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MANIFESTO CONTRO IL LAVORO

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INDICE
Prefazione
Il

del curatore della antologia

lavoro nel pensiero greco (Giovanni Reale)

Prassi

e contemplazione filosofica nel mondo greco. La gerarchia delle attivit umane secondo Aristotele

(Giovanni Reale)
La

raffigurazione del lavoro nel mondo classico e l'deale speculativo dell'umanesimo (da Fritz Saxl ed

altri, Saturno e la melanconia)


Elogio
Il

dell'ozio (Bertrand Russell)

sapere "inutile" (Bertrand Russell)

L'uomo

"compiutamente spostabile" (Elmire Zolla)

Divisione
Il

mito del lavoro nel mondo contemporaneo (Julius Evola)

Assente

il padre (James Hillman)

Manifesto
Lettera

L'SOS

per un mondo senza lavoro (Ermanno Bencivenga)

contro il lavoro (Charles Bukowski)

L'orrore

e specializzazione del lavoro moderno (Konrad Lorenz)

economico (Viviane Forrester)

di un lavoratore cinese nel regalo della festa

per finire: un racconto noir di Stanley Ellin (ovvero: cosa pu diventare a volte un lavoro)

PREFAZIONE DEL CURATORE DELLA ANTOLOGIA


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La Nutella sana? Pare di no, secondo una corte americana, che, su denuncia di
una casalinga, ha trovato mendace lo slogan secondo cui si tratterebbe di "un pasto
sano per i bambini", e ha condannato l'azienda ad un pesante risarcimento. A quanto
pare, i "grassi vegetali" indicati tra gli ingredienti comprenderebbero famigerati oli
tropicali dannosissimi per la salute.
Ma cosa c'entra questo con la valutazione - positiva o negativa - del lavoro nella
nostra societ? Ebbene, c'entra.
E' un modo provocatorio di iniziare un pamphlet basato sulla tesi che gli aspetti
negativi del lavoro sono innumerevoli e poco noti - o meglio taciuti in una cultura
come la nostra, ufficialmente lavorocentrica e panlavorista.
Se - come denunciava il Manzoni nel suo Saggio Contro Bentham - alla base di un
sistema economico si pone la sollecitazione indiscriminata dei bisogni e desideri
individuali - necessari o voluttuari o persino dannosi o peccaminosi - come mezzo per
garantire un adeguato livello di domanda e di occasioni di lavoro, da riconoscere
che una buona parte delle attivit che il coscienzioso lavoratore svolge in epoca
moderna inutile se non dannoso.
Chi scrive ricorda ancora i pranzi domenicali conclusi con un vassoio di dieci
pasticcini della "Premiata Pasticceria Piemontese Fresia", su cui noi bambini ci
gettavamo sotto lo sguardo amorevole di nostra madre.
Oggi quasi tutti i dietologi denunciano l'epidemia silente di diabete che colpisce
coloro che hanno iniziato a mangiare i dolciumi delle Premiate Pasticcerie sparse in
tutta Italia e che hanno avuto la sfortuna di un metabolismo troppo fragile per
reggere gli shock insulinici che ci regalavano le domeniche, le colazioni ricche di
biscotti e marmellate, il pane con la Nutella.
Le panetterie, le fabbriche di biscotti, le fabbriche di trasformazione dei cereali
sfornano giornalmente masse di pane, dolci, pasta superiori di molti ordini di
grandezza alle necessit dell'alimentazione quotidiana. Recentemente il giornalista
scientifico Gary Taubes ha pubblicato il best-seller How we get fat and what to do
about it per denunciare un fatto noto a tutti i dietologi degli anni '50 ma dimenticato
con effetti rovinosi negli anni del boom economico: che pane, pasta e farinacei
producono eccesso di insulina e sono - essi e non i grassi - la principale causa di
obesit in Occidente. Un altro libro che ha fatto epoca, Pure, white and deadly, di
John Yudkin, metteva in guardia, sin dagli anni Settanta, dal consumo di saccarosio,
lo zucchero impiegato universalmente, dagli yoghurt alle merendine alle bibite, che
gli studi scientifici vengono confermando come principale causa dell'epidemia di
diabete che ha colpito l'Occidente dopo la seconda guerra mondiale.
Le industrie di trasformazione dei latticini sfornano tonnellate e tonnellate di
creme, formaggi grassi, maionesi, burro, mascarpone, dessert ricchissime di grassi

saturi. Gi uno studio degli anni Settanta sulle autopsie dei giovani americani al
disotto dei venticinque anni (molti dei quali morti in Vietnam) rivela che le loro
arterie a diciotto anni recano le fat strikes, cio delle striature di grasso dovute al
consumo di simili alimenti, destinate con l'et ad occludere i vasi sanguigni.
Un altro aneddoto di giovent: in un paese dove stavo soggiornando arriv una
comunit hippie dedita alla meditazione e al lavoro manuale. Il macellaio del paese
and speranzoso ad offrire una fornitura settimanale di carne, ma quelli risposero no,
grazie, siamo vegetariani e siamo sanissimi. Il macellaio ne fu scandalizzato: "ma cos
non si d lavoro alle persone!". Anche qui, i dietologi denunciano come inutile ed
estremamente dannoso il consumo di almeno la met della carne che gli italiani
hanno ingurgitato a partire dagli anni Sessanta per compensare le privazioni della
guerra (e dell'anteguerra).
Questo discorso sui lavori dannosi andrebbe ripetuto per i night-clubs, dove
lavorano rispettabilissimi camerieri; per le discoteche, dove lavorano onestissimi
barman e buttafuori; per le fabbriche di patatine e bibite, dove lavorano alacri
magazzinieri; per le fabbriche di armi dove lavorano eccellenti artigiani; per le
fabbriche di additivi dove lavorano rispettabili chimici; per le case di produzione di
film pornografici, dove lavorano onesti tecnici del suono e cameramen; per le
fabbriche di sigarette e di superalcolici, dove lavorano irreprensibili impiegati;
eccetera, eccetera.
Ma a parte il fatto, rilevato in questa nota di apertura, che la celebrazione del
lavoro, tipica della nostra epoca di mercato, abbraccia innumerevoli attivit dannose
per il prossimo, la questione un'altra: ha senso esaltare il lavoro come l'attivit pi
nobile dell'uomo, se il lavoro non c' pi, in via di estinzione?
La globalizzazione c'entra solo in parte: non solo l'operaio cinese che ruba il
lavoro a quello occidentale, ma anche il fatto che due secoli di ininterrotto progresso
della tecnica e di costanti miglioramenti dei processi produttivi hanno fatto s che per
produrre la quantit di beni e servizi necessaria alla popolazione mondiale sia
sufficiente impiegarne un'infima minoranza.
Come nota Viviane Forrester, la cibernetica, trascurata dalla politica, venne
introdotta nell'economia quasi distrattamente, senza riflessioni n secondi fini, come
un semplice strumento, in un primo momento utile, ben presto indispensabile. Le sue
conseguenze avrebbero dovuto risultare benefiche, quasi miracolose. Hanno avuto
effetti disastrosi, per non dire apocalittici.
Secondo le previsioni del sociologo Luciano Gallino, tra non molto vivremo in un
mondo dove solo una persona su dieci lavorer - e perdipi in modo prevalentemente
precario. E gli altri?
Gli altri, come dice il filosofo Ermanno Bencivenga nel suo recente libro Manifesto
per un mondo senza lavoro, devono reinventare la loro vita e il loro tempo libero.
Ma intanto essi costituiscono un problema sociale sempre pi preoccupante. Gli
stati occidentali hanno varato imponenti programmi di riqualificazione, corsi su corsi
finalizzati in realt a tenere impegnati coloro che il lavoro non riusciranno pi a
trovarlo, fornendogli modeste indennit. Presto anche in Italia arriver un assegno di
alcune centinaia di euro ai disoccupati, col quale, come negli altri paesi d'Europa, i
giovani (e i meno giovani) dovranno sopravvivere, sposarsi, mettere al mondo figli.
Si inventano lavori ad hoc per dare qualche soldo a questa folla di disoccupati. Il
Giappone ha bloccato la grande distribuzione, in modo che anziani e meno anziani

possano sopravvivere precariamente gestendo piccoli negozi; impone ai benzinai


l'assunzione di apprendisti. In tutti gli altri paesi si obbligati a certificare
periodicamente impianto elettrico, impianto di riscaldamento, conformit termica
dell'alloggio e quant'altro in modo da dar lavoro a schiere di idraulici, elettricisti e
architetti disoccupati.
Si invitano le persone a diventare "imprenditori di se stessi", che quanto dire ad
arrangiarsi, esaltando la libert del lavoro autonomo, che quanto dire la bellezza di
non avere prospettive di impiego.
La verit, per un numero sempre crescente di persone, che esse non hanno, per il
sistema capitalistico una utilit apprezzabile, una ragione di vivere diversa da quella
di consumatori, essendo inutili come lavoratori; ma non possono svolgere il ruolo di
consumatori perch non hanno reddito.
La questione del lavoro diventata simile alla monacazione forzata delle fanciulle
nobili del Cinque-Seicento: perch uno solo possa avere l'eredit (nel nostro caso il
posto di lavoro), gli altri devono togliersi di mezzo, sparire. Chi scrive ricorda ancora
il proprio vicino di casa, le cui cinque sorelle furono costrette dal padre ad entrare in
convento per poter lasciare a lui il patrimonio.
Le rivendicazioni e le pressioni dei disoccupati, servono ormai solo a rendere la
vita impossibile e precaria agli occupati, con la minaccia di una loro sostituzione, un
memento della loro assoluta rimpiazzabilit.
Coloro che lavorano sono dunque privilegiati? Non si direbbe proprio.
A cominciare dal fatto che il sostegno economico a pensionati e disoccupati finisce
per gravare sulle spalle di chi lavora, per far aumentare la pressione fiscale su quei
pochi che hanno un'occupazione. Gi oggi, in molti paesi europei, compresa l'Italia, i
contributi per mantenere pensionati e disoccupati ammontano al 33% del salario
lordo, ma se, pi correttamente, li rapportiamo al reddito netto, arriviamo al 50%.
Il lavoro oggi non sereno, minato alla base, corroso dalla paura del
licenziamento. Perch si pu perdere il lavoro da un giorno all'altro. E si ha paura
perch la conseguenza assurda, spropositata: essere buttato per strada, sul
marciapiede.
I lavoratori sono odiati, spesso disprezzati perch si accontentano di poco e cos
facendo "rubano il lavoro agli altri". Sono denunciati coloro che hanno il posto fisso:
devono diventare precari perch sulla possibilit della loro rovina si basa la
possibilit della sopravvivenza di altri, la loro speranza di lavorare.
La tendenza ad aumentare il tempo di lavoro degli occupati fino a 10 ore al
giorno e oltre: che si tratti del piastrellista o del mobiliere o dell'idraulico in gamba, i
cui servizi, in un mondo di mestieri manuali negletti o mal imparati sono
richiestissimi; oppure dell'infermiere o del dipendente di Auchan che accumula turni
su turni; o del bancario a cui viene chiesto di fermarsi dopo le cinque per ricaricare il
bancomat o inviare gli assegni della giornata alla stanza di compensazione.
Si assiste qui ad un formidabile paradosso: in un mondo in cui il numero di ore
necessario per produrre tutto ci che serve si drasticamente ridotto, e ciascuno, se
tutti dovessero prendere parte al processo produttivo, dovrebbe lavorare al massimo
qualche ora al giorno per una manciata d'anni, si penalizzano e persino
criminalizzano coloro che osano andare in pensione con trent'anni di anzianit.
Invece di orari sadici, sarebbe certamente pi giusto che tutti partecipassero al
lavoro (e al suo frutto), e che ciascuno fosse libero di svolgere la quantit di lavoro

che gli abbisogna per avere il necessario, senza per questo rischiare il licenziamento o
la pensione da fame, a meno di non scendere molto al disotto delle ore che
attualmente vengono svolte. Ma questo non possibile neanche accettando
decurtazioni: persino il part-time al 50% negato, razionato dappertutto.
Nuovi tipi di fenomeni associativi, di organizzazioni che mettano in comune i beni e
i servizi, nuovi modelli di consumo, che consentano di vivere con meno, guadagnando
in libert e in arricchimento personale, dovrebbero essere attuati, e sono stati
preconizzati (vedi il brano di Ermanno Bencivenga) come conseguenza inevitabile
della pauperizzazione che deriva dalla globalizzazione, ma per ora non sono stati
neanche tentati, rimangono sulla carta.
In un mondo dove ad un concorso si presentano cinquemila persone per venti
posti, le pretese nei confronti dei lavoratori, soprattutto per gli impieghi medio-alti,
tendono a diventare assurde. Il lavoratore deve occupare sempre pi tempo per
acquisire abilit utili ai soli fini della selezione. Una volta venivano richiesti buon
italiano e buona volont. Ora un aspirante ad un lavoro che non sia infimo deve
conoscere almeno due lingue alla perfezione (con relativa certificazione), deve avere
all'attivo centinaia di ore di corsi post-scolastici di informatica, di gestione, sulla
sicurezza, e quant'altro.
Il lavoratore viene assoggettato ad una valutazione permanente, ad un
monitoraggio costante, che aggiunge allo stress della esecuzione dei compiti quello di
una sorveglianza che sta diventando asfissiante.
I dipendenti dei supermercati e dei locali autorizzati all'uso di telecamere
trascorrono sotto lo sguardo implacabile dell'obiettivo l'intera giornata lavorativa.
L'ultima trovata, che elude le norme anti-mobbing, semplice, geniale e definitiva:
scatenare l'utente contro il lavoratore. Il cameriere di una catena di pizzerie, stanco a
fine turno non sparecchia velocemente il tavolo del nuovo cliente? Arriva subito il
reclamo. A questo scopo tutti devono portare, come altrettanti cani vaccinati, il
cartellino di riconoscimento, che facilita l'identificazione del colpevole e la redazione
delle statistiche di produttivit. Hai appena concluso un colloquio o una seduta in
chat con l'operatrice di un call-center? Ti viene subito chiesto di valutare la sua
efficienza su una scala da uno a dieci.
Non chi non veda quanto paradossalmente ci sia in sintonia con l'inno della
nuova sinistra: "dare accesso ai cittadini alla gestione pubblica locale!". E' ci che
auspica con toni ispirati Norberto Bobbio ne Il futuro della democrazia. Si
moltiplicano i consigli dei genitori, i questionari sulla soddisfazione dell'utente, i
tribunali dei diritti del malato. Come se non bastassero le assicurazioni a istigare i
pazienti a far causa ai sanitari per evitare di pagare i premi concordati.
All'orizzonte, al posto dei tradizionali bastone e carota, sta la minaccia ultima,
quella del licenziamento per insoddisfazione dell'utenza: e non semplicemente, si
faccia attenzione, il licenziamento degli inefficienti, ma il licenziamento dei meno
efficienti. Tolti di mezzo quelli, si spera di trovarne altri che si affaccendino pi
alacremente, in una specie di ballo di San Vito universale.
L'OCSE e le altre istituzioni economiche e finanziarie internazionali benedicono la
figura del lavoratore flessibile, con orari arbitrari, occupazione part-time ma
disponibilit permanente, trasferibile qua e l nelle varie unit produttive o all'estero,
con contratto a termine mensile o addirittura settimannale, che accetta temporanee

decurtazioni di salario, contratti di apprendistato con compensi simbolici e


quant'altro.
Qualche tempo fa si leggeva su un quotidiano nazionale, la cronaca della giornata
di uno di questi giovani "flessibili": la mattina, lavoro in una cooperativa di servizi
come taglia-erba; il pomeriggio clown-animatore di feste; la sera, simulatore di
orgasmi in un call-center erotico per omosessuali. Sempre precario. Sempre
sottopagato. Ancora a casa con i genitori, per motivi economici. Evviva la variet.
Diceva Gustav Meyrink in un suo famoso racconto, Bal Macabre (il titolo si intona
singolarmente al soggetto di questa introduzione) che di cinquant'anni, dieci li ruba
la scuola; venti li divora il sonno; dieci sono gli affanni; cinque sono anni di pioggia.
Di questi, quattro li passiamo in pena per il domani. Quanti ne restano?
Noi potremmo parafrasare: cosa rimane della vita di un lavoratore che si alza alle
sette, parte alle otto, arriva alle otto e mezzo, lavora fino alle sei con una pausa
pranzo di un'ora e un extra di mezz'ora, ritorna per le sei e mezzo, si lava, mangia e
deve dormire sette ore? Teoricamente dalle otto di sera alla mezzanotte. Gi cos
sarebbe la vita di un vampiro, seppellito di giorno ed attivo di notte, se non si dovesse
detrarre anche il tempo per le faccende domestiche, la cura dei figli, i litigi con la
moglie, le pulizie, ma soprattutto il tempo maledetto-benedetto passato in santa pace
davanti alla televisione o su internet.
Non ci si deve pertanto stupire che il lavoratore non legga (un tempo si sarebbe
aggiunto: e non scriva, ma oggi), non faccia sufficiente esercizio fisico e non dorma
a sufficienza - uno studio americano recente mostra che negli ultimi vent'anni hanno
perso un'altra ora di sonno.
Non abbia tempo per acquisti ragionati - persino il budget alimentare soffre per la
spesa fatta di fretta dopo il lavoro senza poter girare in cerca dei prodotti pi
economici e salutari, confrontando prezzo e qualit.
Non mangi razionalmente e si rovini la salute con pasti consumati di fretta a base
di poco salutari tramezzini e brioches piene dei famigerati "grassi vegetali" di cui
sopra.
Non abbia il tempo per coltivare il rapporto con i figli, o col partner, o con gli
amici. Non abbia il tempo per coltivare la propria spiritualit con letture, incontri,
ritiri ecc.
Non abbia il tempo di farsi analisi mediche e cure. Non ha il tempo da passare a
contatto con la natura
Non abbia il tempo per hobby che arricchiscano la persona, per frequentare corsi
di scrittura, palestre di arti marziali, lezioni universitarie, concerti, lezioni
universitarie, eccetera.
Non c' tempo neanche per le cure estetiche minime, se vero che la media che una
donna lavoratrice inglese passa in bagno o in sedute depilatorie, di trucco o di
acconciatura di venti minuti al giorno. E cos via. Sembrerebbe quindi vero quello
che dice Charles Bukowski: chi lavora diventa pi brutto.
Chi lavora non ha neanche il tempo per il lutto - non gliene concesso. Muore il
partner, il padre, la madre, un caro amico? Il lavoratore ha tre, quattro giorni per
"sistemare gli affari di famiglia", in altre parole per sistemare la faccenda, farla
sparire in modo che non intralci l'attivit produttiva. Egli un "professionista", gli
viene ricordato, e i professionisti non permettono che le vicende personali influiscano
sul lavoro. In altre parole, non si pu mostrare depresso, non pu lamentarsi, il suo

rendimento lavorativo non deve subire flessioni. Deve fare - metaforicamente e


letteralmente - buon viso a cattiva sorte.
Anche la decrescita demografica col conseguente invecchiamento della popolazione
sono direttamente riconducibili al lavoro, onnipresente e asfissiante. Se lavori non hai
il tempo per fare figli: a parte le considerazioni economiche, se moglie e marito
lavorano impossibile l'organizzazione pratica della crescita di una prole numerosa.
Il brano di Elmire Zolla, qui riportato, insiste giustamente sul fatto che oggi
l'uomo "compiutamente spostabile", accetta la privazione di tutto ci che
autentico e in cambio riceve una vita artificiale. Il lavoro solo una delle voci di una
lunga lista di cose che ci sono state tolte e rimpiazzate con la moneta cattiva.
I cibi sani e naturali ci sono stati tolti in cambio di patatine, sottilette e pasti
precucinati. Il contatto con i genitori, o almeno il rapporto con la madre ci stato
tolto perch entrambi i coniugi sono assenti per lavoro. Il contatto con la natura ci
stato tolto: veniamo allevati nel centro delle citt, in cubi di cemento irradiati dalla
televisione, e i delfini, ormai in via di estinzione per il colera suino, li vediamo saltare
felici solo nei videogiochi.
L'istruzione di qualit, quella con i precettori personali, che si possono vedere
dietro al giovane nobile nei ritratti del Sei-Settecento, stata sostituita dal sistema
delle scuole pie inaugurato nei quartieri poveri del Settecento: decine e decine di
alunni chiassosi e un solo insegnante, reclutato oggi con i metodi di reclutamento dei
mozzi delle baleniere o dei soldati di Federico II, vale a dire a casaccio, per l'esigenza
di riempire i ranghi di un corpo docente mostruosamente gonfiato dall'istruzione di
massa. Per decenni si sono assunti insegnanti con corsi abilitanti, in flagrante
violazione del fondamentale principio dell'articolo 97 terzo comma della
Costituzione: "agli impieghi nella pubblica amministrazione si accede mediante
concorso"
Marx, nel delineare la storia della proletarizzazione, contrapponeva il lavoratore
medievale e dei primi tempi moderni, proprietario dei mezzi di produzione e
organizzatore della propria attivit, al lavoratore espropriato, pauperizzato e alienato
del mondo contemporaneo, fagocitato da processi produttivi che specializzazione e
meccanizzazione rendono a lui estranei e incomprensibili.
Il lavoro ha subto la subdola e silenziosa trasformazione-equivocazione in
"impiego". Il "mestiere" attivit gratificante ed entro limiti apprezzabili autonoma.
L'"impiego" attivit al servizio del profitto, nella quale il valore estetico, la
significativit, la creativit, l'ingegnosit - tradizionali attributi del "lavoro ben fatto"
- vengono sostituiti dal canone dell'utilit economica per il datore di lavoro, dal
criterio del profitto. E' inutile e sconsigliato che l'impiegato di sportello tenti di
mostrarsi premuroso e sollecito con i clienti - questo potrebbe rallentare il servizio. E'
inutile che il giovane assunto dalla casa editrice scriva una presentazione colta e
intelligente per il risvolto di copertina di un libro: se non senzazionalistica non fa
vendere. E' inutile che l'insegnante della scuola privata dedichi tempo alla cultura e
alla preparazione di lezioni istruttive: l'imperativo la promozione, o la preparazione
per l'esame di stato. E' inutile che l'addetta alle televendite si soffermi ad ascoltare il
giudizio del cliente o eserciti le arti della persuasione perch (come testualmente ha
detto allo scrivente una televenditrice di surgelati) la quantit di chiamate
telefoniche che conta: su 100 chiamate statisticamente certo che cinque o sei

risulteranno in un acquisto, quindi si deve concludere al pi presto la chiamata con


l'utente titubante.
In una scena istruttiva di un film degli anni '70 l'indimenticabile Tognazzi, nei
panni di un professore di inglese disoccupato, viene incaricato di tradurre un
romanzo di uno scrittore americano contemporaneo. Qualche giorno dopo la
consegna della traduzione viene convocato dalla responsabile editoriale e
rimproverato: ha tradotto - correttamente - l'espressione "to shake the hands" come
"stringersi la mano", ma "scrollare le mani", secondo la dirigente, pi incisivo,
pittoresco, in ultima analisi farebbe vendere meglio. Al professore di inglese viene
consigliato di trovarsi un impiego altrove per "maturare un adeguato bagaglio di
esperienze nell'editoria" in vista di una chimerica riassunzione.
La logica economica si sostituisce dovunque alla gestione razionale: nella scuola si
istituisce la settimana corta per motivi economici (tenere chiusi gli istituti il sabato);
si semplificano i programmi per motivi economici (meno ore da pagare), si
abbreviano le ore di insegnamento e si propone l'eliminazione di un anno delle
superiori per motivi economici (idem come sopra). Di motivi didattici neanche
l'ombra. Ed esempi simili si possono trovare un po' dappertutto.
Tra le altre cose, lo ripetiamo, il lavoratore non legge. Non pu farlo. Glie ne
manca il tempo. E se lo avesse, dovrebbe leggere per aggiornare le sue conoscenze
tecniche, perch ormai si vive in un'epoca di "aggiornamento permanente", dove chi
non lo fa non riesce a tenersi o a trovare un lavoro in perenne cambiamento. I paesi
industrializzati sono colpiti da un'epidemia di scarsa lettura, Italia in testa: nel nostro
paese si leggono 0,6 libri l'anno per ogni persona in et da lettura.
Si d la colpa alla scuola dell'esistenza di tanti semi-analfabeti, ma forse la verit
un'altra, e la diagnosi di malfunzionamento della scuola andrebbe rivista. Come si
pu pretendere che parli e scriva correttamente l'italiano un lavoratore che da
studente ha letto solo i libri consigliati dall'insegnante - di solito non pi di quattrocinque l'anno - e imparato le regole grammaticali senza metterle in pratica, e da
lavoratore non ha neanche il tempo di dare una scorsa al giornale? Forse il lavoro, e
non la scuola colpevole della ignoranza e dell'analfabetismo diffuso nella nostra
societ.
La lettura uno dei mezzi attraverso i quali la specie umana ha conseguito il suo
formidabile successo evolutivo: il punto di forza della nostra razza infatti il
passaggio delle conoscenze: non appena un membro ha appreso qualcosa di utile,
questa viene resa disponibile agli altri membri attraverso la comunicazione orale o
scritta o l'imitazione. Il superlavoro sta danneggiando uno dei meccanismi di
trasmissione della cultura e delle conoscenze.
E in un mondo complesso come il nostro, leggere e apprendere essenziale. Madri
che non sanno distinguere una vitamina da una aspirina, per quanto benintenzionate
sono pericolose per i figli; padri che non sanno nulla di psicologia infantile e
adolescenziale; pazienti a cui vengono nascosti i pericoli dei farmaci, e che non
leggono neanche il bugiardino; utenti che ignorano pregi e difetti dei prodotti; e cos
via all'infinito. Ma chi lavora non ha tempo di leggere e di informarsi.
Ma torniamo al quadro delle condizioni odierne di lavoro.
Nelle grandi organizzazioni i lavoratori sono scoraggiati dal prendersi permessi
per malattia o cure mediche anche importanti, come interventi chirurgici: lo facciano
durante le ferie annuali. Le lavoratrici sono scoraggiate dal fare figli.

Si assiste a questo paradosso: che i soldi per acquistare i beni che la societ
produce sono posseduti solo dai pochi privilegiati che lavorano, ma questi non hanno
il tempo materiale per consumare questi beni, e finiscono per accumularli
inutilmente.
Quali soldi, poi? Gli stipendi e i salari sono francamente, o stanno rapidamente
divenendo miserabili. Un garzone di macelleria fortunato a guadagnare 800 euro
lavorando otto ore al giorno; un responsabile di filiale Esselunga o Carrefour, in
cambio di dieci ore al giorno, di orari impossibili e responsabilit a non finire non
arriva a guadagnare 2500 euro al mese. Un ingegnere guadagna ormai come un
impiegato del passato, e questo solo quando ha finito di essere sfruttato nello studio in
cui fa anni di apprendistato semigratuito.
Lavorare per arricchirsi? Quando mai. Una volta un lavoratore, investendo
giudiziosamente, poteva sperare di raggiungere una buona posizione economica. Oggi
rimane povero com'era. Al massimo - non sempre - arriva ad acquistare la casa. In
Giappone i mutui si passano di padre in figlio. Da noi pauperizzano un'intera vita,
dimezzando il reddito. E anche chi paga l'affitto, non va lontano: a Milano si lavora
col reddito dimezzato dalle spese di alloggio, pur vivendo in cinque in un
appartamento.
"Il lavoro nobilita l'uomo", si dice(va). E tuttavia ammettiamolo: moltissimi lavori
sono terribilmente ripetitivi: operai al tornio; cottimisti che devono sfornare
quantitativi giornalieri di giocattoli montati e minuteria metallica; impiegati che
devono smaltire ad nauseam pratiche pensionistiche; camerieri che smaltiscono
sempre le stesse ordinazioni; gelatai e macellai che ripetono gesti sempre uguali; e
tanti, tantissimi altri. Proprio dell'uomo apprendere cose nuove, laddove per molti il
lavoro il luogo della ripetizione infinita, della mortificazione dell'istinto insito nella
nostra specie a imparare e sperimentare.
Innumerevoli sono le patologie legate al lavoro, a cominciare dalla depressione.
Chiss perch e chiss come, mancano gli studi che con ogni probabilit rivelerebbero
che il lavoro la principale causa di depressione nelle societ capitalistiche avanzate.
Non si pu spiegare altrimenti i numeri elevatissimi - milioni - di depressi nella nostra
societ se con una condizione comune: e quale condizione pi comune del lavoro
ingrato e sottopagato?
La depressione da lavoro un tipo chiamato depressione esogena o reattiva, che
sopravviene in un individuo psichicamente sano in condizioni di stress o vicende
personali eccessivamente dolorose. Ma oggi va di moda la cura farmacologica della
depressione: psicologi e psichiatri fanno cio finta di credere che il tipo prevalente sia
la depressione endogena, derivante da uno squilibrio biochimico. E non di rado sono i
farmaci che somministrano, deprimendo il sistema nervoso, a scatenare le sindromi
che si vuole curare. Chi non ci crede pu controllare su internet nella lista degli effetti
collaterali degli antidepressivi pi potenti o largamente utilizzati.
Congiura del silenzio? Di questo tipo di patologie (infortuni professionali a parte),
si parla pochissimo. A partire dall'Ottocento, quando i cappellai impazzivano per
l'uso del mercurio nella concia del feltro o i minatori morivano con i polmoni ridotti a
masse fibrose dall'asbestosi o dalla silicosi, si sono venuti moltiplicando i lavori
pericolosi per la salute.
Il livello di mortalit prematura (prima dei 65 anni) varia a seconda delle categorie
sociali, e mette in evidenza una netta gerarchia. Il tasso di mortalit prematura degli

operai dipendenti 2,7 volte pi alto di quello dei quadri superiori e delle professioni
liberali e 1,8 volte pi alto di quello dei quadri intermedi e dei commercianti. (Fonte:
Inserm, SC8, in INSEE Premire, febbraio 1996)
Per ogni caso medico-giudiziario che porta alla luce i decessi dovuti a sostanze o
lavorazioni prima ritenute innocue (come ad esempio l'amianto) ce ne sono numerosi
altri di cui non si conosce nulla.
Alla peggio, si delocalizza: se alla Pirelli, negli anni Sessanta, tutti sapevano che il
reparto "Nero Pirelli", dove gli pneumatici diventavano prodotto finito, era una
sentenza di malattia o morte, oggi questo lavoro fatto da un lavoratore ucraino o
pakistano.
Per non parlare degli "infortuni professionali" i quali, essendo appunto
"professionali", cio inscindibilmente legati alle lavorazioni, continueranno a mietere
vittime nonostante tutte le misure di sicurezza adottate e adottabili.
Puoi mettere quanto vuoi il cartellino "attenzione, dispositivo laser" accanto ad
una sorgente ad alta potenza, ma non impedirai che un lavoratore stanco, a fine
turno, guardi il laser in un momento di disattenzione. Il padre dello scrivente,
impiegato durante l'ultima guerra nella fabbricazione di bombe, ha visto un
compagno preso dai macchinari e stritolato in pochi secondi. Lui stesso ha rischiato
di fare la stessa fine quando un lembo della manica si impigliato in un ingranaggio,
e solo una prontezza e una forza sovrumana gli hanno consentito di tirarsi via
strappando di netto il tessuto ed evitando una morte certa. Ha minacciato di
licenziarsi ed ha ottenuto di essere destinato ad un altro reparto.
Tutti lavorano. Gli stipendi non bastano pi e le donne sono entrate
massicciamente nel mondo del lavoro. Questo "panlavorismo" ha prodotto fenomeni
bizzarri o sconosciuti in epoche precedenti: gli "uomini casalinghi"; i bambini o i
neonati abbandonati per ore nell'appartamento da genitori single e accuditi da
fratellini poco pi grandi; gli adolescenti che dopo la scuola trascorrono le ore in una
casa vuota fino alla sera; i preti-lavoratori, che, pi calvinisti di Calvino, cercano Dio
tra un tornio e una pressa idraulica. I genitori che, tornati a casa da una giornata di
lavoro, vogliono solo che i figli "non rompano" e sono disposti a pagarli perch non
diano noia.
Anche l'universit, una volta sede di attivit creativa, diventata un "lavoro":
devi fare il tutor o pubblicare, non importa cosa. Cos si moltiplicano gli scavi inutili
delle facolt di archeologia, gli articoli scientifici sulla "funzione della vista
stereoscopica durante il salto dei gerbilli" o sulle "somiglianze tra la sintomatologia
amorosa e quella della psicosi autistica" o sulle "parti del corpo su cui si fissa lo
sguardo della donna al primo incontro con un potenziale partner", e via
cazzeggiando.
Il famoso filosofo della scienza Karl Popper racconta che, nel periodo in cui
"lavorava" presso una prestigiosa universit australiana, fu convocato dal consiglio
di facolt e rimproverato aspramente per aver pubblicato la sua opera fondamentale
Logica della scoperta scientifica. L'accusa si fondava sul fatto che "le sue ore di lavoro
appartenevano all'universit", e tra le sue incombenze non rientrava la scrittura di
libri.
Il premio Nobel Richard Feynman, il geniale creatore della fisica quantistica,
lamentava che durante i periodi pi creativi non avesse nessun tipo di facilitazione:
era un "lavoratore pagato", e quindi doveva continuare a perdere ore preziose in

lezioni o incombenze di tipo burocratico - per quanto cercasse di consolarsi dicendosi


che la disciplina del lavoro quotidiano in qualche modo evitava che si astraesse
troppo.
"Oggi, per fortuna le cose, laggi, sono cambiate" commenta Popper nella sua
autobiografia. Ma non poi cos tanto.
Tutti rincorrono il lavoro. I pensionati hanno uno o pi lavori. Gli statali si
procurano il doppio o il triplo lavoro. Persino i poveri sono costretti a lavorare: negli
Stati Uniti universalmente diffuso il fenomeno dei working poors, persone escluse
dalla competizione per un lavoro che assicuri una casa e vitto giornaliero, che
tuttavia, se non vogliono morire di fame o di freddo devono procurarsi un pasto o un
rifugio con lavori occasionali e sottopagati.
Nessuno viene escluso dalla corsa al lavoro, nella nostra societ democratica,
inclusiva ed egualitaria. Coloro che non lo potranno mai ottenere sono costretti
comunque ad inseguirlo facendo corsi di riqualificazione, dimostrando all'ufficio di
collocamento di aver passato la giornata alla ricerca di un impiego, saltando da un
colloquio all'altro, partecipando a concorsi che non vinceranno mai, per mantenere il
precario rispetto di se stessi e degli altri.
Il lavoro viene imposto persino ai malati mentali: ergoterapia, ovvero "terapia del
lavoro", individuale o di gruppo: come i carcerati che devono sgobbare nelle cucine o
nelle lavanderie, i degenti sono "incoraggiati" a coltivare ortaggi per la mensa, fare le
pulizie, aiutare nella preparazione dei pasti o nei reparti, anzich godersi in santa
pace una partita a carte o fare attivit artistiche.
Il mito del lavoro alla base della scolarizzazione coatta di massa: si esce e non si
trova nulla, allora occorre tenere nella scuola i giovani, espropriarli del proprio
tempo il pi a lungo possibile, privarli delle ore di libert dell'adolescenza perch
"non si perdano" (dove?) e "si integrino" (come?).
Quali sono le motivazioni per questa imposizione universale del lavoro? Si diceva
un tempo che l'ozio il padre di tutti i vizi. Oggi si pu parafrasare dicendo che il
tempo libero il padre di tutte le ribellioni. Il tempo libero fa paura ai politici.
Cinque, dieci, quindici milioni di persone libere di fare attivit politica, di leggere,
informarsi, dibattere, denunciare, sono un incubo per la classe dirigente.
Per quanto instupiditi dal calcio, dalla televisione, dai cento canali satellitari, dal
porno, dai videogiochi, dalle interminabili e inutili sedute di chat su internet, dalle
conversazioni telefoniche idiote e senza fine, dalle vacanze vuote, finalizzate alla
tintarella e al dolce far niente, si pu dire, prendendo a prestito la frase di Stendhal su
Julien Sorel in seminario, che una minoranza di costoro ha ancora l'aria di pensare,
perci pericolosa.
Ma non facile convincere la gente a "tenersi occupata" - se non nello svolgimento
di un lavoro, quantomeno nella sua ricerca frenetica. Vista la bassa qualit e
retribuzione di ci che disponibile, non lavorare e prendere un assegno di povert,
per quanto misero, diventata agli occhi di molti un'opzione gradevole.
Sin troppo: si cerca di distogliere le persone dal gravare sull'assistenza sociale,
perch, come spiega in uno dei brani qui riportati Viviane Forrester citando un
economista statunitense, questo non assicura una pronta risposta dei lavoratori alle
necessit erratiche e mutevoli di forza-lavoro delle economie avanzate.
Persino la vita del musicista di strada, dell'hippie girovago che fa occasionali
lavoretti, dell'iscritto ad agenzie di lavoro interinale che lavora un mese s e tre no,

abbandonando il datore di lavoro dopo aver raggranellato quattro soldi, diventata


per certuni una alternativa valida all'irregimentazione di una intera vita, una scelta
che permette di sperimentare una libert completa, assolutamente sconosciuta al
salariato.
Vengono lanciati gli allarmi. Il lavoro ormai diventato cos sgradevole e precario
che la piccola criminalit un'alternativa allettante. A Napoli e altrove i giovani
disertano le occupazioni da 500 euro al mese finanziate da fondi pubblici o
comunitari a favore dello lo spaccio di droga o dell'attivit di manovalanza per la
criminalit organizzata.
In una lettera ironica al Giornale di Vittorio Feltri una casalinga disoccupata,
impossibilitata a pagarsi le cure del dentista, notando che il vicino, trafficante di
droga, rientrava la sera in Maserati, si domandava se era possibile ottenere un
permesso temporaneo di spaccio. Chiss, forse non lontano il giorno in cui, accanto
ai parcheggi e ai posti in autobus riservati ai disabili, avremo delle zone di
prostituzione o di spaccio riservate alle casalinghe o ai lavoratori con debiti.
Nelle grandi organizzazioni sta prendendo piede il modello giapponese: lavoro
dalle otto di mattina fino alle nove di sera, poi - senza tornare a casa - cena di lavoro
con gli altri dipendenti e il capufficio, dove si considera una mancanza di rispetto
andarsene prima delle undici. Niente ferie - al massimo un breve viaggio-premio ogni
trent'anni - e niente pensione: la tua sussistenza assicurata solo se riesci a far
assumere tuo figlio dalla ditta presso cui sei stato impiegato. Perch questo avvenga,
devi aver lavorato senza discutere per cinquant'anni, altrimenti sarai punito dalla
vergogna della sua mancata assunzione.
Come risultato, Tiziano Terzani racconta che la metropolitana di Tokyo piena di
relitti umani che non hanno potuto o voluto resistere a questi ritmi e - ripudiati dalle
proprie famiglie - si sono dati ad una vita errabonda e precaria di lavori occasionali.
Li si ritrova, tutte le mattine, presso i cantieri della periferia, dove cercano un
ingaggio per la giornata per potersi permettere una scodella di riso e una tazza di
sake.
Agli occhi di un forzato del lavoro dei nostri tempi la vita di un nobile degli inizi
del secolo scorso, o quella descritta da Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo,
sembra incredibile, aliena: una vita di occasioni sociali, viaggi, duelli, crociere, ritiro
nella tenuta di campagna, otia letterari e artistici.
Un'anziana nobildonna romana raccontava allo scrivente e ad altri stupefatti
uditori la giornata di un conte emiliano di sua conoscenza, che passava la vita a
nutrire le centinaia di uccelli rari o in via di estinzione che ospitava per conto
dell'Istituto Ornitologico Italiano.
Tra le donne diventato di moda lavorare e descrivere quanto si sia occupate e
quali compiti impegnativi si fronteggino. Imperativo diventare dottoresse e passare
10 ore al giorno nel reparto, con reperibilit ventiquattro ore su ventiquattro, sette
giorni su sette. Ambitissimo l'empireo delle ricercatrici universitarie con attivit
ospedaliera, dove non hai pi neanche la vita privata per sposarti e consumi gli anni
in fugaci rapporti sessuali sul lavoro.
A farla breve, se non puoi rispondere ad un invito al bar aprendo un'agenda scritta
anche nei margini, vuol dire che sei uno fuori dal giro, un penoso attardato da
compiangere, insieme a quelli che portano ancora i marsupi attorno ai fianchi come i
frati cercatori, a quelli che non hanno l'ascella depilata, a chi ha ancora gli occhiali

bifocali al posto delle lenti a contatto cosmetiche. Non sei "in", non sei "cool" come si
definisce oggi una persona in gamba.
Figli? Neanche a parlarne, finch si giovani: per moltissime donne viene prima la
"realizzazione personale", il "riscatto sociale" e il raggiungimento
"dell'indipendenza economica e personale" dopo secoli di sottomissione, l'"attuazione
dell'eguaglianza tra i sessi", anzi "la dimostrazione delle superiori capacit del sesso
femminile".
Dice di queste donne manager, scienziate, commercialiste, architette Vittorino
Andreoli nel suo recente libro I segreti della mente, che, a quarant'anni,
improvvisamente consce che il proprio orologio biologico ticchetta inesorabile verso
la menopausa, ne concepiscono uno col primo sconosciuto che incontrano, per
colmare questo vuoto nella loro vita
Di quanti divorzi, di quante situazioni di crisi coniugale responsabile il lavoro?
Non si sa. Il tema delle molestie sessuali ampiamente esplorato, mentre quello dei
rapporti sessuali consenzienti, delle relazioni extraconiugali, dalle scappatelle alle
infedelt che conducono al divorzio, passa sotto silenzio. In un mondo dove trionfa il
superlavoro e dove la parte migliore dell'esistenza viene spesa in azienda, lontano
dagli occhi del coniuge, e si torna a casa per trascorrere qualche ora con un marito o
una moglie sempre pi estranei, in realt naturale che le famiglie siano insidiate
dalla tentazione sottile di fare del proprio partner nel lavoro anche partner nella vita.
Si levano alti i lamenti del maschio sulla perduta femminilit del gentil sesso - ad
intonarli niente meno che Francesco Guccini nell'indimenticata canzone Donne con
le gonne.
Tornando sul tema della frenesia lavorativa della nostra societ: anche le vacanze
sono diventate, pi che una attivit di ricreazione dello spirito e del corpo,
un'improba corve. Una volta i veri ricchi soggiornavano al'estero per uno o due
anni. Oggi le vacanze mordi-e-fuggi richiedono programmazione, disciplina, dura
attivit fisica, shopping compulsivo per scovare i souvenir migliori da esibire agli
amici.
Anche nelle palestre si "lavora" infaticabilmente e ossessivamente al proprio fisico
per acquistare quell'ambito aspetto da bistecca ormai tipico degli attori americani
senza pi eccezioni. Come rimproverare costoro, visto che persino il divino Giorgio
Armani esibisce enormi bicipiti da settantenne palestrato, che esplodono dalla t-shirt
che ormai sembra diventata il suo logo?
Le amicizie, le cene con amici, le uscite con i figli al campo scout: tutto annullato,
immolato sull'altare del lavoro. Per fare pi soldi.
Soldi per fare pi figli? Per avere la benedizione di una famiglia numerosa? No, i
figli diminuiscono, le aumentate entrate servono per garantire all'unico sofferto parto
della lavoratrice telefonini, moto, auto, viaggi, abbigliamento e lussi che meno di
cent'anni fa erano impensabili persino per un possidente inglese o francese o europeo
in genere.
La Chiesa, esaltatrice dei mansueti, la grande santificatrice del lavoro. Le
encicliche sociali insegnano che "mestiere" viene da "ministerium", e quindi,
esercitando un mestiere si presta un servizio alla collettivit. Siamo evidentemente in
pieno clima ecumenico, stringiamo la mano a Calvino e alla sua visione del lavoro
redditizio come modo di onorare dio e segno della sua benedizione.

Ai danni si uniscono le beffe: il maschio iperlavoratore con reddito medio non


trova alcuna simpatia presso il sesso femminile: quello ricco, con un lavoro di
prestigio che produce un reddito annuale a sei zeri apprezzato dal gentil sesso, ma
quello che si spacca la schiena a gestire una piccola pizzeria, un autolavaggio, una
copisteria considerato un partner gretto ed avido, freddo e distante, che non esce
mai la sera, meritevole persino di tradimento coniugale, di cui le mogli, lasciate sole
per necessit, hanno ampie occasioni.
Per gli impiegati di reddito modesto questa non una sorte infrequente. Ne sanno
qualcosa gli insegnanti maschi, assolutamente snobbati, nella scelta matrimoniale,
dalle colleghe femmine. Le quali, in un paese sottosviluppato come l'Italia, dove le
manager e le scienziate sono mosche rare, si considerano, in quanto lavoratrici e
intellettuali, il top dell'evoluzione della specie. Come compagno non accettano niente
di meno di un prestigioso professionista, mentre guardano con disprezzo al maschio
pari-grado che rimasto incastrato in un mediocre impiego.
Fare buon viso a cattiva sorte, questa la parola d'ordine: se non sei nato con un
patrimonio personale che ti consente di affrancarti dal lavoro, sar buona norma
vederne i lati positivi e negarne i lati negativi, predicare a s e agli altri l'etica del
lavoro. Si leva il coro universale contro l'inattivit e la noia della pensione: "sono una
persona attiva, non mi potrei mai vedere a vegetare come pensionato".
L'etica protestante di Max Weber trionfa. Il mito del lavoro una delle ragioni per
cui vengono guardati male pensionati ed anziani, che "non fanno nulla", "vegetano",
"vivono a sbafo degli altri", eccetera.
Persino il famoso James Hillman, lo psicologo degli archetipi e del destino
individuale, il pensatore scomodo e controcorrente, nel brano riportato in questa
antologia arriva a dire che alla domanda angosciata del bambino di oggi: "Pap,
dove sei? Sei tornato?" va risposto senza sensi di colpa: "No, piccolo, pap a pranzo
con i colleghi, come giusto che sia", perch, come sostiene, "il suo posto altrove" e
" il suo valore fondamentale per la famiglia consiste nel mantenere i contatti con
l'altrove" (qualsiasi cosa esso sia).
Le alternative al lavoro sono negate: l'otium di cui parla Bertrand Russell in uno
dei brani qui riportati, la vita del possidente, qualsiasi altra vita. Ci si potrebbe
chiedere come fa, una persona che ha sempre avuto bisogno di lavorare per vivere, a
stabilire come ci si senta a non lavorare, ad avere un patrimonio di tempo libero e
risorse economiche sufficienti a sfruttarlo.
Si denigra ci che non si conosce, anzi, peggio, come dice Charles Bukowski, si
guarda con malanimo e ostilit chi osa lamentarsi delle condizioni di lavoro.
Non si deve confessare neanche a se stessi che talvolta si ha l'impressione essere un
cane alla catena: festivit infrasettimanali - importanti momenti di incontro collettivo
- abolite; vacanze di qualche settimana al massimo, concesse col contagocce, nei
periodi che fa comodo all'azienda, e con arcigna riluttanza; permessi per analisi
mediche mendicati e centellinati; certificati di malattia lesinati dal medico della
mutua; visite fiscali che costringono a casa i convalescenti; orari rigidi, che ti
vogliono sul posto di lavoro alle otto, non un minuto pi tardi (per gli insegnanti c'
addirittura il reato di abbandono di minore), non importa se il giorno prima ti sei
preso una sacrosanta sbronza per festeggiare un amico che si sposa, hai fatto le ore
piccole e vorresti rimanere a letto a poltrire in sacrosanta pace; manovre clandestine

per farsi coprire sul lavoro perch si ha bisogno di assistere un congiunto anziano in
ospedale. E si potrebbe proseguire all'infinito.
Un altro aneddoto dai ricordi dello scrivente. Scompartimento ferroviario, due
giovani bancari in viaggio verso Firenze per vedere il derby Fiorentina-Milan parlano
di un collega. "Tutto sommato Fredo mi sta simpatico, cerca solo di non farsi
coinvolgere troppo dal lavoro" dice uno dei due, e prosegue: "quando ci
somministrano i questionari di valutazione barra sempre le crocette per escludere
disponibilit per lavoro all'estero, extra orario, trasferte e quant'altro. Alla fine della
giornata lo senti mormorare a mezza voce 'bastabastabasta', non vede l'ora di
ritornare a casa e starsene in santa pace". Risposta del compagno: "Io invece non lo
sopporto". "E perch mai?". "Perch presuntuoso, la pensa diversamente da noi,
crede che noi sbagliamo a lavorare quanto lavoriamo".
Si lavora (e ci si vanta di aver lavorato) quarantacinque, cinquant'anni,
cinquantacinque anni e pi: la nostra societ spinge ad arrivare fino ai settanta,
ponendo come alternativa una pensione miserabile e decurtata, la dipendenza dai
propri figli, il ridimensionamento drastico delle proprie abitudini di consumo.
Una massa senza riposo di lavoratori anziani affolla cubicoli, aule, banconi, cucine,
sportelli pubblici, piccole botteghe. Insegnanti settuagenari entrano in classi
superaffollate di alunni incontrollabili; lavoratori di fonderia di sessant'anni sono
costretti a trasportare oggetti pesanti per tutta la giornata; montatori di carrozzerie
precocemente invecchiati continuano a spaccarsi la schiena per avvitare pesanti
sportelli a ritmi rigorosamente monitorati; commessi incanutiti sono bloccati in piedi
dietro un bancone fino alla sera, con la luce sadica del neon sparata negli occhi, la
pelle delle mani che prude insopportabilmente per gli immancabili guanti di lattice.
Avremmo bisogno del famoso lanternino di Diogene per cercare di nuovo l'uomo
vero, quello non ridotto a puro lavoro.
Dove siano finite le magnifiche sorti e progressive, le splendide promesse di lavoro
dimezzato o azzerato dall'inarrestabile progresso tecnologico (lasciando stare le
profezie di colonie su marte, viaggi interstellari, modificazioni positive del clima,
sconfitta delle malattie e prodigi di chirurgia estetica per tutti) nessuno lo sa.
Cos, protratto fino ai limiti della senescenza, il lavoro porta via il tempo migliore
della nostra vita, dandoci in cambio frustrazioni, monotonia, alienazione. E al
momento della pensione, la fregatura della vecchiaia, in agguato dietro le immagini
non veritiere di pensionati felici dalle dentiere smaglianti che ci promettono la felicit
dalle pubblicit dei fondi di investimento.
In una societ in cui la medicina ha sconfitto la mortalit perinatale e grazie a cure
e farmaci la vita non discrimina pi alla nascita l'organismo sano da quello malato,
non tutti possono realisticamente attendersi una terza et sana e vitale. Per molti il
declino molto rapido.
Non poche persone, a sessantacinque anni, scoprono che la salute ormai
scomparsa, che non si hanno pi le energie fisiche e mentali (n i soldi) per viaggiare,
leggere, scrivere, dedicarsi ad un hobby, ad una attivit sportiva. I dati parlano
chiaro: ad ottant'anni, cio dopo soli dieci anni dalla pensione, la maggior parte delle
persone sono morte, e gi prima di quel momento il declino fisico procede
velocissimo. L'insonnia prosciuga le forze, l'incontinenza e i pannoloni impediscono
di partecipare a viaggi organizzati, le malattie invernali costringono a letto, gli occhi

che bruciano impediscono di leggere, il cortisone per i problemi articolari e gli altri
medicinali instupidiscono, la memoria funziona sempre peggio.
E tutto questo, quando non si sia stati gi falciati dall'epidemia silenziosa degli
infarti, dell'ipertensione, delle depressioni invalidanti, delle sindromi da
affaticamento cronico. Raccontava a chi scrive, qualche anno fa, un membro della
nobilt che si data agli affari, un conte romano, che per le avventure galanti non c'
luogo migliore delle navi da crociera americane: piene di avvenenti vedove
statunitensi e inglesi i cui mariti, precocemente stroncati dal superlavoro, hanno
lasciato piene di soldi e vogliose di divertirsi.
Eppure tutti sanno dell'esistenza, nella nostra societ, di persone che non hanno
fatto in vita loro un solo giorno di lavoro produttivo - o ben pochi - secondo
l'accezione corrente. Scalatori che hanno passato la vita a conquistare tutti gli Everest
del mondo; navigatori che non si sono occupati d'altro che di competizioni e di
regate; scrittori di successo che hanno abbandonato il lavoro in et relativamente
giovane; grandi sportivi che anche quando svolgevano un lavoro pubblico non hanno
fatto un'ora di turno su una pantera dei carabinieri o una gazzella della polizia,
sempre in permesso per attivit agonistiche; persino cassintegrati che hanno passato
gli ultimi lustri prima della pensione senza altro obbligo (udite, udite) che quello di
non lavorare.
Se si ritiene che il lavoro sia la scelta di vita pi etica, perch non ci si scandalizza,
ma al contrario si ammirano - o quantomeno invidiano - costoro?
Come che sia, non ad uno di questi fortunati passa per l'anticamera del cervello di
dedicarsi ad un lavoro nella comune accezione del termine. Segno che il non-lavoro
non deprime n annoia: tutt'altro. Molti di costoro si sentono anzi nobilitati dal fatto
che "inseguono una passione, realizzano un sogno", come ha dichiarato di recente
una scalatrice italiana di ritorno dalla conquista dell'ennesima cima, in procinto di
partire di nuovo per conquistarne un'altra.
E costoro hanno pure l'improntitudine di finire nei libri di storia dello sport, nel
Guinnes dei primati, di ottenere riconoscimenti, coppe, targhe, monumenti
commemorativi, mentre l'umanit normale vive e muore nell'oscurit di un lavoro
mediocre.
Intendiamoci, il lavoro utile e necessario. Lavorare va a vantaggio di tutti. Ma ai
lavori non creativi, ripetitivi, alienanti, eccessivamente stressanti e scarsamente
gratificanti che caratterizzano la vita di troppe persone possono applicarsi solo
aggettivi del tipo: "necessario" e "utile", "rispettabile" e simili, non certo aggettivi
come "stimolante" o "desiderabile", "creativo", "arricchente" e simili.
E ci sono lavori che, pur potendo esserlo - stimolanti, desiderabili o creativi - per,
portati all'eccesso o pagati miserabilmente nella societ odierna, cessano di esserlo,
di rappresentare una espressione e un arricchimento della personalit per diventare
un peso e un gravame.
E' certamente il caso di dedicarsi ad un lavoro creativo e stimolante - e sono rari o altrimenti non nascondersi la verit: la maggior parte degli altri opprime.
Il lavoro il destino connaturato all'uomo, come proclamava Hegel? E' ben noto
che nelle societ di cacciatori-raccoglitori, la ricerca delle prede e le attivit di
sussistenza non occupano pi che poche ore al giorno, il resto essendo dedicato alle
danze, al gioco, all'esplorazione, alla socialit. Uno etologo amico di Konrad Lorenz

ha commentato una volta, che la frenesia del lavoro unica tra tutti gli animali, e pu
essere considerata un carattere degenerativo.
Ma il lavoro non comunque deposito di valori essenziali per la civilt?
Lo sicuramente stato; ma oggi si potrebbe polemicamente mostrare come si stia
trasformando o rischi di trasformarsi in un valore negativo. Come argomenta
perspicacemente Viviane Forrester, il mito del lavoro oggi utilizzato per giustificare
la mancanza di futuro, la marginalizzazione della vita di milioni di persone.
Se lavorare l'unica dignit, giusto far finta che chi non lavora non abbia diritto
a nulla. Il lavoro come unica misura di ci che riceviamo dalla societ, come criterio
di ripartizione della ricchezza diventato inaccettabile, una finzione crudele e
disumana.
E che dire, oggi, della famosa "etica del lavoro"? Cosa ne rimane, se le imprese
non solo non hanno bisogno di lavoro, ma neanche di lavoro qualificato? Sempre pi
spesso i neoassunti non sanno fare nulla, a cominciare dal leggere e scrivere, ma pare
che alle grandi imprese va bene cos, purch paghino poco quel poco che ottengono.
Cosa ne rimane se, sempre pi spesso, lavorare significa lavorare per una impresa
che non ricambia il tuo impegno, che ti tradir, dandoti il benservito alla prima
occasione? Lo sanno bene i lavoratori americani, giapponesi, inglesi, francesi,
tedeschi, che hanno dato trent'anni della loro vita all'azienda e ne ricevono in cambio
una lettera di licenziamento. Oggi va addirittura di moda licenziare i manager
pubblici pi anziani, buttando a mare il loro patrimonio di professionalit. E perch?
perch costano troppo, e dei giovani sprovveduti sono pagati meno e sono pi
sfruttabili.
Il lavoro incarna o esprime valori sempre positivi? Continuiamo la nostra analisi.
In nome del lavoro per noi o i nostri figli si impedisce di lavorare a carcerati e ad
immigrati. Il lavoro standardizzato nelle organizzazioni anonime ci priva della nostra
unicit e indispensabilit. Il lavoro produce ingiusta discriminazione degli anziani a
favore dei giovani, genera conflitto tra generazioni.
Il lavoro, come illustrato in uno dei brani di Bertrand Russell, discrimina la
cultura "utile" da quella "inutile", promuovendo l'abbandono di quest'ultima. Non
difficile trovare esempi. Nell'insegnamento odierno delle lingue si assiste alla
discriminazione a favore della lingua parlata a danno di quella scritta. Un giovane
sar preparato a spedire una breve lettera o a ricevere una telefonata: non sar per
opportuno che impari il lessico necessario a tradurre da solo Dickinson o Milton, a
leggere un'opera filosofica o letteraria.
Il lavoro, nota Bertrand Russell, propaganda il mito del "sapere utile", quello che
ti fa trovare lavoro, del sapere funzionale alle grandi organizzazioni. Non solo il
lavoratore dunque, ma chi abbraccia l'ideologia del lavoro, si prepara ad entrare nel
mondo del lavoro, non sapr pi chi Mallarm, chi Rabelais, chi sono Proust e
Goethe. Il lavoro, la sua infaticabile ricerca, la sua preparazione, mettono a rischio la
cultura.
Sorge un orribile dubbio. Che il lavoro sia la negazione della cultura?
Ci sar pure una ragione per cui universit, amministrazioni pubbliche e aziende
private concedono come ambito fringe benefit l'anno sabbatico o periodi di libert dal
lavoro.
Ci sar pure una ragione per cui provato da innumerevoli studi statistici che le
famiglie con i genitori pi scolarizzati - che hanno tempo o comunque inclinazione a

svolgere pi attivit intellettuali della media delle persone - sono quelle i cui figli
hanno risultati migliori perch vi si respira un'aria di cultura.
Vittorini discuteva sulla cultura dei lavoratori. E raccontava di metalmeccanici che
si dedicavano alla seconda, alla terza lettura di Giambattista Vico dopo otto-dieci ore
di fabbrica. Questi forzati della cultura, che resistono disperatamente al potere
inglobante del lavoro esistono: medici che scrivono i racconti tra un turno e l'altro di
ospedale, architetti che si addormentano su Guerra e pace; bancari che studiano
filosofia kantiana. Ma con quale fatica!
E con quali prospettive? Non c' cultura a buon mercato. Il mito dell'istruzione
facile ha favorito la rimozione di questa semplice verit: che il lavoro impedisce di
godere delle gioie della cultura, quella vera. Tutti, una volta sapevano (e l'Ariosto ce
lo ricorda nelle lettere in cui maledice il tempo sottrattogli dai servigi al suo
protettore) che il non-lavoro il presupposto della cultura. L'abito talare ha da
sempre attirato gli intellettuali, proprio per la possibilit che offriva e offre di
divenire un uomo di eleganza e di cultura, esentato dal lavoro manuale.
Da sempre un tappezziere che sa tutto su come evitare che i tessuti facciano le
grinze, un medico che conosce la differenza tra dieci tipi di sfumature su una
radiografia, un montatore di infissi che conosce tutte le maniere per prevenire le
infiltrazioni da umidit, sono i pi richiesti, i pi lodati. Per ottenere questo hanno
dovuto sacrificare lunghi anni dedicati all'apprendimento dell'arte.
Ma per farsi questa esperienza enciclopedica, che ci fa apprezzare la persona,
battergli sulle spalle, congratularci con lui, richiedere la sua opera, non si deve
perdere tempo a leggere Mallarm, Proust, o, dio ci scampi, le 1580 pagine del Mondo
come volont e rappresentazione di Schopenhauer.
E questo anche senza contare le invettive polemiche di Don Milani che nella sua
scuola di Barbiana vilipendeva la cultura alta, chiedeva a gran voce una scuola vicina
ai fatti della vita quotidiana dei suoi ragazzi, cio dell'agricoltura.
Nei tempi andati non c'era tempo libero. E non solo perch il lavoro dipendente era
sottopagato e i suoi orari prolungati, ma anche perch per imparare una professione,
un mestiere qualsiasi, occorreva impiegare tutto il proprio tempo.
Spinoza torniva le lenti ed affermava che questo gli dava agio di pensare. Manzoni
consigliava ad un giovane con ambizioni letterarie, avviato suo malgrado al
commercio, di profittare del contatto con i pi vari tipi umani. Ma questo armistizio
miracoloso tra lavoro e cultura faccenda di pochi casi.
Karl Popper racconta di essere stato un pessimo ebanista (in giovent era stato
apprendista falegname), e veniva costantemente rimproverato dal suo maestro,
perch, distratto dalle riflessioni, combinava continui pasticci.
Lo scrivente ha sentito con le proprie orecchie un capufficio scusare gli errori di
scrittura di una dattilografa e commentare: "probabilmente in quel momento stava
pensando"
Studente-lavoratore? Forse una contraddizione in termini. Fra l'altro, la cultura
nasconde, agli occhi del datore di lavoro, il pericolo supremo: intravedere un mondo
di pensiero, di godimenti intellettuali che potrebbe distrarre, attrarre, e, dio non
voglia, sedurre definitivamente colui che per un attimo distolga gli occhi dal lavoro.
Una grande impresa multinazionale aveva provato, non molti anni orsono, a far
frequentare ai dipendenti corsi di storia, letteratura e filosofia, per vedere se sarebbe
aumentata la produttivit. L'esperienza, per quanto se ne sa, non stata ripetuta. E

forse non a caso. Il commento di uno dei partecipanti era stato: "ora che so cosa mi
sono perso, non mi far pi privare di tutto il mio tempo dall'azienda".
Notiamo anche questo: che il lavoratore che non ha avuto il tempo di farsi una
cultura, non potr purtroppo mettere in atto l'aureo consiglio di Cicerone: in
vecchiaia dedicarsi agli studi fonte di infinito diletto.
Il lavoro, una volta fattore di integrazione e inclusione, diventato fattore di
esclusione. Un gioco in cui la minima distrazione, il minimo errore, il minimo lasciarsi
andare, possono precludere l'ottenimento dell'agognato impiego. Negli Stati Uniti ma ormai dappertutto - se hai la fedina penale sporca per un errore di giovent parti
gi svantaggiato. Se ti fai distanziare nei test scolastici perdi colpi nella corsa
all'impiego gi dalla prima adolescenza. Se sei straniero, hai meno possibilit di
competere. Se non hai una laurea prestigiosa sei gi destinato agli impieghi di
second'ordine.
Il lavoro, oggi, in troppe occasioni si dimostra lesivo della dignit delle persone. Si
assiste ad una regressione ai tempi anteriori alle conquiste del Sessantotto e dello
Statuto dei lavoratori, quando il datore di lavoro esercitava una autorit tirannica e
umiliante.
Leggiamo di lavoratori invitati a farsi tatuare il logo dell'impresa - in cambio di
incentivi economici, come se la proposta in s non fosse gi obbrobriosamente
offensiva. Di lavoratori USA nel settore della ristorazione costretti per contratto ad
andare a socializzare tra i tavoli, come mostrato nel romanzo Cuore di panna di
Andrea de Carlo. Di lavoratori della scuola in balia di giovani teppisti in classi
sovraffollate di trenta e pi persone. E si pu continuare a lungo.
Il lavoro che tende a perdere tutte le protezioni, ad allinearsi sempre pi ai modelli
di sfruttamento del Terzo Mondo, diventa ormai il luogo, l'occasione dell'incivilt, del
potere brutale esercitato dall'uomo sull'uomo.
Un segnale? L'Inghilterra che si rifiuta di sottoscrivere, agli inizi del nuovo
Millennio, la Carta sociale europea, che assicura ai lavoratori le tutele fondamentali.
La Francia che per accogliere Eurodisney sospende le tutele normative. I lavoratori
malati col salario decurtato. La fedelt all'azienda ricambiata col freddo cinismo dei
licenziamenti di massa. I diritti sindacali calpestati. Il lavoro diventa una palestra di
cattiveria e di astuzia, dove il datore cerca di sfruttare con ogni mezzo e il lavoratore
di sottrarsi con ogni mezzo.
Quello che le civilt tradizionali assicuravano, un "posto nella societ", sia pure
modesto, un ruolo di piccolo vassallo, di contadino di un monastero, di servitore da
generazioni di una famiglia nobile, di membro ereditario di una gilda, di
appartenente ad una famiglia di militari, con l'etica del lavoro occorre meritarselo.
Non si rifletter mai a sufficienza sull'assurdit di 3000 persone che devono
dimostrare di meritare il diritto al lavoro. Ci troviamo di fronte ad una autentica
demolizione di valori di civilt che credevamo ormai saldamente acquisiti.
Il titolare di uno studio di ingegneria replicava di recente con un consiglio cinico
alle lamentele di un giovane tirocinante che non riusciva a tirare avanti con la misera
gratifica: "per risparmiare, non paghi l'affitto, fanno cos tutti quanti". Bella palestra
di civilt.
Si gi notato che il lavoro diventato cos sgradevole e precario da spingere molti
alla criminalit, come una volta spingeva le donne di Parigi a fare quella che era
chiamata con spirito la "nona ora di lavoro", cio a prostituirsi.

Evasione fiscale del lavoratore, sottrazione di beni pubblici, furti di benzina da


parte di ferrovieri additati al pubblico ludibrio, insegnanti che sgomitano per gite
scolastiche gratis dissestando l'anno scolastico, e mille altre abiezioni. E' risaputo che
i disoccupati parigini si sono coalizzati per frodare l'azienda metropolitana di
trasporti creando un "fondo multe" a cui attingere nel caso in cui si venga scoperti
senza il biglietto, che non viene mai pagato.
Ci che l'economista statunitense Edmund S. Phelps deplora soprattutto, che "i
disoccupati si dedicano ad attivit clandestine: chiedono l'elemosina, spacciano
droga, si danno ai piccoli traffici della strada. La criminalit aumenta. Attraverso
questa rete, in una certa maniera, hanno creato un loro personale 'Stato
Assistenziale"'. Tutto questo produce chiaramente disordine, e trattiene Phelps dal
condannare il sistema di protezione sociale europeo, il cui vantaggio, dal suo punto di
vista, di evitare il grado di delinquenza creato dalla sua assenza negli Stati Uniti, ma
il cui torto sta nel tendere "a ridurre le motivazioni di ricerca del lavoro" .
Il libro Freakonomics, che a dispetto del suo titolo uno stimolante e acuto testo di
economia scritto da un professore dell'Universit di Chicago e da un giornalista del
New York Times, racconta una storia sorprendente, ed emblematica.
All'inizio degli anni '90 Sudhir Venkatesh, un dottorando in sociologia alla Chicago
University, si rec nei sobborghi pi poveri e degradati della citt per un lavoro sul
campo non privo di rischi: intervistare i membri di una gang che spacciava crack per
descriverne la struttura e il funzionamento. Con sua enorme sorpresa, quando chiese
di parlare con il boss del quartiere, si trov faccia a faccia con un giovane
afroamericano non ancora trentenne, laureato in una universit di ottimo livello, che
si era lasciato alle spalle un lavoro di addetto al marketing di una azienda di forniture
per ufficio. Mettendo a frutto le sue capacit manageriali di livello universitario J.T.,
cos si chiamava il capo della gang, guadagnava molto di pi di quel che un lavoro
salariato avrebbe mai potuto offrirgli.
Il lavoro il luogo della lotta tra poveri, dell'indifferenza brutale verso i popoli del
Terzo Mondo, "che ci tolgono il pane". E' ormai il luogo della rottura della
solidariet sociale, della lotta tra nuclei familiari per la sopravvivenza, del
predominio della logica del clan.
Troppo spesso anche il luogo dell'ipocrisia: nei colloqui di lavoro dove si simula
interesse ed entusiasmo per scavalcare un altro che forse pi motivato ma meno
propenso a fingere; sul luogo di lavoro, dove le donne sono troppo spesso tentate di
utilizzare le "armi femminili"; nello staff, dove trionfa l'adulazione interessata, la
piaggeria verso il capo.
In ultima analisi, una palestra di individualismo, un luogo dove si afferma la
filosofia "o si domina o si dominati": dove manager, presidi, dirigenti pubblici e
privati tirannici impongono le loro scelte, il loro progetto e la loro visione a centinaia
di altre persone che non la condividono, a dispetto del fatto che, in quanto attori del
processo produttivo, avrebbero il diritto di partecipare a quello decisionale.
Lungi dall'essere luogo di apprendimento di saperi, oggi il lavoro precario il
luogo della non-professionalit, dell'approssimazione: chi ha interesse a dedicare
tempo ed energie per apprendere bene un lavoro che si cambia tanto spesso? Diceva
in proposito, con acuta premonizione, Viviane Forrester: "Si immagina il grado di
professionalizzazione di questi impiegabilizzati, il grado di interesse che potranno

portare per il loro lavoro, il progresso, l'esperienza che potranno acquisirvi. La


qualit di pedina intercambiabile, di nullit professionale che sar loro assegnata".
Considerazioni puntualmente confermate negli articoli dei corrispondenti dei
giornali italiani negli USA, che parlano di una vera e propria folla di giovani
impiegati di uffici pubblici, aziende, studi professionali, che non sanno fare o fanno
male il proprio lavoro.
Gli antichi filosofi greci, come scrive Giovanni Reale in uno dei brani qui riportati,
non attribuivano perlopi alcuna rilevanza sociale e morale al lavoro come lo
intendiamo oggi, anzi disprezzavano il lavoro manuale. Essi privilegiavano l'attivit
intellettuale, che distinguevano in tre tipi: praxis, attivit intellettuale che ricerca il
sapere per il perfezionamento morale; poiesis, tipica delle scienze che ricercano il
sapere in vista del fare e del realizzare; theoria, l'attivit pi elevata, che ricerca il
sapere per se medesimo ed appaga la spinta innata dell'uomo a conoscere. Il lavoro
non poteva che togliere tempo alle attivit pi elevate, per le quali, guarda caso,
ancor oggi si evita di utilizzare tale termine.
Come nota Julius Evola in un altro brano, l'impropriet del termine "lavoro" per
descrivere molte delle attivit umane pi importanti lampante. A cominciare dalla
filosofia, che i Greci si sarebbero indignati a sentir qualificare "lavoro".
Non qualificabile come "lavoro" l'attivit politica; n l'arte della guerra, che in
passato era l'occupazione principale della nobilt; n la ricerca scientifica o l'attivit
universitaria in genere; n l'attivit dell'architetto, dell'esploratore, del critico d'arte;
n l'attivit dell'attore, del cantante, del danzatore, del musicista, del direttore
d'orchestra; n l'attivit dell'artigiano o dello chef di genio che creano capolavori; n
quella del fondatore di grandi organizzazioni industriali, culturali o politiche; n lo
scrivere, il dipingere, il comporre o qualsiasi altra attivit artistica; n la filosofia; n
l'insegnamento da parte di un maestro di vita o di pensiero; n l'hobby con cui si
arricchisce la propria personalit; n la cura del corpo, l'attivit fisica e sportiva
praticata per diletto o per la salute; n lo sport agonistico; n il viaggiare per
conoscere altre civilt e ampliare i propri orizzonti; n l'occuparsi del prossimo
disinteressatamente; n l'attivit di chi si dedica al perfezionamento spirituale
proprio o altrui; n gli uffici della vita religiosa; e molto, moltissimo altro, incluso il
caso delle donne che abbandonano l'attivit professionale per dedicarsi alla cura dei
figli, attivit che non considerabile in alcun modo "lavoro". E' un dato di fatto che
tutto ci che costituisce la sfera pi elevata delle attivit umane non rientra
lessicalmente nel concetto di "lavoro".
Non forse un caso se la strada di molti artisti e filosofi passa per il non-lavoro, la
marginalit, le ristrettezze economiche: Gustav Meyrink, Vincent Van Gogh, Thomas
Mann, Emile Zola, Arthur Machen, Ren Descartes, Ugo Foscolo, Karl Marx sono
solo alcuni dei tanti che hanno barattato il lavoro e la sicurezza economica con la
libert che esso non pu offrire.
Albert Einstein raccontava, del periodo in cui viveva stentatamente come
impiegato dell'ufficio brevetti di Berna, che nei suoi Gedankenexperimente
(esperimenti simulati) poneva orologi dappertutto, ma non aveva neanche i soldi per
comprarsene uno reale.
A queste considerazioni introduttive i brani riportati nella presente antologia ne
aggiungono molte altre, interessanti e degne di meditazione.
Se ne augura a tutti buona lettura.

IL LAVORO NEL PENSIERO GRECO (GIOVANNI REALE)


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Agli antichi filosofi rimane estranea la concezione del lavoro, inteso nella sua
accezione moderna, e quindi nella sua rilevanza sociale e morale. Il lavoro manuale
viene addirittura nettamente disprezzato: basti pensare al ruolo subalterno che la
classe degli operai e dei commercianti ha nello Stato ideale di Platone, oppure nella
politica di Aristotele, il quale, nello sforzo di giustificare razionalmente l'istituto della
schiavit, considera lo schiavo addetto al lavoro manuale come strumento animato.
Verso una certa rivalutazione del lavoro, si muovono, invece, alcuni Sofisti - come
ad esempio Ippia, ohe si propone come fine il raggiungimento di una autarchia
tecnica, e, in una prospettiva etica, anche i Cinici, che considerano la fatica, anche
fisica, come esercizio necessario per raggiungere il dominio di s ed il disprezzo dei
piaceri, e quindi per conseguire la virt.
Una valutazione decisamente positiva del lavoro si trova in Musonio Rufo, che
ritiene l'esercizio dell'agricoltura il mezzo pi conveniente per il filosofo per
guadagnarsi da vivere.
Anche negli Scettici (sia in quelli antichi che in quelli pi recenti) si trovano spunti
che interessano il nostro problema: Pirrone compie con assoluta indifferenza i lavori
servili disprezzati dalla comune opinione, perch li considera, se non positivi, almeno
indifferenti come tutto il resto, e, in ogni caso, in questo modo, si affranca dal comune
modo di sentire. Sesto Empirico, infine, riconosce la necessit di apprendere ed
esercitare un'arte, traendo questa norma dalla osservazione della vita comune e delle
sue concrete esigenze.

PRASSI E CONTEMPLAZIONE FILOSOFICA NEL MONDO GRECO. LA


GERARCHIA DELLE ATTIVIT UMANE SECONDO ARISTOTELE (GIOVANNI
REALE)
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La nozione di prassi
Per Aristotele prassi () quell'azione che parte dal soggetto e torna al
soggetto, ossia l'azione morale, che, come tale, si distingue dalla poiesis o produzione,
azione, che produce qualcosa al di fuori del soggetto (donde la distinzione di scienze
pratiche e di scienze poietiche). In senso generale, prassi indica l'agire ed il fare degli
uomini, come atteggiamenti distinti dalla contemplazione. L'inferiorit della prassi
rispetto alla contemplazione tematica in quasi tutti i filosofi greci.
La classificazione delle attivit di pensiero

Aristotele ha distinto le scienze in tre grandi branche: a) scienze teoretiche, cio


scienze che ricercano il sapere per se medesimo; b) scienze pratiche, cio scienze che
ricercano il sapere per raggiungere attraverso esso la perfezione morale; c) scienze
poietiche o produttive, vale a dire scienze che ricercano il sapare in vista del fare,
cio allo scopo di produrre determinati oggetti. Le pi alte per dignit e valore sono
le prime, che sono costituite dalla metafisica, dalla fisica, (in cui inclusa la
psicologia) e dalla matematica). La pi alta delle scienze teoretiche la metafisica.
La filosofia come bisogno primario dello spirito umano
Sommerso com' da tanti altri problemi, perch mai l'uomo deve proprio porsi
anche il problema di comprendere l'universo? Non forse, questo, un problema di
lusso? Peggio - potr forse pensare qualche lettore d'oggi - non per avventura un
problema sorpassato, reso irrimediabilmente arcaico dalle nuove scienze, e, dunque,
oggi non pi proponibile?
Anche la risposta a questo interrogativo ci viene da Aristotele, il quale, nel
fornirla, sfrutt a fondo il messaggio dei suoi predecessori. Proprio in apertura della
Metafisica egli scrive:
Tutti gli uomini per natura desiderano il sapere.

Concetto, questo, espresso anche nel Protrettico nel modo seguente:


L'esercitare la sapienza e il conoscere sono desiderabili per se stessi dagli uomini:
non possibile infatti vivere da uomini senza queste cose.

Il desiderio di conoscere si iscrive, dunque, nell'essere stesso dell'uomo,


rivelandosi, in tal modo, come qualcosa tolto il quale la natura stessa dell'uomo
viene compromessa.
E si badi: non si tratta solamente di un generico desiderio di conoscere, ma
proprio di un desiderio di raggiungere quel particolare tipo di conoscere di cui
sopra abbiamo detto.
Che il desiderio di conoscere sia un tratto essenziale della natura dell'uomo
risulta evidente dal fatto che tutti traiamo diletto dalle sensazioni, e, in particolar
modo, dalla vista, per il motivo che essa quella che ci fa conoscere di pi. E come
fra le varie sensazioni amiamo pi di ogni altra la vista perch ci fa conoscere di pi,
cos, analogamente, fra le varie forme di conoscere che sono ulteriori alla
sensazione, apprezziamo maggiormente quelle che ci fanno conoscere di pi. Oltre la
sensazione, infatti, ci sono la memoria, l'esperienza e poi anche la scienza. Ma tutti
gli uomini apprezzano pi l'arte e la scienza che non l'esperienza, anche se colui che
ha esperienza talvolta (o spesso) si muove pi speditamente nella sfera dell'attivit
pratica rispetto a colui che possiede la scienza. Questo si verifica per il motivo che
l'esperienza ci fa conoscere solamente il che delle cose, ossia i fatti e certi loro nessi
empirici, mentre la scienza ci fa risalire al perch dei fatti, ossia alla causa ed al
principio che li determinano. E, ancora, fra le scienze, noi apprezziamo di pi quella
che in grado di farci conoscere non alcune cose soltanto, ma tutte le cose, o, meglio,
non le cause di alcune cose soltanto, bens le cause di tutte le cose, ossia la sapienza
, quella sapienza che abbraccia appunto l'intero universo.
Questo desiderio di conoscere nell'uomo si esprime in modo particolare nel
sentimento della meraviglia.
Gi Platone scriveva:

proprio del filosofo questo: di essere pieno di meraviglia; n altro cominciamento


ha il filosofare che questo esser pieno di meraviglia.

E Aristotele, riprendendo e svolgendo questo concetto, precisa:


Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della
meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficolt pi
semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porre problemi sempre
maggiori, come i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli
astri e i problemi riguardanti l'origine dell'intero universo.

La filosofia come contemplazione


Una volta spiegata l'origine, facile spiegare anche il fine, ossia lo scopo della
filosofia secondo i Greci. Se l'origine del filo-sofare un bisogno di conoscenza e di
sapere, il fine dovr essete appunto l'appagamento, o, quantomeno, il tendere
all'appagamento di questo bisogno, come gi s' detto, e, dunque, il conoscere
ricercato e conseguito per se stesso e non per scopi ulteriori. Insomma il fine il
conoscere per il conoscere o, come dicevano i Greci, il theorein, il conoscere come
puro atteggiamento contemplativo del Vero.
Anche per comprendere a fondo questo punto il paragone con le scienze
particolari risulta illuminante. Le tecniche e le scienze particolari sono dirette, di
norma, alla realizzazione di scopi empirici e alla attuazione di fini prammatici ben
precisi. Esse hanno indubbiamente anche un valore conoscitivo; tuttavia, questo non
in primo piano, in quanto, appunto, non costituisce il loro fine, che, come abbiamo
detto, consiste nella produzione di determinati vantaggi di ordine pratico (per la
medicina il guarire, per l'architettura il costruire, e cosi di seguito). Poich, dunque,
il raggiungimento di scopi pratici essenziale per le scienze particolari, esse non
valgono tanto di per s quanto piuttosto (o almeno prevalentemente) nella misura in
cui sono in grado di mandare ad effetto i medesimi. Per contro, la filosofia vale
proprio per la sua teoreticit, ossia appunto per la sua carica e la sua valenza
conoscitiva.
La tradizione antica riconosceva gi nell'atteggiamento del primo dei filosofi
greci, ossia di Talete, questa cifra teoretica. Anzi, Aristotele riconosceva una certa
carica teoretica negli stessi creatori di miti teogonici e cosmogonici, in quanto i miti
rispondono (sia pure a livello fantasticopoetico) a quello stesso bisogno da cui nasce
la filosofia, vale a dire alla meraviglia.
Ma ecco un passo di Platone in cui proprio Talete proposto come simbolo della
vita teoretica :
Socrate - [ ... ] di queste e simili ciarle [che riguardano le piccolezze e le meschinit
della vita quotidiana] il filosofo non sa niente pi di quel che sappia, come si dice,
quanti bicchieri d'acqua ha il mare. E neppure sa di non saperle; ch non se ne tiene
lontano per aver fama di uomo singolare. E il vero che il suo corpo soltanto si trova
nella citt e ivi dimora, ma non la sua anima; la quale tutte codeste reputandole cose
da poco e anzi da nulla, e avendole in dispregio grande, trasvola, come dice Pindaro,
da ogni parte, e ora scende gi nel profondo della terra, ora ne misura la superficie,
ora sale su nel cielo a mirare le stelle, e tutta quanta investiga in ogni punto la natura
degli esseri, ciascuno nella sua universalit, senza mai abbassare se stessa a niente in
particolare di ci che le vicino.
Teodoro - Che cosa vuoi dire, o Socrate, con questo?

Socrate - Quello stesso, o Teodoro, che si racconta anche di Talete, il quale, mentre
stava mirando le stelle e avea gli occhi in su, cadde in un pozzo; e allora una sua
servetta di Tracia, spiritosa e graziosa, lo motteggi dicendogli che le cose del cielo
si dava gran pena di conoscerle, ma quelle che avea davanti e tra V piedi non le
vedeva affatto. Questo motto si pu ben applicare egualmente a tuttti coloro che
fanno professione di filosofia. Perch il filosofo in verit non solo non si avvede di
chi gli presso, n del vicino di casa che cosa faccia, ma nemmeno, si pu dire, se
uomo o altro animale; ma se si tratti invece di ritrovare che cosa l'uomo , e che cosa
alla natura dell'uomo, a differenza dagli altri esseri, conviene fare e patire, egli
adopra in codesto ogni suo studio. Mi capisci ora, Teodoro? o no?

Analogo atteggiamento la tradizione antica riferiva a Pitagora e ad Anassagora,


come leggiamo in un frammento del Protrettico di Aristotele:
Quale mai, allora, lo scopo in vista del quale la natura e Dio ci hanno generati?
Interrogato su questo, Pitagora rispose: l'osservare il cielo , ed era solito dire di
essere uno che speculava sulla natura e che in vista di questo scopo era venuto al
mondo. E dicono che Anassagora, interrogato su quale fosse lo scopo in vista del
quale uno poteva desiderare di essere stato generato e di vivere, rispose alla
domanda: l'osservare il cielo e gli astri che stanno intorno ad esso, e la luna ed il
sole , come se non stimasse degne di nessun valore tutte le altre cose.

appena il caso di rilevare che il cielo e il mondo , in questo contesto,


significano l'universo.
La concezione platonica, poi, espressa in maniera paradigmatica gi nel Teeteto
sopra letto, ma giover riferire ancora un passo, tanto breve quanto efficace, della
Repubblica:
E i veri filosofi [ ... ] chi sono per te? Quelli che amano contemplare la verit.

E con la contemplazione della Verit Platone intende la contemplazione dell'


Assoluto.
In Aristotele la disinteressata contemplazione come cifra del filosofare espressa,
oltre che in una pagina esemplare della Metafisica, gi sopra letta (nonch in celebri
pagine dell'Etica a Nicomaco), in un frammento del Protrettico, che mette conto di
riportare:
Il cercare che da ogni scienza derivi qualche cosa di diverso e che essa debba essere
utile, proprio di uno che ignora completamente quanto distino sin da principio le
cose buone e quelle necessarie: esse, in realt, differiscono al massimo. Quelle
infatti, tra le cose senza di cui impossibile vivere, che sono amate per causa di altro,
devono essere dette cose necessarie e concause, mentre quelle che sono amate per se
stesse, anche qualora non ne derivi nulla di diverso, devono essere dette cose
propriamente buone. Questo perch non possibile che una determinata cosa sia
desiderabile per causa di un'altra, quest'altra per causa di un'altra ancora e cosi si
proceda all'infinito; ma ad un certo punto ci si deve fermare. Sarebbe dunque del
tutto ridicolo cercare da ogni cosa un vantaggio diverso dalla cosa stessa e
domandare: quale vantaggio dunque ne deriva a noi? , o quale utilit? . In verit,
come noi diciamo, chi facesse questo non somiglierebbe per nulla ad uno che sappia
che cosa sia bello e che cosa sia buono, n ad uno che distingua che cosa sia causa e
che cosa sia concausa.
Uno pu vedere che la nostra tesi pi vera di ogni altra, se col pensiero ci si porta
per esempio nelle isole dei beati. L infatti non c' bisogno di nulla, n si ricava
vantaggio da alcuna altra cosa, ma rimane soltanto il pensare e lo speculare, il che

anche ora noi diciamo essere vita libera. Ma se ci vero, non sarebbe giusto che si
vergognasse chiunque di noi, offrendoglisi l'occasione di dimorare nelle isole dei
beati, si trovasse per colpa sua nell'impossibilit di farlo? Dunque non disprezzabile
il compenso che deriva agli uomini dalla scienza, n piccolo il bene che da essa
deriva. Come infatti nell'Ade, secondo quanto dicono i pi sapienti fra i poeti,
riceveremo il premio della giustizia, cosi nelle isole dei beati, a quanto sembra,
dovremo ricevere il premio della sapienza.
Non c' quindi nulla di strano, se la sapienza non appare utile n vantaggiosa, poich
non diciamo che essa utile, ma che buona, n giusto desiderarla per causa di
altro, ma per se stessa. Noi infatti ci rechiamo ad Olimpia in vista dello spettacolo
stesso, anche se da esso non debba derivare niente altro - poich lo spettacolo stesso
vale pi di molto denaro -, e stiamo a guardare le rappresentazioni dionisiache non
per ricevere qualche cosa da parte degli attori, ma anzi pagandoli, e preferiremmo
molti altri spettacoli a molto denaro. Allo stesso modo anche la speculazione
sull'universo deve essere stimata pi di tutte le cose che sono considerate utili. Non
certamente giusto, infatti, viaggiare con gran fatica allo scopo di vedere uomini che
imitano donne e servi, o combattono e corrono, e non ritenere doveroso speculare,
senza spesa, sulla natura degli esseri e sulla verit.

Filosofia e vita etico-politica


Solo di recente stato messo in luce che la greca contemplazione implica
strutturalmente un preciso atteggiamento pratico nei confronti della vita. Questo
significa che la [theoria] greca, non solo una dottrina di carattere
intellettuale e astratto, ma altres, sempre, una dottrina di vita, o, per dirla in altra
maniera, una dottrina che postula strutturalmente un inveramento esistenziale, e,
di norma, ad esso si accompagna.
Come stato opportunamente rilevato, dire che filosofia per i Greci significava
riflessione razionale sulla totalit delle cose abbastanza esatto se ci si limita a
questo. Ma se vogliamo completare la definizione, dobbiamo aggiungere che, in
virt dell'altezza del suo oggetto, questa riflessione implicava un preciso
atteggiamento morale e uno stile di vita che erano ritenuti essenziali sia dagli stessi
filosofi che dai loro contemporanei. Questo, in altre parole, significa che la filosofia
non era mai un fatto puramente intellettuale. un errore altrettanto grave
sostenere che nel periodo classico lo stile di vita non aveva alcun rapporto con la
filosofia, quanto affermare che nel pi tardo periodo ellenistico-romano la teoria
cedette alla prassi. Si pu ammettere questo: nel periodo pi tardo c' uno
spostamento d'accento dagli aspetti teorici a quelli pratici della filosofia, non ad
opera di tutti ma almeno in alcuni casi. In conclusione, nella filosofia greca pi
antica troviamo una teoria che implica di necessit un certo atteggiamento morale e
uno stile di vita; nella filosofia greca pi tarda troviamo, non sempre ma comunque
con maggior frequenza del suo contrario, un atteggiamento e uno stile di vita morali
che di necessit presuppongono una teoria.
Potremmo, insomma, dire che la costante della filosofia greca il theorein, ora
accentuato nella sua valenza speculativa, ora nella sua valenza morale, ma sempre
in un modo tale che le due valenze si implicano reciprocamente in maniera
strutturale. Del resto, una riprova di questo sta nel fatto, gi richiamato, che i Greci
ritennero sempre vero filosofo solo colui che dimostr di sapere realizzare una

coerenza di pensiero e di vita, e, quindi, colui che seppe essere maestro non solo di
pensiero ma anche di vita.
Riteniamo, tuttavia, che si possa procedere ancora oltre queste conclusioni.
Intanto, che il confrontarsi con l'assoluto e con l'universo comporti un distacco
dalle cose che gli uomini hanno comunemente in massimo pregio - come ad esempio
la ricchezza, gli onori, il potere e simli - e dunque una vita di tipo, diciamo cosi,
ascetico, lo si comprende agevolmente, dato che, contemplando l'universo,
mutano necessariamente tutte le usuali prospettive, e in quest'ottica globale muta il
significato della vita dell'uomo e una nuova gerarchia di valori si impone.
Ma il punto che stiamo discutendo si chiarisce ancora di pi, mettendo a
confronto la contemplazione e la politica , concetti che per noi moderni paiono
antitetici, e che, invece, i filosofi greci agganciano fra loro in maniera essenziale,
rivelando proprio in questo la peculiare natura del loro theorein.
Di molti Presocratici le fonti antiche attestano l'attivit politica. Non si tratta
della politica militante, bens della superiore attivit del far leggi e del dar consigli
alla Citt. E sempre le medesime fonti attestano espressamente che leggi e consigli
dati da questi filosofi furono buone leggi e buoni consigli. Fin qui, per, si tratta di
tradizione indiretta, che non ci permette di cogliere il nesso preciso sussistente fra
theoria e politica.
Anche i Sofisti, come sappiamo, hanno mirato, con la loro filosofia, a fare opera
politica. Tuttavia, dalle testimonianze pervenuteci non appare, neppure in questo
caso, quale fosse il nesso fra le due attivit
Ma gi in Socrate questo nesso emerge con tutta chiarezza. Socrate, come
abbiamo visto, rinunci alla politica intesa come quotidiana prassi militante, ma
comprese perfettamente e proclam che il suo filosofare costituiva una sorta di
superiore attivit politica, in quanto essa era formatrice di coscienze morali nella
misura in cui disvelava i veri valori. L'aver guadagnato la chiara visione
dell'universo dell'uomo come psych e l'aver visto nella psych ci che nell'uomo
simile al divino, comportava, infatti, non solo una nuova impostazione dell'esistenza
individuale, quale egli in modo paradigmatico seppe realizzare, ma anche un
coinvolgimento degli altri, di tutti gli altri, e, al limite, della Citt intera. Platone
vide in maniera lucidissima questa enorme energia pratica della sapienza
socratica, fino al punto di mettere in bocca a Socrate medesimo l'affermazione:
Io credo di essere tra quei pochi Ateniesi, per non dire il solo, che tenti la vera arte
politica e il solo tra i contemporanei che la eserciti.

Dal canto suo, nella Repubblica, Platone port queste premesse alle conseguenze
estreme, giungendo ad additare nei filosofi divenuti re (e nei re divenuti filosofi), e
dunque proprio nella filosofia, la salvezza dei governi e degli Stati, oltre che dei
singoli uomini:
N Stato n Governo n uomo alcuno diventer perfetto, prima che [ ... ] pochi e
buoni filosofi, che pure ora sono creduti inutili, non siano costretti per buona sorte, lo
vogliano o no, a prendersi cura dello Stato, e la Citt non sia costretta ad ubbidire
loro, oppure nei figli dei re e dei potenti di adesso, o in questi medesimi, non si
accenda, per divina ispirazione, vero amore di vera filosofia.

Su quali basi Platone afferma questo?


Per il nostro filosofo, come vedremo, il Bene il fondamento di tutto: non solo
dell'essere e del conoscere, ma anche dell'agire privato e dell'attivit pubblica:

Ecco quello che a me sembra: nella sfera del conoscibile, ultima l'Idea del Bene e
solo a stento pu essere vista, ma, una volta vista, bisogna riconoscere che essa
causa di tutte le cose giuste e belle, perch genera, nella sfera del Visibile, la luce e il
signore della luce, e, in quella dell'intelligibile, essendo essa sovrana, produce la
verit e l'intelligenza; e che a questa deve guardare colui che vuole comportarsi in
modo assennato nella vita privata e in quella pubblica.

Ma Platone dice ancora di pi. Egli giunge, infatti, a scoprire la ragione per cui la
contemplazione ha valenza pratico-politica. Chi ha il pensiero rivolto agli esseri egli dice -, a quegli esseri che permangono sempre identici e ordinati perfettamente,
non si lascia deviare dalle vane occupazioni degli uomini che riempiono gli animi di
invidia e di malanimo, ma piuttosto tende ad imitare quegli esseri e a farsi simile
a loro quanto pi possibile. E, cosi facendo, ossia intrattenendosi con ci che
ordinato e divino il filosofo diventa egli stesso quanto pi possibile ordinato e
divino. Di conseguenza, il filosofo non solo trasforma la propria vita privata in
questo modo, ma, qualora si rendesse necessario per lui occuparsi della vita
pubblica, tenderebbe a far diventare lo Stato medesimo, quanto pi possibile,
ordinato e divino, vale a dire strutturato secondo virt.
Insomma, la conoscenza dell'universo e dell'assoluto, che per il nostro filosofo il
Divino e il Trascendente, comporta anche l'imitazione del divino e l'assimilazione al
Divino nel singolo che lo contempla, e comporta, poi, anche il dovere di coinvolgere
anche gli altri in tale imitazione, appunto in dimensione politica.
Due punti particolari meritano ancora di essere rilevati. Platone ha sottolineato, a
pi riprese, che la conoscenza dell'universo comporta uno scioglimento dalle
catene, una ascesa e addirittura un rivolgersi con tutta la persona, ossia un
cambiare vita, una conversione.
Inoltre, egli ha anche energicamente ribadito - e questo stato di recente messo
bene in luce - la necessit che colui il quale ha visto l'assoluto, ritorni nella
caverna a liberare , ossia a convertire gli altri, anche se questo dovesse
costargli il prezzo della vita, come accadde a Socrate.
Non meno esplicita la tematizzazione della potenza pratico-salvifica del
contemplare nel Fedro. Le anime - si dice nel celebre mito di questo dialogo quando sono nell'aldil al seguito degli Dei, ruotando attorno ai cieli, giungono alla
pianura della Verit, dove contemplano il puro essere (il mondo delle Idee). E
quanto pi riescono a contemplare, tanto pi, reincarnandosi e ritornando sulla
Terra, saranno ricchi di energie spirituali e morali. I migliori uomini saranno quelli
in cui albergano anime che pi hanno visto , i peggiori quelli in cui albergano
anime che meno hanno visto. Questo significa che la vita morale dipende in modo
strutturale dal contemplare: il fare tanto pi ricco quanto pi lo stato il
contemplare.
Non pochi di questi concetti ritornano anche nel Protrettico di Aristotele, del
quale riportiamo la sezione dedicata alla discussione intorno ai rapporti fra filosofia
e vita pratica:
Tale scienza dunque speculativa, ma ci consente di essere artefici, in base ad essa,
di tutte le cose. La vista infatti non artefice e produttrice di nulla, poich suo solo
compito il distinguere e il mostrare ciascuna delle cose visibili. Essa tuttavia ci
consente di agire per mezzo suo e ci di grandissimo aiuto in rapporto alle nostre
azioni, poich qualora fossimo privati di essa, saremmo pressoch immobili. Allo

stesso modo chiaro che, pur essendo questa scienza speculativa, tuttavia noi
facciamo migliaia di cose in base ad essa, scegliamo alcune azioni e ne fuggiamo
altre, e in generale per mezzo di essa acquistiamo tutti i beni.

E ancora nell'Etica Eudemia Aristotele proclama espressamente che la


contemplazione di Dio costituisce il criterio di riferimento per la vita pratica.
Filosofia ed Eudaimonia
Eudaimonia, la parola greca che noi traduciamo con felicit, significa,
letteralmente, avere un buon Demone protettore, dal quale dipende, come
conseguenza, una vita prospera.
Ma questo Demone fu ben presto interiorizzato nella riflessione filosofica, e messo
in stretto rapporto con l'intimo dell'uomo.
appunto questo il concetto che si impone ad opera di Socrate e che
successivamente domina incontrastato, per tutto il corso della filosofia antica.
proprio il theorein, come attivit conoscitiva e come attivit morale, che tempra
l'anima e la fa diventare virtuosa, ossia buona. Ed evidente che, se il Demone la
nostra anima (o nella nostra anima), la bont o virt dell'anima viene a coincidere
strutturalmente appunto con la eu-daimonia.
Dunque, nella educazione e nella formazione dell'anima e dello spirito dell'uomo,
e quindi nella filosofia, che pi di ogni altra conoscenza forma l'anima, riposta la
felicit.
In un passo del Gorgia Platone fa espressamente dire a Socrate che la felicit
consiste nell'interiore formazione e nella virt:
Polo - Evidentemente, o Socrate, neppure, del Gran Re dirai di sapere che felice!
Socrate - E direi semplicemente il vero, perch io non so come egli stia quanto a
interiore formazione e quanto a giustizia.
Polo - Ma come? Tutta la felicit consiste in questo?
Socrate - Secondo me, si, o Polo. Infatti io dico che chi onesto e buono, uomo o
donna che sia, felice, e che l'ingiusto e malvagio infelice.

Ulteriori approfondimenti a questo tema sono apportati da Aristotele, il quale


rileva che, dal momento che il vivere legato al piacere, ne consegue che alla forma
pi alta di vita che l'attivit pensante dell'anima, la quale nel modo pi alto si
esplica appunto nel filosofare, legato il piacere pi alto, e quindi la felicit.
Nell'Etica a Nicomaco, poi, come vedremo 59, viene dimostrata a fondo la tesi che
il culmine della felicit sta nella contemplazione. Il Dio stesso di Aristotele
autocontemplazione.
Nell'et ellenistica il nesso fra filosofia e felicit viene ulteriormente accentuato.
Del resto, una filosofia che si proponga di essere un'arte del vivere, una via che
conduce alla atarassia, alla pace dell'anima, non pu non porre nella felicit il
proprio telos.
Un testo di Epicuro valga come esempio per tutti:
Nessuno, mentre giovane, tardi a filosofare, n, mentre vecchio, si stanchi di
filosofare: infatti, per acquistare la salute dell'animo, nessuno immaturo o troppo
maturo. E chi dice che non ancora venuta l'et del filosofare, o che gi passata,
come se dicesse che non ancor giunta l'ora di essere felici, o che gi passata.

LA RAFFIGURAZIONE DEL LAVORO NEL MONDO CLASSICO E L'DEALE


SPECULATIVO DELL'UMANESIMO (DA FRITZ SAXL ED ALTRI, SATURNO E LA
MELANCONIA)
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L'arte nella Grecia classica aveva quasi interamente ignorato il mondo del lavoro
manuale; e l'arte ellenistica se ne era occupata solo in forma di sentimentale pittura
di genere, in cui erano raffigurati il povero che desta compassione o i contadini
intenti al duro lavoro, non per dare un quadro oggettivo e naturale della realt.
Tuttavia l'antichit romana ne trasse una variet quasi inesauribile di tipi figurativi.
Accanto alle figurazioni puramente descrittive dei mestieri, che rimangono
solidamente ancorate alla realt in un modo tipicamente romano e ci mostrano
contadini e artigiani intenti al loro lavoro quotidiano, ci sono le rappresentazioni
ellenistiche che mitologizzano giocosamente questa concreta realt, facendo lavorare
putti; e ci sono, infine, innumerevoli pietre tombali sulle quali l'occupazione del
defunto indicata raffigurando non i gesti, ma, emblematicamente, gli arnesi del suo
lavoro. Talvolta questi emblemi del lavoro possono trasformarsi nelle operazioni del
lavoro stesso, come si vede in un vetro dorato su cui la figura di un armatore navale
circondata da piccole scene della vita di cantiere. Talvolta anche, se pure non di
frequente, incontriamo rappresentazioni che realmente "personificano" un mestiere,
come lo specchio etrusco (strettamente legato alle lastre tombali emblematiche) che
presenta un eros alato circondato daglii arnesi del falegname: per cos dire, "lo spirito
della falegnameria".
L'umanesimo italiano riafferm un ideale che era nato nell'antichit classica ma
che poi era andato offuscandosi nel Medioevo; pi ancora, lo esalt come criterio per
un modo di vivere sostanzialmente mutato. Si trattava dell'ideale della vita
speculativa, in cui la "sovranit dello spirito umano" sembrava realizzarsi quasi
integralmente: infatti solo la vita speculativa si fonda sulla fiducia in s e
l'auttosufficienza di un processo di pensiero che rappresenta la sua propria
giustificazione. Il Medioevo, vero, non aveva mai dimenticato le gioie della vita
dedita alla ricerca e alla conoscenza, e anche l'espressione vita contemplativa aveva
continuato ad essere tenuta in considerazione; ma ci che con questa espressione si
intendeva era qualcosa di diverso dall'ideale classico della "vita speculativa". Diverso
in quanto si trattava del valore della vita contemplativa in s e senza tenere conto del
suo fine. Il pensatore medievale non meditava per essere padrone di s, ma per
avvicinarsi a Dio, per cui la sua meditazione trovava un senso e una giustificazione
non in s ma nel fatto di stabilire un rapporto con la divinit; e se non si dedicava a
"contemplare", ma usava la sua ragione scientificamente egli si poneva
consapevolmente nel solco di una tradizione che sulla base di tutto quanto il suo
metodo, fondamentalmente mirava a ci che al di l dell'individuo; la sua specifica
funzione era quella di erede e trasmettitore, di critico e mediatore, di discepolo e
insegnante, e nessuno pensava che dovesse essereil creatore di un mondo intellettuale
incentrato su di lui. Non era molto diverso, di fatto, dal contadino e dall'artigiano i
quali occupavano anch'essi il posto loro assegnato, nell'ordine universale, da Dio: il
dotto medievle (in quanto distinto dall'"aristocratico" umanista rinascimentale,

conspevolmente appartato dal volgo) non si considerava un essere diverso e


superiore. In entrambi i casi, quindi, il pensatore medievale non apparteneva a se
stesso ma a Dio, o direttamente, come avveniva nella contemplazione di Lui, o
indirettamente, come avveniva nell'adempimento di un servizio ordinato da Lui e
regolato tradizionalmente e ieraticamente. Se non adempiva a queste due condizioni,
era del diavolo, poich chiunque non meditava n lavorava cadeva vittima del vizio
dell'acedia, dell'accidia, che portava a tutti gli altri tipi di peccato. Si potrebbe dire
che el Medioevo l'idea di ozio non esisteva. l'otium classico aveva un valore specifico e
poteva perfino produrre valori anch se (o forse perch ) esternamente era la stessa
cosa che l'inattivit; era quindi contrapposto come di "di genere diverso" sia alla
fatica del contadino o del soldato che all'improduttivo edonismo del fannullone.
Parimenti, la vita del filosofo classico, chel'umanista rinascimentale aspirava ad
imitare, non si colloca tra la vita activa e la vita voluptuaria ma al di l di entrambe. In
certamisura sta al di l del bene e del male, molto diversamente dal percorso, che era
rivolto a Dio, dei teologi e mistici medievali; e si pu comprendere perch il
Rinascimento, per distinguere il modo di vita ora riscoperto, del philosophus classico
da quello del religiosus medievle, abbia abandonato l'espressione tradizionale vita
contemplativa (che coi secoli aveva finoto con il significare semplicemente
contemplatio Dei) ed abbia coniato una nuova espressione, che, risalendo al di l del
Medioevo, riafermava l'antica idea delpensiero e della ricerca autosufficienti: si
tratta di vita speculativa sive studiosa, contrapposta a vita contemplativa sive
monastica. Il nuovo ideale trov espressione concreta in un tipo d'uomo ignoto al
medioevo, l'homo literatus o Musarum sacerdos, che nella vita pubblica e privata era
responsabile solo di fronte a se stesso e al suo spirito. Tutta una branca della
letteratura fu dedicata all'elogio della vita speculativa. A questa furono devoti il
Poliziano e Lorenzo de' Medici e ad essa reseroomaggio le camaldulenses
disputationes del Landino, e fu la motivazioneprincipale della famosa orazinoe di Pico
della Mirandola, De hominis dignitate. Nell'opera di Durer possiamo vedere come la
nozione medievale della viziosa "accidia" ceda pi tardi, nella Melencolia I, all'idea
umanistica di una meditazione che non tanto sfugge all'attivit quanto se la lascia alle
spalle.

ELOGIO DELL'OZIO (BERTRAND RUSSELL)


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Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti del
proverbio che dice l'ozio il padre di tutti i vizi . Poich ero un ragazzino assai
virtuoso, credevo a tutto ci che mi dicevano e fu cosi che la mia coscienza prese
l'abitudine di costringermi a lavorare sodo fino ad oggi. Ma sebbene la mia coscienza
abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario. lo
penso che in questo mondo si lavori troppo, e che mali incalcolabili siano derivati
dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa; insomma, nei moderni paesi
industriali bisogna predicare in modo ben diverso da come si predicato sinora. Tutti
conoscono la storiella di quel turista che a Napoli vide dodici mendicanti sdraiati al
sole (ci accadeva prima che Mussolini andasse al potere) e disse che avrebbe dato

una lira al pi pigro di loro. Undici balzarono in piedi vantando la loro pigrizia a
gran voce, e naturalmente il turista diede la lira al dodicesimo, giacch era un uomo
che sapeva il fatto suo. Nei paesi che non godono del clima mediterraneo, tuttavia,
oziare una cosa molto pi difficile e bisognerebbe iniziare a tale scopo una vasta
campagna di propaganda. Spero che, dopo aver letto queste pagine, l'YMCA si
proponga di insegnare ai giovanotti a non fare nulla. Se ci accadesse davvero, non
sarei vissuto invano.
Prima di esporre i miei argomenti in favore dell'ozio, vorrei eliminarne uno che
non mi sento di accettare. Quando una persona ha mezzi sufficienti per vivere e
tuttavia pensa di assumere un impiego qualsiasi (di insegnante o di segretario, ad
esempio), si usa dire che tale persona toglie il pane di bocca agli altri e compie perci
un'azione malvagia. Se tale argomento fosse valido, basterebbe che tutti stessero in
ozio perch ogni stomaco fosse pieno di pane. La gente che parla cos dimentica che di
solito gli uomini spendono quel che guadagnano, e spendendo danno lavoro agli altri,
cio mettono nelle loro bocche, spendendo, tanto pane quanto gliene tolgono
guadagnando. Il vero malvagio, da questo punto di vista, il risparmiatore. Chi mette
i propri risparmi nella calza nega al prossimo possibilit di guadagno. Se invece li
investe, la faccenda diventa meno ovvia e il discorso cambia.
Uno dei metodi pi diffusi per investire i risparmi consiste nel darli in prestito a
qualche governo. Considerando il fatto che la maggior parte dei governi civili spende
un'altissima percentuale del denaro pubblico per pagare i debiti delle guerre passate
e preparare le guerre future, chi presta quattrini allo Stato si trova press'a poco nella
posizione di quell'infame personaggio di Shakespeare che prezzolava assassini.
Insomma le abitudini economiche dell'uomo moderno hanno un solo risultato
pratico, quello di aumentare il potenziale bellico dello Stato al quale egli presta i suoi
risparmi. Ovviamente sarebbe meglio che li spendesse, sia pure ubriacandosi o
giocando d'azzardo.
Mi si obietter che la cosa ben diversa quando i risparmi vengono investiti
nell'industria. Se l'industria va a gonfie vele e produce qualcosa di utile, tutto bene.
Ma di questi giorni molte industrie falliscono. Ci significa che buona parte della
fatica umana, che avrebbe potuto produrre qualcosa di piacevole, stata sprecata per
produrre macchine inoperose che non servono a nessuno. L'uomo che vede sparire i
suoi risparmi in una bancarotta ha danneggiato gli altri oltrech se stesso. Se avesse
speso i propri quattrini, supponiamo, nell'offrire splendide feste ai suoi amici,
avrebbe fatto un gran piacere non soltanto a costoro, ma anche al macellaio, al
pasticcere e al fornitore di liquori. Invece ( ancora una supposizione) li ha investiti in
una impresa destinata a stendere una rete di rotaie in una cittadina che non ha
bisogno di tram, e ha cos contribuito a deviare una certa quantit di lavoro in un
canale che non giova a nessuno. Ci nonostante, quando sar in miseria per colpa di
quel pessimo investimento, tutti lo considereranno vittima di una sventura
immeritata, mentre l'allegro prodigo, che ha speso filantropicamente il suo denaro,
sar disprezzato come un incosciente e uno scervellato.
Ma questa soltanto una premessa. lo voglio dire, in tutta seriet, che la fede nella
virt del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, e che la strada per la
felicit e la prosperit si trova invece in una diminuzione del lavoro.
Prima di tutto, che cos' il lavoro? Vi sono due specie di lavoro: la prima consiste
nell'alterare la posizione di una cosa su o presso la superficie della terra,

relativamente a un'altra cosa; la seconda consiste nel dire ad altri di farlo. La prima
specie di lavoro sgradevole e mal retribuita; la seconda gradevole e ben retribuita,
ed anche suscettibile di infinite variazioni. Per esempio, non soltanto vi sono persone
che danno ordini, ma anche persone che danno consigli circa gli ordini che bisogna
dare. Di solito due gruppi organizzati di uomini danno simultaneamente due tipi di
consigli opposti: ci si chiama politica. Questo genere di lavoro richiede un talento
particolare che non poggia sulla profonda conoscenza degli argomenti sui quali
bisogna esprimere un parere, ma sulla profonda conoscenza dell'arte di persuadere
gli altri con la parola o con gli scritti, cio la pubblicit.
In tutta Europa, seppur non in America, vi una terza classe di persone, molto pi
rispettate dei lavoratori delle due categorie. Costoro sono i proprietari terrieri, i quali
riescono a far pagare ad altri il privilegio di esistere e di lavorare. I proprietari
terrieri sono oziosi, e ci si potrebbe perci aspettare che io ne tessa gli elogi.
Purtroppo il loro ozio reso possibile soltanto dal lavoro degli altri; dir di pi: il
loro smodato desiderio di godersi i propri comodi l'origine storica del vangelo del
lavoro. L'ultima cosa al mondo che essi si augurino di vedere imitato il loro
esempio.
Dall'inizio della civilt fino alla rivoluzione industriale, un uomo poteva, di regola,
produrre con molto lavoro un po' pi di quanto fosse necessario al mero
sostentamento di se stesso e della sua famiglia, sebbene sua moglie lavorasse almeno
quanto lui e i suoi figli cominciassero a lavorare appena l'et glielo consentiva. Questo
esiguo margine non rimaneva per a chi lo produceva, ma veniva incamerato dai
guerrieri e dai preti. In tempi di carestia non era possibile produrre pi del minimo
indispensabile, ma guerrieri e preti pretendevano la loro parte come sempre, col
risultato che molti lavoratori morivano di fame. Questo sistema rest in vigore in
Russia fino al 1917 (e da allora, taluni membri del partito comunista sono riusciti ad
assicurarsi lo stesso privilegio dei guerrieri e dei preti) e sussiste ancora in Asia; in
Inghilterra, nonostante la rivoluzione industriale, fior anche nel periodo delle guerre
napoleoniche e fino a cento anni fa, quando una nuova classe di manufatturieri and
al potere. In America si estinse con la rivoluzione, fuorch negli Stati del Sud, dove
perdur fino alla guerra civile. Naturalmente un sistema praticato per tanti secoli ha
lasciato una profonda impronta sui pensieri e sulle opinioni degli uomini. Molte idee
che noi accettiamo ad occhi chiusi a proposito delle virt del lavoro derivano appunto
da tale sistema e non si adattano pi al mondo moderno perch la loro origine
preindustriale. La tecnica moderna consente che il tempo libero, entro certi limiti,
non sia una prerogativa di piccole classi privilegiate, ma possa essere equamente
distribuito tra tutti i membri di una comunit. L'etica del lavoro l'etica degli
schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi.
ovvio che, nelle comunit primitive, i contadini lasciati liberi non si sarebbero
privati dei prodotti in eccedenza a favore dei preti e dei guerrieri, ma avrebbero
prodotto di meno o consumato di pi. Dapprima fu necessaria la forza bruta per
costringerli a cedere. Ma poi, a poco a poco, si scopri che era possibile indurii ad
accettare un principio etico secondo il quale era loro dovere lavorare indefessamente,
sebbene una parte di questo lavoro fosse destinata al sostentamento degli oziosi. Con
questo espediente lo sforzo di costrizione prima necessario si allent e le spese del
governo diminuirono. Ancor oggi, il novantanove per cento dei salariati britannici
sarebbero sinceramente scandalizzati se gli si dicesse che il re non dovrebbe aver

diritto a entrate pi cospicue di quelle di un comune lavoratore. Il concetto del


dovere, storicamente parlando, stato un mezzo escogitato dagli uomini al potere per
indurre altri uomini a vivere per l'interesse dei loro padroni anzich per il proprio.
Naturalmente gli uomini al potere riescono a nascondere anche a se stessi questo
fatto, convincendosi che i loro interessi coincidono con gli interessi dell'umanit in
senso lato. A volte ci verissimo; i proprietari di schiavi ateniesi, ad esempio,
impiegarono parte del loro tempo libero in modo da apportare un contributo di
capitale importanza alla civilt, contributo che non sarebbe stato possibile sotto un
sistema puramente economico. L'ozio essenziale per la civilt e nei tempi antichi
l'ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti. Tali fatiche
avevano per un valore non perch il lavoro sia un bene, ma al contrario perch l'ozio
un bene. La tecnica moderna ci consente di distribuire il tempo destinato all'ozio in
modo equo, senza danno per la civilt.
La tecnica moderna infatti ha reso possibile di diminuire in misura enorme la
quantit di fatica necessaria per assicurare a ciascuno i mezzi di sostentamento. Ci
fu dimostrato in modo chiarissimo durante la guerra. A quell'epoca tutti gli uomini
arruolati nelle forze armate, tutti gli uomini e le donne impiegati nelle fabbriche di
munizioni, tutti gli uomini e le donne impegnati nello spionaggio, negli uffici di
propaganda bellica o negli uffici governativi che si occupavano della guerra, furono
distolti dal loro lavoro produttivo abituale. Ci nonostante, il livello generale del
benessere materiale tra i salariati, almeno dalla parte degli alleati, fu pi alto che in
qualsiasi altro periodo. Il vero significato di questo fenomeno fu mascherato mediante
prestiti, il futuro alimentasse il presente. Il che, naturalmente, non era possibile; un
uomo non pu mangiare una fetta di pane che ancora non esiste. La guerra dimostr
in modo incontrovertibile che, grazie all'organizzazione scientifica della produzione,
possibile assicurare alla popolazione del mondo moderno un discreto tenore di vita
sfruttando soltanto una piccola parte delle capacit di lavoro generali. Se al termine
del conflitto questa organizzazione scientifica, creata per consentire agli uomini di
combattere e produrre munizioni, avesse continuato a funzionare riducendo a
quattro ore la giornata lavorativa, tutto sarebbe andato per il meglio. Invece fu
instaurato di nuovo il vecchio caos: coloro che hanno un lavoro lavorano troppo,
mentre altri muoiono di fame senza salario. Perch? Perch il lavoro un dovere e un
uomo non deve ricevere un salario in proporzione di ci che produce, ma in
proporzione della sua virt che si esplica nello zelo.
Questa l'etica dello Stato schiavistico, applicata in circostanze del tutto diverse da
quelle che le diedero origine. Non c' da stupirsi se il risultato stato disastroso.
Facciamo un esempio. Supponiamo che, a un certo momento, una certa quantit di
persone sia impegnata nella produzione degli spilli. Esse producono tanti spilli quanti
sono necessari per il fabbisogno mondiale lavorando, diciamo, otto ore al giorno. Ed
ecco che qualcuno inventa una macchina grazie alla quale lo stesso numero di
persone nello stesso numero di ore pu produrre una quantit doppia di spilli. Il
mondo non ha bisogno di tanti spilli, e il loro prezzo gi cosi basso che non si pu
ridurlo di pi. Seguendo un ragionamento sensato, basterebbe portare a quattro le
ore lavorative nella fabbricazione degli spilli e tutto andrebbe avanti come prima. Ma
oggigiorno una proposta del genere sarebbe giudicata immorale. Gli operai
continuano a lavorare otto ore, si producono troppi spilli, molte fabbriche falliscono e
met degli uomini che lavoravano in questo ramo si trovano disoccupati. Insomma,

alla fine il totale delle ore lavorative ugualmente ridotto, con la differenza che met
degli operai restano tutto il giorno in ozio mentre met lavorano troppo. In questo
modo la possibilit di usufruire di pi tempo libero, che era il risultato di
un'invenzione, diventa un'universale fonte di guai anzich di gioia. Si pu
immaginare niente di pi insensato?
L'idea che il povero possa oziare ha sempre urtato i ricchi. In Inghilterra, agli inizi
dell'ottocento, un operaio lavorava di solito quindici ore al giorno e spesso i bambini
lavoravano altrettanto (nella migliore delle ipotesi dodici ore al giorno). Quando degli
impiccioni ficcanaso osarono dire che tante ore erano forse troppe, gli fu risposto che
la sana fatica teneva lontani gli adulti dal vizio del bere e i bambini dai guai.
Quand'ero piccolo, cio poco dopo che gli operai di citt conquistarono il diritto di
voto, la legge istitu certe giornate festive, con grande indignazione delle classi ricche.
Ricordo di aver udito questa frase dalla bocca di una vecchia duchessa: Ma che se
ne fanno i poveri delle vacanze? Tanto loro devono lavorare . Oggigiorno la gente
parla con minore franchezza, ma questo modo di ragionare sussiste ed fonte di una
grande confusione economica.
Consideriamo per un momento apertamente e senza superstizioni l'etica del lavoro.
Ogni essere umano, per necessit, consuma nel corso della sua vita una certa quantit
del prodotto della umana fatica. Supponendo, come lo suppongo io ora, che la fatica
sia in sostanza ben poco piacevole, ingiusto che un uomo consumi pi di quel che
produce. Naturalmente egli pu produrre servizi utili anzich beni materiali, facendo
il medico, ad esempio, ma in ogni caso deve dare qualcosa in compenso di vitto e
alloggio. Fino a questo punto, ma fino a questo punto soltanto, amo mettiamo che il
lavoro un dovere.
Non insister sul fatto che in tutte le societ moderne, al di fuori dell'URSS, molta
gente riesce a risparmiarsi anche questo minimo di lavoro, in particolar modo coloro
che ereditano quattrini o sposano i quattrini. Non penso per che il fatto che questa
gente se ne stia senza far nulla sia dannoso quanto il credere che i salariati debbono
spezzarsi la schiena lavorando o morire di fame.
Se il salariato lavorasse quattro ore al giorno, ci sarebbe una produzione
sufficiente per tutti e la disoccupazione finirebbe, sempre che si ricorra a un minimo
di organizzazione. Questa idea scandalizza la gente perbene, convinta che i poveri
non sappiano che farsene di tanto tempo libero.
In America molti uomini lavorano intensamente anche quando hanno quattrini da
buttar via; costoro, com' naturale, si indignano all'idea di una riduzione dell'orario
di lavoro; secondo la loro opinione l'ozio la giusta punizione dei disoccupati; in
effetti gli secca di vedere -oziare i propri figli. Ma, cosa strana, mentre vorrebbero
che i figli maschi lavorassero tanto da non aver il tempo di diventar persone civili,
non gli importa affatto che la moglie e le figlie non facciano nulla dalla mattina alla'
sera. L'ammirazione snobistica per i disutili, che nella societ aristocratica si estende
ad ambedue i sessi, nella plutocrazia limitata alle donne, in contrasto sempre pi
stridente col buon senso.
Bisogna ammettere che il saggio uso dell'ozio un prodotto della civilt e
dell'educazione. Un uomo che ha lavorato per molte ore al giorno tutta la sua vita si
annoia se all'improvviso non ha pi nulla da fare. Ma, se non pu disporre di una
certa quantit di tempo libero, quello stesso uomo rimane tagliato fuori da molte
delle cose migliori. Non c' pi ragione perch la gran massa della popolazione debba

ora soffrire di questa privazione; soltanto un ascetismo idiota, e di solito succedaneo,


ci induce a insistere nel lavorare molto quando non ve n' pi bisogno.
Nella nuova fede che regge il governo in Russia vi sono molte cose assai diverse dai
tradizionali insegnamenti dell'Occidente, mentre alcune cose sono rimaste immutate.
L'atteggiamento delle classi governative (specialmente di quelle che si occupano della
propaganda educativa), nei riguardi della dignit del lavoro, quasi identico
all'atteggiamento che le classi governative di tutto il mondo hanno sempre assunto nei
riguardi dei poveri onesti. La propaganda rimette in valore l'operosit, la sobriet,
lo spirito di sacrificio, la volont di lavorare molte ore al giorno per indiretti
vantaggi, persino la sottomissione all'autorit; infatti l'autorit rappresenta ancora il
volere del rettore dell'universo, che tuttavia ha cambiato nome e si chiama ora
materialismo dialettico.
La vittoria del proletariato in Russia ha molti punti in comune con la vittoria del
femminismo in certi altri paesi. Per secoli gli uomini hanno ammesso che le donne
fossero pi sante di loro e le hanno consolate per la loro inferiorit affermando che la
santit era pi desiderabile del potere. Alla fine le femministe decisero che volevano e
santit e potere, giacch le pioniere credevano s a tutto ci che gli uomini avevano
detto circa i pregi della virt, ma non credevano affatto a ci che essi avevano detto
circa lo scarso valore della supremazia politica. Qualcosa del genere accadde in
Russia a proposito del lavoro manuale. Per secoli, i ricchi e i loro sicofanti avevano
intessuto elogi degli onesti attrezzi di lavoro e della vita semplice, professando una
religione secondo la quale i poveri hanno molte pi probabilit dei ricchi di entrare
nel regno dei cieli. Avevano cercato insomma di far credere ai lavoratori manuali che
vi una certa forma di abilit nell'alterare la posizione della materia nello spazio,
cos come gli uomini avevano cercato di far credere alle donne che vi era una certa
forma di nobilt nella loro schiavit sessuale. In Russia tutta questa retorica sul
lavoro manuale stata presa molto sul serio, col risultato che il lavoratore manuale
onorato col pi che in qualsiasi altro paese. Ma quelli che sono, in sostanza, appelli
reoiualisti, vengono per lanciati con altri scopi: essi debbono infatti assicurare la
collaborazione di operai indefessi per compiti speciali. Il lavoro manuale un ideale
proposto a tutti i giovani e sta alla base di ogni insegnamento etico.
Pu darsi che per il momento ci sia anche un bene. Un paese immenso, zeppo di
risorse naturali, in attesa di sviluppo e pu far conto soltanto su pochissimo credito.
In tali circostanze necessario un durissimo lavoro che probabilmente sar
largamente compensato in seguito. Ma che cosa accadr quando tutti potranno star
bene senza lavorare molto?
In Occidente vi sono parecchi modi per affrontare il problema: non abbiamo mai
tentato di instaurare la giustizia economica, cosicch una larga parte della produzione totale viene assorbita da una piccola minoranza della popolazione, che spesso
non lavora affatto. Poich manca un controllo centrale della produzione, produciamo
una massa di cose che nessuno vuole. Manteniamo in ozio una certa percentuale di
persone perch possiamo fare a meno di loro grazie all'eccessivo orario di lavoro di
chi ha un impiego. Quando questi metodi si rivelano insufficienti scoppia una guerra,
cosi molta gente impegnata a fabbricare esplosivi ed altri li fanno esplodere, come
se fossimo bambini che hanno appena scoperto i fuochi artificiali. Combinando in
modo diverso tutti questi elementi riusciamo a mantener viva la nozione che una
buona dose di' duro lavoro manuale spetti giustamente a ogni uomo medio.

In Russia, grazie a una maggiore giustizia economica e al controllo della


produzione, il problema deve essere risolto diversamente. La soluzione pi razionale
sarebbe questa: non appena sia possibile soddisfare i bisogni pi elementari,
bisognerebbe ridurre gradualmente le ore di lavoro, stabilendo via via con una votazione popolare se a un certo punto i cittadini desiderano pi tempo libero o pi beni
di consumo. Ma dopo aver tanto predicato la virt del duro lavoro, difficile che le
autorit possano proporre un paradiso dove si fatichi poco e ci si riposi molto. pi
probabile che esse trovino continuamente nuovi sistemi per dimostrare che il tempo
libero deve essere sacrificato alla produzione. Ho letto recentemente che gli ingegneri
russi stanno studiando un progetto per riscaldare il mar Bianco e le coste
settentrionali della Siberia costruendo .u~a grande diga sul mar di Kara. Un progetto
meraVIglIoso, ma che potrebbe ritardare il benessere proletario di una generazione,
mentre il nobile lavoro manuale avr modo di esplicarsi tra i ghiacci e le tormente
dell'Artico. Se una cosa del genere si attuasse, la virt del lavoro manuale
finirebbe con l'essere considerata fine a se stessa anzich un mezzo per stabilire certe
condizioni in cui il lavoro non sia pi necessario.
Il fatto che il modificare e spostare la materia, seppure, entro certi limiti,
indispensabile alla nostra esistenza, non assolutamente uno degli scopi della vita
umana. Se lo fosse, un qualsiasi. manovale dovrebbe essere considerato superiore a
Shakespeare. A questo proposito siamo stati indotti a un equivoco da due ragioni. La
prima la necessit di gabbare i poveri, che ha indotto i ricchi, per migliaia di anni, a
predicare la dignit del lavoro, mentre dal canto loro essi si comportavano in modo
ben poco dignitoso sotto questo aspetto. L'altra la. gioia che ci procurano le
macchine e la soddisfazione che proviamo nel vederle operare straordinari
cambiamenti sulla faccia della terra. Direi che n l'una n l'altra esercitano un grande fascino sul comune lavoratore. Se gli chiedete qual , secondo lui, la miglior parte
della sua vita, improbabile che vi risponda: Sono felice quando mi applico al
lavoro manuale perch sento di compiere uno dei pi nobili compiti dell'uomo e
perch mi piace sapere che l'uomo pu far molto per trasformare questo pianeta. E
vero che il mio corpo ha un certo bisogno di riposo che io devo pur soddisfare in
qualche modo, ma non sono mai tanto felice come quando, al mattino, riprendo in
mano gli attrezzi di lavoro . Non ho mai sentito un operaio dire una cosa del genere.
Egli considera il suo lavoro al modo giusto, cio come un mezzo necessario per
procurarsi il sostentamento, e trova invece maggior gioia e soddisfazione nelle ore di
riposo.
Bisogna per dire che, mentre un po' di tempo libero piacevole, gli uomini non
saprebbero come riempire le loro giornate se lavorassero soltanto quattro ore su
ventiquattro. Questo problema, innegabile nel mondo moderno, rappresenta una
condanna della nostra civilt, giacch non si sarebbe mai presentato nelle epoche
precedenti. Vi era anticamente una capacit di spensieratezza e di giocosit che
stata in buona misura soffocata dal culto dell'efficienza. L'uomo moderno pensa che
tutto deve essere fatto in vista di qualcos'altro e non come fine a se stesso. Le persone
pi serie, ad esempio, condannano l'abitudine di andare al cinema e ripetono di
continuo che tale abitudine spinger i giovani su una cattiva strada. Per tutto il
lavoro necessario per fare i film rispettabile appunto in quanto un lavoro, e in
quanto frutta quattrini. La convinzione che le attivit auspicabili siano quelle che
fruttano quattrini ha messo tutto sottosopra. Il macellaio che ti procura la carne e il

fornaio che ti fornisce il pane sono persone degne di lode, perch guadagnano; ma se
tu ti accontenti di assaporare il cibo che essi ti hanno procurato, sei una persona
frivola, a meno che tu non intenda accumulare forze per lavorare. In altre parole, si
ritiene che guadagnare quattnru sia un'ottima cosa e spenderli un vizio. Il che
assurdo, giacch si tratta dei due aspetti di una medesima transazione. Si potrebbe
allora sostenere che le chiavi sono un bene e le serrature un male. Il merito insito
nella produzione di beni sta unicamente nel vantaggio che si ottiene consumandoli.
L'individuo, nella nostra societ, lavora per un profitto, ma lo scopo sociale del suo
lavoro sta nella consumazione di ci che egli produce. Il divorzio tra l'individuo e lo
scopo sociale della produzione rende invece molto difficile per gli uomini avere le idee
chiare in un mondo dove assicurarsi profitti un incentivo all'operosit. Pensiamo
troppo a produrre e troppo poco a consumare. Ne deriva che diamo troppo poca
importanza al godimento delle "gioie pi semplici, e non giudichiamo la produaione
in base al piacere che d al consumatore.
Quando propongo che le ore lavorative siano ridotte a quattro, ci non implica che
il tempo libero rimanente debba essere impiegato in frivolezze. Intendo
semplicemente dire che quattro ore di lavoro al aiomo dovrebbero poter assicurare a
un uomo il necessario per vivere con discreta comodit, e che per il resto egli
potrebbe disporre del suo tempo come meglio crede. In un sistema sociale di questo
genere essenziale che l'istruzione sia pi completa di quanto lo ora e che miri, in
parte, ad educare e raffinare il gusto in modo che un uomo possa sfruttare con
intelligenza il proprio tempo libero. Non alludo qui a quel genere di occupazioni che
si usano definire intellettuali . Le danze folcloristiche, ad esempio, sono praticate
soltanto da pochi gruppi di volenterosi, ma gli impulsi che le fecero nascere debbono
pur sempre esistere nella natura umana. I piaceri della popolazione urbana sono
diventati soprattutto passrvi: sedersi in un cinema, assistere a una partita di calcio,
ascoltare la radio e cosi via. Questa la conseguenza del fatto che tutte le energie
attive si esauriscono nel lavoro. Se gli uomini lavorassero meno, ritroverebbero la
capacit di godere i piaceri cui si partecipa attivamente.
In passato vi era una piccola classe di persone quasi oziose e una vasta classe di
lavoratori. La prima godeva dei vantaggi che non sono nemmeno contemplati dalla
giustizia sociale, ed era di conseguenza prepotente, godeva di scarse simpatie e
doveva inventare delle teorie per giustificare i propri privilegi. Questi fattori
diminuirono in modo rilevante la sua eccellenza; ci nonostante si pu dire che essa
contribu in modo quasi esclusivo a creare quella che noi chiamiamo civilt -. Fu
questa classe che coltiv le arti e scopri le scienze, che scrisse libri, invent sistemi
filosofici e raffin i rapporti sociali. Persino la campagna per la liberazione degli
oppressi parti generalmente dall'alto. Senza una classe oziosa, l'umanit non si
sarebbe mai sollevata dalla barbarie.
Il sistema dell'ereditariet, che permetteva all'aristocrazia di tramandare di padre
in figlio privilegi senza doveri, implic tuttavia un notevole spreco. Nessuno dei
membri di quella classe aveva imparato ad essere operoso, e tutti, presi nel
complesso, non erano eccezionalmente intelligenti. Tra loro poteva si nascere un
Darwin, ma sull'altro piatto della bilancia stavano decine di migliaia di gentiluomini
di campagna che non avevano mai fatto nulla di pi ingegnoso che cacciare la volpe o
punire i bracconieri. Attualmente le universit dovrebbero produrre in modo
sistematico ci che la classe aristocratica produsse accidentalmente e quasi per caso.

Ci rappresenta un bel passo avanti, ma ha i suoi inconvenienti. La vita universitaria


cosi diversa dalla vita reale in senso lato che chi vive in un milieu accademico finisce
col non . rendersi pi conto delle preoccupazioni e dei problemi degli uomini e delle
donne comuni; inoltre il modo di esprimersi dei professori universitari tale da
impedire che le loro opinioni abbiano l'influenza che meriterebbero sul grosso
pubblico. Un altro svantaggio che nelle universit gli studi sono disciplinatissimi, e
l'uomo che segua una linea originale di ricerca riKhia di venire scoraggiato. Le
istituzioni accademiche dunque, sebbene utili, non riescono a proteggere
adeguatamente gli interessi della civilt in un mondo dove al di fuori delle mura
universitarie tutti sono troppo occupati nel perseguimento di scopi utilitari.
In un mondo invece dove nessuno sia costretto a lavorare pi di quattro ore al
giorno, ogni persona dotata di curiosit scientifica potrebbe indulgervi, ogni pittore
potrebbe dipingere senza morire di fame, i giovani scrittori non sarebbero costretti ad
attirare su se stessi l'attenzione con romanzacci sensazionali per procurarsi
l'indipendenza necessaria alla produzione di opere geniali (che poi non scriveranno
pi perch, al momento buono, ne avranno perso il gusto e la capacit). Gli uomini
che nel corso del lavoro professionale si siano interessati all'economia o ai problemi di
governo, potrebbero sviluppare le loro idee senza quel distacco accademico che d un
carattere di impraticit a molte opere degli economisti universitari. I medici
avrebbero il tempo necessario per tenersi al corrente dei progressi della medicina, e i
maestri non lotterebbero disperatamente per insegnare con monotonia cose che essi
hanno imparato nella loro giovinezza e che, nel frattempo, potrebbero essersi rivelate
false.
Soprattutto ci sarebbe nel mondo molta gioia di vivere invece di nervi a pezzi,
stanchezza e dispepsia. Il lavoro richiesto a ciascuno sarebbe sufficiente per farci
apprezzare il tempo libero, e non tanto pesante da esaurirci. E non essendo esausti,
non ci limiteremmo a svaghi passivi e vacui. Almeno l'uno per cento della popolazione
dedicherebbe il tempo non impegnato nel lavoro professionale a ricerche di utilit
pubblica e, giacch tali ricerche sarebbero disinteressate, nessun freno verrebbe posto
alla originalit delle idee. Ma i vantaggi dI chi dispone di molto tempo libero possono
risultare evidenti anche in casi meno eccezionali. Uomini e donne di media levatura,
avendo l'opportunit di condurre una vita pi felice, diverrebbero pi cortesi, meno
esigenti e meno inclini a considerare gli altri con sospetto. La smania di far la guerra
si estinguerebbe in parte per questa ragione, e in parte perch un conflitto
implicherebbe un aumento di duro lavoro per tutti. Il buon carattere , di tutte le
qualit morali, quella di cui il mondo ha pi bisogno, e il buon carattere il risultato
della pace e della sicurezza, non di una vita di dura lotta. I moderni metodi di
produzione hanno reso possibile la pace e la sicurezza per tutti; noi abbiamo invece
preferito far lavorare troppo molte persone lasciandone morire di fame altre. Perci
abbiamo contin~ato a sprecare tanta energia quanta ne era necessaria prima
dell'invenzione delle macchine; in ci siamo stati idioti, ma non c' ragione per
continuare ad esserlo.

IL SAPERE

"INUTILE" (BERTRAND RUSSELL)

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Francesco Bacone, un uomo che sal alla pi alta fama tradendo i suoi amici,
asseriva, senza dubbio in base a personali esperienze, che sapere potere. Ci
tuttavia non vale per tutto il sapere. Sir Thomas Browne avrebbe voluto scoprire che
cosa cantano le sirene, ma anche se fosse riuscito a scoprirlo, ci non glI avrebbe
permesso di assurgere dalla posizione di magistrato a quella di alto sceriffo della sua
contea. La categoria del sapere che Bacone aveva in mente era quella che noi
chiamiamo scientifica. Dando grande rilievo all'importanza della scienza, egli seguiva
la tradizione degli arabi e dell'alto medioevo, secondo la quale il sapere poggiava
soprattutto sull'astrologia, sull'alchimia, sulla farmacologia, che erano tutte branche
della scienza. Era considerato uomo colto chi, avendo seguto questi studi, fosse
riuscito ad acqustare poteri magici. All'inizio dell'undicesimo secolo, papa Silvestro
II fu universalmente creduto un mago in combutta col diavolo soltanto perch
leggeva molti libri. Prospero, che ai tempi di Shakespeare era una creatura di pura
fantasia, rappresent ci che per secoli fu considerato il prototipo dell'uomo colto,
almeno per quanto riguardava i suoi poteri magici. Bacone credeva (e con ragione,
come sappiamo ora) che la scienza potesse fornire una bacchetta magica molto pi
potente dI quanto l'avessero mai sognata i negromanti dei tempi antichi.
Il Rinascimento, che giunse all'apice in Inghilterra ai tempi di Bacone, provoc
una rivolta contro il concetto utilitario del sapere. I greci avevano acquistato grande
familiarit con Omero, e lo. conoscevano come noi ora conosciamo le canzonette in
voga, perch ne apprezzavano i versi e non perch si sentissero impegnati in
un'attivit culturale. Ma gli uommi del sedicesimo secolo non potevano nemmeno
cominciare a capirlo senza aver prima assorbito una considerevole dose di erudizione
linguistica. Essi ammiravano l greci e non volevano negare a se stessi quelli che
furono i loro piaceri; cercavano perci di imitarli, sia. leggendo i classici sia in altri
modi meno confessabili. Il farsi una cultura durante il rinascimento, fu una parte
della joie de vivre, cos come il bere o l'amoreggiare. E ci valeva non soltanto per la
letteratura, ma anche per materie pi impegnative. Tutti conoscono la storia del
primo contatto di Hobbes con Euclide: aprendo per caso un libro egli vide il teorema
di Pitagora e esclam: Perdio, impossibile , e comincio a leggere a ritroso la
spiegazione finch, giunto agli assiomi, ne fu convinto. Nessuno pu dubitare che
quello fu per lui un momento di grande volutt, per nulla turbata dal pensiero che la
geometria sia una scienza utile per misurare i campi.
vero che il rinascimento sfrutt in modo pratico la conoscenza delle lingue
antiche in rapporto con la teologia. Uno dei primi risultati del rinnovato amore per il
latino classico fu il discredito in cui caddero certi decreti falsificati e la donazione di
Costantino, Le inesattezze che furono scoperte nella Vulgata e nella Bibbia dei
Settanta fecero s che il greco e l'ebraico diventassero bagaglio indispensabile
nell'equipaggiamento dialettico dei preti protestanti. I principi della Grecia e della
Roma repubblicana furono invocati per giustificare l'opposizione dei puritani agli
Stuart e dei gesuiti ai monarchi che avevano rifiutato obbedienza al papa. Ma questo
fu un effetto pi che una causa del rinnovato amore per la cultura classica che era
sorto in Italia circa un secolo prima di Lutero. Il motivo principale del Rinascimento
fu il diletto dello spirito, la restaurazione di una certa ricchezza e libert nell'arte e
nella speculazione che erano andate perdute, finch ignoranza e superstizione
avevano bendato gli occhi della mente.

Si scopr che i greci avevano dedicato parte della loro attenzione non soltanto ad
argomenti letterari o artistici, ma anche alla filosofia, alla geometria e all'astronomia.
Tali studi erano perci rispettabili, mentre altre scienze rimanevano in predicato. La
medicina, vero, acquistava particolare dignit grazie ai nomi di Ippocrate e di
Galeno; ma poi era caduta nelle mani degli arabi e degli ebrei mescolandosi
inestricabilmente con le arti magiche. Di qui la dubbia reputazione di uomini come
Paracelso. La chimica era ancor pi sospetta, e divenne rispettabile soltanto nel
diciottesimo secolo.
Fu cosi che una buona conoscenza del greco e del latino, sommata a qualche
nozione di geometria e forse di astronomia, fini con l'essere considerata il bagaglio
culturale pi adeguato per un gentiluomo. I greci disprezzavano ogni applicazione
pratica della geometria, e soltanto nel periodo della decadenza sfruttarono
l'astronomia per scopi astrologici. Durante il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, in
linea di massima, si studi la matematica con il disinteresse ellenico, mentre furono
trascurate le scienze che si erano degradate per i loro rapporti con la stregoneria.
Durante il diciottesimo secolo vi fu un graduale processo di orientamento verso una
concezione pi ampia e pi pratica del sapere, processo che si acceler
improvvisamente con la rivoluzione francese e con l'invenzione delle macchine,
giacch la prima inferse un terribile colpo alla cultura aristocratica mentre la
seconda forni nuovi e stupefacenti mezzi all'ingegnosit di chi non era gentiluomo.
Durante questi ultimi centocinquant'anni gli uomini si sono posti con sempre maggior
impegno il problema della inutilit del sapere e hanno finito col credere sempre pi
fermamente che l'unica forma di conoscenza che valga la pena di possedere quella
applicabile a una qualche branca della vita economica della comunit.
In paesi come la Francia e l'Inghilterra, dove vige un sistema di educazione
tradizionale, il punto di vista utilitario del sapere ha prevalso solo parzialmente. Per
esempio, nelle universit vi sono ancora professori di cinese che leggono classici cinesi
ma ignorano le opere di Sun Yat-sen, il creatore della Cina moderna. Vi sono ancora
uomini che conoscono la storia antica cosi come stata narrata da scrittori dallo stile
purissimo, cio fino ai tempi di Alessandro in Grecia e di Nerone in Roma, ma
rifiutano di studiare la storia del periodo seguente, molto pi importante, perch gli
scrittori del tempo erano letterariamente inferiori. Anche in Francia e in Inghilterra
tuttavia la vecchia tradizione sta morendo, e nei paesi pi moderni, come la Russia e
gli Stati Uniti, morta del tutto. In America, ad esempio, le commissioni per
l'istruzione hanno stabilito che nella corrispondenza d'affari si usa un massimo di
millecinquecento parole e propongono perci che tutti gli altri vocaboli siano
eliminati dal curriculum scolastico. L'inglese basilare, invenzione britannica, si
spinge anche pi in l, e riduce il vocabolario indispensabile a ottocento parole. Il
concetto della lingua parlata come di un qualcosa suscettibile di valore estetico sta
estinguendosi, mentre subentra la convinzione che l'unico scopo delle parole sia
quello di fornire informazioni pratiche. In Russia il perseguimento di scopi pratici
condotto in modo ancor pi tenace che in America: tutto ci che si insegna nelle
scuole deve servire ovviamente a qualcosa. L'unica eccezione fornita dalla teologia:
qualcuno deve pur esaminare le sacre scritture negli originali, e almeno pochi
professori sono incaricati di studiare filosofia per difendere il materialismo dialettico
contro gli attacchi dei metafisici borghesi. Ma via via che si rinsalder l'ortodossia
marxista, anche questa piccola breccia sar colmata.

Ormai il sapere, ovunque, comincia ad essere considerato non come un bene in s o


come un mezzo per creare un'ampia e umanistica visione della vita in generale, ma
semplicemente come un ingrediente dell'abilit tecnica. Ci fa parte di un pi vasto
movimento di integrazione di una societ che stata plasmata dalla tecnica scientifica
e dalle necessit belliche. Oggigiorno l'economia e la politica sono molto pi
interdipendenti che non nei tempi andati, e perci l'uomo indotto dalla pressione
sociale a vivere nel modo che il suo prossimo giudica utile. Gli istituti di educazione,
salvo quelli destinati alle persone molto ricche o (in Inghilterra) quelli che la
tradizione ha reso invulnerabili, non hanno la possibilit di spendere il loro denaro
come meglio credono, ma debbono dimostrare allo Stato che essi mirano a uno scopo
utile insegnando l'efficienza e istillando la lealt agli alunni. Questa una parte, una
rotella di quello stesso movimento che ha portato al servizio militare obbligatorio;
all'organizzazione dei boy scouts e dei partiti politici, e al rinfocolamento della
passione politica promosso dalla stampa. Ora siamo tutti pi consci dell'esistenza dei
nostri concittadini di quanto non lo fossimo un tempo e, se di temperamento virtuoso,
siamo anche pi ansiosi di giovare alla loro causa, o almeno di far s che essi giovino
alla nostra. Non ci piace pensare che qualcuno possa godersi pigramente la vita, per
quanto raffinata sia la qualit del suo godimento. Sentiamo che tutti debbono far
qualcosa per collaborare alla grande causa (quale che sia), tanto pi che molti uomini
cattivi operano contro questa causa e bisogna fermarli. La nostra mente non pu mai
oziare per acquistare cognizioni che non siano quelle utili alla conquista di un
qualcosa che noi consideriamo importante.
Ci sarebbe molto da dire circa un punto di vista cosi strettamente utilitario
dell'educazione. Non c' il tempo sufficiente per imparare tutto prima di cominciare a
guadagnarsi la vita e indubbiamente il sapere utile molto utile. Ha fatto il mondo
moderno. Senza di esso non avremmo macchine o automobili o aeroplani; 'bisogna
aggiungere che non avremmo nemmeno la pubblicit e la propaganda moderna. La
scienza moderna ha apportato un miglioramento immenso alla salute pubblica, e al
tempo stesso ha scoperto come si possano sterminare intere citt coi gas venefici.
Tutto ci che caratteristico del nostro mondo a paragone coi tempi passati ha la sua
origine nel sapere utile, Nessuna comunit finora ne possiede abbastanza, e
indubbiamente la scuola deve continuare a impartirlo.
Bisogna anche ammettere che buona parte dell'educazione umanistica tradizionale
era idiota. I ragazzi sprecavano molti anni per imparare la grammatica latina e greca
senz'essere, alla fine, capaci o desiderosi di leggere un autore latino o greco. Lo studio
delle lingue moderne preferibile, sotto ogni punto di.vista, allo studio delle lingue
morte. Non soltanto esse sono pi utili, ma consentono di acquistare una maggiore.
cultura in minor tempo. Per un italiano del quindicesimo secolo, il latino e il greco
erano indispensabili giacch praticamente tutto quel che valesse la pena di essere
letto era scritto in queste due lingue o in italiano. Ma da quei tempi in poi ogni lingua
moderna si creata una magnifica letteratura, e lo sviluppo della civilt stato cosi
rapido che la conoscenza dell'antichit si rivela meno utile per la comprensione dei
nostri problemi di quanto non lo sia la conoscenza delle nazioni moderne e della loro
storia relativamente recente. Il punto di vista di un insegnante legato alla tradizione,
ammirevole ai tempi in cui rinasceva l'amore per la cultura, divenne via via sempre
pi ristretto, giacch fini con l'ignorare ci che il mondo aveva fatto dopo il
quindicesimo secolo. Non soltanto la storia e le lingue moderne, ma anche la scienza,

se insegnata come si deve, contribuisce alla cultura. perci possibile sostenere che
l'educazione dovrebbe avere scopi diversi dalla utilit diretta, senza con ci difendere
il curriculum tradizionale. Utilit e cultura, se esaminate con larghezza di vedute,
sono molto meno incompatibili di quanto appaiano agli occhi degli accaniti
sostenitori dell'una o dell'altra.
A parte i casi in cui cultura e utilit diretta possono fondersi, vi anche l'utilit
indiretta, di varie specie, implicita nel possesso di un sapere che non contribuisce alla
efficienza tecnica. Penso che si potrebbe por riparo ai pi grossi guai del mondo
moderno se si incoraggiasse un sapere di questo genere, mitigando invece la corsa
sfrenata alla specializzazione professionale.
Quando l'attivit cosciente si concentra tutta su un unico scopo, ne risulta, per la
maggior parte delle persone, uno squilibrio accompagnato da una qualche forma di
disturbo nervoso. Gli uomini politici che erano a capo della Germania durante la
guerra commisero gravi errori (per esempio la campagna dei sottomarini che port
l'America a schierarsi dalla parte degli alleati); errori che qualsiasi persona fresca di
mente, esaminando per la prima volta la questione, avrebbe evitato, ma che i tedeschi
non intuirono nemmeno perch si erano concentrati troppo sul medesimo problema
senza mai prendersi una buona vacanza. Lo stesso fenomeno si verifica sempre
quando gli uomini si sottopongono a un prolungato sforzo che paralizza gli impulsi
spontanei. Gli imperialisti giapponesi, i comunisti russi, i nazisti tedeschi hanno tutti
in comune l'intenso fanatismo di chi vive in un mondo mentale troppo chiuso e pensa
esclusivamente a certe mete da raggiungere. Se queste mete sono importanti e
raggiungibili quanto i fanatici lo suppongono, i risultati possono essere meravigliosi;
ma nella maggior parte dei casi i paraocchi del fanatismo li inducono a non tener
conto di qualche potente forza avversa, oppure a considerarla come opera del
demonio da controbattere con il terrore. Gli uomini, come i bambini, hanno bisogno
di giocare, cio hanno bisogno di periodi di attivit senza altro scopo che il godimento
momentaneo. Bisogna dunque trovare piacere e interesse in faccende che non hanno
rapporto col lavoro.
Gli svaghi delle moderne popolazioni urbane tendono sempre pi ad essere passivi
e collettivi, e consistono nell'osservazione inattiva dell'abile attivit di altri.
Indubbiamente questi svaghi sono meglio di nulla, ma sarebbero assai pi piacevoli se
la popolazione, grazie all'educazione, avesse una gamma di interessi molto pi
intelligenti non connessi col lavoro. Una efficiente organizzazione economica,
permettendo alla umanit di beneficiare della produttivit delle macchine, dovrebbe
portare a un graduale aumento del tempo libero, e molto tempo libero pu essere
noioso per chi non abbia attivit molto intelligenti. Una popolazione che lavori poco,
per essere felice deve essere istruita, e l'istruzione deve tener conto delle gioie dello
spirito, oltre che dell'utilit diretta del sapere scientifico.
L'elemento culturale nell'acquisizione del sapere, quando bene assimilato, forma
il carattere dei pensieri e dei desideri di un uomo, inducendoli a volgersi, almeno in
parte, verso oggetti impersonali, e non soltanto verso faccende di immediato interesse
per l'uomo stesso. Si accettata con troppa facilit l'idea che quando un uomo ha
acquistato determinate capacit grazie all'istruzione, le user in un modo socialmente
benefico. Il concetto strettamente utilitario dell'educazione ignora la necessit di dare
un indirizzo alle intenzioni dell'uomo oltre che alle sue capacit. Nella natura umana
non educata vi una considerevole crudelt che si manifesta in molti modi, piccoli e

grandi. I ragazzi a scuola tendono a maltrattare il nuovo venuto o chi indossa abiti
non convenzionali. Molte donne (e non pochi uomini) infliggono sofferenze atroci con
dei maligni pettegolezzi. Gli spagnoli si divertono alle corride, gli inglesi si divertono
cacciando e pescando. Gli stessi impulsi crudeli prendono forme pi gravi nella caccia
agli ebrei in Germania e al kulaki in Russia. Tutti gli imperialismi trovano pretesti
per questi atti di crudelt che in tempo di guerra vengono santificati come la forma
piu alta di pubblico dovere.
Ora mentre dobbiamo ammettere che anche persone di grande cultura sono a volte
crudeli, lo sono molto meno spesso, credo, delle persone la cui mente un terreno da
dissodare. Lo scolaro prepotente in classe ha raramente un profitto superiore alla
media. Quando si verifica un linciaggio, i suoi promotori sono invariabilmente uomini
di crassa ignoranza. E ci non perch coltivando la mente si sviluppino sentimenti
umanitari, sebbene possa anche essere cosi; ma perche la cultura ci suggerisce svaghi
diversi dal tormentare il nostro prossimo, e mezzi diversi dalla prepotenza per
affermare la nostra personalit. Le due cose pi desiderate da tutti sono il potere e
l'ammrrazione. Gli uomini ignoranti possono ottenerle, di regola, soltanto con mezzi
brutali, che implicano la conquista della supremazia fisica. La . cultura d all'uomo
forme di potere meno dannoso e mezzi pi meritori per attirare l'ammirazione.
Galileo fece pi di quanto qualsiasi monarca abbia mai fatto per cambiare il mondo,
e il suo potere fu incommensurabilmente superiore a quello dei suoi persecutori. Egli
non aveva perci alcun bisogno di diventare un persecutore a sua volta.
Forse il vantaggio pi importante del sapere inutile che esso induce a un abito
contemplativo della mente. C' nel mondo troppa faciloneria, non soltanto perch si
agisce spesso senza adeguata riflessione, ma anche perch si agisce a volte anche
quando la saggezza consiglierebbe di non agire. La gente dimostra la propria indole
in queste faccende in molti modi strani. Mefistofele dice al giovane studente che la
teoria grigia ma l'albero della vita verde, e tutti citiamo la frase come se fosse
un'opinione di Goethe e non ci che, secondo Goethe, il diavolo avrebbe dovuto dire a
uno studente. Amleto considerato un terribile monito contro il pensiero non
accompagnato dall'azione, ma nessuno si accorge che Otello un monito contro
l'azione non accompagnata dal pensiero. Professori come Bergson, per una sorta di
snobismo verso l'uomo pratico, rinnegano la filosofia e dicono che la vita nella sua
forma migliore dovrebbe somigliare a una carica di cavalleria. Dal canto mio, penso
che l'azione vale di pi quando deriva da una profonda comprensione dell'universo e
del destino umano, e non da qualche selvaggio e romantico impulso di sproporzionata
autoaffermazione. L'abitudine di trovar piacere nel pensiero anzich nell'azione
una salvaguardia contro la leggerezza e l'eccessivo amore del potere, un mezzo per
conservare la serenit nella sventura e la pace della mente tra i crucci. Una vita
limitata dagli interessi personali finisce col diventare, presto o tardi,
insopportabilmente penosa. Soltanto spalancando le finestre su un cosmo pi ampio e
meno frenetico possiamo tollerare gli aspetti pi tragici dell'esistenza.
L'abito contemplativo della mente ha una vasta gamma di vantaggi che vanno dal
pi banale al pi profondo. Prendiamo ad esempio le seccature minori, come la
presenza delle mosche o il fatto che si perda il treno o l'esser costretti a vivere accanto
a un socio d'affari sempre di malumore. Guai del genere sono ben poca cosa se si
rifletta sull'eccellenza dell'eroismo o sulla transitoriet dei mali umani, e tuttavia
l'irritazione che provocano rischia di distruggere il buon carattere di molta gente e la

gioia di vivere. In tali occasioni si pu trovare un'ottima consolazione in qualche


elemento del sapere che ha rapporti reali o fantastici con la seccatura del momento o
che, anche se rapporti non ne esistono, serve a distrarre il corso dei nostri pensieri.
Quando siamo aggrediti da una persona pallida di rabbia, piacevole ricordare quel
capitolo del Trattato delle passioni di Descartes intitolato: Perch coloro che
impallidiscono per la rabbia sono da temersi pi di coloro che arrossiscono. Quando
ci si spazientisce per le difficolt che intralciano la cooperazione internazionale,
conviene ricordare il santo re Luigi IX, il quale prima di imbarcarsi per la crociata si
alle col Vecchio della Montagna, descritto nelle Mille e una notte come l'oscura
origine di ogni umana malvagit. Quando la rapacit dei capitalisti si fa opprimente,
ci si pu consolare rammentando che Bruto, quel raro esempio di repubblicana virt,
prest quattrini a una citt al tasso del quaranta per cento e assold un esercito
privato per assediarla quando vide che non pagava gli interessi.
Le nozioni curiose non soltanto rendono gradevole ci che sgradevole, ma
rendono altres pi gradevole ci che gi lo . Ho gustato le pesche e le albicocche
molto pi di quanto le gustassi prima, da quando ho saputo che si cominci a
coltivarle in Cina agli inizi della dinastia Han; e che i cinesi presi in ostaggio dal
grande re Kaniska le introdussero in India, da dove si diffusero in Persia giungendo
nell'impero romano nel primo secolo della nostra ra. Tutto ci mi rese quei frutti pi
dolci.
Circa cent'anni fa, alcuni filantropi bene intenzionati fondarono delle societ per
la diffusione del sapere utile col risultato che la gente cess di apprezzare il
delizioso gusto del sapere inutile. Aprendo a caso l'Anatomia della malinconia del
Burton, un giorno in cui mi sentivo incline a tale stato d'animo, appresi che esiste una
sostanza malinconica e che, mentre taluni pensano sia prodotta da tutti e quattro
gli umori, Galeno ritiene che sia prodotta da tre soltanto, escludendo il flegma o
pitita, e la sua giusta asserzione sostenuta con calore da Valerio e Menardo nonch
da Fuscio, Montalto e Montano. Infatti (essi dicono) come pu il bianco diventare
nero? Nonostante questo inoppugnabile argomento, Ercole di Sassonia e Cardario,
Guianerius e Laurentius sono (riferisce Burton) di parere opposto. Placata da queste
riflessioni storiche, la mia malinconia, fosse dovuta a quattro umori oppure a tre, si
dissip. Come un rimedio per il troppo zelo, potrei immaginare pochi mezzi pi
efficaci di un corso su tali antiche controversie.
Mentre i piaceri modesti della cultura hanno il loro valore perch alleviano le
seccature modeste della vita pratica, i meriti pi importanti della contemplazione
sono in rapporto con i mali pi gravi dell'esistenza: la morte, la sofferenza e la
crudelt, e la cieca marcia delle nazioni verso un inutile disastro. Coloro che non
traggono pi conforto dalla religione dogmatica hanno bisogno di un surrogato
perch la vita non diventi arida e dura e colma di una volgare autoaffermazione. Il
mondo ora zeppo di gruppi rabbiosamente concentrati in se stessi, ciascuno
incapace di considerare la vita umana nel suo insieme, ciascuno smanioso di
distruggere la civilt piuttosto che arretrare di un passo. Una istruzione tecnica non
riuscir mai a fornire un antidoto a tanta ristrettezza di vedute. L'antidoto, in quanto
riguarda la psicologia individuale, lo si pu trovare soltanto nella storia, nella
biologia, nell'astronomia, in tutti quegli studi che, senza intaccare il valore della
personalit, consentono all'individuo di vedere se stesso nella giusta prospettiva. Ci
che occorre non questa o quella nozione specifica, ma una cultura che permetta di

comprendere gli scopi della vita umana in generale: arte e storia, familiarit con le
vite di personaggi eroici, una certa idea della posizione accidentale ed effimera
dell'uomo nel cosmo, il tutto illuminato con emozione e orgoglio da ci che
caratteristicamente umano, la capacit di vedere e di sapere, la capacit di sentire in
modo magnanimo e di pensare con coscienza. dalle vaste percezioni sommate
all'emozione impersonale che sgorga direttamente la saggezza.
La vita, che fu sempre colma di sofferenza, pi dolorosa ora che nei due secoli
precedenti. Il tentativo di sfuggire al dolore spinge gli uomini a occuparsi di cose
banali, a ingannare se stessi, a inventare vasti miti collettivi. Questi palliativi
momentanei finiscono, a lungo andare, col creare nuove fonti di sofferenza.
L'infelicit privata e pubblica pu essere dominata soltanto da un processo in cui
volont e intelligenza agiscono concordi: compito della volont rifiutarsi di chiudere
gli occhi davanti al male o di accettare una soluzione che non ha contatti con la realt,
ed compito dell'intelligenza capire il male, porvi un rimedio se possibile o, in caso
contrario, renderlo sopportabile considerandolo sotto i suoi vari aspetti, accettandolo
come inevitabile e rammentando tutto ci che esiste al di fuori di quel male, in altre
regioni, in altre et e negli abissi dello spazio interstellare.

L'UOMO

"COMPIUTAMENTE SPOSTABILE" (ELMIRE ZOLLA)

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Per intendere il misticismo occorre non solo sgombrare la mente dal catalogo degli
stereotipi, ma anche ricostruire l'antica condizione, lo stato da cui nasceva ogni
misticismo, cio il mondo anteriore alla rivoluzione scientifica. Oggi l'uomo
diventato compiutamente, usa dire Bertrand de Jouvenal, spostabile; il suo ambiente
d'altro canto fungibile rispetto a quasi ogni altro sicch egli naturalmente disposto
ad un ascetismo capovolto: per natura, ormai, egli rinuncia ai massimi beni profani:
la propria terra come ente inconfondibile, la salubrit dell'aria, un ruolo sociale non
angosciante, un lavoro sensato, costumie oggetti d'uso che abbiano uno stile, cibi
schietti. A compenso dell'ascesi, della rinuncia a questi conforti egli per non riceve
beni spirituali, sibbene i materiali che si possano per caso produrre in serie; all'ascesi
egli deve adeguarsi per forza (i fanciulli non possono comunque aggirarsi imparando
e sbrigando faccende nella bottega o nel campo, non possono giocare per la strada
sorvegliati dalla comunit n bagnarsi nel torrente, n allevare gli ultimi nati, poich
il padre deve lavorare in fabbrica o in ufficio, abitare in un alveare fra estranei,
rinunciare alle acque che non siano piscine pubbliche, limitare le nascite; il padre che
ravvisi nel nido d'infanzia o nel collegio o nella banda di coetanei forme di esilio o
nella solitudine una forma di carcerazione per i suoi figli soffre; se invece
giudiziosamente si accieca, vivr soddisfatto nell'infelicit). Gli unici a poter trarre
un vantaggio dall'ascesi sono i perfettamente spostabili, che riescono a crearsi falsi
bisogni che verranno soddisfatti. L'allenamento a questo nuovo ordine comporta
istinti repressi, fiacchi, l'uomo spostabile regredisce di qua dalle passioni. Il mistico le
trascendeva. C' una somiglianza fra i due, proprio perch sonoi contrari l'uno
dell'altro: non sono asserviti ai beni naturali della terra n l'uno n l'altro. Coloro che
hanno osato percorrere la strada indicata dalle opere mistiche nei tempi moderni

hanno dovuto prima criticare la condizione sradicata, hanno trovato cio un ostacolo
in pi, un ulteriore grdino della scala, una mediazione aggiunta alla catena di
mediazioni trdizionali. Per trascendere il mondo bisogna che il mondo ci sia, per
attingere il soprannaturale necessario che ci si rappresenti il naturale. Perci le due
mediazioni attualmente preliminari a ogni conoscenza mistica saranno prima la
critica del bisogno falso, del consumo coatto, della repressione della natura, poi la
configurazione della propria vita nell'ordine anteriore alla modernit. Si vede questo
movimento duplice in ogni mistico moderno, come premessa delle sue conoscenze: la
storia di Kierkegaard nota. Prima di lui Hlderlin dovette anzitutto criticare il
mondo dal quale "sono fuggiti gli di", e quindi riplasmare la sua lingua depurandola
affinch diventasse espressiva e non miseramente comunicativa. Dopo egli ebbe in
dono le passioni robuste e solenni che lo legarono d'amore a Diotima: da queto punto
pot partire per la via tracciata, in tempi immemorabili, verso le conoscenze mistiche,
che gli furono largite fino alla follia. Herman Melville prima compie una critica
simila a quella di Marx in Redburn, poi riacquista nozione delle passioni, infernali e
purgatoriali in Omoo e White Jacket, e infine queste trascende nel viaggio iniziatico di
Moby Dick. Emily Dickinson, nella solitudine pu misurare la piena esensioine degli
empiti passionali, e poi trascenderli. I quaderni mistici di Kafka non sarebbero stati
scritti se egli prima non avesse incenerito il mondo burocratizzato. Robert Musil
mostr come sia orrido ogni impulso mistico che non abbia subito prima il lavacro
della doppia mediazione: "Se oggi qualcuno vuol chiamare fratelli gli uccellini, non
deve fermarsi a queste piacevolezze, ma esser pronto a gettarsi nella stufa, a infilarsi
nel terreno attraverso una conduttura elettrica o a guazzare nelle fogne gi per un
lavandino", datto nell'Uomo senza qualit. Cos non ci potrebbe essere La
connaissance surnaturelle di Simone Weil senza La condition ouvrire. Pasternak
doveva comprendere come "quel che era metaforico diventato reale" e allontanarsi
da ogni tratto moderno, per esporsi alla terribile furia delle passioni e trascenderle
infine secondo i canoni della liturgia in un modoche, fosse anche soltanto
oscuramente avvertito da coloro che l'hanno esaltato per equivoco, dovrebbe renderlo
un worst seller.

DIVISIONE E SPECIALIZZAZIONE DEL LAVORO MODERNO (KONRAD LORENZ)


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Konrad Lorenz, ne Il declino dell'uomo, dice a proposito della divisione del lavoro
che "la camicia di forza della specializzazione limita l'individuo e rende il mondo
terribilmente noioso. Sono fermamente convinto che lo 'svuotamento di senso' del
mondo del quale Viktor Frankl ha parlato in modo cos persuasivo sia in gran parte
conseguenza della specializzazione. Infatti se non si pi in grado di abbracciare
l'universo come un tutto, non si reisce pi a percepirne la bellezza, n a interessarsi
ad esso.

IL MITO DEL LAVORO NEL MONDO CONTEMPORANEO (JULIUS EVOLA)


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Nessun orientamento di Destra concepibile senza una decisa presa di posizione


contro il mito del "lavoro" e del "lavoratore" e contro l'aberrante culminazione di
questo mito dei tempi ultimi, costituito dal concetto di "Stato del Lavoro".
Non occorre dire che, come sempre, qui per Destra intendiamo la vera Destra, non
la Destra economica e capitalistica, comodo bersaglio delle forze sovvertitrici, bens la
Destra definita da valori politici, gerarchici, qualitativi, aristocratici e tradizionali,
custode dell'idea del vero Stato.
Vi chi pu obiettare che una tale Destra nel giuoco delle attuali forze politiche
italiane, e fors'anche europee, inesistente. Per gi nelle correnti che almeno si
dicono "nazionali" la profonda degradazione inerente a quel mito dovrebbe essere
sentita e dar luogo ad una naturale reazione. Invece troppo spesso si indulge in un
equivoco che comporta inevitabilmente l'acquiescenza al gergo e alle ideologie della
parte opposta. Ma cos: non bruciare incenso dinanzi alla classe lavoratrice, non
vedere la quintessenza di ogni politica non retrograda e non "reazionaria" nel
mettersi al servizio di essa e nell'andar incontro alle sue sempre pi impertinenti
"rivendicazioni", e cos via, sembra effettivamente oltrepassare la dose di coraggio
fisico e morale di cui dispone la gran parte di coloro che oggi, da noi, fanno la
politica.
Peraltro, anche di recente l'indulgere alle accennate ideologie si verificato in
margine a correnti nazionali. Il concetto di "Stato del Lavoro", sia pure abbellito per
l'occasione con la qualifica addirittura di "nazionale", stato proposto allo studio e
alla discussione di ambienti giovanili Su di un altro piano, esso stato innalzato a
simbolo "rivoluzionario", quasi che la Costituzione vigente non cominciasse con la
solenne proclamazione che l'Italia " una repubblica fondata sul lavoro" per cui
evidente che l'accampata istanza "rivoluzionaria" pu essere concepita solo sulla
direzione radicalistica propria a marxismo, socialismo e comunismo (movimenti dove
il mito del lavoro e dello Stato del lavoro veramente a casa sua), non sulla direzione
di un rigetto del sistema vigente, di una rivoluzione ricostruttrice e restauratrice della
gerarchia naturale dei valori e delle dignit.
A dire il vero, ci d quasi noia tornare su simili argomenti: nel riguardo la nostra
presa di posizione risale al gi abbastanza lontano 1934, quando usc la prima
edizione della nostra Rivolta contro il mondo moderno, e da allora non ci siamo
stancati di denunciare ideologie del genere. E' vero che anche nel fascismo del
Ventennio in certi ambienti sindacalisti e "pancorporativi" si erano affacciate
tendenze analoghe, ma esse restarono sempre marginali e inoperanti. Mussolini si
rifiut sempre di concepire lo stato fascista come un mero Stato del lavoro; afferm il
primato della politica e di superiori valori rispetto all'economia; le stesse
corporazioni, che organizzavano e disciplinavano le forze del lavoro e della
produzione, egli le concep come mezzi e non come fini.
Nemmeno ebbe seguito la stortura che, verso la fine del Ventennio, rappresent la
formulazione, da parte di Giovanni Gentile, del cosiddetto "umanesimo del lavoro"
sullo sfondo di un "senso della storia", interpretato proprio al modo degli ideologi di
sinistra: dopo l'emancipazione dello spirito umano, "celebratasi" col Rinascimento e
con l'umanismo di quel tempo, la rivoluzione liberale avrebbe rappresentato una
seconda conquista; ma l'ulteriore progresso sar l'"umanesimo del lavoro" con

l'"etica del lavoro", la riconosciuta spiritualit e dignit del lavoro e tutto il resto. La
convergenza con la filosofia marxista della storia non avrebbe potuto essere pi
precisa, e questo "umanesimo" gentiliano faceva il paio col "vero umanesimo" marxleninista e con tutto ci che si legge nella costituzione sovietica circa il lavoro inteso
non come un dovere imposto sadicamente a tutti ma anzi come un "onore".
D'altra parte, si sa di tutte le correnti di un cattolicesimo "illuminato" e non
retrogrado che oggi stanno mettendosi su si una non molto diversa linea inneggiando
all'"ascesa della classe lavoratrice". Le tappe del progresso umano secondo il
cattolico Maritain sono esattamente le stesse di quelle concepite dal Gentile. La
culminazione della storia, per tutti costoro, la "civilt del lavoro" e la mistica del
"lavoratore", nuovo soggetto della storia.
Non occorre dire che dal punto di vista tradizionale le tappe di questo presunto
progresso corrispondono rigorosamente a quelle di una graduale degradazione e
involuzione che, peraltro, ha colpito anche il tipo degli ideali, dei valori, delle
vocazioni predominanti e, in genere, della civilt. Infatti ovvio che il passare da
civilt che gravitano su valori spirituali e trascendenti a civilt il cui centro era
costituito soltanto dai valori, sia pure degni, propri ad una aristocrazia guerriera e,
da questa, alla civilt capitalistica e industrialistica basata sull'economia,
sull'organizzazione materiale, sul danaro e il guadagno, e, infine, lo spostamento
terminale verso una societ avente per centro e mito il puro lavoro e il lavoratore ..
ovvio che questo processo non pu venire concepito che come un processo regressivo.
La generalizzazione del significato della parola "lavoro" una caratteristica della
fase finale di questa regressiore. Essa pu dire una sola cosa: che tende a concepire
sotto le specie di quelle attivit inferiori, alle quali soltanto si pu applicare
correttamente il termine "lavoro", ogni altra attivit, tanto da degradarla e
riportarla allo stesso comune denominatore. E' ci che avviene, ad esempio, quando
ci si mette a parlare di "lavoratori intellettuali", di "lavoratori del braccio e della
mente" onde mascherare l'assurdit di concepire una societ e uno stato in funzione
esclusiva di "lavoro" e di "lavoratori". Un simile abuso deve venire denunciato. Si
deve dire che il lavoro lavoro, e basta. E' un non senso applicare il termine di
"lavoratore" per non dire addirittura "operaio" all'inventore, all'artista creatore,
al pensatore, al condottiero, al diplomatico, al sacerdote, allo scienziato, perfino al
grande organizzatore e capitano d'industria. L'attivit di tutti costoro non la si pu
definire come un "lavoro", n essi possono essere inclusi come che sia nella "classe
lavoratrice". Anzi noi non chiameremmo "lavoratore" nemmeno il contadino nella
misura in cui non sia il bracciante salariato ma colui che ancora fedele alla terra e
la coltiva per tradizione e per un interesse che non si esaurisce nella pura idea del
provento (per questo, oggi il tipo di un tale contadino, conformemente al "progresso
sociale", sta per sparire).
Per non si pu contestare che, parallelamente all'accennata generalizazione
abusiva del termine "lavoro", si verificata nei tempi ultimi una degradazione
effettiva che in certi settori la conferma. Stanno, infatti, divenendo "lavoro" non
poche attivit che fino a ieri avevano un assai diverso carattere. Ad esempio, si
possono ben chiamare "lavoro" nel senso pi bruto certe forme di sports e di
allenamento sportivo.
Il fatto che secondo la tradizione biblica (a cui, altrimenti, ad esempio, quando
s'insorge ostinatamente contro il controllo delle nascite, ci si tiene cos attaccati) il

lavoro fu concepito in stretta connessione con la caduta dell'uomo e come una specie
di espiazione, quindi come nulla che si possa glorificare, i cattolici di oggi volentieri lo
dimenticano. E' noto il valore negativo attribuito anche dall'antichit classica al
lavoro nel senso proprio e legittimo, ossia materiale: labor pot equivalere quasi a
sofferenza e a pena, e il verbo laborare pot significare "soffrire" laborare ex capite
in latino voleva dire, ad esempio, soffrire di mal di testa. Reciprocamente, il termine
otium, in antitesi a labor e negotium, spesso fu usato dai classici per designare non la
fannullaggine ma il tempo dedicato ad attivit non materiali, intellettuali, a studi, alla
letteratura, alla speculazione e simili; mentre otium sacrum figur nella stessa
terminologia religiosa e ascetica, associato all'attivit contemplativa. Qui non
sappiamo resistere alla tentazione di citare un proverbio spagnolo: el hombre que
trabaja pierde un tiempo muy precioso, cio "l'uomo che lavora (in senso proprio)
prde un tempo assai prezioso". Perdere questo tempo prezioso perch meglio
utilizzabile pu essere una necessit, una triste necessit. Ma il punto fondamentale
dovrebbe essere il rifiuto di fare di tale necessit una virt e esaltare una societ in
cui essa sia la chiave di volta.
In ogni visione sana e normale della vita il lavoro deve essere considerato come un
semplice mezzo di sostentamento nel caso di esseri non qualificati per svolgere una
attivit di un genere pi alto. Lavorare come fine in s e oltre quanto occorre pel
proprio mantenimento una aberrazione e proprio il "lavoratore" dovrebbe
capirlo: l'"eticit del lavoro", l'"umanesimo del lavoro", il "lavoro come onore"
tutte le altre chiacchiere non sono che mezzi per mistificarlo e per meglio saldare le
catene che lo legano al meccanismo della "produzione" divenuta quasi un processo
autonomo. Gi in altra occasione abbiamo citato questo aneddoto: in un paese
asiatico un imprenditore europeo, constatando lo scarso impegno degli indigeni nel
lavoro pens di raddoppiare le mercedi. La conseguenza fu che subito gli indigeni si
misero a lavorare la met delle ore di prima, dato che ora cos avevano gi quanto
loro bastava. Se il clima del "progresso sociale", dell'oltrepassamento a tutti i costi
della propria condizione, del moltiplicarsi artificiale dei bisogni non facesse apparire
come deprecabile un tale atteggiamento, proprio il prevalere di esso in strati sociali
inferiori (e anche non inferiori) tornati alla normalit sarebbe uno dei mezzi pi
efficaci per fermare il "gigante scatenato", cio l'economia, il parossismo produttivo
che sta diventando il destino dell'umanit "civilizzata".
Tornando un momento all'antichit classica, oltre a otium nel senso dianzi chiarito,
un altro termine faceva da antitesi a labor: opus, "opera". Propriamente, solo allo
schiavo si addiceva il labor, l'uomo libero compiva delle "opere", donde il termine
latino opifex che evidentemente a questa stregua non pu tradursi con "operaio" nel
senso moderno. Ora, lo Spengler ha indicato un mutamento assai significativo
quando ha rilevato che mentre l'uomo moderno tende a "Lavorare" perfino quando
"opera" crea, agisce, compie l'uomo tradizionale dava un carattere di "opera"
perfino a ci che poteva essere in una certa misura, un lavoro. Peraltro, questo
carattere qualitativo si era mantenuto fino a ieri, nel quadro dell'artigianato
tradizionale. Il paradosso che l'esaltazione del lavoro e la tendenza a ridurre lo
Stato ad un mero Stato del lavoro, il lavoro si sempre pi squalificato, ha perduto e
ha dovuto perdere in vastissimi settori il carattere personale e qualitativo di "opera",
tanto da scendere sempre pi in basso lungo la scala delle attivit degne di un uomo
libero, esercitate non per pura necessit o per la sola prospettiva del provento.

Correlativamente, si avuta la degradazione del tipo del "lavoratore" divenuto il


"membro cosciente" della "classe lavoratrice", il "venditore di lavoro" organizzatosi
nei sindacati, che pensa soltanto in termini di "salario", di "rivendicazioni" e di
"interessi della categoria" senza nessun riguardo pel bene generale, senza obbedire
pi a nessun movente disinteressato e nobile, a valori di fedelt, di dedizione, di
intima adesione (del resto, difficile che ci gli sarebbe ancora possibile, inserito,
come , in un sistema privo di senso, meccanico, anodino). E proprio presso questo
basso livello del lavoro e del lavoratore di oggi ci si mette a bandire lo "Stato del
Lavoro", a parlare della "nazione sociale che i realizza nello Stato del Lavoro, sintesi
degli ideali della nuova generazione (!!!)".
Dottrinalmente ovvio che uno Stato del Lavoro la pura e semplice negazione del
concetto tradizionale di Stato. Il carattere regressivo di quegli sviluppi chela
storiografia marxista vuol presentare come un progresso gi evidente se si considera
il modello che via via si scelto per lo Stato. Quando al tramonto delle civilt basate
su valori spirituali e aristocratici il potere effettivo pass nelle mani della borghesia
capitalistica e mercantilistica, il fondamento dello Stato fu riportato proprio al
principio di tale casta, cio al contratto (il contrattualismo,il "contratto sociale"),
concetto che naturalmente implica quello del vantaggio materiale e esclude ogni
fattore veramente etico e ogni nesso organico. "Governare" cos divenuto sinonimo
di "gestire", come in una impresa o in una amministrazione privata e non stupisce
che negil Stati Uniti invece di "governo" si parli proprio di "amministrazione"
(l'amministrazione Eisenhower, l'amministrazione Kennedy). Poi si scesi pi in
basso: il modello non pi nemmeno l'azienda o societ creata col contratto ma
addirittura la fabbrica socializzata e razionalizzata. Questo l livello a cui,
idealmente, appartiene il concetto di "Stato del Lavoro".
La guida sicura per giudicare delle forme politiche data dalla concezione della
gerarchia delle varie facolt in ogni uomo degno di questo nome per la naturale
analogia esistente fra l'essere individuale e quel grande organismo che lo Stato.
Tutta l'estensione, lo sviluppo quantitativo che in un certo tipo di civilt le attivit
materiali, il "lavoro", la produzione, l'economia possono avere, non dovrebbero
impedire il chiaro, costante riconoscimento del loro luogo gerarchico, corrispondente
appunto a quello delle funzioni materiali di un organismo individuale, le quali
debbono stare al servigio di una vita superiore. Solo a questa condizione pu esistere
un ordinamento normale. Il vero Stato incarna quei principi, qui poteri, quelle
funzioni che nell'uomo corrispondono all'elemento centrale e sovrano destinato a
dare un senso superiore alla vita, ad avviare verso fini, esperienze e tensioni
trascendenti la sfera puramente naturalistica e fisica. Se si nega allo Stato
l'autonomia propria ad un potere e ad una autorit sopraelevati, se ne nega la stessa
essenza, e di esso non rester pi che una caricatura, qualcosa di meccanicistico, di
disanimato, di opaco sovrapposto ad una esistenza collettiva non meno svuotata. Il
primato dato politicamente alla "societ" (abbiamo indicato poco fa l'analogia tra
tale concetto e quello di "societ" nel senso commerciale e aziendale) la prima fase
di questa negazione. La fase ulteriore certamente quella caratterizzata dallo "Stato
del Lavoro", col singolo pensato unicamente come il "cittadino lavoratore". Come
dicemmo, essa ha per modello la fabbrica a regime socializzato e collettivizzante.
Non occorre dire che l'aggiunta "nazionale" "Stato nazionale del Lavoro" un
puro mendace orpello. Il "lavoro" nel senso moderno non ha nessun carattere

"nazionale", non ha patria; svuotato delle sue valenze qualitative e tecnicizzato, esso
uguale dappertutto, popolo, razza e perfino sesso non vi portano vere differenze.
Ma se con l'epiteto "nazionale" si volesse indicare la nazione come un fine
sopraordinato, evidente che bisognerebbe cominciare col restituire al concetto di
nazione un significato superiore, indisgiungibile dall'ideale del vero Stato: significato
che naturalmente non pu venirgli dal mondo del lavoro, tale mondo essendo solo
quello dei mezzi. Pertanto l'uso di quella formula ibrida "Stato nazionale del
Lavoro" tradisce senz'altro l'incapacit di pensare in modo chiaro, incapacit a cui,
a sua volta, non estraneo un cedimento conscio o inconscio di fronte alle
suggestioni e alle ideologie delle sinistre e della "classe lavoratrice".
Come si vede, in ogni caso sussiste un equivoco che lascia le porte aperte
all'avversario. In tutta questa problematica si dovrebbe aver finalmente il coraggio di
pensare a fondo, senza confusioni, chiamando le cose col loro vero nome. Ripetiamo,o,
dunque. il lavoro lavoro, e basta. La classe lavoratrice solo una parte inferiore
(oggi, qualitativamente, pi che mai per le ragioni indicate). La prolificazione senza
simili che, dato il tipo attuale, materiale, di civilt , essa ha nel mondo di oggi e la sua
possibilit di esercitare pressioni sovvertitrici e spesso apertamente ricattatorie non
mutano in alcun modo il significato subordinato ad essa proprio in una gerarchia
normale. Nei gradi superiori ed essenziali di questa gerarchia n "lavoro" n
"lavoratori" possono avere qualcosa da fare. Se vogliamo dare spunti per utili
riflessioni e discussioni alla giovent ancora sana, in base a queste visuali che
bisogna darli. Ci sono gi abbastanza "aperture a sinistra" altrove perch anche in
campo "nazionale" ci si debba mettere quasi a fare la concorrenza sullo stesso
piano,anche se l'intento fosse solo "profilattico", come nell'infelice avventura e nel
pretesto accampato dal "centro-sinistra" attuale. L'appello ad un coraggio
intellettuale e ad un vero spirito rivoluzionario (pi esattamente:
controrivoluzionario, perch la vera rivoluzione oggi pu essere solo rivolta contro il
sistema politico e ideologico dove imperano proprio le idee qui stigmatizzate) , a tale
riguardo, una esigenza veramente categorica.

ASSENTE IL PADRE (JAMES HILLMAN)


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Pap, dove sei? Sei tornato?. No, piccolo, pap a pranzo con i colleghi. Dove
giusto che sia, come sosterr tra poco. Il suo posto altrove, come spiegher tra
poco, perch il suo valore fondamentale per la famiglia consiste nel mantenere i
contatti con l'altrove.
Quando lo vediamo nei telefilm e negli spot pubblicitari, Pap un po' uno
stupidotto. Non molto al corrente, rimane sempre spiazzato. Secondo i critici
contemporanei del ruolo paterno, si fa apposta a farlo apparire un po' stupido
perch questa immagine indebolita serve a intaccare il potere e il formalismo ingessato della societ patriarcale, rende pi paritarie le relazioni tra i sessi e sfuma le
differenze gerarchiche tra padri e figli. Di conseguenza, le mogli sono dipinte come
pi pratiche e presenti a se stesse e i figli come pi aggiornati ed esperti delle cose del
mondo. Pap un brav'uomo, ma un filino tonto.

La mia tesi che sotto ci sia dell'altro, non solo un cambiamento delle convenzioni
sociali e un ammorbidimento del padre patriarcale. La commedia rappresentata
sugli schermi televisivi ha un sottile intreccio secondario, non privo di fondamenti.
Forse il vero compito di Pap proprio quello di non capire niente di marche di
caff, di candeggianti e di merendine o di come affrontare le cotte della pubert;
forse la sua ottusit dimostra che dawero quello non il suo mondo. Il suo mondo
non compare sullo schermo perch tra le quinte, altrove, ed invisibile. Pap deve
tenere un piede in un altro spazio, un orecchio sintonizzato su altri messaggi. Non
deve perdere la sua vocazione n dimenticare i suoi obblighi nei confronti del desiderio del cuore e dell'immagine che egli incarna.
Beninteso, questi obblighi non riguardano soltanto gli uomini; ma sono gli uomini
a essere definiti assenti. Perci il nostro compito psicologico quello di esplorare
tale assenza al di l delle solite accuse di abbandono, lavorodipendenza, incapacit
colposa di relazione, mancato mantenimento dei figli, doppia morale, egocentrismo
patriarcale, che, assai giustamente, vengono rivolte a molti padri.
Per secoli i padri sono stati assenti: in paesi lontani a combattere campagne
militari; sul vasto mare, per anni di fila, come marinai; via da casa come mandriani,
esploratori, cacciatori di pelli, cercatori d'oro, messaggeri, prigionieri, trafficanti,
ambulanti, negrieri, pirati, missionari, emigranti. La settimana lavorativa una volta
era di settantadue ore. Inoltre il costrutto ruolo paterno presenta facce
estremamente diverse a seconda dei paesi, delle classi, delle occupazioni e delle
epoche storiche. Soltanto oggi l'assenza cos ignominiosa e definita una condotta
delinquenziale e addirittura produttrice di delinquenza. Come male sociale, il padre
assente l'uomo nero dell'ra socialterapeutica, questo periodo storico che vuole
curare le cose che non comprendiamo.
L'immagine paterna convenzionale, di un uomo al lavoro, che rincasa
all'imbrunire, che guadagna il pane, mantiene la famiglia premuroso del suo
benessere non solo materiale e dedica ai figli un tempo di qualit, un'altra fantasia
della superstizione parentale. un'immagine che non potrebbe essere pi lontana
dalla sua base statistica. Gi nel 1993, negli Stati Uniti, solo pochissime famiglie
rientravano nel modello del marito-padre che lavora e mantiene la famiglia, formata
dalla moglie-madre casalinga e dai loro due figli. Tutti gli altri americani vivono in
modo diverso. La tendenza statistica dei padri, dunque, di non realizzare questa
immagine, cos come quella delle donne di non realizzare l'immagine di mogliemadre casalinga. Se l'espressione i valori della famiglia significa due genitori che
vivono insieme con i loro figli biologici nella loro casa, bisogna ammettere che tali
valori hanno ben poco a che vedere con il modo in cui vivono di fatto gli americani.
[]
Un figlio felice: mai, in nessun tempo e in nessun luogo, questo stato il fine che
i genitori si sono proposti. Un figlio industrioso, che si renda utile; un figlio
malleabile; un figlio sano; un figlio ubbidiente, ben educato; che si tenga lontano dai
guai; un figlio timorato di Dio; un figlio da godere: tutte queste sottospecie, s. Ma la
superstizione parentale ha fatto cadere i genitori nella trappola di dover fornire,
insieme alle scarpe, ai libri di scuola, alle vacanze con il bagagliaio carico da
scoppiare, anche la felicit.

MANIFESTO PER UN MONDO SENZA LAVORO (ERMANNO BENCIVENGA)


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Uno spettro si aggira per il mondo: la disoccupazione.


Semina disagio in giovani parcheggiati in scuole inutili ad affinare competenze per
un mercato che non pu assorbirle; annichilisce la stima e il rispetto di s in persone
mature e ancora valide ma non pi necessarie ad aziende costantemente in fase di
ristrutturazione e non pi in grado di competere con successo per i pochi posti
disponibili; atterrisce e ricatta chi ancora il lavoro ce l'ha, costringendolo a patti
vergognosi; fa esplodere di incontenibile rabbia chi il lavoro non l'ha mai avuto e
vede il treno della vita passargli accanto senza poterci mai salire, senza poter alzare
gli occhi con decoro di fronte ai propri figli o senza poterli mai avere, quei figli.
La risposta dei governi a questa tragedia (quando c': quando non si associano
all'interesse delle multinazionali, che della situazione profittano ricavandone
manodopera a bassissimo costo e spacciando poi il risultato per sviluppo tumultuoso
e fiorente) quella miope di sempre: escogitare forme pi o meno plausibili di
crescita dell'occupazione, intesa come occupazione produttiva, cio come produzione
di merci che dovranno essere consumate. una risposta inadeguata e insostenibile: il
consumo motivato dal bisogno o dallo spreco, ma chi ha bisogno spesso non ha
risorse per consumare e chi ha risorse spesso non ha bisogno di quel che viene
prodotto. Si tratta allora di incoraggiare lo spreco, il che vuol dire, nella maggior
parte dei casi, mascherarlo da bisogno. Porzioni sempre pi rilevanti del budget di
un'impresa sono investite per convincere il pubblico, stoltamente, che ha bisogno di
oggetti che nemmeno immaginava di poter utilizzare e che esistono all'unico scopo di
essere acquistati. Lo spreco ha evidenti conseguenze distruttive sull' ambiente
naturale: l'aria si fa irrespirabile, la temperatura aumenta, il clima va incontro a
trasformazioni di portata biblica. Ma quel che peggio che tutti questi disastri sono
inutili: la tecnologia rende la produzione sempre pi efficiente e sazia i bisogni, veri o
presunti che siano, con un impiego sempre minore di lavoro umano. Quindi, per
quanto efficace sia la pubblicit nell'indurre nuovi bisogni, lo spettro della
disoccupazione non verr esorcizzato e anzi si presenter in modo sempre pi
angoscioso. Il motivo permanente, non temporaneo; essenziale, non accidentale;
necessario non fortuito. Un numero crescente di esseri umani ridondante, non serve
a nulla e non si sa che cosa farsene. Potrebbe essere eliminato senza conseguenze. (E,
fra parentesi, colpa loro, perch non sono abbastanza volenterosi e
intraprendenti: alla pena gi assegnata si fa cos corrispondere una responsabilit
fittizia.)
Altri fantasmi analoghi incombono, e tutti impartiscono, a chi ha occhi per vedere,
la stessa drammatica lezione. Negli Stati Uniti, Paese guida dell'attuale modello di
sviluppo e pi perspicuo punto di osservazione per stabilire quel che ci aspetta, dodici
milioni e mezzo di persone (una persona ogni ventiquattro) fanno uso di droghe
illegali, alimentando un'industria carceraria che ha superato i sei milioni di clienti
(in Italia, per dare un'idea dell'ordine di grandezza, i carcerati sono circa
settantamila, poco pi dell'uno per mille della popolazione contro il due per cento
americano). Il numero appena citato di drogati rappresenta peraltro un

miglioramento rispetto a qualche anno fa, ma solo perch cresciuto in modo


stratosferico quello delle persone che abusano di sostanze medicinali; gi nel 2009
c'erano stati (sempre negli Stati Uniti) pi morti per tale abuso che per incidenti
stradali. E c' forse gran differenza tra i drogati chimici, provvisti o meno di ricetta
medica, e gli altri? Non sono gli altri assuefatti a droghe altrettanto potenti, quando si
consideri il tempo che trascorrono ogni giorno davanti alla televisione o allo schermo
di un computer, o comunicando banalit ad amici che spesso non hanno mai
incontrato? Non forse vero che tutti stanno gridandoci con il loro silenzio (perch
sono attivit condotte in silenzio - il silenzio di uno zombie) un giudizio disperato su
s stessi? Non stanno forse dicendoci che, anche per quelli fra loro che sono
occupati, una parte cospicua della vita non ha alcun uso o funzione e pu essere
buttata via senza rimpianti? Anche per i pi fortunati solo una questione di
proporzioni: il loro tempo, quel poco o tanto di opportunit vitale che stato loro
concesso, non del tutto inutile ma lo in notevole misura. Molti sembrano capire
questa tragica morale, e infatti si contano a decine di milioni i malati di depressione,
piaga del nostro tempo, buco nero che inghiotte ogni nostro progetto, ogni nostra
fiducia, ogni nostra gioia.
L'immagine evocata da tali spettri quella di un'umanit giunta al capolinea, che
non sa pi per che cosa e su che cosa impegnarsi e sta quindi procedendo tanto
inconsapevolmente quanto irresistibilmente alla propria sistematica distruzione: una
mandria di lemming che si scoperta in soprannumero e ha intrapreso una corsa
sfrenata verso il baratro pi vicino. E l'immagine si riflette, arricchendosi di dettagli
ancora pi inquietanti, nei venti di guerra e di strage che qua e l agitano il pianeta.
Collocati nella prospettiva della nostra storia rissosa e omicida, questi ulteriori
fantasmi ci parlano di una ciclicit perversa: di una specie che non ha mai saputo far
meglio che purgarsi della propria zavorra con ricorrenti, generazionali massacri e
che oggi, con una zavorra tanto pi ingombrante' ha bisogno di massacri tanto pi
radicali. Cos i conti, orribilmente, tornano e tutto quadra: con feroce sarcasmo, nel
momento stesso in cui sembriamo aver pi capacit di conservare la salute e
prolungare la vita, ci troviamo di fronte a uno spaventoso esubero di esseri umani e
dunque, dopo averli salvati uno alla volta dal vaiolo e dalla difterite, dal tetano e
dall'ipertensione arteriosa, siamo costretti a liberarcene in un modo o nell' altro,
meglio se a mucchi. Con i cannoni e le bombe intelligenti dove possibile e, dove
invece gli scrupoli di superficie si fanno pi scomodamente avvertire, annegandoli
nella stolidit e nell'idiozia e rendendoli cos unici responsabili della propria
distruzione fisica, mentale e morale. Ha ucciso pi indiani il whisky delle armi (anche
se chiaro che le armi possono sempre tornar buone).
[]
Sto auspicando una rivoluzione copernicana, intendo suggerire che il problema
della disoccupazione e quelli (per me collegati) dell' abuso di droghe e della violenza
razziale e terroristica non possono essere risolti con brillanti e originali proposte di
ingegneria sociale: che necessario un nuovo modo di pensare a noi stessi, una nuova
concezione generale di quel che siamo e dobbiamo essere. Anche la disoccupazione
non una malattia ma un sintomo, n pi n meno delle conclusioni scettiche
humiane sul principio di causalit: affrontarla con successo significa trasformarla in
un fulcro archimedeo intorno al quale far ruotare il mondo e quindi vedere tutto il
mondo (in questo caso, le condizioni in cui ci troviamo e le attivit che svolgiamo) alla

sua luce. Alla luce di un essere che non ha bisogno di occupazione, nel senso in cui
questa parola comunemente intesa, per trovare la propria dignit. Anzi, che
essenzialmente non ha proprio bisogno: che non trova nel bisogno la propria identit.
[]
A fondamento e giustificazione delle storture che stiamo esaminando c' una teoria
degli esseri umani, di che cosa sono e come funzionano. La teoria fondata sul
concetto di bisogno, che quanto dire, in senso oggettivo, di mancanza e, in senso
soggettivo, di dolore. Secondo la teoria, destino dell'uomo e della donna che si
aprano periodicamente nel loro essere altrimenti quieto e sonnolento dei vuoti e che
questi vuoti li tormentino finch non siano stati colmati, finch l'oggetto di cui si era
tutt' a un tratto spalancata l'esigenza non sia in loro possesso e non sia lecito
ritornare a dormire.
Supponiamo che in me si manifesti e rimanga insoddisfatto uno di questi bisogni:
ho fame, per esempio, e non ho nulla da mangiare. Si creer cos in me anche un
bisogno secondario di aiuto: che cio qualcun altro mi procuri il cibo che mi manca.
Ma, se quest' altro un essere umano, perch mai dovrebbe uscire dall'inerzia per
aiutarmi? L'unico modo per scuoterlo far leva su un suo bisogno insoddisfatto:
avere a disposizione qualcosa che gli manca e che egli disposto a scambiare con il
cibo da me agognato. Dopo di che, tutti e due ripiomberemo nell'inerzia che per
entrambi (in questo modello) il piacere supremo: la completezza, il suturarsi di ogni
fessura, l'acquietarsi di ogni esigenza. E ci rimarremo finch non si spalancher un
altro vuoto e non si riproporr lo stesso imbarazzo.
[]
Non tanto l'inutilit degli oggetti a costituire un problema. Come vedremo, nel
modello alternativo che intendo proporre ci sar ampio e significativo spazio per
attivit gratuite. Ma un problema la falsa coscienza che a tale produzione
associata: l'idea cio che di questi oggetti inutili non si possa fare a meno. La
malafede pu essere spesso efficacemente nascosta sotto i grandi numeri: in una
societ composta non di dieci ma di dieci milioni di persone possibile convincersi
che ci sar sempre bisogno di scarpe o ceste o martelli. facile passare
inavvertitamente da un insieme molto numeroso a un insieme infinito (l'unico in
cui la convinzione avrebbe senso), soprattutto se la cosa ci conviene. Ma un alibi
esile e poco convincente: l'operaio di un'industria automobilistica che sforna
centinaia di macchine al giorno non pu non rendersi conto, specialmente quando
guida per strade intasate o cerca affannosamente un parcheggio in terza fila, che la
quota di macchine necessarie stata raggiunta da tempo e sarebbe possibile
mantenerla con una produzione molto ridotta, quindi da un lato lui stesso inutile e
dall' altro la pretesa indispensabilit che darebbe sostanza alla sua dignit di
lavoratore una menzogna.
[]
L'essere umano non questo: non un termostato destinato a mantenere per
sempre fissi certi parametri, una creatura per cui l'attivit solo una penosa
digressione verso l'ambita quiete fetale, una struttura tendenzialmente passiva pronta
ad animarsi solo quando sottoposta a stimoli non richiesti e non graditi. invece
quell'attivit stessa, l'attivit la sua essenza; in essa, non nel riposo, trova la sua

gioia e il suo piacere, una gioia e un piacere che si arrestano quando si arresta
l'attivit, lasciando, invece che estasi, solo stanchezza e tedio.
Fin qui sono d'accordo con Aristotele, che caratterizza l'eudaimonia, il bene
supremo per gli esseri umani, come il piacere associato a un' attivit. Quel che
intendo aggiungere ha a che fare con la natura di questa attivit. Un essere umano,
per me, una struttura dialogica e teatrale: una molteplicit di ruoli in costante
confronto e contatto reciproco, che costantemente imparano gli uni dagli altri come
superare i propri punti ciechi, come elaborare le proprie intuizioni, come affrontare
le proprie difficolt. E la conversazione che continuamente si svolge fra tutte le voci
che lo costituiscono, e che continuamente arricchisce e approfondisce le risorse di
ciascuna di esse.
I termini dialogo e voci non vanno intesi come limitati a un ambito verbale o,
peggio ancora, intellettuale di esistenza. (Semmai, sono invece incline a far leva su
questi termini per ridefinire la nozione di intellettualit in modo che ci entrino anche
le mani e i piedi, oltre che la bocca e la mente.) Un certo modo di piallare il legno o
schiacciare la frizione, di battere a macchina o comporre alla tastiera di un computer
o suonare il piano, sono voci e fra loro si svolge un dialogo quando mosse e
atteggiamenti integrali all'uno interagiscono con mosse e atteggiamenti integrali
all'altro: quando (senza che necessariamente sia pronunciata alcuna parola o evocato
alcun pensiero) emerge quel che a parole si potrebbe esprimere come un Perch
no?, un suggerimento trasversale che una pratica d all' altra, e quest' altra lo
prende sul serio e magari un po' finisce per cambiare, in un gioco di estrapolazioni e
di intrecci senza fine.
Se un essere umano come l'ho descritto, allora la socialit gli essenziale, perch
per suo tramite che egli sviluppa la sua natura e diventa quel che . Nella quiete
fetale non ci sono che potenzialit irrealizzate, che rimarranno tali finch dalla quiete
non si uscir e non si comincer ad avere contatti significativi con altri esseri umani,
con altri repertori di voci e serbatoi di competenze. Tradizionalmente, questo
processo di attualizzazione ha luogo durante l'infanzia e l'adolescenza, quando un
certo numero di modelli s'imprime sul comportamento di un individuo. Poi si arresta
e l'individuo deve mettere a profitto ci che ha acquisito. Tale scansione sembra
inevitabile, necessaria; ma si tratta appunto di una delle antiche (apparenti) necessit
che dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione. Lo richiede la rivoluzione
copernicana di cui ho parlato, quella che dobbiamo compiere per superare (non
risolvere) il problema della disoccupazione.
[]
Nella visione tradizionale, la disoccupazione un fatto negativo (come dice la
parola stessa, profondamente imbevuta di teoria), da affrontare ed eliminare
sostituendole il suo opposto, il fatto positivo dell' occupazione. Ma se rovesciamo
questa prospettiva e questo implicito giudizio di valore potremo gettare sull'intero
contesto una luce nuova, che ci faccia vedere la disoccupazione endemica (e l'abuso di
droghe, e la televisione, e la violenza immotivata e indiscriminata) come l'affiorare
(finalmente! e con tutte le sofferenze del caso) della nostra vocazione, del nostro stesso
essere. Il concetto invocato da tutti questi fenomeni ha ricevuto finora per motivi
accidentali scarsa attenzione e adesso, in circostanze mutate, tenta di imporsi, salvo
che noi continuiamo a leggerlo e a trattarlo con gli occhi e gli strumenti di sempre.

Sto parlando del tempo libero, ossia dell' autentico tema della nostra epoca. E ne
sto parlando, sar bene ripeterlo, non perch la nostra epoca abbia creato questo
tema, ma perch per la prima volta ce ne ha presentato il significato essenziale. Quale
potrebbe essere il tempo in cui quel che siamo si realizzer pi direttamente? Non
sar forse quello in cui siamo pi liberi di essere noi stessi: il nostro tempo libero,
appunto?
[]
Secondo l'antropologia tradizionale cui mi oppongo i bisogni sono parte costitutiva
del nostro essere. Il tempo libero, allora, un' appendice superflua, un ghirigoro, uno
svolazzo gratuito, un errore in senso etimologico: nel senso cio del risultato di un
errare, di un andare a spasso, senza meta, senza scopo, senza utilit. Che vuole anche
dire: senza dignit, perch m questo modello hanno dignit solo le cose utili, le cose
che soddisfano un bisogno. Donde la profonda mancanza di dignit del tempo libero,
abbandonato in pratica all'indolenza e all'idiozia e dimenticato nella teoria anche da
quei pensatori che pi hanno contribuito a rivoluzionare societ e individui.
[]
Nella nuova antropologia che sto proponendo, sono i bisogni a costituire una
distrazione. Tanto continua e invadente da nascondere per millenni con grande
efficacia la vera natura del nostro essere e da renderla irriconoscibile anche quando il
progresso tecnologico ce l'ha messa davanti agli occhi, ma comunque una distrazione:
un problema, questo s, da risolvere il pi presto possibile per poterei quindi dedicare
a noi stessi, cio alla crescita di quella molteplicit, di quella diversit, di quel dialogo
che noi siamo e che con il suo crescere ci porter a sviluppare e articolare la nostra
umanit.
[]
Parliamo invece di normalissimi padri e madri di famiglia regolarmente occupati
(e sobri). La loro vita media si sta allungando e cos, all' altra estremit della fase
produttiva, si spalanca una seconda infanzia anche pi lunga della prima. Che cosa ci
sta dicendo questo fenomeno? Quale lezione fa di tutto per offrirci? Che d'ora in
avanti il valore e la dignit di una vita umana si decideranno soprattutto in base al
valore e alla dignit del suo tempo libero. Che forse, anzi, sempre stato cos; ma
adesso finalmente avere valore e dignit non pi un lusso per pochi. O almeno non
necessario che lo sia.
Possiamo rifiutarci di usare questa opportunit e continuare a pensare al tempo
libero come a un'escrescenza insignificante cui non prestare soverchia attenzione; cui
riservare i rimasugli pi scalcinati della nostra attenzione e del nostro impegno, della
nostra energia e inventiva. Ci prendiamo un sacchetto di patatine e il telecomando e
ci guardiamo tutti i programmi sul campionato di calcio. Oppure possiamo prendere
a prestito la strategia del bambino: giocare anche da adulti come fa lui, imparando.
Ampliando cio il cast della nostra recita, aggiungendovi sempre nuovi ruoli e
personaggi, sviluppando questi personaggi in tutte le loro potenzialit.
Le due antropologie che si stanno confrontando qui sono perfettamente allineate
con queste due diverse tendenze. Secondo l'una, l'adulto (tradizionalmente inteso) a
dirci la verit sul bambino. Il bambino non capisce il bisogno, non si rende conto delle
spiacevoli esigenze della vita, di quelle spiacevoli esigenze che sono la vita. Occorre
fargli capire, farlo maturare, irreggimentare il suo istinto ludico in un' attivit

funzionale. Secondo l'altra, il bambino invece a dirci la verit sull' adulto. Perch il
bisogno estrinseco, alieno, non quel che siamo: impone un'interruzione nella
costruzione di quel che siamo. E, appena termina l'interruzione e possiamo
riprendere le fila della nostra vita (perch la settimana lavorativa ha termine, perch
siamo andati in pensione), appena possiamo agire in libert, il bambino riemerge,
pronto a giocare come una volta e ad apprendere come una volta attraverso il gioco.
La divisione della vita umana in una fase preparatona e una fase produttiva, in cui la
prima riceve il suo valore e significato dal servizio che presta alla seconda, non
dunque un destino inevitabile: frutto di un certo modo di vedere le cose, e di vedere
noi stessi, ma quel modo non l'unico e alle sue conseguenze possibile sfuggire.
[]
Si parlato tanto di pensioni nel nostro Paese, per anni: l'aumento dell'et
necessaria per conseguire tale beneficio, gli scandali dei baby pensionati e delle
pensioni d'invalidit. Non un caso, perch su questo tema si scontrano
schizofrenicamente tendenze opposte dell' attuale modello di sviluppo. Da un lato una
societ che ha come suo valore fondamentale la produzione non pu non dissociarsi
con fermezza da chiunque voglia sfuggire troppo presto e troppo facilmente ai suoi
compiti produttivi. Dall' altro per difficile trovare qualcosa di utile da fare per
tanta gente; dunque una soluzione abbastanza ovvia mandare qualcuno a casa (e
mantenerlo; altrimenti questa mossa equivarrebbe a una condanna a morte). In una
societ che ponga invece il tempo libero al centro dell'interesse e veda la produzione
come strumentale a un suo uso valido e creativo (non viceversa), il pensionato non
sarebbe un estraneo o una fonte di disagio; tutti, anzi (ecco il paradosso!), dovremmo
ragionare un po' da pensionati per tutta la vita, imparare a ragionare cos.
[]
Vedremo allora un filo rosso unire la nostra infanzia, in cui sperimentazione e
gioco sono goduti con l'incoscienza dell'istinto, a tutte le varie isole di libert della
nostra esistenza matura, in cui dovremmo educarci a giocare con cognizione di causa,
per emergere infine all' altro estremo, nella nostra seconda infanzia, come esseri
umani pienamente consapevoli di questa attivit fine a s stessa e del suo valore.
[]
Non ho obiezioni da fare al concetto generale di scambio. Tutt' altro: lo scambio
socializzante; il mercato, oltre a soddisfare i nostri (veri o presunti) bisogni, ci unisce
rendendoci interdipendenti, facendoci incontrare e trattare gli uni con gli altri. Nel
caso estremo (e, come ho detto, molto istruttivo) degli Stati Uniti, in cui the art of the
deal il modello dichiarato di ogni attivit umana, le persone, e in particolare i
giovani, non hanno letteralmente nessun altro modo di trovare compagnia che
incontrarsi in un centro commerciale (un costume ormai arrivato anche in Italia).
deprecabile che sia cos, che non ci siano altre forme di socializzazione; ma visto che
cos non possiamo che rallegrarci se il centro commerciale adempie anche a questo
compito.
Dunque non lo scambio in s il problema: invece il tipo di scambio cui
l'economia moderna ha ristretto il suo interesse. Per chiarire quel che intendo,
torniamo alla definizione di merci e denaro di due pagine fa: oggetti che fungono
soltanto da termini di uno scambio. Siccome ho gi indicato di non approvare la
centralit di merci e denaro, c' chiaramente qualcosa in questa definizione che

intendo respingere. Secondo l'interpretazione regressiva suggerita poc' anzi,


dovrebbe essere lo scambio; ma ho appena dichiarato che non cos. Qual allora il
mio obiettivo polemico? Sono gli oggetti; il limitare lo scambio a uno scambio di
oggetti.
Lo scopo di un' economia illuminata il comune benessere: il ben essere, cio, della
comunit. Ma in che cosa si traduce questo ben essere, in che cosa pu tradursi visti i
limiti strutturali dell' economia moderna? Nella distribuzione (equa, si presume) fra i
membri della comunit di un certo numero di oggetti. Il ben essere, insomma, non
altro per l'economia moderna che un ben avere. E questo perch l'essere dell'uomo
che protagonista di quell' economia stato a sua volta ridotto a un avere: si estende
tanto quanto il suo raggio d'influenza e di controllo, quanto l'ambito di oggetti di cui
pu disporre secondo la sua volont.
[]
In questa forma di vita, la gioia che testimonia l'accresciuta pienezza dell' essere si
manifesta tutta insieme nell'istante dell'acquisizione, nel momento in cui si pu
gridare mio!. La sua concentrazione in questo singolo istante le conferisce
un'intensit estrema, una natura quasi di scossa elettrica. Ma appena l'istante
passato anche la gioia passata: siamo gli stessi di prima, vuoti come prima, con un
oggetto (probabilmente inutile) in pi.
[]
Che cosa succederebbe se non riducessimo l'essere all' avere, se invece che intorno
a oggetti inerti e passivi lo costruissimo intorno a un' attivit di costante ricerca,
sperimentazione e confronto? E, per tornare al tema da cui eravamo partiti, quali
scambi sarebbero appropriati a questa diversa concezione dell' essere umano?
Uno scambio di oggetti un gioco a somma zero, in cui se uno vince l'altro perde,
anzi uno pu vincere solo quel che l'altro perde. Il risultato pi equo di un gioco
simile un pareggio: una situazione in cui non perde nessuno ma anche (e qui sta il
problema) nessuno vince. Se, prima di uno scambio tra A e B, A ha un certo valore V
e B ha un certo valore W (il che vuol dire, in questo modello: A possiede oggetti di
valore V e B possiede oggetti di valore W), l'esito migliore (pi giusto) che possiamo
aspettarci che dopo lo scambio A continui ad avere valore V e B continui ad avere
valore W. Il meglio che possa accadere che tutto rimanga com' era: qualsiasi
variazione nelle condizioni iniziali sarebbe iniqua. (Ammettendo per amor di
discussione che le condizioni iniziali fossero eque; se non lo erano, uno scambio non
alla pari potrebbe essere necessario per riequilibrarle.)
[]
solo quando l'essere non si riduce all'avere che diventa davvero possibile vincere
insieme. Supponiamo che io sappia il latino e tu l'analisi matematica. Entrambe
queste conoscenze aggiungono una voce (intesa nel senso che ho spiegato prima) al
nostro repertorio. lo posso pensare al mondo in assenza di articoli, in una lingua in
cui uomo, l'uomo e un uomo sono esattamente la stessa espressione e quindi
non c' una differenza netta e radicale tra un concetto e i suoi esempi. Tu sei in grado
di tradurre vasche che si riempiono d'acqua e palloncini che esplodono in funzioni
continue, limiti ed equazioni differenziali. Per ciascuno di noi, la voce che abbiamo a
disposizione parte preziosa della nostra persona, fa di noi qualcosa di pi, che di
pi, che ha un essere pi articolato e complesso. E adesso immaginiamo di investire i

prossimi due anni in un progetto di educazione reciproca. Ci troviamo tutte le sere,


una volta a casa mia e una volta a casa tua, e ci insegniamo l'un l'altro l'analisi
matematica e il latino. Sar faticoso, ma non pi di quanto lo siano lavorare a una
catena di montaggio, affettare prosciutti in un supermercato o andare in giro
vendendo polizze di assicurazione, e probabilmente sar molto meno noioso.
A un certo punto entrambi sentiremo che siamo in grado di muoverci da soli nel
nuovo elemento, che la nuova voce ha cominciato a parlare dentro di noi. Non saremo
diventati degli esperti, ci sar ancora molto che dobbiamo imparare, ma potremo
cominciare a procedere senza stampelle, senza aiuto esterno; potremo continuare la
nostra educazione in prima persona. A questo punto ci lasciamo: lo scambio finito.
Quale ne il risultato? Che entrambi sappiamo l'analisi matematica e il latino,
entrambi abbiamo quel che l'altro aveva (o era), ma senza che l'altro abbia perso
nulla di suo.
[]
Uno scambio di questo genere mantiene, anzi accentua, la sua funzione
socializzante. Non si tratta pi di un incontro effimero fra estranei, che diventano
momentaneamente interessati l'uno all' altro per ripiombare subito, appena si
realizzato il trasferimento di propriet, nella reciproca indifferenza. invece un
sodalizio esteso nel tempo, che promuove una familiarit ad ampio raggio e consente
una comunicazione e un' educazione a pi livelli, perch quando si sta tanto insieme
si far viva in ciascuno pi di una voce. La socializzazione permessa dal mercato pu
essere considerata un caso limite di quest'esperienza pi vasta: il contatto si riduce a
un istante privo di dimensioni perch i due esseri che entrano in contatto sono a loro
volta punti privi di dimensioni e di struttura, puri centri di forza essenzialmente
identici l'uno all' altro (perch identicamente puntiformi) e distinguibili soltanto
attraverso quel che non sono e che per caso si trova in loro possesso. Tornando al
bambino che gode dei regali di Natale con un orgasmo immediato e subito spento,
pensate a che differenza farebbe se il regalo fosse invece una gita fatta insieme, un
pomeriggio passato insieme a leggere storie, o a scriverne.
Quel che avevo giudicato apprezzabile nello scambio di merci e denaro (lo scambio
basato sull' avere) dunque presente in misura ancor pi rilevante in questo scambio
di abilit e conoscenze (uno scambio basato sull'essere). Inoltre, come abbiamo visto,
quel che viene cos scambiato rimane a disposizione di tutti i partecipanti, nessuno
costretto a farne a meno. Il prossimo passo (che implicito in tutto quel che ho detto,
ma occorre esplicitare) consiste nell' attribuire valore decisivo a queste abilit e
conoscenze, e all' attivit, all' essere, in cui si esprimono e si sviluppano, togliendolo
invece agli oggetti, che d'ora in avanti avranno valore solo in quanto inseriti in un'
attivit, indispensabili al dispiegarsi di una conoscenza e cos via - cio solo in modo
strumentale. Questo passo trasformer radicalmente il nostro ambiente etico: quel
che conta per noi, nell' ambiente, saranno gli altri repertori di abilit e di conoscenze
cui abbiamo accesso e soprattutto gli altri esseri umani da cui possiamo imparare
qualcosa (eventualmente, per chi abbia affinato notevoli capacit di evocazione,
anche gli altri esseri umani assenti cui abbiamo accesso mediante un testo). E
l'economia diventer la disciplina che gestisce in modo razionale il nostro rapporto
con questo ambiente (perlopi) umano.
[]

La disoccupazione endemica dei Paesi occidentali non un problema nello stesso


senso in cui lo sono gli esercizi in un libro di fisica: una domanda cio cui trovare
risposta sulla base della teoria enunciata nel libro. invece un' anomalia, un sintomo
che quella teoria si sta scontrando con suoi limiti costitutivi. Finch l'essere di uomini
e donne sar identificato con il possesso e il controllo di oggetti e gli scambi che hanno
valore per gli esseri umani saranno limitati a scambi di oggetti, fondati sul bisogno
che gli esseri umani ne hanno, sar inevitabile scontrarsi con la finitezza delle umane
risorse e degli umani bisogni; quindi inevitabilmente molti esseri umani si troveranno
privi di ogni valore, ridotti a non-persone superflue, da eliminare nel modo pi
indolore possibile. Per superare questo problema occorre cambiare paradigma:
ridefinire l'essere di uomini e donne in termini di attivit, pi precisamente di un'
attivit di articolazione e sviluppo di molteplici abilit e conoscenze, e dichiarare che
gli scambi di queste abilit e conoscenze sono quelli che hanno valore per gli esseri
umani. Che cosa succede al problema della disoccupazione in questo nuovo
paradigma? Molto semplicemente, sparisce, non perch tutti siano occupati nel
vecchio senso ma perch essere occupati in quel senso non pi di importanza
fondamentale, perch un' occupazione nuova ha preso il sopravvento e, come
risultato, tutti siamo perpetuamente occupati nell' educarci, nel potenziare il nostro
ben essere - inteso stavolta in modo non riduttivo.
[]
In America (ancora una volta) i mezzi di comunicazione trattengono visibilmente il
fiato quando si avvicina Natale, perch si solleva per tutti un interrogativo
angoscioso: quante cose inutili si compreranno? Oltre il cinquanta per cento degli
acquisti annuali si bruciano in quelle poche settimane; decine di migliaia di esercizi
commerciali, semivuoti in qualsiasi altro periodo, si giocano in quel momento la
propria sopravvivenza. Se la gente non compra finita.
Queste ridicole perversioni fanno parte del tentativo costante di trasformare
l'insieme dei nostri bisogni, stiracchiandolo in modo inverosimile, in un insieme
infinito. Nella nuova antropologia che ho proposto, tali sforzi penosi non sono
necessari, perch l'insieme di conoscenze e abilit che ognuno di noi pu acquisire
di fatto potenzialmente infinito.
[]
Ho cominciato con una teoria metafisica circa l' essenza dell'uomo (e della donna);
poi, inserendo il concetto di valore (valorizzando cio quell'essenza, approvando il
suo indefinito crescere e potenziarsi), sono passato all'etica. A questo livello, dunque,
la mia posizione la seguente: bene che ciascun essere umano occupi la maggior
parte possibile del proprio tempo (della propria vita) nell'arricchimento costante di
quel repertorio di voci che costituisce la sua natura, ossia nell' apprendimento
costante di nuove abilit e conoscenze, quindi bene per lui (o lei) partecipare il pi
possibile a scambi di abilit e conoscenze con altri esseri umani. Gli oggetti e gli
scambi fra oggetti vanno considerati strumentali al conseguimento di tale scopo. Ma
questa ingiunzione etica non pu essere seguita con successo a livello puramente
individuale, ed cos che dall' etica passiamo necessariamente alla politica.
[]
Uno Stato esiste per molte ragioni: per garantire la sicurezza dei cittadini, per
facilitarne la produzione e i commerci, per aggregare le loro risorse in progetti

d'interesse comune. Ma la ragione fondamentale della sua esistenza, il suo compito


definitorio, la sua vocazione promuovere il loro sviluppo etico: agire in modo che
essi diventino (e vogliano diventare) gli esseri umani migliori possibile. L'autorit che
fonda uno Stato gli conferita dall'impegno che ciascun cittadino assume nei suoi
confronti, dunque uno Stato che non faccia del suo meglio per procurare il ben essere
dei cittadini sta tradendo la fonte stessa della sua autorit e sta cos dichiarando la
sua inconsistenza e inettitudine
Nella tradizione liberale degli ultimi due secoli questa tesi stata regolarmente
osteggiata, sostenendo che lo Stato non pu avere funzioni educative: che il suo
compito quello minimale di fornire certi servizi e lasciare campo libero all'iniziativa
e ai valori individuali.
[]
Uno Stato che dichiari di non impegnarsi sul piano educativo educher lo stesso:
educher al nulla. Evitando di prendere posizione a favore di qualsiasi concezione
sostanziale della natura e del bene degli esseri umani, favorir implicitamente una
riduzione di questa natura e questo bene al minimo comun denominatore, il che
quanto dire: a una natura e a un bene umani totalmente privi di contenuto.
[]
Ogni Stato consono a un certo tipo umano, lo valorizza e ne favorisce cos la
diffusione; in ogni Stato prospera il tipo umano a esso consono. Lo Stato liberale, con
il suo ideale educativo vuoto, perfettamente consono al tipo umano vuoto che ho
descritto nel secondo capitolo: un individuo dall' esistenza puntiforme, privo di
dimensioni e di struttura, il cui essere si riduce a un avere e il cui benessere si riduce
alla continua acquisizione di oggetti alieni. Se questo tipo umano che scegliamo di
valorizzare, se su questo che decidiamo di fondare la nostra etica, lo Stato liberale
ricever la sua giustificazione dalla nostra scelta; ma occorre difendersi dalla subdola
menzogna di chi pretende che non sia necessaria alcuna scelta, che tale Stato possa
essere giustificato con un semplice colpo di bacchetta magica.
Sulla base della nostra antropologia e della nostra etica, troveremo autorevole un
certo tipo di Stato, quello che fa fiorire al meglio nei suoi cittadini gli aspetti cui
assegniamo valore. Se la nostra antropologia concepisce gli esseri umani come
ciascuno incline a una specifica attivit e la nostra etica attribuisce il massimo valore
al fatto che ciascuno svolga con completa dedizione l'attivit cui naturalmente
incline, lo Stato cui daremo il nostro assenso sar affine alla repubblica platonica. Se
la nostra antropologia concepisce gli esseri umani come instabili unioni di un' anima
immortale con un corpo mortale e la nostra etica attribuisce il massimo valore al fatto
che l'anima rimanga esente da ogni contaminazione con le attivit e i desideri del
corpo, il nostro Stato ideale sar una specie di comunit monastica, votata al
sacrificio e all' ascesi. Se la nostra antropologia concepisce gli esseri umani in termini
di teoria dei giochi, come dotati di un certo numero di preferenze e come tesi
unicamente a soddisfare queste preferenze a spese degli altri concorrenti, e la nostra
etica si riduce ad affermare che chi vince ha sempre ragione, il nostro Stato liberale
somiglier a un casin senza fini di lucro: si eliminino tutti gli ostacoli affinch i
giocatori possano affrontarsi al riparo da ogni distrazione.
[]

Ecco dunque una formulazione il pi possibile limpida e netta della politica in cui
culminano l'antropologia e l'etica dei capitoli precedenti. Esistono bisogni
irrinunciabili per gli esseri umani: il cibo, per esempio, una casa, dei vestiti, la
gestione della salute e degli handicap. Lo Stato deve fare in modo che questi bisogni
siano soddisfatti; in particolare deve garantire la produzione degli oggetti necessari
per la loro soddisfazione. Ma questi bisogni non costituiscono l'essenza dell'umanit;
non ne fanno nemmeno parte. Sono invece condizioni necessarie perch tale essenza
possa realizzarsi; lo sviluppo del modo d'essere umano comincia solo quando tacciono
i bisogni. Lo Stato deve consentire a tutti i cittadini la realizzazione della loro essenza;
il lavoro necessario per la soddisfazione dei bisogni va inteso come una corv di
carattere strumentale e va suddiviso equamente. Stabilito di comune accordo quanto
di questo lavoro sia richiesto, ognuno far la sua parte. E la far, si badi bene, non in
quanto produttore di merci destinato a ricevere un compenso in denaro che possa a
sua volta essere scambiato con altre merci e cos via: in questo Stato non ci saranno
merci, perch non saranno gli oggetti a essere scambiati, dunque non ci sar neanche
denaro.
Gi oggi, con la settimana lavorativa a quaranta ore, siamo tutti disoccupati la
maggior parte del tempo Quando il lavoro necessario fosse diviso fra tutti, l'entit di
tale disoccupazione aumenterebbe; le prestazioni d'opera richieste dalla comunit
occuperebbero una minima parte del tempo disponibile a ognuno. Ma il compito dello
Stato non finirebbe qui; anzi, si pu dire che sia qui che cominci. Perch a questo
punto lo Stato dovrebbe (cio tutti noi, insieme, dovremmo) rivolgere la sua (la
nostra) attenzione a un uso davvero umano del tempo rimasto: del tempo libero.
Da questo punto in avanti, lo Stato va concepito come un gigantesco istituto di
ricerca, con le seguenti funzioni fondamentali:
(1) incoraggiare lo scambio di abilit e conoscenze diverse;
(2) facilitare il contatto fra persone di abilit e conoscenze affini e favorire la
formazione di gruppi d'interesse che perseguano l'articolazione, il perfezionamento e
lo sviluppo di una particolare abilit o conoscenza;
(3) aggregare gruppi d'interesse fra loro compatibili intorno a progetti comuni;
(4) mantenere costantemente aperto un laboratorio di idee cui chiunque possa
contribuire e da cui spesso emergeranno i progetti aggreganti di cui al punto (3); (5)
provvedere le infrastrutture necessarie per un'efficace realizzazione di (1)-(4).
Chiuder con una serie di commenti esplicativi su (1)-(5). .
(1) La divisione del lavoro forse il concetto pi ampiamente condiviso nella
filosofia della politica; fondamentale per le proposte di autori peraltro diversissimi,
quali per esempio Platone e Adam Smith. Sembra esserci qualcosa di irresistibile
nell'idea che ciascuno svolga l'attivit per cui tagliato. Io rinnego quest'idea, e
con essa la divisione del lavoro: d'importanza decisiva, per quel che penso gli esseri
umani siano e debbano essere, che ciascuno faccia molte cose per cui non tagliato.
La divisione del lavoro si accorda a perfezione con una concezione della vita umana
come strumentale a qualcos'altro: qualcosa che non quella stessa vita. Tutti
vogliamo che i nostri strumenti siano efficienti: che i nostri coltelli taglino, le nostre
biro scrivano, le nostre lampadine si accendano. Se pensiamo a un essere umano come
a uno strumento, lo vogliamo altrettanto efficiente, vogliamo anzi che sia il migliore
strumento possibile per la sua funzione: sicuro, rapido, disinvolto, anche elegante. Se
cos non fosse, gli preferiremmo qualcun altro. Compreremmo un' altra biro.

Ma un essere umano un fine e non un mezzo; il suo fine s stesso, e se s


stesso vuol dire ricchezza e diversit, confronto e dialogo, allora egli realizzer il suo
fine anche imparando voci che non gli vengono naturali, che per quanti sforzi faccia
non supereranno mai il livello di un imbarazzato balbettio. Anzi, realizzer meglio il
suo fine imparando voci cos, perch la diversit sar esaltata dal suo sforzo e
imbarazzo, perch sforzo e imbarazzo chiariranno senza possibilit di malintesi che si
tratta di voci altre, diverse da quella che gli viene naturale, e insieme che quest' altro,
questo diverso sono parte di lui. Mi sempre capitato di imparare di pi dalle cose
che faccio male, anzi potrei dire che imparo solo finch una cosa la faccio male:
quando eventualmente comincio a farla bene non imparo pi nulla. li che ovviamente
non far differenza per chi ritenga che imparare non sia il valore determinante: che
invece tale valore sia funzionare. Ma ho gi affermato pi volte che per me non cos.
[]
(2) Nell'economia di mercato, una delle funzioni fondamentali dello Stato quella
di costruire, conservare e proteggere canali che permettano lo scambio di merci e
denaro. Nella nuova economia proposta qui, gli scambi continuano a svolgere un
ruolo essenziale; dunque lo Stato continua ad avere il compito di costruire,
conservare e proteggere canali adeguati. Ma non ci sono pi merci e denaro, quindi si
scambiano entit diverse, quindi i canali hanno una diversa struttura. Ancora una
volta, questa diversit pu essere espressa nel modo pi chiaro indicando il
rovesciamento di valori in atto. Tanto nel vecchio quanto nel nuovo sistema, i canali
devono permettere sia il trasporto (di oggetti) sia la comunicazione; ma nel vecchio
sistema il trasporto il valore dominante e la comunicazione gli funzionale (ci
devono essere un servizio postale, linee telefoniche e quant'altro perch si possano
ordinare e consegnare delle merci), mentre nel nuovo esattamente l'inverso. Qui si
tratta innanzitutto di rendere reciprocamente accessibili delle persone perch
possano mettere in comune (comunicarsi) le loro esperienze, e talvolta mettere in
comune queste esperienze sar impossibile senza trasportare oggetti (o magari le
persone stesse). Un gruppo di attori che scopra un comune interesse nel recitare
Shakespeare non potr praticarlo senza trovarsi fisicamente nello stesso posto e senza
convogliare in quel posto costumi e scene; ma il trasporto degli oggetti va inteso come
condizione necessaria per l'aspetto davvero qualificante della situazione - il
perseguimento e sviluppo del comune interesse per Shakespeare.
Si notino inoltre due cose. Primo, viaggi in capo al mondo spesso non saranno
necessari. Lo sono nel modello corrente, con il suo mito del perfetto strumento:
l'esperto, lo specialista, il tecnico. Oggi ci sembra impossibile fare della musica senza
invitare il celeberrimo maestro X o discutere di biologia senza l'esimio professor Y,
cos X e Y continuano a girare vorticosamente di qua e di l offrendo perlopi delle
due l'una: o prestazioni che il pubblico non in grado di apprezzare (perch non a
quel livello) oppure banalit che il pubblico avrebbe potuto scoprire da solo. E i costi
aumentano a dismisura. I gruppi d'interesse di cui sto parlando, invece, avrebbero
spesso una dimensione locale e approfondirebbero un problema o un progetto finch,
eventualmente, non si arrivasse al punto di poter usare con profitto, su un argomento
specifico, l'esperienza di qualcuno che ne sa di pi, e solo allora diventerebbe
opportuno un viaggio.
Secondo, questo riunirsi di persone con interessi affini (in un gruppo di lettura,
una filodrammatica di quartiere, un coro, un torneo di calcio o di boccette)

complementare all' allargamento delle prospettive di cui si discusso sopra in (1), ed


entrambi gli aspetti sono indispensabili. L'allargamento non deve essere superficiale:
in ogni caso si deve cercare di andare il pi a fondo possibile, o la voce che si
apprende non avrebbe peso e non darebbe un contributo significativo alla propria
conversazione, e anche l'approfondimento (come l'allargamento) della propria
personalit uno scopo che si persegue al meglio insieme.
(3) Se il bene dell'uomo un' attivit, i cittadini del mio Stato ideale non potranno
limitarsi a trasmettersi contenuti; i contenuti stessi che verranno trasmessi non
saranno che istruzioni potenziali per un' azione pratica, per un'esperienza che
coinvolga tutto il loro corpo e tutte le loro energie. Nell'economia di mercato domina
sempre pi la concezione di una cultura costituita da pacchetti informativi: ancora
una volta merci, insomma, da scambiare come ogni altra merce e accumulare come
ogni altra forma di capitale. Sarebbe possibile descrivere l'economia che sto
proponendo come culturale: centrata sulla produzione e sullo scambio di cultura. Ma
questa descrizione va intesa correttamente: la cultura che ha corso qui non si pu
comprare e vendere, si pu solo vivere. Leggere insieme Shakespeare gi un modo
di partecipare in prima persona (certo pi che assistere a una commedia), ma
recitarlo lo ancora di pi; studiare insieme la biologia molecolare o il latino senz'
altro un comportamento attivo, ma non quanto fare piccoli esperimenti di laboratorio
o comporre esametri. Senza contare che recitare il modo migliore di leggere e
sperimentare il modo migliore di studiare. Abilit e conoscenze devono essere
costantemente messe in pratica in progetti, in attivit specifiche e concrete, e lo Stato
deve (tutti noi dobbiamo) sostenere questo sviluppo: invitare costantemente ognuno
(inclusi noi stessi) a passare dal dire al fare.
(4) Nell'economia di mercato, i bisogni dominano il mondo delle idee quanto ogni
altro. Se vi viene in mente un'associazione suggestiva, un'ipotesi fantasiosa, e cercate
di pubblicarla, di offrirla cio al pubblico, di condividerla con altri, cosicch questi
altri possano a loro volta ricamarci sopra, la risposta sempre la stessa: Dammi un
motivo per cui dovrei starti a sentire. Un motivo per cui, cio, ho bisogno di starti a
sentire, non posso fare a meno di starti a sentire, soffrirei se non ti stessi a sentire.
Nella maggior parte dei casi, motivi del genere non sono disponibili, dunque l'idea
sar considerata inutile e i canali della comunicazione le verranno negati.
Nel mio Stato ideale, tutte queste strane idee verrebbero religiosamente conservate
e messe a disposizione del pubblico. Senza conferire a nessuno marchi o brevetti, sia
ben inteso, perch non si tratta di merci e nessuno ne il padrone. Pubblicare
tornerebbe a essere, come era nel Medioevo, una forma di generosit; e ciascuno di
noi sarebbe incline a mostrarsi generoso perch, in cambio del suo piccolo contributo
all'immaginario collettivo, si troverebbe a disporre delle immense risorse di
quell'intero immaginario.
(5) Gli attori hanno bisogno di un teatro, i musicisti di strumenti, gli scienziati di
laboratori; anche i partecipanti a un gruppo di lettura hanno bisogno di una stanza,
un tavolo e qualche sedia. Per fornire queste infrastrutture ai gruppi d'interesse, lo
Stato dovrebbe dunque promuovere la realizzazione di molti altri oggetti, oltre a
quelli deputati a soddisfare bisogni. Si notino per i due punti seguenti.
Primo, si tratter di una produzione funzionale ai progetti esistenti e in generale
limitata. Se c' bisogno di sei tuniche per rappresentare un dramma, o di cinque
provette per portare a termine un test, si produrranno sei tuniche e cinque provette;

poi basta (per il momento; pi avanti potrebbero servirne ancora). Ci sar chi ribatte
che questo un modo poco efficiente di produrre: che ciascuna tunica costerebbe di
meno se ne producessimo a migliaia. Osservazioni cos mi ricordano una storia che
lessi su Topolino quando avevo otto o nove anni: Pippo va al supermercato per
comprare una scatola di fagioli e torna con una montagna di scatole. Topolino gli
chiede che cosa ha combinato e Pippo risponde: Se compri venticinque scatole te ne
regalano una. Mettiamo pure che una tunica costi meno se ne produciamo mille; ma
se a noi ne servono sei che cosa ce ne facciamo delle altre novecentonovantaquattro?
Non forse vero che questa sovrapproduzione causa a sua volta dei costi: di
inventario, di pubblicit (per convincere la gente a comprare pi tuniche),
eventualmente di distruzione delle tuniche rimaste inutilizzate?
Secondo, anche in questo tipo di produzione la divisione del lavoro andrebbe
ridotta al minimo. Incoraggiamo gli attori a cucirsi le tuniche, gli scienziati a
fabbricarsi le provette. Come sempre accade quando il lavoro non diviso, si
produrranno cos meno tuniche e meno provette; ma quel che ci interessa non il
numero di oggetti che realizziamo, la ricchezza della nostra persona, la nostra
umanit, e un attore che indossa una tunica che ha cucito lui stesso ha imparato a
parlare con almeno due voci diverse.
[]
RISPOSTE A POSSIBILI OBIEZIONI

Su queste cose molti avranno da obiettare: fra loro ci sono alcune delle stesse voci
che parlano dentro di me, alcune delle persone che ho incontrato e con cui ho
discusso le mie idee, e alcuni fra quelli che mi leggono. D'ora in avanti, dunque, dar
loro la parola; formuler le loro obiezioni e le mie risposte. Nessuna risposta sar
definitiva, tutte anzi genereranno ulteriori domande e queste domande, e le risposte
che io stesso o altri saremo in grado di fornire, potrebbero estendere la conversazione
ben al di l dell'ambito di questo lavoro
[]
OBIEZIONE:
La mia posizione quella tipica di un occidentale viziato; anzi, di un membro
particolarmente viziato di una societ occidentale. nella maggior parte del mondo
(inclusa buona parte dell'area in cui vivo) mancano il cibo, l'acqua potabile, vaccini per
le malattie infantili. Perch allora speculare su comeeal limite i bisogni primari
scomparirebbero? Perch costruire un'antropologia sul tempo libero, sull'uso gratuito
delle proprie risorse, quando la grande maggioranza del genere umano priva di
quanto essa considera indispensabile? Non un lusso colpevole, un invito analogo a
quello di maria antonietta: se il popolo non ha pane, che mangi brioche!?
Cominciamo con l'indebolire questa obiezione introducendo un sospetto: si
morirebbe forse di pi nel Terzo Mondo (incluso il Terzo Mondo di casa nostra) se noi
tutti che facciamo parte del Primo Mondo ci occupassimo di attivit fini a s stesse e
provviste di una loro dignit invece di cercare il nostro destino nell' acquisto
indiscriminato di beni di consumo? O non forse vero che quelli che ci raccontano
queste storie, e vogliono farci sentire in colpa perch diamo peso al nostro essere in
mezzo alle generali sofferenze, sono persone che delle sofferenze altrui se ne fregano e

usano il nostro senso di colpa (agitando lo spettro dell' emergenza) per metterei in
difficolt e continuare a fare i propri comodi? Questa mossa sarebbe coerente con la
strategia pubblicitaria pi comune: se volete vendere un deodorante o una bibita
mostrate a tutti un corpo perfetto, convinceteli che manchi loro qualcosa se il loro
corpo (come assai probabile) non somiglia al modello e quindi offritevi di risolvere
con il vostro prodotto il disagio che a questo punto ciascuno sente nei propri
confronti. Ma consumare a pi non posso tanto poco una risposta ai mali
dell'umanit quanto a quelli di ogni suo membro e chi suggerisce altrimenti ha
qualcosa da nascondere (o da vendere).
Si pu andare anche pi in l, in una direzione pi positiva. Quando scrivevo per
l'Unit, uno dei miei corrispondenti, Piero Leone di Roma, si espresse nel modo
seguente: Per aumentare la quantit dei consumi indispensabili nel mondo
necessario migliorare la qualit della vita nel Nord industrializzato. Per qualit
della vita non s'intende qui, ovviamente, una maggiore disponibilit di oggetti ma
invece una pi alta intensit e partecipazione, un dialogo pi ampio e approfondito
tra le varie componenti della propria persona. E l'idea di Piero potrebbe forse essere
articolata cos: il consumismo basato sull'antropologia dei bisogni una tattica
fondamentalmente distruttiva, perch suggerisce di investire preziosi materiali ed
energia in oggetti che vengono quindi assegnati a singoli individui e che quegli
individui (che li usino o meno) hanno soprattutto il compito (il desiderio? il desiderio
come compito?) di mantenere sotto il proprio controllo - va benissimo se non li usano
mai, purch nessun altro li usi (senza un apposito permesso, che di solito viene
conferito allo scopo di ottenere ulteriori oggetti). (C' qualcosa di mortuario in questa
pratica: prima investiamo preziose risorse nel far crescere e sviluppare un corpo
umano, poi lo chiudiamo in una cassa di zinco perch i contatti con l'esterno siano
ridotti al minimo, o meglio ancora lo bruciamo perch non rimanga altro che fumo.)
Se il vuoto del nostro essere non ci legasse in modo nevrotico a oggetti inutili, se
questi oggetti non occupassero ossessivamente il fuoco della nostra attenzione e la
nostra vita non fosse pi centrata su di essi (ma sulla propria qualit e struttura), li
lasceremmo andare pi facilmente e quanti fra questi oggetti soddisfano bisogni di
altri sarebbero loro pi facilmente accessibili.
Mettiamola in termini elementari. Se ho gi tre paia di pantaloni non ho
probabilmente bisogno di comprarne un quarto. Ma se non ho niente da fare, se il
mio tempo libero vuoto, finir magari per comprarlo. La soddisfazione derivante
dall' acquisto durer ben poco; passato qualche minuto (o qualche ora) mi ritrover
vuoto come prima, risucchiato nello stesso circolo vizioso. Nel frattempo avr
consumato cotone, metallo (per le fibbie e cerniere), plastica (per i bottoni), lavoro e
macchinari per qualcosa che non mi serve. Moltiplicata per i milioni di persone che,
vuote come me, compreranno come me un quarto e un quinto paio di pantaloni,
questa operazione comporta uno spreco enorme di risorse. Se ciascuno di noi
suonasse invece la chitarra (ci vuole un sacco di tempo per imparare a suonare bene
la chitarra, e dopo non ci sono limiti a quanto tempo si pu passare a suonarla,
provandone autentica gioia) o giocasse a dama o preparasse il pesto (non con il
frullatore, perch con mortaio e pestello, il gusto proprio diverso): quelle risorse
non sarebbero sprecate e dunque altri potrebbero usarle. (Se l'esempio vi sembra
troppo elementare e banale, se pensate che cotone e plastica non siano poi cos
indispensabili, riflettete su quante risorse davvero preziose vengono gettate al vento

per realizzare oggetti di consumo: legno, acqua, petrolio, per non parlare del modo in
cui questa realizzazione deturpa l'ambiente in modo irreparabile.)
E non finita. Nelle condizioni attuali, buona parte del nostro tempo occupato
spesa per acquisire cose inutili. Ho gi osservato che, in uno Stato pi umano, le
prestazioni d'opera richieste per la soddisfazione di bisogni sarebbero pi limitate.
Ho notato anche che siamo esseri intrinsecamente sociali; che l'altro, il diverso ci
sono necessari per realizzare la nostra stessa natura. Potrei aggiungere che ci sono
tanto pi necessari quanto pi sono diversi: che le voci pi radicalmente altre sono
quelle di cui abbiamo pi bisogno nel nostro dialogo. E possibile dedurre una
conseguenza radicale da queste osservazioni: che cio uno Stato pi umano
tenderebbe necessariamente ad allargare l'ambito di fruizione delle prestazioni
d'opera dei suoi cittadini, includendovi i cittadini di altri Stati.
Si spesso affermato che un sistema economico e politico non pu prendere piede
finch ci sono al mondo nazioni rette da un altro sistema: che comunismo e
capitalismo, per esempio, saranno profondamente difettosi finch il mondo intero non
sar comunista o capitalista. Quest' affermazione basata su un atteggiamento
difensivo che sconfina nella paranoia: sull'idea cio che il nostro sistema non sia in
fondo quello preferibile, che lo si possa preferire solo se non esistono alternative. Una
conclusione analoga pu essere raggiunta a proposito del mio sistema, ma per ben
altri motivi. Chiunque lo scelga non potr esimersi dal contribuire a una sua
estensione universale perch non potr non concludere che da tutti possibile
imparare e con tutti deve essere possibile comunicare, quindi tutti devono essere
messi nelle condizioni di farlo. Sar cos con passione che i cittadini del mio Stato
ideale decideranno di investire parte delle loro prestazioni d'opera nella soddisfazione
dei bisogni di cittadini di altri Stati e gradualmente lo Stato diverr uno soltanto, non
perch si realizzata una dittatura, del proletariato o del capitale, ma perch tutti
sono coinvolti nella stessa conversazione.
[]
OBIEZIONE:
Il mio ottimismo sulla natura umana tanto cieco e privo di fondamento che
difficile prendermi sul serio. presuppongo che uomini e donne non desiderino altro che
aiutarsi reciprocamente; che una volta posti di fronte alla razionalit (se poi tale)
del mio modello noti possano che accettarlo di buon grado; che ciascuno di loro sia
disposto a lavorare con gioia a progetti che arricchiscano la sua e l'altrui personalit.
ma queste sono favole. e ormai un luogo comune che le basi pi profonde del
comportamento umano siano irrazionali e anche evitando di immergerci nelle tenebre
dell'inconscio come la mettiamo con il sentimento (antico, perfettamente consapevole e
assai diffuso) dell'invidia? Una persona avida vuole avere per s quel che ha un altro, e
questo atteggiamento forse lo potremmo spiegare appellandoci al modello acquisitivo
dell'economia di mercato; ma una persona invidiosa vuole che l'altro perda quel che ha
(inclusa la sua felicit) senza che necessariamente lei lo acquisti. il suo atteggiamento
insomma soltanto distruttivo e maligno. come faremo a coinvolgere gente cos in
progetti di interesse comune? Li interneremo? Li sottoporremo a un lavaggio del
cervello?
Nella mia antropologia, questa obiezione ha un significato molto diverso che in
quella tradizionale. Chi continui a concepire gli esseri umani come individuali, come

inevitabilmente tesi alla realizzazione di un singolo programma unitario e coerente,


sar incline a formulare per ognuno di loro un giudizio altrettanto singolare e
definitivo. La personalit di X sar caratterizzata come benevola e cordiale e quella
di Y invece come invidiosa e maligna, e sorger il problema di come limitare i danni
prodotti da tipi come Y. Ma per me un essere umano molteplice, teatro di un dialogo
tra voci diverse e contrastanti, e il suo comportamento frutto spesso instabile di quel
dialogo, determinato di volta in volta dalla voce che riesce meglio a farsi sentire.
Anche le persone dal comportamento pi amichevole avranno alloro interno voci
perverse; queste sono ineliminabili e ascoltarle (invece di censurarle) pu essere
molto utile per evitare di venirne feriti (o di ferire altri). Non si tratta dunque di
isolare quanto c' di maligno nella natura umana (o, in modo ancor pi semplicistico,
di isolare quei particolari esseri umani che sono maligni), ma di gestire tali elementi
in modo efficace.
Detto questo, sono convinto che la strategia pi efficace in proposito sia quella di
far appello in ciascuno a quanto c' in lui (o lei) di benevolo. Per spiegare quel che
intendo, far un esempio tratto dalla mia esperienza quotidiana di insegnante: un
esempio formulato nei termini semplicistici di un giudizio su persone ma dal quale
possibile estrarre una morale indipendente da simili giudizi.
Ci sono professori che insegnano in modo difensivo. Non sto parlando di chi ruba
lo stipendio' ma di colleghi che, in tutta onest, preparano e conducono un corso
preoccupandosi soprattutto degli studenti lazzaroni: di come impedire loro di farla
franca, di come costringerli a studiare. Questi colleghi evitano di dare troppe
spiegazioni, di offrire troppi strumenti pedagogici, di essere troppo disponibili,
perch credono sinceramente che molti ne approfitterebbero e che dai profittatori
occorra difendersi. Conseguono cos un duplice risultato: primo, che gli eventuali
profittatori tengono l'intera classe in ostaggio, condizionando le opportunit offerte a
tutti gli altri, e, secondo, che le pratiche dell'approfittare e del resistere alla
profittazione si collocano al centro dell' attenzione e, come sempre quando a una
pratica si d pi importanza, hanno le migliori occasioni per essere sviluppate ed
elaborate nei dettagli e per giustificare cos in misura crescente il loro stesso essere al
centro dell'attenzione.
Assumere invece che gli studenti seguano il corso perch hanno autentico interesse
per la materia, e rivolgersi loro (sulla base di questa premessa) con passione e
generosit, non significa rifiutarsi di riconoscere che ci siano i lazzaroni; significa
rifiutarsi di far dettare a questi ultimi il clima e la natura degli scambi intellettuali
che in quel corso si realizzeranno. E significa credere che, meno tempo si passa e
meno risorse si investono nell'articolare la prospettiva di costoro, pi questa stessa
prospettiva verr limitata nella sua crescita e nell'influsso che ha su prospettive a essa
contrarie.
Supponiamo adesso che invece di rivolgerei a una classe ci stiamo rivolgendo a una
singola persona. Nonostante il carattere apparentemente individuale del nostro
interlocutore, anche in questo caso abbiamo a che fare con una folla. li problema
dunque lo stesso: se adottare una strategia difensiva, tesa soprattutto a' bloccare i
personaggi maligni che si agitano in quella folla, o invece una strategia di generosit,
che non permetta loro di impostare i termini della discussione ma continui invece con
tenacia a perseguire un clima di razionalit e collaborazione. E per questo identico
problema la soluzione identica: anche qui la seconda strategia pi efficace.

Io non credo insomma che la natura umana sia benevola; come ho gi affermato,
anzi, non credo che essa sia nulla di definitivo. Ma credo che dar voce a quanto c' in
essa di potenzialmente benevolo sia il modo migliore per realizzare questa
potenzialit: per farla crescere e gradualmente occupare una parte sempre maggiore
della conversazione. Nel disegnare una societ possibile, quindi, tanto quanto nel
disegnare un corso, a quella potenzialit che mi rivolgo; e chi continua a rivolgersi
al suo opposto non fa che contribuire con il suo stesso comportamento (come del resto
faccio io) a una verifica prefabbricata delle proprie tesi.
Vuol dire questo che elimineremo la malignit e l'invidia, che in una societ come
quella che ho tratteggiato sarebbe assente la distruttivit fine a s stessa? Neanche
per idea. Ma vuol dire che, quando invidia e distruttivit emergeranno e supereranno
una certa soglia di tollerabilit, le affronteremo con strumenti contingenti di
controllo, il cui carattere specifico dovr essere deciso su basi empiriche (talvolta
potr funzionare meglio l'isolamento, talaltra la rieducazione), evitando in ogni caso
di generalizzare questi incidenti a conclusioni apocalittiche sulla natura umana.
Perch sappiamo che il danno maggiore che gli incidenti possono causare proprio
quello di farci trarre simili conclusioni e fartene guidare nella nostra azione pratica.
Un'ultima osservazione. Ho accennato sopra al fatto che le voci perverse non
vanno tacitate ma invece ascoltate, e che se lo faremo ne trarremo vantaggio.
compatibile questo atteggiamento con quanto ho detto dopo: che cio bisogna in ogni
caso evitare di lasciarsene influenzare, di accettare il loro stile nella nostra
conversazione?
S: compatibile. Una voce che esprima invidia e malignit dir perlopi qualcosa
di specifico: oggettiver e razionalizzer la propria perversione in una pretesa di
rivendicazione e di critica. Anche una voce cos deve entrare in circolo; ho gi
affermato che dal suo punto di vista ostile abbiamo molto da imparare. Nietzsche
sarebbe stato d'accordo: niente, avrebbe detto, vede pi chiaro della malevolenza.
Perci quando il nemico parler lo ascolteremo e, senza batter ciglio, lo
coinvolgeremo nel nostro compito costruttivo quali che siano le sue intenzioni: lo
ringrazieremo per il suo contributo e ne faremo tesoro per sviluppare il nostro
progetto. possibile che questa risposta lo esasperi, che riduca la sua malevolenza a
uno stato sempre pi diabolicamente puro e incontaminato da pretese farisaiche; ma
confido che accadr di rado e in ogni caso, prima che accada, avremo avuto modo di
ricevere anche da lui insegnamenti preziosi.
[]
OBIEZIONE:
Ho presentato il programma di un intellettuale: di una persona cio che passa il suo
tempo a leggere e scrivere e studiare e arriva cos a convincersi che queste siano le
attivit pi desiderabili per tutti. ma un'ipotesi assurda: la maggior parte della gente si
annoierebbe a morte in una scuola a tempo pieno come quella del mio stato ideale. tolta
qualche sparuta eccezione, i ragazzi considerano l'apprendimento come un peso e sono
felici soprattutto quando riescono a liberarsene. n ci si pu aspettare che le cose
andrebbero diversamente per gli adulti.
Sono d'accordo con chi qualifica il mio programma come quello di un intellettuale,
ma non condivido il modo in cui questa qualifica viene solitamente intesa.
L'intellettualit, per me, l'aspetto pi specifico della nostra natura, la vera e propria

differentia del genere umano: curiosit, interesse per quel che non siamo ancora ma
potremmo e vorremmo essere. insomma un altro nome per quella disponibilit al
gioco, all' esplorazione e al confronto che ho posto al centro della mia antropologia e
della mia proposta etico-politica. Ma si noti che non c' nulla di necessariamente
mentale in questa nozione di intelletto: essa si applica al desiderio di impratichirsi di
cucina indiana o di pallacanestro tanto quanto allo studio della psicologia o del greco
antico. Ci sono buoni motivi per sottolineare l'importanza del mentale (ossia di
attivit quali leggere, scrivere, parlare, pensare) in questo ambito: molte (altre)
attivit (e molte persone) cui non abbiamo direttamente accesso possiamo raggi un
gerle attraverso mediazioni mentali. Occorre per stare attenti a non confondere il
mezzo con il fine, concludendo che siccome il mentale uno strumento cos utile esso
esaurisca le risorse dell'intellettualit.
Come ogni altro aspetto della nostra vita, anche questa caratteristica definitoria
dell' animale razionale vittima del feticismo del mercato: anche quest'attivit
supremamente liberatoria viene trasformata in uno scambio di merci.
All'intellettualit subentra quel che chiamo intellettualismo (un nome vale l'altro, ma
in generale gli ismi denotano fenomeni di cristallizzazione, di stasi), in cui
l'interesse si concentra sul possesso di informazioni dotate di un certo valore di
mercato e suscettibili di essere barattate con altri oggetti di pari valore di cui
abbiamo bisogno. Espressione tipica del modello intellettualistico (perlopi) la
scuola: gli studenti hanno bisogno di far propri contenuti che inizialmente
appartengono agli insegnanti, gli insegnanti vengono pagati per questo servizio e gli
studenti riceveranno al termine dei loro corsi un attestato che li garantir in possesso
dei contenuti richiesti. Potranno quindi vendersi sul mercato come competenti in
materia.
Il tempo passato a scuola, dunque, tanto poco fine a s stesso quanto quello
passato in fabbrica o in ufficio: la sua finalit gli esterna, verr raggiunta solo al
termine degli studi. C' da stupirsi allora se esso vissuto con disgusto e noia, n pi
n meno di qualsiasi altro tempo lavorativo che non dia in s e per s nessuna
soddisfazione ma la rimandi a quando il tempo stesso sar trascorso? Come ogni
altra persona costretta a consegnare parte della sua vita a un'istanza aliena con la
promessa di riceverne un giorno una contropartita, lo studente attender quel giorno
e intanto si consoler in tutti gli intervalli che si aprono nel processo di
espropriazione cui soggetto: i fine settimana, le vacanze di Natale, i ponti.
L'aspetto pi grave della situazione, quello che viola maggiormente le sue vittime,
costituito dal perverso legame che si viene a realizzare tra la scuola intesa come
mercato forzoso e fastidioso da un lato e molte delle aree pi vitali dell' attivit
umana dall' altro. Un ragazzo che, in modo del tutto comprensibile, rifiuti la prima
sar anche portato a tenersi alla larga dalle materie scolastiche. Guarder con orrore
alle lingue straniere, alla storia e alla chimica perch sono associate a un'esperienza
carceraria e si vedr cos privato di straordinarie, e straordinariamente piacevoli,
opportunit di arricchire la propria persona. Nel suo tempo libero, quello stesso
ragazzo manifester spesso un desiderio di arricchimento: si abbandoner con
dedizione a tutto quel che la scuola ha lasciato da parte e, nel vederlo appassionarsi a
un programma di computer, a un videogioco o a una disciplina sportiva, sar
impossibile negarne la curiosit e l'intelligenza. Ma queste doti si trovano troppe
strade bloccate, troppe aree di sviluppo ridotte a terra bruciata e sterile dall'

appropriazione indebita di cui ho detto. L'intellettualismo, insomma, non si limita a


rubare spazio all'intellettualit (pi tempo passiamo al mercato, meno ne avremo per
la costruzione di noi stessi), ma le si oppone anche in modo diretto: fa di tutto per
squalificarne l'esercizio.
Io sono fiero di dirmi un intellettuale, ma devo subito aggiungere che ci non mi
rende una persona speciale. L'intellettualit una caratteristica di noi tutti, della
quale dobbiamo riprendere il controllo, che dobbiamo imparare a praticare senza
limiti e senza imbarazzo. Chi ha qualcosa da insegnarci in proposito lo faccia in modo
tale da metterei il pi presto possibile in condizioni di collaborare attivamente; il che
non vuoI dire che tutti diventeremo ugualmente bravi ma vuoI dire almeno che tutti
staremo giocando, non soltanto assistendo da spettatori al gioco altrui. Chi non in
grado di insegnare in questo modo lasciamolo al suo destino, nella speranza che
almeno si diverta lui, ma evitando di valorizzare la competenza in quanto tale: la
competenza una promessa, da realizzare nel proprio agire concreto e nell'intensit,
nella profondit, nella ricchezza di quell'agire. E, soprattutto, evitiamo di ammirare
quel che non capiamo solo perch non lo capiamo: certo non si pu capire tutto ma si
pu apprezzare solo quel che si capisce e solo entro i limiti in cui lo si capisce, perch
solo entro quei limiti possiamo usarlo per crescere.
[]
OBIEZIONE:
La mia sarebbe una societ di dilettanti, in cui i cittadini passerebbero la maggior
parte del loro tempo a svolgere attivit per il puro gusto di suolgerle, senza nessuna
preoccupazione di raggiungere un determinato livello di efficienza e nessun impegno a
continuare nella stessa attivit per un lungo periodo. Ma ci sono compiti che sarebbe
colpevole non assegnare a un professionista; vorremmo che fosse un dilettante a
operarci di ernia o di appendicite? N basterebbero le prestazioni d'opera richieste a
ognuno per formare questi professionisti: la formazione di un chirurgo richiede anni di
dedizione pressoch assoluta. E, una volta che si fosse cos formato, sarebbe plausibile
permettere che trascorresse le giornate praticando lo sci d'acqua o il giardinaggio,
quando tanti malati avrebbero bisogno della sua opera?
Ogni paradigma ha le sue anomalie: casi in cui la sua applicazione rivela delle
forzature, mentre magari un altro paradigma li risolve in modo perfettamente
naturale. Questa obiezione porta alla luce l'anomalia pi grave del mio paradigma:
sarebbe desiderabile che servizi delicati e urgenti fossero eseguiti in modo ottimale,
non lasciati all'improvvisazione. Niente pi delicato e urgente delle questioni di vita
o di morte; in particolare, dunque, sarebbe desiderabile che i servizi medici fossero
gestiti da persone che controllano con sicurezza le tecniche pi avanzate. L'economia
di mercato sembra garantire l'esito voluto pagando a caro prezzo tali servizi e
indirizzando cos verso la scelta della carriera medica un flusso costante di giovani
intelligenti e ambiziosi. Nella mia economia, invece, ci si dovrebbe fidare del fatto che
un numero sufficiente di persone provi genuino entusiasmo per la medicina e decida
di dedicarle un progetto di crescita dopo l'altro, e si tratta di eventualit piuttosto
incerte: tali cio da non assicurare che i servizi richiesti siano sempre disponibili.
Ci sarebbe molto da dire su quanto l'apparenza di sicurezza fornita dall' economia
di mercato corrisponda a verit. Che a dedicarsi alla carriera medica siano giovani
intelligenti e ambiziosi non garantisce un buon servizio, se il motivo per cui questi

giovani fanno la loro scelta non ha nulla a che vedere con l'interesse per la medicina
(e per i pazienti) ma invece (per esempio) con quello per un ampio lucro e una
prestigiosa posizione sociale. Anzi l'economia di mercato, offrendo questi beni come
incentivi, finisce per favorire scelte basate su di essi, generando una specie di
selezione alla rovescia che invita le persone sbagliate a occuparsi di questioni di vita o
di morte. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: discriminazione nell'uso delle risorse
mediche a tutto vantaggio di chi pu pagare, quote fissate arbitrariamente dalle
compagnie assicurative su quanto tempo e denaro investire nella cura dei pazienti,
scandali a ripetizione nella gestione degli ospedali e delle industrie farmaceutiche.
Ma il fatto che il paradigma alternativo ha i suoi problemi non risolve i miei.
chiaro da dove provengano questi ultimi. Ho respinto la natura determinante
dell'urgenza, ho asserito che al limite non esistono bisogni primari, che anche la vita e
la salute dovranno talvolta cedere il passo davanti a un'ipotesi di arricchimento; non
c' da stupirsi quindi se nei confronti di situazioni normalmente considerate urgenti
non ho a disposizione un atteggiamento semplice e naturale. Trattandosi per me di
un' anomalia, posso solo sperare di ridurre la difficolt, non di eliminarla; il che
implica anche affrontarla con diversi strumenti e considerazioni, piuttosto che con
uno soltanto.
In primo luogo, verrebbe a mancare nel mio sistema il bisogno che ciascuno ha ora
di dimostrare agli altri che hanno costantemente bisogno del suo contributo e si
ridurrebbero cos di molto i bisogni, anche medici, pi immediati: sparirebbero, per
esempio, le operazioni chirurgiche incoraggiate e talvolta imposte all'unico scopo di
garantirsi un intenso flusso di clienti. Il problema non sarebbe tanto grave quanto
pu sembrare nella nostra situazione di medicina (per chi se la pu permettere)
sovradimensionata e ipertrofica.
In secondo luogo, quando tutti avessero come scopo principale della loro vita
l'allargamento dell' ambito della vita stessa, ossia delle conoscenze e abilit che
costituiscono questo ambito, c' da aspettarsi che molti dedicherebbero parte del loro
tempo e della loro energia a una migliore comprensione del loro corpo: di come
funziona e di quali fattori ne promuovono la fioritura e la decadenza. Ci sarebbero
forse meno specialisti in materia ma la generale consapevolezza di argomenti
fisiologici e patologici sarebbe pi ampiamente condivisa. Molte pi persone
potrebbero cos aiutare s stesse e gli altri nella gestione ordinaria di disturbi non
troppo gravi. (Se pensate che questo equivalga a ricevere un servizio di
second'ordine, sar bene notare che la medicina commerciale del modello corrente
sta andando nella stessa direzione: in America un numero sempre maggiore di
compiti di routine assegnato alle infermiere diplomate, lasciando ai medici solo i
casi pi seri. Il motivo in questo caso il profitto, ma non si tratta di una pratica
irragionevole: quando un mio figlio piccolo aveva l'influenza, non vedo perch
dovesse essere un augusto luminare a dirmi di dargli un'aspirina e fargli bere molti
liquidi).
In terzo luogo, la solidariet nei confronti dei nostri simili e la simpatia che
proviamo per loro sono fra le motivazioni principali del nostro agire. Anche nella
situazione corrente, in cui tutto ci scoraggia dal perseguire attivit che non siano
adeguatamente compensate in denaro, ci sono molti che scelgono di realizzare s
stessi aprendo un ospedale nel Terzo Mondo o un ambulatorio di quartiere per malati
di Aids. Forse allora non dovremmo disperare che in una situazione diversa, in cui il

compenso in denaro non sia pi un fattore essenziale, un numero sufficiente di


persone opti per questo tipo di realizzazione.
Se tutto questo non bastasse, si tratterebbe di pensare a opportuni incentivi. Una
persona che dedicasse a questo tipo di prestazione d'opera pi tempo di quanto ne
venga richiesto agli altri membri della comunit potrebbe per esempio ricevere
maggiore assistenza per i suoi altri progetti. Il pericolo, ovviamente, che questa
strategia inviti a dedicarsi all' attivit medica per i motivi sbagliati; ma nel caso di
un' anomalia occorre spesso scegliere il minore dei mali, e comunque il modello
attuale in condizioni anche peggiori in proposito.
[]
OBIEZIONE:
La mia proposta si concentra sull'uso del tempo libero e passa sotto silenzio le attivit
produttive (quelle cio che soddisfano bisogni), qualificandole come semplici prestazioni
d'opera. Ma l'esito tanto miope e repressivo quanto quello causato dal modello
corrente: mentre in quest' ultimo sono le attivit fini a s stesse a risultare prive di
valore e dignit, nel mio sono giudicate cos le attivit funzionali a uno scopo
necessario. ed un esito altrettanto ingiusto. Forse che il lavoro (tradizionalmente
inteso: quello che l'uomo e la donna compiono con il sudore della fronte per mantenere
s stessi e le loro famiglie) non una componente significativa della nostra natura? E'
ragionevole allora fargli cos poco spazio, dargli cos poca importanza, consegnarlo
interamente nelle mani del paradigma avverso?
Chi vive ammazzandosi di fatica e non ha tempo per considerazioni astratte
immagina che i privilegiati siano liberi dal bisogno; questo anzi che li rende
privilegiati ed per questo che la loro esistenza desiderabile, che chi non
privilegiato (in generale) vorrebbe esserlo. Ma, se privilegiati del genere esistono, non
li ho mai incontrati: il bisogno, il concetto di bisogno, domina la vita di (quasi?) tutti.
Per molti, c' la promessa di un premio dopo tante fatiche: di un tempo finalmente
liberato da occupare facendo quel che piace. Ma questo tempo liberato tende ad
allontanarsi sempre pi in un futuro indeterminato e forse irraggiungibile, e nella
vita che concretamente si vive esso non gioca alcun ruolo: compare al massimo come
un alibi, un' evasione, un elemento di malafede, al quale non si presta seria
attenzione. (E siccome non gli si presta attenzione, siccome i pi non dedicano nessun
impegno ad articolare e approfondire la nozione di quanto hanno piacere a fare,
quando eventualmente quel tempo arrivasse non saprebbero come usarlo e lo
avvilirebbero asservendolo alle attivit di pi immediata e rudimentale gratificazione
- un sesso da militari in libera uscita, robuste mangiate e bevute, droghe - o a quelle
imposte dall'industria del divertimento - il golf, appunto.) Nel frattempo, quel che d
valore alla vita di chiunque, quale che sia il suo stato sociale, quel che gli permette di
arrivare alla fine di una giornata pensando di aver fatto qualcosa di valido, sempre
e soltanto quanto di necessario ha realizzato. A questo punto naturale fare di
necessit virt e cercare proprio nel faticoso lavoro quotidiano il fondamento della
vita umana e del suo valore.
Non penso affatto che le prestazioni d'opera siano squallide e vuote; penso invece
che abbiano un grande valore. Ma hanno questo valore per quanto ci liberano e ci
permettono di seguire le nostre varie vocazioni; quindi una vita che consistesse solo in
simili prestazioni (che fosse occupata solo in questo senso) sarebbe disumana e

ingiusta. Chiunque spenda in esse parte del proprio tempo, contribuendo cos a
liberare il tempo altrui, acquista un profondo merito nei confronti della comunit e
l'unico modo per ripagare il debito quello di garantire anche a lui un tempo liberato
e aiutarlo a farne l'uso migliore.
[]
OBIEZIONE:
La mia mancanza di comprensione per il lavoro produttivo non pu esser ridotta a un
semplice rovesciamento dell'attuale gerarchia di valori. Non si tratta solo del fatto che
questo lavoro non viene considerato valido in s ma solo in quanto libera tempo
autenticamente significativo: c' anche il mio costante caratterizzarlo come alieno,
estraneo alla nostra natura. Il che sbagliato: con la sua fatica e il sudore della sua
fronte, l' uomo lascia i propri segni in un modo originariamente estraneo e proprio cos
lo umanizza, se lo rende pi affine. E' proprio questo sforzo a trasformare un ambiente
puramente fisico in una struttura che ci risponde e in cui possiamo riconoscerei; e di
tutto ci la mia posizione non fa cenno. il risultato un egocentrismo (o
antropocentrismo) in ultima analisi autodistruttiva, perch non c' sviluppo davvero
umano che non coinvolga nel!' umanit tutto quel che la circonda.
Supponiamo che io sia impegnato a piantare un certo numero di alberi, per
proteggere una casa dal sole o per consolidate una collina ed evitare frane. Mettiamo
che scelga querce e cipressi e li disponga in un elegante schema geometrico; al
termine dell' operazione, sar ovvio a chiunque che quello non pi un terreno
selvaggio ma un giardino, in cui si riflettono la mia intelligenza e la mia volont. In
esso mi si potr ritrovare: ci sar tanto di me in questo luogo quanto nelle mie idee e
nei miei ragionamenti.
Immaginiamo adesso che mi si chieda perch ho agito cos. La domanda non
sarebbe neutrale, esigerebbe non soltanto una spiegazione ma anche una
giustificazione: mi solleciterebbe a dar conto della ragionevolezza del mio
comportamento. E qui verrebbe fuori il contrasto che mi interessa. Comunque io la
metta, rimane vero che (a) ho adempiuto a un compito necessario e (b) nel farlo, ho
reso l'ambiente pi mio (e forse ne. ho ricavato il piacere di un artista). Ma secondo
l'antropologia dei bisogni (a) necessario e sufficiente per legittimare la mia azione e
la presenza di (b) e un arzigogolo superfluo, gradevole magari ma del tutto
inessenziale. Secondo la mia antropologia, invece, anche se (a) ha costituito
l'occasione iniziale per mettermi in moto, quando entra in campo (b) di (a) si pu fare
a meno. A quel punto posso ritornare sui miei passi e dire con serenit: piantare
questi alberi stato un modo di esprimermi, sono contento che tale espressione abbia
soddisfatto un bisogno ma anche se non lo avesse soddisfatto non perderebbe nulla
del suo valore.
In generale, non penso affatto che il lavoro produttivo ci sia estraneo, n
sottovaluto il suo profondo effetto umanizzante nei confronti dell' ambiente. Ma
penso che ci sia estraneo (e tendo a sottovalutarne l'effetto umanizzante) in quanto
produttivo - ossia, per come sto usando la parola produttivo, in quanto soddisfa un
bisogno. Siccome nessuno di noi pu reprimere fino in fondo la sua umanit, anche
quando essa ufficialmente negata, anche quando un'attivit designata come
soltanto necessaria, quella libert che noi siamo, in cui si manifesta il nostro essere,
trover il modo di trasparire e di volgere questo fato indifferente e opaco in un'

occasione di autonomia e creativit. Tutto bene; eccetto che, nel considerare il


risultato finale dell' operazione, dovremmo evitare di commettere-un'ulteriore
violenza nei nostri confronti assegnando alla soddisfazione del bisogno il merito di
quanto di significativo abbiamo realizzato.
Se la rivoluzione che auspico avesse successo e la distinzione che ho formulato qui
acquistasse fondamentale importanza, ne seguirebbe una tendenza a valorizzare
l'aspetto liberatorio di ogni attivit e quindi anche (come ho gi accennato in
precedenza) a spostare un' attivit, appena possibile, dal rango delle prestazioni
necessarie a quello delle realizzazioni personali. Ci sono senz' altro piacere e
partecipazione nelle attivit utili e, se solo non fossimo continuamente distratti dal
(meta)bisogno di dimostrare a noi stessi e ad altri che quel che facciamo
assolutamente indispensabile, riusciremmo di buon grado ad ammettere che pitturare
una cancellata o lucidare un paio di scarpe sono scuse gradite per metterei alla prova,
per manifestare alcune tra le abilit e conoscenze che fanno parte del nostro teatro
privato.

LETTERA CONTRO IL LAVORO (CHARLES BUKOWSKI)


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A vent'anni dalla morte - il 9 marzo 1994 - Charles Bukowski stato celebrato


ovunque: su tutti i giornali ma anche da scrittori e editori.
Da segnalare, tra tutti, Il Sole bacia i belli (raccolta di interviste edita da
Feltrinelli), Una torrida giornata d'agosto (poesie edite da Guanda) e la biografia di
Roberto Alfatti Apetitti Tutti dicono che sono un bastardo (Bietti editore). Noi
ricordiamo lo scrittore - capace come pochi di cambiare l'immaginario collettivo dei
lettori degli anni '70 e '80 e oggi diventato un'icona grazie alla modernit della sua
scrittura - con un inedito. Si tratta di una lettera che Bukowski scrisse al suo primo
editore: lo stesso che lo port al successo con la pubblicazione di Post Office nel 1971,
la storia di un postinoubriacone tra i bassifondi di Los Angeles ed il primo in cui
apparve Herny Chinaski, detto "Hank". Il libro fu un vero caso editoriale: elogiato
dalla critica soprattutto per la capacit di Bukowski nel ritrarre i suoi personaggi
come "frammenti di persone che si trascinano avanti. Non individui completi, con
delle aspirazioni, realizzati o in viaggio verso l'integrit" e Los Angeles come "La pi
grande citt dell'universo, il posto pi pieno di sopravvissuti al gioco della vita, un
posto dove uno pu sfuggire agli altri abbastanza a lungo per restare sano". E in
questa lettera del 1986, quando era al culmine del successo, Bukowski scrive proprio
un inno contro la vita insensata a cui ci riduce, molto spesso, il lavoro, ma soprattutto
l'"etica" del posto fisso, la paura dell'avvenire da disoccupati. Una lettera,
purtroppo, di una modernit sconcertante: sembra scritta oggi, ma risale, invece, agli
anni dell'edonismo reaganiano quando anche in America sembrava che tutto
splendesse. Solo adesso abbiamo capito che era solo luce riflessa.
(Gian Paolo Serino su La Stampa del 2 aprile 2014)
Non penso che faccia male, delle volte, ricordare da dove si partiti.

Tu conosci i luoghi da dove provengo. Non come quelli che cercano di scriverci
sopra o di farci un film. Raccontano il mondo del lavoro come vogliono loro: si
dimenticano che non c' pi nessuna pausa pranzo gratuita, tanto che molti
dipendenti, pur di mantenere il proprio lavoro, salvano anche il pasto. Gli
straordinari non sono ormai quasi pi registrati correttamente e, se ti lamenti, c'
sempre un altro babbeo pronto a prendere il tuo posto.
Quel che fa pi male la costante diminuzione di umanit in coloro che
combattono per tenersi il lavoro perch temono un'alternativa ancora peggiore. Sono
corpi con teste ubbidienti e piene di paura. La luce finisce per abbandonare i loro
occhi. La voce s'imbruttisce. E il corpo. I capelli. Le unghie. Le scarpe. Tutto va in
quella direzione.
Quando ero giovane non riuscivo a credere che le persone potesser desiderare di
rinunciare alla propria vita per ridursi a vivere in quelle condizioni. E da vecchio,
non riesco ancora a crederci. Perch lo fanno? Per il Sesso? La TV? Per
un'automobile acquistata a rate? O per i figli? Per bambini che faranno le stesse cose
che fanno loro?
All'inizio, quando ero molto giovane e passavo da un lavoro all'altro, ero
abbastanza stupido per redarguire i miei compagni di lavoro: "Ehi, il capo pu venire
qui da un momento all'altro e sbatterci tutti fuori, ti rendi conto?".
Loro avrebbero potuto almeno guardarmi. Ma stavo dicendo qualcosa che non
volevano che entrasse nella loro testa. Ora nel settore dell'industria ci sono tanti
licenziamenti e ogni giorno vengono buttate fuori centinaia di migliaia di persone che
rimangono intontite: "Ci lavoravo da 35 anni" "Non giusto" "Io non so cosa
fare"
Gli schiavi non sono mai pagati abbastanza da poter essere liberi: solo quanto
basta per sopravvivere e tornare al lavoro. Io ho visto e capito tutto questo. Perch gli
altri no? Mi sono reso conto che la panchina del parco poteva essere un posto
altrettanto buono, o anche diventare un alcolizzato. Perch non arrivare l da solo,
prima che mi ci mettano gli altri? Perch aspettare?
Ho sempre scritto con disgusto contro tutto questo, ed stato un sollievo riuscire a
mantenere la merda fuori dal mio sistema. E ora che sono arrivato ad essere un
cosiddetto scrittore professionista, dopo aver sprecato i primi 50 anni di vita dietro
tanti lavori, ho scoperto che ci sono anche altre cose disgustose nel sistema.
Ricordo che una volta, lavorando come imballatore per un'azienda che produceva
lampade per illuminazione, uno dei miei colleghi improvvisamente adetto: "Non sar
mai libero!".
Uno dei capi stava camminando da quelle parti e si lasci sfuggire una dolce risata,
godendo del fatto che questo tizio fosse stato intrappolato per tutta la vita.
Ho avuto fortuna a tirarmi fuori da quei luoghi, non importa quanto tempo ci
voluto, quando successo stato come una specie di gioia, il jolly del miracolo. Ora
scrivo da una vecchia mente e un vecchio corpo, ben oltre il momento in cui la
maggior parte degli uomini avrebbero mai pensato di iniziare un'impresa del genere,
ma ora mi sento in dovere con me stesso di continuare, e quando le parole
incominceranno a venir meno e avr bisogno di essere aiutato a salire le scale e non
sar pi in grado di distinguere un merlo da una graffetta, una parte di me ricorder
sempre (non importa quanto sar andato lontano) come sar arrivato qui.

Non aver sprecato del tutto la propria vita mi sembra una degna realizzazione,
almeno per me.
Il Tuo vecchio Hank.

L'ORRORE ECONOMICO (VIVIANE FORRESTER)


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Tutti quanti noi viviamo immersi in un'illusione magistrale, in un mondo


scomparso che ci accaniamo a non voler riconoscere come tale, e che false politiche e
politici bugiardi pretendono di perpetuare. Milioni di destini sono sconvolti,
annientati da questo anacronismo, frutto di ostinati stratagemmi rivolti a consacrare
come imperituro il pi sacro dei nostri tab: quello del lavoro.
Sul lavoro, stravolto sotto la forma perversa di "impiego", si fonda in effetti la
civilt occidentale, che a sua volta domina l'intero pianeta. Sono confusi a tal punto
l'uno con l'altra che nel momento stesso in cui il lavoro si volatilizza, il suo
radicamento, la sua evidenza non vengono mai ufficialmente messi in discussione, e
tanto meno viene discussa la sua necessit. Non forse il lavoro a governare, in linea
di principio, qualsiasi tipo di distribuzione della ricchezza, e di conseguenza qualsiasi
forma di sopravvivenza? Ora questo lavoro oggi non pi che un' entit priva di
qualsiasi sostanza.
[]
In quale sogno si vuole farci restare, raccontandoci di crisi al termine delle quali
dovremmo finalmente uscire dalle nostre angosce? Quando prenderemo coscienza del
fatto che non ci troviamo in presenza di una crisi, o di pi crisi, bens di una vera e
propria mutazione? E non della mutazione di una societ, ma di quella,
assolutamente brutale e totale, di un'intera civilt? Noi partecipiamo di una nuova
era, senza riuscire ancora ad avvistarla. Senza voler ammettere e senza renderei
conto che l'era precedente ormai scomparsa. Non possiamo dunque celebrarne il
lutto, e passiamo i nostri giorni a mummifcarla. A darla per vitale e attuale,
rispettandone i riti che appartengono a una dinamica ormai finita. Perch mai questa
proiezione permanente di un mondo virtuale, di una societ sonnambula, devastata
da problemi fittizi - dato che l'unico problema reale che questi problemi non sono
pi tali, ma sono invece diventati la norma della nostra epoca, insieme inaugurale e
crepuscolare, di cui non vogliamo prendere coscienza?
[]
Ed ecco quindi le medicine dolci, la antiche e vetuste farmacopee, le chirurgie
crudeli, le trasfusioni di ogni tipo (di cui beneficia soprattutto chi gode di buona
salute). Ecco i sermoni tranquillizzanti, il catalogo delle ridondanze, il fascino
consolatorio dei ritornelli che coprono il silenzio severo, implacabile, dell'incapacit;
li ascoltiamo ipnotizzati, riconoscenti di essere distratti dal terrore del vuoto, cullati
al ritmo di chiacchiere familiari senza senso.
Ma, dietro a queste mascherate, durante tutto il corso di questi sotterfugi
ufficializzati, di queste pretese "operazioni" di cui si conosce in anticipo l'inefficacia,
di questo spettacolo che mandiamo gi pigramente, pesa la sofferenza umana, quella

s reale, scolpita nel tempo, in quel tempo che costruisce la vera Storia, perennemente
occultata. Sofferenza irreversibile delle masse sacrificate, cio di coscienze a una a
una torturate e negate.
Della "disoccupazione" si parla dappertutto e continuamente. La parola, per,
oggi priva del suo reale significato, perch descrive un fenomeno diverso da quello,
ormai obsoleto, che pretende di indicare. E ci intrattengono, al proposito, con faticose
promesse, il pi delle volte bugiarde, che lasciano intravedere irrisorie quantit di
impieghi acrobaticamente lanciate sul mercato (in saldo); percentuali ridicole rispetto
ai milioni di individui esclusi oggi dal mondo del lavoro salariato e che, a questo
ritmo, continueranno a esserlo ancora per decenni. E allora, in che condizione reale si
trovano oggi questi individui, la societ, il cosiddetto "mercato del lavoro"?
[]
Milioni di persone, dico bene di persone, messe tra parentesi, hanno diritto - per
un periodo indefinito, forse anche per un periodo che non avr altro limite se non la
morte - alla miseria, o comunque alla minaccia pi o meno prossima della stessa,
spesso alla perdita di un tetto, a quella di una qualsivoglia considerazione sociale e
persino della loro stessa autostima. All'angoscia di un'identit precaria o
definitivamente naufragata. Al pi vergognoso dei sentimenti: la vergogna. Perch
ognuno si ritiene ( incoraggiato a ritenersi) padrone fallito del proprio destino,
laddove invece stato solo un numero messo dal caso dentro una statistica.
[]
Il fenomeno attuale della disoccupazione non pi quello che questa parola indica,
ma senza tenerne conto, in funzione di un passato distrutto, che si pretende
comunque di trovare delle soluzioni al fenomeno e, cosa peggiore, di giudicare i
disoccupati. La forma contemporanea di ci che continuiamo a chiamare
disoccupazione non , di fatto, mai stata studiata, mai definita, e di conseguenza mai
presa in reale considerazione. Non mai veramente in questione ci che normalmente
si definisce come "disoccupazione" e "disoccupati"; anche quando questo problema
sembra essere al centro delle preoccupazioni sociali, il fenomeno reale rimane, al
contrario, occultato.
Un disoccupato, oggi, non pi l'oggetto di un accantonamento provvisorio,
occasionale, che riguarda solo alcuni settori della produzione; ha oramai a che vedere
con una generale implosione, con un fenomeno paragonabile alle onde anomale, ai
cicloni o ai tornadi, che non risparmiano nessuno, ai quali nessuno pu resistere.
Subisce una logica planetaria che presuppone la soppressione di ci che noi
chiamiamo lavoro, o pi esattamente dei "posti di lavoro".
Per - e questo "sfasamento" ha conseguenze crudeli - il sociale e l'economico
continuano a proporsi ancora come il frutto degli scambi conseguenti al lavoro,
laddove quest'ultimo sparito. I senza lavoro, vittime di questa scomparsa, sono
trattati e giudicati con gli stessi identici criteri che si adottavano quando i posti di
lavoro abbondavano. Vengono dunque colpevolizzati di esserne privi, e abbindolati,
addormentati da un cumulo di promesse bugiarde che annunciano come vicinissimo il
ritorno di quest' abbondanza, e come assai prossima la riparazione di congiunture
sfortunate e contrattempi.
Ne consegue la marginalizzazione impietosa e passiva del numero immenso, ogni
giorno in crescita, di quelli che cercano lavoro, i quali, ironia della sorte, per il fatto

stesso di non averlo, sono entrati a far parte della norma contemporanea; norma che
non viene riconosciuta come tale, nemmeno dagli stessi esclusi dal lavoro, al punto
che sono proprio loro i primi (ci si prende cura che sia cos) a viversi come
incompatibili con una societ di cui invece, senza saperlo, sono i prodotti pi naturali.
Vengono portati a considerarsi indegni di questa societ, e soprattutto responsabili
della loro situazione, che giudicano degradante (in quanto degradata) e persino
riprovevole. Si accusano di ci di cui sono le vittime. Si giudicano con lo sguardo di
quelli che li giudicano, sguardo che fanno proprio, che li vede colpevoli, e che li
induce poco alla volta a interrogarsi su quali incapacit, quale predisposizione
personale al fallimento, quale cattiva volont o quali errori li abbiano portati al
punto in cui si trovano. Su di loro incombe il biasimo generale, malgrado l'assurdit
di questo tipo di accuse o autoaccuse. Si rimproverano - e li si rimprovera - di vivere
una vita di miseria o di esserne minacciati. Una vita spesso "assistita" (al di sotto, del
resto, di una soglia di tollerabilit).
I rimproveri che gli si fanno, che essi stessi si fanno, riposano sulla nostra
percezione sfasata della congiuntura presente, su vecchie opinioni gi senza
fondamento in passato, oggi pi che mai ridondanti,. retoriche e assurde; senza alcun,
legame con il presente. Tutto questo - e non vi nulla d'innocente - li porta a provare
questa vergogna, a sentirsi in qualche modo indegni, ci che poi li conduce a tutti i
tipi di sottomissione. L'obbrobrio scoraggia in loro qualsiasi tipo di reazione che non
sia una mortificata rassegnazione.
[]
Da questo sistema emerge nonostante tutto una domanda essenziale, mai
esplicitamente formulata: "Bisogna meritare di vivere per averne il diritto?".
Soltanto una infima minoranza vanta questo diritto d'ufficio, ed una minoranza da
sempre provvista di poteri eccezionali, di propriet e di privilegi considerati quasi
naturali.
Quanto al resto dell'umanit, le occorre, per "meritare" di vivere, di dimostrarsi
"utile" alla societ, o quanto meno a quella parte che la governa e domina:
l'economia che ogni giorno di pi si confonde con gli affari, vale a dire l'economia di
mercato. In cui "utile" equivale quasi sempre a "redditizio", vale a dire vantaggioso
per il profitto. In altre parole che si pu "impiegare" ("sfruttare" sarebbe di cattivo
gusto!).
Questo merito - questo diritto di vivere, anzi - passa dunque dal dovere di
lavorare, di avere un impiego, che diventa cos un diritto imprescrittibile senza il
quale il sistema sociale non sarebbe altro se non un enorme e generalizzato assassinio.
Ma che ne di questo diritto di vivere quando non opera pi, quando viene
impedito di compiere quel dovere che permette di accedervi, quando diventa
impossibile quello che pure viene imposto? Tutti sanno oggi che quegli accessi al
lavoro sono permanentemente vietati, chiusi dall'imperizia generale, dall'interesse di
alcuni, o dal senso della Storia - il tutto ben nascosto sotto il segno della fatalit. E
allora, normale o quanto meno logico continuare a imporre quello che non c'?
legale pretendere una cosa che non esiste come condizione necessaria alla
sopravvivenza?
[]

Cos seguiamo degli strani percorsi! Non si sa se pi ridicolo o sinistro che, di


fronte a una perpetua, incurabile e crescente penuria di posti dilavoro, in Francia si
continui a imporre a ognuno dei disoccupati che si contano a milioni - e questo, ogni
giorno lavorativo di ogni settimana, ogni mese, ogni anno -la ricerca "effettiva e
permanente" di quel lavoro che ormai non c' pi. Di obbligarlo a passare ore, giorni,
settimane, mesi, talvolta interi anni, a proporsi ogni giorno, ogni settimana, ogni
mese, ogni anno, invano, bloccato in anticipo dalle statistiche. Insomma: farsi
derubare ogni giorno lavorativo di ogni settimana, ogni mese e a volte ogni anno
costituisce forse un impiego, un mestiere, una professione? Si tratta di uno "status",
di un lavoro, o magari di un apprendistato? un destino plausibile? Un'occupazione
ragionevole? Un impiego.del proprio tempo davvero raccomandabile?
[]
A colpi di rifiuti, di risposte negative, tutto questo non appare soprattutto come
una messa in scena per convincere questi postulanti della loro nullit? Per inculcare
nel pubblico l'immagine della loro sconfitta e divulgare l'idea (falsa) della
responsabilit, colpevole e punita, di quegli stessi che pagano l'errore generale o la
decisione di alcuni, l'accecamento di tutti, incluso il loro? A dare spettacolo del loro
"mea culpa" al quale, peraltro, essi aderiscono? Vinti.
[]
cos che si mettono le basi per una societ di schiavi ai quali solo la schiavit
conferisce uno statuto. Ma a questo punto perch occuparsi degli schiavi se il loro
lavoro risulta superfluo? Allora, come una specie di eco rispetto alla domanda che
galleggia pi in alto, eccone un' altra che si ha paura di ascoltare: utile vivere se non
si vantaggiosi per il profitto?
E qui spunta l'ombra, l'annuncio o la traccia di un vero e proprio crimine. Perch
non cosa da niente che tutta una popolazione (nel senso che danno al termine i
sociologi) venga portata in silenzio da una societ lucida e sofisticata all' estremo
limite della vertigine e della fragilit: ai confini della morte, e qualche volta persino
oltre. E non cosa da niente anche il fatto di spingere a cercare, a mendicare un
lavoro, e non importa quale n a quale prezzo (cio al pi basso possibile), quelle
stesse persone che poi il lavoro render schiavi. E se tutti quanti non si daranno
anima e corpo a sollecitarlo, per quanto vanamente, l'opinione pubblica rester
comunque convinta che dovrebbero farlo.
Ma ancora niente, per quellche detengono il potere economico, vale a dire il
Potere, avere ai piedi quei rompiscatole che ieri contestavano, rivendicavano,
combattevano. Quale dolcezza nel vederli implorare le stesse cose che ieri
vituperavano, e che oggi considerano come il sacro Graal. Cos come niente poter
manovrare a proprio piacimento gli altri che, provvisti di un salario e di una
posizione, non si lamenteranno, troppo preoccupati di perdere ci che hanno
conquistasto, cos raro, prezioso e precario, e terrorizzati di dover raggiungere la
coorte immensa dei "miserabili".
A vedere come si prendono e si buttano via uomini e donne in funzione di un
mercato del lavoro erratico, sempre pi immaginario e virtuale, paragonabile alla
pelle di zigrino del racconto di Balzac, un mercato da cui tutta questa gente dipende,
da cui dipende la loro vita ma che non dipende da loro; a vedere come gi, cos
frequentemente, non li si prende pi n li si prender mai, e come allora vegetano,

soprattutto i giovani, in una vacuit senza limiti, considerata degradante, e come li si


disprezza per questo; a vedere come, di conseguenza, la vita li maltratta e viene
aiutata a maltrattarli; a vedere che al di l dello sfruttamento degli uomini c'era di
peggio: l'assenza di qualsiasi sfruttamento -, come non dirsi che, non pi sfruttabile,
non pi nemmeno sfruttabile, la massa, diventata inutile, pu solo tremare, e deve
tremare dentro di essa ogni suo componente?
[]
Questo "insieme" di uomini e donne rappresenta anche, non dimentichiamolo, una
base elettorale e una fetta di mercato da cui discende un altro tipo di "interesse", che
porta i politici a mobilitarsi sui problemi del lavoro e della disoccupazione, diventati
di routine; a ufficializzare questi falsi problemi, o quanto meno problemi mal posti; a
occultare qualsiasi constatazione del reale, fornendo a breve termine sempre le stesse
risposte anemiche a problemi fittizi. Non che li si voglia esentare - per l'amor del cielo
- dal trovare delle soluzioni sia pure parziali, sia pure precarie. Ma i loro bricolage
hanno soprattutto come effetto quello di conservare in vita dei sistemi che si
affannano a far finta di funzionare, anche male, e di restituire vitalit e forza a giochi
di potere e gerarchie, essi stessi superati.
[]
E se ci succedesse da un giorno all' altro di non essere pi in democrazia? Questo
"eccesso" (che non far che aumentare) non rischierebbe di essere formulato?
"Pronunciato", e quindi consacrato ufficialmente? Cosa potrebbe succedere se il
"merito", da cui dipenderebbe pi che mai il diritto a vivere, e il diritto di vivere
stesso fossero messi in questione, gestiti da un regime autoritario?
[]
La priorit va dunque al profitto, al profitto originale, una specie di "big bang".
Solo dopo aver garantito e dedotto la parte degli affari - quella dell' economia di
mercato - vengono (sempre di meno) presi in considerazione gli altri settori, tra i
quali i cittadini. Prima il profitto, in funzione del quale tutto stato istituito.
soltanto in seguito che ci si occupa delle briciole di quelle famose" creazioni di
ricchezza" senza le quali, ci viene fatto capire, non ci sarebbe niente, neppure quelle
briciole che d'altra parte diminuiscono a vista d'occhio - n alcun'altra riserva di
lavoro, o di risorse.
"Dio ci salvi dall'uccidere la gallina dalle uova d'oro", diceva la mia vecchia tata
che proseguiva sulla necessit dell' esistenza di ricchi e di poveri. "Di ricchi ce ne
saranno sempre. Senza di loro, mi dici come farebbero i poveri?" Una vera politica,
la mia tata Beppa, una grande filosofa! Aveva capito tutto.
La prova: siamo ancora qui ad ascoltare, sordi a quello che realmente stanno
tramando, le moine bugiarde di quei poteri che la mia tata venerava. Poteri che fanno
moine e mentono sempre di meno, tanto hanno inculcato i loro postulati e i loro
"credo" nelle masse planetarie ormai anestetizzate. A che pro spendere ulteriori
energie per persuadere coloro che un'interminabile propaganda ha ormai, se non
convinto, almeno disarmato?
Propaganda efficace e che ha saputo recuperare, non cosa da nulla, numerosi
termini positivi, seduttivi, che ha giudiziosamente fatto propri, deviato, assoggettato.
Guardate questo mercato libero di fare del profitto; questi piani sociali incaricati, in
realt, di cacciare dal lavoro, e con la minima spesa, uomini e donne, da quel

momento privati di mezzi di sussistenza e talvolta di un tetto; lo Stato assistenziale,


quando fa finta di riparare timidamente ingiustizie flagranti, spesso disumane. E, fra
le tante espressioni, quegli assistiti che devono sentirsi umiliati della loro condizione
(e lo sono), quando non sar mai ritenuto "assistito", e dalla culla allatomba, l'erede
di una fortuna.
[]
I detentori del potere della nostra epoca sono diventati quello che Robert Reich
chiama dei "manipolatori di simboli" o, se si preferisce, degli "analisti di simboli",
che non comunicano, o comunicano poco, nemmeno con l'antico mondo dei
"padroni". Che se ne dovrebbero fare, loro, di tutti questi" dipendenti" cos costosi,
iscritti alla Previdenza sociale, cos incerti e irritanti rispetto alle macchine pure e
dure, ignorate da qualsiasi protezione sociale, per definizione manovrabili,
economiche e prive di emozioni equivoche, di lamenti aggressivi, di desideri
pericolosi? Macchine che aprono una nuova epoca, che magari la nostra, ma nella
quale non ci consentito l'accesso.
[]
Una quantit sempre crescente di esseri umani non gi pi necessaria al piccolo
numero che, plasmando l'economia, detiene il potere. Una folla di esseri umani si
ritrova cos, secondo la logica imperante, senza una ragionevole ragione di vita in
questo mondo nel quale sono comunque nati.
Per ottenere la facolt di vivere, per averne i mezzi, dovrebbero poter rispondere ai
bisogni delle reti che governano il pianeta, a quelli dei mercati. Il fatto che non ci
rispondono - o piuttosto sono i mercati che non rispondono pi alla loro presenza e
non hanno bisogno di loro. O di pochissimi e di sempre di meno tra loro. La loro vita
dunque non pi "legittima", ma solo tollerata. Fastidiosa, la loro presenza in questo
mondo viene loro consentita per pura mansuetudine, per sentimentalismo, per riflessi
antichi, per rispetto nei confronti di ci che per tanto tempo stato giudicato sacro
(almeno teoricamente). Per paura dello scandalo. Per i vantaggi che ne possono
ancora derivare ai mercati. Per i giochi politici, per le scommesse elettorali fondate
sull'impostura secondo la quale sarebbe in corso una "crisi" provvisoria che ognuno
dei campi avversi pretende di poter risolvere.
[]
Quella che si pu misurare oggi l'ampiezza della progressione delle potenze
private, dovuta in gran parte a quella delle prodigiose reti di comunicazione, di
scambi istantanei, ai fattori di ubiquit che ne derivano e che, per prime, queste
potenze private hanno sfruttato, per abolire le distanze di spazio e di tempo - e non
cosa da niente! - a proprio vantaggio.
[]
Esse cavalcano le istanze politiche e non devono tener conto di nessuna etica bolsa,
di nessun sentimento. Al limite, nelle pi alte delle loro sfere, l dove il gioco diventa
imponderabile, non sono neppure pi chiamate a rispondere di successi o di
insuccessi, e non hanno altra posta in gioco se non loro stesse e queste transazioni,
queste speculazioni interminabilmente ripetute, senz' altro scopo che il loro stesso
movimento.
[]

Questi gruppi economici privati, multinazionali, dominano dunque sempre di pi i


poteri dello Stato; lungi dall' esserne controllati, li controllano e formano, in breve,
una specie di nazione che, fuori da qualsiasi territorio, da qualsiasi istituzione
governativa, comanda sempre di pi le istituzioni dei diversi paesi, le loro politiche,
spesso per tramite di organizzazioni considerevoli come la Banca Mondiale, il Fondo
Monetario Internazionale, o l'Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo
Economico.
[]
Ecco dunque l'economia privata lasciata come mai prima in tutta libert - quella
libert che ha tanto rivendicato e che si traduce in deregolamentazione legalizzata, in
anarchia ufficiale. Libert accompagnata da tutti i diritti, da tutte le concessioni.
Senza briglie, satura delle sue logiche una civilt che sta per finire e di cui essa
accelera il naufragio.
[]
Secondo l'uso secolare, agisce qui un principio fondamentale: per un individuo
senza funzione non c' posto, nessuna possibilit di accesso evidente alla vita, o per lo
meno alla sua prosecuzione. Ora le funzioni scompaiono oggi irrevocabilmente, ma
questo principio perdura, bench non possa pi, ormai, organizzare le societ, ma
solo distruggere lo statuto degli esseri umani, deteriorare delle vite o addirittura
decimarle.
[]
Dopo tutto, diranno alcuni, in questo contesto di globalizzazione, di dislocazione
territoriale, di deregulation, perch alcuni paesi dovrebbero continuare a essere
privilegiati: non stiamo andando verso l'''equit''?
Siamo seri. Lo scandalo che, lungi dal vedere le zone disastrate uscire dal disastro
e raggiungere le nazioni pi prospere - come si era creduto di poter credere - si assiste
all'insediamento del disastro in societ fino a oggi in espansione e del resto ancora
ricche come prima, ma nelle quali i modi di acquisizione del profitto si sono
trasformati. Hanno progredito, diranno alcuni. Come minimo questi modi si
affermano nella direzione di una accresciuta capacit di appropriazione a senso
unico, concentrata su un numero di beneficiari sempre pi ristretto, mentre la
presenza attiva giudicata necessaria, e di conseguenza retribuita, degli altri attori
diminuisce.
[]
La china vertiginosa. Le angosce del lavoro perduto si vivono a tutti i livelli della
scala sociale. A ciascuno di essi, vengono percepite come una prova disastrosa che
sembra profanare l'identit di chi la subisce. immediatamente lo squilibrio e - a
torto - l'umiliazione, presto il pericolo. I quadri dirigenti possono soffrirne almeno
quanto i lavoratori meno qualificati. Sorprendente scoprire con che rapidit si pu
perdere posizione e come la societ diventa severa, come non c' pi o quasi pi
rimedio una volta che la si persa. Tutto vacilla, si chiude e si allontana. Tutto
diventa pi fragile, persino la casa. La strada si avvicina. Sono ben poche le forze che
non si ha diritto di esercitare contro chi non ha pi "mezzi". Soprattutto i mezzi per
essere risparmiato e per non appartenere a una terra di nessuno.
[]

Quale correlazione ragionevole pu mai esserci, per esempio, tra perdere un lavoro
e farsi espellere dalla societ, ritrovarsi in mezzo alla strada? La punizione non in
alcun modo commensurabile con il motivo proposto, dato per evidente. Che venga
trattato come un delitto il fatto di non poter pagare, di non poter pi pagare, di non
riuscire a pagare, gi di per s sorprendente, se ci si pensa. Ma essere cos punito,
buttato per strada, se non si pi in grado di pagare l'affitto perch non si ha pi
lavoro, quando il lavoro fa dappertutto manifestamente e ufficialmente difetto,
oppure perch l'impiego che vi stato attribuito pagato troppo poco rispetto al
prezzo aberrante di appartamenti troppo rari, tutto questo ha del demenziale o del
deliberatamente perverso. Tanto pi che un domicilio sar richiesto per conservare o
trovare quel lavoro che costituisce l'unica condizione per poter ritrovare un
domicilio.
[]
Assenza di razionalit? Alcuni esempi:
Esonerare dai rimproveri le caste privilegiate, dirigenti, per una volta trascurate,
ma accusare alcuni gruppi svantaggiati di esserlo meno di altri. Di essere, insomma,
meno maltrattati. Considerare cos il maltrattamento come il modello sul quale
bisognerebbe allinearsi - considerare, in una parola, la norma il fatto di essere
maltrattato.
Considerare poi dei privilegiati, in qualche modo dei profittatori, quelli che
mantengono ancora un lavoro, sebbene sottopagato; e dunque la norma il fatto di non
averne. Indignarsi dell'''egoismo'' dei lavoratori, questi satrapi che recalcitrano
all'idea di dividere il loro lavoro, sebbene sottopagato, con quelli che non ne hanno
per niente, ma non ampliare questa esigenza di solidariet fino alla divisione dei
patrimoni o a quello dei profitti - cosa che ai nostri giorni sarebbe giudicata idiota,
obsoleta, e soprattutto molto maleducata.
Laddove invece assolutamente conveniente e anche raccomandato inveire contro
i "privilegi" di quegli habitus degli alberghi di lusso che sono, per esempio, i
ferrovieri, cui toccata una condizione di pensionamento pi accettabile di altre,
vantaggio talmente ridicolo in confronto ai privilegi senza limiti, mai rimessi in
discussione, che aggiudicano a se stessi come naturali i veri privilegiati! Molto in voga
anche l'obbrobrio gettato su quei pericolosi predatori, quei celebri plutocrati, operai
o impiegati che osano chiedere che gli si aumentino gli stipendi, segnali gi di per s
sospetti di fasti spudorati. Un esercizio illuminante consiste nel paragonare sullo
stesso giornale la quantit dell'aumento richiesto - che sar ferocemente discusso,
rivisto verso il basso, talvolta rifiutato - con, alla rubrica gastronomica, il prezzo
presentato come ragionevole di un solo pasto al ristorante: solo tre o quattro volte
l'aumento mensile richiesto!
Un esempio ancora: gli sforzi da lungo tempo intrapresi per montare una parte del
paese contro l'altra, dichiarata vergognosamente privilegiata (statali, funzionari di
base) senza mai prendere in considerazione quelli che privilegiati lo sono davvero, se
non per designarli come "forze vive della nazione". E presentare queste "forze vive",
questi dirigenti delle multinazionali, come unici capaci di assumersi dei rischi,
avventurieri impazienti di mettersi senza sosta e senza fine in pericolo, preoccupati
continuamente di mettere in gioco ... non si sa bene che cosa, mentre i nababbi che
fanno i tramvieri, i paruenus patentati dipendenti delle Poste prosperano
scandalosamente in tutta sicurezza.

[]
Quanto agli usurpatori che si abbandonano senza vergogna alla garanzia del posto
fisso, la loro immunit dal panico suscitato dalla precariet, dalla fragilit, dalla
sparizione di quegli stessi posti, rappresenta un pericolo scandaloso. C' di peggio:
essi rallentano l'asfissia del mercato del lavoro. Ora, asfissia e panico sono le
mammelle dell' economia nella sua fiorente modernit, e le migliori garanzie di una
"coesione sociale".
[]
La leggerezza, il fremito di un destino, il suo carico di speranza e di paura, questo
quello che viene rifiutato, che si rifiuta a una quantit di giovani, ragazze e ragazzi, ai
quali impedito di abitare la societ che viene loro imposta come l'unica possibile anche l'unica rispettabile, l'unica autorizzata. L'unica proposta, ma proposta come
un miraggio, poich, unica lecita, essa loro vietata; unica valida, li respinge; unica a
circondarli, resta per loro inaccessibile. Si fanno evidenti i paradossi di una societ
fondata sul "lavoro", vale a dire sul posto di lavoro, laddove il mercato del lavoro non
soltanto vacilla ma scompare.
[]
Il razzismo e la xenofobia esercitati contro i giovani (o contro gli adulti) d'origine
straniera possono servire a distogliere dal vero problema, quello della miseria, della
penuria. Si riporta la condizione di "escluso" a problemi di differenza di colore, di
nazionalit, di religione, di cultura, che non avrebbero niente a che vedere con la
legge dei mercati. Mentre sono i poveri, come sempre e da sempre, a essere esclusi. In
massa. I poveri e la povert. Anche se si istigano poveri contro poveri, oppressi contro
oppressi e non contro gli oppressori, contro ci che opprime, proprio quella
condizione che viene presa di mira,vessata, ripudiata. Raramente si visto, a nostra
conoscenza, un emiro espulso, "impacchettato" in un charter!
[]
Da questi ripudiati, da questi emarginati gettati in un niente sociale, ci si aspettano
nonostante tutto condotte da buoni cittadini destinati a una vita civica di doveri e di
diritti, laddove a loro stata tolta qualsiasi possibilit di compiere qualsiasi dovere, e
i loro diritti, gi estremamente ridotti, vengono volentieri calpestati. Che tristezza
allora, che delusione vederli infrangere le norme del saper vivere, le regole di buona
creanza di coloro che li scartano, li scuotono, li disprezzano d'ufficio. Non vederli
sposare le buone maniere di una societ che manifesta cos generosamente la sua
allergia alla loro presenza, e li aiuta a vedersi fuori gioco!
[]
Pensare non una cosa che si impara, la cosa meglio distribuita che ci sia al
mondo, la pi spontanea, la pi organica. Ma quella da cui si pi distolti. Pensare
si pu disimparare. Tutto concorre allo scopo. Abbandonarsi al pensiero richiede
persino dell' audacia, quando tutto vi si oppone, e primi fra tutti, noi stessi.
Impegnarvisi richiede qualche esercizio, come dimenticare gli epiteti che lo spacciano
per austero, arduo, ripugnante' inerte, elitario, paralizzante e di una noia senza
limiti. Come smascherare i trucchi che fanno credere alla divaricazione tra intelletto
e visceralit, tra pensiero ed emozione. Ci si arriva, e somiglia maledettamente alla
salvezza! Tutto ci pu permettere a ognuno di diventare, nel bene e nel male, un

essere umano a pieno diritto, autonomo, quale che sia il suo ruolo sociale. Che la cosa
non venga affatto incoraggiata non stupisce.
Perch niente capace di mobilitare come il pensiero. Lungi dal rappresentare una
triste rinuncia, invece l'azione nella sua quintessenza. Non esiste attivit pi
sovversiva. Pi temuta. Anche pi diffamata, e non un caso, n una cosa strana: il
pensiero politico. E non solo il pensiero politico. Tutt'altro. li solo fatto di pensare
politico. Da cui la lotta insidiosa, sempre pi efficace, condotta oggi, come mai prima,
contro il pensiero. Contro la capacit di pensare.
La quale, invece, rappresenta e continuer a rappresentare sempre di pi la nostra
sola salvezza.
[]
Aver letto Mallarm presuppone aver acquisito certe facolt che possono portare a
certe capacit e, di conseguenza, ad avvicinarsi a certi diritti. Facolt di non
rispondere al sistema nei soli termini riduttivi che offre e che annullano qualsiasi
contraddizione. Facolt di denunciare la versione demenziale del mondo all'interno
della quale ci vogliono immobilizzare, e della quale i poteri si lamentano di doversi
fare carico, quando sono loro ad averla deliberatamente instaurata.
Ma per meglio irreggimentare, asservire, e questo da qualsiasi parte stiano i poteri,
si distoglie l'organismo umano dall' esercizio arduo, viscerale, pericoloso del pensiero,
si rifugge dalla precisione tanto rara, dalla sua ricerca, per manovrare al meglio le
masse. L'esercizio del pensiero, riservato ad alcuni, preserver il loro dominio.
[]
Presso questi "giovani", questi abitanti giovani dei quartieri che chiamiamo
"difficili" (ma che sono piuttosto quelli nei quali tenta di vivere gente in grande
difficolt) non sono i nomi delle mitragliatrici, il vuoto che prende il posto del nome
di Mallarm. Il vuoto, e 1'assenza di qualsiasi progetto, di qualsiasi avvenire, di
qualsiasi felicit quanto meno avvistata, della minima speranza, ma che un certo
sapere potrebbe compensare, suscitando anche un qualche piacere a percorrere
queste strade che portano al nome di Mallarm.
Non sogniamo!
Eppure, l'unico lusso di questi ragazzi, di queste ragazze, non quel tempo libero,
che potrebbe consentire, tra 1'altro, delle incursioni in queste regioni piene di
vitalit? Ma che invece non consente niente, dato che sono incatenati all'interno di un
sistema rigido, vetusto, che impone loro precisamente quello che loro rifiuta: una vita
legata al salario e dipendente da esso. Quella che viene chiamata una vita "utile".
L'unica omologata e che loro non condurranno, perch sempre meno percorribile
per gli altri, e non lo pi per loro. Il suo fantasma per li imprigiona in un'esistenza
governata dal vuoto che suscita la sua assenza.
Un peso grande, molto grande all'interno della lugubre povert delle periferie.
Esiste, al polo opposto, quel mondo ricco, effervescente, piacevole, ma deprezzato,
forse anche lui in via di sparizione ( vero che lo sempre stato, una delle sue
caratteristiche), non il mondo del jet-set , ma un mondo di ricerca, di pensiero, di
umorismo, di passione. li mondo dell' ... intelletto, parola rifiutata con un disprezzo
deliberato, concertato, incoraggiato dalla societ - basta pensare alle strizzatine
d'occhio complici dei pi mediocri imbecilli i quali, pronunciandola come un insulto,
prevedono connivenze premurose e sghignazzi immediati. Non c' nulla di innocente.

Mondo dell'intelletto al quale molti di questi giovani senza lavoro sarebbero adatti
quanto gli altri, se ne possedessero le chiavi. Anzi, a dire il vero, pi adatti di altri,
poich dispongono di pi tempo, quel tempo che potrebbe essere libero ma che
diventa vacante, vuoto da spararsi, tempo di vergogna e di perdita, velenoso, laddove
si tratta invece del pi prezioso dei materiali. Quando grazie a lui le loro vite
potrebbero essere vissute in pieno.
[]
La strada dei posti di lavoro si chiude, l'insegnamento potrebbe almeno darsi come
scopo quello di offrire a queste generazioni a cavallo fra due ere una cultura capace
di dare un senso alla loro presenza nel mondo, alla loro semplice presenza umana,
permettendo loro di acquisire un panorama delle possibilit offerte agli uomini, un'
apertura sui campi della conoscenza. E, dunque, delle ragioni di vivere, delle strade
da percorrere, un senso ritrovato alloro dinamismo immanente.
Ma piuttosto che preparare le nuove generazioni a un modo di vivere che non
passerebbe pi attraverso il lavoro (diventato praticamente inaccessibile), ci si sforza
al contrario di farli entrare in quel luogo intasato che li rifiuta ottenendo come
risultato di trasformarli in esclusi rispetto a ci che non esiste neanche pi. In infelici.
Sotto il pretesto di prendere di mira un avvenire che era accessibile solo in un
contesto ormai superato, ci si intestardisce a trascurare, a respingere quello che, nei
programmi, non gli era stato consacrato, ma a conservare quello che si immagina
necessario per aspirare a un avvenire gi scomparso. Poich questi giovani non hanno
niente, gli si toglie tutto, e per primo quello che sembra gratuito, un inutile lusso, e
che riguarda la cultura: quel che resta della sfera dell'umano, l'unica cosa per la
quale questi gruppi in numero incommensurabile, banditi dal mondo economico,
hanno ancora una vocazione.
La tendenza , al contrario, di pensare che non li si prepara abbastanza - e non
abbastanza direttamente - all'ingresso nelle imprese che non li vogliono, alle quali
non sono pi necessari, ma per le quali si vorrebbe "formarli", e per nient'altro. Ci si
tormenta (o almeno si pensa che si dovrebbe) nell' ossessione di andare verso un
maggiore "realismo", che poi in verit il massimo del "sogno", della finzione. E ci si
d un unico scopo, al quale ci si rimprovera di non tenere a sufficienza: inserire al pi
presto gli studenti in un mondo del salario che non esiste pi. Si pensa che si
dovrebbero sfrondare un po' alla volta le materie, i piani di studio insufficienti a far
entrare scolari, liceali, studenti universitari direttamente nel mondo del lavoro. Ci si
raccomanda di mirare in maniera esclusiva all"'inserimento professionale" che,
naturalmente, non si realizzer. Questo viene chiamato essere" concreti" .
Alcuni giovani (senza virgolette), quelli delle famiglie frequentabili, saranno
iniziati al pensiero; saranno chiamati a conoscere, ammirare le opere artistiche,
letterarie, scientifiche e altre, di coloro che entrano nella categoria molto ben accetta,
insomma, dei "fornitori" delle loro famiglie.
Ma, rileveranno molto saggiamente alcune anime sagge, queste cose assolutamente
superflue, perch insegnarle anche a della gente inutile? ragionevole dal punto di
vista economico? E perch fornire a costoro i mezzi per rendersi conto della loro
situazione, per soffrirne di pi, per criticarla, quando stanno cos tranquilli? meglio
sistemarli pi tardi, rafforzarli nella loro condizione di "cercatori di lavoro" ,
occupazione che li manterr buoni come angioletti per un bel po' di tempo.

[]
Nazionale o invitata a diventarlo, e presumibilmente benintenzionata, l'impresa si
vede offrire mille sovvenzioni, agevolazioni, possibilit di contratti vantaggiosi di
modo che possa assumere personale. E non sposti altrove il lavoro. Benevola,
l'impresa accetta. Non assume. Sposta il lavoro all' estero o minaccia di farlo se tutto
non si svolge a suo gradimento. La disoccupazione cresce. Si ricomincia.
[]
sempre stato prevedibile che l'aiuto all'impresa non avrebbe creato posti di
lavoro, o per lo meno li avrebbe creati in misura infinitamente inferiore rispetto alle
proporzioni profetizzate. Dieci o quindici anni fa, sviluppare questo ragionamento
sarebbe stato audace, le prove erano ancora poche. E diventato lampante! Non di
meno si persevera.
[]
Intanto, le imprese beneficiate continuano a sbarazzarsi in massa dei loro
dipendenti, ed cosa d'ogni giorno. Le "ristrutturazioni" abbondano, con risonanze
vigorose e costruttive, ma che comprendono innanzitutto i famosi "ammortizzatori
sociali", cio quei licenziamenti programmati che cementano oggi l'economia. Perch
scandalizzarsi al pretesto che in realt destrutturano intere vite, famiglie, e annullano
ogni saggezza politica o economica? Dobbiamo denunciare anche tutti quei termini
ipocriti, scellerati? Pubblicarne un dizionario?
Ripetiamolo: la vocazione delle imprese non di essere caritatevoli. La perversit
consiste nel presentarle come le "forze vive" che seguirebbero innanzitutto imperativi
morali, sociali, tesi al benessere generale, mentre devono seguire un compito, un'
etica, certo, ma che gli comandano di fare profitti, cosa in s perfettamente lecita,
giuridicamente inappuntabile. Gi, ma ai nostri giorni, a torto o a ragione,
l'occupazione rappresenta un fattore negativo, fuori mercato, inutilizzabile, nocivo al
profitto! Nefasto.
[]
I mercati dei derivati sono oggi pi importanti dei mercati classici. Ora, questa
nuova forma di economia non investe pi, punta. diventata una scommessa, ma una
scommessa priva di una vera posta in gioco, dove non si punta tanto su valori
materiali e nemmeno su scambi finanziari pi simbolici (ma ancora indicizzati alla
fonte, per quanto lontana, su attivi reali) quanto piuttosto su valori virtuali, inventati
all'unico fine di alimentare i loro stessi giochi. Consiste in scommesse sulle
trasformazioni di affari che ancora non esistono, che forse non esisteranno. E, da l,
su giochi intorno a titoli, debiti, tassi di interesse e di cambio, privati di qualsiasi
senso, relativi a proiezioni del tutto arbitrarie, vicine alla fantasia pi sfrenata e a
profezie di ordine parapsichico. Consiste soprattutto in scommesse sui risultati di
tutte quelle scommesse. Poi sui risultati delle scommesse su quei risultati, ecc.
[]
Questi mercati non danno luogo a nessuna "creazione di ricchezza", a nessuna
produzione reale. Non hanno bisogno neppure di localizzazioni immobiliari. Non
impiegano personale, perch basta qualche telefono e qualche computer per
maneggiare i mercati virtuali. Ora, su questi mercati, che non implicano il lavoro
altrui, che non sono produttori di beni reali, le imprese (tra gli altri) investono,

sempre pi spesso, porzioni sempre pi consistenti dei loro utili, perch il profitto che
ne deriva pi rapido, pi consistente che altrove, ed per consentire giochi
neofinanziari di questo tipo, di gran lunga pi fruttuosi, che finiscono molto spesso le
sovvenzioni, i vantaggi concessi perch le imprese assumano personale!
[]
Societ in pieno sviluppo, in attivo, licenziano in massa, lo sappiamo. Non c'
niente di pi vantaggioso, secondo gli specialisti. Tanto pi che per questo non si
offrono loro meno "aiuti per l'occupazione", senza chiederne conto, senza obbligarle
in nessun modo ad assumere come previsto. A malapena si suggerisce loro (con il
successo che si pu immaginare!) di non adoperare questi regali incondizionati
unicamente a fini lucrativi. Cosa pensate che facciano?
[]
Mentre le nazioni e le loro classi politiche sembrano cos disperate per la
disoccupazione e si proclamano ardentemente mobilitate contro di essa, che le
ossessiona giorno e notte, l'OCSE pubblica in un rapporto un punto di vista pi...
sfumato: "Per ottenere un certo adeguamento dei salari, occorrer un livello pi alto
della disoccupazione congiunturale", vi si dichiara.
Sempre nello stesso spirito fraterno e conviviale, si precisa, come si fornirebbe in
una rubrica di posta la ricetta per attirare e tener stretti l'uomo o la donna della
propria vita: "La prontezza dei lavoratori nell' accettare lavori poco retribuiti
dipende in parte dalla relativa generosit dei sussidi di disoccupazione ... il caso, in
tutti i paesi, di accorciare la durata dei diritti quando troppo lunga o di rendere pi
restrittive le condizioni d'ammissione". Questo s che parlare.
[]
La Banca Mondiale va diritta allo scopo, senza complimenti n circonlocuzioni:
"Una maggiore flessibilit del mercato del lavoro - a dispetto della sua cattiva
reputazione, poich la parola un eufemismo per dire diminuzioni dei salari e
licenziamenti - essenziale a tutte le regioni che intraprendano la strada delle riforme
profonde." Il Fondo Monetario Internazionale rincara: "Non bisogna che i governi
europei permettano ai timori suscitati dalla ricaduta della loro azione sulla
ripartizione dei guadagni di frenare il loro slancio verso una riforma di fondo dei
mercati del lavoro. Il loro ammorbidimento passa per un ripensamento totale del
sussidio di disoccupazione, del salario minimo legale e delle disposizioni a tutela dell'
occupazione."
[]
D'altronde, "molti dei nuovi lavori sono a bassa produttivit [ ]. Non sono
suscettibili di sviluppo a meno di non essere accoppiati con un salario molto basso".
Ma questo riguarda una gamma infinitamente pi vasta di lavori, e quindi "una
proporzione importante di salariati rester senza lavoro, a meno di rendere i mercati
del lavoro pi flessibili, in particolare in Europa". Come volevasi dimostrare.
[]
Ecco la situazione negli Stati Uniti, descritta da Edmund S. Phelps, noto
economista, scrittore, professore alla Columbia University, un moderato che analizza
senza passione i vantaggi e gli inconvenienti dei diversi modelli di reazione economica
al fenomeno della disoccupazione. Ecco, innanzi tutto, i vantaggi delle

ristrutturazioni che, grazie all'"insicurezza che viene a pesare sui lavoratori,


consentono ai datori di lavoro di ridurre il costo dei salari, e di creare dei posti di
lavoro [ ... ] in particolare nelle attivit di servizio [che non sono] soltanto mal pagate,
ma precarie".
Ecco poi, sempre descritto da Phelps, l'uomo dei sogni dell'OCSE: "Il salariato
americano che perde il lavoro deve imperativamente ritrovare un posto al pi presto
possibile. I contributi di disoccupazione rappresentano solo una parte minima del suo
salario di partenza. E gli verranno versati per un massimo di sei mesi. Non saranno
completati da alcun tipo di aiuto sociale (alloggio, scuola ... ) Insomma, si ritrova
privo di tutto, e vive solo dei propri mezzi." (Ci si domanda quali! ) "Deve
rapidamente trovare e accettare un lavoro, anche se non corrisponde a quello che
cerca."Il problema che "per i lavoratori senza specializzazione spesso difficile
trovare un lavoro, per quanto mal pagato".
Ci che Phelps deplora soprattutto, che "questi disoccupati si dedicano allora ad
attivit clandestine: chiedono l'elemosina, spacciano droga, si danno ai piccoli traffici
della strada. La criminalit aumenta. Attraverso questa rete, in una certa maniera,
hanno creato un loro personale 'Stato Assistenziale"'. Tutto questo produce
chiaramente disordine, e trattiene Phelps dal condannare il sistema di protezione
sociale europeo, il cui vantaggio, dal suo punto di vista, di evitare il grado di
delinquenza creato dalla sua assenza negli Stati Uniti, ma il cui torto sta nel tendere
"a ridurre le motivazioni di ricerca del lavoro" .
Ed eccoci al punto di partenza. Tuttavia (e il salariato americano, "motivato" a
morte e "privo di tutto" ne sa qualcosa), Phelps non ignora che non c' una pletora di
posti di lavoro, che non ce n' una moltitudine, e che le peggiori privazioni, la ricerca
pi accanita non bastano a ottenere nemmeno un quarto d'ora di lavoro. Sa che la
disoccupazione un fatto endemico, permanente. Che essere "motivato" a cercare del
lavoro significa quasi sempre non trovarne. Che a questa ricerca disperante e
disperata si dedicano innumerevoli disoccupati con tutto quel che costa in francobolli,
telefonate, spostamenti, il pi delle volte per non ottenere neppure una risposta.
D'altronde, data l'evoluzione demografica, occorrerebbe, per creare o ricreare una
situazione decente sul pianeta, inventare un miliardo di nuovi posti di lavoro nei
prossimi dieci anni, mentre invece il lavoro scompare! Phelps deve sapere che il
problema non motivare a cercare un lavoro, ma consentire che se ne trovi uno,
poich rappresenta l'unico schema previsto di sopravvivenza. Ha mai pensato all'
alternativa: cambiare lo schema?
Ma cercare lavoro deve far parte delle pie occupazioni! Perch, che si sappia, la
ricerca di lavoro non crea lavoro! Con tutti i "motivati" che ci si affannano e tutti
quelli che, durante queste vane ricerche, lo sognano come il sacro Graal, lo si
saprebbe! Con tutti quelli che accettano lavori quasi sempre precari e che quindi
permettono loro di riprendere ben presto questa ricerca tanto raccomandata lavoretti, contratti a termine, stages, contratti di formazione-bidone, e altri surrogati
di lavoro nei quali si fanno sovente sfruttare -, con tutti coloro che crollano, per non
aver trovato niente, se la domanda "motivasse" la creazione di posti di lavoro, ne
avremmo pure avuto una qualche eco!
Ma davvero a cercare posti di lavoro introvabili che si viene "motivati"? E
proprio quella la posta in gioco? Non sar piuttosto quella di ottenere, per il poco
lavoro ancora necessario, un prezzo ancora pi base so, il pi vicino possibile al

niente? E, di conseguenza, ad aumentare l'insaziabile profitto? Non senza


sottolineare, en passant, la colpevolezza di vittime mai sufficientemente assidue nel
mendicare quel che viene loro rifiutato e che, d'altra parte, non esiste pi.
[]
Ricordiamoci come Phelps, un moderato, dimostrava che se si cerca ad ogni costo
"del lavoro" divenuto inaccessibile, e se, nello stesso tempo, oltre a questa ricerca
penosa, oltre alla mancanza di risorse, oltre alla perdita (o alla minaccia di perdita) di
un tetto, oltre al tempo trascorso a farsi respingere, oltre al disprezzo degli altri e la
disistima di s, oltre al vuoto di un futuro terrificante, oltre al decadimento fisico
dovuto alla penuria all'angoscia, oltre alla coppia e la famiglia indebolite, spesso
scoppiate, oltre la disperazione - se, oltre a tutto questo, ci si ritrova costretti a
un'"insicurezza " ancora maggiore, questa volta tecnicamente prevista, se ci si
ritrova senza aiuto o (al limite) con un aiuto calcolato per essere insufficiente, o
ancora pi insufficiente, si sar pronti ad accettare, sopportare, subire qualsiasi
forma di lavoro, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione. Perfino a non trovarne
affatto.
Ora, la sola ragione che possa "motivare" chi ne dispone a offrire il poco lavoro
che ancora pu distribuire, poterselo procurare ai prezzi stracciati accettati da
disgraziati messi con le spalle al muro dall"'insicurezza". Creare lavoro, forse, ma
creare prima di tutto questa insicurezza! O meglio ancora, andare a cercarla dove si
trova, in certi continenti.
Beninteso, in me.zzo alle masse di cui si sar progettata a sangue freddo
l'insicurezza, sar soltanto una magra percentuale di individui che beneficier di
questi lavori al ribasso che non li faranno uscire dalla miseria. Per tutti gli altri,
rester l'insicurezza. E il suo corteo di umiliazioni, privazioni, pericoli.
L'abbreviazione di alcune vite.
Il profitto, lui, ne avr tratto profitto.
[]
In alcuni punti del pianeta, la "motivazione" al lavoro arrivata al culmine. La
penuria, l'assenza di qualsiasi forma di protezione sociale portano il costo della mano
d'opera e del lavoro a quasi niente. Un paradiso per le aziende, un sistema di sogno al
quale si aggiunge quello dei paradisi fiscali. Le nostre "forze vive", dimenticando
volentieri che sono quelle "della Nazione", non esitano, in gran parte, a precipitarsi, a
ridarsi la carica laggi.
Da cui quelle dislocazioni che producono rovine, tolgono brutalmente i posti di
lavoro agli abitanti di intere localit, distruggono a volte una regione, impoveriscono
la nazione. L'impresa involata verso altri cieli non pagher pi le tasse nei luoghi che
abbandona, ma saranno lo Stato, le collettivit lasciate a terra che dovranno
finanziare la disoccupazione che l'impresa avr creato - vale a dire dovranno
finanziare le scelte che l'impresa avr fatto a proprio esclusivo vantaggio e a loro
detrimento! Un finanziamento a lungo termine, poich, per i licenziati diventati
disoccupati in un modo cos arbitrario, non sar possibile ritrovare rapidamente
lavoro in settori geografici e professionali cos disastrati, e difficile addirittura
riuscire a ritrovarlo del tutto.
Quanto alla fuga di capitali fuori da qualsiasi circuito fiscale, priver di risorse le
strutture economiche e sociali dello Stato truffato. Forse sar un'illusione ottica, ma

si ha come la vaga impressione che i possessori di "ricchezze" evase non siano altri
che... le ammirevoli "forze vive" della nazione danneggiata!
[]
Abbasso gli immigrati che entrano, buona fortuna ai capitali che escono! pi
facile prendersela con i deboli che arrivano, o che sono gi arrivati, magari anche da
molto tempo, che con i potenti che disertano!
[]
I paesi occidentali chiudono dunque gelosamente le loro frontiere terrestri alla
"miseria del mondo", ma lasciano scappare attraverso percorsi virtuali le ricchezze
alle quali i loro cittadini impotenti, disinformati, immaginano di avere ancora diritto,
quelle che credono ancora di possedere e di dover difendere, ma che lasciano fuggire
senza particolarmente emozionarsi.
Non sono gli immigrati che riducono una massa di salariati ormai in via di
sparizione, ma piuttosto, fra gli abitanti delle terre meno privilegiate, coloro che non
sono diventati stranieri, che non sono emigrati ma che, restando nel proprio paese,
lavorano a prezzi (se prezzi li si pu chiamare) da elemosina, senza protezione sociale,
in condizioni da noi dimenticate. Manna per i gruppi multinazionali, vengono indicati
ad esempio.
[]
Bizzarra rivincita dei padroni, dovuta al loro dinamismo, alloro senso del lucro, del
dominio, ma anche allo spirito d'iniziativa. Si arrangiano con tutto, trasportano e
ricostituiscono altrove eccessi di sfruttamento che la Storia aveva superato nei paesi
pi industrializzati, e dei quali si era creduto di vedere l'inizio della scomparsa anche
altrove, in particolare in seguito alle decolonizzazioni.
Ma non si erano fatti i conti con le tecnologie moderne sommate alla rarefazione
drammatica dell'occupazione - di cui sono largamente responsabili. La rapidit
chiaroveggente dell'economia privata nell'impadronirsi delle prodigiose capacit di
ubiquit, di sincronizzazione, di informazione che queste nuove tecnologie offrono,
nel fare uso di tempi e spazi corto-circuitati, consente gli sfarfalleggiamenti
dongiovanneschi, gli edonismi geografici delle imprese inter-multi-transnazionali. E il
neocolonialismo montante.
[]
Cos non ci troviamo pi, per esempio, a deplorare il sottopagamento di quella
manodopera supersfruttata in paesi di povert assoluta, spesso colonizzati (fra le
altre cose) dal debito; ci troviamo a deplorare la sotto-occupazione che questo
provoca da noi, e quasi a essere gelosi di quei disgraziati, di fatto ricondotti,
confermati in condizioni sociali scandalose - cosa che noi sappiamo, ma la nostra
acquiescenza senza limiti!
normale, a proposito dell' occupazione, deplorare che venga tolto all'uno quello
che altrove viene concesso all'altro. O rallegrarsi che venga attribuito all'uno quello
di cui l'altro, per conseguenza, sar privato. "A Matignon - si legge per esempio - si
carezza la speranza di raggiungere l'obiettivo di impiegare due giovani ogni tre
assunzioni";' questo parte da una gran buona volont, ma significa che due
disoccupati pi anziani su tre resteranno disoccupati, dato che la quantit di lavoro
disponibile non aumenta, ma, al contrario, nella maggior parte dei casi diminuisce.

Lo stesso quando, aumentando la disoccupazione, ci si rallegra nonostante tutto di


veder diminuire contemporaneamente la percentuale dei disoccupati di lunga durata;
in questo caso, sono i giovani che avranno ottenuto ancora meno posti di lavoro di
quanti i tassi di disoccupazione avevano potuto far loro temere.
[]
A titolo individuale, i consigli prodigati ai disoccupati negli organismi specializzati
indicano come farsi eventualmente assegnare un lavoro miracolosamente disponibile,
che, perci, un altro non otterr pi. Che moltitudini di altri, piuttosto, non
otterranno, tanto sono numerosi i candidati al minimo posto, anche squallido. Questi
consigli, spesso gli unici che vengono offerti, corrispondono a "trucchetti" per essere
preferiti, scelti invece di un altro, al posto di un altro. Poich la massa salariale e il
mercato
[]
Da quanto tempo restiamo ciechi anche di fronte a segnali evidenti! Le nuove
tecnologie, l'automazione, per esempio, prevedibili da lungo tempo e all' epoca vissute
come altrettante promesse, sono state prese in considerazione solo dal giorno in cui le
imprese le hanno usate e in cui, avendole utilizzate subito in maniera pragmatica, le
hanno integrate senza averci riflettuto, finch, grazie alla loro avanzata, non se ne
sono alla fin fine appropriate, per organizzarsi in funzione d'esse e farne uso a nostre
spese.
Sarebbe potuto andare altrimenti se qualche politilogo avesse letto, sin dal 1948, i
primi lavori di Norbert Wiener (che stato non solo l'inventore della cibernetica, ma
un profeta assolutamente lucido delle sue conseguenze) e se avesse saputo prenderli in
considerazione, rilevare quante folli speranze e quanti pericoli a lungo termine
implicavano.
[]
La cibernetica, trascurata dalla politica, venne dunque introdotta nell' economia
quasi distrattamente, senza riflessioni n secondi fini strategici, machiavellici, ma
quasi "innocentemente", con scopi pratici e senza teorie, pi come un semplice
strumento, in un primo momento utile, ben presto indispensabile. Le sue
conseguenze, inserite stabilmente nelle nostre abitudini, avrebbero dovuto risultare
benefiche, quasi miracolose. Hanno avuto effetti disastrosi.
[]
La liberazione dal lavoro obbligato, dalla maledizione biblica, non doveva portare
logicamente a vivere pi liberamente il proprio tempo, la propria capacit di
respirare, di sentirsi vivi, di attraversare emozioni senza essere cos comandati,
sfruttati, dipendenti, senza dover sopportare tanta fatica? Non si era sperato, dalla
notte dei tempi, in una simile mutazione giudicandola un sogno impossibile,
desiderabile come nessun altro?
Questo passaggio da un ordine dell'esistenza a quello che si instaura ai nostri
giorni, e che rifiutiamo di scoprire, sembrava un'utopia, ma, quando lo si pensava,
era per immaginarlo gestito dai lavoratori stessi, da tutti gli abitanti, e non imposto
loro da pochi, in numero infimo, che si sarebbero comportati da padroni di schiavi
ormai inutili, da proprietari di un pianeta che sarebbero stati i soli ad amministrare,

e che avrebbero gestito solo per s, secondo i loro soli interessi, dato che non
sarebbero pi stati necessari aiuti umani,
Non si sarebbe mai immaginato che essere liberati dal fardello del lavoro sarebbe
stata una catastrofe nel peggior senso del termine. E che sarebbe accaduto
inaspettatamente, all'improvviso, come un fenomeno inizialmente clandestino. Non si
sarebbe mai potuto presagire neanche che un mondo capace di funzionare senza il
sudore di tante fronti sarebbe stato immediatamente (e ancora prima) preso da un
raptus, e che ci si sarebbe affannati come prima cosa a mettere con le spalle al muro,
per meglio respingerli, i lavoratori diventati superflui. Che questo si sarebbe tradotto
non nella capacit di tutti a meglio adoperare, apprezzare, conquistare uno statuto di
persone vive, ma in una coercizione ancora pi forte, portatrice di privazioni, di
umiliazioni, di carenze, e soprattutto di una schiavit ancora maggiore.
Nell'instaurazione sempre pi manifesta di un' oligarchia. Ma anche con la dichiarata
improbabilit di qualsiasi alternativa. Con la messa in atto generale di
un'acquiescenza, di un consenso, che attingono a dimensioni cosmiche.
Ciononostante, l'assenza, non tanto di qualsiasi lotta, quanto di qualsiasi
discussione critica, di qualsiasi reazione, raggiunge oggi tali proporzioni, sembra cos
assoluta che i potenti, non incontrando alcun ostacolo serio ai loro progetti cos gravi,
sembrano quasi avere il capogiro di fronte alla calma piatta di un' opinione pubblica
assente, o che non si esprime, davanti al suo tacito consenso di fronte a fenomeni
radicali, di fronte ad avvenimenti - o piuttosto ad avventi - che si scatenano con una
vastit, una potenza, e una velocit fino a oggi inedite.
[]
Lo Stato si sforza di trovare delle soluzioni. Propone un innalzamento dei salari,
ma i mezzi di cui dispone per arrivarci, ottenerli, diventano subito stranamente
evanescenti. Sogna di eterne "formazioni" (questa volta per tutta la vita: "life long
education") e altri gadget di seconda mano. Ma pronuncia anche una parola che, a
quanto pare, suona nuova e destinata a un bell' avvenire: "impiegabilit", che si
rivela essere una parente molto prossima della flessibilit, e addirittura una delle sue
forme.
Si tratta, per il salariato, di essere disponibile a tutti i cambiamenti, i capricci del
destino, nel caso specifico dei datori di lavoro. Dovr essere pronto a cambiare lavoro
senza sosta (" come si cambia la camicia", avrebbe detto la tata Beppa). Ma, a fronte
della certezza di essere sballottato "da un lavoro all'altro", avr una "garanzia
ragionevole" - vale a dire nessuna garanzia - "di ritrovare un lavoro diverso dal
precedente che ha perso, ma che ha la stessa remunerazione". Tutto ci straripa di
buoni sentimenti, ma essere mandati avanti e indietro da pi o meno piccoli lavori a
lavori pi o meno piccoli non ha niente di nuovo, e quanto alle "garanzie ragionevoli"
viene il sospetto che saranno ogni volta immediatamente giudicate "irragionevoli", e
non garantite. Si sar comunque inventato il nome di un gadget capace di distrarre le
folle. Ricordiamocelo: "impiegabilit".
La parola avr successo. Si immagina il grado di professionalizzazione di questi
"impiegabilizzati", il grado di interesse che potranno portare per il loro lavoro, il
progresso, l'esperienza che potranno acquisirvi. La qualit di pedina intercambiabile,
di nullit professionale che sar loro assegnata. E non si tratta in alcun modo di una
vita di avventure contrapposta a un'esistenza da travet, ma dell' accentuazione di una
fragilit che li render ancora pi succubi. Con in pi, rinnovata senza cessa, la

preoccupazione di un apprendistato, senza grandi possibilit di diventare competenti.


Beninteso, non si potr parlare di un mestiere o di "mestiere". A ogni nuovo
tentativo, bisogner informarsi, fare attenzione a non dispiacere a degli sconosciuti,
senza la speranza di farsi degli amici n di ottenere una collocazione, uno statuto
personale, foss'anche dei pi infimi. Un "posto" di lavoro, ancora meno. L'esistenza
osciller senza fine tra l'ossessione di non perdere troppo presto quel lavoro, per
quanto indesiderabile, indesiderato, e quella, avendolo perduto, di ritrovarne uno.
Ossessioni tali che, malgrado le ore di non-lavoro, non lasceranno spazio ad altri
investimenti, dato che questo modo di vivere, per quanto illeggiadrito da una
"garanzia ragionevole" , non ne proporr e non ne consentir.
Ci si potr almeno rallegrare del fatto che non sar pi possibile per i sindacati
imperversare in questo tipo di scenario. L'andare e venire permanenti, la brevit dei
soggiorni in imprese di cui non si ha il tempo di far proprio il funzionamento, dove si
solo di passaggio, dove si isolati, li renderanno inoperanti. Neanche pi
ipotizzabili. Quanto agli accordi, alle riunioni, alle solidariet, alle contestazioni
collettive, ai comitati di fabbrica, tutto vecchiume dimenticato!
C' di meglio. Un'invenzione geniale: il "lavoro a ore zero" (zero hour working),
praticato in Gran Bretagna. I dipendenti vengono pagati solo quando effettivamente
lavorano. Normale. S. Ma ... lavorano solo di tanto in tanto, e devono
obbligatoriamente, durante gli intervalli, aspettare a casa, disponibili e non pagati, di
essere chiamati dal loro datore di lavoro quando lui lo riterr desiderabile, per il
tempo che riterr opportuno! A quel punto bisogner affrettarsi a mettersi al lavoro
per un tempo limitato.
Una vita di sogno! Ma che importa! A permettersi tutto, si ottiene tutto. Si pu
anche fare qualsiasi cosa. Lavoro, se non ce n' pi per tutti, vero che ne resta
ancora un po'. Ma per poterne approfittare, bisogna non domandare l'impossibile,
bisogna saper stare al proprio posto: quello di senza posto.
[]
Resta alla maggioranza un ultimo ruolo da assolvere, eminente: quello di
consumatori. Conviene a tutti: non succede anche ai pi disgraziati di mangiare, per
esempio, delle tagliatelle dai nomi famosi, pi onorati dei loro stessi nomi? Delle
tagliatelle quotate in Borsa? Non siamo tutti gli attori potenziali, in apparenza molto
sollecitati, di questa "crescita" che dovrebbe contenere tutte le soluzioni?
Consumare, la nostra ultima ancora di salvezza. La nostra ultima utilit. Siamo
ancora buoni per questo ruolo di clienti necessari alla "crescita" cos portata alle
stelle, cos desiderata, cos promessa come la fine di tutti i mali, attesa con tanta
febbre. Ecco che cosa ci rassicura! Peccato che occorrerebbe, per sostenere questo
ruolo e questo rango, averne le possibilit. Ma ecco che cosa ci rassicura
ulteriormente: cosa non si farebbe per offrirci queste possibilit o per difendere
quelle che abbiamo? "Il cliente sovrano", principio sacro: chi oserebbe infrangerlo?
Ma allora, perch questo impoverimento metodico, organizzato, che si dice
razionale, e anche necessario, e anche carico di promesse, e che si aggrava di giorno
in giorno? Perch tagliare quasi con rabbia, a decine di migliaia, nelle file dei
potenziali consumatori che dovrebbero rappresentare a loro volta le "galline dalle
uova d'oro" delle "forze vive della nazione", campionesse al gioco delle "creazioni di
ricchezze", e invece creatrici di tanta povert? L'economia di mercato si accanisce a
segare il ramo sul quale pretende di stare? Si autoaffonderebbe a colpi di

"ristrutturazioni", di flessibilit dei salari, di deflazione competitiva e altri progetti


frenetici per abolire le misure che permettono ancora ai pi poveri di consumare un
tantino, sia pure poco? Lo fa per masochismo?
[]
Se la ferocia sociale sempre esistita, aveva per dei limiti imperiosi, poich il
lavoro prodotto dalle vite umane era indispensabile ai titolari della potenza. Non lo
pi; al contrario diventato ingombrante. E questi limiti crollano. Riusciamo a
capire che cosa significa tutto questo? Mai l'insieme degli esseri umani stato tanto
minacciato nella sua sopravvivenza.
Qualunque possa essere stata la storia della barbarie nel corso dei secoli, fino a
oggi l'insieme degli esseri umani ha sempre beneficiato di una garanzia: era
essenziale al funzionamento del pianeta e alla produzione, allo sfruttamento degli
strumenti del profitto, di cui era parte. Altrettanti elementi che lo preservavano.
Per la prima volta la massa umana non pi materialmente necessaria, e meno
ancora economicamente, al piccolo numero che detiene i poteri e per il quale le vite
umane che si svolgono all'esterno della propria ristretta cerchia non hanno interesse,
n esistenza - ce ne accorgiamo ogni giorno di pi - se non dal punto di vista
utilitaristico.
li rapporto di forze, finora sempre latente, si annulla.
Scomparse le barriere. Le vite non sono pi di utilit pubblica. Ed precisamente
in funzione della loro utilit relativa a un' economia diventata autonoma che sono
valutate. Si intravede da dove spunta il pericolo, ancora virtuale, ma assoluto.
Nel corso della Storia, la condizione umana stata spesso pi vessata che ai giorni
nostri, ma era da parte di societ che, per andare avanti, avevano bisogno di viventi.
E di viventi subalterni in grande numero.
Non pi cos, per questo che diventa oggi cos grave - in democrazia, in tempi
in cui si hanno l'esperienza dell' orrore e, come mai prima, gli strumenti per essere
socialmente lucidi - s, cos grave osservare l'espulsione inesorabile di coloro che non
sono pi necessari, non agli altri uomini, ma a un'economia di mercato per la quale
non costituiscono pi una fonte potenziale di profitto. E si sa che non lo
ridiventeranno mai.
L'obbrobrio nel quale li si tiene, la punizione che viene loro inflitta e che sembra
quasi naturale, la violenza arrogante e disinvolta che devono subire, il consenso o
l'indifferenza, la passivit di tutti - loro compresi - davanti al montare dell'infelicit,
potrebbero annunciare derive senza limiti, perch le masse molestate non sono
oramai pi necessarie ai progetti di coloro che le tormentano.
[]
Questo secolo ci ha insegnato che niente dura, neppure i regimi pi "cementati".
Ma anche che tutto possibile nel campo della ferocia. Ferocia ormai in grado come
mai prima di scatenarsi senza freni; si sa che con le nuove tecnologie dispone di mezzi
decuplicati, a paragone dei quali le atrocit del passato sembrerebbero dei timidi
esercizi.
Come non pensare agli scenari possibili sotto un regime totalitario che non avrebbe
alcuna difficolt a "globalizzarsi", e che disporrebbe di strumenti di eliminazione di
efficacia, vastit e rapidit mai ancora immaginate: genocidio chiavi in mano.

Ma forse si penser che un peccato non approfittare meglio di queste greggi di


esseri umani; non conservarli in vita a scopi diversi. Per esempio, come riserve di
organi da trapiantare. Scorte di esseri umani pronte, rifornimenti di organi cui si
potrebbe attingere a volont, secondo i bisogni dei privilegiati del sistema.
Esagerato? Ma chi di noi urla di indignazione scoprendo che in India, per esempio,
dei poveri vendono i loro organi (reni, cornee, etc.) per riuscire a sopravvivere per un
po'? Lo si sa. E ci sono dei clienti. Lo si sa. Succede oggi. Questo commercio esiste, e
dalle regioni pi ricche, pi "civili", ci si va a fare le compere e a buon mercato. Si sa
che in altri paesi questi organi si rubano - rapimenti, assassinii - e che ci sono dei
clienti. Lo si sa. Chi urla, se non le vittime? Chi leva gli scudi contro il turismo
sessuale? Unici a regire, i consumatori: si precipitano. Lo si sa. E si sa che
bisognerebbe attaccare non tanto gli epifenomeni costituiti dalla vendita di organi
umani o dal turismo sessuale, ma il fenomeno che ne all' origine: la povert, di cui si
sa, ripetiamolo, che porta dei poveri a farsi mutilare a vantaggi? dei ricchi, al solo
fine di sopravvivere ancora un po'. E accettato. Tacitamente. E siamo in democrazia,
liberi, numerosi. Chi si muove, se non per chiudere un giornale, spegnere la
televisione, docile all'ingiunzione di restare fiducioso, sorridente, ludico e beato (se
non gi stato messo ai margini, vinto e vergognoso), mentre il dramma, la gravit si
consumano, invisibili, sotterranei e funesti, in un mutismo quasi generale interrotto
di tanto in tanto da chiacchiere che promettono di guarire quello che gi morto?

L'SOS DI UN LAVORATORE CINESE NEL REGALO DELLA FESTA (DA LA STAMPA


DEL 29 DICEMBRE 2012)
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Halloween: festa di mostri e streghe, di zombie e "morti che ritornano", dolcetto o


scherzetto, e ogni tipo di raccapriccio addomesticato, per far finta di spaventarsi a
burle macabre senza doverne scontare le conseguenze. Per questo la signora Julie
Keith, una quarantaduenne dell'Oregon, l'anno scorso era andata da Kmart ad
acquistare delle lapidi di polistirolo, da utilizzare come temibili giocattoli decorativi.
Poi, fra i tanti addobbi, quello non l'aveva scartato, aprendolo solo ora. Dentro, ha
trovato una sorpresa: un biglieto scritto a mano in un inglese claudicante interrotto
da caratteri cinesi, in cui viene chiesto aiuto denunciando le orribili condizioni di
lavoro in cui sono state prodotte le lapidi di polistirolo.
L'intera storia, comparsa sul quotidiano online "The Oregonian", sorprendente,
ma ricca di particolari. Il messaggio, sulla cui autenticit per ora non vi sono
conferme, arriva da Shenyang, citt del nord della Cina nella regione del Liaoning,
da Masanjia per l'esattezza, unit n. 8, dove si troverebbe un campo di rieducazione
tramite il lavoro. Trattandosi di lavoro forzato, il salario corrisposto ai detenuti non
nemmeno nei minimi previsti dalla legge cinese: "La gente qui costretta a lavorare
15 ore al giorno per 10 yuan al mese", ovvero poco pi di un euro.
"Se le capitato di comprare questo giocattolo, la prego di consegnare questa
lettera all'Organizzazione Mondiale dei diritti Umani - dice il biglietto - Migliaia di
persone che vivono qui sotto la persecuzione del Partito Comunista Cinese la

ringrazieranno e ricorderanno per sempre". Poi si legge che le persone nei campi di
rieducazione sono migliaia, fra cui anche molti seguaci del gruppo spirituale
fuorilegge in Cina chiamato Falun Gong, e che l vengono scontate pene detentive fino
a tre anni senza processo. Tutte descrizioni che coincidono con quello che sappiamo
del laojiao, la rieducazione tramite il lavoro per l'appunto, una forma di pena
amministrativa che non richiede processo e dura fino a tre anni rinnovabili. I
detenuti ricevono una paga poco pi che simbolica, e lavorano, in alcuni casi, in
condizioni terribili, senza giorni di riposo e con il rischio di essere sottomessi ad
abusi.
Importare manufatti prodotti da detenuti illegale in molti Paesi, tra cui gli Usa.
Human Right Watch - a cui la lettera dell'operaio cinese stata consegnata - non in
grado per ora di verificare la veridicit del manoscritto, anche se i responsabili
confermano che le condizioni di lavoro descritte sono simili a quelle denunciate in
altri campi di lavoro cinesi.
Non la prima volta che arriva un "messaggio nella bottiglia" dalla Cina: nel 2008
un'operaia della Foxconn aveva dimenticato di cancellare delle innocenti foto
sorridenti, scattate per testare l'apparecchio. L'acquirente, un inglese, era rimasto
toccato dalla sorpresa, che aveva fatto il giro del web - provocando una tale ondata di
buoni sentimenti da far sospettare che fosse una trovata pubblicitaria.
Non questo il caso, che riporta invece alle mille denunce di condizioni di lavoro
intollerabili in Cina, non solo nei campi. Di recente, del resto, il gruppo sindacale
China Labour Bullettin, con sede a Hong Kong, ha riportato che gli aumenti salariali
del Guangdong, tanto sbandierati lo scorso anno, non sono mai avvenuti a causa delle
forti resistenze da parte dei proprietari delle aziende.

"LA

ZAMPA DI GATTO", UN RACCONTO NOIR DI STANLEY ELLIN SUI


LAVORATORI LICENZIATI
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Nulla distingueva l'una dall'altra le stanze della pensione, tutte ugualmente


sporche, col pavimento di linoleum e i letti di ottone, ma il giorno in cui rispose
all'avviso nella pagina della piccola pubblicit, Mr. Crabtree dovette ammettere che
la sua stanzetta aveva un vantaggio sulle altre: il telefono pubblico nella saletta era
proprio davanti alla sua porta, e solo a tender l'orecchio, egli poteva trovarsi accanto
allo strumento immediatamente dopo il primo squillo.
Tenuto conto di questo, concluse la sua lettera non soltanto con la firma, ma anche
col numero del telefono. La mano gli trem un poco nel farlo; era un grosso inganno
da parte sua, quello di pretendere d'avere un telefono privato, ma il prestigio che
pensava gliene sarebbe venuto, poteva far pendere la bilancia in suo favore. A questo
scopo, tremando, egli sacrific gli onorati principi di tutta una vita.
L'avviso in se stesso era stato un vero miracolo. Cercasi, diceva, per un lavoro
continuato e modesto salario, sobrio, onesto, attivo impiegato in pensione,
preferibilmente quaranta-cinquantenne. Scrivere particolareggiata mente. Cassetta 111;
e Mr. Crabtree, rileggendolo ancora incredulo, si domandava con un brivido di

sgomento quanti suoi simili, tra i quaranta e i cinquant'anni, in cerca di un lavoro


continuato sia pure con salario modesto, potevano aver letto quello stesso avviso,
minuti o anche ore prima di lui.
La sua risposta poteva esser presa a modello per ogni lettera di richiesta di
impiego. L'et, quarantotto anni, la salute, eccellente. Scapolo. Era stato impiegato in
una sola ditta per trent'anni; aveva lavorato fedelmente e bene; aveva un ammirevole
attestato di servizio e puntualit. Sfortunatamente la sua ditta era stata assorbita da
un'altra pi grande e purtroppo molti impiegati anche capaci avevano dovuto esser
licenziati. Ore di lavoro? Particolare senza importanza. Voleva soltanto fare del buon
lavoro, indipendentemente dal tempo impiegato. Il salario? Una questione da lasciare
interamente al giudizio del datore di lavoro. Il suo salario precedente era stato di
cinquanta dollari la settimana, ma naturalmente c'era arrivato dopo anni di buon
lavoro. A disposizione per un'intervista in un momento qualsiasi. Referenze
verrebbero date in seguito. La firma. E poi, il numero del telefono.
E tutto questo era stato scritto e riscritto una dozzina di volte, finch Crabtree
aveva raggiunto la certezza che ogni parola necessaria era stata scritta, che ogni
parola era al suo giusto posto. Poi, con quella calligrafia che aveva reso perfino i suoi
libri mastri una cosa bella, aveva copiato l'ultimo brogliaccio sulla carta finissima
comperata allo scopo, e l'aveva impostato. Dopo di che, chiedendosi se la risposta
sarebbe venuta per posta, per telefono o nient'affatto, Crabtree aveva passato due
interminabili settimane, piene di batticuore, fino al momento in cui rispose al telefono
e sent il suo nome risuonare come il giorno del Giudizio universale.
"S," disse con voce squillante. "Parla Crabtree! Ho scritto una lettera!"
"Calma, Mr. Crabtree, calma!" disse la voce. Era una voce esile e chiara, che
sembrava scegliere e assaporare ogni sillaba prima di pronunciarla, ed ebbe un
effetto istantaneo e raggelante su Crabtree che si era aggrappato al telefono come
avesse potuto spremerne benevolenza.
"Ho preso in considerazione la vostra domanda," continu la voce con la stessa
penosa ponderazione, "e ne sono molto contento. Molto contento. Ma prima di
considerare regolata la questione, voglio che siano chiari i termini di impiego che vi
offro. Avete nessuna contrariet a discuterne adesso?"
La parola impiego risuon vertiginosamente nella testa di Crabtree. "No," disse,
"prego."
"Benissimo. Prima di tutto, vi sentite capace di tenere il vostro ufficio da solo?"
"Il mio ufficio?"
"Oh, non abbiate timori circa la mole delle vostre mansioni o delle conseguenti
responsabilit. Si tratta di rapporti confidenziali da redigere regolarmente. Avreste la
vostra stanza col nome sulla porta e, naturalmente, nessun controllo diretto sopra di
voi. Questo spiega la necessit di una persona estremamente degna di fiducia."
"S," disse Crabtree, "ma questi rapporti confidenziali..."
"Il vostro ufficio verr fornito di una lista di molte importanti societ. Ricever in
abbonamento un certo numero di giornali finanziari che parlano spesso di quelle
stesse societ. Voi annoterete tali referenze man mano che usciranno nei giornali e
alla fine di ciascun giorno ne farete la relazione e me la spedirete per posta. Devo
aggiungere che tutto questo non comporter da parte vostra alcuna forma letteraria
o teoretica. Accuratezza, brevit, chiarezza: queste sono le qualit che dovranno
avere le vostre note. Comprendete?"

"S, certo," rispose Crabtree con fervore.


"Benissimo," disse la voce. "Le vostre ore di lavoro saranno dalle nove alle
diciassette, con un'ora di intervallo per la colazione. Devo insistere su puntualit e
diligenza, e spero sarete cos coscienzioso come se vi trovaste sotto il mio personale
controllo in ogni momento della giornata. Spero non vi sentirete offeso se mi dilungo
su questi particolari."
"Oh, no, signore!" disse Crabtree. "Io ... "
"Perrnettetemi di continuare," disse la voce. "Questo l'indirizzo dove vi troverete
da qui a una settimana, e il numero della vostra stanza"... Crabtree che non aveva
carta e matita sotto mano, cerc freneticamente di ficcarsi i numeri in testa... "e
l'ufficio sar del tutto pronto per voi.
"La porta sar aperta, e troverete due chiavi nel cassetto dello scrittoio: una della
porta e una dell'armadio dell'ufficio. Nel cassetto troverete anche la lista di cui vi ho
parlato e i materiali occorrenti per i vostri rapporti. Nell'armadio troverete una serie
di periodici sui quali potrete incominciare il vostro lavoro."
"Scusate," disse Crabtree, "ma quei rapporti..." "Dovranno contenere ogni pi
piccolo particolare degno d'interesse riguardante le societ comprese nella lista, dalle
transazioni di affari ai cambiamenti di personale. E devono essere spediti a me tutti i
giorni, immediatamente dopo che avrete lasciato l'ufficio. chiaro?"
"Soltanto una cosa," disse Crabtree. "A chi... dove devo spedire i rapporti?"
"Domanda inutile," disse la voce bruscamente, con grande spavento di Crabtree.
"Al numero di cassetta che gi conoscete, naturalmente."
"Naturalmente," ripet Crabtree.
"Ora," disse la voce con un piacevole ritorno al tono ponderato di prima, "la
questione del salario. Vi ho pensato molto, poich, come avrete visto, si tratta di tener
conto di molti fattori. In definitiva, per, ho deciso di lasciarmi guidare dall'antica
massima: un buon lavoratore vale il suo prezzo ... vi ricordate queste parole?"
"S," rispose Crabtree.
"E," continu la voce, "di un cattivo lavoratore si pu facilmente liberarsi. Su
questa base sono pronto a offrirvi cinquantadue dollari la settimana. Siete contento?"
Mr. Crabtree guard il telefono sbalordito, poi ritrov la voce. "Molto," disse con
affanno. "Oh, molto, davvero. Devo confessarvi che mai ... "
La voce l'interruppe bruscamente. "Ma questo sotto condizione, capite. Sarete ...
per usare un termine piuttosto grossolano ... sotto prova, finch non avrete
dimostrato la vostra abilit. O il lavoro sar fatto alla perfezione, o il lavoro non ci
sar."
Crabtree si sent tremare le gambe al solo accenno di quella possibilit. "Far del
mio meglio," disse. "Far assolutamente del mio meglio."
"E guardate," la voce continuava implacabile, "che do la massima importanza al
modo col quale osserverete la natura confidenziale del vostro lavoro. Non dovete
parlarne con nessuno, e poich la continuit di detto lavoro e relativo salario stanno
completamente nelle mie mani, non ci saranno scuse per qualsiasi mancanza. Ho
anche rimosso ogni tentazione sotto forma di un telefono che non troverete sul vostro
scrittoio. Spero non vi sembrer ingiusto che io sia contrario a quanto avviene di
solito negli uffici, dove gli impiegati perdono il loro tempo in oziose conversazioni
durante le ore di lavoro."

Dopo la morte della sua unica sorella avvenuta vent'anni prima, non c'era
un'anima al mondo che si sarebbe sognata di chiamare Crabtree al telefono per
qualsiasi genere di conversazione; ma si limit a dire: "No, signore, assolutamente
no".
"Allora siete d'accordo su tutti i termini che abbiamo discusso?"
"S, signore," disse Crabtree. "Qualche altra domanda?"
"Una cosa sola," disse Crabtree. "Il mio salario. Come ... " "Lo riceverete alla fine
di ogni settimana," disse la voce, "in contanti. C' altro?"
Nella mente di Crabtree c'era ora un vero guazzabuglio di domande ma non gli
riusc di formularne nemmeno una. E prima di poterlo fare la voce disse
bruscamente:
"Buona fortuna, allora" ed egli sent lo scatto del telefono che il suo interlocutore
aveva chiuso. Fu soltanto quando tent di fare altrettanto che si accorse che la sua
mano aveva talmente stretto il ricevitore che prov dolore a distaccarla.
Quando per la prima volta Mr. Crabtree si avvicin all'indirizzo che gli era stato
indicato, non sarebbe stato molto sorpreso di non trovare nemmeno l'edificio
corrispondente. Ma l'edificio c'era, rassicurante nella sua immensit, pieno di gente
che si stipava negli ascensori e, nelle sale e nei corridoi, gli camminava intorno senza
curarsi minimamente di lui. C'era anche l'ufficio, nascosto all'estremit di un
corridoio obliquo, su all'ultimo piano; Crabtree lo cap da una scaletta che dal
corridoio stesso conduceva a una botola aperta attraverso la quale si poteva vedere
una fetta grigia di cielo. La cosa pi impressionante dell'ufficio stesso era la superba
targa di metallo sulla porta con le parole: Societ dei Rapporti Crabtree. Aperta la
porta, uno si trovava in una stanza incredibilmente piccola e stretta, resa ancora pi
piccola dalle massicce dimensioni del mobilio che la riempiva. A destra,
immediatamente vicino alla porta, vi era un gigantesco schedario. Addossato
strettamente a quello, ma cos largo da utilizzare tutto il resto della parete da quella
parte, vi era un pesante scrittoio d'antico stampo, con una sedia girevole davanti.
La finestra nella parete opposta s'accordava con il mobilio. Era una finestra
immensa, larga e alta, e il suo davanzale non arrivava pi in su delle ginocchia di
Crabtree. Questi fu preso da una leggera nausea quando per la prima volta vi
s'affacci e vide il vertiginoso abisso sottostante, reso ancora pi spaventoso dalle
pareti cieche, senza finestre, dell'edificio di fronte.
Gli bast quell' occhiata sola; da allora Crabtree tenne la parte inferiore della
finestra ben chiusa, manovrando soltanto la parte superiore a seconda dei suoi
bisogni.
Le chiavi erano in un cassetto dello scrittoio; in un altro trov penna, inchiostro,
una scatola di pennini, carta assorbente, e una mezza dozzina di altri accessori pi
appariscenti che utili; una provvista di francobolli a portata di mano; e, cosa pi
soddisfacente di tutte, una bella quantit di carta da lettere, di cui ogni foglio portava
l'intestazione: Societ dei Rapporti Crabtree, il numero dell'ufficio e l'indirizzo
dell'edificio. Felice della scoperta, Crabtree tracci poche righe di prova con dei
magnifici ghirigori, poi, un poco spaventato dalla sua prodigalit, stracci
accuratamente il foglio in minutissimi pezzi e li lasci cadere nel cestino della carta
straccia ai suoi piedi.
Dopo di che, i suoi sforzi furono interamente dedicat~ al lavoro. Lo schedario
rivel una terribile quantit di pubblicazioni che dovevano essere esaminate riga per

riga, e Crabtree non finiva mai di studiare una pagina senza provare l'orribile
sensazione di aver saltato un nome corrispondente a uno compreso nella lista che
aveva trovato, come gli era stato promesso, nello scrittoio. Allora rileggeva tutta la
pagina con la paurosa sensazione di perdere del tempo prezioso, e sospirava quando
arrivava in fondo senza trovare quello che non aveva trovato la prima volta.
Spesso pensava che non avrebbe mai potuto esaurire la mostruosa pila di periodici
che aveva davanti. Ogni volta che tirava un sospiro di sollievo per aver fatto qualche
progresso, subito lo rattristava il pensiero che la mattina dopo avrebbe trovato alla
sua porta, con la distribuzione della posta, nuovo materiale da aggiungere al
mucchio.
C'erano tuttavia delle schiarite nella deprimente monotonia di quel lavoro. Una
era la compilazione del rapporto giornaliero, un compito che Crabtree, con gran
sorpresa, stava imparando ad amare; l'altra era il puntuale arrivo ogni settimana
della grossa busta contenente il suo salario fino all'ultimo centesimo; ma questo
piacere non era del tutto privo di una qualche preoccupazione.
Mr. Crabtree apriva la busta, ne toglieva il denaro, lo contava e lo riponeva
accuratamente nel suo vecchio portafoglio. Poi introduceva un dito esplorativo e
tremante nella busta, timoroso di incontrare una nota di licenziamento, come era
accaduto in passato. Era sempre un brutto momento, che lo faceva star male fino a
che si immergeva di nuovo nel suo lavoro.
Il lavoro fece presto parte di lui stesso. Non si dava pi la pena di guardare la lista;
ogni nome si era fermamente impresso nella sua mente, e nelle notti insonni riusciva
ad addormentarsi semplicemente ripetendosi alcune volte i nomi della lista. Uno di
questi lo occupava in modo particolare, sembrandogli che meritasse una speciale
attenzione. La Societ Anonima Strumenti Perfetti stava certo attraversando un
periodo burrascoso. Si erano avuti drastici cambiamenti di personale, si era parlato
di assorbimento da parte di un'altra societ, di gravi fluttuazioni sul mercato.
Piaceva a Mr. Crabtree scoprire che col passare delle settimane ciascuno dei nomi
sulla lista aveva assunto per lui una distinta personalit. L'Unione era salda come
una roccia, calma di fronte ai suoi piacevoli successi; l'Universale, di grado pi
elevato, dedita a ricerche scientifiche; e cos via. Ma la Societ Anonima Strumenti
Perfetti era la preferita di Crabtree, che qualche volta si era sorpreso nell'atto di
darle un'ombra pi d'attenzione di quanto non meritasse. Allora si rimproverava
severamente: la pi perfetta imparzialit doveva esser mantenuta, altrimenti...
La cosa avvenne senza alcun preavviso. Ritornava in ufficio dopo la colazione,
puntuale come sempre, quando, aperta la porta, seppe di trovarsi faccia a faccia col
suo principale.
"Entrate, Mr. Crabtree," disse la chiara, esile voce, "e chiudete la porta."
Crabtree chiuse la porta e ristette muto e immobile. "Devo essere una figura
straordinaria," disse il visitatore con un certo compiacimento, "per farvi tanto
effetto. Sapete chi sono, naturalmente?"
Gli occhi prominenti fissi e sbarrati su di lui, la bocca larga e flessibile, il corpo
tozzo e rotondo come una botte, lo fecero apparire allo sguardo stupefatto di
Crabtree come una rana ripugnante seduta comodamente sull'orlo di uno stagno, con
lui stesso nella sfortunata parte di una mosca volteggiante l presso.
"Ritengo," balbett Crabtree, "che siate il mio principale, signor ... signor ... "

Un pollice enorme s'allung a solleticare scherzosamente le costole di Crabtree.


"Finch il salario viene pagato puntualmente, il nome ha poca importanza, eh, Mr.
Crabtree? Per, per convenienza, per voi sar, mettiamo, George Spelvin... Avete mai
incontrato l' onnipresente Mr. Spelvin nei vostri viaggi, Crabtree?"
"Temo di no," rispose Crabtree, sentendosi molto infelice.
"Allora non siete un giocatore e questa una gran bella cosa. E credo di
indovinare che non siete tipo da perdere il vostro tempo con la lettura o col cinema."
"Cerco di tenermi al corrente con la lettura dei giornali quotidiani," rispose
fieramente Crabtree. "C' molto da leggere nei giornali, sapete, Mr. Spelvin, e non
sempre facile, tenendo conto di tutto quel che ho da fare qui, trovare il tempo per
altri diversivi. Naturalmente se uno vuol tenersi al corrente."
Gli angoli della larga bocca si alzarono a formare quello che Crabtree sper fosse
un sorriso. "Questo precisamente quanto speravo di sentire da voi. Fatti, Mr.
Crabtree, fatti! Mi occorreva un uomo che avesse un solo interesse nella vita,
l'interesse dei fatti; e le vostre parole e la diligenza che mettete nel vostro lavoro mi
dicono che l'ho trovato in voi. Sono molto soddisfatto, Mr. Crabtree."
Crabtree sent pulsare piacevolmente il sangue nelle vene. "Grazie. Grazie ancora,
Mr. Spelvin. So che ce l'ho messa tutta, ma non sapevo se ... Non volete
accomodarvi?" E Crabtree cerc di far girare la sedia nella posizione adatta, ma non
vi riusc, "L'ufficio un po' piccolo. Ma molto comodo," balbett in fretta.
"Sono certo che va benissimo," disse Mr. Spelvin. Fece un passo indietro finch si
trov con la schiena quasi a ridosso della finestra e indic la seggiola. "Ora vorrei che
vi sedeste, Mr. Crabtree, finch vi spiegher la faccenda che mi ha spinto a venire fin
qui."
Affascinato da quella mano autorevole, Crabtree si lasci cadere sulla seggiola e la
gir finch si trov di fronte alla finestra e alla tozza figura che vi risaltava contro.
"Se si tratta del rapporto di oggi," disse, "temo che non sia ancora completo. C'era
qualche nota da prendere sulla Societ Anonima Strumenti Perfetti. .. "
Mr. Spelvin fece segno che la cosa gli era completamente indifferente. "Non sono
qui per discutere di questo," disse lentamente. "Sono qui per trovare la risposta a un
problema che mi trovo a dover affrontare. E conto su di voi, Mr. Crabtree, per
aiutarmi a trovare questa risposta."
"Un problema?" Crabtree sent invadersi da un'onda di benessere. "Far tutto il
possibile per aiutarvi, Mr. Spelvin. Tutto il possibile."
Gli occhi sporgenti sondarono i suoi con aria annoiata.
"Allora, ditemi, Mr. Crabtree: ve la sentireste di uccidere un uomo?"
"Io?" esclam Crabtree. "Se me la sentirei di... Temo di non aver capito bene, Mr.
Spelvn."
"Ho detto," ripet Mr. Spelvin pronunciando accuratamente ogni parola, "se ve la
sentireste di uccidere un uomo."
L'espressione di Crabtree mut di colpo. "Ma io, non potrei; io non vorrei.
Questo," prosegu, "vorrebbe dire assassinare qualcuno!"
"Precisamente," disse Mr. Spelvin.
"Ma voi state scherzando," disse Crabtree, tentando di ridere, ma riuscendo
soltanto a trarre dalla gola contratta una specie di singhiozzo. Anche quel pietoso
tentativo fu troncato sul nascere davanti a quella faccia di pietra. "Sono terribilmente

spiacente, Mr. Spelvin, terribilmente spiacente. Ma sapete anche voi che non nelle
abitudini... non il genere di cosa che... "
"Mr. Crabtree: nei giornali finanziari che consultate con tanta passione, troverete
il mio nome - proprio il mio nome - ripetuto infinite volte. Ho lo zampino in molti
affari, Mr. Crabtree, e mi vanno sempre bene. Per usare gli aggettivi pi espliciti, io
sono tanto ricco e potente quanto non potete immaginare nemmeno nei vostri sogni
pi fantastici... ammesso che siate capace di sogni fantastici... e un uomo non
raggiunge una posizione simile sprecando il tempo a far dello spirito o passando la
sua giornata in compagnia di estranei. Il mio tempo prezioso, Mr. Crabtree. Se non
potete rispondere alla mia domanda, dite di no e che sia finita!"
"Non credo di poterlo fare," disse Crabtree in tono lamentoso.
"Potevate dirlo subito," disse Mr. Spelvin, "e risparmiarmi questo momento di
collera. A dire il vero, non pensavo che avreste potuto rispondere alla mia domanda e
se l'aveste fatto ne sarei stato deluso. Vedete, Mr. Crabtree, io invidio profondamente
la serenit della vostra esistenza, dove questioni di questo genere non vengono
nemmeno sfiorate. Sfortunatamente io non sono in tale situazione. A un certo punto
della mia carriera ho commesso un errore, il solo errore che ha contrassegnato il
sorgere della mia fortuna. Questo errore attrasse, tempo addietro, l'attenzione di un
uomo tanto crudele quanto pericolosamente intelligente e da quel momento sono stato
in suo potere. Egli , infatti, un ricattatore, un comune ricattatore che ha finito col
mettere un prezzo troppo alto alla sua merce e cos ora lui che deve pagare."
"Intendete ucciderlo?" chiese Crabtree con voce rauca. Mr. Spelvin alz una mano
grassoccia in segno di protesta. "Se una mosca venisse a posarsi sul palmo di questa
mano," disse severamente, "non troverei la forza di chiudere le dita per farla morire.
A essere franco, Mr. Crabtree, io sono assolutamente incapace di un atto di violenza,
e se questo pu essere una qualit ammirevole da molti lati, diventata una cosa
imbarazzante adesso perch quell'uomo dev'essere ucciso senza fallo." Qui Mr.
Spelvin fece una pausa. "N questo un compito per un sicario. Se ricorressi a uno di
questa specie, certo cambierei un ricattatore con un altro, e anche questo non
pratico." Mr. Spelvin fece un'altra pausa. "Cos, Mr. Crabtree, come potete vedere
voi stesso, c' soltanto una conclusione da trarre da tutto questo: la responsabilit di
annientare il mio tormentatore riposa interamente su di voi."
"Su di me!" grid Crabtree. "Ma io non potrei mai... no, mai.
"Ors," disse Mr. Spelvin bruscamente, "calmatevi. Prima di andare a fondo
sull'argomento, Mr. Crabtree, sia chiaro che, ove rifiutaste di aderire alla mia
richiesta, lasciando questo ufficio oggi, voi lo lascereste per sempre. Non posso
tollerare un impiegato che non capisce la sua posizione."
"Non tollerate!" disse Crabtree. "Ma questo non giusto, proprio non giusto,
Mr. Spelvin. Ho lavorato indefessamente." I suoi occhiali si appannarono. Se li lev
con gesto goffo, li pul accuratamente, se li rimise sul naso. "E io dovrei rimanere con
un simile segreto. Non vedo, proprio non ci vedo chiaro. Ma questa," continu
allarmato, " una faccenda che riguarda la polizia!"
Con orrore vide la faccia di Mr. Spelvin diventare d'un rosso acceso, mentre la
grossa persona cominciava a tremare di un riso convulso che risuon forte nella
stanza.
"Perdonatemi," riusc finalmente a dire Mr. Spelvin quasi boccheggiando.
"Perdonatemi, caro amico. Stavo semplicemente cercando di rappresentarmi la scena

in cui andreste alla polizia per denunciare le incredibili richieste fattevi dal vostro
principale."
"Dovete capirmi," disse Crabtree, "non sto mica minacciandovi, Mr. Spelvin.
soltanto ... "
"Minacciare me? Mr. Crabtree, ditemi, quale relazione credete ci sia tra noi agli
occhi del mondo?"
"Relazione? lo lavoro per voi, Mr. Spelvin. Sono un vostro impiegato. Io ... "
Mr. Spelvin sorrise amabilmente. "Che strana illusione," disse, "quando tutti
possono vedere che voi non siete che un meschino piccolo uomo impiegato in
un'altrettanto meschina impresa che non pu avere assolutamente alcun interesse per
me."
"Ma voi stesso mi avete dato l'impiego, Mr. Spelvin! Vi ho scritto una lettera in
risposta al vostro annuncio!"
" vero," disse Mr. Spelvin, "ma sfortunatamente il posto era gi occupato, come
vi ho cortesemente spiegato nella mia risposta. Sembrate incredulo, Crabtree, ma
sappiate che la vostra lettera e una copia della mia risposta sono al sicuro nei miei
schedari, se per caso la faccenda fosse tirata fuori."
"Ma questo ufficio! Questi mobili! Il mio lavoro!"
"Mr, Crabtree, Mr. Crabtree," disse Mr. Spelvin scuotendo gravemente la testa,
"vi siete mai domandato da dove provenisse il vostro salario settimanale?
L'amministratore di questo immobile, i fornitori, gli editori che vi mandano i loro
giornali, non erano interessati alla mia identit pi di quanto lo foste voi. Sono
d'accordo con voi, che una cosa un po' irregolare da parte mia farvi pervenire il
salario in carta moneta attraverso la posta, ma non abbiate timori per me, Mr.
Crabtree. I pagamenti in contanti sono l'oppio degli uomini d'affari."
"Ma i miei rapporti!" disse Crabtree che stava cominciando a dubitare seriamente
della propria esistenza.
"Ah, sicuro, i rapporti. Penso che l'intraprendente signor Crabtree dopo aver
ricevuto la mia risposta sfavorevole alla sua domanda di impiego, abbia deciso di
mettersi in affari per conto suo. E abbia quindi iniziato un servizio di rapporti
finanziari e tentato perfino di includere me tra i suoi clienti! Ho rifiutato
sdegnosamente, come potete immaginare (ho in mio possesso il suo rapporto e una
copia della mia risposta), ma egli ha scioccamente persistito nei suoi sforzi.
Scioccamente, dico, perch i suoi rapporti sono perfettamente inutili per me; non ho
alcun interesse in nessuna delle societ che egli va esaminando, e perch pensa che
potrei averne supera il mio comprendonio. Francamente, sospetto che quest'uomo sia
un eccentrico della peggior specie, ma poich ho a che fare con molti tipi del genere,
non me ne curo e distruggo i suoi rapporti giornalieri non appena mi arrivano."
"Li distruggete?" disse Crabtree stupefatto.
"Non avete ragione di lagnarvi, spero," disse Mr. Spelvin in tono annoiato. "Per
trovare un uomo del vostro carattere, Mr. Crabtree, era necessario da parte mia
specificare che si trattava di un lavoro difficile nella mia offerta d'impiego. lo mi
conformo alla mia parte di contratto provvedendolo per voi, ma non vedo che la sua
destinazione finale vi riguardi in qualche modo."
"Un uomo del mio carattere," ripet debolmente Crabtree, "commettere un
assassinio?"

"E perch no?" La larga bocca si contrasse in un ghigno. "Lasciate che vi illumini,
Mr. Crabtree. Ho passato una piacevole e profittevole parte della mia vita osservando
i miei simili, come uno scienziato studia gli insetti sotto vetro. E sono giunto a una
conclusione, Mr. Crabtree, a una conclusione tra tutte che ha contribuito a fare la
mia fortuna. Sono giunto alla conclusione che per la maggioranza degli uomini la
funzione che conta, e non i motivi o le conseguenze. Il mio avviso sul giornale, Mr.
Crabtree, era calcolato per assicurarmi i servizi di un perfetto rappresentante del
tipo. Dal momento in cui avete risposto al mio avviso, fino a ora, avete risposto anche
alle mie aspettative: avete funzionato perfettamente, senza pensare a motivi o
conseguenze.
"Ora entrato a far parte delle vostre funzioni l'assassinio. Mi sono degnato di
darvi una spiegazione dei suoi motivi; facile definirne le conseguenze. O continuate
a funzionare come prima, o, per dirla in poche parole, siete licenziato."
"Licenziato!" esclam Crabtree amaramente. "E che cosa importa un impiego
all'uomo che in prigione? O a un uomo condannato a essere impiccato?"
"Andiamo," osserv Mr. Spelvin pacatamente; "potete pensare che vi tenderei
un'insidia che intrappolerebbe anche me? Temo che siate un po' ottuso, caro il mio
uomo. Se non lo siete, dovete rendervi conto che la mia stessa sicurezza legata alla
vostra. E la garanzia di questa sicurezza sta nientemeno che nella vostra continuata
presenza in questo ufficio e nella regolarit della vostra applicazione al lavoro."
" facile parlare cos quando, come voi, ci si nasconde sotto un falso nome," disse
Crabtree perfidamente.
"Vi assicuro, Crabtree, che la mia posizione nella societ tale che la mia identit
pu essere scoperta con estrema facilit. Ma devo rammentarvi che se voi aderiste
alla mia proposta, sareste un criminale e quindi vi converrebbe esser discreto.
"D'altra parte, se voi non aderite alla mia richiesta - e avete in questo la pi
completa libert di scelta - ogni accusa che formulaste contro di me sarebbe
pericolosa soltanto per voi. Il mondo, Mr. Crabtree, ignora tutto sui nostri rapporti e
anche delle mie faccende con quel signore che mi sta ricattando e che ora deve essere
eliminato. N la sua morte n le vostre accuse potrebbero toccarmi, Mr. Crabtree.
"Scoprire la mia identit, come vi ho detto, non sarebbe difficile. Ma far uso di
questa informazione, Mr. Crabtree, pu soltanto condurvi in una prigione o in un
asilo di pazzi."
Crabtree sent sfuggirgli l'ultimo resto di volont. "Avete pensato a tutto," disse.
"A tutto, Mr. Crabtree. Se siete entrato nel mio schema, stato soltanto per
mettere in pratica il mio piano; ma molto molto tempo ho lavorato a soppesare,
misurare, valutare ogni parte di quel piano. Per esempio, questa stanza, proprio
questa stanza stata scelta soltanto dopo una lunga e faticosa ricerca, come
rispondente alla perfezione per il mio scopo. Il mobilio stato scelto e disposto per
favorire il mio scopo. Come? Ora ve lo spiego.
"Quando voi siete seduto al vostro scrittoio, un visitatore deve per forza occupare
lo spazio dove sono io in questo momento davanti alla finestra. Il visitatore ,
naturalmente, il signore in questione. Egli entrer e star qui con la finestra
interamente aperta dietro di s. Vi domander una busta che un amico avr lasciato
per lui: questa busta," e Mr. Spelvin ne gett una sullo scrittoio. "Avrete messo la
busta in un cassetto dello scrittoio, la troverete e gliela darete. Poi, siccome un tipo
molto metodico (so anche questo), metter la busta nella tasca interna della giacca e

in questo momento una buona spinta lo scaraventer dalla finestra. L'intera


operazione durer meno di un minuto. Subito dopo," soggiunse Mr. Spelvin con
calma, "chiuderete del tutto la finestra e tornerete al vostro lavoro."
"Qualcuno," mormor Crabtree, "la polizia ... "
"La polizia," disse Mr. Spelvin, "trover il cadavere di un qualunque povero
infelice che salito dalla scala che nel corridoio, ha raggiunto il tetto e si gettato di
sotto. E questo lo verr a sapere perch nella busta riposta nella tasca interna della
sua giacchetta non vi ci che il signore in questione si aspettava di trovare, ma una
nota diligentemente scritta a macchina con la spiegazione della triste faccenda e dei
suoi motivi, molte scuse per ogni possibile noia recata (i suicidi hanno la specialit
delle scuse, Mr. Crabtree) e una patetica supplica per un funerale sollecito e
tranquillo. E," disse ancora Mr. Spelvin congiungendo delicatamente le dita, "non
dubito che lo avr."
"E che cosa," disse Crabtree, "che cosa succederebbe se non andasse tutto come
dite voi; se l'uomo aprisse la lettera non appena gliela avessi data? O ... qualche cosa
di simile?"
Mr. Spelvin si strinse nelle spalle. "In questo caso, il signore in questione se ne
andrebbe semplicemente e tranquillamente e mi verrebbe a cercare per discutere la
faccenda. Rendetevi conto, Mr. Crabtree, che tutti quelli dediti alla stessa attivit del
nostro amico, devono aspettarsi qualche piccolo tentativo del genere, e, mentre poco
probabile che li trovi di suo gusto, difficile che si arrischi a far qualche cosa che
potrebbe distruggere la gallina che fa le uova d'oro. No, Mr. Crabtree, se si avverasse
la possibilit suggerita da voi, vorrebbe dire soltanto che dovrei pensare a un'altra
trappola e molto pi ingegnosa di questa."
Mr. Spelvin trasse di tasca un pesante orologio, lo consult poi lo ripose con cura.
"Non ho pi molto tempo, Mr. Crabtree. Non che io trovi noiosa la vostra compagnia,
ma il mio uomo sar qui tra poco, e per quell'ora ogni particolare dev'essere nelle
vostre mani. Tutto ci che vi domando questo: quando arriva, la finestra dev'essere
aperta."
Il signor Spelvin l'apr del tutto e vi si affacci un momento, guardando
compiaciuto l'abisso. "La busta sar nel vostro scrittoio." Apr il cassetto, ve la fece
cadere, e lo richiuse con forza. "E al momento della decisione, siete libero di agire in
un modo o nell'altro."
"Libero?" disse Crabtree. "Avete detto che mi domander la busta?"
"Ve la domander. Ve la domander certamente. Ma se voi gli direte che non
sapete nulla, se ne andr tranquillamente e pi tardi si metter in comunicazione con
me. E questo, naturalmente, equivarr alla notizia delle vostre dimissioni
dall'impiego."
Mr. Spelvin si avvicin alla porta e si ferm con una mano sulla maniglia.
"Tuttavia," disse, "se non avr pi alcuna comunicazione da lui, avr la sicurezza che
il vostro periodo di prova finito col pi completo successo e che da ora in poi
dovrete esser considerato un capace e fedele impiegato."
"Ma i rapporti!" esclam Crabtree. "Voi li distruggete ... " "Naturalmente," disse
Mr. Spelvin un poco sorpreso.
"Ma voi continuerete il vostro lavoro e mi manderete i rapporti come avete sempre
fatto. Vi assicuro che non mi importa nulla che non abbiano alcun significato, Mr.

Crabtree. Fanno parte di un disegno e il vostro conformarvi a questo disegno, come vi


ho gi detto, mi d la migliore assicurazione per la mia sicurezza."
La porta fu aperta e richiusa senza rumore, e Crabtree si trov solo nella stanza.

L'ombra dell'edificio di fronte si proiettava scura sul suo scrittoio. Crabtree


guard l'orologio, non riusc a leggere l'ora nella crescente oscurit della stanza e si
alz per accendere la luce sopra la sua testa. In quell'istante qualcuno buss
perentoriamente alla porta.
"Avanti," disse Crabtree.
La porta si apr e apparvero due figure. L'una, un vivace ometto, l'altra un
massiccio poliziotto che troneggiava autorevolmente sul compagno. L'ometto entr
nella stanza e, col gesto di un prestigiatore che facesse uscire un coniglio da un
cappello, trasse un astuccio dalla tasca, lo fece scattare per mostrare lo scintillio di un
distintivo, lo richiuse e lo rimise in tasca.
"Polizia," disse l'uomo laconicamente. "Il mio nome Sharpe."
Mr. Crabtree s'inchin gentilmente. "S?" disse.
"Spero di non disturbarvi," disse Sharpe vivacemente.
"Soltanto qualche domanda."
Come se avesse aspettato queste parole, il grosso poliziotto tir fuori all'istante un
grosso taccuino e un mozzicone di matita e si prepar all' azione. Crabtree guard il
taccuino di sottecchi e poi il piccolo Sharpe. "No," disse, "non mi disturbate affatto."
"Siete Crabtree?" chiese Sharpe, e Crabtree trasal, poi si ricord del nome sulla
porta.
"S," rispose.
Il freddo sguardo di Sharpe pass oltre ad abbracciare la stanza con evidente
disprezzo. " questo il vostro ufficio?"
"S," rispose Crabtree.
"Siete stato qui tutto il pomeriggio?"
"Fin dalle tredici," disse Crabtree. "Vado a far colazione a mezzogiorno e all'una
sono di ritorno."
"Sta bene," disse Sharpe, e accennando dietro a s:
"Quella porta rimasta mai aperta nel pomeriggio?".
" sempre chiusa mentre lavoro," rispose Crabtree. "Perci non avreste potuto
vedere qualcuno salire la scaletta del corridoio."
"No certo," rispose Crabtree, "non avrei potuto vederlo." Sharpe guard lo
scrittoio, poi si pass pensieroso un pollice sulla guancia. "Mi sembra che dallo
scrittoio non possiate neppure vedere qualcosa che potrebbe accadere fuori della
finestra."
"No davvero," rispose Crabtree. "Non mentre sono al lavoro."
"Allora," disse Sharpe, "avete sentito qualcosa fuori della finestra questo
pomeriggio? Qualcosa fuori del comune, intendo dire."
"Fuori del comune?" ripet Crabtree.
"Un grido. Qualcuno che gridava. O qualche cosa di simile." Mr. Crabtree
aggrott la fronte. "Ma s," disse, "ho sentito. E non molto tempo fa. Sembrava un

grido di sorpresa ... o di spavento. E anche molto forte. sempre tutto cos tranquillo
qui intorno che non ho potuto fare a meno di sentirlo."
Sharpe si volt a guardare il poliziotto che chiuse lentamente il taccuino. "Questo
chiude l'inchiesta," disse Sharpe. "Quel tale, fatto il salto, un secondo dopo ha
cambiato idea e cos precipitato urlando per tutto il tempo. Bene," continu
voltandosi verso Crabtree in uno slancio di confidenza, "mi sembra che abbiate
diritto di sapere che cosa successo. Un'ora fa, qualcuno si buttato gi dal tetto
sopra la vostra testa. Un caso chiarissimo di suicidio, con lettera esplicativa nella
tasca della giacca, ma noi ci teniamo a studiare tutti gli indizi possibili."
"Sapete chi era?" chiese Mr. Crabtree.
Sharpe si strinse nelle spalle. "Uno dei tanti con troppi fastidi. Giovane, di
bell'aspetto, vestito bene. La sola cosa che non mi quadra, che uno che poteva
permettersi di vestirsi cos, potesse anche avere tanti fastidi da non poterli
sopportare."
Il poliziotto in uniforme parl per la prima volta. "La lettera che ha lasciato,"
disse, "pare quella di uno un po' pazzo."
"Dovete per forza esser un po' matto per prendere quella strada," disse Sharpe.
"Siete morto da molto tempo," disse il poliziotto sentenziosamente.
Sharpe si sofferm sulla porta. "Mi dispiace di avervi disturbato," disse, "ma
sapete com'. In ogni modo, voi siete stato fortunato in certo qual modo. Due ragazze
qui sotto l'hanno visto precipitare e morire." Strizz l'occhio e richiuse la porta
dietro di s.
Mr. Crabtree rimase a guardare la porta chiusa finch non si dilegu il rumore dei
passi pesanti. Poi si sedette avvicinando la sedia allo scrittoio. Vi stavano sopra
qualche giornale e fogli di carta in lieve disordine; egli dispose i giornali in un
mucchio diligente, in modo che tutti gli angoli combaciassero perfettamente. Poi
prese la penna, l'intinse nella bottiglia dell'inchiostro e assicur con l'altra mano il
foglio davanti a s.
La Societ Anonima Strumenti Perfetti, scrisse accuratamente, dimostra una
crescente attivit.