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LA RIVOLUZIONE

DELLA RELATIVITÀ
SPECIALE E
GENERALE

Beggi Andrea PhD in Physics and Nano Sciences


Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia Dipartimento di Scienze FIM, a.a. 2016/17

Parte I: Relatività Speciale


(1) I grandi successi della Fisica Classica:
la Meccanica
• 1632: Galileo, Dialogo sopra i massimi sistemi → vengono introdotti il
principio di inerzia e la relatività classica (o galileiana) dei sistemi di
riferimento, critiche al modello aristotelico-tolemaico.

• 1687: Newton, Philosphiae Naturalis Principia Matematica: tre Leggi


della Dinamica, Legge di Gravitazione Universale, fondazione della
meccanica, unificazione di fenomeni celesti e terrestri.

• 1787: Equazioni di Lagrange


• 1833: Equazioni di Hamilton
(formulazioni generalissime della meccanica)

d ∂ ∂ ∂ ∂
− =0 pɺ i = − qɺi = ∀i
dt ∂qɺi ∂qi ∂qi ∂pi

Relatività Galileiana
«Rinserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio,
e quivi fate d'aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti: siavi anco un gran vaso d'acqua, e
dentrovi de' pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vada
versando dell'acqua in un altro vaso di angusta bocca che sia posto a basso; e stando ferma la
nave, osservate diligentemente come quelli animaletti volanti con pari velocità vanno verso tutte le
parti della stanza.
I pesci si vedranno andar notando indifferentemente per tutti i versi, le stille cadenti entreranno
tutte nel vaso sottoposto; e voi gettando all'amico alcuna cosa non più gagliardamente la dovrete
gettare verso quella parte che verso questa, quando le lontananze sieno uguali [..] Osservate che
avrete diligentemente tutte queste cose, benché niun dubbio ci sia mentre il vascello sta fermo non
debbano succedere così: fate muovere la nave con quanta si voglia velocità; ché (pur di moto
uniforme e non fluttuante in qua e in là) voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti
li nominati effetti; né da alcuno di quelli potrete comprendere se la nave cammina, o pure
sta ferma.»
(Dialogo sopra i massimi sistemi, Salviati, Giornata seconda.)

• Osservatori inerziali: sono inerziali quegli osservatori per cui vale il Principio di inerzia (I
Legge della Dinamica: “Un corpo non soggetto a forze esterne mantiene costante la propria
quantità di moto”).
• Un esempio di sistema di riferimento inerziale che viene spesso fatto è quello di un sistema
solidale con le stelle fisse (e.g. NON la Terra).
• Nei sistemi di riferimento inerziali tutte le forze misurate sono riconducibili alle 4 forze
fondamentali (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte e debole). In essi, lo spazio è
omogeneo e isotropo, così come il tempo.
• Dato un sistema di riferimento inerziale (chiamato arbitrariamente “sistema fisso”), tutti i
sistemi di riferimento che risultano essere in moto rettilineo uniforme rispetto ad esso
(“sistemi mobili”) sono anch’essi inerziali.
• Un sistema di riferimento in moto accelerato rispetto ad un sistema inerziale viene detto non
inerziale: in questo sistema si riscontra la presenza di forze non fondamentali, le cosiddette
“forze fittizie/apparenti/inerziali” (forza centrifuga, di Coriolis, forza di trascinamento lineare e
forza di trascinamento rotatorio) che vengono chiamate in causa per conservare la validità del I
principio della dinamica.

Trasformate di Galileo
Descrivono due sistemi di riferimento S ed S’, con gli assi cartesiani paralleli e con S’ in moto
rispetto ad S a velocità v lungo x. Al tempo t=t’=0 le origini di S ed S’ coincidevano

∆l = ∆l'
∆t 'A = ∆t A
vA ≠ v’A
∆x 'A = ∆x A − v ∆t A
vA ' = vA − v
aA ' = aA
z z'

 x ' = x − vt
 y' y S'
 = S x x'
TG ( v ) = 
z ' = z v
 t ' = t y y'

Relatività “Classica”
 Due osservatori inerziali in moto relativo l’uno rispetto all’altro daranno diverse descrizioni del
moto. In particolare, essi misureranno diverse posizioni per un corpo in movimento e diverse
velocità. Le posizioni e le velocità nel primo e nel secondo sistema di riferimento sono legate dalle
cosiddette Trasformate di Galileo.
 Le accelerazioni misurate, però, sono le stesse (dato che v è costante), per cui le forze sono
le stesse, e la II legge della Dinamica assume la stessa forma in entrambi i sistemi di riferimento.
 PRINCIPIO DI RELATIVITÀ CLASSICA: Tutte le leggi della meccanica assumono la stessa
forma nei sistemi di riferimento inerziali (sono cioè INVARIANTI rispetto alle Trasformate di
Galileo)
 Relatività classica del moto:
– I due osservatori misurano spostamenti diversi e quindi velocità diverse, tuttavia
– Gli intervalli di tempo tra due eventi sono gli stessi per entrambi gli osservatori inerziali (p.e.
tutti misurano la stessa durata del moto).
– La distanza tra due punti dello spazio, fissato il tempo, è la stessa per tutti gli osservatori (p.e.
tutti misurano la stessa lunghezza dell’oggetto in moto).
 Di fatto, il moto è relativo: dato che S ed S’ sono osservatori equivalenti, dire che S è fermo e
che S’ è in moto rispetto ad S con velocità v è come dire che S’ è fermo ed è invece S che si sta
muovendo con velocità –v rispetto ad esso: entrambe le situazioni sono descritte dalle Trasformate
di Galileo (basta sostituire v con –v). Non esistono osservatori inerziali privilegiati, né esiste un
qualsivoglia esperimento di meccanica che permetta di determinare quale dei due sistemi sia in
“moto” in senso assoluto.

“Tempo Assoluto” e “Spazio Assoluto”


 Nonostante il principio di relatività classica, la meccanica continuava a fare affidamento sui
concetti (introdotti da Newton stesso nei Principia) di uno spazio e di un tempo assoluti: lo spazio
assoluto è tale anche in assenza di oggetti, così come il tempo assoluto è tale anche in assenza di
moti, e scorre indipendentemente dagli osservatori.
 Queste idee furono fatte proprie da Kant, che nella Critica della Ragion Pura assunse spazio e
tempo assoluti come “a priori” della conoscenza, mentre vennero fortemente criticate da Leibniz e
dal reverendo Berkeley: entrambi infatti negavano la possibilità di attribuire un’esistenza allo
spazio o al tempo in assenza di corpi e/o di moti tramite i quali si potesse definirli.
 D’altro canto, tutti gli osservatori galileiani misuravano lo stesso valore per gli intervalli di tempo
e per le distanze (purché misurate ad un preciso istante di tempo), ossia vi era comunque un certo
grado di “assolutezza”. Perciò, questa ipotesi era solitamente accettata e tutti i sistemi di
riferimento inerziali (sebbene tra loro equivalenti e indistinguibili: non ha senso quindi parlare di
velocità assolute) erano ritenuti in quiete o in moto rettilineo uniforme rispetto allo spazio assoluto,
e condividevano con esso lo scorrere del tempo assoluto.

(2) I grandi successi della Fisica Classica:


l’Elettromagnetismo
 1861: Equazioni di Maxwell
– Unificazione dei fenomeni elettrici, magnetici e ottici
– Scoperta delle onde elettromagnetiche (1867, conferma sperim.
Hertz: 1886)
– La luce è un’onda elettromagnetica
– Tutte le onde elettromagnetiche si propagano nel vuoto a velocità c

  ρ   2

 1 ∂ E
∇⋅E = ∇⋅B = 0 ∇2 E = 2
ε0 ρ =0
c ∂t 2
  ⇒

2

  ∂B    ∂E j =0  1 ∂ B
∇× E = − ∇ × B = µ 0 j + µ 0ε 0 ∇2B = 2
∂t ∂t c ∂t 2
Equazioni di Maxwell Equazioni di D’Alembert per le onde
Ma c’è qualche problema…
• Le equazioni di Maxwell non sono invarianti sotto trasformazioni di Galileo: due osservatori
inerziali, perciò, vedranno due leggi diverse!
• Le onde elettromagnetiche viaggiano a velocità c, ma in quale sistema di riferimento?
• Dalla relatività galileiana, che sappiamo funzionare benissimo, deduciamo che la velocità della
luce deve variare a seconda del sistema di riferimento scelto.
• Risposta: forse le equazioni di Maxwell descrivono il moto delle onde e.m. in un sistema di
riferimento privilegiato: l’ETERE.

Che cos’è l’Etere?


• Nel 1678 Christian Huygens aveva ipotizzato, in contrasto con le
idee di Newton (teoria corpuscolare, 1675), una natura
ondulatoria della luce, che fu dimostrata nel 1801 da Thomas
Young col famoso esperimento dell’interferenza da doppia
fenditura
• All’epoca si conoscevano solo le onde meccaniche, quindi se la
luce era un’onda aveva bisogno di un mezzo materiale entro cui
propagarsi: l’etere luminifero.
• Questo mezzo doveva permeare ogni spazio vuoto (e pieno),
contribuire alla trasmissione del calore, essere privo di massa e
possedere diverse caratteristiche peculiari che lo rendevano
assai problematico da definire nella sua natura:
– essendo le onde luminose trasversali, l’etere doveva essere solido, invece che liquido
o gassoso;
– l'elevatissima velocità di propagazione della luce richiedeva una rigidità elevata per
l'etere;
– il fenomeno astronomico dell'aberrazione della luce delle stelle indicava che l'etere
dovesse restare immobile su enormi distanze.
– E tuttavia, in apparente contrasto con tutto ciò, non si poteva rivelare alcuna
resistenza al moto dei corpi attribuibile all'etere.
• Queste caratteristiche di imponderabilità,
impalpabilità e trasparenza rendevano l’etere
luminifero molto simile all’etere cristallino di
Aristotele (noto anche come quintessenza), che
costituiva il materiale di cui erano fatte le sfere
celesti e che riempieva i cieli: un materiale eterno,
immutabile, senza peso e trasparente, che rendeva
il cosmo un luogo statico e perfetto, in
contrapposizione alla Terra, luogo di cambiamento e
di caducità e regno dei 4 elementi classici (aria,
acqua, terra e fuoco).
• Si trattava insomma di una sostanza dalle
caratteristiche vagamente “metafisiche”, chiamata
in causa non solo per una sorta di “horror vacui”
retaggio della cultura medioevale, ma anche perché
si faticava ad accettare l’idea che esistessero
interazioni che si potevano propagare a distanza
senza alcun mezzo che le “sostenesse” (e.g. la
forza gravitazionale).
• L’etere, inoltre, rappresentava un sistema di
riferimento privilegiato, in aperto contrasto con
quanto previsto dalla relatività classica.
1887: L’Esperimento di Michelson e Morley e
l’inesistenza dell’Etere
• La Terra orbita, nel suo moto di rivoluzione intorno al Sole, alla velocità di circa 30 km/s (senza
contare il moto di rotazione attorno al proprio asse, che ha un picco all’equatore di 460 m/s, e
quello di rivoluzione attorno al centro della galassia, di 217 km/s).
• Un vento d'etere con quella velocità avrebbe dunque dovuto investire la Terra in direzione
opposta al proprio moto di rivoluzione.

• Nel 1887, Michelson e Morley, con il loro noto esperimento, hanno fornito quello che, a
posteriori, viene dai più considerato come l'experimentum crucis sulla questione.
• Tramite il loro esperimento di interferometria, essi dimostrarono con elevata precisione che la
luce ha la stessa velocità in qualsiasi direzione la si misuri.
• Nell’esperimento, un raggio di luce si divide in 2 e percorre due cammini ortogonali della stessa
lunghezza, poi i 2 raggi vengono fatti interferire: se ruotando lo strumento la velocità della luce
lungo i due cammini varia, allora si osserveranno variare le distanze tra le frange di
interferenza. L’esperimento riscontra l’assenza di tali variazioni.

Il colpevole dev’essere altrove…


• Dato che non esistevano modelli alternativi, il risultato venne interpretato semplicemente come
la prova dell'assenza di vento d'etere, da spiegare con eventuali altri meccanismi, come ad
esempio il trascinamento vicino alla superficie terrestre di un etere non più pensato fisso nello
spazio (e altre supposizioni abbastanza “forzate”).

• Scartata però l’esistenza dell’etere, o altre ipotesi poco credibili, l’incongruenza sulla velocità
della luce poteva essere spiegata in due soli modi:
1. Le Equazioni di Maxwell erano “sbagliate”.
2. Le trasformate di Galileo (e quindi la relatività classica) erano “sbagliate”.

• Eppure, entrambe le teorie avevano funzionato benissimo sino ad allora…


1899-1904: Lorentz e Poincarè
• Tra il 1899 ed il 1904 H. Lorentz formula una trasformazione
matematica (che ancora oggi porta il suo nome) che permette di
cambiare il sistema di riferimento mantenendo:
– invariate le equazioni di Maxwell e
– costante la velocità della luce in tutti i sistemi di riferimento.
• Conseguenze peculiari di questa trasformazione sono la
contrazione delle lunghezze per i corpi in moto, e un tempo
locale misurato dagli osservatori in movimento. Altri fisici e
matematici (tra cui Larmor, Poincarè e FitzGerald) lavorano sulle
equazioni di Lorentz e confermano le sue conclusioni.
• Man mano, quella che nasce come mera ipotesi matematica,
diventa sempre più credibile come spiegazione fisica, sebbene preveda effetti paradossali e
mai osservati.
• Infatti, le Trasformate di Lorentz NON si sostituiscono a quelle di Galileo, ma le inglobano
come caso limite quando la velocità del sistema di riferimento in moto v è molto minore di c.

 x ' = γ ( x − vt )
 y' = y v  x ' = x − vt

β = ≤1  y' = y
c 
TL ( v ) =  z ' = z lim TL ( v ) = TG ( v ) = 
z ' = z
1 β →0
 γ = ≥1
 t ' = γ  t + β x  1− β 2  t ' = t
  c

Trasformate di Lorentz
Descrivono due sistemi di riferimento S ed S’ nella stessa situazione delle Trasformate di Galileo

1905: L’Annus mirabilis della Fisica


• Nel 1905 Albert Einstein pubblica tre articoli passati alla storia,
riguardanti:
1) la spiegazione dell’Effetto fotoelettrico (che contribuisce,
col lavoro di Planck, a fondare la Meccanica Quantistica),
2) la spiegazione del Moto Browniano (che fornisce la prova
definitiva dell’ipotesi atomico-molecolare della struttura
della materia) e
3) la fondazione della Relatività Speciale (o Relatività
ristretta).
• In quest’ultimo articolo, denominato “Sull’Elettrodinamica dei
corpi in movimento”, Einstein riesce a riconciliare Meccanica ed
Elettromagnetismo tramite la fondazione di una “nuova fisica” basata su due postulati:
l’invarianza di tutte le leggi fisiche nei sistemi di riferimento inerziali e la costanza della
velocità della luce in tutti i sistemi di riferimento inerziali. Come vedremo, questi postulati
“riscrivono” le Leggi della Dinamica per velocità dei corpi prossime a quella della luce.

I Postulati della Relatività Ristretta


• POSTULATO I (Principio di Relatività Speciale)
Tutte le leggi della fisica (e.g. sia della meccanica che dell’elettromagnetismo) assumono
la stessa forma nei SdR inerziali.
• POSTULATO II (Principio di invarianza della velocità della luce)
La velocità della luce nel vuoto è identica in tutti i SdR inerziali ed è pari a c ≈ 300.000
km/s, indipendentemente dallo stato di moto della sorgente che la emette. Tale velocità
costituisce un valore limite oltre il quale nessun oggetto o effetto fisico può viaggiare.

• Dai due soli postulati suddetti (uniti all’omogeneità e all’isotropia dello spazio e del tempo) si
riescono a ricavare le Trasformate di Lorentz, che “sostituiscono” (estendendole) a quelle di
Galileo.
• Inoltre, data la costanza di c in tutti i sistemi di riferimento, secondo Einstein non vi è alcuna
necessità di ipotizzare l’esistenza dell’etere luminifero (Lorentz, FitzGerlald e Poincarè
invece facevano ancora riferimento ad esso).

Conseguenze delle Trasformazioni di Lorentz sulla


Meccanica
• La sostituzione delle Trasformate di Galileo con quelle di Lorentz, tuttavia, non è “indolore”,
perché – come abbiamo anticipato – esse producono effetti fisici abbastanza “sconcertanti” per
il senso comune.
• Tra essi, ricordiamo:
– La dilatazione dei tempi per gli osservatori in movimento,
– La contrazione delle lunghezze degli oggetti in moto,
– La relatività della simultaneità degli eventi,
– L’unificazione dello spazio e del tempo in un’unica entità inscindibile (detta
spaziotempo o cronòtopo)
• Buona parte di queste “stranezze” è da imputare direttamente proprio alla finitezza e alla
costanza della velocità della luce in tutti i SdR inerziali. Questi effetti, infatti, divengono tutti
trascurabili quando le velocità v dei corpi in moto sono molto minori di c, e sotto tali
condizioni si “recupera” la piena validità della meccanica classica di Galileo e Newton.

Dilatazione dei Tempi e Rallentamento degli orologi in moto

Specchio
Sorgente
luminosa
raggio raggio

raggio
• Il dispositivo qui visto può essere considerato un “orologio a luce”, in cui il raggio luminoso
“scandisce il tempo”: la sorgente emette il raggio che, rimbalzando sullo specchio, torna
indietro alla sorgente e fa scattare l’emissione di un nuovo raggio, il tutto in un tempo costante
pari a ∆t.
• L’osservatore S sul treno vede il segnale luminoso emesso dalla sorgente viaggiare a velocità
c e seguire una traiettoria verticale, e misura un tempo ∆t (detto tempo proprio perché
misurato da un osservatore solidale col fenomeno – la sorgente che emette e riceve).
• L’osservatore S’ fermo in stazione vede il segnale luminoso viaggiare sempre a velocità c, ma
lo vede percorrere una traiettoria più lunga, e quindi impiegare un tempo ∆t’> ∆t. Lo stesso
vale per ogni altro osservatore in moto rispetto a S.
• Il calcolo con le Trasformazioni di Lorentz conferma che ∆t’= γ·∆t >∆t.

• Possiamo pensare che l’osservatore S ' fermo in stazione possieda un dispositivo identico a
quello sul treno: osservando allora l’orologio di S, esso dedurrà che è in ritardo rispetto al suo.
• Ma attenzione: il rallentamento è simmetrico! Difatti, se S dal finestrino del treno guarda
l’orologio fermo in stazione, penserà che è la stazione a muoversi a velocità –v rispetto a lui, e
quindi percepirà che è l’orologio di S' ad essere in ritardo rispetto al suo! Ecco perché si parla
di “relatività”: non esiste un sistema di riferimento “privilegiato” in cui la situazione fisica sia
diversa! Non a caso, per scambiare di ruolo i due osservatori basta cambiare segno alla
velocità di trascinamento v' che compare nelle Trasformate di Lorentz.
• È da osservare che solo un orologio solidale con un fenomeno fisico (cioè fermo rispetto ad
esso) misura il tempo proprio di quel fenomeno. Tutti gli altri osservatori, in moto rispetto al
fenomeno, misureranno un tempo più lungo.

• Questo è un classico esempio di “gedanken experimenten” (esperimento mentale), strumento


ampiamente usato da Einstein per esemplificare le peculiarità della relatività speciale (e
generale).

Sincronizzazione degli
o ro l o g i
• Secondo la teoria della relatività è
possibile sincronizzare soltanto quegli
orologi che siano in quiete l’uno rispetto
all’altro e quindi appartengano allo stesso
sistema di riferimento. Si trasmetta un
segnale luminoso dal punto A al tempo
t=0, che venga riflesso dal punto B e
ritorni in A al tempo di t = T; nota la
distanza AB, e quindi T, si potrà allora
regolare un orologio situato in B in modo
che segni il tempo t = T/2 all’istante della
riflessione.
• Non è però possibile sincronizzare tra
loro due orologi in moto, perché per
effetto del moto relativo la luce
impiegherà tempi diversi a percorrere il
cammino per i due diversi osservatori,
ciascuno solidale col proprio orologio. Di
questo problema di sincronizzazione,
insito nelle trasf. di Lorentz, si era già
accorto Poincaré (che aveva ottenuto
però tale risultato con un conto di
relatività semi-classico, ipotizzando cioè una diversa velocità della luce all’andata e al ritorno),
e per questo aveva parlato di “tempo locale” per i diversi osservatori.
• Possiamo comunque, sempre tramite un segnale luminoso, sincronizzare diversi orologi in
quiete relativa tra loro: allora, ne posizioneremo idealmente uno in ogni punto dello spazio, e
descriveremo il moto di una particella associando ad ogni punto dello spazio l’ora letta dal
relativo orologio quando la particella vi transita. Ciascun orologio misurerà però il “tempo
proprio” di quel punto, che sarà quindi un tempo dilatato rispetto al tempo proprio della
particella, misurato da un orologio solidale con essa durante il moto.
• Come vedremo poi nella Relatività generale, non è possibile sincronizzare gli orologi nello
stesso punto e poi spostarli, perché anche le accelerazioni provocano un rallentamento.

Contrazione delle Lunghezze

Fotocellula

• L’osservatore S sul treno, che vuole misurare la lunghezza del vagone ∆l, essendo solidale
con esso può valutare, ad un istante di tempo fissato, la posizione di entrambi i suoi estremi xA
e xB, e dalla loro differenza calcolare ∆l. Tale lunghezza è detta lunghezza propria o lunghezza
a riposo proprio perché misurata da un osservatore fermo rispetto all’oggetto.
• L’osservatore S' fermo in stazione, invece, non può appoggiare il righello al vagone in
movimento. Potrà però valutare la lunghezza ∆l' del treno tramite una fotocellula ferma su
binario: essa scatta quando passa la testa del vagone davanti ad essa e riscatta quando viene
superata dalla coda del vagone, misurando un tempo ∆t' che è il tempo proprio del transito
(dato che è misurato da un orologio fermo in un punto). Sapendo che il vagone ha velocità v,
allora ∆l' = v ∆t'.
• Invece, l’osservatore sul treno vede la fotocellula muoversi a velocità –v e passare dalla testa
alla coda del vagone in un tempo ∆t = ∆l / v > ∆t' in quanto NON è il tempo proprio del transito
(essendo misurato da due orologi diversi, uno in testa ed uno in coda al vagone). Dal
confronto emerge che ∆l' = ∆l/γ < ∆l
• Otterremmo lo stesso risultato se l’osservatore S' fermo in stazione scattasse, ad un certo
istante di tempo, un’istantanea delle posizioni iniziale x'A e finale x'B del vagone nel suo sistema
di riferimento (che, ricordiamo, si muove a velocità –v rispetto al vagone). Applicando le
trasformate di Lorentz per correlare le due lunghezze, ne dedurremmo sempre che ∆l' = ∆l/γ <
∆l.
• L’osservatore S’ fermo in stazione osserva quindi una lunghezza “contratta” del vagone, e lo
stesso vale per tutti gli oggetti che per lui sono in moto. Similmente, per simmetria,
l’osservatore S sul treno ha una visione contratta delle dimensioni della stazione. La
contrazione delle lunghezze avviene solamente nella direzione del moto (asse x), mentre lungo
le direzioni ortogonali ad essa (assi y e z) il fenomeno non si osserva.
• Questa contrazione è osservata solo dagli osservatori in moto rispetto ad un oggetto, ed era
già nota a Lorentz e FitzGerald, tuttavia quest’ultimo l’aveva interpretata come una reale
“contrazione fisica” della materia: per spiegare l’esperimento di Michelson e Morley, infatti,
aveva ipotizzato che il braccio dell’interferometro in moto rispetto all’etere – il SdR “assoluto” –
subisse un accorciamento (dovuto all’aumento delle forze di coesione molecolare e descritto
dalle trasformate di Lorentz) tale da impedire di osservare variazioni delle frange di
interferenza. Tuttavia la corretta interpretazione del fenomeno, che scartava l’etere, fu data da
Einstein.

Relatività della Simultaneità


• Consideriamo il vagone di un treno in movimento. Sulle pareti opposte del vagone si trovano
due sorgenti di luce, che nello stesso istante di tempo emettono due raggi diretti verso il centro
del vagone. L’osservatore S, fermo in tale punto, riceve la luce di entrambi i raggi nello stesso
momento, e deduce che i due eventi di arrivo sono simultanei.

• In stazione, l’osservatore S' invece percepisce che il centro del vagone si sta spostando verso
destra, per cui viene raggiunto prima dal raggio emesso dalla sorgente di destra (che deve fare
meno strada per raggiungerlo) e dopo da quello proveniente da sinistra. I due eventi di arrivo
non sono quindi più simultanei!

• Come verificare se due eventi sono simultanei? L’osservazione visiva non basta, perché
dobbiamo tener conto della velocità finita della luce: se infatti osserviamo in cielo, col nostro
telescopio, un’eruzione sulla superficie solare in contemporanea con l’esplosione di una
supernova, sappiamo che in realtà stiamo osservando due eventi molto distanti nel tempo: il
primo è avvenuto circa 8 minuti fa, mentre il secondo probabilmente molti milioni di anni fa, ma
la loro luce – avendo percorso cammini diversi – ci è giunta nello stesso istante, facendoceli
apparire come eventi simultanei anche se non lo sono.
• Dunque, per tenere conto della velocità finita della luce, diremo che due eventi che avvengono
in due luoghi diversi dello spazio sono simultanei per un osservatore se gli orologi da lui
sincronizzati posti in quei due luoghi segnano la stessa ora quando avvengono. Tuttavia, come
già sappiamo, gli osservatori in moto relativo rispetto ad essi misureranno un diverso scorrere
del tempo, e in conseguenza di ciò gli eventi a loro non appariranno più simultanei (vedi
l’esempio precedente).
• Crolla così un caposaldo della relatività classica, secondo cui due eventi sono simultanei per
tutti gli osservatori inerziali, dato che lo scorrere del tempo era considerato un assoluto. Nella
relatività speciale, invece, la simultaneità è un concetto relativo, che dipende fortemente dal
sistema di riferimento! Se la velocità della luce fosse infinita, gli eventi simultanei per un
osservatore inerziale lo sarebbero anche per tutti gli altri, come accadeva nella fisica classica.
• Se la simultaneità diviene relativa, lo divengono anche i concetti di “prima” e “dopo”: infatti, due
eventi A e B possono avvenire l’uno prima dell’altro o viceversa a seconda del sistema di
riferimento da cui vengono osservati! Questo però non inficia il principio di causalità perché,
come vedremo meglio dopo, tutti gli eventi causalmente connessi (del tipo A → B) hanno un
ordinamento temporale che è lo stesso per tutti gli osservatori possibili (A precede sempre B).
Anche alla relatività c’è un limite!

Sintesi: Conseguenze delle Trasformate di Lorentz


• Le contrazioni delle lunghezze e le dilatazioni dei tempi sono reali allo stesso modo in cui è
reale la variazione di frequenza osservata nell’effetto Doppler: la frequenza propria della
sorgente, quella misurata da un osservatore solidale, rimane la stessa, ma tutti gli osservatori
in moto relativo rispetto alla sorgente ne percepiranno un’altra.
• Le contrazioni e le dilatazioni sono riscontrate da un osservatore S' in moto rispetto al
fenomeno: l’osservatore solidale S, infatti, non osserverà una “contrazione fisica” degli oggetti
e nemmeno una “dilatazione temporale” dei fenomeni periodici. Tuttavia, l’effetto è simmetrico
per i fenomeni solidali con S' visti da S.
• Questi effetti fisici diventano significativi solo per β = v/c ≥ 0.1

Addizione delle Velocità


• Se il postulato dell’invarianza della velocità della luce afferma che c è la massima velocità
possibile per qualsiasi oggetto o effetto fisico, allora non vale più la semplice regola di
addizione delle velocità prevista dalle Trasformate di Galileo.
• Infatti, le Trasformate di Lorentz prevedono una “correzione relativistica” alla somma delle
velocità, che consente di:
• Mantenere la velocità della luce costante e pari a c in qualsiasi SdR inerziale.
• Impedire ad una qualsiasi velocità di superare c.
• Nel caso più semplice, cioè di un SdR S' in moto rispetto ad S a velocità v lungo l’asse x, ciò
che si osserva è che le modifiche relativistiche alla velocità u' vista da S' riguardano TUTTE e
tre le componenti della velocità u misurata da S. Da ciò discende il cosiddetto effetto Doppler
trasversale, che è stato verificato sperimentalmente.
• Secondo le trasformate di Lorentz, anche l’accelerazione dipende dal SdR scelto.

Il concetto relativistico di “Evento”


• Le trasformate di Lorentz mostrano chiaramente come coordinate spaziali e temporali siano
indissolubilmente intrecciate nel passaggio da un SdR inerziale ad un altro.
• Ne consegue che con la relatività ha fine l’idea classica di spazio e tempo come entità
separate: essi vengono infatti rimpiazzati da un’unica entità, lo spazio-tempo o cronòtopo.

«Nessuno è mai stato in grado di osservare un dato posto se non in un certo tempo, né
di osservare un tempo se non in un certo luogo»
H. Minkowsky.

• Lo spaziotempo rappresenta la collezione di tutti i possibili eventi che si sono realizzati o si


realizzeranno nell’universo.
• Un evento A è un fenomeno fisico individuato da 4 coordinate, che specificano il luogo ed il
tempo in cui si verifica e che dipendono dal SdR: p.e. due osservatori S ed S' attribuiranno
ad A le coordinate

sA=(c·tA,xA,yA,zA) ed s'A=(c·t'A,x'A,y'A,z'A).

Eventi e Quadrintervalli
• La distanza tra due eventi è definita dalla seguente operazione:

≡ c 2 ( t A − t B ) −  ( x A − x B ) + ( y A − y B ) + ( z A − z B )  = c 2 ( ∆ t ) − ( ∆r )
2 2 2 2 2 2 2
( s A − sB )  

• che include non solo la distanza spaziale, ma anche quella temporale tra i due eventi. Il segno
meno che compare nell’espressione indica il trattamento “peculiare” della dimensione
temporale, che – seppur connessa – non è completamente “assimilabile” alle altre 3 spaziali.
• La precedente espressione prende il nome di quadrintervallo ∆s² ed è costante al variare del
sistema di riferimento (è invariante sotto Trasformazione di Lorentz):

2 2
( s A − sB ) = ( s ' A − s 'B )
• Si noti che in questo spazio la metrica non è definita positiva (ci possono essere distanze
negative!). A seconda del segno di ∆s² , infatti, distingueremo tra:
– Quadrintervalli di tipo spazio (∆s²<0): gli eventi A e B sono ad una distanza spaziale
∆r talmente grande che nemmeno la luce può coprirla nell’intervallo di tempo ∆t;
pertanto, non possono essere causalmente connessi, e la relazione temporale di
precedenza tra A e B dipende dal SdR che uso per descriverli;
– Quadrintervalli di tipo luce (∆s²=0): gli eventi A e B sono ad una distanza spaziale
∆r esattamente uguale a quella coperta dalla luce nell’intervallo di tempo ∆t, per cui
possono essere causalmente connessi;
– Quadrintervalli di tipo tempo (∆s²>0): gli eventi A e B sono ad una distanza
spaziale ∆r che può essere coperta nel tempo ∆t anche da un segnale più lento
della luce; possono essere pertanto causalmente connessi, ed il loro ordinamento
temporale è univoco in tutti i SdR inerziali (p.e. si ha sempre tA>tB).

Diagrammi di
Minkowsky
• I lavori di Einstein e di Lorentz, così come
l’approccio quadridimensionale proposto
da Poincaré alla descrizione degli eventi,
furono rielaborati nel 1907-08 da Hermann
Minkowski, che riformulò la meccanica e
l’elettrodinamica in uno spazio 4D (lo
spazio degli eventi) noto come spazio di
Minkowsky (M4).
• Se ragioniamo su un caso semplice, p.e. un
corpo che si muove su di una retta, lo
spazio di Minkowsky ha solo 2D (1 spaziale
+ 1 temporale), e un generico evento o
“punto universo” s rappresentato su di esso
avrà coordinate s=(ct,x).
• Nella rappresentazione tradizionale dei diagrammi di Minkowsky 2D, l’asse temporale è diretto
verso l’alto ed è moltiplicato per c (in modo che sia omogeneo ad una lunghezza, p.e. metri o
anni luce).
• Il moto di un corpo può essere rappresentato da una sequenza di punti (“linea universo” o
“worldline”) sul diagramma di Minkowsky. Se il moto è uniforme con velocità v, la linea
universo sarà una retta, tanto più inclinata quanto più il corpo è lento (le rette verticali
rappresentano quindi corpi fermi, con x = costante): la pendenza è infatti c/v, quindi il moto di
un fotone è rappresentato da una retta a 45°, e di conseguenza nessuna linea può avere
pendenza minore di essa. Due oggetti in quiete relativa saranno rappresentati da due linee tra
loro parallele.
• Il diagramma di Minkowsky rappresenta la prospettiva di un particolare osservatore, ossia
di un preciso SdR S. Altri osservatori S' in moto r.u. rispetto ad S osserveranno diversi
valori per le coordinate degli eventi e diverse inclinazioni delle linee universo. Tutti
quanti vedranno, però, le linee universo della luce inclinate di 45°.

• Supponiamo ora di studiare un fenomeno fisico che si trova a t=0 in x=0: la sua
rappresentazione sarà dunque il punto O. Osservando il diagramma di Minkowsky, notiamo
che la regione del piano che contiene l’ asse temporale ed è compresa tra due raggi di luce
x=ct e x=-ct racchiude tutti gli eventi che fanno parte del passato dell’evento (e che quindi
potrebbero essere la sua causa) e del suo futuro (che cioè potrebbero essere conseguenze di
tale fenomeno). Questa regione prende il nome di “cono di luce” per via della forma che
assume nello spazio a dimensione maggiore (es 3D in figura alla pagina seguente).
• I punti esterni a questa regione potrebbero essere connessi ad O solo da un segnale che
viaggia a velocità maggiori di c, ma ciò è impossibile: sono pertanto eventi che non possono in
nessun modo interagire causalmente con O, e vengono quindi indicati genericamente come
“altrove”.

Una “nuova” dinamica


PROBLEMA
• Abbiamo visto che le velocità e anche le accelerazioni ora dipendono dal SdR scelto
dall’osservatore. Questo inevitabilmente determinerà una modifica delle tre Leggi di Newton
della Dinamica, se vogliamo che mantengano la stessa forma in ogni sistema di riferimento (I
postulato).
• Ma una modifica è necessaria anche perché F = ma implica che, qualunque sia l’accelerazione
a, trascorso un tempo sufficientemente grande si può accelerare un corpo a piacere,
portandolo quindi anche a velocità maggiori di c, ma questo è in contraddizione col postulato di
invarianza della velocità della luce, secondo cui niente può viaggiare a velocità v > c.
• D’altro canto, stando ai dati sperimentali, sappiamo benissimo che la II Legge di Newton
funziona in maniera ottimale (almeno per velocità molto minori di c).

SOLUZIONE
• Dovremo sostituire la II Legge di Newton con una nuova legge che impedisca ad un corpo di
raggiungere v>c ma che per v « c si riduca alla nota F = ma.

La massa dinamica
• La soluzione trovata da Einstein sta nello scrivere la II
Legge della Dinamica come:
 ∆p ∆ ( m (v ) ⋅ v )
F= =
∆t ∆t
• In essa, la massa m del corpo (massa dinamica)
dipende dalla sua velocità v e può essere scritta
come:
m0
m ( v ) = γ ( v ) ⋅ m0 =
1− v2 / c2
• La grandezza m0 viene detta massa a riposo
perché è la massa misurata da un osservatore
solidale con il corpo. Come si nota, m cresce
al crescere di v, e perde di significato quando
v ≥ c, determinando così l’impossibilità di
raggiungere o superare tale velocità.

• Di fatto, man mano che v si avvicina a c, per


effetto del fattore γ la massa del corpo cresce
sempre di più, rendendo necessaria una forza
F sempre più grande per produrre anche solo
una piccola accelerazione a. Al limite,
servirebbe una forza infinita per portare il
corpo a v = c.

Equivalenza massa-energia
• Sempre del 1905 è l’articolo “L’inerzia di un corpo dipende dal suo contenuto di Energia?”, in
cui Einstein afferma:

«Se un corpo emette una quantità di energia E sottoforma di radiazioni, la sua massa
diminuisce di E/c². Poiché non esiste alcuna differenza fra la massa sottratta al corpo e
l’energia di radiazione, siamo condotti a concludere che la massa di un corpo è una
misura del suo contenuto di energia»

• Pertanto, se un corpo emette o assorbe un’energia E, la sua massa varierà di un quantitativo


∆m=E/c²: se E>0 (energia assorbita) allora la massa del corpo aumenta (∆m>0), viceversa se
E<0 (energia emessa) la massa del corpo diminuisce (∆m<0).
• In generale, l’intera massa dinamica di un corpo (o di un sistema) può essere convertita in
energia secondo la celeberrima relazione:
E = mc 2
• Anche se il corpo è fermo e non è soggetto a forze, per il solo fatto di possedere una massa a
riposo m0 avrà comunque un certo contenuto di energia, che prende il nome di energia a riposo
E0. Spesso, in relatività, la massa a riposo di un corpo è espressa in termini di E0 (in J o eV –
NB: 1eV = 1.6·10–19 J) scegliendo un sistema di unità di misura per cui c=1.

Energia totale ed Energia cinetica


• Nella fisica classica la massa rappresentava un’invariante (indipendente dal SdR) e
possedeva una propria legge di conservazione, distinta dalla legge di conservazione
dell’energia totale.
• Ora, con la nuova dinamica relativistica, la massa m di un corpo dipende dalla sua velocità v, e
rappresenta una forma di energia da aggiungere all’enunciato di conservazione dell’energia
meccanica, accanto alle tradizionali forme (energia cinetica T, energia potenziale U): si ha
pertanto un’unica legge di conservazione della massa-energia.
• Nello specifico, se il corpo non è soggetto a forze (U=0), la sua energia totale E può essere
scritta come segue:
E = mc 2 = m0γ c 2 = T + m0 c 2
• In essa riconosciamo due contributi: un contributo dovuto alla massa a riposo m0 (energia a
riposo, l’unica presente se v=0) del corpo ed un altro contributo, di tipo cinetico T, che è
definito in modo diverso dalla fisica classica. Tuttavia, nel limite delle basse velocità,
recuperiamo la formula classica dell’energia cinetica:
  1 v2   1
T = mc − m0 c = m0 c (γ − 1)
2 2 2
lim T ≈ m0 c   1 +
2
2 
− 1  = m0 v 2
β →0
 2 c   2

Conseguenze della Equivalenza massa-energia


• Si noti che se la massa non è altro che una forma di energia, ciò vuol
dire che la massa può essere convertita in energia (p.e. cinetica o
potenziale) e che l’energia può essere convertita in massa. E, come
abbiamo già visto, un contributo di energia negativo E corrisponde ad
una variazione di massa negativa: un fatto che ha conseguenze fisiche
molto particolari!
• L’equivalenza massa-energia ipotizzata da Einstein, infatti, è alla base
di numerosissimi fenomeni fisici, e possiede un numero spropositato di
conferme sperimentali.
• Una prima riprova è data dal fatto che la massa di un atomo di idrogeno (così come quella di
un qualsiasi altro atomo) è minore della massa totale dei suoi costituenti (protone + elettrone)
proprio perché, nel computo totale, va inserita l’energia potenziale U di legame tra protone ed
elettrone (la cosiddetta binding energy, somma dei contributi cinetico + elettrostatico) che è
negativa:
U
M H = m p + me − = ( 938272, 0 + 511, 0 − 0, 0136 ) eV < m p + me
c2
• Come si vede è una correzione molto piccola (sebbene misurabile sperimentalmente), ma per
gli atomi di massa maggiore diventa tutt’altro che irrilevante (va considerata anche la binding
energy nucleare tra protoni e neutroni), e non si può più trascurare.
• In maniera analoga, anche il sistema solare, per effetto delle interazioni gravitazionali tra i
pianeti e il Sole (energia meccan. negativa) “pesa” meno della massa totale di Sole e pianeti,
però in questo caso la correzione è ampiamente trascurabile (sul totale): nel caso
dell’interazione tra Terra (5,98×1024 kg) e Sole (1,99×1030 kg) l’energia potenziale
gravitazionale provoca un difetto di massa di circa 5,9×1016 kg, che è irrilevante rispetto alla
massa di entrambi, ma comunque grosso come una delle lune di Marte!

Reazioni Nucleari
• L’equivalenza massa-energia è quindi alla base dell’energia
liberata nelle reazioni nucleari di fusione e di fissione:
– In particolare, nella fusione, che avviene nel nucleo del
Sole, quattro nuclei di idrogeno H vengono fusi in un
nucleo di Elio 4He (catena protone-protone), che ha una
binding energy molto negativa e quindi ha una massa
molto minore di 4H. L’energia in eccesso (26.22 MeV)
viene così liberata sottoforma di luce e calore.
– Analogamente, nel processo di fissione dell’uranio 235U, il
nucleo dell’uranio viene bombardato con un neutrone: si
ottiene un nucleo instabile che si spezza in due nuclei più
stabili, p.e. 92Kr e 141Ba (cioè con binding energy nucleare
più negativa), ed emette altri 3 neutroni (che vanno a
colpire gli altri atomi di 235U e innescano così la famosa
reazione di fissione a catena). L’eccesso di energia (~200
MeV) viene liberato sempre sottoforma di luce e calore.
– Rispetto alla scala macroscopica, ciascuno di questi
processi atomici libera un’energia decisamente molto
minore di quella dei fenomeni con cui abbiamo
quotidianamente a che fare. Tuttavia, considerando che in
una sola mole di Uranio (235 g) ci sono NA=6,022 × 1023
atomi, diviene evidente come l’energia liberata nel
complesso sia enorme. Per esempio, l’ordigno nucleare
“Little Boy” che distrusse Hiroshima durante la II Guerra
Mondiale ha convertito 600-860 mg di massa in un’energia
di 67 TJ (16 kiloton – NB: 1 kton = 4,184 TJ ).
– Nel romanzo “Angeli e Demoni”, Dan Brown ipotizza che
un dispositivo contenente m = 250 mg di antimateria venga
piazzato in Vaticano. Venendo a contatto con un
quantitativo identico di materia, essa si annichilerebbe
trasformando tutta la propria massa e quella della materia
in luce e calore, pari ad un’energia 2mc² di circa 10 kiloton
(capace di radere al suolo l’intera Città del Vaticano e le adiacenze nel raggio di un
kilometro). Viceversa, anche un fotone (luce) di energia sufficientemente alta può creare
“dal nulla” una coppia particella-antiparticella convertendo la propria energia in massa.

Quantità di moto e urti


• La quantità di moto relativistica è definita dalla relazione:
  
p = mv = m0γ v
• Partendo dall’equazione che definisce la massa dinamica,
si ottiene la seguente relazione tra l’energia totale E=mc² e
la quantità di moto:

E 2 = p 2c 2 + m0 2 c 4
• Così come accade nella fisica classica, i valori di energia e
quantità di moto dipendono dal sistema di riferimento
scelto. Tuttavia, è possibile definire il seguente
quadrivettore, detto quadrimpulso:
π = ( E / c , px , p y , pz )
• Questo vettore è’ importante perché il quadrimpulso
totale si conserva nei processi di urto elastico (cioè si
conservano separatamente sia l’energia che la quantità di
moto totali, come in fisica classica), ed il modulo di questo
vettore (detto per questo massa invariante) è invariante
sotto trasformazione di Lorentz e coincide con la “massa a
riposo del sistema” (ponendo c=1):

π 2 = ( E / c )2 − ( px 2 + p y 2 + pz 2 ) = m0 2c 2
• Per effetto dell’equivalenza massa-energia, nei processi d’urto tra particelle elementari esse
possono conservare invariata la propria natura oppure trasformarsi in qualcos’altro (anche
particelle di massa maggiore, convertendo parte della loro energia cinetica in massa), purché
il processo conservi invariato il quadrimpulso totale (es: acceleratori di particelle al
CERN).
Verifiche sperimentali della relatività speciale
• Nel 1941 Rossi ed Hall studiarono il comportamento
dei muoni prodotti in alta atmosfera dai processi di
urto tra i raggi cosmici e gli atomi dell’aria. Un muone è
una particella instabile: prodotto a riposo in laboratorio,
decade dopo 2,20µs, trasformandosi in un elettrone e 2
neutrini. I muoni prodotti in alta atmosfera hanno
velocità dell’ordine di 0,99c, per cui quasi nessuno
dovrebbe raggiungere il livello del mare (dovrebbero
decadere in media dopo ~650m). Rossi e Hall invece
constatarono che i muoni, per effetto della dilatazione
temporale, raggiungevano in un numero elevato la
superficie terrestre, comportandosi come se la loro vita
media fosse stata dilatata di un fattore 10
(coerentemente con le Trasf. di Lorentz).
• La legge di composizione delle velocità diede la
prima conferma della cinematica relativistica: con un
interferometro è possibile infatti misurare la velocità
della luce all’interno di un fluido in moto nella
stessa direzione della luce. Dato che la velocità della
luce u nel fluido è minore di c, la velocità totale della
luce nel SdR del laboratorio si ottiene dalla
composizione della velocità u con la velocità v del fluido, e il risultato osservato non è
compatibile con la formula di Galileo ma con quella di Lorentz. Già Fizeau nel 1851 effettuò
questo esperimento, constatando l’invalidità della previsione classica.
• Innumerevoli sono, infine, le conferme della dinamica relativistica, in base a cui la massa,
l’energia cinetica e la quantità di moto seguono, al variare della velocità, le leggi di Einstein
e non quelle di Newton (per v prossime a c). Celebre l’esperimento di W. Bertozzi (1964), che
con un acceleratore di particelle misurò il legame tra la velocità v² e l’energia cinetica T
degli elettroni.

Parte II: Relatività Generale


Cronologia fondamentale della Gravitazione Classica
• IV sec. a.C.: Aristotele formula una teoria geocentrica per il moto planetario (pianeti, Luna e
Sole orbitano di moto circolare su sfere di etere cristallino centrate sulla Terra).
• III sec. a.C.: Aristarco di Samo formula il primo modello eliocentrico per il moto dei pianeti.
• II sec. d.C.: Claudio Tolomeo “corregge” il modello aristotelico introducendo gli epicicli e
migliorandone notevolmente le previsioni: il geocentrismo aristotelico si impone come modello
definitivo dei moti planetari.
• 1543: viene pubblicato il De Revolutionibus Orbium Coelestium di Niccolò Copernico, che
ripropone il modello eliocentrico a orbite circolari.
• 1609-19: Keplero elabora le sue tre leggi, elencate nelle opere Astronomia Nova e
Harmonices Mundi.
• 1632: nel Dialogo sopra i due massimi sistemi Galileo elenca prove a favore del modello
eliocentrico. Viene costretto ad abiurare dalla Chiesa e l’opera è messa all’indice.
• 1687: Newton formula nei Principia la Teoria della Gravitazione Universale, e postula
l’identità tra massa inerziale e massa gravitazionale.
• 1798: Cavendish misura la costante di gravitazione universale G con una bilancia di
torsione, e stima la massa della Terra.
• 1846 : Johann Gottfried Galle scopre il pianeta Nettuno su indicazione di Urbain Le Verrier,
che ne individua la posizione nel cielo a causa delle perturbazioni gravitazionali indotte
sull‘orbita di Urano (previsione matematica tramite la legge di gravitazione universale).
• 1859: Urbain Le Verrier osserva che la lenta precessione del perielio dell’orbita di
Mercurio è inspiegabile per la meccanica Newtoniana, anche includendo nei calcoli le
perturbazioni indotte dai pianeti vicini. Viene ipotizzata come causa l’esistenza di un altro
pianeta interno all’orbita di Mercurio, battezzato Vulcano, che però non viene mai osservato.
• 1885-89: Eötvös dimostra sperimentalmente che massa inerziale e massa gravitazionale
coincidono (entro una precisione di 1 parte su 20 milioni).

Massa Inerziale e Massa Gravitazionale


• La massa dinamica della relatività ristretta altro non è che la massa inerziale mI del corpo,
ossia quella proprietà del corpo che compare nella seconda legge di Newton come costante di
proporzionalità tra Forza e accelerazione: F = mI·a. Essa rappresenta una misura della
“resistenza” esercitata da un corpo alla variazione del proprio stato di moto (a parità di Forza,
maggiore è l’inerzia, minore sarà l’accelerazione).
• Esiste però un altro tipo di massa: la massa gravitazionale mG, ossia quella proprietà dei corpi
capace di “innescare” tra essi forze di attrazione gravitazionale (è la “sorgente” delle interazioni
gravitazionali, così come la carica elettrica lo è per le interazioni elettrostatiche).
mG M G
F = mI a FG = G
r2
• Concettualmente, le due grandezze sono molto diverse e non vanno confuse. Eppure esse
sono fisicamente collegate tra loro.
• Infatti, in campo gravitazionale, la forza di interazione gravitazionale FG è alla base
dell’accelerazione dei corpi, e quindi a = F/mI = FG/mI=(mG/mI)GM/r². E dato che è noto che tutti
i corpi cadono in campo gravitazionale con la stessa accelerazione, allora mG/mI è costante, e
per un’opportuna scelta delle unità di misura sarà sempre possibile dire che:

m I = mG

Il Principio di Equivalenza “classico”


• Newton per primo era giunto a questo risultato, che va sotto il nome di:
PRINCIPIO DI EQUIVALENZA “CLASSICO”: Per ogni corpo massa gravitazionale e
massa inerziale coincidono.
• La fisica classica aveva rinunciato a capire il perché di una tale identità, dandola per scontata.
Ricordiamo però che Ernst Mach, professore di Einstein, aveva giustamente ipotizzato, con
una certa logica deduttiva, che “L’inerzia di un corpo dipende dalla sua relazione/interazione
con tutte le altre masse dell’Universo” (Principio di Mach), e poiché questa interazione è di tipo
gravitazionale, la massa inerziale doveva essere strettamente collegata ad essa.
• Tuttavia, una volta assunta l’uguaglianza tra le due masse, ne consegue un fatto molto
importante, notato per la prima volta da Einstein: non è più possibile distinguere tra campi
gravitazionali e moti accelerati.
• Per esempio, se ci poniamo all’interno di un campo gravitazionale uniforme, il comportamento
degli oggetti è lo stesso che avrebbero nel vuoto se sottoposti ad un’accelerazione costante
(p.e. se fossero in un SdR non inerziale): non esistono quindi esperimenti locali capaci di
distinguere tra l’una e l’altra realtà. In un punto dello spazio, la gravità ed un’opportuna
accelerazione (capace di riprodurne gli effetti) sono concetti del tutto equivalenti.
L’ascensore e il razzo
• Per esemplificare la cosa, Einstein ricorre
a due famosi esperimenti mentali: quello
dell’ascensore e quello del razzo.
• Un osservatore dentro un ascensore,
posto sulla Terra, osserva quando
l’ascensore è fermo che tutti i corpi sono
soggetti alla stessa accelerazione di
gravità –g. Se però si rompe il cavo di
sostegno, l’ascensore è in caduta libera
con accelerazione –g, e diviene un
sistema di riferimento non inerziale: al suo
interno, i corpi sperimentano il peso (-mg)
ed una forza di trascinamento uguale ed
opposta dovuta al m.r. accelerato del
SdR, per cui “fluttuano liberi” come in
assenza di gravità.
• In maniera analoga, un osservatore
dentro una navicella spaziale (razzo),
posto nello spazio vuoto e lontano da ogni
massa, vedrebbe gli oggetti fluttuare
attorno a se in assenza di peso. Ma se la
navicella comincia ad accelerare con
accelerazione +g, allora tutti gli oggetti
dentro di essa sperimenterebbero una
forza di trascinamento –mg verso il basso,
del tutto identica ad un campo
gravitazionale.
• Nessun esperimento condotto dall’osservatore dentro alla navicella/ascensore gli
permetterebbe quindi di distinguere una situazione dall’altra.

Principio di Equivalenza e Invarianza delle Leggi


Fisiche
• Da questo Gedanken Experimenten del 1907 (che Einstein definisce “l’intuizione più felice
della sua vita”) si deduce una formulazione più generale del principio di equivalenza:
PRINCIPIO DI EQUIVALENZA: Ogni sistema di riferimento inerziale, immerso in un
campo gravitazionale (localmente) uniforme, è del tutto equivalente (localmente) ad un
sistema di riferimento uniformemente accelerato (rispetto al primo) nel quale non vi sia
alcun campo gravitazionale.
• In sostanza, è sempre possibile riprodurre gli effetti di un campo gravitazionale scegliendo un
opportuno SdR la cui accelerazione “simuli” il campo in ogni punto dello spazio.
• La logica conseguenza dell’indistinguibilità tra la combinazione “SdR inerziale + campo
gravitazionale” ed un “SdR non inerziale” comporta che non esistano più SdR privilegiati, e che
di conseguenza tutte le leggi della fisica devono avere la stessa forma in tutti i sistemi di
riferimento, qualunque sia la loro condizione di moto, inerziale o meno (POSTULATO DI
INVARIANZA GENERALE DELLE LEGGI FISICHE).
• Questo principio rappresenta il primo postulato alla base della Teoria della Relatività Generale,
e da esso Einstein dedurrà una semplice conseguenza veramente inaspettata: per spiegare il
moto dei corpi in campo gravitazionale in realtà non c’è bisogno di alcuna forza
gravitazionale!
Gravità e Spaziotempo
• In conseguenza del principio di equivalenza, infatti, Einstein afferma che la gravità non deve
più essere trattata come una forza ma come una proprietà geometrica dello spaziotempo.
• La presenza di un oggetto massivo modifica infatti le proprietà dello spazio-tempo, cioè tende
ad incurvarlo. Viceversa, ogni curvatura dello spaziotempo indica la presenza di un campo la
cui sorgente è la massa.
• La curvatura dello spaziotempo è in grado di riprodurre gli effetti di un’accelerazione, in
quanto è capace di influenzare (più o meno marcatamente) la dinamica degli oggetti.
• In generale gli oggetti, nel loro moto libero da A a B, seguono (in un SdR inerziale) il cammino
più breve che separa i due punti: nello spazio piatto euclideo, tale cammino è semplicemente
un segmento di retta, ma in uno spazio curvo, come la superficie di una sfera, sarà qualcosa di
diverso (p.e. un arco di cerchio massimo). Tali cammini di “minima traiettoria” vengono detti
(curve) geodetiche.
• Possiamo quindi effettuare un singolare cambiamento di
prospettiva: se nella visione newtoniana abbiamo una serie
di masse, disperse in uno spazio piatto, che si muovono e
interagiscono tra loro sotto l’effetto di forze di tipo
gravitazionale, nella visione einsteiniana della gravitazione
le masse sono disperse in uno spazio curvo – incurvato
dalla loro stessa presenza – e non sono soggette a forze,
ma si muovono nel loro moto “libero” lungo le geodetiche
dello spazio curvo.
• Per esempio, due palline che rotolano liberamente su di
una sfera tendono inevitabilmente ad avvicinarsi, per come
è conformata la superficie della sfera: ma se noi non
fossimo consapevoli della curvatura della sfera, diremmo
che le palline si avvicinano perché è presente
un’interazione attrattiva tra esse!

Dinamica e Curvatura
• In conclusione, la Relatività Generale
afferma quanto segue:
«La materia dice allo spaziotempo come
incurvarsi e lo spaziotempo dice alla
materia come muoversi»
John Archibald Wheeler
• Esempio: Consideriamo un foglio di gomma
abbastanza esteso, che possa essere
deformato da una causa esterna. In
assenza di deformazioni, la superficie del
foglio rappresenta lo spazio in assenza di
gravità. Se però poniamo su di esso una
massa M, essa deformerà il foglio tanto più
intensamente quanto più essa è grande, ed inoltre la deformazione sarà massima nelle
vicinanze di M e trascurabile a grande distanza, esattamente come accade per il campo
gravitazionale (curvatura più accentuata = campo più intenso).
• Una pallina molto leggera, in moto lungo la superficie del foglio, risentirà inevitabilmente della
deformazione prodotta da M, descrivendo così orbite curve (es: satelliti, comete) invece che
rettilinee, pur non essendovi alcuna forza che la attrae verso M. Due oggetti pesanti, posti sul
foglio, dopo averlo deformato localmente tenteranno di andare l’uno nello avvallamento
prodotto dall’altro, come se vi fosse una forza attrattiva tra essi!
• Nell’esempio è il peso a deformare il foglio, mentre nella realtà è la massa.

FG

FG
FG
FG

Visione Classica della Gravitazione Visione Relativistica della Gravitazione

Curvature e Metrica
• La distribuzione di materia ed energia
nell’universo determina la curvatura dello
spaziotempo: diverse curvature
(positiva, negativa, nulla) corrispondono
a diverse geometrie (sferica, iperbolica,
piatta), e pertanto corrisponderanno a
diverse metriche e geodetiche, cioè a
diversi “percorsi di minimo” seguiti dai
corpi in moto libero (“moto inerziale”).
Tale moto massimizza il tempo proprio
tra due eventi dello spaziotempo.
• Le uniche geometrie permesse sono
quelle che descrivono un universo
omogeneo ed isotropo su larga scala,
come si osserva sperimentalmente. La
metrica dello spazio piatto è quella
pseudoeuclidea di Minkowski (si indica
con ηab).
• Per descrivere lo spaziotempo e la
dinamica dei corpi è necessario quindi
fare ricorso a teorie matematiche
avanzate, quali la geometria
differenziale (sviluppata da Bernard
Riemann) ed il calcolo tensoriale (un “lontano parente” del calcolo matriciale, ideato dai
matematici italiani Gregorio Ricci-Curbastro e Tullio Levi-Civita).

Equazioni di Campo
• Nella teoria della Relatività Generale, i corpi si muovono nello spaziotempo e
contemporaneamente lo deformano. Nota la distribuzione delle masse, le equazioni di campo
permettono di calcolare la geometria dello spaziotempo:

1 8π G Nel “limite di campo debole e stazionario”


Rab − Rgab + Λgab = 4 Tab (v/c→0, gab≈ηab) riproducono la Legge di
2 c Gravitazione Universale di Newton
• Il Tensore di Ricci Rab è un tensore che misura la curvatura di una varietà riemanniana (uno
spazio matematico multidimensionale caratterizzato da una certa metrica). Da esso è possibile
estrarre la Curvatura scalare R, che associa ad ogni punto della varietà la sua curvatura locale
intrinseca.
• Il Tensore metrico gab è un campo che caratterizza interamente la geometria di una varietà.
Tramite il tensore metrico è possibile definire le nozioni di distanza, ampiezza di un angolo,
lunghezza di una curva, e quindi individuare le linee geodetiche di una varietà (linee su cui si
svolge il “moto libero” dei corpi). Il tensore metrico ci dice sostanzialmente “come” si muovono i
corpi.
• Il Tensore energia-impulso Tab, anche detto Tensore stress-energia, è un tensore che
descrive il flusso di energia e quantità di moto: esso ci dà informazioni sulla distribuzione di
materia e di energia nello spaziotempo.
• La Costante cosmologica Λ rappresenta una sorta di “pressione efficace” che favorisce
l’espansione (Λ>0) o la contrazione (Λ<0) dell’universo, come vedremo meglio in seguito.
• Infatti, le equazioni di campo permettono anche di sviluppare modelli cosmologici riguardanti
l’evoluzione e il destino dell’universo.

La costante cosmologica Λ
• Nella versione originale delle equazioni di campo (1915) si aveva Λ=0. Da esse, Friedmann
ricavò un’equazione che descriveva l’evoluzione dell’Universo. Einstein notò subito, però,
che tutte le soluzioni trovate per tale equazione erano instabili: l’Universo doveva quindi
espandersi all’infinito (universo aperto) o ricollassare su sé stesso (universo chiuso) per
effetto della gravità.
• All’epoca era molto forte il pregiudizio di un universo statico, sempre identico a sé stesso ed
esistito in eterno, per cui Einstein introdusse (1917) la costante cosmologica Λ che, agendo
come una forza antigravitazionale, poteva impedire la contrazione dell’universo e
mantenerlo immutato (modello di universo stazionario)
• Nel 1929 Edwin Hubble, però, scoprì che la luce proveniente da tutte le galassie lontane
mostrava uno spostamento verso il rosso (redshift cosmologico), prova evidente che esse si
stavano allontanando e che quindi l'Universo era in espansione. In particolare, la velocità di
recessione v delle galassie è direttamente proporzionale alla loro distanza r secondo la
“costante” H di Hubble (Legge di Hubble).
• Einstein allora ritrattò immediatamente le sue idee sulla costante cosmologica, definendola «Il
più grande errore della mia vita» e pervenne all’elaborazione di un modello dinamico di
universo (1932, modello di Einstein-de Sitter).
• Tuttavia, tale giudizio fu prematuro: dal 1998, infatti, è stato accumulato un enorme numero di
prove astronomiche che dimostra come l’espansione dell’universo stia accelerando, in un
modo che suggerisce proprio la presenza di una costante cosmologica diversa da zero. Essa,
di fatto, rappresenta una proprietà antigravitazionale intrinseca dello spaziotempo, un’energia
(la cosiddetta energia oscura) che favorisce l’espansione e che probabilmente è riconducibile
all’energia di punto zero del vuoto (fenomeno genuinamente quantistico). L’espansione
accelerata ha portato il Nobel 2011 ai suoi scopritori (S. Perlmutter, B. P. Schmidt e A. Riess).

Big Bang ed Espansione Inflazionaria


• Ripercorrendo indietro la storia del nostro Universo che si espande, troveremo un istante di
tempo (stimato a circa 13,7 mld di anni fa) in cui tutta la materia e l’energia dell’Universo erano
concentrate in una regione di spazio infinitesimale ed estremamente calda e densa: una
singolarità dello spaziotempo da cui ha avuto origine l’espansione dell’Universo (Big Bang).
• Fu Lemaitre il primo a ipotizzare, nel 1927, l’espansione dell’universo sulla base delle
equazioni della RG, e ciò fu confermato dalle misure di Hubble nel 1929. Tale espansione,
però, non va intesa come lo scoppio di una bomba, che scaglia pezzi di materia nello spazio
circostante, ma piuttosto come una dilatazione isotropa dello spaziotempo, in cui non sono gli
oggetti ad allontanarsi ma lo spazio tra essi a dilatarsi (come un panettone che lievita,
distanziando i grani di uvetta).
• Nelle fasi primordiali l’Universo era estremamente caldo, e la radiazione elettromagnetica
era fortemente accoppiata con la materia, ma man mano che si espandeva si raffreddava.
Circa 400.000 anni dopo il Big Bang è avvenuto il disaccoppiamento tra radiazione e
materia, l’universo è divenuto “trasparente alla radiazione” e si sono formati i primi atomi.
• Questa interpretazione è provata dall'abbondanza degli elementi leggeri come l'idrogeno e
l'elio presenti nel cosmo, che è in buona corrispondenza con le previsioni della Teoria della
Nucleosintesi basata sul Big Bang. Inoltre, il fatto che l’universo sia divenuto trasparente
comporta che la radiazione primordiale si sia diffusa in maniera uniforme in esso, formando
quella che oggi viene chiamata radiazione cosmica di fondo a microonde (CMBR) e che fu
scoperta nel 1964 da A. Penzias e R. Wilson (Nobel 1978).
• Oggi l’ipotesi più accreditata afferma che, dopo i primi istanti di vita, l’Universo ha attraversato
una fase rapidissima di espansione, detta espansione inflazionaria, in cui ha aumentato
esponenzialmente le proprie dimensioni in tempi rapidissimi. Le misure più recenti di WMAP
sono in accordo con il modello inflativo.

Equazione di Friedmann e Destino dell’Universo


• Dalle equazioni di campo è possibile estrarre un modello sull’evoluzione dell’Universo, la
cosiddetta Equazione di Friedmann:
8π G ρ ρ k Λ
Ω + Ωk + ΩΛ = 1 Ω= 2
= , Ωk = − 2 2 , ΩΛ =
3H ρC a H 3H 2
• Ω rappresenta la densità relativa di materia (non
relativistica, relativistica – fotoni, neutrini – ed oscura)
nell’Universo. La densità di materia ρ viene confrontata col
valore critico ρC, che nei primi modelli di universo (Λ=0)
stabiliva il suo destino.
• Ωk rappresenta l’effetto della curvatura scalare sulla
evoluzione dell’universo: una curvatura sferica (k>0, Ωk<0)
favorisce la contrazione, una iperbolica (k<0, Ωk>0)
l’espansione, una piatta (k=0) un’espansione asintotica.
• ΩΛ rappresenta la densità di energia oscura:
ha un effetto antigravitazionale (favorisce cioè
l’espansione) quando Λ>0 e gravitazionale
quando Λ<0 (favorisce il collasso).
• H è il cosiddetto parametro (ex “costante”) di
Hubble, mentre a è il fattore di scala che
descrive la dilatazione dell’Universo. Né a nè H
sono costanti (in passato si riteneva il contrario).
• Come si nota dal grafico, a seconda dei valori
delle tre densità (Ω, Ωk, ΩΛ) sono previsti diversi
destini per l’Universo (espansione indefinita,
espansione che si arresta dopo un tempo
infinito, contrazione e collasso). Le misure
attuali danno k≈0, Ω≈0.3 ed ΩΛ≈0.7 (Universo
dominato dall’energia oscura, in perenne
espansione accelerata).

Verifiche Sperimentali della


Relatività Generale
• La RG fornì la prima giustificazione valida per la
lenta precessione del perielio dell’orbita di
Mercurio (43’’ arco/secolo in più rispetto alla Orbite
previsione classica), osservata da Urbain Le Verrier Relativistiche
nel 1859, inspiegabile per la fisica classica proprio (precessione
perché dovuta alla deformazione indotta dalla esagerata)
massa del Sole sullo spaziotempo circostante.
Secondo la RG, anche il perielio di Venere deve
ruotare (8’’ arco/secolo), e ciò è coerente con le
osservazioni sperimentali (1960). Orbita
• Altre previsioni della Relatività Generale che sono Newtoniana
state verificate sperimentalmente o comunque sono
ampiamente accettate dalla comunità scientifica
sono le seguenti:
– Deviazione dei raggi di luce e Gravitational Lensing
– Redshift gravitazionale e Redshift cosmologico
– Ritardo degli orologi in campo gravitazionale (Paradosso dei gemelli)
– Evoluzione stellare: nane bianche, stelle di neutroni e buchi neri (diversi candidati
possibili, numerose prove indirette)
– Onde gravitazionali (osservazione diretta nel 2016!)

Deflessione dei Raggi di Luce


• L’identità tra massa inerziale (che misura l’energia di un corpo) e massa gravitazionale
comporta che tutte le forme di energia siano in grado di interagire gravitazionalmente, inclusa
quella trasportata dalla luce. Pertanto, anche la luce subisce l’attrazione gravitazionale ed è
quindi deviata, nel suo cammino, dalle grandi masse che distorcono lo spaziotempo.
• Eddington verificò questa importante previsione della RG nel 1919, quando guidò una
spedizione della Royal Astronomical Society sull’isola di Principe per osservare un’eclissi di
sole. Osservando due stelle poste ai lati opposti del Sole e ad esso vicine, si provò che la loro
distanza durante l’eclissi era maggiore di quella osservata nel cielo notturno, proprio perché i
raggi di luce erano deflessi nel loro passaggio vicino al Sole. Il risultato finì sulle prime pagine
dei giornali e conferì fama mondiale ad Einstein ed alla sua teoria.
Gravitational Lensing
• Un’ulteriore prova della deflessione dei
raggi di luce è il cosiddetto effetto “lente
gravitazionale” (gravitational lensing).
Se la luce di alcune galassie lontane
giunge a noi passando in prossimità di
galassie molto massicce (oppure
ammassi galattici o buchi neri), queste
ultime deformano lo spaziotempo e si
comportano come una lente di vetro, che
può mettere a fuoco o distorcere un
oggetto.
• In particolare, l’immagine dell’oggetto
lontano viene spesso sdoppiata e
deformata, ma in alcuni casi particolari
(allineamento galassia lontana – galassia
massiva –Terra) assume una forma ad
anello, detto anello di Einstein.
• Nelle foto si osservano un gravitational
lensing dovuto all’ammasso galattico Abell
2218 e un anello di Einstein dovuto alla
galassia LRG 3-757.

Redshift gravitazionale e Rallentamento degli orologi


• In conseguenza del fatto che la luce subisce attrazione gravitazionale, essa dovrà perdere
energia mentre si allontana da un campo gravitazionale (così come invece ne guadagnerà se è
in caduta libera verso una massa). Dato che la velocità della luce è costante e pari a c in tutti i
SdR, questo significa che ciò che può cambiare è solo la sua frequenza f, che diminuisce
quando la luce esce da un forte campo gravitazionale (redshift gravitazionale). L’effetto fu
osservato per la prima volta sulla luce proveniente dalle nane bianche (Adams, 1925).
• Pound e Rebka (1961) hanno analogamente verificato che un fascio di luce emesso in cima ad
una torre molto alta e diretto verso il basso presenta, al suolo, una frequenza più alta di quella
che aveva al momento dell’emissione.
• La relatività “corregge” quindi l’effetto doppler sotto diversi aspetti (ben quattro!): la RS
modifica l’effetto doppler longitudinale in obbedienza alle trasformazioni di Lorentz e
introduce l’effetto doppler trasversale, mentre la RG introduce sulle frequenze uno shift
gravitazionale ed uno ulteriore dovuto all’espansione dell’universo (redshift cosmologico).
Tuttavia solo le prime due correzioni vengono dette “effetto Doppler relativistico”.
• Dato che la REM di frequenza f rappresenta una sorta di “orologio” che scandisce il tempo, ne
deduciamo che tutti gli orologi subiscono un rallentamento in campo gravitazionale: dove la
gravità è più intensa il tempo scorre più lento.
• Questo effetto è stato osservato sperimentalmente dal CNR nel 1975 (confrontando due
orologi atomici identici, uno a Torino e l’altro sul Cervino, si trovano 35ns/giorno di ritardo).
Di questo fenomeno si deve tenere conto anche per il corretto funzionamento del GPS (Global
Positioning System): a livello dei satelliti GPS il tempo scorre più velocemente di circa 38 µs, e
se non ne tenessimo conto sbaglieremmo strada di una misura pari a c x 38 µs ≈ 11 km!

fotone

Campo gravitazionale

Paradosso dei Gemelli


• Nel 1911 Paul Langevin propose un esperimento mentale chiamato successivamente il
“Paradosso dei gemelli”. Due gemelli identici si separano: uno parte per un viaggio verso
una stella lontana a velocità prossime a quella della luce, mentre l’altro rimane sulla Terra.
Al ritorno, il gemello astronauta è decisamente più giovane del gemello rimasto a Terra,
perché il tempo scorreva più lento nel suo sistema di riferimento in movimento (dilatazione dei
tempi: un anno sulla navicella corrisponde a molto di più sulla Terra). Il paradosso sta nel fatto
che, secondo la Relatività Speciale, dalla prospettiva del gemello astronauta è la Terra che
viaggiava a velocità prossime a quella della luce (mentre lui era fermo dentro la navicella), per
cui dovrebbe essere il gemello a Terra che è invecchiato più lentamente.
• Si ha così una situazione paradossale, ma solo in apparenza, perché la soluzione ce la dà la
Relatività Generale: dei due gemelli, quello a Terra è rimasto sempre in un SdR inerziale,
mentre l’astronauta, sia alla partenza che al ritorno (ma soprattutto al momento dell’inversione
del moto), ha subito una grande accelerazione, equivalente ad un campo gravitazionale, e nei
campi gravitazionali intensi il tempo scorre molto più lento. Il calcolo corretto mostra quindi che
l’astronauta rimane più giovane.
• Questo risultato teorico è stato confermato dall’esperimento di Hafele–Keating (1971): due
orologi atomici al Cesio, uno lasciato a Terra e l’altro trasportato su di un volo di linea, dopo un
giro intorno al mondo del secondo mostravano discordanze temporali compatibili con le
previsioni della RG.
Evoluzione Stellare…
• Nel 1931, S. Chandrasekhar calcolò,
utilizzando la RG, che un corpo non Nebulosa del Granchio (pulsar)
rotante di elettroni-materia degenerata
(p.e. una nana bianca), al di sopra di
un certo limite di massa (limite di
Chandrasekhar: 1,4 masse solari)
collassa su se stesso per effetto della
propria attrazione gravitazionale. Esso
diventa quindi una stella di neutroni,
che rimane stabile per via di fenomeni
strettamente quantistici (nella foto, la
Nebulosa del Granchio). Tuttavia nel
1939 Robert Oppenheimer e altri
previdero che le stelle di neutroni con
massa pari a circa 3 volte il Sole Buco nero
sarebbero collassate irrimediabilmente (rapp. artistica)
in buchi neri.
• Quando la massa si concentra in una
regione di spazio sufficientemente
compatta (entro il cosiddetto raggio di
Schwarszchild), la RG predice la
formazione di un buco nero, una
regione di spazio in cui la gravità è così
forte che ogni cosa catturata (anche la
luce) non può più sfuggire da esso. Centaurus A
Certi tipi di buchi neri si ritiene siano lo
stadio finale di evoluzione di stelle
molto massive, ed allo stesso tempo si suppone che nel nucleo della maggior parte delle
galassie vi siano buchi neri supermassicci, che giocano un ruolo chiave nei processi di
formazione e di evoluzione delle galassie stesse. I buchi neri non sono osservabili in quanto
circondati da un orizzonte degli eventi, tuttavia la materia che cade in un buco nero forma un
disco di accrescimento e spiraleggiando verso di esso subisce accelerazioni così forti da
emettere enormi quantità energia sottoforma di luce (radiazione X e γ) e da produrre getti di
materia, che sono invece osservabili sperimentalmente.
• Il primo “candidato” buco nero ad essere scoperto fu nel sistema binario Cygnus X-1 (1971) .
Nella foto accanto l’emissione di getti di materia dal buco nero nel centro della galassia
Centaurus A (55 milioni di masse solari).

Oggetti ipotetici…
• Il buco nero rappresenta una singolarità spaziotemporale prevista dalle equazioni di
Einstein. Una singolarità gravitazionale è un punto dello spaziotempo in cui il campo
gravitazionale tende ad un valore infinito. Secondo la teoria fisica più accreditata sull'origine
dell‘Universo, questo ha avuto inizio con una singolarità gravitazionale (il Big Bang) e
potrebbe finire con un’analoga situazione (il Big Crunch).
• Sebbene l’esistenza dei buchi neri, anche in assenza di prove dirette, sia ormai universalmente
accettata dalla comunità scientifica, esistono anche altre singolarità spaziotemporali compatibili
con le equazioni della RG, di cui non sono mai state trovate prove (nemmeno indirette) e la cui
esistenza, per quanto divenuta un cliché nei film di fantascienza, è messa fortemente in
discussione dagli esperti.
• Un esempio è il ponte di Einstein-Rosen (o cunicolo spazio-temporale, o wormhole),
un’ipotetica struttura topologica dello spaziotempo che sarebbe essenzialmente una
"scorciatoia" da un punto dell'universo a un altro: essa permetterebbe di viaggiare tra di essi
più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio
normale. Schwartzschild dimostrò che,
secondo la RG, un whormhole è una
soluzione delle equazioni di campo che
connette un buco nero a un buco bianco,
ma è instabile e collassa rapidamente su
se stesso.
• Un buco bianco è un oggetto teorico che
è soluzione delle equazioni della RG, ma
la cui esistenza nell'universo è
considerata come puramente
speculativa: i buchi bianchi, l’esatto
opposto dei buchi neri, emettono materia
e luce ed in essi niente può entrare.
Tuttavia l’analisi delle equazioni di campo
mostra che un buco bianco è instabile e dovrebbe trasformarsi in breve in un buco nero.
• L’ipotesi della censura cosmica stabilisce che tutte le singolarità realistiche (prive di perfetta
simmetria e interagenti con materia reale) siano nascoste dietro un “orizzonte degli eventi”, e
quindi non siano visibili “nude” agli osservatori distanti: pur non esistendo prove di questo
teorema, le simulazioni numeriche sembrano confermarlo.

Onde gravitazionali
• Come le cariche elettriche in moto accelerato emettono onde EM, anche una massa in moto
accelerato dovrebbe perdere energia irradiando, secondo la RG, onde gravitazionali che si
propagano nel cronotopo a velocità c.
• In generale, un qualsiasi rapido mutamento della distribuzione di grandi masse nel cronotopo
dovrebbe provocare, a partire dal luogo in cui avviene, una perturbazione (increspatura) nel
tessuto spaziotemporale.
• Attualmente diversi esperimenti di interferometria terrestre e satellitare (LISA, VIRGO,
GEO600, …) cercano l’evidenza diretta delle onde gravitazionali, tuttavia i loro segnali sono
molto deboli e rari (solo eventi molto violenti, come le supernove, produrrebbero segnali
significativi) e sino a poco tempo fa non erano stati misurati segnali certi.
• Esistono tuttavia diverse prove indirette delle onde gravitazionali: nel 1974 R. Hulse e J.
Taylor hanno scoperto un sistema binario (PSR1913+16) in cui una pulsar ruota attorno ad
una compagna invisibile (un’altra stella di neutroni) e diminuisce il proprio periodo orbitale di 75
µs/anno. Questo significa che il sistema binario, nel moto di rotazione attorno al centro di
massa, perde energia, e si suppone che tale energia sia emessa proprio sottoforma di onde
gravitazionali: le misure sono perfettamente coerenti con le previsioni della RG (Nobel 1993).

Misure

Previsione
Evoluzione
della RG
nel tempo del
periodo del
sistema binario
PSR1913+16
• Nel marzo 2014 (BICEP) sembrava emersa un’ulteriore evidenza delle onde gravitazionali
nella polarizzazione della CMBR, che si può spiegare ipotizzando l’interazione tra la luce e
queste onde prodotte dall’Universo primordiale durante la sua fase di espansione inflazionaria.
Tuttavia l’ipotesi è stata smentita dal satellite Planck.

L’osservazione diretta
• Einstein stesso dubitò per un certo periodo di
questa sua previsione. Come mai non abbiamo
ancora prove dirette?
• Poiché la gravità è la più debole delle quattro forze
fondamentali, devono essere coinvolte enormi
masse affinché le onde gravitazionali siano
percepibili a grande distanza, e si tratta comunque
di fenomeni debolissimi. Dunque servono
strumenti per misurare le lunghezze enormemente
precisi, come gli interferometri utilizzati dai
laboratori LIGO e VIRGO.
• La prima osservazione diretta risale a settembre 2015, ed è stata pubblicata nel 2016.
• La collaborazione LIGO-VIRGO ha misurato le onde gravitazionali sviluppate da due buchi neri
(36 e 29 masse solari) durante la loro fusione avvenuta 1,3 mld di anni fa. Nel processo si è
liberata un’energia pari a 3 masse solari, che ha prodotto una deformazione nella lunghezza
dell’interferometro di soli 10–18 m su 4 km!!
Parte III: Conclusioni e Prospettive
Due miti da sfatare
« …Primo e fondamentale [equivoco] è quello che deriva dall’uso indiscriminato dei termini
“relativo, relatività, relativistico,…”. Non è solo presso il grande pubblico che ha indotto la
convinzione che, con la “Teoria della relatività” , si sia prodotta una rivoluzione filosofica che
sottolineerebbe l’ineliminabile soggettività di ogni percezione; da cui, con “facile”
estrapolazione, la conclusione che essa porterebbe necessariamente a forme di relativismo
filosofico e morale. … Anche quando non si scade a questi livelli, d’altra parte, la denominazione
in sé ha contribuito a diffondere la sensazione che si abbia in qualche modo a che fare con una
teoria filosofica. Sembra il caso di sottolineare con forza che, mentre nessuno ovviamente vieta ai
filosofi di occuparsi secondo i loro punti di vista degli aspetti contenutistici e metodologici implicati,
qui abbiamo a che fare con capitoli della fisica, diremmo della fisica nuda e pura; anzi, con i
capitoli iniziali della fisica, posto che vi si delineano le proprietà del contenitore di ogni fenomeno, il
continuo spazio-temporale.
Ma la locuzione “Teoria della relatività” ha prodotto i suoi guasti anche per il solo uso troppo
insistito del termine teoria…; presso il grande pubblico […] il termine è sentito più o meno con
la valenza che esso ha nella frase “non è che una teoria” »

(S. Bergia, P. Franco, Le Strutture dello Spaziotempo)

• Mito nr. 1: “Secondo la teoria della relatività tutto è relativo”


FALSO: Abbiamo visto molto bene come la Relatività, teoria da questo punto di vista ancora
“classica”, faccia previsioni esclusivamente deterministiche e ormai verificate al di là di ogni
ragionevole dubbio. Ciò che è relativo non sono le leggi della fisica né gli esiti degli
esperimenti, ma solamente i valori di alcune grandezze fisiche (peraltro sempre
PERFETTAMENTE prevedibili) misurati da osservatori in moto relativo: un fatto che era già
presente nella fisica classica!

• Mito nr. 2: “È solo una teoria”


FALSO: Non bisogna confondere il termine “teoria” della scienza col significato che esso ha
nel linguaggio comune. Una “teoria scientifica” è semplicemente un “insieme di leggi”, un
termine senza alcuna connotazione intrinseca di “affidabilità”. Non a caso, si parla ancora di
“Teoria della Gravitazione classica”, anche se le Leggi di Newton in materia sono un dato di
fatto, e lo stesso vale per la “Teoria dell’Evoluzione”. Una teoria può quindi avere lo status di
“verità scientifica” (cioè di asserzione provata sperimentalmente, come nel caso della
Relatività) oppure di “ipotesi scientifica” da verificare (come per esempio la famosa Teoria delle
Stringhe o le Teorie Supersimmetriche).

Accoglienza Storica
• La Relatività Speciale guadagnò ampi consensi ed accettazione in tempi piuttosto rapidi,
a conferma delle parole di Einstein secondo cui era già “matura per la scoperta” nel 1905.
Infatti, già altri scienziati (Lorentz, Poincaré, FitzGerald, Larmor…) erano al lavoro sui concetti
che Einstein per primo riuscì a formulare in modo completamente corretto e coerente. In
questo processo di accettazione della teoria ebbero però una grande importanza sia la
risolutezza con cui Planck si schierò a favore della teoria, sia la sua formulazione matematica
migliorata ad opera di Minkowsky, sia un sempre crescente numero di conferme sperimentali.
Ciononostante, nel 1921 Einstein ricevette il premio Nobel solo per la sua spiegazione
dell’effetto fotoelettrico, senza che venisse menzionata la Teoria della Relatività.
• La Relatività Generale invece impiegò un po’ più tempo ad affermarsi, se non altro per via del
difficile formalismo matematico (oltre che per il carattere altamente speculativo, privo di
immediate prove sperimentali). Un aneddoto narra che quando a Eddington fu chiesto se era
vero che solo tre persone nel mondo capivano la RG, egli rispose: «Mi sto domandando chi sia
il terzo…». Einstein d’altro canto la definì «la scoperta più preziosa della mia vita», non solo
per le maggiori difficoltà del formalismo, ma anche perché, a differenza della RS, difficilmente
qualcun altro avrebbe potuto pensare di mettere in discussione la Teoria della Gravitazione
Universale di Newton. Tuttavia anche per questa teoria arrivarono presto le prime importanti
conferme, che ne favorirono la progressiva accettazione da parte della comunità scientifica.

Effetti della rivoluzione relativistica


• Effetti psicologici e impatto sulla cultura di massa
– Previsione di fenomeni fisici (tutti confermati) che sono “paradossali” per il senso comune
(dilatazione dei tempi, contrazione delle lunghezze, paradosso dei gemelli, curvatura dello
spazio-tempo,…)
– Grande risonanza e influenza a livello della cultura popolare (letteratura, cinema, arte,
conoscenze scientifiche comuni, …), sebbene le sue previsioni siano comunque meno
“sconcertanti” di quelle della MQ (probabilmente perché è una teoria più facile da
comprendere, nei suoi lineamenti essenziali)
• Effetti epistemologici:
– La RG portò alla geometrizzazione di una delle 4 interazioni fondamentali: ciò indusse
cambiamento di prospettiva significativo, nonché a riflessioni sul concetto di forza (Che
cosa sono? Solo la gravità è geometrizzabile?)
– Attualmente vi sono svariati problemi nello sviluppare un quadro unico e coerente delle 4
interazioni fondamentali (la QED e la QCD sono coerentemente integrate nel Modello
Standard come teorie quantistiche di campo, mentre la gravitazione sinora non ha modelli
quantistici).
– La RS e la RG si ricollocano nel solco del principio di corrispondenza: nessuna cesura
radicale rispetto ai contenuti della fisica precedente.
– La Relatività rimane una teoria sostanzialmente “classica”: non muta il quadro di
determinismo meccanicistico entro cui nasce.
– La Relatività non introduce una sostanziale rivoluzione sul modo di pensare la natura né
sugli obiettivi della scienza (molto diverso il caso della MQ)

Principio di
corrispondenza
• Abbiamo visto che le Trasformate
di Galileo rappresentano il caso
limite delle Trasformate di Lorentz
quando v/c→0, ossia quando v«c.
Lo stesso discorso vale per la
dinamica relativistica, che in tale
limite coincide con la dinamica
classica di Newton.
• Analogamente, nel limite di “campo
debole e stazionario” (es: masse
sufficientemente minori di quella del Sole, densità non troppo elevate) le equazioni di campo
della RG si trasformano nella Legge di Gravitazione Universale classica.
• In altre parole, la Meccanica Classica rappresenta il limite della Meccanica Relativistica
quando possiamo approssimare la velocità della luce c ad infinito (ovverosia quando tutte
le velocità v in gioco sono molto minori di essa) e possiamo supporre che non vi siano
deformazioni troppo intense dello spaziotempo (p.e. ipotizzando che G → 0).
• Analogamente, avevamo osservato che la Meccanica Quantistica si ritrasforma nella
Meccanica Classica quando la quantizzazione delle energie e degli impulsi non è più
significativa.
Fisica Classica e
Moderna…
• Oggi la MQ e la Relatività
Speciale sono state unificate
in una sola teoria fisica (la
Teoria Quantistica dei
Campi o QFT), che
costituisce la base del
Modello Standard della
Fisica delle Particelle e
riesce a rendere conto
perfettamente delle interazioni
elettromagnetica, nucleare
debole e nucleare forte.
• A tutt’oggi non è stato
possibile unificare in
maniera coerente e
soddisfacente MQ e
Relatività Generale, perché
nelle equazioni della teoria compaiono delle divergenze sino ad oggi non eliminabili (c’erano
anche in QFT, ma sono state rimosse tramite la cosiddetta rinormalizzazione).
• L’obiettivo sarebbe quello di riunire tutte le forze sotto un’unica teoria del tutto (TOE). Molti
risultati significativi sono stati ottenuti, rimane però ancora molta strada da fare e molta ricerca
da compiere.

BIBLIOGRAFIA TEMATICA
Testi scolastici
• Caforio, A. Ferilli, Physica 2000 (Vol. 3), Le Monnier (2003)
Testi storici-divulgativi
• Pais, Sottile è il Signore – La scienza e la vita di Albert Einstein, Bollati Boringhieri, Torino
(1991)
• Einstein e L. Infeld, L'evoluzione della fisica. Sviluppo delle idee dai concetti iniziali alla
relatività e ai quanti, Bollati Boringhieri, Torino (2000).
• Einstein, Relatività: esposizione divulgativa, Bollati Boringhieri (1980)
• Russel, L’ABC della Relatività, Longanesi (2005)
Presentazioni divulgative
• Spagni, La Teoria della Relatività - Seminario, a.a. 2011/2012
• F. Gandini, Einstein – Relatività Ristretta, conseguenze cinematiche, a.a. 2004/2005
Corsi Universitari
• M. Ferrario, Principi di Cosmologia e Gravitazione – Appunti delle lezioni, a.a. 2008-2009,
Università di Modena e Reggio Emilia.
• C. Calandra Buonaura, Principi di Cosmologia e Gravitazione – Appunti delle lezioni, a.a.
2004-2005, Università di Modena e Reggio Emilia.
• C. Calandra Buonaura, Meccanica – Appunti delle lezioni, a.a. 2006-2007 e 2011-2012,
Università di Modena e Reggio Emilia.
Altre fonti
• Wikipedia, the Free Encyclopedia – http://en.wikipedia.org
• Wikipedia, l’Enciclopedia Libera – http://it.wikipedia.org