Sei sulla pagina 1di 6

Breve storia del progresso (economico) e della sua idea

Giorgio Gilibert
Universit di Trieste

Il tema
Il periodo che intendo considerare abbraccia parecchi millenni, almeno dieci, di storia umana. Voglio
tuttavia rispettare gli impegni presi, e contenere la mia esposizione nell'arco di trenta minuti.
Chiedo quindi perdono in anticipo se mi trover costretto a ricorrere ad approssimazioni e
semplificazioni tanto eroiche da poter sembrare intollerabili.
Uso come punto di partenza l'articolo 4 della nostra costituzione: "Ogni cittadino ha il dovere di
svolgere, secondo le proprie possibilit e la propria scelta, un'attivit o una funzione che concorra al progresso
materiale o spirituale della societ".
E mi chiedo: oggi, a cinquantacinque anni dalla sua stesura, proclameremmo ancora, nella medesima
forma solenne, questo "principio fondamentale"? Probabilmente - questa la risposta - no.
E ci non perch sia mutato significativamente il nostro atteggiamento verso il progresso in quanto tale: i
nemici del progresso, i reazionari puri alla De Maistre, non sono pi numerosi oggi di quanto fossero un tempo.
tuttavia aumentata, e molto, la diffidenza che proviamo verso l'uso della parola.
Che cosa s'intende - ci chiediamo - per progresso materiale? Che cosa, poi, per progresso spirituale?
Come pensiamo di misurare i due fenomeni? E ancora: che garanzie abbiamo che il progresso spirituale,
comunque definito, marci nella stessa direzione del progresso materiale?
Domande abbastanza banali e non certo nuove, ma che portano oggi - assai pi di mezzo secolo fa - a
parlare del progresso in termini di "mito" o di "utopia".
Per comprendere quel che successo, sotto questo profilo, negli ultimi cinquant'anni conviene
ripercorrere la storia, anche molto remota, del progresso e della sua idea.
Mi limiter, per semplicit, a considerare il solo progresso materiale (apparentemente pi facile da
afferrare) e adotter il punto di vista che mi pi congeniale: quello - alquanto limitato, lo riconosco dell'economia politica.

L'idea

La nozione moderna di progresso si afferma in occidente

come ognuno sa

nel '700, con

l'Illuminismo. Pi o meno nello stesso periodo vede la nascita l'economia politica come scienza autonoma.
Che un paese potesse essere pi o meno prospero lo si era sempre saputo, naturalmente, anche nei secoli
precedenti. La prosperit veniva tuttavia considerata, in primo luogo, come un effetto del Buongoverno (lo si
veda illustrato sulle pareti del palazzo pubblico di Siena): un effetto limitato e, purtroppo, transitorio (il
Malgoverno sempre in agguato).
In secondo luogo, un paese poteva arricchirsi a spese dei vicini, dominandoli e sfruttandoli: una
prosperit, questa, particolare e ancora una volta transitoria (anche il pi potente degli imperi prima o poi va
incontro alla decadenza).
Il primo messaggio della nuova economia politica fu che un arricchimento generale (non condizionato
all'impoverimento altrui) era possibile: grazie al libero commercio, all'ingrandimento dei mercati e ai benefici
effetti della divisione del lavoro. Questo arricchimento restava tuttavia limitato e pericolosamente affidato al
Buongoverno, inteso ora anche come sistema di relazioni internazionali.
Ma giunse ben presto un secondo e sconvolgente messaggio: grazie all'accumulazione del capitale
l'arricchimento poteva diventare un processo continuo e irreversibile.
Per la verit, il processo di accumulazione venne visto fin dall'origine come continuo s, e irreversibile,
ma non illimitato. Si possono accumulare il capitale e il lavoro, ma non la terra. Prima o poi, la scarsit di terra
fertile o, se si preferisce, l'esaurimento delle risorse naturali porr un limite al processo di accumulazione.
Gi nel 1865 Jevons gener un coal panic profetizzando a breve termine la fine dello sviluppo inglese
come conseguenza dell'esaurimento delle scorte di carbone. E in generale tutti i grandi economisti, da Ricardo a
Keynes, ritennero, con maggiore o minore pessimismo, che il processo di accumulazione dovesse prima o poi
approdare a una stagnazione definitiva.
Naturalmente, c'era il progresso scientifico. Le invenzioni possono allontanare il triste esito della
stagnazione, consentendo di sfruttare meglio le risorse esistenti e di scoprirne di nuove. Ma per quanto tempo?
soltanto nel '900 che si afferma la visione "ottimista" di un progresso scientifico in grado a sua volta di
garantire la possibilit di un progresso materiale continuo, generale e praticamente illimitato.

Una interpretazione "moderna"


Il tema dell'arricchimento e del progresso materiale da sempre inscindibilmente legato a quello
dell'aumento della popolazione.
Anche da questo punto di vista, l'economia politica settecentesca opera un capovolgimento di
posizioni.
Si riteneva prima che la popolazione fosse la causa della potenza e quindi della ricchezza della nazione. Si
ritiene ora che l'aumento della popolazione non sia che un sintomo dell'aumentata ricchezza.
"La vera ricchezza di un paese la sua popolazione - scrive Bodin nel '500. "Gli uomini si moltiplicano
come topi in un granaio - gli risponde Cantillon due secoli pi tardi - purch abbiano risorse a disposizione.
Quest'ultimo atteggiamento, che siamo abituati ad attribuire a Malthus, in realt comune a tutti gli economisti
classici.

Ad ogni diversa idea riguardo alle cause della prosperit corrispondono dunque visioni diverse sulla
storia dell'umanit e sulla dinamica della popolazione. Se si considera la prosperit come essenzialmente legata
al buongoverno e alla potenza dello stato, si portati a pensare che il mondo moderno si trovi in una fase di
decadenza rispetto al mondo antico. E che di conseguenza il mondo sia meno popolato oggi di quanto lo fosse
nell'antichit. Un'idea, questa, che pu apparire bizzarra, ma che era ancora tanto diffusa verso la met del '700
da indurre Hume a scrivere un corposo saggio per controbatterla.
Alle idee moderne di progresso corrisponde invece l'intuizione di un mondo dalla popolazione in crescita
continua, anche se non necessariamente regolare. Intuizione che oggi confermata dalle stime dei demografi
storici.
Secondo lo studioso francese Biraben, 30-35 000 anni fa la popolazione mondiale superava di poco i 5
milioni di individui. Ai nostri giorni, come noto, la popolazione di oltre mille volte superiore. Ma questo
aumento non si realizzato uniformemente nel tempo.
Al contrario, per la maggior parte del periodo considerato, fin dopo il 10 000 a.C., la popolazione si
mantiene stazionaria, fra i 5 e gli 8 milioni di abitanti.
Prende poi a crescere con continuit: sfiora i 300 milioni all'inizio della nostra era per raggiungere i 1
000 milioni alla fine del '700. A questo punto, la crescita diventa improvvisamente pi rapida, portando la
popolazione, in appena due secoli, agli attuali 6 000 milioni di abitanti.
Come interpretare questa dinamica della popolazione? E, soprattutto, come spiegare i due punti di svolta
con le conseguenti, drammatiche, accelerazioni?
Consideriamo dapprima la spiegazione che possiamo chiamare "moderna", spiegazione prevalente fino a
pochi decenni or sono (sperando che le esigenze di sintesi non mi portino a darne una versione eccessivamente
caricaturale).
Nella lunga notte della preistoria gli uomini sopravvivono catturando animali e raccogliendo piante
selvatiche. Riescono in tal modo, stentatamente, a nutrirsi e riprodursi. La popolazione si mantiene dunque
costante nel corso dei millenni, subendo oscillazioni imputabili soprattutto alle variazioni climatiche.
Dopo il 10 000 a.C. gli uomini fanno alcune scoperte fondamentali: imparano ad addomesticare le piante
e gli animali, e imparano a immagazzinare i cereali. Inventano cio l'agricoltura, l'allevamento del bestiame e la
conservazione delle scorte alimentari. O, se si preferisce: acquistano il controllo di fonti di energia chimica
(alimenti) e meccanica (bestiame da lavoro). Questo processo di apprendimento pu avere richiesto millenni in
alcuni casi; in altri pu essere stato quasi istantaneo (secoli). Sembra infatti, ad esempio, che
l'addomesticamento degli ovini

un passo fondamentale per consentire il passaggio ad un'economia

definitivamente stanziale - sia avvenuto nel medio Oriente in modo relativamente rapido e probabilmente
casuale.
In ogni caso, queste innovazioni tecniche hanno conseguenze di estrema importanza, conseguenze che
consentono di parlare di una prima grande rivoluzione economica nella storia dell'umanit. I nuovi agricoltori e
allevatori sono in grado di produrre con regolarit pi cibo di quanto sia necessario a loro e alle loro famiglie
per vivere e riprodursi. Questo surplus consente un accrescimento costante della popolazione.

Consente, in particolare, di nutrire uomini non impegnati in attivit produttive: amministratori, soldati,
preti o artisti. Consente il sorgere, nella fertile Mesopotamia del IV millennio, della citt e dello stato. Consente
cio la nascita della civilt e della storia.
Analoga l'interpretazione della seconda rivoluzione economica, che collochiamo nell'Europa occidentale
del XVIII secolo.
L'uomo inventa l'industria. O, se si preferisce, acquista il controllo delle fonti di energia fossile. Il
surplus prodotto da ciascun lavoratore aumenta drasticamente, anche in agricoltura, consentendo una
vertiginosa crescita della popolazione. Crescita che viene tuttavia sopravanzata dalla crescita della produzione:
con la conseguenza che grandi masse vedono costantemente migliorare il proprio tenore di vita.
Un'interpretazione, questa - come si vede - coerente con la visione "ottimista" del progresso.
Il progresso tecnico ha garantito la possibilit di un continuo progresso materiale che si infine tradotto,
per buona parte dell'umanit, in un miglioramento delle condizioni di vita individuale. Non c' ragione di
ritenere che questo circolo virtuoso si debba spezzare nel prossimo futuro (anche perch il progresso materiale
degli individui tende a far loro abbandonare la pratica di "moltiplicarsi come topi").

Una interpretazione "post-moderna"


Negli ultimi decenni si assiste, per quel che ci riguarda, a un vero e proprio ritorno all'antico. Sono
riemersi prepotentemente, negli anni '70, gli ottocenteschi "limiti allo sviluppo": in seguito alle crisi petrolifere,
ma anche, e soprattutto, in seguito all'evidente deterioramento dell'ambiente. Si tratta di temi ben noti, che non
qui il caso di approfondire.
Pi inatteso ci appare un altro recupero, che ci riporta direttamente alle teorie pre-settecentesche. Ancora
una volta il nesso causale tra popolazione e sviluppo (o progresso materiale) viene capovolto.
Tutto cominciato negli anni '60, con la pubblicazione degli studi di Ester Boserup, una economista
agraria. La tesi proposta fondamentalmente la seguente: nel caso di paesi poco popolati e molto arretrati, la
pressione demografica pu rappresentare un fattore decisivo di modernizzazione.
Una popolazione molto rada pu ragionevolmente preferire forme primitive di coltivazione - basate
sullo sfruttamento temporaneo di radure ottenute dando fuoco alla foresta - rispetto a forme pi moderne ed
intensive di coltivazione: questo perch l'agricoltura intensiva comporta spesso un maggiore dispendio di lavoro
per unit prodotta. Soltanto la pressione demografica, con la necessit di sfamare un maggior numero di bocche,
pu indurre il coltivatore ad adottare tecniche pi redditizie, ma anche pi faticose.
La tesi, nuova e accattivante, ha giustamente attirato l'attenzione: anche perch contrasta con la facile
saggezza corrente, che attribuisce l'arretratezza economica innanzi tutto alla crescita demografica incontrollata.
tuttavia sorprendente vedere quanto rapidamente questa tesi sia stata adottata anche da storici e antropologi
per spiegare le trasformazioni agrarie, e non solo agrarie, pi diverse e lontane, nel tempo e nello spazio. E
naturalmente si sono reinterpretate anche le due grandi rivoluzioni economiche della storia.
Gli uomini preistorici - si dice - non avevano motivo di abbandonare la loro attivit di caccia e
raccolta in favore di tecniche agricole conosciute, ma pi faticose e monotone. Con una popolazione mondiale
ridottissima - non pi di dieci milioni, ricordiamolo - la caccia era pi remunerativa dell'agricoltura e

garantiva una dieta pi appetibile. stato l'incremento demografico, associato a una rarefazione delle grandi
prede, che ha costretto l'uomo al duro lavoro dei campi. Ma la qualit della vita non affatto migliorata: la
fatica, la maggiore densit abitativa (con il conseguente diffondersi delle infezioni), la dieta monotona e povera
di proteine hanno, al contrario, provocato un aumento della mortalit. Gli uomini sono costantemente aumentati
di numero soltanto grazie all'ancor pi forte aumento della fecondit, aumento consentito dalla vita sedentaria.
Peggio: il passaggio dalla caccia nomade all'agricoltura stanziale nelle vallate fertili ma limitate dei
grandi fiumi avrebbe anche significato il passaggio da una vita incoercibilmente libera a una vita
inevitabilmente destinata all'asservimento.
Considerazioni analoghe si possono fare sulla moderna rivoluzione industriale: vista come il tentativo,
provvisoriamente riuscito, di infrangere i limiti posti dall'ambiente (disponibilit di terra) all'espansione
demografica. E pochi dubitano che i lavoratori urbani dell'industria nascente vivessero mediamente peggio dei
loro progenitori nelle campagne.
Insomma, la pressione demografica si sostituisce al progresso tecnico nel ruolo di motore del
cambiamento. Il progresso tecnico perde cos la veste di deus ex machina del progresso generale per acquistare
una veste pi modesta e quasi ancillare. Il progresso stesso generale - che nessuno nega - risulta pagato a caro
prezzo dalla gran massa degli individui, almeno fino a tempi recentissimi. Che il progresso materiale odierno
(con l'attuale esplosione demografica) possa proseguire indefinitamente grazie a sempre nuovi interventi
provvidenziali della scienza si rivela infine - in questa ottica post-moderna - credenza, quanto meno,
"utopistica" e "mitica".

Surplus e progresso
Il surplus, come eccedenza fisica di beni prodotti, la nozione teorica fondamentale su cui costruita
l'intera economia politica classica. Ed anche - come si visto - la nozione che svolge un ruolo strategico in
ogni teoria del progresso materiale. Non si pu avere progresso senza surplus: evidente. Ma si pu avere il
surplus, o la sua possibilit, senza progresso. In altri termini, il surplus condizione necessaria, ma non
sufficiente perch si realizzi il progresso materiale.
Di fronte alla possibilit di produrre un'eccedenza rispetto alle proprie necessit vitali, l'uomo preistorico
poteva decidere di lavorare meno, e di non produrla, oppure di consumarla integralmente, e di ingrassare: in
entrambi i casi sarebbe migliorato il suo benessere soggettivo, ma non si sarebbe innescato quel processo che
avrebbe portato alla nostra civilt.
In generale: perch si abbia progresso occorre in primo luogo che sia possibile produrre un surplus;
occorre in secondo luogo che il lavoratore sia convinto, con la persuasione o con la forza, a produrlo
effettivamente; e occorre infine che il lavoratore venga, in tutto o in parte, espropriato del surplus prodotto.
Tutto questo era ben noto agli economisti classici: usando la terminologia di Marx, discutibile ma
efficace, possiamo dire che per avere il progresso non basta il surplus, occorre lo sfruttamento.
L'interpretazione "moderna" della storia sembra ancora, complessivamente, la pi convincente. Ma
bisogna ammettere che le obiezioni "post-moderne" colgono spesso nel segno. L'aver posto attenzione esclusiva
alle condizioni tecniche che consentono la produzione di un surplus ha portato a dare un rilievo eccessivo al

ruolo del progresso scientifico. Aver trascurato la necessit dello sfruttamento ha portato ad una visione forse
troppo ottimistica del progresso, il quale si per lo pi realizzato al prezzo di un peggioramento delle
condizioni di vita dei lavoratori.
La produzione di un surplus richiede invenzioni tecniche, ma lo sfruttamento richiede invenzioni
"sociali". difficile dire quale dei due tipi di invenzione abbia maggiore importanza. difficile dire, per
esempio, se per la nascita della civilt in Mesopotamia siano stati pi importanti l'invenzione dell'agricoltura e
l'allevamento del bestiame ovvero l'invenzione della scrittura, dei numeri e della contabilit.
certo per, venendo a tempi molto pi vicini a noi, che la macchina a vapore da sola, senza
l'organizzazione capitalistica del lavoro, non avrebbe potuto innescare il vertiginoso progresso materiale degli
ultimi due secoli.
Su questo punto gli Economisti francesi avevano gi le idee chiare nel settecento:
"Tre grandi invenzioni hanno garantito stabilit alle societ politiche, indipendentemente dalle tante altre
che hanno contribuito soltanto a ornarle e arricchirle. La prima l'invenzione della scrittura, che sola ha dato al
genere umano la facolt di trasmettere fedelmente le sue leggi, i suoi trattati, i suoi annali, le sue scoperte. La
seconda l'invenzione della moneta, vincolo comune delle societ incivilite. La terza e ultima invenzione spetta
al nostro tempo, e saranno i nostri nipoti a coglierne i benefici: il Tableau conomique, risultato e
coronamento delle altre due invenzioni, poich ne porta a compimento lo scopo" (Victor Riquetti marchese di
Mirabeau).
Il Tableau sta qui a rappresentare proprio la registrazione contabile dei movimenti interni della nuova e
prodigiosa "macchina della prosperit", macchina che oggi chiamiamo capitalismo. vero che gli Economisti
nulla sanno della macchina di Watt (una delle tante invenzioni a cui attribuiscono un ruolo prevalentemente
ornamentale) n mostrano particolare interesse verso l'industria moderna. Il che contribuisce a spiegare la loro
convinzione che il progresso consista meramente nel raggiungimento di un dato livello "naturale" di
produzione.
Una convinzione anacronistica e superata agli occhi dei "moderni", ma in qualche modo anticipatrice di
un vagheggiato e post-moderno "sviluppo sostenibile".