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Il regolamento urbanistico tra vecchie e nuove speculazioni

ROSARIO GIGLIOTTI - Il Quotidiano, 20 marzo 2008

Il consiglio comunale ha raggiunto, districandosi tra decine di emendamenti, e dopo mesi di gestazione, quello che
viene propagandato come un obiettivo storico per la città di Potenza: l’adozione del nuovo regolamento urbanistico.
Storico perché grazie ad esso – dicono i sostenitori – la città si doterà di uno strumento moderno che consentirà di
acquisire gratuitamente (in realtà a prezzo di diritti edificatori aggiuntivi) aree da destinare a verde pubblico,
attrezzature per la collettività ed edilizia sociale.
La parola magica si chiama perequazione. Il solo fatto di evocare un principio di equità, per una città da sempre
sottomessa al dominio dei costruttori, con rendite fondiarie determinate da scelte poco trasparenti ed in spregio ai più
semplici elementi di civiltà, sarebbe già un miracolo. Eppure, di fronte a tutto questo la città appare indifferente.
Come mai ai cittadini di Potenza non interessano le meraviglie decantate dal prof. Campos Venuti, luminare
dell’urbanistica e padre del nuovo regolamento? Provo a dare una mia personale interpretazione di questa apparente
insensibilità, rispetto alla quale il sindaco Santarsiero ha più volte manifestato un senso di delusione se non
addirittura di fastidio.
Sono certi gli amministratori di aver tradotto in un linguaggio comprensibile la meravigliosa città del futuro che già si
materializza ai loro occhi?
È sicuro il prof. Campos Venuti che l’insieme di regole e principi, frutto della sua decennale esperienza, applicate alla
città di Potenza, basteranno a capovolgere le prassi consolidate fatte di privilegi, illegalità diffuse, uso del territorio ad
esclusivo vantaggio di pochi?
Queste domande non solo sono legittime, ma necessarie, se si vuole evitare che il tentativo di governare lo sviluppo
della città si riveli un clamoroso ed imperdonabile fallimento.
È bastato, invece, che qualcuno abbia provato a leggere tra le righe del regolamento, come ha fatto l’arch. Baffari (il
Quotidiano, 1 marzo), per essere additato come superficiale, incompetente e disfattista da chi, nelle vesti di assessore
all’urbanistica, non si è distinto particolarmente nell’opporsi alle prassi citate: mi riferisco all’arch. Logiudice (il
Quotidiano, 8 marzo).

Qui arriviamo al perché di tanto scetticismo. Se è vero che questa città è caratterizzata da una scarsissima cultura
dello spazio pubblico, è altrettanto vero che ovunque, scientificamente, sistematicamente, si sono negate quelle
opportunità di creare ambiti di qualità urbana che avrebbero radicato nei cittadini il senso della città e dei suoi spazi,
intesi come luoghi di relazioni e di civiltà.
Ciò è accaduto anche in tempi recenti, come testimoniano le promesse mancate del sindaco Santarsiero rispetto al
quartiere Macchia Romana (vogliamo chiamarlo tradimento?), da lui definitivamente consegnato al suo destino di non
luogo, come ben sanno i residenti.
Ma questo, si dirà, è proprio quel passato che si vuole superare. Forse…
Dice il prof. Campos Venuti che una delle grandi risorse per la città del futuro è il vallone S. Lucia. Ed infatti, con
l’attuale regolamento, si consolidano vecchie previsioni, operazioni speculative costruite sapientemente nel corso degli
anni, trasformando la destinazione di una zona F12 (aree o/e edifici pubblici o privati per servizi di ambito urbano)
prima in uffici e poi in residenze. Per intenderci stiamo parlando di 35 mila metri cubi di costruzioni all’imbocco del
parco urbano tanto caro al professore, nell’area su cui nessuno si sognerebbe di costruire palazzi. Nessuno,
ovviamente, tranne chi è interessato all’affare.
Questi, secondo il regolamento, si chiamano diritti acquisiti. Che poi la trasformazione del territorio sia stata decisa
nel 2001, ad approvazione diretta, da 11 consiglieri comunali su 40, non importa al professore, che pure di norme
dovrebbe intendersi. Ed importa ancora meno al sindaco, che però si preoccupa, a permesso di costruire già
accordato, di quello che accade alla fine del ponte Musmeci (il fabbricato dell’impresa Arcasensa, di cui si è tanto
parlato nei giorni scorsi).
Riepilogando, all’epoca del pentagono (30 mila metri cubi di cemento fin dentro il bosco di Macchia Romana) non si
poteva intervenire neanche in autotutela, stanti le illegittimità rilevate dal Dipartimento Ambiente della Regione. Nel
caso del fabbricato di Arcasensa ci si preoccupa dell’impatto che esso avrebbe sulla città ed il sindaco scopre
improvvisamente una passione per il bello (ancora non è chiaro che cosa vorrebbe fare in quel pezzo di terra in mezzo
a uno svincolo, ma forse è affascinato dalla rotatoria di via Di Giura, definita nel progetto dell’intervento di
riqualificazione “una grande area a verde”). Anzi, tanto vorrebbe evitare lo scempio, da essere disposto a sacrificare
persino l’area della ex Cip-Zoo! Queste sono le prassi a cui ci si riferiva, ben note agli abitanti di Potenza.

Nonostante tutto, è però evidente che una critica indistinta non solo risulterebbe inefficace, ma potrebbe favorire
proprio coloro che, strumentalmente, preferirebbero l’assenza totale di regole.
È pertanto auspicabile che la società civile incalzi la pubblica amministrazione, affinché non si neghi alla città il diritto
di conoscere in anticipo quali scenari possono delinearsi concretamente come effetto dell’applicazione del nuovo
regolamento urbanistico. Ovviamente, il periodo delle osservazioni non potrà colmare la gravissima assenza del
metodo partecipativo nell’individuazione delle priorità e degli obiettivi strategici sottesi al regolamento urbanistico.
Siamo, in ogni caso, di fronte a un bivio. O si dimostra, chiarendo con umiltà e trasparenza tutti i dubbi, che
l’amministrazione comunale vuole utilizzare gli strumenti dell’urbanistica moderna per coniugare con intelligenza e
creatività gli interessi legittimi dei singoli con quelli, ben più importanti, della collettività, oppure si trasmetterà l’idea
di un regolamento scritto per sanare le malefatte piccole e grandi del passato e per aprire nuove opportunità di
sfruttamento del territorio. In questa seconda ipotesi, per Potenza non sarebbe difficile prevedere un futuro dal colore
grigio cemento.
Questi a me sembrano i sentimenti e le preoccupazioni, anche implicite, dei cittadini, che non possono certamente
appassionarsi all’idea di passare da una città brutta ed in larga parte invivibile ad un brutto d’autore, firmato Campos
Venuti.