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Donnie, Einstein e il cunicolo del lombrico

di Pierluigi Argoneto

28 giorni, 6 ore, 42 minuti e 12 secondi. Questo è il tempo che rimane a Donnie Darko, protagonista
dell’omonimo film uscito nel 2001, prima della fine del mondo. Gi{, ma di quale mondo? Uno strano
essere, un coniglio alto un metro e ottanta, riesce all’inizio del film ad impedirgli di morire schiacciato
da un motore di aereo precipitato sulla sua camera da letto, dando così inizio ad una serie di
avvenimenti interpretabili sia alla luce della sua presunta schizofrenia che di qualche strano fenomeno
fisico. Parlandone con un suo professore, Donnie riesce a intuire che questa sua particolare situazione
potrebbe essere spiegata dalla presenza di un wormhole, letteralmente un cunicolo di lombrico, cioè un
tunnel spazio-temporale. Ma nella realtà sono possibili questi collegamenti tra due diversi universi?
Magari paralleli? È possibile tornare indietro o andare avanti nel tempo? La fisica contemporanea non
esclude la possibilità teorica di farlo. Infatti, in base alla teoria della relatività di Einstein, il tempo non
è più una entità indipendente da tutto il resto, ma è strettamente collegato alla velocità con cui ci si
muove. Per semplificare potremmo dire che il tempo rallenta quanto più velocemente ci muoviamo. Se
ci mettiamo a correre mentre osserviamo l’orologio, le nostre lancette, anche se impercettibilmente,
rallentano rispetto a chi compie la stessa operazione stando fermo. Naturalmente, il rallentamento del
tempo è pressoché nullo quando si tratta di corpi che si muovono a basse velocità (come noi che
corriamo). Se si tratta, invece, di velocità prossime a quella della luce (circa 300.000 km/sec), allora la
differenza è rilevabile. Addirittura, per tali valori di velocità, il tempo subirebbe un rallentamento
infinito, e cioè si fermerebbe. Cosa accadrebbe allora se una persona viaggiasse più veloce della luce
per coprire un determinato spazio? Sarebbe forse in grado di invertire lo scorrere degli eventi e
ritornare indietro nel tempo? Sempre in base alla teoria della relatività, questa cosa è impossibile per
un problema pratico molto semplice: accelerare un corpo fino ad oltre 300.000 km/sec richiederebbe
una quantità infinita di energia! Siamo quindi di fronte ad una difficoltà: è un po’ come trovarsi alla
base di una montagna a chiedersi se sia possibile, per arrivare dall’altro lato, salire sulla cima e
ridiscendere ad una velocità superiore a quella della luce. Questo non sarebbe però un grosso
problema se ci fosse una galleria attraverso la roccia! In questo caso potremmo pensare di arrivare a
destinazione in un tempo minore a quello richiesto dalla luce. Analogamente, possiamo immaginare di
creare (o di scoprire) un tunnel spazio-temporale che ci permetta di viaggiare indietro nel tempo?
Questi tunnel che collegano tra loro differenti regioni dello spazio-tempo non sono un’invenzione degli
scrittori di fantascienza, ma hanno un’origine scientifica: Einstein e Rosen li ipotizzarono per la prima
volta nel 1935. Questi oggetti avevano però due difetti: erano previsti solo a scale microscopiche
(dimensioni quantistiche) ed erano troppo instabili: non rimanevano cioè mai aperti abbastanza a
lungo perché un qualsiasi elemento potesse attraversarli. Un altro tentativo di risoluzione teorica del
problema sfrutta, invece, la teoria dei molti universi, proposta dal fisico americano Hugh Everett nel
1957. Egli, sviluppando una particolare interpretazione della meccanica quantistica, ha ipotizzato che
il nostro universo non sia che uno degli innumerevoli universi paralleli esistenti. Ognuno di essi è
soggetto a continue biforcazioni, cosicché esiste un universo in cui Hitler ha perso la guerra e un altro
in cui l’ha vinta; un universo in cui Kennedy è morto e un altro in cui, invece, continua a vivere. E tali
universi sono fra loro connessi attraverso dei wormholes, per l’appunto. Fino a oggi, però, nulla di tutto
questo è stato sperimentalmente verificato. Sembra quindi che, almeno per il momento, dobbiamo
accontentarci di fare questi viaggi nel tempo solo con la fantasia. In questo modo non ci verrà difficile
comprendere come Donnie Darko riesca a far richiudere su se stesse, come un serpente che si mangia
la coda, le varie concatenazioni di causa-effetto che lo portano, alla fine della sceneggiatura, a trovarsi
nuovamente nel suo letto così come si vede nelle prime scene del film. Sotto lo sguardo di un grande
poster, appeso alla parete della sua camera, che ritrae una delle più famose litografie di M.C. Escher:
l’occhio.

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