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CARMELA ORI

ili

imi

NEL SECOLO XVI

EOCCA

S.

CASCIANO

LICINIO CAPPELL
Edit. Lib. di S-

Jl-

la

1907

Ilegina

Madre

^^

PEOPKIET LETTERARIA

Bocca

fS.

Casciano, 1907.

tSiab.

Tip. Cappelli.

QUESTO MIO PRIMO LAVORO


RACCOMANDO

ALLA MEMORIA BENEDETTA


DEL PADRE MIO

AL NOME CARO
DEL PROF. ANTONIO LOMBARDI
E

IN CUI RICONOSCO

UN SECONDO PADRE.

PREFAZIONE
Quando mi
presentare

accinsi a questo lavoro^

come

tesi

di

laurea^

mente di trattare in generale


italiana

del

secolo

non avevo in

io

deW

XF/, come

che dovevo

eloquenza

dalle

letterature

ma^

poi ho fatto;

desiderosa di studiare qualche aspetto


esercitato

civile

classiche

deWinflusso
nostra,

sulla

volevo considerare particolarmente Vimitazione classica nella, nostra eloquenza cinquecentesca. Per^ leg-

gendo
che

le

le

contro

orazioni e studiando
produssero,

ben presto

dovetti accorgermi,

Uopinione comune, che Vimitazione classica,

pur non mancandovi, non


tare uno studio

speciale;

V imitazione,

che

condizioni di vita

le

in esse
e

che

contribuirono

un ordinamento
dirsi

il

politico

cause,

secolo

pi

XVI

la

mancanza di

ci

che potrebbe

rctoricismo. Queste cause ho voluto particolar-

mente studiare^ cercando^


di

adatto

altre

nel

alla povert della nostra oratoria

da meri-

tale

pit che di dir cose niove^

correggere e approfondire

le

gi note,

sulla nostra eloquenza civile del cinquecento

voro di sintesi che m^ parso

mancasse,

di dare

un

^'on

la-

oso


presumere
lavorato

mi

con

efficacia

colorire

riuscita

d^ esser

mente con piena

vili

il

compiutar-

mio disegno; certo ho


intorno al tema che

gravide interesse

sembrato degnissimo di studio

non privo di

curiosit.

Siano grazie a coloro che furon larghi di consiglio alla

mia inesperienza^

Guido Mazzoni^ che

mi fu guida

cos

in (specie

colla consueta

autorevole

al prof.

sua paterna bont

paziente.

Siena, agosto del 1907.

0.

Ori.

CAPO

I.

Uno sguardo generale all'eloquenza


prima

ciyile

del cinquecento.

ormai troppe volte ripetuta l'affermazione che r Italia non ha avuto, neppur nel m.assimo
fiorire della sua letteratura, un'eloquenza civile veramente degna d' esser paragonata a quell'eloquenza
che fu una delle pi fulgide glorie d'Atene e di Roma.
E invero quanto pi profondamente studiamo le
numerosissime orazioni nostre, tanto pi dobbiamo
confermarci nel severo giudizio.
per ci naturale il desiderio di ricercare lo
cause di questa manchevolezza nostra, che ce ne
stata

ricorda un'altra, quella del teatro.

matica

infatti

Anche per la dram-

avvenuto suppergi

lo stesso

feno-

meno: un'infinita quantit di tragedie e di commedie,


neppure una diecina ancora leggibili fino all' Alfieri
al

Goldoni.

Eppure

se ci fu

quella

delle

teatro

nostro

corti

vero,

una societ adatta al


Ma,

cinquecentesche
originale,

teatro, fu
si

dice,

il

libero fu inceppato,

soffocato fino dalla sua infanzia dalla servile imita-

zione dei classici.


C. Ori.

sta

bene

L'Eloquenza nei

ma quello

secolo

XVI.

stesso teatro
1


non

e assico

dette

alla

Francia dei

capolavori di

tragedie e di commedie, e per la

commedia non

un capolavoro anche

Ma

la fortuna

che

si

air Italia?

la

dette

Francia ebbe

applicassero alla drammatica Ra-

Mandragora
il che
si chiamava Niccol Machiavelli
prova che
nella considerazione delle cause dell'essere o non
essere un oi-enere letterario arrivato fino alla perfezione, non va trascurato, come qualche volta si
suole, il fattore importantissimo dell' ingegno indicine,

Corueille, Molire, e l'autore della


:

viduale degli autori.

Questo ho voluto dire, sebben possa sembrare a


prima vista meno opportuno, per toglier subito di
mezzo al principio del mio studio un preconcetto,
che cio
fatto d'

precipua causa della miseria nostra in


eloquenza civile sia stata l' imitazione degli
la

Che

i danni reali delchiunque


vi rifletta
son
un momento, non cos davvero per l'oratoria. J
nostri oratori del cinquecento cercarono, vero, di
attenersi al modello ciceroniano, ma che svantaggio

antichi.

l'

anzi, se per

imitazione

il

teatro

visibilissimi a

pot esserci in questo

Lo schema

retorico solito agli antichi, la divisione

cio in esordio, proposizione, dimostrazione, narrazio-

non solo utile, ma si pu


qualunque genere d'eloquenza. Se

ne, perorazione, cosa

dir

necessaria in

in-

fatti

il

fine

dell'eloquenza quello di persuadere,

come sarebbe
discorso nel

possibile raggiunger lo scopo con

quale

gli

argomenti,

un

invece di succe-

dersi con ordine, s'intricassero arruffatamente.?

vero che alcune dello

poi esaminare

ci

si

orazioni

che

mostreranno grette e

dovremo
meschino

soprattutto per V esagerata

osservanza

nuzioso schema

poche

l'oratore

vero che

del pi mi-

altre invece,

dove

sembra esente da questa preoccupazione,

piacciono appunto per

1'

assenza

di simili

regole

ci

ma

ne vedremo anche altre, in cui le divisioni ordinate


e regolari e diciam pure retoriche non fanno che accrescer vigore all' argomentazione.
Cos sono soltanto i meno abili oratori cui serva
d'impaccio lo schema. D'altronde non va dimenticato che fln dallo nostre prime retoriche, le quali
continuarono tutte e anche talvolta esagerarono
i

precetti delle retoriche

antiche,

partizione schematica; che col

s'

insegnava questa
in ogni modo

tempo

sarebbe giunti pur nella pratica a questa partizione nelle sue linee generali anche spontaneamente?
e che, se mai, furon pi nocivi questi insegnamenti
si

di quelli

ohe potevano apprendersi dalla lettura

dell<i

orazioni classiche.

Se dunque non poteva esser

dannoso l'imitare
di queste la disposizione generale, che altro era dannoso? Forse la conoscenza profonda dei mirabili
artifci di Demostene e di
Cicerone ? Nessuno lo
direbbe.

Dannoso

piuttosto

potrebbe dire che fu

si

il

me-

todo superficiale che


sici,

si teneva nello studiare i clasonde, per guardare alla frase elegante e ricer-

car la bella

metafora,

perdeva di

si

vista la forza

del pensiero. Ma questo difetto generale della nostra


educazione umanistica e del resto, quando si ebbero uomini d' ingegno, i classici furon veramente e
profondamente compresi
basti mettere insieme i
;

nomi

di Livio e del Machiavelli.

_-.

Ci mancarono veramente invece

le

occasioni. Per

che mancarono le
che manc nell'ordinamento nostro politico e sociale la ragione di una
seria eloquenza civile.
I nostri comuni, vero, degenerarono troppo presto in signorie, e troppo presto la mala pianta del

non vorrei intendere, dicendo

cos,

singole occasioni, raa piuttosto

dominio straniero s'abbarbic e si estese sul nostro


suolo, perch gli ingegni italiani si esercitassero
jielle
nobili lotte del foro
ma fino alla met circa
del cinquecento alcune citt nostre conservarono le
loro libert, senza parlar poi di Venezia. Soltanto,
quali erano queste libert ?
Venezia una repubblica severamente oligarchica;
Firenze una democrazia licenziosa e insieme feroce,
negli intervalli fra le cacciate e i ritorni dei Medici
come Firenze, suppergi, le altre poche libere citt
;

italiane.

Le

occasioni di oratoria civile e quali occasioni!

non sarebbero mancate, per

citare

un

sol esempio,

negli anni gloriosi per Firenze dal 1527 al '30

anzi

periodi

di

dell'autonomia

ne siano

1'

lotte
piij

epoche

tori antichi;

ma

avanti la perdita

fecondi per

in cui vissero

le differenze fra

renze eran troppe profonde

1'

sono

definitiva

eloquenza, prov^a

due

pii

Atene,

grandi ora-

Roma

e Fi-

due prime citt abituate da secolare tradizione al governo di s stesse,


r ultima ancor paurosa della signoria medicea e ine:

le

sperta ed incerta.

8S

ben giustamente

fallacissimo

non sono

il

il

Guicciardini

ci

avverte che

giudicare per gli esempH

simili in tutto e

perch
per tutto non servono
;

con

ci sia che ogni

causa

esser tanto
effetto

minima

pu

variet nel caso

grandissima

variazione

nello

(1)

y>.

Ma

di

da parlare, assai
pi a lungo, ia altro luogo ora converr meglio,
dopo aver cercato di liberarci subito da certi (i priori
che potrebbero esserci d'impedimento per la serenit del giudizio, dare un breve sguardo alle condizioni dell' eloquenza italiana prima di quel periodo
di cui mi occuper in particolare.
E anzitutto sar bene che io spieghi quale eloquenza intenda far oggetto del mio studio per evitare
una censura che potrebbe essermi mossa, d' aver io
considerato ristrettamente e formalmente il genere
delle occasioni avr

poi

oratorio^ d'

minazione
razione,

aver avuto

davanti al pensiero la deter-

ideale di eloquenza,

mentre

1'

il

discorso ampio,

eloquenza non

su

tutta

l'o-

questo

tipo.

So benissimo che accanto

all'

eloquenza dei

scorsi meditati e scritti per venir poi


vi quella che

potremmo chiamar

a cui

dell'

il

calore

letti

di-

o recitati,

eloquenza parlata^

improvvisazione, la spontaneit

del pensiero e del sentimento che trova da s, senza

bisogno
nicarsi

d'

ornamenti

agli

danno spesso

e d' artifizi, la via

per comu-

spettatori e convincerli e commoverli,


la

vera bellezza

invano

cercata

nei

discorsi studiosamente composti.

et,

loquence
(1)

est une fonction natnrelle comme de


chez une race bien doue, parler avec
est une facult qui se dvloppe trs

Parler...

respirer

Ricordi politici

e eivilif

CXVIT.


vite

(1)

oratoria, cos

Toscana

E come
senza

eloquente

coli

--

dico r insigne storico francese

greca.

tara

dine a parlare
mancati, fin

lettera-

Grecia fu certo per se-

avere ancora

air Italia

in cui si

la

della,

una

letteratura

nostra, e specialmente

ammira una

alla

cos singolare attitu-

non possono esser


nuove libert, dei saggi

efficacemente,

dall' inizio delle

di

vera eloquenza in quei

si

discuteva

d' interessi

pubblici

consigli in cui

tanto importanti.

anche quando 1' eloquenza s' era


gi levata a forma d' arte, anche nel cinquecento, ia
cui essa era divenuta, nel suo complesso, artificio,
si conserv certo quella maniera di ragionare e persuader gli ascoltatori che semplice e spontanea trova
Cos

liei

pili

tardi,

pensiero e nel sentimento, fuor delle regale rcto-

sua efficacia.
Ma, se si possono studiare i rozzi canti popolari
da cui trarr origine, fiume superbo da umile sorgente montana, il poema magnifico d' arte se si possono studiare le lettere che rappresentano il discorso
senza pretese rivolto ad una persona lontana, accanto a quelle in cui l' autore pensa a far opera artistica e si preoccupa dei vari lettori pi che del de-

liche, la

stinatario, le lettere

della Macinghi

piene di cos

Strozzi

accanto

cara

semplicit

alle epistole

degli

eloquenza non
possibile che nessuno pensa a conservarla fuoco
che d^ un subilo si accende e si spegne, essa non
lascia di s che tracce ed indizi.
umanisti

lo studio

diretto di quest'

(1)

Croiset,

Uiistoire de la liivature grecque.

trime, Paris, 1895, pag. 13.

Tome qua-

D' altra parte io credo che solo V eloquenza


scritta faccia propriamente parte della letteratura.
Cos pure il Croiset, il quale esprime anche molto
bene la differenza che passa fra Y oratore che improvvisa

suoi discorsi e quello che

monstrer loquent
provisation

ou V

egli dice

tre la

dans

piume

la

li

le

Se
feu de V m-

scrive.

main sont cho-

ses fort diffrentcs. Retrouver aprs coup Y inspiiation oratoire, ou la devancer par une prparation

un travail qui met en jeu d' autres facuts et suppose une autre gymnastique intellectuelle
que celle de Y orateur proprement dit . (1) E cita
crite, est

y a qui parlent bien et


qui n'crivent pas bien: e' est que le lieu, T assistance l' chauffeut et tirent de leur esprit plus
qu' ils n'y trouvent sans cette chaleur . (2)
Io dunque mi propongo di studiare 1' eloquenza
Pascal,

il

quale dice

Il

cinquecento, analizzando le principali orazioni e cercando di chiarire le cause per cui la nascritta del

turale facondia
d' arte cos

non

riusc a dare che un' eloquenza

meschina nel suo complesso.


*
* *

Lo

studio della retorica

ognun sa che

fu

uno dei

pi fiorenti nel primo risorgimento intellettuale d' Italia e i nomi di quei primi che ne insegnaron da
;

Buoncompagno, Arrigo da Settimello,


Guidotto, son cos noti che non occorre ricordarli.
E le Artes e le Summae dictaminis^ come davano

noi

le regole,

(1)
(2)

Ibidem.
Ibidem. (Pascal, Penses, VII,

6)

modelli di lettere per


le classi di

tutti gli

arg-omeiiti e per tutte

persone, cos offrivano quasi in un'an-

tologia esemp di discorsi che potessero aiutare nelle

massa degli uomini che non


lettere e pur dovevano convenien-

varie occasioni la gran

s'intendevano di

temente parlare partecipando alla vita pubblica.


Cos i PrtWamew^i di Guido Fava, (1) e V Oculus
pastoralis pascens officia del 1240 circa, (2} cho, trattando

dell* ufficio del

pi di dicerie

Brunetto

Podest, contiene anche esem-

cesi pure quella parte

Liitini

che

(3)

contiene

del

Trsor di

modelli di

di-

podest che entravano in carica o ne


uscivano cos, probabilmente dopo una lunga serie
di altri trattatelli simili ora perduti o ignoti, le Dicerie

per

cerie di ser

Filippo Ceffi, -4;

il

notaio fiorentino che

volle istruire uomini giovani e rozzi e rivolse le sue

pubbHche cose, appoggiando

esercitazioni a

le

sue

non

propriamente storiche a fatti storici,


dicerie diverse per maggior praticit e minuzia dal
frammento pubblicato dal Medin.
dicerie

hanno carattere prettamente


pratici; non agisce punto su di

Tutti questi scritti

medievale e intenti

Medin, Frammento di un antico manuale


in Giorn. $tor. d. leti, it., XXIIl, 166.
(1) Cfr.

(2)

Pio Kajna

mania. Voi.
e

il

1250.

XXVI.

Ma

A.

in Contributi alia storia deV epopea, in Ro-

pn?. 6^. pone la data dell" Ocii/u fra il 1220


nello scritto Sulla cronologia dei

Gaudenzi,

dettatori bolognesi, nel n. 140

del BuUettino

dell'Istituto sto-

ragionevolmente poco dopo


1240. Inesattamente il Medin, loc. oit. d il 1222.
(3) Lib. IX. Cfr Medin, loc. cit.

rico Italiano a pag. 117 la


il

di dicerie

(4) Ivi,

pag. 167.

fi-isa

essi la tradizione classica, a cui invece s'accostano,

pur non uscendo dal secolo XIII, altre opere, come


la Retorica di Guidotto, che compendia la Rhetorica
ad Herennium di Cicerone, (1) come la parte del Trsor di Brunetto Latini, che,

trattando di

retorica e

d'eloquenza, prende a modello Aristotile e Cicerone.


L'amplissimo commento unito all'usanza medievale
dal Latini alla sua Retorica^

ad Herennium,

Rhetorica

resse
dell'

gi

ci

volg'arizzamento della

mostra con quanto

allora si cercassero

antichi

gli

inte-

precetti

eloquenza.

Verso la met del secolo XIV si aveva gi in


Firenze un insegnamento di eloquenza informato ai
principi classici per opera di un Bruno Casini, di
cui Filippo Villani dice altissime lodi nel suo De
civifatis Florentiae famosis ciuibus. Hic egli dico

publice Florentiae rhetoricam docuit, veterum


imitatus scholas, in quibus declamandi potestas
pr cuiusque ingenii facultate dabatur, ut inde per
exercitium artis acuerentur ingenia, motusque et
gestus corporis orationi, naturae et materiae congruentes

tium

ediscerent,
vitia

cederent

-.

in

correctaque in

concionibus

scholis pererran-

pubh'cis

emendata

pro-

^2)

Per ancora
scolastico, basato

si

aveva un insegnamento
sulle

antiche retoriche

arido

f;

piuttosto

che un vero profondo studio delle orazioni antiche.

(1)

N(tn

il

l)e

Gaspary, Storia

fnventione,

159 nota e pag. 440.


(2)

Gap. XIX.

come

della htterat.

it.,

^lice

il

Medin,

loc. cit. Cfr.

trad. ital 1887.

Voi

I,

pag.


Iq tutto

ii

medioevo

di Cicerone le
de' tempi, cio

10

si

trascelsero e

si

conobbero

opere pi rispondenti all' indirizzo


trattati morali e retorici, (1) e le ora-

bench forse gi
Brunetto Latini ne traducesse qualcuna {2) troppo
difficile era capirle pienamente e gustarle e fu primo
il Petrarca a istituirne
con vivo entusiasmo e con
fine criterio T ammirazione e lo studio. Cos, se la
zioni faroiio in generale trascurate,

teorica dell' oratoria era ciceroniana, nella pratica si

era ancor molto lontani dalla classica compostezza.

Le poche

dicerie che si son conservate, modelli tutte


non recitate realmente, ce lo dimostrano chiaro.
Un esempio ancor pi istruttivo V abbiamo nel Pe-

trarca.
Il

Petrarca ebbe qualche volta a pronunziare delle

orazioni

era

un ardente

ammiratore

di Cicerone,

un entusiasta restaurator dell' antico e noi avremmo


il diritto, se non le possedessimo ancora, d' im-

tutto

maginarci condotte sui modelli


zioni, pure scritte in latino.

latini quelle

sue ora-

Invece, declamato il verso virgiliano Sed me


Parnasi deserta per ardua dulcis raptat amor, invocato il Signore, salutata la Vergine coW Aie ^faria
<

Primum

seguitava

<

ParParSecuudum ex eo quod

ex eo apparet quid

ine

nasi deserta per ardua, ubi notare oportet pr


nasi,

(3)

pr ardua^ pr

Cfr.

deserta.

Attilio Hortis, Marco Tullio Cicerone

del Petrarca e del Boccaccio. Trieste, 1878, pag. 17.


(4)

Ivi, pag. 21.

nelle opere

__

amor

amor, ubi attendendum pr amor et pr

ulcls raptat

ducis

11

et

pr rapere ralens amor...

Cos, a furia di distinzioni e

. (1)

trarca conduceva

Pasqua

di

di

mi-

suddistinzioni

nuziose, scolastiche, coiupletamonte medievali,

il

Pe-

suo solenne discorso il g'iorno


Hesurreziono del 1341, mentre il cielo
il

Roma

splendeva sulla sua testa nella g'ioria della


j)rimavcra e il senatore di Roma lo incoronava di
di

alloro e

popolo

il

novissima

Eppure

di

Roma

acclamava, inebriato

festa.
fi'a le

numerose

citazioni di antichi figura

spesso r orazione ciceroniana pr Archia

tlella

le altre arring-he

tenuta a Milano

il

non

meno

soleinii

(una fu

7 ottobre 1354, per la morte del-

l'arcivescovo Giovanni Visconti, (2) una in presenza

Galeazzo Visconti, a Novara,

di

il

10 giugno

1358,

obbedienza (3)

quando

la ribolle citt fu ridotta all'

Io altro

arringhe, dico, non son diverse per la loro

meno

struttura da quelli del '41,

Venezia,

1'

l'

altra.

quella pronunziata a

8 novembre 1353, per la pace fra

e r arcivescovo Visconti

Genova

da una parte e Venezia dal-

(4)

non comincia come


poeta o da un versetto

che

le

da un verso di
salmo, uno schema non del

di

In quest' orazione,
altre

(1)

V. in Attilu) HoRTia.

tutto difforme dallo sche-

Scritti

inediti di

Francesco Pe-

trarca. Trieste, 1874, pau^. 311 h<;^.


(2)

(3)

cfr.

V. in HORTis, Scritti ined etc, pa??. 335 sg^.


(lata del ins. da cui 1' Hortia 1' ha tratta

La

Hortis, op.

(4) Ivi, pap:.

cit.,

pag. 166, nota

329 s^g.

3.

il

1356


ma

classico si

meno
lare

1'

pu

12

trovare, sebbene le diverse parti,

esordio che occupa interamente, con singo-

sproporzione,

prima

la

met,

possan dire

si

quasi addirittura embrionali.

pochi discorsi del tempo che

son conservati,
sou dunque tutti cosi aridi e scolastici e son tutti
pronunziati in occasione di cerimonie solenni che
anche quelli delle ambascerie si posson consideI

si

rare discorsi

Ma

ramente

Uno

di

cerimonia.

in che condizioni
politica,

si

trovava l'eloquenza

pili

ve-

l'eloquenza dei iDubblici consigli?

ordinamenti pubblici di quei tempi noi

degli

vediamo mirabilmente

ritratto nel

suo funzionamento

da Isidoro Del Lungo nello studio su Dino Compagni e la sua cronaca ed 1' ordinamento della libera e democratica Firenze, in cui
pare abbia dovuto aver molta parte nel decidere le
e nei suoi caratteri

questioni la toscana facondia ispirata dall'avvedutezza


di quei bravi mercanti.

reggimento popolare dice il Del


Lungo la persona de' reggitori era nulla; tutto la
libera volont de' consulenti
o possiam dire pi

In

quel

ricisamente, nulla gli

per due

soli

mesi,

uffizi, tutto

era

affezionarsi al potere

le tirannidi

dalle

il

leggi, delle quali

custodi

Consigli. Signori

impossibile nei Priori quel

pericoloso

e scarso

braccio

onde si generano
ad essi concesso

vegliavano

fedeli e forzati

magistrati forestieri. Potest e Capitano

del Popolo

Ciascun d' essi poi a capo d' un Consiglio e in


poich
questi era veramente il potere e lo Stato

13

senza l'approvazione di essi consigli nessuna provvisione d'importanza poteva mandarsi ad effetto . (1)

Noi abbiamo, conservati

nome

Archivi sotto

negli

di Consulte e di Provvisioni^ gli

Consigli, e
})arte nelle

Del Lungo pubblica

il

varie

cariche di

atti

il

di questi

quelli a cui prese

cui fu rivestito

Dino

Compagni.
Nelle consulte son registrati
consulenti e spesso,
l;-itino,

noi

pur da quei

risentiamo

pareri dei diversi


ristretti

viva V eco della

sunti in

parola che

dovette essere veramente eloquente.

Fra i tanti esempi che potrei addurre, ne citer


uno che si riferisce appunto a Dino Compagni. Il
22 novembre del 1290 si radunava a Firenze un Consiglio

di

Savi per decidere sulle

domande

d'Arezzo, i quali prima


Campaldino erano stati dai Fiorentini ricoverati
aiutati e, dopo la vittoria fiorentina, fatta pace coi

rusciti guelfi
di

concittadini

loro

parte contraria, venivano a

della

chiedere a Firenze che restituisse


e

dei fuo-

della battaglia

prigionieri e cessasse di

le castella

prese

guerreg'giare Arezzo e

lasciasse libero agli Aretini l'andare e lo stare

suo

territorio,

come

cesso volentieri

ai

nel

suoi cittadini avrebbero con-

Ghibellini d' Arezzo.

L'interesse di Firenze suggeriva di accondiscen-

domande

Dino Compagni poteva, nel


dare il suo parere, accordare il desiderio di pace
col pensiero dell'utilit della patria. Ecco come il ladere

(1)

alle loro

Cfr Isidoro

nica. Firenze, 1879,

Del Lungo, Dino Compagni


Voi

1,

parte 1% pag. 33

la

sua cro-

14

tino della Consulta riferisce

Compagni

consuluit

quod

questo })arcre:

iu

nomine

Diiius

dei dicatur dic-

Guelfis quod procedant ad pacem corum. Itcm


guerra non fiat ad presens, et quod strato auod
q
periautur. Item quod carcerati restituantur ad petitionem, habita fine ab Aretinis de dampnis, et ratiftis

ficatis

de

per comune Aretii pactis factis inter Guelfos

Aretio

Comune

et

Floreutie,

secuudum

quod

Potestati et Prioribus et Sapientibus videbitur con-

venire

(1)

Noi Don possiamo credere che Dino dette il suo


consiglio cos con poche ed asciutte parole; noi sentiamo pur in quel breve in nomine Domini dicatur
dictis Guelfis quod procedant ad pacem eorum
l'ardore di quell'anima buona ed onesta, assetata
di pace, che presso il sacro fonte del suo bel S. Giovanni s'affannava ad esortare i concittadini a levar
via gli sdegni e a dimenticare le offese, perch Carlo
di Valois

li

trovasse

tutti

d'accordo, uniti

come

fra-

amorosi.

telli

Del resto

quale

impeto

di

naturale eloquenza

Compagni noi vediamo nella sua Croanche quando egli non ci riferisce parole sue

fosse in Dino
iaca^

ma, acceso di sdegno e di dolore per i


mali della patria, d forma oratoria a quelle sue digressioni morali cos belle per caloie di sentimento
d' altri

e per vigore d'espressione.

Simile a lui nell'eloquenza di

l)

pai;.

Cfr.

XVI

il

documento

delTop.

cir.

tali

apostrofi Gio-

6^ della parte 3' iscl Voi. I, parte II,

del Del

Lnngo.


vanni Villani, che
rire viva e

gli

semplice

15

s'accosta pure nell'arte di rife-

parola dei diversi personaggi

la

ignari entrambi dell'artifizio per cui gli storici del

quattrocento e del cinquecento ornarono poi le opere


loro di tante concloni^ spesso diluite e fredde, vuoto
esercizio retorico.

cronache del Compagni e del Villani troviamo r indice esatto di ci che doveva essere nei
secoli XIII e XIV l'eloquenza anche in quelli la
cui parola ebbe tanto peso sulle pubbliche cose, Farinata degli Uberti, Giano Della Bella, Cola di RienNelle

naturale facondia italiana, quando non erari-

La

zi.

dotta dalla solennit delle cerimonie ad arida disquisizione, si

mostrava

in tutto

disciplinarla e ridurla a

educazione

lunofa

forma

letteraria,

nesimo modificasse non solo


che

vita

la

sociale

degli

non pu disgiungersi

suo vigore

il

d' arte,

per

occorreva una

occorreva che
la letteratura

Italiani,

ma
1'

urna-

ma

an-

che Y eloquenza

dalle consuetudini giornaliere

della vita.
*

Veramente per
e

tali

opere,

ma

il

secolo

aggirantisi

XV

non

abbiamo ormai

tante

solo su tutta la lette-

suUa vita pubblica, privata, morale e intellettuale, che sarebbe vana pretesa voler ridire per
r eloquenza ci che il Burckhardt, il Voigt, il Rossi
hanno oramai detto e ridetto. Non sar per inutile
qui ripetere ancora qualche idea generale su ci che
fossero in quel tempo 1' eloquenza e gli oratori, e
fermarsi poi alquanto pi a lungo sulla forma estendi*
ratura,

16

soprattutto delle orazioni italiane, su cui quegli

non

sono fermati.
In quel secolo molte antiche opere furono

signi critici

vate e sparsero

ma

si

nuova luce negli

non mono importanti

forse

in-

ritro-

studi umanistici;

delle scoperte furon

nuove meditazioni sulle opere gi conosciute.


Questo avvenne anche neh' oratoria; perch, se
air impulso verso il classicismo giovarono le dieci
orazioni di Cicerone trovate a Cluny e a Langres

le

dal Bracciolini (1) e

r Orato\

r altro

Be

il

contenente

manoscritto

il

Oratore e

il

fra

rinvenuto

Briitiis

nel 1422 a Lodi dal vescovo Gherardo Landriani, (2)

non meno

fu utile lo studio profondo che di undici

orazioni ciceroniane

fece

Antonio Loschi

(3),

il

commento di Sicco Polentone, i tre libri di


commento di Ognibene da Lonigo al De Oratore e

simile

alle Istituzioni di

greca

Quintihano

commenti

zuuzio (5) e

le

Pannonio.
Cos

e per

eloquenza

1'

Filippiche di Giorgio

alle

traduzioni di

Castiglionchio, di

(4),

Leonardo

Demostene
Bruni,

del

di

Trape-

Lapo da

Valla,

del

(6)

si

acquistava

dell'

eloquenza antica un con-

cetto pieno e adeguato.

Ho

detto

poco

fa ohe,

perch

si

mettessero in

VoiGT, Il risorgimento dell' antichit


Firenze 1888-90, Voi 1, pag. 243 sg.
(1) Cfr.

(2)

Ivi pag.

(3)

Cfr. G.

Schio, Sulla vita

(5)

VoiGT, Op.
Ibidem.
Cfr.

(6) Ivi.

etc.

24.5 sg.

Da

sugli scritti di

Loschi. Padova, 1858, pag. 134 sgg.


(4)

clasnica

cit.,

Voi II, pagg.

voi II, pag. 382

36, 160, 174, 310.

Antonio


pratica

appresi

precetti

17

studio

dallo

an-

delle

tiche retoriche e delle antiche orazioni occorse la tra-

sfusione

dello

umanistico in tutte

spirito

della vita italiana

e infatti

le

forme

vediamo nel quatma-

noi

trocento r eloquenza dipondero strettamente dai


gnifici

costumi del tempo

e divenir

quasi

un'

isti-

tuzione.

Dominava

la

smania

di

mostrare quanto pi fosse

possibile la propria dottrina e la destrezza del pro-

ingegno cos numerosissime le erudite corrispondenze, numerosi non meno i solenni discorsi, nei
quali fosse dato manifestare non pur 1' acume del
ragionamento, ma l' elegante abbondanza dell'eloprio

quio, la correttezza dei gesto, la bella gravit della

persona, in cui cio tutte

le virti fsiche e spirituali

avessero campo di spiegarsi pienamente.


Oltre che, per

ogni

solenne, sembrava

indispensabile

di un'orazione togata,

e tanto era allora

cerimonia

che

si

elemento

volesse
quello

piena di citazioni e di sentenze,

fervor degli studi che V ascoltare

il

quei lunghi discorsi

ganze doveva esser

latini infiorati di ricercate ele-

diletto

grande, non, come a noi

oggi parrebbe, indicibile noia.


Perci gli oratori erano tenuti in onore sommo
di Enea Silvio Piccolomini il Burckhardt dice che si
:

non meno per il fascino irresistibile della


sua eloquenza che per la sua abilit diplomatica e
la sua vasta dottrina, e per essa molti lo reputaron
degno del papato ancora prima che fosse eletto (1).

fece largo

(1)

Cfr.

Burckhardt, La

Firenze, 1876, Voi


C. Ori.

I,

pag

civilt del

Rinascimento in Italia.

311.

L' eloquenza nel secolo

XVI.

di

Enea

Silvio,

18

divenuto

Pio

si

II,

racconta

un aneddoto che dimostra quanto ognuno si gloriasse


di saper ben parlare; gli tocc infatti in occasione
di un'ambasceria sentir T uno dopo l'altro tutti gli
inviati i quali si crodevan tutti pari e non soffrivano
rimanesse celata. (1)
E dopo r elezione di Niccol V, avendogli i Fiorentini mandato in ambasceria a riverirlo messor
Agnolo Acciaiuoli e messer Alessandro degli iVlesche

la loro eccellenza nel dire

Gino Capponi, Piero di Cosimo de'


Medici, messer Giannozzo Pitti e messer Gianuozzo
Ma::etti, questi colla sua orazione parve crescere alla
sua citt nuova gloria, onde Vespasiano da Bisticci
con ingenuo vantamento racconta che a tutti i Fiosandri, Neri di

rentini fu tocca la
stata Pisa e

'i

Roma non

di

mano come

suo dominio
si

s'

egli avessino acqui-

che per tuttala corte

diceva altro che di questa orazione,

v' erano subito ne scrisperch gi avevano eletti gli ambasciatori, e subito avuto l'avviso, ne aggiunsono
uno che facesse V orazione , (2)
Cos le gare d' eloquenza divenivano allora quasi

cardinali viuiziani che

souo a Vinegia,

questioni di stato.
era onore grande

eloquenza;
Galeazzo Maria Sforza a otto anni disse un discorsetto (non importa il sajDcre che era opera del maea undici recit nel
stro umanista) a Federico III;
Perfino

ai principi

(1)

Clr. i'iURCKHARDT, loc. cit,

(2)

Cfr.

Vite di

uomini

illustri

del

secolo

1'

XV.

scritte

Vespasiano da Bisticci (Vita di Giannozzo Manetti,


XV) pag. 454 rleir odi/ione di Firenze, 18.")9.

da

cap.

- 19

1455 una lunga arrinsfa davanti


(li

al

Gran Consiglio

Venezia, e a quindici un' orazione assai lunga a

Pio

II.

Pio II era nel 1459 al cong-resso di Man-

tova salutato con un forbito discorso

dalla

sorella

donne di alta nascita ricevevano allora un' istruzione non molto differente
dagli uomini) Sigismondo e Martino Malatesta venivano arj'ingati in latino da Battista da Montefeltro
di Galeazzo, Ippolita (le

la quale

s'

era maritata nella loro famiglia; e la nipote

Costanza Varano dei signori di Camerino,


che mor a ventun anno, cerc di ottenere colla sua
eloquenza la perduta signoria degli avi. (1)

di

lei,

Le

occasioni

dell'

eloquenza eran

varie

nozze,

funerali, elezioni, incoronazioni, solenni ambascerie,

grandi personaggi, aperture solenni di corsi

visite di

universitari.

Di orazioni veramente politiche abbiamo grand^

famose quelle di Enea Silvio Piccolomini (2)


bench spesso abbiano a una a una anche importanza pohtica, non sono dirette a un sol
fine che dia loro unit di pensiero, all' infuori di
quelle pronunziate per incitare alla guerra contro
Turchi, di cui la prima fu detta al papa Niccol V
in nome di Federico III, Tanno avanti la caduta di
scarsit

le quali per,

V ultima del 1464, quando il Piccolomini stesso era sommo pontefice da sei anni o
aveva gi tentato di farsi egli stesso iniziatore di

Costantinopoli

(1) Cfr. Kossi, Il Qnaiirocenio nella Storia Icttcr. d' Ital'a


edita dal Vallardi, tag. 41 sg.
(2) Y. Pii SECUXDi olim Aeueae Sylvii Piccolominei ScneniiU

oniiiones poiticae et ecctesiasticae.

Lucca

1755-59.


quella g-uerra.

20

notevole quest'ultima per

ma

spirito cristiano.

Non

legante prelato,

ma un papa

vi

carattere

non pi qui
aleggia un profondo

suo speciale di sincerit e di semplicit


citazioni e ricordi pagani,

il

parla pi V umanista dotto,

1'

e-

vecchio ed infermo e se-

riamente ripreso dal pensiero

di quella religione

che

da giovane aveva, per cos dire, servita ridendo. Nelr enumerazione schietta di

che

tutte le difficolt

oppongono si sente un dolore vivo


nia quaecumque agimus, in partem

grande:

gli si

Om-

deteriorem po-

jiulus accipit

In questa la partizione consueta


trovare

ma

nelle altre

appena

orazioni di solito si

Numerosi sempre in lui i


mitologici, le citazioni pagane
palese.

si

pu

scorge

ricordi storici, biblici,

e cristiano, di prosa
da cui traspare la compiacenza dell' umanista che mostra la propria dottrina; lo stile
abbondante, ma non ampolloso, anzi i periodi sono

e di versi,

spesso

spezzati e le molte proposizioni

sembrano

coordinate

altrettante sentenze.

Xeir insieme un'eloquenza non accademica, non


qualche volla efficace, non tale per da
commovere; certo V entusiasmo sus(5tato nei contemporanei dov esser molto accresciuto anche dal suo
modo di porgere e di parlare, che son doti di prima
volgare,

importanza

in

un oratore.

Famoso por
ciolini, (1)

calore d' affetto

(1)

V.

lo

sue orazioni funebri Poggio Brac-

che sapeva dare

suo elegantissimo latino


e a momenti d' eloquenza vera; pi
al

Poggi Florkxtini, Opera, Argentinae,

1513.

21

freddo, pi schematico, pedante spesso

il

Filelfo,

suole enumerare aridamente le cause per

deve piangere

quali

le

defunto, e dimostrar quanto

il

si

miglia: un'esordio spesso molto

si

si

debba

piangere e se convenga poi consolarsi. (1)


Tanto nel Poggio che nel Filelfo che negli
oratori funebri del resto, la forma esterna

che

altri

rasso-

lungo, poi la bio-

una dimostrazione delle


sempre esageratamente esaltate, e una pe-

grafia del morto, che tutta

sue

virti,

rorazione per

pi piena di enfatiche

lo

Qualche volta lo schema


qualche altra
vivacit della forma
di dolore.

neir orazione che

il

il

palesa chiara-

cos,

per esempio,

Manetti tenne quando

cadavere di Leonardo Bruni.

Egli

infatti < ut

le divisioni del

eius moribus

trinis

postremo

mente:

distingue nella pro-

suo discorso: de domesiicis

studis

e osserva poi

Cum

honarum

e multis

repuhlica fue-

artium

ac doc-

queste divisioni scrupolosa-

moribus et
pauca quae-

igitur de domesticis eius

qualis etiam in nostra republica fuerit

dam

incoro-

(2)

qualis deinde in nostra

de

s'

haec nostra funebris oratio serie

atque ordine incedere videatur


posizione

rit

nascosto dalla
si

mente; neir aridit del pensiero

espressioni

memoratu

dignis, ut ab initio

promi-

reliquum est ut de
bonarum artium studiis deinceps absolvamus.
Il Poggio invece, nella stessa
occasione, molto
pi affettuosamente, come quello che per quarautasimus, breviter

(1)
(2)

pertractarimus,

V. Erancisci Philelphi, Orationes eic.Mediolani, 1481.


V. in Leonardi Bruni, Epistulae, ed. Melius, pag.

LXXXIX

sg-.

22
I)iiattro
.a

anni (egli stesso lo dice)

g'ii

era stato legato

nn' amicizia nata dalla somiglianza

degli

stndi,

non turbata mai da discordie una vera commozione sembra talvolta sia in lui al ricordo di tutti
gli amici che la morte gli ha gi tolti, sebbene le
troppe sentenze suU' amicizia e i molti esempi stoclassicissimo del
rici ne rallentino un po' 1' effetto
e

resto nella lingua e nello

nel quale si ritrovano

stile,

alcuni artifici oratori ciceroniani,

come queste

escla-

mazioni retoriche per il premio decretato da Firenze


rempublicam et
al Bruni
civitatem egregiam!

snmmis laudibus extoUendam

dignam niaximo

Urbem

in qua tanta doctrinae praemia ex (1)


videmus!
posita esse
eran per anche orazioni funebri pii semplici;
una, per esempio, di Gasparino Barzizza, dove i
compianti son pii naturali e la lunga, minuziosa

imperio

biografia

Non
cosi

manca

del tutto. (2)


dissimili nella loro costruzione,

diverso

argomento,

le

ricordare quelle del Filelfo


altre

sue per

retorica,

la

orazioni

(3),

sebbene di

nuziali

notevoli

come

basti

tutto le

fredda regolarit, anzi scrupolosit

che soffoca

il

sentimento, che anzi, a esser

pi sinceri, nasconde la

mancanza assoluta

del sen-

timento.

Naturalmente, nelle diverse specie di questa eloquenza, che tutta per del genere dimostrativo,
air orazione di Gianuozzo Manotti.
In Gaspakini Harzizzii Bergomatis et Gui.viforti
In morte mafila Opera. Kornae, 1723. Voi I, \tRfr. 57 Hgg
gnifici viri Zanini Iiiccii .
(3) V. natila citata edizione delle Opere.
(Ij Ivi, F.i sc;;i!to

(2)

23

conserva un certo suo carattere di personalit cos il Barzizza anche negli altri suoi discorsi (a pontefici, a rettori d' universit, per congraoofni scrittore
;

per lauree) si mostra pi


contemporanei, non tanto forse
semplicit, quanto per minor facondia

tulazioni, per esortazioni,

sobrio

di altri

per voluta

suoi

naturale e minor facilit di scrivere.

noi tutta questa eloquenza riesce oggi stucche-

ingombra si pensi per


che cosa si poteva dire che non fosse retorico, quando gli argomenti eran cos comuni e cos vani e
cos privi di vero e nuovo interesse!
Un solo pregio rimaneva da conseguire, V eleganza stilistica; e questo dobbiam pur confessare che
vole per la retorica che

stato di solito

l'

conseguito pienamente.

della vacuit intrinseca a tali orazioni

riosa prova ce

quando

1'

offre

fu eletto papa.

una

del

una cu-

Poggio a Niccol V,

(1)

Dice l'oratore esser costume generale

di

congia-

ma

con
pareri di antichi e con ragionamenti propri dimostra
prima di tutto che non e' nulla da congratularsi
con lui, perch il nuovo ufficio gli reca molestie
grandi e nessuna dolcezza in secondo luogo che
non pu lodarlo perch lodare i presenti ufficio
di adulatore
dunque non rimane che fare esortazioni e ammonimenti. Soltanto, che consigliare a lui
cos saggio e buono ? Di questo solo pu consigliarlo,
< ut se ipsum mtetir^ ut similis sii sui; ut memnerit
quibus artibus, quibus moribus, qua vita hanc sit tam

tulaVsi col

nuovo

eletto e di farne le lodi,

(1)

V. nella citata edizione delle Opere.

24

amplam, tam desidrataai a multis dig'iiitatm coiiseciitus. Infine gli raccomanda gli amici e s stesso.
Ora non appar forse chiara da questo breve
sommario la ricerca del nuovo e dell' originale che
porla facilmente allo strano e allo stravagante?

Molte cose trovavan da dire invece

quando

gli

umanisti

scambievolmente in
quelle loro invettive che sono una delle pi turpi
macchie della vita quattrocentesca, a cominciar da
quella del Loschi contro i Fiorentini e del Salutati
contro il Loschi (1) fino a quelle ben pii basse e
mosse da inimicizie e da invidie personali del Poggio,
del Filelfo, del Decembrio, del Valla, del Panormita
in quelle loro polemiche in cui si accanivano tanto,
che dovettero il Poggio e il Guarino esser rappacificati dal Barbaro per
avere scritto V uno contro
trattava di offendersi

si

Giulio Cesare,
in

sua difesa

La forma

l'altro,
!

per contentare Leonello

d'

Este

(2)

esterna di queste invettive, (giacch del

contenuto non importa

ci

occupiamo) anche quando

s'avvicina a quella delle orazioni, in parte sellano


simile; perch, se di solito

si

dell' ira,

delle discolpe,

narrazione,

zione

comincia con un esordio,

neir impeto delle accuse e

poi nel fervore

dimostrazione, confuta-

confondono e si sovrappongono. Del resto,


pu dir che si sconfina dalla vera orache, fra T altro, non eran mai n recitate n resi

colle invettive si

toria

citabili.
(1)

(3)

Cfr.

Mehus.

Ambrosii Traversarii

Epiatulae,

prefaz.

del

Florentiae, 1759, pag. 298 sgg.

(2)

Cfr. Rossi, Op. cit., ?}ag. 101.

(3)

Cfr.

VisMARA,

U invettiva

nisti etc. Milano, 1900.

arma

preferita dagli

Uma-

Ho

detto fin da priDcipio

manc

singole occasioni,
litico e sociale

che

in Italia queir assetto po-

favor in

sviluppo dell'eloquenza;

piuttosto che le

che,

Atene

infatti,

Roma

e in

avvocati disputavano di solito a botta e

gli

sta, (1) cos nei consigli pubblici,

non aveva soffocate

la tirannia

lo

corno nei tribunali

pur

rispo-

dove ancoia

sul nascere le nostre

semplicemente e brevemente, si
discuteva pi. che non si arringasse e se ci fosse bisogno, ne darebbero certa conferma poche parole di
quel Vespasiano da Bisticci che ci tanto utile per
la conoscenza intima de' suoi tempi, parole messe
parlava

libert, si

come

a caso in

la fortuna

un passo gi da me
un' orazione

di

ricordato, circa

del Manetti

Rinnov

messer Giannozzo Manetti il modo dell'orare in pubblico, perch la nazione fiorentina non aveva mai

come questa

pi avuto udienza in pubblico,

ma

avevala in

Che

segreto^ dove

se Vespasiano qui

volta,

s'usavano brevi parole.

intende particolarmente

ambascerie del popolo fiorentino (il Manetti aveva


parlato a Niccol V** in occasione della sua elezione
al papato), s'intende che neppur nell'interno governo
di

a Firenze

si

usavano lunghi

e veri discorsi

onde

pag. 99. Notevole per la storia del


un passo del De ingenui^
moribus del Vergerio, che il Rossi riporta a pag. 461: Al
iudioiis est penitus eiecta, ubi non perpetua oratione, 8e<l
invicem dialectico more adductis in causara legibus conten(1)

Cos

il

Rossi,

Op

cit,

Teloquenza deliberativa

ditur...

e giudiziaria

apud principes et
quoniam paucis expediri

In deliberativo vero genere iam

rerum dominos nullus

est ei locus,

verbis sententiam volunt et nudas eiferri in con&ilium rationes; in populis qui vel sine arte copiose dioere possunt clari

habentur.


non

26

importanza civile cos g-rande come i greci e i romani.


Occasioni singole tuttavia non mancarono. Per
formare ancora una volta la nostra attenzioue su Fi}H)iL'vanu avere oratori di un'

si

renze, dove e per la libera costituzione e per la natm-ale facondia dei suoi figli pi che altrove poteva
fiorir r

eloquenza, noi vediamo che nel

cominciarono a tener pubblici


minate circostanze, come quando

discorsi in deter-

si

polo assumeva o deponeva

vano

in carica

d'

ambasciaton,

mando a
stretto r
l'

le

j)o-

occasioni straordinarie

venute

presentazione del bastone del co-

condottieri stipendiati, e

non

ti

parr

ri-

arringo che Firenze apriva alle porto del-

eloquenza

t>.

(1)

Soltanto, anche queste erano,

stanze di parata,
tutta di parata

In

Capitano del

nuovi Signori (F oraziou del Gonfaloe aggiungi nota sa-

Rossi

il

il

comando, quando entra-

il

nieri si diceva allora ^^rofesfo

viamente

XV

secolo

tali

casi

1'

purtroppo,

come anche pi
eloquenza civile.
non si parlava di

circo-

tardi sar quasi

solito

in

latino,

maggior parte dei signori e dei gonfalonon conoscevan che la schietta


lingua materna: lo stile per e la composizione non
eran differenti nel complesso da quelli delle orazioni
jicrch la

nieri e dei capitani

latine.

Anche

nei protesti (questi e gli altri discorsi si

numerosi nei codici)

trovan

lo

stesso

schema

che,

invece di nascondersi abilmente, sembra voglia mostrarsi

(1)

quanto pi possibile

Op.

cit.,

pag. 96

anche

in essi citazioni

27

sempre, vacuit
di pensiero. rarissimo caso infatti che se ne trovi
uno cos semplice e modesto come quello fatto ai
Signori nella loro entrata il primo luglio 1445 da
e seutenze e artifizi retorici e, quasi

Bono Giamboni,

che il Rossi chiama


Bono, sortito gonfalodice ancora il Rossi, con

diceria

(1)

cara eccezione; che lo stesso


niere nel' 61

un discorso

tutto

dotto secondo
latino.

rifaceva^

si

pieno di citazioni e di

le pi strette regole e,

rigiri e

con-

per dipiii, in

(2)

Rarissimo caso, ripeto, ma non unico, che non


meno semplice di quello del Giamboni, e assai piii
bello di quella vaga bellezza fatta in gran parte appunto di semplicit nei pensieri e nei periodi che
sogliamo chiamar trecentesca, un protesto di Giovanni Morelli.

Modesti
pi,

come

e,

(3)

per cos

quello

di

Tancia da Foligno,

dire, casalinghi

un antico podest
il

suoi esemdi Firenze,

quale, essondo andato in sua

uno dei Signori, rispose che non


darebbe udienza qui in privato e che, se lo voleva, mandasse per lui , esempio, a giudizio del
Morelli, di sacra onest amministrativa, mentre ora
rechato [cos egli si lamenta] uno uso che pii
casa, di notte,

gli

d in chamera che a bancho .


E volendo poi V oratore ricordare ancora la differenza fra i costumi moderni e gli antichi, senza ricorrere ai Romani e ai Greci, sebbene il suo dire
udientia

(1)

(2)
(3)

si

y. Cod. riccard. 2330, e. 85 r sgg


Op. cit., pag. 97
Cod. riccard. 1074, e. 171 r.

28

Demostene, parla schiottameuto


< io mio richordo il luogho v^ostro essere una
cos
pichola casetta chon una audientia affumicata oh' a
pena vi si chapeva essere 1' ufizio de' sei merchatanti, chon cotale g'onelle streote et chappuccini miseri, et havere tre notaiuoli che facevano lettere
chon penne che parevano sermenti minuzati, et a
questo tempo veuivono le quistioui d' ogni parte del
mondo a diffinire, n mai si grande quistione era
che in brevissimo tempo non fussi determinata, in
modo che quella ora predichata chasa giusta et sanfacto una siuagogha meravicta. Hora voi havete
gliosa, grande et lavorata d'oro et di tarsia infno
a qualunque pii basso luogo et chon abituri separati da dare diverse udienze et comparite colle cioppe magnifiche espandoianti [sic] et chappucci di bracricordi uel concetto
:

cia cinque di

panno

et

havete sessanta notai

colle

penne lunghe, pi chattivo Tuno che V altro, e nonch


le quistioni venghino di fuori, ma quelle di qui
sono portate altrove per che s' el potente domanda
al

men

possente o per

1'

averso

a ragione, tiemelo a parole

s' el

men

possente

et tanto straziato

eh*;

per forza chonviene che s' accordi


Graziosa e fresca pittura, veramente e tutto il
discorso nel suo complesso un prezioso esempio
di quell'eloquenza schietta e vigorosa che fu soffo;

cata dalla smania retorica.

Come sono

invece solenni e vuote

cioni recitate da Stefano Porcari

(1)

le sedici

(e scritte

conforse

(1) V. in Prose del giovane Bonaccorso da Montemagno :v


cara di G. B. Giuliari, Bologna, 1874 (Scelta di curiosit

letterarie etc. disp. 141).


per
f;i

lui

29

da Buonaccorso da Montemagno), (1) quando


del popolo a Firenze uegli anni 1427

capitano

e '28!

In tutte

partizione scrupolosamente regolare;

la

dove il pii delle volte l'oratore tratta delsua a parlare d' un argomento tanto
l' incapacit
grande quant' Id dignit della fiorente repubblica,
alcuna volta, come nell' orazione seconda e nella
terza, cerca di riattaccare l'argomento a quello delLa dimostrazione, minuta ed
l' orazione precedente.
esatta, ornata di molti esemp tratti dalla storia, e
messi quasi a modo di narrazione nei passaggi da
una parte ali altra si nota una certa ingenuit. Fatta menzione che cosa Repubblica con alcuni documenti a conservarla, voglio dire da chi procedette
ed in che costituita . (2) Fino a questo luogo
v' ho detto da chi ed in che la Repubblica costil'esordio,

tuita

vogliovi distinguere a che fine ordinata

Qualche volta
terza

nella

nella quale

l'

intreccio pi complicato,

diceria,
si

irta di

parla fra

1'

definizioni

. (3)

come

scolastiche,

altro dell' incivilimento

uma-

pare una parodia, non solo un ampliamento, di


un noto luogo di Cicerone. (4)
Vi in tutte queste orazioni una grande abbon-

no

danza

di

superlativi, di interrogazioni

esclamazioni,

e,

quanto

alla

retoriche, di

lingua, di

costrutti e

parole latine.

^3)

V. prefazione dc4 Giuliari alla racolta suddetta.


citato, pag. 35.
Ivi, pag. 39.

(4)

De

(1)
(2)

Luogo

Inrentione,

I,

1.

Ma non
bilit dell'

30

per questo dobbiamo disconoscere

oratore che, avendo per sog-getto

lodi e le solite esortazioni, trova

modo

1'

a-

le solite

congegnar-

di

ben condotti.

vi dei discorsi

N cose molto

diverso

avremmo da

dire

per

le

altre dicerie e protesti tenuti in tali circostanze e in


altre simili.

Del

che importanza reale avevano questo

resto,

orazioni ?

Immaginiamoci un po' per esempio (e colla scoria


di un prezioso documento pubblicato da A. GiorGETTi (1) ci sar facile), immaginiamoci un po' la
solenne cerimonia della consegna del baston del co-

mando al Capitano della repubblica fiorentina.


La cerimonia descritta in questo documento

veramente del 12 ag'osto 1515, ma si potrebbe certo


riferire anche a qualche diecina d' anni indietro. Si
dava allora il bastone a Lorenzo di Piero de' Medici.

La

Signoria, con grande apparato, attendeva sulla

Palazzo Vecchio

ringhiera di

giungono

niagnilco spettacolo, fanti e cavalieri

mati magnificamente, e

si

schierano in

giunge ultimo Lorenzo fra un


bili fiorentini,

tutti

riccamente

in piazza,

ornati

ar-

bell'ordine;

numero

eletto

di io-

vestiti.

Fatto fare silenzio, messer Marcello Adriani, pri-

mo

segretario,

et

homo

la

In Archivio

318 sgg.

di virt et doctrina di quella

consueta orazione e
bandiera gigliata e la galea > e

excellentissimo

consegn

(1)

Storico

disse

la

Italiano, serie

IV,

voi, 11,

pa^,


dopo

bastono

il

prontitudine

31

che per

de' donzelli

la insolente

portato in

fu

per

im-

ringhiera

da uno di loro contro a ogni ragione e anticato


costume invece che dallo heraldo e Maestro di
cerimonie . Il nuovo capitano fece sue parole ,
rimont a cavallo e part seguito dal solenne corteo.
Ora, che reale interesso potevan prestare gli ascoltatori, tutti compresi della bellezza e dello sforzo di

Non

inganneranno le paampjirato narratore che chiama 1' orazione

quello spettacolo ?
role dell'

certo

e'

bella, docta, referta et elegantissima.... la quale bench havessi tempo molto crudo e molto tempestoso di
venti, con somma satisfatione di tutti felicemente fini;

nel processo della quale,

a molti de' pi docti


tenore

lo

lacrime

si

per

la

dolcezza di quella,

vide non potere celare n

ri-

Maggiore importanza non potevano avere i direcitati in occasioni di ambascerie, quando


pur non si trattasse di ambascerie mandate per pura
cerimonia, come quella dei Fiorentini al re d' Aragona per congratularsi delle Jiozze del (igio di lui
Ferrante, duca di Calabria che anche allora si tratscorsi

tava di lodare
l'

ingenua

ed esaltare, come ap'par chiaro dal-

e goffa

che fu l'oratore:
et

alchune

altre

proposizione di Giannozzo Manetti

Chominceremo

dalle salutazioni

cose febee et dilectevob, da poi d'al-

chune laude delle cose tue gloriosamente facto magramente et senza troppa largheza di parlare faremo
mentioue, acci non paia vogliamo alla Alaest tua
overo indebitamente compiacere. E poi infine con
tutte le forze dell' animo faremo allegrare di questa


nutiale
etc...

Ho

et

>.

solempne

82

festa dello tuo unico figliuolo

(1)

riferito

questo parole per mostrare ancora una

come diventasse
smania dello schema e
volta

addirittura ridicola talora la


dell'

ordino retorico.

Ma

que-

sto difetto esterno, ripeto, si trova solo no' minori

quando

il

pensiero c' e c'

dialettica, allora la

vera disputa e vera

forma regolare, non che dannosa,

riesce utile e bella.

prova un' orazione di Leonardo Bruni, (2)


orazione che non esiterei ad affermare la migliore

Ce

lo

di tutte le scorse fin qui

quella voglio

dire in ri-

Aragona, tenuta
in nome della Repubblica fiorentina. Il Bruni risponde partitaraente a tutti gli argomenti che gli
ambasciatori avevano addotti, con un ragionamento
dritto, serrato, fine, profondo, ordinatissimo
e una
sottil vena di arguzia pungente s' insinua qua e l,
sotto il velo della forma cortese.
Certo el serenissimo re essendo excellentissimo
principe com' egli non ci deverebbe reputare buoni
huomini n degni di sua amicitia, se noi fussimo
manchatori della fede nostra et delle promesse solennemente facto. La sua serenit siamo pi che
c?rti che s' egli avesse fatto simile promesse le vorrebbe al tucto observare, et con molestia sarebbe
udito da lui chi lo confortassi del contrario . (3)
Cosi agli ambasciatori che chiedevano in nome
sposta agli

ambasciatori

del re

d'

(2)

Cod. riccard. 1074,


Cod. ricoard. 2.544,

(3)

C. 97 V.

(1)

e.
e.

98 v. sgg.
94. sgg.

re

del loro

33

Fiorentini

ai

di

togliere

aiuto a PYancesco Sforza. Del Bruni

promesso
hanno oltre a
il

si

questa altre orazioni; una ancor essa bella e vigorosa, (1) dove respinge le accuse d'ingiustizia lan-

popolo fiorentino per la guerra di Lucca,


mostrando forza grande di argomentazione e raccogliendo prove di fatti che narra con brevit efficace

ciate al

rivolgendosi

aveva

all'

avversaio,

un ignoto Lucchese

con ironia
che con violenza mi par certo che questa orazione
non fosso realmente pronunziata, ma pubblicata, a
imitazion forse della seconda Filippica di Cicerone.
Le altre son di minore importanza e valore.
Mi par ora di poter con pi sicurezza affermare
quel che ho detto fin da principio: non essere stata
veramente dannosa alla nostra eloquenza l'imitazione
che

gli

scritto lettere offensive, pii


:

classica e aver

tanto agli inetti

nociuto
;

le

retoriche partizioni sol-

immenso danno
letterario la man-

averlo invece recato

mero esercizio
una costituzione politica che la favorisse.
Bruni mostra nelle due orazioni su cui mi sono

e averla rivolta a

canza
Il

di

un momento indugiata molti dei pregi che occorrono


all'oratore: in lui lucidit di pensiero, chiarezza di

forma,

vigore di

Ma

stile

in lui forza,

profondit, ar-

aveva qui qualche cosa da dire e


veramente importante non aveva
gi il compito di aggirarsi su vecchi argomenti sfruttati in ogni modo.
Se avesse avuto mezzo d' esercitare la sua eloquenza in pubbliche assemblee e di coordinarla a un

guzia.

egli

qualche cosa

(1)

Cod.

e. Ori.

cit.,

di

e. 30,

V. Bgg.

U dvqucza

nel sscolo

XVI.

84

determinato fine politico, perch non potremmo aver

un pregevolissimo oratore fin dal quattrocento ? Demostene sarebbe stato Demostene e Cicerone sarebbe stato Cicerone, se, tolta all' uno
avuto in

lui

xxXr,7t',

all'

sero dovuto

altro

il

tribunale e

il

contentarsi di qualche

senato,

aves-

discorso

ogni

argomenti disparati?
Quel pochissimo che ho detto (pochissimo soprattutto se si pensa alle numerose orazioni nascoste nei
codici, le quali non credo per porterebbero molta
luce nuova) sufficiente a dare un'idea dell'eloquenza
civile italiana prima del cinquecento.
Non voglio per tacer del tutto di uno speciale
genere di eloquenza, l'accademica. Basta ricordare
tanto, su

discorsi danteschi del Filelfo e de' suoi scolari


e r orazion del

per

il

Laudino

loro contenuto

oratoria

civile, e

sul Petrarca. (2)

(1)

Essi per

escono dal campo della vera

non merita

trattenervisi a lungo.

riannodano le orazioni
A queste
accademiche che vedremo abbondare nel secolo sein certo

modo

si

guente.

finalmente un breve cenno anche delle orazioni

che furon puri esercizi retorici e servirono come modello.

Esse sono press' a poco quel che erano certe


esercitazioni che si ebbero in Grecia al tempo di
Gorgia e dei sofisti e al tempo Alessandrino, e in
Roma specialmente uell' et di Seneca sono cio
;

In Sepulchrum Dantis. Firenze, 1833, pa?. 25 sjrg.


(2) Orazione di Cristoforo Landino quando cominci a
Miscelleggere in Studio i sonetti del Petrarca. In Corazzini
(1)

lanea di cose inedite o rare. Firenze, 1853, pag. 131.

orazioni

per cause

35

fnte, le

avevano V unico

quali

ingegno in sottili dispute dialettiche. (1) Ne troveremo alcune anche nel cinquecento.
Da questo rapido sguardo alla nostra eloquenza
del quattrocento apparso che essa quasi tutta,
e la latina e la volgare, eloquenza di parata.
Balena alle menti inebriate di classicismo lo splendido miraggio delFeloquenza antica ma i nostri oratori, che non sono oratori, per cos dire, di professione come (per citar sempre i due nomi che sembran compendiare in s tutta 1' eloquenza antica) Cicerone e Demostene, bens parlano ogni tanto in
pubblico
per dovere del loro ufficio o per abbellire solenni cerimonie, non hanno di solito nulla da
dire e c;idon nelF imitazione vuota e formale, in cui
si disperdono le naturali doti di facondia.
Ogni tanto sembra apparire, nella grigia monotonia di quei freddi discorsi, un lampo di luce
Pio II, Leonardo Bruni sono davvero eloquenti talvolta perch hanno pensieri da esporre e non devon
riempire la vuota forma dell' orazione con frasi e
scopo

di

acuir

l'

concettini

ma

in generale si delinea gi nel secolo

(1) Notevoli due latine di COLUCCiO Sall'iati (V. Pii SeCUNDi Opera Omnia. Basilea, 1571, pag. 959, Ep. Lib. I, e}>.
411); nella prima il padre e il marito di Lucrezia tentan ci

persuaderla a vivere nell'altra Lucrezia afiferraa la necessit


della sua morte
e come nelF una par inumana la fredda fi
nezza dell' argomentare che nel massimo contrasto eoi vio;

momento, cos nella seconda curioso, i:;compiacenza evidente con cui Coluccio s' iudugi;i
sullo scabroso argomento, il modo di ragionar della donuM
che sembra si uccida, pi che pel dolore della vergogna sofferta, per la paura d'innamorarsi del colpevole.

lenti affetti del

ieme

colla


XV

quello che meglio

36

vedremo nel secolo

XVI

sere la nostra eloquenza, nel suo complesso,

un

es-

eser-

cizio di retori.

CAPITOL:) IL
Occasioni dello orazioni nel cinquecento.

Ho

pi volte ripetuto come, piuttosto che le sin-

gole occasioni,
costituzione

manc

politica

in Italia nel

Rinascimento una

adatta

sviluppo

allo

dell' elo-

quenza.

da principio bene rispondere a una


critica che molto facilmente si potrebbe oppormi:
perch, cio, abbia, nel ricercar le cause della povert della nostra eloquenza civile, separato Tua

Ora

fin

secolo dall'altro.

La

pu

sembrare ed in parte
poramente tradizionale, perch facile capire che
dalla seconda met del secolo XV alla prima del
X\T non ci poteva essere vera diversit di vita
pubblica. Per intanto per Firenze almeno e'
differenza politica, perch dal ritorno di Cosimo
de' Medi ci essa non pi libera fino al 1494, e per
tutta Italia avvennero nei primi decenni del cinquecento rivolgimenti che la tennero, dopo il famoso
divisione

infatti

equilibrio dei tempi del Magnifico, agitata e sospesa

e avrebbero potuto dar materia a un'eloquenza, che

invece

ci

manc.

D'altra parte le orazioni pi belle e pi

studio sono del secolo

anzi solo del secolo

XVI,

XVI

non

l'oratoria

degne

del secolo

veramente

di

XV;
ita-

liana, bella o brutta

che

sia,

per la

massima parte

Ne

distinzione

la

perch

la

quattrocentesca

latina.

soltanto formale, perch

il

grande diminuire delle orazioni latine di fronte f)l


crescere grande delle volgari indice del decadimento di quell' umanesimo che ebbe anche nella storia della nostra eloquenza tanta importanza.
In ogni modo naturalmente non potremo non
confondere

gli

ultimissimi anni del quattrocento coi

primi del cinquecento.

Nel 1494 dunque Firenze scoteva il giogo mediceo che la piccola mente di Piero non avev^isaputo nascondere e alleviare cos bene come aveva
fatto Lorenzo. L'antica repubblica gloriosa era risorta
e i cittadini facilmente si entusiasmavano della libert riconquistata e inferocivan, nella loro ebbrezza,

contro

Ma

uartit^iani deofli antichi tiranni.

nei luijghi anni di larvata serviti

Fiorentini

sembrava avessero perduto l'attitudine a governare.


In un momento di tanta urgenza < scrive il Villari,
< non si vedeva in chi veramente si potesse
sperare

>.

1)

Anche Francesco Valori, pronto ad accendersi


tutto nei momenti di maggior pericolo, anche Piero
Capponi, capace di commettere dinanzi al Re di
Francia un atto che poteva costargli la vita, quando
si

trattava di discutere a lungo in Consiglio sMmpr.-

zientivano e s'annoiavano.

(1)

Cfr.

(2)

Pasquale Villari, La

utoria di

rola e de' suoi tempi. Firenae, 189S, Voi.


(2^ Ivi.

I,

Girolamo Saroncpag. 266.

38

volle la voce potente di

Ci

uu

frate caldo di a-

inore divino e di carit cittadina, per decidere l'ia-

popolo alle riforme: al difetto d'eloquenza civile


dov sostituirsi l'eloquenza del pergamo.
Era infatti mancata da luug-o tempo in Firenze
iiiT educazione
politica che potesse formare \'eri e
grandi uomini di stato ma neppur dopo compiute
lo riforme, dopo rafforzata con ogni cautela la libert,
sorse l'uomo politico, l'oratore civile.
Ma era tale quel libero ordinamento da favorir
Teloquenza?
Il Consiglio Maggiore e il Consiglio degli Ottanta
potrebbero paragonarsi, e li paragona infatti il Viima
lari, (1) all'assemblea del popolo e al senato;
n Tuno era rkxxXY,7i ateniese, educata da una
lunga autonomia, u l'altro il grave consesso dei
Patres Conscripti romani, i quali chiamavano otium
tiitt ci che non si riferisse al buon governo della
t'crto

patria.

che

Del resto, non c'era in quei consigli quella libert


si
potrebbe immaginare. Si parlava con tanti

riguardi che appena

opporsi

si

crederebbe, n era permesso

proposte della Signoria;

alle

(2) e

il

Villari

un caso narrato dallo storico Parenti di


un tale che venne
imprigionato e poi esiliato
per aver parlato con troppa vivacit contro le passate

liferisce

imposte

(1) 0;>.

(3)

cit.,

V(.].

I,

p:i;r.

288

(2) Ivi.

(3)

Cfr. Pasqj'ai.k Villaki, Siccol Machiavelli e

tempi. Milano, 1895-97, Voi.

I,

pag. 411,

n.)t,i.

suoi

39

tempo parlano ad ogni passo


come della cosa pi naturale del mondo, di cittadini non solo esiliati, ma uccisi dopo sommari processi anche per ombre di sospetti; e non certo senza
fondamento il Giannotti ripeteva tanto spesso nei suoi
libri della RepuhhUca Fiorentina, che in realt il goGi, tinti gli storici del

al '12 e dal "27 al '30

verno di Firenze dal "94

era

tirannico.

Ciascauo sa
con s(*i fave

Balia

egli

scrive

potevano

che

gii

Otto di

disporre della vita e

con sotte disponevano


di tutto lo Stato della Citt, perch potevano deliberare della pace e guerra in quel modo pareva loro
la Signoria poi con sei fave poteva il tutto. E perch
roba

di tutti

Cittadini. I Dieci

detti magistrati non era posto freno alcuno, si


poteva dire che avessero in poter loro tutta la Citt,
ei.l
essendo composti di poco numero d'uomini, seai

guita che

Che

pochi non

gli assai

fussero Signori

(1)

differenza dalla repubblica ateniese, dove

non erano quasi nulla di fronte al potere


dell'assemblea popolare! Chi dominava in Atene
V\y.y.\\\:;i'A dominava
lo
Stato; e come sopra una
moltitudine ha somma efficacia la parola calda e affascinante di un oratore ben accetto, ecco svilupparsi
nella meravigliosa citt tale un'eloquenza, quale non
si mai pi avuta e non si avr forse mai pi.
magistrati

In

Roma

il

pi ristretta,

(l)

Cfr.

potere vero era in un'assemblea molto

ma

formata in compenso da uomini in-

Donato Giannotti,

Opere politiche

e letterarie

1850, Voi. I, pag. 57.

di

Beila repubblica fiorentina, in


Firenze,

Donato Giannotti,

40

e colti e savi, dove la discussione poteva


procedere ordinata e serena e dove tutti gli artifci
della parola si affinavano; e se forse era meno fatellig^eiiti

ottenere

cile

l'ottenerlo

il

primato per

zione dei pubblici


In

propria

la

eloquenza,

non era per meno importante per

la dire-

affari.

Firenze l'autorit spesso tirannica delle ma-

gistrature, oltre al troppo facile sospettare,

impediva

che un cittadino dirigesse tutti i suoi sforzi a ottenere il predominio nel Consiglio Maggioro; e d'altra
parte gli Ottanta, non

conseguenza

al

eletti

a vita e non abituati per

jierpetuo governo, erano ben

lungi

dall'avere l'importanza dei senatori romani.

Del resto anche


per

il

modo,

la

forma,

la

procedura,

cos dire, del deliberare era tale da lasciare

minor campo

al libero

il

manifestarsi dei pareri nella

parola che persuade.

anche nelle Pratiche, dove si parlava piij


quando
la vSignoria richiedeva i cittadini del loro parere [citer ancora il Villari che ci
Infatti

liberamente

ottima guida] essi

si

restringevano nelle pancate,

secondo i magistrati a cui ap}jartenevano o l'ordine


in cui erano stati squittinati; consultavano insieme,
e poi mandavano ad esporre
vari pareri uno di
loro, il quale doveva ragguagliare di tutto . (1)
Ma forse pi di tutte le testimonianze impori

tante

per noi quella

di

un passo del Reggimento

di

Firenze del Guicciardini.


(1) ViLLAiti, Savonarola. Voi. I, pa^'. 288. Le parole che finiscono questo passo attestano ancora la limitata lil>ert dei
consigli fiorentini: nia se trattavasi d'una nuova legge, nep-

pur allora

si

poteva parlare contro di essa

Per bocca

41

Bernardo del Nero,

di

venerabile

il

cittadino che fu decapitato a settantacinque anni nel

1494

non aver

per

de'Medici,

rivelati

tentativi

di

Piero

Guicciardini, che finge in quel suo dia-

il

logo cos bello anche letterariamente, cos pieno di

forma di governo
possibile a Firenze, indugiandosi anche sull'opportunit di un vero senato simile in tutto all' antico
romano, si ferma ancor pili a lungo sul modo di
freschezza

consigliarsi

di

vita,

la miglior

deliberare; e parla cos chiaro e

di

per quanto lungo, vai la pena


passo intero, senza sciuparne in un
sunto e il pensiero e la bella forma.
Il magistrato che chiama la consulta propone
semplicemente il caso e dimanda parere; e allora
cos

di

che,

esplicito

riportare

il

secondo le usanze vecchie di questa citt s' arebbono


a ristrignere li uomini per quartieri, cio ogni quartiere separatamente, e consultare da s senza che
Tuno udissi l'altro e poi ciascuno quartiere fare da
;

s in presenza di

ognuno

la relazione delle

opinioni

che sono state nel suo quartiere; e il magistrato che


consulta suole qualche volta contentarsi di quella relazione in voce, qualche volta mettere i pareri alle
fave e pigliare quello che ha piij favo. Questo modo
molto asciutto e diminuito, e pare trovato o da
persone che paia loro mill'anni espedirsi delle conandarsene a casa, o da chi venga giii con la
deliberazione fatta pi per approvarla che per consigliarla. Il modo vero che, proposto il caso, gli
uomini di. pi autorit dichino il parere loro, e dichinlo in presenza di tutti, perch accadr qualche
sulte e

volta che in tutto

il

numero, uno o dua

soli

aranno

42

buona opinione, per bene che sia udita da ognuuo,


non in uno quartiere solo e se uno ara
uno parere e T altro lo abbia contrario, che possi
levarsi su e contradirlo, e questo farsi per una e
pi persone, e accadendo che uno medesimo volessi
parlare pi di una volta, o per meglio dichiarare o
;

per difendere, o per mutare

la

opinione sua, lo possa

perch in questo principio gli uomini che


non sono assuefatti di andare cos liberamente in
sulle ringhiere, vi andranno con rispetto per non
parere prosuntuosi, sar necessario che il governo

fare.

vi faccia

particularmente andare questo e quello, e

che in genere sia invitato ognuno a dire

la

opinione

sua, e usato diligenza per assuefargli a questo


di parlare e di disputare.
tanti

modo

poi che aranno parlato

che siano a sufficienza, e che non

che voglia parlare, allora proporre

vi

sar

altri

pareri, e torre

quando la cosa
uomini ancora sospesi,
non si straccare di ma-

quello che sar approvato da pi; o

non

resti

bene

rimetterla a

risoluta, e gli

uno

altro d: e

ed esaminare bene
tempo,v. (1)

turare

Non

si

mancanza

le

cose

che

aspettano

potrebbe, credo, aver miglior prova della

una vera, grande eloquenza civile che


quella implicitamente racchiusa in questo lamento
del vecchio e saggio Bernardo. Che, ripeto, la naturale facondia, di cui, nonostante tutti gli impedimenti
e le

di

limitazioni imposte al discutere,

cuna volta dar prova nei

(1)

Cfr. Opere inedite di

consigli,

si

dovette

al-

non era che un

Francesco Guicciardini

illustra-

te da G. Canestrini. FircDze, 1858, Voi. II, pag. 160, sg.

43

elemento dell'eloquenza. Penso che si possa estendere anche a Firenze quello che x\nsaldo Ceb, nel
suo dialogo II Boria diceva di Genova: quantun-

que molti sian coloro che parlano speditamente nel


consigliar dei negotii pubblici, pochissimi per, per
ch'io sento, son quelli che parlino eloquente-

quel

mente

Ma

. il)

noi

non abbiamo modo

bliche

deliberazioni;

di giudicar

facevano nelle pubtroppo poca importanza lette-

direttamente dei discorsi che

si

dava ad essi per conservarli.


Noi manoscritti di Pratiche che son giunti fino

raria si

come
nunziati non
a noi,

Consulte^

in quelli delle
si

riportano

interi,

nel goffo latino notarile. (2)


E di molli altri non v'

ma

discorsi pro-

in sunto e spesso

nemmeno

traccia.

Per esempio dalla biografia di Sperone Speroni


premessa al tomo V dell'edizione veneziana del
1740 delle sue opere, biografa ricavata tutta da documenti, si parla di uffici politici da lui esercitati
per molti anni
magistrati

pii

e si racconta

volte

gli

che

in questo giro di

occorse far vedere

eloquenza, della quale correva

il

grido

la

sua

e l'aspetta-

zione assai grande ; (3) ebbene, dello Speroni non


abbiamo conservato nessuno di questi discorsi, mentre

vedremo che

eloquenza giudiziaria si ha pur quale molto della dimostrativa.


Chi sa per se non si sarebbe svolta questa semp.lice oratoria civile e non sarebbe meravigliosamente
di

che cosa,

CI)
(2)
(3)

Cfr. a pag. 9 del Boria.

Genova, 1621.

Cfr. ViLLARi, Savonarola, Voi. I, pag. 283 nota e pag. 207

Pag. XIX. La biografia di

Marco Forcellini.


fiorita se,

ad esempio,

cousolidata, se

fra

la libert di

suoi

44

cittadini

Firenze

fosso

si

ne fossero

sorti

alcuni che avessero potuto dedicare alla libera elo-

quenza
parola

un'alta mento e naturali facolt di

politica

Perch corto noi non possiamo stabilire se e


quanto avrebbe potuto fare un uomo che av^esso
avute le qualit di Demostene, anche in quelle non
favorevoli condizioni.

Abbiamo

osservato come nel periodo che


1494 Firenze fosse cosi povera di uomini
atti al governo, che si lasci guidare dagli ammaestramenti che le venivano non da Palazzo, ma da

segu

g"i

al

un pulpito.

E dopo

che fra Girolamo

infamia strangolato ed arso,

non

in errore finch

nei

si

la citt

fu

coji tanta

pass

di errore

lasci riprender dai Medici.

brevi anni dell'assedio, quanto fu grande

il

coraggio e l'eroismo nei singoli cittadini e special-

mente nei giovani ordinati in


grande si mostr la trascuranza,

milizia, altrettanto
l'inerzia, la colpe-

vole fiacchezza dei governanti, che non seppero nep-

pure

accorgersi

in

tempo

del tradimento palese di

Malatesta Baglioni.

Le pi nobili
per una ragione

intelligenze fiorentine del

due periodi ad
grande politico

assister

per

d'allora,

libert le prest la

l'altra

non furono

la patria; se
il

tempo o
in quei

anche

il

pi

Machiavelli, nella prima

sua opera,

non pot per, ap-

punto per la sua qualit di segretario,


sua viva voce nei consigli.

farle sentire

la

In

fatti

di

un discorso

di

lui

del 1503 per hi

provvisione

per

il

45

denaio (1)

del

non

si

gonfaloniere Sederini o se

ma

cizio suo,

siam

certi

che non

sa se lo scrivesse

lo

facesse per eser-

lo

pot pronunziare

egli stesso. (2)

modo per questo

In ogni

discorso una buona

testimonianza per dimostrarci che

si

parlava nei con-

sigli

pubblici con intendimenti affatto opposti a quelli

che

si

seguivano, quando
e

plicit

pagine,

voleva di proposito fare

tanta la concisione, tanta la sem-

orazioni:

delle

si

disadorna schiettezza di queste poche


belle ed eloquenti davvero non per alcun
la

lenocinlo d'arte,

ma

por

la forza del

pensiero del

Ma-

chiavelli.

Insomma, nel parlare nei consigli dello Stato,


anche quando erano possibili e necessari lunghi e
bene svolti discorsi, non si doveva aver l'idea di fare
un'opera letteraria, un'opera degna d'esser pubblicata e conosciuta: prova sicura

il

fatto

che di quei

doveron tenere e che poterono


a volte esser belli davvero, non uno si pens allora
a conservare; anche quello del Machiavelli non
stato stampato che ai nostri giorni, e se molti altri
se ne trovassero in archivi pubblici e fra carte private, ci non verrebbe affatto a contradire quello che
mi sono studiata e mi studier di dimostrare, che
tanti discorsi

il

concetto

retorico e
delle

(1)

si

che pur

si

dell'oratoria

era

nel cinquecento tutto

faceva fra l'eloquenza gontia e

pomposa

grandi circostanze e quella giornaliera e dome-

V. in Opere

:!Jinori di

Niccol Machiavelli. Firenze,

1852, p. 130 8gg.


(2) Cfr.

YiLLAUi, Machiavelli, Vul.

I, \>u.g.

440 (tosto e notii 2)

stioa dei patrii consigli

che

io

credo

si

46

una

distin zione tanto assoluta

debba riconoscere

una

in essa

dello

principali cause per cui la nostra oratoria civile

ha

cos poco valore.

Come

costituzione politica, parrebbe quella di Ve-

nezia pi atta allo sviluppo

deil'

eloquenza, non per

Gran Consiglio, dove non si faceva che votai e


con un complicatissimo sistema, senza discutere, ma
per il Consiglio dei Pregadi (quello che gli storici
di Venezia, il Paruta per esempio, chiaman Senato)
il

il

Collegio

dei

Siivi

dove era

data parola agli

oratori. (I)

Per anche a Venezia la libert della parola era


limitata e dalla severa gravit del condurre gli affari pubblici,

questioni

si

per cui tutte le pi importanti e urgenti


trattavano segretamente nel Consiglio

dei Dieci, e dal rispetto quasi religioso per

il

Doge,

quale entrava dappertutto, cos che il Giannotti fa


dire a messer Trifone Gabriello che gi uno dei
il

nostri

gentiluomini, poscia che

il

Doge ebbe

detto

sua opinione sopra certo caso, venendogli detto


somiglianti parole: Serenissimo Principe,
queste
la

aspramente condannato; perciocch


tah parole parveno troppo familiari e non degne d'essere dette a un s onorato Principe . (2)
D'altra parte noto che a Venezia era uso parvoi cianciate

(1)

Cfr.

, fu

Donato Giannotti,

Della repuhhlira dei Viniziavi

in Opere 2>olitiche, ed. cit. voi. II, pag. 94. Tutto

il

dialogo

prezioso per la conoscenza del fimzionarnento del governo veneziano.


(2) Ivi,

pag. 109

47

da una parte impediva nell'oratore una cura attenta della forma, non
anche indice di quanto queir eloquenza civile fosse
nella mente deg-li stessi che l'usavano lontana da un
lare in veneziano: ora, so questo

ideale d'arte?

Quello che ho detto di Firenze e di Venezia, che

sono

due

tipi

opposti di citt libere,

estendere a tutta

Ed

si

pu

in

generale

Italia.

opportuno, per conclusione, riferire qui un


passo del Giraldi, che conferma appunto quanto ho
cercato fino ad ora di dimostrare. Egli scrive ad

Alberto Lollio, lodando


gli
pii

ha

fatto

le

sue orazioni, la cui lettura

gran piacere perch temeva che nessuno

coltivasse l'eloquenza in

modo degno,

veggendo...

Repubbliche d'importanza occupate o da signori soli () da i maggiori di esse, appresso i quali


poca forza ha l'eloquenza, reggendosi e disponendosi
tutte le

ogni

cosa ne'giudicii e nelle deliberazioni allo ar-

che reggono o secondo

bitrio di quei soli


di quei giudici

che

non secondo

posti,

a simili cose

il

il

parere

sono da essi pic-

maggior consentimento

del po-

polo che approvasse ovvero rifiutasse ci che l'oratore

avesse detto

Una

(1)

fonte preziosa di questi discorsi politici par-

rebbe che dovessero essere gli storici del tempo che


seguirono quasi tutti l'antica abitudine d'introdur
Delle

storie le

queste

(1)

orazioni

orazioni;

Cfr. lettera del

berto Lollio,

parte,

ma vedremo,
che

non

Gikaldi premessa

si

trattando di

pu

definire

alle Orazioni di Al-

r/entilhuomo ferrarei'e. Ferrara, 1563, ediz. per-

fettamente eguale a quella di Verona, 1742.

48

quanto lo storico abbia in esse ampliato e trasformato, quando, com' per la maggior parte dei casi,
non inventava di sana pianta.

Neir antichit insieme coli' eloquenza politica


famosa la giudiziaria, sia quella dei grandi procejsi
pubblici, sia quella delle cause private.

Ma anche

di questa si

hanno nel secolo XVI

scar-

sissimi esemp.

Sulla procedura civile e criminale di allora


si

non

ha, credo, un'opera che possa illuminarci; n io

avrei

mezzo

raccogliere

di

separate

le

scarse

notizie.

Certo

che

gli

avvocati

ci

ma

sempre avranno parlato;


trattasse pi che altro di

un

sono

stati

sempre o

probabile

che

si

dibattito di sottigliezze

sui punti controversi della legge.

Francesco Patrizi nella sua Retorica dice


che si veggono essere state delle Repubbliche
popolari che ne'giudizi non hanno havuto bisogno
Infatti

d'oratori, quale Firenze et

Lucca

et Genova... >. ^1)

molto pi esplicitamente Bartolomeo

anch' egli nella sua Retorica^ dice che


le

cause

giudiciali

nella

maggior parte

podest de' Dottori delle leggi imperiali


le

liti

(1)

per

via

Cavalcanti,

essendo bora
et

d'Italia in

agitandosi

molto diversa dall'antica, pare che

Cfr. T)eUa retorica dieci dialoghi di Messer

Patrizi. Venezia, 1.^2, dialogo

7,

pag. 47.

FRANCESCO

49

questa spetie di Retorica non habbia quasi luogo et

che sia

superchio

di

Ci conferma questo

sembrava

ai

trattare di quella >. (1)

il
il

fatto

cinquecentisti

che l'uso di Venezia

medesimi un'eccezione*

Pietro Badoaro, che il solo collo Speroni di cui


abbia trovate raccolte alcuue poche orazioni giudiziarie, spiega che il costume giudiziario di Venezia
nulla diverso dal costume romano antico,
poco
aggiungendo, con quella singolare esagerazione d'entusiasmo propria del tempo, che nella sua citt molti

fertilissimi ingegni nel trattare le civili et le crimi-

non sono meno eloquenti di coloro che


Roma e in Athene con tanto grido fiori-

cause

nali

gi

in

rono

(2)

Donato Giannotti poi in quel suo dialogo della


RepuhUica dei Viniziani^ cos mirabile di chiarezza,
spiega molto meglio che ogni accusato in Venezia
si pu difender da se o per mezzo di avvocati, ma
(1)

Cfr.

La Eetorica di tesser Bartolommeo Cavalcanti,

geniilhuomo fiorentino, divisa in 7 lih7-i etc, Venezia, 1559, pag.


22. Il passo riferito del Giraldi accenna anch'esso, come ve-

demmo,

mancanza

alla

di occasioni per l'eloquenza

giudi-

ziaria.

prefazione alle Orazioni

(2) Cfr, la

ro gentiluomo

civili di

Pietro Badoa-

veneziano, secondo lo stile di Venezia nelV agitar

cause. Venezia, 1.593. per Giambattista Ciotti.

Lo Zeno per

tomo P della Biblioteca dell' eloquenza italiana


del Fontaxini, corregge cos queste orazioni le stamp nel
1590 G. B. Bonfadini. 11 Ciotti non fece che cambiar le due
prime carte, mutandovi la data e il nome. Pietro Badoaro
non gentiluomo veneziano: il titolo preciso dice * Orazioni
civili di Pietro Badoaro, gi del Clarissimo signor Daniele,
a pag 127 del

Nobile Veneziano Daniele dunque, cio

uomo veneziano
C. Ori.

il

padre, fu gentil-

e senatore.

U eloquenza

nel secolo

XVI.

~
tutti

usali

l'opera

50

dogli

avvocati,

quali

<

non

uecessario che siano dottori di legge, o abbiano in


quella facilit studiato; bisogna bene che siano pratichi negli statuti e nelle leggi della nostra

blica

Repub-

(1)

Essi potevano parlare ciascuno un'ora e mezza,


e

avevano

vere,

il

tempo misurato da un orologio a pol-

tanto che a

me

pare

commenta per bocca

messer Trifone il politico fiorentino, che questi


nostri avvocati abbiano grandissima similitudine con
quegli antichi romani oratori . (2)
Questo per i processi privati quando poi e' entrava di mezzo la salute pubblica, s' impadroniva del
reo il terribile magistrato dei Dieci, e il reo non poteva ne per s stesso n per altri, agitare e difendere la causa sua in detto Consiglio ma compariva
dinanzi a' Capi e di tutto quello che egli diceva se
ne pigliava nota e quando la causa da' Capi era introdotta in Consiglio, bisognava che alcuno di loro
pigliasse questa impresa di difenderlo
altrimente non
di

modo difeso
modo consimile

poteva essere in alcun

a Firenze in

(3)

giudicavano i
processi politici; fu fatta bensi noi primi del 1495 una
legge per cui ogni condannato dalla Signoria o dagli Otto per delitti di Stato si potesse appellare densi

Maggiore, e in tal caso


Signoria dovesse accettare chiunque volesse par-

tro otto giorni al Consiglio


la

lare in difesa dell' accusato, (4)


(1)

(2)

(3)
(4)

ma

Pag. 1.^.
Pag. 135
GiANNOTTi, Op. cit., pag. 123
Cfr. ViLLARi, Savonarola, voi.

nel 1528, secondo

sg.
I,

pag.

29.5.

la

testimonianza

pubblica
a cui

s'

si

51

del Varchi,

non potendo, per esser

appellato,

legge del

'95 fosse

osservata sempre

Del resto
vonarola non

in tutto
si

torniamo

non fosse

(1)

complicato processo del Sa-

il

trova

ci

per j^rocuratore^ sia che

stata modificata o

nell' uso.

l'eroico frate torturato.

Ma

della Re-

difende da s davanti al Consiglio Grande,

era

vietato dalla legge^ difendersi


la

un capitano

il

nome

di

un difensore

del-

(2)

pura eloquenza giudiziaria.


Gli avvocati nello stato di Venezia potevano anche non essere dottori di legge infatti a Padova
Sperone Speroni poteva trattar cause nel foro e suscitare grandi entusiasmi. In una lite di due figlie
sue contro il comune suocero Roberto Papafava,
questi che era tutto ardito, al cominciar dell'orazione [dello Speroni] si mise tutto a tremare; suoi
alla

avvocati niente altro rispondeano, se non che

tuttu

era filosofa e tutto artificio; gli astanti, che prima


gli
gli

davano

il

torto,

piena ragione,

avanti

Ma

uditolo,

non sapevano che

beato

chi

potea

trarsi

far-

pi

(3)

perch dunque

il

numero

delle orazioni gi

diziarie giunte fino a noi cos

stranamente miserevole a confronto del numero stragrande delle orazioni di parata ?

Prima

di tutto e' illumina

riamente dovevano

(1)

tali

orazioni

il

disprezzo

Storie, 1. VI, cap. 3.


ViLLARi, Savonarola, Voi. II, oap. IX, X, XI.
Cfr. Vita di Sperone Speroni gi citata pag. XXV.

Cfr.

(2) Cfr.
(3)

Varchi,

essere

su quello che ordina-

52

ostentato dagli avvocati del Papafava per quella dello

Speroni

tutta

filosofa

tutta

artificio

in

secondo

luogo, prima di accusare ancora la smania retorica


del cinquecento,

guardiamo un po' quello che

si fa

ai nostri giorni.

Noi siamo

liberi

oratori nei comizi

sorge un

dire,

abbiamo

Eppure quale uomo


sue concioni e

pu

oratore in circostanza di elezioni, e

nei tribunali poi, chi

le

oratori in parlamento,

in tutte le nostre piazze, si

le

non sa quanto

politico, quale

sue arringhe

si

chiacchieri ?

avvocato pubblica

la loro

eloquenza

accende e divampa un momento senza


essi non mirano che all' effetto
pratico immediato. Ma invece qual' la pur misera
orazione accademica, la pur meschina conferenza
ULi

fuoco che

si

lasciar tracce di s

che non

si

dia alle stampe ?

Dobbiamo riconoscere
chiari oggi nemici della
realt,
pili

se

non

in teoria,

vicino a quello dei

che, per quanto ci si di-

vuota retorica, abbiamo ia


un concetto dell' orazione
cinquecentisti che a quello

e severo degli antichi, di cui non si


mai avuto in epoche moderne il profondo spirito di

grandioso

vita pubblica.

Quello che ho detto finora va inteso per, naturalmente, in tesi generale, pensando che ogni regola

sua eccezione.
E un' eccezione magnifica un discorso del senese Lelio Tolomei, detto al Senato della sua patria
negli ultimi tempi della libert, discorso che insieme
h;i la

con qualche altro, il quale per il genere pu fino


a un certo punto avvicinarglisi, esaminer pi a
ungo.

Oo

Per, se ben

vedere che fu

Tolornei chiamato con misura straordinaria dalla camosserva,

si

il

il

pagna

in citt per dare il suo parere mostra che in


Senato non c'era nessuno capace di fare altrettanto;

e quest'

uomo che da anni viveva

quando

ritirato ne' suoi

con tanta solennit il suo consimolto probabile parlasse con un' eloquenza
assai pili Iciiteraria che non usasse nelle solite suo
discussioni il Senato di Siena.
Altro orazioni recitate, o almeno scritte, per occasioni politiche ne abbiamo e sono anzi le pi belle
del cinquecento, quelle che converr esaminare con
maggior cura.
Pure, che orazioni son queste? Del Bembo al
studi,

dav^a

glio,

Doge Loredan per

distoglierlo dalla lega col

Francia, del Nardi a Carlo


rentini, del Della

per

ai

per

di

fio-

la resti-

Farnesi, e ai Veneziani per

lega contro Carlo V, e altre

poste

fuorusciti

Casa pure a Carlo

tuzione di Piacenza
la

Re

dunque per occasioni

consimili.

Com-

ma

sono occasioni che, per quanto serie e importanti, pure offrono qualche lato all'abbondanza degli ornamenii
retorici, pur sono, in certo modo, anch' esse occasioni
politiche,

di parata.

orazioni degli ambasciatori non erano

Infatti le

di per s stesse fatti politici, che

la

di

deve dimensvolge e prende


si

il tempo in cui si
nuova severit la scienza diplomatica,

ticare esser questo

carattere

non

quale nel suo freddo

calcolo

positivo esclude

fronzoli di eleganti discorsi.

Cos

le

le relazioni

relazioni

degli ambasciatori veneti, cos

del Machiavelli e del Guicciardini,

pur

54

tanto eloquenti per lucida esposizione di

fatti

e per

profonda accortezza di pensiero, non hanno nulla in

veramente oratorio.
Quasi eliminati cos, almeno nella letteratura, due
generi di eloquenza, rimane il terzo g'euere, il dimos di

strativo.

La causa

dimostrativa

la principale

fine onest, la materia virt,

suo

V intelletto e ammonirlo di ben fare

Speroni per bocca

di

La smania

torica. (1)

un interlocutore

il

Cos Sperone
della sua

Re-

in quest"

eloquenza

di sole

abbiamo infatti una vera moltitudine


puramente dimostrativi.

e noi

d discorsi

]ri

che

dilettar

dell'adorno, del lussuoso, del

pomposo poteva appagarsi


parole

ufficio

1'

Queste le condizioni dell' oratoria italiana nella


ima met del cinquecento dopo, anche le ultimo
:

rimanendo sola ma infiacchita Venezia, si


spengono; finiscono le lotte fra Spagna e Francia che

libert,

lasciavano agli Italiani ad ora ad ora fremiti di

]iur

speranza:

tutto

si

scenza paurosa, sotto


sotto

io,

Le

il

il

si

triste spirito della reazione.

fonti pi

schiette della nostra vita s'inaridi-

che aleggiava nella letteradisperde: succede a un Ariosto un

scono e pur quel


nostra

tura

ferma in un' acquiegrave predominio spagnuo-

calma,

si

soffio

Tasso.
In questo

ma

tempo noi vediamo non gi sorgere,

diffondersi o nioUipiioj\rsi

deir eloquenza:

(1;

loghi.

Cfr.

1"

il

insipido

frutto

a'>'.'jidjinica.

Spero .NE SpEnoxi, Dialogo

Venezia, 1560,

y^i

pa<;.

130.

della Retorica in Dia-

55

che appaiono gi prima nelle nostre ora-

I difetti

zioni si aecentuaQo:

vacuit, la

la

vana pompa,

la

pervadono tutte e dilagan nel mare

floscia retorica le

dei periodi flaccidi e sonori.

CAPITOLO
La teorica

deli'

III.

eloquenza.

accennato in principio del mio studio come mi


sembri falso far derivare la nostra povert oratoria

Ho

dall'imitazione d=^gli

oratoli

classici,

che, ben

in-

facilmente prodotto bene che male;

avrebbe pii^i
ho accennato anche che dannoso piuttosto fu, insieme colla mancanza di un organismo politico adatto, lo studio puramente teorico e formale dell' antica

tesa,

eloquenza.

Convien

prima di passare all'esame delle


XVI, fermarsi un po' su questa

ora,

orazioni del secolo

considerazione.

Non ripeter
si

qui che lo schema antico, quando non

esageri, naturale e

orazione, n che
latori antichi

l'

come innato

in

una buona

intima conoscenza dei grandi par-

non avrebbe

fatto

che arricchire la meite


non sar invece

e lo stile dei nostri cinquecentisti;

inutile dimostrare

un po' quella formalit, comune del

resto a tutti gli studi classici del periodo umanistico.

Sarebbe vana

fatica industriarsi a ricercare

quanto

fossero noti nel cinquecento gli oratori antichi,

meno pi famosi.
Anche dei greci abbiamo

al-

(1)

delle

Cfr.
loro

edizioni e traduzioni; (1)

Federici, Degli scrittori greci e delle italiane versioni


opere, Padova, 1828. Cfr. anche Federici, Degli


di Cicerone poi

non

mentato in

tutti

-Jb

parla: edito, tradotto,

si

com-

modi.

traduttori e

commentatori
raccogliendone

solito

r opera

quelli

che chiamavano

loro,

di

nrricctiivan

vagliandone

gli artifici.

Orazio Toscanella, per esempio, che ha un' opera

apposta sugli
gilio.

artifici

osservati

Cicerone,

in

Vir-

Orazio e Terenzio, esamina con up.a sottigliezza

e con una pazienza mirabili tutte le parti delle orazioni ciceroniane, tutti

sentimenti, tutte le figure.

mostrar esemp

di

argomenti
molto spesso, per

luoghi, tutti

gli

argomentazioni, fa dei lunghissimi

specchietti, caratteristici nelle loro

divisioni e sud-

divisioni e divisioni delle suddinsioni. (1)

Per ogni argomento che egli avesse a svolgere,


l'oratore doveva trovar pronti frasi e concetti capaci
di rivestire e d'imbottire la vacuit del pensiero suo:

ne, del resto,

si

priamente detto,

modo

provvedeva soltanto alForatore proma a chiunque dovesse in qualche

esercitar Teloqueuza, intendendo questa parola

nel primitivo e pi generale significato di

arte

del

dire a voce o in iscritto.

Molti libri compilati a questo scopo

bero nel cinquecento; rammenter

trovereb-

si

solo

quello dei

Padova,
Paitoxi e la
Fontanixi, ^'eiiezia.

tcriitori latini e delle iialiane versioni delle loro opere,

1840, e le opere consimili dell'ARGETATi e del

Biblioteca dell' Eloquenza Italiana

Pas

del

ioali, 1753.

f\)

Par

e-jenipio,

parlando delle cose con

cr.i si

mette

<'

in

ricordar le ricchezze male


acqui.stato e il mostrare che sou soverchie e che sono spese
male, e, basandosi snl capo XLVI dell'orazione ciceroniana
altrui invidia fra le altre cita

in difesa di Sesto

il

Roscio Amorino,

fa

un complicatissimo


Concetti^

Hierouimo Garimberto riporta

cui

li

periodi

autori

di

57

antichi

berto per

un suo strano modo

moderui,

spesso fra gli antichi 'Cicerone;

frasi

citando

Garimraggruppare ogni

notevole

di

il

specie di ragionamento, cio di parlare e di scriv^ere,

due categorie, pubblici e privati; e privati divide


secondo i tre generi dell' eloquenza oratoria i j;resenti, che comprendono le virt che si lodano e i
vizi che si biasimano, e corrispondono al genere

in

dimostrativo;

passati,

riguardanti

omicidii,

gli

specchietto, di cui ruerita por curiosit trascrivere

una pccola parto.

le

una parte

(1)

Luoco
Palazzi

Ponderando
i'^i""'^

le

sue considerazioni

Sito
)

'^^

i^[fj-J3tero

Modello

\ et

cose simili

Molte

Buone

Possessioni
.

Belle
Dilettevoli

Vicine
et simili cose

Vasi con

le l<n"o

con-

sideratioiii delli

Arazzi
S|)alliere

Ornamenti
di casa

Artifici loro

Luochi dove furono


Terra [)reciosa
Arto

Tapj)eti

Tavole
Quadri dipinti
Statue
Figure: considerando ampliricataraeute
cou le considerationi
che entran nei vasi

fatti

Marmer
Argenti)

Oro
Lontana Tiza
Difficolt in trovargli
Pericoli

Viaggi
Diversit loro

(1)

Cfr. Libro

primo degli

famiglia di Maestro Luca

artifici osservati

da Orazio

Ti.'

scarnila della

Fiorentino sopra l'oratloni di Cicerone, sopra

Virgilio, le ode d'Oratio e le Oomedie di Terentio


in esso tessuti, Venezia, 1563 pag. 10.

et

da

lui

mescolatamente


rapine e

tutti

in giudizio, e

delitti e

58

discordie che

le

diciale; gli avvenire^ in cui c'

e poi dell'elezione, e si

nere

si

portano

genere gibisogno del consiglio

quindi

corrispondenti

al

possono considerare

di ge-

deliberativo. (1)

Sminuzzando questi argomenti privati in ogni


loro minimo particolare, il Garimberto d per tutti
le frasi che gli sembrano pii adatte ad esprimerli.
Garimberto
II CanceUieri del Doni, che merita per d'essere
distinto dagli altri consimili perch dimostra pii
ingegno ed condotto con maggior chiarezza di
Scritto collo stesso fine del libro del

metodo.

(2)

Un

di

procedimento consimile segue anche l'autore


una retorica, Giason De Nores, (3) il quale pure,

in generale, assennato.

Dopo
(1)

la

Cfr. Concetti di

da

raccolti

lui,

da l'autore

Hikronimo Garimbehto

per scrivere familiarmente

et

de pi autori,

liora la

seconda volta

revisti et in molti luocJii ampliati.

jirecttti dell' arte,

Ndhks

Venezia,

libri tre,

contengono Vinti

si

terzo libro,

nel

viene,

Della rethnrica di GiAso.v J)k

(2)

altra

parte teoretica,

15r)3.

ve' quali,

Orationi tradotte

da' pi famosi et illustri Philosophi et Oratori con gli Argomenti


loro.

Discorsi, Tavole et Ruote, ove si potr facilmente

l'essecutione di tutto
catori, a Giudici,
1'

Oratorio.

Vortificio

ad Avvocati.

Venezia

intero titolo di (juefito e del sejruente

Utilissimi a
S4.

Ho

li1>ro ]ercli

vedere

Predi-

riportato

d chiara

idea dell'intento e dell'organismo di queste opere.


(3) Il

Cancellieri del

Doyi,

libro dell'eloquenza, nel

rede per similitudine la virt del dire degli Antichi

Moderni
di

qual

si

savi et de

virtuosi in ogni im2)resa honorata; di Guerra, di Stato,

Potenza, risolvendo con

Latini, et da gli

nezia, 1562.

huomini

le

vere sentenze, tratte da' Greci, da'

mirabili

della

lingua

nostra.

Ve-


alla pratica,

59

traducendo

riportaudo e airoccoi'eiiza

molte orazioni di diversissimi autori d'ogni tempo.

Prima per di ciascuna orazione egli racconta Targomento, poi d uno schema delle parti in generale,
poi altri schemi di ciascuna parte, come del proemio, della confermazione, della confutazione; e nel
fiir

questo

naturalmente suddivide

quindi per maggior chiarezza riordina

sottilizza

tutti gli arti-

fin dell'orazione egli pure in una tavola.

Bench non sempre


lo

si

arrivi

questi

eccessi,

antiche sempre tale che


comprimere scolasticamente l' imparola viva; un volere ucciderla per

studio delle orazioni

sembra frenare
peto della

anatomizzarla.

questa freddezza anatomica

trova suppergi in tutte

le

si ri-

retoriche del cinquecento,

che non sono poche.

Prima di tutto va osservato che noi ben poco di


nuovo potremmo trovare in esse, condotte tutte, quale
}ii, quale meno, sull'esempio delle antiche, specialmente dell'aristotelica; (1) senonch quelle pur pesanti distinzioni antiche sono spesso molto esagerate.

Bartolommeo Cavalcanti, autore

di

una

retorica

lunghissima e dotta che ho gi citata, dice infatti chiar.vmente nella dedicatoria che seguir sempre Aristotele
ora traducendo, ora altrimenti accomodando.... allargando le cose
dette strettamente da lui,
<-.

lo

generali et virtualmente comprese specificando

sapeva che si desiderava nel


maggiore particolarit.

[oich

filosofo

greco

(1) Coiae le orazioui antiche, nnclie le opere retoriche f;;rono molto edite e tradotte nel cinquecento, specialmente
l'aristotelica. Y. in proposito le opere gi citate per le orazioni.


Chiedere

all'

60

opera del Cavalcanti idee

notizie importanti sulle condizioni

dell'

nuove

oratoria nel

suo tempo, sarebbe vano; bench egli pur cerchi


d* essere in qualche modo pratico e sia il suo trattato uno dei pi seri e meglio condotti e pi meritamente diffusi.
Tutti del resto questi scrittori di retoriche attin-

gono

senz* altro per

la

materia

alle

antiche

fonti,

per tenendosi piuttosto alle teoriche genee dando alla propria opera un certo carattere

alcuni
rali

filosofico, altri

invece liberandosi presto dal fardello

delle pi gravi e astruse dispute

nel

campo

ed entrando subito

della pratica.

Notevole fra

retoriche pi astruse

le

quelia del

Barbaro, che, pur non rinnovando sostanzialmente


nulla, ha qualche curiosa novit nella forma, un dialogo fra

la

molti pi

Arte e l'Anima, che poi, dopo


filosofici ragionamenti, si trasfor-

Natura,

meno

1*

mano miracolosamente, prendendo ciascuna un

cor-

appare una giovane e bella donni


(1)
che ha in s qualche cosa di severo e insieme di
divino; la natura pi semplice e pi schietta con
tante mammelle , < essendo madre di tutte le cose >*,
e l'Anima poi prende le sembianze di un graziosissimo giovinetto, tanto bello che l'Arte incantata esclama, accrescendo ancora il ridicolo della grottesca finzione: Che carne gentile e delicata, non per troppo
molle; guarda che dignit, che maniera, che fronte
allegra et signorile chi potr dire che egli non hab-

onde

po:

l'Arte

(1)

Della eloquenza,

Daniel Barbaro,
pag. 31

.!g.

Dialogo

eletto

del

rererendissiino monsigntr

patriarca d' Aquilea. Venezia, 1557.

-Olad essere pieno di costumi et d'ingegno? >. elo


chiama poi Dinardo, perch Dio, Natura et Arte
il donarono >.
Dopo questi bellissimi r-.ragamenti il Barbaro
bia

per lascia

passa a parlare
della chiarezza, dell' eleganza, della maest del dire,
del numero, della convenienza dello stile alla materia, etc. Delle partizioni oratorie non parla minuregioni

le

filosofiche e

tamente.

Anche questa

retorica, di cui

ho detto un po' pi

diffusamente appunto per la sua goffa stranezza, non


fa

nessuna luce

tempo: essa
formazione ideale

sulla pratica oratoria del

, ripeto, tutta astratta e intesa alla

del perfetto oratore.

La forma
data
a

dall'

a dialogo, la classica forma raccomanesempio ciceroniano, del resto propria

molti di questi

trattati: cos

dialogo

1'

O-a-

messer Giovanmaria Memo, un veneziano di


buon senso. 1 Nei tre libri cambiano gli interlocu-

tore di

>

tori e le scene,

con riuscito

effetto artistico; l'espo-

sizione semplice, chiara, garbata.

Pur non allontanandosi dai sohti precetti


tradizione, il Memo non si dimentica che nella

della

realt

certe regole valgono poco pi presto convenevoli


per tenere i putti in esercizio , e ben fa parlare il
Venier, avvocato secondo 1" uso di Venezia, sulla necessit che r oratore forense studi attentamente la

causa in s stessa.

(1)

L' Oratore del

(2)

magnin^o dottore

vanmaria Memo. Venezia.


v2)

Cfr. pag. 60 sgg.

1545.

et

cavaliere

M. Gio-


Ne dairamore

62

suo soggetto

del

nere dal far dire scherzosamente


volta che in qualche faccenda

al

e'

si

lascia

tratte-

Quirini che, ogui

entra V eloquenza,

male in peggio,

e che perci l'efaccenda


loquenza fatta di chiacchiere vale meno che nulla. (1)
A dialogo pure un' opera retorica di messer

va di

la

Alessandro Lionardi, il quale per non tratta


secondario;
l' oratoria che come di argomento
ch, siccome al vivere umano sono necessarie
cose, ben parlare e bene operare, e per tutte e

del-

per-

due
due

queste cose necessaria la cognizione della storia,


delle orazioni, dei

abbraccia in s

poemi,

le altre

ma

questa terza cognizione

due,

cos egli

dichiara

di

voler trattare specialmente di essa. (2)


Niente di notevole in ci che dice dell'orazione,
se

non

forse

il

distinguere

le

orazioni propriamente

dette dai parlamenti-. ne' parlamenti si seguita pi


l'effetto

naturale et nell' orationi

si

dee pi studiare

Ma

assennatamente osragionamento che


vano, ancora che egli sia composto et tessuto di
belle, vaghe et ornate parole, non perci si potr
dire degno di huomo n ragionevole >?. (4)
Sperone Speroni, che vedemmo oratore famosissimo, d anch' egli forma dialogica al suo breve
et attendere all'arte

serva che

(1)

....

(3)

quella oratione o

Cfr. a pag. 8.

(2) Dta?o/7

<?i

meer

Alessandro Lionardi ddla

poetica, et insieme di quanto

s'appartiene,

ite.

alla

Venezia, 1554.

(3)

Cfr. a pag. 38.

(4)

Cfr. a pag. 12.

inventione

istoria, et all'arte

oratoria

63

introducendo il Valerio, il
Brocardo, il Soranzo a ragionare assennatamente
essi ripetono i soliti concetti, ma con riflessioni giudiziose; (2) le lodi continue al genere dimostrativo,
cui ho gi accennato, sono indice e riprova dei gutrattato di

retorica,

(1)

predominanti del tempo.


Anch' egli non d esemp e insegnamenti, ma si
mantiene in discussioni generali.
Filosofico pi di tutti e puramente teorico Francesco Patrizi, (3) che, con ardimento nuovo, osa criticare gli antichi trattati retorici, senza per saperci
dare egli stesso se non dei dubbi ma gi 1' essersi
accorto che essi non valevano pi affatto per il presente , come ha ben rilevato Benedetto Croce, (4)
sti

merito non piccolo.

Non bisogna
sti

per dimenticare che egli da que-

suoi medesimi dieci dialoghi appare ammiratore

entusiasta di quel Giulio Cammillo

gno quanto mai

irrequieto e ciarlatanesco,

cercare a ogni costo

essere stravagante.

Del resto a

Delminio, inge-

me

il

nuovo riesce

che per

cos spesso ad

(5)

pare

il

Patrizi quasi

pi

cavil-

Op. cit.
Per es. dove ii Soranzo giudica Cicerone essere stato
oratore molto migliore che retore, si come quello che meglio
parla che non e' insegna a parlare Cfr. pag. 132.
(3) Op. cit.
(1)
(2)

(4:)

Cfr.

Benedetto Croce

Francesco Patrizie

della retorica antica in Miscellanea

di

studii

io.

oriiica

critici edita

in

onore di Arturo Graf. Bergamo, 1903, pag. 149 sgg.


(5) Il Cammillo parla specialmente di oratoria qua e l
nel Discorso sopra l'idee
Venezia, 1560, voi. II.

d^ Hermogene

e nella Topica in Opere,


loso che fine veramente

64
in

ogni modo, la forma, che,

per quanto diversamente sembri al Croce, tutt'altro che lucida ed efficace, involge spesso e quasi

deforma

Non

il

si

pensiero.

allontana invece dalla strada

cesco Sansovino, (1) oratore egli


per una sua raccolta di orazioni

dare via via

gli

esempi,

si

comune Fran-

stesso
;

il

famoso

quale per, nel

riferisce quasi esclusiva-

mente, non gi a Cicerone n ad altro autor di veri


discorsi, bens a Orazio e a Virgilio, a Dante, al
Petrarca, al Boccaccio.

Ecco, per darue un'idea, come

esempio di genere giudiziale, la canzone (28^) Queir antico mio


dolce empio Signore del povero messer Francesco il quale non si sarebbe mai creduto che le
sue poesie amorose v^enissero un giorno considerate
come vere e proprie orazioni. Nella qual canzone
dice il Sansovino si trova V accusa e la difesa, ma
pi partitameute dell' accusa lasci
:

Fera stella, s'il cielo lia forza in noi


Quant' alcun erede, fu sotto ch'io nacqui,
E fera cuna dove nato giacqui
E fera terra ove i pi mossi poi, (son. lil)

In difesa, eh'

la

seconda parte del Giudiciale

il dissi mai ch'io venga in odio a quella


Del cui amor vivo e senz'il ([ual morrei;
S'il dissi, ch'i miei d sian pochi e rei
E di vii signoria l'anima ancella. (canz. 19)

S'

(1)

In materia dell'arte

dine delle cose che

calcem

alle

si

libri tre, nei

quali

si

contiene l'or-

Venezia, 1561 ad
huomini ilSansovino. Venezia, 1561.

ricercan TnelVoraiore.

Orationi volgarmente scritte da molti

luKtri eie. raccolte

da Francesco

65

Questa sti-anezza giunge nel Sansovino ali" eccesso,


ma anche molti altri scrittori di cose retoriche citano
spesso versi di poeti e prose di novellieri in modo
da darci una curiosa prova del vuoto formalismo di
tutti questi studi, in cui si finiva col perder di vista

non
il

solo la realt delle condizioni presenti,

ma

anche

concetto di cosa fosse una vera orazione.

Ma

queste teoriche avevano reale

efficacia sulla

pratica delForatoria?

gran numero di esse (che non tutte ho


ricordate) e quello che gli autori dicon continuamente, di voler fare opera di utilit immediata e di
divulgazione, fa credere che quest' efficacia ci fosse
Certo

il

davvero.

vediamo nella maggior parte delle orazioni del cinquecento la preoccupazione di queste
regole, di questi precetti, sia che l'oratore creda bene
di seguirli, sia che pensi di poterne fare a meno,
come, ad esempio, lo Speroni che nell' orazione in
morte del cardinal Bembo dice che parler solo per
ammirazione ed affetto fuori i rettorici ammaestramenti, non di cose comuni, come usanza degli
oratori cio a dire del sangue suo e della sua patria
Infatti noi

etc...

ma

di lui stesso e della

propria

gloria... >

(1)

Per non bisogna dimenticare che queste retoriche sono quasi tutte della seconda met del secolo XVI, e che per conseguenza il loro influsso

(1) Cfr.

Sperone Speroni,

Opere. Venezia,

1740,

T.

pag. 160.

C. Ori.

L'eloquenza

civile Hai. net sec.

XVI.

Ili

non pot

GG

che sou le pi bello


orazioni del secolo e appertong-ono alla prima met.
esercitarsi su quelle

Le eccessive partizioni non sono sempre in realt


rigorosamente osservato nelle orazioni cinquecentesche e se, volendo, possiamo dividerne e suddividerne
il prologo e la dimostrazione, non sempre questo sminuzzamento si appalesa alla lettura si pensi del resto
;

hanno sminuzzato anche le orazioni di


Demostene o di Cicerone, che sembrano il prodotto
naturale di un subitaneo commovimento dell' animo.
Anche, vanno considerati separatamente diversi
che

retori

generi di discorsi; in quelli


fatti e
lito,

ma non

quale

vede bens

d'idee, si

dello

invece

schema

pii

lo

ricchi di
so-

un' esagerata osservanza,

trova in quelli pi

si

pi

seri,

schema regolare
vuoti

di

pen-

siero.

Certo la vacuit inevitabile delle orazioni obbligatorie in alcune cerimonie,

che son

la

massima parie

delle orazioni cinquecentesche, si prestava

benissimo

norme

della tra-

a questo ligio procedere secondo le

dizione; e insieme questo seguire strettamente le re-

gole retoriche aggiunge^"a alla vacuit pesantezza e

grave monotonia.
Per questa pesantezza deriva anche da altre
cause, dallo stile per esempio, perch ordinariamente
neir oratoria si raccolgono tutti i pi stucchevoli difetti che ha la prosa classica italiana,
quando non
sia quella dei sommi.

Ma

di questo

concludere che

vedremo

lo studio

altrove:

teorico

perora interessa
dell'

eloquenza fu

nel cinquecento formale e gretto, e che, senza allon-

tanarsi di

un passo dagli

antichi,

non

si

seppe per


capirne lo spirito, e

si

67

cerc soltanto

l'

l'esagerazione del meccanismo esterno.

CAPITOLO

imitazione e
(1)

IV.

Orazioni politiclie.

Le pi belle orazioni
come abbiamo detto, fra

del secolo

nuamente

vita

si

trovano,

quelle pronunziate per oc-

casioni politiche ed illustrano


tanti della

XVI

momenti

assai impor-

dei vari stati italiani, avvolti conti-

nelle guerre e

sempre pi fortemente op-

pressi dalla supremazia degli stranieri, a cui tenta-

vano

di

sottrarsi, a volta

a volta

confederandosi e

dividendosi e facendosi ausiliari or delF uno or dell'

altro potente.

Prime

fra tutte noi stu dieremo le orazioni ricor-

date di Mario Bandini e di Lelio Tolomei per

portanza che d

loro,

oltre

l'

intrinseca

genere deliberativo,
uniche che noi conosciamo.
d' essere,

fatto

nel

im-

l'

bellezza,

quasi

il

le

(1) E notevole poi per vedere l'interesse che si dava n<4


cinquecento allo studio dell'eloquenza, la grande abbondanzii
di raccolte d'orazioni. Avr occasione d'accennare iu seguila
ad altre di minore importanza; nomino qui subito quelle olio
furon le prime: Orazioni di divei'n rari ingegni. Yenezii\,
1546
Orazioni diverse e nuove d'eccellentissimi autori. Fi-

renze, 1547, e quella famosa di

Francesco Sansoyino:

Delu'

oraiioni volgarmente scritte da diversi huomini illustri de*tem'i>i

stampata (Venezia, Francesco SansoVenezia, Rampazetto, 1562


Venezia, lacopt
Sansoviuo, 1569
Venezia, Al segno della Luna, 1575. Fu
ristampata anche a Lione nel 1741).
nostri etc. pi volte

vino, 1561

discorsi

Gli altri

GS

non saprei assegnarli

politici

assolutamente ad un determinato
direi

parte

genere oratorio
piuttosto che essi hanno in s per la maggior
i

dimostrativo e del deliberativo

caratteri del

come quelli
dimostrare buona ed

insieme,

per

altre vie;

1'

scopo generalmente di
qualche proposta gi fatta

cui

il

utile

orazione del Guidiccioni poi

ttitta

dimostrativa.

Mario Bandini fu cittadino integerrimo

amatore

caldissimo della libert; capitano del popolo nel 1555,

quando
e;j:li

sua Siena fu espugnata dagli Imperiali,


appartenne a quella schiera di generosi che
la

non vollero sopportare il giogo della serviti^ e uscirono dalla citt per andare a cercarsi un' altra libera patria nella piccola Montalcino, dove egli fin
tre anni dopo la vita.
Fu capo del partito popolare dei Libertini e quanJ'i, nel
1525, gli appartenenti al Monte dei Nove,
die avevano jBn allora tenuto il governo della repubblica senese, veduta minacciata la loro potenza per
la

rgni costo, egli


q

Pavia dai Francesi, a cui essi


avevano stabilito di conservarla a
strinse
suoi in una congiura contro

sconfitta toccata a

s'appoggiavano,
lei

tiranni della patria.

ai

congiurati raccolti in

sua casa pronunzi nel marzo del 1525 quella bella


orazione tanto calda di sentimento, tanto semplice e
vivace di forma. (1)
In essa nessun ornamento retorico

ei)

L'ultimo editore

di essa fa

di Orazioni politiche del secolo

segg. y. per

le

il

comincia col-

Dazzi nella sua raccolta

XVI. Fireuze,

altre edizioni ivi, pag.

1866, a pag. 307

XXXIV.

G9

non
credo, ottimi cittadini, che fia qui alcuno che non
conosca quanto per acquisto della libert siamo ad

r entrar

subito

della questione

nel vivo

Io

Avete veduto pii volte, ed ora


pi aperto scorgete, con quanto pericolo nostro o
delle cose nostre, papa Clemente s'arg-omenti e si preatfaticarci obbli^^ati.

pari per occupare questa repubblica, spiantare questa


citt >. (1)
Il

pontefice, alleato dei Francesi e del

Nove, confondendo

Monti in un ordine, aveva

governo della citt nel Collegio dei Secon a capo Alessandro Bichi, che la faceva da

ristretto
dici,

tutti

Monte dei

il

tiranno.
Quali

ferri ci

piedi, quali vie

voi medesimi,

hanno questi uomini messi

abbiano

quando

attraversato

io

il

a'

nostri ono!

n'
i,

tacessi, lo conoscete.

parendogli aver fatto abbastanza per oppri-

governo popolare, ne han sopra le spalle posto il giogo del tiranno . (2)
Bene sarebbe che nella citt non ci fossero pii
divisioni, ma se fine di quest' unione fosse la pace
e la concordia; invece ora si vuole cos perch
una parte dei cittadini opprima l'altra. Ma questo
non dev' essere a nessun costo .... se non provvederemo, se non saremo savi, in pochi mesi (io
ne cavo alcuni pochi lor favoriti) tutti saremo plebe,
tutti passeremo per volgo. Ma io vorrei pi presto mille

mere

il

volte morire che, nato libero in citt libera, divenir

servo de' miei eguali


(1) Pa^;.
(2;
(.3)

(3)

307 sg. del Dazzi.

Cfr. a pag. 308 del Dazzi.


Ivi, pag. 310.

<u

Coatiuua eoa un' aceiba requisitoria contro i Novoschi, mostrando com' essi che si dicono a torto no)ili per una nobilt loro piovuta dal cielo, temano di
macchiarsi avendo i popolari per coUeghi nel governo ma i popolari sdegneranno di comparire come
;

ministri loro in quel senato

n era libero

liberi,

non era
lare

lecito, se

il

dire

il

non dentro

dove non

voti erano,

proprio parere
alle

dove

regole loro, favel-

(1)

Enumera

tutte le colpe del

governo

di

corruzione

e di tirannide, ragionando con mirabile chiarezza del

ha sugli animi il desiderio di farsi tiranno, e cita esemp cittadini ed antichi per concludere che bisogna scuotere quel giogo, se non si vuol
ridursi all' estremo della servit e della miseria.

Prendete l'arme, prevenite colla forza e coli' arpotere

che

dire la libert, riscuotete voi ed

mani

della

superba signoria

giogo; se gi voi

le

morti

posteri vostri dalle

di pochi, scuotete

de' buoni,

il

questo

sacco della

vostra roba e la servit pi tosto che la libert non

desiderate

Fiera voce di guerra

(2)

che ancor

oggi commove.
Orazione i)i
tante e bella di

veramente deliberativa, e imporuna sua severa bellezza quella che

Lelio Tolomei disse nel senato senese nel 1550. (3)


Gli Spagnuoli nel 1531 avevano restituito nella li-

bora repubblica di Siena

a)

Ivi,

il

governo dei

nobili e vi

pag. 312.

(2) Ivi, pag. 310 sg.


(3)

-:

a pag. 110 8Pgg. del

8ANSOVINO.

tomo

li dell' ediz. del 1741 del

71

avevaa posto un presidio; cacciati nel '45, tre anni


dopo vi eran tornati, sotto il comando di Don Dio^0 Mondoza ed avevano questa volta ncisato ad erigere una cittadella.
Fu questa una irrnvo (ineslione i Senesi ben capivano che una fortezza spag'uuola avrebbe per sempre soggiogata la citt e tentavano con ogni mezzo
;

d'impedirne

pidanza e

quei momenti di tre-

la costruzione. In

di paiu^i era

venuto

in Siena,

chiamatovi dai

concittadini, da Monteantico,

dove aveva i suoi beni,


messer Lattanzio e
allora ambasciatore alla corte

l'abate Lelio Tolomei, figliuolo di


fratello di

Girolamo,

imperiale.
Costui

scrive

il

Pecci

persona molto

era

autorevole, esemplare, dotto e accreditato, era cano-

nico della Metropolitana, riteneva tre Abbazie e

altri

benefizi ecclesiastici, che in tutti passavano la ren-

annua

dita

di scudi tremila, oltre la nobilt della fa-

miglia e per

essere

stato nipote del

vanni Piccolomini e per


l'

anima era

tieri .

(l)

nella citt molto

Entr

nella

amato

congiui^a

per

avea

impedir

fatti,

il

quale

voleva

non veder

la

e veduto volen-

di

Benedetti, detto -Giramondo


della fortezza per

cardinal Gio-

altre belle parti e doti del-

Giovan Maria

molti viaggi che


la

costruzione

sua patria soggio-

gata e priva della sua dolce e cara libert

(V)

Peggi. Memorie storico critiche delli

na, 1758, Voi. Ili, p. 238 sg.


(2) Cfr. Il successo delle Rivoluzioni

(2)

citt di Siena. Sie-

della citt di

Siena,

da Alessandro di Girolamo Sozzini, (jentiluomo Sanese


Vanno del Signore i587 in Arch. Slor. Ital., Serie 1, voi.

scritte
ctc,

72

Animato da im sincero amore del bene, spinto


anche da quello zelo cristiano che il suo ministero
sembrava gli imponesse, il Tolomei, che ci piace immaginare austera tigura di venerando sacerdote, abituato alla riflessione nella raccolta solitudine del suo

Monteautico,

si

adoprava

Senesi tuttavia discordi,

in

ogni

modo

jier

unire

per metter pane fra loro,

per dar

loro, coir unione e colla pace, la forza


e
ne parlava non solo in privato, ma anche pubblicamente, perch gli era concesso sedere in Senato invece del fratello lontano. Intanto giunsero nuovi rin;

forzi di soldati spagnuoli e lo sbigottimento generale

crebbe a dismisura, tanto che, avendo la Signoria


convocato il Senato, i pii di seicento cittadini che
v'intervennero tacquero tutti come insensati e fuori
di s stessi, per lo spazio di duo ore. (1) Parl
allora, dopo s lungo silenzio, il Tolomei. (2)
Secondo un' altra versione, (3) il Tolomei avrebbe
invece parlato in Consiglio generale per il Pecci
dice che questo consiglio si volle ma, non si pot
adunare.
;

D'altra parte nella narrazione anonima c' confusione perch, dopo aver parlato del Consiglio generale, vi

si

dice che

v'

intervenne

li, j. 42 8;^. Cfr. anche


La cacciata
da Siena, 4l'iucfrto autore. Ivi, pag.
(]) Cfr. rFX'Ci, 1. e, p. 245.
:

(li)

P^;;li

ste.H.-io

.accenna

.*i

Lelio Tolomei,

della guardia

questo silenzio

....

tutti gli altri cittadini ai quali cederei sempre,

come accaduto questa


Sansovino,
La cacciata dei la Guardia etc.,p.

sero voluto jiarlare,


p.

117 del
(3) Cfr.

apagnuola

486.

in coso che
non haves-

sera....

482.

Cfr. a

uomo per
il

lo v^irt

quale fece

gantissima

in

73

ed esquisite qualit sue rarissimo,

Senato in questo proposito uua ele-

orazione

in

detestazione

tal

Citta-

uomo convinto

di quel

di

della . (1)

questo

il

discorso d'un

11 Tolomei stesso
due parti la prima uno
sfugo dell'animo su quello che gli accadeva d'attorno;
la seconda la vera parte deliberativa, e si suddivide

il primo che le provvisioni


questa in tre punti
gi fatte per riparare a questa ruina vanno fredde
e lente e in parte non si eseguiscono nel modo
che converrebbe, il secondo ohe, oltre ai rimedi
gi deliberati non si resti di pensare conti inamente
a pigliarne de' nuovi, 1' ultimo capo , che, se pure
la disgratia della citt fusse tale che non avesse rimedio (Dio ce ne guardi).... poi che si perde tutto
quello che si pu perdere, almeno non perdiamo
l'hoDore, acciocch ci sia questo un capitale, essendo
costretti a guadagnarsi duramente il pane, poveri in

che

dice, serio, giudizioso, onesto.

chiaramente

lo divide

in

esilio >. (2)

C
amor

in

tutta

l'

orazione

un vivo

patrio e di piet religiosa,

e'

sentimento

forse

di

anche una

certa onesta ingenuit, per esempio nell'insistere sul

concetto che

l'

imperatore non pu commettere

in-

Dio aiuta sempre la virCosa che il buon prete


dov infine convincersi non esser sempre vera per-

giustizie e che del resto


ili

e la intenzion

buona

. (3)

ei)

Cir. p. 482.

(2)

Cfr p. 117 8g. del Sansovino.

(3) Cfr.

p. 116 del

Sansovino.

che poco pi

mi anno dopo moriva, insieme

col

Girolamo, di veleno. (1)

fratello

La

ili

74

bellezza di questo discorso sta nel sentimento

di caldo patriottismo

che

lo

pervade, che prorompe

Non consenta

alcune volte

quasi liricamente

mai

direttamente o indirettamente a que-

la

citt

....

ste forche cos vituperose della cittadella, e

non por-

S. M. la risolutione che
tando gli ambasciatori
si spera e desidera, vestisi a bruno la Signoria e
Magistrati della citt, non sonino campane del
tuiti

da

Palazzo, portinsi
si

trombe,

ma non

si

sonino

non

facciano feste, banchetti, nozze o altro segno d'al-

legrezza

fin

tanto

si

tolga via tanta mina.

(2)

La forma per di solito non ha niente di vivo e


colorito, anzi un po' monotona, un po' grigia

di

ma
ci

le

schietta e sobria, senz'essere troppo disadorna,

piace soprattutto per

il

confronto colle solite ora-

zioni. (3)
(1) Cfr, SozziNi. Op. cit., p. 51: Alcuni dicevano che Don
Diego li aveva fatti avvelenare, per il sospetto che aveva di
loro, per conoscerli di bellissimo iugei^no e di generoso cuore: altri dieeano esser stati avvelenati da persone particolari
per qualche particolare interesso. In qualsiasi delli due modi
hasta che la lor morte dispiacque a tutti li cittadini ed uomini della Citt ma pi alli Congiurati, per aver perso due
appoggi importantissimi a il loro negozio; per il che tutti
jjresero a il detto Don Diego odio immortale. Dopo la morte
dei quali, messer Giovan Battista Nini, come amicis8mo di
essi, fece alcune stanze sopra la lor morte . L'editore, non
credendole degne d'esser messe fra
ducnmenti, ne riporta
due in nota.
(2) Cfr. 1' orazione a pag. 120 del Sansovino.
(3) Del TOLOMEi si ha anche un ragionamento fatto al Mendoza perch non volesse con tanta sollecitudine procedere
;


Da
tra
(lev'

/o

avviciuarsi a queste per rargomeuto un' al-

orazione, che vien prima in ordine di tempo,

ma

esser loro posposta per pregio intrinseco, quella

cio pronunziata dal bolognese Floriano Dolf, canonista pregiato e

Studio della sua

insegnante nello

domenica 9 ottobre 1502


Domenico in Bologna, per incitare
citt, la

dal pulpito di S.
i

concittadini alla

difesa della patria contro le cupide mire di Alessan-

dro VI e di Cesare Borgia.

Vincenzo Giusti, che pubblic nel 1900 quest'ol'iizione (1) la quale si credeva perduta, dice che
essa da annoverarsi fra le cose pii eloquenti del
secolo

XVI; ma

invero, se in alcuni

punti

vi

si

trova forza di pensiero e calore di sentimento espresso

con efficace semplicit,


l'

(2) nell'insieme lo stento del-

espressione, una certa

pedanteria di

trite

remini-

v.qW esecuzione del Castello (cfr. Pecci. 1. ct. pag. 246). DiM>rse altre orazioni riguardanti le lotte intestine ed esterno
(li Siena negli ultiiui tempi della sua libert
bo potuto vedora manoscritte nella Biblioteca Comunale senese. Ma, )er
laanto esprimaui) dei caldi sentimenti, nessuna mi e par.^a
degna di nota speciale.
(1) Vincenzo Giusti. Orazione di Floriano Dolji bolognese
per la difesa della patria contro Alessandro VI e Cesare Borgia.
IJ.)logna, 1900 (per nozze Di Miraiioro-Boasso).
(pa^. 16-20) del(2) Bella specialmente la dimostrazione
l'iniquit di Alessandro VI che deposta la veste di pastore,
si lia posto indosso il mantello del lupo et con ogni astuzia si
sforza privarci del prezioso dono della dolcissima libert ; e
V esortazione al popolo di non curarsi delle sue scomuniche,
perch gli ecclesiastici tengono veramente il luogo di Dio in
terra solo quando esercitino il loro ministero con chiave non
errante.

76

scecze classiche e bibliche, una grande oscurit

rendono, a mio vedere, inferiore


zioni del Baudini e del Tolomei.

fine, la

Disadorna

atfatto

alle

nell:-i

ora-

un'orazione del Trissino non

so se al Collegio o ai Pregadi di Venezia (1) per ottener la revoca di una determinazione legale del 1532,

secondo

la

quale

Vicentini erano obbligati a rifab-

a proprie spese una parte della loro citti.


una splendida riprova del concetto diversissimo
che si aveva nel cinquecento di eloquenza politico-amministrativa necessaria e di eloquenza esornativa. Se
confrontiamo questo discorso con uno del medesim.'>
Trissino per l'elezione di un doge, vedremo la gran
bricare

differenza fra quello, che ornata orazione, e questo

che solo l'esposizione a voce di una supplica


quale fu presentata anche

passiamo

ali"

la

scritta. (2)

eloquenza pi veramente dimo-

strativa.

L'orazione con cui Pietro

(1)

La pubblica B.Morsolin col

Bembo

nella sua qua-

titolo di Orazione di

Giorgio Trincino alla Signoria di Venezia

un

Giovon

libretto

< 1-

da Ga<;tano Di Thiene per nozze Mangilli


Laupertico,
nell'Aprile non so se del 1875 o del 1876 perch c' fra :%
lettera del Di Tbieno e la prefazione del Morsolin una c.;riosa sconcordanza di date.
ferto

Pubblicata di seguito all'orazione


Del resto, n il Trisaltri al suo tempo pensar(n'i, non che a stainparo
qnesto discorso, neppure a divulgarlo: il Morsolin ne ha ti<;vato solo l'autografo non senza cancellature e forse il primo
getto uscito dalla penna dell'autore; jwtrebbe anche dai^i
che. invece che il primo getto, sia 1' unica stesura fatta solo
per fissar* le idee: chiaro che 1' autore stesso non dava i:nportanza letteraria a iueste sue parole.
(2)

8IXO

lf'


segretario di

lit di

((

papa Leone X, ricevuto

in u-

dienza dal doge di Venezia Leonardo Loredan

il

dicembre 1514, espose a lui e alla Signoria la proposta del pontefice che Venezia lasciasse l'alleanza
col Re di Francia per aderire alla lega coli' Imperatore Massimiliauo e col Re Cattolico, possiamo dire
con sicurezza che fu pronunziata tale quale ci pervenuta,

(i)

corrispondenza del Bembo,


giorno stesso sped la copia della sua o-

Testimonio
il

quale

razione

il

di ci la

al pontefice. (2)

Quest'ambasceria, con cui Leone

aveva spe-

rato di ottenere dalla Serenissima l'assenso ai suoi

desideri invano gi ricercato con lettere e per


del

mezzo

Laudo, oratore veneto a Roma, fu un insuccesso

diplomatico; e la colpa del cattivo esito

si

volle at-

Bembo, che, secondo la testimonianza di un veneziano contemporaneo, sembr


ai suoi concittadini alquanto aspra e tale da non
impedire che la proposta del papa sembrasse disotribuire all'orazione del

strana

nesta,

chiamata

ed

isconcia^

pii tardi

perizia diplomatica.

(1)

scelte
p.

(3)

in tal

le

modo

va in

si

esageri l'impor-

fatto attribuita.

pubblicata fra le Orasioni poiiiche del secolo XVI


Dazzi^ pag. 33 sgg. V. per le altre ediz. ivi,

Pit.'tro

XXVI.
(2)

tro

da

quest'orazione fu

capolavoro di eloquenza e d'im

Mi sembra per che


tanza intrinseca che

sicch

Cfr.

Bembo

Vittorio Gian.
in

Archivio

A proposito

Veneto,

pag. 80.
(8) Cfr.

CiAN,

1.

cit.,

di

Nuova

pag. 84 sg.

un ambasceria
Serie,

Voi.

di Pie-

XXXI,

78

Bisog"na pensare, e giustamente

lo

nota

il

Gian,

che il Bembo non faceva altro che dare la veste ad


argomenti gi prima discussi e concordati col pontefice, e se avrebbe potuto e dovuto temperare la
forma, smussare certe angolosit della frase, evitare
certi tasti che non potevano non toccare al vivo la
suscettibilit dei suoi concitadini (1), come ad esempio quei frequenti accenni alle guerre coi Turchi
che risveghavauo

non era

la

memoria

di troppo recenti ferite,

suo potere di cambiare la sostanza della


proposta, che non doveva in nessun modo riuscire
accetta ai Veneziani, troppo legati ormai colla Francia
e troppe bene speranti da essa.
Talch, come afferma il Gian, neanche il genio
politico

in

d'un Machiavelli o

d*

un Guicciardini avrebbe

ottenuto risultato affermativo.

Ma, proscindendo dalla maggiore o minore validit


di certi argomenti, noi diremo che l'orazione del
Bembo seria e solida nella maest dell'ampio periodo a volte un po' troppo ciceroniano; piena di
sottile dialettica nel mostrare i vantaggi che possonderivare a Venezia dall' accettare la j)roposta del ponmali che le posson venire dal non accettefice e
tarla; scevra di troppi ornamenti retorici che l'oratore ha molte cose da dire e non s" indugia sulle
i

chiacchiere.

Anche
troppo

il

schema non ha

suo

retorico:

esordio,

affatto carattere

proposizione, narrazione,

dimostrazione, perorazione formano un tutto stretta-

(l)

L,

c!f.. paj^. 85.

79

mente congegnato dal logico procedere del ragionamento.


Riesce un po' monotono qualche volta con quel
suo cojitinuo riferirsi agli ordini impartiti dal pontefice: Il mio Signore mi ha commesso che venuto
qui pi tosto e con pi diligenza che io potessi, io
E
facessi alla Serenit Vostra intendere.... etc
;

dice che ella [Venezia]

Signore e argomenta

il

faccia ;

1) e cos via;

maggior movimento oratorio quando


di parlare in

simo.

nome

il

dice nostro

ma

io

come

Pietro

prende

Bembo,

del pontefice, parla per s

Ora parler

e servitor

Bembo

finito

mede-

cittadino

vostro, ('esideroso dell'onore e del

bene

Cvmjunanza al pari di ciascuna delle signoIo, signori, quando da


rie vostre cho qui siete.
venire in diligenza a
mi
fu
imposto
Signore
nostro
questa Signoria, quantunque all'et e alia coraplcssion mia, l'una non verde e T altra non l'obusta, e
all'esercizio mio assai lontano da ci, non si condi questa

venga l'andare per


a

me

paresse

istaffetta, e

molto

questa inusitata fatica

grave, specialmente a questi

nondimeno la piportarvi una buonissima

guazzosissimi

e fierissimi tempi,

gliai volentieri,

estimando di

novella, recandovi pace e quiete e sicurezza in luogo


delle guerre e de' travagli e de' pericoli

molti anni in

qua

stati siote.

ne' quali

da

(2)

seguita cercando di mostrare che egli ha par-

non solo per comando del suo nignore, ma essendo ben persuaso dell'utile che dal seguire quello
lato

(1)

Cfr. l'oraz. nel Dazzi, pag. 40, 41, 42

(2) Ivi, pag. 63 sg.

80

proposte verr alla patria sua; serio, efficace, semplice; la sua orazione un vero modello di severa
eloquenza.
Bella pure per la severit della forma l'orazione
diretta da

Giovanni Guidiccioni

ai nobili

lucchesi,

dopo

quella rivolta degli Straccioui, che, originata da cause


varie e complesse,

popolani, a cui
pubblica, non

ma

specialmente dalla miseria dei

nobili,

padroni

opponevano

dell'

oligarchica re-

che superbia e

altro

sprezzo, mise a repentaglio la libert di

undici mesi di varie


parte del popolo,

fin

Lucca

e,

di-

dopo

vicende e di eroici sforzi da


colla sconftta di questo,

troppo

discorde per esser capace di vittoria. (1)


Orazione non recitata mai, come dimostr irrefu-

Lucchesini,

che il Guidiccioni, nella


sua qualit di ecclesiastico, non avrebbe potuto prender parte che a quel Parlamento generale tenuto in
Lucca nell'aprile del 1582, per sedare i tumulti, nel
quale fu concesso a tutti di parlare; ma egli allora

tabilmente

si

il

trovava a

Roma.

(2)

questa ragione capitale

unge un'altra ugualmente


gomento che

il

il

Benincasa ne aggi-

valida, traendola dall'.4r-

Minutoli premise alla ristam))a dell'e-

dizione fiorentina del 1867 delle Opere del Guidiccioni:

che cio se un'orazione tanto severa verso il governo


lucchese fosse stata recitata, questo stesso governo
cos sospettoso e vendicativo

(1)

l,

a pag.

57 delle Orazioni scelte del

Lisio. Firenze, 1897. Per


(2)

le altre ediz.

Lucchesini. Memorie
Tomo IX, p. 157.

di Lucca.

non avrebbe poi com-

sec.

XVI

vedi ivi a

p.

di -O

VII.

documenti per servire alla storia


messo proprio

al Guidiccioiii

sao operato
Madrid.

il

Che

il

alla

egli

corte

T incarico di giustificare
di

Roma

ed a quella di

il Bemi
col pensare, a ragione,
pare,

Guidiccioni accettasse tale incarico

nincasa giustifica

che

SI

volesse

cosi

nobile sacrifizio de' suoi

col

principi e de' suoi sentimenti, evitare alla patria sua,

minacciata da tante avide brame, nuove noie e forse


nuove sventure. (1)
Non recitata dunque, n esercizio retorico, come
il Lucchesini pens, (2) movendo a sdegno il Giordani, (3) n originata da risentimento per offese private, come, fondandosi su prove malsicure, suppose
il Lucchesini stesso, (4) quest' orazione non appare
al Beniucasa quello che apparve al Minutoh, lo sfogo
solitario di un' anima che, addolorata profondamente
dalla tristissima condizione del popolo e irritata contro

colpevoli di tanti mali,

non avendo nel presente

la possibilit di far udire la

sua parola ammonitrice

di moderazione e di prudenza, la ferma nella scrittura


perch pii tardi, non appena gli animi siano pi
calmi, essa possa esercitare Y azione sua benefica.

Cos si scrive dice il Benincasa non per


far leggere poi di soppiatto a qualche amico o pa-

(1) M. A. Benincasa. Giovanni Guidiccioni scrittore


plomatico italiano del secolo XVI. Roma, 1895. p. 104.
(2)

Cfr. op. cit.

Tomo

I,

p.

e di-

158.

Giordani. Scritti inediti e postumi pubblicati da L.


GussALLi. Voi V, p. 368
(4) Cfr. MiNUTOLi. in Opere di M. Giovanni Guidiccioni. Firenze, 1867, Voi I, p. 132 8g.
(3)

Cfr.

C. Ori.

L' eloquenza

civile ital. nel sec.

XVI.


reiite,

ma per

82

prouunciarle, quelle parole, con tutta la

forza dei polmoni, per imprimerle

d'infamia su

Secondo
tenzione

la

lui

marchi

tanti

fronte del tiranno. (1)

dunque, l'orazione

recitarla

di

come

di santo sdegno, e

fu scritta coli' in-

dal Guidiccioni

bramoso

di recarsi al

infiammato
Parlamento

con essa apportare il pii


gran colpo secondo le sue forze al sanguinoso e
dispotico governo degli ottimati; non recitata per
1532 per

del 9 aprile

ivi

ragioni a noi ignote (esclusa la paura, impossibile in

uomo sitfattoi... > (2)


Non vi nessuna prova

che confermi quenessuna certa ragione


gli si pu opporre, se non forse il dubbio che il
Guidiccioni potesse veramente pensare a recitare un
discorso il quale tanto crudamente sferzava governanti della sua Repubblica che gli eredi di lui, temendo le ire che avrebbe suscitate, desideravano,
dopo la sua morte, che non venisse divulgato. (.3)
sta

sua

ipotesi,

come

di fatto

del resto

Scritto

casa;

fra

il

1531

il

1532

noi diremo certo dopo

(4)

lo dice
il

17

il

Benin-

Marzo 1532,

giorno in cui fu fatto dal Senato lucchese il decreto


che nel Cortile di palazzo si tenesse d'allora in poi una
guardia di cento uomini, (5) perch a questa guardia
il

Guidiccioni accenna

gore.

(1)

Op.

come a

istituzione gi in vi-

vi confidate tanto in questi

cit.,

p.

cento uomini

109 sg.

(2) Ivi, p. 110.

(3) Ivi, p. 105.


(4) Ivi, p. 110.
(5)

Cfr. la nota del Lisio

cit., p. 81.

ali;*

riga 23 dell' orazione. Op.

83

fanuo la guardia egli dice; (1) e


anzi mi sembra che quest'accenno renda, se non addirittura impossibile, ma almeno improbabile l'ipotesi

forestieri

che

vi

del Benincasa che

orazione nella

il

Guidiccioni componesse la sua

speranza

di recitarla al

del 9 aprile 1532, perch

mi par

difficile

Parlamento
ammettere

che nel tempo cos breve trascorso fra quel decreto


e la composizione del suo discorso, egli, lontano da
Lucca, ne potesse aver avuto tale notizia da accennarvi come a cosa non gi semplicemente stabilita,

ma

addirittura

molto

l'orazione,

messa

in pratica.

probabile

che

come consente

il

Guidiccioni scrivesse

il

Lisio, (2) nella prima-

vera del 1533, quando, stanco e malazzato, si rec


da Roma ai bagni di Lucca, e poi si trattenne fino
all'agosto nella vicina villa di Carignano;

erano

tumulti

ma avevano lasciato
conseguenze di dolore e di miseria.
Guidiccioni ne fu profondamente commosso e
sguardo acuto e imparziale investig le cause di
da poco tempo quietati

tristissimo
Il

collo

tante sciagure; vide che le

quelle
scrisse

cause non eran


allora

un'orazione

pii^i

vere e

le piii

intime di

tolte e treuj dell'avvenire;

suo caldo, nobile avvertimento iu

il

che pur non poteva n recitare n

di-

vulgare per allora. Sper egli che in un tempo non


lontano

avesse

modo

la

sua parola

di diffonderti

liberamente? Chi sa?


Forse non ci pens, e scrisse mosso solo dal fremito di dolore e di sdegno che gli agitava l'anima

(1)

Cfr oraz., p. 81 del Lisio.

(2^

Op.

cit.,

p. 37.


Questo discorso

84

ci rivola

mirabilmente l'austero

Giiidiccioni che conosceva tutta la profonda currettela del

suo secolo e no aborriva, rifugiandosi nella

contemplazione delle antiche glorie, nelP ammirazione


delle antiche virt; quel Guidiccioni che uelle sue

ancora forse che uelle calde


poesie, versava tanta piena d'amore per la patria
che avrebbe voluto richiamare a migliori destini, s
che a lui si volgevano le speranze di chi desiderava

lettere memorfibili, pi

all'Italia giorni

men

tristi.

Seguite l'onorata altera o fida

impresa che i miglior tutti v'amica;


chiamato Italia a quella dolce antica
libert, ch'or da lei s' abborre e f^fida.

Cos in un bel sonetto s'indirizzava a lui Benedotto Varchi. (1)

Nobile, ricco, famoso per dottrina e per l'alto ufficio

che occupava,

il

Guidiccioni fu uno dei pochi,

e forse l'unico prete che,

mosso a compassione

della

plebe

angariata e schernita, rimproverasse acerba-

r.iente

nobili oppressori.

La sua

orazione, senza perder mai la vvace ef-

della

ficacia

forma,

sapienza politica
della necessit

zione

sembra a

volte

un

trattato di

partendo dal concetto aristotelico


che tutti abbiano nell'amministra;

repubblica

che conveniente alla loro condizione, egli mostra come invece


nella repubblica lucchese i nobili si siano impadroniti con prepotenza del governo, escludendone i po(1)

della

Lo

rii)orta

il

Lisio a

quella

p.

parte

38 sg. dell' op.

cit.

So

veri e dissanguandoli in ogni

modo. E

poveri sou

compatibili se per quest'oppressione sono stati


alla violenza,

che

svegliare in

volta

malizia.

La

Pacato

suo

il

di

la

come suole alcuna

altri la piet,

cos

crea in

s la

genera l'audacia; e l'aufraude e la violenza. (1)

solito

poi

nell'espressione,

diviene

assai

commozione maggiore allora


prende anche qualche movimento un po'

momenti

stile

bisogno

malizia

dacia produce
caldo in

il

tratti

ma

di

sana retorica, che cresce effiPer esempio, quanto ardore di


vera eloquenza nella rappresentazione che egli fa
del pericolo corso da Lucca di divenire per le sue
discordie intestine preda d'Alessandro de' Medici,
sempre spiante l'occasione propizia! (2)
retorico,

cacia

di quella

discorso.

al

Efficacissimo poi queir appello ai vecchi che vistanto divei'sa mente

sero

pregano Dio che abbia

dai

presenti, ed ora certo

compassione

delle miserie

della patria loro e parlano, risorti dalla tomba, parole

saggezza ai degeneri nepoti.


severo discorso messo loro in bocca mira-

rimprovero

di

Dove

il

bile, con. tutti

di

quei periodi

principio ritorna

al cui

sempre, quasi con martellare assiduo, l'opposizione


del noi e del voi. (3)

Cfr. a p. 62 del LisiO.

(1)

(2) Ivi,
(3)

Ecco

p.
i

63 sg.

due primi:

da

purgare

Noi gi, per

dalla bruttura de' vizii e por acquistare

primi anni della nostra gioventfi

ci

il

gli

anijiii

tesoro della virt,

sottomettemmo

alle

prendemmo li ammaestramenti do gli nomini savii,


vincemmo le battaglie dei dcsiderii voi per avvolger nel

fatiche,
e

fango

vostri e per non seguire la virti, fuggite ogni fntica

so

Ai periodi lunghi e complicati, sempre per fae chiari, s'alternano quelli brevi, incisivi, s che
ne viene uno stile vario, che non stanca mai: l'immagine sempre conveniente e viva; a volte, in
nu'zzo alla severit dei pensieri, appare una punta
cili

u ironia.
Palese,

ma

senza pedanteria,

namento chiaro

schema; il ragiopoi in un epilogo

lo

e ordinato finisce

dopo un incalzare di domande e risposte, quasi a conferma di tutti concetti svolti


nell'orazione, viene una serie d'esortazioni espresse
in periodi brevissimi, (1) (alcuni di essi non comprendono che una proposizione), con un fare solenne
quasi biblico, che degna chiusa di quest'orazione
veramente bella, che il Giordani chiamava un
esempio di sana e vereconda eloquenza italiana quale
possono somministrare studiati con amore greci e
latini maestri e riteneva degna d' esser paragonata
assai caratteristico, in cui,

;lle

orazioni d'Isocrate.

Un'

altra orazione assai interessante e

getto e per la

forma, che la rende

fra le migliori del secolo, e


al

suo

autore quella

per

le

per

degna

il

di

sogstare

discussioni intorno

pronunziata

in Napoli,

il

gennaio 1536, all'imperatore Carlo V, in nome dei


fuorusciti fiorentini che, dopo lunghi e vani maneggi
ricordi di quei che
in quale non porti ^nada^no, schernite
sanno, e superati dalla gola e dalla lussuria, vivete come
bruti animali. Sol, per curare lo universale, ponemmo il
i

l>articolare

in

abbandono;

non solamente non


late.
(1)

V.

voi

riguardate

a p. 76 del Lisio.

Cfr. a p. 86 sgg. LiBio.

per un piccolo bene privato,


al pubblico, ma ve lo usur-


per otteuere

ritorno

il

quei capitoli che

resa

nella

87
in

patria

1'

osservanza di

duca Alessandro aveva promessi

il

del 1530 e

poi

erano

violati,

andati in

gran n amero a Napoli, chiamati dalle buone disposizioni che l'Imperatore, giunto l da poco, pareva
mostrasse ad ascoltarli ed esaudirli. (1)
Varie udienze private ebbero allora da lui e dai
suoi

alcuni

agenti

loro

dei

rappresentanti,

ma

di

nessuna notizia che soddisfacesse


arrivava alla graude massa dei fuorusciti, i quali
vollero finalmente che uno di loro esponesse in pubudienze

queste

plico a Carlo

loro

le

sventure

le

loro

pre-

ghiere.

A
pr'

essa

di

libert,

nel

si

che tanto

triste esilio:

del 3 gennaio 1536,


l'

Nardi, Y integro

quest' ufficio fu eletto Iacopo

amatore della

si

era adoprato a

infatti

la

mattina

quando l'Imperatore usciva

dal-

andare alla messa, Iacopo Nardi gli


fece incontro e pronunzi un'orazione.
Questo un fatto accertato, di cui fanno irrefu-

udienza per

Varchi, (2) il Giugni (3) e il


Nardi stesso (4); che egli poi potesse in quella circostanza pronunziare una lunga orazione neg il Ferrai,
tabile testimonianza

il

dichiarando cosa non verosimile che l'imperatore, gi


stanco per

(1)

;i

i>.

molti affari sbrigati, soffrisse di stare

104

della

altre edizioni vedi ivi, p.


(2)

Op

cit-,

1.

XIV,

e.

citata

raccolta

del

Lisio.

Per

le

Vili sgg.
LIV.

Narrazione fatta per AI. Galeotto Giugni del


processo della causa agitata appresso la Cesarea Maest, p. 336.
in appendice alle Storie del Nardi pnbJdicate dal Gklli.
(4) Op. cit., 1. X, e. XXII.
(3) Cfr.

la

88

un'ora e pi in piedi ad ascoltare quelle dotte eleganze (1),

ma

l'ha dimostrato

ormai luminosamente vero

Agostino Rossi, l'erudito illustratore dei rapporti fra il


Guicciardini e il governo fiorentino dal 1527 al 1540,
che trov nell'Archivio Gonzaga di Mantova una lettera colla data del 3 gennaio 1536, in cui Giovanni
Agnello informa il duca di Mantova dell'orazione fatta
in quel giorno dal Nardi all'Imperatore e durata j;er

nessuno degli argomenti che potevano indurlo a rendere a Firenze la

spatio forsi di due ore e tale che

libert vi era stato trascurato. (2)

Indubitabile

dunque che Iacopo Nardi pronun-

ziasse un discorso all'Imperatore, e un lungo discorso;

ma

dove potremo noi ritrovarlo?


Col nome di lui ne vanno nei codici

riferiscono
rico

(3)

uno

quell'importantissimo

tre

che

momento

si

sto-

quello ampio, compiuto, che io intendo

ora di studiare e che fu pii volte pubblicato come


veramente recitato da lui; (4) altri due sono troppo
incompleti e unilaterali perch possano supporsi
pronunziati allora che i fuorusciti volevano esporre

(1)

Cfr. L.

A.

Ferrai.

Loremino

cortigiana del cinquecento. Milauo,

dv'

l'<91,

p.

Medici

e la

societ

2W.

(2; Cfr. AoosTixo Kos-sr. Francesco Guicciardini e il governo fiorentino dal liJ27 al 1340 (con nuovi documeutij, in
due volumi, Bologna, 1899, Voi. II, p. 91 nota.
Liiu. Op. cit., ]. Vili. Il Li.sio espone assai
(3) Cfr.
bene la questione; solo, non necenna all'olnezione del Fp:rrai

e alla dimostrazione del Rossi


la quale ultima, del resto
non avreljbe potuto conoscere per ragione di tempo.
;

prima volta da Lelio Arrib tra le istorie del


(4) La
Nardi, Firenze, 1836. Cfr. Lisio, 1. cit. Anche il Lisio l'attribuisce

al Nari>i.

air Imperatore tutti

89

loro mali, tutti

loro desideri.

Ma

siccome questi svolgono pi ampiamente due


di capitale importanza dell'orazione che si
crede recitata, cio la difesa di Firenze dall' accusa

punti

troppa

di

amicizia

Francia, o

colla

l'

affermazione

che r accordo fatto dall'Imperatore col papa Clemente VII non poteva essere ostacolo al mantenimento delle promesse dell'Imperatore ai Fiorentini,

penso che possano essere stati scritti dal Nardi


dopo recitata l' orazione perch si leggessero da

io

Carlo

dai suoi ministri.

All'orazione aveva l'Imperatore, pare, dato poca


retta < o

che egli non

come vecchio
egli,

se,

secondo

non

si

e
il

intendesse

Iacopo,

quale

il

timoroso aveva parlato piano o che


di chi ha da giudicare le cau-

costume

volesse lasciare intendere

(1)

ed

Nardi

il

mente di lui certi concetti


maggiore importanza.
L' argomento che sembr decisivo per togliere
Nardi 1" attribuzione di questo discorso e darla

volle forse ribadire nella


di

al

invece

Filippo

di

anch' egli, anzi eletto

che dovevano
il

ritrovarsi

1'

Piero

Parenti,

nel 1535 tra

(2)

fuoruscito

sei procuratori

attendere alle cose dei fuorusciti, fu

orazione in parecchi

di quest' ultimo, e insieme

chese Del Vasto, ministro

una sua

di Carlo V,

nome

codici col
lettera al

che

gli

mar-

dedica

Varchi, L. cit. Cfr. Llsio, Op. cit., p. 9^.


Primo gliela dette il Gelli, stampando l'orazione in
Il Dazzi
appendice alle Slorie del Nardi, Firenze, 1858.
nella citata sua raccolta, rattribuisce pure al Parenti cos
Agostino Rossi nelP op. cit., cos altri.
(1)

(2)

*HI

un'orazione, pregandolo

farla accettare all'Impe-

di

ratore. (1)

Ma

questa lettera non accenna affatto che l'ora-

zione sia stata pronunziata, anzi mostra chiaramente

che

quelle tante

come
poi manda-

un'orazione scritta soltanto,

tratta di

si

che

invettive

fuorusciti

(2)

vano air Imperatore. (3)


Del resto T attribuzione al Parenti si trova nei
manoscritti aggiunta da mano posteriore a quella
che scrisse l' orazione e diversa anche da quella
che scrisse la lettera, probabilmente autografa; essa
attribuzione dice poi recitata in Napoli , il che
contrasta

testimonianza

alla

esplicita della lettera.

Forse, trovata questa nei codici a poca distanza dal-

da un lettore che probabas sulla testimonianza errata del Segui,

l'orazione, esse si unirono

bilmente
il

si

quale

essere stato

dice

Filippo di Piero Parenti

colui che pronunzi l'orazione in

(1)

Cfr. Lisio,

(2)

Dice cos

inininjo de'

Op.

cit., p.

io

fiioriisciti

IX

nome

dei fuorusciti

Pgg.

Filippo Parenti, avengadio

clie

il

fiorentini, desideroso noudiiiiono por-

gere alla afflitta patria


quegli aiuti cbe la mia piccola
fortuna m'ha concessi e co' i quali il debile infjegno mio
poter gi)varie estima
ho a quella [Vostra Eccellenza] indirizzata nua inia orazione compost.a in commendazione della
nostra Repubblica e alla Sacra Cesarea Maest dedicala. E
pii gii

la

conosciuta,

le

8.

in

degner questa nostra


E poi che l'avr
piacer per sua bont e grazia farle appo a
Vostra Eccellenza

(qualun(iue

sia)

diligenzia

quel favore eh' Ella

si

conoscere.

desidera. V. questa lettera


appendice alle Storie del Nardi stampate dal Gelli.
(3) Cfr. Agostino Rossi, Op. cit.. Voi II, p. 157.


a Carlo

V,

del

e tace

91

Nardi,

(I)

mentre

tutto le

testimoniauze concordemente dicono che oratore fu

Nardi e non accennano a nessnn altro.


L'orazione nostra dunque veramente, io credo,
quella recitata dal Nardi
di lui T afferma il senese
Orlando Mariscotti, (2) suo contemporaneo, personaggio importante che fu pi volte ambasciatore a
il

Carlo

volissimo.

Ma

in quello

che

If!

mi sembra perci testimonio autoresi oppone il fatto che il Nardi stesso,

e che

si

crede l'autografo delle sue Storie,

sciando in bianco

le

pagine in cui avrebbe dovuto

non

scrivere questa sua orazione,


il

quale
va col

principio,

razione

il

che

dette di essa che

diverso dal principio dell'o-

nome

di

lui.

Ma

pare che

il

Nardi abbia portato successive modificazioni al suo


discorso
di esso infatti si hanno due redazioni
differenti, una delle quali, in un manoscritto, ha un
;

principio ancora
di strano

che egli

modo quando
(1)

Cfr.

due soliti (3) niente


cominciasse anche in un altro

diverso

dai

volle inserire

Storie fiorentine di

1'

orazione nelle Storie,

Bernardo Segni.

Firenze,

1S57, L. VII, pag. 290 sgg.

accenna a questa testimonianza in modo assai


dice a pag. 10 semplicemente che F attribuzione al Parenti una giunta di mano posteriore, a conforma forse di quanto dice il Segni nelle sue Storie .
(2) Nel cod. Palat. 7^1, dove 1' orazione si trova, copiata
dal Mariscotti. Cfr. Lisio,op. cit, pag. IX.IlLisio dice poi (p.
XI) che forse in origine l;i lettera al Marchese Del Vasto
era reposta in questo codice a quest'orazione. Ma io credo
che essa orazione non possa assolutamente esser quella che
la lettera accompagnava.
(3) Cfr. Lisio, Op. cit, pag. IX e X.
Il

Lisio

iineterniinato

agg-iungo

tanto pi,

nessun'

dotta

come introdurvi

92

io,

che,

dov

altra,

non avendocene introben incerto se o

essere

la sua.

il discorso fu veramente
possiamo dir nulla con sicurezza; del resto le due redazioni non differiscono
molto, e io esaminer quella che letterariamente
la migliore, perch forse fu 1" ultima voluta d^ Nardi

Quanto

forma

alla

in cui

noi non

pronunziato,

stesso. (1)

Ed

quest'orazione

sentimento che

tiitta la

bella davvero, per il caldo


pervade ed espresso sem-

pre efficacemente e schiettamente, senza lenocinli e


senza fronzoli. Solenne V esordio nelP ampio e perfetto

periodo

d'ascoltare

la

vogliono

essi

citt

che

voce

supplichevole

dei

e mostrare

giustificarsi

prega

lo

fuorusciti

che

la

loro

a torto condotta in estrema miseria e merita

compassione ed aiuto
quanto onore e quanta
supera

V imperatore

saluta

V onore

poi vogliono

utilit

che di

far

vedere

gran lunga

per venire a Carlo \^ dalia

sar

salute che egli procurer a Firenze. Cos la proposi-

zione, in cui r oratore

care

il

parlar

ornato

ma

anche

promette

non

vocaboli esquisiti

come

di

cer-

corno

veramente quello
dimostrare intendiamo che a vostra Maest fia glo-

molti

fanno,

filosofi

rioso et utile, pi tosto che,

come

oratori, lusinghe-

volmente e con adulazioni quello che in nostro beneficio e commodit resulterebbe persuadere . (2)

(1)

Anche

il

LisiO crede cos e imbhlica questa migli<r

redazione.

2 CfV.

ttr.izio'.ie

\y^x^

i''^">

di-l

Lisio.

Svolge poi

gli

03

argomenti propostisi come meglio

con una pittura efficacissima delle


de' Medici, (non
V odio di parte esagera nelle accuse),

i^on si potrebbe,

tiranniche

crudelt di Alessandro

importa se ivi
con una sintesi vigorosa

dei

tristi

disegni suoi su

Firenze.

Naturale

il

passaggio da una parte

all'

modo con

cui

dimostrazione e abilissimo

con

ragionamenti

con

il

esemp

altra della
1'

antichi,

oratore,

sempre

cerca di persuadere V Imperatore della gloria

adatti,

e deir utile

a Firenze,

che verranno a lui dal rendere la libert


mostrando vera la fama che della sua

clemenza e magnanimit corre pel mondo e bugiarde


quelle voci che lo accusano come colpevole della
tirannide medicea.
Si desidererebbe forse una minor lunghezza
nelle esortazioni continue, una maggior sobriet
nella perorazione, che ripete i soliti concetti
ma
queste lievi mende son for-e un portato necessario
iella natura dell'orazione che quasi un lamento.
Il vizio retorico del secolo influisce ben poco sulla
sincera orazione dell' esule iiorentino
ha invece
qualche potere su quelle famose di monsignor Della
;

Casa.

Per un' occasione importantissima fu composta


l'orazione di lui destinata a esortare la Repubblica
Veneta a entrare in lega co' 1 Papa e co' 1 re di
Francia contro l'imperatore Carlo V. (1).
Andava la potenza spagnuola facendosi sempre

(1)

a pag. 195 sgg. del Lisio, Op.

ediz. ivi, pag.

XIV.

oit.

Vedi per

le altre


pi graude, sempre

94

miuaccioso

pi

diveniva l'im-

Francia spossata dalla lunga lotta, retta da


un re ancor giovanissimo, abbattuta la protestante
Germania, Tltalia gi tutta asservita, spenta la libert
di Firenze, spenta quella di Siena; il papa soltanto
e Venezia godevano della loro autonomia, ma di con-

pero

la

Monarchia che

tinuo minacciata da quella

Della

il

Casa chiamava ripetutamente nell'orazione che

mo

per esaminare

bastava

Svevia che doveva


potenza.

Allora e

mostro
preparava gi

orribile

Carlo

Francia e

lega di

la

sempre

accrescergli
la

stia-

maggiore

Pontefice e gli

il

Impero, pensaron
di unirsi in una lega difensiva, che potesse divenir
offensiva all'occorrenza e vollero unirsi anche la reSvizzeri, timorosi essi

pure

dell'

pubblica veneziana.

Era a Venezia in quel tempo come nunzio pontificio monsignor Giovanni Della Casa, che tratt la
questione da parte del papa.

mento
Il

Da

questo trae

sua magnifica orazione.

la

Lisio non

porta per

crede

la

recitata

unica ragione

questa,

delle

Ma

il

Paruta parla

doppiezze,

delle

quei tentativi di lega e

di

dissimulazioni che

vani, senza soffermarsi sui

in realt al Senato veneto,

fi;

in trattative

Op.

oit.,

per

pag. 190.

la

li

resero

particolari, e tale argo-

mento negativo non vale perci


pi naturale ammetter che

punto

davvero
e ne
non se ne
quella del Pa-

che

trova cenno nelle storie, neppure in


ruta (1)

argo-

il

nulla.

Mi pare anzi

Della Casa la recitasse

presso

lega

il

quale

era ap-

tanto pi che dagli

95

esempi del Paruta stesso

appare

cosa abituale

il

recitare orazioni in senato in simili circostanze.

aggiunga poi che

Si

di

questa abbiamo due re-

dazioni; una, quella pubblicata dal Lisio, di gran

lunga migliore
tentativo,

mento

meno

l'

per violenza.

pare

altra

passionato,

al

meno

Lisio

grave,

un

primo

per argo-

(1)

meno bella redazione ha in s tutti


un discorso composto per esser vera-

Ora, questa
i

caratteri di

mento recitato.
Noi troviamo
ffrfn7ft_nni-\ pu r

infatti fra

di

st ile

questa e

l'altra delle dif-

e d' immagini,

ma anche

di

mentre infatti la miglior redazione, che


possiamo chiamare addirittura la seconda, pii^i vaga
nelle proposte, la prima sembra alquanto pi concreta e pi pratica, e d al lettore l'impressione di
C03e realmente dette anche ci conferma in questo
adulazione qui l'au-il vedere con quanta maggior
tore parla di Venezia, chiamandola perfino pi volte,
egli toscano, la nostra patria^ e quanto pi frequenti
sian gli appelli al Senato e al Serenissimo principe.
Piccolezze certo e sfumature; ma in ogni modo, per
quanto si voglia esser sereni nella considerazione di
un'opera letteraria, non possiamo trascurare Tunpressione personale
e la mia che fosso questa
orazione, e precisamente nella pi-iraa redazione,
davvero pronunziata. Si pensi poi che secondo il

pensieri

pag. XIV. Vedi la prima redazione in Due


Monsignor Giov. Della Casa per muovere i Veneziani a collegarsi col papa etc.
ad calceni del Tomo III.
delle Opere di Mons. Giov. Della Casa, Venezia, 1728.
(1)

Op.

cit.

orazioii di

- 96

Lisio, e per lo stesso

unico argomento ex silentio,

anche Taltra orazione

del

esercizio retorico:

retta a Carlo

(1)

per

un uomo che

restituzione di

Piacenza

per Tcsag-erata

dunque naturale

si

sarebbe un

ora per l'appunto essa dila

Farnesi, ed notevole
all'imperatore

Della Casa

adulazione

probabile che

divertiva a scriver discorsi per

semplice gusto letterario, ne scrivesse due

argomenti d'importanza attuale

Che

se facile,

avrebbe in

come

tal

per

il

caso

suo

non

e opposti

dico scusare

bisogno di

ufficio o

ai

scuse),

soli e

un
su

fra loro ?

(perch non

ma

capire

per ragioni d'opportunit

fosse costretto a pronunziar due orazioni cos in con-

comprenderebbe altrettanto bene perch,


stnza ragione, monsignor Della Casa volesse eserc
tare il suo ingegno oratorio in un modo cos anti-

trasto,

non

si

patico.

Ammettendo dunque, non come verit certa, ma


come cosa probabile, che fosse dal nunzio pontifiprima redazione, in
qual modo spiegheremo la seconda?
ha fatto sorgere un
Il confronto fra le due mi
dubbio che, se deve anch' esso restar dubbio, non
mi sembra per punto strano.
Gi nella prima redazione si sente qualche eco
delle Filippiche di Demostene. Si osservi infatti
cio detta nel Senato

quanto
dasse

veneto

la

la situazione d'Italia di quel


la situazione

della

Grecia

grandirsi e dell'espandersi della

ci)

momento

Op. cit., pag. 252. L'oraz. comincia ivi a pag.


sue ediz. v. a pag. XV.

le altre

ricor-

tempo dell'inpotenza macedonial

255.

Per

ca;

come Filippo

le

97

varie citt elleniche,

meno Atene,

aveva insidiate e vinte le citt d'Italia


quasi tutte, meno Venezia
come Filippo cogli Ateniesi, cos coi Veneziani Carlo si mostrava benevocos Carlo

lo, e

come Demostene

incitava

concittadini a guar-

darsi dalle subdole arti del fnto amico, cos

Casa

il

Della

Senato veneto.
Perci l'argomentazione generale veniva ad essere suppergi la medesima: necessit di smascheil

rare l'imperatore, ricordo

dei suoi

inganni passati,^

dimostrazione di quanto fosse dannosa

quell'appa-^v

renza di pace.
Cos non c' da meravigliarsi che gi certi punti
della prima redazione somiglino in modo strano a

Demostene.
seconda non pur qualche argomento
deriva apertamente da Demostene, ma lo spirito
stesso che l'anima.
certi punti delle orazioni di

Ma

nella

<

Potrei qui far agevole mostra di erudizione con-

frontando passi del Della Casa

con altrettanti dell'oratore ateniese


ma a che scopo ? Chiunque legga
l'orazione per la lega e conosca anche non molto
le Filippiche e le Olintiache, ritrova passaggi, pensieri, che dico pensieri ? perfin lo stile, quasi, di
Demostene.
La prima redazione pur bene scritta, ma si as;

somiglia, nel periodare, al solito solenne e un po'


ampolloso periodare del cinquecento.
Invece, quale stile quello della secondai Allunghi periodi complicati si succedono i periodetti brevi
e forti alle parole di calda esortazione che si collegano in un intreccio complesso di proposizioni
;

C. Ori.

V eloquenza

civile ital. nel sec.

XVI.

98 --

quasi a render la ioga


frasi di tine

brevit.

appunto

seutimeuto,

del

incisive

ironia,

seguoii

taglienti

una

l'ironia frequente

le

nella loro
delle ca-

ratteristiche di questa orazione.

dubbio dunque che mi venuto che la seconda redazione sia un riadattamento letterario, composto dopo un periodo di pi intenso studio di Demostene il qual periodo mi parrebbe segnato dalla
traduzione che egli fece della seconda Filippica. (1)
L'orazione a Carlo V, per la restituzione di
Piacenza ai Farnesi, ha uno stile grave, solenne,
maestoso, pii^i magnifico e pii ciceroniano
tutta
piena di un sentimento che si fa sempre pii ardente
e Ricalzante verso la fine. Anche per questa il Lisio pensa a un esercizio retorico ma anche in questo caso non sono d'accordo con lui troppo palese,
troppo continua, troppo ostentata vi Tadulazione
Il

per esser questo un puro esercizio

Non

crederei per

che

il

perch non

Della

di

letterato. (2)

Casa

1'

avesse

prendesse
parte in quell'affare ma non mi parrebbe inverosimile che l'avesse scritta all'Imperatore, secondo
l'uso abbastanza comune d'inviare orazioni scritte.
Niente d'impossibile che l'illustre sacerdote, reso
ardito dalla sua onorata vecchiezza e impietosito
dalla sorte del Farnese e della sua famiglia (si ri-

recitata davvero,

sa

si

che

(1)

Questa tradnz.

si

trova in

Scritti inediti di

Mona. Gio.

Della Casa pubblio, da Giuseppe Cugnoni, Roma, 1889, pag.


57 Bgg. Il Della Casa tradusse anclie le concioni di Tucidide,
in latino

v. pag.

251

sgg.

del

Tomo

della citata ediz.

delle opere.
(2) Cfr.

periodi

4, 6,

28, 37, 59, 81,

88 nell'ediz. del Lisio.


commovente

99

bambini suoi, (1)) e forse pregato da lui, abbia composto


muovere a mitezza
il suo bel discorso apposta per
cordi la

pittura della mog-lie e dei

l'animo dell'onuipoteute Imperatore,


ai

tanto

pi che

Farnesi egli era strettamente legato da vincoli

di

gratitudine. (2)

Anche

abbiamo due redazioni, (3) ma


che non sian le due redazioni del

di questo

assai pi simili

precedente discorso.

Non

c'

altra

maggiore ampiezza

differenza
di stile,

sulle stesse idee in quella

esse

che una

un maggiore

insistere

fra di

meno nota

pubblicata dal

Cugnoni.
breve da lui pubblicata, come la pi efficace e la pi bella, sia quella
corretta e rifatta, tanto pi che vi sono dei periodi
(52-72) mancanti nell'altra. (4)
Il

Lisio crede che la pi

vero che un po' pericoloso giudicare del gusto

Casa secondo

del Della

osserva

(1)

il

il

Lisio stesso, (5)

nostro, perch egli,

ama

come

svolgere e sfaccet-

Cfr. pag. 280 sg. nelF ediz. del Lisio.

(2) Ivi,

pag. 189.

Cugnoni

la pubblica infatti, nell' opera citata,


che noi crediamo la prima, cos Orazion*
scritta a Carlo V imperadore intorno alla restituzione della
citt di Piacenza * e pare (cfr. pag. 11) sia il titolo del ms.
Chigiano da cui l'ha tolta; dico pare perch il Cugnoni si
esprime poco felicemente in proposito. Lo etesso ms., se cos
, potrebbe confortare la mia ipotesi sulla 1* orazione (cfr.
pag. 10) ohe, sempre nella raen nota redazione, sarebbe stata
fatta al senato di Venetia
(3)

Il

nella redazione

(4)

Cfr. Lisio, op. cit., pag.

(5) Ivi,

pag. 256, n.

5.

XV.


tare ciasouua idea
0,

ma

100

farebbero pensare che

veramente

mancauza

la

se vogliamo credergli,

il

di

quel passo,

titolo del ras.

ohigiauo,

edita dal Ciiguoui sia

(jiiella

prima redazione, quella mandata a

la

Carlo V.

due orazioni del Della


Casa, il Lisio assegnerebbe la seconda al 1549, (1)
pone la prima fra il 10
e mi sembra con ragione
settembre 1547 e il 26 giugno 1548
(2) ma si possono ancora restringere i termini, quando per si
consideri la prima redazione, perch si ricorda come
recente vergona di Venezia l'uccisione di Lorenzino
de' Medici, avvenuta il 26 febbraio 1548. (3)
Sulla forma esterna delle due orazioni e' poco
da osservare la partizione schematica la solita
regolare, che non nuoce affatto alla vivacit della
calda parola, come non le nuoce troppo un po' di

Quanto

alla data

delle

retorica nell'insieme e qualche

Quanta

non

bella

metafora.

gonfiezza di retorica invece, in generale,

rimangono
Nel 1529 Claudio Tolomei, famoso non meno per
la sua facondia che per la sua dottrina, compose per
Clemente VII un discorso che, prendendo occasione
dai rallegramenti per la salute riacquistata dal pontefice dopo una grave malattia, lo esortava a interporsi perch si concludesse la pace tra Francesco I

nelle altre orazioni politiche che ci

e Carlo V. (4).
(1) Ivi,

pag. 252.

(2) Ivi,

pag. 190.

(3)
(4)

pag. 29.
Orazione della pace. Roma, 1534.

L.

cit.

del 1741 del Sansovino, a pag.

del

anche nella raccolta

Tomo

I il

Giordani

101

L'argomento che riguardava la tranquillit dell'Europa intera dopo tanti anni di lotte sanguinose,
non gli seppe suggerire nessun accento di vera eloquenza l'orazione cos prolissa che riesce insopportabile col suo infinito dilungarsi sul concetto che
la pace bene e la guerra male, affastellando di;

squisizioni filosofiche e scoloriti racconti di vicende

storiche conosciutissime.

Lo

stile

gonfio, raramente efficace; a ogni passo

sentimento e d'esprescome, per citare un esempio, quando sul


principio, dice che non sa donde cominciar a parlare, tanto pieno di dolore e di spavento per i
mali della guerra e non lassa il dolore formare se
non rottamente il parlare altrui, spezza i concetti,
tronca spesso le parole
(1) ma lo sosterr la speranza della pace che verr conclusa per opera del
s'incontrano esagerazioni di
sione,

pontefice.

Non

a torto dunque

il

Giordani

s'irritava

tanto

contro la prohssit e la vacuit di questo discorso,

mettendolo in opposizione con quello del Guidiccioni


cos pieno di virile eloquenza. (2)

riporta, traendola dal Poggiali {i^erie dei testi di


una lettera del GuiDiccioNi a. M. Vincenzo BuonviSO, premessa all'edizione del lo34 di quest'orazioue. Il GuiDiCCiONi, che cur la stampa dell'orazione, loda l'autore per aver
dice che ha ottimamente osserosato scrivere in volgarp
vati gli ammaestramenti retorici e gli fa molti altri grandi

(1.

cit. p. 391)

lingua)

elogi.
(1) Cfr.
(2)

Gir.

l'orazione a pag. 4 del

Giordani. Op.

cit.,

Sansovino.

Voi. V. pag. 369.

- 102

altiettaiito

severo

giudizio

faceva (1) di
Tolomei, mandato

egli

un" altra famosa orazione che il


ambasciatore dai suoi concittadini a Enrico

II,

che

aveva aiutati a cacciar via gli Spaguuoli da Siena


e da quasi tutto il suo dominio, pronunzi al Re per
ringraziarlo in nome della sua patria. (2)
Anche qui i concetti sono cosi diluiti bielle chiacchiere adulatorie che Y orazione riesce monotona e
inefficace
non vi sentiamo affatto la voce di riconoscenza della citt liberata da un duro giogo
li

straniero.
I difetti di

non dipendono
da una pedantesca

queste due orazioni

da una gretta imitazione, cio


osservanza dello schema, ma dal carattere di vuota
lungaggine che hanno quasi tutte le orazioni de
secolo.

il

Dello stesso genere quelle di Alberto Lollio, (3)


dell' Aretusa^ il quale fu oratore

ferrarese autore

celebrato tanto che

abbiamo poesie

di

contempera-

nei levanti a cielo la sua eloquenza, del Giraldi fra


gli altri,

che arriva a dirgli

Perdono

il

pregio lor l'antiche lingue

(1) Ivi.
(2)

io

nella raccolta del Dazzi, pag. 285 sgg.

edizioni v. ivi pag.

XXXIII

Per

le altre

sg.

(3) Orazione a Paolo III. e


Orazione ai jyrincipi (V Inghilterra sul loro ritorno all' obbedienza della sede apostolica, nelle
citate ediz. delle orazioni del Lollio. La prima anche nella

Sansovixo del 1575 a


raccolta dal Dazzi a png. 178
V. ivi pag. XXX.
raccolta del

e.

cit.

114.

La seconda

nella

per le altre sue edizioni,

108

del secondo lionor seco si duole


Al suoa della tua voce Athene e Arpiuo

(1)

che scrisse tante orazioD con soggetto


finto, per puro esercizio retorico, probabilmente non
compose per recitarle queste sue orazioni politiche,
Il

Lollio,

almeno quella a papa Paolo III, che non si capisce


a nome di chi avrebbe dovuto esser pronunziata e
che

d' altra

parte chiede al pontefice aiuti per l'im-

peratore Carlo V,

al

che egli s'era gi formalmente

impegnato nelle condizioni della lega conchiusa


rimperatore contro i protestanti di Germania,
procurare

Anche

le

quali s'adoprava attivamente.

orazioni

politiche

furono recitate; pare che egli

le

e -a

(2)

Speroni non

dello

scrivesse coll'inten-

zione d'inviarle a quelli a cui eran dirette,


si

col-

ma non

sa poi se furono inviate davvero. (3)


Lo Speroni fu tra gli oratori pij famosi del cin-

quecento e possiamo dire che fu tra


Basta leggere per convincersene
l'orazione al re Filippo II

esordio lunghissimo, in cui

per
si

la

pi

retorici.

l'esordio del-

pace del 1559

(4)

scusa d'essersi mosso

a parlare, egli umile letterato, a un

principe, e gli

dimostra con innumerabili esempi antichi come

re

Queste poesie souo premesse alle ed. delle orazioni del


LOLLlO.
(2) V. Dazzi, p. 178.
Filippo di Spagna e V Orazione
(3) Sono V Orazione al re
della pace al re Antonio di Xavarra, Venezia, Meletti, 1596
e nel Tomo III. della cit. ed. delle Opere. Sono tutte e due
non finite.
(1)

(4)

A. pag. 1 del

Tomo

III delle Opere citate.


non disdegnarono mai

104
la

compagnia

il

consiglio

dei letterati.

Passa poi a dimostrare quanti beni siano venuti


dalla pace conchiusa col re di Francia, ricavando
gli argomenti dal contrario della pace, dal luogo e
dal ie>npo di essa, proprio secondo le regole. Or
avendo io considerato la onnipotenza, per cos dii*la, di questa pace dal nascimento, come io promisi,
del suo contrario, ragione bene di contemplarla
dal luogo ancora e dal tempo proprio, cio a dire
dove e quando si concludesse, col modo appresso
da Dio tenuto in dirizzarla al fine suo... . (1)
Cos il passaggio da un argomento all'altro.
Introduce spesso a parlare i personaggi a cui accenna, facendo altre orazioni nell'orazione; per esempio rifa ampollosamente tutto il discorso che, secondo
lui.

dev'essersi fatta

morendo

la

moglie di Filippo

II,

Maria d'Inghilterra, contenta di lasciar questo mondo,


perch le sue nozze non avevan recato pace, e la
morte poteva essere l'occasione di porre in pace
di buon amore i corpi e gli animi de* maggiori principi dei cristiani.

(2)

L'altra orazione dello stesso


infinite e

pompose

Fonte viva

stampo

colle

sue

chiacchiere.

poteva essere, e
fu, nel cinquecento il crescente pericolo del Turco,
che si avanzava sempre pi minaccioso in Europa
e osava perfino sbarcare sulle coste d'Italia.
Tanto quel pericolo era grande anche nella vita

(1)

L,

cit.,

(2) Ivi,

di orazioni politiche

pag. 11.

pag. 19

105

privata e presente alle menti di


raedie del

tempo

antichi pirati di

tutti,

che nelle coin-

potevan facilmente sostituire agli


Plauto e di Terenzio i nuovi pirati
si

turchi e render cos verosimili quei ratti che a noi

sembrano oggi impossibili.


Fin dal secolo

XV

per un accordo della

si

eran

naccia continua e vergognosa

Pio

II s'era

levate

cristianit

alte

le

voci

quella mi-

contro

e gi l'eloquenza di

specialmente esercitata in questo cam-

po. Nel cinquecento pi d'un tentativo di tal genere

fu fatto, sempre andato a vuoto

ma

si

gloriosa

Lepanto e da molte parti si


supplicava, si pretendeva una lega cri-

inutile vittoria di

pi'Bgava,

alla

fino

stiana.

Sul

stesso

limitare

del

1500, Sebastiano Giustiniano,

secolo,

il

oratore

aprile del

veneto

al re

d'Ungheria, cercava di persuaderlo a una lega colla


Serenissima, col Pontefice, coi re di Francia, di Spa-

gna

e di Portogallo.

Si

pu esser

certi

zione in latino, per

gheria e

der

la

il

che egli pronunzi la sua orafatto stesso che il re d'Un-

non erano obbligati a intenne abbiamo infatti la prova in una


stampata forse nello stesso anno

sua corte

l'italiano

redaziouo latina
1500. (1)

E
brutta

questa un'orazione non magnifica, ma neppur


c' qualche cosa di retorico, ma c' anche
;

Sebastiani lueti(1) Oratio magnifici ac clarissimi domini


niavi oratoris veneti hahita coram Serenissimo domino Uladislao, rege Painoniae,

Dazzi anche per


ivi a p. 3 sgg.

Boemiae

le ediz.

etc. die T. aprilis

MCCCCC.

Cfr.

delhi versione italiana. L' orazione

molto calore

106

la iianazioiie

dei danni che

perfldi

inancaado al patto di pace con Venezia,


avevan recato da poco in Dalmazia, davvero ef-

luiedeli.

ficace.

Lo schema
tesi

regolare,

non splendori

ma

di stile,

naturalmente

ma

la frase

svolgen-

semplice e

sobria.

Nel 1541 era l'oppresso il regno d' Ungheria e


Iacopo Sadoleto ne parlava lamentevolmente in un'omelia, De regno Hungariae ah Jiostibiis Turcis oppresso et capto^ che ha carattere un po' biblico e
un'intonazione di diffusa malinconia.

Una

vera raccolta formano

orazioni di Sci-

le

pione Ammirato, che, come Pio II, si era quasi fissato sul pensiero dei Turchi, e ne parlava al papa
Sisto V,
alla nobilt napoletana, a Filippo II di

Spagna due volte, tre a papa Clemente Vili, una a


Enrico IV di Francia. (1)

Sisto

a capo di quanti

resistenza, anzi

dopo

menti del cuor

mio....

bocca davanti

(1)

del

Padre

Sallo Iddio, beatissimo

Lugdani.

Sadoleto

al

egli

dopo qual dura

anni,

quali acerbi e fieri

mi

sia

diceva a
combatti-

condotto ad aprire la

cospetto della Santit Vostra.

>. (2)

MDXLI.

e d'altri

Di qualche altra orazione politica


non parlo perch sono in latino e di

poca importanza.
(2) Sono le orazioni 1% 2% 3%

4',

6%

7,

8,

9'

raccolte in-

Ammirato a diversi principi etc.


Sono anche in Orazioni del signor

Opuscoli del signor Scipione

Firenze,

1640,

Tomo

I.

Ammirato a diversi principi etc. Firenze, 1598. V.


anche un Discorso sul medesimo argomento nel Tomo II deScipione

gli Opuscoli a pag. 81.

107

ma

In generale la sua prosa scolorita,

timento che r anima forte

il

e queste orazioni,

sen-

non

belle artisticamente, son tuttavia testimonio d'nn ani-

mo

nobile e ardente nel bene. (1)

Ma, edotto dalla

triste

esperienza della lega che

si sciolse egoisticamente dopo Lepanto, Giovambattista Crispo, nel 1594, pubbhcava due orazioni, nelle
quali, dopo narrati i danni portine maggiori da'
Macomettani che da' heretici cerca di dimostrare
quanto agevolmente fuor di lega possa liberarsi l'Eu-

ropa dalla lor tirannia.


Egli

le

mand

(2)

Leonardo

di

Harrach, del Con-

siglio segreto dell'Arciduca Ernesto, Consigliere della

Cesarea Maest e suo ambasciatore in Roma . (3)


La prima non conclude assolutamente nulla la
seconda piii pratica e d consigli, non so per
quanto attendibili, sulla convenienza che l'Italia faccia da s. Lo stile ancor pi scolorito che nel;

l'Ammirato; pure qualche passo

men

brutto

non

manca.
Finalmente, prima di lasciare

van

ricordati

Discorsi

politici

orazioni, anzi in

(1)

(2)

campo

politico,

Giannotti, del

non son vere


generale non hanno nessuna inten-

Machiavelli e del Guicciardini,


zione oratoria,

il

del

(4)

ma

quali

la finezza e la

V. Ojmscoli. Tomo I., pag.


Probabilmente non fiiroQO

profondit del

1.

recitate

cfr.

Opuscoli, I,

209 e avvegnach questi bisogni.... mi fecero scrivere un'o-

razione a Sisto V....


(3)

Roma,

1594.

accen(^4) Di uno speciale discorso del Machiavelli ho gi


nato (v. pag 44 8g); alcuni poi del Guicciardini {Opere inedite

108

pensiero e la severa bellezza della forma

ben superiori

al

li

rendono

complesso delle orazioni politiche

finora esaminate.

CAPO

V.

Orazioni per la milizia fioieutiiia.

Fra

le

orazioni dimostrative formano un

gruppo

a s, di un' importanza tutta speciale, quelle per la

una volta Firenze


nostra attenzione. Appartengono queste

milizia fiorentina, colle quali ancora

chiama

la

orazioni al

pii

tempo

suo

eroico

periodo della repubblica,

al

lungo assedio, lotta d' amore e di


valor patrio contro la prepotenza e il tradimento,
che tutta un eroismo, s che le pagine degli storici
che la narrano sembrano canti d' epopea.
Il nemico lo stringeva alle mura, il tradimento
del

l'insidiava

all'

interno,

eppure,

fermo

nella fiducia

dell'aiuto divino, forte nella certezza della


il

sua

virtia,

popolo fiorentino combatteva e moriva colla semcompie un dovere, senza perder nem-

plicit di chi

meno

l'usata gaiezza.

L'il febbraio del 1529

il

capitano Anguillotto da

Pisa era moito in una battaglia quasi campale


contro il principe d' Grange il 16 si aveva in Fi;

di Francesco Guicciardini illustrate

Voi.

da Giuseppe Caxestrixi

225 8gg., 233 sgg. 283 sgg. voi. X, pag. 353 sgg. e
367 sgg.) per essere puramente finti e in contrasto a due a due
6i

I,,

p.

potrebbero considerare alla pari dei discorsi che vedremo

nell sue storie.


che

renze la notizia

Maramaldo

Fabrizio
17

giov^ani,

109

era giunto

al

campo nemico

eoa circa tremila fanti e il


per non intermittere T antica
;

giuocare ogn'anno al calcio per carnoancora per maggior vilipendio dei nefecero in sulla piazza di Santa Croce una

usanza

di

vale, e s

mici

partita

a livrea,

venticinque bianchi e venticinque

verdi,

giuocando una

mente

sentiti,

ma

per essere non solaveduti, misero una parte de' sovitella, e

natori con trombe e altri strumenti in sul comignolo


del tetto di Santa Croce,

dove dal Giramonte fu lor


tratto una cannonata, ma la palla and alta, e non
fece male ne danno nessuno a persona . (1)

fra tutto quel valore

il

valore della milizia

cit-

tadina s'imponeva all'ammirazione. L'istituzione di

supremi conati di
un episodio glorioso nella

essa, in quei

libert, gi di

storia di Firenze e

per

d' Itaha.

Si riprendeva l'idea grande alla cui esecuzione


aveva dedicato tanta parte della sua attivit Niccol
Machiavelli, quando, ispirandosi a un sentimento
che gi da secoli maturava nel cuore degli ita
liani pi avveduti,

istituzione

dichiarava essere la milizia

nazionale e

non

un

mestiere,

e,

una
men-

tre ne' suoi Dialoghi sull'arte della guerra ne poneva i fondamenti e le massime generali, si occupava dal 1507 al 1512 a scrivere gli ordini princi-

pali per

della

la

formazione, l'istruzione e la disciplina


Ma al suo tempo s' armarono

milizia nuova.

gli abitanti dello Stato fiorentino,

(1)

Varchi,

non

op. cit., libro XI, cap. 21.

cittadini di

110

anche quando, nel 1514, dopo il ritorno


dei Medici, si rinnov la milizia di Stato, con ordini
Firenze

a quelli

simili

dal

stabiliti

Machiavelli,

cittadini

non si armarono e neppure gli abitanti


delle torre murate dello Stato. (1)
Nel 1528 invece, diversa e distinta dalla milizia
di

Fironae

di Stato,

istituiva la

s'

milizia cittadina, formata dei

soli abitanti della citt e del

contado

origine occa-

sionale di essa la concessione di cento

giovani ar-

mati per guardia del palazzo della Signoria, il qual


numero il gonfaloniere Niccol Capponi, per timore
della sua personale sicurezza, crebbe fino a trecento,
sicch poi gli Arrabbiati, per mezzo di Pier Filippo

PandolGni, chiesero che

armassero
Vi furono molti contrasti perch

venisse accordata,

non

istituzione

darsi

tutti

ma

s'

della

nuova

tutti

tale

giovani.

domanda

e quasi casuale

ebbe poi nessuno a pentire, a logiovani soldati della repubblica n' erano
si

e l'onore e la forza e l'ornamento.

Ninno

potrebbe credere

scriveva

il

Varchi,

n i buoni effetti che partor questa milizia, n con


quanta prestezza e agevolezza ella divent perfetta
n pensi alcuno che si possa vedere pi bello spettacolo di quello che faceva la gioventii fiorentina quando si ragunavano insieme, s per le disposizioni delle
persone, e s perch egli erano non meno utilmente
armati che pomposamente vestiti, e s massimamente
per la destrezza e gran pratica che nel maneggiar
;

tutte le sorte d' armi, e nel metter le genti in ordi-

(1)

al

Cfr.

XVI,

Canestrini Della

milizia italiana dal

in Arch. ator. Hai., Serie I, voi.

XV,

sec.

pag.

XIII,

CXIX.

Ili

iianza avevau fatta in poco

tempo grandissima

ma

molto pi ancora per una certa concordia e unione


che v' appariva maravigliosa, non sii discerneudo

ben qual fosse maggiore, o la modestia de' capi nel


comandare, o la prontezza de' comandati nell' ubbidire. Ed io che in quel tempo, tornato da Roma assai
tosto del viver della corte ristucco, uno era di loro,
viddi pili volte e udii i soldati vecchi medesimi, mentrech nel far la mostra facevano la chiocciola e spa
ravano gli archibusi, stranamente maravigliarsi e
smisuratamente lodargli . (1)
Per circondare la milizia di maggior prestigio e
per destare nel tempo stesso e mantenere nelFanimo
dei militi

quell'ardore di carit patria e quella no-

da

bilt di pensieri e di atti

che

ma

si

tutti

pronunziasse ogni anno

in

vantata, era stabilito

un medesimo mese,

in giorni differenti acciocch a ciascuna tutti ri-

trovar

si

potessino, un'orazione in ciascuno dei quat-

tro quartieri in cui era divisa la citt, e l'oratore

dove-

va essere scelto dall'apposito magistrato dei Nove.

Che fossero

tenute

rava e chiedeva gi prima che fosse


Giannotti,

il

quale,

come

dov avere occasione


infatti il Sanesi, che

(2)

orazioni alla milizia desideistituita

occuparsene a fondo a lui


ha pubblicato da un codice

di
1'

Donato

segretario della repubblica,


;

un discorso molto particolaregsu questo nuovo ordinamento. (3)

Strozziano, attribuisce
giato

(1) Varchi, op cit., libro Vili, oap. 7. V. una bella descrizione della rassegna della milizia in Nardi, op. cit., libro
Vili, cap. 32.
(2)

Segni, op.

(3)

cit.,

1.

discorso senza

II, p. 57. Cfr. Lisio, op. cit, p. 9.

nome

d' autore,

ma

le

ragioni che

112

Questa saria scriveva il Gianiiotti, una cerimonia bellissima e molto utile alla repubblica,
perch gli animi per quello si eserciterebbero mira

bilmente alla

virtii

e alla difensione

della patria.

ninna cosa che muova gli animi teneri cos come


il vedersi intrattenere ed onorare da' pubblici Magia che aggiunto la religione, non si pu penstrati
sare quanti meravigliosi effetti ne risulterebbe .
Il desiderio del Giannotti veniva dunque, fino a
un certo segno, (1) soddisfatto; ma nel complesso,
soprattutto per l' incapacit degli oratori, gli entusiasmi destati non furon poi troppi. bello leggere
:

adduce

Sanesi (V. in Arch.

il

studio a pag. 3 sgg:

il

stor.,

V, voi. Vili:

serie

discorso a pag. 13 sgg.) per attribuirlo al

GiAXXOTTi mi sembrano

valide. Questo parrebbe contradire a


ohe
ebbi
a
dire
a
proposito
di un discorso del Machiavelli
ci
senonch
mi
44
sg.);
par
certo
che questo del Giannotti
(p.
non fu pronunziato. Intanto per un altro suo sopra il fermare
il governo di Firenze sappiamo da una lettera a Zanobi Bartolini (Giannotti, Opere, ed. cit., tomo I, p. 1 e sg.) che
non hanno gli
fu scritto per incarico di Niccol Capponi
cos neppur
altri pochi discorsi nessun carattere d' azione
questo per la milizia dove, si noti, non e' neppure un vocativo, e che ha tutta 1' apparenza di una minuziosa relazione di segretario. Ma la prova pi forte una frase che
il Sanesi stesso riporta
(p. 3j dalla Repubblica Fiorentina
alla provvisione vecchia me ne riferisco ed a quello che
altra volta ne aerisHi ; quindi il suo discorso non fu pro;

come dice

nunziato,

il

Sanesi

(p. 12).

Quanto poi

al concetto

eloquenza nel cinquecento, esso conferma quel che gi


dicemmo infatti tanto poca importanza gli si dette che n
fu pubblicato fino ai nostri giorni n ha nel ms- il nome deldell'

l'

autore.

perch il Giannotti avrebbe


(1) Fino a un certo segno,
voluto che le orazioni fossero dette da ciascun gonfaloniere

in quella preziosa

113

miniera che

sione che fece ognuna

come

difetto a

ciascuna

Varchi

il

impres-

l'

orazioni

di quelle

vedere

trovasse

dei Fiorentini

critica

la fine

il

suo

(1)

Fu bens universalmente lodata 1' orazione di Bartolommeo Cavalcanti, del 1529 (2) la quale, anche dopo
pubblicata, piaceva sempre molto

fessa

d'

essere d' opinione

celebrarono

che anche

1'

ma

il

Varchi con-

contraria a quelli che la

come cosa rarissima e di credere


autore non ne fosse poi troppo orgo-

glioso.

Strano un

po' questo giudizio, perch

il

Varchi

non averla potuta leggere, come non

dice anche di

aveva potuto udirla ma forse era 1' eco del giudizio


di pochi altri pii fini e pi colti o anche pi ma;

levoli.

Anche a

non pare niente di


no certo ma lo stile sem-

noi oggi V orazione

Non

straorc^inario.

brutta,

pre studiatamente solenne e quasi sforzato nei con-

ed esagerati costrutti latineggianti, la retorica


non buona di certi artifizi, le troppo frequenti interrogazioni ed esclamazioni che rallentano, invece
di eccitarli, gli affetti, la diminuiscono nel gusto
tinui

nostro
Tuttavia

non possiamo non

sentire,

pur fra

le

pesantezze del periodare, impeto di sentimento, sincero

calore

onde spesso
(1)

Cfr.

di
il

religione,

vivacit

di

amor

patrio,

Cavalcanti assurge a vera eloquenza.

Varchi,

op.

cit.,

in

Flamini,

Il

cinquecento

(in Storia letteraria cV Italia edita dal Vali ardi), p. 389.


(2)

Si trova nella

diverse

raccolta del

edizioni, ivi, p.

C. Ori.

Lisia a

p. 11.

Per

le

VII.

U eloquenza

civile ital. nel sec.

XVI.

sue

Naturale

ad un

poi

il

da un ordine d' idee


semplicit dello schema, che

passaggio

bella la

altro, e

114

apparisce un logico svolgimento del pensiero.

pare piacesse pi quando fu sentita

L'orazione

che quando fu letta stampata certo non va dimenticato che doti principalissime di un oratore sono
anche il gesto e la pronunzia; e all'effetto di questo discorso doverou contribuire il beli' aspetto del
;

giovane Cavalcanti,

il

nobile gesto,

toscano, e non poco anche

il

il

gentile accento

solenne apparato della

chiesa di S. Spirito.

Nonostante, anche

semplice lettura, quest' o-

alla

appare bellissima se la paragoniamo alle


altre che ci sou rimaste.
Per lo meno, i concetti sono adatti e convenienti

razione

alla

ci

circostanza e un caldo soffio di

pervade, pur tra

commozione

fronzoli della retorica

la

quale fred-

dezza invece e spesso quale inopportunit di argomenti nelle altre orazioni!


Luigi Alamanni, giovane e amante della patria
e della sua libert, chiamato l'anno avanti a parlare
a coloro che rappresentavn
repubblica,

nelP austera,

la difesa e la forza della

solenne

vastit

di

Santa

Croce, altra idea non sapeva svolgere se non che,

come

la

troppa ricchezza snerva

cittadini, cos

li

accende alla virt l'onesta povert; tanto che il


breve e gelido discorso parve giustamente ai Fiorentini

una predica.

(1)

(1) Cfr. Varchi, Op. cit., in Flamini, Op. cit.,


p. 389
L'orazione fu stampata per l'ultima volta nella raccolta del

Dazzi a pag. 321

cfr. ivi a. p.

XXXV

per

le altre edizioni.

Pandolfini

Il

invece,

115

quando

parl, ancora per

l'anno 1528, in S. Lorenzo, cred opportuno far larga

mostra di erudizione, ricorrendo all'aiuto non mai invano cercato di Aristotile, e dimostrando colla sua
guida che cosa sia ottima repubblica, e in che modo
si possa conservare intatta, senza esitare a numerar
tutte le undici cause di mutazioni e a indugiarsi su
ciascuna con diffuso ragionamento.
Questa prolissit, queste continue lungaggini non
di dire quale plumbeo velo di noia
e' bisogno
stendano su tutta l'orazione. Tuttavia, in principio,
finch

il

Pandolfini

si

trattiene a parlar soltanto delle

importantissime cose del suo tempo,


plicit della

sua prosa meno

e'

sem-

nella

latineggiante e

meno

non sian di solito le orazioni del cinquecento, un non so che di serio e di veramente
sentito, che pu piacere pi di certi passi troppo
retorica che

entusiastici del Cavalcanti.

Gli argomenti

costanza, e

mini ed

alle

delle passate
dalosa^ (1) le

son giusti e adattissimi alla cirappunto quel fare allusione agli uocose presenti, trattando degli antichi e

per cui il Polidori dice l'orazione scand un interesse vivo anche per il let-

tore d' oggi.

(1)

Cfr.

Polidori in
novembre

al doc. del 6

Arci. stor.

it.,

Serie

I,

toI.

I,

nota

1525, ^. 339.

proposito, colgo l'occasione per rilevare

un errore

del

Polidori: egli dice nel luogo citato che il Pandolfini per


altro non dissimile discrso detto pochi mesi innanzi nei
Gran Consiglio e tendente a impedir la riforma del Gonfaloniere Capponi aveva gi corso non lieve pericolo. Ora, nel
luogo del Varchi da lui citato (che corrisponde al cap. 21

116

Ma

purtroppo neirinsienie quella maniera cos


pedante di ragionare d un' impressione di gelo al
discorso che, giustamente questa volta, il Polidori
dice procedere piuttosto col passo e con gli strascichi di

un

trattato

e di

una dissertazione

scola-

che colla rapidit e l' energica scioltezza di un


ragionamento oratorio .(1) insomma vero quello
stica

che

il

una

Varchi disse con una parola: l'orazione sembra

filastrocca. (2)

Si pensi per per iscusarlo che,

suo stesso discorso,

il

come

dice

nel

Pandolfini dovette all'ultim'ora,

IDrobabilmente per riguardi e timidezze di magistrati,

cambiare parte della materia, (3) e tutta la filastrocca


imitata da Aristotile potrebbe essere una continuazione fatta per rimedio ci non toglie tuttavia che
;

in ogni

modo non

pesante,

potesse esser

pii

brev^e e

meno

anche nella partizione schematica troppo

visibile e scolastica.

del libro VI)

uon

si

dice affatto che recit un discorso nel

ma

che compose perch Niccol [Capuna pastoccMata del modo del


creare il Gonfaloniere, e di consenso della setta degli Adirati, mandarono Cardinale Rucellai a Lucca che segretamente
stampare la facesse, il quale arriv con ella in Firenze appunto il d innanzi della creazione e la sparse subitamente
CJonsiglio

Grande,

poni] non fosse raffermato,

.
per tutta la citt
E ho voluto notar questo perch la notizia di un solenne
e liberissimo discorso nel Consiglio Grande verrebbe in parte
a contradire quel che ebbi occasione di osservare nel cap. II.

Quanto poi al giudizio di scandalosa che d all'orazione il Polidori, esso non fa che seguire il Varchi, op. cit., 1. Vili, cap. 8.
(1) Luogo cit., p. 395.
Libro Vili, cap.
Dazzi.

(2)

Op.

(3)

Cfr. p. 360 nel

cit..

8.

Le

117

orazioni di Giambattista Nasi e di

Simoui pel

'28,

Vettori e la

quelle di

Domenico

Lorenzo Benivieui

seconda del Pandolfui per

il

e di Pier

'29

non

si

sono conservate fino a noi, o almeno non sono state


stampate finora. (1)
Invece il Dazzi ha pubblicato dal codice Magliabechiano classe VII, 1403, un' orazione di Filippo
Parenti, (2) della quale per non abbiamo negli storici fiorentini nessuna notizia.
Pare dal silenzio del Varchi che nel '30 non fossero recitate orazioni: n, in ogni modo, dal suo
procedere potrebbe credersi fosse stata
questa composta in quell' anno, poco prima della catranquillo

duta della repubblica.


Probabilmente, se non
nel codice
ci

il

nome

vogliamo ammettere che

del Parenti

sia errato

(ma non

volta, mi sembra, ragioni sufper sospettarlo) essa fu scritta dal Parenti

sarebbero questa

ficienti

speranza di poterla recitare, essendo questo


un onore multo ambito.
Del resto, non e' in questo non lungo discorso
1' autore parla della gloria che
niente di notevole
verr ai Fiorentini dall'esercizio delle armi e li con-

per

la

un po' freddamente di solito,


e nel tempo stesso qua e l un po' enfaticamente,
anch' egli mostrando chiaro lo schema, senz'abili

siglia e

li

conforta,

trapassi, senz'agilit, senz'eloquenza. (3)


(1) Il

Nasi parl auche

dinanzi a infinito popolo nella

sala del Consiglio Maggiore ; orazione anche questa ignota,


e orazione certo di parata sullo stesso argomento.
(2)

(3)

y. a pag. 438 della sua raccolta.


La poca bellezza di quest'orazione pu essere addotta

Si capisce bene

118

dai giudizi del Varchi,

cui gi

acceuuammo, che uelP insieme queste orazioni non


piacquero molto; ed curioso che non piacessero
per r appunto al Varchi, il quale autore, come vedremo, di orazioni non certo molto belle; ma forse
in quell'occasione gli animi commossi dei Fiorentini
sentivano che qualche cosa mancava in quei discorsi.
Certo, a distanza di tanti secoli, di tante vicende
nella vita e nella letteratura,
volta suppergi

il

nostro gusto questa

il

medesimo.

Anche per questo gruppo

di discorsi,

quali

sembrano, a nominarli, dover risplendere di chiss


quali bellezze, non si pu che ripetere quel che va
detto del complesso dell" oratoria cinquecentesca
r ingombro dell'erudizione, l'affastellamento dei vieti
artifici da retori, la vuota sonorit dello stile quasi
sempre egualmente elevato, prendono il campo anche l dove non mancherebbe ne sentimento forte,
n vero calore, n favore di popolo.
:

CAPO

V Apologia
e

1'

VI.

di Lorenzino de' Medici

eloquenza giudiziaria

assegnare un posto preciso all' ApoloLorenzino de' Medici; (1) ma, all'ingrosso,

difficile

gia di

come riprova per

togliere al

Parenti

la paternit dell'orazione

a Carlo V, cos nobile e calda.


(1)

stampata

nella

citata

raccolta

gg' Per le altre edizioni vedi ivi, p.

XI

del LisiO, a p. 159

sgg.

per

il

suo soggetto,

come

considerarsi

119

discolpa di un omicida, pu

la

un' orazione giudiziaria.

intendimento e nella forma


da tutte le orazioni del secolo decimosesto, essa
un' opera mirabile che al Giordani e al Leopardi

Diversa

affatto

nell'

pareva non il pi insigne, ma


eloquenza che potesse vantare

Lo

unico

1'

la

studio dell' Apologia offre

esempio

prosa nostra.

poi

di
(1)

V allettamento

uno speciale interesse, perch essa opera di uno


degli spiriti pii^i complessi di quel gran secolo in
di

cui

pur furono cos frequenti

e della vita;

ed scritta in

contrasti degli animi

difesa

d'

un

atto

del

sono dati cosi vari giudizi che esso venne


considerato da taluni come 1' eroismo d' un innamorato della patria e della libert, da altri come il frutto
dell'esaltazione di un pazzo o della malvagit di un
quale

si

volgare assassino.

non ha nulla d' eroico l'insidia tesa da


Lorenzino al duca Alessandro, attratto da lui fra il
In realt

mistero della notte invernale nella

Larga, colla lusinga

d'

ore di lascivia, di cui


gli tante volte

Non ha

sua

avergli preparato

non

casa di via

una

di quelle

avev^a sdegnato d' esser-

ministro.

nulla d' eroico la sua fuga precipitosa da

Firenze dopo 1' uccisione e il suo presentarsi a Bologna a messer Aldobrandini che non credette o
mostr di non credere al suo affannoso racconto
aver hberato Firenze dal tiranno e gli neg cosi
rifugio, costringendolo ad andar altrove a cercare
d'

chi lo credesse e lo aiutasse, novello Caino tormen-

ti)

Cfr.

Giordani, op.

cit., voi.

Y, p 262, nota.

tato forse gi, oltre

120

che dallo spavento, da uu oscuro

rimorso, pur quando avrebbe dovuto durare ancora


in lui r esaltazione del

Ma
d'

a Venezia

gran

fatto

compiuto.

Filippo Strozzi, profugo per causa

Alessandro, credette ben

facilmente

al

racconto

della morte dell' odiato nemico, e nell'esultanza per


tale notizia

ne accolse

casa come un

in

figlio

T uc-

cisore e gli promise aiuto e protezione.

Intanto a quella casa

si

accorreva come

in pel-

legrinaggio ad onorare l'eroe che Benedetto Varchi

Girolamo Borgia cantavano nei loro versi e Iacopo


Nardi abbracciava piangendo e Iacopo Sansovino
pensava d'immortalare con una statua. (1)
A Firenze invece il popolo infuriava contro 1' assassino e correva ad abbatterne la casa, eleggendo
a suo signore Cosimo, il cugino da lui invidiato ed
abborrito: questo il frutto del suo dehtto contro la
e

tirannide. (2)

Lorenzino ne fu sorpreso e sgomento. Egli aveva


ben determinato ed ora, disperato perch Filippo Strozzi tardava a mettersi a capo dei fuorusciti per tentar di
prendere Firenze, seguitava ad agire nell' incertezza,
ucciso senza proporsi un piano politico

consigliando, sobillando, tergiversando, incapace per


s stesso d' una risoluzione decisa ed energica.

E
si

a poco a poco anche

fecero

simo
forte,

si

meno

le lodi de'

suoi partigiani

concordi: qualche tenue voce di bia-

cominci a sentire e divenne sempre pi


il bisogno di
difendere la sua

ed egli prov

ri) Cfr.

Ferra.1,

(2) Ivi,

p.

o[.

260 sg.

cit.,

pag. 23.


condotta dopo

il

121

delitto, la

giudiziosa e pusillanime.

quale

riteneva

si

poco

(1)

Ed eccolo fuggire da Venezia cb anche l minacciava la sua vita una taglia degli Otto di Balia, (2)
e ripararsi sulla riva del Bosforo presso V imperatore

Solimano, che, mentre Filippo Strozzi e i suoi compagni cadevano prigionieri a Montemurlo uell' ultimo,
vano tentativ^o di rendere a Firenze la sua indipendenza, accarezzava la sfrenata ambizione di Ij colr insignirlo di una onorificenza. (S)
Qualche mese dopo egli passava in Francia ed
I, mentre i fuoavevano levato a cielo, ed ora
sfortunate loro gesta non lo avevano

otteneva asilo alla corte di Franceso

che tanto

rusciti

nelle ardite e

avuto compagno

ed

vile

nemmen

schernivano,

di lui e lo

come

lo

col consiglio,

obliandolo

mormoravano
poco a poco

inetto.

Cos, nel volger di pochi mesi, egli passava presso


gli stessi suoi

compagni

biasimo, dal biasimo

Ma
i

di lui

all'

di

partito

dalla

gloria al

oscurit.

non dovevano dimenticarsi


sapevano accanito

loro seguaci, che lo

temevano che informasse e consigliasse


alloro danni. A Cosimo veniva suggerita

Medici e

nell'

gli Strozzi
fin dal

Ivi, p. 269: si difese in una lettera all'amico


Francesco di Kaifaello de' Medici clie, dice il
preannunzia V Apologia. Essa si trova ristampata
rai stesso nell' Appendice I, doc. V. La ristampa
(1)

zia

Lisio, op.
(2)

cit., p.

Ferrai,

(3) Ivi, p.

152 sgg.

op. cit., d. 270.

273.

odio e

1540

d'infan-

Ferrai,
dal Feranche il

dall'

122

Imperatore e dal vicer

di

Napoli

T uccisione

di Lorenzo traditore^ se eg'li volesse vivere in

piena

sicurezza, (1) consiglio che doveva avere la sua ese-

mano degli sgherri meVenezia che, quando il suo soggiorno in


Francia, dopo la pace di Crespy, per la cresciuta
autorit di Caterina de' Medici, sposa ad Enrico II,
cuzione otto anni dopo per

dicei in

era divenuto inutile

e.

pericoloso,

gli fu

asilo sicuro

e lieto forse pi che alcun altro.

Cos finiva miseramente di ferro chi di ferro aveva


ucciso, e di lui, tanto variamente giudicato

anche in

seguitava a fare diverso giudizio dai molti


che ebbero ad occuparsene, storici, critici, artisti,
mentre il popolo, che non Tavev^a mai avuto in simvita, si

condannava collo scherno e ne faceva arun suo dettato, esser come Lorenzino,
lo volle n Dio n il diavolo .
Ai giorni nostri il Martini ne fece una vittima del
classicismo, (2) il Borgognoni un pazzo; (3) ma ormai mi sembra che siamo sulla via pi giusta, considerando che non una sola passione lo spinse al
delitto, non un unico intento egli si propose,
ma
una folla di passioni agitarono l'anima sua e ne guidarono la mano omicida. (4)
patia,

lo

gomento
che non

(1) Cfr.
(2)

d'

Ferrai, op.

cit., p. 305.

Ferruccio Martini, Lorenzino

de*

Medici

e il tiranni-

cidio nel rinascimento. Firenze, 1882.


(3)

Borgognoni. Studi

di lettaratura storica,

Bologna, 1891,

p. 1-1.58.
(4) Ferrai, op. cit,, Lisio, op.
Loremaccio, Parigi, 1904.

cit., p.

133 sgg. e Gauthiez,

Ed

123

invero, seg-uendone passo per passo la

r enigma

vita,

gran parte.
aveva dato un grande ingegno

si spieg-a in

La natura

gli

sposto alla riflessione,

all'

di-

investigazione e alla satira,

un animo desideroso air eccesso

potenza e di

di

gloria.

Tutta r ambizione delle due famiglie da

cui di-

passata nel

i Medici e i
sangue; ed invece, fin dalla prima giovinezza, egli
dov aver rintuzzate le sue grandi aspirazioni.
Povero e debole anche di corpo, si trov sempre
insieme coi giovani parenti felici per ricchezza e

Soderini, gii era

scendeva,

potenza, e

seli

come

vita,

vide preferiti in ogni

momento

della

quando, avido gi d'un principato, aspir

Varano, da cui avrebbe avuto


in dote il ducato di Camerino, e la vide invece concessa a suo cugino Cosimo.
Cos, mentre desiderava e ricercava la protezione
del pontefice Clemente VII, fu poposto ad Alesalle

nozze

di Giulia

contro il
tal furore dov provare allora
papa che noi ci spieghiamo benissimo come, per la
smania di fargli dispetto e nello stesso tempo per

sandro, e

il

violento desiderio di affermarsi con qualche opera

grande,

meno

si

lasciasse andare

delle

una

reminiscenze classiche

quella mutilazione di statue a

addosso

tanti

esaltato

notte,

ohe

Roma

non

dal vino, a

che

gli attir

sdegni e anche tanta retorica di rim-

proveri. (1)

il

quando, per non aver

(1) Una fiera orazione recit in


MoLZA nell'Accademia romana.

pii altro in

che sperare,

quell'occasione contro di lui


Cfr.

Ferrai,

op. cit., p. 102.

- 124

dov adattarsi per vivere ad esser 1 ombra dell'odiato x\lessandro, ormai duca di Firenze, quanto
rancore non dov ogni giorno aggiungersi al vecchio
rancore nell' anima sua, quanta nuova invidia per
quella nuova potenza?
Ogni sua pi trista passione se ne acu e non
vi fu bassezza a cui egli non si piegasse, mezzano
e spia del duca e pur connivente nello stesso tempo
coi fuorusciti, suo

compagno

nelle

orgie

sfrenate,

dovevano spesso disgustare, amante come


si mostrava talvolta della solitudine e della riflessione,
tanto da esserne chiamato il filowfo.
Alessandro era un tiranno e gli atti di tirannide
di lui, odiato, inasprivano sempre pi Lorenzino, che
forse al suo posto avrebbe fatto lo stesso.
Alessandro era un libertino e anche nella famiglia di Lorenzino volle portare il veleno della
sua corruzione, e prooabilraente non solo contro la
zia Caterina Ginori, ma anche contro la sorella di
lui,
Maddalena; (1) ed egU dovette tremarne, egli
che adorava le sorelle e la madre e serb sempre
che pur

lo

intatti questi affetti fra le

di luce nelle tenebre

rovine

insieme con

delF anima, raggi


quell'

amore per

la dolce veneziana, fior di bellezza e di poesia,

riemp

che

anni della sua vita.


Alessandro era rozzo, brutale, volgare, ma Lorenzino doveva far tacere il disgusto della sua anima
gli ultimi

raffinata ed. aristocratica per piegarsi


ai capricci del cugino, dal quale,

(1) Cfr.

Ferrai, op.

cit.,

p, 162.

dopo

da
i

parassita

rovesci di

125

fortuna che avevano colpito la sua famiglia, gli ve-

mezzi per sostentare la vita.


amico
Intanto
suo di gioventi, Filippo Strozzi,
era fuoruscito ed aveva ragione d' odio contro il
duca, oltre che per pubbliche, anche per private
offese; certo anche da lui Lorenzino avr ricevuto
nuovo incitamento nel suo acerbo rancore. (1)
Spinto da tutte queste cause, illuso dal pensiero
di gloria d' essere un rivendicatore della libert, persuaso dalle dottrine della societ cortigiana del suo
tempo, la quale ammetteva e giustificava la vendetta
nivano

gli unici
1'

pubblica e privata,

ma

pi specialmente tormentato

neir anima dalla vita di abbiezione che la sua debo-

lezza lo costringeva a condurre, egli uccise e quella

uccisione dov sembrargli la liberazion morale di

s stesso.

Ma
dopo

noi abbiamo veduto che, per

il

delitto,

ebbe, calmatasi la

suo contegno
foga delle prime,
il

entusiastiche lodi, disapprovazioni ed accuse, e ab-

biamo veduto che sent il bisogno di scolparsi con


una lettera a Francesco di Raffaello de' Medici.
Pi tardi, commosso dai biasimi sempre crescenti
e forse non meno che dalle voci altrui dalla voce di
quella sua coscienza che dov tormentarlo sempre
con oscuri rimorsi nella misera vita, egli volle discolparsi ancora e cogli altri e con s stesso e scri-

vendo come difesa politica la sua Apologia^ e cercando di salvare la sua onorabilit col diffondere

(1) Il

Lisio

suppone non senza apparenza


una vera
duca Alessandro.

(op. oit., p. 135)

di verit che vi fosse tra Lorenzino e gli Strozzi


e propria

congiura contro

il


corte fraucese

all'I

stata

mossa a

126

opinione che

1'

colpire

il

la

sua mano fosse

duca dalla necessit di svenMaddalena.

tare le insidie tese alla sorella sua

Cosi Lorenzino ingig-antiva un' ombra di sospetto


parendogli di non essersi
che poteva aver avuta
;

abbastanza efficacemente difeso coli' Apologia^ faceva


passare in seconda linea il delitto politico, mostrandosi come vendicatore dell' onor familiare. (1)
L' Apologia fu scritta certamente in Francia,

dopo

che Lorenzino aveva potuto riprendere nel Collegio


Reale gli studi classici tanto amati, dove forse, scrive
mirabilmente il Ferrai fresco ancora di quel bagno

onda demostenica apprestava ai suoi


squisiti sensi, lontano dagli uomini e dalla realt
viva del mondo, ripens ai propri casi, e nella rinnovata esaltazione di un odio che gli sembrava aver
salutare che

l'

avuto a comune coi grandi


tanto
la

stesso

sua . (2^
Unico scopo

che
al

la

suo

dell' antichit,

fede

degli

delitto egli

altri

trasfigur

divenne

mostra noiV Apo-

logia la liberazione della patria dal tiranno e riesce

cos perfettamente a metterci nell'animo quella con-

vinzione che era in

lui,

esagerata e travisata,

ma

in

fondo sincera, che non possiamo che ammirare quel


capolavoro d'eloquenza, senza riflettere se i suoi argomenti alterano la verit o le sono addirittura contrari.

Non

fermeremo dunque a considerare se egli


mentiva quando affermava di non essere mai stato

(1)

ci

Cfr.

Ferrai, op.

(2) Ivi, p. 295.

cit., p. 255.

127

servo del duca per non aver mai avuto alcuno

pendio da lui,
cisa la madre,

sti-

quando Taccusava di avere uce quando parlava di ci che s'era


non aveva potuto, dopo l'uccisione

(1) e
(2)

proposto di fare, e
del duca. (3)

Non osserveremo
il

si

se sia

un po' troppo cavilloso

suo rag-ionamento nel dimostrare che il duca non


fid di lui perch non si fid di nessuno, non

avendo mai amato nessuno,

non

e che egli perci e per

essergli stato in realt n parente n servitore

pot ucciderlo.

forse necessario che un'orazione, specialmente

giudiziaria,

perch

possiamo dir bella?

la

Non

non dica che cose scrupolosamente vere

dovettero gli avvocati di

tutti

tempi ricor-

rere talvolta a finzioni e a cavilli, senza che venisse

menomata da

ci l'arte delle loro

arringhe?

persuadere e Lorensuo
ragionamento cos logico, cos incisivo, noi dimentichiamo il valore delle sue argomentazioni e penIl

dell'eloquenza di

fine

zino vi riesce in

siamo

modo

mirabile; trascinati dal

sentiamo ci ch'egli vuole.

Quanto alla forma poi, VAj^ologia cos largamente conosciuta e ammirata che mi sembra inutile
dilungarmi.

forma quando nasce insieme


col pensiero, derivata da esso, con esso stretta in
modo che non si possa cambiare una parola, senza
che si perda qualche sfumatura del concetto.

sempre bella

(1) Cfr.

la

Ajyologia in Lisio, op. cit., p. 167.

(2) Ivi, p. 171.


(3) Ivi,

p. 175 e sgg.

128

Lorenziiio poi aveva studiato profoudameute,


tre

classici,

era fiorentino
viva

lingua

il
;

Machiavelli, grande maestro di

si

nel

ol-

stile;

trovava cos ad esser padrone d'una

tempo

stesso e ricca,

semplice e

nobile.
Infatti

il

suo periodare

sciolto, libero, vario,

il

suo stile agile, pronto, efficace; ora fluente in un


impeto spontaneo di parole, ora arditamente conciso,
ora pieno di una sottile ironia.
La partizione schematica del discorso e corretta

ma
il

nascosta, naturale,

come necessaria

alla

materia;

calore della difesa intrinseco al pensiero, n

bisogno

di palesarsi in

ha

esclamazioni e interrogazioni,

delle quali notevole l'assenza.

Niente dunque di retorico: V Apologia una vera


scrittura classica, nel pi nobile senso della parola,

che innato nelle menti latine,


che si rafforza cogli studi, ma non degenera in vuota
accademia.
di quel classicismo

* *

si

Di vere orazioni giudiziarie ho gi avvertito che


ha nel secolo decimosesto una scarsit straordi-

non ho trovato a stampa che quelle


Badoaro, (1) una del Commenduno, una d' autore

naria. Io

del
in-

certo e gli abbozzi dello Speroni.

Le

orazioni del

materia

(1)

Op.

civile,

cit.

Badoaro sono

e tutte cinque

in

condotte per quel che riguarda gli

129

argomenti assai destramente, da

ma

quanto

alla

forma

prolisse,

esperto

avvocato,

manierate,

secenti-

stiche, goffe.

Eppure

egli scriveva nella

lettera

di

dedica

al

cardinale Montalto (datata 6 luglio 1590) che questii


arringhi erano usciti dalla miglior parte di se stesso

L'oiazione di Lorenzo Commenduno (1) invece


in materia criminale: fu detta a Padova davanti al

Grimani in difesa di alcuni


studenti di Padova che, secondo un curioso e barbaro uso della citt, che permetteva di far privati pri-

podest Marcantonio

gionieri quelli che fossero di opposto

parere

nella

creazione del Rettor dello Studio, entrati in casa di

un Francese, ed essendosi questo, non pratico

e im-

paurito, difeso anche colle armi, lo

insie-

me con due

uccisero

servitori.

bench non

In questa la forma pi semplice,


bella

ma

fiacca

1'

argomentazione.

interessante

anzi veder quali fossero gli argomenti della difesa

primo che gli omicidi avevan commesso il delitto


per improvviso furore, e fin qui va bene; ma poi
aggiunge che essi van perdonati e perch sarebbe
male far piangere tante famiglie italiane per la sola
ragione che ne piange una oltramontana e perch
essi dopo r uccisione si rifugiarono in luogo consacrato e son quindi sotto la protezione di Cristo.
Ben pii serie sono le arringhe dello Speroni gi
accennai a quella per le figliole contro Roberto Pa:

(1)

scane,

In Sansovino, p. S47 sg^. Si trova anche nelle Prose totomo II, fra le giudiziarie, insieme con altre, finte, del

LoLLio

e del

C. Ori.

Tolomei.
L' eloquenza

civile Hai. nel sec.

XVI.

pafava,

ma

180

essa ora non esiste,

almeno a stampa;

ne restano inv^ece una per la casa del Petrarca, che


voleva si conservasse e non fu conservata, quattro
per messer Paolo de' Conti, che era accusato d' omicidio e che salv. (1)
Altre volte non poche dov parlar lo Speroni come
avvocato.

In Venezia singolarmente

XXIV)

Marco

di

Porcellini (p.

dice

biografia

la

accadde

volta che parlando egli al Consiglio o alle


tie,

si

videro

come

uffici,

tutti

voti di giudici

ne' d solenni,

gli ordini e condizioni

Non

tribunali, tutti gli

accorrendo ad

serrati,

udirlo con incredibile concorso

d'una
Quaran-

pii

uomini

gli

di tutti

ha per altro di lui in tal genere.


Del resto, anche delle arringhe per la casa del
Petrarca e per Paolo dei Conti non abbiamo il testo
perfetto, ma una specie di brutta copia, o meglio,
di appunti che dovran servire all' oratore: gli argomenti ci son tutti e qua e l ci sono anche dei periodi ben formati, ma altri son tronchi, come di chi
si

scrive solo per fermare

congiunzioni latine,

il

etiau,

pensiero
item^

come

son poi le
usava allora

e vi
si

nelle scritture familiari.

Xon

si

tuttavia

pu quindi giudicar della forma, che pur


lecito immaginare non sia stata dissimile

da quella delle altre orazioni dello Speroni.


L'orazione che si dice recitata da un Licerlo Autore nel 1548 al re Ferdinando I d'Austria in difesa
di un Mattia Hovero, che si era reso colpevole a

(1)

V. nella citata ediz. delle Opere,

tomo V.

p.

559 sgg.

131

Vienna d'omicidio per

manca

piena

poi, certamente,

un

difendere

d'efficacia negli argomenti,

diluita e

lire

ma

non

amico,

infinitamente

d'adulazione e di retorica.

(1)

una traduzione, n possiamo

Ed

stabi-

quanto sia fedele.

Non poi vera orazione giudiziaria quella che


Giulio Cammino Delminio scrisse per Cosimo Pallavicino,

il

quale la recit

ner la liberazione del


scolpa r accusato,

ma

Francesco I per otteperch egli non di-

al re

fratello,

supplica

il

re

perdonarlo,

adducendo come argomento (e vi si noti la ributtante


adulazione, trattandosi non gi di pagani che facilmente avvicinavano gli dei ai mortali e i mortali
agli dei,

ma

di cristiani)

che

propria

la giustizia

degli uomini, la misericordia propria di

Dio,

che

il

monarca deve e pu imitare. (2)


Quanto poi a qualche altro discorso

di genere giupossa trovare nelle raccolte del cinquecento, non si tratta, come vedremo, che di eser-

diziale

che

si

citazioni retoriche.

(1)
(2)

V. nella raccolta del Sansovino, p. 331 sgg.


p. 213 sgg. Anche questa orazione

In Sansovino,

resto dev'essere stata in origine in latino, perch

il

del

Delminio

parlava in Francia, e anche l'accenno che il fratello non


aveva potuto farsi intendere perch non poteva parlare se
non in italiano e' indurrebbe a crederlo.
Cos per il conseguente discorso di ringraziamento (SanSO'vaNO, p. 218 sgg.) al re per 1' ottenuta liberazione.

132

CAPO

VII.

Orazioni laudatiye.

La

vera grande

XVI

colo

eloquenza

nel

se-

delle orazioni dimostrative, anzi si

pu

fioritura di

genere che
invettive famose or non

dir delle laudative, xjerch dell' opposto

nel

dette

quattrocento

abbiamo pi esemp,

le

eh' io sappia. (1)

tal fiori-

deve meravigliare, dopo che abbiamo veduto la


mancanza di vere occasioni per gli altri due generi
abbiamo appreso
d' eloquenza e nel tempo stesso
dal gran numero delle retoriche quanto fosse genetura

ci

smania del parlare

rale la

la laudativa

di oratoria,

ma

mai a mancare

le

in pubblico.

in generale la pi misera forma


pur quella per cui non vengono

occasioni.

veduto che nel quattrocento vi erano discorsi

S'

in lode di nobili sposi, di illustri defunti, che erano

laudative

venza

anche molte

orazioni

politica, quelle cio fatte

che

avevano par-

per elezioni

di prin-

consegna di pubblici magicircostanze di maggiore o minore


strati, per altre
importanza, per le quali convenisse rallegrarsi. Nel
secolo seguente non e' molta differenza in questi
usi. Per esempio quella cerimonia per la consegna
cipi e di

papi,

del bastone

del

per

la

comando

al

capitano della repub-

cinquecento (p. e. quella


(1) Le polemiche letterarie del
famosa del Castelvbtro col Caro) non hann nessun forma
oratoria.

133

come

blica forentiua, di cui

ho gi parlato,

demirio, del 1515. (1)


Per una solennit

simile un' orazione di Nic-

col

Machiavelli,

non possiamo

cui

di

ve-

dire a che

magistrato sia rivolta, u so venne recitata

probabilmente un semplice esercizio letterario e appartiene, come annota il Polidori, alla giovent dell'au;

tore. (2)

la

diversa da tutte

sua brevit

in cui l'autore
stizia

tratta,

scusa

le

orazioni di simil genere per

dopo un esordio assai conciso,


la

sua inesperienza, della giu-

cerimonia e antica
giustizia fa le lodi con ar-

per sodisfare a questa

consuetudine , e della
gomenti tratti dalla mitologia, dalla

storia

dalla

poesia.

non

Bench
bello,

un modello

b' essere

Fra

mosa

abbia

in se nulla di specialmente

questa concisa e garbata orazioncina potreble

orazioni fatte per circostanze simili fa-

quella

Iacopo

del genere.

che Sperone Speroni recit in lode di

Cornaro, quando questi lasciava

capitano di Padova. (3)


Pronunziata l'anno 1536

in piazza

l'ufficio di

stesso scrive rivendicandola a s, (4) essa

(1)
(2)

V. pag. 30.
V. a pag. 412 sgg.

velli, ed.
(3

delle

Opere

com' egli

ha

il

so-

Minori del Machia-

cit.

nella raccolta

le sue ediz. ivi, p.

cit.

XXIX

del Dazzj, a pag. 154 sgg. Y. per


sg.

(4) Il Dazzi, a p. XXIX, riporta uu passo d' una lettera


in cui lo Speroni si lagna col Mocexigo d'un tiro fatto a lui
e al Navagero dal Sansovino, il quale, non avendo avuto da

i;54

difetto di tutte le orazioni dello Speroni, di

lito

stucchevole, continua esag-erazione retorica

una
tutta

un susseguirsi di lodi a tutto e a tutti,


che si precipita come un torrente. Ed io vorrei appunto paragonar quest' eloquenza a un torrente rigonfio, che non ha altra bellezza, se non del transitorio accavallarsi delle onde fangose.
Simile jn tutto un' altra sua orazione, che ebbe
un' iperbole,

stessa, precisa circostanza, cio dalla

origine dalla

partenza

di

un

altro capitano

di

Padova, che era

per l'appunto Girolamo Cornaro, fratello di Jacopo;

ma

questa non fu terminata. (1)


dello stesso stampo, ma forse ancora pi re-

ancora men sopportabile per 1' adulazione, da


cui egli pure dice di guardarsi, (2) una per 1' elezione
solo le danno un certo
del Doge Luigi Mocenigo
interesse alcuni accenni alla vita pubblica della so-

torica,

ciet veneziana.

Ma

per Dogi

che un' intera

nuovi

raccolta

eletti

del

abbiamo nientemeno

Sansovino,

(3)

il

quale

il permesso cF inserire le loro or zioni nella sua raccolta


ne aveva stampata una del Navagi:ro e due dello Speroni

loro

col

nome
(1)

d' Incerto.

neirediz.

cit.

delle Ojyere dello Speroni,

t.

III.

a p. 237 dice perciocch ogni menzogna per sua


natura ovunque detta ed udita sia vanit vergognosa e
(2) Ivi,

come oratore d'una citt meritamente pu esser detta adulazione temeraria e prosunzione, dal qual peccato sempre ho guardato la lingua mia, per
fia Ijene clie distinguendomi nel parlare, tutto esser vero
quanto ho proposto a parte a parte si manifesti .
detta al principe dal vassallo

(3)

Delle orazioni recitate ai principi di Venezia nella loro

creatione
zia, 1562.

eto.,

raccolte

per

Francesco Sansovino, Vene-

135

del resto di tali orazioni ne

aveva gi inserite alcune

nella sua raccolta generale.

questa speciale raccolta divisa in due parti, di

prima contiene le orazioni in volgare, la seconda quelle in latino, che l'editore saggiamente, sebbene
per il falso principio che il latino pi adatto all' eloquenza che r italiano, (1) non volle tradurre: apcui la

pare da questa divisione che

pronunziare l'orazione
laudativa in latino o in italiano era indifferente per
le italiane qui sono in maggior numero. (2)
il

Bench
sino,

meno il Trisal Doge in ita-

di autori diversi, oscuri tutti

che fu

il

primo, sembra, a parlare

liano, nell'elezione di

Andrea

Gritti (20 aprile 1523), (3)

queste orazioni hanno tutte stretta somiglianza per

r argomentazione e per la forma.

Pu

servire appunto quella del Trissino a darne

un' idea.
di quella
riti

di

Dopo un proemio,

in cui loda l'opportunit

cerimonia, egli comincia a parlare dei me-

Venezia, diffondendosi a questo proposito sulle

tre differenti specie di repubblica, Vasilia (Boro-tXr^r),

Aristocrazia e Democrazia, e lodando, ben s'intende,

come ottimo

il

governo della Serenissima

a encomiare le virt

passa poi

della famiglia Gritti, e quindi

fa la storia particolare, molto esagerata, delle imprese

del

nuove Doge.

(1) Questo per l'eloquenza nostra, del resto, giusto in


parte perch nella lingua latina scompariscono certi difetti

hanno nella volgare.


doppio, 19, mentre le latine sono 10.
Ora(3) Quest'orazione si trova anche stampata a s
tione al serenissimo principe di Venetia Andrea Gritti, Roma,
1524. anche nella raccolta principale del Sansovino a. e.
che
Quasi

di stile
(2)

si

il

155 r sgg. dell' ediz. del 1575.


lu ultimo accenna

136

alla gioia

Vicenza, di cui

di

raccomanda la sua citt che descrive


con garbo. La forma non a dir vero troppo retorica, ma certo ha tutti i caratteri di una molto so oratore,

lenne prosa oratoria.


Cos suppergi

altre orazioni, delle quali

le

notar soltanto che sono nel complesso molto

da

meno

sobrie di quella del Trissino, che superano di gran

un esempio Paolo NoBelluno al doge Trevisan, cos

lunga

in retoricume. Basti

vello,

ambasciatore

di

manifestava l'allegria della sua patria:


la citt sola lieta,

ma

etiamdo

Ne pur

sol

tutto d' ogn' in-

il

pili dir io ? in sin quelle ombrose valli


non so pi che nuovo risuonano
quei fiumi pi
soavemente assai mormorano et quegli orridi monti
par che a forza pi si ergano, mostrando i loro gio-

torno et che

ghi infin qui, per


rarvi

ser

vedervi,

per riverirvi, per hono-

(1)

Le orazioni di tal genere del resto dovevano essommamente onorifiche per chi le recitava, onde

hanno curiosi esemp della smania che molti avevano d' essere scelti a tale incarico. Ne vedremo fra
poco uno per le orazioni funebri per quelle in cirsi

costanza

(1) Pdfr.

colta

d' elezioni

Tutta di

29.

di

principi notevole

ci

che

orazioii latine un' altra simile rac-

Orationes clarorum omimini vcl honoris officiiqut causa,

eorum habitae, Coloniae, 1560. Il


hominum ad principes, Venetiia, 15.59. Xoii lio jxtuto verificare se sia mia prima edizione
della stessa raccolta. Altre raccolte di tal jeuere non bo trovate vi son per molte orazioni latine staccate ma di quelle
latine non ho creduto di dovermi occujjare.
vel in

funere de

Brunet

cita

virtutibus

Orationes clarorum


Leonardo

dice

137

una sua

Salviati in

alV in-

intorno

coronazione del serenissimo Cosimo de' Medici^ allo Illustrissimo Signore Jacopo Sesto d^ Aragona, d' Appiano^

signor di Piombino

....

(1)

Questa nuova grandezza onde Cosimo de' Medici di Duca di Firenze e di Siena a Gran Duca
di Toscana stato prossimamente esaltato, come niuuo
ha di me entro al petto ricevuta con letizia magg-iore, cos a ninno ella g-i molti g'iorni stata pi di
noia ragione. Perciocch, sentendo io che tutti gli
altri, non pur suoi famigliari e servidori e vassalli,

ma

quasi

tutti

uomini e

gli

Provincie, e con

tutti

popoli e tutte

pubblica festa e con privata

grezza segno ne dimostrano, quasi a


gli altri

ciascuna

via e

ogni

me

le

alle-

solo in fra

occasione veggendo

chiusa onde farlo, ne sono gi molti giorni in gra-

animo
morato. Alla qual noia non potendo

vissima ansiet e afflizione

d'

fino a

ora

di-

ne resistere

io

lungamente, n uscita pi convenevole aprire,

pi

empito della soverchia gioia sono


stato costretto finalmente a dar luogo, e non potendo
altramente, con la lingua manifestarla >.
alla forza e all'

Si facevano poi
cos di

Venezia

il

anche orazioni in lode di citt


Della Casa (2) e Giasou de No-

res. (3)

(1)

Orazioni del eav.

159 sg. {Opere, voi


(2)

V. ediz.

cit.,

Leonardo Salviati,

Milano, 1810,

p.

1.)

delle

Opere,

tomo

III, p. 403 sgg.

Per

l'orazione non finita.


(3)

Panegirico di

hlica di Venezia.

Giason De Nores

Padova,

1590.

in laude della

Eepuh-

Ma
bri

138

ancora pi Dumerose sono

ed naturale, quando

le

orazioni fune-

pensi che la morte

si

purtroppo pi frequente occasione che non sian le


pubbliche o private allegrezze. Gli elogi funebri, scritti
iuriiffereutemonte

spesso

in

itatiano,

(1)

si

momento

luoghi vari: nel

latino

in

in

ma

italiano,

recitavano

in

pi

tempi e in

dei funerali o in cerimo-

nie posteriori, in chiesa o nella sede di qualche con-

anche

fraternita o

in

qualche

qualcne accademia, a cui


nuto,

oppure

s'

pubblica piazza o in

morto avesse apparteforma di lettere conso-

il

inviavano in

latorie ai parenti del defunto.

Era quasi impossibile trovar qualche cosa di


nuovo da dire su un argomento sempre eguale. Po
leva essere questione di maggiore efficacia di stile
nel rivestire

soliti

concetti

il

dolore per la disgra-

zia accaduta,

la

necessit di

fatto naturale

inevitabile,

della famiglia.

Il

pi delle volte, come gi

nelle

orazioni

di colui

meriti

che

si

il

piange

come a

dell'estinto e

vedemmo

umanistiche, l'oratore parla

funebri

sua a trattare

l'incapacit

torie, dice d'

sia passato

del dolor proprio e del dolore

nell'esordio

e lamenta

rassegnarvisi

le

comune

alte virt

spesso, specie nelle consola-

aver aspettato, prima

di

parlare,

che

tempo necessario per mitigare l'ango-

latino venivano poi fre(1) Anche quelle pronunziate in


quentemente tradotte subito in italiano al)bianio per esempio V Orazione di Giov. Batt. Adriani fatta in latino alle
esequie di Cosimo de' Medici granduca di Toscana e tradotta
;

in toscano da

Tutte

lo

in latino.

Marcello Adriani suo figliuolo. Firenze, 1574*

orazioni funebri dell' Adriani sono originariamente

scia a cui

eg'li

139

ora vuol recare conforto.

Ma

soii

pos-

i conforti ? E non indizio di poca delicatezza


d'animo voler far tacere il dolore dovuto all'affetto
all'ammirazione per l'estinto ? No ragionevole,
necessario porre un freno al dolore, se pur non

sibili

si

potr farlo tacere del tutto.

Spessissimo

pompa

quando

poi,

d'erudizione,

stume dei pagani

di

si

si

vuol

maggior

fare

comincia col lodare l'antico co-

piangere pubblicamente

le

morti

dei parenti, degli amici, degli uomini illustri.

Lo schema
vato,

ma

retorico

come sempre, ben osser-

nascosto in taluni, in

Lo Speroni

altri

pi scoperto.

gran rinomanza anche come


oratore funebre dice Giason De Nores che senza
di lui il duca Guidobaldo d'Urbino non pens mai
di celebrare n le feste ne le esequie di casa sua. (1)
Infatti, fra gli altri suoi elogi funebri, ne abbiamo
uno recitato nel 1547 nella Cattedrale di Urbino per
Giulia Varano, la duchessa, morta a ventidue anni. (2)
fu in
;

Vediamo come

l'eccellente oratore

si

commoveva

morte veramente pietosa, quali pensieri, quali


sentimenti gli suggeriva il compianto di quella vita
troncata nel suo fiore.
Comincia col solito luogo comune che ad ogni
buon oratore sarebbe difficile uguagliare colle parole
ma, sicla virt e la gloria dell' illustre defunta
come sempre meglio dir poco delle lodi di lei che
per

tal

(1)

V. tomo

I. delle

Opere dello Speroni, pag.

XXXI.

tomo III dell'ed. cit. delle Opere. Nella raccolta


(2)
del Saxsovino, ed. 1741, si trova a. p. 122 sgg. col nome
nel

d' Incerto.


tacerne

cos

afTatto.

i4U

eg-li

~
ne dir quanto

g\

sar

concesso dalla piccolezza del suo intelletto. Ma la


mia orazione da qual parte delle sue laudi prender
havr ella il fin suo e con
il suo principio ? ove
quale

ordine

questa

illustre

ragionando
Signora?...

trascorrer

virt

le

primieramente

di

la genti-

lezza del sangue buona radice delle sue ottime operazioni, poscia

costumi e la disciplina, con

la

quale

fu nutricata e cresciuta brevemente faremo prova di


riferire

Poi l'oratore svolge questa duplice proposizione

con

elogi, con grandi confronti coli 'antiprovando la fama della giovinetta Giulia col
che dal duca d'Urbino, Francesco Maria della

sperticati

chit e
fatto

Rovere, fu desiderata moglie del figlio Guidobaldo.


Ora la volta delle lunghe lodi della famiglia
d'Urbino, e tanto egli s' indugia nel parlare di Fran-

Maria che fa dimenticare affatto la giovane


ma si scusa della digressione dicendo che ha
trattato di lui, come di giudice e testimonio per
mostrar che se tanto fu il suo valore, e tanto fu
veramente, quanta e quale, cos fanciulla com'era,
doveva esser la IH. ma Sig.ra Giulia da lui eletta a

cesco

morta

generargli nipoti

etc.

Cos ritorna a parlar di

lei

ben diversa dal


comune uso volgare (per questo egli ne d cos
estesi partic(5lari, giustificandosene per, con quele dei suoi meriti e della sua morte,

l'uso cos frequente in lui di fermarsi a considerare

quasi criticamente

propri discorsi), che

ella

s'am-

mal per aver vegliato

e digiunato nella fredda notte

della vigilia di Natale.

Ma

ne parla

in

modo ampol-

loso e freddo, con riflessioni e disquisizione filoso-

fiche,

e riporta

141

lunghi

discorsi di

lei

ai

marito e

madre, facendola ragionare della sua prossima


fine con molto garbo, ma in modo affatto sconveniente a una moribonda. Una lunghissima ricapitolazione delle lodi di lei ed un'esortazione allo sposo
di por freno al dolore per amore di lei che lo conalla

ad un altro matrimonio (lo Speroni


non faceva che accennare ad un fatto che stava per
compiersi) chiudono il prolisso discorso.
L'ultima parte forse un po' pi viva ma quanta
freddezza in tutta l'orazione come scomparisce in
questo dilagar di ragionamenti la figura della duchessa, strappata nel primo fiorir di giovinezza alla

forta dal cielo

vita e alla gioia

Mi sono fermata

cos a lungo su

questo elogio

funebre dello Speroni perch appartiene ad un autore


molto celebrato e perch pu servire come di tipo.

Le

regole di

tali

discorsi si possono trovar rias-

sunte in un Ragionamento
Bonciani,
(1)

li.

Sulla

Dopo un

maniera

didascalico
di fare

le

di

Francesco

orazioni

funera-

dotto esordio suU' uso delle orazioni

Bonciani comincia col parlar delle cause universali e comuni per cui si lodano
gli uomini
il genere, l' istituzione della vita, le aziofunebri

dell' antichit,

il

ni;

perfino

di

ciascuna

come

condo che

si

dice

diffusamente, insegnando

deve lodar

interna in

ia patria del morto, se-

un continente o lungo

il

mare

in un'isola.

Pubblio, per cura del canonico Moreni. Firenze, 1824


ragionamento fa letto nelP Accademia fiorentina degli
Alterati. V. prefaz. del Moreni, p. XI.
(1)

Il

Bisogaa iusomma

142

far

elogi

g-li

facendosi dalla

patria, dipoi veueiido alla famiglia, poscia alla nascita

all'educazione e agli studi e quindi trapassare alle

cose fatte
stri,

. (1)

Poich

gli

encomi possono essere

illu-

infami^ ambigui e fuor dell'opinione^ l'oratore fune-

bre devo guardare che

il

suo encomio sia

illustre, tanto

un oscuro borgo,

che, se l'estinto da lodarsi nacque in

ragionarne come natio della citt, nel


cui distretto detto borgo , o almeno potr far le
lodi della regione. (2) Il Bonciani consiglia la com potr l'oratore

con altri antichi


famosi, purch onorevoli, se no non ne vien fama
al lodato non essendo degno di laude il superare
in bont le persone infami
(3) non sian per perparazione dei personaggi e dei

fatti

sonaggi e

muover

fatti

troppo

superiori.

Necessario poi

senza esagerazione, e cercar di


consolare. Quanto allo stile, esso deve essere magnifico, per nelle descrizioni di paesi deesi usare
lo stile ornato, e nel muover gli affetti il piano, sempUce e schietto . (4) E, sebbene dica che si dovrebgli

affetti,

be < mettere ogni cura per innalzare tutto quello


che r oratore narrer , pure biasima l'iperbole (5)
e di Lorenzo Salviati, oratore in morte di Benedetto
Varchi, diceche sforzandosi egli troppo di lodarlo, lo fa in un certo modo ridicolo, mettendogli addosso una veste da giganti

(1)
(2)

(3)
(4)

(5)

(6)

Pag. 3.5.
Pag. 41.
Pag. 55.
Pag. 71.
Pagg. 49 e 51
Pag. 52.

(6)

143

Neir insieme, una serie di regole rainuziose e


pedantesciio, in fondo per giudiziose ma altra cosa
sempre stata dettar norme, altra far opera d'arte.
Abbiamo infatti del Bonciani un' orazione funerale
per G. B. Adriani, che passo per passo ligia a
questi precetti, fredda, monotona, pesante nonostante
una certa sobriet e seriet che potrebbero farla
parere mighore di molte altre. (1)
Noi scorriamo queste numerosissime orazioni e
in tutte troviamo le -stesse forme e lo stesso vuoto,
;

si

parli d'

un principe o

Commemorare un

d'

un

privato.

privato appariva cosa pi dif-

minore importanza della sua vita e


questa difficolt veniva bene espressa da Filippo
Sassetti in una lettera al Bonciani che mi piace riferire perch mostra come in fondo in fondo anche nel cinquecento certi difetti si comprendessero
e si biasimassero. Io sono stato di parere scrive il Sassetti a proposito appunto dell'orazione del
Bonciani, che sia difficile materia a lodare un
uomo privato, e la ragione questa, che noi abbiamo stordito gli orecchi alle cose di quegli imperatori e pontefici e granduchi, le quali, con tutto l' essere loro grande, sono sempre aggrandite e recate
molte volte allo smoderamento. Accompagnansi queste con lo stilo grande e sonoro, talch ogni cosa
strepe e rimbomba, e quando poi si viene a trattare
fcile

(1)

per

Fu

la

recitata

il

lo giiiguo 1579 nella chiesa della

de' Ricci. V. in Prose fiorentine,

1730, P. I, Voi.

Madouna

Ili, p. 27.

U4 -

piane e che non hanno

delle cose

ognuno non ne rimane


Che solennissime fossero

gico,

orazioni funebri dei

pompa.

solennit della

morto

dici,

principi

contorno
.

coperta di

oro, dicendosegli
nite, fu

serbato

(1)

e dovessero essere le
si

deduce anche dalla

1574, fu trasportato nella

sagrestia di S. Lorenzo, dove riposto in

con

velluto nero,

tra-

corpo di Cosimo de' Me-

Il

Aprile

21

il

il

sodisfatto

di contino

le solite

messe

una cassa

croci rosse e

e orazioni infi-

diciassettesimo giorno di

infno al

Maggio, acciocch con ordinata

pompa

se gli potes-

celebrare esequie degne e convenienti a tanti

sero

meriti e a tanta grandezza

giorno

Il

poi

dell'

un lunghissimo corteo
capo

sei

(2)

esequie

sfilava

la

di nobilissime persone,

trombetti della citt

ma con

per

trombe

citt

con a

loro abito

tutti col

senza sonare
e in mezzo perfino sei cavalli appartenuti al morto
tutti abbrunati e adorni di piume. All'uscir dal palazzo
rosso,

berrette e

Mediceo parl,

in

latino, G.

velate,

B.

Adriani; in chiesa

Pier Vittori.

Onore ambitissimo dunque questo

pompe

di parlare in

di tal genere.

Venezia Bartolomeo Spatafora di Moncata, appena saputo della morte del Doge Marcantonio Trevisan, chiede di far lui

(1)

tate

1'

elogio funebre,

ma

il

posto

Lettere edite e inedite di Filippo Sassetti raccolte e aDno-

da Ettobe Marcucci, Firenze, Le Monnier,

Lettera

1855, p. 137,

XLVL

della pompa funerale fatta nell'esequie del


(2) Descritione
Seren.mo Cosimo de' Medici gran Duca di Toscana etc. Firenze, 1574

bell'e preso
la

sna

145

bench

s'iinmag-ina,

Non importa

stizza.

ver lo stesso

il

trova

suo elogio,

dagno che, non dovendo

egli

non ne

rimedio

il

parli,

scri-

anzi con questo gua-

recitarlo, si rispiarmier la

doveva pur semmaggiore nobilt), e lo comporr

fatica di scriverlo in latino

pre esser segno di

(il

latino

a molto maggiore agio in volgare. (1)


In tutte le orazioni funebri troviamo freddezza e

schematismo
discernere

somiglianza che ben

e tale

caratteristiche

le

bens qualche differenza di


sizioni

scolastiche

esagerato
Speroni,

e
il

il

c'

noioso per disqui-

Varchi, monotono l'Ammirato,

pieno di concettini

LoUio,

vari autori

dei

stile

diffcile

spesso

il

il

Tasso, gonfii

Salviati,

io

bench abbia

talvolta accenti di naturale calore, gonfio specialmente

Don

figlio di Coun giovinetto di quattordici anni, seppe trovar tante parole che dov parlarne
tre giorni. Forse il migliore fra tutti G. B. Adriani,

nel discorso per

simo

I,

per lodare

Garzia de' Medici,

il

quale,

Foratore ufficiale di casa Medici, per la sobriet nel

raccontare

(1)

le vite,

per

la naturalezza,

Quattro orazioni di M.

MoNCATA

per

l'affetto. (2)

Bartolomeo Spathaphora di
Venezia, 1554. La seconda di

gentil' huomo venetiano,

queste fu composta per l'elezione del doge Francesco Venier


non fu neppur essa recitata. [V. per la prima la dedica
a Girolamo Ferro, per la seconda a Francesca Contarini, ivi].
(2) V. molte orazioni funebri del Varchi nella raccolta

ma

Sanso VINO per lo Speroni, il Lollio, il Salviati vedi le


opere di loro gi citate e il Sansovino; per il Tasso vedi
Le prose diverse di Torquato Tasso nuovamente raccolte ed annotate da Cesare Guasti, 1875 per TAmmirato, oltre Topera
gi citata, il tomo III degli Opuscoli, Firenze, 1d42 1' Adel

C. Ori.

L' eloquenza cicile

ital.

nel sec.

XVI.

IO

E non

146

star a ricordare lo stuolo dei minori, di

ciascuno dei quali abbiamo una o due orazioni

rammenter T elogio di Lelio


SGtti come uno dei pi sobri,
djliueata la figara

ma

Sascui
da
esce
meglio
e
Torelli fatto dal

doli* estinto.

;1)

Misera dunque nell'insieme questa abbondantissima eloquenza funebre e per la pedanteria delle
norme minutamente insegnate e scrupolosamente seguite e per la necessit del soggetto
che non si poteva, fosse principe o privato, parlar con piena sincerit del morto, n oggi si pu. Allora poi non era
neppure lecito dire liberamente di altri che non fosse
il morto, quando anche venisse a proposito
il Varchi, per aver osato nell' orazion funebre di Stefano
Colonna (orazione pii bella assai delle altre appunto
per lo spirito di patriottismo che l'anima) attaccare
il traditore Bagiioni, per poco non fu condannato a
:

morte.

(2)

maggiore altezza di tutti quelli finora esaminati parrebbe si dovesse sollevare il discorso di
Paolo Paruta, il quale fu composto non gi in morte
di un sol uomo, ma ad onore dei Veneziani caduti
nella battaglia di Lepanto. (3;

DRiAXi ha molte orazioni funebri staccate

del resto per loro

e per molti altri vedi le opere bibliografiche del


e del
(1)

In Fusti

tini, p. 130.
il

Fontaxixi

Gamba.

Fa

Consolari

dell'

Accademia Fiorentina del Sal-

detta nella Chiesa della

Madonna

de' Eicci,

22 giugno 1576.
(2)

V. Flamini, Op.

(.3;

Si trova nel Lisio, raccolta cit., p. 29.5 sgg.

cit.,

ed. vedi lo stesso Lisio, p.

pag, 388 sg.

Per

XV. Ricorder qui un

le altre

principio

147

Chi pensi all' importanza di tale vittoria, che


serobr il miracoloso avverarsi di un sogno, di
quel grande sogno che Pio II morente accarezzava
ancora, nonostante tutte le sue delusioni, ad Ancona,
spiando l'apparir delle galee nelFinfnita vastit
del mare, come lo dipinse il magico pennello del
Pinturicchio nella
pensi, dico,

all'

Libreria del

importanza

Duomo

senese; chi

di tale vittoria e alla gioia

pu fare facilmente un' idea della


commozione che doveva colmar l'animo di chi parche ne venne,

si

lava per quei morti, nella dorata basilica di S. Marco,


in

presenza

del

Doge

della piij eletta parte del

popolo veneziano. Tanto pi appunto essendo in Venezia, che aveva lottato da secoli contro i maledetti

gemme e che
un tratto battuti, fiaccati, domali.
Quale infatti fosse non dico l'allegrezza, ma l'ebbrezza di quella citt, bea si capisce dal racconto
che il medesimo Paruta fa nella sua Istoria della
guerra di Cipro. (1) Il generale Venier aveva subito
dopo la battaglia mandata una nave a Venezia colla
grande notizia; ma al ano prinao apparire in vista
della Piazzetta di S. iVIarco, i cittadini furou dubbiosi dell'esito. Ma, riporto, bench lunga, la deInfedeli, rapitori a lei delle pi belle

se l'immaginava a

d'orazione funebre pubblica del Della Casa^ non si capisce


bene n per quale citt u per quale battaj^lia pare certo
per una guerra contro i Turchi. V. in Opere del Della Casa,
ed. cit., tomo IV, p. 241 sgg.
(1) Venezia, 1615, libro I, p. 133. Non so perch il Llsio
;

citi

a questo proposito

taglia di

gamente

Lepanto
il

il

Botta e il Cant, quando

e delle feste

Paruta

medesiiuo.

della bat-

che ne furon fatte parla lar-

148

Paruta onde non scinparne reffotto,


poich si vidde esser alquante bandiere per l'acqua
strassinate, e che doppo alcuni tiri s' ud da quelli
della galea gridare ad alta voce, vittoria, fu con alledel

scrizione

grissimi gridi nella piazza corrisposo, vittoria, vitto-

un punto volando questa nuova per tutta


la citt, tir subito da ogni parte il popolo alla piazza
di S. Marco, facendosi da tutti dimostrationi di cos
ria, e in

che quelli che

smisurata allegrezza
per

le

s'

incontravano

strade allegravausi l'uno con l'altro con tanto

che s'abbracciavano non pur i parenti e gli


amici, ma popolarmente tutti s come ciascuno s'abbatteva. Talch, volendo il Doge con la Signoria discender dal palazzo alla chiesa di S. Marco, per la
affetto,

calca grande delle genti, con gran fatica vi

si

puot

condurre >.
Naturalmente fu subito cantato un Te Deum e
furono stabilite per quattro giorni continue processioni e suoni di camjmne a fuochi^ e le feste pubbliche e private non

si

contarono.

con molta solennit celebrate


pubblicamente l'esequie a quelli che erano morti
nella battaglia, honorandogli con versi, e con oraInfine

furono....

tioni funebri, e
il

magnificando con singolarissime laudi

loro fatto a perpetua

Di orazioni noi
del Paruta, e

professore

una

memoria

della loro

ne conosciamo due
in latino di

di lettere

latiue e

Giambattista Rosario,

greche a Venezia

probabilmente non ve ne furono

altre. (2)

(1)

L.

(2)

L'orazione del Rosaiio s'intitola

cit.,

virti . (1)

sole, quella

p. 164.
:

De

Victoria Chrifttia


Era

il

19 ottobre

119

del 1571, e

un

insolito tepore

primaverile, uno splendore di cielo e di laguna maraviglioso in quella stagione,

aumentando

nei Vene-

ziani la letizia, mitigavano e addolcivano nei parenti


il

cari perduti, negli altri quel senso di

dolore pei

tristezza che

non

si

poteva certo non provare

siero di tante giovani vite spezzate


della

pompa sontuosa

dovevano

al

pen-

cos la solennit

e la soavit della

stagione

animi gi inebriati.
Paolo Paruta, onesto, schietto, caldo amator della
patria, era nelFet in cui il facile entusiasmo della
finir di esaltare gli

prima giovent si tempera e si affina in un pi


aveva trentun
grave e pi intimo commovimento
:

anno.

Chi non crederebbe


quel

l'eco di

di trovar nel

suo discorso

commovimento? Eppur l'impressione

che ne riceviamo leggendolo di grande freddezza.


E invano tal freddezza si nasconde nel paludamento
della retorica.

pietosa fortezza, che hai difeso la libert di

quella citt eh' restata oggid sola vergine dall'empie

mani

de' barbari,

riservata

di tutte le genti e vero

avventurata
nudrisci

tal

citt,

ricetto

onor d'Italia
che nel seno delle tue leggi
!

opponendo i lor forti petti


rendono senza mura fortis-

cittadini, che,

all'impeto de' nemici,

sima e sicurissima !

norum ad

come sicuro

ti

(1)

Escliinadas, Venezia, Valgrisi, 1571. Xoii ho potuto

vedere l'esemplare di quest'orazione esistente alla Marciana


di Venezia, n l'ho trovata nelle Biblioteche di cui ho potuto approfittare.
(1)

V. oraz. in Lisio, p. 303.

poi

tal fine

ir,(i

tre e quattro volto beati, cui toccato

di questa

misera vita mortale, che stato

principio di felicissima vita eterna !

(1)

Noi non le troviamo che vuote esclamazioni, e


non possiamo non pensare con un certo rammarico
alla splendida orazione di Pericle in Tucidide, dove
UOQ si trova il pi piccolo di questi o simili artifci
e che pur ci d un sYiso cos vivo, cos forte, cosi
presente di quella grande solennit cos antica.
N a caso ho ricordato Tucidide che certo il
Paruta l'ebbe presente, e basta a dimostrarlo un movimento della sua orazione, il quale, pur apparendo
naturale, nel tempo stesso troppo consimile a un
;

pensiero dello

per

storico ateniese

esserne affatto

indipendente.
Pericle, arrivato quasi in fine di quel suo magnifico

inno alla grandezza di Atene, sembra sia assalito

(!al

pensiero dei padri che son rimasti privi dei

gli,

dei

il

figli

Paruta,

ad

torna

che non hanno

sebbene non
onore)

vi

pii

sia

imitazione

di

fi-

padri; n altrimenti
in lui

questo gli

(e

frasi

dell'

oratore

antico.

Un

spunto tucidideo, por cos dire,


trovare anche nelle lodi alla patria dei
lor maggiori,

mune

si

potrebbe

morti e

ai

ma

probabilmente ei deriva dal coprecetto retorico del cinquecento in Tucidide


;

poi le lodi della patria formano la parte principale

grandiosa del discorso, nel Puruta invece


si passa presto
alla considerazione della fortezza
personale dei caduti.

e la pi

(1)

Ivi, p. 313.

151

L'orazione del Paruta ordinata, giudiziosa, composta, senza esagerazioni

ma

anche, ripeto, senza

V) mi sembra la
Paolo Paruta egli
lodi troppo pili che non meriti
dice serio, sereno senza scomporsi mai, in periodi
brevi e semplici, spesso eguali, con fraseggiare sempre scelto ed elegante, non mai ricercato^ ci d Timcoloro e senza slancio.

Il

Lisio

(p.

veneziano, la cui di-

colto ^-entiluomo

del

maoi-ine

anche quando loda e ringrazia i suoi concittadini di aver dato il sangue e la


vita per la patria comune, poich anch' egli pronto
e sicuro di fare altrettanto, se la patria chiama.
Ora, perch voler nascondere sotto apparenza di
nobile dignit quello che mi sembra tanto pi semplice confessare come fredda compassatezza ? Che
poi neanche di retorica affatto priva quest'orazione,
n si pu dire che il Paruta vi appaia ton inai rignit non

turba, ne

si

cercato.

Non

forse ricercato

il

modo la
una madre: Le

continuare in

metafora della patria paragonata a

tal

quai cose chi in essa considera, conoscer insieme

che a cos nobil madre non conveniansi


rosi figliuoli

per ci che non co

dell'ambizione educarli suole,

'1

ma

men

gene-

latto delle delicie e

nella

prima

et gli

avvezza a pi sodo cibo della giustizia, della forza,


della magnanimit?, fi)
Cos rimmaginar ohe la terra s' infiori e verdeggi
in ogni parte per il vigor dei
raggi della virt dei
caduti, paragonata a vero e vivo sole: (2) cos, sem-

(1)

Y. in Lisio,

(2) Ivi,

p. 310.

p. 298.

-- 152

pr a proposito

di raggi,

dirsi abbagliato dal chia-

il

rissimo splendore della lor gloria; (1) cos altre nietiifore e paragoni mitologici e storici. Tutto questo non
si

pu negar che

sia retorica

critica falsa quella clie

mea buona.
vuole oltrepassare ci

che ci dato in un coinpoiiimento qualsiasi e insegnar dogmaticamente quello che avrebbe dovuto esserci:

eppure

in

sare quante cose

un veneziauo

in

questo caso non possiamo non pen-

avrebbero potuto esser dette da


Venezia dopo Lepanto e non rim-

piangere che fossero dette soltanto parole.

CAPO

Vili.

Orazioni accadeiuicl'e ed esercizi retorici.


Parlando di orazioni funebri, ho avuto occasione
di accennare che molte di esse furono recitate in
Accademie. Ma vi nel secolo XVI un'eloquenza
pi propriamente accademica, sulla quale conviene
fermarsi alquanto.

anche tro])po noto quanto in quel secolo si


estendessero e mettessero
rofonde radici in Italia
i

le

Accademie: se

n'

anche detto

un gran male

*e

se ne potrebbe forse diro deiraltro.

Quanto aireloqueuza, si pu deplorare che esse


abbian permesso una s larga fioritura di orazioni
veramente e perfettamente iu utili, ma si pu anche
oss'^rvare elio in fin dei conti gran male non hanno
fatto allo

(1;

Ivi,

svolgimento

i>.

'2i3.

di questa

difficilissima tra le

153

forme letterarie, perch, date le condizioni generali


del tempo, l'oratoria era destinata ad aggirarsi
sempre oziosa in un campo angusto e limitato.
Nelle Accademie l'orazione finisce col perdere ogni
e qualunque parvenza d'interesse intrinseco, e tutta
la sua importanza si concentra nell'esteriorit dello
stile: si parla addirittura per il gusto di parlare.
Ma le Accademie sembravano allora tanto bella e
utile cosa, che se ne formavano anche delle jDrivate;
per esempio il Paruta ne teneva in casa sua una
dove convenivano tutti quei giovani nei quali era
pi ardente l'amore dell'eloquenza e

ma

delia filosofa

cose che pi tengono


ragionava. (1)
serio studio complessivo di queste nostre Ac-

a preferenza

di

quelle

alla vita civile e politica si

Un

cademie potrebbe rilevar bene se


essere

guarda
fecero:

alcuna parte;

utili in

la diffusione
infatti

quanto poterono

della cultura esse del

sappiamo che

proprie lezioni; ne abbiamo


del Varchi e del Gelh.

ma

certo per quel che

Ma

vi si

ri-

bene ne

tenevano vere e

un esempio

in quelle

quanto teaipo sciupato,

quanto vano chiacchierare!


Dei discorsi accademici potremmo fare una du-

plice distinzione:
in occasione

abbiamo

quelli di cerimonia, p.

del prendere o lasciare

il

e.

consolato e

che vorrei chiamare conferenze. Conferenze


di un genere speciale per: perch esse non hanno
nessun vero interesse letterario n artistico n scienquelli

(1) V. Cirillo Monzani, Della vita e delle opere di Paolo


Faruta, discorso premesso alle Opere politiche di Paolo Paruta, Firenze, 1852, pag. IX.

154

noa sono

tifico e

del

tutto

conformi

al

concetto

odierno di conferenza. Son, per cos dire, un primo


stadio di questa nostra forma oratoria, sono dispute

meno serie sulla virt in generale o su qualche virt particolare o anche su qualche vizio o su
altre questioni morali; pi raramente su questioni

pi

letterarie.

Lo Spatafora per esempio,

il

10 settembre 1552,

nell'Accademia veneziana degli Uniti,


di dimostrare

che

proponeva

si

la servit sia migliore,'

pi

utile

Egli

parlava in

contradittorio col magnifico messer Pietro

Basadonna

desiderabile

e pi

che prima

che mostra chiaro

COSI dire sofistico di

tali esercizi.

Un'altra prova l'abbiamo dal

che

aveva invece glorificato appunto


il procedimento per

di lui

la libert; ci

libert

della

medesimo Spatafora,

20 maggio 1553 (vedete, direbbe

il

il

Manzoni,

che date degne d'esserci conservate!), nella stessa


Accademia, udite tre arringhe, due contro e una a
favore della Discordia prendeva a parlarne anche
lui

con

a favore,

le tesi

evidente predilezione a sostenere

pi i)aradossali.

Invece

Alberto

con irran lodi


Ferrara. (2)

Il

alla

(1)

LoUio

'

fr.

(2)

in

Concordia

Lollio tenne per nell" Accademia

me-

pi importante, sulla lingua

Quattro orazioni di M. Bartolomeo,


Venezia, 1554. Queste due orazioni sono

le gijt citate

Spathapuora
anche

della

recente Accademia dei Filareti in

desima un discorso, ben

(1)

parlava

etc.

Sansovixo, ed 1741 a pag. 172 s^g, e 186 sgg.


Lollio e in Saxsovino, ed. 1741,

Cfr. nelTed. cit. del

pag. 32 ggg.

- 155 toscana, discorso che potrebbe forse coutribuire allo

avevano allora comuneraeute


questioue della nostra lingua; per si noti anche

studio delle idee che


sulla

si

qui l'usanza or ora accennata: questo discorso fu recitato

dopo le lodi della Greca e


Di argomento per certi rispetti

nel terzo luogo

della Latina. (1)

interessante un'altra orazione che

il

Lollio

recit

Accademici Elevati che si erano allora allora


costituiti pure in Ferrara, colla quale li esorta allo
studio intenso delle belle lettere. Datevi esclamava
alla fine datevi con tutto l'animo, con tutto l'aniiio
datevi, dico, ai beUissimi e dilettevolissimi studi da
agli

me

proposti, nel conseguire dei quali

n a

u a sudori, ne a

non perdonate

n a disagio
alcuno, anzi siate sempre pi pronti, sempre pi
sijlleciti, sempre pi diligenti.... Perci
che questa
fatica,

sola, elevatissimi

rendervi nelle

Accademici,

vigilie,

sar la

caduche membra del

vera via di

immor-

tutto

tah.(2)

Ma

non mi sembra opportuno dilungarmi oltre


su questo speciale genere di eloquenza che per s
stesso non vale quasi niente e d'altra parte, considerato nella storia della cultura, esigerebbe un troppo pi
vasto studio di quello che non sia ora lecito a me.

Anche

nel ricevere o nel

lasciare

il

consolato,

lodavano gli studi e il lavoro e la conindugiandosi sempre sui medesimi luoghi

oratori

gli

cordia,

comuni. Cos, dopo i


facendo nel 1575

zati,

(1)

(2)

soliti

la

ringraziamenti,

il

Davan-

sua orazione di nuovo

In Saxsovixo, ed. 1711, png. 263


Ivi, png. 403.

si;g.

coii-

1.

deirAccademia Fiorentina, esortava

sole

demici a mettere
e

luce tutto quello che sapevano

alla

dol-

favella. (1)

Lorenzo

Cos
diceva

Acca-

specialmente a difender la propria

giovani

cissima

gli

le lodi

Giacomini

Tebalducci

Malespini

dell'eloquenza nel deporre, nel 1584,

console dell'Accademia Fiorentina. (2)


Di orazioni consimili ne abbiamo addirittura un'in-

l'ufficio di

mai consoli dovetquelle sempre pii numerose Ac-

basta riflettere a quanti

finit,

tero succedersi in

cademie.
carattere generale

Il

delinea facilmente: c'

in

lunghetto, un'ordinata

una parola

zione, in

il

di

tutti

questi

discorsi

tutti l'esordio,

dimostrazione,

di

si

solito

una perora-

schema ormai diventato


un p" secondo l'incomunemente gonljo e ab-

solito

abituale a tutti; lo stile varia

dole dei parlatori,

ma

bondante.

eloquenza non sta del resto


nella forma, ma nel suo stesso esistere; essa segna
come il passaggio definitivo dell'oratoria dal campo

L'importanza

politico

quello

dove

comunque

realmente,

della

si

di tale

pura letteratura

raccoglievano

l'ingegno

in

dotti

disquisizioni

limitato,

nelle

civile,

chiuse stanze

Accademici a esercitar
spesso vane non

molto

(1) V. l'oraz. in Prose Fiorentine raccolte da Carlo Dati


Venezia. 1.591, Voi. II, par. I.
(2) Orationi e discorsi di L. G. T. Malespini, Fiorenza, 1597.
Egli lia altre orazioni accademiche De la purgazione de la
:

tragedia (Alterati,

ad

esse

1.586).

De

la nobilt de le leggi e obbedienza

dovuta (Alterati, 1586) Del furor poetico (Alterati, 1587).

157

^^iangeva l'eco della vita esterna,

sempre pi

si

dalla vita vera

astraeva l'esercizio della parola.

Cos l'eloquenza, allontanandosi da quella grande


scuola che la pratica del viver quotidiano, ritraendosi nei confini tranquilli dell'Accademia, diventava
sempre pi simbolo di retorica e affrettava l'avvento
del vuoto e

rimbombante secentismo.
*

Nelle Accademie,

spesso

le

in parte
!i

tal

ho

gi

in

quest'ordine

di

si
recitavano
queste rientrano solo

detto,

ma

orazioni funebri;

considerazioni perch

caso l'Accademia non rappresentava in fondo


da una chiesa o da una confra-

niente di diverso
ternita.

Si ha notizia di una disputa oratoria fra il Paruta


Angelo Dolfin, avvenuta in quella privata Accademia cui ebbi ad accennare e che si fnse tenuta
davanti al Doge e al Collegio. Havendo Timperator dei Turchi ritenuto in Costantinopoli le due
nostre navi Bonalda et Liviana per mandarle cariche
di getitiet vettovaglio in soccorso della sua armata

quale oppugna Malta,

la

vere al nostro
siano

Bailo

si

che

tratta

si

deve

protestando che
verranno a contraffare

se
alli

non saranno
capitoli

pace, la quale tra quell'Impero et questa


blica et

li

osservati

(1)

Cfr.

quali noi

della

Repub-

habbiamo sempre inviolabilmente

. (1)

MoxzANi,

scri-

operi a quella Porta che

licentiate:

licentiate

se

op. cit,

p.

X, nota.

Con questa

158

uoi entriamo ancora in un


scendiamo ancora un gradino
troviamo dinanzi all' infimo genere di eloquenza,

nuovo ordine
e ci

disputa

di fatti,

Tesercitazione retorica.

Di

ne fecero molti nel cinquecento


e, quello che pu sembrar veramente curioso, furono
tenuti assai in onore, tanto che nelle raccolte se ne
trovano alcuni accanto alle vere orazioni.
Per esempio, il Sansovino ristampa i due discorsi
di Claudio Tolomei, Accusa contro Leon Secreiario e
Difesa per Leon Secretarlo, (1) e che, fatti quasi per
ischerzo, piacquero tanto che Fabio Benvoglienti,
amico e compatriotta dell'autore, li cred degni d'estali

esercizi se

ser pubblicati.

Ma

(2)

pi tipico

scrisse

l'esempio

come verosimilmente

fendere Marco Orazio

del
si

il

quale

sarebbe potuto

di-

cosa avesse dette C.

che

Lollio,

Furio eresino in sua difesa al popolo romano, e in


che modo Publio Scipione avesse parlato per la confermazione del suo proconsolato in Ispagna. (3)
Come si vede, nel cinquecento non si sceglievano
di

solito

argomenti

soltanto

verisimili

ma

si

ricor-

anche recentissima. Il Sansovino ne raccoglie qualcuno anche su argomenti moderni: di Anna Regina per lo ri-

reva, per trovarne, alla

Xell'cd.

(1)

ITU

il

(2)
[?<ic]

fesa,
(3)

(el

storia o antica o

1575 a paj?. 59 e 63. Rjm luii

iieirtMl. del

pag. 115 e 123.

Due

orazioni in

lingua

toscana di

Accusa contro Leon Segretario

Panna,
V. ed.

1548. Cfr. notii dello


cit.

zexo

delle sue orazioni.

Claudio Tolommei

di segreti rirrlati

nel

Fontanin:.

Di-

pu'Vo suo.

di

(1)

figliuolo: (2) e

159

Carlo Y nel cosefjnar

ancora: Nella dieta

di

le

Fiandre a

Fiandra per nome

di Carlo. (3)

anche per alcune delle principali


orazioui nostre i:on si veduto che si disputa se
fossero esse pure esercizi?
Senonch, anche dinniettcndo che il Della Casa,
per esempio, abbia scritto le sue due orazioni, come
vorrebbe il Lisio, seuz' intenzione di recitarle, ci sarebbe pure una certa sfumatura che le separerebbe
dalle esercitazioni vere e proprie
il
che si vede
anche meglio per quella del Guidiccioni, il quale,
scrivendo sotto l'impulso di una intensa commozione,
era ben diverso da un retore che si divettisse a
far provo di stile.
S' Doco fa osservato che le esercitazione orasi
torio del secolo XVI sono quasi tutte storiche
veduto che sono pubblicate nelle raccolte, e si
pu aggiungere in raccolte anche molto posteriori:
per esempio nelle Prose italiane (1808-1809^ sono
del resto

(1)

Ed. 1575, pag. 26 e sgg.

Non che una traduzione dal


dnWOratio Caroli V. Eomanorum imperatoria hahita
in conventu Bruxellensi ad ordines ac Belgicae regionis proccres in declarando Philippum filium eiusdem regionis principem
(2) Ivi,

pag. 192 sgg.

kitiuo

Florentiae, 1556.
1.575, pag. 194 sgg. Stampata essa
insieme eolla suddetta ed di Antonio PeRiNOTTi il quale forse anche autore della prima. Coi:,
ecco altre due orazioni scritte originariamente in latino, fra
uelle che il Saxsovino stampa, oltre alle due che egli stesso
dice tradotte dal latino e a quella di Sebastiano GiustiNiAN al re d'Ungheria che il Dazz aggiunge.
(3)

In Saxsovino, ed.

l>nre in latino


ristampate

quelle

tutte

IGO

LoUio

del

due del

le

Toloiiiei.

Ora da queste due osservazioiu mi pare si possa


dedurre una riprova di quella mancauza di possibilit
vili,

per

lo

sviluppo dcU'eloqueiiza seriamente

Non potendo

su cui ho tanto insistito.

come

in pubblico

quanto sarebbe

molti scrittori ricorrevano

alla

storia

loro

ci-

parlare
piaciuto,

per

trovarci

cause da trattare, e i raccoglitori poi consideravan


queste orazioni finte degne d'essere studiate, in

mancanza
Infatti

delle vere.
le

orazioni

(che ce n'erano delle


liberative

In ogni

non sono dimostrative


vere anche troppe), ma o definte

giudiziarie.

modo,

nella letteratura

noi

che

cerchiam sempre

della

vita

vissuta e le vere

per

l'eco

lotte del pensiero, tali esercizi

non hanno

il

minimo

valore, e sarebbe affatto superfluo studiarli minuta-

mente: essi son per noi suppergi quel che sono i


non molto tempo fa, con
un concetto cos sbagliato d'insegnamento, si facevaa

lavori retorici che fino a

fare nelle scuole.

CAPO

IX.

Le orazioni negli

storici.

Abbiamo veduto come neanche nelle maggiori


cronache nostre, del Compagni, del Villani, si trovino
vere e proprie orazioni. Lo schietto cronista,
che non aveva appreso gli artifci dei classici, sti-

riferite

mava opportuno

riferire

con qualche robusto periodo

lui

una sola frase eaerg-ica ed espressiva,"


un discorso di cui non conosceva il testo; perch,
per quanto si debba ammettere che nemmeno a Fie talora con

renze,

quell'epoca,

in

molto

usassero,

poche

l'

bisogna

diffusa,

in tante grava

arte

dell'eloquenza

pur credere

che

fosse

non

si

solenni occasioni, cosi

e semplici parole.

Ma

gi sui primi del trecento

si

trov^ano

in Al-

bertino Mussato discorsi lunghi e composti sul

mo-

dello liviano; u questo ci deve stupire, trattandosi


di

uno dei

ardenti ammiratori dell'antico fra

pii

si

potrebbero

addirittura;

con

quel

di

rozzamente, tent

chiamare

preumanisti e che
pi esattezza chiamare umanisti

quelli che si soglion

di

medesimo che primo, bench


rinnovare fra noi i modi dell'an-

tica tragedia.

Cos

si

riprendeva all'alba della nostra letteratura

un uso comune
clie si

continu

famoso negli

poi

nelle

storie

storici antichi;

del

uso

quattrocento.

Soltanto che nel quattrocento le storie vere son tutte


latine; le italiane

come

sono ancora cronache, suppergii

quelle dei Villani, so si eccettui quella curio-

sissima storia di Giovanni Cavalcanti, tipico esempio

quanto possa esser dannosa una meschina erudizione classica male innestata sopra una cultura
del tutto popolana. Le orazioni del Cavalcanti sono

di

quello che di pi strano e grottesco

ginare; (1)

(1)

ma

zioni nelle Istorie Fiorentine d

possa imma-

su queste, bench poi tale storia fosse

Cfr. per queste orazioni

C. Ori.

si

Arturo Venturi, Le

ora-

Giovanni Cavalcanti, Pisa, 1896.

L' Eloquenza civile

ital. nel sec.

XVI.

11

162 --

largameute dal Machiavelli, (1) debbo ora


sorvolare, non appartenendo esse al periodo che

sfruttata

io studio.

Nel secolo XVI tutti sanno come la storiografia


sia stata uno dei nostri vanti maggiori. Non c'importa indagar qui le cause, del resto molte ovvie,
di questa gran fioritura; noi dobbiamo piuttosto osservare quali forme assume ora questo cos rigoglioso
genere letterario. E ci si dice pur molto facilmente
e brevemente; la veste esterna della storiografa in
volgare del cinquecento press'a poco la medesima
che della storiografia in latino del quattrocento; e
ornamento principalissimo ne sono le orazioni.
Ho detto a proposito della conoscenza degli antichi oratori nel cinquecento che una conoscenza
pienissima, per quanto puramente formale; lo stesso

posso ripetere a proposito degli storici antichi, letti,


studiati, tradotti tutti, non pur i veramente classici,
ma i minori e i minimi.
Un curioso documento non solo di questa conoscenza, ma anche della grandissima importanza che
si

annetteva nel secolo

XVI

concioni nelle storie,

alle

l'abbiamo in due raccolte, che contengono

appunto

orazioni tratte dagli storiografi antichi.

Sono esse raccolte di Remigio Fiorentino (Nanun dotto domenicano, (2) traduttore prima delle

nini),

Eroidi

di

Ovidio, che

riun

tradusse

pi bei

discorsi trovati negli storici antichi, da Erodoto

(1) Cfr.

ViLLARi, yiccol Alachiavelli,

voi. Ili,

ad

pag. 256

sg. e 271.
(2)

V. una sua orazione nel Sansovino, ed. 1741

p. 134 sgg.

1G3

Appiano

e a Giuseppe Flavio, da Livio a Procopio,


aggiungendoveiie anche alcuni di moderni, specialmente di Leonardo Bruni; e divise l'opera sua in

due

libt^i

raccogliendo nel primo le orazioni


secondo quelle in materia civile e

distinti,

militari, (1) nel

Ripeto,

criminale. (2)

queste

son

raccolte

indice

certo dei criteri del tempo.

Non
pili forte

dunque dubbio che il primo impulso e il


a questo nuovo indirizzo della nostra storia,

cos diversa dalla semplice, ingenua, a volte goffa


cronaca dei secoli antecedenti, sia stata l'imitazione

degli antichi, gi diventata tradizione a traverso gli


storici latini del secolo

XV; nondimeno

noi possiamo

qui far subito una riflessione.

Quando vediamo che un genere

o un particolar

da scrittori di altri tempi


rapidamente e largamente,
dobbiamo pur credere che esso trovi ne' nuovi tempi
un terreno adatto; e se ci fermiamo ad esaminare
un po' da vicino il caso nostro, vedremo facilmente
artifcio letterario imitato

e di altra lingua fiorisce

che esso n' una conferma.

Nel cinquecento,
cersene, se

non

vi

s'

fu

ormai avute agio di convinvi furono per

un oratore^

innumerevoli oratori, e se l'eloquenza non

per bellezza

di capolavori,

non

fu

per

distinse

si

mai

tanto coltivata; si facevano discorsi in tutte

casioni e anche

(1)

tichi e
(2)

stesso

altret-

oc-

le

quando occasioni vere mancavano:

Orazioni militari raccolte dagli storici greci

latini,

an-

moderni da Remigio Fiorentino, Venezia, 1560.


Orazioni

in

materia

civile

criminale raccolte

Remigio Fiorentino, Venezia,

1561.

dallo


si

buon veneziano

ricordato quel

che,

non potendo

1G4

dello Spatafora

realmente

recitar lui

solenne

la

componeva e
pubblicava lo stesso, ne accenneremo di nuovo a
tutta quell'eloquenza puramente retorica che nelle
nascenti Accademie ebbe agio di sfogarsi con anche
pel Doge, pur se la

orazion funebre

troppa
Gli

libert.

storici

orazioni,

tutti

dediti

Non

il

vita

le

non aver

per

politici

pubblica,

composero

n'ebbero

corto

potevano, trapiantando

esemp,

alla

Sbarchi,

il

storie nelle loro,

uomini

tempo,

del

maggior parte e
non tutti, come

la

che, se

essi

stessi

udire moltissime,

concioni

classiche

dalle

in mente, oltre gli antichi

vivo esempio della realt d'ogni giorno?

possa negare.
Infatti, se osserviamo nel loro complesso le concioni nelle storie di Grecia e di Roma e nelle cinquecentesche, noi possiamo notare una tal quale differenza di genere, per cosi dire: le une son di solito,
credo che

pi brevi,

pii

si

concise,

semplici delle

pi

altre, si

scostan pi delle altre dalle orazioni vere.


In Tucidide l'orazione lunga e complicata e perfettamente
regola;

condotta di Pericle

Sallustio,

ampli e ordinati

coi
(si

suoi

un'eccezione alla

discorsi

ricordino

quasi

duo famosi

di

sempre
Cesare

e di Catone nella Catilinaria), alquanto diverso


da Livio, che ha pi frequentemente discorsetti che
orazioni, nonch da Tacito, cos proverbiale per la
sua concisione; insomma nelle storie classiche, se
si hanno esemp di orazioni fatte proprio come per
esser recitate, esse sono in numero relativamente

scarso.

1G5

generale non cos. Si badi


perch se tale l'impressione
che fanno nel complesso, troviamo poi differenza fra
Nelle nostre

in

per, in generale;

storia e storia.

Questa differenza si osserva gi nei due primi


nostri storici. Secondo il Flamini, le concioni del
Machiavelli muovono per lo pi da un concetto
generale, e mirano a dimostrarlo , quelle del Guicciardini intendono a rilevare la natura e il colle-

gamento

Ed
parla

dei fatti. (1)

sempre

vero: quasi
il

Machiavelli stesso,

flessioni, colle

mente del
tutte le

sue

fini

lettore, col

profonde

sue

colle

sentenze che

si

suo caldo amor

si

cura se quei

meno apparenza

suoi

ri-

fissan nella

di patria,

sue idee, direi quasi colle sue fissazioni.

Egli non

pi

nelle Istorie Fiorerdine

con
(2)

discorsi abbiano

di realt, tanto

vero che

molto spesso sono anonimi: discorso di un cittadino


ai Signori, discorso di un plebeo nel tumulto dei

Ciompi, di un Serravezzese
di

afia

Signoria fiorentina,

un Milanese a Francesco Sforza.

di voler

mostrare

il

palese per esempio

Signori

(III, 5),

dine, serenit e

suo intento
proprio pensiero politico appare
dall'orazione di

Il

un

cittadino ai

con chiarezza, orinsieme con calore riassume in breve


in cui l'oratore

Op. cit., pag. 55.


V. p. e. nel discorso di un Milanese allo Sforza (1. VI,
e. 20) queste parole d'invettiva contro le milizie mercenarie:
O infelici quelle citt che hanno contro l'ambizione di chi
vuole opprimere a difendere la libert loro! ma molto pii
infelici quelle, che sono con le armi mercenarie ed infedeli,
come le tue necessitate a difendersi .
(1)
(2)

--

interna

la storia

Firenze, espone

di

suoi mali, prega con


colgasi

il

IGO

ardente

cause dei

le

carit

patria che

di

buon momento per pacificare

gli

animi e

render cos salva e forte la citt. Le^ concioni del


Machiavelli han qualche cosa di ideale pi che di
propriamente storico.
Il Guicciardini invece,
spirito pi freddo e pi
misurato, sembra

si

prova

diverta a dar

colle

sue

di quella fine e sottile dialettica, di quella profondit


e agilit di pensiero

opere.

Le raggruppa

che

trova sempre

si

infatti

nelle sue

a due a due in contrasto:

PagoFAntonio Soderini e Guido Vespucci danno, in


opposizione, ognuno il proprio parere circa il nuovo
governo da stabilirsi in Firenze (II, 1); monsignor
do la Trmouille e il principe d'Oranges consigliano
a Carlo Vili, l'uno di far la pace col duca di Milano,
l'altro di non la fare (V, 2); e cos via. Per gli effetti
dialettici

di

queste

coppie,

notevole

quella del

XVI, cap.
dove il vescovo di Osma e il
duca Federico d'Alba parlano a Carlo V circa la
liberazione di Francesco I; il vescovo con un dilibro

2**,

scorso

magnifico per vivezza

d'idee sostiene
rare senza

impeto

di

appassionatamente

condizioni

generosit

il

s'oppone

il

intelligente utilitarismo

larghezza

parere di libe-

il

re di Francia;

rigido calcolo del Duca, in cui par


lo stesso

d'affetti

ma

freddo,
di

del

a tanto
i)acato,

riconoscere
iiostro diplo-

matico.

In

tal

modo, quando

sta per raccontare

un

fatto

solenne, lo storico ferma e raccoglie l'attenzione del


lettore,

riassumendo nelle sue orazioni

gli

avveni-

167

argomenti
pr e contro la decisione presa, che genera a sua
volta altri avvenimenti per i quali occorron poi altre
orazioni. lo stesso artifcio usato da Sallustio per
i
due ricordati discorsi di Cesare e di Catone, ma
menti anteriori ed

esponendo

gli

tutti

divenuto quasi abitudine.

Questo per

il

contenuto; quando alla forma, tanto

nel Machiavelli che nel Guicciardini lo

schema

medesimo, sebbene con molto sfumature.


Osserviamo un po' del primo l'orazione gi
del cittadino ai Signori

i^III,

bene l'esordio (Dubitavano

5); vi

etc...

loro

il

citata

distinguono

si

non istimavano)^

proposizione (L'amore.... aiutarvi spengerlo).^\di> dimostrazione {Il che vi potrebbe.... modi civili e frenarle non bastavano) e la perorazione. E lo schema
medesimo insegnato dalle retoriche e osservato da
la

del secolo

tutti gli oratori

Ma

suoi discorsi.

hanno

all'

Niente di accademico;

cos negli altri

schema esse non

infuori dello

comune

altro di

XVI;

colle orazioni

da

me

studiate.

l'argomentazione sicura, ra-

pida, vigorosa, lo stile lucido e incisivo, pieghevole

a esprimere

pi diversi pensieri.

Duolmi bene che


per

delle cose fatte

nuove

si

io sento

come

conscienza

vogliono astenere.

si

molti

di

voi

pentono e dalle

certamente, se egli

quelli uomini che io credeva


vero, voi non
che voi foste, perch n conscienza n infamia vi
debbo sbigottire; perch coloro che vincono, in qualunque modo vincano, mai ne riportan vergogna. E
siete

della conscienza

perch dove

noi

come

non

dobbiamo

in noi, la

tener

conto;

paura della fame

e delle carceri,

capire

168

non pu u debbe quella

dell'inferno

(1)

Come ben

resa in

questi

ironia del popolano oratore!

Ma

forti

periodi l'amara

questa stessa efficace

un carattere
onde se per la consueta regolarit dello
schema si posson paragonare piri alle moderne vero

brevit d alle concioni del Machiavelli


speciale,

orazioni che alle concioni degli

storiografi

antichi,

accostan poi piuttosto a queste per esser minimo


in esse l'intento oratorio a paragone dello scopo
si

puramente

storico.

Invece quelle del Guicciardini potrebbero meglio


esser confrontate colle oraziojii di Cicerone che colle

concioni di L7o, per la loro ampiezza e complessit,

per

periodo sonoro e rotondo, per

il

zioni frequenti.

Gli

le

interroga-

esord, generalmente lunghetti,

con un utile,
sarebbe facile^ e altri consimili modi comunissimi
in tutte le orazioni del cinquecento; la chiusa ha
sempre, anche nel suono delle parole, alcunch di
comincian quasi sempre con un

se o

solenne.

La
di

danno gi
a queste sue orazioni una vaghezza grande;

lingua e

per se

lo

stile

l'acutezza del pensiero

anche quel

mezzo

del Guicciardini

le fa

caratteristisco

veramente belle;

modo

e certo

d'accoppiarle

mostrar tutta la sua maestria


nel metter avanti come giusti degli argomenti e nel
allo scrittore di

confatarli poi

Ognuna

sottilmente.

di queste orazioni

apparire modello di

(i;

L. Ili,

e.

13.

presa a s potrebbe

un'eloquenza abbondante sen-

169 --

z'esser retorica, solenne senz'esser accademica, sonora senz'esser vacua; sebbene nell'insieme, cosi
tutte consimili, producano un'impressione di monotonia, che non si ha affatto da quelle del Machiavelli, pi varie, pi mosse, meno perfette come vere
orazioni, ma pi adatte per ornare una storia.
Il Guicciardini non aveva inserita neppure un'orazione nella sua Storia fiorentina, sia perch non
vi tornasse sopra a limarla e ad ornarla, sia perch
avesse voluto farne qualche cosa di pi semplice,

o-uardando soltanto alla seriet e

contenuto storico

da quello della Storia


trattandosi del

si

d^ Italia,

medesimo

alla veridicit del

stesso differente

infatti lo stile

per quanto possibile

scrittore.

deve credere che sia questo l'unico esempio,

perch, accanto alla solenne storiografa classicheggiante, continua

anche

la

pi

modesta tradizione

paesana.

Un

esempio insigne ce l'offre Iacopo Nardi. (1)


di VeIl Nardi, che scrisse da vecchio, nell'esilio
libert
cui
Firenze,
per
la
nezia, la storia della sua
aveva combattuto in ogni modo, tutto preso dall'importanza dei grandi fatti che dovevan suscitargli,
mentre li raccontava, sdegni ed entusiasmi, sprezz
ogni artificio retorico e si attenne all'esempio dei
cronisti famosi del suo paese, nell'uso di una forma
pi semplice e schietta che non fosse quella

comune

de' suoi tempi.

Cos noi non troviamo in

(1)

tutti

Istorie della citt di Firenze di

cate per cura di

Agenore Gelli,

suoi

dieci libri

Iacopo Nardi, pubbli-

Firenze, 1858.

neppure

come

un'orazione:

170

trovano

si

periodi

nei trecentisti, dei brevi

diretto che avvivano

il

racconto

proprio

invece,
in

discorso

molto pi forte di

lunghe e ornate concioni.


Nel 1512, essendo Fesercito spagnuolo a Prato
molti cavalieri delFesercito fin dentro
venendo
e
Firenze quasi a scherno, alcuni cittadini andarono
Quale orazione
a farne querela al gonfaloniere.
avrebbe potuto immaginar qui qualche altro storico!
E il Nardi: Sua Eccellenza non senza dimostrazione di sdegno, fece risposta dicendo: E che volete voi che noi facciamo ? or non vedete voi che
i

nimici

mente

hanno in una botte rifondata e agevolpossono offendere pel cocchiume? (1)

ci

ci

rude linguaggio popolaresco giunge


nelle pagine del Nardi fino a noi.
Cosi spesso

Ma
cento

nella

il

quasi

orazioni

le

storie del cinque-

delle

totalit

hanno parte importantissima.

anche dire che generalmente esse


al tipo offertoci

sente

si

osservato,
in

esse

pu confermare

che,

oltre

l'influsso

quello del

che abbiamo

ci

V imitazione

della

pu

accostano pi

dal' Guicciardini che

Machiavelli, onde
subito

si

Si

smania

antica,

si

oratoria de'

tempi.

Per non allontanarsi dagli storici fiorentini, quanto


diversi dal Nardi gli altri due che forman con lui,
per cos
assedio

(1)

dire, la triade dei narratori del

famosissimo

specialmente

L. VI,

e. 3.

diverso

il

Varchi,

che

il

Segni,


nei suoi pur froqueuti

171

discorsi, (1) si

mantiene pi

del Varchi semplice e breve e scevro di ornamenti

soverchi e di sovrabbondanza retorica.

Benedetto Varchi lo storico in cui maggior


importanza assumono le concioni e pi chiaro caLunghe sempre,

rattere di orazioni vere e proprie.


a volte lunghissime,

esse

evidentemente una

sono

delle principali cure dell'autore. Egli infatti

spesso che vogha darci, oltre

sembra

testo dell'orazione,

il

anche l'immagine viva dell'oratore; e riesce cos non


di rado a presentarci degli eleganti quadretti.
Eccone per esempio uno, vivissimo, a proposito
di Luigi Alamanni. (2) Questi, dopo che si fu ragionato alquanto, e diversamente secondo le diversit
dei pareri e delle sette disputato,

richiesto che do-

sopra la proposta materia, quale l'opinione


sua fosse, e tutto quello che in benefizio della repubblica gli sovvenisse raccontare, divenuto alquanto rosso nel viso, siccome colui che modestissimo
vesse

cappuccio di testa riverentemente cavatosi, cos con non molta voce, essendo
egli di gentile spirito e di pochissima lena ma con
molta grazia (racchetatisi in un tratto tutti gli spiriti
e ciascuno intentissiaiamente riguardandolo) a favellare incominci .
Graziosissima pittura davvero e tale che, comera, levatosi in pie

(1)

ed

il

Pi frequenti nei primi

libri

che negli ultimi

cosi

quasi sempre per gli altri storici, il che pu essere una prova
della cura minuziosa colla quale componevan queste oraziotii
infatti esse o mancano o son rare nei libri che non ebbero il
:

tempo
(2)

condurre a perfetto compimento.


Op. cit., 1. V, e. 4.
di

17-2

Tommaso

pletata con quella segueute di

quale parl contro all'Alamanni,

Soderiiii,

ci fa riviver

il

dinnanzi

quella pratica di fiorentini convocati dal gonfaloniere

bisbigliare

momento del 1527.


dunque il Varchi a
incominciato, quando Tommaso Soderini,

guardando

iu viso quegli della sua parte e facendo

Niccol Capponi

in

Gi s'era per

un

tutto

diffcile

dice

sembiante di ridere, si rizz su e con ambe le mani


gravemente quasi chiesto, e subitamente imposto

dopo ch'ebbe per alcuno spazio fissamente

silenzio,

guardato di traverso

alzato

la terra,

il

viso ed in-

torno intorno rivoltatosi in cotal maniera parl. (1)


I due passi riportati possono anche far rilevare

come

sia

So cos

grave e complicato

periodare del Varchi.

il

nel racconto, facile

immaginare quanto

pi sia nell'orazione.

qualche cosa d impiccio a queste sue


concioni, spesso profonde di pensiei'O e fini di diaInfatti, se

lettica, (2) lo stile,

che ha quasi sempre del gonfio

e dell'accademico.

Del resto
per
si

il

notevole questo nel Varchi, che,

Guicciardini e per

pu dare con

il

mentre

Machiavelli e per

altri

sicurezza un giudizio complessivo

di tutte le orazioni,

per

non
Tuna e

lui ci

possibile, a

perch
causa della gran differenza fra
se ce ne sono alcune veramente belle almeno di
pensiero, co ne sono altre artificiose e prive d'ogni

(1)

L.

(2)

Una

I,

e.

l'altra;

V.

delle pi belle, per esempio, l'orazione

col Capponi che

si

Medici. (L. Vili,

e.

difende dall'accusa

XXIV).

di

di

Nic-

favoreggiare

preg-io.
iia

173

merita forse, a

momento sopra

proposito,

tal

indug-iarsi

quella fatta pronunziare da Pan-

Repubblica che ho
gi rammentato, condannato a morte colla grande
dolfo Puccini,

facilit e,

soldato

il

per cos dire,

della

disinvoltura, di quei liberi

tempi.

pover'uomo

Il

presenta

al

aprile 1528,

(di cui

pur

si

fa viva

pittura) si

Consiglio Grande, che in quel giorno, 16

fu frequentissimo

voca della condanna,

e og^nun

a implorare la re-

s'immagina con qual

cuore.

Dalle sue stesse parole traspare la pi disperata

angoscia: ma. ohim, quali son nel complesso


I)arole

Lo
stile

stile

sue

abituale al Varchi in queste sue orazioni

sempre pi pesante

nioso, con tutti


e tutti

le

pretenzioso che armo-

suoi aggettivi e avverbi superlativi

suoi complicati intrecci di proposizioni ritmi-

camente disposte, divien quasi intollerabile e certa


purtroppo ai pi acca;

goffa retorica ci fa pensare

demici dei discorsi cinquecenteschi.

Pu parer questa eccessiva

severit,

ma, per

convincersi del contrario, basta leggere l'ultimo periodo di questa disgraziata orazione, i:)eriodo che

lungo pi d'una pagina e mezzo.

(1)

povero condannato trova perfino il


invocando S. Giovanni, che il sno
tempio di rotonda forma con antico e meraviglioso edificio
edificato e di molte ricchezze e venerabile relique adorno,
gi a Marte e poi con pi felice augurio dai cristianissimi
maggiori nostri alla sua santissima deit consagrato da
ciascuna signoria divotamente vicitato e santamente onorato .
(1)

modo

L. YI,
di

e.

farci

III. Il

sapere,

174

Mi sono iudug-iatca alquanto sul Varchi perch


appunto in lui vediamo l'esempio pii caratteristico
di quel che divengau nel cinquecento lo orazioni
nelle storie.

Dov' mai qui V imitazione

di

Tucidide, di Sal-

sono oltrepassati e perduti


di vista: davanti alla mente dello scrittore sta la
fluida eloquenza- ciceroniana, esagerata e degenerata

lustio, di

Livio?

Essi

nei tardi imitatori.

Le orazioni

degli altri storici, senza arrivare al-

l'eccesso di quelle del Varchi, si aggiran per tutte

su questo

tipo;

cos,

per citar

qualche nome,

il

GiambuUari, l'Ammirato, il Paruta. Non ricordo alcuno storico in latino perch il Bembo, il Giovio,
unica
gli altri sono simili agli storici in volgare;
differenza la lingua, che per, come ho gi dovuto
dire altre volte, ha una certa importanza, dando alle
orazioni un sapore pi schiettamente classico e soprattutto togliendo quell'impressione non gradevole
che ci d lo stile oratorio cinquecentesco italiano.
Cos sarebbe inutile fermarsi a considerare particolarmente

le

orazioni in ciascuno dei nostri storici

tempo perch si dovrebbero ripeter sempre


suppergi le medesime osservazioni.
Noter soltanto nel Paruta una certa tendenza al
di questo

discorso indiretto, per cui

le

orazioni son piuttosto

rare; e questo soprattutto nella is/or/a


nella Istoria della guerra di Cipro esse

pravvento.

retoriche per,

sono

rc'e;:/;ta,

prendono

il

che
so-

amplissime, accuratissime, non

non troppo adorne, non vacue

e rim-

bombanti: tutt'altro anzi, che alcuna di esse, tolta


qualche menda di stile e di lingua, potrebbe esser


un modello
della

175

di seria orazione,

seconda

storia,

detta

dal

per esempio l'ultima

Doge Mocenigo

nel

Consiglio dei Dieci, per esortare alla pace.

Che

differenza

fra

questa

che

l'orazione

il

Paruta stesso ebbe a pronunziare pei caduti di Lepanto! Differenza non formale, ma intrinseca, che

runa

serrata

argomentazione

di

fatti,

l'altra

una
non

ma vuote parole. E certo


causa troveremo di tal divergenza che l'argx)mento delle due orazioni.
Infatti noi osserviamo in generale questo, che,
quando abbiamo di uno stesso scrittore concioni in
una storia e discorsi da lui realmeiite detti, quelle
son sempre migliori, sia che i limiti imposti dalcatena di magnifiche,

altra

l'economia dell'opera impedissero un vano dilungarsi


sui medesimi concetti, sia che la materia storica
offrisse essa stessa concetti vari e fatti e sentimenti,

mentre

le

condizioni della vita impedivano

il

libero

svolgersi dell'eloquenza politica civile.

Anche il Varchi, che pur si


meno sobrio anche nella Storia
pi verboso

veduto essere il
appare
e inutilmente prohsso nelle sue non

poche orazioni,

tutte,

fiorentina^

come vedemmo, funebri

o ac-

cademiche, nelle quali aveva maggior agio di spiegare il suo pomposo periodare e la sua smania dei
superlativi.

Ma

un'altra ragione dell'indiscutibile superiorit

complessiva delle orazioni immaginate dagli

storici

su quelle vere, dobbiamo trovarla spesso anche nella


superiorit dello scrittore; infatti si

pu pretendere,

per esempio, da Alberto Lollio quello che

Francesco Guicciardini?

ci

sa dare


Ho

176

duo bellissime
orazioni che mette in bocca al vescovo d'Osma e
al Duca d'Alba per la liberazione di Francesco I;
ora anche il LoUio ne ha una sul medesimo argomento, che non certo fra le pi brutte del secolo
XVI, anzi in alcuni punti ha periodi di vera eloquenza
e pensieri di una certa profondit; ma il tutto
stemperato in un mare di chiacchiere, fra i soliti
numerosissimi, spesso inopportuni esemp della storicordato di quest'ultimo

lo

lia antica.

Mi sembra d'aver dato


(li

quel che sian

le

un'idea

cosi

orazioni

nelle

sufficiente

del cin-

storie

quecento.

Da

quello che ho avuto via via occasione di diro

e soprattutto dagli ultimi confronti si potuto age-

volmente comprendere che esse, giudicate nel loro


insieme, valgono molto piii delle orazioni davvero
])rouunziate, tranne naturalmente, qualche magnifica
eccezione.

Non

poi

da

tacersi,

d'altra

queste orazioni hanno un difetto


storicamente false
ci

parte,

che

d' origine,

tutte

d'essere

cos che, se preso per s stesse

offrono qualche volta

modelli di

eloquenza, non

possono in alcun modo compensarci della mancanza


di una vera e propria oratoria civile. (1)

(1)

Notevoli osservazioni sulla falsit

8^.),

Del Lungo

dei

discorsi

intro-

pag. 685
che accenna per esempio alle trasformazioni subite ne-

dotti nelle storie

ha

il

gli storici posteriori dalla diceria di

(Op.

cit.

Voi.

I,

Farinata al pariamento

empolese, riferita in poche righe da Giovanni Villani; e


considera l'artificio delle concioni nel Giambullari, che, dice
a ragione il Del Lungo, ph di tutti lo mostra scoperto. In-

177

CAPO

X.

Uno

11

e.

dei raassimi pregi delV A2yologia

abbiamo ve-

duto essere quel vivace e pieghevole e incisivo

stile

che Lorenzino de' Medici prese dal Machiavelli.

Possiamo ora
simi

concludendo, che uno dei masdella nostra oratoria cinquecentesca

difetti

invece lo

massa

stile

dire,

non

bello

parlo, s'intende, della

degli oratori, facendo

eccezione per

imprimere

pochi che seppero

gli altri

forma una

alla

gran
forte

impronta personale.

Non

certo io vorrei considerare lo stile dell'elo-

quenza separatamente

comune a
che

tutta la

e indipendentemente da quello
prosa del tempo mi sembra per
:

certi vizi generali siano qui di solito esagerati.

sovrabbondanza si trovano nella prosa oratoria quasi di continuo: la smania


L'enfasi per esempio e la
del periodare

quasi sempre.

magnifico qui condotta

Chiunque pu

all'eccesso

convincersene colla

semplice lettura; del resto un fenomeuo molto facilmente spiegabile.

Gi tutte le retoriche insegnavano che lo stile


conveniente all'eloquenza, specialmente dimostrativa,
lo stile alto, avvertimento che ai cinquecentisti non
occorreva ripetere troppo. In secondo luogo, bisogna
fatti, fra l'altro, il Giambullari non si perita a mettere
elegantissime orazioni in bocca a principi barbari di secoli

barbari.

C. Olii.

L' eloquenza

ciiilc ita. nel sec.

XVI.

12

che molte volte abbiamo ripetuto,

riflettere a quello

che cio

la

composta

massima parte

per

178

circostanze

spesso vane,

ma

ben poco da

dire,

orazioni fu

delle nostre

per cerimonie

solenni,

grandiose, e

gli oratori,

che avevan

erano quasi obbligati a cercar Tap-

provazioue e l'applauso collo sfoggio di virtuosit


il quale
portava necessariamente all' en-

letterarie,

sovrabbondanza. Infine a questo resultato


couduceva anche un'ultima causa, la ricerca del

fasi e alla

ritmo.

Le

orazioni dovevano per regola esser pronunziate

anche quando in realt venivano solaveva l'idea della recitazione ne


nasceva spontanea la ricerca di un suono armonioso
e gradito. Chi parla forte davanti a un attento uditorio non pu fare a meno di compiacersi di certe
torniture sonore del periodo, di certe cadenze, anche
di certi artifici del pensiero che colpiscano subito
ad

alta

tanto

voce

scritte, si

chi l'ascolta: antitesi, parallelismi, proposizioni eurit-

micameiite
parte

disposte,

insomma

del

tutte che annoiano

contrasti

comune armamento
il

lettore,

gnificato, altra vivezza dalla

molta

aggettivi,

di

retorico

ma prendono
voce che

cose

altro si-

le colorisce,

dal gesto che le segna e le segue.

Se

si

considerano

specialmente

la

plicati,

modo

le

un oratore suole curare


forma, vediamo periodi assai lunghi e comcon molti incisi, quasi sempre disposti o in

perorazioni, le parti che

per

esord e

gli

piij

parallelo o a chiasmo, riannodati

tutti alla fine

dal verbo della proposizioie principale.


Si ha cos

una cadenza lunga

e sonora, che ac-

carezza sgraditamente l'orecchio e tiene desta

l'atten-


zioue

dell'uditore,

179

quale

il

nella chiusa del periodo la


gli si

ancora del

Insomma

il

inconsciamente aspetta
fine del pensiero che non

tutto svelato.

ritmo solito della prosa

modo

sviluppa in

speciale per

artistica si

le speciali

condizioni

un verseggiare.

della prosa oratoria e divien quasi

Ora questo ritmo (che potrebbe forse essere con


utilit studiato oggi che tanto sono in voga tali studi
specialmente per la prosa greca), se bene e parcamente usato, un pregio, se diviene proprio un verseggiare, un difetto. (1)
A chi non viene in mente Quella famosa serie d
quinari dello Speroni

Noi Padovani

'?

generalmente

siamo allegrisnostro partico onde voi

per Vonor
pubblica
per
lare

bene
poca parte ma per

simi

non solamente
la

itilit

ion

il

popolo....

bench non famose


guendomi

la lingua

JJal

mia

abbiamo

jjer

lo

serie,

fia

bene

ho

che distin-

etc. (3)

non arriva

Speroni stesso.

x\nche un'altra caratteristica

(1)

altre

qual peccato sempre

questi ridicoU eccessi per di solito

neppur

il

(2)

nella stessa orazione ne

guardato -

-Hete

tutto

eli

di

questo

stile io

Y. le osservazioni in proposito delio Stpoppolatixi,

Di una nuova osserva:: io ne sui Promessi Sjosi, Catauia, 1900;


e / versi negli Asolani del Bembo, sul giornale Le Grazie, Catania, 1901, nnm. 10-14.
(2)

Ed.

(3) Ivi.

cit.

dello Opere,

t.

Ili, pag. 137.


credo che derivi dalla

180

grande
degli avverbi, perch

ricerca del ritmo,

aftoUarsi cio dei superlativi e

il

non
un non so che

pu

quelle lunghe parole in issimo e in mente

si

negare che

di so-

lenne e

Ma

(li

ci

oratoria

diano

alla frase

sonoro.

che fa
il

la

bruttezza generah? della prosa

combinarsi della

uniformit della lingua e dello

gere pagine e pagine


bella,

un

costrutto

senza

sonorit
stile.

Si

trovare

elegante, un ardito

colla grigia

posson legun'immagine
scorcio del

pensiero.

E'

insomma Timitazione

del fraseggiare

ampio

i colori con che


suo latino, non contando

particolareggiato di Cicerone, senza

Cicerone sapeva avvivare


poi che questa

forzata

il

costruzione

latineggiante

sempre, anche quando ben condotta, contraria

al-

rindole della lingua italiana.

Per questo

le

orazioni

latine

parit di concetti, ci piaccion di

del secolo

XVI, a

pii.

Nella nostra eloquenza c' poi, non tanto di rado,

un

monotonia:
per conseguenza del nuovo,
portano spesso a quello che si suol distinguere col
difetto quasi

opposto

a quello della

10 studio d.pireffetto, e

nome

di secentismo.

hanno qua e l, nella ftta nebbia dei periodi


sempre eguali, concetti e immagini strani e metafore
malamente appropriate o continuate.
Qualche stravaganza si trova anche nei migliori.
11 Della Casa
nell'orazione per la lega: Ricordi
dunque la Serenit vostra che questa medesima lingua
e questa medesima pernia^ che ora s artifiziosamente
Si

181

Roma

voi alletta et adesca con la sua falsit,


e gli altari e le chiese etc

ancora

Sveglisi

imperiale incendio...

E nell'orazione

(1)

dunque

alla

immagine pi vera-

vostra conscienzia, av-

la

vezza ad esser candida, non puro

ma
di

cottura dello

(2)

a Carlo V, con

mente secentistica:

arse

fuori

la vista di

membri e le interne parti tutte, comporter ora


essere, non secondo il suo costume bella e fori

mosa, ma solamente ornata e lisciata . (3)


Alcune stranezze del Paruta si son viste altre
facilmente ne potrei trovare riporter solo qualche
periodo del Tasso, che d, forse ancor meglio di
quelli linora citati, Tidea di tali peregrine bellezze.
Odi, Ferrara, [egli parlava in morte del card.
;

Luigi d'Este]

le

voci funeste e dolorose

le

quali

il

amorosamente mormorando, intose per aventura da me solo, s come da


colui il quale, avendo oggi fra l'oscuro di questo
tuo grand'Eridano va tuttavia

lugubro apparato a

monte d'ogni
stizia e
io

il

altro

sono andato pi fissaqui d'intorno meditando la mefavellarti,

dolore. Odilo, e se

che ha Ferrara non pur

ferro

il

non piangi,

nome ma

gli

dir

ben

animi di

(4)

Quanto poi

(1) Cfr. l'oraz.

all'imitazione

classica,

mi pare che

in Lj.^io, pag. 212, per. 47.

(2) Ivi,

pag. 224, per. 87.

(3) Ivi,

pag. 262, per. 23.

Le prose diverse di Torquato Tasso, nuovam. raccolte ed emendale da Cesare Guasti, Firenze, 1875, voi. II,
(4) Cfr.

pag. 41.


il

comune

giudizio

sull'esame dei

fatti,

182

sia esagerato e basato, pi

analogie con

sulle

altri

che

generi

letterari.

Lo schema

s lo

stesso che Aristotile ricav dalle

antiche orazioni e che gi nel medio evo veniva in-

segnato nelle retoriche, se non osservato nella pratica; c' di ciceroniano

qualche

artifcio di

passaggio

da una parte all'altra dell'orazione, qualche colure


retorico, qualche altro ricordo, ma son queste, come
la forma del periodo, derivazioiii classiche generali,

non
Il

speciali delFeloquenza.

perch di questa in fondo

scarsa imitazione

non del resto molto difficile a trovarsi.


Xoi vediamo nella tragedia imitata dalla

come

Seneca,

intere frasi di

tracciato

plare di Seneca l'ordinamento tutto del

un'orazione non

latina

sull'esem-

dramma.

Ma

da s il
non poteva
soggetto, aveva la materia gi data
quindi imitare Demostene, Isocrate, Cicerone parte
chi scriveva

si

sceglieva
;

per parte. Gi, fra l'eloquenza antica e la moderna


in quella prevalevano le
c'era differenza di genere
:

orazioni

deliberative e giudiziarie, in questa le di-

mostrative

era

difficile trovarsi

un modello

deter-

minato.

Quando

il

modello

mitazione c'era,

si

ma non

poteva trovare, un po'

d'i-

esagerata, non pedissequa

funebre del Paruta c' appena


qualche sbiadito ricordo di quella di Pericle in Tucidide; cos anche il secondo discorso del Delminio
cos nell'orazione

in

nome

si

pu

di

dir

Cosimo Pallavicino
che imiti

molto

al re

Francesco non
tulliana pr

l'orazione

1S3

Marcello^ colla quale vien

soggetto

quasi a coincidere per

(1)

Pi direttamente

dalle

un'imitazione pi dello spirito

e si offriva

poi,

di

Filipuicie

derivai in jjarte l'orazione del Della

ma

il

Demostene

Casa per la lega


che della forma,

dato l'argomento e la cultura del-

l'autore, spontanea, starei

per dire necessaria.

* *

Riassumendo dunque brevemente, l'eloquenza civile del secolo XVI, la quale continua e svolge quella
del primo periodo del rinascimento, si pu dire adche un'eloquenza retorica, facendo questo
vocabolo retorica sinonimo solenne^ pomposa^ vuota.
dirittura

Le cause

di ci si

posson ritrovare

e nella

man-

'

C>

canza di serie occasioni e nello spirito generale di(l)


magnificenza e di lusso che anima tutta la letteratura, tutta la societ del cinquecento.

Cos da una parte l'organizzazione politica aDiministrativa d'Italia, anche nei pochi

breve periodo di

campo

libert,

non era

tale

luoghi e nel

da

offrir

all'oratoria deliberativa, e dall'altra

vasto

discorsi

dovevano fare e si facevano nei pubblici


consigli non erau considerati v^era eloquenza d'arte.
che pur

si

Mancando per questa il controllo e il freno del


buon senso popolare, mancando materia viva e importante,

impadronendosene esclusivamente

letterati

di professione per occasioni quasi tutte di cerimonia,

(1) Non esattamente, il Sansovino lo dice imitato in gran


parte de quest'orazione ciceroniana.

1S4

non

fu jjossibile che si sviluppassero in larga produzione d'arie schietta ed efficace i germi che si
trovano nella naturale facondia italiana e che ci

hanno dato

vera e bella oratoria anche necinquecento, dalla storia al poema

tratti di

gli scritti del

ma

il

difetto a cui

tende naturalmente ogni orazio-

ne,

il

retoricismo,

si

toccare e oltrepassare

svilupp
i

liberamente, fino a

limiti del

secentismo.

Onorevolissime eccezioni vi sono il Della Casa,


il Giudiccioni, Lorenzino de' Medici
danno esemp
di eloquenza bella davvero
ma si possono essi dire
propriame ite oratori ? Del Della Casa abbiamo intere
:

due orazioni, del Giudiccioni, di Lorenzino una sola:


e solo per il Della Casa c" probabilit che no recitasse una almeno
cos degli altri migliori non
troviamo che una o due orazioni, non sempre re;

citate.
I
il

veri oratori del cinquecento erano

LoUio

e lo

retori

Speroni, dei quali troviamo

elogi contemporanei.

come

esagerali

INDICE ALEABLTICO

Adriani Giovan Battista, 144,

93,

96-100, 137, 159,

94,

180, 183, 184.

145.

Adriani Marcello, 30.

Casini Baino,

9.

Alamanni Luigi, 114.


Ammirato Scipione, 106,

Castigliouchio

(da.)

116,

Cavalcanti Giovanni, 161.

59, 60,

115,

59,

113-115.

Ceb Ansaldo,

182.

43.

Bacloaro Pietro, 49, 128

Ceffi Filippo, 8.

Bandiui Mario, 67, 68, 76.

Cicerone, 3,

Barbaro Daniello,
23.

168,

Commenduno Lorenzo,

128,

35,

Bembo

Pietro, 53, 76-79, 174.

Bracciolini Poggio, 16, 20, 21,


23, 24.

Bruni Leonardo,

Casa

(1)
l'

(Della)

Ho

57,

64,

129.

Compagni Dino, 12-15, 160.


Crispo Giovan Battista, 107.
Davanzati Bernardo, 155.
Decembrio Pier Candido, 24.
Delminio Giulio Camillo, 63,
131, 182.

16, 21, 22,

Demostene,

32, 33, 35, 163.

Buonconipngno,

56,

180, 182.

Pietro, 154,

Beni vieni Lorenzo, 117.


Bonciani Francesco, 141-143.

9, 10, 16, 29, 33-

66,

60, 61.

Barzizza (da) Gasparino, 22,

Ba&adonua

3, 16, 28, 34, 35,

44, 66, 96, 97, 182, 183.

7.

Giovanni, 53,

Dolfi Floriano, 75.

raccolto in quest' indice gli oratori, gli storici e

eloquenza

citati nel

16.

Cavalcanti Barlolommeo, 48,

145, 174.
Aristotile, 9,

Lapo,

107,

mio

libro, e

anche

gli autori

qualche loro dirotto rapporto coU'eloquenza.

teorici del-

che ho nominati per

Doni Auton Francesco,


Fava Guido, S.

ISO

S.

Machiavelli Niccol,

Filelfo Francesco, 21, 22, 24,

Garimberto Girolamo, 57, 58,

Giovan

Giacomini

Battista,

153.

Tebalducci Male-

spini Lorenzo, 156.

Giamboni Bono,
17.

112.

107, 111,

Giaunozzo,

21,

18,

(de')

Lorenzino,

118-

124-128,

177,

122,

184.

Giovanmaria, 61.

Montemagno

(da) Buonaccor-

so, 29.

Giordani Pietro, 81, 86, 101,

Morelli Giovanni, 27.

Mussato Albertino, 161.

119.
Gio-so Paolo,

Nannini

174.

Giraldi Giov. Battista, 47.

Giustiniani

Sebastiano, 105.

Guarino, 24.
4, 40,

41, 53, 107, 165, 166, 168,

169, 170, 172, 175.

Guidiccioni Giovanni, 68, 8084, 101, 1.59, 184,


7,

(Remigio

Fiorenti-

no), 162.

Nardi

Iacopo, 53, 87-89, 91,

92, 169, 170.

Guicciardini Francesco,

Guidotto,

165, 166, 167,

25, 31.

Memo

n.

Giannotti Donato, 39, 46, 49,

2, 3, 44,

172.

168, 170,

Mauetti

120,

Giambullari Pierfrancesco,
174.

162,

Medici

27.

16.

45, 53, 107, 109, 110, 128,

133,

34.

Gelli

Lonigo (da; O^^nibene,

Nores (de; Giasone, 58, 137.


139.

Navagero Andrea, 133,

134, d.

Novello Paolo, 136.


Pandolfini

Pierfilippo,

115,

116.

9.

Landino Cristoforo, 34.

Pannonio Giano, 16.


Panormita Antonio,

Landriani Gherardo, 16.

Parenti Filippo, 89, 90, 117.

Latini Brunetto, 8-10.

Paruta

Isocrate, 86, 182.

Paolo,

Lionardi Alessandro, 62.

151,

153,

Livio, 163, 168, 174.

181,

182.

Lollio Alberto, 47, 102, 103,


145, 154,

155,

175, 176,

184.

158, 160,

Loschi Antonio, 16, 24,

94,

24.

95, 146-

157, 174, 175,

Patrizi Francesco, 48, 63.

Perinotti Antonio, 159, n.

Petrarca
64.

Francesco,

10,

11,

187

Piccolomini Enea Silvio, 17,


19, (Pio II) 18,

35,

105,

130,

133, 134, 139,

141,

145, 179, 184.

Tacito, 164.

106, 147.

Tasso Torquato, 145, 181.


Tolomei Claudio, 100, 102,

Polentone Sicco, 16.


Porcari Stefano, 28.
Quintiliano, 16.

158, 160.

Rosario Giovan Battista,

1-48.

Sadoleto Iacopo, 106.


Sallustio, 164,

Tolomei

Lelio,

52,

53, 67,

70-73, 76.

Toscanella Orazio, 56.

167, 174.

Salutati ColuL'cio, 24, 35.

Trapezuuzio Giorgio,

Salviati Leonardo, 137, 142,

Trissino Giangiorgio, 76, 135,

16.

136.

145.

Sansovino Francesco, 64.

Tucidide, 150, 164, 174, 182.

Sassetti Filippo,

Valla Lorenzo, 16, 24.

143, 146.

Segni Bernardo, 90, 170.


Settimello (da) Arrigo,

Varchi Benedetto, 51, 84, 87,

7.

Simoni Domenico, 117.


Spatafora
154,

Bartolomeo,

144,

164.

113,

116, 118, 120,

170-175.

Vittori Piero 117, 144.


Villani Filippo, 9.

Speroni Sperone, 43, 49, 51,


52, 54, 62, 65,

110,

145, 146, 153,

103,

128-

Villani
161.

Giovanni,

15,

160

INDICE DI OEAZIONI
XVI

del sec.

(1)

Orazioni politiche.
Alamanni Luigi. Alla milizia fiorentina (2).
Ammirato Scipione. Alla Nobilt napoletana,
tandola

ad andare

alla guerra d'Ungheria

confor-

contro

Filippo II di Spagna, incitandolo ad andar contro

Turchi.

Al medesimo

Turchi.

Al medesimo
Al medesimo

sul

medesimo argomento.

Clemente Vili perch vada contro

Enrico

sul

Turchi.

medesimo argomento.

sul medesimo argomento.

IV

Bandini Mario.

di Francia contro

Ai

Turchi.

cittadini senesi

congiurati contro

Noveschi.

Bembo Pietro.

^^ Doge di

dan, per concludere la

Leonardo Lorelega di Venezia col Papa, V Im-

peratore Massimiliano

e il

7-

Venezia,

Re

Cattolico contro

il

Re

di Francia.

Casa (Della) Giovanni.

A Venezia per farla entrare in

lega col Rapa, la Francia

A
(1)

Carlo
Do

per

e la

qui le orazioni da

me

Piacenza ai Farnesi.

vedute, senza pretendere di fare

dice completo delle orazioni del secolo


possibile.

Svizzera contro Carlo V.

la restituzione di

Credo per che non me ne

XVI;

un

giudico la cosa quasi

sia sfuggita

nessuna

di

in-

im-

qualche im-

portanza.
(2)

;N"on

nel testo.

metto indicazione d'edizione

allo orazioni di ui

ho parlato

190

Cavalcanti Bartolommeo.

Alla milizia fiorentina.


cristiani per la

Ai principi
Crispo Giovambattista.
guerra contro i Turchi del 1594.

Agli

medesimo argomento.

stessi sul

Ai cittadini bolognesi contro AlessanDoLFi Floriano.


dro VI e Cesare Borgia.
Giustiniano Sebastiano.
Al Re Ladislao d'Ungheria

per una lega contro


GuiDicciONi Giovanni.

Tti'chi.

Alla Repubblica di Lucca dopo

la rivoluzione degli Straccioni.

LoLLio Alberto.
Carlo

A papa Paolo III, chiedendo

contro

Ai principi

aiuti

per

Protestanti di Germania.

d'Inghiltei^ra pel loro ritoino alV obbedienza

della sede apostolica.

Machiavelli.

Alla

Balia

fiorentina per provvedere

denaro.

Nardi Iacopo.

Carlo

per

fuorusciti fiorentini.

Pandolfini Pierfilippo. -- Alla milizia fiorentina.


Sul medesimo argomento.
Parenti Filippo.
Al re Filippo di Spagna per la pace
Speroni Sperone.

fatta con Enrico

Della pace al re Antonio di Xavarra.

Tolomei Claudio.

II.

Enrico II per

Orazione della pace a Clemente VII-

Hngraziarlo

degli

aiuti

concessi a

Siena.

Tolomei Lelio.

Al Senato

senese

contro

l'erezione di

una cittadella in Siena.


Al Collegio (o ai Pregadi di
Trissino Giangiorgio.
Venezia per ottenere a Vicenza la revoca d'una deter-

minazione legale.

Orazioni giudiziarie.
Badoaro Pietro.

sandro Businello.

Javore degli eredi del

sig. Ales-

191

javore di

A
A

favore di

M. Marco Querin.
M. Giustina de' Rossi.
favore dei Magnifici M. Roberto

favore di Vincenzo Gradonico.

CoMMENDUNO LORENZO.

M.

Niccol.

In difesa di alcuni studenti pa-

dovani.

Delminio G. Camillo.

Al Re Francesco I per

la libe-

razione di Cosimo Pallavicino.

Al medesimo di ringraziamento
zione

Incerto.

V ottenuta libera-

pjer

(1).

In difesa dell'omicida Mattia Eovero.

LoLLio Alberto.
Per la liberazione di Francesco
Medici (de; Lorenzino.
Apologia.
Speroni Sperone.
Per la casa del Petrarca.
Per messer Paolo de' Conti accusato d'omicidio {4

I.

orar

zioni).

Orazioni laudative.
Adriani Giovambattista.

Xelle esequie di Cosimo de'

Medici.

Xelle esequie

di

Giovania

d'Austria,

granduchessa di

Toscana.

Xelle esequie di Carlo

Ammirato Scipione.

imperatore, Bologna, lb^

morte

r,i

di

Filippo

IL

(2).

re di

Spagna.

In morte di Cosimo

In morte di Francesco

/,

graiduca di Toscana.

granduca di Toscana.

I,

In morte di Torquato Tasso.

(1)

Ho

gi osservato Del testo (pajj. 131)

non sono vere crazioni giudiziarie


dicasi pel discorso segcente di
(2)

ma

solo

si

r\cl

esse

lo stesso

Albeeto Lollio.

Delle orazioul di cui con ho parlato e che non

colta del Saxsovixo,

DelmXio

cbe queste del


accostano

cito l'edizione

in

cui

io le

sono

ho vedute.

nella

rac-

Angeli Pietro.

192

Nelle esequie d Francesco Medici, Fi-

renze, 1574.

Nelle esequie di Enrico IL

2selle esequie di

Baldini Baccio.

(**).

Cosimo I de' Medici^ Firenze, 1574.

In morte di Cosimo I

de'

Medici, Fi-

renze 1574.

Bargagli Scipione.
ni,

In morte di Alessandro Piccolomi

Bologna, 1579.

Basadonna Pietro.
patriarca di

In morte di Francesco

Contarini^

Venezia. (**)

Betti Benedetto.

In morte di Cosimo I de' Medici, Fi-

renze, 1574.

Bendinelli Antonio.
Bocchi Francesco.

In morte di Carlo V.

In morte di

Giovanna

(**)

d'Austria,

Firenze, 1578.

BoNCiANi Francesco.
Cambi Pierfrancesco.

In morte di G. B. Adriani.

In morte di Leonardo Salviati,

Per

Fireuz'?, 1590.

Cappellono Lorenzo.

Filippo, figlio di Carlo V.

la venuta in

Genova di

re

(**)

Per Andrea Dorla, redii,ce vittorioso d'Africa. (**)


Capri ^Iichele.
In morte di Giovambattista Gelli,

Fi-

renze, 1533.

Casa (Della) Giovanni.

In lode di Venezia.

Per i caduti in una battaglia contro i Turchi.


Cavalli Giovannantonio.
Per Bellisario Avogaro, podest di Romano. (**)
In morte del granduca di ToDavanzati Bernardo.

scana Cosimo

I.

(Nelle Prose Fiorentine raccolte dallo

Smarrito, P. T, Voi I).


A M. Francesco Donato, nuovo
Frangipane Cornelio.
Doge di Venezia. (***)

('*)

Indico cosi

le orazioui,

non noruincte

nel

testo,

che ho vedute

raccolta del Saxsovixo, ed. 174.


(**') Indico cosi Jo orazioni, non nominate
nel testo, compreso cella
raccolta di^l Saxsovjno del 1575, e non in qutlhi del 1741.
i.elia


Gennaro Giacomo.

193

Nell'elezione di

M. Diedo a

Vescovo

di Cremona.
GiACOMiNi T. M. Lorenzo.
In lode di Francesco I Medici^ granduca di Toscana.
(**)

In lode di M. Canigiani, vescovo di Aix.

In lode di Torquato Tasso.


GiUDicciONi Cristoforo.
In morte del lucchese Barto-

lomei. (**)

Incerto.

A M. Alvigi

A Marco

Micheli, reggitor di Treviso. (**)

Barbarigo, podest di Treviso.

In morte d'Irene da Spilimhergo.

(**)

(**)

A Onfr Giustiniano, capitano di Bergamo.


A Gabriel Moresini, luogotenente di Udine.
A Marco Zeno, podest di Padova. (**)
In morte di

IssiCRATEA

Laura

Passeri di Genova.

de'

jMonterodigina.

Padova dell'
liano IL (**)
LoLLio Alberto.

(**)
(**)

(**)

Per il ricevimento in
imperatrice Maria, moglie di Massimi-

In morte di

Marco

Pio, a Lucrezia

Poverella.

In morte di Bartolommeo Ferrino.

Machiavelli Niccol.

Allocuzione a un magistrato.

Macone (Monsignor)
In morte di Francesco I. (**)
Nannini (Remigio Fiorentino),
In morte di Alessandra

Salviati. (**)

Navagero Andrea.

Ferdinando, fratello di Carlo V,

per rallegrarsi della sua elezione


NORES (de) Giasone.
Panegirico in lode di Venezio.
Niccoletto Antonio.
A Pietro Nani, provveditore di

Cividale del Friuli,

i^**)

Panciatichi Vincenzo.
Nelle esequie annuali del granduca Cosimo, Firenze, 1598.
Panigarola Francesco. In morte di Carlo Borromeo,
Firenze, 1588.

Paruta Paolo.
G. Oki.

Pei caduti nella battaglia di Lepanto.

L' EloqueiZii civile

i'al.

nel sec

XFI.

13

Pigna Giovamhattista.
di Francia.

19-1

In morte di

Francesco

TI,

re

(**)

In lode di Verona. (**)


Rasmini Alessandro.
In morte di Carlo V. (**)
ROBORTELLO FRANCESCO.
Belle lodi della Regina di FranRONDINELLI Giovanni.

cia Caterina de' Medici. (Prose Fiorentine, P.

I,

Voi.

I).

In morte di Don Garzia de' MeRalviati Leonardo.


dici a Paolo Giordano Orsino, duca di Bracciano.
In morte del medesimo a Iacopo Salviati.

Nelle esequie di Benedetto Varchi.


Intorno alV incoronazione di Cosimo de' Medici.

Nelle esequie di Cosimo de' Medici.

Ranleolini Francerco.
In lode di Pietro degli Angeli
da Barga, Firenze, 1597.
Elogio di Lelio Torelli.
Sassetti Filippo.
Per Ottaviano Valerio, provveS CARINO Gio vacchino.

ditore di Sal. (**)

Segni Piero.

rentine, P.

In morte d'Iacopo Mazzoni.


I,

Voi.

Serdonati Francesco.
Firoiiz'?,

(Prose

Fio-

I).

In morte di Giuliano Ricasoli,

1590.

Spatafora Bartolomeo.

In morte di Marcantonio

Tre-

Doge di Venezia.
Per l'elezione del Doge Francesco Venier.
Speroni Sperone.
In morte di Giulio, Varana, duchessa
visana

d'Urbino.

A
A

Luigi Mocenigo, capitano di Padova.

In morte del Cardinal Bembo.

Iacopo Cornaro, capitano di Padova.

Girolamo Cornaro, capitano di Padova.

Tarsia Giovanmaria.

Nelle

esequie di Michelangelo

Buonarroti^ Firenze, 1574.

Tasso Torquato.

In morte di Stefano Santini.

In morte di Birbara
duca di Ferrara.

d'Austria,

moglie

d'Alfonso II,

195

In lode della Casa Medici.


In morte del Card, Luigi d'Este.

ToMiTANO Bernardino.

Nella creazione del doge Tre-

visana Venezia, 1554.

Al

doge Andrea Gritti.


Trissino Giangiorgio.
Nelle esequie di Cosimo de' Medici.
Vettori Piero.
In morte di Giovanna d'Austria, granduchessa di To-

scana. (**)

Varchi Benedetto.

In morte del cardinal Bembo.

In morte di Stefano Colonna.


In morte di

M. Maria

Salviata de' Medici.

In morte di Giovambattista Savello.


Nelle esequie di donna Lucrezia de' Medici.
Nelle esequie di Michelangelo Buonarroti. (1)

Orazioni accademiche.
Berlinghieri Francesco. In lode della giustizia. (**)
Borghesi Diomede. Orazione in persona dello Studio
Senese, Siena, 1590.

Orazione intorno alla poesia

e all'eloquenza, Siena,,

1596.

Orazione allo Studio Senese nel principio della sua

let-

tura di lingua toscana, Siena, 1589.

D AVANZATI

Bernardo.

Nel prendere il consolato delAccademia fiorentina. {Prose Fiorentine, P. I, Voi. II).


Ferrino Bartolomeo.
In lode della virt. (**)
Giacomini T. M. Lorenzo.
Lodi dell'eloquenza.
Della nobilt delle leggi e dell' obbedienza ad esse dovuta.
l'

Della purgazione della tragedia.

Del furor jjoetico.


Incerto. In lode

LoLLio Alberto.

dell'

Per

ignoranza.
l'elezione del Dittatore agli

Ac-

cademici Elevati.
(l) Xon ho dato Telenco delle 29 orazioni della speciale raccolta del
Sansovino, Delle orazioni recitate ai principi di Venezia nella loro crea'

tione

etc,

di cui parlo nel testo, a pag. 134 sg.

Della legge sopra

In lode della concordia.

In lode della discordia.

duca di Ferrara.

In lode della lingua fiorentina.

In lode della pittura.

Xel prendere il consolato dell' Accademia fiorentina.


Per la medesima circostanza.
Nel lasciare il consolato delV Accademia fiorentina.,
In lode della giustizia.
In lode della religione.

In lode dell'arte militare.

Spatafora Bartolomeo.

li,

In lode della lingua toscana.

Salviati Leonardo.

pompe a Ercole

le

19G

In

difesa

della

servit,.

In favore della discordia.

Tasso Torquato. NelV aprirsi deW Accademia ferrarese.


Varchi Benedetto. Nel pigliare il Consolato deW Accademia

fiorentina.

Esercizi retorici.
Anna (Regina;

(?)

LoLLio Alberto.

Per

il

suo ripudio.

Difesa di

Marco Orazio

al jopolo

romano.

Difesa di G. Furio Cresino al popolo Romano.


Discorso di P. Scipione ])er

la

confermazione

del suo

procoisolato in Ispagna.

Perinotti Antonio (?) Orazione di Carlo V nel consegnar


le Fiandre al suo figliuolo.
Perinotti Antonio.
Nella Dieta di Fiandra per nome

di Carlo V.

Tolomei Claudio.

Accusa contro Leon Secretario.

Difesa per Leon Secretario.

INDICE DEI CAPITOLI

I.

Uno Sguardo

generalo

all'eloquenza civile prima

del cinquecento

IL

Occasioni delle orazioni nel cinquecento.

III.

La

IV.

Orazioni politiche

V.

Orazioni per la milizia fiorentina

VI.

L'Apologia di Lorenzino de' Medici

pag.

...

36
55

teorica dell'eloquenza

67
108
e l'eloquenza

118

giudiziaria

VII.

132

Orazioni laudative

Vili. Orazioni accademiche ed

IX.

Le

X.

Conclusione

orazioni negli storici

esercizi retorici

152

160
177

ERRATA-CORRIGE
'ag.

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