amen ra l'uscio, come noi diremmo, e non lascia
due realmente, se essi fossero di quelli, che entrare. – Lor: a loro, all'angoscia ed alla
si chiamano immediati, cioè che non hanno noja. – Poi: dopo il partire de' begli occhi –
mezzo; come, esempligrazia, nei numeri, dove Non vanno: non possono entrare e s' intende
il pari ed il caffo sono contrari immediati; l' angoscia e la noia. – Di là dalle parti estre
onde seguita necessariamente, che ogni nume me: cioè là ed in quella parte dove sta la me
ro che non è pari, sia caffo. Ma di queste co moria, la quale come dicemmo nelle lezioni
se s'è favellato ne' luoghi loro abbastanza; nè pubbliche, allegando questo luogo, si pone dai
io ci sarei entrato in questo luogo, se non per medici in alcuni ventricoli ovvero celle, secon
che dubito, che non sia stato per colpa degli do che pare le volesse chiamare il Petrarca,
stampatori quello che scrivono alcuni in que quando disse: –Qual cella è di memoria: che
sto luogo, che il piacere ed il dolore siano di sono nella parte di dietro presso la nuca, ov
quei contrari, che s'oppongono non positiva vero collottola. La qual parte si chiama fio
mente, ma come abito e privazione, di ma rentinamente la memoria; come quando dicia
niera che rimosso l'uno, subito l' altro appa mo: Egli ha dato della memoria in terra, ov
risca. La qual cosa non è vera, come è notis vero percosso la memoria. E questo avverbio,
simo a ciascuno per la sperienza stessa oltra di là non significa in questo luogo (come al
le ragioni, se già non l' intendessero; come cun crede) quello che i Latini dicono ulterius,
disse non meno leggiadramente, che veramen ma quello che dicono illuc, o veramente eo.
te il reverendissimo e dottissimo monsignor Ed è proprio fiorentino come quando diciamo:
Bembo: Va di là dai libri, in altro sentimento, che
» È gran parte di gioia uscir d'affanno». quando si dice di là d'Arno, cioè translativa
mente. – Onde: perchè, per la qual cosa. -
Disse dunque: – Angoscia e noja: cioè qualun .Se alcun bel frutto: parla modestamente di
que molestia e dispiacere. – Fugge: sparisce cendo sè ed alcuno. – Nasce di me: sta sem
e si dilegua, – A l'apparir vostro: tosto che pre nella metafora dicendo, frutto, nasce, se
apparite stando nella traslazione del sole; on me, terreno e colto. – Da voi vien prima il
de disse: seme: cioè primieramente da voi, ed è modo
Che spesso in un momento aprono allora nostro di favellare, come quando egli disse:
L'un sole e l'altro, quasi due levanti, Ricorre al tempo ch'io vi vidi prima (1).
Di beltate e di lume sì sembianti, Ed altrove:
Ch'anco ”l Ciel della terra s'innamora (1).
Dal di ch'Adamo aperse gli occhi (2).
E nel vostro partir: quando poi vi partite e
quasi tramontate ; e non disse al, ma nel, per E s'intende qui per lo seme, i pensieri e con
variare la locuzione. – Tornano insieme: l'an cetti d'Amore; come mostra egli stesso nel so
goscia e la noia s'intende, e disse tornano, netto: Quando'l pianeta che distingue l'ore (3):
dove di sopra aveva detto fugge, e non fug (1) Son. XVI, Parte I.
(2) Son. CXXIX, Parte I.
(1) Son. CXCVII, Parte I. (3) Son. VIII, Parte I.
76 LEZIONI
Cosi costei, ch'è tra le donne un sole, zio anzi più che mai infiammato al volerli Io
In me movendo dei begli occhi i rai dare; e così continua questa canzone colla sc
Cria d'Amor pensieri, atti e parole: guente, dove notaremo, che quasi sempre nella
con quello che seguita, che pare contrario a fine di tutte le canzoni, i poeti si rivolgono e
parlano ad esse. E questa ultima parte, come
quanto si dice qui. – Io per me: io com'io, e
n'insegna Dante nel suo amoroso Convivio, si
considerato da per me senza l'aiuto e coltura chiama generalmente in ciascuna canzone, tor
di voi. – Sono quasi un terreno: disse quasi
per temperare la metafora –Asciutto: secco e nata: perocchè i dicitori, che in prima usaro
per conseguente magro –Colto: coll'o chiuso, di farla, la fenno perchè, cantata quella, la
cioè coltivato e lavorato. – E il pregio è vo canzone con certa parte del canto ad essa si
stro in tutto: perchè gli agenti che fanno le ritornasse. Ma io, per seguitare le parole for
mali di Dante, rade volte a quella intenzione
cose, e non gli strumenti con che si fanno, o la feci, ed acciò che altri s' accorgesse, rade
i luoghi dove si fanno, devono lodarsi e me
ritare il pregio. Ed è più che vero, che l'amo volte la posi coll'ordine della canzone, quanto
re non solamente aguzza gli ingegni buoni, ma al numero che alla nota è necessario; ma fe
cila quando alcuna cosa in adornamento della
ancora risveglia i pigri e tardi, anzi di stolti li canzone era mestiero a dire fuori della sua
fa prudentissimi e di ignoranti letteratissimi,
come ne volle mostrare il Boccaccio nella ne sentenza: il che hanno seguitato poi dopo Dante
gli altri poeti tutti quanti. E qui, per non vi
vella di Cimone: e Properzio diceva:
essere più lungamente molesto, porrò fine a
Ingenium nobis ipsa puella facit questa prima Canzone.
E questo stesso Poeta a questo medesimo pro
posito:
Ch'a parte a parte entrº i begli occhi leggo LEZIONE QUINTA
Quant'io parlo d'amore e quant'io scrivo (1).
Segue il commiato della canzone:
Canzon tu non m'acqueti: anzi m'infiammi, Fra tutte le perturbazioni ovvero passioni
A dir di quel, ch'a me stesso m'invola: umane, chiamate latinamente affetti, niuna è,
Però sii certa di non esser sola. nobilissimi Accademici Fiorentini, la quale sia
nè più possente, nè più meravigliosa che l'a-
Chi non avrebbe creduto, che il Poeta, aven more. Anzi da questa sola come dal mare i
do lodato da tanti maravigliosi effetti, in tante fiumi, nascono si può dire e derivano l'altre
diverse guise, con tanta eloquenza la grazia e tutte quante: gli effetti della quale sono tanti
bellezza degli oochi di Madonna Laura, non e tanto diversi, che egli non pare a me nè ra
avesse non che quetato alquanto il gran disio gionevole, nè possibile che una stessa cagione
ch' era in lui, ed il gran piacere che lo spro li produca tutti. Onde hanno molti molte volte
nava a ragionare di loro, ma ancora fosse se dubitato quali siano e più e maggiori o i beni
non stanco, almeno sazio ? E nondimeno egli e giovamenti che ella n'apporta, o inocumenti
rivolgendosi alla canzone, secondo l'usanza le e mali di cui è cagione. Il qual dubbio è im
dice: Canzone, tu non solamente non m'acque possibile che si scioglia, se non s'intende pri
ti, ma ancora m'infiammi. – A dir a ragio mieramente, e quello che sia, ed in quante
mare. – Di quel che a me stesso m'invola: cioè spezie si divida l'amore. La qual cosa per lo
degli occhi, dai quali soli gli poteva venire essere non meno lunga e difficile, che bella e
ogni sua salute, come testimonia nella canzo dilettevole, indugieremo a dichiararla nel prin
ne seguente: cipio della terza ed ultima delle tre sorelle
Cerco 'l fin de' miei pianti che seguita dopo questa. Ed ora diremo sola
Che non altronde il cordoglioso chiama, mente che tutte le cose quantunque buone e
Vien dai begli occhi alfin dolci tremanti, giovevoli possono, secondo non pure il subbietto
dove si trovano, ma il modo ancora come sono
Ultima speme de cortesi amanti.
usate ed il tempo, diventare nocevoli e ree. E
E forse imitò il Lirico Latino, come suole spesse per dare uno esempio manifesto, e quello stesso
volte, il quale disse: che a questo proposito medesimo n'addusse il
Quae me surpuerat mihi (2)? Boccaccio, chi non sa, che il vino, preziosis
simo di tutti i liquori ed ottimo di sua natura,
E di vero così gli amanti come quelli, che sono non solamente fa effetti diversissimi (come ne
in contemplazione non sono più di loro stes racconta Aristotile ne' problemi), secondo la di
si; e descrive gli occhi con bellissima cir versità delle complessioni di quelli che lo beo
conlocuzione –Però: per questa cagione dun no, ma ancora usato, o come non si deve, o
que. – Sii certa (chè così si debbe scrivere quanto non è conveniente, o in quantità mag
e non sia, essendo la seconda persona del pre giore che non si ricerca, nuoce tanto, quanto
sente del soggiuntivo) di non esser sola: di egli preso debitamente a tempo e con misura
non avere a esser sola, non essendo ancor sa gioverebbe? E il medesimo di tutte l'altre cose
non solo possiamo dire, ma dobbiamo. Onde
(1) Son. CI, Parte I. Tibullo, leggiadrissimo poeta, volendo provare
(2) Hor, Lib. IV, Od. XIII, questa medesima sentenza tolse l'esempio da
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 77

quelli che prima fabbricarono le spade, e disse si poteva interpretare, almeno quanto si do
non meno veramente che con dottrina: vea onorare così facondo, così leggiadro, cosi
eccellente oratore, poeta e filosofo. Ma perchè
Quis fuit horrendos primus qui protulitenses, si possa conoscere da ciascuno con i fatti, es
Quam ferus, et vere ferreus ille.fi.it? sere verissimo quello che io ho detto colle pa
Tunc caedes hominum generi, tunc prelia nata,
Tunc brevior dirae mortis aperta via est. role, verrò alla sposizione particolare, pregando
An nihil ille miser meruit ? Nos ad mala nostra umilmente prima Dio ottimo e grandissimo, e
poscia voi tutti che ne porgiate, Egli quello
Vertimus, in saevas quod dedit ille feras.
aiuto e favore che può, e voi quella udienza
Ed il Poeta nostro medesimo, il quale non cede e gratitudine che solete.
a niuno altro di leggiadria, disse a questo stesso
proponimento non meno dottamente che con Gentil mia donna, i veggio
verità: Nel muover de vostrº occhi un dolce lume,
Che mi mostra la via ch'al ciel conduce :
Tutte le cose di che 'l mondo è adorno, E per lungo costume
Uscir buone di man del Mastro eterno, Dentro là dove sol con Amor seggio,
Ma me, che sì a dentro non discerno Quasi visibilmente il cor traluce.
Abbaglia il bel, che mi si mostra intorno: Quest'è la vista, ch'a ben far m'induce,
E s” al vero valor giammai ritorno E che mi scorge al glorioso fine:
L'occhio non può star fermo; Questa sola dal volgo m'allontana:
Così l'ha fatto infermo Nè giammai lingua umana
Pur la sua propria colpa, e non quel giorno Contar poria quel che le due divine
Ch'i volsi ver l'angelica beltade, Luci sentir mi fanno ;
Nel dolce tempo della prima etade (1). E quando 'l verno sparge le pruine ;
Ora se in alcuna cosa è vero questo che è E quando poi ringiovenisce l'anno,
verissimo in tutte, nell'amore, e più spesso che Quale era al tempo del mio primo affanno.
altrove e più manifesto si vede senza compa Continua il Poeta questa seconda canzone
razione quasi veruna, come (oltra le propie colla prima; onde senza fare altramente proe
sperienze di ciascuno che abbia gustate mai le mio, comincia, rivolgendo il parlare a Madonna
dolcissime amarezze di questo Dio) ne dimo Laura stessa, a raccontar pur le lodi de'bel
strano amplissimamente tutti i poeti di tutte lissimi occhi di lei; e lodandoli medesima
lingue, e non meno di niuno degli altri, anzi mente dagli effetti, dice in questa prima stanza
forse più di tutti, il nostro amoroso e gentilis (dopo aversi fatto Madonna Laura benevola
simo Messer Francesco Petrarca, sì in tutto il col chiamarla gentile e sua donna), che egli
suo vago e dolcissimo Canzoniere, e sì in tutte vede quando ella muove e gira gli occhi verso
queste tre leggiadrissime e senza fallo divinis lui uno splendore sì dolce, e un così fatto
sime canzoni degli occhi, e massimamente in lume che mediante quello, scorge la strada
questa seconda che noi oggi comincieremo a diritta, che ne guida al cielo, e per lungo uso
dichiarare. Le quali io per me non seppi mai conosce ne' suoi begli occhi i pensieri del cuo
leggere tante volte e rileggerle, che di leggerle re. Il che gli è cagione di darsi a bene ope
di nuovo e di rileggerle dell'altre volte non rare e rivolgersi tutto al cielo, allontanandosi
mi crescesse il desio. E credo certo che se tra dalla gente volgare. E in somma, dice che la
gli scrittori o Greci, o Latini si trovasse una divinità di quelle luci gli sono d'ogni tempo
composizione tale nella lingua loro, chente è così di verno come di state cagione di tanti
questa nella nostra, l'autore d'essa sarebbe beni, e tali pensieri, atti e parole creano in
non riputato mortale, ma tenuto divino, non lui, che lingua mortale nol potrebbe raccontar
come uomo ma quasi dio celebrato e tenuto mai. Dice dunque – Gentil mia donna: donna
caro. Ed ella a ogn' ora mille volte in mille propiamente significa nella nostra lingua quello
luoghi, da mille lingue, per mille modi, a mille che nella latina, onde è derivato, significa do
propositi, s'udirebbe risonare infino alle stelle, mina, cioè signora e padrona. E come i Latini
lodandola ed esaltandola tutti a prova, quanto chiamavano quelle di cui erano innamorati do
sapesse ciascuno e potesse il più senza veder minas, così Toscani le chiamano donne, ben
sene mai ne stanchi nè sazi, come di vero me chè alcuna volta donna si piglia per la mo
ritarebbe. Nè però dovemo dubitare noi, nobi glie, e molte volte diciamo donna quello che
lissimi Accademici, che se non questo almeno, i Latini dicono foemina, come là:
i secoli che verranno, e se non noi Fiorentini,
E se di lui forse altra donna spera (1):
almeno l'altre nazioni, gli renderanno quando
che sia i dovuti onori, e ne faranno tutti ge e più chiaramente ancora nel sonetto: Se il
neralmente quella stima e in quel pregio lo dolce sguardo di costei m'ancide (2) :
terranno che ne fanno oggi, e nel quale lo Femmina è cosa mobil per natura:
tengono i pochi. E allora si conoscerà che quanto Ond'io so ben ch'uno amoroso stato
erano picciole e debili le forze, tanto erano
grandi e gagliarde le voglie mie; e a me sarà In cor di donna picciol tempo dura.
pur troppo d'avere conosciuto, se non come
(1) Son. XVII, Parte I.
(1) Canz. V, Stanza V, Parte I. (2) Son. CXXXI, Parte I.
78 LEZIONI
avemo parlato altre volte, si riferisce così alla
E il Petrarca spesse volte chiama Madonna femmina come al maschio, così al corpo come
Laura ora donna semplicemente, come là : all'anima, così alle cose viventi come a quelle
Che i bei vostrº occhi, donna, mi legaro (1); che mancano di vita; ed in somma il propio
significato suo è nobile, onde si dice gentilezza
ora v'aggiugne mia, come in questo luogo, ed di sangue e ringentilire e gentilotti, come disse
altrove:
il Boccaccio. – Io veggio. Questi verbi: veggio,
Benedette le voci tante ch'io seggio, deggio, chieggio, e altri somiglianti non
Chiamando il nome di mia donna ho sparse (2)! sono propiamente toscani, ma provenzali;
onde i Toscani cavarono senza alcun dubbio la
Alcuna volta v'aggiugne nostra: maggior parte del loro vocaboli: perciocchè noi
Canzon, s'al dolce loco, diciamo ordinariamente, veggo, seggo, debbo,
La donna nostra vedi (3). chieggo ; e molte volte, nello scrivere massi
Alcuna volta bella:
mamente, vedo, sedo, devo, chiedo. E questi
tali verbi non si trovano se non nei tempi pre
Dormito hai, bella donna, un breve sonno. senti e non in tutte le persone; come veggio,
E come si dice donna, così ancora si dice don
veggiamo, veggiono, e nel presente del soggiun
tivo veggia nella prima e nella terza persona:
no, cioè signore e padrone, come nella canzone: veggiamo, veggiate, veggiano. E così degli altri;
Quell'antico mio dolce empio signore (4): nè è però che ancora i buoni poeti non dicano
Per inganno e per forza è fatto donno ancora veggo, come noi favelliamo; onde il Pe
Sovra i miei spirti. trarca:

E credo io che il diminutivo di questi nomi Cieco non già, ma faretrato il veggo (1).
siano donzella e donzello, mutata la n in z, per Nel mover de vostri occhi: quando voi mo
fuggire la bassezza e l'asprezza del suono. E vete e girate gli occhi, perciocchè il movi
quello che egli disse qui mia donna, disse al mento pare che dia loro un non so che più
trove in più luoghi madonna, come là: di grazia e di leggiadria. – Un dolce lume:
Ove 'l bel viso di Madonna luce (5). disse lume propiamente, e non luce, perchè
lume non è altro che l'immagine ed il simu
ed altrove:
lacro, cioè la specie della luce. Ma se le spe
Nel mezzo del mio cor Madonna siede (6). cie sono spirituali ed incorporee, come dicemmo
nella lezione pubblica passata, e le cose incor
E in altri luoghi infiniti, ove notaremo che poree spiritali non si possono vedere; come
ordinariamente non dovemo dire, madonna mia, dice dunque il Petrarca di vederlo? Si rispon
ancora che Dante l'usasse una volta: percioc de, che il lume si può considerare in due mo
chè questa particella ma (tolta da Provenza di: prima come immagine e somiglianza della
Ii, di che si servono ancora oggi i Franzesi) luce, ed a questo modo non si può vedere,
non significa altro che mia; onde Madonna perchè le specie, ovvero forme delle cose sono
non vuol dire altro che donna mia, come mes invisibili. Secondariamente si può considerare
sere non vuol dire altro che mio sire, ovvero non come specie della luce, ma come una cosa
signor mio. Come quello che si trova nel Boc per sè medesima, la quale produca la forma e
caccio, e che usano ancora le donne parlando somiglianza sua, e questo è il lume seconda
fiorentinamente: Naffe io non so, ed in altri rio. E che il lume non sia corpo è manife
simili modi, credo io che sia detto in luogo stissimo, perchè altramente, oltre molte ragio
di Maſe, cioè per mia fe, lasciato indietro la mi, seguitarebbe, che quando traesse un gran
preposizione per come facevano anche le donne vento, si farebbe bujo; senza che l'aria illumi
romane quando giuravano per lo Dio Castore nata sarebbe più grossa e più densa di quella
e gli uomini per lo Dio Polluce, dicendo so che non fosse illuminata, il che è tutto il con
lamente Ecastor, Edepol. E come i Latini aggiu trario – Dolce: non disse dolce a caso come
gnevano alcuna volta la g a lor nomi dicendo credono alcuni, e per riempiere il verso. Anzi
gnatus e gnaeus, in luogo di natus e navus, se in niuna cosa debbono porre cura ed usare
così i Toscani, anzi i Fiorentini, essendo questa diligenza i Poeti, in questi tali epiteti o agget
lor voce propia, chiamano gnaffè le berghinel tivi la devono porre ed usare grandissima, co
le, cioè donne vili ed infami; perchè queste me fa sopra tutti gli altri il Petrarca, e dopo
sono quelle che hanno in bocca naffe, ed altri lui quegli che a noi pare, e così usiamo di
simili giuramenti, che le gentili donne non usa chiamarlo, il Petrarca secondo (2). Diciamo
rebbero, come le romane patrizie non usavano dunque che gli spiriti si generano, come avemo
Ecastor, nè per ventura altri giuramenti. – detto più volte, dal calore naturale della più
Gentil: questa parola gentile, del cui significato
(1) Son. C, Parte I.
(1) Son. III, Parte I. (2) Intende il Cardinal Bembo; ma più cose, come abbiamo
(2) Son. XXXIX, Parte I. già accennato, ci sarebbero da apporre a questo giudizio del
(3) Canz. III, Stanza VIII, Parte I. Varchi. Non so, se m'inganni: ma ove fossi chiamato a dire,
(4) Canz. VI1, Stanza V, Parte II. quale fra cinquecentisti io creda che più s'accosti alla maniera
(5) Son. XIV, Parte I. del Petrarca, e meglio la ritragga in ciò che ha di più lodevole,
(6) Ball., Parte II. nominarei Giovanni Della Casa. (M.)
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 79
Ed il reverendissimo Bembo disse nelle sue di
pura parte del sangue, onde tanto sono più vine stanze:
puri, più sottili, più lucidi e più caldi gli spi
riti, quanto è più digesto e migliore il sangue
di che si generano. Ora nella giovinezza il san » . . . Nè v'hanno in mar tante acque
gue essendo tenue e rado viene ad essere an » Quant'Amor dai bei cigli alta e diversa
cora e puro e lucido, e perchè la vita consi » Gioia, pace, dolcezza e grazia versa.
ste tutta nel caldo naturale e nell'umido, però » Cosa dinanzi a voi non può fermarsi
il sangue viene ad essere dolce essendo caldo » Che d'ogni indignità non sia lontana,
ed umido, perchè la dolcezza nasce quando si » Che al primo incontro vostro suol destarsi
» Virtù che fa gentile alma villana;
mescolano il caldo ed umido insieme. E que
sti spiriti si diffondono per tutte le membra, » E se potesse in voi fiso mirarsi,
» Sormonteriasi oltre l'usanza umana.
e massimamente per gli occhi, per lo essere
essi ed altri e trasparenti, e gli spiriti leg » Tutto quel che gli amanti arde e trastulla,
» Ai raggi sol d'un vostro sguardo è nulla e.
gieri e lucidi. E questi sono i raggi tanto grati
agli amanti e tanto celebrati da poeti: que Ma chi volesse allegare pur la millesima parte
sti sono gli strali che avventa Cupido. E quinci di quello che hanno detto i poeti toscani de
viene che tutti gli amori cominciano dal ve gli occhi delle loro donne, non ne verrebbe
dere. Nè è lontano dalla verità, che come il a capo così tosto; e quelle sole che dice il
lume del sole e del cielo con virtù a noi oc Petrarca in queste tre canzoni:
culta genera tutte le cose, così il lume dei rag
gi che escono dagli occhi delle cose amate, ge Son opra da stancare Atene, Arpino,
nerino negli amanti infinita dolcezza e virtù,
Mantova, Smirna, e l'una e l'altra lira (1).
e massimamente traendo seco alcun vapore, E per lungo costume: e per uso antico, nato
nel quale sia racchiusa alcuna parte di sangue in me da lunga osservazione – Il cor vostro
come si può vedere negli specchi dove si siano – Traluce: si vede ed apparisce – Dentro là:
specchiate donne o vecchie, o che abbiano il cioè là dentro per trasposizione: ed insomma
tempo loro, e nei mali ancora che s'appiccano. vuol dire negli occhi di Madonna Laura, cir
Ed al Petrarca medesimo intervenne questo caso, coscrivendogli leggiadrissimamente col dire. –
come racconta egli stesso in tutto quel bellis Dove: cioè ne quali occhi. –Seggio io solo con
simo ed artifizioso sonetto: Amore: e che Amore sedesse negli occhi di
Qual ventura mi fu quando da l'uno Madonna Laura si vide nella canzone passata:
De' duoi più begl'occhi che mai furo, Occhi leggiadri, dove Amor fa nido; ed al
trove:
Mirandol di dolor turbato e scuro,
Mosse virtù che fe 'l mio infermo e bruno ! Io temo sì de' begli occhi l'assalto,
Send'io tornato a solver il digiuno Ne'quali Amore e la mia morte alberga (2).
Di veder lei, che sola al mondo curo ; E che il Petrarca vi sedesse ed abitasse ancor
Fummi'l Ciel ed Amor men che mai duro,
egli lo dimostra nel sonetto: – Almo Sol, quella
Se tutte altre mie grazie insieme aduno: fronde ch'io sola amo (3), dove dice nella fine:
Chè dal destro occhio, anzi dal destro sole
Della mia Donna, al mio destrocchio venne Crescendo, mentr'io parlo a gli occhi tolle
Il mal che mi diletta e non mi dole. La dolce vista del beato loco
E pur, come intelletto avesse e penne, Ove 'l mio cor con la sua donna alberga.
Passò, quasi una stella che 'n ciel vole ; e sì più chiaramente quando disse nel sonet
E Natura e Pietate il corso tenne (1). to: O dolci sguardi, o parolette accorte (4):
Che: il qual dolce lume. – Mi mostra la E se talor da begli occhi soavi
via: mi scorge il sentiero, stando in sulla tra Ove mia vita, e 'l mio pensier alberga.
slazione del lume. – Che: la qual via. – Con Quasi visibilmente. Vedeva il Poeta il core,
duce al cielo: e questo non è altro che la via
delle virtù; o per occulta virtù che avessero cioè i pensieri di Madonna Laura e quello che
quegli occhi di così fare, o per la ragione che egli voleva che ella facesse tralucere negli oc
egli soggiugne come vedremo. E quante cose vessechi suoi, quasi visibilmente, cioè come se l'a-
s'imparassero in mirar fisso gli occhi di Ma veduto in verità, ed è quasi come quello
donna Laura dichiara egli stesso in tutto il nella passata canzone: – L'amoroso pensiero,
sonetto che comincia: Qual donna attende a – Ch'alberga dentro in voi mi si discopre. Nè
gloriosa fama (2). Ed altrove disse: poteva usare più propio e più bel verbo; nè
credo io che i Latini n'abbiano un così fatto;
Da lei ti vien l'amoroso pensiero, ed il significato suo non si può dichiarare me
Che, mentre 'l segui, al sommo Ben t'invia glio che faccia egli stesso in più luoghi come là:
Poco prezzando quel ch'ogn'uom disia:
Da lei vien l'animosa leggiadria, Come raggio di sol traluce in vetro (5).
Ch'al Ciel ti scorge per destro sentiero;
Si ch'io vo già della speranza altero (3). (1) Son. CLXXXIX, Parte I.
(2) Son. XXV, Parte I.
(1) Son. CLXXVII, Parte I. (3) Son. CXXXVI, Parte I.
(2) Son. CCIII, Parte I. (4) Son. CXCV, Parte I.
(3) Son. X, Parte I. (5) Son. LXIV, Parte I.
8o LEZIONI
Ed altrove: Ne lingua umana: nè voce mortale. – Poria
Dell'alma che traluce come un vetro (1). contar giammai: ridire in tempo alcuno. – Quel
che mi fanno sentire: gli effetti che producono
E più chiaramente: in me. – Le due luci divine: volendo inferire

Già traluceva a begli occhi il mio core (2). per queste parole quello, che dice apertamente
nella canzone che segue:
Questa è la vista ch'a ben far m'induce.
Vedeva il Petrarca negli occhi di Madonna Io non poria giammai
Laura, i quali sono, come dice Cicerone, quasi Immaginar, non che narrar gli effetti,
le finestre dell'animo, per li quali tutti i mo Che nel mio cor gli occhi soavi fanno.
vimenti e pensieri dell'anima appariscono di E quando 'l verno sparge le pruine – E quando
fuori più che per altra parte; vedeva, dico, e poi ringiovanisce l'anno: descrive poeticamente
conosceva il Petrarca quanta fosse la purità il verno e la primavera; e poeticamente piglia
e la grandezza dell'animo suo, e quanto biso queste due stagioni per tutte e quattro; e pur
gnava essere buono e virtuoso a piacerle. E poeticamente dice, che l'anno ringiovanisce
però s'ingegnava d'uscir per lei dalla volgare quasi volesse dire come Catullo:
schiera; chè mai per alcun patto a lui piacer
non potè cosa vile. – E che mi scorge al glo Soles occidere, et redire possunt,
Nobis cum semel occidit brevis lux:
rioso fine: al fine della gloria mediante i suoi Nox est perpetua una dormienda.
componimenti, come dice in molti luoghi, co
me là: Dante disse ancora nel ventesimo quarto canto
dell'Inferno:
Ed alzava il mio stile
Sovra di sè, dove or non poria gire (3). » In quella parte del giovinetto anno ».
ed altrove:
benchè non intenda in quel luogo la prima
Quella che al mondo sì famosa e chiara vera, ma il verno, come dimostra il verso se
Fe la sua gran virtute e il furor mio (4): guente:
Ed altrove:
» Che'l sole i crin sotto l'aquario tempo»:
Oh leggiadre arti e loro effetti degni! ed ancora il seguente:
L'un colla lingua oprar, l' altra col ciglio:
Io gloria in lei ed ella in me virtute (5). » E già le notti al mezzo di sen vanno ».
O forse al glorioso fine, cioè a Dio vero ed ul Ma il Petrarca ebbe risguardo o al nascimento
timo fine di tutte le cose, onde disse: del mondo, che fu secondo gli astrologi, ed i
Quel Sol che mi mostrava il cammin destro teologi, essendo il sole in Ariete, cioè nel prin
Di gire al Ciel con gloriosi passi (6). cipio della primavera, o alle piante ed a tutte
le altre cose che di primavera si rinnovellano
E in tutta quella stanza della canzone del Pianto e quasi ringiovaniscano; e Dante ebbe risguar
amOrOSO:
do al principio dell'anno, che, secondo i Ro
mani, cominciava al Gennaio. – Pruine: chia
Ancora (e questo è quel che tutto avanza)
Da volar sovra 'l Ciel gli avea date ali (7). ma pruine usando la voce latina come al
trove:
Questa sola dal volgo m'allontana: onde Amore
rimproverandogli nella medesima canzone di Non si vede altro che pruine e ghiaccio (1):
ceva:
quello che toscanamente diciamo brine. E
Dante:
Ch' or saria forse un roco
Mormorador di corti, un uom del vulgo » Quando la brina in sulla terra assempra
I'l'esalto, e divulgo » L'immagine di sua sorella bianca,
Per quel, che egl'imparò nella mia scola, » Ma poco dura alla sua penna tempra» (2).
E da colei che fu nel mondo sola (8).
E non è altro la brina, che un vapore, che si
Ed egli medesimo disse: leva dall'acqua, o più tosto dalla terra bagna
Gli occhi, di ch'io parlai sì caldamente, ta, picciolo, sottile e rado, benchè maggiore,
E le braccia e le mani, e i piedi e 'l viso più grosso, e più denso di quello onde si ge
Che m'avean sì da me stesso diviso nera la rugiada. E si congela dalla freddezza
E fatto singolar da l'altra gente (9). dell'aria in poco d'ora e si genera d'ogni tem
po fuori che di state e di di, e non si genera
molto alto da terra, non passando i tetti delle
(1) Son. XCVII, Parte I. più alte case. E in questo è differente come
(2) Son. XLIX, Parte II. in più altre cose dalla rugiada; ma non si con
(3) Canz. II, Stanza III, Parte II. viene in questo luogo dichiarare le meteore.
(4) Son. XXVII, Parte II. Nè io arei detto ancora questo poco se non
(5) Son. XXI, Parte I.
(6) Son. XXXVIII, Parte II. che alcuni, sopra quel luogo di Dante allegato
(7) Canz. VII, Stanza X, Parte II.
(3) Canz. VII, Stanza VIII. (1) Sest. III, Parte I.
(9) Sau. XXIV, Parte II. (2) laf, Canto XXIV.
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 8i
per testè da noi, dicono (forse per iscorrezione solo di quelli, che tutti gli altri beni, che des
del testo) che la rugiada e la brina sono il sero mai o Amore, o Fortuna a qualunque fos
medesimo, e quello che è più, dicono ancora, sero più favorevoli. Il quale concetto grandis
che l'una e l'altra si congela nella mezza re simo per se stesso è detto poi non meno arti
gione dell'aria ed allegano il testimonie d'A- fiziosamente che con leggiadria. Onde dovemo
ristotile. E però bisogna considerar bene quel sapere che gli uomini quasi tutti quanti pon
lo che si legge, e non credere ogni cosa ad gono il sommo bene e l'ultima felicità loro,
egnuno. Ed a fuggire cotali errori, ed infiniti o nei piaceri o nelle ricchezze; il perchè cer
altri inconvenienti e disordini non c'è la mi cano giorno e notte di conseguire o l'una o
glior via, che leggere e studiare gli autori stessi l'altra di queste due cose, e bene spesso amen
me luoghi propi, e non contentarsi di bere ai due, posponendo tutte l'altre cure e pensieri,
rigagnoli, come si dice, ma dal proprie fonte. il che si vede tutto il giorno. E perchè i pia
Quale era l tempo del mio primo affanno. ceri corporali come quelli che si provane in
Questo verso pare, e così è veramente, fuori amando felicemente, sono dai più più stimati
della proposta materia, ma è cosa usatissima degli altri (conciessiachè le ricchezze non s'a-
da tutti i Poeti aggiugnere alcuna cosa, che mano per se stesse, come i piaceri, ma più tosto
arrechi o grazia al componimento o piacere come strumenti per procurarseli), però disse il
ed utile a lettori. E che 'l primo affanno del Pe Petrarca, che niuno fu mai tanto felice in amo
trarca fosse di questo tempo, cioè che egli si re, o ebbe tanto prospera la fortuna dispensa
innamorasse di primavera, lo dimostra egli trice dei beni mondani, che egli non volesse
stesso e ne fa fede in mille luoghi come nel più tosto, che Madonna Laura lo rimirasse una
sonetto: Era 'l giorno, ch'al Sol si scolora volta sola, che tutti i piaceri e tutte le ric
ro (1): e nel principio del primo Trionfo, e là chezze d'ambe loro. Onde disse. – Nè mai:
dove dice: cioè per alcun tempe. – Amore: come Dio quasi
Che era del tempo e di mia etate aprile (2). dei piaceri. –O la Fortuna: come Dea delle ric
chezze, avendo i beni del Mondo tra le bran
E più chiaramente, che altrove, nel sonetto: che, come disse Dante. E disse votubile dandole
Voglia mi sprona: Amor mi guida e scorge (3): il suo proprio epiteto, come fece Ovidio, quando
dove raccontando l'anno, il mese, il giorno e disse: -

l'ora, dice:
Passibus ambiguis Fortuna volubilis errat:
Mille trecento ventisette appunto
Su l'ora prima, il di sesto d'Aprile perciocchè come quell'antico dice: – Nec quos
Nel laberinto entrai, nè veggio ond'esca. clarificat, perpetuo fovet, nec quos deseruit, per
petuo premit; anzi instabilissima, come dimostra
la palla sopra la quale si dipinge, ora dà ed
ora toglie senza legge alcuna o giudizio; onde
disse Orazio:
LEZIONE SESTA
Fortuna immeritos auget honoribus,
Fortuna innocuos cladibus afficit:
Nè mai stato gioioso Justos illa viros pauperie gravat,
Amore o la volubile Fortuna
Indignos eadem divitiis beat.
Dieder a chi più fur nel mondo amici,
Ch'io non cangiassi ad una E benchè rade volte s'usino nel verso le pa
IRivolta d'occhi, ond'ogni mio riposo role di quattro sillabe, non apocopate per dir
Vien, com'ogni arbor vien da sue radici. così, onde il Petrarca medesimo disse:
Vaghe faville, angeliche, beatrici -
Detto questo, alla sua volubil rota
De la mia vita, ove 'l piacer s'accende, Si volse, in ch'ella fila il nostro stame (1)
Che dolcemente mi consuma, e strugge;
Come sparisce e fugge ed altrove ancora:
Ogni altro lume, dove 'l vostro splende , O tempo, o ciel volubil, che fuggendo
Così dello mio core
Inganni i ciechi e miseri mortali (2):
Quando tanta dolcezza in lui discende,
; Ogni altra cosa, ogni pensier va fore,
E sol ivi con voi rimansi Amore.
tuttavia non si potrebbe dire quanto, secondo
il giudizio mio, stia meglio in questo lungo ro
lubile tutto intero, che volubil, parendomi, che
Usa questo eccellentissimo Poeta nostro non la parola stessa dimostri la volubilità ed incon
minore arte, che diligenza in continuare l'una stanza della Fortuna, come disse ancora Pacu
stanza dall'altra, la qual cosa rende non meno vio appresso Cicerone: Sarique ad instar glo
d'agevolezza, che d'ornamento; onde avendo bosi quia praedicant esse volubilem, quod sa un
detto di sopra di quanto bene gli era stato impuleri sors, eo cadere Fortunam autumant.
cagione l'amore di Madonna Laura, dice in Ma della fortuna favelleremo altrove lungamen
questa, seguitando pure a lodare i suoi begli te. – Diedero: concedettero usando la zeuma,
occhi dagli effetti, che stimava più uno sguardo e mostrando col verbo stesso più tosto l'ar
(1) Son. III, Parte I.
(2) Canz. IV, Stanza 1, Parte II. (1) Canz. IV, Stanza VIII, Parte II.
(3) Son. CLVII, Parte I. (2) Son. LXIV, Parte II.
vAn Cri,
82 LEZIONI -

bitrio loro, che il giudizio. – Stato gioioso: amo lendo il Petrarca significare il cuor suo disse:
re coi piaceri, e la fortuna colle ricchezze, an Quel core ond hanno i begli occhi la chiave.
cora che alcuni intendono dell'amor solo, di – Come ogn'arbor vien da sue radici: mostra
cendo amore, o la fortuna, cioè amor fortunato, con questo esempio, come in mille altri luoghi,
come fanno alcuna volta i poeti latini e i to che tutto il ben suo procedeva solamente dalla
scani medesimamente; ed il Petrarca stesso luce degli occhi di Madonna Laura. Voglio
disse: bene che notiamo che questo esempio è più
Onde vanno a gran rischio uomini ed arme (1), manifesto che vero, cioè mostra meglio quello
che voleva significare il Petrarca che la pnra
cioè nomini armati. Ma a me piace più la spo verità della cosa. Conciossiachè favellando ari
sizione prima, e massimamente avendo usato non stotelicamente l'uomo non viene dalla bocca
la congiunzione copulativa e ma la disgiuntiva o dal capo, sebben quindi si piglia il cibo, ma
o. – A chi: a quelli, ai quali. – Fur: furono, dal cuore; il quale è quello che mediante il
ovverfuro. – Più amici: più benigni e più favo calor naturale genera gli spiriti della più pura
revoli, cioè amore e la fortuna, perchè non mi parte del sangue, e li dispensa e distribuisce
piace che amici si riferisca a quel chi. – Ch'io: mediante le vene e l'arterie, per tutto il corpo.
il quale stato gioioso pigliandolo relativamente, Onde come tutte le virtù e la vita stessa negli
perciocchè potremo ancora dire, che quel che uomini dipendon dal cuore, il quale è in un
avesse in questo luogo quella forza che ha in lati certo modo nel mezzo, così nelle piante e la
no quino veramente quo minus. – Nolcangiassi: vita stessa e tutte le virtù loro dipendono non
non iscambiassi quello stato. – Ad una rivolta dal cuore propiamente, ma da una particella
d'occhi: eleggendo piuttosto un solo sguardo che somigliante e proporzionata al cuore, la quale
le altre gioie tutte quante. Dove avvertiremo, è nel mezzo del tronco ovvero pedale tra le
che egli disse mai stato gioioso ; amore; o For radici ed i marmi. E di quivi manda per tutto
tuna ; a chi fur nel mondo amici ; crescendo mediante le vene i suoi spiriti generati non di
sempre ed aggiugnendo quante cose poteva, per sangue, ma della più pura parte del nutrimento.
farle più e maggiori, poi soggiunse, una rivolta E quinci è, che ne rigori del verno si seccano
agguagliando, anzi preponendo una cosa sola a di molti frutti; perciocchè il caldo per temenza
tante. Del che non si meraviglierà nessuno, il del freddo suo mimico si ritira e fugge dentro
quale sappia, che egli avrebbe tolto a tragger unendosi insieme, onde mancando di cibo le
piuttosto guai per Madonna Laura, che gioire parti streme ed esteriori vengono a seccarsi di
di qualunque altra. E certo di lui si può dir mano in mano. Nè sia chi di questo si mera
veramente: vigli, perciocchè Aristotile che non fu poeta,
dei sette esempi che egli allega ne sono falsi
Ecco chi pianse sempre, e nel suo pianto almeno cinque. Onde si dice comunemente tra
Sopra 'l riso d'ogni altra fu beato (2). i filosofi, che degli esempi non si ricerca la ve
E perchè chiunque non ha provato, non solo rità ma la manifestazione: cioè che gli esempi
non crede queste cose ma le stima fole di ro si danno per manifestare quello che si dice, e
manzi, e sogni ed ombre; il che avvenne an non per insegnare con essi.
cora al Petrarca perchè egli disse nella can
zone grande: Vaghe faville, angeliche beatrici
Della mia vita, ove 'l piacer s'accende
Lagrima ancor non mi bagnava il petto Che dolcemente mi consuma e strugge.
Nè rompea il sonno e quel che in me non era,
Mi pareva un miracolo in altrui (3); Per dichiarazione non tanto di questo luogo,
quanto di moltissimi altri così del Petrarca
sappia, che Aristotile, disse nel libro delle parti come d'altri poeti amorosi, dovemo sapere,
degli animali questa sentenza medesima, come che gli spiriti, come s'è detto più volte, na
avemo detto altrove. – Ond ogni mio riposo: scono in tutti gli animali sanguigni della più
da quali occhi ogni mia quiete e trastullo. – pura parte del sangue; onde tali sono gli spi
Vien: procede o dipende, e tutto questo disse riti quale è il sangue onde eglino nascono, e
il Poeta per dichiarare di quali occhi inten tale è il sangue quale l'umore, del quale egli
deva, circonscrivendo quelli di Madonna Laura, si genera. Il perchè senza dubbio nessuno quelli
come fece nella fine della canzone precedente:
che hanno migliore complessione, hanno ancora
– A dir di quel ch'a me stesso m'invola: forse miglior sangue e conseguentemente migliori spi
ad imitazione di Dante, che disse nella tornata
riti; e quelli sono migliori spiriti i quali sono
della canzone: –Così nel mio parlar voglio esser più sottili, più chiari, più caldi e più lucidi.
aspro:
E perchè la bellezza di fuori mostra la bontà
» Canzon mia, vanne ritto a quella donna, di dentro, quinci è che le donne belle, ed il
» Che m'ha ferito il core, e che m'invola medesimo s'intende degli uomini, e massima
» Quello ond'io ho più gola ». mente nella giovinezza, quando il sangue è
tenue e rado, e conseguentemente puro e lu
cioè la vista degli occhi suoi. E di sopra vo cido, hanno gli spiriti chiari e sottili, i quali
mediante il movimento del cuore si diffondono
(1) Son. CXXIV, Parte I. per tutte le parti del corpo e massimamente
(2) Trionfo della Divinità. per gli occhi, per lo essere quelli trasparenti
(3) Canz. I, Stanza II, Parte I. e più lucidi di tutte l'altre, essendo essi non
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 83

altramente che uno specchio animato e vivo. º


Per gli occhi fiere un spirito sottile,
E perchè in loro apparisce più che in altra » Che fa in la mente spirito destare,
parte l'amore, l'odio, l'ira e tutte l'altre pas » Dal qual si muove spirito d'amare,
sioni dell'animo, di qui viene che tutti gli » Ch'ogni altro spiritel si fa gentile.
amanti desiderano più il vedere gli occhi delle º2
Sentir non può di lui spirito vile;
donne amate che alcuna dell'altre parti. Ed » Di cotanta vertà spirito appare:
è più che vero che tutti gli amori hanno l'o- » Questo è lo spiritel, che fa tremare
rigine e cominciamento loro dal vedere, e mas » Lo spiritel, che fa la donna umile.
simamente quando per altissima ventura si ri ºº
E poi da questo spirito si move
scontrano gli occhi insieme cioè gli spiriti, che » Uno altro dolce spirito soave,
mediante gli occhi vengono dal cuore: i quali » Che segue un spiritello di mercede;
spiriti per lo essere sottili, caldi e lucidi si º
Lo quale spiritel spiriti piove
chiamano molte volte dai poeti raggi, operando » C'ha di ciascuno spirito la chiave
quasi nel medesimo modo che quelli del sole, » Per forza d'uno spirito che 'l vede.
onde disse il Petrarca:
E questi spiriti, ovvero spiritelli, che così li
E'l bel guardo sereno, chiama ancora Dante, sono quelli che i poeti
Ove i raggi d'Amor sì caldi sono (1). chiamano per traslazione molte volte strali;
come il Petrarca :
ed altrove:

In me movendo de'begli occhi i rai (2). Io avrò sempre in odio la fenestra,


Ond'Amor m'avventò già mille strali (1).
ed altrove in mille luoghi e per la medesima
cagione si chiamano ora lume; come là: e più chiaramente la :
Nè mortal vista mai luce divina
Dei be' vostrº occhi il dolce lume adombra (3).
Vinse, come la mia, quel raggio altero
ed ora splendore, come là: Lel bel dolce soave bianco e nero

E'l Sol vagheggio sì, ch'egli ha già spento In che suoi strali Amor dora ed affina (2).
Col suo splendor la mia virtù visiva (4). E,molte volte dardi, come là:
ed altrove:
Ed oimè 'l dolce riso ond uscìo 'l dardo (3).
E da begli occhi mosse il freddo ghiaccio
Che mi passò nel core Nè meno spesso si chiamano per altra e più
Con la virtù d'un subito splendore (5). crudele traslazione ora quadrella, e quando
saette, come si vede apertamente nella doloro
chiamansi ancora faville come in questo luogo; sissima canzone: Amor, se vuoi, ch'io torni al
ed altrove:
giogo antico, quando favellando il Poeta ad
Questi son que begli occhi che mi stanno Amore gli dice:
Sempre nel cor con le faville accese (6).
L'arme tue furon gli occhi, onde l'accese
e più chiaramente là: Saette uscivan d'invisibil foco (4).
Lasso i quante fiate Amor m'assale, Ed altrove ancora chiamando cotali spiriti messi,
Che fra la notte e 'l dì son più di mille, disse:
Torno dove arder vidi le faville Indi i messi d'Amore armati usciro
Che 'l fuoco del mio corfanno immortale (7).
Di saette e di foco (5).
Chiamansi ancora spiriti d'Amore, come disse
gentilissimamente il dottissimo messer Guido E quinci ancora viene che gli occhi si chia
Cavalcanti in una sua leggiadrissima ballata in mano per varie traslazioni ora faci, ora lumi,
questo modo: ora stelle ed ora soli, onde si dicono rilucere,
risplendere, fiammeggiare, ovvero scintillare, ed
» Ella mi fiere sì, quand'io la guardo, abbarbagliare e mille altri verbi cotali. Ma per
» Ch'io sento lo sospir tremar nel core. non procedere in infinito verremo emai alla
2, Esce dagli occhi suoi, là d'onde io ardo, costruzione de versi proposti, dove egli dice
» Un gentiletto spirito d'amore; non meno veramente come filosofo, che leg
» Lo quale è pieno di tanto valore, giadramente come poeta. – O.ſeville vaghe:
» Che, quando giunge, l'anima va via, cioè o spiriti da fare invaghire ciascuno -
» Come colei, che soffrir nol poria. Beatrici della mia vita: che fate la mia vita
Ed alcuna volta spirito semplicemente, come beata, come là:
il medesimo messer Guido in quel suo sonetto Spirto beato quale
spiritosissimo: sei, quand'altrui fai tale (6)?
(1) Canz. III, Stanza VI, Parte I.
(2) Son. VIII, Parte I. (1) Son. LVII, Parte I.
(3) Ball. I, Parte I. (2) Son. C, Parte I.
(4) Son. CLVIII, Parte I. (3) Son. I, Parte II.
(5) Ball. IV, Parte I. (4) Can.. ii, Stanza VI, Parte II.
(6) Son. XLVII, Parte I. (5) Canz. IV, Stanza II, Parte I.
(7) Son. LXXIII, Parte I. (6) Canz. X, Stanza VI, Parte I.
84 LEZIONI

ove: nelle quali faville e spiritelli. – S'ac ma Laura sono più belli di tutti gli altri oc
cende il piacere: avendo detto faville merita chi, onde il loro splendore offusca e fa spa
mente disse s'accende, e disse piacere, per rire tutti gli altri splendori; così la dolcezza,
chè non può chi non ha provato immaginare, che sentiva il Petrarca nel rimirarli era mag
quale sia la gioia, quanta la dolcezza che ap giore di tutte l' altre dolcezze; onde faceva
portano al cuore degli amanti gli spiriti, che fuggire dal cuore di lui tutti gli altri piaceri.
escono degli occhi delle amate; e perciò sog Dice dunque. – Come: non altramente che –
giunse poco di sotto: Ogni altro lume: qualunque altro splendore –
Sparisce e fugge: perciocchè i lumi maggiori
Quando tanta dolcezza in lui discendes offuscano i minori; e per questa cagione non
si vedono le stelle di giorno, nè i piccioli lumi
con quello che seguita. E messer Guido, al appresso i grandi. Disse: sparisce e figge: do
legato di sopra da noi, grandissimo maestro vendo più tosto dire: fugge e sparisce, per
d'Amore, benchè maggior filosofo che poeta,
cominciò una sua ballata: quella figura, che si chiama isteron proteron:
la quale è quando quello, che si doveva dir
» Veggio negli occhi della donna mia prima, si dice poi, come Virgilio nel secondo:
» Un lume pien di spiriti d'Amore,
s. Che portano un piacer nuovo nel core; Eripui, fateor, leto me ac vincula rupi.
» Sì che vi desta d'allegrezza vita ». Dove: ovunque. – Il vostro: lume. – Splen
de: riluee, come egli ha detto in mille luoghi.-
Che dolcemente mi consuma e strugge. Essendo
Così: in quel modo appunto –Ogni altra cosa:
quel piacere nato di fuoco, ragionevolmente lo qualunque sia, e benchè cosa sia parola gene
consumava e struggeva, ma venendo da sì bella
cosa e si desiderata faceva ciò dolcemente; onde rale e significhi checchessia, soggiunse nondime
tra le molte diffinizioni date. Nè d'Amore per no il Poeta per maggiore spressione, e per mo
strare che non vi restava cosa niuna di niuna
diversi effetti, si può dire che egli sia una ama maniera se non Madonna Laura ed Amore:-
rezza dolce o una dolcezza amara. Nè si me
ravigli alcuno, che gli amanti desiderino tan Ogni pensier va fore – Quando tanta dolcezza:
to, nè si sazino mai di vedere le cose amate, quanta è quella, di che io parlo – Discende in
perchè, come dalla luce del Sole, mediante i lui: e piove nel cuore mediante le faville che
uscivano degli occhi di lei, come disse altrove:
suoi raggi, cade virtù che mantiene il mon
do e non pure lo rallegra; così dagli occhi Vive faville uscian de'duo bei lumi,
delle cose amate, mediante cotali raggi, piove Ver me sì dolcemente folgorando (1).
virtù, che non pur rallegra, ma tiene in vita
gli amanti. Il perchè diceva il Petrarca, che E quello che seguita. – E solo amore: cioè il
disse tutti i più belli e migliori concetti amo pensiero amoroso. – Rimansi: si rimane e non
rosi :
esce, o va fuori.-Ivi: quivi, cioè nel cuore. –
Con voi: insieme con esso voi. E qui è da sa
Io sentia dentrº al cor già venir meno pere, che gli amanti, mediante cotali spiriti e
Gli spirti che da noi ricevon vita (1). la forma della cosa amata, ovvero spezie rice
e quello che seguita. Ma perchè in questa ma vuta dentro, si formano nella fantasia, o voglia
teria non mancarebbe, che dir mai, ci serbe mo dire nella memoria l'immagine della cosa
remo a trattarne più lungamente nei problemi amata, nella quale riguardano sempre. E però
d'Amore, e forse nella sposizione di quella disse Virgilio nel quarto favellando di Dido:
vaghissima e dottissima canzonetta del reve
rendissimo e cortesissimo cardinal Bembo, che Sola domo moeret vacua, stratisque relictis
comincia: Incubat, illumabsens, absentem auditgue videtque.
E per questa medesima cagione diceva il Pe
» Preso al primo apparir del vostro raggio trarca: -

» Lo cor, che 'n fin quel di nulla mi tolse


» Da me partendo, a seguir voi si volse ». E vo cantando, oh pensier miei non saggi!
Lei, che 'l Ciel non porla lontana farme :
Nella quale si tratta divinamente tutto questo Ch'iº l'ho negli occhi, e veder seco parme
affetto ed effetto amoroso, del quale favellia Donne e donzelle, e sono abeti e faggi.
mo. E perchè alcuni mostrano di dubitare cir Parmi d'udirla udendo i rami e l'dre (2)-
ca a cotali spiriti, e massimamente se sono cor
porei, del che non è dubbio alcuno appresso con quello che seguita, ed altrove ancora par
nessuno, ne favelleremo alquanto più lunga lando di questa immagine secondo che io stimo:
mente nella fine della presente lezione, se il E solo ad una immagine m'attengo
tempo lo ci permetterà, nonostante, che n'ab Che fe' non Zeusi, o Prassitele, o Fidia,
biamo trattato altre volte e specialmente nella Ma miglior mastro e di più alto ingegno (3).
prima lezione del corpo.
Come sparisce e fugge: mostra per questa E perciò disse ancora nella bellissima e dispe
comparazione, che come gli occhi di Madon
(1) Son. CC, Parte I.
(2) Son. CXXIV, Parte I.
(1) Son, XXXII, Parte I. (3) Son. LXXXVI, Parte II.
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 85
rata canzone:-Di pensiero in pensier, dimonte non ci si può rappresentare in alcun modo,
in monte: e però non si può intendere. Quanto alla lin
- -
gua tanto significa nulla toscanamente, quanto
Ove porge ombra un pino alto, od un colle non nulla, perciocchè nella nostra lingua due
Talor m'arresto, e pur nel primo sasso negazioni non affermano, come fanno nella la
Disegno colla mente il suo bel viso (1). tina, onde tanto significa a noi nessuno, quanto
E in tutta la stanza che seguita, che comincia: non nessuno. Il che credono alcuni, che sia
P l'ho più volte (or chi fa che mel creda?) cosa biasimevole e barbara, pensando che in
una lingua regolata non si dovesse tollerare
Nell'acqua chiara, e sopra l'erba verde
Veduta viva, e nel troncon d'un faggio: una barbarie così fatta, parendo loro, che il
favellare in cotal forma sia un fare del sì no,
E nella stanza che seguita: e del no sì, e, brevemente, dire il contrario
Allor ch'i miro e penso di quel ch' altri vuole ed intende. Nè sanno
Quanta aria dal bel viso mi diparte questi tali, e non vogliono sapere che i To
Che sempre m'è sì presso e sì lontano. scani contraffanno in questo i Greci come in
molti altri modi di favellare onde è forza, o
E per questo ancora disse il reverendissimo che essi biasimino la lingua greca, il che non
Bembo: possono, o lodino la toscana, il che, per av
» Né sa con l'alma nella fronte espressa ventura, non vogliono. – A quel ch'io sento :
» Cercare altrui e ritrovar sè stessa ». verso quello, cioè agguagliato e comparato a
quella cosa, cioè a quelle dolcezze e piacere
Quanta dolcezza unquanco che sento io –Quando voi: parlando a Madonna
Fu in cor d'avventurosi amanti accolta Laura ovvero agli occhi.-Volgete alcuna volta:
Tutta in un loco, a quel che i sento, è nulla. perchè questo era di rado, come disse di so
Quando voi alcuna volta pra. – Soavemente: o per mostrare il modo,
Soavemente tra 'l bel nero e 'l bianco come li volgeva, come disse là:
Volgete il lume, in cui Amor si trastulla: I vidi Amor, che i begli occhi volgea
E credo, dalle fasce e dalla culla Soave sì, ch'ogni altra vista oscura
Al mio imperfetto, alla fortuna avversa
Da indi in qua mi cominciò a parere (1):
Questo rimedio provvedesse il Cielo.
Torto mi face il velo, o per mostrare la benignità di lei, onde disse:
E la man che si spesso s'attraversa Di tempo in tempo mi si fa men dura
Fra 'l mio sommo diletto
L angelica figura e 'l dolce riso,
E gli occhi, onde di e notte si rinversa E l'aria del bel viso
Il gran disio, per isfogar il petto, E degli occhi leggiadri meno oscura (2).
Che forma tien dal variato aspetto.
Tra 'l bel nero e 'l bianco: non poteva descri
Credono alcuni, che il Poeta avendo favel vere gli occhi, anzi dipignerli più leggiadra
lato nella stanza precedente degli amici, fa mente, che in questo modo; onde nei versi
velli ora in questa quarta degli amanti, il che allegati di sopra disse pur degli occhi par
non pare a proposito. Alcuni altri dicono, che lando:
di sopra si favella di due amanti solamente,
ed in questo luogo di tutti. A me piace più Del bel dolce soave nero e bianco (3).
che il Poeta, rispondendo quasi ad una tacita Ed altrove nella difficilissima canzone: Verdi
obbjezione, o volendo mostrare d'aver favel panni, disse:
lato di sopra con ragione, posponendo tutti
gli stati felici ad un guardo solo di Laura, dica, Ma l'ora e'l giorno ch'io le luci apersi
che se tutti i piaceri che infino a quel giorno Nel bel nero, e nel bianco
Che mi scacciar di là dove Amor corse (4).
avevano avuti tutti gli amanti, si fossero posti
insieme ed agguagliati a quel solo piacere che Nel che dovemo sapere, come altra volta s'è
aveva egli nel vedere pure una volta volgere detto, che Aristotile e Galeno, che in que
benignamente gli occhi di Madonna Laura, sa sto sono d'accordo, dicono, che negli occhi
rebbero stati nulla. E così vuol mostrare, che non è colore nessuno veramente, ma solo in
non vi sarebbe comparazione nessuna, perchè apparenza, come si vede nell'arco baleno; la
tra nulla, e qualche cosa non cade compara qual cosa è manifestissimamente falsa come ne
zione; ed è questa una nuova e più che gran mostrò, e negli occhi degli animali ed in quel
dissima lode dei medesimi occhi medesimamen li degli uomini apertissimamente l'eccellen
te dagli effetti. Onde dice. –Quanta dolcezza: tissimo Vesalio (5) nella notomia fatta da
quanta gioia e piacer. – Fu accolta unguanco:
fu mai ragunata in fin qui. – In cor d'avven (1) Son. XCIV, Parte I.
turosi amanti: nei cuori di quelli che felice (2) Ball. VI, Parte I.
mente amarono.–Tutta in un loco: se tutta si (3) Son. C, Parte I.
(4) Canz. II, Stanza IV, Parte I.
ragunasse e ponesse insieme. – E nulla: ed (5) Andrea Vesalio, di Brusselles, chiamato a buon diritto
essendo nulla non si può appena immaginare il gran lume della moderna anatomia, fiori nel secolo XVI; e
non che intendere, perchè quello che non è, fu professore a Montpellier, a Parigi, a Lovanio, a Padova,
a Ferrara, a Roma –Vedi la Storia del Tiraboschi, t. III,
(1) Canz. XXXI, Stanza 111, Parte I. p. 549. (M.)
86 LEZIONI

lui pubblicamente nello Studio di Pisa. – Il fasce e dalla culla insieme: onde disse il gran
lume: lo splendore. – In cui, nel quale splen dissimo Bembo parlando d'Amore:
dore.– Si trastulla Amore: piglia gioia e di
letto, perchè s'annidiava in quelli, come s'è » Che m'ebbe poco men fin dalle fasce ».
veduto di sopra, ed altrove disse: ed il Petrarca disse ne' Trionfi:

Miri ciò che'l cor chiude Lodando più 'l morir vecchio, che 'n culla (1).
Amore, e que begli occhi
Ove si siede all'ombra (1). dove soggiunse nel medesimo significato:
E che trastullare significhi dar giuoco e di Quanti son già felici morti in fasce.
letto e in somma trastullo, lo mostra il Petrarca Ed è culla propiamente toscano, benchè si
medesimo in altri luoghi, e Dante ancora che dica ancora cuna, come nel latino, così nel
nel decimosesto Canto del Purgatorio disse: verso, come nella prosa, e noi Fiorentini usia
mo spesse volte zana nel medesimo significato,
» L'anima semplicetta che sa nulla
» Salvo che mossa da lieto fattore la qual parola è di quelle che si possono usare
» Volentier torna a ciò che la trastulla». favellando, ma non già scrivendo per quanto
io credo, e massimamente in versi. – Questo
Onde il dottissimo Bembo, disse, non meno ad rimedio: cioè gli occhi di Madonna Laura, dai
imitazione di questo luogo che di quello nella quali mi viene ogni virtù, come testimonia tante
fine del sonetto: Quando Amor bagna in mar volte. – Al mio impefetto: cioè all'imperfezione
l'aurato carro (2): mia usando il concreto in luogo dell'astratto.
Il che è lecito usare alcuna volta, ma non sem
» Tutto quel che gli amanti arde e trastulla pre come fanno alcuni. Ed il nascere imperfetto
» Al piacer sol d'un vostro sguardo è nulla». si può intendere in due modi, o generalmente
E credo dalle fasce, e dalla culla –Al mio im come uomo, o particolarmente con qualche di
perfetto la fortuna avversa –Questo rimedio prov fetto, o almeno di complessione debile; perchè
vedesse il Cielo. Questa farebbe la seconda parte quelli che hanno gli umori più temperati, ge
di questa stanza quarta, se noi usassimo di di nerano miglior sangue: il sangue migliore ge
viderle come si potrebbe, e forse doverebbe, nera migliori spiriti, i quali sono gli strumenti
benchè sarebbe cosa lunga e fastidiosa molto, dell'anima, e non è dubbio alcuno che chi ha
tanto sono spessi i concetti di questo poeta, i migliori strumenti, opera ancora meglio e più
quali vanno crescendo ed innalzandosi tuttavia, agevolmente. Onde chi arà i sentimenti miglio
come si vede in questo. Nel quale il poeta non ri, sarà più atto a tutte le cose e massimamente
all' intendere: conciossiachè l'intelletto non
vuol dire altro, se non che il mirare gli occhi
di Madonna Laura, oltra il piacere che ne pren operi senza i sensi, come avemo detto altre
deva, creava in lui tali pensieri e così fatta virtù volte, e perchè, come dice Aristotile nel se
condo dell'Etica, noi non nasciamo nè colle
che egli, d'imperfetto ed infelice che era prima,
virtù, nè senza elle, cioè avemo da natura non
gli pareva essere diventato perfetto e felice; il
che egli attribuisce al cielo come astrologo, o esse virtù, ma la facoltà di poterle apparare
coll'esercizio, stando in noi il diventare vir
come cristiano a Dio, il quale lo ha genera tuosi e buoni. E così nascendo buoni e vir
to imperfetto, come sono tutti gli uomini; o
per maggior modestia, e per lodare più la virtù tuosi in potenza, potemo, volendo, ridurre in
dei begli occhi, mostra d'esser nato più imper atto cotale potenza, e così d'imperfetti farci
fetto degli altri, e di poi avendogli dato cat perfetti; e questo è quello che dice il Poeta
tiva sorte lo ristorò col farlo innamorare di in questo luogo; e ancora nella stanza che se
Madonna Laura, acciocchè egli mediante il va gue come vedremo.- Alla fortuna avversa. Che
lore che usciva della luce degli occhi suoi, po la fortuna ci sia o amica e favorevole, o av
versa e contraria non è in potestà nostra, ma
tesse sopperire all'una cosa ed all'altra, cioè
all'imperfezione della natura ed all'avversità è bene in nostra potestà il vincerla cioè sop
della fortuna, onde dice: – E credo: parlando portarla pazientemente, e questo è l'unico ri
medio. E che la fortuna fosse inimica al Pe
modestamente per non affermar del tutto l'astro
logia. – Il Cielo: e si intende la particella trarca, lo dimostra apertamente in molti luo
che–Provvedesse dalle fasce e dalla culla: quello ghi e nel sonetto: – Cercato ho sempre solitaria
che i Latini direbbero ab incunabulis, e non vita, più espressamente che altrove quando
dice :
vuol dire altro se non dal nascimento suo,
come là: Ma mia Fortuna a me sempre nemica (2).
Sua ventura ha ciascun dal dl che nasce (3). La qual cosa egli non solamente tollerò come
ed è questa locuzione topica cavata dai con prudente, ma ancora insegnò ad altri in che
seguenti, perché seguita dal nascere il fasciarsi modo si dovesse tollerare nel libro che egli scris
l
e l'esser cullato, e tanto significa dalle fasce se latinamente: De remedio utriusque fortunae,
di per sè, o dalla culla di per sè, quanto dalle imitando Seneca. Grandissimo dunque benefizio
e quasi incomparabile riceveva il Poeta dagli
«1) Canz. X, Stanza II, Parte I,
(2) Son. CLXVIII, Parte I. (1) Trionfo del Tempo.
(3) Son. XXXV, Parte II. (2) Son. CCI, Parte I.
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI
87
occhi della sua donna, posciachè da loro gli la preposizione per comincia da due consonanti,
venir virtù di poter rimediare ad ambedue come sfogare, svegliare, sperare e simili sempre
queste cose; onde, sovvenendogli di sì alto così nel verso come nella prosa e tanto nei
ricompenso ed ampio ristoro, sclamò affettuo nomi quanto nei verbi, vi si pone dinanzi la vo
mente tutto quello, che seguita nella stan cale i ordinariamente, come in questo luogo
a presente dicendo: – Torto mi face il ve isfogare, ed altrove.
h-E la man: e la mano – Che: la quale. –
S attraversa sì spesso: s'interpone così soven Io venni sol per isvegliare altrui (1).
te-Fra'l mio sommo diletto: cioè fra gli oc E Dante medesimamente:
chi di Madonna Laura descrivendoli nuovamente
in nuovo modo – E gli occhi: s'intende miei; » Non isperate mai veder lo cielo (2) ».
cosi altrove:
E per questa cagione medesima (come n'av
Che dal destro occhio, anzi dal destro sole vertisce il maestro mio e degli altri migliori
Della mia donna, al mio destro occhio venne (1); che sanno nelle sue dottissime prose) si dice
Ispagna, istoria, ispirito ed altri infiniti. E ho
dove egli si ricorresse per non chiamare gli detto ordinariamente, perchè alcuna volta non
occhi di Madonna Laura ed i suoi con un nome
vi si pone, e questo è massimamente quando
medesimo. E grande ingiuria veramente gli fa la seconda consonante è liquida come si vede
tera così il velo adombrando, come si vede in in trovare, tristo, ed altri tali.
tutta la leggiadra ballata: Lasciare il velo (2),
come la mano facendogli scoglio, come dice nel
ºnetto dichiarato altra volta da noi in questo
lºgo medesimo: Orso, e non furon mai fiumi LEZIONE SETTIMA
º magni: quando dice
E d'una bianca mano anco mi doglio
Ci è stata sempre accorta a farmi noia Fra tutti gli animali, anzi, per meglio dire,
Econtra gli occhi miei s'è fatta scoglio (3). fra tutte le creature di tutto l'universo, niuna
ºde: per li quali occhi. –Si rinversa: si versa è, nobilissimi e dottissimi Accademici Fioren
trovescia, come noi diciamo –Dl e notte: sem tini, nè più varia nè più maravigliosa dell'uo
Pre-Il gran disio: l'intenso desiderio; e que mo; conciossiachè egli solo essendo compo
º non era altro che il pianto e sospiri suoi, sto parte di senso, il quale è mortale, e parte
come dice in mille luoghi. – Per isfogare il d'intelletto, il quale è immortale, può non meno
º; cioè il cuore pigliando il contenente per trasformarsi in angelo mediante l'intelletto, che
quello che è contenuto. E questo dice perchè diventare fiera mediante il senso. E perchè
piangendo e sospirando si sfoga in parte il do niuna potenza può ridursi all'atto senza alcun
ltre 0idio: mezzo, e la natura non manca mai nelle cose
necessarie, però fu conceduto, anzi quasi inge
ºre non casus est quaedam flere voluptas nerato l'amore negli uomini, del quale hanno
ºplaur lacrmis, egeriturque dolor. tanti e tanto non solo lungamente, ma alta
mente e dottamente favellato in tutte le lin
º il qual petto, cioè cuore – Tien forma: gne, diffinendolo e dividendolo minutissima
ºnbima e similitudine –Dal variato aspet
to: di Madonna Laura, perciocchè non l'anima mente, che il volerne arrecare nuove divisioni
ºlta il viso, ma il viso l'anima, come disse o distinzioni, pare piuttosto impossibile e te
ti stesso nella prima stanza della canzone: merario, che vano e superfluo. Nondimeno, per
li pensier in pensier, di monte in monte: chè la via del filosofare non deve essere pre
cisa a niuno, io, per attendervi la promessa, se
E'l volto che lei segue ove ella il mena, starete attenti, come solete, conferirò oggi li
º turba e rasserena (4). berissimamente con più brevi parole e più age
per questo disse ancora Tibullo: voli, che da Dio ottimo e grandissimo mi sa
ranno concedute, tutto quel poco che delle
º mihi difficile estinitari gaudia falsa. varie specie e diverse maniere d'amore pare a
fi0razio medesimamente nella Poetica: me, che si possa dire senza menzogna. Con
ciossiacosachè molti, secondo il poco giudizio
"ntenim natura prius, nos intus ad omnem mio, hanno piuttosto scritto parte quello che
ºunarum habitum. dovrebbe essere, e parte quello che a loro tor
Ed. questo sentimento sia il vero, lo dimostra nava meglio che fosse, che la pura verità. Dico
"ºtto: – La donna che il mio cor nel viso dunque venendo al fatto, che l'uomo si può
considerare in tre modi, come animale bruto,
º(5). Quanto alla lingua è da notare, che come animale razionale, e come animale divi
º volta che la parola la quale seguita dopo no; o veramente, il che è il medesimo, come
bestia, come uomo, e come angelo. E di qui
º CLXxvii, Parte I.
(*) Bill. I, Parte I. nasce che le specie dell'amore sono tre prin
cipalmente, bestiale, umano ed angelico; per
ºss xxiv, Parte I.
Ca. X, Stanza I, Parte
si I. (1) Canz. III, Stanza VIII, Parte II.
ºss. LXxv, Parte I. (2) lnferno, Canto III.
LEZIONI
88
ciocche quelli, i quali seguitando le sentimenta Ora chi mi dimandasse per venire alla du
solamente non amano altro che i corpi, senza bitazion principale de'molti e vari effetti che
aver cura o pensamento nessuno all'animo, fanno così gli uomini come le donne mediante
sono non altramente che le bestie; e però l'a- l'amore: Quali credi tu che siano in maggior
more loro, come è, così ancora si chiama be numero, o i buoni e giovevoli, o i rei e no
stiale. Quelli poi i quali, per lo contrario, se cevoli? gli risponderei per ora, serbandomi a
guitando la ragione solamente, non amano al trattarne altrove più lungamente, che come
tro che gli animi, senza aver pensamento o l'amore bestiale produce sempre cattivi effetti,
cura nessuna al corpo, sono non altramente se non se per accidente, così l'angelico li pro
che gli angeli, e però l'amor loro, come è, si duce sempre buoni; e come il giocondo è ca
chiama angelico. Ma quelli, i quali, mezzi tra gione di più mali che beni, così l'onesto è ca
questi due estremi, seguitando parte le senti gione di più beni che mali. Ed in questo modo
menta e parte la ragione, non amano nè i oltre il conservarsi le qualità dell'universo, pare
corpi soli, nè soli gli animi, ma parte gli uni, che sia in poter nostro il divenire così angeli
e parte gli altri, siccome sono uomini, così alzandoci al cielo, dietro l'intelletto, come be
l'amore loro si chiama umano. Ma perchè que stie, atterrandoci dietro il senso; e volendo
sto può avvenire in due modi, o amando pri pure rimanere uomini, avemo la libertà d'ap
ma il corpo e poi l'animo, o amando prima pigliarci e seguitare non meno l'amore onesto
l'animo e poi il corpo, quinci è, che l'amore che il giocondo. E se i più fanno per lo più
umano, secondo noi, è di due guise: la prima altramente, dovemo dar la colpa di ciò, parte
delle quali chiameremo amore giocondo, e la a noi stessi, parte all'usanza e corruzione di
seconda amore onesto. Onde tutti quelli, che, questo nostro o paese, o secolo. Perciocchè
mossi dalle bellezze esteriori, amano principal pare necessario, non pur verisimile, che in al
mente il corpo e secondariamente l'animo, tro o secolo o paese si faccia tutto il rovescio,
tratti più dal senso che dalla ragione, come dovendo il mondo, secondo i filosofi, non pur
fanno il più delle volte gli uomini dozzinali durar sempre, ma contenere tutte le cose.
ed ordinari, che noi chiameremo attivi, si di E perchè un uomo medesimo può in diversi
cono amare d'amore giocondo. E quelli, che, tempi amare diversamente, però nella fine di
mossi dalle bellezze interiori cioè dalle virtù, questa dolcissima, leggiadrissima ed ornatissima
amano principalmente l'animo e secondaria terza ed ultima sorella dichiareremo, di quanti
mente il corpo, tratti più dalla ragione che dal amori e di quali amasse il nostro dottissimo,
senso, come fanno il più delle volte gli uomini eloquentissimo e singolarissimo filosofo, oratore
egregi e virtuosi, i quali chiameremo contempla e poeta messer Francesco Petrarca.
tivi, si dicono amare d'amore onesto. E così Poi che per mio destino
avemo quattro specie, ovvero sorta d'amori: A dir mi sforza quella accesa voglia
bestiale, giocondo, onesto ed angelico. Ed an Che m'ha sforzato a sospirar mai sempre;
cora che il fine di tutti e quattro questi amo Amor ch'a ciò m'invoglia,
ri sia il dilettabile o non sia senza diletto, tut Sia la mia scorta, e insegnimi 'l cammino,
tavia essendo il dilettabile di due ragioni, sen E col disio le mie rime contempre:
sitivo ed intellettivo, ed alcuna volta mesco Ma non in guisa che lo cor si stempre
landosi insieme amendue, quinci viene che gli Di soverchia dolcezza, com'io temo
amori sono diversi tra loro; perciocchè il pri Per quel ch'i'sento, ove occhio altrui non giugne;
mo, cioè il bestiale, il quale or ferino, or la Che 'l dir m'infiamma e pugne
scivo ed ora altramente si chiama, è imperfet Nè per mio ingegno (ond'io pavento e tremo),
tissimo di tutti e biasimevolissimo negli uomini, Sì come talor sole,
non dilettando se non i sensi, e più quelli che Trovo 'l gran foco della mente scemo:
più sono materiali. Onde di questo non amano Anzi mi struggo al suon delle parole,
gran fatto se non se gli uomini volgari e ple Pur com'io fossi un uom di ghiaccio al sole.
bei del tutto. L'ultimo, cioè l'angelico il quale
or celeste ed or divino, ed ora altramente si Ancorachè queste canzoni tutte e tre di
chiama, è perfettissimo e lodevolissimo di tutti, pendano l'una dall'altra, e si possano chiamare
non dilettando se non l'intelletto; onde di que una sola, come ne mostra oltre il proemio della
sto non amano, se non gli uomini radi, anzi prima, lo quale è comune a tutte, la conti
singolari, o piuttosto dii. L'umano giocondo è nuazione che fa il poeta stesso, dicendo nella
più imperfetto che perfetto, dilettando prima fine della prima: – Però sii certa di non es
e più la parte imperfetta, cioè il corpo, che ser sola, ed in quella della seconda: – E l'al
la perfetta, cioè l'animo. L'umano onesto è più tra sento nel medesimo albergo – Apparecchiarsi,
perfetto che imperfetto, dilettando prima la ond'io più carta vergo; tuttavia piacque a mes
parte più perfetta, cioè l'anima, che la parte ser Francesco di fare il proemio ancora a que
più imperfetta, cioè il corpo. E come il gio sta terza, la quale come è l'ultima, così a mio
condo può, levata l'ultima parte, diventare be giudizio è ancora più grave alquanto, più alta
stiale, così l'onesto, tolta via pur l'ultima parte, e più ornata che non sono l'altre due. E fece
suole divenire angelico. E così avemo veduto il proemio, secondo ch'io stimo, non tanto
non pur quante siano le specie e le ragioni di per temenza, che l'uditore non fosse stanco,
amore, ma in che modo, e perchè siano dif ascoltando sempre una cosa medesima, quanto
ferenti l'una dall'altra. per iscusarsi con i begli occhi, conoscende i
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 89
quanto sua lode fosse ingiuriosa a loro. E ben del secondo ed ultimo capitolo del Trionfo
chè non indirizzi il parlare ad Amore, tutta della Morte, quando disse a Madonna Laura:
via l'invoca due volte obbliquamente nella pri
ma stanza e nella seconda, nelle quali si con Questo no, risposi io, perchè la rota
Terza del ciel, mi alzava a tanto onore
tiene il procmio. Dice dunque nella prima:
Posciachè quello Amore mi sforza a ragionare Ovunque fosse stabile ed immota.
de' begli occhi, il quale mi sforza anco a pia Amor ch'a ciò m'invoglia. Questo è il primo
gnere (quasi dica il che è maggior cosa) e pur luogo dove il Poeta chiama amore; e per mo:
non posso aiutarmene, almeno insegnimi esso strare, che lo chiama con ragione, e che egli
quello che io debba dire, ed agguagli il po debbe giustamente esaudirlo, dice, lui esser
tere alla voglia. Poi dubitando, se ciò fosse, quello che lo spigne a lodare i begli occhi. –
di non morire per la troppa dolcezza, come Sia la mia scorta: sia quegli che mi scorga e
ravvedutosi di questo, lo prega che ne lo guar guidi. – Insegnimi il cammino: è il medesimo
di; soggiugnendo che il parlare di quegli oc che sia la mia scorta per più adornezza e mag
chi non solamente non l'acqueta, ma ancora giore spressione come fanno i poeti cioè: mo
lo infiamma più di maniera che egli si strug strimi come io debba lodarli. – E contempre
geva cantando non altramente, che la neve al le mie rime col disio: cioè faccia che quale è
sole. E benchè io conosca che gli affetti e spi il desiderio che io ho di lodarli, tali siano i
riti di queste canzoni consistono nella leggia versi con che io li loderò; ed in somma diami
dria delle parole, nella dolcezza dei numeri e tale aiuto, che volendo io, e cercando di lodar
nella consonanza delle rime, che insieme con Madonna Laura non la biasimi, come nella
i concetti fanno una melodia tanto soave che canzone:

non si può in modo alcuno dare ad intendere


a chi non lo sente e conosce da sè, nondi Tacer non posso, e temo non adopre
Contrario effetto la mia lingua al core
meno io le ho dichiarate e dichiaro più per Che vorria far onore (1).
fare come gli altri e soddisfare in qualche
parte all'ufficio mio, che per altra cagione. Ma non in guisa, che lo corsi stempre: sentiva
Dice dunque – Poichè: poscia che – Quella dentro il core tanta dolcezza il poeta nostro
voglia accesa: quello ardente desire, come dice nel rimirare la vaga luce de'begli occhi santi,
di sotto, ed in somma amore, o almeno il de che dubitava di morire, se avesse tale potuto
siderio che dall'amore gli nasceva. – Mi sfor sprimerla con i versi quale la sentiva nel core:
za a dire: come di sopra i Ma contrastar e però quasi ravvedutosi dice – Ma non in
rion posso al gran dislo – Che: la quale ac guisa : ma non però di tal maniera. – Che lo
cesa voglia – M'ha sforzato a sospirar mai cor si stempre: cioè ch'io ne morissi; perchè
sempre: e questo dice per maggiore scusa di dal cuore, come s'è detto più volte, vengono
secondo Aristotile tutte le virtù in tutte le
sè ed anco per muovere compassione ad Amo
re; e sono i sospiri del Petrarca più manife membra con temperamento mirabilissimo, lo
sti, che faccia bisogno di raccontarli; percioc quale mancando, manca la vita. – Di soverchia
chè si può dire che tutto quasi il suo Canzo dolcezza: per lo troppo piacere. E che la par
miere altro non sia che sospiri, e però egli disse ticella di significhi per, e quello che i Latini
nel proemio di tutta l'opera: dicono propter, è più che notissimo. – Come io
temo: come io dubito. – Per quel ch'io sento
Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono ove occhio altrui non giugne: o nel cuore come
Di quei sospiri (1). vogliono alcuni, dove egli sentiva cotale dol
Ed altrove: cezza: e niuno può rimirarvi: o piuttosto, il che
più mi piace, negli occhi, o nel viso di Ma
.3 io avessi pensato, che si care donna Laura; onde egli disse altrove:
Fosser le voci de sospir miei 'n rima (2).
Ove, fra 'l bianco e l'aureo colore,
Per mio destino: disse così perchè egli attri Sempre si mostra quel che mai non vide
buisce l'amor suo moltissime volte al destino Occhio mortal (ch'io creda) altro che 'l mio (2)-
o al fato, onde disse:
Ed altrove disse:
L'infinita bellezza, ch'altrui abbaglia (3)
Non vi s'impara; che quei dolci lumi Conobbi allor sì come in paradiso
S'acquistan per ventura e non per arte. Vede l'un l'altro; in tal guisa s'aperse
Quel pietoso pensier, ch'altri non scerse:
IEd altrove Ma vidil'io, ch'altrove non m'affiso (3).
ADagli occhi ov'era (i' non so per qual fato) Che 'l dir m'infiamma e pugnes e perciò disse
Riposto il guiderdon d'ogni mia fede (4). di sopra:
Ma più chiaro che negli altri luoghi nella fine Canzon, tu non m'acqueti anzi m'infiammi (4).

(1) Son. I, Parte I. (1) Canz. IV, Stanza II, Parte II.
(2) Son. XXV, Parte II. (2) Canz. XII, Stanza IV, Parte I.
(3) Son. C1 1 1, Parte I. (3) Son. LXXIV, Parte I.

; (4) Son. LXXXVI, Parte I


VARtari
(4) Canz. VI, Stanza Vill, Parte I.
12
9o LEZIONI
Nè per mio ingegno: cioè per mia facondia Mi porse a ragionar quel ch'i sentia:
o eloquenza. – Trovo scemo il gran fiuoco Or m'abbandona al tempo, e si dilegua.
della mente: cioè non so cantare in guisa che Ma pur convien che l'alta impresa segua,
io possa scemare l'ardente desiderio che io ho Continuando l'amorose note;
di lodarli ed acquietare un poco la mente; per Sì possente è 'l voler, che mi trasporta ;
ciocchè ancora quelli che sono in grandissime E la ragione è morta,
o fatiche, o afflizioni sogliono cantando alleg Che tenea 'l freno, e contrastar nol pote.
giare il dolore: onde Nemisiano ancora nella Mostrimi almen, ch'io dica :
seconda Egloga: Amor in guisa, che se mai percote
Gli orecchi della dolce mia nemica,
Tum vero ardentes flammati pectoris astus
Carminibus dulcique parant revelare querela. Non mia, ma di pietà la faccia amica.
Onde Virgilio disse nella Buccolica: La speranza che aveva il Poeta di cessare
alquanto col cantare de'begli occhi l'accesa
Quae tibi, quae tali reddam pro carmine dona? sua voglia, fece che egli incominciò; dalla quale
Nam neque me tantum venientissibilus Austri, poi trovandosi abbandonato come le più delle
Nec percussa juvant fluctu tam littora, nec quae volte avviene e massimamente nell'amore ben
Sarosas inter decurrunt flumina valles. per una cento, non perciò potette ritrarsi di
Il qual luogo imitando il nobilissimo e lottis non seguitare ; tanto era il desiderio che lo
simo messer Jacopo Sanazzaro nelle sue dolcis trasportava, onde non potendo altro, prega di
sime Egloghe, degne per mio giudizio di star nuovo Amore, che gli conceda almeno tali e
con quelle di Virgilio, non essendo meno, o concetti e parole, che se mai venissero all'orec
colti o dotti i pescatori moderni, che i pastori chie di Madonna Laura la facciano pietosa. –
antichi, disse nella prima Egloga: Io credia: cioè credea. – Nel cominciarº quando
Dulce sonant, Lycida, tua carmina, necmihi malim cominciai a cantare. – Trovar parlando: avere
Alcronum lamenta, aut udo in gramine ripa a trovar nel dire. – Qualche breve riposo: al
Propter aquam, dulces Qrgnorum audire querelas. cuna quiete. – E qualche tregua: che significa
il medesimo per maggiore spressione. – Al mio
Siccome talor suole: cioè scemasi cantando il
desire ardente: all'accesa voglia e gran foco
gran fuoco della mente ed il dolore; onde egli della mente, come disse di sopra. – Questa
disse nella gravissima canzone : – Nel dolce speranza: cotale speme. – Mi porse ardire: mi
tempo della prima etade: diede baldanza. – A ragionar: ch'io ragionassi.
Perchè cantando il duol si disacerba (1): – Quel ch'io sentia: quanto io sentiva, o den
ed altrove: tro il core mio, o negli occhi di Laura. – Or
m'abbandona: or mi lascia. – Al tempo: al
Dirò, perch' i sospiri, maggiore uopo, appunto quando n'arei bisogno:
Parlando han tregua, ed al dolor soccorro (2). quello che i Latini direbbero in tempore, ovvero
ed altrove ancora: in ipso articulo. – E si dilegua: si fugge e spa
risce via. – Ma pur: ma nientedimeno. – Con
E, per ch'un poco nel parlar mi sfogo, vien: m'è forza. – Ch'io segua: ch'io seguiti
Veggo la sera i buoi tornare sciolti e vada dietro. – L'alta impresa: di lodare si
Dalle campagne e da solcati colli (3). begli occhi e narrare tanti loro effetti, onde
disse di sopra:
Anzi mi struggo al suon delle parole. Non so
lamente, dice, non m'acqueto cantando, anzi E l'ingegno paventa a l'alta impresa.
mi struggo al suon delle parole, tanto erano Continuando l'amorose note: segnendo di can
dolci. E di vero chi non sente la dolcezza di
queste canzoni e non si liquefà in udendole, tare in versi pieni d'amore quanto ho comin
si può dire sicuramente ch'abbia il gusto sordo ciato. – Sì possente è 'l voler: di tal forza e
e l'udito stemperato. – Pur com'io fossi un potere è l'ardente desio. – Che mi trasporta: il
uom di ghiaccio al sole: non altramente che il quale contra mia voglia mi mena. – A dire: e
ghiaccio, o piuttosto la neve si disfà sotto il perchè in noi son due parti contrarie, il senso
che debbe ubbidire come servo, e la ragione
sole, onde disse di sopra:
che deve comandare come signora negli uomini
Quando a gli ardenti rai neve divegno. virtuosi e prudenti, egli per mostrare, che non
E perchè alcuni riprendono il Petrarca in que aveva la ragione in sua balia, ma era signoreg
sti versi parendo loro che egli lodi sè mede giato dal senso, il quale chiama volere come
altrove nel sonetto:
simo, mostreremo un'altra volta quando ed a
quali poeti sia lecito gloriarsi. I nol posso negar, donna, e nol niego,
Nel cominciar credia Che la ragion, ch'ogni buon'alma aſfiena,
Trovar parlando al mio ardente desire Non sia dal voler vinta (1).
Qualche breve riposo e qualche tregua. Ed altrove medesimamente:
Questa speranza ardire
E chi discerne è vinto da chi vuole (2)-
(1) Canz. 1, Stanza I, Parte I.
(2) Canz. XII, Stanza 1, Parte I. (1) Son. CLXXXII, Parte I.
(3) Cauz. IV, Stanza v, Parte I. va) Son. XC11, Paile I.
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI
91
soggiunse – E la ragione, che tenea 'l freno: poeti poi mutano alcuna volta quella e in i,
la quale reggeva la briglia, cioè signoreggiava come si vede in questo e molti altri luoghi.
per traslazione da cavalli. – Emorta: non disse
sviata come altrove, ma morta a dimostrare Dico: Se 'n quella etate,
che non aveva più speranza di riaverla. – E Ch al vero onor fur gli animi si accesi,
contrastar nol puote: cioè non può contrastare L'industria d'alquanti uomini s'avvolse
e combattere col senso, onde soggiugne. – Al Pe” diversi paesi,
men: poi che io non ho altra speranza. – Mo Poggi ed onde passando; e l'onorate
strimi amor: piaccia ad Amore di mostrarmi. Cose cercando, il più bel fior ne colse;
– Ch'io dica in guisa: che io canti di ma Poi che Dio, e Natura, ed Amor volse
niera che. – Se mai: il mio canto. – Percote: Locar compitamente ogni virtute
perviene e tocca. – Gli orecchi: le orecchie. In que bei lumi, ond'io giojoso vivo,
– Della mia dolce nemica: di Madonna Laura Questo e quell'altro rivo
come altrove: Non conven ch'i' trapasse, e terra mute:
A lor sempre ricorro,
Della dolce ed acerba mia nemica (1). Come a fontana d'ogni mia salute;
Ed altrove senza aggiungervi dolce, o altro, E quando a morte desiando corro,
disse: Sol di lor vista al mio stato soccorro.

E die le chiavi a quella mia nemica, Dopo il proemio, nel quale oltra l'altre cose
si contiene l'invocazione ad Amore, comincia
Ch'ancor me di me stesso tiene in bando (2).
il Poeta a narrare e tornando a lodare dagli ef
Ed altrove: fetti gli occhi di Laura, li loda di maniera in
. . . . e vo' che m'oda questa stanza, che io per me non arei creduto
La mia dolce nemica, anzi ch'io moja (3). mai che si fosse potuto crescere tanto dalle
lodi date loro di sopra; nè so immaginare uo
Ed altrove la chiamò per la medesima cagione mo tanto insensato, che nel leggerla non si mo
guerriera: il che mi pare più amorosamente vesse. Perciocchè qual lode si poteva pensare
detto, che fanno i Latini che chiamano le lor maggiore di questa ? dicendo che Dio, e la
donne amiche: natura, ed amore vollero mettere tutte le vir
Mille fate, o dolce mia guerriera (4). tù compiutamente in quei bei lumi, onde chi
li poteva mirare, non aveva bisogno per dive
E il Reverendissimo Bembo, colla solita leg
- - - - g -- - -
nire perfettissimo in ogni maniera di virtù, di
giadria e giudizio, cominciò quell'umilissimo fare come gli antichi eroi e filosofi, i quali per
ed altissimo sonetto: apprendere ora questa virtù, e scienza, e quan
» Bella guerriera mia, perchè si spesso do quell'altra, e farsi non meno con altrui
utilità, che con gloria di loro immortali, tra
» V'armate contro a me d'ira e d'orgoglio,
» Ed in fatti e 'n parole a voi mi soglio passavano ora in questo paese, e quando in
» Portar si reverente e si dimesso ». quell'altro; tanto che per dirlo brevemente;
quanto aveva tutto il mondo, o di bello, o di
Non mia, ma di pietà la faccia amica. Modo di buono, si ritrovava compitamente tutto insieme
favellare non meno leggiadro che onesto; e in quegli occhi, i quali, oltra le cose dette, era
benchè il sentimento paja diverso è nondimeno no di tanta virtù, che solo il vederli scampa
il medesimo, perciocchè se Madonna Laura fosse va da morte il Petrarca. Onde dice: – Dico:
pietosa, sarebbe pietosa ancora verso lui; anzi ritornando alla materia proposta –Se in quella
tanto più quanto conosce i suoi disiri essere etade: se a quel tempo. – Che: nel quale –
castissimi. Nè osta che altrove la chiami non Gli animi fur sì accesi: furono tanto invogliati
solamente pietosa, ma fonte di pietà, perchè, ed ardenti. – Al vero onor: il quale non con
come avemo detto altre volte, favellano i poeti siste in quelle cose, che il volgo ammira e lo
e massimamente amorosi, secondo che a loro da, come pensano molti, ma nelle virtù mo
torna meglio, o pare che sia. E perchè, come rali ed intellettive. Onde alcuni come Ercole,
s'è detto di sopra, la bellezza e soavità di Teseo e Giasone, per giovare al mondo, fati
queste canzoni non si può dichiarare con pa carono sempre brigando coll' uccidere i mo
role, non diremo altro in questa seconda stanza. stri, cioè ammazzando i tiranni ed altri uomi
Salvo che quel creda non è propiamente to ni perversi, di ridurlo a tranquillità; ed alcuni
scano, conciossiachè tutte le prime e terze come Pitagora, Socrate, e Platone e tanti al
persone singolari di tutte le coniugazioni for tri filosofi non intesero altro con tante fatiche
niscano nel tempo passato ma non compito in e sudori loro se non far gli uomini prima buo
questa sillaba va, come amava, vedeva, leggeva, ni, mediante le virtù morali, poscia beati, me
sentiva, ed a tutte, eccettuata la prima, usano diante l'intellettive. E questi sono i veri ono
cosi i prosatori come i rimatori di levare quella ri, queste sono le vere glorie, questa è la vera
consonante e fare vedea, leggea, sentia, ed i via di farsi eterno, e finalmente:- così QUAG
ciò si cooe (1). – L'industria d' alquanti
(1) Canz. I, Slanza IV, Parte I. uomini: cioè alquanti uomini industriosi, e di
(2) Son. XLVIII, Parte I.
(3) Canz. X, Stanza l V, Parte I. (1) Codeste parole formavano, come si è detto nella preſa
(4) Son. XVII, Parte I. zione, l'impresa del Varchi. (M.)
92 LEZIONI
ce alquanti perchè i buoni furono sempre po Laura, i quali infondendomi nell'animo del va
chi. – S'avvolse per diversi paesi: cioè andò lor loro, e scorgendo in essi tutti i beni, mi
cercando diligentemente varie regioni, soffe destano a virtute con una voglia ardentissima,
rendo caldo, freddo, fame e sete ed ogni altro perciocchè sono il principio onde mi viene ogni
disagio che i pellegrini intrica.-Poggi ed onde salute: – Siccome ogni arbor vien da sue radici.
passando: cioè ora per terra ed ora per ma – E quando a morte desiando corro – Sol di lor
re. – E cercando le cose onorate: e massima vista al mio stato soccorro: cioè qualunque volta
mente le scienze, come racconta S. Girolamo
mi sento morire per lo troppo amore, solo il
nel proemio sopra la Bibbia. – Ne colse il più vedere quegli occhi soccorre e rimedia a tutte
bel fiore: sta in sulla traslazione del fiore, e le pene e danni miei: onde disse altrove:
però dice, ne colse, di quelle cose onorate, e
non vuol dire altro cogliere il fiore d'alcuna Chi nol sa di ch'io vivo e vissi sempre
cosa se non torne il più bello ed il migliore, Dal dl che prima que begli occhi vidi,
per lo essere il fiore non solo la più bella e Che mi fecer cangiar volto e costume (1).
più utile parte della pianta, ma per tenere an Disiando: bramando, come là:
cora il primo e più alto luogo, onde disse
Dante: Fa di tua man, non pur bramando, io mora,
Che un bel morir tutta la vita onora (2).
» Ma come fior di fronda,
» Così della mia mente tien la cima » (1).
Ed il Petrarca disse:

In quante parti il fior dell'altre belle LEZIONE OTTAVA


Stando in sè stessa, ha la sua luce sparta (2).
Poi che Dio e Natura ed Amor volse: Dio, la
bontà e virtù dell'animo; Natura, la bellezza
e doti del corpo: Amore, la grazia e leggia O l'amore che io porto singolarissimo a questo
dria, che accompagnava l' une e l'altre. Ed maraviglioso e veramente unico Poeta nostro mi
altrove quasi nel medesimo sentimento disse appanna ogni lume di buono e diritto giudizio in
nel principio di quel sonetto: tutto e per tutto, nobilissimi accademici Fiorcm
tini; o io non lessi mai cosa niuna, per tempo niu
Chi vuol veder quantunque può Natura no in niuna lingua, nè più dolce di queste tre
E 'l Ciel tra noi, venga a mirar costei, canzoni, nè più vaga, nè più ornata. E so bene,
Ch'è sola un Sol, non pure agli occhi miei che molti non solo mi tengono, ma mi predicano
Ma al mondo cieco, che virtù non cura (3). ancora, parte per prosuntuoso in dando cotali
E nella fine di quell'altro: giudizi, parte per ignorante in lodando tanto
c celebrando i poeti toscani. Ma io confessando
Allora insieme in men d un palmo appare ingenuamente l'ignoranza mia, la quale è via
Visibilmente, quanto in questa vita maggiore, che essi per ventura o non conosco
Arte, ingegno, e natura, e il ciel può fare (4). no, o non pensano, non chiamerò mai prosun
Locar compitamente ogni virtute: porre qualun zione dir liberamente colla lingua a tempo
que bello e qualunque buono. – In quei bei e luogo quello che tu senti sinceramente nel
lumi: e per dichiarare di quali intendeva li cuore. Ed è tanto lontano per avviso mio da
circoscrisse come suole sempre dicendo. – On ogni biasimo, che merita grandissima lode co
de: cioè mediante i quali – Io vivo gioioso: lui, che in pro e beneficio comune non curando
non convien ch'io trapassi questo rivo e quel di sè stesso, dice palesemente, se non quello
l'altro, e mute terra, cioè: a me non bisogna, che e, almeno quello che egli pensa che vero
per cercare le cose onorate e coglierne il più sia, e non ha le parole discordanti dall' intel
bel fiore, passare poggi ed onde, ed aggirarmi per letto; sebbene può essere, che s'inganni nel
diversi paesi; ancorachè alcuni intendano que giudicare. La qual cosa rimettendo tutta nella
sto e quell'altro rivo per Sorga e per Du sincera discrezione e discreta sincerità vostra
renza (5). E soggiugne la cagione, perchè a lui passerò, col favore di Dio e con buona grazia di
non bisogni far questo dicendo: – A lor sem voi, a l'ultima parte di questa ultima canzone
pre ricorro, come a fontana d'ogni mia salute: degli Occhi, la quale, chente sia, sarà più age
cioè a me basta rimirar nei bellissimi occhi di vole a ciascuno di voi il conoscere da sè stesso,
che a me il dichiararlo. Onde se non temessi,
(1) Rime di Dante, Libro III, Canz. I, Stanza II. che mi fosse imputato da certi, o a infingar
(2) Canz. Xl, Stanza Vi 1, Parte 1. daggine o a saccenteria, per non dir peggio,
(3) Son. CXC, Parte I. il mio interpretamento non sarebbe altro, che
(4) Son. CXLI, Parte I. il leggerla o rccitarla venti volte o trenta, co
(5) La celebre fonte di Sorga e il fiume Durance, che
mette foce nel Rodano. D'una e dell'altra cosi cantò il Pe me sapessi e quanto potessi più chiaramente;
trarca in un Frammento di Capitolo, che in alcune edizioni chè ben conosco, che tutto quello che si può
suole premettersi al Trionfo della Morte: arrecare da un mio pari per esposizione di così
” ºve Sorga e Duranza in maggior vaso
” Congiungon le lor chiare e torbid'acque, (1) Canz. XVI, Stanza V, Parte I.
” La mia Accademia un tempo e il mio Parma -».(M) . (2) Canz. XVI, stanza V, Parte I.
SULLE CANZONI DEGLI OCCIII
93
dolce e così concordevole melodia, è quasi un º necessitati di navigare di giorno con l'altezza
contrappunto falso di non dotto e fioco cantore del sole, per avventura, comme fanno oggi quel
sopra una musica perfettissima. li che navigano al Mondo Nuovo, o con altri
segni, e di notte colle stelie, onde Virgilio
Come a forza di venti disse:
Stanco nocchier di notte alza la testa
A duo lumi, ch'ha sempre il nostro polo, Talia dicta dahat, clavunque affrus et haerens
Così nella tempesta Nusquam amittebat, oculosque sub astra tenebat.
Ch'io sostengo d'amor, gli occhi lucenti Ed altrove:
Sono il mio segno e 'l mio conforto solo.
Arcturum,pluviasque Hradas.geminosque Triones.
Lasso ma troppo è più quel ch'io n involo
Or quinci, or quindi, come Amor m'informa, E benchè nell'una Orsa e nell'altra, chiamate
Che quel che vien da grazioso dono: dai Greci Kyvo a 3 pts cd II'Atzn, siano più stelle,
E quel poco ch'i sono, tuttavia il Petrarca disse duoi lumi poetica
Mi fa di loro una perpetua norma: mente. E chi vuole intendere più a pieno que
Poi ch'io li vidi in prima sto luogo, legga Cicerone nel secondo libro
Senza loro a ben far non mossi un'orma: della natura degli Dii, dove, allegando i versi
Così gli ho di me posti in su la cima, d'Arato, tradotti da lui, comincia in questo
modo:
Che il mio valor per sè falso s'estima.
Caetera labuntur celeri caclestia motu
Continuando il Poeta a lodare gli occhi della
sua Laura dagli effetti, ed avendo detto nel Cum caeloque simul noctesque diesque.feruntur.
fine della stanza precedente, come ancora in – Ch'ha: i quali lumi ha. – Il polo nostro:
molti altri luoghi, che solo il mirarli lo scam cioè l'artico. Polo significa appresso i Greci
pava da morte, seguita ora in questa di me quello che appresso i Latini verter, e noi vol
glio dichiararsi con una comparazione, o piut garmente diciamo perno, cioè quella parte,
tosto similitudine poetica e molto appropiata circa la quale si volge alcuna cosa: e Dante
dicendo, che come i nocchieri quando hanno l lo chiamò stelo. E benchè ordinariamente si
tempesta si rivolgono alla tramontana, non aven dica i poli del mondo essere due punti immo
do altro scampo che quello solo per sal bili, intorno i quali si volge il cielo, nondi
vare la vita loro ; così egli, combattuto e vinto meno dovemo sapere, che nei corpi celesti non
dalle passioni e dal desiderio amoroso, non è cosa alcuna, che non si mova eccetto le in
aveva altro rifugio che lo scampasse, se non telligenze, le quali come avemo detto più volte
i begli occhi di cui s'è tante volte favellato. non si movono nè per sè, nè per accidente,
E che le tempeste d'amore s'agguaglino alle come nè anco l'anima umana. – Sempre: disse
marine, oltre che Ovidio disse: così perchè l'Orse non vanno mai sotto, onde
Pessima mutatis caepit Amoris hyems, Virgilio:
si vede in quella ode leggiadrissima del Pe Arctos Oceani metuentes acquore mergi.
trarca latino che comincia (1): E Lucano:
Quis multa gracilis te puer in rosa Sed qui non mergitur undis
Perfusus liquidi urget odoribus Aris inoccialuus gemina clarissimus Arcto.
Grato, Pyrrha, sub antro?
Non dovemo però credere che un giorno dopo
Dice dunque: – Come: non altramente che, moltissimi, e quasi infiniti anni non siano per
– Nocchiero: parola tolta dalla lingua greca, andar sotto l'Orse insieme colla Stella Polare
e significa quello che appresso i Latini guber chiamata da noi la bocca del corno, stante il
nator, e volgarmente il piloto, eioè quegli che moto dato dagli astrologi all'ottava sfera chia
governa e guida la nave. – Stanco: per di mato da loro il moto dell'accesso e del reces
mostrare o la lunghezza, o la grandezza della so, ovvero della titubazione. E questo prova
tempesta. – A forza di venti: quando soffiano evidentemente il raggio sensale con ragioni
più venti e con maggiore impeto che non bi. matematiche, come si dirà nel luogo suo. –
sogna, ed in somma quando il mare ha fortuna, Così nella tempesta d'Amore: similmente nelle
non essendo questo altro che una descrizione sventure mie amorose. – Ch' io sostegno: la
della tempesta per non avere a replicare la qual tempesta io sopporto. – Gli occhi lucenti:
medesima parola dovendo usarla di sotto. – di Madonna Laura. – Sono il mio segno: cioe
– Alza la testa: o la parte per lo tutto, cioè la mira e bersaglio mio, non avendo dove al
il capo, o il tutto per la parte, cioè gli occhi. trove rifuggire. – E 'l mio conforto solo: non
– Di notte: o per mostrare la tempesta mag avendo altro contento, che mirar quelli e così
giore, o perchè di giorno non si vedono le ha fornita la similitudine sua. E qui voglio che
stelle. – A due lumi: a due stelle, cioè l'Orsa notiate, che sebbene io, seguitando i gramatici
maggiore e minore, ed in somma alla tramon latini e l'uso comune, piglio talvolta nel me
tana, dove oggi si tempera la calamita, inge desimo significato esempio, comparazione e si
gnosissimo ritrovamento ed utilissimo ai navi militudine, non è però che non siano differenti
ganti: del quale mancando gli antichi, erano tra loro, come dichiareremo un'altra volta più
lungamente, non essendo materia nè agevolis
41) Her., Lib. I, Carm. Od. V. sima, nè brevissima. Basta era, ehe la simili
94 LEZIONI
-

tudine è come un genere alla comparazione ed i questa altra, onde altrove a questo medesimo
all'esempio; e l'esempio è come una specie di l proposito:
comparazione. Onde dovunque è esempio, è Però s'i' mi procaccio'
ancora necessariamente comparazione, perchè Quinci e quindi alimenti al viver curto (1).
sempre dove è la specie, è il genere, ma non
già per lo rovescio. E si pongono le similitu Come Amor m'informa: come m'insegna ed in
dini così per ornamento come per meglio di struisce amore ottimo maestro di tutte le cose;
chiarare, e quasi dipignere le cose, ed alcuna e non è altro propiamente informare alcuna
volta per provare, benchè questo è più pro cosa che darle la forma, cioè l'essere, onde il
Petrarca altrove:
prio dell'esempio, come diremo allora –Lassol
ma troppo è più quel ch'io n involo. Avendo Ed è sì spento ogni benigno lume
detto il Poeta, che tutta la speranza del suo Del Ciel, per cui s'informa umana vita (2).
scampo e tutto il conforto era nella dolce vi
sta de begli occhi, ricordandosi quasi in un Che quel: che quella parte. – Che vien: che
subito quanto di rado gli era conceduto il ve procede e mi viene. – Da grazioso dono: da
derli se non di nascoso ed alla sfuggiasca, co grazia e liberalità di Madonna Laura che spon
me si dice, entra con un sospiro a dolersi di taneamente e di sua voglia mi concede il ri
questo fatto in cotal guisa – Lasso! oimè, in mirarli; del che ella gli era scarsissima. Onde
terjezione che significa dolore, e tanto significa si duole o più tosto si scusa in quei duoi so
netti:
sola, quanto accompagnata col pronome me, co
me si vede in questo luogo nella canzone: – Lasso! Amor mi trasporta, ove io non voglio (3).
Lasso me, ch'io non so 'n qual parte pieghi (1). E nel seguente:
E qui è da notare che il Poeta, dovendo dire ma
lasso, disse usando la trasposizione lasso, ma Amore, i fallo, e veggio il mio fallire (4).
per cagione di miglior suono: il che fece an E quel poco ch'io sono. Attribuisce tutte le
cora col medesimo giudizio il cardinal Bembo virtù ed i beni suoi a quegli occhi, dai quali
nella prima stanza delle tre sue canzoni nate pigliava e l'esempio e la regola a tutte l'opera
ad un corpo quando disse: zioni sue, e mai senza essi cominciò impresa
» Lasso! ma chi può dire alcuna, perciocche senza loro, se pure avesse
» Le tante guise poi del mio gioire?» pensato, non gli sarebbe riuscita alcuna cosa,
Troppo è più quel: troppo maggiore è la parte e per modestia dice – Una norma perpetua di
–Ch'io ne involo: ch'io furo da quegli occhi; loro. La vista, cioè di quegli occhi mi fa quel
onde disse altrove: poco che io sono, cioè tutto quel poco che io
so ed opero, mi viene da loro; perchè essi
Se vuol dir che sia ſurto; sono la mia norma, cioè regola perpetua; per
sì ricca donna deve esser contenta, -

chè, come chi vuole andar diritto, adopera la


S'altri vive del suo, ch'ella nol senta (2). riga, ovvero il regolo, così io avendo per regolo'
Avendo detto nella stanza di sopra: i begli occhi, foe dico secondo che da loro
m' è mostrato tutto quello che dico e fo e
Così dal suo bel volto
come chi ha buon regolo va sempre diritto,
Le involo ora uno ed ora un altro sguardo, così chi seguita quegli occhi non falla mai. E
E di ciò insieme mi nutrico ed ardo.
so bene, che altri spongono queste parole al
Involare è verbo latino formato dalla proposi tramente, ma questo pare a me il sentimento
zione in e dal nome vola, che significa la palma più vero. – Poi ch'io li vidi in prima: dal di
della mano e la pianta del piede, cioè la parte che li vidi la prima volta, come là:
del mezzo, così della mano, come del piede; e . . . . . dal dl che Adamo
noi volgarmente cangiata la e nella b, come s'usa Aperse gli occhi in prima: (5).
spesse volte, diciamo imbolare, come mostra più Senza lor: senza essi occhi. – Non mossi un'or.
volte la Novella di Calandrino, a cui era stato
imbolato il suo porco. Noteremo ancora, come ma non feci un passo. – A ben fare a ope
rar bene e virtuosamente. – Così: in tal ma
s'è detto altrove abbastanza, che le vocali quan
do cozzano l'una nell'altra nel fine della pre niera. – Gli ho posti in sulla cima di me: cioè
cedente, e nel principio della seguente parola in tanto pregio li tengo e talmente gli onoro.
non solo si levano come nei versi latini quelle Ed è questa locuzione topica propria de' To
della precedente parola, ma alcuna volta quelle scani, perchè quanto le cose son più onorate,
della seguente; ed alcuna volta ancora si cam tanto in più alto luogo si pongono; onde al
biano l'una nell'altra, anzi in diverse come nel trove disse favellando della ragione ed intel
letto umano:
la canzone: Verdi panni:
Che la parte divina
Rubella di mercè, che pur le 'nvoglia (3). Tien di nostra natura, e 'n cima siede (6.)
in luogo di la, ovvero lei invoglia. – Orquinci,
(1) Canz. XVI, Stanza IV, Parte I.
or quindi: or da questa parte e quando da (2) Son. 1, Parte I V.
(3) Son. CLXXIX, Parte I.
(1) Canz. V, Parte I. (4) Son. CLXXX, Parte I.
(2) Canz. XVI, Stanza Iv, Parte I. (5) Son. LXXXVIII, Parte II.
(3) Canz. 11, Stanza 11I, Parte 1. (6) Cauz. VII, Stanza 1, Parte II,
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI
95
Ed altrove parlando di Laura : gnare senza la cognizione d'alcuna altra lin
Morta colei che mi facea parlare, gua; e se quelli che interpretano gli autori la
E che si stava de' pensier miei 'n cima (1). tini latinamente, gli interpretassero nella lingua
toscana o in alcuna altra lingua natia, sceme
E nel Trionfo della Castità:
rebbero, per mio avviso, di molta fatica gli im
Ma d'alquante dirò che 'n sulla cima paranti, e non si logorarebbero tutti gli anni
Son di vera onestate. migliori in apparare una lingua sola non senza
colpa e vergogna dai maestri, ma ben con dan
Che 'l mio valor: perchè la virtù e il saper no inestimabile degli scolari, e forse del mon
mio. – S'estima falso per sè: cioe quanto a lui do. Posciachè in luogo delle cose ci conten
e senza l'aiuto de' begli occhi non potrebbe tiamo per lo più delle parole, le quali, per
far cosa alcuna; e se pur credesse di farla si avventura, ci potrebbero fare o ricchi, o ri
stimerebbe falso, cioè giudicarebbe falsamente, putati, ma non già nè dotti nè buoni. E pure
ed in somma s'ingannerebbe. E se vogliamo sa ognuno che le lingue non s'imparano per sè
fare s'estima impersonale diremo, che chi pen stesse, ma per intendere le cose che in esse
sasse che il valore del Petrarca fosse da qual sono state scritte dagli autori; e per questo
cosa, giudicarebbe falsamente e sopra il vero, si dà opera alla latina ed alla greca, e non alla
onde disse altrove:
francese o alla spagnuola. Nè perciò biasimo
Ma così va chi sopra 'l ver s'estima (2). l'avere più lingue, essendo non solo lodevole,
Procede la canzone: ma utilissimo: biasimo bene il modo ed il fine
dell'impararle; benchè questo è fuora di tempo
Io non porla giammai - e forse di proposito. E però ritorno al Petrarca.
Immaginar, non che narrar, gli effetti Narrar: raccontare, il che è molto più dif
Che nel mio cor gli occhi soavi fanno. ficile che l'immaginare, perchè i concetti sono
Tutti gli altri diletti i medesimi, ed i modi dello sprimerli sono di
Di questa vita ho per minori assai; versissimi. – Gli effetti che: i quali – Gli oc
E tutte altre bellezze indietro vanno.
chi soavi: i dolcissimi occhi quando soavemente
Pace tranquilla, senza alcuno affanno, risguardano. – Fanno nel mio core: producono
Simile a quella ch'è nel Cielo eterna, in me, come disse più volte in diversi luoghi,
Move dal loro innamorato riso.
e massimamente nel sonetto: Quando il Pianeta
Così vedessº io fiso che distingue l'ore (1); e sebbene ha lodato
Come Amor dolcemente li governa, sempre gli occhi di Laura dagli effetti, non
Sol un giorno da presso gli ha però nominati mai se non in questo luogo,
Senza volger giammai rota superna; dove noteremo, che tutte le cose si conoscono
Ne pensassi d'altrui, nè di me stesso, per gli effetti loro, onde quanto più sono de
E'l batter gli occhi miei non fosse spesso! gni gli effetti, tanto più sono nobili le cagioni.
Quando, non dico in questa sola, ma in tutte – Tutti gli altri diletti: tutti gli altri piaceri,
e tre queste canzoni, non si contenesse altro così corporali come mentali. – Di questa vita:
che la presente stanza, sì le giudicarei io, non di questo viver mortale, per escludere i cele
solamente radissime, ma singolari. Primiera sti, come fece nel sonetto: Siccome eterna vita
mente, acciocchè niuno pensasse che egli avesse è veder Dio (2). – Ho per minori assai: sti
detto tutto quello che sapeva o poteva, egli mo e tengo vie più piccioli, che quei diletti,
dice che non potrebbe mai per alcun tempo s'intende, che si traggono da begli occhi. –E
immaginare nella mente, non che raccontare tutte altre bellezze indietro vanno: cioè segui
colle parole gli effetti che operano in lui gli tano come inferiori, e quasi serventi quelle di
occhi di Laura. Poi dice tutti gli altri piaceri Madonna Laura, le quali come superiori, e
mondani sono minori appo lui, e tutte l'altre quasi padrone vanno innanzi e precedono: -
bellezze sono inferiori a quelle degli occhi pre Pace tranquilla e senza alcuno affanno. Tutte
detti. Poi soggiugne che quella medesima gioia le cose terrene per essere composte di contrari
si sente nel mirar loro, che si sente nel Pa non sono mai perfette del tutto, nè arrecano
radiso, ed ultimamente desidera di poter mi pace e tranquillità intera, ma sempre sono me
scolate le dolcezze loro con alcuna amaritu
rarli fisamente un sol giorno, il quale però fosse
eterno. E perchè nulla mancasse, vorrebbe non dine, perchè altramente sarebbero celesti e non
pensare, mentre la mira, nè a sè, nè ad altri, mondane; e tali volendole descrivere il Pe
ed ancora vorrebbe non battere gli occhi, con trarca disse: – Pace tranquilla senza alcuno af
cetto veramente, non meno maraviglioso e leg fanno; e per meglio dichiararlo soggiunse i –
giadro, che impossibile. – Io non poria: io non Simile a quella ch'è nel Cielo eterna: percioc
chè non mancano mai come le mondane; le
potrei. – Giammai: per tempo alcuno. – Im
maginar: comprendere nell'immaginazione, e quali, sebbene fossero per fette nel resto, non
colla fantasia. – Non che: ne dum, come dicono però sarebbero perfette del tutto, non essendo
i Latini. Nè si meravigli alcuno che io sponga durevoli, anzi caduche e fragilissime. Nè mi -

alcuna volta le parole toscane colle latine, per. piace che eterna sia verbo come credono al

ciocche niuna lingua si può sporre ed inse cuni. – Muove: cioè si parte – Dal riso lorº

(1) Son. XXV, Parte II. (1) sor. VIII, Parte I.


(2) Sea. XL11, Parte I. (2) son. CXXXiX, Parte I.
96 LEZIONI
dagli occhi di Madonna Laura. – Innamorato: Avvedutosi messer Francesco che egli desi
o che fa innamorare altrui, o che e pieno d'a- derava cose del tutto impossibili, le quali non
more. Egli disse riso per dimostrare più la si potevano conseguire, ma solamente deside
bellezza e soavità loro, essendo ridenti ed al rare soggiugne in questa ultima stanza, che
legri. – Così vedessº io fiso: non pare a me che vorrebbe almeno aver tanta grazia che egli
si potesse trovare più leggiadro concetto e più potesse in presenza di Madonna Laura mandar
leggiadramente vestito di questo. – Così: cioè fuori colla voce quello che egli sente dentro
volesse Dio, avverbio desiderativo, come appo nel core, e crederebbe dir cose che farebbero
i Latini sic.– Vedess’io: potessi mirare – Fiso: piangere o per dolcezza, o per compassione di
fisamente, et intentis oculis, come direbbero i se tutti quelli che le ascoltassero ed intendes
Latini. – Come dolcemente: con quanta dolcezza sero. Ma egli, come vero amante, non sola
e soavità. – Amor li governa: gli apre e gira. mente non poteva parlare dinanzi alla persona
– Solo un giorno: un di solo. – Da presso: amata, ma ancora diventava pallido e smorto,
da vicino, quello che i Latini direbbero prope in quel modo che sanno quelli solamente che
o cominus; ed una simil cosa disse Dante nella l'hanno provato, e che racconta il Petrarca
sua canzone più volte allegata: medesimo, che bene il sapeva, in tutto quel
dottissimo sonetto:
». Ancor negli occhi, ond' escon le faville
» Che m'infiammano il cor ch'io porto anciso, Quando giugne per gli occhi al cor profondo
s, Mirerei presso e fiso ». L'immagin donna, ogn'altra indi si parte (1).
E disse presso e fiso, perchè quanto il visibile Lasso! replica un'altra volta questa interie
è più vicino all'occhio e quanto l'occhio più zione di dolore, che i Latini dicono heu, e
lo guarda intentamente, tanto si fa più perfetta soggiugne subitamente la cagione, perchè si
la visione. – Senza volger giammai rota super duole dicendo – Che: perchè. – Vo desiando:
na: cioè che non finisse mai, perchè se il cielo cioè desio e desidero; modo di favellare pro
non volgesse, il che è impossibile secondo i piamente toscano. – Quello che non puote es
filosofi, perchè subito mancherebbero tutte le sere in modo alcuno, il che è quanto s'è ve
cose mortali, dipendendo tutte dal movimento duto di sopra. – E vivo del disio fuor di spe
del cielo: ma posto che non movesse, non sa ranza: cioè desidero quello che io non ispero,
rebbe il tempo, perchè il tempo non è altro ed in somma vorrei e chiedo quello che cono
che la misura dei moto, e così sarebbe quel sco non poter conseguire. La qual cosa però
giorno senza fine. E chiamò ruote superne i e detta più poeticamente, che secondo la ve
cieli poeticamente, come fece Dante più volte. rità: conciossiachè non può essere desio senza
E non bastandogli aver detto insin qui, che pure speranza, nè può ordinariamente la volontà no
era qual cosa, aggiunse. – Ne pensassi d'altrui, stra desiderare cose impossibili, ed a quelli che
nè di me stesso: il che medesimamente e impos dicono desiderare di viver sempre o di farsi
sibile. – E 'l batter gli occhi miei non fosse dii ed altre cose cotali che non possono es
spesso. Questo si, che poteva essere natural sere, s'è risposto nel luogo suo e salvato il
mente: se già non si vuole inferire, che lo Petrarca. – Solamente quel nodo. Che il Pe
splendore di quella luce era tale, che non si trarca si peritasse di dire le ragioni sue a Ma
poteva guardare in lui senza chiudere gli oc donna Laura, lo dimostra apertissimamente in
chi spesse volte. Benché ancora il riguardare mille luoghi, come si vede in tutto il sonetto:
fiso e cagione, secondo alcuni, del battimento
degli occhi; e però dicono che le stelle scin Perchè io t'abbia guardato da menzogna (2).
tillano; ma a questo si ricerca la distanza, e e nel difficilissimo sonetto:
però i pianeti più vicini alla terra, schbene
fiammeggiano, non però scintillano, cioè non Se mai fuoco per fuoco non si spense (3).
fanno quel tremolare, che i Latini chiamano Il che avviene generalmente a tutti coloro che
micare. Onde avendo detto messer Petrarca amano daddovero; onde Virgilio disse di Di
presso, non pare che volesse intendere questo. done:

ALasso! che desiando


Incipit cſari, media que in voce resistit.
t/o quel che esser non puote in alcun modo; E la cagione di questo effetto è perchè gli
E vivo del desir fuor di speranza. amanti, ancora che sapientissimi, ancora che
Solamente quel nodo fortissimi, ancora che vecchissimi hanno in ve
Ch Amor circonda alla mia lingua, quando nerazione e quasi adorano le cose amate qua
E' umana vista il troppo lume avanza, lunque siano. E da questo nasce la reverenza
Fosse disciolto! I'prenderei baldanza che portano loro ed il timore; oltre che stanno
Di dir parole in quel punto si nove, in sospetto grandissimo di non fare atto alcuno
Che farian lagrimar chi le 'ntendesse. o dir parola nessuna che faccia lor perdere
Ma le ferite impresse quello che bramano sopra tutte le cose, cioè
Volson per forza il cor piagato altrove: la grazia della cosa amata; senza che temono
Ond'io divento smorto
L 'l sangue si nasconde, i non so dove, (1) Son. LXIII, Parte I.
Ne rimango, qual era ; e somi accorto (2) Soa. XXXIV, Parte I.
Che questo e l colpo, di che Amorm ha morto. (3) Son. XXXll 1, Pa e l. -
SULLE CANZONI DEGLI OCCHI 97

nncora, perchè sanno che in potestà degli aman diverse interpretazioni di vari spositori, ma noi,
ti sono tutti i beni loro, e tutti i mali pari non biasimando gli altrui pareri, diremo il no
mente. E questo dichiara il Petrarca medesi stro qualunque sia. Vuole il Poeta significare,
mo nel sonetto:
che quantunque volte s'appresentava dinanzi
Più volte già dal bel sembiante umano (1) alla donna sua per discovrirle i suoi desiri, e di
con tutto quello che seguita. Ed il reveren mandarle mercede, sempre era vinto tanto dalla
bellezza di lei e dalla riverenza, la quale le
dissimo Bembo disse ancora a questo propo
sito, parlando ad Amore: portava, che egli, o non poteva parlare, o se
pur faceva parola, erano imperfette e quasi di
» Quel di, che volontier detto le arei uomo che sognasse, vinto come ho detto così
» Le mie ragion, ma tu mi spaventavi ». dallo splendore de' suoi lucentissimi occhi, co
Dice dunque – Solamente: almeno questa me da tutte l'altre bellezze. E che questo sia
grazia sola, dopo tante che il vento ode e di il vero intendimento pare a me che lo dichiari
sperde, conceduta mi fosse di poter discovrire apertamente esso medesimo in tutto quel so
i miei pensieri a Madonna Laura: il che poc netto, il cui principio è questo:
ticamente dice. – Quel nodo fosse disciolto: si Se la mia vita da l'aspro tormento (1).
disciogliesse; dove si debbe intendere, o vo Veggiamo ora la costruzione ed ordine delle
lesse Dio, o la particella se come usano spesse parole, la quale non è agevole, per cagione di
volte i Latini, e come fece Virgilio, quando un participio usato latinamente come vedre
disse:
mo. – Ma: questa particella avversativa di
Hac fortuna tenus fuerit Trojana secuta. mostra, che egli non poteva fare quello effet
to che desiderava, e soggiugne la cagione, di
Che: il qual modo. – Amor: l'amoroso disio – cendo: – Le ferite impresse – Volgono per forza
Circonda alla mia lingua: per la cagione, che altrove il cor piagato: cioè, in sentenza: Io che
disse altrove:
vorrei scoprire il desiderio mio alla mia donna,
E veggio or ben, che caritate accesa veggendo i suoi begli occhi, onde mi vengono
Lega la lingua altrui, gli spirti invola. mille punte amorose, sono forzato a distormi
Chi può dir come egli arde, è 'n picciolfoco (2). da cotale impresa, e rivolgermi a pensare di
non esserle o grave, o molesto, temendo sem
Quando: allora che. – Il troppo lume: degli
occhi di Madonna Laura. – Avanza: vince e pre di non offenderla pure un poco, come san
soverchia. – La vista umana: cioè mortale del no gli amanti, perchè gli altri non possono in
tendere cotali affetti e sì maravigliosi acciden
Petrarca, e questa mi pare la sposizione vera;
onde altrove disse: ti. E quello impresse, è un participio di tem
po presente, e non vuol dir altro impresse, se
Ne mortal vista mai luce divina condo che a me pare, se non che s'imprimo
l'inse, come la mia quel raggio altero (3). no, mentre e tuttavia ch' io la rimiro. E ho
Io prenderei baldanza: se ciò fosse, io pigliarei detto questo essere detto latinamente; percioc
ardimento ed osarei. – Di dir in quel punto: chè i Latini non avendo nella lingua loro il
di mandar fuori in quello istante, che ciò mi participio passivo nel tempo presente, come
fosse conceduto.–Parole sì nuove: sì inusitate hanno i Greci, si servono alcuna volta del par
ed inudite e di tanta forza. – Che farian la ticipio del tempo passato in iscambio del pre
grimar: che sforzerebbero a piangere. – Chi sente o preterito imperfetto. Dice dunque: –
l'intendesse: o quelli ch'hanno provato Amore, Ma le ferite impresse: cioè che s'imprimono
onde disse nel proemio del suo Canzoniere: nel cuore. – Piagato: mediante quelle ferite –
Lo volgono a viva forza altrove: cioè, lo rimuo
Ove sia, chi per prova intenda Amore, vono da quel pensiero a pensare ad altro per
Spero trovar pietà, non che perdono (4). temenza d'offenderla, come s'è detto. – Onde
ovvero Madonna Laura onde disse: io: per la qual cosa. – Divento smorto: diven
go pallido ed esangue. E questo mostra l'in
E so ch'altri che voi, nessun m'intende (5). terpretazione nostra non essere falsa, cioè il
Ed altrove più chiaramente in quella vaga e timore esser cagione, che egli non osa favel
dolcissima canzone:
larle quanto aveva pensato e deliberato tra sè.
Se 'l pensier che mi strugge E perchè la cagione del diventar bianco nella
Come è pungente e saldo, paura è perchè il sangue si ritira dalla super
Così restasse d'un color conforme (6). ficie e dalle parti streme del corpo al cuore
come a membro principale per aiutarlo e for
Ma le ferite impresse – Volgon per forza il tificarlo, però soggiunse: – E'l sangue sina
cor piagato altrove. Il sentimento di questi versi sconde: poi per mostrare, che in quel tempo
è riputato oscurissimo: il che dimostrano le ed in cotale stato non si può filosofare ed at
tendere alle cagioni delle cose, soggiunse: –
(1) Son. CXVIII, Parte I. Io non so dove: non volendo dire al cuore per
(2) Son. CXVI l I, Parte 1. servare il decoro così di poeta come d'amante
(3) Son. C, Parte I. appassionato. – Ne rimango quale era: il che
(4) Son. I, Parte I.
(5) Soa. LXIV, Parte I. si debbe intendere e quanto al corpo, e quan
(6) Canz. X, in rva 1, Parte I. (1) Son. IX, Parte I.
VARulli
- 13
LEZIONI
93
to all'animo, avendo cangiato per le ragioni ne alla sposizione di queste tre Canzoni, e per
sopraddette e volto e volere. E qui notaremo compiacere a quelli che vogliono, ed ubbidire
in quanto alla lingua, che tutte le prime per coloro che possono, farò vacazione per tutto
sone di tutti quanti i verbi, di qualunque con il presente mese di luglio; e la prima volta
jugazione forniscono tanto nelle prose, quanto che leggerò in questo luogo che sarà (non oc
ne versi sempre in a, e non mai in o, come correndo altro) il primo giovedì d'agosto, co
si favella volgarmente. Nè è buona ragione mincierò la prima delle tre canzoni nate ad un
quella che allegano alcuni che dicono io ama corpo del reverendissimo e dottissimo cardi
vo, e così in tutti gli altri, per distinguere la nale Bembo, la quale comincia : Perché 'l pia
prima persona dalla terza; perciocchè l'uso di cere a ragionar m'invoglia (1).
tutti gli antichi Toscani e di tutti i moderni di -

autorità è in contrario; oltra che così usano i


Provenzali, dai quali, come s'è detto altrove,
è derivata quasi tutta la lingua nostra. Nota LE ZI O N I DUE
remo ancora, che era nel numero del meno e
di due sillabe si scrive e pronunzia per e aper SOPRA LA PITTURA E SCULTURA
to, che è l'Eta (H) greco, ed in quello del più
si pronunzia e scrive per e chiuso, che è l'e
tenue de Greci (Epsilon E). E questo avviene
AL Mol,To REVERENDO ED ILLUSTRISSIMO SIGNORE
non solamente nell'e, ma ancora nell'o, per
la ragione che avemo detto nel luogo suo –E IL SIGNOR
sonmi accorto: e sonomi, ovvero mi sono avvedu
to-Che questo è 'l colpo, di che: per lo quale: DON LUIGI DI TOLEDO
Amore m'ha morto: il che non vuole significare sicNon suo osservANDIssiMo
altro, a giudizio mio, se non che Madonna Lau
ra era tanto pietosa, ed i suoi disiri tanto ra B ENE D E TT O V A RCH I
gionevoli, ed egli tanto affettuosamente gli
avrebbe saputi sprimere, che avrebbe trovato
pietà : la qual cosa, perchè non seguisse, Amore Già so io bene, nobilissimo e cortesissimo Si
non gli lasciava, come s'è veduto, pigliare così gnor mio, che alla molta così dottrina, come
fatto ardimento, e perciò egli disse:-E sonmi bontà del figliuolo dell'illustrissimo signor don
accorto. - Che questo è 'l colpo di che Amor Pietro Vicerè di Napoli, e fratello dell'eccellen
m'ha morto. tissima signora donna Leonora, Duchessa di Fi
Canzone, io sento già stancar la penna renze, e nipote del reverendissimo e tre volte
Del lungo e dolce ragionar con lei; grande cardinale di Burgos, si conveniva troppo
-

Ma non di parlar meco i pensier miei. maggior dono e troppo più degno, che questo non
e, che io le mando al presente. Ma io non pos
Volgendosi in questa ultima parte alla can sendo più, e desiderando sommamente di mostra
zone secondo l'usanza dice, come la penna è re oggimai in quel modo, che per me si potesse,
bene stanca di scrivere, ma non già egli di pen alcuna parte di quella umile affezione e servitù
sare le bellezze degli occhi della sua Ma ; che io porto già da gran tempo alle tante e così
donna Laura, e gli effetti che cagionavano in grandi doti e qualità della molto reverenda ed il
lui, volendo inferire che tutto quello che ave lustrissima Signoria Vostra, ho eletto, confidatomi
va detto insin qui era niente, verso quello che i non meno nella singolare umanità, che nel discre
egli si sentiva da poter dire: – Canzone, io tissimo giudizio suo, di palesare più tosto la po
sento già: cioè sì tosto. – Stancar la penna: vertà dell'ingegno mio, che di nascondere la gra
che la penna si stanca. – Del lungo e dolce titudine dell'animo, imitando la semplicità e
ragionar con lei: lungo, per lo averne favel pura mente di quei pastori, i quali non avendo
lato in tre canzoni: dolce, per lo piacere che nè oro, nè incenso, sacrificano col farro solo o
ne pigliava infinito. – Con lei: cioè con la col latte.
penna; e ragionar colla penna non vuol dire Di Firenze, a dì 7 di Marzo, 1546.
altro, che scrivere: e scrivere non è altro che
parlare pensatamente; onde egli disse altrove:
Ond'io gridai con lingua e con inchiostro: (1) Sembra da queste parole, che il Varchi nostro volesse
fare un Commento sopra le tre Canzoni del Bembo, che, a
Non son mio, no: s'io moro, il danno è vostro(1). imitazione delle tre del Petrarca su gli Occhi, sono chiamate
Ma non sento stancare – I miei pensieri di par le tre sorelle. Ma non sappiamo, se mandasse ad effetto
larmeco: quello che disse nella canzone grande: questo pensiero. (MI.)
La penna al buon voler non può gir presso:
Onde più cose nella mente scritte
Vo trapassando, e sol d alcune parlo (2).
E qui ringraziandovi infinitamente pongo ſi

(1) Canz. I, Stanza V, Parte I.


(2) Cauz 1, Stanza V, Parte I.
SULLA PITTURA E SCULTURA 99
fetta, tanto ha di più cose e maggiori, e più
perfette bisogno, secondo gli eterni ordinamen
LEZIONE PRIMA ti e le infallibili leggi della natura, i quali e le
quali si potrebbero forse desiderare migliori,
SOPRA IL SOTTOSCRITTo soNETTo DI MICHELAGNolo ma avere no. Onde chiunque desidera o di le.
EcoNARRoTI, FATTA PUBBLICAMENTE NELLA AccA vare alcuna cosa all'uomo di quelle che egli
DEMIA FIoRENTINA, LA seconda DoMENICA DI ha da natura, o d'aggiugnergli di quelle degli
QUAREsIMA, L'ANNo 1546. altri animali, desidera quello che non pure non
si può mai ottenere, ma nè ancora desiderare
naturalmente, cioè la sua imperfezione mede
sima. Diciamo dunque (lasciata la costoro o
ignoranza, o follia, o semplicità degna più to
IL PR O E MIO
sto di compassione che di castigo), che l'uomo,
quando bene fosse mille volte mortale, come
vogliono alcuni, è ad ogni modo senza fallo
Egli non ha dubbio alcuno appresso tutti nessuno il più perfetto in tutte le cose, e il
i migliori così filosofi come teologi, che tutte meglio organizzato animale non solo che un
le cose generabili e corruttibili, cioè tutte quelle qua facesse, ma che potesse mai fare la natura,
che si ritrovano in questo mondo inferiore, dal la quale a lui solo ha prodotto tutto quello
cielo della luna in giù, qualunque elle siano, che ha prodotto o di buono o di bello in qua
o animate o private d'anima, furono, magni lunque luogo.
fico e meritissimo Consolo, nobilissimi e dot Ma che diremo, se egli non solamente è im
tissimi Accademici, e voi tutti, prudentissimi e mortale, così secondo l'opinione e credenza
benignissimi Uditori, prodotte da Dio e dalla dei più dotti filosofi, come secondo la verità e
natura, a cagione e per benefizio dell'uomo. certezza di tutti i teologi, ma talmente fatto,
Conciossiache, tutte le cose meno degne e per che egli può, ancora vivendo e colle terrene
fette sono, come diceva il Filosofo nella Poli membra, volare al Cielo e divenire non pure
tica, a benefizio, e per cagione delle più de Angelo, ma quasi Dio? Dorremoci noi della
gne e perfette. Onde, come tutte le cose che natura? chiamaremola noi non pietosa madre,
mancano d'anima, sono per cagione delle pian ma ingiustissima matrigna ? vorremo noi essere
te, e le piante per cagione degli animali, così piuttosto lioni o altra fiera, che uomini? eleg
gli animali sono per cagione degli uomini, es geremo più volentieri il nuotare che l'andare?
sendo l'uomo più perfetto e più nobile di tutti, stimeremo più degna cosa il volare per l'aria
si quanto alla perfezione dell'anima, e si quan per posare in terra, che il posare in terra per
to alla nobiltà del corpo. Perciocchè, siccome volare al Cielo ? e finalmente ci piacerà più il
l'animo umano avanza in infinito tutte le cose
correre, che il discorrere? Ma perchè la na
mortali, così ebbe il più nobile corpo, e più tura non dà mai potenza, o vogliamo dire pos
perfetto che si potesse trovare quaggiù. E per sibilità alcuna a nessuna cosa, che ella non le
dirlo più chiaramente, non poteva fare la na dia ancora gli strumenti da poterla ridurre al
tura in modo nessuno cosa alcuna più perfet l'atto (perciocchè sarebbe vana cotale potenza,
ta dell'uomo, nè lui medesimo più nobile, o e di niun frutto, il che la natura non tollera,
meglio disposto e proporzionato, nè quanto alla onde Aristotele volendo provare, che le stelle
perfezione e dignità dell'anima, nè quanto alla non si movevano per loro stesse, argomentava
complessione e temperatura del corpo. Laonde da questo, che la natura arebbe loro fatti i
non si può non che dire, ma pensare la mag piedi, se avesse voluto che si fossero mosse),
giore e più scellerata, o bestemmia o ignoranza mi potrebbe alcuno dimandare, quale è quello
di quella di coloro, i quali, dolendosi della na strumento, che n'ha dato la natura, mediante
tura, accusano tacitamente, e riprendono Colui, il quale possiamo ridurre all'atto questa poten
cui tutte le cose sono possibili, eccetto l'er za, cioè salire al Cielo colla terrena somma e
rare. E se quelli che vorrebbero o essere ga divenire d'uomini, dii. Alla costui e dotta di
gliardi come i lioni, o correre come i cervi, o manda e ragionevole si risponde, che questo
volare come gli uccelli, o nuotare come i pesci, strumento oltra le scienze senza alcun dubbio
considerassero, non dico che desiderano cose è l'Amore. L'Amore è questo strumento senza
contrarie in un tempo medesimo, e conseguen dubbio alcuno, nobilissimi ed amantissimi udi
temente impossibili, ma con quanta agevolezza tori, e mediante l'Amore non solo potemo,
e in quanti modi si vincano dall'uomo tutte ma dovemo ancora levarci da queste nebbie
le forze e tutte le velocità e destrezze di tutti mortali e saliti d'una in altra sembianza, a
gli altri animali, conoscerebbero subitamente quegli splendori oltramondani poggiare sopra
la loro follia non punto minore della sempli il Cielo, e quivi contemplando visibilmente la
cità e poca conoscenza, per non dire parola più prima cagione a faccia a faccia, diventare lei.
grave, di tutti coloro, i quali si rammaricano E per questo significare, furono aggiunte secon
con doglianze, che all'uomo facciano di me do che io stimo l'ali ad Amore, non per di
stiero assai più cose, ed al nascere, e nel con mostrare l'incostanza sua o la leggerezza, co
servarsi che agli animali bruti non fanno, co me hanno molti creduto. Nè sia chi reputi que:
me quelli che non pensano, o non sanno che sta salita e cotal visione impossibile, perciocchè
quanto è più degna ciascuna spezie e più per ed alcuni dei teologi l'affermano e molti dei
1 oo LEZIONI
filosofi lo confessano; e quel grandissimo Ara- suoi migliori cittadini non desiderano cosa nè
bo (1), il quale, per quel poco che posso co più giusta, nè più ragionevole, che di vedergli
moscere io, fu solo o con pochissimi vero filo posta, quando che sia, una statua, ma degna di
sofo dopo Aristotile, pone il sommo bene e lui, cioè di sua mano in questa città. Nè so
l' ultima felicità umana in questa così fatta io per me pensare, non che dire, che cosa po
contemplazione, la quale egli chiama intuitiva, tesse arrecare, o maggior contento alla bontà
perciocchè non si fa col discorso della ragione, del nostro felicissimo ed ottimo Duca, che ve
ma presenzialmente coll'occhio dell'intelletto. dere uno de' suoi cittadini, al quale tanto ce
O maravigliosa e possentissima forza di questo dono tutti gli altri uomini, quanto esso tutti
grande e santissimo Dio, quanto dei tu essere gli altri Principi sopravanza. E coloro, che si
amata, ringraziata ed adorata da tutti i buoni, maravigliano come ne'componimenti d'un uomo,
da tutti i dotti, da tutti i saggi ! Da te sola il quale non faccia professione nè di lettere, nè
ne viene ogni quiete, ogni contento, ogni ri di scienze, e sia tutto occupatissimo in tanti, e
poso, ogni salute. Tu ne scaldi gl'ingegni: tu tanto diversi esercizi, possa essere così grande e
n'incendi gli animi: tu n'infiammi le menti: profondità di dottrina ed altezza di concetti,
tu n'infuochi i cuori: tu n'ardi i petti di pen mostrano male, che conoscano o quanto possa la
sieri altissimi, di desii dolcissimi, di voglie one natura, quando vuole fare uno ingegno perfet
stissime, di concetti onoratissimi, di desideri to e singolare, o che la pittura e la poesia sono
cortesissimi, e finalmente sei sola cagione di secondo molti non tanto somigliantissime fra
tutti i beni a tutte le cose. loro, quanto poco meno che una cosa mede
Ma potrebbe dubitare chicchessia, come possa sima, come si vedrà nel fine di questa nostra
questo essere vero che io ho detto, conciossia lettura, quando tratteremo la quistione della
cosachè tutto il giorno si vedono tutti gli nobiltà dell'arti. Ora è tempo (invocato prima
amanti o almeno la parte maggiore, pallidi, i divotamente il nome ed aiuto di Colui, che
afflitti, macilenti, maninconici, pieni di lagri sempre rispose bene a chi con fede lo chiamò),
me, di sospiri, di cordogli, di gelosie, di pen di venire alla sposizione del sonetto, il quale
timenti e brevemente colmi di tutte quante le mentre che io recito e dichiaro, prego umil
sciagure, andarsi amarissimamente dolendo e mente l'umanissime cortesie vostre, che ne
rammaricando d'amore, delle donne amate, dieno, colla solita benignità, la consueta udienza.
della fortuna, col cielo, coi boschi, coll'acque,
senza mai avere non che pace, tregua de loro
affanni. Al qual dubbio con grandissima ragio
ne mosso e non mica agevole a potersi scio SONETTO
gliere, niuno, per quanto abbia veduto o possa
giudicare io, non ha nè più veramente risposto, mol
nè più dottamente, che in un suo altissimo so
netto, pieno di quella antica purezza e Dantesca MICHELANGIOLO BUONARROTI
gravità, Michelagnolo Buonarroti: dico Michela -

gnolo senza altro titolo o soprannome alcuno, per


ciocchè non so trovare nessuno epiteto, il quale l
non mi paja, o che si contenga in quel nome Non ha l'ottimo Artista alcun concetto,
solo, o che non sia di lui minore. Il qual so Ch'un marmo solo in sè non circoscriva
netto ho preso oggi a dover interpretare per Col suo soverchio, e solo a quello arriva
la grandissima dottrina ed incredibile utilità La mano che ubbidisce all' intelletto.
che in esso si racchiude, non secondo che ri Il mal che io fuggo, e 'l ben che io mi prometto,
cercano l'altezza e profondità dei grandissimi In te, Donna leggiadra, altera e diva,
concetti di lui, ma in quel modo che potranno Tal si nasconde, e perch'io più non viva,
la bassezza e debolezza delle mie picciolissime Contraria ho l'arte al disiato effetto.
forze. E volesse Dio, che, ubbidendo la mia Amor dunque non ha, nè tua beltate,
lingua all'intelletto, potessi mandar fuori pure O durezza, o fortuna, o gran disdegno,
una sola particella colla voce di quello che io Del mio mal colpa, o mio destino, o sorte :
ne sento dentro nel cuore! E perchè non m'è Se dentro del tuo cor morte e pietate
nè nascoso, nè nuovo quello, che hanno detto Porti in un tempo, e che 'l mio basso ingegno,
alcuni di questo fatto, non voglio rispondere Non sappia, ardendo, trarne altro che morte.
loro altro, se non che Michelagnolo, oltra l'es
sere egli nobilissimo cittadino ed accademico
nostro, è Michelagnolo, il cui nome manterrà
viva ed onorata Fiorenza, poichè ella sarà IL SOGGETTO
stata polvere migliaia di lustri; e che tutti i
Per maggiore e più agevole intelligenza del
(1) Intende l'arabo Averroe, che spesso pur citò nelle pre soggetto di questo grave e dotto sonetto, ave
i" Nacque questo acuto filosofo a Cordova, e moria mo a sapere, nobilissimi uditori, che niuno af
Marocco nel 1217. E il più celebre fra'dotti della sua nazione,
il più ossequioso discepolo d'Aristotile, e uno degli scrittori fetto, ovvero accidente qualunque egli sia, è
più ſecondi, che siano stati al mondo. Venne per antonomasia tanto universale e tanto comune a tutte le cose,
detto il Commentatore, per aver egli principalmente atteso a quanto l'amore. Perciocchè egli non è cosa
commentare con estrera devozione le opere di Aristotite. (M) ncssuna in luogo nessuno nè tanto bassa ed
SULLA PITTURA E SCULTURA lo -

ignobile, nè così alta cd eccellente, la quale non non fa come molti e anticamente e moderna
abbia in sè qualche amore: anzi quanto è più mente hanno fatto e fanno, i quali, o pcr iscu
nobile ciascuna cosa e più perfetta, tanto ha sare sè medesimi, o per non conoscere per av
senza alcun fallo più perfetto amore e più no ventura la verità, ne danno la colpa, come si
bile. Onde l'ottimo e grandissimo Dio, non disse, chi all'amore, chi alle cose amate, chi alla
solo è nobilissimo e perfettissimo amante, ma fortuna, ma ne incolpa sè stesso, e null'altro,
esso primo e verissimo Amore, onde derivano volendo sotto il nome e persona sua, come ac
gli altri amori tutti quanti. E delle intelligenze corto e modestissimo, insegnare a tutti gli aman
quanto ciascuna è più vicina alla prima, cioè ti di che si debbano dolere ed a chi attribuire
a Dio e conseguentemente più degna, tanto ha la cagione e la colpa di tutte le passioni e dis
maggior amore, e più degno. Ma lasciando piaceri, che provano e sentono amando. E per
stare al presente l'amore di Dio e de' suoi meglio e più agevolmente dimostrarlo, usa, co
Angeli, il quale nel vero è d'un'altra manie me fa quasi sempre Aristotile, un esempio dalle
ra, che il nostro non è, e si chiama ora in cose artifiziali, le quali ci sono più note, del
tellettuale, ora angelico e quando divino, e fa quale niuno si poteva immaginare nè più a
vellando solamente dell'umano, cioè di quello proposito alla materia della quale si tratta, nè
che si trova in queste cose sottane cd inferio più dicevole a lui che la tratta. Ed è questo,
ri, diciamo, che ogni amore seguita qualche se io saprò così bene spiegarlo e distenderlo
appetito, onde come nelle cose mortali si ri con molte e lunghe parole, come egli seppe
trovano tre appetiti, così necessariamente si ri ripiegarlo e strignerlo in poche e brevi.
trovano ancora tre amori. Il primo e più comune Se uno scultore avesse un marmo, certa cosa
di tutti si chiama naturale, perciocchè viene è che in quel marmo sono in potenza, cioè si
in tutte le cose dalla natura, e questo è senza possono cavare di lui tutte le figure che si pos
alcuna cognizione della cosa che appetisce, onde sono immaginare, come un uomo, un cavallo,
tutte le cose che non conoscono, come sono tutte un lione e così di tutti gli altri egualmente;
le inanimate e tra le animate le piante, hanno o vogliamo piuttosto dire che in quel marmo
questo appetito ed amor naturale. E quinci è, sono in potenza, e si possono cavare di lui
che tutte le cose gravi caggiono al centro, e le tutte le bellezze che si possono immaginare da
leggiere volano al cielo, perchè sebbene non qualsivoglia ottimo maestro di dare a qualun
conoscono per sè stesse, perchè la natura non que figura, diciamo, per cagione d'esempio, a
conosce, sono però guidate da chi conosce, non un Mercurio. Ora se uno scultore lavorando
altramente, che gli strali vanno dirittamente questo marmo, e facendone questo Mercurio,
al bersaglio, non per loro medesimi, ma in virtù non sapesse condurlo a quella perfezione, la
dell'arciero che li trasse. E in questo amore quale egli s'era immaginata, o che un altro mae
non furono mai inganni, nè falli, perchè il suo stro migliore di lui si sarebbe immaginato, a
ſine è sempre buono, anzi ottimo; e sempre chi si deve dare la colpa di questo fatto: al
si consegue da tutte le cosc, se non sono im marmo, o allo scultore? Al marmo certamente
pedite violentemente; onde si vede, che le no, perchè in lui erano in potenza così le belle
piante tutte e sempre crescono, si nutriscono fattezze che se gli dovevano dare, come le non
e generano. Il secondo appetito ed amore si belle che gli sono state date. Dunque il difetto
chiama sensitivo, perchè nasce dalla cognizione sarà del maestro, il quale non avrà saputo spri
del senso; e questo si ritrova in tutte le cose, mere con lo scarpello quello che egli s'era im
che hanno l'anima scnsitiva, cioè in tutti gli maginato coll' ingegno; anzi non ubbidendo le
animali. E questo quanto è meno comune, tanto mani alla fantasia, avrà fatto tutto il contrario
è più nobile del naturale, laonde tutti gli ani di quello che s'era proposto e pensato di do
mali, oltra il crescere, nutrirsi, e generare, cer ver fare. Così nè più, nè meno, dice il nostro
cano sempre ed in tutti i luoghi quelle cose, poeta, avviene nell'amore; perciocchè nella
le quali, o sono veramente, o paiono loro pro cosa amata, e in un viso, il quale o sia bello
fittevoli. Il terzo ed ultimo appetito ed amore in verità, come è necessario che siano tutti
si chiama razionale, ovvero intellettivo, e que quelli che piacciono a sì perfetto giudizio, o
sto si ritrova solamente negli animali razio paja bello all'amante, sono in potenza e se ne
nali, ovvero intellettivi, cioè negli uomini, ed possono trarre da uno che fosse buono mae
è perfettissimo di tutti gli altri, onde chi ha stro d'amore, tutti i piaceri, tutte le gioie e
questo, può avere ancora, anzi ha necessaria tutti i contenti che si possono immaginare. Ma
mente gli altri duoi, ma non già all'incon se uno, come avviene alla maggior parte degli
tro; e tutti e tre questi amori sono natu amanti, invece di questi ne cavasse dispiaceri,
rali nell'uomo, e conseguentemente buoni. On noje e scontenti, egli può dire che egli non
de subitamente nasce quel dubbio, che noi sappia l'arte d'amare, onde di sè debbe do
toccammo nel proemio, come sia possibile, che lersi e non d'amore, o della amata, o della
una cosa, che venga da natura, e conseguen fortuna. E così nel vero è verissimo, cemc di
temente sia buona, n'apporti seco tanti dolori, chiareremo nel luogo suo; e in somma, per
tanti affanni, tanti travagli, quanti si veggiono, raccorre quanto avemo detto, l'esempio con
si sentono e si provano tutto il giorno in aman siste in questo che come d'un marmo mede
do. Il qual dubbio volendo sciogliere questo ve simo, e così dovemo intendere di tutti i sub
ramente Angelo divino, e richiamare i mortali i bietti di tutte l'altre arti, si possono cavare
dalla via sinistra e torta alla destra e diritta, tutte le bellezze che si possono immaginare da
to2 LEZIONI

qualunque maestro. Ma uno che avrà l'arte l'essere è di due maniere. Uno si chiama ed
perfettamente, ne le saprà cavare, ed un altro è essere potenziale: l'altro è, e si chiama es
che non l'avrà, no: onde la colpa non sarà ser reale. L'essere potenziale d'una qualche cosa
del marmo, ma dell'artefice. Così medesima è quello, il quale non è ancora venuto all'atto,
mente d'un bel viso si possono cavare tutte ma si giace nascoso in checchessia. Per esempio
le dolcezze che si possono immaginare da qua nella terra, nella cera, nel marmo sono in potenza
lunque innamorato; ma uno che avrà l'arte uomini, cavalli e tutte l'altre figure che se ne
d'amore, ne le saprà cavare, ed un altro che possono cavare, e tutte quelle tali figure si di
non l'avrà, no. Onde non si debbe assegnare la cono aver l'essere potenziale, perchè non sono
colpa alla cosa amata, nè ad altro, ma solo al ancora venute all'atto; e quelle medesime quando
l' amante. saranno venute all'atto mediante l'artefice, e
E questo pare a me che sia il soggetto di saranno o cavalli, o nomini o altro , avranno
questo bellissimo sonetto ed utilissimo, il quale l'essere reale. Ma sebbene l'essere potenziale è
divideremo in tre parti principali: nel primo piuttosto un essere finto ed immaginato che
quadernario: nel secondo: e ne duoi ternari. vero, e non si può chiamare essere semplice
Le quali tre parti dichiararemo a una a una, mente, ma essere in potenza, non è che egli
dove ciascuno potrà conoscere per sè stesso, non sia cagione dell'essere reale, perchè, come
prima la dottrina, poi l'artifizio, ed ultimamente diceva quel grande Arabo nel dodicesimo della
l'utilità. Le quali cose sono tante e tali che scienza divina al diciottesimo testo del com
io non le dico, non tanto per diffidarmi di me mento: Se la potenza non fosse, non sarebbe
stesso, quanto per non essere tenuto da certi, l'agente, perciocchè tutto quello che è generato
i quali tanto hanno avuto a male, e tanto mi in atto, è corrotto in potenza, e mai non si fa
sono iti biasimando della elezione di questo rebbe cosa nessuna, se prima non fosse in po
sonetto, quello che io non sono, o di certo non tenza a farsi, cioè non si potesse fare. Perchè
vorrei essere. Ma venghiamo alla prima parte. appresso i filosofi tutto quello che è possibile
dalla parte dell'agente, è anco possibile dalla
Non ha l'ottimo artista alcun concetto,
Ch” un marmo solo in sè non circoscriva
parte del subbietto, o vogliamo dire, che tutto
quello che è nell'agente in potenza attiva, è
Col suo soverchio, e solo a quello arriva nella materia in potenza passiva; cioè che come
La man che ubbidisce all'intelletto.
uno scultore, per istare nell'esempio dell'au
La sentenza di questa prima parte, come si tore, può fare tutte le figure d'un marmo solo,
disse ancora poco fa, è questa. Tutte le cose così tutte le figure possono esser fatte di quel
che possono fare tutti gli artefici, non solo sono marmo solo, altramente, come può vedere ognu
in potenza nei loro subbietti, cioè nelle mate no, non si farebbero mai. Onde è necessario,
rie di che essi fanno i loro lavori; ma vi sono che la potenza passiva del marmo corrisponda
ancora nella più perfetta forma che si possa e sia eguale alla potenza attiva dell'artefice;
immaginare. Onde un fabbro, ad esempio, può e così, secondo i filosofi, non si fece mai nulla,
fare del ferro non solo tutte le cose che si pos che non si potesse fare, e nulla che si potesse fa
sono fare di ferro, ma le più belle e perfette che re, non si fece. Il che però è falsissimo secondo i
si possano immaginare dentro. Ma non tutti i teologi, perciocchè Dio può fare moltissime cose
maestri ve le sanno immaginare belle a un mo che mai non fece, e mai non farà, onde essi lo
do, nè condurre a perfezione egualmente quelle chiamano meritamente onnipotente; il qual no
che si sono immaginati egli stessi. Perciocchè me non solo non se gli conviene appresso i fi
oltra quello che i Greci chiamano iºsa, ed i losofi, ma gli è del tutto contrario ed inimicis
Latini ora forma, ora specie ed ora exemplar, simo, per dir così, conciossiachè questo signi
e talvolta exemplum, e noi imitando ora i Gre fichi tutta potenza, ed egli sia tutto atto.
ci, ed ora i Latini chiamiamo quando idea, Dovemo ancora sapere, a perfettamente inten
quando esemplare, e quando esempio, e più dere la vera e maravigliosa sentenza di questa
volgarmente modello, cioè quella immagine che prima parte, che secondo il medesimo Aristo
si forma ciascuno nella fantasia, ogni volta che tile: Actio Agentis (perchè veggiano che io non
vuole fare checchessia. Si ricerca ancora l'arte trovo queste cose da me, nè le cavo, d'onde
e la pratica; onde chi non ha queste, potrebbe elle non sono) nihil aliud est, quam extrahere
immaginar bene, ed operar male, perchè nel rem de potentia ad actum ; cioè : L'azione ov
l'arti manuali non basta l'ingegno, ma bisogna vero operazione d'un agente, ovvero operan
l'esercitazione. E quello che diciamo d'un fab te, non è altro che cavare la cosa della potenza
bro, diciamo de legnajuoli e di tutti gli altri all'atto, che in somma non vuol significare al
esercizi parimente, perchè in tutte può non solo tro, se non che chiunque fa qualche cosa, non
operare meglio uno che un altro, ma immagi fa altro, che cavarla dall'essere potenziale e ri
nare ancora. Ma quello è solo vero maestro durla all'essere reale. Onde quell'Arabo (di
che può perfettamente mettere in opera colle cui mai non dirò tanto, che non mi paja aver
mani quello che egli s'è perfettamente imma detto poco) diceva con diverse parole, ma nel
ginato col cervello. La quale sentenza tratta medesimo sentimento che il maestro: Ab agente
del mezzo della più vera e più profonda dot nihil provenit, nisi extrahere illud, quod est in
trina d'Aristotele, non si può bene intendere, potentia ad actum; cioè: D'uno agente non viene
se non sappiamo prima che gli esseri, per dir altro, se non cavare quello che è in potenza e
così, sono duoi, o volemo dir piuttosto che condurlo all'atto. Non è dunque altro generare
SULLA PITTURA E SCULTURA Io3
o fare alcuna cosa che cavarla dall'essere po E nella medesima Cantica al Canto trente
tenziale e darle l'attuale esistenza, ovvero l'es simo:
sere reale. E però diceva il medesimo filosofo, Come all'ultimo suo ciascuno Artista.
ed il medesimo Commentatore: Agens extra
hens aliquid de potentia ad actum, non largitur E più chiaramente ancora, donde potemo cre
multitudinem, sed perfectionem : cioè: L'agente dere che lo cavasse il Poeta, nel tredicesimo:
cavando alcuna cosa dalla potenza all'atto, non
Ma la natura la dà sempre scema,
le dona moltitudine ma perfezione. Il che non Similemente operando all'Artista,
vuole altro significare se non che chi fa alcuna C ha l'abito dell' arte, e man che trema.
cosa, non le dà nulla del suo che non vi fosse
È dunque artista vocabolo non latino ma to
prima, ma riduce a perfezione quello che v'era
prima imperfetto; perciocchè la potenza, ov scano, e molto più che non è artefice, il quale
vero essere potenziale, è cosa imperfetta: e l'at è latino, ed è meno volgare e plebeo, che non
to, ovvero essere attuale e reale, è cosa perfetta. è artigiano. Ma al Petrarca, il quale fu così
Raccogliamo dunque e diciamo, che fare al schifo e così mondo poeta, e di tanto purgate
cuna cosa non è altro che cavarla di quel luogo orecchie, non gliene piacque nessuno, e nessu
e materia, dove ella era in potenza e ridurla no volle usarne, nel suo candidissimo poema,
all'atto, cioè trarla dall'essere potenziale, il ma si servi, come si dee fare, della circonlo
quale è imperfetto, e darle l'essere reale, il cuzione, dicendo ora:
quale è perfetto, come si vedrà ancora più Era 'l giorno, ch'al Sol si scoloraro
chiaramente nella sposizione particolare. L'or Per la pietà del suo Fattore i rai (1).
dine della quale mi par questo. Ed ora:
L'ottimo artista: cioè uno scultore. – Non
ha alcun concetto: non s'immagina, nè può Quel ch' infinita provvidenza, ed arte
fingersi cosa nella fantasia. – Che il qual con
Mostrò nel suo mirabil magistero (2).
cetto, e la qual cosa da lui immaginata.– Un
marmo solo: perchè i marmi sono ordinaria Ed ora altramente,
mente il subbietto degli scultori, onde i Lati Ottimo. Questa parola ha due sentimenta in
ni li chiamavano propiamente Marmorari, e questo luogo secondo che si può riferire a due
quelli che facevano le figure di bronzo Sta
tuari. -Non circoscriva in sè: non serri, non cose, perciocchè potemo intendere, che egli
contenga, non racchiuda dentro di lui. – Col faccia la comparazione dalla scultura a tutte
l'altre arti. E così chiamò lo scultore ottimo
suo soperchio: colla sua superficie, o con quello di tutti gli artisti, intendendo, e volendo si
che gli avanza, e v'è sopra più. E così in fin
qui ha detto, che d'un marmo solo si possono gnificare, che la scultura sia la migliore e più
nobile arte, che niuna dell'altre. Possiamo an
cavare tutte le figure, e nel più perfetto mo cora riferirla agli scultori soli, e dire, l' otti
do, che se le possa immaginare qualunque mae mo artista, cioè uno ottimo scultore che sia
stro. Ora seguita, che sebbene si possono ca eccellentissimo nell'arte. E nell'uno e l'altro
vare, non le cava però, se non chi ha l'arte,
e la pratica, dicendo:-E solo: ma solamente – senso in quanto a questo luogo torna bene, ed
è verissimo, e qui non fa differenza nessuna,
Arriva: aggiugne. – A quello : a quel concetto nè è di niuna importanza. Ma sarebbe bene di
bello, che s'ha immaginato lo scultore. – La
man: quella mano. – Che obbedisce all'intel grandissimo momento il primo in quanto alla
quistione che intendiamo di fare, piacendo a
letto: la quale sa sprimere, e mettere in opera Dio, ed al Consolo nostro, nel fine di que
quello che aveva conceputo, e s'era immagi sta lezione, perchè se avesse voluto significare
nato l' intelletto.
che lo scultore fosse il più nobile degli arti
Artista. Credono alcuni che questa parola per sti, io per me non cercarei più oltra, e senza
lo non ritrovarsi appresso il Petrarca, ed es
sere in uso fra gli studianti moderni, che usa fare altramente cotale quistione, m'acquetarei
a sì gran giudizio, e me ne terrei pago e con
no di chiamare artisti quelli che vacano al tento: ma di questo nel luogo suo.
l'arti, cioè, alla filosofia e medicina, a diffe
Concetto. Questo vocabolo, il quale è non
renza di quelli che danno opera alle leggi, men bello che generale, significa appresso i
sia più tosto voce latina, che toscana, e Toscani quello, che appresso i Greci, iºga,
massimamente dicendo noi volgarmente non
ed i Latini, notio. La qual significazione affine
artista, ma artefice, o artigiano. I quali, quan che meglio s'intenda, dovemo sapere, che niu
tº s'ingannano, mostra Dante in più luo
ghi; del qual si vede, che il nostro Poeta è no non può nè fare, nè dire cosa nessuna, la
stato studiosissimo, e come me versi l' ha se quale egli non s” abbia prima conceputa, ov
vero concetta nella mente, cioè immaginata
guitato ed imitato, così nello scolpire e dipi
gnere ha giostrato e combattuto seco, e forse nella fantasia; onde tutto quello che noi ci
fatto a lui alcuna volta, come si legge, che avemo prima pensato di volere, o dire, o fare,
si chiama concetto. Per lo che, come degli
fece Apelle ad Omero. Disse dunque Dante uomini, o ingegnosi, o buoni sogliamo dire, che
nel diciottesimo Canto del Paradiso;
hanno begli concetti, o buoni, o alti, o grandi,
Qual era tra i Cantor del Ciclo Artista.
(1) Son. III, Parte I.
(2) Sou. I V, Parte l.
1 o4 LEZIONI

cioè bei pensieri, ingegnose fantasie, divine in artiſiziale, la quale è nell'anima, cioè nella
venzioni, ovvero trovati, e più volgarmente fantasia dell'artista, la qual forma, ovvero mo
capricci, ghiribizzi, ed altri cotali nomi bassi dello è principio fattivo della forma artificiale
e plebei: così per lo contrario diciamo de'rei della materia. E poco di sotto disse: che la
e goffi, brutte immaginazioni, sciocche inven sanità dell'infermo si fa da quella cosa imma
zioni, cattive fantasie, deboli pensamenti: ed teriale, che è nella mente, cioè nell'immagi
altri nomi cotali, onde il Petrarca favellando nazione dell' architetto. E così il primo prin
del Pittore, che ritrasse la sua Madonna Lau cipio, o vogliamo dire la cagione efficiente di
ra (1) disse: tutte le cose, che si dicono e che si fanno, è
Quando giunse a Simon l'alto concetto,
quella spezie o forma, o immagine, o sembian
za, o idea, o esempio, o esemplare, o simili
Ch'a mio nome gli pose in man lo stile (2). tudine, o intenzione, o concetto, o modello, o
Ed il Molza medesimamente in quelle dottis altramente, che si possa o debba dire, come
sime stanze sopra il ritratto di Donna Giulia sarebbe simulacro, o fantasma, la quale è nella
disse (3): virtù fantastica, o vogliamo dire nella potenza
Tien pur gli occhi come Aquila in quel Sole, immaginativa di colui che vuole, o farle, o
dirle.
Nè cercare altra aita al gran concetto.
Circonscriva. Circonscrivere significa propia
E Dante volendo significare: Io mi sono im mente nella nostra lingua, quello, che egli si
maginato, ed ho appreso e conosciuto la fan gnifica nella latina, dalla quale è tratto, cioè
tasia ed il desiderio e voler tuo, dissc (4): circondare, serrare e chiudere. Onde circon
Lascia parlare a me; ch'io ho concetto scritta si chiama una cosa quando è chiusa e
Ciò che tu vuoi; ch'e' sarebbero schivi, circondata d' ogn'intorno, ed in somma con
Perch'ei fur Greci, forse del tuo detto. tenuta da un'altra, come è contenuto lo spa
In questo luogo si piglia concetto dal nostro zio d'un cerchio da quella linea che lo cir
conscrive, cioè lo circonda e serra intorno, la
Poeta per quello, che dicemmo di sopra chia
marsi da Greci tèsa, da Latini exemplar, da quale per questo si chiama circonferenza. E
noi modello, cioè per quella forma o imma perchè tutte le cose circonscritte hanno neces
gine detta da alcuni intenzione, che avemo sariamente termine, e sono finite, però Dante
volendo mostrare l'infinità di Dio, e che egli
dentro nella fantasia di tutto quello, che in non era in luogo nessuno particolarmente,
tendiamo di volere o fare, o dire. La quale cantò :
sebbene è spiritale, onde non pare che possa
operare cosa alcuna a chi non intende, è però O Padre nostro, che ne Cieli stai,
cagione efficiente di tutto quello che si dice, Non circonscritto (1),
o fa, onde diceva il Filosofo nel settimo libro
della prima Filosofia: – Forma agens respectu
e quello che segue. Ed altrove usando pro
piamente la significazione di questo verbo, disse:
lectiest in anima artificis: cioè: Quando si fa
un letto (ed il medesimo dovemo intendere di Quasi rubin che oro circonscrive (2).
tutte le cose artificiali) la cagione agente è E sebbene non fu usato questo verbo, che io
quella forma che è nell'anima dell'artista, cioè ora mi ricordi, dal nostro Petrarca, fu usato
il modello. Ed il suo dottissimo Commentatore
però dal Petrarca Viniziano nella sua Canzone
volendo diffinire, che cosa fosse arte, disse: – maggiore, quando disse nella fine, recitatavi
Ars nihil aliud est, quam forma rei artificialis, da me, oggi sono otto giorni, in questo luogo
existens in anima artificis, quae est principium medesimo, ma a diversissimo proposito:
.factivum formae artificialis in materia; cioè: Af
ſine che ognuno possa intendere, ed intenda Tu, Re del Ciel, cui nulla circonscrive.
quanto intese questo Poeta in questi quattro Significa dunque in questo luogo circonscrive
versi di questa prima parte, l'arte non è al propiamente serra, chiude, circonda, ed in som
tro che la forma, cioè il modello della cosa ma contiene, ed ha in sè. E così l'usò questo
medesimo Poeta in quel sonetto, che comincia;
(1) Il pittore di Madonna Laura fu Simone Memmi, ami Ogni van chiuso, ogni coperto loco -

cissimo del Petrarca, che lo celebrò con due sonetti, un dei Quantunque ogni materia circonscrive.
quali è quello citato qui dal Varchi. Era egli da Siena, e il
Vasari afferma che fu scolare di Giotto: i Sanesi il vogliono Ma bisogna avvertire molto bene che quando
invece scolare del loro Mino. Opero in Siena, in Pisa, in noi diciamo una cosa essere in un' altra, noi
iFirenze, in Roma e in Avignone, dove morì nel 1344. Il non intendiamo che ella vi sia, come diceva
famoso codice di Virgilio col commento di Servio, posseduto Anassagora, il quale pose l'omeomeria. La qual
già dal Petrarca, che si conserva qui in Milano nell'Ambro parola, dice Lucrezio, che la povertà della lin
siana, ha ucl frontispizio una bella miniatura di Simone, sotto
la quale leggonsi due versi del Petrarca. (M.) gua latina, non poteva sprimere; e significa la
(2) Son. L, Parte I. somiglianza delle parti, perchè voleva, che tutte
(3) Queste stanze vanno fra le più lodate poesie del Molza. le cose fossero in tutte le cose, e che delle par
La Donna Giulia di cui celebrano il ritratto, è quella Giulia ticelle d' ossa picciole nascessero l'ossa, e così
Gonzaga, cosi famosa per ingegno e per beltà, che visse in del sangue e di tutte l'altre cose. La quale
tanta dimestichezza col Cardinale Ippolito de' Medici. Il P.
Aſfo ne scrisse una bella vita. (M.) (1) Purg., Canto XI.
(4) inf., Canto XXVI. (2) Paradiso, Canto XXX.
SULLA PITTURA E SCULTURA Io5

opinione è recitata leggiadrissimamente da Lu Ed altrove: -

crezio nel primo libro e confutata gagliardissi


mamente da Aristotile nella Fisica. Nè intcn Versi d'Amore, e prose di romanzi
diamo ancora che elle vi siano, come si vede Soverchiò tutti, e lascia dir gli stolti,
talvolta essere un viso o altra figura fatta dalla Che quel di Lcmosì credon che avanzi (1).
natura in un marmo, come si può vedere nel È ben vero, che pare posto in questo luogo in
S. Giovanni di Pisa ed in Padova cd altrove;
vcce di superficie o volemo dire coverchio, cioè
c Plinio racconta, che nel fendere un marmo in sentenza colla sua circonferenza: nondimeno
vi si trovò dentro un viso di Sileno. Ma inten
pensando io, quanto sia profondo l'intelletto
diamo in quel modo che avemo dichiarato di di questo uomo, poichè uomo è, e come con
sopra e che dichiarò Aristotile tante volte e venga con Aristotile e con Dante, giudico, che
massimamente nel quinto della Metafisica, quan egli l'abbia usato propiamente e voglia inſe
do disse: – In lapide est forma Mercurii in rire quello stesso, che dice il Filosofo nella
potentia. Fisica. Il che a fine che meglio s'intenda, di
Col suo soperchio. Quello che i Latini dicono remo che tutte le cose che si fanno artifizia
superfluum, supervacuum e supervacaneum con tamente, si fanno in uno di questi cinque modi:
nome aggettivo, è detto medesimamente da noi o col mutare e trasfigurare una cosa in un'al
aggettivamente soverchio, come nel Madrigale tra, come quando del bronzo si fa una statua:
che comincia: – Esser non può giammai che gli o coll'aggiugnere e mettere insieme quello che
occhi santi (1), disse questo medesimo Autore: era sparso e disgiunto della medesima spezie,
L'infinita beltà, il soverchio lume. come si farebbe un monte di sassi o d'altro:

E nel fine di quell'altro, che comincia: – Nulla o col ragunare e porre insieme cose di diverse
già valsi: spezie, come quando si fa una casa: o mediante
alcuna alterazione per mezzo d'alcuna delle
Ben può veder tua grazia e tua mercede, qualità attive, come quando del loto si fanno
Chi per soperchia luce te non vede. i mattoni e della farina il pane: o col togliere
E come essi ne fanno un sostantivo, come quan e levar via delle parti, come si fa, dice il Fi
do Orazio disse: losofo, d'un marmo, Mercurio. Volendo dunque
il nostro Poeta, o piuttosto Filosofo, dimostrare
Omnesupervacuum pleno de pectore manat: che il propio della Scultura era di fare per le
così diciamo ancora noi sostantivamente il so vamento di parti, come aveva detto Aristotile,
verchio. E significa propiamente quello, che disse col suo soperchio, cioè con quello che
avanza, abbonda ed è di più; onde usiamo avanza, che sono quelle parti che, lavorando, si
volgarmente un tal proverbio tratto per ven levano e se ne vanno in iscaglie.
tura da questo verso: Il soperchio rompe il Arriva. Questo verbo è propio toscano; e co
coperchio. E se non l'usò il Petrarca, l'usò me ne dimostra la sua composizione dal nome
Dante in questo prºpio significato, che pone riva, e la proposizione a, non significa altro,
qui l'autore, dicendo in quella miracolosissima che giugnere a riva: ma si piglia largamente
trasformazione: per giugnere e pervenire a checchessia, onde
Ciò che non corse indietro e si ritenne disse il Petrarca:

Di quel soverchio, fe” naso alla faccia (2). Si ch'alla morte in un punto s'arriva (2).
Dissc anco altrove :
E questo medesimo Poeta disse in un altro dei
Mentre che del salire avem soverchio (3). suoi gravissimi sonetti:
Ed altrove:
Ben posson gli occhi ancor, ch' io sia lontano
Non far sovra la pegola soverchio (4). Da te, Donna, arrivare al tuo bel volto (3).
TEd il medesimo usò il verbo soverchiare, cioè La mano che obbedisce all'intelletto. In due
vincere e soprastare di molto, quando disse: modi e per due cagioni non obbedisce la mano
Ma siccome carbon, che fiamma rende, all'intelletto, o perchè non è esercitata e non
E per vivo candor quella soverchia, ha pratica, e questo è difetto del maestro; o
Sì che la sua parvenza si difende (5). perchè è impedita da qualche accidente, co
me disse Dante:
(1) Nè questo, nè il susseguente Madrigale – Nulla già
valsi, nè altri Madrigali e Sonetti, che verremo notando più
sotto, si trovano nella raccolta delle Rime di Michelangiolo. Con (1) Purgatorio, Canto XXVI.
vien dunque credere, che siffatti componimenti, noti al Varchi, (2) Sest. II, Parte I.
si siano in progresso smarriti. Mi fa gran meraviglia che ciò non (3) L'edizione del Manni fatta in gran parte sull'edizione di
sia stato avvertito da Domenico Maria Manni, il quale all'edi Michelangiolo Buonarroti ilGiovane venuta in luce nel 1612, ha:
zione, che delle Rime del Buonarroti pubblicò nel 1726, aggiunse
questa Lezione del Varchi. E già non occorre dire che non ve Ben posson gli occhi miei presso e lontano
ne ha parola nelle edizioni posteriori, tutte eseguite su quella Veder come risplende il tuo bel volto.
del Manni. ) In una nota riferisce il Manni la lezione del Varchi; indi la
(2) Inferno, Canto XXV. seguente di un codice Vaticano:
(3) Purgatorio, Canto XXII.
(4) Inferno, Canto XXI. Ben posson gli occhi miei presso e lontano
(5) Paradiso, Canto XIV. Vede, dove apparisce il tuo bel volto. (M.)
VAR CIil i4
to6 -
LEZIONI

Ma la natura la dà sempre scema maginazione, ovvero fantasia, della quale ave


Similemente operando all'artista, mo ragionato più volte, la quale non solamente
Chi ha l'abito dell'arte, e man che trema (1). è differente dall' intelletto, ma diversa, essendo
E questo è difetto della fortuna o d'altri, che del quello immortale appresso i più veri filosofi, e
questa appresso tutti e senza alcun dubbio mor
maestro; ma in qual si voglia di questi duoi modi, compone, divide e finalmente
non si possono esercitare in modo che ben vada tale. E sebbene
come l'anima razionale, discorre però
discorre
l'arti manuali, perchè la mano è lo strumento non le cose universali, come quella, ma sola
dell'arti, come i sentimenti interiori sono gli mente le particolari. Nè si maravigli alcuno,
strumenti delle scienze; onde come chi avesse che il Poeta chiami questa potenza, la quale è
offesa o impedita l'immaginazione, o la memo uno dei sentimenti interiori, intelletto, perchè
ria, non potrebbe dirittamente filosofare, così non solamente tutti i poeti la chiamano con
chi avesse impedite o offese le mani, non può questo nome, come il Petrarca quando disse:
esercitare l'arti. Nè dovemo credere ancora,
che i maestri dell' arti, ancor che ottimi, met I nol posso ridir, chè nol comprendo ;
tano così bene in opera, come eglino immagi Da tai due lumi è l'intelletto offeso,
nano, perchè essendo le forme e immaginazioni E di tanta dolcezza oppresso e stanco (1).
immateriali sono molto più perfette, che non ed in molti altri luoghi; ma Aristotile mede
sono le forme artifiziate, che sono materiali.
simo. Onde dovemo sapere, che oltra l'intel
Ed il medesimo avviene nelle scienze, onde di letto agente, si ritrovano appresso Aristotile
ceva il Petrarca:
due intelletti, uno universale e questo si chia
ma da lui ora passibile ed ora materiale, ed è
P non porta giammai
Immaginar, non che narrar gli effetti quello che noi chiamiamo propiamente intel
Che nel mio cor gli occhi soavi fanno (2). letto, ovvero mente: ed uno particolare, il
quale si chiama passibile e questo non è altro,
Ed altrove: che la fantasia, ovvero immaginazione. E si
chiama intelletto passibile secondo Giovanni
Ch'io nol so ripensar, non che ridire, Gramatico, perchè come l'intelletto piglia tutto
Che nè lingua, nè 'ngegno al vero aggiunge (3). quello che egli intende dalla fantasia, così
Oltre che, come disse altrove questo nostro la fantasia piglia da sensi esteriori; o piuttosto,
Poeta in quel suo dottissimo Madrigale: perchè l'immaginativa serve sempre all'intel
letto o lo va imitando, perchè se l'intelletto in
Non ha l'abito intero tende, la fantasia intende: se egli discorre ed
Prima alcun, ch'a l'estremo ella discorre: se egli divide ed ella divide; nè
Dell' arte e della vita (4): vi è altra differenza se non quella, che s'è
detta di sopra, cioè che l'uno considera le
e quel che segue; benchè questo di lui non cose universali solamente e l'altra solamente
poteva dirsi, il quale ancora nella sua giovi le particolari. E di questo intelletto passibile,
nezza ebbe l'abito intero di tre arti nobilis
il quale come intendono gli esercitati non
sine.
distinguiamo in questo luogo dalla cogitativa,
All'intelletto. Questo nome intelletto signi pare che intendesse Aristotile nella fine del
fica più cose, come avemo dichiarato altrove, proemio della Fisica. E di questo potette in
ed è propiamente in noi quella parte più no tendere Dante, quando scrisse:
bile dell'anima per la quale noi intendiamo, e
si chiama molte volte mente. Ed in questo suo O voi ch'avete gli intelletti sani,
l" significato l'usò il Petrarca, quando Mirate la dottrina, che s'asconde
isse in quella divinissima comparazione: Sotto 'l velame degli versi strani (2).
Come Natura al ciel la Luna e 'l Sole Benchè si può attribuire propiamente ancora
All'aere i venti, alla terra erbe e fronde, al passibile, il quale imitando per avventura
All'uomo l'intelletto e le parole, questo Poeta, disse altrove:
Ed al mar ritogliesse i pesci, e l'onde (5). L'anima, l'intelletto intero e sano
E così là: Per gli occhi ascende più libero e sciolto
All'alta tua beltà, ma l'ardor molto
Con le quai del mortale Non dà tal privilegio al corpo umano.
Carcer nostro intelletto al Ciel si leva (6).
Ed in un altro sonetto, lodando la Notte,
disse:
Ma in questo luogo si piglia altramente, cioè
Per quella potenza o virtù che si chiama im Ben vede e ben intende chi t'esalta,
E chi t' onora ha l' intelletto intero.
(1) Paradiso, Canto XIII. -
E così avemo fornito la prima parte, nella
(2) Canz. VIII, Stanza V, Parte I. quale s'è veduto come tutte le forme artifi
(3) Son. CLXVI, Parte I. ziali che si possono immaginare e fare dagli
(4) Anche questo Madrigale nell'edizione del Manni non
si trova. (M.)
(5) Son. CLXIII, Parte I. (1) Son. CXLVI, Parte I.
(6) Canz. XVII 1, Stanza 1, Parte I. (2) Inferno, Canto l X.
SULLA PITTURA E SCULTURA 1 o7
artefici, sono in potenza nei loro subbietti; ma gnone; e come Raffaello da Montelupo (1), non
che a volernele cavare, bisogna avere la mano fece il marmo onde egli cavò il S. Cosimo, ma
che ubbidisca e corrisponda all'intelletto, per tutto il composto. E queste sono le parole del
chè altramente non solo non si fa quello che grande Averrois, cavate però, come quasi tutte
l'uomo s'è immaginato, ma tutto il contrario. l'altre, dal suo maestro, parlando dell' arteſi
E perchè in questo esempio consiste tutta la ce: Non facit aliquod uno, verbi gratia, formam
difficoltà della presente materia, potrebbe al in subjecto, quoniam manifestum est quod si fa
cuno dubitare e dimandarmi che cosa sieno cit, facit ex alio aliud, non aliud in alio, facit
queste forme artifiziali, e come si generino, il enim ex materia formatum, non in materia formam.
qual dubbio è non meno piacevole ad inten E per conchiudere qualche volta questa materia
dere che malagevole a solvere. Bisogna dunque e fornire questa prima parte, diciamo, come di
sapere che una delle principali cagioni che in sopra, che chiunque fa qualunque cosa, non fa
ducesse Platone a porre le idee, fu il non ve altro secondo i Peripatetici che trarla dall'essere
dere d'onde, e come s'introducessero le forme potenziale e ridurla all'attuale; al che fare non
nelle cose; benchè egli non poneva le idee ha bisogno, nè delle idee di Platone, nè del
delle cose artifiziali, la cui opinione riprova Ari demone d'Avicenna, cioè del datore delle for
stotile lungamente nel settimo della Metafisica, me. Ed a questa opinione pare che avesse ac
Avicenna poi non gli piacendo le idee, finse cennamento il gran filosofo de' poeti latini,
una intelligenza, la quale, come avemo dichia quando disse nel sesto della sua divina Eneide:
rato altrove, chiamò la datrice delle forme, la Cerca una parte della fiamma i semi,
quale opinione fu riprovata per le cagioni che Dentro le vene della selce ascosi (2).
dicemmo allora e non si può al presente, nè
è necessario dichiarare ogni cosa. Basta che Conforme a quello che aveva detto nella Gcor
l'opinione d'Aristotile è, come si vede spres gica:
samente nell'ottavo capitolo del settimo della Et silicis venis abstrusum excuderet ignem :
Sapienza, che quello che si genera dalla na volendo mostrare che la forma del fuoco è in
tura, o si fa dall'arte non è nè la forma sola, potenza nelle pietre focaie, come n'avvertì il
nè sola la materia: ma tutto il composto in gran filosofo M. Marcantonio Zimara nei suoi
sieme, di maniera che se uno dimandasse che dottissimi Teoremi, a cui molto debbono tutti
è quello che ha fatto uno statuario, quando gli studiosi della buona filosofia, essendo egli
d'una massa di bronzo ha gittato, ad esempio, stato tra i primi che, lasciate le troppe sotti
un Perseo; dovemo rispondere, che come egli gliezze e sofisticherie de'Latini, seguitasse gli
non ha fatto il subbietto, ovvero la materia autori greci e preponesse la verità a tutti gli
cioè il bronzo, così medesimamente non ha altri rispetti.
fatto la forma del Perseo, ma tutto il compo
sto, cioè la materia, e la forma insieme ed in
Il mal, ch'io fuggo, e 'l ben ch'io mi prometto,
somma il Perseo, nel quale si contiene ed il In te, Donna leggiadra, altera, e diva,
bronzo che è la materia, e quello che lo fa Tal si nastonde, e perch'io più non viva,
essere piuttosto Perseo che S. Giorgio, o Giu Contraria ho l'arte al disiato effetto.
ditta o un'altra statua, cioè la forma; non al
tramente che nelle generazioni naturali, dove
le forme sono sostanziali, l'uomo non è nè la In questa seconda parte il Poeta alla sua
forma sola, cioè l'anima, nè la materia sola, donna volgendosi, accomoda l'esempio posto
cioè il corpo, ma l'anima ed il corpo insieme, disopra al proponimento suo, dicendo: Come
in un marmo solo si nascondono tutte le fat
cioè tutto il composto della forma e della ma
teria. Onde non possiamo dire che il Tribo tezze che si possono dare a una figura e belle
e non belle, ma chi ha l'arte, ne trae le bel
lo (1), per atto d'esempio, facesse la forma le, chi non l'ha ne cava le brutte; così in voi
d'Arno e di Mugnone in quelle pietre che si è tutto il male, che io non vorrei, e tutto il
veggiono nel giardino di Castello: che questo
sarebbe falsissimo, perchè la forma non si ge bene che io cerco, ma io per mio danno e morte
nera, se non per accidente alla generazione non ho l'arte buona da sapernc cavare il be
del composto; altravmente s'andrebbe in inſi
mito, come intendono i filosofi. Possiamo ben (1) Raffaello da Montelupo fu figliuolo di Baccio da Mon
dire che egli fece di quelle pietre Arno e Mu telupo, valente scultore. Giovinetto, attese a lavorare di cera,
di terra e di bronzo, e tanto s'avanzò nell'arte, che venne alla
notizia di Michalangelo, il quale si servi di lui in molte opere.
Stette lungo tempo in Roma, in Firenze, ed in Lucca: poi,
(1) Nicolò detto il Tribolo, scultore ed architetto, nacque datosi, come dice il Vasari, a una certa cita piuttosto da filo
in Firenze nel 15oo, di Raffaello legnaiuolo soprannominato sofo che da scultore, rimulossi ad Orvieto, dove innanzi tempo
il Riccio de' Pericoli. Fanciullo, egli aveva tale inquietezza invecchiò.– Vedi il Vasari pag. 3o6 e seg. della nostra edi
indosso, che, fra suoi coetanei e nella scuola e fuori, come zione. - -
(M.) -
narra il Vasari, era un diavolo, che sempre travagliara e tri (2) Questi denno esser versi del Varchi. Virgilio dice: -
bolava sè e gli altri, onde s'acquistò il nome di Tribolo.
Stette qualche tempo con Michelangiolo, e visse in molta di - - - - quarri pars semina fiamma
mestichezza col Vasari, e con quel cervello balzano di Ben Abstrusa in cenis silicis.
venuto Cellini. Cosimo I gli allogò varie opere nella sua villa
di Castello, dove egli condusse fra l'altre con molto amore
Il Caro con quella sua sbadata infedeltà, che così spesso fa
le statue qui accennate dal Varchi – Vedi il Vasari pag. 429 velo agli splendidi pregi della sua versione, traduce:
e seg. della nostra edizione. (M.) Chi qua, chi là si dicio a picchiarselci. (M.)
1 o8 LEZIONI
me, ma la contraria, e però ne traggo il male. apparisce e non si vede egualmente in una cosa
L'ordine è questo. – Tal: cioè talmente, il bella il bene e il male; che se così fosse, ce
nome per l'avverbio – O donna leggiadra, al ne potremmo meglio guardare: ma appare e si
tera e diva : lode e onori che si danno dagli mostra fuori la bellezza sola che ne promette
amanti alle cose amate, non tanto per acqui pace e diletto, sebbene poi le più volte riesce
starne benevolenza, come fanno gli oratori, quan per difetto nostro il contrario. E però disse
to perchè così paiono, se pure non sono, agli veramente il Petrarca, maestro di tutti gli
innamorati. – Il mal ch'io fuggo: cioè quelle amori ed amorosi accidenti per lunghissima
pene e dolori che io sento in amando, e cerco prova:
di fuggire perchè naturalmente fuggiamo tutti
tutte quelle cose, le quali o sono dannose e Ed altri, col disio folle, che spera
Gioir forse nel foco, perchè splende,
nocive, o ci paiono tali: e la cagione è, perchè Provan l'altra virtù, quella che 'ncende.
ciascuno ama principalmente sè stesso, e quinci
fa ogni opera di conservarsi quanto può il più, Lassol'l mio loco è 'n questa ultima schiera (1).
fuggendo quello che l'attrista, e quello che gli E perchè sempre tutti gli amori sono nel prin
diletta seguendo – E 'l ben ch'io mi prometto: cipio felici, o pajono cotali, però disse il me
Tutto quello che si dice e si fa, si fa e si desimo:
dice sotto speranza o d'acquistare qualche be Felice agnello alla penosa mandra
me, o di fuggire qualche male, ed il fuggire Mi giacqui un tempo, ora all'estremo famme
alcun male è una spezie di bene, onde chiun E Fortuna ed Amor pur come suole (2).
que s'innamora, si promette gioia e contento,
sperando di dover conseguire l'intendimento In te: Avvengadiochè l'uso della lingua to
c desiderio suo qualunque egli sia. E può tanto scana e del favellare nostro, come ne testi
questa speranza, la quale, come si dice volgar monia ancora Dante nel Paradiso, dia del voi,
mente, è sempre verde, che senza essa non come si dice volgarmente, ancora ad un solo
può alcuno ne innamorarsi, nè seguitare nel (il che la lingua latina, come cosa discordante,
l'amore, ancora che il Petrarca dicesse: non sostiene), non è però che non usi ancora
E vivo del disio fuor di speranza (1). il numero del meno molte volte; anzi pare che
porte seco maggiore grandezza e dignità, onde
Diva. Non poteva aggiugnere dopo leggiadra favellando a Dio o a Principi grandi usiamo
ed altera epiteto maggiore, nè più degno; per il numero singolare. E però disse Dante:
ciocchè questa voce, la quale noi avemo tolta
da Latini, come essi la trassero da Greci, si O Padre nostro, che ne Cicli stai (3).
gnifica propiamente quelli o quelle, i quali, Ed altrove:
nati uomini, hanno poi meritato per lo valore
loro e virtù d'essere stati fatti e chiamati dagli E se lecito m'è, o sommo Giove,
antichi poeti, dii; onde quello che noi dicia Che fosti in terra per noi crocifisso,
motoscanamente santo, si dice da Latini Divas. Son gli occhi giusti tuoi rivolti altrove (4)
Nè deve alcuno maravigliarsi, non che ripren Ed il Petrarca medesimamente fece il somi
adere il poeta d'avere così chiamata la donna gliante, come si vede in tutto il sonetto:
sua, perchè tutti gli amanti, ancora che nobi
lissimi, tengono le cose amate, ancora che fos Padre del Ciel, dopo i perduti giorni (5).
sero ignobilissime, e le onorano come dii; ne E come Dante aveva detto all'imperadore Fe
questo fanno senza cagione; conciossiachè cia derigo:
scuno dice della sua quello che disse il più Vieni a veder la tua Roma, che piagne (6);
ieggiadro Toscano di Laura :
Perch' ogni mia fortuna, ogni mia sorte, così disse il Petrarca a quel Tribnno, che, preso
Mio ben, mio male, e mia vita, e mia morte il Campidoglio, s'era insignorito di Roma:
Quei che solo il può far le ha posto in mano (2). Tu marito, tu padre
F sebbene il primo Petrarca non pare che Ogni soccorso di tua man s'attende (7).
usasse mai la voce diva, se non sostantiva E così ha fatto in questo luogo questo Poeta
mente: tuttavia il Petrarca secondo la pose dicendo in te, e non in voi; oltra che s'usa
aggettiva, cone ha fatto in questo luogo il ancora il primo numero con gli amici per mag
poeta nostro, quando disse nella canzone grande giore famigliarità; come quando il Petrarca
allegata di sopra da noi: disse:
Manda alcun delle schiere elette e dive.

Si nasconde: cioè sono in potenza, come si (1) son. XV, Parte 1.


nascondono in ciascun marmo tutte le figure; (2) Canz. XVI, Stanza IV, Parte I.
(3) Purgatorio, Canto XI.
quasi che voglia dichiarare quella parola cir (4) Purgatorio, Canto VI.
conscriva, che aveva posta di sopra. E forse (5) Son. XL, Parte I.
ancora disse si nasconde per dinotare che non (6) Purgatorio, Canto VI.
(7) Cauz. ll, Parte IV. – E intende parlare il Varchi
dell'illustre e infelice Cola di Rienzo, a cui il Petrarca in
(1) Canz. VIII, Stanza V1 Parte 1. dirisse questa robusta canzone, pregandolo di restituire a Ro
C2) Sun. CXVI il Pate 1. sia l'antica sua liberta. (M)
SULLA PITTURA E SCULTURA to9
Sennuccio mio, benchè doglioso e solo quella, quando alcuno non sa alcuna cosa, ma
M'abbi lasciato, i pur mi riconforto (1). non fa anco professione di saperla; onde a un
Il che si vede ancora nelle prose. Ed alcuna soldato, tutto che non sappia dipingere, nè scol
pire, si può ben dire ch'egli non sappia l'arte
volta potemo pensare che si faccia per l'uni della scultura o pittura, ma non già che egli
cosa e per l'altra, come quando il Bembo dis sia ignorante, o indotto pittore o scultore. Dice
se, favellando al Duca d'Urbino, per quanto
stimo: dunque il nostro Poeta, che non solo non ha
l'arte buona da saper trarre dalla sua donna
Felice Imperador, ch'avanzi gli anni leggiadra, altera e diva quel bene che è in lei
Colla virtute. nascoso, e che egli s'era promesso; ma ha quel
l'abito contrario dell'arte, che potremo chia
E questo modo è molto usato dal Poeta nostro mare arte cattiva, o piuttosto arte contraria,
come si può vedere in tutte le sue composi come dice egli stesso, col quale ne trae quel
zioni, come nel sonetto: male che egli non vorrebbe.
Te sola del mio mal contenta veggio (2). Al disiato effetto: cioè a quello che io vor
rei, e desidero di fare, perchè tutte le cose
Ed in quell'altro: che si sanno, si sanno a qualche ſine e ciascun
Sol perchè tue bellezze al mondo sieno. fine è buono, perchè, come avemo detto, tante
volte fine e bcne si convertono, ovvero rivol
E nel Madrigale :
gono, cioè sono una cosa medesima essenzial
Come non puoi non esser cosa bella. mente; perchè come ciò che è fine, è bene,
cosi ciò che è bene, è fine: onde l'effetto di
La qual cosa viene da cuore libero e senza tutte le cose, o è buono veramente, o almeno
nessuna adulazione o piaggiamento, come tra'
buoni si debbe fare. pare buono a chi lo desidera. E per questo cia
scuno che non consegue quell'effetto e fine
E perch'io più non viva: a fine che il do che egli s'era proposto, s'affligge e s'attrista; e
lore m'uccida; e ben si può morire del do
lore, e massimamente nelle passioni amorose,
molto più poi, se non solo non conseguisse il fine
ed effetto desiderato, ma il suo contrario, come
le quali trapassano quasi d'infinito spazio tutte avveniva al Poeta nostro. E la cagione è per
l'altre, non ostante che il Petrarca lasciasse
scritto: chè quanto ci arreca di gaudio il bene deside
rato, tanto ci apporta di tristezza, o il non po
L'ardente nodo ov'io fui, d'ora in ora ter conseguirlo, o l'esserne privati; e sempre
Cantando anni ventuno interi preso, quanto è maggiore il piacere, tanto è più spia
Morte disciolse, nè giammai tal peso cevole la privazione d'esso, oltra che ordina
Provai , nè credo ch'uom di dolor mora (3). riamente più ci dispiacciono i mali e più ci af
Contraria ho l'arte: come tutti gli abiti fat fliggono, che non ci dilettano i beni, e massi
tivi hanno alcun nome che gli sprime e de mamente quando ci vengono di quei luoghi o
nota la scienza loro, come Scultura, Architet da quelle persone, d'onde aspettavamo il con
tura, Pittura, e tutti gli altri, così avrebbero trario, come ne mostrò il Petrarca, dove disse
da avere ancora un nome che sprimesse l'abito nel sonetto: – Non dall' ispano Ibero all'indo
cattivo, cioè l'ignoranza di cotale arte: il quale Idaspe:
abito contrario i Greci chiamano felicissima Misero onde sperava esser felice (1).
mente Arexvia, cioè inarte, se potessimo dir Ho veduto scritto in alcuni sonetti non effetto,
così, ignoranza di cotale arte, la quale pare che
sia chiamata da Ciccrone inscilia. Ma non l'aven ma affetto, la quale scrittura, avvengachè si po
tesse salvare e difendere, nulla di meno sta
do, perchè molto più sono le cose che i vocaboli meglio effetto, e così è scritto in quello che ho
non sono, e tutte le lingue non possono espri io appresso me di mano propria dell'Autore
mere tutte le cose egualmente, non possiamo stesso; il che si può confermare non pure col
dire, verbi grazia, inarchitettore, iniscultore, l'autorità del Petrarca, quando cominciò quella
inpittore, cd altri nomi cotali, volendo signi maravigliosa Canzone delle lodi di Madonna
ficare il cattivo abito e l'ignoranza di quel Laura: -
tale in qual si voglia arte; ma diciamo in quella
vece, o cattivo, o goffo o indotto scultore, ar Tacer non posso, e temo non adopre
chitettore, dipintore, e così di tutte l'altre Contrario effetto la mia lingua al core (2);
arti. E qui dovemo notare che l'ignoranza è ma con quella dell'Autore propio, quasi in que
di due maniere; una chiamaremo positiva, e sta sentenza medesima, quando disse nel so
l'altra privativa. Ignoranza positiva è quella netto, che comincia: Sento d'un freddo aspetto
quando alcuno fa professione d'una qualche un foco aeceso:
cosa, e non la sa, o la sa malamente, come di
remo d'uno scultore, o pittore, o architettore Come esser può, signor, che d'un bel volto
goffo, indotto, ignorante. Ignoranza privativa è Ne porti il mio così contrari effetti?
E così avemo veduto in questa seconda parte
(1) Son. XIX, Parte II. che il Poeta medesimo confessa ingenuamente
(2) Nè questo, nè il seguente Sonetto non si trovano del
pari nell'edizione del Manni. (M.) (1) Son. CLVI, Parte I.
(3) Son. 111, Parte II, (2) Canz. IV, Stanza 1, Parte II.
i lo LEZIONI
che da lui stesso gli viene, e non da null'al Ma tempo è omai di venire alla terza ed ul
tro, che egli, essendo nella sua donna il bene tima parte.
ed il male parimente, non sa trarne per lo suo Amor dunque non ha, nè tua beltate,
contrario e cattivo abito, se non quello che
non vorrebbe, cioè il male: dove notaremo O durezza, o fortuna, o gran disdegno
Del mio mal colpa, o mio destino, o sorte,
che il male si pone in questo luogo per litor Se dentro del tuo cor morte e pietate
menti, dolori ed affanni che in amando si sen
tono, conciossiacosachè, come altra volta in
Porti in un tempo, e che'l mio basso ingegno,
Non sappia, ardendo, trarne altro che morte.
questo medesimo luogo fu da noi dichiarato,
il male non essendo altro che privazione del In questa terza ed ultima parte pone il no
bene non è natura nessuna, e non significa stro ingegnoso Poeta assai agevolmente la con
nulla positivamente, onde non ha cagione ef clusione di tutto il sonetto e della presente
fettiva. Il perchè chi dimandasse, che cosa è materia, dicendo, pure alla sua donna favel
il male e chi lo fa e cagiona, non potremmo lando: Dunque Amore non ha colpa del mio
rispondere altro, se non che egli è il contra male, nè la tua beltà o durezza, nè fortuna,
rio privativo del bene, e non ha nessuno che nè gran disdegno, nè mio destino o sorte; se,
lo faccia per farlo, ma solo per accidente. E cioè, poichè tu porti in un tempo medesimo
perchè mi ricorda che l'altra volta, che in sen morte, cioè il mio male, e pietade, cioè il mio
tenza dissi queste cose medesime, parte non bene dent