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DE LIBERO ARBITRIO

OVVERO
COME ESSERE UN ATOMO EPICUREO IN UN UNIVERSO DEMOCRITEO

Il problema della libertà ha radici profonde nella storia del pensiero occidentale,
tuttavia esso può assumere ampie sfumature, che vanno da un’ottica più
strettamente politica (libertà di agire senza vincoli né costrizioni, libertà come diritto
umano, libertà di pensiero e d’opinione) ad una concezione invece eminentemente
etica, in cui “libertà” è collegato alla possibilità di scelta delle proprie azioni – dunque
l’autonomia – attribuita all’uomo, e alla quale fa riferimento il giudizio morale sul
soggetto che agisce.
Il quadro in cui nasce questo concetto, che in età cristiana sarà chiamato libero
arbitrio1, è quello delle civiltà ellenistiche che si svilupparono a partire dal III sec.
a.C., sostituendosi alla cultura delle poleis della Grecia antica. Quando infatti
Alessandro Magno attuò il suo progetto politico universalistico, egli spostò la
prospettiva storica dalla dimensione della Polis a quella dell’Impero. L’uomo greco,
prima CITTADINO consapevole e partecipe della vita politica della sua città, si venne
a trovare nella condizione di SUDDITO di un regno vasto e cosmopolita, nella politica
del quale le scelte spettavano ad altri (il monarca, la burocrazia). Anche la filosofia
subì dunque un cambiamento: essa si concentrò sempre di più sull’UOMO, per dare
risposta alla perdita di quei valori che la polis aveva sempre fornito; se infatti prima
era la città a definire l’identità dei suoi cittadini e a dare loro modo di realizzarsi, ora
toccava alla filosofia insegnare come si poteva essere FELICI.
La ricerca filosofica si orientò dunque verso l’ETICA. Nella prospettiva del nostro
discorso le due correnti di pensiero più significative tra quelle diffusesi in questo
periodo sono sicuramente quella stoica e quella epicurea.

Gli stoici pervennero alla conclusione che esiste una legge universale che
governa ogni cosa e che è necessaria, alla quale dunque nessuno si può sottrarre.
Essi negano perciò il libero arbitrio in quanto evidentemente in contrasto con la loro
visione deterministica del mondo.
1
È Sant’Agostino, infatti, a dire che “Dio ha concesso all’uomo il libero arbitrio della volontà”, ne La città di Dio.

1
Tuttavia, una concezione così totalmente deterministica non poteva conciliarsi con
la ricerca sull’etica portata avanti dalla filosofia stoica: infatti come può servire il
conoscere quale comportamento porta alla felicità, se tanto siamo determinati da
sempre, e il comportarci in un dato modo o in un altro non dipende da noi?
Come dice T. Nagel, “…se il determinismo è vero, nessuno può ragionevolmente
essere lodato o biasimato per qualcosa, non più di quanto la pioggia possa essere
lodata o biasimata per il fatto che cade”.2
Ammettere la necessità assoluta significa non lasciare nessuno spazio alla libertà-
responsabilità dell’uomo.
Gli stoici risolsero questo punto sostenendo che è libero chi accetta il proprio
destino e vi dà l’assenso, mentre chi non si sottomette alla legge universale non può
che essere infelice e subirla.
“…poiché le nostre nature son parte della natura universale.” - dice Crisippo3 –
“Per ciò diventa fine il viver conforme a natura; che è secondo la propria natura e
secondo quella del tutto, […] E questo medesimo è la virtù e il felice corso della vita
dell’uomo felice, quando tutto si compie secondo concordanza del genio di ognuno
con il volere del governatore dell’universo”.

La filosofia epicurea, seguì invece la strada opposta: il libero arbitrio pareva agli
epicurei evidente, dal momento che noi valutiamo le situazioni ed operiamo scelte
ragionate.
Ma la concezione dell’universo epicurea è strettamente materialista: tutto è
composto da atomi e vuoto, dunque la libertà non può esistere come eccezione alle
leggi della natura.
Ecco allora che Epicuro introduce il concetto di clinamen, cioè un elemento
indeterministico nella natura: il movimento eterno del mondo è regolato in parte da
una catena deterministica di relazioni causa-effetto, ma in parte è frutto del caso, per
gli epicurei il movimento imprevedibile degli atomi.
Il caso dunque è svincolato dalle leggi ferree della natura.

2
T. Nagel, Una brevissima introduzione alla filosofia, Saggiatore
3
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VII, 87-88

2
Ma a ben pensare questo non comporta l’esistenza del libero arbitrio negli uomini:
se gli avvenimenti sono casuali, non possiamo averli determinati noi,
coscientemente.
T. Nagel infatti commenta: “Questo solleva l’allarmante possibilità che noi non
siamo responsabili delle nostre azioni, che il determinismo sia vero o falso. Se il
determinismo è vero, sono responsabili le circostanze antecedenti. Se è falso, nulla
è responsabile.”

La riflessione filosofica intorno al concetto di libertà è proseguita attraverso


tutta l’evoluzione del pensiero occidentale senza sostanzialmente scostarsi da
queste due concezioni apparentemente inconciliabili: anzi, possiamo dire che il
problema del libero arbitrio, cioè della possibilità di scelta delle proprie azioni
attribuita all’uomo, non è altro che un aspetto particolare della più generale disputa
filosofica tra concezione deterministica e indeterministica a proposito dell’ordine
naturale e dell’andamento della vita sociale.
Il determinismo nega il libero arbitrio, perché esclude dalla realtà qualsiasi forma
di casualità, concependo l’universo intero e qualsiasi elemento in esso come il
risultato di una catena ininterrotta di relazioni causa-effetto. Secondo i deterministi
quindi la libertà che noi sperimentiamo è illusoria, poiché in realtà una serie infinita di
cause precedenti ci ha già precluso la possibilità di compiere scelte alternative a
quelle nel concreto effettuate.
L’indeterminismo invece ammette l’esistenza in natura di eventi che non sono
stati determinati da cause precedenti: la catena delle relazioni causa-effetto è
spezzata in qualche punto. I sostenitori del libero arbitrio trovano in questa
concezione lo spazio per le loro argomentazioni.
È chiaro che come in ogni discussione filosofica di lunga tradizione il significato
dei termini e la formulazione del problema hanno subito variazioni e riformulazioni
non sempre univoche, tanto che non è per nulla facile definire quali siano
esattamente le tesi sostenute dai difensori e dagli oppositori del determinismo.

3
Nell’ultimo secolo in questo dibattito ha fatto irruzione anche la scienza; in
particolare la fisica quantistica che ha portato ad una vera e propria rivoluzione del
concetto.
La fisica classica infatti si era sempre basata su un assoluto determinismo: ogni
evento doveva essere determinato da delle cause precedenti; nulla poteva accadere
senza un preciso motivo. Secondo questa concezione, se esistevano degli eventi
che non era possibile spiegare in questi termini, e potevano dunque sembrare non
determinati, ciò dipendeva dal fatto che non si era ancora in grado di comprendere
tutte le cause che li avevano provocati, ma certamente il progresso scientifico
avrebbe col tempo messo in luce tutta la catena di relazioni causa-effetto di cui
qualsiasi evento preso in considerazione doveva necessariamente essere il prodotto.
Questa convinzione derivava dal fatto che se così non fosse, se cioè potesse
esistere il caso, il comportamento dei corpi e dei fenomeni naturali non sarebbe
prevedibile: le “ferree” leggi della natura potrebbero essere a volte valide e a volte
no, e ciò per la scienza non è accettabile.
Ma nei primi decenni del Novecento ha fatto la sua comparsa la cosiddetta fisica
quantistica, che si occupa delle microstrutture (come per esempio gli elettroni): essa
ha introdotto – e provato – il principio dell’indeterminazione (Heisenberg, 1927) che
sostiene che esistono coppie di grandezze che non possono venire misurate
contemporaneamente con la necessaria precisione; anzi, la precisione di misura
dell’una è inversamente proporzionale alla precisione di misura dell’altra. In altre
parole non è possibile conoscere contemporaneamente la posizione e la velocità
istantanea dell’elettrone, quindi non è possibile calcolarne l’orbita, ma solo l’orbitale,
che corrisponde alla zona di spazio dove la densità di probabilità di presenza
dell’elettrone è massima. Ciò significa che la traiettoria dell’elettrone non è
determinata (quindi neanche prevedibile) ma casuale.4
“Il principio di indeterminazione non è mai stato completamente accettato da
alcuni tra i più grandi fisici moderni, a cominciare da Einstein, il quale diceva di non
poter ammettere che “Dio giochi a dadi”. Certe scuole hanno voluto scorgervi solo un
concetto puramente operativo e non essenziale. Tutti gli sforzi compiuti per sostituire
alla teoria quantistica una teoria più “fine”, da cui sarebbe scomparsa
4
Rielaborato da A. Post Baracchi – A. Tagliabue, Chimica, Lattes 1999

4
l’indeterminazione, si sono conclusi con un insuccesso e oggi pochissimi fisici
sembrano disposti a credere che tale principio potrà mai essere cancellato dalla loro
disciplina.”5
Dal principio di indeterminazione furono fatte scaturire conseguenze
filosofiche che andavano al di là del principio stesso: si disse che esso bastava
a dimostrare la tesi filosofica dell’indeterminismo, secondo cui nell’universo non
esistono rapporti necessari di causalità.
Questo principio, quindi, reintroduce nella riflessione filosofica il CASO. E se c’è
caso, non c’è “una legge universale che governa ogni cosa e che è necessaria, alla
quale dunque nessuno si può sottrarre”. 6
Senza una regolarità negli eventi che permetta di prevederli, però, non si può
avere scienza. E questo, nessuno scienziato, nemmeno il più indeterminista,
potrebbe accettarlo.
In realtà si tende sì a parlare di indeterminismo a livello di microeventi, ma va
osservato che l’indeterminista non è in grado di provare la non-esistenza di regolarità
a livello di macroprocessi, proprio come il determinista non è in grado di provare a
priori la loro esistenza.
Lo scontro tra deterministi e indeterministi, una volta accettato l’indeterminismo
quantistico, si è dunque focalizzato sulla relazione tra microeventi, di cui in qualche
modo si accetta l’indeterminatezza - sia essa ontologica o dipendente dai limiti delle
misurazioni umane - e macroprocessi, al cui livello gli eventi sono evidentemente
determinati. I macroprocessi sono infatti, naturalmente, considerati derivati da una
serie innumerevole di microeventi. Perciò la questione è: come accade che il caso si
trasformi in norma? Qual è il meccanismo che porta da una serie di eventi casuali a
una regolarità osservabile? Per usare le parole di Monod, com’è che “si esce
dall’ambito del caso e si entra in quello della necessità, delle più inesorabili
determinazioni? “7

5
Jacques Monod, Il caso e la necessità, Mondatori, 1970
6
Cfr la concezione stoica dell'universo.
7
Jacques Monod, Il caso e la necessità, Mondatori, 1970

5
Da quello che ho capito, però, ancora non è stata data risposta a questa
questione; non è cioè ancora chiaro se davvero l’indeterminazione dei microeventi
implichi la natura indeterministica dei macroprocessi, o se invece il carattere casuale
dei microeventi non abbia alcuna influenza sulla determinazione dei macroprocessi.

In attesa di una risposta scientifica al problema, tuttavia, il filosofo non può


ignorare il fatto che tutti noi sperimentiamo quotidianamente la libertà di scelta, che
ognuno si rende conto di poter intervenire in qualche modo sul semplice e naturale
corso degli eventi, attraverso degli atti di volontà. Nessuno, interrogato a questo
proposito, metterebbe in dubbio il fatto che gli uomini non si ritengano costretti, nel
prendere decisioni, a fare una scelta anziché un’altra. Capita spesso, per esempio, di
riflettere sulle decisioni già prese o sulle azioni già compiute e di affermare cose del
tipo: “Avrei potuto prendere un’altra decisione” e “Avrei dovuto agire diversamente”.
Quindi pensiamo di avere una certa libertà di decisione. Contemporaneamente,
d’altra parte, avvertiamo anche dei limiti alla nostra libertà, limiti impostici per
esempio dalle convenzioni sociali, dal “buonsenso” e così via.
Ci sono poi casi in cui, come dice P. Valori, “…l’uomo…si interroga…: chi può
sapere se tutto quello che faccio non sia già predeterminato, dalla natura, dal fato,
8
dalle stelle, da Dio?” Ma in effetti la sensazione di fondo rimane quella di non
essere determinati dall’esterno nelle nostre aspirazioni, decisioni o scelte.

Probabilmente è tutta una questione di prospettiva: in fondo “micro” e “macro”


si possono considerare termini relativi. Rispetto ai fenomeni molecolari, il microlivello
è costituito dai processi interatomici, mentre per ciò che riguarda gli organismi viventi
è dato dalle cellule… rispetto alla società, può esserlo l’individuo.
Il rapporto tra micro- e macro- messo in luce dalla scienza è forse una metafora
della nostra reale condizione.

8
P. Valori, Libero arbitrio, Rizzoli 1987

6
Certe azioni umane possono considerarsi il microlivello di un macroprocesso più
complesso, sul quale possono avere o non avere influenza: le decisioni individuali
possono essere o non essere rilevanti per l’intera comunità.

Se così fosse, se l’indeterminatezza dei microeventi coesistesse con la


determinazione dei macroeventi, significherebbe che le nostre singole azioni, le
nostre scelte possono effettivamente cambiare il corso degli eventi, influire sul
nostro “destino”, farci diventare “un atomo epicureo in un universo democriteo.” 9

BIBLIOGRAFIA CONSULTATA

Jacques Monod, IL CASO E LA NECESSITÀ, Mondadori, 1970

Rodolfo Mondolfo – Domenico Pesce, IL PENSIERO STOICO ED EPICUREO, La


Nuova Italia, 1972

Stefan Amsterdamski, LIBERTÀ/NECESSITÀ e DETERMINISMO/INDETERMINISMO,


Enciclopedia Einaudi, 1979

Materiali forniti dal professore

Marchese – Mancini – Greco – Assini, STATO E SOCIETÀ: DIZIONARIO DI


EDUCAZIONE CIVICA, La Nuova Italia, 2001

A. Post Baracchi – A. Tagliabue, CHIMICA, Lattes, 2000

9
Stefan Amsterdamski, Libertà/necessità, Enciclopedia Einaudi, 1979