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L’immigrazione romena presentata in una maniera diversa

di Franco Pittau e Antonio Ricci, Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes

La Romania, uno Stato membro imparentato con gli italiani


Lo sbaglio che in un paese di immigrazione può diventare ricorrente è quello di inquadrare gli
immigrati come diversi. Questo atteggiamento, riferito ai romeni, è quanto di più scorretto si possa
immaginare perché la Romania, oltre a essere un nuovo Stato membro, è anche un paese vicino e,
aspetto ancor più rilevante, un paese che è imparentato con il nostro da secoli, da quando i romani
occuparono la Dacia e i legionari si insediarono stabilmente in quelle terre.
La lingua romena, tanto simile alla nostra che i romeni la apprendono con grande facilità, e il
senso di parentela, che quella popolazione non ha mai perso a distanza di due millenni, sono aspetti
di non trascurabile importanza, purtroppo non adeguatamente soppesati quando si riduce il fenomeno
migratorio alla sua mera funzionalità alle esigenze del “sistema Italia”. Da quando gli spostamenti dei
popoli hanno perso il carattere militare e non si configurano più come invasioni, questi collegamenti
funzionali sono evidenti e le legislazioni dei paesi di accoglienza hanno modellato le norme
tenendone conto e, però, è diventato anche più evidente che allo spostamento di queste masse di
persone sono collegati anche scambi non solo economici e occupazionali, ma anche di natura
linguistica, culturale, sociale, politica, religiosa, un vero e proprio humus per una civiltà intenzionata
a realizzare sintesi di tradizioni differenti.
Lo sforzo dello studioso (e specialmente dello studioso-operatore, come nel nostro caso) è
teso a proporre come vicino il paese del quale sono originari i nuovi venuti, con l’intento di riuscire a
far inquadrare come vicini anche gli stessi immigrati. I paesi dell’ex blocco sovietico rischiano,
invece, di essere connotati come un blocco indistinto. Il nostro compito consiste nel far riconoscere e
accettare la specificità della Romania con i suoi 21,5 milioni di abitanti, che hanno un’età media
abbastanza elevata (37,9 anni) e non molto lontana da quella degli italiani (42) e un livello di
istruzione tutt’altro che trascurabile: il censimento del 2001 ci ha detto che quattro su dieci (37,9%)
hanno completato l’istruzione secondaria e un altro 11% l’istruzione universitaria. I romeni, che
rispetto agli italiani hanno 15 punti percentuali in più di persone con una formazione superiore, non
sono quella popolazione “barbara” che noi ci ostiniamo a dipingere, anzi non lo sono dal tempo del
loro imparentamento con i legionari romani.
Insistiamo, invece, nel far capire agli italiani che la Romania è un paese povero. Le
migrazioni internazionali si configurano, ieri e ancor di più oggi, come un vasto sistema di vasi
comunicanti che richiama i flussi di lavoratori là dove è concentrata una maggiore ricchezza. Quello
che provano oggi i romeni, gli italiani lo hanno conosciuto negli anni ’50 e ’60 subito dopo la
seconda guerra mondiale, e anche nel secolo precedente a partire dall’Unità d’Italia del 1861, quando
il Paese aveva un territorio ampliato e una popolazione più numerosa ma non abbastanza posti di
lavoro da offrire ai suoi cittadini, costretti perciò a prendere le vie dell’esodo in paesi esteri, sia
europei che d’oltreoceano. La Romania, rispetto all’Italia, ha un livello di benessere 5-6 volte
inferiore e, nonostante l’elevato tasso di sviluppo e il tasso di disoccupazione contenuta, è forte
l’attrazione del “paese cugino” dove, se le cose vanno bene, si può essere più veloci nel realizzare il
proprio piano di benessere.

La Romania, paese che nel passato ha accolto gli emigrati italiani


Prima di entrare nel merito dello scenario migratorio attuale e di esaminarne alcuni aspetti è
opportuno far ricorso alla storia e sottolineare che nel passato la Romania è stato un paese di
accoglienza degli italiani: tra la fine dell’‘800 e la seconda guerra mondiale vi si trasferirono 130.000
italiani, in varie ondate per lo più a carattere temporaneo. Come vedremo, oltre che di friulani (in
prevalenza), si trattava anche di veneti e di trentini. Erano lavoratori della pietra o del legno

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(segherie), tagliaboschi, piccoli impresari edili (Baumeister), agricoltori, muratori, scalpellini,
tagliapietre e minatori.
Il caso degli italiani in Romania, per quanto di rilevanza contenuta nel quadro complessivo
dei 28 milioni di emigrati italiani partiti dal 1861 in poi, è tuttavia esemplare: il coraggio di quei
pionieri, il superamento delle difficoltà da loro incontrate e i molteplici segni che hanno lasciato con
i lavori svolti costituiscono quasi una sorta di anticipazione dell’inclusione della Romania nel
processo di unificazione europea e fanno pensare ai ricorsi della storia, che stanno vedendo i romeni
grandi protagonisti dei flussi di immigrazione in Italia, come gli italiani lo furono un secolo fa in
quell’area..
Nel Settecento, quando anche nell’Europa centro-orientale si diffuse l’arte barocca, si
determinarono flussi di architetti e maestri italiani nei cantieri romeni, specialmente in Transilvania,
formando, con le proprie famiglie, vere e proprie colonie itineranti e di ciò ancora oggi si
rinvengono tracce, come nella cattedrale di Alba Iulia. Ben più consistenti furono i flussi a partire
dalla fine dell’Ottocento, quando dalle aree italiane dell’impero asburgico o dalle regioni adriatiche
si determinarono flussi diretti in Romania, fortemente bisognosa di manodopera specializzata. Era
lo stesso impero austro-ungarico a favorire le migrazioni interne tra le regioni più povere o di
confine, che continuarono anche quando parte di questi territori entrarono a far parte del Regno
d’Italia (il Veneto nel 1866 e il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige nel 1918).
La Romania appariva allora quasi come una nuova America, un paese di recente formazione
con tante ricchezze da sfruttare e terre vergini da bonificare, e gli italiani non suscitavano sentimenti
ostili, anche per effetto di una sorta di ideologia panlatinista che veniva contrapposta al minaccioso
montare del panslavismo dei paesi vicini. I flussi determinatisi furono non imponenti ma,
comunque, consistenti: è stato stimato che alla fine dell’Ottocento circa il 10-15% degli emigranti
partiti dal Veneto si fosse diretto in Romania.
Questi flussi ebbero un carattere prevalentemente stagionale e pendolare, e perciò per questi
emigranti si ricorse all’appellativo di “rondini”, in friulano “las golandrinas”; essi, infatti,
nell’avvicendarsi delle stagioni facevano la spola tra la Romania e i loro villaggi per evitare le
pause morte e curare anche le proprie terre, mantenendo i legami familiari e comunitari. È anche
vero, però, che col tempo la permanenza tese a prolungarsi e ad allontanare la prospettiva di ritorno,
facendo venir meno questo carattere di circolarità (che invece in parte si ritrova nei flussi attuali dei
romeni).
Secondo i dati censuari italiani, i connazionali in Romania da 830 nel 1871 arrivarono a
5.300 nel 1881 e a 8.841 nel 1901 e, dopo una diminuzione nell’approssimarsi della guerra
mondiale (6.000 nel 1911), a 12.246 nel 1927. Un quinto circa, a fine secolo, doveva risiedere in
Dobrugia, dove le maestranze e i manovali potevano trovare lavoro nelle cave di pietra o nelle
mezzadrie, nel commercio o nell’edilizia. Gli sbocchi prevalenti si trovavano nell’edilizia e nella
costruzione delle ferrovie, settori che necessitavano di grandi quantità di legname per la cui
lavorazione erano provvidenziali i friulani, boscaioli esperti, ai quali si unirono muratori,
scalpellini, tagliapietre e minatori. Gli italiani erano così apprezzati da ottenere salari più
vantaggiosi e riuscire a mettere da parte risparmi consistenti.
Vi furono anche i “Baumeister”, piccoli e medi impresari edili, attivi in tutta l’Europa
Centro Orientale e capaci sul finire dell’Ottocento di aggiudicarsi diversi appalti, nella costruzione
della Transiberiana e in altri settori, dando lavoro ai propri connazionali. Si stima che all’epoca il
numero complessivo delle ditte friulane in Europa dovesse raggiungere le 2.000-3.000 unità, in
parte operanti in Romania.
Con lo scoppio della Grande Guerra quasi tutti i lavoratori stagionali che avevano
conservato la cittadinanza dovettero rientrare in patria perché richiamati alle armi, mentre i
naturalizzati romeni dovettero prestare servizio per l’esercito romeno.
Concluso il conflitto, i flussi ricominciarono, anche per le sopravvenute difficoltà di
emigrare negli Stati Uniti, con il coinvolgimento complessivo di 60.000 italiani, una presenza
stabile di 8-10.000 unità e flussi annuali di 2.000-2.500 persone. Gli italiani, ben integrati, con
storie di successo e contrassegnati da numerosi matrimoni misti, diedero il loro contributo alla
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prima industrializzazione della “grande Romania”. Prima del secondo conflitto mondiale la
situazione divenne precaria per la svalutazione della moneta romena (leu), e alla fine della guerra
rimasero nel paese soltanto 8.000 italiani, mentre gli altri preferirono rientrare, purtroppo senza la
possibilità di riportare in patria i frutti del loro lavoro di una vita.
Con l’avvento del comunismo quelli rimasti conobbero una situazione di indigenza, ma
furono tenaci nel ricordo del loro paese di origine (pur essendo stati privati fino al 1967
dell’assistenza religiosa in lingua italiana). Con il ritorno alla vita democratica, la Costituzione
romena del 1991 ha riconosciuto ai nostri immigrati lo status di minoranza e il diritto ad essere
rappresentati nella Camera dei Deputati da un proprio parlamentare. Secondo l’ultimo censimento
gli italiani di Romania sarebbero 3.288, ma secondo gli studiosi dovrebbero essere circa il doppio,
ai quali si aggiungono quelli – più numerosi – legati alla presenza imprenditoriale italiana.

La Romania, un partner industriale nel contesto delle delocalizzazioni


Il fatto che la Romania sia un paese del lavoro a basso costo non solo ha provocato
l’emigrazione di molti romeni ma ha anche attirato in loco una forte immigrazione, quella delle
imprese. Sono elevati gli investimenti diretti esteri (7,2 miliardi di euro nel 2007), indirizzati
specialmente verso alcuni settori (bancario, costruzioni, telecomunicazioni, reti di distribuzione al
dettaglio, auto, settore energetico e servizi privatizzati).
Anche molte aziende italiane vi hanno delocalizzato le strutture produttive, pur mantenendo in
patria il centro della direzione commerciale, del disegno dei prodotti e di alcuni altre fasi a più alto
valore aggiunto.
Secondo l’organizzazione Unimpresa le aziende italiane operanti in Romania sono 20.000,
danno lavoro a 800.000 persone e alimentano un interscambio di 12.000 miliardi di euro annui (molto
di più rispetto alla stessa India), che fanno dell’Italia il primo partner commerciale e uno tra i primi
paesi investitori. Ad esempio, l’Enel è la più grande azienda energetica del paese con 2,5 milioni di
clienti e 5.000 dipendenti. Secondo stime, il fatturato delle aziende italiane (150 milioni di euro)
equivale al 7% sul prodotto interno lordo del paese. Unicredit ha creato a Bucarest un International
Desk, che affianca migliaia di queste nostre aziende ma offre i servizi anche a quelle di altri paesi.
Seppure non più conveniente come nel passato, rispetto alle possibilità offerte da diversi paesi
asiatici, la Romania continua a richiamare attenzione non solo in quanto mercato interno meno
saturo, ma anche come base per la penetrazione nell’Est Europa.
Un’altra fortissima forma di immigrazione è quella dei risparmi inviati dai romeni che si
trovano all’estero. Sono quasi 4 miliardi le rimesse che pervengono annualmente in Romania, a loro
volta di grande aiuto per lo sviluppo del paese (specialmente in edilizia) e il benessere delle famiglie
(dinamica dei consumi).
Questi fattori di dinamismo non sono trascurabili ma neppure sono un toccasana e perciò il
paese continua a essere caratterizzato dalla povertà diffusa, dagli appesantimenti burocratici, dalla
corruzione e dal problematico approccio nella gestione delle minoranze (segnatamente di quella dei
rom).
Inoltre, iniziano a farsi sentire le distorsioni del mercato occupazionale e pesano fortemente
gli effetti negativi dell’eccessivo turnover dei lavoratori qualificati (maggiormente attratti all’estero e
disposti a trattenersi solo potendo ottenere retribuzioni più elevate) ed è insufficiente la stessa
manodopera generica, specialmente nelle costruzioni, dove secondo stime servirebbero altri 300.000
operai. Non di rado avviene che i romeni si licenzino in Romania per venire a lavorare in Italia,
costringendo talvolta alla chiusura anche alcune aziende italiane.

L’odierna emigrazione romena nel contesto della transizione dell’Est Europa


Sono tanti i modi con cui trattare l’immigrazione romena in Italia senza prendere in
considerazione solo la delinquenza. L’opinione pubblica è stata molto impressionata dall’omicidio
di Giovanna Reggiani a opera di un rom romeno presso una stazione ferroviaria della periferia di
Roma (ottobre 2007): a distanza di quasi un anno, sempre a Roma, sono stati aggrediti due turisti
olandesi da parte di due pastori romeni (agosto 2008). Anche chi rimane costernato a fronte di
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questi deprecabili episodi non può condividere i toni da crociata con cui inizialmente è stato
ipotizzato un ripulisti generale, con espulsioni più o meno di massa, mettendo in serie difficoltà
un’intera collettività, fatta per lo più di gente operosa e interessata a inserirsi armoniosamente nel
paese di accoglienza. Secondo l’indagine di “Metro Media Transilvania”, che verrà citata più
avanti, il 60% dei romeni intervistati dopo l’omicidio della Reggiani ha ritenuto che la stampa e i
politici italiani abbiano mostrato un atteggiamento tendenzioso nei loro confronti.
L’emigrazione romena è un aspetto del poderoso fenomeno di transizione che ha conosciuto
questo paese dopo la caduta del Muro di Berlino. Prima di quell’evento, a emigrare dalla Romania
furono complessivamente 300.000 persone, per lo più appartenenti alle minoranze tedesche ed ebree.
Dopo il 1989 i flussi sono notevolmente aumentati sotto l’impatto negativo della chiusura di molte
fabbriche. Inizialmente essi si sono diretti verso i paesi vicini, dando origine a flussi di carattere
informale e circolare, e a frequenti ritorni. Successivamente i flussi sono diventati a più largo raggio,
fino a coinvolgere in maniera massiccia anche le donne e gli abitanti dei villaggi e a indirizzarsi verso
paesi lontani come l’Italia, la Spagna e la Gran Bretagna. A partire dal 2002, anno in cui è venuto
meno l’obbligo del visto Schengen per soggiorni al di sotto dei 3 mesi, gli spostamenti sono diventati
più agevoli e più frequenti, tanto che, secondo la Fondazione Soros una famiglia romena ogni tre e il
23% degli adulti hanno conosciuto l’emigrazione, nel 50% dei casi diretta in Italia e in un quarto dei
casi in Spagna. Dal gennaio 2007, in coincidenza con l’adesione formale all’Unione Europea della
Romania e della Bulgaria, le politiche restrittive di quasi tutti i paesi europei si sono proposte il
contenimento di questi flussi.
Molti emigrati romeni, come si è appreso da diverse indagini, sarebbero disposti a ritornare in
patria a determinate condizioni economiche; e in effetti non mancano quelli che tornano con un
accresciuto bagaglio professionale. Aumentano, però, quelli che si insediano in Europa occidentale e
il ritorno, specialmente per quanto riguarda chi si è insediato in Italia, è tutt’altro che scontato,
almeno per quanto riguarda una prospettiva a breve termine.

Presentare l’immigrazione romena come persone coinvolte


Scriviamo questo saggio sull’immigrazione romena non solo come ricercatori ma anche come
collaboratori della Caritas, a loro volta sono stati coinvolti nelle vicende migratorie. Lo sviluppo dei
flussi dall’Est Europa, che ha caratterizzato in maniera così netta l’andamento degli anni ’90, non ci
ha visto al margine solo come osservatori. Il nostro studio sui libri si è composto come il lavoro
svolto fianco a fianco con le associazioni degli immigrati, diversi dei quali sono stati nostri
collaboratori redazionali. L’immigrazione dell’Est Europa costituisce una vicenda che ha origine
dall’esterno ma non per questo è per noi una realtà estranea. Abbiamo ritenuto doverosa questa
precisazione che, senza intaccare il rigore sul piano metodologico, ci mostra come persone partecipi
delle forti implicazioni umane della vicenda migratoria.
Contemporaneamente, sempre restando sul piano della metodologia, l’esperienza maturata
nell’ambito del “Dossier Statistico Immigrazione” Caritas/Migrantes ci ha portato a raffinare un
approccio non pregiudiziale e, per questo, a modellare la nostra percezione dei flussi e del loro
radicamento a partire dai dati statistici, intesi come valido veicolo dell’oggettività (naturalmente se
ben utilizzati). Il ricorso a tutte le fonti, la loro accorta comparazione, lo sforzo di mutuare ipotesi
interpretative intrinseche agli stessi numeri e alla loro circolarità, la memoria storica e la continua
comparazione tra presente e passato, lo sforzo di proiettare questi tentativi di lettura sul futuro hanno
reso possibile una visione non pregiudiziale che altrimenti rischia di rimanere invischiata in una
lettura passionale e partigiana dell’immigrazione, anche perché questa, proprio per le forti dimensioni
sociali che riveste, solleva problemi, coinvolge e spesso anche sconvolge, non essendo priva di
aspetti problematici.
Abbiamo avuto l’onore di curare per Caritas Italiana, nel mese di giugno 2004, subito dopo
l’allargamento dell’Unione Europea a 10 nuovi Stati, il primo libro che è stato dedicato in Italia ai
flussi di origine est-europea, seguito due anni dopo da un volume sulla Polonia e, a giugno 2008, da
un terzo libro dedicato all’immigrazione romena. La nostra competenza di natura socio-statistica è
stata completata con altri apporti che si pongono sul piano storico, giuridico, sociale, politico e
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religioso. Tra i 50 autori del volume sulla Romania oltre un terzo è costituito da studiosi romeni,
chiamati a presentare direttamente il loro punto di vista e, con indagini sul campo, a raccontare anche
l’esperienza migratoria dei loro connazionali.
La nostra preoccupazione costante, in questi ormai lunghi anni di ricerca per Caritas e
Migrantes, è stata quella di metterci a servizio della società italiana e delle collettività immigrate e,
per completare i dati degli archivi ufficiali, di inquadrare “dal vivo” i protagonisti, mostrando chi
sono, come vivono, quali problemi incontrano, come si pongono nei nostri confronti, unico modo per
evitare di cadere in ragionamenti scontati e in pregiudizi.
Dopo la caduta del Muro di Berlino e dei regimi totalitari marxisti è tempo di riflettere sul
senso più profondo di questa fase storica del Vecchio Continente che, come ricordava con
autorevolezza Papa Giovanni Paolo II, non può ridursi nel restare bloccati dalla paura di una
“invasione” dall’Est Europa bensì nel prendere maggiore consapevolezza del destino comune come
europei, che deve portarci a collaborare per un comune progresso economico, culturale e sociale,
vedendo la funzionalità a tale scopo della libera circolazione dei lavoratori e, quindi, dei migranti.

I romeni, la prima collettività di immigrati in Italia


I romeni, che in Italia erano appena 8.000 nel 1990, sono andati continuamente aumentando,
con un crescendo negli anni Duemila (150.000 domande di assunzione nel 2002 e 130.000 nel 2006),
fino a diventare un milione circa all’inizio del 2008: cento volte di più nel volgere di 17 anni. Essi si
collocano al di sopra delle già consistenti collettività di albanesi e marocchini e i loro flussi hanno per
così dire anticipato la formale adesione all’UE. L’unificazione del territorio comunitario e lo
sganciamento dal sistema delle quote ha reso più agevoli i loro trasferimenti, senza che però questo
regime giuridico più favorevole li abbia liberati dallo sfruttamento (lavoro nero, caporalato,
discriminazione).
Secondo la stima del Dossier Caritas/Migrantes basata sull’incrocio di tutti gli archivi
disponibili, la loro presenza all’inizio del 2008 si aggira tra le 850.000 (ipotesi che tiene conto del
possibile rimpatrio delle presenze meno stabili in un contesto normativo diventato più rigido) e
1.016.000 presenze. I motivi delle presenze sono inegualmente ripartiti tra lavoro (73,7%, e cioè una
massa di 749.000 persone di cui, oltre ai dipendenti, 16.000 autonomi, 56.000 disoccupati e 107.000
nell’area informale), famiglia (23,5%) e altre ragioni (2,8%). Sono 116.000 minori.

ITALIA. Stima di massima dei romeni soggiornanti al 31.12.2007


• Motivi di lavoro 749.000 (73,7%):occupati dipendenti 557.000, parasubordinati 13.000, autonomi 16.000,
disoccupati 56.000, area informale 107.000
• Motivi di famiglia 239.000 (23,5%): minori 116.000, altri familiari 123.000
• Altri motivi 28.000 (2,8%).
• Totale presenze: 1.016.000
FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes

Con circa 200.000 romeni presenti troviamo il Lazio (la provincia di Roma supera da sola le
100.000 presenze), con 160.000 la Lombardia, con 130.000 il Piemonte, con 120.000 il Veneto, con
80.000 l’Emilia Romagna e la Toscana e, nel Meridione, con 20.000 Abruzzo, Campania, Puglia e
Sicilia. Al Sud l’aumento dei romeni è stato in percentuale più consistente rispetto ai contesti del
Centro-Nord, ma i valori assoluti sono comunque più bassi.
Una presenza così numerosa e diffusa, come già avvenne per il Marocco e l’Albania, ha
generato una sorta di “sindrome da invasione”. In realtà, questa ipotesi è del tutto improbabile,
trattandosi di un paese caratterizzato dall’invecchiamento della popolazione, dal buon andamento
economico e dal forte bisogno di trattenere forza lavoro, senza dimenticare che questa forza lavoro
aggiuntiva è quanto mai funzionale alle nostre esigenze.
I romeni venuti in Italia sono in buona parte originari dai villaggi rurali della Moldavia; essi
hanno conosciuto le migrazioni interne prima a causa dell’urbanizzazione di massa e, dopo la crisi
industriale, a seguito del ritorno nelle campagne, dopo di che è seguita l’emigrazione all’estero. Sui
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flussi verso i paesi mediterranei pare abbia anche influito anche il fatto che in Moldavia sia diffusa
la religione cattolica. Invece i romeni presenti in Germania provengono in prevalenza da altre
regioni occidentali del paese (Banato, Transilvania, Crisana-Maramures). Un’altra area di esodo
verso l’Italia, è il distretto di Timisoara, dove hanno massicciamente effettuato le delocalizzazioni
le nostre imprese, assicurando anche lavoro sul posto a centinaia di migliaia di romeni. A loro volta,
i romeni già insediati da noi sono un fattore di attrazione per quelli che devono venire per l’impatto
che esercitano le ben note “catene familiari”. Un riscontro di queste preferenze si ha anche a livello
di indagini sociologiche, dove le mete preferite corrispondono a quelle effettivamente scelte. Per
citarne una tra tante secondo le informazioni raccolte dalla missione IOM di Bucarest nel 2005
l’Italia raccoglieva il 30% delle preferenze di coloro che non hanno alcuna esperienza lavorativa
all’estero, seguita, in Europa dalla Spagna con il 14% e dalla Germania con il 10%.

L’apporto dei romeni al sistema produttivo italiano


In Italia gli immigrati sono all’incirca 1 ogni 10 occupati, una componente strutturale e
sempre più rilevante del mercato occupazionale, in cui il tasso di disoccupazione è da anni in costante
diminuzione: ormai gli immigrati coprono i due terzi del fabbisogno di nuova forza lavoro e i romeni
stanno in prima fila.
Secondo i dati del 2007, ogni 6 nuovi assunti stranieri 1 è romeno e trova impiego spesso in
posti meno garantiti, sottoscrivendo in media 1,5 contratti l’anno. L’inserimento avviene per un terzo
nell’industria (notoriamente in edilizia), per la metà nel terziario (assistenza familiare, alberghi e
ristoranti, informatica e servizi alle imprese) e per il 6,6% in agricoltura.
L’aumento degli occupati registrati dall’Inail tra il 2006 e il 2007 è stato eccezionale,
passando da 263.200 a 557.000, anche se solo in parte si è trattato di nuovi venuti e in larga misura di
persone già presenti ed emerse grazie alla normativa più favorevole derivante dall’adesione
all’Unione Europea. Sono aumentati specialmente gli uomini (dal 51,7% al 54,1%), avendo molti di
loro (70.000) fruito delle misure di emersione nel settore edile (la legge 4 agosto 2006, n. 248, il
cosiddetto “pacchetto Bersani in edilizia”); purtroppo, contemporaneamente è diminuito il numero di
ore lavorate e sono aumentati i rapporti part-time, spia della maggiore diffusione del lavoro “grigio”.
La retribuzione loro corrisposta è leggermente inferiore a quella media percepita dalla totalità
degli immigrati (10.042 euro nel 2004, secondo l’INPS): le donne percepiscono il 40% in meno
rispetto agli uomini.
Le donne romene almeno per un quarto lavorano nel settore dell’assistenza alle famiglie ma,
in misura più consistente rispetto a quelle filippine o di alcune collettività latino-americane, sono
inserite anche in diversi altri settori (come quello infermieristico, ad esempio).
I romeni sono al momento marginali fruitori non solo delle prestazioni pensionistiche ma
anche delle prestazioni temporanee erogate dall’Inps. Invece, per quanto riguarda le prestazioni
assistenziali, un certo numero di accertamenti ha motivato il sospetto che parte dei lavoratori
neocomunitari (essi stessi o i loro familiari), complice la vicinanza dei paesi di origine, pratichino un
indebito “turismo sociale” per fruire delle prestazioni assistenziali (assegno sociale) sulla base di una
residenza formalmente dichiarata ma non effettiva.
La crisi, emersa fortemente a cavallo tra 2008 e 2009, avrà un certo impatto anche sulla
popolazione immigrata, peraltro in certi settori di stretta necessità godono di una certa stabilità.

L’immagine dei romeni nelle recenti indagini


Le indagini, che la Caritas Italiana ha pubblicato nel suo volume del 2008 e ha condotto in
collaborazione con diverse associazioni romene, strutture pastorali, qualche università e il Consiglio
Italiano per le Scienze Sociali, restituiscono un’immagine dei romeni in gran parte sconosciuta, non
priva – come prima accennato - di aspetti problematici ma anche ricca di virtualità.
Tutti i romeni sono vicini a noi, non solo per la lingua e la religione, ma anche per il
complesso dei loro atteggiamenti, per le loro qualità lavorative e la preparazione in precedenza
ricevuta.

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Secondo l’indagine “Metro Media Transilvania”, realizzata tra il 2007 e il 2008 su incarico
del Governo romeno, il 9% dei romeni in Italia ha una casa di proprietà e l’8% vive presso il proprio
datore di lavoro. Il 72% ha conseguito un titolo di studio superiore, il 90% ha un reddito medio
mensile di 1.030 euro. Per il 71% la televisione è il principale mezzo di svago. I giornali preferiti
sono quelli gratuiti. In prevalenza (52%) gli intervistati hanno una considerazione positiva degli
italiani, mentre il 65% degli italiani non desidererebbe in famiglia una persona romena.
L’immigrazione romena sta per trasformarsi (non totalmente ma in buona misura) da circolare
e temporanea in stabile, a medio o lungo termine, se non addirittura in una prospettiva definitiva
(basti pensare che a Roma, nel 2007, sono stati 10.000 gli acquisti di immobili da parte di romeni). Il
miraggio di inserimenti più qualificati, che potrebbero dare altri paesi come la Gran Bretagna o la
Germania, viene accarezzato ma non coltivato più di tanto e quella italiana rimane la meta preferita.
La famiglia è il luogo principale della vita quotidiana e dei rapporti sociali, mentre non tutti fanno
parte di associazioni, delle quali però si iniziano a riconoscere i vantaggi.
Essi mostrano grande attaccamento al mondo del lavoro, che ritengono fondamentale per
l’integrazione. Tenuto conto dei settori prevalenti in cui si inseriscono e del mancato riconoscimento
dei loro titoli di studio, raramente riescono a migliorare la propria condizione professionale, e tuttavia
sono abbastanza soddisfatti perché, rispetto a chi è rimasto in patria, riescono a realizzare meglio un
progetto economico di miglioramento e ad aiutare i propri familiari.
A casa alternano l’italiano, che apprendono con facilità, con il romeno e, in caso di una sola
lingua, preferiscono l’italiano che, avendone l’opportunità, perfezionerebbero ulteriormente; questa
facilità linguistica aiuta a capire il buon andamento dei loro figli a scuola.
Qualcosa di simile avviene per i giornali: o si leggono tanto quelli italiani che quelli romeni,
oppure solo quelli italiani, con particolare attenzione all’attualità. Eppure i romeni intervistati hanno
un concetto tutt’altro che basso del loro sistema di istruzione e della loro cultura.
Dell’Italia, più che la cucina o il sistema scolastico, apprezzano il sistema sanitario, perché in
patria non è prevista la copertura universale come da noi.

Un inserimento negato? La doppia faccia della questione


L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), che collabora con l’omologo
romeno (CNCD) e con le associazioni dei romeni, sulla base delle segnalazioni ricevute, ha tracciato
un quadro delle più ricorrenti situazioni di discriminazione e di disparità che caratterizzano i romeni,
i quali appaiono in realtà più vittime che “untori”:
- diffusione di un’informazione tendenziosa sui fatti nei quali sono coinvolti i romeni;
- mancanza di informazione, di assistenza legale e di formazione a beneficio dei romeni che
arrivano in Italia;
- sfruttamento sul luogo di lavoro, specialmente nel settore edile, primato dei romeni negli
infortuni mortali e molestie sessuali subite dalle donne durante l’accudimento;
- perseguimento della sicurezza pubblica con atteggiamenti spesso intimidatori, come emerso
durante i controlli effettuati sul territorio;
- riscontro di difficoltà burocratiche e di atteggiamenti ostili tra gli operatori pubblici con
conseguente ostacolo ai romeni nella fruizione dei servizi sociali;
- persistenza di specifiche difficoltà al momento di procedere alle iscrizioni anagrafiche;
- segnalazione di impedimenti che hanno ostacolato l’esercizio del diritto di voto nelle elezioni
amministrative italiane del 2007 (qualche comune ha addirittura preteso una traduzione
legalizzata della parola “Bucuresti”, nome romeno della capitale).
Contrariamente a quanto spesso si pensa, la vita quotidiana dei romeni non è “facile” e
numerosi sono gli aspetti problematici. Secondo gli studi del CNEL sull’integrazione, e gli
approfondimenti in corso tramite l’utilizzo di indici differenziali per misurare il trattamento riservato
agli immigrati, questi ultimi, anche nei contesti regionali più sensibili, non arrivano mai agli
standard di inserimento socio-lavorativo rilevati tra gli italiani, per cui si è ben lontani dall’assicurare
pari opportunità. Merita anche ricordare che, al momento dell’entrata in vigore della legge 40/1998,
le spese per l’integrazione erano pari a quelle per la repressione, mentre già nel 2004 il rapporto era
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diventato di 1 a 4 e ultimamente l’apposita Fondo per l’inclusione sociale è andato ulteriormente
depotenziandosi: eppure, secondo una stima del Dossier Statistico Immigrazione 2008, gli immigrati
pagano annualmente circa 4 miliardi di euro e ne ricevono 1 in termini di prestazioni sociali. Questo
trattamento differenziato, unito ad atteggiamenti di ostilità (si pensi alle difficoltà che si incontrano
per ottenere una casa in affitto con regolare contratto), può portare i romeni a chiudersi nell’ambito
delle reti familiari o dei connazionali.
Per giunta, molto spesso si tratta di famiglie smembrate, e quindi in maggiore situazione di
disagio. Secondo un’indagine della Fondazione Soros sarebbero ben 170.000 i bambini romeni che
hanno almeno un genitore all’estero: si tratta, in un caso su due, del padre, in un caso su tre della
madre e in un caso su cinque di entrambi i genitori. I figli, per poter rivedere i propri genitori, devono
aspettare fino a quattro anni con gli inconvenienti affettivi facilmente immaginabili: migliaia di madri
sottratte alle loro famiglie, figli affidati ai nonni, altri ragazzi messi in orfanotrofi. Sono costi umani
non trascurabili che gli immigrati romeni pagano per il nostro benessere.

La dimensione religiosa tra gli immigrati romeni


Con l’immigrazione dall’Est Europa si è radicata in Italia una presenza di tipo nuovo,
costituita oltre che da cattolici, portatori di una sensibilità religiosa spesso dimenticata, da ortodossi
testimoni di un’eredità cristiana che ha resistito a decenni di ateismo di Stato. Gli ortodossi nel 2007
sono diventati 1.130.000 e hanno superato di più di 300.000 unità i cattolici, mentre distano appena
100.000 unità dai musulmani: tra gli studenti si riscontra in misura crescente la loro presenza (prima
in assoluto nelle scuole di Lazio, Abruzzo e Campania). Più di quattro romeni su cinque sono
ortodossi, mentre il 5% è cattolico: la loro particolare sensibilità religiosa aiuta a riscoprire la virtù
del silenzio e della bellezza del canto liturgico, come anche la fraternità dell’incontro dopo il servizio
religioso.
La dimensione religiosa non è lontana dalla vita degli immigrati romeni, perché per essi non
sussiste una netta separazione tra sacro e profano: essi, per esempio, seguono la simpatica tradizione
di festeggiare il compleanno in chiesa. Non tutto è facile nel nuovo ambiente, perché la grande
ricchezza spirituale dell’ortodossia non sempre riesce a trovare lo sbocco dovuto nell’esperienza
migratoria e nella vita quotidiana dei suoi protagonisti.
La chiesa ortodossa gode di una grande fiducia, che non riscuotono altre strutture pubbliche
nazionali e neppure quelle europee. Le indagini evidenziano che le strutture religiose sono, insieme a
quelle lavorative, quelle con cui i romeni hanno più contatti, un posto privilegiato di socializzazione.
I sacerdoti operano da mediatori preziosi tra la società di accoglienza e i bisogni dei loro fedeli,
soprattutto giovani che non sempre riescono a vivere bene questa fase di transizione e rischiano di
assorbire dall’Occidente modelli discutibili (i miti del guadagno, del successo, dell’apparire) in un
clima di perplessità e di tensioni.
Un grande sostegno viene offerto, non solo alla comunità cattolica romena ma anche a quella
ortodossa, dalla chiesa italiana per il tramite della Migrantes nella convinzione che anche la religione
possa essere un supporto dell’identità dei romeni nel contesto dell’integrazione europea e della
globalizzazione economica.

L’integrazione come unica strategia realistica


In questa fase la Romania sta conoscendo un’evoluzione per molti aspetti simile a quella
italiana dei decenni scorsi e, pur continuando a essere paese di consistente emigrazione e dopo essere
già divenuta area di passaggio, si sta trasformando in area di immigrazione e quindi anche di
insediamento stabile. Specialmente a Bucarest e in altre città, e il loro numero è destinato ad
aumentare. La penuria di manodopera sta portando a reclutare non solo i lavoratori dei paesi vicini
(ucraini, moldavi, serbi), ma anche quelli di lontani paesi asiatici (bengalesi, pakistani, indiani) come
anche immigrati della Cina, con la quale c’è una linea area diretta.
L’Italia e la Romania sono, già attualmente e ancor di più in prospettiva, due paesi meno
distanti di quanto si creda, per la presenza lavorativa e imprenditoriale, per le origine storiche e le
passate vicende migratorie, per cui la reciproca integrazione sta nella logica dei fatti.
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Perciò, senza rinunciare a essere severi nel pretendere il rispetto delle leggi, bisogna porre
fine a un diffuso malumore nei confronti dei romeni, quasi fosse tra di loro prevalente il numero dei
delinquenti, superare una visione penale del fenomeno migratorio e favorire, anche con il
coinvolgimento dei rappresentanti della collettività romena, una strategia ispirata alla reciproca
fiducia e fondata sulla collaborazione.
Per tutti gli immigrati la popolazione che accoglie dovrebbe non dimenticare che essi, come
lo eravamo noi quando si andava all’estero, si trovano in una posizione differenziale dal punto di
vista giuridico, essendo sprovvisti dalla cittadinanza del paese di insediamento e, di conseguenza, di
fatto e sotto diversi aspetti soggetti a diverse condizioni di vita. Sarebbe infondato qualificare di per
sé questo differenziale come discriminazione che contraddistingue gli immigrati (anche se talvolta è
così), considerato che l’integrazione è un processo di avvicinamento a una piena uguaglianza di
trattamento, che non può essere raggiunta automaticamente con il mero insediamento nel paese di
accoglienza; tuttavia i decisori pubblici e l’opinione pubblica non possono dimenticare che gli
immigrati si trovano in una situazione di maggiore sfavore e che occorre adoperarsi, non per
accentuare le distanze, bensì per ridurle. Proprio per questo si afferma che le politiche di
integrazione sono ormai diventate il fattore strategico da cui dipendono le sorti di convivenza
pacifica con gli immigrati all’interno dell’Europa, un continente che sarà sempre più fortemente
segnato dalla diversità culturale.
Si assiste in Italia a un diffuso atteggiamento di chiusura nei confronti dei romeni, la
presenza più consistente tra gli immigrati, e al loro interno nei confronti dei rom, una presenza
molto più contenuta ma non inosservata, nel cui merito non siamo entrati in questo articolo.
È più saggio abituarci a vivere con i romeni, che forse, insieme ad inconvenienti, hanno
aspetti di pregio che non abbiamo ancora preso in considerazione. La maggioranza dei romeni si
vuole fermare in Italia, il che mostra un grande attaccamento al nostro paese. Essi insistono
sull’impegno nel lavoro, ritenendolo fondamentale per la socializzazione e l’integrazione; sono
disponibili a fare anche i mestieri più umili, nonostante la preparazione ricevuta; sono abbastanza
soddisfatti economicamente; imparano con grande facilità l’italiano e anche i loro figli seguono con
profitto le nostre scuole. L’esperienza italiana? Per essi è sufficientemente soddisfacente, anche se
una migliore integrazione appare fondamentale.
Cerchiamo di non rompere questo circuito virtuoso e teniamo conto che i pareri che gli
italiani danno dei romeni sono più soddisfacenti (affidabili, seri, bravi, lavoratori) di quelli che i
romeni danno degli italiani (sfruttatori, razzisti, furbi, imbroglioni, aggettivi per lo più maturati
nelle situazioni di irregolarità e di lavoro nero e, anche ora, di vigilanza pubblica insoddisfacente
nel mercato occupazionale). Questi immigrati, non sempre ma in misura ricorrente, si sono sentiti
discriminati, senza che l’entrata nell’Unione Europea abbia portato a un miglioramento sostanziale.
Eppure la stragrande maggioranza ha amici italiani, più che connazionali. L’integrazione, insomma,
è possibile.