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Pasolini e Calvino
di Roberto Deidier

Quella tra Pasolini e Calvino, intercorsa per ventanni dal 1955 fino al
tragico epilogo allIdroscalo, una relazione che si inscrive nel dominio della
complessit e che solo superficialmente potrebbe essere rubricata come
rapporto di amicizia, anche soltanto di penna. la stratificazione stessa
degli elementi che la compongono a orientare, fin dai primi, reciproci
avvicinamenti testimoniati, i due principali assi lungo i quali essa viene a
svolgersi e a manifestarsi. Il primo rappresentato da una sostanziale
convergenza sul terreno della passione letteraria, passione che conduce i
due protagonisti ad attraversare pi ambiti espressivi anche allinterno di
una stessa dimensione estetica; il secondo lasse su cui si viene a
condurre la dialettica tra autonomia ed eteronomia della letteratura e quindi
linsieme assiologico che per entrambi gli autori definisce e connota i nessi
di reciprocit tra prassi letteraria e societ civile, tra immaginario e realt,
tra stile e politica in senso lukcsiano.
Se in Pasolini assistiamo a un percorso di perdurante adesione ai
valori di partenza, diversamente in Calvino lopus si verr configurando
allinsegna della molteplicit e dellenciclopedismo, pur dentro il
retaggio di un neoilluminismo critico, come avverr per altri compagni di
strada quali Volponi o Sciascia. Il tracciato di Calvino non mai diretto, per
quanto resti dentro unevidente coerenza che dai territori della storia e
dellethos lo conduce verso la sperimentazione allegorica e combinatoria;
Pasolini invece ancorato a una visione pascoliana, che filtra
massicciamente sia nel suo modo di reinventare letterariamente il mondo
che osserva, sia nel sostrato antropologico messo in crisi e snaturato dagli
incombenti processi di modernizzazione. Eppure, per entrambi, questi
percorsi restano segnati, nella loro diversit, da unindiscussa coerenza
interna a ciascuno e da alcune innegabili convergenze, accanto ad
altrettante e distanti prese di posizione in merito a temi di pregnante
attualit. La visuale critica che Pasolini e Calvino aprono sullesistente
muove infatti da due differenti motivi originari che identificano al tempo


2
stesso due prospettive percettive, due veri e propri brainframes:
rispettivamente la poesia - o meglio quel modo di approccio poetico alla
realt che si tramuta in veicolo di giudizio etico, specie laddove la poesia
valore che segna un rapporto di profonda contiguit e partecipazione con
luniverso contadino, con la natura e in definitiva con tutto ci che segna,
nella sua immutabilit e nella sua simbolicit, la cultura delle origini -; e
sullaltro versante la fiaba, intesa non come semplice categoria culturale,
come vettore antropologico, come genere o modalit del discorso letterario
o pedagogico, ma come modello conoscitivo nel quale si invera il catalogo
dei destini. Espressione, questultima, che gi volge verso gli esiti ultimi
della scrittura calviniana, tutta protesa a reinventare borgesianamente nello
spazio del Libro la polimorfia del Mondo, lo stratificato intrico dei molti
livelli della realt che la compongono
1
.
Se queste prospettive rispondono a due ipotesi verosimili, non sar
difficile comprendere come il sistema gnoseologico e morale - che
presuppongono abbia profondamente condizionato la lettura del presente da
parte di Pasolini e Calvino, portandoli a confrontarsi, in modalit spesso
opposte, con le urgenze della realt politica. La ricerca del realismo
dialettale e, soprattutto, la forma dellintervento giornalistico agito dal
demone della polemica caratterizza il percorso pasoliniano, che pure
attraversa quella fondamentale esperienza offerta dallapproccio filmico. Il
cinema diventa per Pasolini, a partire dai primi anni Sessanta, la sola
dimensione espressiva capace di raggiungere il grado zero della
scrittura
2
, anche se non mancano, in questa direzione, le contraddizioni di
un estetismo spesso ricercato e di un riuso strumentale delle grandi
tradizioni letteraria e figurativa. una posizione sulla quale la rigidit della
ricerca stilistica di Calvino non pu in alcun modo transigere: Pasolini sa
bene cosa penso delle sue velleit cinematografiche in generale, scrive a
Guido Aristarco il 22 febbraio del 1965 dopo la visione del Vangelo secondo

1
Cfr. I. Calvino, I livelli della realt in letteratura (1978), in Id., Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e
societ, Torino, Einaudi, 1980; quindi in Id., Saggi, a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, pp.
381-398.
2
Il riferimento a R. Barthes, Le degr zro de lcriture, Paris, Seuil, 1953; trad. it. Il grado zero della
scrittura, Torino, Einaudi, 1982.


3
Matteo, una cosa priva di qualsiasi significato e dilettantesca
3
. E molto
pi avanti, da Parigi, il 7 febbraio del 1973, in una importante lettera
indirizzata allo stesso Pasolini, in risposta a una densa recensione alle Citt
invisibili:

Una parola sul nostro aver cessato di sentirsi vicini negli ultimi dieci anni o gi di l.
Sei tu che sei andato molto lontano, vuoi dire: non solo col cinema che quel di pi lontano
ci pu essere dal ritmo mentale di un topo di biblioteca quale io nel frattempo sono
diventato, ma perch anche il tuo uso della parola s adeguato a comunicare
traumaticamente una presenza come proiettandola su grandi schermi: un modo di rapido
intervento sullattualit che io ho scartato in partenza
4
.

Chiusa davvero aurea per comprendere come la dimensione della
letterariet resti agli occhi del visionario viaggiatore un sistema coerente di
poetica e di stile entro il quale - principalmente entro il quale - condurre in
chiave di allegorismo critico la demistificazione dei fantasmi culturali e
politici che si muovono sul triste, amletico scenario della Prima Repubblica.
come se Calvino, sempre pi invischiato nei labirintici rapporti tra
Libro e Mondo, catturato dalla fitta maglia della scrittura che a sua volta
mima la frastagliata complessit del reale si fosse trincerato dietro il solo
schermo per lui possibile, trasmutandolo in una formidabile e sempre
imprevedibile macchina narrativa. Ogni suo libro appare segnato
dallattrazione fra due diversi poli, fiaba e allegoria per lappunto, che
comunque agiscono una dinamica diegetica di secondo livello, sul piano
strettamente narratologico come su quello dellambientazione: persino
scegliendo di spostarsi, con Leibniz piuttosto che con Vico e Rousseau, fino
allalba del cosmo, per rovesciare ogni forma di contingentismo positivo e
continuare, in realt, a dirci qualcosa sul nostro presente. Anche la scelta
polemista di Pasolini dunque scartata tra le possibili ragioni di partenza:

[] lessere presente per dire la tua sullattualit secondo lottica dei giornali, col
metro dellattualit dei giornali e in presa diretta sullopinione pubblica, d certo una
grande sensazione di vita, ma vita nel mondo degli effetti, non in quello delle lente ragioni.
dunque il tuo modo daver scelto lattualit che ci ha diviso: non il mio, che non esiste;

3
I. Calvino, Lettere 1940-1985, a cura di L. Baranelli, introd. di C. Milanini, Milano, Mondadori, 2000, p.
853.
4
Ivi, p. 1196.


4
nellattualit ho capito presto di non aver posto e sono rimasto da parte, magari rodendomi il
fegato, ma restando in silenzio, come tu stesso dici del resto, tanto anche se avessi parlato
non cera nessuno disposto a starmi a sentire e a rispondermi
5
.

Il passo molto chiaro, anche e soprattutto per ci che Calvino, come
solito nel suo atteggiamento e nel suo stile, cerca di ottundere. Sembra
che una sorta di diaframma si sia calato tra soggetto e realt, ma un
diaframma che suona falsamente umanistico. In effetti quello rappresentato
da una diversa ipotesi diacronica, di lettura e interpretazione di ragioni
lente non solo un anacronistico punto di fuga rispetto ai movimenti pi
generali del postmoderno, ma appare un richiamo a certe dinamiche
attribuite allo svolgersi storico, che lo stesso Calvino con tutto il suo
confrontarsi tra mito e logos, tra il labirinto della physis e le architetture
razionali della parola, sembra aver da tempo oltrepassato. Il labirinto
permane, come recita il titolo di uno dei suoi saggi pi noti, in polemica con
la neoavanguardia, un oggetto di sfida
6
: ma la tensione tra Natura e
Cultura, drammaticamente vissuta attraverso la fondamentale mediazione
leopardiana, non si risolve in una sintesi n in un progetto apertamente
dialettico. Cos il suo modo daver scelto lattualit, piuttosto che non
esistere, si configura come una particolare modalit della scrittura, come un
brainframe obliquo, una precisa e inequivocabile scelta di prospettiva. Come
Perseo, Calvino affronta la realt attraverso la mediazione dello specchio,
attraverso la finzione letteraria. Ed una finzione a tutto campo, poich
corrisponde allallestimento, di opera in opera, di un potente affresco
allegorico. Le lente ragioni consistono, nella loro astrattezza, in
altrettante grandi aree tematiche che inevitabilmente rimandano a
quelliniziale e mai risolto dissidio leopardiano.
Diversamente Pasolini sceglie la strada dellintervento e certo sfugge
a Calvino quanto la presenza dellautore delle Ceneri di Gramsci sui
principali quotidiani e periodici sia puntualmente scandita non solo
dallurgenza della cronaca - cosa che la porrebbe sotto laccusa del rapido
esaurirsi - ma soprattutto da una rete tematica sicuramente pi pregnante e
riconoscibile. Questa rete si identifica su pi livelli intorno a tre

5
Ivi, p. 1197.
6
Cfr. I. Calvino, La sfida al labirinto, in Una pietra sopra, cit.; quindi in Saggi, cit., pp. 105-123.


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problematiche: labbandono delle campagne, il malessere giovanile, la
questione del terrorismo. Sembra aver ragione Calvino, questi sono gli
effetti, in verit; ma sul livello delle correlazioni con le cause, Pasolini
lucidamente in grado di rinvenire altri grandi movimenti sociali, che nel loro
insieme offrono un panorama attendibile e per molti aspetti profetico delle
dinamiche profonde della mutazione antropologica
7
. Vediamone alcuni: il
neocapitalismo, avvertito come forza prepotentemente centrifuga rispetto al
sistema di valori della societ italiana, ancora calata in una fase pre-urbana;
lascesa del potere televisivo, con la sua attitudine livellante, con la sua
massificazione e omogeneizzazione dei pi disparati reperti di realt;
ledonismo che consegue a entrambi, con la creazione non solo di nuovi
bisogni, ma anche di nuove, oscillanti identit sempre pi incapaci di
prendere coscienza dei mutamenti di cui pure sono protagoniste. Vengono
meno, nellarco di un ventennio, i cardini stessi del mito pasoliniano, ovvero
quella dignit e quella povert
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che, ben lungi dallessere un mero dato
sociologico, rappresentano agli occhi di Pasolini lontologia del mondo
precapitalistico. E quelle nuove identit sostituiscono alla dignit la
vergogna e, insufflate di pressanti immagini consumistiche, passano dallo
stato della privazione a quello della deprivazione.
Se il mito scardinato a causa della cessazione dellantico legame
con la Natura, ci accade in quanto a venir meno in sostanza la
rappresentazione di un ideale regolativo che quel legame poteva offrire. Da
questa scissione estrema deriva il disagio che connota lintero tracciato
pasoliniano, il suo sentirsi fuori posto, esattamente come, per ragioni
diverse, accade a Calvino. Nella nuova preistoria della borghesia indotta a
ribellarsi contro se stessa, culturalmente disciplinata; e nella preistoria
abiurata del mondo contadino e sottoproletario, costretto a un veloce
processo di metamorfosi, Pasolini legge una reificazione globale, al cui
interno la stessa trasformazione dei modi di produzione della cultura
degenera qualsivoglia tentativo di opera, per ridurla a merce. La nascita

7
Di mutazione antropologica Pasolini parla a pi riprese negli articoli poi raccolti in Scritti corsari,
Torino, Einaudi, 1975 e in Lettere luterane, ivi 1976.
8
Cfr. larticolo La vigente ingiustizia, Vie nuove, 27, 8 luglio 1961; quindi in P.P. Pasolini, Saggi sulla
politica e sulla societ, a cura di W. Siti e S. De Laude, con uno scritto di P. Bellocchio, Milano, Mondadori,
1999, pp. 944-945.


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dellindustria culturale , sul livello interattivo della circolazione delle idee, il
terzo grande antagonista del mondo mitico pasoliniano. Un mondo
fortemente sublimato, la cui perpetua immobilit senza dubbio
uninvenzione della poesia piuttosto che unipotesi storica; ma altrettanto
plausibile che proprio questa invenzione (e in questo Pasolini non si
distaccherebbe tanto da Calvino, se non nel tratteggio ideale di un mondo
positivo, contro affreschi di prepotente negativit) sia divenuta il metro di
giudizio e di interpretazione dellintera mutazione antropologica; ovvero il
rilievio di quanto, nelle strutture messe a dura prova dallincedere storico,
pu restare incontaminato al loro interno.
Ecco dunque sostanziarsi il mito del mondo rurale o, con espressione
mutuata da Felice Chilanti, dellet del pane
9
, riferimento metaempirico
e metaforico, come ha giustamente sottolineato Giulio Sapelli
10
, con
quanto di sacro e di magico ogni mito e ogni sua celebrazione lascia
intendere. Ed ecco, ancora, la distanza e leterodossia di Pasolini rispetto al
marxismo: non volendo, piuttosto che potendo, cogliere quanto di positivo
provocato dalla modernizzazione, egli guarda al presente come a un
groviglio di processi tutti in negativo. Appare davvero ai suoi occhi, come in
un testo de Il sogno del centauro, lapocalittica e irreversibile fine di un
mondo: Io guardo la faccia dombra della realt, perch laltra non esiste
ancora
11
.
Gli elementi per una visualizzazione dellidea di storia e di progresso
in Pasolini e Calvino, in rapporto alla loro esperienza espressiva, sembrano
a questo punto esserci tutti. Mentre Calvino per parlare criticamente del
presente lo allegorizza attraverso il passato, Pasolini compie il movimento
opposto: interviene polemicamente sul presente e sposta ogni possibile
utopia, piuttosto che nel futuro, in un passato a-storico, fermo nelle sue
strutture mitiche, nei suoi archetipi immobili. Che quel passato sia frutto di
un sentimento e non di unanalisi, ecco il punto effettivo di distacco da
Calvino: il quale, sulla scia del retaggio illuministico, cerca invece di cogliere

9
Cfr. F. Chilanti, Gli ultimi giorni dellet del pane, Milano, Mondadori, 1974.
10
G. Sapelli, Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini, a cura di V. Ronchi,
Milano, Bruno Mondadori, 2005, p. 162.
11
P.P. Pasolini, LApocalisse secondo Pasolini, in Id., Il sogno del centauro, a cura di J. Duflot, pref. di
G.C. Ferretti, Roma, Editori Riuniti, 1983; quindi in Id., Saggi sulla politica e sulla societ, cit., p. 1448.


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i nessi dialettici con la storia, laddove Pasolini mira, nei suoi interessi
precipui, alla conservazione di una integrit culturale. Ne viene, sul versante
dellinterpretazione del presente, uninnegabile asimmetricit e, se un rilievo
pu essere fatto a Pasolini, credo che lo si possa rinvenire proprio nellaver
letto certi processi di indubbia emancipazione sociale in una prospettiva di
accentuato relativismo rispetto ai dati pi genericamente culturali.
dunque un concetto chiave della formazione culturale di Calvino a
essere messo in cattiva luce dalle analisi pasoliniane: lidea di progresso.
Anche nellautore delle Citt invisibili e, ancor prima, di Marcovaldo e de La
giornata di uno scrutatore, lo stesso concetto era stato oggetto di una cupa
verifica allinterno dei rapporti tra Natura e Cultura. Calvino risente di certi
impulsi del neoilluminismo che ha segnato, nel corso degli anni Cinquanta,
la cultura italiana e la sua disperata ricerca di una traduzione in praxis. Ma
dopo i fatti dUngheria e il tentativo della legge-truffa, sar difficile tornare a
conciliare, anche solo idealmente, le necessit primarie e diversicate di
ciascun individuo allinterno della massa con le direttive generali che la
ragione tenterebbe di imporre. Caduto anche questo mito, non resta che
ostracizzare la storia attraverso un canale che consenta di attraversarla
tutta, per intero, e liberamente: liberati, cio, da ogni ipoteca idealistica
come da qualsivoglia falsa mitologia.
Allirrazionalit del mito Calvino reagisce con il potere dellallegoria. Il
lungo tracciato che dalla trilogia degli antenati lo porta alla stagione
cosmicomica, infine alle Citt invisibili e al disincantato Palomar, tutto
segnato dalla demistificazione dei miti doggi
12
, per dirla con Barthes.
Anche quella che poteva apparire come la mano destra della cultura della
ragione, ovvero la scienza, viene sottoposta a un processo di riduzione
parodica. Trincerandosi come un topo di biblioteca dietro la letteratura,
Calvino ne ha fatto un filtro potente e sicuramente popolare; Pasolini, al
contrario, scegliendo di ridurre sempre pi le dinamiche della scrittura
letteraria sul piano dellintervento, facendo polemica con i versi, rifugge da
ogni liricit per portare la poesia e la potenza semantica del suo linguaggio

12
Cfr. R. Barthes, Mythologies, Paris, Seuil, 1957; trad. it. Miti doggi, , Torino, Einaudi, 1974.


8
sul piano della polemica, sempre rischiando in prima persona: il primo
dovere di uno scrittore quello di non temere limpopolarit
13
.
unaffermazione che si ritrova nellintervista rilasciata a Paolo
Spriano, Voto PCI per contribuire a salvare il futuro, del 1963. Lo stesso
anno in cui la narrativa calviniana rivela apertamente tutta la crisi del suo
portato ideologico attraverso la lunga e sofferta gestazione della Giornata di
uno scrutatore e i grotteschi racconti di Marcovaldo. Pasolini fa
unaffermazione che destinata, semanticamente, a lasciare una traccia
visibilissima per chiunque voglia tentare di rapportare la sua prospettiva sul
presente a quella di Calvino. Leggiamo: dieci anni fa, intorno alle borgate e
ai villaggi di tuguri cerano i prati: oggi c qualcosa di indicibile, il puro
orrore edilizio, qualcosa che condanna chi vi abita alla contemplazione
dellinferno
14
. un termine, questultimo, che sembra inglobare tutta la pi
recente tradizione della distopia, sia agli occhi di Pasolini che a quelli di
Calvino. Ma questo il punto: lo si ritrova anche in un celebre e citatissimo
finale calviniano, proprio quello delle Citt invisibili, dove le serie delle citt
continue sono lipostasi visionaria del puro orrore edilizio. Vale la pena
ricordarlo:

Linferno dei viventi non qualcosa che sar; se ce n uno, quello che gi qui,
linferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non
soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare linferno e diventarne parte fino al punto di
non vederlo pi. Il secondo rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare
e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo allinferno, non inferno, e farlo durare, e dargli
spazio
15
.

Ha scritto Pasolini che ogni descrizione di Calvino la descrizione di
una anomalia del rapporto tra mondo delle Idee e Realt (che poi il
Destino della civilt occidentale)
16
. solo nello scontro tra ideale e reale,
pertanto, che la visionariet pu prendere forma e consentire il resoconto
fantastico di Marco Polo a Kublai. [] questo scontro, insiste Pasolini, ha

13
P.P. Pasolini, Voto PCI per contribuire a salvare il futuro, ora in Id., Saggi sulla politica e sulla societ,
cit., p. 1565.
14
Ibidem.
15
I. Calvino, Le citt invisibili, Torino, Einaudi, 1972; quindi in Id., Romanzi e racconti, edizione diretta da
C. Milanini, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Milano, Mondadori, 1992, pp. 497-498.
16
In Tempo, 28 gennaio 1973; quindi in P. P. Pasolini, Descrizioni di descrizioni, a cura di G.
Chiarcossi, Torino, Einaudi, 1979, p. 38.


9
il solo effetto di rendere surrealistica la citt reale, ma non si risolve
storicamente in nulla. I due opposti non si superano in un rapporto
dialettico!
17
e lo spazio della critica, piuttosto che aprirsi allutopia, sembra
entropicamente racchiudersi in essa, in una dinamica, ancora una volta,
tutta letteraria. Pasolini allontana cos Calvino dal modello voltairiano, pure
presente in filigrana attraverso un possibile richiamo al finale di Candido (il
faut cultiver notre jardin) ed enfatizza la dimensione al quadrato
dellallegorismo delle Citt invisibili, facendone pericolosamente un libro
tautologico. In effetti Calvino risponde che verso le nuove politiche le
riserve e e le allergie da mia parte sono pi forti della spinta a contrastare
le politiche vecchie, e cos non ho pi avuto una posizione da far valere,
dato che le avevo escluse via via tutte
18
.
Questa esclusione il frutto amaro ed estremo di chi, intellettuale
militante di partito, ha potuto osservare la politica dal di dentro. Pasolini
avrebbe avuto il difetto e forse il pregio, al tempo stesso, di essere un
fellow-traveller, che ha vissuto la politica dal di fuori, spesso con fede
ingenua. Mi riferisco a una lettera al traduttore Donald Heiney
19
, ancora di
quellanno cruciale, il 1963. Quanto, gi allora, il rovesciamento di posizione
e di ruolo fra i due fosse in atto, oggi ben visibile, nei limiti e nelle
incomprensioni come nella passione, in senso etimologico, che ha segnato i
loro due intersecanti percorsi.

Data di pubblicazione on-line: 8 marzo 2007

17
Ibidem.
18
Lettera a P. P. Pasolini del 7 febbraio 1973, cit., p. 1197.
19
Lettera del 5 gennaio 1963, ora in I. Calvino, Lettere 1940-1985, cit., p. 728.