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ALBINIA LANCHESTER CIRCE • • WHARTON DIAZ ANDRIC ITALIA: THOREAU SCRITTORI LONDON PER LA CRISI MOSTRE: RINASCIMENTO A FIRENZE

di TOMMASO PINCIO

●●● È convinzione antica e mai tra- montata, se non un fatto acclarato, che il pubblico di romanzi sia in maggioranza composto di donne. In

virtù di questa convinzione viene da-

per assiomatico che un romanzie-

incapace di parlare all’animo fem-

minile difficilmente conoscerà il suc-

cesso commerciale. Ricordo, al ri-

guardo, la sicumera con cui un libra-

io preconizzava una carriera oscura

a Cormac McCarthy, quando questi

ancora quel che si suol dire auto-

di nicchia. «Non venderà mai.

Non piace alle donne» diceva il catti-

vo profeta. Viste le scelte di buona

parte dell’editoria, chiaramente vol-

a attrarre principalmente un ses-

si deduce che le fortune conosciu-

in tarda età da McCarthy siano sta-

ascritte dagli operatori del settore

novero delle eccezionalità che con- fermano la regola. Non meno evi-

dente è che, mercato a parte, ben al-

tri dovrebbero essere i termini per

stabilire il valore letterario di un’ope- ra. La questione sessuale resta tutta-

via un nodo importante, dal quale sa-

rebbe ipocrita prescindere. Può inol-

tre servire a osservare da scorci im-

previsti il profilo di autori pure stu- diatissimi e da tempo canonizzati. Joseph Conrad, per esempio. Il semplice nome evoca un univer-

so all’apparenza ben delimitato e molto maschile. Storie della parte equorea del pianeta dove le donne sono presenti al più come un ricor-

do della vita di terra e dunque un

qualcosa di antitetico alla vita insta-

bile e raminga del marinaio di lungo corso. Dovendo screditare Conrad agli occhi di una signora desiderosa

di conoscerlo, Henry James ebbe in-

fatti buon gioco. Gli bastò fare leva

sulla fama di lupo di mare del polac-

«Ma, mia cara, ha passato la vita

mare, senza mai conoscere don-

acculturate». L’interlocutrice non

prestò ascolto. Si adoperò per incon- trare Conrad, ricavandone un’im- pressione non soddisfacente. Forse perché condizionata dall’avviso di Ja- mes, l’uomo le parve ipersensibile, esaurito, e per di più incurante verso eventuali segni di intelligenza nella

moglie poiché in essa non cercava al-

che un lenitivo alle ansie della vi-

ta. Gli stessi critici del tempo rimpro- verarono allo scrittore una scarsa

considerazione per l’altro sesso; me- morabile una recensione di Il Negro

del «Narcissus», nella quale si osser- vava che «l’unica presenza femmini-

le

in buona parte incoraggiata dagli

editori, e proprio per ragioni di mer- cato o, per meglio dire, di marke-

ting. Nel 1904, sulle pagine della rivi-

sta che pubblicò a puntate Nostro-

mo, comparve una succinta biogra- fia. Vi si sosteneva che per Conrad le cose dovevano sempre assumere la forma di una nave, tanto nella scrit- tura che nel navigare. Con gli anni, il diretto interessato cominciò a patire

il fatto di essere stato ingabbiato nel

personaggio dell’ex marinaio che rie-

voca avventure per soli uomini in po-

sti lontani. A un certo punto ammise

apertamente di desiderare «un po’

requie per tutte queste mie navi».

svolta giunse nel 1913 con l’uscita

Chance. Sebbene appesantito da

una struttura farraginosa, soprattut-

to nella parte iniziale, il romanzo gli regalò il primo nonché unico vero successo commerciale, affrancando-

lo dalle ristrettezze. Si dà il caso che

sia il romanzo in cui una donna con-

quista per la prima volta il ruolo di protagonista e, stando al parere di al- cuni critici, quello che segna la fine

del Conrad migliore – il che è certa-

mente opinabile ma non del tutto in- fondato. Qualsiasi giudizio si voglia

dare su un libro comunque impor- tante e di pregio notevolissimo, non

si può negare che lo stigma del mari-

naio scapolo ha resistito. Ancora og-

gi ricordiamo l’autore pressoché sol-

tanto per questo. Una conferma, quantunque soltanto locale, è che, mentre non sono mai mancate nuo-

ve edizioni di Cuore di tenebra, Li-

nea d’ombra e altre storie di navi, Chance ha conosciuto soltanto due traduzioni italiane. Disertava le no- stre librerie da parecchio, segnata- mente dagli anni novanta, quando

uscì l’edizione curata da Francesco Binni per Newton & Compton. Riap- pare ora, dopo quasi un ventennio, presso Adelphi («Biblioteca», tradu- zione di Richard Ambrosini, pp. 400, 20,00) con un titolo alternativo a Destino, sempre adottato in passato.

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nel libro è la nave». L’immagine di autore mascolino

Perché stavolta sia stato scelto Il ca-

so è evidente. «E se mi domandi co- me, perché, per quale ragione, ti ri- sponderò: Suvvia, per caso! Per puro caso, così come accadono le cose, fortunate o sfortunate». A parlare in questi termini è Marlow, il principa-

le (ve n’è infatti più d’uno) narratore

di comodo del romanzo, e lo fa illu-

strando come l’eroina in questione, la giovane e esile Flora de Barral, si ri- trovi priva di mezzi e «praticamen- te» orfana, dopo il crollo rovinoso

dell’impero finanziario del padre, qualsiasi interpretazione ulteriore;

se le cose càpitano per caso, spiegar- le non serve a niente. Peccato però che il nostro narratore razzoli al con- trario di come predica. Anziché limi- tarsi a esporre i fatti nudi e crudi, ci gira attorno, li infarcisce di commen- ti e considerazioni sulla natura delle cose, al punto di prevaricarli. Si ha perciò l’impressione che raccontare le disgrazie di Flora de Barral sia po- co più di un pretesto, quasi che il ve- ro intento di Marlow sia quello di of- frire all’interlocutore e, indiretta- mente anche a noi lettori, la propria visione del mondo. Più che un narra- tore inattendibile, è un falso narrato- re, un filosofo mascherato, un impo- store. Parimenti, la sventurata eroi- na del romanzo, più che una prota- gonista è un oggetto di disquisizio- ne, quando non un mero termine di paragone. È convinzione di Marlow che l’aspirazione a penetrare l’essen- za di tutte le cose, incluso l’infinito stesso, sia una prerogativa maschile aliena alle donne, inclini invece all’Ir-

speculatore senza qualità. Non è per via di un disegno coerente, di un

concatenarsi logico di eventi, e dun- que di un destino, se la vita di Flora ha imboccato una determinata stra- da. Una filosofia forse un po’ spiccio- la, che pare troncare sul nascere

«IL OTTENNE NEL CASO», 1913, CON IL JOSEPH SUO IL ROMANZO SOLO CONRAD VERO

SUCCESSO PER LA PRIMA COMMERCIALE. VOLTA

ASSEGNAVA DI PROTAGONISTA IL RUOLO

A UNA FIGURA FEMMINILE.

POI PERÒ, SECONDOALCUNI,

SI AVVIÒ AL DECLINO

FEMMINILE. POI PERÒ, SECONDOALCUNI, SI AVVIÒ AL DECLINO rilevante. A suo dire, le donne per prime
FEMMINILE. POI PERÒ, SECONDOALCUNI, SI AVVIÒ AL DECLINO rilevante. A suo dire, le donne per prime
FEMMINILE. POI PERÒ, SECONDOALCUNI, SI AVVIÒ AL DECLINO rilevante. A suo dire, le donne per prime

rilevante. A suo dire, le donne per prime si annoierebbero in un mon- do governato da principî femminili, perché un simile mondo sarebbe sopportabile soltanto preservando certe illusioni fruste «senza le quali la creatura media di sesso maschile non può vivere». Per il lettore affezionato di Con- rad, Marlow è una vecchia conoscen-

za. Compare nelle vesti di narratore sia in Lord Jim che in Cuore di tene- bra. Non è mai un protagonista, ma un testimone. Avendo anch’egli un passato di navigatore, la tentazione

di vedervi un alter ego dello scrittore è forte, e qualora lo fosse davvero,

alter ego, Marlow e Conrad sareb-

bero accomunati da un sessismo in-

qualificabile. Nei complicati rappor-

ti che lo scrittore intratteneva con

l’universo femminile, gli studiosi hanno ovviamente frugato parec-

chio e non vale la pena di tornarci.

Lo stesso si può dire di Marlow. Che

egli non faccia le veci di Conrad è or-

mai chiaro a chiunque, ma in quale misura e in quali modi il pensiero dell’uno rispecchi quello dell’altro è questione sulla quale si può ancora discutere. Qualcosa d’oggettivo tut- tavia c’è. La presenza di Marlow co- stituisce un filtro, un velo che noi let- tori non possiamo squarciare. Lord Jim, Kurtz, come pure Flora de Bar- ral, non sono mai fisicamente pre- senti, il che significa che non li vedia- mo mai con gli occhi della nostra im- maginazione bensì attraverso il ricor-

do e le opinioni del narratore. Ne sia-

un

il ricor- do e le opinioni del narratore. Ne sia- un mo tenuti a distanza, sicché

mo tenuti a distanza, sicché per noi sono spesso poco più che fantasmi, trasfigurazioni di tipi umani e non personaggi in senso stretto. L’assente è un motivo che ricorre spesso in Conrad, assumendo forme diverse. Il ricorso a un narratore di comodo come Marlow è soltanto la più eclatante di esse. Sindrome del compagno segreto: potremmo defi-

nirla così. In fin dei conti la carenza

di personaggi femminili o la loro ca-

ratterizzazione apparentemente ap- prossimativa non è che l’effetto

estremo di questa sindrome. La don-

na mancante è la massima manife-

stazione di un’alterità impalbabile. Non se ne afferra la reale consisten-

nondimeno incombe e condizio-

alla misteriosa maniera del caso.

È un’alterità che prescinde e sovra-

la mera differenza sessuale e non

dunque ricondotta alle donne di

va

sta

na

za,

carne e ossa. Non per nulla, nelle sue farneticanti disamine dell’ani- mo femminile, Marlow parla di uo- mini medi, naturale complemento alle donne smosse soltanto dall’Irri- levante; a questi uomini va la stessa

misera considerazione riservata al- l’altro sesso. Si profila allora, implici-

l’esistenza di una creatura uma-

d’ordine trascendente, un uomo

ta,

na

che è maschio soltanto in quanto fi- gura letteraria, ovvero una creatura

che si nutre solo di estremi (o anche solo d’amore come Flora), tutta tesa

al sublime, alla comprensione del-

l’incomprensibile. Ma un uomo (o una donna) simile, se mai esistesse, non potrebbe mai raccontare. Da

qui l’esigenza di ricorrere a un Mar- low, a un intermediario, una carica- tura di narratore che faccia quel che

un narratore non dovrebbe mai fare:

spiegare, dire l’indicibile, dare un or- dine al caso, come in Chance, chiave

d’accesso fondamentale all’universo

di Conrad, malgrado i limiti e le for- zature.

MANCANTE LA DONNA

MANCANTE LA DONNA

(2) 26 ALIAS MAGGIO DOMENICA 2013

IL VIAGGIO SOLITARIO DI UNA GIORNALISTA INGLESE LUNGO IL «FIUME DEI FIUMI»

DI UNA GIORNALISTA INGLESE LUNGO IL «FIUME DEI FIUMI» ALBINIA Alla ricerca degli «Imperi dell’Indo», e

ALBINIA

UNA GIORNALISTA INGLESE LUNGO IL «FIUME DEI FIUMI» ALBINIA Alla ricerca degli «Imperi dell’Indo», e fra

Alla ricerca degli «Imperi dell’Indo», e fra i tremila religioni testimonianze chilometri antecedenti di di antiche Alice la «partizione»: Albinia civiltà

Andrea Pistolesi, «Kashmir», 1998, foto

tratta da: A. P., «NAG, Non ancora global»,

Touring Editore, 2007

di ELENA SPANDRI ●●● «In una terra in cui piove di ra- do, un fiume
di ELENA SPANDRI
●●● «In una terra in cui piove di ra-
do, un fiume è prezioso come l’oro.
L’acqua è qualcosa di potente: pene-
tra nei sogni degli uomini, ne per-
mea le vite, governa l’agricoltura, la
religione, la Guerra». Dall’intreccio
di
geografica fisica, geografia politi-
e geografia del desiderio, muove
Imperi dell’Indo, opera prima pluri-
premiata della giornalista londinese
Alice Albinia, pubblicata da John
Murray (Empires of the Indus. The
ca
Story of a River, London, 2008) e ap-
pena uscita presso Adelphi nella bel-
la
traduzione di Laura Noulian (pp.
493, € 30.00).
È insieme un racconto d’avventu-
ra,
la celebrazione di un rito di pas-
saggio e un dotto trattato storico-
culturale, che non scivola mai nella
pedanteria. Soprattutto, è una inte-
ressante operazione editoriale che,
con ironica disinvoltura, rianima il
genere del travelogue per il piacere,
sottilmente antiquario, di un pubbli-
co
più avvezzo a immaginare l’area
indo-pakistana attraverso i virtuosi-
smi postmodernisti di Salman Ru-
shdie, o gli scorci intimistici di Arun-
dhati Roy e di Anita Desai.
Commistione di resoconto etno-
antropologico, paesaggismo e me-
moir, il travelogue anglo-indiano
poggia, per tradizione, su un patto
narrativo dal tratto inequivocabil-
mente imperialista: il diritto-dovere
del viaggiatore di tradurre l’alterità
culturale in orizzonti di senso fami-
liari ai lettori metropolitani, garan-
tendo all’Inghilterra un senso di con-
tinuità col passato precoloniale del-
l’India e una illusione di permanen-
za. E dell’antico linguaggio dei colo-
nizzatori, cui spetta la prerogativa
di
mappare il territorio e riscrivere
la
storia dei popoli sottomessi, Impe-
ri dell’Indo conserva la gustosa mi-
scela di supponenza, erudizione,
meraviglia e empatia, che rappre-
Pellegrinaggio sulle orme indiano
frangersi, con karmica fatalità, con-
dalla dissoluzione del mito dell’origi-
senta la quintessenza del genere.
Al generale di Rawalpindi, che de-
tro il muro di una diga. Ecco allora,
ne, Imperi dell’Indo accompagna i
a mo’ di incipit, dalla buca di una
lettori attraverso scenari degni del-
ve autorizzarla a valicare la frontiera
strada di Karachi «da cui è spuntato
l’enciclopedismo panottico dei viag-
a passo Nawa, Albinia spiega che
un mulinello di acqua putrida e scu-
giatori sette e ottocenteschi. In un
vorrebbe «seguire, a piedi, l’itinera-
ra», affiorare la «testa gocciolante»
villaggio vicino Thatta, nel Sindhme-
rio
di Alessandro Magno dall’Afgha-
di
un bhangi, un fognaiolo rigorosa-
ridionale, una festa nuziale sheeda,
nistan, lungo l’Indo, fino al Pirsar».
«Sconcertata», seppur non dissuasa,
dal parallelo con Alexander Burnes
mente non musulmano, giacché in
nella
quale «gli uomini ballano intor-
Pakistan – Terra dei Puri – solo i cri-
no a un tamburo di legno alto fino
stiani o gli indù di bassa casta sono
al petto, i piedi nudi pestano il terre-
(suggerito dal «baffuto ufficiale»), il
quale «con arroganza si paragonò a
Alessandro Magno (ma il paragone
di Alessandro Magno
autorizzati a toccare i liquami.
no,
mentre le mani del percussioni-
A riscontro, nelle ultime pagine,
sta si muovono sempre più veloci»,
l’apocalittica visione della diga «gi-
evoca antiche connivenze afroasiati-
in
fondo era calzante, giacché en-
gantesca, nuova di zecca», che i cine-
che
sopravvissute nella «più nume-
trambi erano impegnati in missioni
imperialistiche)», la storica ventino-
venne entra in Afghanistan in corri-
spondenza con l’«annuale ondata
si
hanno costruito nelle vicinanze
rosa comunità di origini africane
della cittadina tibetana di Senge-Ali:
che
si possa incontrare nell’Asia del
«Il
suo massiccio arco di cemento si
sud».
alle prospettive marginali (Fanny
della viaggiatrice, in marcia sui sen-
senz’altro insospettito Edward Said
leva dal letto del fiume come un’on-
Nel Punjab occidentale «le vesti-
terrorismo transnazionale», rifiu-
tandosi categoricamente di percor-
di
Parks, Maria Graham, Harriet
Taylor, Emma Robertson, per citare
soltanto le più note), Albinia selezio-
tieri del Grande Gioco che irretì il
– non è buttata lì a caso. Se il mito
da enorme pietrificata a mezz’aria.
gia
dell’epoca sikh ancora costella-
Kim di Kipling, non può essere altro
se non un pellegrinaggio alla ricerca
della ricchezza geoculturale e del
pluralismo religioso antecedenti al-
le innumerevoli partizioni subite
dalle civiltà cresciute intorno alle
del «Padre del fiumi», alveo di coesi-
La
fisso incredula, cercando di ricac-
no il paesaggio», e nelle città di Pe-
rere in jeep i quattrocento chilome-
stenze pacifiche tra civiltà assetate,
ciare indietro le lacrime. La struttu-
shawar e Quetta, benché i santuari
tri
percorsi da Alessandro nel 327
na l’itinerario a ritroso nel tempo e
nello spazio secondo una logica soli-
comincia a scricchiolare ben prima
ra
in sé è completa, gli operai stan-
si sgretolino, il sikhismo violente-
a.C. Dell’antico conquistatore non
dell’arrivo degli inglesi, oggi, dopo
no installando gli elementi idroelet-
mente sradicato all’atto della Parti-
le
basta rievocare le gesta, storiogra-
daristica che suona, insieme, pre e
postcoloniale: «nessuno amava il
che alla semplificazione autoritaria
trici nell’alveo. Da questo lato della
zione persiste come religione di
ficamente assai contestate, come lei
stessa sottolinea: intende calcare fi-
sicamente le orme.
del colonialismo si è sovrapposta
diga, c’è qualche pozzanghera, ma
frontiera. Nella valle dello Swat (tri-
Pakistan a quei tempi e penso che
sponde dell’Indo.
quella ancora più brutale della Parti-
nessun flusso d’acqua. L’Indo è sta-
butario dell’Indo), considerata «la
questa sia una delle ragioni per cui
sono voluta venire qui». Nel 1999, in
«Fu l’Indo a dare coerenza alle
mie esplorazioni; il fiume è al cen-
zione, nonché quella indotta dalla
globalizzazione e dalla lotta per il
to
fermato».
Svizzera del Pakistan» e abbandona-
Tuttavia, dal momento che il tra-
velogue vanta anche un pedigree
Tra l’abiezione del bhangi, prote-
ta dal turismo straniero dopo l’11
femminile di tutto rispetto, nel sol-
coda a un decennio caratterizzato
dalla recrudescenza di violenza etni-
tro di questo libro perché scorre at-
controllo delle rotte del narcotraffi-
si
umana di un delta impoverito e
settembre, il paesaggio pittoresco,
di illustri antesignane sensibili ai
danni del colonialsmo e interessate
co
ca e dal riduzionismo teorico del
traverso le vite delle sue genti come
un incantesimo». La metafora esoti-
co, la sua conservazione esige nuovi
sacrifici. Beffardamente, il rilancio
melmoso, e la depressione del-
l’isolamento e «le profonde venatu-
l’esploratrice romantica, prostrata
re lasciate da un passato buddhi-
«clash of civilizations», l’imperativo
ca dell’incantesimo – che avrebbe
dovrà iniziare dalle fogne, per in-
dall’inattingibilità della sorgente e
sta»,
concorrono a alimentare tra i
suoi
abitanti «una plateale indiffe-
renza». Dinanzi a un panorama «bu-
IL MITO DI CIRCE
di PAOLO LAGO
di
un ampio e rigoroso saggio iniziale) Circe.
colico», che sembra resuscitare ob-
solete teorie climatologiche sull’in-
alla Da Atwood: Omero femminista
così gli della stereotipi cadono maga
●●●«Ci sono due isole almeno, non si escludono a
vicenda», così afferma la Circe di Margaret Atwood
(Circe / Fango, in You are happy, 1974), liberandosi
degli stereotipi nati e cresciuti intorno a un mito: se
nell’isola ‘canonica’ di Circe consacrata
dall’Odissea, Aiaie, tutto continuerà ad avvenire
‘regolarmente’, secondo i dettami della tradizione,
in un’altra (o in altre isole) la vicenda si svolgerà in
modo diverso e la protagonista si libererà delle sue
maschere di «bella dama senza pietà» o di
«femmina domata dalla forza eroica». Quella che
attua Atwood nella sua riproposizione del mito è
una lettura in chiave femminista che lascia spazio a
una sorta di palingenesi nel rapporto uomo-donna,
una nuova interrelazione basata su condivisione,
reciprocità e scoperta; come ha scritto Adrienne
Rich, «abbiamo bisogno di conoscere la scrittura del
passato, e di conoscerla in modo diverso da come
l’abbiamo conosciuta finora; e non per tramandare
una tradizione ma per spezzare la sua presa su di
noi». La Circe di Atwood è il punto di arrivo del bel
volume curato da Cristiana Franco (che lo correda
Variazioni sul mito Omero, Ovidio, Plutarco,
Machiavelli, Webster, Atwood (Marsilio, pp. 209, €
9,00). Già autrice, insieme a Maurizio Bettini, del
saggio Il mito di Circe, la studiosa ci offre la
possibilità di osservare, appunto, le «variazioni» su
Circe operate dai testi che ne attuano le riproposte
principali. L’episodio ‘archetipale’ dell’Odissea ci
presenta, se leggiamo più attentamente e ci
lasciamo catturare dal fascino narrativo
dell’episodio, una Circe più «complessa» di quanto
possiamo credere: ingannatrice, premurosa,
prospettico: Gryllos, un uomo trasformato in porco
da Circe, controbatte con forza retorica e persuasiva
a Odisseo affermando che la condizione animale è
preferibile a quella umana. Tesi, quest’ultima,
sostenuta anche da Machiavelli nel suo poemetto in
flusso dell’ambiente sul tempera-
mento, l’esploratrice alla ricerca di
tracce antropiche non divisive va-
terza rima intitolato L’Asino, nel quale si possono
gheggia l’idea che «la tanto denigra-
udire echi parodistici della Commedia dantesca. Il
ta istituzione musulmana della ma-
protagonista, smarritosi all’imbrunire in un «luogo
drasa potrebbe avere le sue origini
aspro quanto mai si vide», incontra una delle
nel
monastero buddhista».
ancelle di Circe (che non compare direttamente)
Infinite sono le testimonianze sto-
che gli fa da guida nel mondo magico della sua
riche, religiose, artistiche, archeologi-
padrona; anche qui, un porco, esaltando la
che
che questo libro offre, attraver-
distaccata; tale complessità, probabilmente, è il
frutto di un sostrato folclorico – che si allarga anche
condizione animale, dice al protagonista: «Noi a
sando luoghi e tempi dallo spessore
natura siam maggiori amici». Da Machiavelli, con
culturale analogo a quello degli eoni
al
Vicino Oriente – intorno al quale si innestano
uno scarto di secoli, incontriamo il monologo
cosmici, il cui calcolo sgomentò i pri-
molteplici storie basate sulla figura di una maga o
drammatico della poetessa inglese Julia Augusta
mi
indologi. Storia congetturale?
strega che accoglie gli incauti viaggiatori. Nelle
Metamorfosi di Ovidio la vicenda viene rifocalizzata:
Webster (1870); Circe, adesso, parla in prima
Contro-orientalismo autodiscolpan-
persona: «il centro dell’attenzione non è più la
te? Forse: Albinia sa bene che un resi-
non è più Odisseo a raccontare la storia ma uno dei
suoi uomini finiti nel porcile e ci mostra una Circe
innamorata vanamente del bellissimo Pico e da lei
trasformato in uccello (picus, il picchio). Plutarco
racconta, nel suo Le virtù degli animali (altrimenti
noto come Gryllus), un interessante rovesciamento
seduzione del maschio, ma il punto di vista
duo
di etnocentrismo rimane anche
femminile di Circe come soggetto desiderante». Un
nel bagaglio della viaggiatrice più sor-
avvicinamento progressivo alla rilettura in chiave
vegliata. Residuo che filtra nell’im-
femminista di Atwood: una Circe che prende la
maginazione del lettore non britanni-
parola per liberarsi – e liberarci – dai codici imposti
co come parte del gioco, da accettar-
da una tradizione mitica.
si senza eccessivi sensi di colpa.

26 ALIAS MAGGIO DOMENICA 2013

(3)

L’ULTIMO ROMANZO DEL DOMINICANO JUNOT DIAZ DIAZ GERENZA te del permesso di soggiorno», dalle ra-
L’ULTIMO ROMANZO DEL DOMINICANO JUNOT DIAZ
DIAZ
GERENZA
te del permesso di soggiorno», dalle ra-
Il manifesto
gazze facili di pelle scura (la «spazzatura
direttore responsabile:
marrone») a quelle di pelle chiara (la
Norma Rangeri
«spazzatura bianca»), dalle compagne di
scuola alle «single di mezza età, supersti-
redazione:
ti
di catastrofi e naufragi». E tra le presen-
via A. Bargoni, 8
ze
femminili, la madre di Yunior, «la don-
00153
- Roma
na che pregava Dio con orari da Mecca»,
Info:
magnifica figura di matriarca, cui il mari-
tel. 0668719549
to
ha
impedito di imparare l’inglese, per-
0668719545
Wolfgang Tillmans, «Corinne», 1993, da: W.T., Taschen, 2002
ché «è una lingua difficile
e poi di soli-
email:
to
le
donne non (lo) imparano».
redazione@ilmanifesto.it
Se
nel racconto «Invierno» la figura del-
web:
la madre, appena arrivata nel gelo del
http://www.ilmanifesto.it
New Jersey dalla sua calda isola, si staglia
contro il panorama di neve e ghiaccio in
impaginazione:
un finale epifanico indimenticabile, in
il manifesto
«Otravida, Otravez» (l’unica storia non
ricerca iconografica:
raccontata da Yunior e, certo non per ca-
il manifesto
A è ciò volte che un ci inizio resta
so, anche l’unico altro racconto dal titolo
ispanico) a fornire un controcanto fem-
concessionaria di pubblicitá:
minile all’atteggiamento impunito dei
Poster Pubblicità s.r.l.
«maschi dominicani» è un’altra donna,
sede legale:
addetta alla lavanderia di un ospedale.
via A. Bargoni, 8
Nelle sue parole, accanto al ricordo di
tel. 0668896911
quei suoi primi tempi negli States in cui,
fax 0658179764
dice, «mi sentivo così sola che ogni gior-
e-mail:
no mi sembrava di mangiarmi il cuore»,
poster@poster-pr.it
c’è la consapevolezza della fragilità e, al
sede Milano
tempo stesso, della forza del rapporto
viale Gran Sasso 2
che la lega a un compatriota sposato, che
20131
Milano
ha lasciato moglie e figli nella Repubbli-
tel. 02 4953339.2.3.4
su
Costruito un mosaico
ca Dominicana. A chi le chiede del suo
fax 02 49533395
amore per questo uomo, Yasmin rispon-
tariffe in euro delle
di
de ripensando alle luci tremolanti nella
inserzioni pubblicitarie:
sua vecchia casa, sull’isola, che sembra-
Pagina
«È
racconti, così che la perdi»
vano sempre sul punto di spegnersi:
30.450,00 (320 x 455)
«Mettevi giù le cose e aspettavi, e non po-
Mezza pagina
tevi fare niente finché le luci non decide-
16.800,00 (319 x 198)
vano. Ecco, mi sento così».
Colonna
fra contrappuntistico gioca sfrontatezza sull’effetto
e maschile tenerezza femminile
Mentre il ricordo di quel paese «al qua-
11.085,00 (104 x 452)
le
non pensi mai finché non lo hai perdu-
Piede di pagina
to, che non riesci ad amare finché non lo
7.058,00 (320 x 85)
hai abbandonato», di quel mare «come
Quadrotto
argento sminuzzato» messo a confronto
2.578,00 (104 x 85)
con un New Jersey «così freddo che la
posizioni speciali:
mente cambia direzione insieme al ven-
Finestra prima pagina
to», unifica le storie di Yunior, l’architet-
4.100,00 (65 x 88)
tura a mosaico del romanzo di racconti
IV copertina
aiuta a creare un effetto contrappuntisti-
46.437,00 (320 x 455)
co tra la sfrontatezza maschile e la passio-
di SILVIA ALBERTAZZI
ne e la tenerezza femminili, che difficil-
stampa:
mente si sarebbe potuto raggiungere nel-
LITOSUD Srl
●●●Soprattutto nel mondo anglosasso-
ne sta conoscendo un notevole ritorno di
la forma-romanzo, mettendo in scena
via Carlo Pesenti 130,
una molteplicità di voci narranti, una
Roma
fortuna il novel in stories, in altre parole il
romanzo fatto di racconti, uniti da un co-
mune denominatore, che può essere to-
pografico, oppure legato alla presenza di
uno o più personaggi ricorrenti di storia
frammentarietà spazio-temporale e l’as-
LITOSUD Srl
senza di un preciso ordine cronologico
via Aldo Moro 4 20060
negli eventi. Se, da un lato è il tempo del
Pessano con Bornago (Mi)
ricordo, incompleto e frammentato, a
strutturare la narrazione, dall’altro il coa-
diffusione e contabilità,
in
storia, ma più spesso nasce da un in-
gularsi di ogni racconto suggerisce il sen-
rivendite e abbonamenti:
treccio di tutti e due gli elementi. Gene-
ralmente, il romanzo fatto di racconti
sembra essere una evoluzione della clas-
sica narrazione a cornice, in cui quest’ul-
tima diventa lo scenario unificante e le
singole storie sono legate tra loro attra-
verso il recupero di caratteri e situazioni,
fino a confezionare una sorta di canovac-
cio, più che una trama vera e propria.
Spesso mascherati da romanzo per
motivi di mercato (il pregiudizio dell’in-
vendibilità dei racconti è duro a morire) i
novel in stories – che contano tra gli illu-
stri precedenti opere come Winnesburg,
Ohio di Sherwood Anderson e I racconti
di Nick Adams di Ernest Hemingway – so-
no stati riscoperti anche grazie a due re-
centi vincitori del Pulitzer: Elizabeth
so di continuità dell’esistenza meglio del
REDS Rete Europea
romanzo, com’è proprio delle narrazioni
distribuzione e servizi:
brevi, attorno a uno o più dettagli rivela-
viale Bastioni
tori, per arrivare a uno scioglimento che
Michelangelo 5/a
non è mai conclusivo, quanto piuttosto
00192
Roma
rivelatore, e proteso verso ulteriori possi-
tel. 0639745482
bilità. Non è certo un caso se il personag-
Fax. 0639762130
gio di Yunior – che in La breve favolosa vi-
ta di Oscar Wao chiudeva il suo racconto
con le parole «niente finisce mai» – è ora
riproposto in un romanzo di racconti, ge-
nere «aperto» per eccellenza, dove la con-
tinuità della narrazione, anche quando
non è garantita, come in questo caso, dal-
la
forma circolare, è comunque suggerita
dalla chiusura non definitiva delle storie
e
dalla possibilità di riassestare l’impian-
to della vicenda secondo l’ordine emoti-
Strout, che con Olive Kitteridge ha vinto
nel 2009 e Jennifer Egan che grazie a Il
tempo è un bastardo si è aggiudicata il
premio nel 2011: due libri che, proprio in
virtù della loro differenza, mostrano
l’estrema flessibilità di questa struttura
narrativa. Del resto, che il genere si possa
prestare alla sperimentazione anche più
audace l’ha dimostrato qualche anno fa
l’indiano Aravinder Adiga con Fra due
omicidi, romanzo di racconti inserito nel-
vo di chi legge.
Di
racconto in racconto, Yunior (che
perabile di nerd goffo e sovrappeso.
Atletico, sportivo e pieno di ragazze,
Yunior non solo era l’esatto opposto del
povero Oscar, obeso, impacciato e vergi-
bandono di Lola: chi racconta, in una sor-
I racconti che strutturano il romanzo
Diaz ammette essere una sorta di suo al-
ta
di Spanglish tradotto ottimamente da
sono nove, come nella miglior tradizione
ter ego), a differenza di quanto accadeva
Silvia Pareschi, è uno Yunior che, giunto
americana, da Salinger in poi, e mentre
nel romanzo, passa dall’io al tu, dalla con-
al
quinto anno di depressione per la per-
raccontano i rapporti di Yunior con le
fessione in prima persona al dialogo ora
ne, ma rappresentava il tipico maschio
dominicano, sessuomane e fedifrago.
Sempre a caccia di avventure fugaci, si in-
namorava tuttavia a tal punto della sorel-
dita della fidanzata – il cui abbandono è
donne al tempo stesso tracciano un ritrat-
con se stesso ora con una delle sue tante
dovuto alla scoperta nella sua posta elet-
tronica dei messaggi di ben cinquanta ra-
gazze con cui è stata tradita – comincia a
to del «tipico uomo dominicano», infede-
fidanzate, per arrivare a concludere il
le, maschilista e inaffidabile, e della non
suo/i suoi racconti con un inizio, ovvero,
meno tipica famiglia dominicana immi-
metanarrativamente, a chiudere i raccon-
la
di Oscar, da dover affrontare dieci anni
scrivere una Guida all’amore per infedeli:
grata negli Stati Uniti, alle prese con il
ti
per
iniziare la scrittura. Dimostrando
la
cornice della fittizia guida turistica di
di
autodistruzione prima di metabolizza-
si
direbbe dunque che Yunior si stia final-
freddo, duro lavoro, una lingua ostile e la
prima di tutto a se stesso che comunque
In copertina di «Alias-D»:
una insignificante città indiana, Kittur, la
re
la fine della loro relazione.
mente riprendendo dalla storia con Lola,
cronica assenza – o la mancata presa di
«Il mondo … non finirà mai». E dimo-
Suzanne Valadon, «Nudo
cui unica attrattiva sembra essere una en-
demica e onnipresente corruzione. Me-
no politico e polemico, ma sicuramente
non meno ironico, seppure di un’ironia
non altrettanto tragica, anche Julian Bar-
È così che la perdi sembra nascere da e
in quel periodo di buio e trasgressione
successivo alla morte di Oscar e all’ab-
pur non essendo ancora pronto per la
quieta esistenza di Perth Amboy, nel
New Jersey.
responsabilità – delle figure maschili. In-
strando, come recita l’ultima frase di È co-
su asciugamano», 1908,
contriamo così le tante «fidanzate» – dal-
sì che la perdi, che «a volte un inizio è tut-
Parigi, Centre Pompidou;
le studentesse universitarie alle «parassi-
to
ciò
che abbiamo».
nella foto, Joseph Conrad
nes ha utilizzato la stessa formula narrati-
RACCONTI
di LUCA SCARLINI
pure quando compare alla sua vista è una
è l’impatto della rapida prosa de La torre:in
va
più di una ventina d’anni or sono nel-
la
sua Storia del mondo in dieci capitoli e
mezzo, compendio sarcastico di storia
universale dall’arca di Noè ai giorni no-
stri – e oltre.
Ultimo in ordine di tempo a cimentar-
●●● Una nuova silloge di racconti di Ivo
Andric dal titolo accattivante di Litigando con
persona mite e comune, egli vede incarnato il
proprio desiderio di rivolta, che trova il
coraggio di verbalizzare con una frase
un rudere della dominazione turca un
gruppo di bambini gioca alla guerra. Assume
posizioni, disegna strategie, si contrappone
il mondo (traduzione di Alice Parmeggiani,
pronunciata in pubblico senza alcun effetto
verbalmente, finché non arrivano le botte, la
e
Bambini adeloscenti
cura e postfazione di Božidar Stanišic, pp.
di
sorta, però, sul mondo circostante. In Sulla
violenza, il dolore, condiviso come tappa di
148, € 15,00) è proposta da Zandonai dopo la
riva la bella Roza Kalina, figlia irregolare di un
una educazione. Quando la piccola zingara
con un romanzo di racconti è ora, Ju-
not Diaz, lo scrittore dominicano la cui
fama è dovuta al romanzo La breve favo-
si
di Ivo Andric:
precedente La donna di pietra (2010). Il filo
soldato sgradito ai superiori, turba gli sguardi
Smiljka entra in questo recinto maschile,
rosso di queste pagine composte tra anni
di
bambini che stanno per giungere alla
sembra che stia per scattare una aggressione,
trenta e anni sessanta è quello della crescita
pubertà, ma chi tra loro avrà il coraggio di
un attacco, ma poi la madre di lei dissolve in
losa vita di Oscar Wao, anch’egli vincito-
la
scoperta
come trauma, della scoperta del mondo
alzare la gonna, avrà in cambio un colpo di
un attimo il branco.
re
di un Pulitzer nel 2008, esempio para-
come ferita, ferita inferta dalla lama di una
spada nel ventre. Ne Il libro la partita di un
Il titolo del libro è efficace nel definire
digmatico dell’ibridismo tematico e lin-
guistico che caratterizza la contempora-
nea World Literature. Il narratore di quel
romanzo, il giovane Yunior, torna ora nel
realtà che non risparmia nessuno. Bambini e
ragazzo di provincia spaesato in un severo
pagine assai acute che si incentrano sulla
adolescenti, spaesati in un mondo adulto che
ginnasio di stile austroungarico, si gioca
presa di coscienza di identità turbate. Gli
non rivela loro le parole-chiave per poter
intorno alla possibilità di restituzione di un
ostacoli sono quelli che nel quotidiano si
come del mondo trauma
comprendere la loro posizione nel mondo,
volume preso in prestito in biblioteca. Una
svelano sotto l’aspetto di una difficoltà di
novel in stories appena uscito da Monda-
cercando disperatamente di trovare il senso
disattenzione, e la costola di una raccolta di
padroneggiare «l’uso del mondo», il cui senso
dori con il titolo È così che la perdi (tradu-
zione di Silvia Pareschi, pp. 280, €16,00) ,
di
azioni sfuggenti.
avventure di viaggio a lungo desiderata si
ultimo sfugge. Andric magistralmente entra
Nella prosa che dà il titolo al libro, il
disfa. All’incidente seguono ansie, incubi,
nel tessuto vischioso delle aspirazioni e dei
a
raccontare, stavolta, la sua storia – o,
protagonista viene attratto dai racconti
patemi, fino a un finale in cui l’eccesso di
meglio, le sue storie. Nella Breve vita Yu-
nior, coinquilino playboy del protagoni-
all’osteria che indicano in un concittadino,
pathos si scioglie nel disinteresse della
dal nome di Nikola, un «sospetto», una
gestione burocratica. In Il panorama un
desideri di identità che si cercano
affannosamente. La scoperta del prisma del
reale passa da una presa di coscienza difficile
sta, era impegnato nel disperato tentati-
persona non grata, da tenere lontana per
ragazzo torna ossessivamente ogni domenica
fino a un momento di finale in cui la sconfitta
vo
di aiutarlo a uscire dal suo stato irrecu-
quanto possibile dalla collettività. In lui, che
a vedere fugaci visioni di paesi lontani. Forte
prende l’aspetto di una epifania.
(4) ALIAS 26 MAGGIO DOMENICA 2013 «I BOSCHI DEL MAINE», UN REPORTAGE 1857 DEL POETA-NATURALISTA
(4) ALIAS 26 MAGGIO DOMENICA 2013
«I BOSCHI DEL MAINE», UN REPORTAGE 1857 DEL POETA-NATURALISTA HENRY DAVID THOREAU
THOREAU
IL FOTOGRAFO ALLA THOREAU
L’immagine pubblicata a fianco è tratta dal
celebre libro di John Gossage «The Pond»,
racconto in bianco e nero al cui centro c’è un
laghetto senza nome tra Washington, DC, e
Queenstown, Maryland. Gossage lo fotografò
tra
il 1981 e il 1985, in omaggio a «Walden»
di
Henry David Thoreau (sotto, nel ritratto)
JACK LONDON VITE
grammatico di Walden e saggi co-
me
Camminare. Si accontenta di de-
scrivere minuziosamente gli eventi:
un
mondo di laghi, temporali, inset-
Daniel Dyer
lo pedina scrittore
alla che biografia aderì propria
ti
(innumerevoli e fastidiosissimi),
isolotti, uccelli, alci, scoiattoli, rapi-
de,
canoa, tenda, corteccia, tisane
di
erbe e tabacco improvvisato,
qualche incontro con altri solitari.
Si
respira la libertà dalla necessità
di
intrattenere e fantasticare. Tutto
è
netto, da quando si parte in dili-
genza con il cane di un passeggero
che
vi corre accanto, al primo incon-
tro
con l’indiano che farà da guida
ai due, Joe Polis. Lo trovano intento
a trattare una pelle di daino e gli
chiedono se conosce qualcuno di-
sposto ad accompagnarli. «Ci rispo-
se,
parlando da quella strana distan-
za
in cui l’indiano sempre abita per
di STEFANO GALLERANI
il bianco: ‘Me piace venire io; volere
prendere alce’, e continuò a raschia-
●●●Avrebbe ben potuto essere decli-
re
la pelle». Purtroppo la volentero-
nato al plurale il sostantivo Biography
che compare nel titolo originale del
volume che Daniel Dyer ha dedicato
sa
traduttrice qui come altrove non
comprende il senso dell’originale e
scrive «Ci rispose senza quel curio-
a
Jack London, tali e tante sono state
so
distacco con cui gli indiani sono
le
esperienze accumulate dall’autore
soliti rivolgersi ai bianchi». Per fortu-
del Popolo dell’abisso in un arco di
na
la presenza del testo inglese in
tempo relativamente contenuto (nato
questo comodo libretto permetterà
a
San Francisco nel 1876, London mo-
al
lettore di sorvegliare la traduzio-
il 22 novembre del 1916 nel suo Be-
ne
dove necessario, e di scoprire ad
auty Ranch di Glen Ellen). Jack Lon-
don Vita, opere e avventura recita, in-
vece, la copertina dell’edizione italia-
na del lavoro di Dyer, appena pubbli-
cata da Mattioli 1885 (pp. 173, €
19,90), per le cure di Franca Brea e
con uno scritto dello stesso London
esempio che i pini di cui si parla a
pagina 250 non hanno «un diame-
di MASSIMO BACIGALUPO
tro
difficilmente inferiore a ottanta
o
novanta piedi». Un pino con un
●●● Fa piacere viaggiare per i luo-
ghi (tuttora) selvaggi del nordest
Usa con Henry David Thoreau, gra-
zie all’edizione bilingue di I boschi
del Maine (traduzione di Anna Ban-
fi, La vita felice, pp. 362, € 14,50).
Molti non hanno mai sentito il no-
me di questo grande eccentrico dei
dintorni di Boston (1817-’62), i me-
diametro di trenta metri sarebbe
davvero eccezionale. Peccato che la
traduzione sia manchevole, per
(Cos’è la vita per me) tratto dalla rac-
colta Rivoluzione (per i medesimi tipi
nel 2007 e a cura di Davide Sapienza):
quanto meritoria nell’affrontare le
e alci, Laghi, un corteccia, pellerossa insetti,
difficoltà di un resoconto in fondo
naturalistico, dunque pieno di no-
con disperato ottimismo, nel 1905
London attende «con ansia il tempo
in cui l’uomo saprà conquistare un
progresso che non sia solo materiale,
mi
scientifici e comuni di piante e
animali. Ma sono incidenti non rari
nella nostra editoria, e bisogna esse-
glio informati sono al corrente della
re
grati dell’occasione di leggere
il
tempo in cui l’uomo agirà guidato
queste pagine così fresche di uno
da un incentivo più alto di quello
odierno, che è appunto lo stomaco.
Continuo a creder nella nobiltà e nel-
sua rilevanza politica per via del sag-
gio Disobbedienza civile che fu letto
e
praticato nel Novecento dai padri
l’eccellenza dell’uomo». Opportuna-
mente, Dyer (già autore di una edizio-
ne annotata di The Call of the Wild)
adotta un registro rapido e svelto – co-
me rapidi e svelti furono gli anni di vi-
ta dello scrittore statunitense – per
raccontare in undici capitoli gli snodi
principali del breve apprendistato
che nel giro di una manciata di lustri
fece di John Griffith Chaney London
(questo il vero nome) il narratore for-
se più popolare del pianeta (dal 1903
Il Richiamo della foresta viene stampa-
della non violenza, gli happy few
sanno persino del suo libro princi-
pe Walden, spesso tradotto in italia-
no, cronaca di un soggiorno in una
casupola sull’omonimo laghetto
presso Concord: «Sono andato nei
boschi perché volevo vivere delibe-
ratamente, confrontandomi solo
scrittore-osservatore che non lascia
nulla nel vago.
Joe Polis l’indiano è al centro del-
la
narrazione, che ne fornisce un ri-
tratto cumulativo. «Hanno denti for-
ti,
e notai che usava spesso i suoi do-
ve
noi useremmo una mano». «Do-
po
aver ripreso i posti nella nostra
canoa, sentii che l’indiano asciuga-
va
la mia schiena, su cui aveva acci-
con i fatti essenziali della vita e vede-
re se potevo imparare ciò che essa
aveva da insegnare e evitare di sco-
prire, morendo, di non aver vissuto.
Non volevo vivere quella che non
era vita, il vivere essendo così caro;
dentalmente sputato. Disse che si-
gnificava che mi sarei sposato» (co-
Whitman, aveva studiato: a Har-
vard), ma soprattutto l’esperienza
personale del nuovo mondo, un
pelisti.
sa
che invece T. non fece mai). Tho-
I boschi del Maine è invece una
reau si accorda con Joe che si inse-
cronaca fattuale di una spedizione
gneranno a vicenda tutto quel che
continuo dialogo di interno e ester-
compiuta dal poeta-naturalista con
sanno; in lui in effetti c’è qualcosa
to
ininterrottamente); pure, fin quan-
do Maxwell Geismar non gli dedicò,
nel 1953, il terzo capitolo della sua ri-
costruzione del romanzo americano
dal 1890 al 1915 (Ribelli e antenati),
London ha faticato a imporsi oltre i li-
né volevo praticare la rassegnazio-
ne a meno che non fosse proprio ne-
cessario». C’è una filosofia, un entu-
siasmo asciutto, in questo romanti-
co yankee, che guarda la natura con
freddezza ma ne vive ogni palpito,
laconicamente. Walden è un brevia-
rio filosofico-naturalistico, soprat-
tutto letterario, che tutti i ragazzi
americani trovano (a brani) nelle lo-
no. Un libro da portarsi in viaggio,
dall’inglese non facile, intricato,
adatto a palati fini quanto ai sacco-
un amico dal 20 luglio al 3 agosto
del
pellerossa nella sua laconicità di
1857. Il gusto del libro sta nel fatto
autore di migliaia di pagine. E Joe ri-
che è assai meno letterario e pro-
vela una certa ammirazione per i
due escursionisti che condividono
con lui le lunghe fatiche. La dimo-
stra
lesinando le parole: «Agli india-
miti del proprio successo commercia-
le; a lungo, la sovrapposizione del suo
personaggio all’opera ha suscitato
sentimenti di diffidenza, quando non
di Questa una spedizione cronaca dettagliata nel selvaggio
ni
piace sbrigarsi col minimo possi-
bile
di comunicazione e trambusto.
Ci
stava in realtà facendo un grande
complimento, pensando che prefe-
di
vera e propria ostilità (memorabile,
ro antologie, e che ha qualcosa del-
nella bibliografia italiana, l’impietoso
giudizio che, vent’anni prima di Gei-
smar, gli riserva Emilio Cecchi), e pe-
rò, come testimoniano le pagine di
Dyer, è illegittimo, prima ancora che
inutile, separare l’uno dall’altra: la vi-
ta sulla strada, gli stenti, le letture, il
mare e la corsa all’oro, ogni singolo
la
straordinaria originalità dei coevi
Moby-Dick e Foglie d’erba. Un po’
nettezza dell’indiano Nord-Est descrittiva, Usa che colpisce guidò e per la l’autore figura la sua
rissimo un cenno a un calcio».
Thinking that we preferred a hint to
a kick – il testo è ricco di queste fra-
di
romanticismo, un po’ di secenti-
si
memorabili e chi lo frequenterà
smo, un po’ di filosofia indiana
(Thoreau, a differenza di Melville e
lo
troverà salutare nella sua assolu-
ta
nettezza.
JOHN LANCHESTER
di LUCA BRIASCO
capacità di leggere i moti e gli effetti
zona poco prestigiosa in cambio di una
episodio risponde, in London, a un’ir-
resistibile forza interiore che non s’ar-
resta sulla carta, ma da questa si river-
sa in nuove sfide, nuovi eccessi di cui
dell’economia globale e della crisi
casa a schiera abbastanza grande da poter
●●● Cinquant’anni, narratore, giornalista e
finanziaria con una lucidità e un’eleganza
alloggiare i domestici»), ma poi divenute
saggista, collaboratore di riviste di fama, da
espositiva da fare invidia ai migliori
Granta alla London Review of Books (di cui
sociologi e economisti. Ora, con Pepys Road
il
romanziere è il primo testimone, im-
è
stato anche caporedattore), al New Yorker,
(Mondadori, pp. 495 pagine, € 20, 00,
pietoso biografo di se stesso, come la-
sciano intendere Martin Eden e John
Barleycorne: letture imprescindibili
per chi s’accosti a London e, soprat-
tutto, per chiunque voglia perpetrar-
ne la memoria. A questi testi, infatti,
nonché alla ponderosa biografia di
Charmian London e agli epistolari ori-
ginali, Dyer si rifà puntualmente, trat-
teggiando il profilo di uomo che fu tut-
un Pepys microcosmo Road,
al londinese tempo della crisi
John Lanchester si è affermato da anni
come uno degli scrittori inglesi di maggior
traduzione meravigliosa di Norman
Gobetti), Lanchester ha scritto la sua opera
più ambiziosa, sintesi del suo percorso di
immobili di pregio a partire dagli anni del
thatcherismo. È questo il periodo nel quale
Pepys Road emerge «dalla scialba crisalide
dei tardi anni settanta per trasformarsi in
una farfalla dai colori squillanti»: cambiano
talento per la finezza della lingua, l’eleganza
i proprietari delle case e cambiano le case
e
l’acume con cui padroneggia i toni della
narratore e saggista, ritratto di una città e di
un momento storico vicino a noi e al
stesse, sottoposte a un intenso lavorìo di
commedia sociale, l’originalità delle trame.
ristrutturazioni per essere all’altezza del
I
suoi primi tre romanzi, tutti tradotti e
contempo lontanissimo; romanzo sulla e
nuovo status sociale che chi vi abita intende
pubblicati in Italia, avevano dimostrato
della crisi, commedia sociale carica di
perseguire. Oscillando tra il saggio e il
un’estrema varietà di registri e di temi,
empatia per l’umanità che la popola. Il
racconto disteso, tra la finezza del dato
spaziando dal lucido viaggio nella mente
prologo del libro è fulminante: è l’alba di un
sociale e l’originalità di uno sguardo che,
distorta quanto fascinosa di un «mostro»
mattino di fine estate, e un uomo con felpa
anziché soffermarsi sulle persone, si dedica
t’uno con la vita che si scelse (gli è for-
(Gola) a un ritratto delle ossessioni
e cappuccio si aggira per un’anonima via di
a animare le cose immote, conferendo loro
pari, in questo, e con le debite diffe-
renze, solo Oscar Wilde) in un modo
che, oggi, appare irrealistico e inge-
nuo come un grandioso, anacronisti-
co romanzo d’avventura.
se
piccolo-borghesi e maschili attraverso gli
Londra, riprendendo una dopo l’altra, con
vita e personalità, Lanchester scrive, più che
occhi di un «esodato» che trascorre una
una minuscola videocamera, le case che la
un prologo, un prodigioso micro romanzo,
giornata a passeggio per Londra (L’uomo
fiancheggiano. La via è Pepys Road, e in
che però si chiude su una nota diversa e
che sognava altre donne, forse il suo libro
non più di sei pagine – che varrebbero da
apre su un altro libro, lungo, quest’ultimo,
migliore), alle tre storie di immigrazione
sole un romanzo – Lanchester ce ne
non sei, ma quattrocentonovanta pagine.
nella Hong Kong multietnica degli anni
racconta la storia a partire proprio dalle
Ottanta nel Porto degli aromi. Il saggio
case: costruite a fine ottocento e mirate a
Questo, infatti, il paragrafo conclusivo del
prologo: «Avere una casa di proprietà in
Dalla bolla al crack, tradotto nel 2008,
un mercato ben preciso («famiglie
Pepys Road era come essere in un casinò
aveva aggiunto al quadro dei suoi talenti la
piccolo-borghesi disposte a abitare in una
dove la vittoria è assicurata. Se già ci abitavi,

26 ALIAS MAGGIO DOMENICA 2013

(5)

«LA DECORAZIONE DELLA CASA» (1897) DELLA FUTURA AUTRICE DELL’«ETÀ DELL’INNOCENZA»

WHARTON dia confortevole nel senso moderno del termine, e la bergère imbottita, an- tenata della
WHARTON
dia confortevole nel senso moderno
del termine, e la bergère imbottita, an-
tenata della nostra sedia a braccioli ri-
Un’enciclopedia
vestita di tappezzeria, non può essere
fatta risalire oltre la Reggenza».
divisa tutta da per leggere ambienti:
Con l’invito al comfort e al funziona-
le quali principî di rigore nei tempi
nuovi, Wharton non trascura la con-
servazione, mettendo in guardia dalla
indirizzava così conciliando Edith Wharton il gusto
tendenza, soprattutto femminile, «a
voler cose perché gli altri le hanno» e,
all’estremo opposto, dalla rinuncia «al-
del Contro Chippendale l’America
le cose perché sono fuori moda». Il
«superfluo» («la stanza moderna ha
perso il suo equilibrio a causa della
la (Italia, ) Inghilterra tradizione Francia,
confusione tra ciò che è essenziale e
ciò che è secondario nella decorazio-
ne») è il frangente che Wharton mag-
giormente teme in un’America che va
con la modernità
cambiando e si mostra presa da
«un’ateniese sete di novità non sem-
pre temperata da un ateniese senso
della misura», cedendo al richiamo
dei mobili in serie in «finto stile», o «in
«proporzione e decorazione», che è
princisbecco», pari agli esemplari che
analogo a «quello fra anatomia e scul-
«inondano i nostri negozi sino a strari-
tura: le leggi universali sono sotterra-
pare sui marciapiedi».
nee». Di qui nasce l’elogio del ‘non-su-
A differenza di quello di Poe, il gu-
perfluo’, una scelta difficile da impor-
sto di Wharton si ispira per lo più al-
re all’ambizione moderna e spendac-
l’Italia rinascimentale (modelli preferi-
ciona: «la suprema eccellenza è la sem-
di CATERINA RICCIARDI
●●●«Nella decorazione degli interni,
se non nell’architettura esterna delle
loro residenze, gli inglesi sono supre-
mi. Al di là di marmi e colori, gli italia-
no anche nella progettazione e nel-
l’uso della casa, o delle case se si distin-
guono la casa di città e quella di cam-
pagna.
Altrettanto pragmatico era, tuttavia,
lo scopo architettonico-decorativo nei
a
cassettoni a partire dal tardo Quat-
no a qualcosa che, ancora per ragioni
ti sono i Palazzi Ducali di Mantova e
plicità». A tale fine tende il percorso
trocento quando si va affermando la
di sicurezza, i signori feudali potevano
Urbino e Palazzo Te), o settecentesca
virtuale da lei tracciato nella Decora-
volta affrescata, come nella Camera de-
spostare da una dimora a un’altra:
(Genova soprattutto: il Palazzo Reale e
zione della casa, opera e dimora enci-
gli Sposi del Mantegna con quell’effet-
«Meubles sont apelez qu’on peut tran-
il Parodi) e alla Francia dei Luigi XV e
clopediche in cui entriamo seguendo
to
aereo curiosamente ‘balconato’. Os-
sporter». Di qui la scarsa varietà di mo-
XVI. In Inghilterra l’occhio si volge in-
la strada che dall’esterno conduce via
servazioni simili valgono per le porte:
bilia fino al XVII secolo «e la sua inade-
vece al revival palladiano, introdotto
via verso gli interni: porte; finestre; ca-
ni
hanno poca sensibilità. In Francia,
meliora probant, deteriora sequun-
tur»: così decretava il ‘gotico’ Edgar Al-
lan Poe nella Filosofia dell’arredamen-
to, un saggio pionieristico nell’Ameri-
secoli passati: la predilezione per
l’arazzo, per esempio, è più diffusa al
Nord perché nasceva dall’esigenza di
una maggiore protezione dal freddo;
così pure il legno per pareti e soffitti as-
nelle dimore nordiche dovevano esse-
guatezza rispetto ai canoni della vita
da Inigo Jones e proseguito da Chri-
mini; soffitti e pavimenti; ingresso e ve-
re
più piccole per ragioni di sicurezza,
moderna». Sedie e armadi venivano
stopher Wren e – in Francia – da An-
stibolo; hall e scale; salotto, boudoir e
un fattore da cui erano esenti i portoni
monumentali dei palazzi italiani pro-
tetti dalla cinta della città-stato.
caricati a dorso di mulo, per cui la for-
ge-Jacques Gabriel, destinato a cam-
morning-room; sale delle feste: salo-
ma si adeguava a uno stile rigido:
biare «il gusto nordico», e ad attecchi-
ne, salone da ballo, sala da musica, gal-
«Non è esagerato affermare – nota
re nell’America neoclassica di Jeffer-
leria; biblioteca, fumoir e ‘tana’; sala
ca
del primo Ottocento, alla quale egli
sicurava più calore dello stucco. In Ita-
lia si inizia a perdere l’uso del soffitto
Un’altra curiosità riguarda i «mobi-
Wharton – che prima della poltrona
son, sostituendo lo stile Tudor. In effet-
da pranzo; stanze da letto; e, quindi,
attribuiva non un’«aristocrazia del san-
li». Nel lessico medievale essi rimanda-
Luigi XIV non vi sia mai stata una se-
ti, quella moda fu così diffusa da pro-
sala da studio e stanze dei bambini; in-
gue» ma – meno ovvio – «un’aristocra-
zia del dollaro, il display della ricchez-
za». Una verità sonante se proiettata
nel corso dei decenni, perché fu pro-
prio un’americana della danarosa bor-
ghesia della fine di quel secolo – un
tempo in cui il collezionismo e le son-
tuose dimore riplasmavano l’anima di
Manhattan – a rilanciare il culto del-
l’arredamento, distanziando i radicati
stili Chippendale e «coloniale» (o «ge-
orgiano»). Edith Wharton aveva densa
cultura artistica, acquisita anche con
durre un molto seguito Vitruvius Bri-
fine: bric-à-brac.
tannicus (1725), compilato da Colen
E la stanza da bagno? Anche qui
Campbell, il fondatore, a sua volta, del-
non manca un buon consiglio: «Il
lo stile «georgiano». Poca simpatia ella
principale difetto della stanza da ba-
mostra per il Neogotico di Viollet-le-
gno americana è che, per quanto
Duc (e di Ruskin) e, tutto sommato, il
splendidi siano i materiali impiegati,
suo cuore resta vincolato al calore ita-
la decorazione non è mai architetto-
liano: «Nella concezione anglosasso-
nica. Uno sguardo alla bellissima
ne – scrive – la bellezza non scaturisce
stanza da bagno di Palazzo Pitti a Fi-
istintivamente dai desideri materiali
renze (decorata da Cacialli, fine Sette-
come accade per i popoli latini. Noi
cento, n.d.r.) rivelerà quale effetto
dobbiamo rendere belle le cose: esse
possa essere prodotto da una compo-
non sono tali in se stesse». A illustra-
sizione accurata in un piccolo spazio.
la
frequentazione dei palazzi nobiliari
zione della fusione di funzionalità e
Un semplice stanzino è qui trasfor-
europei, una competenza che ella met-
bellezza, persino in pezzi apparente-
mato in una stanza sontuosa grazie a
te
al servizio pubblico in vari interven-
mente banali, cita i cassoni nuziali di-
quel rispetto dell’armonia degli ele-
ti
sul pittoresco architettonico, le ville
pinti da Botticelli: non c’è dubbio che
menti che distingue l’architettura
i giardini italiani, le espressioni del
«gusto» francese e, appunto, la cura
e
avesse conoscenze raffinate.
d’interni dalla semplice decorazio-
Quanto serve questo dotto excursus
ne». Proviamo a imitarla?
degli interni, oggetto di La decorazione
della casa (traduzione di Anna Maria
Paci, Elliot, pp. 335, € 30,00), opera
scritta e illustrata (cinquantasei foto-
grafie un po’ usurate) in collaborazio-
ne con l’architetto Ogden Codman Jr.
alla casa moderna? Molto, se si presta
attenzione al rapporto coltivato nel
passato fra «decorazione e arredamen-
Ricostruzione di un salotto Luigi XVI, Parigi,
to», risponderebbe Wharton, e fra
Musée Nissim de Camondo
pubblicata nel 1897.
Scrupolosamente documentato (bi-
bliografia in francese, inglese, tedesco
e
WHARTON UN RACCONTO DAL FRONTE
e
italiano), corredato di un dettagliato
indice analitico (alari, arazzi, armadi,
bergère, camini, carta da parati, conte-
nitore per la legna, e così via), con que-
sto «alfabeto» organizzato per ambien-
dell’ardita La Grande Guerra volontaria
ti
Wharton si propone di indirizzare il
gusto verso un contenimento di quel
«display» (l’«accozzaglia di ornamenti
eterogenei») notato da Poe sessant’an-
ni
prima (sul «gusto» speciale di E.A.P.
si
rilegga, invece, per esempio, Ligeia)
di C. R.
e
la conciliazione di tradizione e nuo-
ve esigenze della modernità. La mo-
dernità incombente (si pensi solo ai
nuovi sistemi di riscaldamento) è una
delle ragioni che muovono l’intelligen-
za e la penna della futura autrice del-
l’Età dell’innocenza – il bel romanzo
‘decorato’ su una New York in via di
sparizione – alla ricerca del conforte-
vole e del «solo necessario», confer-
●●●La «great generalissima» a cavallo di un mulo (o alla guida di una macchi-
na), così Henry James definì Edith Wharton, ardita volontaria sul fronte francese
della Grande Guerra. L’opera di assistenza le fu riconosciuta con la Légion
d’honneur, ma l’esperienza le diede spunto per lasciare diverse testimonianze
letterarie, fra cui Il ritorno a casa (traduzione di Nicola Manuppelli, Mattioli, pp.
77, € 10,90), un racconto lungo originariamente pubblicato negli Stati Uniti nel
1915 e finora inedito in Italia. Il recupero va ad aggiungersi ad altre narrazioni
americane, per lo più maschili, su quella guerra (di Hemingway, Dos Passos,
Cummings).
mando lo spirito pragmatico america-
La forma adottata non è nuova. Wharton usa l’espediente del racconto nel
 

racconto, una visione di prima mano

fornita al narratore da un americano

eri ricco. Se ti ci volevi trasferire, eri ricco. Era la prima volta nella storia in cui si verificava una cosa del genere. La Gran Bretagna era diventata una nazione di vincitori e perdenti, e tutti coloro che abitavano in quella via, per il solo fatto di abitarci, avevano vinto. E in quel mattino d’estate il giovane si aggirava per la via, filmando quella strada piena di vincenti». Dai filmati, e dall’attività sospetta e incomprensibile del giovane incappucciato, prende le mosse la trama del romanzo. Molti dei residenti di Pepys Road trovano sopra lo zerbino o nella cassetta della posta una foto delle rispettive case con un messaggio scritto a macchina nel quale si dice: «Vogliamo Quello Che Avete Voi». È l’inizio di una campagna di minacce e provocazioni, che culmina in danneggiamenti alle auto parcheggiate di fronte alle case, rimanendo sempre sul confine sottile tra provocazione artistica e odio sociale. Ben presto, però, Lanchester abbandona questo spunto di partenza, preferendo trasformarlo in una sorta di rumore di fondo, e si immerge nelle storie,

variamente incrociate, dei residenti di

calcio mondiale, appena acquistato da uno

coperta delle speculazioni finanziarie si è

del Corpo di Soccorso sulle Argonne,

Pepys Road o delle persone che vi lavorano.

dei grandi club londinesi. Si tratta di un

ormai rivelata troppo corta, e l’economia

dove le prime offensive tedesche era-

Ci

sfila così davanti una galleria di

elenco incompleto, perché non c’è un solo

comincia a annaspare. La padronanza con

no state violente con ricadute deva-

personaggi spesso memorabili e raccontati con un gusto, un affetto e una ricchezza di notazioni da grande romanzo ottocentesco:

personaggio che compaia in scena senza

cui viene gestito l’andirivieni delle voci e

stanti sulla popolazione civile, e le

che Lanchester gli dedichi un ritratto

degli sguardi, la capacità di penetrazione

donne in particolare.

dettagliato e ricco di intuizioni. Basta aprire

nelle psicologie, la cura estrema nei

È proprio qui il punto su cui si av-

l’anziana Petunia Howe, ultima

il

romanzo su una pagina a caso per

passaggi narrativi, fanno di Pepys Road

volge la suspense della storia che se-

sopravvissuta della «vecchia» Pepys Road,

imbattersi in osservazioni cariche di acume

un’opera godibile, moderna anche nel suo

gue i passi di un giovane francese e

vedova, affezionatissima al nipote Smitty,

e

umorismo come questa, riservata alla

essere deliberatamente antica e nel

dell’amico americano (il testimone

artista concettuale e agent provocateur;

signora Kamal, appena giunta dal Pakistan

reclamare per il romanziere un ruolo da

che racconta) alla ricerca del destino

Roger Yount, finanziere e speculatore, un

in

visita di famiglia: «Era quello il problema

deus ex machina che la lunga deriva

toccato alla propria famiglia e alla fi-

ufficio ai piani alti della City, in attesa di un

più grosso con la signora Kamal. Lei

postmoderna sembrava aver cancellato per

danzata in una zona oltre le linee. La

bonus da un milione di sterline per meriti

dedicava una tale straordinaria quantità di

sempre. Rimane un solo dubbio, alla fine

funesta ripetizione del nome di un

sul

lavoro che dovrebbe consentirgli di

energia mentale a sentirsi irritata che era

della lettura: le mille delizie di cui il

brutale ufficiale – «von Scharlach» –

mantenere il tenore di vita

impossibile non sentirsi irritati a propria

romanzo è cosparso non riescono a

sulla strada verso il castello di Ré-

dispendiosissimo imposto da una moglie

volta». Attraverso le vicende quotidiane di

cancellare dalla mente quello straordinario

champ sembra bastare a concentrare

annoiata e viziata; la famiglia Kamal,

questa pletora di personaggi che si

prologo, nel quale davvero erano le case a

in quel nome uno ‘slogan’ anti-tede-

palestinese, che gestisce un negozio

alternano nei centosette capitoli del

parlare, a raccontare la vita di una classe

sco e a tradire un possibile intento

all’angolo della strada, divisa tra adesione ai

romanzo, seguiti da uno sguardo autoriale

sociale e forse di una nazione intera

propagandistico di Wharton (nel 1915

modelli inglesi e rigore islamico; l’ausiliaria

al

contempo onnisciente e amorevole,

attraverso le loro stesse trasformazioni e

gli USA erano ancora temporeggiato-

del

traffico Quentina, che multa

Lanchester ci racconta Londra, di cui Pepys

ristrutturazioni. E viene da chiedersi se

ri, con grande disappunto di Henry Ja-

inesorabilmente i residenti per riscattarsi

Road è microcosmo e corrispettivo

dentro quelle sei pagine, oltre al libro che

mes). Due segreti danno vampata alla

dal

suo incerto status di aspirante rifugiata;

metonimico, e l’Inghilterra intera negli anni

abbiamo tra le mani, non ve ne fosse in

vicenda: il secondo viene tacitamente

l’immigrato polacco Zbigniew, che restaura

della crisi. Il libro si apre, non a caso, nel

nuce anche un altro, forse più complesso e

svelato ma il primo, il più piccante, re-

le

case di Pepys Road; il senegalese Freddy

dicembre del 2007 per chiudersi nel

arduo, ma carico del fascino che solo le

sta intrecciato nei silenzi della trama e

Kamo, nuova promessa diciassettenne del

novembre dell’anno successivo, quando la

grandi invenzioni letterarie possono avere.

nelle «ossa rotte della Storia».

(6) ALIAS 26 MAGGIO DOMENICA 2013

CINQUE TITOLI ITALIANI SOTTO IL SEGNO DELLA CRISI ECONOMICA E ESISTENZIALE

ITALIANI SOTTO IL SEGNO DELLA CRISI ECONOMICA E ESISTENZIALE DALL’ ITALIA In «Amianto» Alberto Prunetti cultura

DALL’ITALIA

IL SEGNO DELLA CRISI ECONOMICA E ESISTENZIALE DALL’ ITALIA In «Amianto» Alberto Prunetti cultura proiettandolo ha

In «Amianto» Alberto Prunetti cultura proiettandolo ha ricostruito popolare: sullo un omicidio o sfondo di ciò che bianco, della ne nostra resta

di Nomadismo dell’acciaio un figlio

di in In grande, «Moderni operai», fotografia di Carmelo Bongiorno tratta da «Bagliori», Federico Motta
di
in
In grande, «Moderni operai», fotografia
di Carmelo Bongiorno tratta da «Bagliori»,
Federico Motta Editore, 2001; qui a destra,
performance artistica, foto Reuters

di GABRIELE FICHERA

●●●«Questa è la storia di un uomo che si chiamava come me ed era nato nel giorno in cui io sono nato, eppure non sono io». Prescindendo dalla densa ouver- ture è con questa sibillina sentenza che ha inizio Amianto di Alberto Prunetti (prefazione di Valerio Evangelisti, Agenzia X, pp. 141, 13). La «storia operaia» – così il sottotitolo del libro – si mostra dunque fin da subito in tellurica contiguità col tema perturbante del doppio; tra un’identità «negata» e un’alterità perigliosa tutta da verificare. Ancora un padre scomparso; e ancora un figlio che con coc- ciuta pietà si mette sulle sue tracce, simile al Telemaco «archetipico» recente- mente ripreso da Massimo Recalcati. L’Ulisse in questione è Renato, tubista e saldatore, operaio «sradicato e specializzato», costretto, e non da un’umanistica curiositas, ma piuttosto dalle miopi esigenze del capitale, al duro «nomadismo

industriale» del trasfertista. Nelle sue peregrinazioni lungo l’Italia, al posto dei lo- tofagi e delle sirene, l’eroe operaio incrocerà i nomi, altrettanto temibili e mo- struosi, delle acciaierie in cui presta lavoro. E intanto la Circe industriale non smette di ammannire, a lui come a altri operai, devastanti cibi di polvere, farciti

al

to. E morirà nel 2004, a soli cinquantanove anni, martoriato dal dolore e inebeti- to dalla morfina. L’autore ricostruisce controvoglia questa storia; ma non può e non vuole sot- trarsi – e questo è uno dei suoi primi meriti – a quella che gli si para innanzi co- me una necessità oggettiva. Sono troppo eloquenti i segni che si affacciano alla sua coscienza. Prima riemerge dall’oblio, in un quotidiano locale, una foto del padre da giovane, mentre posa a fianco della cantante Nada. Poco dopo arriva

veleno. Renato si ammalerà di tumore per esposizione prolungata all’amian-

un avviso del patronato: stanno per scadere i termini per la domanda di ricono- scimento dell’esposizione all’amianto. Infine è il padre in persona a visitare il fi- glio in sogno, raccomandandogli la manutenzione dell’Audi 80 che gli ha lascia- to in eredità. Il fulmineo montaggio metaforico di questi eventi si impone con forza, e indica a Alberto la strada obbligata del racconto: probabilmente l’unico modo di ereditare davvero le verità del padre. Amianto non si limita a ricostruire la storia di un omicidio bianco, ma ha il pregio di far riassaporare la centralità del mondo operaio nella storia italiana del secondo Novecento. Insieme al per- sonaggio di Renato si disegna uno spaccato sociale molto ampio, in cui domina- no i tratti di una cultura popolare ancora genuina, colta un attimo prima che il pasoliniano genocidio venisse consumato. Sulla pagina di Prunetti si affacciano

i

più disparati personaggi, ricchi di un’umanità commovente e stramba. E in

questa rutilante Macondo, tirrenica e proletaria, trovano posto le storie di un mondo ancora rurale, benché già alle prese con i primi assaggi di modernizza- zione. Ne scaturisce un andamento narrativo rigorosamente divagante e sternia-

no, con movenze da racconto orale, che vive nell’interruzione continua e gioio- sa della trama principale. Questo tena-

ce ghirigoro di ricordi, racconti e pro- verbi si arresta dinanzi alla terribile morte di Renato. E a una agnizione im- provvisa e spaventosa. Al lutto per la scomparsa del padre si aggiunge infat- ti un inquietante coup de théâtre, che spingerà il narratore a riconoscersi co-

Una vicenda

me figlio dell’amianto. È questo forse

epoca precariato di crisi

dell’amianto. È questo forse epoca precariato di crisi ●●● Il precariato – lo ha notato ultimamente

●●● Il precariato – lo ha notato ultimamente

Walter Siti nel Realismo è l’impossibile – è fra i drammi che più alimentano la narrativa con- temporanea. E si potrebbe aggiungere che ispi-

ra

zo d’apprendistato; beninteso aggiornate ai tempi: vicende non più di giovinezze dramma- tiche e confronti con il mondo decisivi, ma di giovinezze troppo protratte, di confronti tardi-

o titubanti. Ne offre un interessante esempio Pronti a tutte le partenze di Marco Balzano (Sellerio, pp. 216, 15,00), storia del trentaduenne Giu- seppe (l’io narrante), che, dottorando in lette- ratura italiana e supplente in un liceo di Saler- no, vive ancora con i genitori in un paesetto della zona. E proprio mentre inizia a consolida-

vi

riprese di un filone di lungo corso, il roman-

il momento in cui il concetto di «eredi-

tà», centrale nel libro, accede a una zo-

na di significati più profonda, e più scabrosa. I confini che passano fra bio- grafia e autobiografia si sfaldano. Il gio- vane Alberto, asservito ai moderni rap- porti di forza della società post-fordi- sta, non conduce affatto una vita mi- gliore di quella, seppur faticosa e diffi- cile, del padre. Ma il suo racconto è un prezioso guadagno di coscienza collet- tiva. Si può «vivere in terza persona»? Si può traguardare la propria esisten- za da un punto di vista «oggettivo» e dunque «comportarsi storicamente»? Per Brecht si trattava di imprescindibi-

li

doveri morali. Amianto, nel fare agire la delicata

di CLOTILDE BERTONI

dialettica dei rapporti tra padre e figlio in un tracciato storico esattamente de- lineato, ci dimostra che sì, è ancora possibile. Ma ugualmente ci ricorda che ricevere in eredità dal padre, co- me accade all’autore, i tre volumi del- la Storia del Partito Comunista di Spriano, insieme a due pipe magrittia- namente simili e diverse – e due pipe,

il caso di ribadirlo, non sono in al- cun modo una pipa – non è davvero facile per nessuno.

è

la sua vita, se la ritrova di colpo sconvolta: la

fidanzata lo lascia mentre stanno mettendo su casa, i tagli ministeriali gli sottraggono l’incari-

annuale. Colpi che lo spingono a un’impre-

vista serie di esperienze: prima un trasferi-

mento a Milano, dove passa da una supplenza

un istituto tecnico a una nel carcere di Ope-

ria

zione effimera a un altrettanto effimero riav-

vio

gno di ricerca, si avvia a un soggiorno a Lisbo-

na,

di

principio di una ripartenza; infine, il ritorno a Milano, tra nuove certezze affettive e incertez-

ze pratiche costanti. Il romanzo ha il pregio di non enfatizzare una sola dimensione (geografica o generazio-

nale) della crisi ma di inseguirne differenti vol-

ti: dall’atmosfera asfittica del paesino (in cui il

padre di Giuseppe per non pagare il pizzo è co-

stretto a vendere il suo autolavaggio) a quella

ra,

co

re

in

dalla coabitazione con una zia ottuagena-

a quella con alcuni coetanei, da una rela-

di quella precedente; poi, grazie a un asse-

che si rivelerà deludente, ma che, in virtù

un altro incontro sentimentale, segna il

malinconica di una Lisbona attanagliata dai problemi economici (diversissima dal mitizza-

to estero paradiso dei cervelli in fuga), a quella cupa di una Milano gremita di pensionati soli come la zia di Giuseppe, di immigrati vulnera-

bili come i suoi coinquilini (un insegnante pro-

veniente dall’Aquila terremotata, un maghrebi-

no

sfruttato in un ristorante, un ingegnere in-

formatico cinese trasferito da Londra suo mal- grado), di disoccupati cronici come un suo ma- turo condomino, rassegnato a barcamenarsi

tra

una sia pur fugace azione di protesta. Il testo

mille lavoretti, ma unico a intraprendere

sottolinea che peculiarità dei nostri giorni è

non l’ingiustizia in sé, ma l’incapacità di fron-

teggiarla, il diffuso senso di impotenza.

E i giovani messi in scena appaiono privi, ol-

tre che di vocazione alla lotta (come si sentono

rimproverare dai più anziani), di qualsiasi vero

slancio: disponibili sì alle partenze, come an-

nunzia il titolo ricavato da Ungaretti, ma solo

di qualsiasi vero slancio: disponibili sì alle partenze, come an- nunzia il titolo ricavato da Ungaretti,

per necessità, e in realtà desiderosi di non muoversi, di assicurarsi una durevole stabilità lavorativa e familiare. Un effetto forse non del tutto voluto, legato anche all’orchestrazione della trama, che chiama in causa passioni e ideali più elevati ma senza dare loro gran rilie- vo: il trasporto per l’insegnamento dichiarato

dal narratore anima solo qualche scena circo- scritta, e il suo investimento nella ricerca, ben- ché indirizzato a traguardi ambiziosissimi (la tesi di dottorato sul Paradiso dantesco), resta ancora più in ombra. Inoltre, la narrazione si impiglia ogni tanto nei cliché spesso in agguato negli attuali ritor-

ni al realismo: a volte figure e casi stereotipati come il docente universitario, barone ma non

troppo, che rimpiange l’amore mai vissuto, o l’umiliazione riservata alla fidanzata fedifraga;

a volte espressioni da feuilleton a forti tinte

(«sentii il sangue ghiacciarsi») o dialoghi poco

verosimili (che due ragazzi parlino di donne in modo allegramente sessista è plausibilissimo, che usino termini come «viso d’angelo e curve spericolate» lo è molto meno).

Debolezze che però non spengono la verve del libro, la sua capacità tanto di restituire la drammaticità dell’emergenza in corso quan-

to di sdrammatizzarla con l’umorismo e la va-

rietà delle trovate. Secondo romanzo di Balza-

no, questa vicenda di apprendistato reca le

tracce di un apprendistato letterario ancora

fieri: ma di quelli decisamente benvenuti

un panorama di debutti gonfiati e pseudo-

in

in

capolavori fabbricati a tavolino, di quelli che fanno venir voglia di scoprire cosa l’autore ci riserverà in futuro.

DE MONTICELLI SU GRILLO

26 ALIAS MAGGIO DOMENICA 2013

(7)

DE MONTICELLI SU GRILLO 26 ALIAS MAGGIO DOMENICA 2013 (7) INTERNI GADDIANI, FINO ALL’ULTIMO GIORNO ●●●
DE MONTICELLI SU GRILLO 26 ALIAS MAGGIO DOMENICA 2013 (7) INTERNI GADDIANI, FINO ALL’ULTIMO GIORNO ●●●

INTERNI GADDIANI, FINO ALL’ULTIMO GIORNO

●●● Nato dalla frequentazione con l’autore della Cognizione, cui avrebbe dedicato una trasmissione televisva, il librino di Ludovica Ripa di Meana, La morte di Gadda penetra nei celebri interni di via Blumensthil, la casa di Monte Mario a Roma dove Gadda stava perlopiù rintanato e coglie lo scrittore, ormai stanco della vita, al limite estremo delle forze, poi finalmente nel giorno della morte. La prima visita documentata è in data 5 febbraio 1973, ma era stata preceduta da altri incontri, l’ultima è del gennaio del ’74; in mezzo osservazioni commosse e mano felice nelle descrizioni, che portano il segno della scrittrice: nel concentrarsi sugli occhi di Gadda li definisce, per esempio, «annacquati da lacrime non cadute», e descrive la «nobile fronte» come «non coinvolta nel processo di mortificazione».

I nell’incendio confini della gelosia

di Luigi Trucillo

di GRAZIELLA PULCE

●●● Con Quello che ti dice il fuoco (Mondadori «Li-

Con Quello che ti dice il fuoco (Mondadori «Li- le e maturo. In altre parole dalla

le e maturo. In altre parole dalla passione più incon-

trollata alla relazione responsabile. Le fasi di tale

metamorfosi sono rappresentate con un linguaggio

denso e altamente simbolico, che costeggia il senti-

mento d’amore fino ai suoi recessi più devastanti.

Il protagonista scruta attentamente la donna

amata, ne studia i gesti, le prime rughe, i trasalimen-

ti; ne aspira i profumi, sempre ricondotti a elementi

naturali. Lei sa di salvia, di bacche, di caprifoglio.

Tutto quello che è l’incanto amoroso nel suo stato

iniziale si infrange istantaneamente di fronte a un

sospetto, il sospetto che la donna possa avergli rego-

larmente mentito, che lo tradisca, che abbia una vi-

ta segreta di fatto inattingibile al protagonista. Tut-

to questo scaturisce da una foto che qualcuno mo-

stra all’uomo. A partire da quel momento l’amante

cede il posto all’investigante. E quando l’amante la-

bellule», pp. 171, 10,00), Luigi Trucillo racconta

una storia ambientata ai giorni nostri tra l’Italia e la

Grecia, ovvero tra Napoli e l’isola di Samos. Il libro

è costruito secondo un progetto messo a punto con

pazienza e accortezza, che centra una serie di bersa-

gli racchiusi uno nell’altro. Raccontare una storia

d’amore e esplorare lo spazio della gelosia: lo scopo

ultimo è quello di ricostruire la topografia di un’os-

sessione, che come il fuoco trova modo di alimen-

tarsi e impadronirsi di ogni sorta di materiale per ri-

durlo alla forma desiderata, quella del vuoto nulla.

La trama presenta un protagonista senza nome

alle prese con un amore molto coinvolgente per

una giovane sinologa e con i turbamenti che vengo-

no a originarsi a causa di questo amore. La trama funziona da schermo per un’avventura vissuta al- l’interno del sé, in una prova della passione amoro- sa che Trucillo con ogni evidenza intende perlustra- re e circoscrivere. Quello che ti dice il fuoco dà voce allo sciame dei pensieri di un uomo colto e bene educato, separato e padre di una bambina tenera- mente amata; quest’uomo precipita da un momen- to all’altro in uno stato di cupa volontà distruttiva. Del personaggio il lettore non viene a conoscere tut- to ma certamente conosce tutto l’essenziale, cioè il diagramma tracciato nella metamorfosi che porta l’antro di un assassinio. un individuo a percorrere rispettivamente la strada della lucidità, quella dell’allucinazione, per appro- dare infine a uno stato di equilibrio più consapevo-

scia cadere l’energia dinamica della passione e del

sentimento e si ferma nella contemplazione di uno

scatto fotografico, allora la storia di un amore diven-

ta la storia di un’ossessione. Nella figura dell’osses-

sione è contenuta la figura dell’assedio, del nemico

asserragliato in un luogo progettato per resistere in

armi a un’offensiva. Anche se non più che per cen-

ni, il narratore lascia intravedere quali potrebbero

esserne gli esiti estremi: la prigione doppia nella

quale vengono a trovarsi tanto il geloso quanto l’og-

getto di forme d’amore così distorto può diventare

Trucillo è poeta e ha una consolidata confidenza

con le parole. Il suo linguaggio conosce la potenza

dell’aforisma, stringa verbale in cui l’azione narrati-

che Speranze agiscono comiche di come paradossi risvolto tragici

di DONATELLA DI CESARE

●●● Muove dalle piazze italiane, attraversate

movimento 5 Stelle, la riflessione che Rober-

ta

bro, Sull’idea di rinnovamento (Cortina, pp. 97,

dal

De Monticelli ha consegnato al suo nuovo li-

9.00). Non è peraltro il primo contributo, critico

tuttavia partecipe, all’indagine di quell’esigen-

za

mire globali: trasformare la democrazia rappre- sentativa in democrazia diretta. Occorre ricorda-

re

del Grillo. Cronaca semiseria del comico tributo,

che, per quanto profondamente italiana, ha

e

infatti il volume di Roberto Caracci, Il ruggito

pubblicato di recente da Moretti e Vitali, e quello

di

Movimento 5 Stelle, uscito per Mimesis nel 2011.

Edoardo Glebro, La filosofia di Beppe Grillo. Il

antipolitica, né populismo. Né tanto meno ri-

schi totalitari. De Monticelli punta il dito contro

chi

ha evocato Hitler e quel suo movimento che

voleva eliminare i partiti. «Non indulgiamo – am-

monisce – a infondate analogie fra l’urlo del co-

mico e quello dell’imbianchino». L’urlo può esse-

re

della sensibilità che rende scettici e condanna al-

l’indifferenza.

Che poi il bisogno di catarsi sia stato affidato a

un

culturalmente parte già della tradizione latina. E

da

neare come gli italiani ridano della vanità della

Guicciardini a Leopardi sono in molti a sottoli-

comico non deve sorprendere. La comicità fa

anche l’ultimo mezzo per spezzare l’atrofia

vita con quel distacco e quella freddezza rari al-

trove. Dunque nulla di male se, nell’ultimo ven-

tennio, sono stati i comici a articolare la residua

coscienza morale del paese. Purché si ricordi, pe-

rò,

dosso tragico. Il crinale è sottile e dietro l’attesa

che la speranza comica è il risvolto del para-

nuovo si nasconde, in agguato, quel disincan-

to

muna gli estremi dell’italianità, anzi «la malattia cresciuta in luogo della maturità morale». Come pensare allora il rinnovamento? Che valore può

del

in cui De Monticelli vede il vero male che acco-

avere oggi una parola così abusata e così indefini-

ta?

cietà ingiusta, la società non può essere giusta se

gli

di

riedizione degli scritti filosofici e politici – De Monticelli muove per avvertire che occorre asse- condare virtuosamente il circolo do-

ve

to

rinnovamento civile di una società

«L’individuo non può essere giusto in una so-

individui non sono giusti». Da questo giudizio Nicola Chiaromonte – tratto da una recente

un segmento non può essere da- senza l’altro: non ci può essere

denti. Nel ricongiungersi al vissuto,

l’Io scopre la labilità dei suoi confi-

ni individuali e ridisegna la propria

fisionomia: nelle sezioni successi-

ve spiccano titoli iniziatici e pitago-

rici (L’atrio, L’ingresso alla monta-

gna, La città nuova), immagini di

nuovi ingressi, porte e elevazioni.

L’agnizione della morte e il cammi-

no di definizione e coscienza che a

essa conduce è acquisizione di pie-

nezza, ridisegnarsi dei confini indi- viduali nell’acquisizione di un nuo-

vo volto: «il volto si profila?/ il volto

che siamo stati è istintivo / incarna-

nel rito che si consuma qui / nel-

la consolazione siamo venuti».

Una intuizione già annunciata nel-

prima sezione, dove il disegnarsi

progressivo del nostro volto come

ricongiungimento e ritorno dopo

perdita è anche funzione vocale

poetica: «ora come un tronco la

voce? infilza i nostri cuori?e li accre-

sce, in tutto ciò che siamo / in mez-

zo alle querce e agli ulivi / in tutto

ciò che siamo stati / nel vento, da

tralci di rose incarnate / chiama a

sé i suoi figli / si posa sulle foglie

d’acanto / venendo a noi nel suo ri-

torno».

La voce poetica è misura e equili-

brio, è tono piano e come liberato

dalla tempesta delle passioni pro-

prio perché il percorso verso la

morte e il ricongiungimento all’al-

tro – all’altro che eravamo e agli al-

tri che ci hanno generato – è il dise-

gnarsi via via più esatto di una for-

ma. Il volto della pienezza e della

morte è anche forma finalmente li-

berata dalla lotta con la materia

che la imprigionava; è, pur nel mi-

stero iniziatico dell’Atrio, un dise-

gno. Per la sua fiducia nella forma

esatta che alla fine di noi ci atten-

de, e che la poesia ci restituisce co- me voce, questo è anche un libro radicalmente ottimista: la radicali-

tà salvifica del nostro ricomporci in

forma e voce conoscibile e perfetta

è l’unico tratto smisurato, forse ec-

cessivamente pacificato e rassicu- rante, di questo inno all’equilibrio formale che è la Olimpia di Luigia Sorrentino.

la

e

la

to

LUIGIA SORRENTINO

senza il rinnovamento morale di

ciascuno. In questo senso il suo ulti-

mo saggio vuole essere insieme un

punto di raccordo dei due testi sul-

la questione morale e sulla questio-

ne civile pubblicati da Cortina nel

2010 e nel 2011.

In una prospettiva liberale, legata

alla stagione illuministica e alla fidu-

cia rinnovata nella ragione, De

Monticelli sviluppa una fenomeno-

logia della banalità, una analisi di

quella dispersione, incoerenza, di- scontinuità, a cui sembra condan-

nata la vita di ciascuno che «non

cresce in consapevolezza» e non tro-

perciò la via e la legge della pro-

pria libertà. Il «noi» collettivo, su cui

basa il consenso, appare minato

dallo spazio asfittico concesso agli

«io». E la scomparsa dei volti, nel

si

va

di Nel «Olimpia» nome

all’equilibrio un inno

di SONIA GENTILI

●●● In Olimpia, ultimo lavoro di

Luigia Sorrentino (Intelinea edizio-

ni, pp. 105, 14), la voce poetica si

sottrae alla contingenza per risuo-

nare con la forza testamentaria del-

l’oracolo classico. Ma non c’è in

questa voce nessun invasamento,

nessun eccesso visionario; al con-

trario, la lingua è asciugata, quasi

purificata in una direzione di sem-

plicità e misura. La lingua serve in-

fatti, in questo libro, a esprimere il

segno misteriosamente doppio sot-

to

dita di quanto è trascorso e il persi-

cui si snoda la vita umana: la per-

stere, pur in assenza, di ciò che è

stato nella fibra dell’Io. Questa per-

dita si dispiega nel tempo prima co-

me assenza e poi come ritorno di

forma: si struttura così il libro, dal-

la

dell’Io e della dispersione, signifi-

ta

prima sezione, quella della nasci-

cativamente intitolata L’antro, fino

a

velazione del sé come radicato in

quelle successive della grande ri-

vite genitoriali e esistenze prece-

collettivo, porta con sé la scompar-

dei fatti e della ricerca della veri-

tà. Il rapporto che dovrebbe legare

ogni singolo individuo alla comuni-

non è quello dell’appartenenza,

bensì quello umano del faccia a fac-

cia. Che si delinei nelle piazze o nel-

rete, è in questo rapporto che De

Monticelli scorge il rinnovamento

della democrazia che dovrebbe sca-

turire dalla reciprocità dei rapporti

personali. Solo a partire dal vincolo

della reciprocità può darsi un con-

senso politico saldo e consapevole.

Non si può però fare a meno di os-

la

sa

servare che, se il rinnovamento de-

essere personale, prima ancora

che politico, a meno di non cadere

un volontarismo interiore, si po-

la questione del margine effetti-

di cui ciascuno dispone in una

forma di vita frammentata e in un

tessuto sociale sconnesso.

vo

ne

in

ve

L’ultimo pamphlet di Roberta De Monticelli,

di politica. una una fenomenologia ossessione Sul versante in della «Quello narrativo, banalità che ti la dice in topografia chiave il fuoco»

(8) 26 ALIAS MAGGIO DOMENICA 2013

«LA PRIMAVERA DEL RINASCIMENTO» A PALAZZO STROZZI FIRENZE Sotto, Lorenzo Ghiberti, «San Matteo», 1419-1422, Firenze,
«LA PRIMAVERA DEL RINASCIMENTO» A PALAZZO STROZZI
FIRENZE
Sotto, Lorenzo Ghiberti, «San Matteo», 1419-1422, Firenze,
Orsanmichele, foto Lorenzo Mennonna
di CLAUDIO GULLI
Nella sala più spettacolare
FIRENZE
il
«San Ludovico di Tolosa»
●●● Fino a poco tempo fa, a Firenze po-
tevi formarti un gusto cinematografico: an-
contrasta il «San Matteo»
davi alle retrospettive integrali del Gambri-
nus, su Malle o su Noiret, o all’Alfieri Ate-
lier, coi suoi prezzi popolari pomeridiani.
Al
posto del primo ora c’è un Hard Rock
del la forma Ghiberti; «Protome di testa la Carafa»: sorpresa di cavallo bolide
è
Café, il secondo attende da anni la riaper-
tura. Il disfacimento del Maggio, da febbra-
a
io
commissariato per gli sperperi, rappre-
senta una sconfitta di portata nazionale
ed epocale. Abbiamo seguito saltuaria-
mente Fabbrica Europa, il festival di teatro
internazionale che un tempo sprovincializ-
zava la scena, portando compagnie dalla
Societas Raffaello Sanzio in giù. Ora ci
si
poteva – nonché la robotica Madonna
del Louvre (1445). Sono salti nella cronolo-
gia di un artista che ha parlato prima il lin-
sembra che al di là di maestri di generazio-
guaggio degli affetti e poi quello del tor-
ni
passate, come Ronconi o Brooks, non si
mento. Una costola di Rinascimento poté
sia
andati. Certo, vessilli a cui aggrapparsi,
anche dargli credito, ma edulcorando chi
in
giro ancora se ne vedono: rispondono
più chi meno una poetica che praticava la
ai
nomi di Sandro Lombardi, di Virgilio
disgregazione come unica fine possibile. Il
Sieni o di Elisa Biagini. Ma questa città è di
un altro avviso, ha l’aria di giocare a di-
menticarsi di sé. Palazzo Strozzi è un
buon esempio di quanto andiamo dicen-
do. Un luogo che ha tutti i numeri per esse-
dialogo fra lui, Nanni di Bartolo, Luca del-
la
Robbia e Filippo Lippi, in scena nel salo-
ne che avvia la mostra al suo epilogo, è de-
clinato secondo le dinamiche industriali,
che spingevano i popolani a addobbare di
re
un Pompidou italiano patisce invece il
madonne ogni cantone di strada o taber-
sovraffollamento di istituzioni tutte di ca-
ratura, se prese singolarmente. Nel cortile,
nacolo di casa.
Di un’aura tutta marmorea è l’ultima sa-
il
Gabinetto Vieusseux, con la sua bibliote-
la,
devoluta alla ritrattistica. Vedere Mariet-
ca
ricchissima penalizzata da orari d’aper-
Donatello , «Protome Carafa», 1455 ca., Napoli, Museo Archeologico Nazionale, foto Luciano Pedicini
ta Strozzi (Desiderio da Settignano, 1464,
tura improponibili – e un’altra biblioteca,
quella dell’Istituto Nazionale di Studi sul
Rinascimento, con altri orari, ha sede nel
palazzo… Alla Strozzina, aperta nel 2007 e
parte della Fondazione, non è mai appro-
data una mostra in grado di imporsi alla
nostra distratta attenzione – non è un’al-
tra scommessa perduta, quella di Firenze
con l’arte contemporanea? Basterebbe co-
ordinare sotto un’unica egida tutto quel
che vive nel palazzo per ottenere qualcosa
da Berlino) accanto a Giovanni di Cosimo
e
forse per i parigini avrà un senso vedere
opere normalmente lontane, nonostante
scultura del Rinascimento fiorentino con
rarsi sommersa. Altre imprese donatellia-
(Mino da Fiesole, 1454 circa, dal Bargello)
le antichità classiche. Un tema tanto infla-
ne valgono da sole il prezzo del biglietto:
o
a Giovanni Chellini (Antonio Rossellino,
la taglia monumentale sconsiglierebbe il
trasporto di molti pezzi. A un fiorentino
che volesse vedere un po’ di Quattrocen-
to, consiglieremmo invece di tornare al
Carmine, o all’Opera del Duomo per la
Porta del Paradiso restaurata.
La prima sala ha una struttura troppo
schematica: due pareti dovrebbero spiega-
zionato quanto difficile da trattare, se non
la Madonna Pazzi (1420-’25, da Berlino),
1456, dal V&A) è un’esperienza irripetibi-
si verifica puntualmente chi conosceva co-
con la sua delicatezza orientale, il Tondo
le. Ma basta recarsi ogni giorno al secon-
sa. Il discorso ha un senso, per esempio,
Chellini (dal Victoria and Albert, 1450 cir-
do piano del Bargello, se lo si trova aperto,
quando si parla di monumenti equestri,
ca) – che esporre e illuminare peggio non
per avere emozioni comparabili.
genere impensabile senza l’eccitazione
che tanti provavano davanti al Marco Aure-
lio o leggendo le fonti. La Protome Carafa,
unico resto di un monumento funebre per
culturalmente più vitale.
Almeno l’Odeon, l’unico barlume di ci-
nema d’essai rimasto in città, programma
di
re
lo svolgimento del gotico e del classici-
Alfonso d’Aragona, è forse la sorpresa più
MUSEI INTERIORI
erano stimolati in una forma di educazione
smo trecentesco, e il culmine visivo sono
gradita della mostra: in libera uscita dal
permanente, solo che a fornirne la materia
le formelle del concorso del 1401. Così
qui erano opere sontuose nei colori e nelle
un
ciclo di proiezioni in relazione alle mo-
sembra che il nuovo si produca con la
sommatoria dei fatti stilistici del passato.
L’effetto spettacolare della seconda sala è
invece garantito dalle opere esposte: sulla
parete di fondo spiccano, coi loro quasi
tre metri di altezza, il San Matteo del Ghi-
berti (1419-’22), da Orsanmichele, e il San
Ludovico di Tolosa di Donatello
Museo Archeologico di Napoli, questo bo-
lide donatelliano a forma di testa di caval-
stre del secondo piano del palazzo miche-
lozziano, e qui troviamo La primavera del
Rinascimento La scultura e le arti a Firenze
1400-1460 (fino al 18 agosto, a cura di Bea-
trice Paolozzi Strozzi e Marc Bormand, ca-
talogo Mandragora, pp. 347, € 39,00). Mo-
stra che andrà al Louvre dal 26 settembre,
lo nitrisce gonfiando ogni sua vena. A farle
Il lessico famigliare
dimensioni, misteriose per il tipo di figure,
capaci di sollecitare l’immaginazione ben
compagnia è venuto (dal museo dell’uni-
oltre il tempo della visita. L’inquietudine per
versità di Padova) il Modello in gesso della
la
mancanza di ombre nelle figure delle
testa del Gattamelata.
tavole del Duecento e del Trecento – chi non
Nelle sale a seguire si fatica molto a tro-
vare una coerenza, titoli generici – Pittura
ha
ombra non ha materia, non esiste – si
trasferito di Cataluccio agli Uffizi
scolpita, La storia in prospettiva, La diffu-
(1422-’25), da Santa Croce. Que-
sione della bellezza… – sembrano suggeri-
st’impassibile scultura si giova ora
re che si è accorpato il materiale senza vo-
di
un restauro accurato e leggero,
ler riflettere sui nodi critici che pongono le
ed
è l’epicentro di una mostra che
opere e anche l’appeal didattico sfuma.
dopotutto presenta ben diciasset-
Nella Madonna Trivulzio di Filippo Lippi
di ALESSANDRA SARCHI
te
interventi conservativi – si ac-
(1430-’32), dallo Sforzesco, le integrazioni
cennerà solo di un altro. Funzio-
del nuovo restauro non si distinguono più
●●● La storiografia artistica da Vasari in
na
in sala il contrasto materico tra
dalla superficie pittorica. L’opera è di im-
poi e la letteratura di viaggio, specie quella
il
bronzo nudo (ma ci sono tracce
portanza capitale, il suo stato di conserva-
del Grand Tour, hanno abituato nei secoli i
di
doratura e ageminatura) del-
zione è davvero critico, e un intervento del
lettori a una prosa ricca di dettagli che vanno
l’evangelista e il luccicare spento
del bestione francescano. Di fron-
genere, troppo svelto e insistito, non ci vo-
molto oltre la descrizione scientifica delle
leva. Del tutto superfluo è ammucchiare
opere o le informazioni sui loro autori. A
te
a lui troviamo il pisano Busto di
un Paolo Uccello, un Masaccio e gli affre-
aneddoti, riflessioni di carattere estetico e
San Rossore (1424-’27), e il con-
fronto, qui fra due bronzi dorati,
schi di Andrea del Castagno con le Madon-
filosofico, storie che riguardano il modo in
prolungava nella testa dell’autore bambino
fino allo stadio dove andava per le partite
notturne: anche i calciatori sotto le luci
incrociate dei riflettori non proiettavano
ombre, ma svolazzavano immateriali sul
campo, come gli angeli e i santi dei dipinti
medievali. E da adulto questa fantasia sulle
ombre avrebbe incontrato il celebre libro di
Gombrich dedicato al tema. Nelle sale del
Tre e Quattrocento l’autore,
accompagnando il regista Andrej Tarkovskij,
avrebbe voluto fargli osservare come la
raffigurazione, sullo stesso dipinto, di
episodi avvenuti in tempi diversi li rendeva
straordinariamente simultanei allo
spettatore, mentre il regista russo notava
ne di Nanni di Bartolo e Donatello sempli-
cui chi narra ha avuto modo di conoscere i
riesce a mostrare bene quanto ner-
vosamente naturalista sia stato da
giovane Donatello.
Ma i nostri sono anni in cui è
più lecito innamorarsi di persona-
lità di transizione, come il Ghiber-
cemente per asserire che la scultura ha
tesori d’arte custoditi in collezioni private e
piuttosto l’affievolirsi dello splendore delle
aureole, prodromo di decadenza della fede.
precorso la pittura nell’impostazione pla-
musei costituiscono, da sempre, il sale di
La perplessità di giudizio del padre sul
stica della figura umana. Altrettanto dicasi
testi che altrimenti rischierebbero di essere
della predella di Orsanmichele con San
meri elenchi, dove ci si perderebbe o si
Giorgio e il drago che dovrebbe accendere
finirebbe a sbadigliare anche davanti al più
una sala che non fa altro che accogliere
pirotecnico sforzo verbale di restituire un
ti.
Quell’interpretazione del classi-
opere dove la trattazione prospettica è par-
capolavoro. D’altra parte, i moderni
co
tra il filologico e il favolistico
ticolarmente curata. Siamo contenti di ve-
cataloghi dei musei quando disponibili e
Tondo Doni di Michelangelo – «movimenti
innaturali, figure ambigue» – diventa per
l’autore adulto campo di prova per una
possibile lettura psicoanalitica dell’arte, ma
anche la variante di una iconografia che
risale a Luca Signorelli e alla sua Madonna
che propone lui nell’Arca dei San-
ti Proto, Giacinto e Nemesio
(1425-’28), ben disposta accanto a
dere il Banchetto di Erode di Donatello
attendibili sotto il profilo filologico – e di
(1435) o il San Girolamo nel deserto di De-
molti musei italiani si lamenta l’assenza di
siderio da Settignano (1461), ma solo per-
cataloghi aggiornati o l’assenza tout-court –
con bambino tra gli Ignudi, pure agli Uffizi. Il
libro è anche ricco di notazioni sulle vicende
materiali dell’edificio, sul valore simbolico e
un
sarcofago romano, ci attrae di
ché saremmo dovuti andare a Lille o a
sono strumenti preziosi di conoscenza in
su quel valore di costume di cui oggi si parla
più della vicinanza fra la donatel-
liana Testa di profeta e uno Pseu-
do-Seneca (da Napoli, del I secolo
Washington per vederli, giacché la loro
senso positivista, ma difficilmente
così poco, proprio perché numerosi luoghi
presenza non basta a far quadrare il cer-
contengono il tipo di narrazione che lega
urbani hanno perso la capacità di produrre
chio. Sono opere in cui il marmo si incre-
memoria personale e memoria storica nello
rituali aggreganti. Dell’ingresso da dietro, da
a.
C.). Lungo tutta la mostra si vor-
spa a dare sensazioni acquatiche, e tutta
sforzo di presentarsi davanti alle opere con
rebbe raccontare il rapporto della
la chiarezza del geometra sembra dichia-
delle domande, più che con delle
«LA SCULTURA E LE ARTI» ■ FINO AL 18 AGOSTO, POI DA SETTEMBRE AL LOUVRE
informazioni. In questo senso è, invece,
molto riuscito l’agile libro che Francesco
Cataluccio dedica a uno dei musei più
visitati al mondo, nonché principale museo
Piazza del Grano, apprendiamo ad esempio
che ospitava, un tempo, un chiosco dove si
vendevano panini al lampredotto caldo, e
che lì dovrebbe sorgere la nuova entrata,
progettata fin dal 1998 dall’architetto
giapponese Arata Isozaki, e mai costruita fra
di
Donatello e il Quattrocento:
Firenze, dove l’autore è nato e cresciuto.
Non una guida, non un memoriale, ma l’uno
mille polemiche. Del corridoio vasariano
definito dal padre dell’autore «il cordone
e
l’altro insieme. Memoria degli Uffizi,
(Sellerio, pp. 192, € 14, 00), pur attenendosi
con cura storica e ricchezza di riferimenti
bibliografici alla progressione delle sale del
museo, è un intreccio di percorsi conoscitivi
scalati nel tempo della vita dell’autore e
attraverso le intersezioni che la Storia ha
avuto con la celebre raccolta. La prima
pagina del libro si apre con la rievocazione
ombelicale che ci ha aiutato a liberare la
città», essendo l’unico collegamento
rimasto fra nord e sud, dopo il
bombardamento dei ponti nella seconda
guerra mondiale, ritroviamo un’efficace
quanto spaesante descrizione, nelle parole
di un membro della delegazione giovanile
del partito comunista di Leningrado alla
restauri non sempre e dialoghi, convincenti
quale Cataluccio, slavista, fece da interprete
della visita in età infantile al museo, insieme
e da guida: «sembra di stare dentro la
ai
genitori. Era il rito laico della domenica al
quale l’autore si sottometteva volentieri
insieme al fratello; il prolungamento di quel
lessico famigliare fatto di giochi, indovinelli,
osservazioni e ragionamenti verso i quali
carlinga di un aereo». Agli Uffizi, come in
tutti i musei, il visitatore deve fare la fatica,
ma anche gustare la ricchezza, di costruire
un proprio percorso: Francesco Cataluccio
ci ha proposto, esemplarmente, il suo.