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INCONTRO CON UN UOMO STRAORDINARIO - 24

tratto dal blog http://ilgrandeignoto.blogspot.com di Angelo Ciccarella

1.
Ho maturato la convinzione che per i fisici odierni non esiste, né può esistere, alcuna specifica
concezione della Natura, tutto essendo destinato a rimanere indeterminato e indeterminabile. Per
essi, ciò che veramente importa non è tanto interpretare i fenomeni della realtà in un modo o nell'altro,
ma solo essere in grado di prevederli e di collegarli tra loro in un modo che sia suscettibile di essere
sperimentalmente verificato. Vi sono eccezioni.

'I buchi neri. La fine dell'universo?' è il titolo di un libro di John Taylor uscito il 1978, per Armenia e lo si
può trovare in via Merulana a Roma, presso la nota Libreria Rotondi. Lo acquistai con curiosità, anche
perchè l'argomento mi intrigava assai. Stelle collassate diventano corpi neri che posseggono
temperatura ed entropia definite dal loro campo gravitazionale e dalla loro superficie. Che fanno
questi corpi neri? Irradiano particelle, così perdono progressivamente massa fino ad evaporare. Cosa
succede poi? Inghiottono ogni cosa? Diventano finestre verso altre dimensioni? Molte le ipotesi.
Era un periodo d'oro per me, in quanto passavo dalla metapsichica allo sciamanismo, l'alchimia e la
scienza di frontiera; studi tipici di un dilettante incasinato ma entusiasta alla conquista della
conoscenza. Il mio maestro poteva apparire l'ultima persona al mondo in grado di discettare di teoria
della relatività o di parametri fondamentali dell'universo come la velocità della luce, la costante di
gravità universale, la massa dell'elettrone, l'intensità della forza nucleare; sì, sembrava inappropriato
a qualsivoglia discussione scientifica, ma che dico, intorno alle più semplici leggi fisiche dell'universo.
Quando gli illustrai le tesi di fondo del libro, lui mi disse stentoreo:
“Dai buchi neri, come li chiami tu, nascono le galassie. Si aprono le botole cosmiche, così sgravano
nuova vita”.
Ma che diceva Scandurra? Riprendendo oggi gli appunti segreti – sono tali perché non li ho mai
divulgati, sino ad ora – mi accorgo che la sapeva lunga. Me ne accorsi quando, durante una serata da
amici (l'anonima talenti di Scandurra, era composta di 10/12 tra donne e uomini) in un appartamento
sito a San Martino (Vt), capitò un giovane ricercatore del CNR, Massimiliano, che accompagnava la
sua fidanzata fissata di spiritismo. Lui la amava e si vedeva, ma era pure la sua disperazione. Ad un
certo momento della sera, dopo una scorpacciata di broccoli impanati e fritti e fettine panate, innaffiati
con vinello di Gradoli, la conversazione si spostò su di un terreno minato – temevo, in questi casi, di
quello che poteva fare Scandurra.
Il giovane fisico romano con la sua impostazione intellettuale, era quanto di più lontano poteva esserci
dal mondo del maestro. Con una punta di sarcasmo malcelato, incominciò a negare sia quanto la sua
ragazza sosteneva che tutto quello che concerneva il paranormale.
“Scopo della scienza è quello di descrivere e spiegare il mondo in cui viviamo...”.
Ma prima che potesse continuare, Scandurra alzò la mano come si faceva a scuola e destata
l'attenzione del giovinotto saputello, disse:

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“Mi piace caro ragazzo, dibattere sempre sul terreno del mio prossimo, non per sfida e presunzione.
No, perché credo che ci si possa intendere meglio sul campo più vicino. La dispùta [la pronunciò
accentandola sulla 'u' e questo generò una risata tra di noi, pensando che Scandurra volendo fare il
figo, usava ogni tanto parole sconosciute al suo vocabolario] serve per capire meglio ciò che si crede
di sapere, ascoltando il proprio interlocutaneo...”, altra grassa risata.
Il fisico, per educazione, trattenne una risata per gli sfondoni lessicali del maestro. L'atmosfera era
simpatica, ci aspettavamo qualcosa di stupefacente da Scandurra. Intanto, il nostro cortese amico che
ci aveva ospitato, mise un 33 giri sul piatto, la seconda facciata dell'album dei Pink Floyd, Meddle. Il
brano era Echoes. Iniziava con un effetto sonar. Come in una regia teatrale, il maestro attaccò a
parlare dopo poco che il suono pinkfloydiano prendesse quota.
“Caro Massimiliano, se osservi un effetto cerchi di capire quale possa essere la sua causa. Con una
teoria, un esperimento che lo riproduce in 'labboratorio'. Bene. A volte le teorie sembrano buone
perché spiegano abbastanza, ma non sempre sono giuste. Usi dei modelli per capire l'Universo.
Modelli, si dice, vero? Poi non dite che leggo solo le bollette di gas e luce. Vedi, io non sono mai
andato oltre la quinta elementare, ed è stata dura imparare le 'tabbelline', la 'grammantica', e tutte
quelle altre fresche difficili. Ma ti dirò, mi sono imparato, grazie ad un maestro bravo molto, come
funziona davvero l'universo. Non so se è 'scintifeco', però 'funzziona'. E te la dico tutta. L'infinità
dell'universo non è niente ancora, c'è di più e di mejo”.

Scandurra infilava sovente nei suoi sporadici ma proverbiali discorsi-fiume, strafalcioni e vernacolo,
ogni tanto riusciva perfino a non violentare l'italiano. L'uso di alcuni termini, concetti, era immaginifico
e ben dimostrava l'assunto che si proponeva, suscitando interesse e curiosità tra di noi. Non di rado
utilizzava terminologie tecniche precise, solo per addetti, da farci rimanere con un palmo di naso e
allora non ridevamo più: quell'uomo era pieno di risorse, oltre ogni definizione.

“Devi sapere che ce so' effetti che precedeno le cause... che un 'alettone' [intendeva 'elettrone', ma
forse si riferiva al quark, vallo a capire] arriva prima de partì”, Massimiliano lo interruppe.
“Parla in termini di fisica quantistica?”.
Scandurra gli rispose tutto compito: “Regolare”.
Noi ridacchiammo sommessi, immaginando che la fisica dei quanti esulasse dalle materie di studio
del maestro. Ma quanto ci sbagliavamo.

“La scienza moderna fatta dai professoroni, però qualcuno sdirazza, non ci fa conoscere il mondo
com'è. Osservare una cosa non è garanzia di verità, ma soltanto quello che è secondo come lo
vediamo. Ciò che vediamo non è ciò che esiste in assoluto, non è il mondo vero, ma quello
apparente. Non sarà falso ma nemmeno completamente vero. È come il surrogato di cioccolata, ha
un sapore che gli somiglia, ma la nutella è un'altra cosa, ma costa di più e quindi non è per tutte le
tasche. Ci siamo noi costruiti i limiti degli strumenti. Se sei miope, c'è poco da fare, ti sfuggeranno
sempre i particolari di una cosa. Ci vorrebbe una lente che ti corregge la vista, ma valla a trovare. A
volte l'intuito compensa il limite, ma ci facciamo poco affidamento ormai. L'apparenza inganna, si

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diceva una volta, ma oggi crediamo solo a quello che ci appare.
La scienza, la religione, parlano di cose parziali, secondo le convenienze; difendono il loro orticello
ben coltivato, ma guai a quello che vi entra e dice, 'amici, fuori di qui ci sono altri orticelli, venite che vi
ci accompagno'. Vedrai che pochi lo seguiranno per vedere se dice il vero o mente. I giardinieri
ufficiali diranno, 'sei gojo [matto], fuori di qui non c'è niente, lo vuoi sapere meglio di noi che abbiamo
deciso quello che è vero e quello che è falso?'. Se il gojo insiste, lo accicciano [ammazzano]. Ti ricordi
di Gesù, lui venne e disse una cosa incredibile sia per quel tempo che per oggi: 'tutto il fuori è dentro'.
Parlava dell'abisso senza fondo dentro ogni cosa e da ogni cosa ci si può arrivare. Sai come è
andata, no? lo hanno accicciato. Regolare”.
Scandurra si riempì un altro bicchiere di vino e lo ingollò di un fiato, poi aspirò il sigaro cubano
regalatogli da Zac. Lo si vedeva gongolare. Vino buono, sigaro ottimo, un interlocutore di livello e noi
tutti a pendere dalle sue labbra. Imparai poi, che lui giocava in questi frangenti e recitava una parte,
quella del guru proletario, la sua intenzione, invece, era quella di suscitare una vibrazione speciale in
noi. Aprirci all'oceano cosmico, assaporarne i gusti e inebriarsi della bellezza della Creazione. Da
qualsiasi argomento, o cosa o idea, lui ci apriva all'incommensurabile. Riusciva a trasmetterci suoni
visioni sensazioni magiche.

Massimiliano tentò di obiettare, sostenendo che quella di Scandurra era filosofia spicciola, e
comunque non aveva nulla a che vedere con la scienza, la ricerca. Scandurra sorrise.
“Ti faccio vedere una cosa. È la conoscenza delle leggi dell'energia e il suo controllo. Qualcosa che è
collegato al più intimo funzionamento della mente”.
Prese dal tavolo un pacchetto di sigarette. Lo tenne sul palmo della sua mano per cinque o sei
secondi, come se volesse pesarlo. Poi, lo riappoggiò al centro del tavolo e un secondo dopo, il
pacchetto fu come inghiottito, sparì. Sentimmo tutti una leggera vibrazione.
“Ecco, le sigarette sono parcheggiate in uno spazio di un altra dimensione, qui accanto. Hai assistito
ad un fenomeno di confine che ti strappa di sotto i piedi il pavimento su cui poggia la scienza e sfida
ogni principio che voi ponete a fondamento del sapere stesso”.
Massimiliano rimase a bocca aperta e con gli occhi sbarrati. Scandurra lo aveva sconvolto. Ma non
era finita lì. Riaprì il palmo della sua mano e, due secondi dopo, il pacchetto delle sigarette
ricomparve al centro del tavolo. O meglio, fu espulso dal tavolo. Andammo a toccare il punto
dell'apparizione, per sentire se fosse caldo freddo molle. Ci passammo il pacchetto, per tentare di
verificare il suo stato, le eventuali variazioni. Niente di strano se non un leggero calore.
“Stabilisco io la linea di confine tra questo e un altro universo. Una parete, un tavolo, una finestra. Il
pozzo del giardino o il retrobottega. Tutto è tangente. Basta entrare dentro le cose e ogni cosa entra
dentro di te. Ammazzate come sono approfondito stasera...”.
Scoppiò a ridere e ci fece sobbalzare tutti da quello stato speciale di coscienza, tipico di quando ci si
avvicina alla linea di confine.
“Caro Massimiliano quando la vita ti farà visita, tante certezze spariranno. Per ora hai una bella
ragazza che ti ama, hai il tuo studio e la tua scienza. Domani ti auguro di trovare anche un senso a
tutto questo. La sapienza non bazzica le università, né le stanze dei potenti. È come il vento, non sai

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dove nasce e quando lo senti, è già passato. Io ho scoperto da dove viene ed è meglio che lo
sappiano in pochi. Ho messo le mani tremando su potenze nascoste, per captarle ed indossarle”.
Il giovane scienziato rimase in silenzio, abbassò gli occhi. Ebbe un leggero tremore. Non saprei dire
cosa gli successe. Poi guardò il suo orologio e ci salutò; la sua ragazza andò via con lui. Lei ci fece
sapere in seguito, che Massimiliano era convinto di essere stato ingannato da un trucco da
prestigiatore e noi eravamo stati degni compari di un imbroglione.
L'esperimento del maestro fu spettacolare e semplice: rendeva ordinario lo straordinario. Uno di noi,
frattanto, era alle prese con la nutrita collezione di long playing. Scandurra chiese se c'era un disco di
Califano, al ché ci fu un mormorio di ilarità. Il nostro ospite, si scusò, ma non ascoltava quel genere
musicale. West coast, rock psichedelico, jazz, si trovavano ben assortiti nella sua discoteca, insomma
altra musica. Scandurra con il suo ghigno diabolico prese la parola:
“Tutto il resto è noia, prima di questa frase metteteci un'idea, una cosa che valga la pena su tutto il
resto. È filosofia, è scienza, è vita. Franco ha centrato il problema dell'uomo. Se non siamo capaci di
scoprire cosa conta davvero, l'unica cosa che per noi è importante, saremo sommersi dal nulla, la
noia. Persino il sesso che tanto ci ossessiona, l'amore che sembra finire troppo presto, persino una
cosa bella, poi, termina o, peggio, diventa abitudine”.
Un concetto filosofico da una canzone di quel tipo un po' volgarotto, sbracato, quel gigolò dei poveri.
Scandurra ci voleva provocare. Giocava.
“Dovete crescere e provare la vita, scontrarvi con essa. La maledirete per le dure prove e vi ci
aggrapperete quando fuggirà. La rinnegherete se qualcuno vi tradirà e la tradirete mille volte per
vigliaccheria. Quando la sentirete passare tra le dita, quando ve ne rimarrà poca, vi odierete per
averla sprecata con le stronzate. Da questo mondo spariamo troppo presto, per non viverlo con
dignità e benevolenza, bevendo ogni goccia di esperienza, alzando più spesso possibile gli occhi al
cielo. Fate una bella corsa quando incontrate un sentiero di campagna, anche se la panza vi pesa,
ubriacatevi di alberi, di terra, di fiori. La libertà, amici, la libertà è troppo preziosa per farcela restituire
a rate da qualcuno. Prendetevela tutta, subito. I nostri vecchi che di vita ne hanno consumata,
eccome, hanno bisogno di chi la vita la deve vivere tutta, non dimenticateli.
È vita pure quando una donna rifiuta il vostro amore, perché vi renderete conto che il desiderio a volte
vi inganna, anche se lo scambiavate per passione sublime.
È vita quando tutto vi va bene e non sapete perché, ma è vita pure quando tutto vi crolla addosso e
puntate il dito contro tutti e contro Dio. E non capite perché la felicità scappa sempre via, perché i
bastardi la sfangano e le brave persone ci rimettono sempre.
Imparare è cambiare. Ecco, avete un'occasione per imparare cos'è la vita, e se farete tesoro
dell'esperienze confinarie, vivrete meglio i giorni che vi resteranno da vivere nel conosciuto. Perché a
quel punto saprete che viviamo in tanti frammenti che dovranno, prima o poi, ricongiungersi”.

VERSO LO SCALO INTERDIMENSIONALE


“Come ti sei trovato qui da noi? Non avevi indizi precisi, immagino. Scandurra è avaro di dettagli.
Lascia a voi il compito della scoperta e per quanto ne so, nessuno ha mai avuto problemi.”
“Sono passato mi pare da mille porte – feci io – sembra una strada senza fine. Ho visto l'orologio delle

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dimensioni, la palla splendente, un topaccio puzzolente grosso come un cinghiale... non mi capacito
ancora.”
Roberto mi mise la sua mano sulla spalla.
“Manco dalla Terra da una vita, e un po' di nostalgia, piccola piccola bada, la sento. Ho avuto un
maestro come tu hai avuto Scandurra. Mi ha tirato fuori da un'esistenza piatta. Amministravo i beni di
famiglia. Case terreni aziende. Ebbene, Angelo, di quella vita mi son rimasti solo i vestiti e un tono
snob, ma non rimpiango certo il passato. Anzi, alcuni conoscenti che come me vivevano nel lusso, in
quella noia mortifera, non vi avrebbero comunque rinunciato per nessuna cosa al mondo. Io ho
rinunciato al molto che avevo, per l'infinito. Al confronto della nuova vita, la ricchezza è un bruscolino.
Che ne dici? “.
“Caro Roberto, per me è stato più facile, se la mettiamo in termini di condizione sociale ed economica.
Sono figlio di una famiglia dignitosa, però non vivo nel lusso, al contrario. Un paio di scarpe per
l'inverno e un altro paio per l'estate, e tutte a crescere, così per qualche annetto si risparmia sul
guardaroba. Non mi ha mai attirato la ricchezza. Né moto né abiti, né tutto quelle cose che fanno
impazzire i miei coetanei. Voglio ben altro dalla vita. Conoscere sempre, conoscere tutto. Scandurra
mi ha aperto la porta dell'ignoto. Chi è più fortunato di me al mondo?”.
Roberto assentiva mentre gli parlavo.
“Roberto, ma chi ha costruito tutto questo? Gli scali tra una dimensione e l'altra? Chi?”.
“Angelo, una grandiosa civiltà di immortali, vissuta miliardi di anni fa secondo il computo terrestre,
ingegneri cosmici portatori di ricchezza e abbondanza per tutti i popoli della galassia, costruirono gli
scali interdimensionali per collegare gli universi. L'obiettivo era quello di far incontrare conoscere e
rispettare tutti gli esseri di tutti gli universi. Un piano immenso, un compito divino. Se ne ha una eco,
un'ombra nelle teogonie indù, quando si narra dei tempi mitici ove gli immortali creavano universi... è
giunto il tempo del ritorno dei grandi immortali”.
“Scandurra ci ripete una data, il 2012, la fine di un mondo o del mondo, non abbiamo ben capito. Si
riferisce al tempo del ritorno?”
“Il 2012 è il tempo dell'inizio del grande balzo. L'umanità intera si troverà sulla soglia del tempo. Tutti
insieme, in una palingenesi di fuoco rigeneratore, la civiltà della luce del nord, quella della grande
isola in mezzo al mare, fino ai contemporanei, sarete proiettati a ricongiungervi con altri viandanti
cosmici. E sulla riva dell'universo, vedrete tutti i mondi avvicinarsi, tutti i varchi allinearsi come onde
oceaniche. La salvezza viene sempre dal cielo. Ora ti accompagno in un posto per rifocillarti. In Italia
ti avrei offerto un aperitivo al bar centrale o nella tenuta di famiglia. Qui non badiamo a spese, anche
perché non ve ne sono”.
Entrammo in un largo ingresso che immetteva in un palazzo spiraliforme, altissimo. C'era una hall
come in un albergo lussuoso, vasta, dalle tonalità celesti e in una penombra che invitava alla
riservatezza. Quasi con un senso di liberazione, mi avvidi della presenza di astanti comodamente
seduti su bassi divani. C'erano venti persone tra donne e uomini, divisi in gruppetti che parlavano
tranquillamente. Non riuscivo a capirli, ma li sentivo vicini, insomma, terrestri come me. Qualcuno si
accorse della nostra presenza e ci fece un cenno di saluto. Mi venne spontaneo domandare sottovoce
a Roberto, la provenienza di tutte quelle persone.

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“Sono viaggiatori come te che attendono di partire.”
“Una sala d'aspetto di un aeroporto, voli internazionali, come a Fiumicino?”.
“Più o meno, - mi sorrise, divertito – ti accorgerai che ci sono sistemi diversi per viaggiare. Non
partono aerei da qui, è questo mondo che si sposta”.

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