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IL REALISMO MINIMO - la Repubblica.

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UMBERTO ECO

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Ho letto in vari siti di internet o in articoli di pagine culturali che
sarei coinvolto nel lancio di un Nuovo Realismo, e mi chiedo di che
si tratti, o almeno che cosa ci sia di nuovo (per quanto mi riguarda)
in posizioni che sostengo almeno dagli anni Sessantae che avevo
esposte poi nel saggio Brevi cenni sull'Essere, del 1985.
So qualche cosa del Vetero Realismo, anche perch la mia tesi di
laurea era su Tommaso d'Aquinoe Tommaso era certamente un

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Vetero Realista o, come si direbbe oggi, un Realista Esterno: il


mondo sta fuori di noi indipendentemente dalla conoscenza che ne
possiamo avere. Rispetto a tale mondo Tommaso sosteneva una
teoria corrispondentista della verit: noi possiamo conoscere il
mondo quale come se la nostra mente fosse uno specchio, per
adaequatio rei et intellectus. Non era solo Tommaso a pensarla in
tal modo e potremmo divertirci a scoprire, tra i sostenitori di una
teoria corrispondentista, persino il Lenin di Materialismo ed
empiriocriticismo per arrivare alle forme pi radicalmente tarskiane
di una semantica dei valori di verit.
In opposizione al Vetero Realismo abbiamo poi visto una serie di
posizioni per cui la conoscenza non funziona pi a specchio bens
per collaborazione tra soggetto conoscente e spunto di conoscenza
con varie accentuazioni del ruolo dell'uno o dell'altro polo di questa
dialettica, dall'idealismo magico al relativismo (bench quest'ultimo
termine sia stato oggi talmente inflazionato in senso negativo che
tenderei ad espungerlo dal lessico filosofico), e in ogni caso basate
sul principio che nella costruzione dell'oggetto di conoscenza,
l'eventuale Cosa in S viene sempre attinta solo per via indiretta. E
intanto si delineavano forme di Realismo Temperato, dall'Olismo al
Realismo Interno - almeno sino a che Putnam non aveva ancora
una volta cambiato idea su questi argomenti. Ma, arrivato a questo
punto, non vedo come possa articolarsi un cosiddetto Nuovo
Realismo, che non rischi di rappresentare un ritorno al Vetero.
Nel convocarci oggi qui, ieri a New York, domani a Bonn e poi
chiss dove a discutere di queste cose, Maurizio Ferraris ha fissato
dei confini alla nostra discussione. Il Nuovo Realismo sarebbe un

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modo di reagire alla filosofia del postmodernismo. Ma qui nasce il


problema di cosa si voglia intendere per postmodernismo, visto che
questo termine viene usato equivocamente in tre casi che hanno
pochissimo in comune. Il termine nasce, credo a opera di Charles
Jenks, nell'ambito delle teorie dell'architettura, dove il postmoderno
costituisce una reazione al modernismo e al razionalismo
architettonico, e un invito a rivisitare le forme architettoniche del
passato con leggerezza e ironia (e con una nuova prevalenza del
decorativo sul funzionale).
L'elemento ironico accomuna il postmodernismo architettonico a
quello letterario, almeno come era stato teorizzato negli anni
Settanta da alcuni narratori o critici americani come John Barth,
Donald Barthelme e Leslie Fiedler. Il moderno ci apparirebbe come
il momento a cui si perviene alla crisi descritta da Nietzsche nella
Seconda Inattuale, sul danno degli studi storici. Il passato ci
condiziona, ci sta addosso, ci ricatta.
L'avanguardia storica (come modello di Modernismo) aveva cercato
di regolarei conti con il passato. Al grido di Abbasso il chiaro di luna
aveva distrutto il passato, lo aveva sfigurato: le Demoiselles
d'Avignon erano state il gesto tipico dell'avanguardia. Poi
l'avanguardia era andata oltre, dopo aver distrutto la figura l'aveva
annullata, era arriva all'astratto, all'informale, alla tela bianca, alla
tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura alla condizione
minima del curtain wall, all'edificio come stele, parallepipedo puro,
in letteratura alla distruzione del flusso del discorso, sino al collage
e infine alla pagina bianca, in musica al passaggio dall'atonalit al
rumore, prima, e al si lenzio assoluto poi.

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Ma era arrivato il momento in cui il moderno non poteva andare


oltre, perch si era ridotto al metalinguaggio che parlava dei suoi
testi impossibili (l'arte concettuale). La risposta postmoderna al
moderno consistita nel riconoscere che il passato, visto che la
sua distruzione portava al silenzio, doveva essere rivisitato: con
ironia, in modo non innocente.
Se il postmoderno questo, chiaro perch Sterne o Rabelais
fossero postmoderni, perch lo certamente Borges, perch in uno
stesso artista possano convivere, o seguirsi a breve distanza, o
alternarsi, il momento moderno e quello postmoderno. Si veda cosa
accade con Joyce. Il Portrait la storia di un tentativo moderno. I
Dubliners, anche se vengono prima, sono pi moderni del Portrait.
Ulysses sta al limite. Finnegans Wake gi postmoderno, o
almeno apre il discorso postmoderno, richiede, per essere
compreso, non la negazione del gi detto, ma la sua citazione
ininterrotta. Ma se questo stato il postmodernismo in architettura,
arte e letteratura, che cosa aveva o ha in comune col
postmodernismo filosofico, almeno quale lo si fa nascere con
Lyotard? Certamente, teorizzando la fine delle grandi narrazioni e
di un concetto trascendentale di verit, si riconosce l'inizio di epoca
del disincanto - e nel celebrare la perdita della totalit e dando il
benvenuto al molteplice, al frammentato, al polimorfo, all'instabile, il
postmodernismo filosofico mostra alcune connessioni con l'ironia
metanarrativa o con la rinuncia dell'architettura a prescrivere modi
di vita razionali. Ma queste analogie, questa comunit di clima
culturale, non sembrano aver alcuna connessione diretta con la
questione del realismo, perch si pu essere polimorfi e
disincantati, rinunciare ai grandi racconti per coltivare saperi locali,

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senza per questo mettere in dubbio un rapporto quasi veterorealistico con le cose di cui si parla. Caso mai verrebbe messo in
dubbio il sapere degli universali, non la credenza anche fortissima
nella persistenza dei particolari e nella nostra capacit di conoscerli
per quel che sono (e in tal senso sarei tentato di ascrivere a una
temperie postmoderna anche la teoria kripkiana della designazione
rigida - e infine ricordiamo che il passaggio da Tommaso a
Ockham, se sancisce la rinuncia agli universali, non mette in crisi i
concetti di realt e di verit).
Quello che piuttosto emerge (nel cosiddetto postmodernismo
filosofico), passando attraverso la decostruzione (sia quella di
Derrida sia quella d'oltre oceano, che solo un articolo prodotto
dall'industria accademica americana su licenza francese)e le forme
del pensiero debole, un tratto molto riconoscibile (su cui in effetti si
accentra la polemica di Ferraris), e cio il primato ermeneutico
dell'interpretazione, ovvero lo slogan per cui non esistono fatti ma
solo interpretazioni. A questa curiosa eresia avevo da gran tempo
reagito, a tal segno che a una serie di miei studi degli anni Ottanta
avevo dato nel 1990 il titolo I limiti dell'interpretazione, partendo
dall'ovvio principio che, perch ci sia interpretazione ci deve essere
qualcosa da interpretare-e se pure ogni interpretazione non fosse
altro che l'interpretazione di una interpretazione precedente, ogni
interpretazione precedente assumerebbe, dal momento in cui viene
identificata e offerta a una nuova interpretazione, la natura di un
fatto - e che in ogni caso il regressum ad infinitum dovrebbe a un
certo punto arrestarsi a ci da cui era partito e che Peirce chiamava
l'Oggetto Dinamico. Ovvero ritenevo che, quand'anche
conoscessimo I promessi sposi solo attraverso l'interpretazione che

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ne dava Moravia nell'edizione Einaudi, quando avessimo dovuto


interpretare l'interpretazione di Moravia avremmo avuto davanti a
noi un fatto innegabile, il testo di Moravia, punto ineliminabile di
riferimento per chiunque avesse voluto, sia pure liberissimamente,
interpretarlo, e dunque fatto intersoggettivamente verificabile.
vero che quando si cita lo slogan per cui non esistono fatti ma solo
interpretazioni anche il pi assatanato tra i post modernisti pronto
ad asserire che lui o lei non hanno mai negato la presenza fisica
non solo dell'edizione Einaudi dei Promessi sposi, ma anche del
tavolo a cui sto parlando. Il postmodernista dir semplicemente che
questo tavolo diventa oggetto di conoscenza e di discorso solo se
lo si interpreta come supporto per un'operazione chirurgica, come
tavolo da cucina, come cattedra, come oggetto ligneo a quattro
gambe, come insieme di atomi, come forma geometrica imposta a
una materia informe, persino come tavola galleggiante per salvarmi
durante un naufragio. Sono sicuro che anche il postmodernista a
tempo pieno la pensi cos, salvo che quello che stenta ad
ammettere che non pu usare questo tavolo come veicolo per
viaggiare a pedali tra Torino e Agognate lungo l'autostrada per
Milano. Eppure questa forte limitazione alle interpretazioni possibili
del tavolo era prevista dal suo costruttore, che seguiva il progetto di
qualcosa interpretabile in molti modi ma non in tutti.
L'argomento, che non paradossale, bens di assoluto buon senso,
dipende dal problema delle cosiddette affordances teorizzate da
Gibson (e che Luis Prieto avrebbe chiamato pertinenze ), ovvero
dalle propriet che un oggetto esibisce e che lo rendono pi adatto
a un uso piuttosto che a un altro. Ricorder un mio dibattito con
Rorty, svoltosi a Cambridge nel 1990, a proposito dell'esistenza o

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meno di criteri d'interpretazione testuali. Richard Rorty - allargando


il discorso dai testi ai criteri d'interpretazione delle cose che stanno
nel mondo - ricordava che noi possiamo certo interpretare un
cacciavite come strumento per avvitare le viti ma che sarebbe
altrettanto legittimo vederlo e usarlo come strumento per aprire un
pacco.
Nel dibattito orale Rorty alludeva al diritto che avremmo
d'interpretare un cacciavite anche come qualcosa di utile per
grattarci un orecchio.
Nell'intervento poi consegnato da Rorty all'editore l'allusione alla
grattata d'orecchio era scomparsa, perch evidentemente Rorty
l'aveva intesa come semplice boutade, inserita a braccio durante
l'intervento orale. Possiamo astenerci dall'attribuirgli questo
esempio non pi documentato ma, visto che - se non lui - qualcun
altro ha usato argomenti consimili, posso ricordare la mia controobiezione di allora, basata proprio sulla nozione di affordance. Un
cacciavite pu servire anche per aprire un pacco (visto che
strumento con una punta tagliente, facilmente manovrabile per far
forza contro qualcosa di resistente); ma non consigliabile per
frugarsi d'entro l'orecchio, perch appunto tagliente, e troppo
lungo perch la mano possa controllarne l'azione per una
operazione cos delicata; per cui sar meglio usare un bastoncino
leggero che rechi in cima un batuffolo di cotone. C' dunque
qualcosa sia nella conformazione del mio corpo che in quella del
cacciavite che non mi permette di interpretare quest'ultimo a
capriccio.

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(segue nelle pagine successive) (segue dalle pagine precedenti)


ortyaveva rinunciato all'argomento dell'orecchio, ma che dire di
tanto decostruzionismo che rivisita l'antico detto di Valry per cui il
n'y a pas de vrai sens d'un textee di Stanley Fish che nel suo
Therea Text in This Class? Consentiva alla libera interpretazione di
ogni testo? Che non vi siano fatti ma solo interpretazioni viene
attribuito a Nietzsche e credo che persino Nietzsche ritenesse che
il cavallo che aveva baciato non lontano da qui esistesse come
fatto prima che lui decidesse di farlo oggetto dei suoi eccessi
affettivi. Per ciascuno deve assumersi le proprie responsabilit, e
queste responsabilit emergono chiaramente in quel testo che Su
verit e menzogna in senso extramorale. Qui Nietzsche dice che,
poich la natura ha gettato via la chiave, l'intelletto gioca su finzioni
che chiama verit, o sistema dei concetti, basato sulla legislazione
del linguaggio. Noi crediamo di parlare di (e conoscere) alberi,
colori, neve e fiori, ma sono metafore che non corrispondono alle
essenze originarie. Ogni parola diventa concetto sbiadendo nella
sua pallida universalit le differenze tra cose fondamentalmente
disuguali: cos pensiamo che a fronte della molteplicit delle foglie
individuale esista una foglia primordiale sul modello della quale
sarebbero tessute, disegnate, circoscritte, colorate, increspate,
dipinte- ma da mani maldestre- tutte le foglie, in modo tale che
nessun esemplare risulterebbe corretto e attendibile in quanto
copia fedele della forma originale. L'uccello o l'insetto
percepiscono il mondo in un modo diverso dal nostro, e non ha
senso dire quale delle percezioni sia la pi giusta, perch
occorrerebbe quel criterio di percezione esatta che non esiste,
perch la natura non conosce invece nessuna forma e nessun
concetto, e quindi neppure alcun genere, ma soltanto una x, per noi
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inattingibile e indefinibile. Dunque un kantismo, ma senza


fondazione trascendentale. A questo punto per Nietzsche la verit
solo un mobile esercito di metafore, metonimie,
antropomorfismi elaborati poeticamente, e che poi si sono irrigiditi
in sapere, illusioni di cui si dimenticata la natura illusoria,
monete la cui immagine si consumatae che vengono prese in
considerazione solo come metallo, cos che ci abituiamoa mentire
secondo convenzione, avendo sminuito le metafore in schemi e
concetti.E di l un ordine piramidale di castee gradi, leggi e
delimitazioni, interamente costruito dal linguaggio, un immenso
colombaio romano, cimitero delle intuizioni.
Che questo sia un ottimo ritratto di come l'edificio del linguaggio
irreggimenti il paesaggio degli enti, o forse un essere che rifiutaa
essere irrigidito in sistemi categoriali, innegabile. Ma rimangono
assenti, anche dai brani che seguono, due domande: se
adeguandoci alle costrizioni di questo colombaio si riesce in
qualche modo a fare i conti col mondo, per esempio decidendo che
avendo la febbre pi opportuno assumere aspirina che cocaina
(che non sarebbe osservazione da nulla); e se non avvenga che
ogni tanto il mondo ci costringa a ristrutturare il colombaio, o
addirittura a sceglierne una forma alternativa (che poi il problema
della rivoluzione dei paradigmi conoscitivi). Nietzsche non sembra
chiedersi se e perch e da dove un qualche giudizio fattuale possa
intervenire a mettere in crisi il sistema-colombaio. Ovvero,a dir la
verit, egli avverte l'esistenza di costrizioni naturali e conosce un
modo del cambiamento. Le costrizioni gli appaiono come forze
terribili che premono continuamente su di noi, contrapponendo
alle verit scientifiche altre verit di natura diversa; ma

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evidentemente rifiuta di riconoscerle concettualizzandole a loro


volta, visto che stato per sfuggire ad esse che ci siamo costruiti,
quale difesa, l'armatura concettuale. Il cambiamento possibile,
ma non come ristrutturazione, bens come rivoluzione poetica
permanente. Se ciascuno di noi, per s, avesse una differente
sensazione, se noi stessi potessimo percepire ora come uccelli, ora
come vermi, ora come piante, oppure se uno di noi vedesse il
medesimo stimolo come rosso e un altro lo vedesse come azzurro,
se un terzo udisse addirittura tale stimolo come suono, nessuno
potrebbe allora parlare di una tale regolarit della natura. Bella
coincidenza, queste righe vengono scritte due anni dopo che
Rimbaud, nella lettera a Demeny, aveva proclamato che le Pote
se fait voyant par un long, immense et raisonn drglement de
tous les sens , e nello stesso periodo vedeva A noir, corset velu
de mouches clatantes e O suprme Clairon plein des strideurs
tranges. Cos infatti per Nietzsche l'arte (e con essa il mito)
confonde continuamente le rubriche e gli scomparti dei concetti,
presentando nuove trasposizioni, metafore, metonimie;
continuamente svela il desiderio di dare al mondo sussistente
dell'uomo desto una figura cos variopinta, irregolare, priva di
conseguenze, incoerente, eccitante ed eternamente nuova, quale
data dal mondo del sogno. Un sogno fatto di alberi che nascondo
ninfe,e di di in forma di toro che trascinano vergini.
Ma qui manca la decisione finale. O si accetta che quello che ci
attornia, e il modo in cui abbiamo cercato di ordinarlo, sia invivibile,
e lo si rifiuta, scegliendo il sogno come fuga dalla realt (e si cita
Pascal, per cui basterebbe sognare davvero tutte le notti di essere
re, per essere felice - ma Nietzsche stesso ad ammettere che si

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tratterebbe d'inganno, anche se supremamente giocondo), oppure,


ed quello che la posterit nicciana ha accolto come vera lezione,
l'arte pu dire quello che dice perch l'essere stesso, nella sua
languida debolezzae generosit, che accetta anche questa
definizione, e gode nel vedersi visto come mutevole, sognatore,
estenuatamente vigoroso e vittoriosamente debole. Per, nello
stesso tempo, non pi come pienezza, presenza, fondamento, ma
pensato invece come frattura, assenza di fondamento, in definitiva
travaglio e dolore (e cito Vattimo, Le avventure della differenza, p.
84). L'essere allora pu essere parlato solo in quanto in declino,
non s'impone ma si dilegua. Siamo allora a una ontologia retta da
categorie deboli (Vattimo p. 9).
L'annuncio nicciano della morte di Dio altro non sar che
l'affermazione della fine della struttura stabile dell'essere
(Introduzione al Pensiero debole, p. 1983: 21) L'essere si dar solo
come sospensione e come sottrarsi (Vattimo Oltre
l'interpretazione, p. 18).
In altre parole: una volta accettato il principio che dell'essere si
parla solo in molti modi, che cosa che ci impedisce di credere che
tutte le prospettive siano buone, e che quindi non solo l'essere ci
appaia come effetto di linguaggio ma sia radicalmente e altro non
sia che effetto di linguaggio,e proprio di quella forma di linguaggio
che si pu concedere i maggiori sregolamenti, il linguaggio del mito
o della poesia? L'essere allora, oltre che (come ha detto una volta
Vattimo con efficace piemontesismo) camolato, malleabile,
debole, sarebbe puro flatus vocis. A questo punto esso sarebbe
davvero opera dei Poeti, intesi come fantasticatori, mentitori,

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imitatori del nulla, capaci di porre irresponsabilmente una cervice


equina su un corpo umano, e far d'ogni ente una Chimera.
Decisione per nulla confortante, visto che, una volta regolati i conti
con l'essere ci ritroveremmo a doverli fare con il soggetto che
emette questo flatus vocis (che poi il limite di ogni idealismo
magico).
Qual lo statuto ontologico di colui che dice che non vi alcun
statuto ontologico? Non solo. Se principio ermeneutico che non ci
siano fatti ma solo interpretazioni, questo non esclude che ci
possano essere per caso interpretazioni cattive. Dire che non c'
figura vincente del poker che non sia costruita da una scelta del
giocatore (magari incoraggiata dal caso) non significa dire che ogni
figura proposta dal giocatore sia vincente. Basterebbe che al mio
tris d'assi l'altro opponesse una scala reale, e la mia scommessa si
sarebbe dimostrata fallace. Ci sono nella nostra partita con l'essere
dei momenti in cui Qualcosa risponde con una scala reale al nostro
tris d'assi? Tornando al cacciavite di Rorty si noti che la mia
obiezione non escludeva che un cacciavite possa permettermi
infinite altre operazioni: per esempio potrei utilmente usarlo per
uccidereo sfregiare qualcuno, per forzare una serratura o per fare
un buco in pi in una fetta di groviera. Quello che sconsigliabile
farne usarlo per grattarmi l'orecchio. Per non dire (il che sembra
ovvio ma non ) che non posso usarlo come bicchiere perch non
contiene cavit che possano ospitare del liquido. Il cacciavite
risponde di SI a molte delle mie interpretazioni ma a molte, e
almeno ad una risponde di NO.

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Riflettiamo su questo NO, che sta alla base di quello che chiamer
il mio Realismo Negativo. Il vero problema di ogni argomentazione
decostruttiva del concetto classico di verit non di dimostrare
che il paradigma in base al quale ragioniamo potrebbe essere
fallace. Su questo pare che siano d'accordo tutti, ormai. Il mondo
quale ce lo rappresentiamo certamente un effetto
d'interpretazione, e sino a ieri lo interpretavamo come se i neutrini
viaggiassero anch'essi alla velocit della luce e forse domani
dovremo deciderci a cambiare idea mettendo in crisi una presunta
costante universale. Il problema piuttosto quali siano le garanzie
che ci autorizzanoa tentare un nuovo paradigma che gli altri non
debbano riconoscere come delirio, pura immaginazione
dell'impossibile. Quale il criterio che ci permette di distinguere tra
sogno, invenzione poetica, trip da acido lisergico (perch esistono
pure persone che dopo averlo assunto si gettano dalla finestra
convinti di volare, e si spiaccicano al suolo-e badiamo, controi
propri propositie speranze),e affermazioni accettabili sulle cose del
mondo fisico o storico che ci circonda? oniamo pure, con Vattimo (
Oltre l'interpretazione, p.100) una differenza tra epistemologia, che
la costruzione di corpi di sapere rigorosi e la soluzione di
problemi alla luce di paradigmi che dettano le regole la verifica
delle proposizioni (e ci sembra corrispondere al ritratto che
Nietzsche d dell'universo concettuale di una data cultura) e
ermeneutica come l'attivit che si dispiega nell'incontro con
orizzonti paradigmatici diversi, che non si lasciano valutare in
basea una qualche conformit (a regole o, da ultimo, alla cosa), ma
si danno come proposte poetiche di mondi altri, di istituzione di
regole nuove. Quale regola nuova la Comunit deve preferire, e
quale altra condannare come follia? Vi sono pur sempre, e sempre
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ancora, coloro che vogliono dimostrare che la terra quadra, o che


viviamo non all'esterno bens all'interno della sua crosta, o che le
statue piangono, o che si possono flettere forchette per
televisione,o che la scimmia discende dall'uomo-e ad essere
flessibilmente onesti e non dogmatici bisogna pure trovare un
criterio pubblico onde giudicare se le loro idee siano in qualche
modo accettabili.
Di l l'idea di un Realismo Negativo che si potrebbe riassumere, sia
parlando di testi che di aspetti del mondo, nella formula: ogni
ipotesi interpretativa sempre rivedibile (e come voleva Peirce
sempre esposta al rischio del fallibilismo) ma, se non si pu mai
dire definitivamente se una interpretazione sia giusta, si pu
sempre dire quando sbagliata. Ci sono interpretazioni che
l'oggetto da interpretare non ammette. Poniamo che su quel muro
sia dipinto uno splendido trompe l'oeil che rappresenta una porta
aperta.
Posso interpretarlo come trompe l'oeil che intende ingannarmi,
come porta vera (e aperta), come rappresentazione con finalit
estetiche di una porta aperta, come simbolo di ogni Varcoa un
Altrove,e cos via, forse all'infinito. Ma se l'interpreto come vera
porta apertae cerco di attraversarla, batto il naso contro il muro. Il
mio naso ferito mi dice che il fatto che cercavo di interpretare si
ribellato alla mia interpretazione. Certamente la nostra
rappresentazione del mondo prospettica, legata al modo in cui
siamo biologicamente, etnicamente, psicologicamente e
culturalmente radicati cos da non ritenere mai che le nostre
risposte, anche quando appaiono tutto sommato buone,

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debbano essere ritenute definitive. Ma questo frammentarsi delle


interpretazioni possibili non vuole dire che everything goes.
In altre parole: esiste uno zoccolo duro dell'essere, tale che alcune
cose che diciamo su di esso e per esso non possano e non
debbano essere prese per buone. Chi ha mai detto che i fatti che
interpreto possano pormi dei Limiti? Come posso fondare il
concetto di Limite? Questo potrebbe essere un semplice postulato
dell'interpretazione, perch se assumessimo che delle cose si pu
dire tutto non avrebbe pi senso l'avventura della loro
interrogazione continua. A questo punto anche il pi radicale dei
relativisti potrebbe decidere di assumere l'interpretazione del pi
radicale dei realisti vecchio stampo, visto che ogni interpretazione
vale l'altra.
Noi abbiamo invece la fondamentale esperienza di un Limite di
fronte al quale il nostro linguaggio sfuma nel silenzio: l'esperienza
della Morte. Siccome mi avvicino al mondo sapendo che almeno un
limite c', non posso che proseguire la mia interrogazione per
vedere se, per caso, di limiti non ce ne siano altri ancora. i che
voglio dire ora si ispira a una teoria non metafisica ma semioticolinguistica, quella di Hjelmslev. Noi usiamo segni come espressioni
per esprimere un contenuto, e questo contenuto viene ritagliato e
organizzato in forme diverse da culture (e lingue) diverse. Su che
cosa viene ritagliato? Su una pasta amorfa, amorfa prima che il
linguaggio vi abbia operato le sue vivisezioni, che chiameremo il
continuum del contenuto, tutto l'esperibile, il dicibile, il pensabile se volete, l'orizzonte infinito di ci che , stato e sar, sia per
necessit che per contingenza. Chiamiamolo pure essere o Mondo,

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come ci che presiede ogni costruzione e donazione di forma


operata dal linguaggio. Parrebbe che, prima che una cultura non
l'abbia linguisticamente organizzato in forma del contenuto, questo
continuum sia tuttoe nulla,e sfugga quindi a ogni determinazione. E
in tal senso Hjelmslev non avrebbe detto nulla di diverso da
Nietzsche. Tuttavia ha sempre imbarazzato studiosi e traduttori il
fatto che Hjelmslev chiamasse il continuo, in danese, mening, che
inevitabile tradurre con senso (ma non necessariamente nel
senso di significato bens nel senso di direzione, nello stesso
senso in cui in una citt esistono sensi permessie sensi vietati).
Che cosa significa che ci sia del senso, prima di ogni articolazione
sensata operata dalle conoscenza umana? Hjelmslev lascia a un
certo momento capire che per senso intende il fatto che
espressioni diverse in lingue diverse come piove, il pleut, it rains, si
riferiscano tutte allo stesso fenomeno. Come a dire che nel magma
del continuo ci sono delle linee di resistenza e delle possibilit di
flusso, come delle nervature del legno o del marmo che rendano
pi agevole tagliare in una direzione piuttosto che nell'altra. come
per il bue o il vitello: in civilt diverse viene tagliato in modi diversi,
per cui la sirloin steak americana non corrisponde a nessuna
bistecca nostrana. Eppure sarebbe molto difficile concepire un
taglio che offrisse nello stesso momento l'estremit del muso e la
coda.
Se il continuum ha delle linee di tendenza, per impreviste e
misteriose che siano, non si pu dire tutto quello che si vuole. Il
mondo pu non avere un senso, ma ha dei sensi; forse non dei
sensi obbligati, ma certo dei sensi vietati. Ci sono delle cose che
non si possono dire.

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Non importa che queste cose siano state dette un tempo. In seguito
abbiamo per cos dire sbattuto la testa contro qualche evidenza
che ci ha convinto che non si poteva pi dire quello che si era detto
prima.
Naturalmente ci sono dei gradi di costrizione. Si prendano due
esempi, la confutazione del sistema tolemaico e quella
dell'esistenza della Terra Australis Incognita come una immensa
calotta- fertilissima - che avrebbe avvolto l'emisfero sud del pianeta.
Quando vigevano le due ipotesi, ora refutate, il mondo noto
permetteva di essere spiegato in modo verosimile e ragionevole: la
teoria tolemaica per secoli ha dato ragione di moltissimi fenomeni,
e la persuasione dell'esistenza di una terra australe ha incoraggiato
innumerevoli viaggi di scoperta, che di quella terra avevano persino
toccato le presunte propaggini.
Poi si scoperto che il sistema copernicano (con le varie correzioni
apportatevi sino a Keplero) spiegava meglio i fenomeni celesti, e
che la Terra Australe in quanto calotta globale non esiste.
Potremmo persino pensare che un giorno - anche se per ora la
teoria eliocentrica risponde a pi quesiti e ci permette pi previsioni
di quanto non potesse la teoria geocentrica - emerga un sistema
pi esplicativo che mette in crisi entrambe le teorie. Ma per ora noi
dobbiamo scommettere sul sistema di Keplero, come se fosse
vero, e non possiamo usare pi la teoria geocentrica. Quanto alla
Terra Australe, nella misura in cui dobbiamo prestar fede ai dati di
una esperienza provata da migliaia di testimo

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Vorrei chiarire (anche a costo di ripiombare nello sconforto gli


ascoltatori che per un attimo avevano creduto di ritrovare una idea
consolatoria della Realt) che la mia metafora allude a qualcosa
che sta ancora al di qua delle leggi naturali, che persisterebbe
anche se le leggi newtoniane si rivelassero un giorno sbagliate - ed
anzi sarebbe proprio quel qualcosa che obbligherebbe la scienza a
rivedere persino l'idea di leggi che parevano definitivamente
adeguare la natura dell'universo. Quello che voglio dire che noi
elaboriamo leggi proprio come risposta a questa scoperta di limiti,
che cosa siano questi limiti non sappiamo dire con certezza, se non
appunto che sono dei gesti di rifiuto, delle negazioni che ogni
tanto incontriamo. Potremmo persino pensare che il mondo sia
capriccioso, e cambi queste sue linee di tendenza - ogni giorno o
ogni milione di anni. Ci non eliminerebbe il fatto che noi le
incontriamo.
siste uno Zoccolo Duro persino nel Dio delle religioni rivelate, dove
Dio prescrive dei limiti persino a se stesso. C' una bella Quaestio
Quodlibetalis di San Tommaso in cui il filosofo chiede utrum Deus
possit reparare virginis ruinam e cio se Dio possa riparare al fatto
che una vergine abbia perso la propria verginit. La risposta di San
Tommaso chiara: se la domanda riguarda questioni spirituali, Dio
pu certamente riparare al peccato commesso e restituire alla
peccatrice lo stato di grazia; se riguarda questioni fisiche, Dio pu
con un miracolo ricostituire l'integrit fisica della fanciulla; ma se la
questione logica e cosmologica, ebbene, neppure Dio pu fare
che ci che stato non sia stato. Lascio da decidere se questa
necessit sia stata posta liberamente da Dio o faccia parte della
stessa natura divina. In ogni caso, dal momento che c', anche Dio

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ne limitato.
Credo che ci siano dei rapporti tra questo mio modestissimo
Realismo Negativo (per cui avvertiamo qualcosa fuori di noie dalle
nostre interpretazioni solo quando riceviamo un diniego)e l'idea
popperiana per cui l'unica provaa cui possiamo sottoporre le nostre
teorie scientifiche quella della loro falsificabilit. Non sapremo mai
definitivamente se una interpretazione giusta ma sappiamo con
certezza quando non tiene.
Credo di essermi attenuto a questo principio di realismo negativo
sin da quando, all'inizio degli anni Sessanta, nel sostenere
l'indispensabile collaborazione del fruitore a ogni testo artistico,
intitolavo il mio libro Opera Aperta. Questo apparente ossimoro
mirava a sostenere che l'apertura, potenzialmente infinita, si
misurava di fronte all'esistenza concreta dell'opera da interpretare.
Che era poi da parte mia una ripresa dell'idea pareysoniana che
l'interpretazione si articola sempre in una dialettica di iniziativa
dell'interpretee fedelt alla forma da interpretare.
Infinite sono le interpretazioni possibili del Finnegans Wake ma
neppure il pi selvaggio tra i decostruzionisti pu dire che esso
racconta la storia di una contessa russa che si uccide gettandosi
sotto il treno.
Potrei tradurre questa mia idea di Realismo Negativo in termini
peirceani. Ogni nostra interpretazione sollecitata da un Oggetto
Dinamico che noi conosceremo sempre e solo attraverso una serie
di Oggetti Immediati (l'Oggetto Immediato essendo gi un segno,
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che pu essere chiarito solo da una serie successiva di


Interpretanti, ciascun interpretante successivo spiegando sotto un
certo profilo il precedente, in un processo di semiosi illimitata). Ma
nel corso di questo processo produciamo degli Abiti, delle forme di
comportamento, che ci portano ad agire sull'Oggetto Dinamico da
cui eravamo partitiea modificare la Cosa in S da cui eravamo
partiti, offrendo un nuovo stimolo al processo della semiosi. Questi
abiti possono avere o meno successo, ma quando non l'ottengono
il principio del fallibilismo deve portarci a ritenere che alcune delle
nostre interpretazioni non erano adeguate.
sufficiente intrattenere questa idea minimale di realismo, che
coincide benissimo col fatto che conosciamo i fatti solo attraverso il
modo in cui li interpretiamo? Una volta Searle aveva detto che
realismo significa che siamo convinti che le cose vadano in un
certo modo, che forse non riusciremo mai a decidere in che modo
vadano, ma che siamo sicuri che esse vadano in un certo qual
modo anche se non sapremo mai quale. E questo ci basta per
credere (e qui Peirce viene in soccorso a Searle) che in the long
run, alla fin fine, sia pure sempre parzialmente noi possiamo
portare avanti la torcia della verit.
La forma modesta del Realismo Negativo non ci garantisce che noi
possiamo domani possedere la verit, ovvero sapere
definitivamente what is the case, ma ci incoraggia a cercare ci che
in qualche modo sta davanti a noi; e la nostra consolazione di
fronte a ci che altrimenti ci parrebbe per sempre inafferrabile
consiste nel fatto che noi possiamo sempre dire, anche ora, che
alcune delle nostre idee sono sbagliate perch certamente ci che

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avevamo asserito non era il caso.


11 marzo 2012 sez.

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