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31 May 2007 | IL GES STORICO |

Martini e Neusner commentano il libro di Ratzinger


by Bibbiablog Team
JACOB NEUSNER: My argument with the pope. In the Middle Ages rabbis were forced to
engage with priests in disputations in the presence of kings and cardinals on which is the true
religion, Judaism or Christianity. The outcome was predetermined. Christians won; they had
the swords. Full article>>, or Downloand: neusner-my-argument-with-the-pope.doc

CARLO MARIA MARTINI: Ammiro il Ges di Ratzinger, ma non lunico. Il 24


maggio il Card. Carlo Maria Martini ha presentato il libro di Benedetto XVI a Parigi presso la
sede Unesco. Leggi qui la sua presentazione: J. Ratzinger, Ges di Nazareth, o scarica qui:
Recensione Martini

Ieri, a Parigi, larcivescovo emerito di Milano ha offerto una sua analisi del libro STRUMENTI
VERSIONE STAMPABILE
del Papa
Ammiro il Ges di Ratzinger, I PIU' LETTI
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ma non lunico
Martini: Una lettura alla luce di Fede e Ragione, che si oppone al
metodo storico-critico
Cercher di rispondere a cinque domande: 1.
Chi lautore di questo libro? 2. Qual
largomento di cui parla? 3. Quali sono le sue
fonti? 4. Qual il suo metodo? 5. Che giudizio
dare sul libro nel suo insieme?
1. Lautore di questo libro Joseph
Ratzinger, che stato professore di teologia
cattolica in varie Universit tedesche a partire
dagli anni Cinquanta e, in questa veste, ha seguito
Carlo Maria Martini levolversi e le diverse vicissitudini della ricerca
(Fotogramma) storica su Ges; ricerca che si sviluppata anche
presso i cattolici nella seconda met del secolo scorso. Lautore ora Vescovo di
Roma e Papa con il nome di Benedetto XVI. Qui si pone gi una possibile
questione: il libro di un professore tedesco e di un cristiano convinto, oppure
il libro di un Papa, con il conseguente rilievo del suo magistero? In verit, per
quanto riguarda lessenziale della domanda, lautore stesso nella prefazione a
rispondere con franchezza: Non ho bisogno di dire espressamente che questo
libro non in alcun modo un atto magisteriale, ma unicamente espressione
della mia ricerca personale del "volto del Signore". Perci, ciascuno libero di
contraddirmi. Chiedo soltanto alle lettrici e ai lettori di farmi credito della
benevolenza senza la quale non c comprensione possibile (p.19). Siamo
pronti a fare questo credito di benevolenza, ma pensiamo che non sar facile
per un cattolico contraddire ci che scritto in questo libro. Comunque, tenter
di considerarlo con uno spirito di libert. Tanto pi che lautore non esegeta,
ma teologo, e sebbene si muova agilmente nella letteratura esegetica del suo
tempo, non ha fatto studi di prima mano per esempio sul testo critico del Nuovo
Testamento. Infatti, non cita quasi mai le possibili varianti dei testi, n entra nel
dibattito circa il valore dei manoscritti, accettando su questo punto le conclusioni
che la maggior parte degli esegeti ritengono valide.
2. Di cosa parla? Il libro ha come titolo Ges di Nazaret. Penso che il vero
titolo dovrebbe essere Ges di Nazaret ieri e oggi. E questo perch lautore
passa con facilit dalla considerazione dei fatti che riguardano Ges
allimportanza di questultimo per i secoli seguenti e per la nostra Chiesa. Il libro
pieno di allusioni a problematiche contemporanee. Per esempio, parlando della
tentazione nella quale dal demonio viene offerto a Ges il dominio del mondo,
egli afferma che il suo vero contenuto diventa visibile quando constatiamo che,
nella storia, essa prende continuamente una forma nuova. LImpero cristiano ha
cercato molto presto di trasformare la fede in un fattore politico per lunit
dellImpero La debolezza della fede, la debolezza terrena di Ges Cristo doveva
essere sostenuta dal potere politico e militare. Nel corso dei secoli questa
tentazioneassicurare la fede mediante il poteresi ripresentata
continuamente (p. 59). Questo genere di considerazioni sulla storia successiva
a Ges e sullattualit, conferiscono al libro unampiezza e un sapore che altri
libri su Ges, in genere pi preoccupati dalla discussione meticolosa dei soli
eventi della sua vita, non hanno. Lautore d anche volentieri parola ai Padri
della Chiesa e ai teologi antichi. Per esempio, per quanto concerne la parola
greca epiousios, egli cita Origene, il quale dice che, nella lingua greca, questo
termine non esiste in altri testi e che stato creato dagli Evangelisti (p. 177).
Circa linterpretazione della domanda del Padre Nostro E non indurci in
tentazione, egli richiama linterpretazione di San Cipriano e precisa: Cos
dobbiamo riporre nelle mani di Dio i nostri timori, le nostre speranze, le nostre
risoluzioni, poich il demonio non pu tentarci se Dio non gliene d il potere (p.
187). Quanto alla storia di Ges, il libro incompleto, perch considera solo gli
eventi che vanno dal Battesimo alla Trasfigurazione. Il resto sar materia di un
secondo volume. In questo primo volume sono trattati il Battesimo, le
tentazioni, i discorsi, i discepoli, le grandi immagini di San Giovanni, la
professione di fede di Pietro e la Trasfigurazione, con una conclusione sulle
affermazioni di Ges su se stesso. Lautore parte spesso da un testo o da un
evento della vita di Ges per interrogarsi sul suo significato per le generazioni
future e per la nostra generazione. In questo modo il libro diventa una
meditazione sulla figura storica di Ges e sulle conseguenze del suo avvento per
il tempo presente. Egli mostra che, senza la realt di Ges, fatta di carne e di
sangue, il cristianesimo diviene una semplice dottrina, un semplice moralismo
e una questione dellintelletto, ma gli mancano la carne e il sangue (p. 270).
Lautore si preoccupa molto di ancorare la fede cristiana alle sue radici ebraiche.
Ges, ci dice Mos, il profeta pari a me che Dio susciter a lui darete
ascolto (Deuteronomio, 18,15) (p. 22). Ora, Mos aveva incontrato il
Signore.EIsraele pu sperare in un nuovo Mos, che incontrer Dio come un
amico incontra il proprio amico,ma al quale non sar detto, come a Mos, Tu
non potrai vedere il mio volto (Esodo, 33,20). Gli sar dato di vedere
realmente e direttamente il volto di Dio e di potere cos parlare a partire da
questa visione (p. 25). E quel che dice il prologo del Vangelo di Giovanni: Dio,
nessuno lha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che nel seno del Padre, lui lo
ha rivelato (Giovanni 1,18). E qui il punto a partire dal quale possibile
comprendere la figura di Ges (p. 26). E in questo reciproco intrecciarsi di
conoscenze storiche e di conoscenze di fede, dove ognuno di questi approcci
mantiene la propria dignit e la propria libert, senza mescolanza e senza
confusione, che si riconosce il metodo proprio dellautore, di cui parleremo pi
avanti.
3. Quali sono le sue fonti? Lautore non ne tratta direttamente, come spesso
avviene in diverse opere dello stesso genere. Forse ne parler allinizio del
secondo volume, prima di affrontare i Vangeli dellinfanzia di Ges. Ma si vede
con chiarezza che egli segue da vicino il testo dei quattro Vangeli e gli scritti
canonici del Nuovo Testamento. Egli propone anche una lunga discussione sul
valore storico del Vangelo di Giovanni, respingendo linterpretazione di Rudolf
Bultmann, accettando in parte quella di Martin Hengel e criticando anche quella
di alcuni autori cattolici, per poi esporre una propria sintesi, vicina alla tesi di
Hengel, sebbene con un equilibrio e un ordine diversi. La conclusione che il
quarto Vangelo non fornisce semplicemente una sorta di trascrizione
stenografica delle parole e delle attivit di Ges, ma, in virt della comprensione
nata dal ricordo, ci accompagna, al di l dellaspetto esteriore, fin nella
profondit delle parole e degli eventi; in quella profondit che viene da Dio e che
conduce verso Dio (p. 261). Penso che non tutti si riconosceranno nella sua
descrizione dellautore del quarto Vangelo quando egli dice: Lo stato attuale
della ricerca ci consente perfettamente di vedere in Giovanni, il figlio di Zebedeo,
il testimone che risponde con solennit della propria testimonianza oculare
identificandosi anche come il vero autore del Vangelo (p.252).
4. Tutto questo rivela con chiarezza il metodo dellopera. Si oppone
fermamente a quello che recentemente stato chiamato, in particolare nelle
opere del mondoanglosassone americano, limperialismo del metodo storico-
critico. Egli riconosce che tale metodo importante, tuttavia corre il rischio di
frantumare il testo come sezionandolo, rendendo cos incomprensibili i fatti ai
quali il testo si riferisce. Egli piuttosto si propone di leggere i vari testi
rapportandoli allinsieme della Scrittura. In questo modo, si scopre che esiste
una direzione in tale insieme, che il Vecchio e ilNuovo Testamento non possono
essere dissociati. Certo, lermeneutica cristologica, che vede in Ges Cristo la
chiave dellinsieme e, partendo da lui, comprende la Bibbia come ununit,
presuppone un atto di fede, e non pu derivare dal puro metodo storico. Ma
questo atto di fede intrinsecamente portatore di ragione, di una ragione
storica: permette di vedere lunit interna della Scrittura e, attraverso questa, di
acquisire una comprensione nuova delle diverse fasi del suo percorso, senza
togliere ad esse la loro originalit storica (p. 14). Ho fatto questa lunga
citazione per mostrare come, nel pensiero dellautore, ragione e fede siano
implicate e reciprocamente intrecciate, ciascuna con i suoi diritti e il proprio
statuto, senza confusione n cattiva intenzione delluna verso laltra. Egli rifiuta
la contrapposizione tra fede e storia, convinto che il Ges dei Vangeli sia una
figura storica e che la fede della Chiesa non possa fare a meno di una certa base
storica. Ci significa, in pratica, che lautore, come dice egli stesso a pagina 17,
ha fiducia nei Vangeli, pur integrando quanto lesegesi moderna ci dice. E da
tutto questo scaturisce un Ges reale, un Ges storico nel senso proprio del
termine. La sua figura molto pi logica e storicamente comprensibile delle
ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni (p.
17). Lautore convinto che soltanto se qualcosa di straordinario si
verificato, se la figura e le parole di Ges hanno superato radicalmente tutte le
speranze e tutte le attese dellepoca che si spiega la sua crocifissione e la sua
efficacia, e questo alla fine porta i suoi discepoli a riconoscergli il nome che il
profeta Isaia e tutta la tradizione biblica avevano riservato solo a Dio (cf. pp.17-
18). Applicando questo metodo alla lettura delle parole e dei discorsi di Ges,
che comprende parecchi capitoli del libro, lautore rivela di essere persuaso che
il tema pi profondo della predicazione di Ges era il suo proprio mistero, il
mistero del Figlio, nel quale Dio presente e nel quale egli adempie la sua
parola (p. 212). Questo vero per il Sermone della montagna in particolare, a
cui sono dedicati due capitoli, per il messaggio delle parabole e per le altre
grandi parole di Ges. Come dice lautore affrontando la questione giovannea,
cio il valore storico del Vangelo di Giovanni e soprattutto delle parole che egli fa
dire a Ges, cos diverse dai Vangeli sinottici, il mistero dellunione di Ges con il
Padre sempre presente e determina linsieme, pur restando nascosto sotto la
sua umanit (cf. p. 245). In conclusione, bisogna che noi leggiamo la Bibbia, e
in particolare i Vangeli come unit e totalit come richiesto dalla natura stessa
della parola scritta di Dio che, in tutti i suoi strati storici, lespressione di un
messaggio intrinsecamente coerente (p. 215).
5. Se tale il metodo di lettura dellautore, cosa dobbiamo pensare della
riuscita globale dellopera, al di l del numero di copie vendute nel mondo intero,
che tutto sommato non un indice particolarmente significativo del valore del
libro? Lautore confessa che questo libro il risultato di un lungo cammino
interiore (p. 19). Se pure ha cominciato a lavorarvi durante lestate 2003, il
libro tuttavia il frutto maturo di una meditazione e di uno studio che hanno
occupato unintera vita. Ne ha tratto la conseguenza che Ges non un mito,
che un uomo di carne e di sangue, una presenza tutta reale nella storia. Noi
possiamo seguire le strade che ha preso. Possiamo udire le sue parole grazie ai
testimoni. E morto ed risuscitato . Questa opera quindi una grande e
ardente testimonianza su Ges di Nazareth e sul suo significato per la storia
dellumanit e per la percezione della vera figura di Dio. E sempre confortante
leggere testimonianze come questa. A mio avviso, il libro bellissimo, si legge
con una certa facilit e ci fa capire meglio Ges Figlio di Dio e al tempo stesso la
grande fede dellautore. Ma esso non si limita al solo dato intellettuale. Ci indica
la via dellamore di Dio e del prossimo, come quando spiega la parabola del
buon Samaritano: Ci accorgiamo che tutti noi abbiamo bisogno dellamore
salvifico che Dio ci dona, al fine di essere anche noi capaci di amare, e che
abbiamo bisogno di Dio, che si fa nostro prossimo, per riuscire ad essere il
prossimo di tutti gli altri (p. 226). Pensavo anchio, verso la fine della mia vita,
di scrivere un libro su Ges come conclusione dei lavori che ho svolto sui testi
del Nuovo Testamento. Ora, mi sembra che questa opera di Joseph Ratzinger
corrisponda ai miei desideri e alle mie attese, e sono molto contento che lo
abbia scritto. Auguro a molti la gioia che ho provato io nel leggerlo.
(traduzione dal francese di Daniela Maggioni)
Carlo Maria Martini
25 maggio 2007

JPost.com Opinion Op-Ed Contributors Article

May 29, 2007 20:38 | Updated May 29, 2007 21:04

My argument with the pope


By JACOB NEUSNER

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In the Middle Ages rabbis were forced to engage with priests in disputations in the
presence of kings and cardinals on which is the true religion, Judaism or Christianity. The
outcome was predetermined. Christians won; they had the swords.

But in the post-WW II era, disputations gave way to the conviction that the two religions
say the same thing and the differences between them are dismissed as trivial. Now a new
kind of disputation has begun, in which the truth of the two religions is subject to debate.
That marks a return to the old disputations, with their intense seriousness about religious
truth and their willingness to ask tough questions and engage with the answers.
My book, A Rabbi Talks with Jesus, was one such contemporary exercise of disputation,
and now, in 2007, the pope in his new book Jesus of Nazareth in detail has met the
challenge point-by-point. Just imagine my amazement when I heard that a Christian reply
is fully exposed in Pope Benedict XVI's reply to A Rabbi Talks with Jesus in his

Jesus of Nazareth Chapter Four, on the sermon on


the Mount.

POPES INVOLVED in Judeo-Christian theological dialogue? In ancient and medieval


times disputations concerning propositions of religious truth defined the purpose of
dialogue between religions, particularly Judaism and Christianity. Judaism made its case
vigorously, amassing rigorous arguments built upon the facts of Scripture common to both
parties to the debate. Imaginary narratives, such as Judah Halevi's Kuzari, constructed a
dialogue among Judaism, Christianity, and Islam, a dialogue conducted by a king who

sought the true religion for his kingdom. Judaism won the disputation
before the king of the Khazars, at least in Judah Halevi's formulation. But Christianity no
less aggressively sought debate-partners, confident of the outcome of the confrontation.
Such debates attested to the common faith of both parties in the integrity of reason and in
the facticity of shared Scriptures.

Disputation went out of style when religions lost their confidence in the power of reason to
establish theological truth. Then, as in Lessing's Nathan the Wise, religions were made to
affirm a truth in common, and the differences between religions were dismissed as trivial
and unimportant. An American president was quoted as saying, "It doesn't matter what
you believe as long as you're a good man." Then disputations between religions lost their
urgency. The heritage of the Enlightenment with its indifference to the truth-claims of
religion fostered religious toleration and reciprocal respect in place of religious
confrontation and claims to know God. Religions emerged as obstacles to the good order
of society.

For the past two centuries Judeo-Christian dialogue served as the medium of a politics of
social conciliation, not religious inquiry into the convictions of the other. Negotiation took
the place of debate, and to lay claim upon truth in behalf of one's own religion violated the
rules good conduct.

In A Rabbi Talks with Jesus I undertook to take seriously the claim of Jesus to fulfill the
Torah and weigh that claim in the balance against the teachings of other rabbis - a
colloquium of sages of the Torah. I explain in a very straightforward and unapologetic way
why, if I had been in the Land of Israel in the first century and present at the Sermon on
the Mount, I would not have joined the circle of Jesus's disciples. I would have dissented, I
hope courteously, I am sure with solid reason and argument and fact.

If I heard what he said in the Sermon on the Mount, for good and
substantive reasons I would not have become one of his disciples. That is difficult for
people to imagine, since it is hard to think of words more deeply etched into our civilization

and its deepest affirmations than the teachings of the Sermon on the
Mount and other pronouncements of Jesus. But, then, it also is hard to imagine hearing
those words for the first time, as something surprising and demanding, not as mere clich s
of culture. That is precisely what I propose to do in my conversation with Jesus: listen and
argue. To hear religious teachings as if for the first time and to respond to them in surprise
and wonder - that is the reward of religious disputation in our own day.

I WROTE the book to shed some light on why, while Christians believe in Jesus Christ and
the good news of his rule in the kingdom of Heaven, Jews believe in the Torah of Moses
and form on earth and in their own flesh God's kingdom of priests and the holy people.
And that belief requires faithful Jews to enter a dissent from the teachings of Jesus, on the
grounds that those teachings at important points contradict the Torah.

Where Jesus diverges from the revelation by God to Moses at Mount Sinai that is the
Torah, he is wrong, and Moses is right. In setting forth the grounds to this unapologetic
dissent, I mean to foster religious dialogue among believers, Christian and Jewish alike.
For a long time, Jews have praised Jesus as a rabbi, a Jew like us really; but to Christian
faith in Jesus Christ, that affirmation is monumentally irrelevant. And for their part,
Christians have praised Judaism as the religion from which Jesus came, and to us, that is
hardly a vivid compliment.

We have avoided meeting head-on the points of substantial difference between us, not
only in response to the person and claims of Jesus, but especially, in addressing his
teachings.

He claimed to reform and to improve, "You have heard it said... but I say...." We maintain,
and I argued in my book, that the Torah was and is perfect and beyond improvement, and
the Judaism built upon the Torah and the prophets and writings, the originally-oral parts of
the Torah written down in the Mishna, Talmud, and Midrash - that Judaism was and
remains God's will for humanity.

By that criterion I propose to set forth a Jewish dissent from some important teachings of
Jesus. It is a gesture of respect for Christians and honor for their faith. For we can argue
only if we take one another seriously. But we can enter into dialogue only if we honor both
ourselves and the other. In my imaginary disputation I treat Jesus with respect, but I also
mean to argue with him about things he says.

WHAT'S AT stake here? If I succeed in creating a vivid portrait of the dispute, Christians see the choices Jesus made
and will find renewal for their faith in Jesus Christ - but also respect Judaism. I underscore the choices both Judaism and
Christianity confront in the shared Scriptures. Christians will understand Christianity when they acknowledge the choices
it has made, and so too Jews, Judaism.

I mean to explain to Christians why I believe in Judaism, and that ought to help Christians identify the critical convictions
that bring them to church every Sunday. Jews will strengthen their commitment to the Torah of Moses - but also respect
Christianity. I want Jews to understand why Judaism demands assent - "the All-Merciful seeks the heart," "the Torah was
given only to purify the human heart." Both Jews and Christians should find in A Rabbi Talks with Jesus the reason to
affirm, because each party will locate there the very points on which the difference between Judaism and Christianity
rests.

What makes me so certain of that outcome? Because I believe, when each side understands in the same way the issues
that divide the two, and both with solid reason affirm their respective truths, then all may love and worship God in peace -
knowing that it really is the one and the same God whom together they serve - in difference. So it is a religious book
about religious difference: an argument about God.

WHEN MY publisher asked for suggestions of colleagues to be asked to recommend the book, I suggested Chief Rabbi
Jonathan Sacks and Cardinal Joseph Ratzinger. Rabbi Sacks had long impressed me by his astute and well-crafted
theological writings, the leading contemporary apologist for Judaism. I had admired Cardinal Ratzinger's writings on the
historical Jesus and had written to him to say so. He replied and we exchanged offprints and books. His willingness to
confront the issues of truth, not just the politics of doctrine, struck me as courageous and constructive.

But now His Holiness has taken a step further and has answered my critique in a creative exercise of exegesis and
theology. In his Jesus of Nazareth the Judeo-Christian disputation enters a new age. We are able to meet one another in
a forthright exercise of reason and criticism. The challenges of Sinai bring us together for the renewal of a 2,000 year old
tradition of religious debate in the service of God's truth.

Someone once called me the most contentious person he had ever known. Now I have met my match. Pope Benedict
XVI is another truth-seeker.

We are in for interesting times.

The writer is distinguished service professor of the history and theology of Judaism at Bard College, Annandale-on-
Hudson, New York.