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DALAI LAMA - I Valori della Vita

Prefazione

Capo supremo del Tibet e del buddhismo tibetano, Sua Santità il Dalai Lama é la manifestazione di Chenrezig, il Bodhisattva della Compassione. Studioso e uomo di pace, Sua Santità il Dalai Lama spesso impegnato in viaggi umanitari per risvegliare la coscienza mondiale nei confronti delle immani sofferenze del popolo tibetano, ma anche per divulgare il credo buddhista e diffondere la dottrina della compassione. Nel 1950 il Tibet perse la propria indipendenza a causa dell'invasione dell'esercito cinese e dal 1959, anno in cui gli invasori soppressero con la violenza una sommossa tibetana, Sua Santità vive in esilio nel Dharamsala, in India. Nel 1989 Sua Santità ha ricevuto il premio Nobel per la pace come riconoscimento per la sua lotta nonviolenta in favore della liberazione del Tibet. Dall'inizio del lungo esilio, il Dalai Lama ha incontrato i capi politici e spirituali più importanti del mondo, fra i quali il Presidente Clinton, il primo Ministro John Major, il Presidente Vaclav Havel, Sua Santità Papa Giovanni Paolo, l'Arcivescovo di Canterbury e l'Arcivescovo Desmond Tutu. Con tali personalità Sua Santità ha discusso dell'interdipendenza umana, esponendo le proprie preoccupazioni sul commercio delle armi, sulle minacce ambientali e sull'intolleranza. Sua Santità parla di se stesso come di un semplice monaco buddhista e durante le sue conferenze disarma la platea con la sua semplicità, il suo umorismo e il suo calore. Ovunque vada il suo messaggio è sempre lo stesso:

l'importanza dell'amore, della compassione e del perdono. Il contenuto di questa pubblicazione è stato tratto da alcune conferenze tenute da Sua Santità il Dalai Lama al WembleyAuditorium di Londra nel maggio 1993. In seguito alle numerose richieste, l'Ufficio del Tibet ha deciso di offrire a un pubblico mondiale le parole di Sua Santità.

Nelle sue conferenze, Sua Santità il Dalai Lama alterna la lingua inglese a quella tibetana. La visita in In hilterra del maggio 1993 è stata sponsorizzata da The Tibet Foundation di Londra. L'Ufficio del Tibet desidera ringraziare Jane Rasch e Cait Collins per il lungo lavoro di trascrizione effettuato. I nostri più sinceri ringraziamenti vanno anche a Geshe Thupten Jinpa, traduttore ufficiale di Sua Santità, e a Heather Wardle che, insieme, hanno reso possibile la pubblicazione di questo libro. KESANG Y TAKLA Rappresentante di Sua Santità il Dalai Lama a Londra

1. SODDISFAZIONE, GIOIA E SERENITÀ

In molti mi hanno chiesto di affrontare determinati argomenti e di illustrare il modo migliore per far fronte alle diverse situazioni della vita. Cercherò di spiegare ogni cosa in modo tale che chiunque riesca a capire come

utilizzare le proprie potenzialità per poter superare eventi dolorosi, quali la morte, ed emozioni frustranti, quali la rabbia e l'odio. Logicamente, il mio sistema di autodisciplina segue l'insegnamento buddhista o Buddha Dharma. Sebbene parli per esperienza, mi rendo conto che nessuno ha il diritto di imporre le proprie opinioni a un suo simile e non intendo convincervi che il mio credo e il mio modo di vita siano i migliori. La decisione spetta a voi. Se vi troverete d'accordo su alcuni punti, allora non dovrete fare altro che mettere in pratica ciò che ho affermato, in caso contrario lascerete perdere ogni cosa.

Partendo dal fatto che tutti gli esseri umani desiderano la felicità e vogliono evitare la sofferenza e il dolore, ognuno di noi ha diritto a essere felice e a ricorrere a ogni mezzo, e metodo, per sconfiggere la sofferenza e condurre una vita serena e lieta. Gli strumenti per perseguire questo fine non devono però infrangere i diritti altrui o provocare sofferenza nei nostri simili; è perciò fondamentale soffermarsi qualche istante per considerare le conseguenze negative e positive di tali metodi.

Ognuno di noi deve rendersi conto che esistono sostanziali differenze fra gli interessi e le conseguenze a breve e lungo termine. Nel caso esista un conflitto fra gli interessi a breve termine e quelli a lungo termine, questi ultimi sono da considerarsi i più importanti.

I buddhisti affermano che non esiste l'assoluto e che tutto è relativo, perciò dobbiamo giudicare secondo le circostanze. Le nostre esperienze e i nostri sentimenti sono strettamente collegati al nostro corpo e alla nostra mente. Tutti conosciamo l'importanza della felicità mentale, che ci permette di affrontare con maggiore facilità momenti tristi e dolorosi. La convinzione dell'era moderna, secondo la quale tutti i problemi dell'umanità si possono risolvere ricorrendo alla tecnologia e ai beni materiali è, a parer mio, completamente errata. Sebbene i beni materiali siano estremamente utili, i nostri problemi non possono essere superati ricorrendo solo ad essi. Il fatto che anche una società materialista sia mentalmente irrequieta e frustrata, dimostra che, dopo tutto, siamo solo esseri umani e i nostri corpi si differenziano dai prodotti puramente meccanici. Dobbiamo perciò pensare intensamente alle nostre capacità interiori e a valori più profondi. Se desideriamo veramente una vita felice allora è importantissimo ricorrere agli strumenti di cui disponiamo sia dentro sia fuori di noi, e cioè impegnarci sia per il nostro sviluppo materiale sia perquello mentale. Volendo, quest'ultimo termine può essere sostituito da "sviluppo spirituale", tenendo però ben presente che con "spirituale" non ci si riferisce ad alcun credo religioso, bensì alle buone qualità dell'uomo: amore, partecipazione, disciplina e intelligenza guidata da buone motivazioni. Sono qualità innate in ciascuno di noi, a differenza della fede religiosa, che rappresenta una conquista individuale. Per quanto riguarda quest'ultima, è necessario distinguere due livelli di insegnamento religioso. A un primo livello, gli insegnamenti religiosi ci parlano

di Dio, dell'Onnipotente o, nel caso del buddhismo, del Nirvana e della prossima vita. Ma a un secondo livello, tutti gli insegnamenti religiosi ci spronano a comportarci con bontà e amore nei confronti del nostro prossimo, rafforzando quelle qualità innate in ogni essere umano.

A esclusione di chi è affetto da malattie mentali, tutti gli esseri umani possiedono le stesse potenzialità e il cervello è la fonte della nostra forza e del nostro futuro, a condizione che venga utilizzato in modo corretto. In caso contrario, la nostra mente è in grado di elaborare vere mostruosità. Su questo pianeta gli uomini sono gli esseri senzienti superiori, esseri che non solo sono in grado di costruirsi una vita felice, ma che possono aiutare anche i propri simili. In noi esiste una qualità creativa naturale ed è fondamentale che ognuno di noi impari a conoscerla. Sono convinto che la ragione e la compassione umana coesistano in una sorta di equilibrio. Diventando adulti corriamo a volte il rischio di trascurare gli affetti per concentrarci sul "cervello", ossia sulla razionalità, creando così una situazione di squilibrio. E proprio allora che si verificano veri e propri disastri e avvengono le cose più spiacevoli. Osservando le diverse specie di mammiferi, possiamo renderci conto dell'importanza della natura e dell'esistenza di un potente fattore, che determina una sorta di equilibrio.

Conoscendo il proprio potenziale e avendo fiducia nelle proprie capacità e possibile costruire un mondo migliore. L'esperienza mi ha insegnato quanto sia importante la fiducia in se stessi intesa come consapevolezza delle proprie potenzialità. È soltanto così, infatti, che gli esseri umani possono cambiare, aumentando le loro qualità positive e riducendo quelle negative. Cambiare non significa trasformarsi al cento per cento. Senza un obiettivo da raggiungere. Come possiamo sviluppare buone qualità? I buddhisti definiscono tale potenziale "Natura del Buddha", che costituisce inoltre la fondamentale natura Chiaroveggente della mente. L'insegnamento del Buddha si basa sulle Quattro Sante Verità:

1) l'esistenza del dolore; 2) l'origine del dolore; 3) la distruzione del dolore; 4) la via che conduce alla distruzione del dolore.

Il principio alla base della dottrina buddhista è quello del nesso causale. Ciò che è fondamentale nella comprensione di questo insegnamento basilare è un'effettiva consapevolezza delle proprie potenzialità e la necessità di impiegarle al massimo. Vista in questa luce, ogni azione umana diventa significativa. Per esempio, il sorriso, visto come importante caratteristica del volto umano, sebbene abbia abitualmente una connotazione positiva, a causa dell'intelligenza dell'uomo può essere utilizzato in modo sbagliato. Ed ecco che appaiono i sorrisini sarcastici o quelli di circostanza, che non fanno altro che creare sospetti. Un sorriso sincero e affettuoso è estremamente importante nella vita di tutti i giorni; naturalmente è assurdo aspettarsi sorrisi dagli altri se

noi stessi siamo avari di tale espressione, da cui possiamo dedurre che molti aspetti della nostra vita dipendono dal nostro comportamento.

Vorrei ora parlarvi delle nostre motivazioni e attitudini mentali. Come ho già spiegato, i beni materiali che determinano uno sviluppo positivo possiedono anche un potenziale negativo. Diventa quindi fondamentale usare l'intelligenza

e la capacità di giudizio e avere ben presenti i benefici derivanti dalla felicità a lungo e breve termine.

Fino a un certo livello, persino il nostro corpo può aiutarci. Per esempio,

se dopo aver mangiato un determinato alimento scopriamo di avere problemi di digestione, in futuro eviteremo, per istinto, di consumare ancora quel cibo. Il nostro organismo sembra quindi suggerirci ciò che favorisce il nostro benessere e la nostra felicità e ciò che invece li distrugge. Anche l'improvviso desiderio di un certo alimento non è altro che un messaggio inviato dal nostro organismo circa ciò che si confà alla nostra costituzione e ciò che è da evitare. Sebbene tali indicazioni corporee siano generalmente chiare (in assenza di liquidi ecco che proviamo immediatamente un impellente desiderio di bere),

a volte possono essere confuse. In questi casi entra in gioco l'intelligenza, che

dovrà giudicare ciò che è meglio per noi, giungendo persino a opporsi ai nostri desideri immediati, poiché ne conosce le conseguenze a lungo termine. Il ruolo dell'intelligenza è quindi quello di determinare le potenzialità positive e

negative di un evento, o di un fattore, che possono condurre a risultati positivi

o negativi.

È compito dell'intelligenza, affiancata dalla piena consapevolezza che deriva dall'educazione, giudicare e utilizzare di conseguenza le potenzialità

necessarie per raggiungere il benessere personale.

Esaminando il nostro mondo mentale, scopriamo che esistono innumerevoli stati mentali caratterizzati simultaneamente da aspetti positivi e negativi. Prendiamo in considerazione due generi di condizioni mentali abbastanza simili: la fiducia in se stessi e la presunzione o l'orgoglio. Seppure entrambi siano incoraggianti stati mentali, che conferiscono all'individuo un certo grado di sicurezza e baldanza, la presunzione e l'orgoglio tendono a provocare conseguenze negative, al contrario della fiducia in se stessi.

Esistono anche diversi tipi di ego. Uno è ripiegato su se stesso, incurante dei diritti altrui e addirittura pronto a prevaricare il prossimo con atti di violenza. E questo l'ego negativo. L'altro ego non fa che ripetere: "Devo comportarmi in modo corretto. Devo essere a disposizione degli altri. Devo assumermi le mie responsabilità." Questo forte senso del proprio "sé" si oppone ad alcune delle nostre emozioni negative. A meno che non si possieda una grande fiducia in se stessi, basata sull'amor proprio, è infatti molto difficile opporsi a stati d'animo negativi. Riassumendo, esistono due tipi di ego, e la saggezza o l'intelligenza fanno la differenza. Allo stesso modo dobbiamo essere in grado di distinguere fra un'umiltà autentica e una mancanza di fiducia in se stessi. Sono due

atteggiamenti all'apparenza simili, ma, in realtà, uno è positivo e l'altro negativo. Possiamo trarre un esempio analogo dall'esame dell'affetto e della compassione, da un lato, e da un forte attaccamento, dall'altro. Sebbene gravitino tutti intorno a un oggetto di affetto, il forte attaccamento tende a produrre conseguenze negative, al contrario dell'amore e della compassione. Due stati mentali dalle stesse caratteristiche basilari possono quindi dar luogo a risultati opposti.

Stesso discorso vale per il desiderio. Esiste il desiderio positivo, con adeguate ragioni d'essere, e quello negativo, privo di giuste motivazioni e quindi facilmente fonte di problemi e difficoltà. Esiste poi il desiderio che spinge alla felicità, sia quella presente che quella futura. Dal punto di vista buddhista, il raggiungimento dello "stato di Buddha" ("buddhità") può avvenire solo attraverso un determinato tipo di desiderio. Per esempio, la letteratura buddhista Mahayana cita due desideri o aspirazioni. Una è l'aspirazione a essere di aiuto a tutti gli esseri senzienti e l'altra è l'aspirazione a raggiungere lo stato di Illuminato per poter esaudire la prima aspirazione. Senza questi due tipi di aspirazione, il conseguimento dell'Illuminazione non è possibile. Il desiderio può però dare origine anche a risultati negativi e soltanto il personale appagamento può agire da antidoto. Come sempre, fra i due estremi, il giusto mezzo è quello da seguire. Perciò, se il desiderio ci spinge verso un estremo, la nostra intelligenza ha il compito di riportarci al centro.

L'appagamento é un fattore fondamentale per il raggiungimento della felicità. La salute del corpo, la ricchezza materiale e le persone care sono tre importanti fattori per la conquista della felicità e l'appagamento é l'elemento chiave che determina il nostro rapporto positivo con essi.

Per quanto riguarda il corpo, é risaputo che un eccessivo attaccamento ad esso a volte dà origine a gravi problemi. Per questo la disciplina buddhista impone un rapporto molto particolare con il proprio corpo, considerato come qualcosa di impuro. Per quanto il nostro fisico possa essere esteriormente bello, all'interno permangono liquidi e organi infetti. La pelle copre e nasconde il corpo, che altrimenti sarebbe orribile. Anche gli alimenti più genuini, più saporiti ed esteticamente più appetibili vengono trasformati in sostanze impure; nonostante tutto, non possiamo eliminare questi aspetti negativi del nostro organismo, poiché senza di essi non potremmo sopravvivere. È sempre colpa del corpo se ci ammaliamo, invecchiamo, soffriamo e moriamo, ma nonostante tali difetti il nostro fisico é estremamente importante, perché sede dell'intelligenza che ci permette di realizzare grandi cose. Quando l'attaccamento al proprio fisico diventa eccessivo, é quindi di grande aiuto meditare sugli aspetti impuri del corpo, particolarmente sulla sua origine, la sua costituzione e le sue funzioni, così da avere una visione più realistica e moderata. Allo stesso modo, quando il nostro atteggiamento nei confronti dei beni materiali é malsano, può condurre a un eccessivo attaccamento a ciò che ci

appartiene e quindi a un'incapacità di provare soddisfazione, spinti dal desiderio di possedere più di ciò che abbiamo già. Nonostante le ricchezze materiali, saremmo terribilmente poveri, poiché povero é colui che soffre perché non possiede ciò che desidera e ne sente la mancanza. Si tratterebbe di una povertà mentale, che spingerebbe ognuno di noi a volere sempre di più. D'altro canto, il possesso materiale contribuisce al benessere della società e della comunità.

Perché ci sia progresso e sviluppo materiale é necessaria una certa dose

di quella che amo definire una sana competizione. Con quest'ultimo termine

intendo una gara amichevole che agisca come fattore stimolante per la crescita

e il progresso e non certo una competizione violenta e aggressiva volta alla distruzione dei propri rivali.

A parer mio, nel buddhismo esiste una sorta di parallelismo fra il bisogno

di sviluppo materiale e quello spirituale. Alla base del cammino del praticante

buddhista vi sono i Tre Gioielli: il Buddha, il Dharma e il sangha (la comunità spirituale). Il Buddha, essendo un essere illuminato, é estremamente difficile da

emulare. Possiamo trarre ispirazione dal Buddha, ma non possiamo competere con lui, mentre se ci rivolgiamo al sangha possiamo trovare compagni spirituali impegnati, come noi, nel duro cammino verso l'Illuminazione. Riflettere sulle qualità del sangha può essere d'aiuto, poiché ci fa sentire

in grado di competere con gli altri. In questo caso si tratta di una sana

competizione e, al contempo, di un'emulazione, poiché il cercare di imitare chi

é più avanti di noi nel cammino verso l'Illuminazione ci aiuterà ad acquistare fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità.

La letteratura buddhista cita cinque tipi di oggetti del desiderio: la forma, il suono, gli odori, i gusti e le sensazioni tattili.

A seconda di come noi utilizziamo la nostra intelligenza, da questi oggetti

di piacere possono scaturire la felicità, la soddisfazione e l'appagamento, o il

dolore e l'insoddisfazione.

Come nel caso dei beni materiali, i rapporti con amici e compagni sono caratterizzati da diverse potenzialità. Un determinato tipo di interazione con il proprio prossimo può dare origine ad altra sofferenza, frustrazione e insoddisfazione, mentre un altro tipo di interazione può generare felicità, soddisfazione e appagamento. Ancora una volta, il risultato delle nostre interazioni dipende dall'applicazione dell'intelligenza.

Un'altra questione importante riguarda i rapporti sessuali, intesi come manifestazione fondamentale della natura umana, poiché senza di essi non esisterebbe la vita. L'obiettivo di ogni rapporto sessuale deve essere la

procreazione; la ricerca del piacere passa quindi in secondo piano, lasciando spazio alla responsabilità e all'impegno. Gli uomini dovrebbero prendere ad esempio alcune specie animali, che fondano i loro rapporti esclusivamente su

di un senso di responsabilità e si uniscono per la vita. Trovo tutto ciò stupendo.

Esistono però anche animali, come il cane, che ricercano il rapporto sessuale esclusivamente per il piacere che ne deriva, lasciando alla femmina ogni responsabilità nei confronti degli esseri procreati: un atteggiamento che ritengo orribile. Come esseri umani dobbiamo seguire la nostra natura, ma come esseri civili non dobbiamo considerare il sesso unicamente come un mezzo per appagare temporaneamente un desiderio. Sesso significa anche responsabilità e matrimonio. Spesso mi trovo a dover rispondere a domande sul matrimonio e, pur non avendo alcuna esperienza, sono ormai convinto che sposarsi con troppa fretta sia estremamente pericoloso. Prima di pronunciare il fatidico "sì" é necessario conoscersi a fondo per capire se chi vogliamo sposare è veramente l'uomo, o la donna, della nostra vita. L'estrema libertà sessuale dei tempi moderni non aiuta certo la vita familiare, inoltre, la cultura moderna tende a infarcire di sesso ogni cosa. D'altro canto, se paragoniamo il sesso alla violenza, allora ben venga il sesso! Ma succede sempre più spesso che sia proprio il sesso a generare violenza e, d'altronde, sono convinto che questi due elementi siano profondamente legati.

Sebbene la vita sessuale della coppia debba avere come fine ultimo la procreazione, il controllo delle nascite é di importanza fondamentale. Dal punto di vista buddhista, la vita va naturalmente difesa a ogni costo, nonostante si debba riconoscere che la popolazione mondiale sta aumentando a dismisura. Cinque miliardi di persone potrebbero forse sopravvivere dignitosamente se tutte le risorse naturali venissero sfruttate in modo adeguato e, in questo caso, potremmo arrivare persino a sette o otto miliardi, stando alle parole degli scienziati. Ma un mondo meno popolato sarebbe più pacifico e le popolazioni vivrebbero in maggiore armonia. Per questo torno ad affermare che dobbiamo impegnarci nel controllo delle nascite per il bene di tutta l'umanità.

Riassumendo, il nostro comportamento nella vita di tutti i giorni rappresenta il fattore chiave per stabilire se i nostri beni materiali e rapporti con gli altri producono un'autentica e duratura soddisfazione. Molto dipende dal nostro atteggiamento, che é subordinato alla motivazione.

Nella letteratura buddhista, la vita umana è vista come forma positiva di esistenza o di rinascita. Fattori quali il benessere fisico, il possesso di cose materiali, la longevità e l'eloquenza, che permette una più facile comunicazione fra esseri simili, concorrono a creare un'esistenza favorevole; ma, come sottolineato in precedenza, il fatto che tali condizioni conducano a una vita più felice o infelice dipende da come applichiamo la nostra intelligenza. A questo riguardo, la letteratura buddhista cita la pratica delle Sei Perfezioni. Per esempio, secondo il buddhismo, la generosità nei confronti del proprio prossimo è considerata fonte di ricchezza. Ma per poter donare agli altri è innanzitutto necessario possedere una solida disciplina etica, chiari principi e una particolare concezione della vita, qualità acquisibili soltanto per chi possiede la capacità di affrontare e superare le circostanze avverse dell'esistenza. Per fare ciò è necessario impegnarsi e sforzarsi a fondo,

concentrandosi sugli avvenimenti, le azioni e gli obiettivi. Fondamentale diventa l'abilità individuale di giudicare, di distinguere fra ciò che è desiderabile e ciò che non lo è, ciò che è negativo e ciò che è positivo.

Al fine di attuare nella vita di tutti i giorni i principi stabiliti dalla pratica delle Sei Perfezioni, la religione buddhista suggerisce di vivere osservando quella disciplina etica che si fonda sui Dieci Precetti, o sulle Dieci Azioni Negative da Evitare. Escludendo una di queste Dieci Azioni Negative, che trova un senso all'interno di una credenza religiosa, le altre nove Azioni Negative sono praticamente comuni a tutte le tradizioni religiose, poiché vengono considerate negative per la società in generale, a prescindere da qualsiasi credo.

In conclusione, possiamo affermare che dal nostro comportamento e atteggiamento mentale dipende quella buona condotta che può dare alla nostra vita maggiore significato, rendendola costruttiva e serena.

2. COME AFFRONTARE SERENAMENTE LA MORTE

Affrontare la morte in modo sereno non è semplice. Generalmente due sembrano gli atteggiamenti che gli uomini tendono ad assumere al pensiero della morte e della sofferenza. Il primo è quello di cercare di evitare completamente il problema, di scacciarlo dalla mente, sebbene tale realtà sia sempre presente e non venga minimizzata. Il secondo è quello di affrontare la questione, analizzarla, cercare di familiarizzare con essa e convincersi che fa parte della vita di tutti gli esseri umani.

Ho già affrontato l'argomento "corpo" e "malattia". La malattia non è un qualcosa di eccezionale; é un fatto naturale della vita che si manifesta a causa della presenza del corpo. Naturalmente, tutti noi abbiamo il diritto di cercare di evitare il dolore e la malattia, ma se quest'ultima, indifferente ai nostri sforzi, sopravviene ugualmente, è meglio imparare ad accettarla. Mentre cerchiamo di curarla, la nostra mente non deve essere assillata da altre preoccupazioni. Come ha affermato il grande saggio indiano Shantideva: "Se esiste il modo per superare la malattia, allora non c'è motivo di preoccuparsi; se la malattia è incurabile, allora preoccuparsi non serve a niente." Un simile atteggiamento mentale può essere di grande aiuto.

E ora parliamo della morte. La morte fa parte della nostra vita e, che ci piaccia o meno, prima o poi colpisce ognuno di noi. Invece di evitare di pensarci, e quindi meglio cercare di comprenderne il significato. Al sentir parlare di decessi e omicidi, molti sembrano pensare che la morte riguardi soltanto gli altri e che loro ne siano immuni. un atteggiamento sbagliato. Tutti gli esseri umani hanno un corpo di carne e ossa e tutti seguiremo lo stesso destino. Naturalmente c'è una grande differenza fra morte naturale e morte accidentale, ma comunque sia, prima o poi, tutti dovremo

morire. Se riusciremo ad accettare la morte come parte integrante della vita, sarà più facile farvi fronte.

Come ho già accennato, esistono due diversi approcci nei confronti di questo problema. Uno cerca semplicemente di cancellarlo evitando di pensarci. L'altro, decisamente migliore, spinge ad affrontarlo al fine di prenderne coscienza. Quando la nostra vita viene sconvolta da eventi drammatici, alcuni di noi reagiscono lasciandosi andare, diventando vittime della depressione, della paura, dell'ansia, della frustrazione e giungendo, in casi estremi, persino al suicidio; altri, proprio per la tragicità dell'evento, divengono più realistici, si avvicinano di più alla realtà. Un'esperienza drammatica può renderci più forti e aumentare la fiducia in noi stessi, divenendo fonte di forza interiore. Come ho già detto, il successo della nostra vita e del nostro futuro dipende dalla nostra determinazione e fiducia in noi stessi. Le esperienze più drammatiche possono dare maggiore significato all'esistenza. Chi ha sempre ottenuto ogni cosa con estrema facilità, al più piccolo problema cade in preda alla disperazione, mentre chi per sopravvivere ha dovuto superare momenti di grande drammaticità e sofferenza, non si perde d'animo davanti alle piccole o grandi avversità della vita. Vista in quest'ottica, la sofferenza può essere una buona maestra di vita.

Di ogni cosa è necessario cercare il lato positivo. Ho dovuto abbandonare il Tibet, invaso da truppe nemiche, privato della libertà, colpito dal dolore e dalla sofferenza, e ho trascorso la maggior parte della mia vita, e i miei anni migliori, lontano dal mio paese. Trovare una nota positiva in una situazione così drammatica non è certo facile. Ma, nonostante tutto, posso affermare che a causa di tali disgrazie ho goduto di un altro tipo di libertà, quella che mi ha permesso di incontrare persone di ogni nazionalità e livello culturale e di conoscere scienziati e studiosi di fama mondiale. La mia vita è stata arricchita da tali vicissitudini ed è perciò giusto affermare che anche i terribili eventi che l'hanno segnata hanno dato origine a esperienze positive. Considerare i problemi da questi diversi punti di vista alleggerisce la tensione mentale.

Secondo la religione buddhista, ogni avvenimento è caratterizzato da diversi aspetti che possono essere visti da molteplici e differenti angolazioni. E molto raro, se non impossibile, che un evento sia totalmente negativo e può quindi essere di grande utilità considerarlo da diverse prospettive, per cercarne gli aspetti positivi. Inoltre, per mantenere la propria serenità mentale è molto utile paragonare un evento spiacevole ad altri avvenimenti che ci hanno interessato personalmente o che hanno coinvolto amici e conoscenti.

Ora vorrei cercare di spiegare come affrontare la morte. Buddha ci ha trasmesso i principi delle Quattro Sante Verità, la prima delle quali è l'Esistenza del Dolore. Quest'ultima prende in considerazione tre caratteristiche dell'esistenza, la prima delle quali è la transitorietà.

Parlando della natura della transitorietà bisogna ricordare che esistono due livelli. Uno, banale, riguarda la cessazione della vita o di un evento. Ma la natura transitoria vista in relazione alle Quattro Sante Verità si riferisce a un aspetto più sottile della transitorietà, e cioè al carattere temporaneo dell'esistenza. L'insegnamento di Buddha, relativo agli aspetti più sottili della natura transitoria dell'esistenza, mira a far apprezzare la natura fondamentalmente insoddisfacente della nostra vita. Chi riesce a comprendere in modo corretto l'essenza della transitorietà riuscirà a capire che quest'ultima rivela come ogni essere o evento esistente, risultante da cause e condizioni, dipenda, per la sua esistenza, interamente da cause e condizioni. Inoltre, le stesse cause e condizioni, che hanno prodotto tali esseri o eventi, portano con loro la distruzione e la cessazione di quelle stesse entità. La causa degli eventi contiene quindi anche la loro cessazione e distruzione.

Se riconduciamo quanto detto alla comprensione della natura transitoria dei nostri stessi aggregati, il corpo e la mente, in questo caso la causa è da ricercarsi nel nostro stato di ignoranza mentale, base della nostra esistenza:

possiamo dunquetrarre la conclusione che la nostra esistenza fisica e corporea è governata dalla forza di uno stato di ignoranza mentale.

È soltanto riflettendo sui livelli più banali della transitorietà che si può giungere ad apprezzarne i livelli più sottili. Così facendo, ognuno di noi sarà in grado di confrontarsi e contrapporsi alla propria esistenza eterna, perché è questo afferrarsi alla permanenza che ci spinge ad aggrapparci alle realtà materiali dell'esistenza. Staccandoci da tale "materialità", ci troveremo in posizione migliore per apprezzare il valore di ogni sforzo effettuato per la nostra vita futura.

Nella religione buddhista, la consapevolezza della morte e della transitorietà è considerata particolarmente importante, in quanto lo stato mentale al momento della morte influisce in modo determinante sulla forma di rinascita di ogni individuo. Sebbene lo scopo principale dell'acquisizione della consapevolezza della transitorietà sia quello di allenarsi mentalmente per far sì che al momento della morte ci si trovi in uno stato mentale tale da assicurare una rinascita positiva, i benefici sono molteplici. L'individuo che giunge ad avere piena consapevolezza della morte, quando si trova ad affrontarla riesce a mantenere la propria presenza mentale. Secondo il buddhismo tantrico, lo stato mentale che si esperimenta in punto di morte è estremamente sottile e inoltre, a causa di tale sottigliezza del livello di consapevolezza, possiede un forte impatto sulla continuità mentale dell'individuo. La pratica tantrica pone grande enfasi sulle meditazioni e sulle riflessioni sul processo di morte, così che, al momento del trapasso, l'individuo non solo possa mantenere la propria presenza mentale, ma riesca anche a utilizzare la consapevolezza acquisita per affrontare il viaggio finale. Ecco perché molte meditazioni tantriche si accentrano sulla riflessione della dissoluzione degli elementi che la persona sperimenta in punto di morte.

Infatti, secondo la religione tantrica, l'intero processo dell'esistenza viene riassunto in tre stadi: quello della "morte", quello "intermedio" e quello della "rinascita". Questi tre stadi dell'esistenza vengono considerati come stati o manifestazioni della coscienza e delle energie che accompagnano o spingono la coscienza, dato che lo stato intermedio e la rinascita non sono altro che diversi livelli della coscienza sottile e dell'energia.

Un esempio di stati fluttuanti lo ritroviamo nell'esistenza quotidiana, caratterizzata da tre stadi: un ciclo di sonno profondo, un periodo di veglia e un ciclo di sogno.

Nel citare alcune distinzioni effettuate dalla letteratura tantrica fra i livelli sottili e grossolani di coscienza e di mente, ritengo sia importante ricordare ciò che si intende per "coscienza mentale". Quando si parla della sesta coscienza mentale, molte persone pensano che esista una sorta di coscienza autonoma, totalmente indipendente dagli stati corporei, che equivalga, in un certo senso, all'anima. Ma non è così. Se esaminassimo il nostro mondo mentale, sono convinto che scopriremmo che la maggior parte dei nostri stati e funzioni mentali hanno correlazioni fisiche. Non solo la coscienza sensoria, ma anche quella che definiamo coscienza mentale ha fondamenta fisiologiche ed è intimamente legata agli staticorporei, proprio come sostengono gli scienziati quando affermano che il cervello e il sistema nervoso rappresentano le basi fisiologiche principali della nostra esperienza cosciente.

Ecco quindi che quando gli stati corporei cessano, cessano anche le funzioni mentali. Ciò che in realtà ci si chiede è come sia possibile che da determinate sostanze fisiche o stati fisiologici sorga uno stato di consapevolezza. La letteratura buddhista, particolarmente quella tantrica, introduce a questo riguardo lo stato di Chiaroveggenza, considerato indipendente da una base fisiologica. Tale stato di Chiaroveggenza mentale costituisce il livello più sottile di coscienza e, quando interagisce con la base fisiologica, dà origine agli eventi coscienti e cognitivi. Siamo in possesso di alcune prove sull'esistenza di tale stato mentale di Chiaroveggenza. Per esempio, all'interno della comunità tibetana in esilio si sono verificati casi di persone dichiarate clinicamente morte, le cui funzioni cerebrali erano quindi cessate ma la cui decomposizione corporea ebbe inizio soltanto dopo parecchi giorni. Il mio tutore, Kyabje Ling Rinpoche, dal giorno della morte clinica, mantenne un corpo fresco e intatto per tredici giorni. La religione buddhista spiega tale fenomeno affermando che, a quello stadio, l'individuo non è ancora morto, ma nel processo di morire. Sebbene il ra porto mentecorpo abbia cessato di esistere a livello grossolano, esiste ancora a livello sottile. Il Guhyasamaia Tantra parla di un processo di dissoluzione dal quale si raggiunge lo stato di Chiaroveggenza attraverso un ciclo contrario, che, una volta conseguito un determinato stadio, genera una nuova vita definita

rinascita. A quel punto permane lo stato di rinascita e l'individuo attraversa nuovamente un processo di dissoluzione. In un certo senso, la morte si trova a uno stadio intermedio quando gli elementi si dissolvono nella Chiaroveggenza e da là rinascono in un'altra forma. La morte non è quindi nient'altro che una serie di punti intermedi, fino a quando i diversi elementi fisiologici del soggetto si dissolvono nel punto di Chiaroveggenza.

Per quanto concerne l'effettivo processo di dissoluzione, la letteratura parla di diversi stadi con relative indicazioni. Per esempio, nel caso della decomposizione dei livelli più grossolani degli elementi, esistono sia segni interiori che esterni. Quando si tratta di elementi sottili, esistono soltanto indicazioni interiori, quali le visioni. Gli scienziati che conducono studi sulla morte mostrano un interesse sempre crescente nei confronti delle descrizioni dei processi di dissoluzione, soprattutto per quanto concerne i sintomi interiori ed esterni.

Come buddhista, ritengo sia molto importante essere a conoscenza delle ricerche scientifiche in corso, ma giudico altrettanto importante essere in grado di distinguere i fenomeni che restano al di là di una possibile verifica scientifica e quelli che possono essere confutati da tali metodologie. Come buddhista sono pronto ad accettare le conclusioni alle quali perviene la scienza attraverso i propri studi. Quando la morte diventa un evento familiare di cui si conoscono i processi e i segni interiori ed esteriori, si è finalmente pronti ad affrontarla. Per quanto mi riguarda, non sono affatto sicuro che, quandogiungerà la mia ora, riuscirò a mettere in pratica tutto ciò che ho imparato. Eppure, quando penso a quel momento, in me si risveglia una certa eccitazione: non provo paura, bensì curiosità, sentimento che mi rende più facile accettare la morte. Se morissi oggi la mia unica fonte di preoccupazione sarebbe il Tibet, la sua cultura e i sei milioni di tibetani i cui diritti sono a tutt'oggi calpestati. Al di là di questo, non temo la morte, anche se, quando sopraggiungerà, questi lunghi anni di preparazione potrebbero rivelarsi vani. Ma spero proprio di no!

Comunque sia, ritengo questo approccio mentale per affrontare la morte estremamente utile, poiché, anche se non esistesse una nuova vita, ci avrebbe aiutato a placare la paura che, inevitabilmente, suscita la morte. E se la paura diminuisce, è possibile prepararsi meglio. Proprio come in guerra, dove senza alcuna preparazione le possibilità di vittoria sono minime, ma con un buon addestramento si può opporre una strenua difesa. Se ognuno di noi riuscisse a prepararsi adeguatamente, al sopraggiungere della morte riuscirebbe a mantenere la propria pace mentale più facilmente, pace mentale che rappresenta una garanzia immediata di rinascita positiva.

Per quanto riguarda ciò che ci aspetta dopo la morte, la dottrina buddhista parla di tre regni di esistenza, tecnicamente denominati "il regno della forma", "il regno senza forma" e "il regno del desiderio".

Sia il regno della forma che quello del desiderio sono caratterizzati da uno stadio intermedio che precede la rinascita, definito "stato intermedio". Sebbene il momento della morte ci offra una grande opportunità per utilizzare il livello più sottile di coscienza, trasformandolo nel cammino verso la saggezza, anche se non siamo in grado di afferrare correttamente tale opportunità, esiste uno stato intermedio che, sebbene più grossolano al momento della morte, é molto più sottile della coscienza al momento della rinascita. Abbiamo quindi a disposizione un'altra opportunità, e se non riusciamo ad afferrare nemmeno questa, ci aspettano la rinascita e un ciclo continuo. Per afferrare quella meravigliosa opportunità che ci viene offerta al momento della morte e, dopo quest'ultima, durante lo stato intermedio, dobbiamo innanzitutto imparare ad approfittare di tali momenti. Con questo fine, il buddhismo insegna alcune metodologie che permettono al soggetto di applicare determinate tecniche meditative durante gli stati di sogno, sonno profondo e veglia.

In conclusione, qualunque sia la fede religiosa, é fondamentale affrontare

la morte con mente serena, abbandonando ogni sentimento di rabbia, odio o

rancore. Sono convinto che persino gli atei si rendano conto di quanto sia più semplice e piacevole passare a miglior vita in modo tranquillo. Inoltre, per coloro che credono al paradiso è sicuramente meglio lasciare questo mondo terreno pensando fiduciosamente al proprio Dio o, comunque, a forze superiori.

Per i buddhisti e i seguaci di altre religioni indiane, che accettano la rinascita o

la teoria del karma, uno stato mentale virtuoso al momento della morte è

sicuramente auspicabile.

3. COME AFFRONTARE LA COLLERA E LE ALTRE EMOZIONI

La rabbia e l'odio sono fra i nostri amici più intimi. Da giovane avevo un rapporto conflittuale con la rabbia, poi, utilizzando il buon senso e con l'aiuto della compassione e della saggezza, mi sono reso conto di quanto l'ira fosse negativa e ora riesco a gestirla e dominarla in modo positivo. Poiché l'ho provato in prima persona, posso dire che chiunque di noi, sforzandosi e impegnandosi, può cambiare. Naturalmente il cambiamento richiede un certo lasso di tempo e per cambiare e imparare ad affrontare ogni

sorta di emozioni é fondamentale analizzare quali pensieri sono utili, costruttivi e benefici. Da una parte individueremo i pensieri che ci rendono più calmi, rilassati, che ci consentono di trovare una certa serenità mentale e dall'altra quelli che determinano stati di agitazione, paura e frustrazione. Si tratta di un'analisi simile a quella che potremmo condurre nei confronti di elementi esterni quali, per esempio, le piante. Alcune piante, fiori e frutti sono benefici per l'uomo che

li utilizza abitualmente; altri, velenosi o comunque dannosi per la nostra

salute, vengono invece accuratamente evitati, se non addirittura distrutti. Fra quanto abbiamo appena affermato e il mondo interiore esiste una certa analogia. Parlare del "corpo" e della "mente" e' troppo semplicistico, poiché così come nell'organismo vi sono miliardi di particelle diverse, così

esistono innumerevoli pensieri e stati mentali. È quindi importante imparare a distinguere gli stati mentali benefici da quelli dannosi.

Buddha ci ha trasmesso i principi delle Quattro Sante Verità, che formano la base del Dharma del Buddha. La Terza Santa Verità è la cessazione, l'estinzione del desiderio e della passione (nirvana). Secondo Nagarjuna, con nirvana si intende lo stato mentale o la qualità mentale che, attraverso la pratica e l'impegno, pone fine a tutte le emozioni negative. Nagarjuna definisce il vero nirvana una condizione in cui l'individuo raggiunge un perfetto stato mentale, privo degli influssi di pensieri ed emozioni negative. Secondo il buddhismo, tale stato di annullamento del desiderio costituisce un autentico Dharma e pertanto rappresenta il rifugio agognato da tutti i buddhisti. Buddha diventa meta di rifugio, degno di rispetto, poiché è riuscito a realizzare tale stato. Il rispetto e l'adorazione per il Buddha non nascono quindi dal fatto che quest'ultimo è una persona speciale, ma perché ha realizzato lo stato di vera estinzione del desiderio.

Allo stesso modo, la comunità spirituale, o sangha, viene considerata meta di rifugio, poiché i suoi membri sono individui che si sono già incamminati, o sono in procinto di farlo, sul sentiero che conduce al nirvana.

Lo stato di estinzione del desiderio deve essere inteso come uno stato mentale libero, purificato daemozioni e pensieri negativi grazie all'applicazione

di antidoti e forze opposte. Il vero nirvana è uno stato mentale e i fattori che

conducono ad esso sono anch'essi funzioni della mente. Inoltre, poiché la base sulla quale avviene la purificazione è un continuum mentale, la comprensione della natura della mente è fondamentale per la pratica buddhista. Questo non significa che tutto ciò che esiste è semplicemente una proiezione della mente e che esiste soltanto la mente. Ciononostante, vista l'importanza della comprensione della natura della mente nella religione buddhista, spesso il buddhismo viene descritto come "una scienza della mente".

Generalmente, nella letteratura buddhista, un'emozione o un pensiero

negativo viene definito come "uno stato che provoca un turbamento mentale"

e viene considerato come un fattore che determina infelicità e agitazione.

L'emozione in generale non è necessariamente qualcosa di negativo. Durante una conferenza alla quale hanno preso parte numerosi psicologi e neuropsicologi, si è giunti alla conclusione che persino i Buddha provano emozioni, intese secondo la definizione elaborata da numerose discipline scientifiche. Perciò il karma (compassione o amore infinito) può essere definito come una sorta di emozione.

Esistono naturalmente emozioni positive e negative; queste ultime sono quelle che fanno insorgere un immediato senso di infelicità o disagio e che, alla lunga, determinano particolari azioni, che colpiscono e fanno soffrire il nostro prossimo e, in ultima analisi, noi stessi.

Fra le emozioni negative figura la rabbia, di cui si possono distinguere due tipi, uno dei quali potrebbe essere trasformato in un'emozione positiva. Per esempio, se una persona ha un effettivo motivo di preoccupazione nei confronti di un altro individuo e quest'ultimo non bada ai consigli e avvertimenti ricevuti, a quel punto l'unica soluzione possibile per fermare le malefatte di quella persona è intervenire di prepotenza. Sulla base di una

motivazione compassionevole, in alcuni casi la collera può essere utile, poiché

ci permette di sviluppare maggiore energia e di agire prontamente.

Abitualmente, l'ira conduce però all'odio, sentimento sempre e comunque negativo. È mia abitudine analizzare la rabbia su due livelli: quello umano e quello buddhista. Dal punto di vista umano possiamo osservare le fonti della nostra felicità: il benessere fisico, il possesso di beni materiali, la vicinanza di persone amiche. Per quanto riguarda la salute fisica, le emozioni negative, quali l'odio, sono deleterie. Per preservare il benessere fisico l'atteggiamento mentale é fondamentale. In qualsiasi situazione, anche nelle peggiori, bisogna cercare di mantenere la calma. Restando calmi la pressione sanguigna si mantiene a livelli normali e il fisico ne risente positivamente.

Sebbene non sappia spiegarlo scientificamente, posso affermare che, con

il passare degli anni, le mie condizioni fisiche migliorano. Poiché non ho

cambiato medico, medicine e regime alimentare, ne deduco che questo miglioramento è dovuto al mio stato mentale. Come ho già detto, da ragazzo ero alquanto irascibile e tendevo ad attribuire tale difetto al fatto che anche mio padre avesse un carattere focoso, come se l'ira facesse parte del patrimonio genetico trasmesso dai genitori ai figli. Ma ora, con il passare del tempo, posso affermare con tutta onestà di non provare odio contro nessuno, nemmeno contro i cinesi, responsabili della povertà e della miseria del popolo tibetano.

Alcuni dei miei più cari amici hanno la pressione alta, eppure non hanno mai sofferto di particolari disturbi e vivono sereni e tranquilli. Altri amici, che vivono circondati dal lusso e dalle comodità della vita moderna, non fanno che lamentarsi. Nonostante la loro ricchezza materiale, non sanno cosa sia la calma

o la tranquillità mentale e trascorrono la loro esistenza a preoccuparsi anche

del più lieve "mal di pancia". La tranquillità mentale è quindi un fattore

fondamentale per il benessere fisico. Se non vi sentite in forma, prima di andare dal medico, guardate in voi

stessi. Cercate di utilizzare le vostre potenzialità. Oltretutto, costa decisamente

meno!

La seconda fonte di felicità è rappresentata dai beni materiali. Quando mi sveglio con la luna storta e do un'occhiata all'orologio, il mio umore non cambia. Quando invece aprendo gli occhi mi sento allegro e felice, ecco che anche il mio orologio mi sembra bellissimo. Eppure è sempre lo stesso! E chiaro che la differenza proviene dal mio atteggiamento mentale, dal quale dipende quell'autentica soddisfazione che ci può derivare, o meno, dai beni materiali.

Se la nostra mente é dominata dalla collera, chi ne farà le spese saranno proprio i beni materiali. Quando ero giovane, mi divertivo a riparare orologi. Spesso mi capitava

di non riuscire a trovare il guasto e di dover provare e riprovare. A volte

perdevo la pazienza e, al colmo della rabbia, buttavo via l'orologio. In quei

momenti, l'ira modificava il mio atteggiamento mentale e, dopo aver agito d'impulso, mi pentivo amaramente per ciò che avevo fatto. Invece di riparare l'orologio, lo avevo ulteriormente danneggiato. Tutto questo per evidenziare ancora una volta quanto sia importante l'atteggiamento mentale per poter utilizzare i beni materiali e trarne soddisfazione e beneficio.

La terza fonte di felicità è rappresentata dalle persone che ci sono vicine. È ovvio che quando si è mentalmente calmi si é franchi e sinceri. Come esempio voglio raccontare un episodio accadutomi circa quindici anni fa. Un certo Phillips, un inglese in ottimi rapporti con il governo cinese ed estimatore di quel popolo, venne a trovarmi a Dharamsala. Mi fece vedere alcuni film sulla Cina e mi illustrò tutti gli aspetti positivi di quel paese. Inizialmente fra noi regnava la più aperta ostilità e disaccordo, poiché le nostre opinioni divergevano completamente. Secondo lui, la presenza cinese in Tibet era un fatto positivo, mentre per me la situazione nel mio paese era drammatica. Come sempre, non provavo emozioni particolarmente negative nei confronti di quell'uomo, poiché attribuivo le sue opinioni all'ignoranza. Con franchezza, continuammo la nostra conversazione. Gli feci notare che quei tibetani che nel 1930 erano entrati a far parte del Partito Comunista Cinese, che avevano partecipato alla guerra cinogiapponese, che avevano salutato gioiosamente l'invasione cinese e avevano collaborato entusiasticamente con i comunisti, lo avevano fatto perché erano convinti si trattasse di un'opportunità unica per favorire lo sviluppo del Tibet, secondo quanto insegnava l'ideologia marxista.

Quegli uomini avevano collaborato con i cinesi fiduciosi e speranzosi. Ma fra il 1956 e il 1957 la maggior parte di loro era stata privata degli incarichi ottenuti dal governo cinese, alcuni erano stati imprigionati e altri erano scomparsi misteriosamente. Spiegai a quell'inglese che i tibetani non sono anticinesi o anticomunisti; io stesso a volte mi considero mezzo marxista e mezzo buddhista. Esposi le mie opinioni con franchezza e lucidità e, lentamente, l'atteggiamento di quell'uomo cambiò in modo radicale. Quel lontano episodio

mi ha fatto capire che, sebbene esistano grandi divergenze a livello umano, é

possibile comunicare e far nascere così sentimenti positivi nella mente del

nostro prossimo.

Personalmente considero sempre le altre persone da un punto di vista umano, siano essi re, presidenti o mendicanti. A quel livello non esiste differenza fra loro, purché si condivida un affetto autentico. Ritengo abbia più valore un sentimento sincero che non la posizione

sociale. Io sono semplicemente un essere umano che, attraverso l'esperienza e una particolare disciplina mentale, ha sviluppato un nuovo atteggiamento. Ma

in ciò che ho fatto non c'è niente di speciale. In voi tutti, che avete

un'educazione migliore della mia e maggiore esperienza, esiste un grande

potenziale per attuare questo cambiamento interiore. Io vengo da un piccolo villaggio tagliato fuori dal mondo, privo di ogni struttura scolastica. Eppure, da quando avevo quindici anni mi sono ritrovato a dover portare sulle spalle un pesantissimo fardello. Ecco perché sono sicuro che in ognuno di voi è latente una grande forza potenziale e che, con un po' di fiducia in voi stessi e un piccolo sforzo, riuscirete ad attuare qualsiasi cambiamento interiore. Se ritenete la vostra vita priva di soddisfazioni, se vi trovate di fronte a delle difficoltà, cercate di vedere il lato positivo di ogni cosa, il suo potenziale. Solo con un po' di fiducia e ottimismo e utilizzando la nostra energia positiva potremo superare le avversità dell'esistenza mortale.

Per quanto riguarda i rapporti con i nostri simili, l'atteggiamento mentale è fondamentale per tutti, anche per gli atei, proprio perché in esso è racchiusa la fonte della felicità. Felicità che è all'interno della vita, ed è indipendente da ogni forma di ricchezza materiale. Chi possiede grandi ricchezze è spesso sommerso dalle preoccupazioni e non desidera altro che aumentare ulteriormente il proprio patrimonio, divenendo così schiavo del denaro. Denaro che, sebbene sia utile e necessario, non è fonte di felicità.

Anche l'educazione, se non giustamente equilibrata, può creare problemi, ansia, avidità, desideri, ambizione, in breve, una sorta di sofferenza mentale. Le amicizie possono diventare, a volte, fonte di preoccupazioni e dispiaceri.

Per raggiungere la felicità è fondamentale minimizzare l'ira e l'odio. Per fare ciò è estremamente importante realizzare la negatività di tali emozioni, soprattutto dell'odio, da me considerato come il nemico per eccellenza. Con il termine "nemico" mi riferisco alla persona o all'oggetto che distrugge direttamente o indirettamente il nostro interesse, fonte di felicità.

Esiste anche un nemico esterno. Per esempio, nel mio caso, il popolo cinese sta distruggendo i diritti tibetani, causando ansietà e sofferenza. Ma per quanto tale nemico possa essere forte, non può distruggere la fonte suprema della mia felicità: la serenità mentale. Il mio paese può essere invaso, i miei averi confiscati, i miei amici uccisi, ma la mia felicità mentale resta inviolata. Fonte suprema di tale felicità è la pace mentale che può essere distrutta solo dalla mia stessa rabbia.

Se possiamo sfuggire o nasconderci a un nemico esterno, lasciando, per esempio, la stanza dove un altro individuo disturba la nostra pace mentale, non possiamo comportarci allo stesso modo con la nostra ira. Ovunque andiamo ci segue implacabile, resta dentro di noi. A meno che non si adotti un metodo particolare, è impossibile sfuggirle. L'odio, o la rabbia, intesa in senso negativo, sono quindi i veri demolitori della pace mentale e per questo rappresentano i nemici da combattere.

Molte persone sono convinte che non sia giusto sopprimere le proprie emozioni e che sia meglio esternarle. A questo proposito ritengo sia necessario

fare una distinzione fra le diverse emozioni negative. Per esempio, esiste un tipo di frustrazione che si sviluppa come risultato di avvenimenti passati e tenuti nascosti, come un abuso sessuale che, coscientemente o inconsciamente, a lungo andare crea gravi problemi. In tal caso è sicuramente meglio esprimere la propria frustrazione. Per quanto concerne invece l'ira, se non cerchiamo di combatterla, resterà in noi, giungendo persino ad aumentare. A quel punto anche il più piccolo contrattempo ci renderà furiosi. Se invece cerchiamo di controllarla, giungerà il giorno in cui riusciremo ad affrontare anche la peggiore delle avversità con calma e tranquillità. Il cambiamento può avvenire con allenamento e disciplina.

Al sopraggiungere dell'ira, è necessario ricorrere a una particolare tecnica che ci aiuterà a mantenere la pace mentale. Innanzitutto, non dobbiamo lasciarci sopraffare dall'insoddisfazione o dalla frustrazione, poiché sono proprio queste ultime la causa di rabbia e odio. Esiste un legame naturale fra causa ed effetto. Una volta verificatesi determinate cause e condizioni, è incredibilmente difficile impedire lo svilupparsi del processo causale. Ciò che possiamo fare è esaminare la situazione per cercare di bloccare il processo causale quando si trova ancora a uno stadio iniziale.

Nel testo buddhista Guide to the Bodhisattva Way of Life (Guida al Bodhisattva, La Via della Vita), il grande studioso Shantideva afferma quanto sia importante evitare di lasciarsi coinvolgere in situazioni che conducono all'insoddisfazione, poiché proprio quest'ultima costituisce il seme da cui erompe l'ira. Questo significa che dobbiamo considerare i nostri beni materiali, gli amici, i parenti e le diverse situazioni da una particolare prospettiva.

Un caso particolare è rappresentato da un nemico, la cui presenza è sicuramente negativa in quanto disturba la nostra serenità mentale. Tuttavia, sotto un altro punto di vista, l'esistenza di una persona ostile ci dà la possibilità di sviluppare pazienza e tolleranza. Per esempio, come buddhista, sono convinto che Buddha abbia sbagliato nel non concederci l'opportunità di utilizzare la tolleranza e la pazienza. Poiché non conosciamo la maggior parte dei cinque miliardi di persone che popolano la terra, abbiamo pochissime possibilità per mostrarci tolleranti e pazienti. Soltanto chi conosciamo e ci è nemico ci offre veramente l'opportunità di esercitare tolleranza e pazienza.

In quest'ottica, il nemico è un ottimo maestro, che ci aiuta a esternare ciò che abbiamo dentro di noi. Lo stesso Shantideva sostiene che i nemici, o chiunque voglia farci del male, sono esseri degni di rispetto e devono essere giudicati come preziosi maestri di vita. A tale affermazione si potrebbe obiettare che i nemici non possono essere considerati degni di rispetto, perchè non hanno nessuna intenzione di giovarci e il fatto che invece ci siano di aiuto è frutto di una pura coincidenza.

Shantideva

si

domanda

inoltre

perché

noi,

in

veste

di

buddhisti

praticanti,

dovremmo,

se

questa

é

la

realtà,

considerare

lo

stato

di

annullamento del desiderio come una meta da perseguire, un rifugio, visto che il nirvana è un semplice stato mentale che non ha nessuna intenzione di aiutarci? Si potrebbe controbattere dicendo che, sebbene quanto affermato sia vero, nello stato di nirvana non é insito alcun desiderio di ferirci, obiettivo che invece si pongono i nostri nemici, esseri che perciò non sono degni di alcun rispetto.

Shantideva ritiene che è proprio quest'intenzione di ferirci che rende il nemico una figura così speciale. Se tale persona non avesse cattive intenzioni nei nostri confronti non la classificheremmo come nemico e il nostro atteggiamento nei suoi confronti sarebbe completamente diverso. Quest'individuo vuole farci del male e proprio quest'intenzione lo trasforma in nemico, che ci dà però l'opportunità di mettere in pratica la pazienza e la tolleranza che abbiamo in noi. Ecco quindi dimostrato che un nemico è veramente un prezioso maestro.

Ragionando in questi termini, riusciremo a ridurre le emozioni mentali negative, in modo particolare l'odio.

Conosco diverse persone convinte che l'ira sia utile perché porta con sé maggiore energia e audacia. Sebbene tutto ciò corrisponda a verità, non ci sono garanzie perché tale ira ed energia non si trasformino, diventando distruttive nei nostri stessi riguardi. È quindi giusto concludere affermando che l'odio e la rabbia non sono emozioni utili.

Mi è stato chiesto se, restando umili, non si corra il rischio che gli altri ne approfittino e, in tal caso, quale atteggiamento bisogna assumere. La risposta è molto semplice: è necessario agire con saggezza e buon senso, senza ira, né odio. Se la situazione è tale da richiedere un'azione da parte di chi è stato offeso, allora è possibile ricorrere a una contromisura, lasciando però sempre da parte ogni sentimento di rabbia e odio. Infatti, chi agisce seguendo il buon senso piuttosto che la collera ottiene risultati indubbiamente migliori. Una contromisura presa in un momento di rabbia può spesso dare esiti negativi. In una società competitiva come quella moderna, a volte è necessario ricorrere a manovre di "controffensiva". Prendiamo ancora una volta come esempio la situazione tibetana. Come ho già affermato, stiamo seguendo la strada della nonviolenza, ma questo non significa che dobbiamo inchinarci all'invasore, accettando il suo colpo di mano e rinunciando a combattere per la libertà. Possiamo raggiungere il nostro obiettivo in modo più efficace, senza rabbia, né odio.

Esiste un altro tipo di tolleranza che consiste nell'addossarsi le sofferenze altrui. Mi riferisco a situazioni in cui, impegnati in determinate attività, ci rendiamo conto delle difficoltà e dei problemi a breve termine, ma siamo convinti che tali azioni avranno un benefico effetto a lungo termine. A causa del nostro atteggiamento, del nostro impegno e desiderio affinché si realizzi

tale giovamento a lungo termine, a volte ci addossiamo, coscientemente e deliberatamente, le difficoltà e i problemi a breve termine.

Per sconfiggere la forza di emozioni negative, quali rabbia e odio, uno dei metodi più efficaci è quello di coltivare emozioni a loro opposte, e cioè amore e compassione.

4. DARE E RICEVERE - Come indirizzare l'amore e la compassione

La compassione è il sentimento più prezioso e meraviglioso che possediamo ed é incoraggiante notare come la natura umana sia fondamentalmente compassionevole e buona. A chi afferma che la natura umana é aggressiva, replico facendo notare come la struttura del corpo umano sia simile a quella di altri mammiferi, il cui modo di vivere è più pacifico di quello umano. Persino le nostre mani sembrano fatte più per accarezzare che per colpire con forza, altrimenti che senso avrebbero le dita? Prova ne è il fatto che il pugile per sferrare un pugno deve piegarle. Sono quindi convinto che caratteristiche simili indichino quanto la nostra struttura fisica determini una natura gentile e compassionevole.

Per quanto riguarda il rapporto sentimentale fra uomo e donna, il matrimonio e il concepimento sono estremamente importanti. Come ho già detto in precedenza, il matrimonio non deve basarsi su un amore cieco o folle, bensì su una approfondita conoscenza del proprio partner, poiché l'unione di due individui deve generare una sorta di senso di responsabilità e non limitarsi a soddisfare un piacere momentaneo.

Per concepire un figlio è necessario possedere un simile atteggiamento mentale. Quando il bambino si trova nel ventre materno, la tranquillità e la serenità mentale della madre influiscono positivamente sullo sviluppo del feto. Allo stesso modo, una madre frustrata o arrabbiata trasmetterà tali emozioni al proprio piccolo, determinandone negativamente lo sviluppo. Fonti autorevoli sostengono che le prime settimane dopo la nascita sono fondamentali, poiché il cervello del bambino è in pieno sviluppo. In quel periodo, le carezze della mamma odi chi la sostituisce sono essenziali, poiché, sebbene il bimbo non sia ancora in grado di capire da chi provengano tali attenzioni, ha comunque bisogno di amore e di affetto, senza i quali il suo sviluppo mentale sarebbe gravemente compromesso. Subito dopo la nascita, la madre avvicina al seno il proprio piccolo. Se tale gesto viene fatto con amore sincero, il bambino si attacca immediatamente, pronto a succhiare il nutrimento materno. Ma se la madre è fredda e distaccata, il piccolo avverte subito tale atteggiamento, giungendo persino a rifiutare il latte. L'atto d'amore scaturisce quindi da entrambe le parti, dando così il via alla nostra vita.

Lo stesso discorso vale per l'educazione scolastica. Un professore che al proprio insegnamento unisce un affetto sincero riesce a raggiungere il cuore

degli studenti e anche le sue lezioni verranno assimilate meglio di quelle di un insegnante altrettanto bravo, ma al quale manca quel trasporto umano. Stessa cosa accade quando, ricoverati in ospedale, troviamo un medico sorridente e gentile che ci mette immediatamente a nostro agio. Indipendentementedalle sue effettive capacità professionali, ci sentiamo tranquilli. Al contrario, il grande luminare, competente ed esperto ma privo di sensibilità umana, ci rende nervosi. Così è fatta la natura umana.

In ultima analisi, riflettiamo sulla nostra vita. Sia da giovani che da anziani dipendiamo dall'affetto degli altri. Nel periodo intermedio della nostra vita, ci sentiamo così sicuri di noi stessi da essere convinti di non avere bisogno dell'amore del nostro prossimo. Ma è proprio allora che è terribilmente importante coltivare e dare affetto. Quando si parla di solitudine metropolitana, non significa che a una persona manchino gli amici, ma gli affetti. Una simile mancanza, a lungo andare, danneggia la nostra salute mentale. Al contrario, chi cresce circondato dall'amore sviluppa in modo più positivo e armonico il proprio corpo e la propria mente. I bambini cresciuti in ambienti privi di calore umano spesso sviluppano atteggiamenti e comportamenti negativi. Inoltre, il corpo umano apprezza la pace mentale e, infatti, le preoccupazioni, le ansie, i timori, influiscono negativamente sulla nostra salute. Tutto questo per sottolineare ancora una volta come il nostro fisico possa crescere e svilupparsi al meglio solo se siamo circondati da amore e affetto sinceri.

L'obiettivo di questa mia lunga disquisizione è dimostrare come la natura umana sia naturalmente compassionevole e come la compassione sia un sentimento necessario che possiamo imparare a sviluppare.

Per quanto concerne il significato esatto di compassione, filosofi e tradizioni culturali ne danno diverse interpretazioni. Alcuni amici cristiani sono convinti che l'amore non possa svilupparsi senza la grazia di Dio e che quindi, per provare amore e compassione, sia necessaria la fede. Secondo la dottrina buddhista, la vera compassione si basa sul riconoscimento del fatto che gli altri, come noi stessi, desiderano la felicità e hanno diritto a sconfiggere la sofferenza. Su questa base ognuno di noi sviluppa un certo riguardo nei confronti del benessere altrui, indipendentemente dall'atteggiamento nei propri confronti. Questa é la compassione.

In molti casi quello che hsi crede amore nei confronti degli amici è in realtà semplice attaccamento, un sentimento che non si basa sulla presa di coscienza che tutti gli esseri hanno lo stesso diritto di essere felici e di sconfiggere la sofferenza, bensì su un'idea di possesso: "il mio amico", "il mio oggetto", qualcosa di buono per "me". Questo non è amore ma attaccamento e lo dimostra il fatto che nel momento in cui l'atteggiamento dell'altra persona nei nostri confronti cambia, ecco che quel rapporto di particolare vicinanza svanisce.

Se invece si tratta di vera compassione, il nostro atteggiamento nei riguardi del prossimo è indipendente dal comportamento di quest'ultimo nei nostri confronti, perché consideriamo gli altri uomini come esseri umani che hanno diritto di sconfiggere il dolore. Se l'oggetto della nostra compassione resta indifferente al nostro comportamento o se ci è addirittura ostile, il nostro atteggiamento non deve mutare in ragione dei diritti altrui. È questa la grande differenza: la vera compassione è incondizionata e basata sulla ragione, mentre l'attaccamento è gretto e condizionato.

La compassione autentica e l'attaccamento sono in realtà contraddittori. Secondo la pratica buddhista, per sviluppare un sincero sentimento di compassione é necessario meditare sull'uguaglianza e sull'equanimità, staccandosi da quelle persone che sentiamo particolarmente vicine. In seguito, bisogna eliminare i sentimenti negativi che proviamo nei confronti dei nostri nemici. Tutti gli esseri umani devono essere considerati uguali.

Su tali basi è possibile sviluppare gradualmente un sincero sentimento di compassione nei confronti del nostro prossimo. È importante sottolineare che la compassione non è come la pietà o come un sentimento che ci induce a considerare gli altri inferiori a noi stessi; al contrario, la compassione ci porta a ritenere gli altri più importanti di noi stessi.

Come ho appena affermato, per sviluppare un sentimento di autentica compassione è innanzitutto necessario imparare a ragionare con equanimità. Cominciamo col pensare a un gruppetto di amici, o parenti, ai quali siamo particolarmente attaccati. In secondo luogo, pensiamo ad alcune persone che ci sono del tutto indifferenti e, infine, pensiamo a individui che non sopportiamo. Una volta immaginate queste persone, lasciamo vagare la mente e cerchiamo di scoprire come reagiremmo a un incontro con questi individui. La nostra prima reazione sarà quella di attaccamento nei confronti degli amici, di fastidio nei riguardi dei nemici e di assoluta indifferenza nei confronti di chi non desta in noi alcuna emozione. A questo punto paragoniamo gli effetti dei diversi atteggiamenti che teniamo nei confronti degli amici e dei nemici e cerchiamo di capire perché ci comportiamo in tale modo. Quello che dobbiamo cercare di fare è comprendere quanto influiscano tali reazioni sulla nostra mente e capire quanto sia inutile comportarsi in modo così estremista.

Ho già illustrato i pro e i contro del nutrire odio e collera nei confronti dei propri nemici e ho anche accennato a quanto un eccessivo attaccamento nei riguardi di amici e parenti sia negativo. Dobbiamo riflettere su tutto ciò e cercare di minimizzare le forti emozioni che suscitano in noi questi due opposti gruppi di persone. Infine, dobbiamo meditare sulla fondamentale uguaglianza esistente fra noi e tutti gli altri esseri umani. Così come ciascuno di noi è spinto da un istintivo desiderio di felicità e dalla repulsione della sofferenza, così è per tutti i nostri simili; e così come noi abbiamo il diritto di esaudire tali desideri,

così è anche per i nostri nemici. Dobbiamo perciò chiederci su quali basi poggino le nostre discriminazioni.

Se consideriamo l'umanità nella sua interezza, l'uomo è un animale sociale. Inoltre, le strutture dell'economia moderna, dell'educazione e della società in generale evidenziano come il mondo sia diventato un luogo più "ristretto" e come dipendiamo ampiamente gli uni dagli altri. Vista la situazione, ritengo che l'unica possibilità che ci resta è quella di vivere e lavorare insieme in armonia per il bene dell'umanità. E questo il corretto atteggiamento che dobbiamo assumere per la nostra sopravvivenza.

Per natura, essendo un essere umano, i miei interessi sono legati a quelli degli altri. La mia felicità dipende dalla felicità altrui. Quando vedo persone allegre e contente mi sento del loro stesso stato d'animo, così come mi sento triste nel vedere persone in difficoltà. Davanti alle immagini di una Somalia distrutta dalla guerra e dalle malattie, tutti noi proviamo un senso di tristezza, indipendentemente dal fatto che tale tristezza possa portare o meno a un aiuto effettivo.

Quotidianamente utilizziamo strumenti tecnologici che hanno reso la nostra vita più piacevole, ma che non sono nati per merito nostro, bensì per l'impegno diretto o indiretto di molte altre persone. Le comodità della vita moderna sono il prodotto dell'attività di altri nostri simili. La fama è indubbiamente il prodotto di altre persone, senza le quali il concetto di fama non avrebbe alcun senso. Così gli interessi dell'Europa dipendono da quelli dell'America e quelli dell'Europa occidentale dalla situazione economica dell'Europa orientale.

La verità è che tutti i continenti, per la loro sopravvivenza, dipendono l'uno dall'altro. Così molte delle cose che desideriamo, come la ricchezza e il successo, non possono svilupparsi senza la partecipazione diretta o indiretta e la collaborazione di molte altre persone. Poiché tutti abbiamo lo stesso diritto alla felicità e siamo legati gli uni agli altri, indipendentemente dall'importanza del singolo, l'interesse degli altri cinque miliardi di persone del pianeta è più importante di quello del singolo individuo. Seguendo questa linea di pensiero, riusciremo a sviluppare un senso di responsabilità globale.

Gli attuali problemi ambientali, quali il buco nello strato di ozono, evidenziano chiaramente la necessità di una collaborazione a livello mondiale. Con lo sviluppo, i confini del mondo sembrano essersi avvicinati, ma la coscienza umana sta ancora arrancando dietro di esso. La posta in gioco non è una pratica religiosa, bensì il futuro dell'umanità. Un atteggiamento più altruistico è fondamentale nel mondo moderno. Se considereremo la situazione attuale da diverse angolazioni, valutando ad esempio la complessità e l'interconnessione della natura dell'esistenza moderna, il nostro atteggiamento cambierà gradualmente, finché giungerà il

giorno in cui quando diremo "altri" non li considereremo come qualcosa di ininfluente per la nostra vita. Avremo così sconfitto l'indifferenza.

Se assumiamo un atteggiamento egoistico, se dimentichiamo i diritti e il benessere degli altri o se peggio ancora, li sfruttiamo, alla fine della partita i perdenti saremo proprio noi. Non avremo amici che si preoccuperanno per noi

e, forse, quando verremo colpiti dalla disgrazia, molte persone giungeranno

addirittura a goderne. Al contrario, chi si mostra compassionevole e altruista ed è pronto a difendere gli interessi dei suoi simili, non verrà mai abbandonato dai veri amici

e, quando si troverà a dover affrontare un momento difficile della propria esistenza, saranno in molti ad accorrere in suo aiuto.

La vera amicizia poggia sull'affetto sincero, non sul denaro o il potere. Naturalmente, chi possiede potere e ricchezza sarà oggetto di attenzioni da par-te di molte persone, che però non potranno definirsi veri amici, in quanto

la loro sarà un'amicizia interessata, influenzata dal potere e dalla ricchezza

altrui. Fin tanto che quest'individuo conserverà le proprie ricchezze, i cosiddetti amici non gli mancheranno, ma se la fortuna dovesse cambiare direzione,

intorno a lui si creerebbe velocemente il vuoto. Chi si circonda di persone simili, nel momento del bisogno non riceverà aiuto da nessuno. Questa è l'amara realtà.

L'amicizia autentica scaturisce dall'affetto, indipendentemente dalla posizione sociale. Più mostriamo interesse nei confronti del benessere e dei diritti altrui, più possiamo considerarci veri amici. Più saremo aperti e sinceri, e più saremo oggetto di bene. Se ci dimentichiamo o non ci interessiamo agli altri, prima o poi dovremo pagare lo scotto di un simile comportamento. È per questo che sostengo che, se siamo veramente egoisti, allora un egoismo consapevole é indubbiamente più auspicabile di un egoismo dettato dall'ignoranza e dalla meschinità.

Per i buddhisti, lo sviluppo di quella saggezza che porta alla realizzazione

di Shunya, la natura ultima della realtà, è di estrema importanza. Realizzare

Shunya significa comprendere l'importanza dell'estinzione del desiderio e capire quindi che la sofferenza non è il nostro fine e che ad essa esiste

un'alternativa, per la cui conquista vale la pena lottare. Se esistessero soltanto due delle Quattro Sante Verità del Buddha, la sofferenza e la sua causa, allora la vita non avrebbe scopo. Ma le altre due Sante Verità, incluso il nirvana, indicano un modo di vivere alternativo. Esiste

la

possibilità di porre fine alla sofferenza e perciò vale la pena di comprenderne

la

natura. La saggezza è quindi estremamente importante per alimentare la

compassione.

La pratica buddhista è caratterizzata dall'applicazione della saggezza, ricorrendo all'intelligenza, ed alla comprensione della natura della realtà e dei diversi mezzi per generare compassione. Sono convinto che nella vita di tutti i

giorni, e in quella professionale, tutti noi possiamo utilizzare tale motivazione compassionevole. Nel campo dell'istruzione non ci sono dubbi sull'importanza della motivazione compassionevole. Indipendentemente dal fatto di essere ateo o credente, la compassione per la vita o il futuro degli studenti, e non solo per i loro esami, rende il lavoro dell'insegnante molto più fruttuoso. Se spinto da tale motivazione, gli studenti ricorderanno il loro professore per tutta la vita.

Lo stesso discorso vale per il benessere fisico. Secondo le parole di un detto tibetano, l'efficacia di una cura dipende dall'affettuosità e gentilezza del medico. Per questo motivo, quando le condizioni di salute non migliorano se ne incolpa il medico, il cui carattere scostante potrebbe aver determinato l'insuccesso della cura. In campo medico la compassione è quindi fondamentale. Se anche i politici e gli avvocati agissero spinti da una motivazione compassionevole, gli scandali diminuirebbero, l'intera comunità vivrebbe più tranquilla e il lavoro, soprattutto dei politici, sarebbe più efficace e rispettato. Persino la guerra, di per sé orribile, se combattuta con un briciolo di compassione diventa meno distruttiva.

La compassione e il senso di responsabilità dovrebbero inoltre interessare anche il mondo scientifico. Sebbene dal punto di vista scientifico e tecnologico armi terribili quali la bomba atomica siano ritrovati strepitosi, dal punto di vista umano sono assolutamente negativi, in quanto portano distruzione esofferenza

al mondo intero. Se dimentichiamo di tenere in considerazione i sentimenti

umani, il dolore e la compassione, non riusciremo più a distinguere il bene dal

male.

La compassione deve quindi interessare ogni settore della vita dell'uomo.

Più difficile è applicare il principio della compassione al campo economico. Ma anche gli economisti sono esseri umani che, come tutti, hanno bisogno di affetto. Se si tengono in considerazione soltanto i profitti, indipendentemente dalle conseguenze delle proprie azioni, allora i trafficanti di droga non agiscono male, poiché dal punto di vista economico anch'essi fanno registrare introiti incredibili. Ma poiché ciò che commercializzano é un prodotto dannoso perla società, noi li definiamo criminali e condanniamo il loro operato.

Lo stesso discorso vale per i trafficanti d'armi, poiché il commercio di materiale

bellico è altrettanto pericoloso e irresponsabile.

Per queste ragioni sono convinto che la compassione umana, o quello che

a volte definisco "affetto umano", sia il fattore chiave per ogni attività

dell'uomo. Come il palmo della mano senza le cinque dita sarebbe del tutto inutile, così ogni azione umana compiuta senza sentimento diventa pericolosa. Soltanto se c'è affetto sincero e apprezzamento dei valori umani, ogni nostra

azione diventa costruttiva.

Persino la religione, che per sua natura dovrebbe avere un influsso positivo sull'umanità, senza quel fondamentale atteggiamento compassionevole potrebbe trasformarsi in qualcosa di meschino.

Parlando in termini generali, ho l'impressione che nel campo dell'educazione, e in altri settori, non si dia sufficiente importanza alla motivazione umana. Un tempo erano i rappresentanti religiosi che cercavano di trasmettere tale valore agli uomini, ma oggi la società sembra aver perso interesse nella religione e, di conseguenza, nei più profondi valori umani. In realtà, le due cose dovrebbero essere separate. Indipendentemente dall'interesse che ognuno di noi può avere nei confronti della religione, non dovremmo dimenticare l'importanza dei profondi valori umani.

Dal coltivare la propria compassione derivano diversi "effetti collaterali". Per esempio, maggiore è la forza della nostra compassione e più grande è l'elasticità con la quale affrontiamo le difficoltà e le trasformiamo in esperienze positive. Un classico testo del buddhismo, A Guide to the Bodhisattva Way of Life, propone una metodologia che sembra dare ottimi risultati. Si tratta di visualizzare innanzitutto se stessi, visti come incarnazione dell'egocentrismo ed egoismo, e quindi un gruppo di persone che rappresentano il resto del genere umano. Calandovi nei panni di un terzo individuo che osserva imparzialmente, fate un confronto fra i valori, gli interessi e l'importanza di questi due gruppi. Cercate quindi di riflettere su quell'atteggiamento egoista, che vi ha portato a dimenticare il benessere altrui, e sui risultati ottenuti assumendo un simile comportamento. Meditate sugli altri esseri umani e sull'importanza del loro benessere e, nelle vesti di osservatore neutrale, cercate di capire chi, fra questi due gruppi, è più importante per interessi e benessere. Lentamente, comincerete a sentirvi più vicino a coloro che fino a quel momento avete reputato privi di importanza.

Più deciso è il nostro atteggiamento altruistico, più coraggiosi diventiamo. Maggiore è il nostro coraggio e minore è il potere che lo scoraggiamento e la perdita di ogni speranza hanno su di noi. La compassione è quindi anche fonte di forza interiore, che ci permette di sviluppare una forte determinazione, elemento fondamentale per raggiungere il successo, indipendentemente dall'enormità degli ostacoli da superare.

D'altro canto, quando abbiamo paura e siamo privi di fiducia in noi stessi, sviluppiamo un atteggiamento pessimistico. E proprio questo atteggiamento, da me considerato la vera fonte dei nostri fallimenti, ci impedisce di raggiungere anche il più semplice degli obiettivi. Al contrario, se siamo spinti da una forte determinazione, le possibilità di successo sono indubbiamente molte, nonostante la difficoltà dell'impresa. La compassione è quindi importante anche per un futuro di successo,.

Come ho già sottolineato in precedenza, i diversi livelli di compassione dipendono dal livello della nostra saggezza: esiste la compassione motivata da un'effettiva comprensione della natura della realtà; la compassione motivata dall'apprezzamento della natura transitoria dell'esistenza e la compassione motivata dalla consapevolezza della sofferenza di altri esseri umani. Il livello della nostra saggezza, o la profondità della nostra comprensione

della natura della realtà, determina il nostro livello di compassione. Dal punto

di vista buddhista, l'unione di compassione e saggezza è essenziale. E come se

unissimo una persona estremamente onesta e una incredibilmente abile; il risultato sarà un individuo che nella sua vita compirà grandi cose.

La compassione, l'amore e il perdono sono sentimenti fondamentali per tutte le religioni, indipendentemente dalle diverse tradizioni e filosofie. Sebbene esistano differenze basilari fra le diverse fedi, ogni religione vuole trasmettere lo stesso messaggio: sii altruista. Tutte le dottrine pongono l'enfasi sull'importanza della compassione e del perdono. Un tempo, quando le distanze erano insormontabili e fra le diverse religioni non c'era comunicazione, non si sentiva la necessità di un cosiddetto pluralismo religioso. Ma oggi le cose sono cambiate e la comunicazione fra le diverse dottrine é diventata abituale; per questo sono convinto che il pluralismo fra i credenti sia essenziale. Studiando in modo obiettivo le diverse tradizioni religiose e comprendendo il rispetto che hanno sempre portato nei confronti dei valori umani, sarà più semplice accettarle e rispettarle. Dopo tutto, l'umanità si distingue per atteggiamenti mentali così diversi che una sola religione, per quanto profonda possa essere, non può soddisfare ogni uomo.

Per esempio, oggi, nonostante l'esistenza di una moltitudine di tradizioni religiose differenti, la maggior parte delle persone resta indifferente alla religione. Su cinque miliardi di uomini, credo che soltanto un miliardo siano praticanti convinti. Mentre molte persone si limitano ad affermare: "La mia famiglia è da sempre cristiana, mussulmana o buddhista e perciò io sono cristiano, mussulmano o buddhista", il vero credente segue i dogmi della dottrina scelta in ogni momento della giornata, pensa a Dio, lo prega e non si lascia travolgere da emozioni negative. Se soltanto un miliardo di persone possono essere definite autentici credenti, è evidente che una sola religione non può soddisfare l'intera umanità. In simili circostanze, una varietà di dottrine diventa non solo indispensabile, ma anche utile e le diverse confessioni devono lavorare insieme, vivere in armonia e collaborare vicendevolmente.

Dopo aver riflettuto sulla negatività di una vita basata sull'egoismo e aver meditato sulle conseguenze positive derivanti da un atteggiamento aperto ai bisogni altrui, la religione buddhista offre una "tecnica di addestramento" definita "la pratica del Dare e Prendere", studiata appositamente per intensificare la compassione e l'amore nei confronti degli altri esseri umani. Secondo tale pratica è necessario visualizzare se stessi mentre ci si sobbarca la

sofferenza, il dolore e le esperienze negative altrui e si condividono con gli altri

le proprie qualità positive, quali l'atteggiamento mentale, l'energia positiva, la

ricchezza e la felicità. Un simile esercizio, sebbene non possa realmente ridurre le sofferenze del nostro prossimo, psicologicamente determina una tale trasformazione nella nostra mente che i nostri sentimenti di amore e compassione ne risultano notevolmente rafforzati.

L'attuare questo esercizio nella vita di tutti i giorni può influenzare positivamente la mente e il corpo. Indipendentemente dal nostro atteggiamento nei confronti della religione, se siamo convinti che una simile

pratica possa essere utile, dobbiamo cercare di incoraggiare lo sviluppo in noi

di tali buone qualità.

Nel fare ciò, non dobbiamo però dimenticare che simili trasformazioni mentali richiedono molto tempo e non sono facili da ottenere. Molti occidentali, abituati alla tecnologia moderna, sono convinti che ogni cosa avvenga automaticamente. Non pensiate che questa trasformazione spirituale avvenga

in breve tempo: é assolutamente impossibile. Non lasciatevi però scoraggiare:

insistete e vedrete che dopo uno, cinque, dieci, quindici anni scoprirete in voi alcuni cambiamenti. Io stesso trovo ancora difficile mettere in pratica simili insegnamenti, della cui utilità sono però fermamente convinto. La citazione che più amo estrapolare dal libro di Shantideva afferma:

"Finché ci saranno esseri umani, finché ci sarà spazio, rimarrò per servire e per portare il mio modesto contributo al benessere altrui."

5. INTERDIPENDENZA, COERENZA E NATURA DELLA REALTÀ

Parlando di interdipendenza, coerenza e natura della realtà, sorge spontanea la domanda su che cos'è il tempo. Non è possibile identificare il tempo come una sorta di entità indipendente. In termini generici, possiamo affermare che esistono questioni esterne e sentimenti o esperienze interiori. Se prendiamo in considerazione le questioni esterne, parliamo di passato, presente e futuro. Eppure, se cerchiamo di osservare da vicino il "presente", scopriamo che non esiste. Un secondo prima del presente è già passato e un secondo dopo è già nel futuro. Il presente non c'è. E se non esiste il presente, allora non è possibile parlare di passato e futuro, poiché entrambi dipendono dal presente. Perciò se consideriamo le questioni esterne, sembra che il passato sia solo nella nostra memoria e il futuro nella nostra immaginazione.

Ma se esaminiamo le nostre esperienze interiori o stati di coscienza, il passato non c'è più e il futuro deve ancora accadere: esiste soltanto il presente. Questa è la natura dell'interdipendenza, pratityasamutpada in sanscrito.

Esistono due livelli di interdipendenza: uno convenzionale e uno più profondo. Cominciamo dal primo. Quando parliamo del principio buddhista di interdipendenza, spesso definito "originazione interdipendente", non dobbiamo dimenticare che esistono diversi livelli di comprensione di tale principio.

Il livello più superficiale è quello della natura interdipendente o rapporto

di causa ed effetto.

Il livello di comprensione più profondo è molto più permeante e, infatti,

abbraccia l'intero spettro della realtà.

Il principio dell'originazione interdipendente in relazione a causa ed effetto afferma che niente può accadere senza le corrispondenti cause e condizioni. Ogni cosa ha origine dalla concomitanza di cause e condizioni. Se consideriamo la legge naturale, ci rendiamo conto che non ha origine dal karma o dal Buddha, ma semplicemente dalla natura. Se diamo per scontato che lo stato di Buddha (buddhità) si è sviluppato secondo la legge naturale, le nostre esperienze di dolore e sofferenza, gioia e piacere dipendono al cento per cento dalle loro cause e condizioni.

A causa di questo rapporto naturale fra causa ed effetto, il buddhismo

afferma che meno desideriamo vivere una determinata esperienza e maggiore deve essere lo sforzo per evitare il verificarsi contemporaneo delle relative cause e condizioni, così che tale esperienza non trovi il terreno adatto per realizzarsi. Al contrario, più desideriamo vivere una particolare esperienza e più dobbiamo cercare che tali cause e condizioni si avverino.

Personalmente sono convinto che il rapporto fra causa ed effetto sia anche una sorta di legge naturale. Non penso si possa giungere a dare una spiegazione razionale sul perché gli effetti seguano necessariamente cause e condizioni concordi. Per esempio, si dice che stati emotivi afflittivi, quali l'ira e l'odio, determinino sgradite conseguenze e, secondo le scritture buddhiste, una di tali conseguenze è la bruttezza. Non esiste però una spiegazione razionale sul perché la bruttezza sia una conseguenza di quel particolare stato d'animo. Eppure capirlo non è difficile: quando siamo in collera o consumati dall'odio, l'espressione del nostro viso si modifica facendoci diventare "brutti". Allo stesso modo esistono stati emotivi che determinano immediati cambiamenti "in positivo" nell'espressione del nostro viso e portano con loro tranquillità e serenità. È quindi possibile vedere una sorta di collegamento, sebbene non sia possibile fornire una spiegazione totalmente razionale.

Esistono tuttavia alcuni stati emotivi, quali una profonda compassione, che, seppur positivi, non portano una gioia immediata. Per esempio, una persona totalmente pervasa da questo sentimento condivide la sofferenza dell'oggetto della sua compassione; perciò, rifacendosi a quanto affermato in precedenza, tale compassione non può essere definita una causa positiva.

A questo riguardo voglio però sottolineare che se è vero che come risultato della compassione subentra un certo dolore, in quanto si è completamente assorbiti nella condivisione della sofferenza dell'oggetto della compassione, si tratta di un dolore completamente diverso da quello provato da un individuo depresso, disperato, privo ormai di ogni speranza.

Nel caso di sofferenza compassionevole, sebbene si sperimenti una sorta di dolore, non si perde mai il controllo poiché, in un certo senso, ci si sta volontariamente sobbarcando la sofferenza di un altro essere umano. Sebbene a livello superficiale tali stati emotivi sembrino dare origine a uno stesso risultato, in realtà sono profondamente diversi. In un caso l'individuo è così sopraffatto dalla potenza della sofferenza da perdere ogni controllo, mentre nel caso della compassione l'individuo mantiene il pieno controllo della propria mente.

Chi riesce a comprendere l'importanza del rapporto interdipendente di causa ed effetto potrà capire e apprezzare gli insegnamenti relativi alle Quattro Sante Verità, basati proprio sul principio di causalità.

Una volta compreso il principio causale sottinteso in tali insegnamenti, si è pronti per conoscere la dottrina del Buddha sui Dodici Anelli dell'Originazione Dipendente, secondo la quale una causa è sempre seguita dal suo effetto; alla creazione di una causa segue il relativo effetto e a seguito della presenza dell'ignoranza si è verificata l'azione o karma.

Tre sono le affermazioni:

1- poiché esiste la causa, l'effetto segue immediatamente; 2- poiché è stata creata la causa, si è prodotto l'effetto; 3- poiché c'era ignoranza, quest'ultima ha portato all'azione.

La prima affermazione indica che, da un punto di vista positivo, quando le cause sono concomitanti, gli effetti seguono naturalmente e che la compresenza delle cause e delle condizioni ha dato origine agli effetti. Inoltre, a esclusione del processo causale, non esiste un potere o una forza esterna, per esempio un Creatore, responsabile della trasformazione in essere di ogni cosa.

La seconda affermazione - poiché è stata creata la causa, si è prodotto l'effetto - sottolinea nuovamente un'altra importante caratteristica dell'originazione dipendente, e cioè che la causa che determina l'effetto deve avere a sua volta una causa. Se la causa fosse un'entità assoluta eternamente esistente, tale entità non potrebbe essere l'effetto di un altro elemento e non avrebbe il potenziale per produrre alcun effetto. Deve quindi esistere innanzitutto una causa, la quale deve avere a sua volta una causa.

Anche la terza affermazione - poiché c'era ignoranza, quest'ultima ha portato all'azione - evidenzia un'ulteriore e fondamentale caratteristica del principio di originazione dipendente, e cioè che l'effetto deve essere proporzionato alla causa; tra causa ed effetto deve esistere una speciale correlazione. L'insegnamento di Buddha contiene un esempio di ignoranza che conduce all'azione. Il presupposto è: "Chi ha commesso quell'azione?" Un essere umano

che, agendo in un determinato modo a causa della sua ignoranza, sta provocando la propria caduta. Poiché non esiste un uomo che desideri l'infelicità o la sofferenza, l'ignoranza è la causa del suo lasciarsi coinvolgere in azioni che producono conseguenze sgradite.

I Dodici

Anelli

dell'Originazione

Dipendente

ordinati in tre classi di fenomeni:

1-

i pensieri e le emozioni negative

2-

l'azione karmica e i suoi segni

3-

il suo effetto: la sofferenza.

possono

essere

quindi

Nessuno desidera la sofferenza, che è però una conseguenza o un effetto dell'ignoranza. Per Buddha la sofferenza non è un effetto della coscienza, poiché se così fosse, il processo liberatorio, o di purificazione, necessiterebbe la fine del continuum della coscienza.

La morale che si può trarre da tale insegnamento è che la sofferenza, che

ha le sue radici in emozioni e pensieri negativi, può essere eliminata.

Lo stato di ignoranza mentale può essere distrutto sviluppando un intuito

che comprenda la natura della realtà.

Il principio di originazione dipendente mostra quindi come i Dodici Anelli nella catena dell'Originazione dipendente, che determinano l'entrata di un individuo nel ciclo dell'esistenza, siano interconnessi. Se applicassimo tale interconnessione alla nostra percezione della realtà

nel suo insieme, potremmo sviluppare un intuito strepitoso; saremmo in grado

di apprezzare la natura interdipendente dei nostri interessi e di quelli altrui:

per esempio, come il benessere degli esseri umani dipenda dal benessere degli animali che vivono sullo stesso pianeta. Inoltre, se sviluppassimo una simile comprensione della natura della realtà, saremmo in grado di apprezzare l'interconnessione esistente fra il benessere degli esseri umani e quello dell'ambiente e, ancora, potremmo esaminare il presente, il futuro e via dicendo. A quel punto saremmo in grado di sviluppare una concezione olistica, e non priva di significative implicazioni, della realtà.

Riassumendo, possiamo affermare che la felicità dell'individuo è legata a svariati fattori e che per afferrarla è necessario tenere presente ogni elemento collegato alla propria vita.

Fino a questo momento ho parlato del principio dell'originazione dipendente dalla prospettiva del primo livello di comprensione, in quanto le scritture buddhiste ne enfatizzano l'importanza. Anche in uno dei testi del Mahayana, il Compendio delle azioni, nel quale

Shantideva siispira spesso ai sutras di Buddha, viene sottolineata la necessità

di comprendere l'interconnessione che lega ogni avvenimento e fenomeno:

come, a causa del processo causale e condizionale, si sviluppa ogni fenomeno

e avvenimento; quanto sia importante rispettare tale realtà convenzionale,

poiché è proprio a quel livello che possiamo capire come determinate esperienze conducano a determinate sgradite conseguenze e come particolari cause, la concomitanza di certe cause e condizioni possano condurre a conseguenze positive e auspicabili; e, infine, come determinati avvenimenti possano influenzare direttamente il nostro benessere.

A causa di questo genere di rapporto è fondamentale per ogni buddhista comprendere innanzitutto il punto di vista del primo livello, oltre il quale sarà necessario interrogarsi sulla natura ultima delle cose fra loro interconnesse. Da ciò si giunge all'insegnamento del Buddha sul Vuoto.

Riferendosi ai Dodici Anelli dell'Originazione Dipendente, il Buddha afferma che, sebbene gli esseri umani non desiderino la sofferenza e l'insoddisfazione, per colpa dell'ignoranza accumulano azioni karmiche che generano conseguenze sgradite. È quindi fondamentale scoprire qual è la natura di tale ignoranza e qual è

il meccanismo che spinge una persona ad agire contro ciò che desidera.

Buddha chiama in causa le emozioni e i pensieri afflittivi, quali l'ira, l'odio

e l'attaccamento, che offuscano la facoltà di comprensione della realtà da parte dell'individuo. Se esaminassimo lo stato mentale di un individuo nel momento in cui è

in preda a intense emozioni negative, scopriremmo che c'è un momento in cui

l'uomo ha una nozione errata di se stesso: il "sé" viene infatti percepito come entità indipendente. In realtà non è completamente indipendente dal corpo o dalla mente, ma non deve neppure essere identificato con il corpo o la mente; esiste tuttavia qualcosa che viene in qualche modo identificato come il nucleo dell'essere, del "sé", al quale si tende ad aggrapparsi. Per questo, noi tutti sperimentiamo forti emozioni, attaccamento nei confronti delle persone amate e collera o odio nei riguardi di un altro essere che riteniamo pericoloso. Allo stesso modo, se esaminassimo la nostra effettiva percezione dell'oggetto di desiderio o di rabbia, noteremmo che tendiamo a dare per scontata l'esistenza di un'entità indipendente, qualcosa che vale la pena desiderare o odiare.

Al di là della sottile prospettiva della dottrina del Vuoto, anche nella vita

di

tutti i giorni scopriamo spesso una disparità fra come noi percepiamo le cose

e

come queste ultime sono in realtà. Se così non fosse, la sensazione di essere ingannati non avrebbe senso. Spesso ci sentiamo delusi a causa della nostra percezione errata della

realtà. Una volta dissipata l'illusione, ci rendiamo conto di essere stati ingannati. Così, nella vita di tutti i giorni, ci troviamo spesso a constatare come l'apparenza delle cose non corrisponda alla realtà della situazione.

Anche dalla prospettiva della natura transitoria dei fenomeni si evidenzia spesso una disparità fra il modo in cui percepiamo le cose e come queste ultime sono in realtà. Quando incontriamo nuovamente un amico dopo qualche giorno, o rivediamo un oggetto, siamo convinti di trovarci davanti alla stessa entità. In realtà ciò che noi percepiamo ha già subito delle trasformazioni. L'oggetto, o l'entità, che abbiamo davanti è dinamico, transitorio, momentaneo, non può perciò essere uguale a quello che abbiamo percepito uno o due giorni prima. Ma poiché noi tendiamo a fondere il concetto di tale oggetto e l'oggetto effettivo, abbiamo l'impressione di percepire un'entità immutata. Si evidenzia quindi nuovamente una disparità fra il modo in cui le cose ci appaiono e ciò che in realtà sono.

Allo stesso modo, se assumessimo la prospettiva della fisica moderna, scopriremmo che esiste una disparità fra il punto di vista comune della realtà e il modo in cui gli scienziati spiegano la natura di tale realtà.

Da quanto affermato risulta chiaro che, nella nostra identificazione di un essere umano come "sé", persona o individuo, c'è un errore. L'importante è capire dove sbagliamo. Non possiamo accettare il fatto che il "sé" come entità autonoma non esista del tutto, perché se così fosse molti dei nostri progetti e azioni non avrebbero senso.

Poiché il "sé" esiste, il nostro interesse nei riguardi del benessere altrui diventa fondamentale, poiché ci sarà qualcuno o qualcosa che soffrirà o trarrà beneficio dal nostro atteggiamento o dalle nostre azioni. Il problema è comprendere fino a che punto è errata, o corretta, la nostra nozione di "sé", il nostro senso di identità, la nostra comprensione dell'individuo. Tracciare una linea di demarcazione fra la visione corretta e quella errata del "sé" e dell'individuo è estremamente difficile, ed è proprio per questa difficoltà che in India sono emerse diverse scuole di pensiero buddhista. Alcune di esse accettano esclusivamente la "mancanza di identità" delle persone, ma non di avvenimenti o fenomeni esterni; altre correnti accettano non solo la "mancanza di identità" delle persone, ma dell'intera esistenza. La distinzione è considerata di particolare importanza, poiché è fondamentale per il nostro tentativo di liberarci dalla sofferenza e dalle relative cause.

Quanto detto risponde in parte alla domanda: se il buddhismo accetta la dottrina del "nonsé", qual è l'entità soggetta a rinascita? La dottrina del nonsé, comune a tutte le scuole di pensiero buddhista, è intesa come rifiuto di un essere o di un'anima indipendente e permanente.

Ma ciò di cui voglio parlare è la concezione di Nagarjuna. Quest'ultimo, nella sua opera filosofica The Fundarnental Treatise on the Middle Way (Il

trattato fondamentale sulla strada intermedia), afferma che è l'ignoranza, o l'interpretazione errata della natura della realtà, a essere alla base della sofferenza umana. Per liberarci dalla sofferenza dobbiamo sconfiggere l'ignoranza, la concezione errata della nozione della realtà, sviluppando la percezione della natura ultima della realtà.

Nagarjuna identifica due tipi di ignoranza: una è l'afferrarsi a una realtà implicita o intrinseca del proprio essere; l'altra è l'afferrarsi a un'esistenza implicita e indipendente di cose ed eventi esterni. Tale aggrapparsi al proprio "sé" deriva dall'afferrarsi ai nostri aggregati:

il corpo, la mente e le funzioni mentali.

Secondo Nagarjuna dobbiamo sconfiggere l'ignoranza, dobbiamo vedere oltre la nostra concezione erronea e per farlo dobbiamo allontanarci da quell'afferrarsi al proprio sé e renderci conto di quanto errata e distruttiva sia una simile azione. Soltanto andando oltre l'illusione di tale concezione e generando un intuito che contraddica il modo in cui, attraverso l'ignoranza, noi percepiamo normalmente la realtà riusciremo a eliminare l'ignoranza.

Come possiamo superare l'illusione di questa falsa nozione di sé? Come possiamo sviluppare quell'intuito che contraddica tale forma di percezione?

Nagarjuna afferma che se il "sé", l' io" o la persona, esiste come noi abitualmente riteniamo che esista, se esiste come noi erroneamente lo vediamo, allora più lo cerchiamo, più ne cerchiamo l'essenza, e più dovrebbe diventare chiaro. Ma così non è. Se cercassimo il "sé", o la persona, come lo percepiamo abitualmente,

allora scomparirebbe, si disintegrerebbe, dimostrando quindi che tale nozione

di sé era un'illusione fin dall'inizio.

A causa di questa affermazione, uno degli studenti di Nagarjuna, Aryadeva, nel suo Four Hundred Verses on the Middle Way (Quattrocento versi

sulla strada intermedia) sostiene che è la nostra concezione, o coscienza ignorante, a essere l'origine del samsara (esistenza ciclica) e che le cose e gli avvenimenti sono gli oggetti di apprensione. È soltanto superando l'illusione di tale concezione che potremo porre fine

al processo dell'esistenza.

Nagarjuna rifiuta la validità della nostra nozione di sé e nega l'esistenza del sé o della persona come noi erroneamente la percepiamo. Afferma che se il sé, o la persona, è uguale al corpo, allora così come il corpo è transitorio e in continuo mutamento, il sé, o la persona, dovrebbe essere soggetto alla stessa legge. Quando cessa la vita del corpo, se il sé è identico al corpo, cessa anche il suo continuum.

D'altro canto, se il "sé" fosse completamente indipendente dal corpo, che senso avrebbe dire, quando una persona é fisicamente malata, che la persona

è malata?

Perciò, al di là delle interrelazioni fra i diversi fattori che formano il nostro essere, non esiste "sé" indipendente.

Se estendiamo la stessa analisi alla realtà esterna, scopriamo che ogni oggetto possiede parti direzionali, alcune delle quali rivolte verso direzioni diverse. Poiché sappiamo che un'entità é composta da parti e che esiste una sorta di connessione fra il tutto e le sue parti, possiamo affermare che, al di là dell'interrelazione fra le diverse parti e l'idea della totalità, non esiste entità indipendente al di fuori di tale interfaccia.

Possiamo applicare la stessa analisi alla coscienza o ai fenomeni mentali. L'unica differenza é che le caratteristiche della coscienza o dei fenomeni mentali non sono materiali o fisiche.

Comunque sia, possiamo osservare quanto detto in relazione ai vari istanti o momenti che formano un continuum.

Ma se non troviamo l'essenza dietro l'etichetta, o se non troviamo il referente dietro il termine, significa forse che non esiste niente?

È forse quest'assenza di fenomeni il vero significato della dottrina del

Vuoto?

Nagarjuna previene la critica dei realisti, i quali sostengono che, se i fenomeni non esistono come noi li percepiamo, se non é possibile trovare la loro essenza, allora non esistono. Perciò, una persona o un sé non esistono. E se non esiste una persona, allora non ci sono né azione né karma, poiché l'idea stessa di karma

sottintende un essere coinvolto in un'azione; e se non esiste il karma allora non può esserci sofferenza perché non c'è chi la sperimenta e quindi non c'è causa.

E se così è, non esiste possibilità di liberarsi dalla sofferenza perché non

c'è niente da cui liberarsi e, inoltre, non esiste una via che conduca a tale libertà e non può nemmeno esistere una comunità spirituale o sangha che intraprenda il cammino verso la liberazione. Se questa é la verità, allora non è possibile che esista un essere perfetto o Buddha. Insomma, i realisti affermano che se la tesi di Nagarjuna é esatta, se non

è possibile scoprire l'essenza delle cose, allora niente esiste, samsara e nirvana compresi.

Nagarjuna risponde sostenendo che una simile critica indica una mancata comprensione del significato della dottrina del Vuoto, che non implica la nonesistenza delle cose. Inoltre, la dottrina del Vuoto non è semplicemente la tesi secondo la quale le cose non possono essere trovate se cercate per la loro essenza. Il significato di tale dottrina è la natura interdipendente della realtà.

Nagarjuna sostiene inoltre che il vero significato della dottrina del Vuoto emerge dalla comprensione del principio dell'originazione dipendente: poiché i fenomeni risultano da connessioni interdipendenti di cause e condizioni, sono vuoti. Sono cioè privi di uno status intrinseco e indipendente. In altre parole, quando comprendiamo l'originazione dipendente, ci rendiamo conto che non solo l'esistenza dei fenomeni, ma anche la loro identità dipende da altri fattori.

L'originazione dipendente può quindi eliminare gli estremi dell'assolutismo e del nichilismo, poiché l'idea di "dipendenza" indica una forma di esistenza alla quale mancano status indipendenti o assoluti, liberando così l'individuo dagli estremi dell'assolutismo. Inoltre, l'originazione dipendente libera l'individuo anche dagli estremi del nichilismo, poiché l'originazione indica una comprensione dell'esistenza del fatto che le cose esistono.

Ho già affermato che l'introvabilità dei fenomeni o delle entità, quando cerchiamo la loro essenza, non costituisce il pieno significato della dottrina del Vuoto, ma indica come ai fenomeni manchi una realtà intrinseca, un'esistenza indipendente e implicita. La loro esistenza, e quindi la loro identità, deriva da una semplice interazione di diversi fattori. Buddhapalita, discepolo di Nagarjuna, afferma che, poiché i fenomeni avvengono a causa dell'interazione di svariati fattori, la loro esistenza, e la loro identità, deriva da altri fattori. Diversamente, se avessero un'esistenza indipendente, se possedessero una realtà intrinseca, allora non avrebbero bisogno di dipendere da altri fattori. Il fatto che dipendano da altri fattori indica che sono privi di status indipendente o assoluto.

È quindi possibile comprendere pienamente la dottrina del Vuoto solo afferrando la sottigliezza del principio dell'originazione dipendente.

Nagarjuna afferma che se il principio o la dottrina del Vuoto non é valida, se i fenomeni non sono privi di un'esistenza indipendente e implicita e di una realtà intrinseca, allora sono assoluti; in tale caso il principio dell'originazione dipendente e quello interdipendente non potrebbero agire. Se così fosse, i principi causali non potrebbero agire e anche la percezione olistica della realtà diventerebbe una nozione errata. A quel punto, il concetto delle Quattro Sante Verità sarebbe insostenibile, poiché non ci sarebbe alcun principio causale in azione e si giungerebbe quindi a negare gli insegnamenti del Buddha.

Ciò che fa Nagarjuna è rovesciare le critiche mosse nei confronti delle sue tesi, affermando che nella posizione realista tutti gli insegnamenti del Buddha dovrebbero essere negati. Riassume le sue convinzioni sostenendo che nessun credo che neghi la dottrina del Vuoto può spiegare qualcosa coerentemente, mentre qualsiasi fede che accetta il principio dell'originazione dipendente, e quindi la dottrina del Vuoto, può fornire una spiegazione coerente della realtà.

Ci troviamo quindi davanti a un'interessante correlazione complementare fra i due livelli di comprensione dell'originazione dipendente di cui ho parlato in precedenza. Il punto di vista del primo livello spiega buona parte della nostra esperienza ed esistenza quotidiana, dove le cause e le condizioni interagiscono e un principio causale é in azione. Il buddhismo definisce tale visione dell'originazione dipendente come "visione corretta a livello terreno". Più apprezzeremo tale visione e più saremo vicini alla comprensione del livello più profondo dell'originazione dipendente, poiché la nostra comprensione del meccanismo causale a tale livello viene utilizzata per raggiungere una comprensione della natura vuota di tutti i fenomeni.

Allo stesso modo, quando la nostra comprensione della natura vuota di tutti i fenomeni sarà ben radicata, la nostra convinzione sull'efficacia delle cause e degli effetti ne uscirà rafforzata e proveremo maggiore rispetto perla realtà convenzionale e il mondo relativo.

Man mano che la nostra comprensione della natura ultima della realtà e della dottrina del Vuoto diventerà più profonda, svilupperemo una visione della realtà per la quale giungeremo a percepire i fenomeni come illusori e le nostre interazioni con la realtà saranno permeate da tale percezione. Conseguentemente, quando ci troveremo coinvolti in situazioni che provocheranno in noi un sentimento di compassione, invece di staccarci dall'oggetto di compassione, ci sentiremo coinvolti più profondamente. Questo perché la compassione sfocia da una giusta disposizione mentale e perché avremo sviluppato una più profonda comprensione della natura della realtà.

Al contrario, quando ci troveremo in situazioni che normalmente farebbero insorgere in noi emozioni e reazioni negative, riusciremo a mantenere un certo distacco e non cadremo preda di simili emozioni e reazioni negative. Alla base di sentimenti negativi, quali l'odio, l'ira e il desiderio é infatti presente un'errata nozione di realtà, che considera la comprensione delle cose come assoluta, indipendente e unitaria. Giungendo a una giusta comprensione della dottrina del Vuoto, la presa di simili emozioni sulla nostra mente si allenterà.

Come ho già affermato in precedenza, il nostro concetto di tempo presume l'esistenza di una sorta di entità indipendente chiamata 'tempo'

presente, passato o futuro. Ma esaminando tale entità più approfonditamente, scopriamo che si tratta di una semplice convenzione. Al di là dell'interfaccia fra i tre tempi (presente, futuro e passato), non c'è traccia di un momento presente esistente in modo indipendente, perciò generiamo una sorta di visione dinamica della realtà.

Allo stesso modo, quando penso a me stesso, sebbene inizialmente possa avere dato per scontata l'esistenza di un "sé" indipendente, osservando più attentamente scopro che, a esclusione dell'interfaccia di diversi fattori che costituiscono il mio essere e di diversi momenti del continuum che formano il mio essere, non c'è traccia di un'entità indipendente e assoluta. Poiché è questo "sé" convenzionale che procede per raggiungere la liberazione o trasformarsi infine in Buddha, persino Buddha non é assoluto.

Lo stesso discorso vale per l'idea di Chiaroveggenza, che costituisce il livello di coscienza più sottile. Come già affermato, non bisogna pensare a tale idea come a un'entità esistente indipendentemente. A esclusione del continuum di coscienza che forma tale fenomeno denominato Chiaroveggenza, non é possibile parlare di un'entità assoluta esistente in forma indipendente.

Similmente, scopriremo che molti dei nostri concetti indicano una profonda e complessa interconnessione. Per esempio, quando parliamo di noi stessi intesi come soggetti, la nostra affermazione ha senso solo se in relazione a un oggetto (l'idea di un soggetto ha senso solo in relazione a un oggetto).

Allo stesso modo, l'idea di un'azione ha senso in relazione a un essere, a qualcuno che compie tale azione.

Se analizzassimo altri concetti simili, scopriremmo che non possiamo separare l'entità o il fenomeno dal suo contesto.

E ancora, se andassimo al di là della concezione che le cose sono semplici etichette e ci chiedessimo a chi appartengono i pensieri concettuali che creano tali etichette, sia che si tratti della concezione del passato o di quella del futuro, sia che si tratti della concezione di un essere particolare odi una collettività, non troveremmo un'esistenza indipendente.

Persnino il Vuoto, considerato la natura ultima della realtà, non è assoluto e non esiste indipendentemente. Non possiamo concepire il Vuoto come indipendente da una serie di fenomeni, perché osservando la natura della realtà scopriamo che è priva di esistenza intrinseca.

Se considerassimo tale Vuoto come un oggetto e cercassimo la sua essenza o status di esistenza, scopriremmo ancora una volta che é privo di esistenza intrinseca. Perciò Buddha ha insegnato il Vuoto del Vuoto.

Comunque, quando siamo alla ricerca della vera essenza di un fenomeno

o di un evento, ciò che troviamo è tale Vuoto. Ciò non significa che il Vuoto in se stesso sia assoluto, poiché il Vuoto

come concetto o come entità non può sopportare una tale analisi. Se considerassimo il Vuoto come un oggetto e lo esaminassimo, non lo troveremmo.

Ciononostante, in alcune scritture sono presenti riferimenti al Vuoto inteso come ultima verità. In questo caso è importante capire il significato del termine "ultimo". Non bisogna intendere il Vuoto come essere assoluto, bensì come un oggetto della comprensione che è penetrata nella natura della realtà.

6. UNA SFIDA PER L'UMANITÀ - La collaborazione interreligiosa

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un incredibile sviluppo materiale

e tecnologico che ha indubbiamente migliorato la vita di ogni essere umano.

Eppure, tutti quanti ci rendiamo conto di come lo sviluppo materiale da solo non possa soddisfare tutti i sogni dell'umanità, anche perché da esso derivano problemi e sfide per tutti noi. Per questo sono convinto che le principali tradizioni religiose possiedano il potenziale necessario per contribuire al benessere dell'umanità e per mantenersi a contatto con il mondo moderno.

Poiché il maggior numero delle più importanti dottrine religiose sono sorte nei secoli passati, buona parte dei loro insegnamenti riflettono le necessità e le preoccupazioni di tempi e culture completamente diversi da quelli attuali. Per questo motivo ritengo sia fondamentale fare una distinzione fra il "nucleo" e "l'essenza" degli insegnamenti religiosi e gli aspetti culturali di una tradizione particolare. Con "nucleo" o "essenza" delle tradizioni religiose intendo i messaggi religiosi fondamentali, quali l'amore e la compassione, che, indipendentemente dai tempi e dalle circostanze, mantengono la loro pertinenza e importanza.

Ma con il mutare dei tempi, mutano anche i contesti culturali, ed é importante che i seguaci di una dottrina possano apportare i cambiamenti che riflettono i problemi e le preoccupazioni del loro tempo.

Il compito più importante di ogni credente è quello di guardare in se stesso attraverso la mente, di cercare di trasformare il proprio corpo e di agire secondo gli insegnamenti e i principi del proprio credo religioso. Se, al contrario, la pratica religiosa rimane soltanto a livello di conoscenza intellettuale, se ci si limita cioè a conoscere determinate dottrine senza però metterle in pratica, si commette un errore gravissimo. Infatti, pur possedendo determinate conoscenze intellettuali relative alla tradizione o all'insegnamento religioso, la coscienza e il continuum mentale non vengono toccati da tale sapere, creando così una situazione potenzialmente distruttiva.

Chi

conosce

una

dottrina

manipolare il proprio prossimo.

potrebbe

infatti

usarla

per

sfruttare

e

In qualità di praticanti, la nostra prima responsabilità è quindi quella di sorvegliare noi stessi.

La situazione del mondo moderno é completamente diversa da quella del passato, quando le diverse comunità erano più o meno indipendenti le une dalle altre e l'idea di una singola religione e di una cultura monolitica aveva senso e occupava un posto di primo piano nel contesto culturale. Ma tale situazione è oggi completamente mutata a causa di diversi fattori: facilità di contatti fra i diversi paesi, rivoluzione nelle comunicazioni, sviluppo dei trasporti. La società moderna non può più funzionare basandosi su schemi validi secoli fa.

Prendiamo come esempio Londra, metropoli multiculturale dove convivono numerose religioni. Proprio per questa sua caratteristica è necessario muoversi con cautela e intelligenza, onde evitare di scontrarsi con altre credenze e tradizioni. Diventa quindi fondamentale conoscere tali religioni; e il modo migliore non è quello di studiare sui libri, ma é quello di confrontarsi con altri credenti, con i quali condividere nuove esperienze. È soltanto attraverso il contatto personale che è possibile apprezzare realmente il valore delle altre tradizioni religiose. Il fatto che esista un certo pluralismo religioso e culturale deve essere considerato come un fattore positivo, poiché più sono le tradizioni culturali e maggiori sono le possibilità di soddisfare gli interessi e i bisogni di etnie così diverse.

La storia dell'umanità è costellata da guerre scoppiate in nome della religione. Anche oggi molti dei conflitti in atto sono sorti a causa dell'integralismo religioso, giungendo a dividere ancora di più le diverse comunità. Se il problema venisse affrontato con serietà sono sicuro che si troverebbero dei punti comuni sui quali far nascere armonia e rispetto fra le diverse dottrine.

Un'altra importante sfida che l'umanità si trova ad affrontare riguarda la salvaguardia dell'ambiente. Autorevoli ambientalisti hanno espresso il desiderio di un maggior impegno da parte delle diverse tradizioni religiose e dei loro capi. Personalmente sono convinto che parte del problema ambientale sorga dalla nostra avidità, insoddisfazione e desiderio insaziabile. Soltanto nei diversi insegnamenti religiosi potremo trovare le indicazioni per combattere questa nostra sete di possesso e trasformare in senso positivo il nostro comportamento.

Le religioni non possiedono quindi solo un potenziale, ma anche una pesante responsabilità che le deve spingere a partecipare attivamente alla risoluzione dei problemi del mondo moderno.

Un altro fronte sul quale il mondo religioso deve schierarsi unito e compatto é quello della guerra. Sebbene la storia dell'uomo presenti alcuni casi in cui il conflitto bellico ha portato alla libertà e al raggiungimento di determinati obiettivi, é mia profonda convinzione che la guerra non conduca alla soluzione definitiva di un problema.

È quindi necessario uno schieramento unito di tutte le fedi religiose, che

debbono far sentire la loro voce e opporsi con tutte le loro forze alla guerra.

necessario agire, pensare a come porre termine alle decine di conflitti che insanguinano la terra.

È

Una soluzione potrebbe essere il disarmo. So bene che sentimenti quali l'odio e la collera costituiscono la molla che fa scattare nell'uomo il desiderio di armarsi e combattere, ma poiché non possiamo eliminare completamente tali emozioni dalla mente degli esseri umani, dobbiamo sforzarci e impegnarci a fondo affinché il disarmo sia totale.

Un ennesimo problema di grande attualità e importanza per la sopravvivenza degli uomini è quello della sovrappopolazione. Per tutte le religioni la vita è un bene preziosissimo che va difeso a tutti i costi. Ma, in ragione dell'evoluzione del mondo moderno, ritengo che le diverse tradizioni religiose dovrebbero rivedere le loro posizioni, poiché le risorse del nostro pianeta non sono illimitate, e superata una certa soglia, non basteranno più per sfamare i miliardi di uomini che lo popoleranno.

7. DOMANDE E RISPOSTE - I problemi del mondo moderno

Sull'inquinamento e sulla fine dell'universo

D: Secondo lei come potrà essere risolto il problema dell'inquinamento dell'universo? Dovremo prima giungere alla fine per poi ricominciare in un mondo finalmente pulito?

R: Secondo la dottrina buddhista, così come detta anche il buon senso, esiste un inizio e una fine. Si tratta di una legge naturale. Che lo si chiami Big Bang o in qualsiasi altro modo, esiste un processo di evoluzione il quale, logicamente, ha una fine. Fine che sono convinto giungerà soltanto fra diversi milioni di anni. Per rispondere alla sua domanda sull'inquinamento, mi ricordo che ai tempi in cui vivevo in Tibet tutto era limpido e pulito. Lasciato il mio paese, quando per la prima volta mi dissero che non potevo bere l'acqua di fonte perché era inquinata, non capii. Ora, purtroppo, questo problema interessa anche il Tibet.

La questione dell'inquinamento non riguarda soltanto una o due nazioni, ma la sopravvivenza dell'intera umanità. Se tutti noi prendessimo coscienza della gravità della situazione e imparassimo a comportarci con maggiore responsabilità, forse le cose migliorerebbero, come dimostra il caso di Stoccolma. Dieci anni fa, il fiume che attraversa la città era privo di pesci a causa dell'alto tasso di inquinamento delle acque; oggi, grazie ai controlli e ai

provvedimenti adottati, la vita sta tornando in quello che era ormai considerato

un fiume morto.

Sebbene ai problemi ambientali manchi quel forte impatto sulla mente umana che invece hanno massacri, assassini, attentati, questo non significa che siano meno importanti. Lentamente, mese dopo mese, anno dopo anno, la situazione peggiora e quando finalmente la gravità del problema diventerà evidente per tutti, sarà forse troppo tardi per porvi rimedio.

Trovo tuttavia rincuorante il numero sempre maggiore di cittadini che si impegnano attivamente per la salvaguardia dell'ambiente, così come anche la nascita di partiti politici il cui obiettivo primario é la cura e la difesa del nostro pianeta. Dopotutto, sono convinto che ci sia ancora speranza.

Sulla sofferenza umana

D: In questo mondo tutti noi cerchiamo di evitare la sofferenza, ma così facendo a volte provochiamo dolore nei nostri simili. Come dobbiamo comportarci? Non dovremmo forse accettare una certa dose di sofferenza e dolore?

R: Innanzitutto é necessario ricordare che esistono diversi livelli di sofferenza e che, in generale, é possibile ridurli di intensità. Personalmente non credo che le condizioni essenziali per il benessere e la felicità di un individuo debbano necessariamente provocare dolore in un'altra persona.

In favore della natura umana vorrei però sottolineare una particolarità. La televisione e i giornali non fanno che riportare notizie di omicidi,

avvenimenti tragici e drammatici. Ma accanto a chi uccide, c'é chi é impegnato

a salvare i propri simili, curandoli, portando loro cibo e nutrimento,

accudendoli. Sono però notizie alle quali nessuno fa caso, poiché le azioni buone vengono date per scontate. In realtà, mostrano come la vera natura dell'uomo sia compassionevole. Ignoriamo le azioni motivate da compassione e affetto solo perché riteniamo questi due sentimenti naturali, mentre restiamo colpiti e scioccati da avvenimenti violenti, proprio perché la nostra natura é fondamentalmente buona. Ma il continuo bombardamento di informazioni negative riguardanti l'uomo porta le persone a pensare che la natura umana sia aggressiva e violenta.

Ritengo che la diffusione di simili notizie sia psicologicamente dannosa, soprattutto per i bambini che, nei brevi filmati televisivi, imparano a conoscere solo ciò che di negativo c'è nei loro simili. In quel momento, omicidi e lotte possono apparire eccitanti, ma, a lungo andare, le immagini violente si trasformano in armi dannose e pericolose per tutta la società.

Durante un incontro con il filosofo Karl Popper abbiamo affrontato il discorso della violenza televisiva e dell'impatto negativo che ha sui bambini e siamo giunti alla conclusione che per sperare in un futuro migliore l'unica strada è quella di un sistema educativo più adeguato alle giovani menti.

Sul razzismo, l'intolleranza e la follia umana

D: Razzismo, intolleranza e follia umana sembrano in aumento. Quali pensa siano le cause di un simile fenomeno? E come pensa sia possibile combatterlo?

R: Sono convinto che molto dipenda dall'educazione. Più informazioni corrette si ricevono, più contatti si hanno, più si è in grado di giudicare con la propria mente e meglio è. Parte del problema deriva dall'ignoranza nei confronti delle altre culture, delle altre comunità e della natura della vita moderna. Se fosse possibile raggiungere la completa soddisfazione mantenendosi assolutamente indipendenti all'interno della propria cultura e comunità (ed essere quindi completamente indipendenti anche nei confronti delle altre comunità sparse in tutto il mondo), allora forse si potrebbe dire che esiste un terreno fertile per la nascita e lo sviluppo di razzismo e intolleranze di ogni genere. Ma così non è. Infatti non è possibile ignorare l'esistenza di altre culture e comunità. Inoltre, la natura della vita moderna è tale che il benessere, la felicità e il successo di una comunità sono legati al benessere e agli interessi di altre comunità e società. In un mondo così complesso non c'è posto per l'intolleranza e il razzismo.

Per quanto mi riguarda, non ci sono dubbi sul fatto che il buddhismo sia la religione che più si adattaalla mia natura. Questo però non significa che il buddhismo sia in assoluto la religione migliore, poiché ognuno di noi ha una disposizione mentale diversa, alla quale un particolare credo può adattarsi meglio di un altro. Se rispetto il diritto di ogni individuo, allora devo rispettare o accettare i valori di ogni religione, poiché opera per il bene di milioni di persone.

Quando vivevo ancora in Tibet sapevo ben poco della natura e dei valori delle altre società. Da quando ho lasciato il mio paese ho avuto modo di conoscere persone di ogni religione e cultura e ho imparato ad apprezzare le diverse tradizioni.

Naturalmente sono sempre convinto che il buddhismo, sia dal punto di vista religioso che filosofico, sia un gradino al di sopra delle altre religioni, sebbene anch'esse abbiano un grande potenziale.

Con il passare degli anni, il mio atteggiamento nei confronti delle altre dottrine è completamente mutato e ogniqualvolta incontro il rappresentante di un'altra religione, provo grande ammirazione e rispetto.

Sull'educazione dei figli

D: Come dobbiamo allevare i nostri bambini?

R: È una domanda alla quale non sono in grado di rispondere: meglio rivolgersi a uno specialista!

Sul denaro

D: Come si può vivere serenamente in una società fondata sulla necessità di guadagnare denaro?

R: Penso sia possibile bilanciare tale esigenza con una vita serena.

Sul controllo delle nascite e l'esplosione demografica

D: Che cosa ne pensa dell'esplosione demografica nel mondo?

R: Penso non ci siano dubbi sulla necessità di un controllo delle nascite e, poiché ricorrere all'aborto non è certo il sistema migliore, è necessario divulgare i sistemi contraccettivi. A volte, per scherzo, affermo che sarebbe molto meglio se nel mondo ci fossero più suore e sacerdoti. La castità non sarebbe forse il miglior sistema "nonviolento" di controllo delle nascite?

Sulla religione nel mondo moderno

D: In questi ultimi anni, in molti paesi si è verificato un allontanamento dalla religione e, contemporaneamente, si è registrato un maggiore interesse nei confronti delle diverse forme di autosviluppo. Nel mondo moderno, la religione rappresenta ancora un elemento fondamentale?

R: La religione è estremamente importante. Mi spiego. Molte religioni hanno alle spalle secoli di storia e questo significa che alcuni aspetti sono, in un certo senso, datati e obsoleti. Questo però non significa che la religione, nella sua totalità, sia un elemento di scarsa importanza per il mondo moderno. È quindi essenziale considerare l'essenza delle diverse religioni, buddhismo incluso.

Fondamentalmente l'uomo è sempre lo stesso. Certo le culture e i modi di vivere sono cambiati, ma i problemi, la sofferenza, la morte, la vecchiaia, le malattie, la guerra esistono ancora.

Non so come sarà l'uomo fra centomila anni, ma, per lo meno negli ultimi duecento anni, la sua natura è rimasta praticamente immutata. Poiché la natura e la sofferenza umana non sono cambiate, le religioni mantengono ancora la loro importanza. Certamente, con il mutare delle tradizioni e della struttura della società, sono cambiati alcuni aspetti rituali delle religioni che oggi non avrebbero più ragione di esistere.

Per quanto riguarda il buddhismo, dobbiamo ricordare che non si occupa soltanto di questa vita, ma anche di aspetti molto più misteriosi. A meno che in altri reami dell'esistenza stia avvenendo lo stesso processo di modernizzazione che osserviamo in questo mondo, penso che il buddhismo manterrà la propria importanza, poiché i problemi fondamentali dell'esistenza permangono, e perché affronta aspetti collegati ad altre forme misteriose di vita.

Sono e sarò sempre convinto che i cambiamenti di quest era moderna sono solo superficiali e che, nella profondità del nostro essere, siamo sempre gli stessi. L'anno scorso al confine fra l'Austria e l'Italia sono stati ritrovati i resti di un uomo preistorico. Se quell'individuo fosse ancora vivo, sono sicuro che potremmo tranquillamente comunicare con lui, nonostante la sua cultura e linguaggio risalgano a qualcosa come quattromila anni fa.

Sulla giusta punizione e la situazione in Bosnia

D: Lei ha affermato che una giusta punizione può essere positiva in quanto può bloccare un altro individuo dal commettere errori. Secondo lei è opportuno che le Nazioni Unite autorizzino le incursioni aeree contro i serbi bosniaci?

Oh, che domanda difficile! L'unica cosa che possiamo fare é

condividere la sofferenza di quei popoli. E una situazione tremendamente

triste.

A parer mio, la questione bosniaca, quella africana e quella delle ex repubbliche sovietiche non sono sorte all'improvviso. Le cause di tali situazioni risalgono a decenni passati. Ciò che possiamo fare è cercare di trarre insegnamento da questi tristi avvenimenti e, in futuro, qualora si individuassero altri paesi nei quali esiste una situazione potenzialmente esplosiva, intervenire immediatamente nel modo più appropriato.

R:

Per quanto riguarda la violazione dei diritti umani, è molto incoraggiante il fatto che sempre più persone abbiano cambiato atteggiamento a questo riguardo. Ma considero la violazione dei diritti umani, e problemi analoghi, come una sorta di sintomi. E come in medicina non è sufficiente curare i sintomi, ma è necessario diagnosticare la malattia, anche in questo caso è necessario scavare a fondo alla ricerca degli elementi scatenanti.

Quello che dobbiamo fare è cercare di modificare le cause, così che i sintomi scompaiano automaticamente.

Penso ci sia qualcosa di sbagliato nella nostra struttura di base, soprattutto nell'ambito dei rapporti internazionali. Spesso, parlando con amici statunitensi affermo: "Voi tenete molto alla democrazia e alla libertà. Eppure quando avete a che fare con altri paesi, nessuno segue il principio della democrazia, ma piuttosto quello del potere economico o militare. Molto spesso, nei rapporti internazionali, le persone sono più impegnate a fare valere principi di forza che di democrazia." Aggiungo inoltre che le Nazioni Unite, il più alto organo internazionale creato in seguito alla situazione verificatasi dopo la seconda guerra mondiale, ha, per esempio, cinque nazioni con seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, ognuna con diritto di veto. Trovo questa soluzione assolutamente antidemocratica.

Inoltre, in Africa, dove milioni di persone muoiono di fame, vengono spese ingenti somme di denaro per l'acquisto di armi, ma non per quello di cibo.

Come ho già affermato, l'odio e le armi sono i nostri veri nemici. Naturalmente quando ero giovane trovavo le pistole e i fucili affascinanti e mi divertivo a pulirli e lucidarli. Ma sono strumenti che portano la morte; sono creati per uccidere e tutti noi dobbiamo impegnarci affinché spariscano dalla faccia della terra.

Nella tradizione occidentale è

naturale che il figlio di un re frequenti un'accademia militare; il popolo ne è orgoglioso. Ma vorrei raccontare un breve aneddoto. L'anno scorso è venuta a trovarmi la troupe di una televisione tedesca. Durante l'intervista uno di loro ha affermato che, mentre gli occidentali sono terrorizzati dalla morte, gli orientali non sembrano temerla. Ridendo, gli risposi che era l'esatto contrario. Nel mondo occidentale amate tutto ciò che è legato al mondo militare. Non solo avete forti eserciti, ma costruite e vendete armi: entrambi studiati e creati per uccidere. Ma in oriente anche l'uccisione di un insetto crea un immediato senso di colpa e di pentimento.

Per quanto riguarda le istituzioni militari

Una volta, quando ero ancora in Tibet, ricordo che un uomo venne ucciso. Eravamo scioccati. Ci sembrava una cosa incredibile, impensabile. Oso quindi affermare che gli occidentali non temono la morte, mentre gli orientali ne hanno un sacro terrore.

Mentalmente deve quindi esserci qualcosa di sbagliato nel concetto di guerra e di forza militare e, comunque, ogni nazione dovrà impegnarsi a ridurre i propri armamenti.

Per quanto riguarda la domanda sulla Bosnia, non saprei proprio che cosa rispondere, ho le idee molto confuse.

Come sconfiggere la negatività del sistema di informazione e dei media

D: Secondo lei che cosa bisognerebbe fare per sconfiggere quelle istituzioni sociali, quali i notiziari, gli spettacoli di intrattenimento e i media in generale, che sembrano favorire lo sviluppo di atteggiamenti ed emozioni negative?

R: Innanzitutto sono convinto che molto dipenda dal nostro atteggiamento mentale. Quando assistiamo a spettacoli dove la violenza e il sesso vengono messi in primo piano, dobbiamo cercare di vederli da una particolare angolazione. Dobbiamo cioè utilizzare simili scene in modo positivo, così che, avendo ben presente la natura distruttiva di tali emozioni, riusciremo a rifuggirle. Sebbene le immagini di sesso e violenza possano essere inizialmente eccitanti, riflettendoci serenamente non se ne ricava alcun beneficio.

Per quanto riguarda i media, fra oriente e occidente c'è una grande differenza. In India, per esempio, la televisione trasmette spesso episodi di violenza, mentre censura tutto ciò che ha a che fare con la vita sessuale dell'uomo. Ma se paragoniamo un omicidio con una scena erotica, indubbiamente quest'ultima è meno dannosa, poiché il sesso fa parte della vita dell'uomo.

Il grande difetto della televisione moderna è quello di limitarsi a presentare il lato negativo dell'umanità, quello violento, egoista, dimenticando ciò che di positivo c'è in ognuno di noi.

Dieci anni fa, mentre mi trovavo a Washington, sono andato a visitare il museo dell'Olocausto e davanti alla drammaticità delle immagini esposte ho riflettuto sulla duplicità della natura umana. Il mostruoso sterminio degli ebrei da parte dei nazisti mi ha ricordato quanto la mente umana possa essere crudele se guidata dall'odio. Ma, in quegli anni, accanto all'odio c'era posto anche per l'amore di chi era pronto a sacrificare la propria vita per proteggere la popolazione ebraica. Da una parte quindi il lato crudele dell'uomo, dall'altro la bontà, la compassione, l'amore. Se ci lasciamo guidare dall'odio, possiamo diventare infinitamente crudeli, ma se invece lasciamo che le nostre buone qualità abbiano il sopravvento, sappiamo compiere atti di grande bontà e altruismo.

Anche la televisione dovrebbe quindi mostrare entrambi i lati della personalità umana, quello negativo e quello positivo.

Sull'ingegneria genetica

D: Grazie alle ricerche e a li studi di medici e scienziati, chi desidera avere un figlio può addirittura sceglierne il sesso. Che cosa pensa dell'ingegneria genetica e che effetti pensa abbia sul futuro bambino?

R: In alcuni casi le scoperte scientifiche possono essere indubbiamente utili, ma bisognerebbe affrontare il problema studiando caso per caso.

Sui leader politici mondiali

D: Pensa che i leader politici mondiali utilizzino la loro intelligenza in modo utile e costruttivo?

R: Mi auguro proprio di sì!

LE EMOZIONI UMANE - Come trasformare il timore e la disperazione

D: Può una persona normale trasformare la propria paura e disperazione? E

come?

R: Certo che può. Per esempio, quando ero piccolo avevo paura delle stanze buie, ma crescendo la paura se n'è andata.

Per quanto riguarda i rapporti con le altre persone, più siamo chiusi e più ci sentiamo imbarazzati e a disagio. Se invece affrontiamo il nostro prossimo con allegria e cordialità, che davanti a noi ci sia il presidente della repubblica, un mendicante o una persona qualunque non fa differenza: ci sentiamo comunque a nostro agio.

Le differenze religiose, culturali, linguistiche, razziali non hanno alcuna importanza. L'importante é affrontare il mondo in modo positivo e anche gli altri reagiranno con disponibilità e simpatia. Bisogna vincere la paura.

Poiché nella nostra mente si affollano molte speranze, il fatto che una di esse non si avveri non significa che tutte faranno la stessa fine: ho conosciuto persone che cedono alla disperazione più completa quando si trovano a dover affrontare una delusione. Ma la natura umana é molto complessa e le nostre speranze e paure sono così svariate e numerose che é pericoloso puntare tutte le proprie aspettative su una sola aspirazione e lasciarsi sopraffare dalla delusione in caso di fallimento.

Sull'attaccamento ai beni materiali e alle persone care

D: Come dobbiamo comportarci quando ci rendiamo conto di essere troppo attaccati a cose e persone?

R: Chi accetta la rinascita, o qualsiasi altra forma di esistenza dopo la morte, dovrebbe riflettere sulla futilità dell'essere troppo attaccati a persone o beni materiali e sulla transitorietà di questa vita. L'eccessivo attaccamento a persone fisiche e oggetti materiali può intensificare le emozioni spiacevoli e determinare frustrazione e depressione.

Sia che siate noncredenti o veri e propri atei, riflettendo sullo scopo della vostra vita, vi renderete conto che non esistono soltanto la ricchezza o le

persone care. Anche i noncredenti possono dedicarsi a un certo tipo di contemplazione, che li aiuti a ridurre l'eccessiva dipendenza nei confronti di persone e beni materiali. Per esempio, basterebbe pensare che la ricchezza e gli amici sono sì importanti per il raggiungimento della felicità, ma non rappresentano gli unici elementi di realizzazione e soddisfazione personale.

Non ha senso investire tutta la propria energia nell'attaccamento a persone e cose, poiché non rappresentano l'unica condizione necessaria per condurre una vita felice e appagante.

Sull'autentica tolleranza

D: Che cos'altro può dirci sui rapporti interpersonali in relazione al karma personale? Com'è possibile capire la differenza fra tolleranza e stupidità?

R: La vera tolleranza è la posizione o l'atteggiamento che un individuo adotta in relazione a un particolare avvenimento, un fatto o una persona. In seguito a determinate considerazioni, dopo aver riflettuto su diversi elementi, l'individuo decide di non intraprendere azioni negative. Questa è la vera tolleranza. Tutt'altra cosa è quando un soggetto non ha la capacità di prendere una decisa contromisura e trovandosi in una situazione di impotenza non può agire diversamente.

La differenza fra tolleranza e stupidità viene messa in rilievo nel Compendium of Deeds, una delle opere scritte dal maestro indiano Shantideva. In quest'ottica, anche la mia tolleranza nei confronti dei cinesi è messa in discussione: è vera tolleranza o no?

Sul modo di vincere la paura

D: Com'è possibile superare la paura come abituale stato mentale, soprattutto quando sembra non esserci una causa apparente?

R: Bisogna innanzitutto precisare che, in questo caso, la differenza consiste nel modo di vedere e in quello di pensare dell'individuo. Spesso veniamo colti da un improvviso pensiero o sentimento, quale la paura, che, se lasciamo entrare in noi senza opporre alcuna resistenza, comincerà ben presto ad attaccare il nostro essere. In situazioni simili è fondamentale soffermarsi a ragionare per non ritrovarsi in potere di pensieri o sentimenti negativi.

Al contrario, se la paura è sorta per un motivo ben preciso, allora ci aiuta a creare misure preventive, divenendo quindi positiva. Se invece è immotivata, ragionando con serenità riusciremo a sconfiggerla.

Sulla spontaneità della compassione

D: Può la compassione insorgere spontaneamente dopo aver sviluppato una comprensione intuitiva?

R: Molto dipende dal proprio orientamento spirituale e dalla motivazione di base. È sicuramente possibile per coloro che hanno sviluppato una certa familiarità con i diversi principi del Mahayana. Man mano che l'individuo acquista maggiore comprensione della natura della realtà, aumenta il potere della sua compassione e del suo altruismo, poiché si rende finalmente conto di come gli esseri umani girino su loro stessi nel ciclo dell'esistenza a causa della loro ignoranza nei confronti della natura della realtà. Queste persone, una volta acquisita una profonda comprensione della natura della realtà, scoprono l'esistenza di una via di uscita dallo stato di sofferenza e la compassione nei confronti degli altri esseri umani diviene maggiore, poiché capiscono la situazione dei loro simili (anche questi ultimi potrebbero venirne fuori, se non fossero ancora imprigionati nel ciclo dell'esistenza).

Ma l'acquisizione di un certo grado di comprensione della natura della realtà non assicura automaticamente la nascita della compassione. Questo perché gli individui, nel loro agire, possono essere spinti da diverse motivazioni: dal desiderio altruistico diaiutare il proprio prossimo, ma anche da quello egoistico di liberarsi dall'esistenza ciclica. Il semplice svilupparsi della comprensione della natura della realtà non è quindi condizione sufficiente per la nascita di un sentimento di vera compassione; ad essa si devono infatti aggiungere altre particolari condizioni.

Sul perdono

D: Che cosa pensa del perdono? Se in passato ho agito in modo sbagliato e discutibile e da allora un persistente sentimento di colpa distrugge la mia pace mentale, sebbene faccia di tutto per riparare al male commesso, come devo comportarmi per farmi perdonare?

R: Se si è buddhisti può essere utile cimentarsi in una sorta di rito di purificazione che richiede l'applicazione dei cosiddetti Quattro Poteri, uno dei quali é costituito da un senso di pentimento per l'azione commessa. A questo si deve aggiungere l'impegno a non ripetere mai più un'azione simile.

L'effettiva pratica di purificazione potrebbe richiedere il rifugiarsi nei Tre Gioielli e quindi l'impegnarsi in alcune pratiche religiose, come il fare atto di prostrazione, il recitare mantra, il meditare sull'amore e la compassione o sul Vuoto, la natura ultima della realtà.

Sulla manifestazione positiva della collera

D: Esistono esempi di espressione positiva della rabbia basata sulla compassione e l’autocomprensione?

R: Si, esistono circostanze in cui la motivazione di base può essere compassionevole, ma l'immediato catalizzatore può essere la rabbia, intesa come una potente forza della mente.

Come guarire le ferite della violenza subita nell'infanzia

D: Se un individuo viene violentato durante l'infanzia e a causa di quella drammatica esperienza la depressione e le emozioni negative si impossessano della sua vita di adulto, è possibile vincere la sofferenza attraverso la meditazione? La psicoterapia può essere d'aiuto?

R: Ritengo sia meglio utilizzare entrambe le tecniche. È vero che ogni caso è diverso dall'altro ma, in generale, queste tecniche sono complementari.

Come reagire alle proprie emozioni

D: Com'è possibile esprimere le proprie emozioni senza esserne spaventati? Spesso controllo i miei sentimenti al punto tale da rinchiudermi in me stesso ed essere incapace di amare.

R: Quando parlo di amore e compassione abitualmente distinguo il normale sentimento di amore e ciò che io intendo per amore, e cioè un'emozione che nasce nel momento in cui si riconosce l'esistenza dell'altra persona e si rispettano il benessere e i diritti altrui. L'amore basato su un forte attaccamento nei confronti di una persona vicina, se considerato dal punto di vista della pratica religiosa, deve essere purificato per permettere lo sviluppo di un certo grado di distacco. A livello iniziale probabilmente si soffrirà di solitudine.

La conquista di tali sentimenti rappresenta uno degli scopi della vita di

suore e monaci e, se da una parte una simile esistenza può sembrare

monotona e priva di qualsiasi attrattiva, dall'altra può apparire l'esatto contrario.

In realtà, sono convinto che, se una forma di felicità è troppo fluttuante,

l'altro tipo, sebbene meno emozionante, è almeno stabile.

Come comportarsi con chi è disperato e depresso

D: Come pensa si possa aiutare una persona, che soffre di depressione e che non desidera altro che la morte, a diventare più stabile e positiva?

R: Nel caso si tratti di un individuo privo di fede religiosa non saprei proprio che cosa consigliare. Ma se la persona in questione è credente o addirittura buddhista, allora può essere utile pensare alla Natura di Buddha, alle potenzialità del corpo e della mente umani.

Di grande aiuto può essere anche leggere la vita dei grandi religiosi del

passato, molti dei quali erano uomini privi di istruzione, che soffrivano di depressione o che vivevano nell'indigenza più totale, ma che grazie alla determinazione e alla fiducia in loro stessi erano infine riusciti a realizzarsi.

Non bisogna mai dimenticare che la depressione e la perdita di ogni speranza non aiutano certo a migliorare la situazione.

Sulla trasformazione dell'energia dell'ira e del desiderio

D: Lei ha parlato delle divinità irate. Può dire qualcosa di più sulla trasformazione dell'energia della rabbia e del desiderio attraverso la pratica tantrica?

R: È innanzitutto necessario fare alcune precisazioni per quanto riguarda l'individuo in grado di trasformare l'energia di emozioni negative quali la collera

e il.desiderio. Un simile individuo deve avere ben chiaro il cammino e il metodo per giungere alla saggezza. Oltre a ciò, deve possedere un certo grado di conoscenza della meditazione yoga della divinità: concentrazione e un'idea precisa sull'identità della divinità stessa.

Inoltre, ci sono alcune forme di attività che la persona può intraprendere

e che possono permetterle di trasformare tali energie, inclusa l'azione spinta dall'ira. Per intraprendere azioni simili, è necessaria una motivazione forte, quale una certa rabbia, interamente basata sul karma o compassione. Una spiegazione più approfondita richiederebbe molto tempo.

IL BUDDHISMO - Sulla giusta concezione della realtà e la saggezza

D: La giusta visione rappresenta sicuramente l'inizio del cammino verso la saggezza e non interessa soltanto la religione.

R: È innanzitutto corretto affermare che la giusta visione non riguarda esclusivamente la religione. Quando affermo che le visioni errate o perverse sono una delle Dieci Azioni Negative dal punto di vista religioso è perché, nel buddhismo, simili prospettive si riferiscono allo scetticismo nei confronti della rinascita e della possibilità di raggiungere il Nirvana. Si tratta, comunque, di elementi appartenenti unicamente alla fede buddhista.

Sulla meditazione

D: Come può la meditazione aiutare a raggiungere l'appagamento?

R: Quando si usa il termine "meditazione" bisogna innanzitutto ricordare che quest'ultima può avere diverse connotazioni. Per esempio, la meditazione può essere contemplativa, assorbente o analitica.

Nel caso del raggiungimento dell'appagamento si parla di meditazione analitica. L'individuo riflette sia sulle conseguenze negative derivanti dalla mancanza di appagamento che sui benefici derivanti da esso. Meditando sui pro e i contro, è possibile raggiungere più facilmente la soddisfazione.

Se la meditazione viene intesa come un semplice stato mentale di assorbimento, senza tenere presente l'applicazione della facoltà analitica, difficilmente si permetterà lo sviluppo della soddisfazione. Questo perché uno dei fondamentali approcci buddhisti alla meditazione prevede una forma di pratica, durante la sessione meditativa, che abbia un impatto diretto sul comportamento e i rapporti interpersonali dell'individuo.

Sul karma

D: Il karma è la legge della causa e dell'effetto della nostra attività. E per quanto riguarda la causa e l'effetto dell'inattività?

R: Abitualmente, quando si parla della dottrina del karma, soprattutto quando si fa riferimento a karma positivi e negativi, si intende una forma di azione. Questo però non significa che esistano azioni neutrali o karma neutrali, che possono essere intesi come karma di inattività. Per esempio, se ci troviamo in una situazione in cui qualcuno ha bisogno di aiuto e le circostanze sono tali per cui agendo possiamo alleviare la sofferenza di questo individuo, se rimanessimo inattivi potremmo scatenare conseguenze karmiche.

Molto dipende dall'atteggiamento e dalla motivazione individuale. Indipendentemente dal fatto che un soggetto abbia le capacità di alleviare le sofferenze di un altro essere umano, se il suo atteggiamento è quello di assoluta indifferenza nei confronti del benessere altrui, possono scatenarsi conseguenze karmiche negative. Questa situazione è ben diversa da quella in cui un individuo resta inattivo per mancanza di coraggio e fiducia in se stesso. In tal caso, il suo comportamento viene considerato meno negativamente del precedente.

Come acquistare fiducia nella nostra Natura di Buddha

D: Qual è il modo migliore per riuscire ad avere fiducia nella nostra Natura di Buddha?

R: Basandoci sul concetto di Vuoto, inteso come Chiaroveggenza obiettiva, e sul concetto di Chiaroveggenza soggettiva, noi cerchiamo di sviluppare una più profonda comprensione della Natura di Buddha. Non è semplice, ma con la riflessione intellettuale e l'aiuto delle nostre emozioni è possibile sviluppare una sorta di esperienza più profonda della Natura di Buddha.

Sulla natura degli esseri senzienti

D: La scienza moderna non è in grado di fare una chiara distinzione fra le piante e le semplici forme di vita animale. In che modo il buddhismo decide chi possiede intelletto e chi ne è privo? Secondo la sua religione, le piante partecipano ai cicli dell'esistenza e possiedono la Natura di Buddha?

R: Durante un convegno sui rapporti fra scienza moderna e buddhismo, è stata sollevata la questione di come sia possibile stabilire se un essere è senziente. Al termine della discussione siamo giunti alla conclusione che il fattore decisivo è la capacità di muoversi, la mobilità. Naturalmente, dal punto di vista buddhista, esistono altri esseri senzienti che non hanno forma, come quelli nel mondo senza forme. Inoltre, nel regno delle forme, dove gli esseri si manifestano in forma fisica, la letteratura buddhista include, fra gli esseri senzienti, anche le piante e i fiori.

Ma sinceramente non so come sia possibile stabilire se, per esempio, la pianta che abbiamo davanti a noi in questo momento sia senziente o meno. Penso che a livello convenzionale la si accetti semplicemente come pianta e non ci si ponga altre domande.

Non bisogna però dimenticare che nella nostra percezione della realtà esistono diversi livelli di discordanza fra come noi percepiamo le cose e come le cose e gli eventi si manifestano. Quanto detto può essere collegato a un'affermazione contenuta nel Madhyamika Prasangika, una dottrina filosofica buddhista, in cui se inizialmente si accetta la distinzione fra falsità e realtà, illusione e realtà, in ultima analisi si giunge a rifiutarla.

Sulle convinzioni consce e subconsce

D: Nel tentativo di vedere la vita in un'ottica positiva, il buddhismo come risolve la dicotomia fra credenze coscienti e subconsce?

R: Devo innanzitutto ammettere che il significato del termine italiano "subconscio" non mi è completamente chiaro; comunque, per quanto riguarda il buddhismo, quando parliamo dei diversi metodi per superare stati emozionali afflittivi e negativi, distinguiamo le esperienze coscienti o manifeste da quelle che restano in forma di disposizioni, predisposizioni o tendenze. Fra le due, è più semplice vincere gli stati emotivi e cognitivi coscienti e manifesti piuttosto che sottili tendenze e predisposizioni della mente.

Per questo, quando nelle scritture buddhiste viene illustrato il cammino verso l'Illuminazione, la comprensione della natura del Vuoto è considerata come la contromisura ideale per vincere le forme ovvie e manifeste degli stati afflittivi. È soltanto tramite un'approfondita comprensione della natura della realtà, attraverso un lungo processo di meditazione, che un individuo può infine riuscire a vincere tendenze e disposizioni. La letteratura buddhista parla di diversi stadi nel processo di superamento degli stati afflittivi e negativi.

Il primo stadio richiede un "addestramento" attraverso il quale il soggetto raggiunge un livello in cui, nonostante possa trovarsi coinvolto in situazioni che abitualmente provocherebbero reazioni negative, grazie alla pratica e all'addestramento eseguiti le emozioni negative non insorgono.

A questo primo stadio ne segue uno più avanzato, nel quale l'individuo riesce a contrapporsi direttamente e a prevenire l'insorgere di emozioni spiacevoli.

Quando infine raggiunge lo stadio più avanzato, la persona e' in grado di eliminare le condizioni potenziali che possono determinare stati emotivi negativi.

Per vincere i nostri stati emotivi e cognitivi negativi e frustranti non basta quindi una semplice comprensione della natura della realtà, ma è necessario passare attraverso un processo lungo e complesso.

Per avere un'idea della complessità di tale processo, è sufficiente pensare ai diversi stadi che attraversa la nostra mente quando si trova a dover affrontare una particolare situazione. Per esempio, la posizione della nostra mente allo stadio iniziale può essere totalmente opposta a quella che è la realtà. Nel tentativo di comprendere l'esatta realtà della situazione può verificarsi un cambiamento, che porta a uno stadio di incertezza ed esitazione, il quale, attraverso un'ulteriore analisi, può trasformarsi in uno stato di supposizione, che tende verso la giusta conclusione. Una volta rinforzato, tale stato può trasformarsi in uno stato di vera conoscenza.

Allo stadio iniziale, la vera conoscenza poteva essere solo una deduzione basata su determinati presupposti, e perciò concettuale. Ma attraverso una costante familiarità, la comprensione deduttiva può, secondo il buddhismo, culminare in una comprensione diretta e intuitiva della natura della realtà.

In conclusione, un vero stato di annullamento del desiderio, nel quale l'individuo abbia completamente superato gli effetti di emozioni e stati cognitivi negativi e afflittivi, viene considerato come una comprensione diretta e intuitiva.

Sul motivo per cui il buddhismo è descritto come un cammino spirituale

D: Perché il buddhismo viene descritto come un cammino spirituale quando ogni cosa ruota intorno alla mente?

R: Sì, é vero. Molta gente descrive il buddhismo come una scienza della mente piuttosto che una religione.

Nagarjuna, uno dei più grandi maestri buddhisti, nei suoi scritti afferma che per avvicinarsi al cammino spirituale buddhista é necessaria un'applicazione coordinata di fede e intelligenza. Sebbene non conosca perfettamente tutte le sottili connotazioni del termine italiano "religione", direi che il buddhismo può essere definito come una sorta di combinazione fra cammino spirituale e sistema filosofico.

Bisogna comunque ammettere che nel buddhismo viene data maggiore enfasi alla ragione e all'intelligenza che alla fede, senza però togliere nulla all'importanza di quest'ultima.

Il buddhismo ordina tutti i fenomeni in tre classi:

1. la prima riguarda i fenomeni ovvi (cose di cui possiamo avere un'esperienza e una comprensione immediata); 2. la seconda comprende determinati tipi di fenomeni che richiedono una deduzione attraverso un processo logico, ma che però possiamo ancora arguire da premesse ovvie; 3. la terza interessa i cosiddetti "fenomeni oscuri", che possono essere compresi soltanto fidandosi della testimonianza di una terza persona, nel caso del buddhismo, del Buddha. Fidandoci delle parole di Buddha accettiamo l'esistenza di tali fenomeni.

Tuttavia, la testimonianza di Buddha non è accettata basandosi sulla fede cieca, ma sulla veridicità delle sue parole in riferimento a fenomeni riconducibili alla ragione e alla comprensione logica. Poiché Buddha è ritenuto degno di fiducia per quanto riguarda tali fenomeni, la sua parola può essere considerata valida anche per quanto concerne avvenimenti ed eventi per noi non immediatamente comprensibili.

In questo caso, la fede gioca un ruolo importante, sebbene in ultima analisi tutto dipenda dalla ragione e dall'intelligenza. Il buddhismo può quindi es-sere considerato una combinazione fra un sistema filosofico e un cammino spirituale.

Una delle ragioni per cui affermo che nella metodologia buddhista si pone grande enfasi sulla ragione e la comprensione, è perché il buddhismo Mahayana effettua una distinzione fra due diverse categorie delle parole di Buddha. Alcune scritture buddhiste possono essere intese letteralmente e accettate come definitive, mentre altre richiedono ulteriori interpretazioni. Per stabilire se una determinata scrittura può essere accettata come definitiva o meno, è necessario affidarsi a una forma di ragionamento. Perciò all'esame e alla comprensione ultima spetta il giudizio conclusivo.

Tale spirito è chiaramente illustrato dalle parole del Buddha: «Bhikshus e gli uomini saggi non accettano le mie parole semplicemente perché sono quelle del Buddha ma, come un orafo esaminerebbe l'oro attraverso varie procedure

per poi esprimersi in un giudizio, così questi uomini accettano la validità delle mie affermazioni solo dopo averle sottoposte ad analisi.» In un certo senso, Buddha ci concede di investigare ulteriormente la validità delle sue parole.

Nel mondo sembrano esistere gruppi di uomini che si definiscono materialisti radicali e altri che si basano esclusivamente sulla fede, senza approfondite analisi. Il buddhismo non è accolto da nessuno di questi duegruppi. Da una parte è una scienza della mente, e quindi un gruppo lo rifiuta affermando che non è una religione. Dall'altra è anch'esso spirituale, richiede meditazione, riflessione e preghiera e per questo viene rifiutato dall'altro gruppo.

Il buddhismo si trova quindi fra i due estremi e forse, in futuro, potrà agire come un ponte che unisce due rive opposte.

Sul celibato

D: Per raggiungere lo stato di illuminazione é necessario il celibato?

R In linea generale direi di no, anche se il fatto che Buddha avesse deciso

di diventare monaco lascia da pensare. Comunque, penso che dal punto di vista del Viniya Sutra lo scopo

principale del celibato sia quello di cercare di ridurre il desiderio o l'attaccamento.

Secondo il Tantrayana, le "gocce", o speciale beatitudine, sono la fonte di energia per dissolvere il livello più basso di coscienza o quello più basso di energia. Provando tale speciale beatitudine, esiste la possibilità che il livello più basso si dissolva. Perciò le "gocce" rappresentano il fattore chiave per la beatitudine.

Nell'iconografia del buddhismo tibetano, in particolar modo nella rappresentazione delle divinità con consorti, sono evidenti molti simbolismi sessuali che spesso danno origine a interpretazioni errate. Sebbene da quelle rappresentazioni sia chiaro l'utilizzo dell'organo sessuale, il movimento di energia che ha luogo è perfettamente controllato. L'energia non viene rilasciata, ma, al contrario, dopo essere stata controllata viene distribuita ad altre parti del corpo.

Il seguace della fede tantrica deve sviluppare la capacità di utilizzare le proprie esperienze di beatitudine, che sorgono in seguito al flusso dei fluidi rigenerativi all'interno dei canali di energia dell'individuo. È fondamentale riuscire a proteggere se stessi dall'errore dell'eiaculazione. Non si tratta di un semplice atto sessuale. In questo contesto

si inserisce un particolare legame con il celibato.

La pratica del Kalachakra Tantra ritiene particolarmente importante il proteggere se stessi dall'emissione di energia. La letteratura Kalachakra cita tre tipi di esperienze gioiose: la prima è quella indotta dal flusso di energia; la seconda è l'esperienza gioiosa immutabile e la terza é l'esperienza gioiosa mutevole.

Per quel che ne so io, quando Buddha fece voto di castità non spiegò le motivazioni che soggiacevano a tale decisione. Una chiara spiegazione ci viene dal sistema del Tantrayana e ritengo, quindi, che la risposta alla domanda sia contemporaneamente "si'' e "no"!

Sulla donna e il nubilato

D: La sua risposta sulla necessità del celibato e l'utilizzo della beatitudine è chiaramente da un punto di vista maschile. Perché non viene mai menzionata la donna? Come deve comportarsi quest'ultima nei confronti della propria energia per raggiungere lo stato di Illuminazione attraverso la beatitudine?

R: La tecnica e il principio sono sempre gli stessi. Poiché anche la donna possiede una sorta di energia, il metodo è uguale a quello dell'uomo.

Sulla forma della nostra rinascita

D: Chi o che cosa determina la forma della nostra rinascita?

R: Secondo il buddhismo sono le nostre azioni, il karma, a determinare la rinascita, sebbene anche lo stato mentale al momento della morte rivesta un ruolo fondamentale. Chi ha già una certa familiarità con il buddhismo sa che esiste una dottrina, trasmessaci da Buddha stesso, denominata "I Dodici Anelli dell'Originazione Dipendente". Il secondo anello nella catena è rappresentato dal karma; ma poiché il karma da solo non è in grado di condurre alla rinascita, sono necessari anche fattori circostanziali condizionanti quali emozioni frustranti ed eventi conoscitivi. Questi ultimi costituiscono l'ottavo e il nono anello: attaccamento e comprensione.

Quando il segno karmico è attivato dalla forza dell'ottavo e del nono anello, diventa maturo, trasformandosi nel decimo anello, quello del divenire.

La natura della rinascita di un individuo dipende quindi dai segni karmici e dalle potenzialità del proprio essere, accumulate non solo durante la vita attuale ma anche in quelle precedenti.

Fra i potenziali karmici ve ne possono essere alcuni più potenti di altri. Il testo buddhista Abhidharma Kosha afferma che, fra i "potenziali karmici" che un individuo possiede nel proprio continuum mentale, il più potente è quello che determina la natura della rinascita.

Se l'individuo possiede numerosi segni karmici di uguale intensità, a giungere a buon fine sarà l'azione karmica più vicina alla vita attuale. Se tuttavia esistono ancora numerosi segni karmici di natura simile, allora sarà l'azione karmica alla quale l'individuo si sente più vicino a giungere a buon fine e a determinare la successiva rinascita.

Come ho già affermato, uno dei fattori determinanti è lo stato mentale al momento della morte.

Sullo stato di sogno

D: Che cosa può dirci dello stato di sogno?

R: Soltanto il buddhismo tantrico presenta tecniche meditative che possono essere applicate durante lo stato di sogno. Due sono gli obiettivi principali di tali tipi di meditazione, che utilizzano la coscienza dello stato di sogno.

Durante lo stato di sogno abbiamo la possibilità di familiarizzare con i processi di morte, poiché si prova un analogo processo di dissoluzione. In un certo senso, l'individuo si "esercita a morire" utilizzando lo stato di sogno così da familiarizzare con i processi di dissoluzione e imparare a riconoscere i diversi segni associati ai vari livelli di dissoluzione.

Ma lo scopo principale della meditazione nel sogno è quello di allenarsi in modo tale che, persino durante lo stato di sogno, si sia in grado di sperimentare la cosiddetta Chiaroveggenza, il più sottile livello di coscienza, riuscendo così a provare la dissoluzione dei diversi elementi. Per fare ciò, è necessario saper riconoscere i sogni come stati di sogno.

Per raggiungere tale obiettivo esistono due metodi principali. Uno è attraverso il Prana Yoga, e cioè la pratica dei canali di energia, un metodo piuttosto avanzato e di difficile esecuzione per i principianti. L'altro metodo prevede lo sviluppo di una sorta di determinazione, o forza mentale, che favorisce l'insorgere di una forte volontà necessaria per riconoscere gli stati di sogno come tali.

Sulla posizione della donna nel buddhismo tibetano

D: Perché il buddhismo tibetano non riconosce le donne come lama o guru?

R: A dirla verità alcune alte posizioni sono occupate da donne. Per esempio, l'attuale Samdring Dorje Phagmo Lama, rappresentante la quattordicesima incarnazione, è una donna. Sebbene la maggioranza siano uomini, esistono alcune reincarnazioni di lama femminili.

Bisogna però ammettere che, in passato, la posizione della donna non è mai stata presa in particolare considerazione. Non ci si è mai preoccupati dei

diritti e della posizione femminile all'interno del buddhismo tibetano; ci si è sempre limitati a dare per scontato lo statu quo. Per esempio, recentemente ho incontrato alcuni maestri buddhisti occidentali che mi hanno fatto notare come, nella cerimonia di ordinazione, le indicazioni sul come stabilire l'anzianità dell'ordinazione contengano dei pregiudizi. Ho promesso che entro sei mesi avrei organizzato una conferenza per discutere il problema.

In generale, penso che nel sistema buddhista, soprattutto nel Viniya Sutra, uomini e donne abbiano gli stessi diritti per ottenere le nomine più elevate, quella di bhikshu e quella di bhikshuni. Bisogna comunque riconoscere che, di fatto, quella di bhikshu è una posizione più elevata di quella di bhikshuni.

Comunque, secondo il Bodhisattvayana, entrambi possiedono la stessa Natura di Buddha. Inoltre, le possibilità per raggiungere il livello di Bodhisatta e per praticare i sei paramitas sono esattamente le stesse.

Per quanto riguarda l'atteggiamento nei confronti del sesso, della

discriminazione, dei diritti delle donne e della loro posizione all'interno della struttura religiosa, come ho già affermato in precedenza, in relazione alla presenza della Natura di Buddha, non c'è differenza. E non c'è neppure differenza per quanto concerne le potenzialità possedute da un individuo al fine

di generare la più alta aspirazione altruistica per poter conquistare lo stato di

Buddha o la comprensione della natura ultima della realtà.

Tuttavia esiste una parte della letteratura buddhista che riflette una sorta

di discriminazione. Per esempio, in uno dei testi Abhidharma Kosha, una delle

caratteristiche dell'individuo che si trova in un punto avanzato del cammino

verso l'Illuminazione è il sesso maschile. Ma se considerassimo la questione da quella che ritengo sia la più alta posizione del buddhismo, quella del Tantra Yoga, ci renderemmoconto che non esiste discriminazione fondata sul sesso, poiché la pratica del Tantra Yoga richiede innanzitutto un'iniziazione che non è completa senza l'uguale partecipazione di uomini e donne.

Per quanto concerne il Tantra, esistono precisi dogmi secondo i quali chi sminuisce o denigra una donna infrange un precetto tantrico. Inoltre, il cammino verso l'Illuminazione può dare esiti positivi solo se esiste complementarità fra uomini e donne. Per esempio, se il praticante religioso è uomo avrà bisogno di assistenza e stimolo da parte del sesso opposto e viceversa.

In conclusione, poiché sia l'uomo che la donna possono essere Illuminati,

è possibile affermare che dal punto di vista del Tantra Yoga non esiste discriminazione basata sul sesso.

Ritengo sia giusto che le donne lottino per difendere i loro diritti. Per quanto mi riguarda, sono anni che difendo la posizione delle monache all'interno della comunità di rifugiati tibetani in India. Le religiose devono avere il coraggio di studiare quanto i monaci, poiché, sebbene attualmente i conventi non siano luoghi di studio, un tempo esistevano monasteri femminili considerati centri di dibattito filosofico altrettanto importanti di quelli maschili.

Sul determinismo

D: C'è chi afferma che non é l'individuo a prendere una decisione e che ciò che deve accadere accade indipendentemente dall'azione individuale. Se non siamo effettivamente noi a prendere la decisione, come possiamo creare karma?

R: Ritengo sia una visione sbagliata. Se le nostre azioni e la nostra stessa esistenza fossero governate da un simile fatalismo, allora l'idea della possibilità di liberazione, o di Illuminazione, non avrebbe alcun senso, poiché quest'ultima implica un cambiamento totale del karma da parte nostra e un raggiungimento della salvezza. Si tratta di un'iniziativa completamente nuova, mai attuata in passato; é quello che si intende per "intraprendere un cammino spirituale".

Come ho già affermato in precedenza, ci sono persone, tibetani inclusi, che a volte utilizzano il karma come una scusa, atteggiamento che ritengo assolutamente scorretto.

Sulla meditazione senza una motivazione pura

D: Se la meditazione viene praticata senza purificazione o motivazione può generare effetti disastrosi. Ci sono persone che hanno sviluppato un certo potere mentale e lo utilizzano in modo egoista, persino crudele. Esiste un metodo per decristallizzare energie aggregatesi in modo sbagliato?

R: Avere un approccio bilanciato nei confronti della meditazione é fondamentale, per questo spesso parliamo di "cammino completo". Per esempio, se un individuo si concentrasse esclusivamente sul tentativo di generare comprensione del Vuoto, senza prestare attenzione allo sviluppo degli aspetti più compassionevoli della mente, il risultato finale potrebbe essere quello di un cammino a livello inferiore.

Allo stesso modo, se un altro soggetto si impegnasse esclusivamente nello sviluppo dei fattori compassionevoli del cammino, senza preoccuparsi della saggezza e dell'intelligenza, non riuscirebbe mai a migliorare il proprio atteggiamento altruistico, al quale mancherebbero sempre dei fattori complementari.

Possiamo quindi affermare che esistono due diversi approcci nella pratica del cammino buddhista.

Uno si basa sullo sviluppo della comprensione dell'intera struttura del cammino buddhista e di come la maggior parte degli elementi chiave si posizionino all'interno di una determinata struttura. L'altro, che potrebbe essere definito più individualistico, si fonda sul presupposto che un individuo, non avendo piena comprensione della struttura generale del cammino buddhista, si limita a seguire le indicazioni ricevute da un maestro esperto e qualificato.

Sulla fede cieca

D: Che cosa ne pensa della fede cieca per raggiungere l'Illuminazione?

R: Non aiuta certo ad andare lontano!

Sulla compassione e la dipendenza degli altri

D: Nel cercare di comportarci come uomini compassionevoli, quanto dobbiamo sentirci responsabili? Come dobbiamo agire nei confronti di un altro essere emozionalmente dipendente dalla nostra compassione? È compassionevole ferire un nostro simile se siamo convinti che, a lungo termine, sia la soluzione migliore?

È

fondamentale giudicare con intelligenza le conseguenze a breve e lungo termine delle proprie azioni.

R: La compassione deve

andare

di

pari passo

con

la

saggezza.

Sul significato dell'azione individuale

D: Ognuno di noi capisce come le proprie azioni possano influire sulla propria vita. Queste stesse azioni possono influenzare problemi a livello mondiale, come quello della fame e della povertà? E come?

R: A volte riteniamo che l'azione di un individuo sia insignificante, perché siamo convinti che gli effetti debbano derivare da un movimento unificante. Ma la società é composta da individui, dai quali deve prendere il via l'iniziativa, e se ogni individuo non sviluppa un forte senso di responsabilità, l'intera comunità non può progredire. Per questo, non dobbiamo ritenere lo sforzo del singolo privo di significato.

Sui tempi di apprendimento del buddhismo

D: Agli occidentali che si avvicinano

al buddhismo

consiglia

di procedere

lentamente o di cercare di imparare il più possibile e bruciare le tappe?

R: Dipende dal singolo individuo. In alcuni casi uno studio intensivo è più adatto e utile. Comunque sia, non bisogna mai dimenticare che lo sviluppo spirituale richiede tempo, che non avviene nel giro di ventiquattro ore.

D: Se lei avesse a disposizione tre desideri, che cosa chiederebbe?

R: È un segreto!

DIVERSI ASPETTI DELLA MORTE E DEL MORIRE

1- Sulla morte accidentale o improvvisa

D: Che cosa succede a chi muore di morte improvvisa, come in seguito a un incidente stradale?

R: In simili circostanze, l'individuo può trovarsi in uno stato di estrema

ansia o shock, ma generalmente lo stato mentale in cui si viene a trovare può essere definito neutro: né virtuoso, né nonvirtuoso. Ciò che ho notato nei lavori di ricercatori che hanno condotto studi sul fenomeno della rinascita basandosi sulla testimonianza di bambini che affermano di ricordare la loro vita passata é che, in molti casi, la morte nella vita precedente é sopraggiunta improvvisa, a causa di incidenti inaspettati. Ritengo che questo sia un punto da approfondire e da studiare attentamente.

Circa dieci anni fa, in India, ho conosciuto due ragazze le quali, nella loro vita precedente, erano decedute improvvisamente. Una delle due ricordava in

modo così dettagliato e preciso la sua vita passata che persino i genitori della precedente vita l'avevano accettata come loro figlia, permettendole così di avere quattro genitori!

Mi chiesi se potesse esserci qualche collegamento: entrambe erano di

sesso femminile ed entrambe erano morte improvvisamente.

la mente femminile è

potrebbero esserci più reincarnazioni fra le donne!

Forse

più

serena. Se

così

fosse, in futuro

2- Sulle differenze fra una morte tranquilla e una improvvisa o violenta

D: Quali sono le differenze fra una morte tranquilla e una morte improvvisa e violenta?

morte naturale è

indubbiamente più auspicabile, poiché c'è più tempo per pensare e praticare. Se il corpo è relativamente forte, le indicazioni sulla dissoluzione dei

diversi elementi sono più chiare e quindi la pratica diventa più semplice. Al contrario, se il fisico è molto indebolito a causa di una lunga malattia, le indicazioni possono essere confuse.

R:

Dal punto

di vista

del credente

religioso la

Nel buddhismo esistono alcune tecniche meditative, definite "trasferimento di coscienza", alle quali si dovrebbe fare ricorso solo all'ultimo momento, che permettono all'individuo di vivere i processi di dissoluzione coscientemente e consapevolmente.

Precedentemente a questo stadio sono percepibili altre indicazioni che possono aiutare a confermare la certezza della propria morte. Quando tali indicazioni appaiono piavolte e non è più possibile tornare indietro, allora è possibile attuare le pratiche estreme come quella del trasferimento di coscienza.

3- Sulla preparazione alla morte e lo stato di coma

D: Se si è preparati ad accettare la morte, è ininfluente il fatto che al momento del trapasso si sia in coma? È possibile possedere la chiarezza di coscienza anche in stato comatoso?

R: Sebbene sia difficile giudicare la differenza fra i due stati, oserei dire

che, probabilmente, se ci si trova in stato comatoso, la capacità dell'individuo

di comprendere le diverse indicazioni del processo di dissoluzione ne risente

molto.

Nonostante al momento dell'effettivo processo di dissoluzione la capacità

di comprensione non sia la stessa che si possiede abitualmente, la volontà

cosciente di distinguere i segni della dissoluzione influisce sulle proprie capacità

di restare consapevoli al momento della morte.

Sarebbe interessante condurre alcuni esperimenti su questo fenomeno. Per esempio, scoprire se lo stato comatoso influenza l'abilità di un esperto in

meditazione nel mantenersi in uno stato di Chiaroveggenza.

Alcuni anni fa un gruppo di scienziati è venuto a Dharamsala per condurre alcuni esperimenti. Volevano studiare il processo di morte, così si presentarono con un macchinario particolare. In quell'ultimo periodo si erano verificati casi in cui, dopo la morte, il corpo non si era decomposto per una settimana e più, ma quando giunsero quegli studiosi non morì nessuno e così non poté essere condotto alcun esperimento.

4- Sul modo di affrontare la sieropositività, la paura e la morte

D: Spesso chi è affetto da malattie quali l'AIDS è arrabbiato con il mondo intero e non riesce a pensare alla morte con serenità. Che cosa può aiutare questi individui?

R Ha toccato un tasto dolente. L'atteggiamento della società stessa non è certo d'aiuto, poiché si tende a emarginare i sieropositivi. Inoltre, gli stessi interessati sono scoraggiati e possiedono pochissima forza mentale. Ma chi professa una fede, come quella buddhista, sa che questa è soltanto una vita e che la fine non è eterna. Inoltre, gli eventi e le esperienze di questa vita sono dovuti al nostro karma, non necessariamente di esistenze precedenti, ma anche in seguito ad azioni compiute in questa esistenza.

Secondo la legge di casualità, le esperienze sfortunate dipendono da nostre azioni precedenti. Riflettere su questi particolari può essere di consolazione e aiuto.

Ho conosciuto alcuni praticanti tibetani che mi hanno raccontato le loro esperienze. Alcuni pazienti avevano chiesto al medico un parere onesto e sincero sulle possibilità di cura della loro malattia e, nel caso, quanto restava loro da vivere. Una volta saputo che il tempo a loro disposizione era ormai poco, quei pazienti si erano sentiti quasi sollevati, poiché ora potevano riorientare la loro vita e comprenderne le priorità. La fede può quindi esserci di grande aiuto.

Sull'eutanasia

D: Nel caso di pazienti agonizzanti e ormai allo stadio terminale di una malattia, ritiene che l'eutanasia sia giusta?

R: È difficile dirlo e, comunque, ogni caso va considerato singolarmente. Dal punto di vista buddhista, poiché simili situazioni sono provocate dal karma passato, o da azioni passate, prima o poi si devono vivere simili esperienze dolorose. In tal caso è meglio soffrire finché si è uomini, poiché per lo meno ci sono medici e infermieri pronti a prendersi cura di noi. Se tutto ciò accade in altre forme di vita, la stessa esperienza potrebbe essere senza speranza.

D'altro canto, se un uomo si trova in stato comatoso da lungo tempo e non esistono speranze di guarigione, la sua sopravvivenza diventa molto costosa, e da qui possono avere origine altri problemi e difficoltà. Non è comunque possibile generalizzare il problema, poiché ogni caso è diverso dall'altro e come tale va trattato.

C'è chi potrebbe vedere una certa analogia fra la pratica della dolce morte e quella buddhista del trasferimento di coscienza, con la differenza che il trasferimento di coscienza è praticato su se stessi. Anche gli obiettivi sono diversi. Il motivo che porta all'eutanasia può essere quello di strappare l'individuo a una lenta e dolorosa agonia, mentre, per quanto riguarda il trasferimento di coscienza, si é spinti dal desiderio di garantire alla persona l'opportunità di utilizzare l'occasione della morte prima che gli elementi corporei raggiungano quello stadio in cui le indicazioni del processo di dissoluzione non sono più percepibili.

Sul dolore della morte

D: Come bisogna comportarsi nei confronti del dolore al momento della morte?

R: Un credente, grazie alla fede e alla pratica, può superare senza problemi un momento simile, ma per tutti gli altri non saprei proprio che cosa potrebbe essere di aiuto. Ecco perché, fin dall'adolescenza, le pratiche religiose sono utili, indipendentemente dal fatto che l'individuo sia qualificato o meno. Bisogna familiarizzare con esse per saperle utilizzare al momento opportuno.

Chi é convinto che non sia necessario dedicarsi seriamente alla pratica religiosa fino a quando non ci si trova a dover fronteggiare gravi situazioni, nel

momento del bisogno si troverà in gravi difficoltà e si renderà conto che é ormai troppo tardi per correre ai ripari.

Fondamentale é la familiarità dell'individuo con i diversi tipi di pratica. Per esempio, chi si è esercitato in tecniche quali quella della meditazione sull'amore e sulla compassione, la meditazione sulla "nonidentità" dei fenomeni e la meditazione sulla natura transitoria dell'esistenza, e sa che cosa significa dare e prendere (dare la propria ricchezza e felicità agli altri e accollarsi il dolore e la sofferenza altrui), al momento della morte sarà in grado di concentrarsi su una particolare pratica, giungendo ad avvertire meno il dolore fisico.

Ma a chi manca la conoscenza della pratica religiosa é difficile poter consigliare un metodo per superare il dolore in punto di morte.

Sul karma e l'accanimento terapeutico

D: Riagganciandosi a ciò che ha affermato sul karma, quali sono le responsabilità karmiche di un medico che interferisce o impedisce al processo di morte di attuarsi e prolunga la vita di un paziente inutilmente?

R: Non vedo alcuna contraddizione fra l'impegno professionale di un medico per tenere in vita un paziente e le responsabilità karmiche coinvolte in tale azione, poiché la morte, dal punto di vista buddhista, é il risultato di diversi fattori, non solo del karma. Si potrebbe parlare di esperienza di morte come risultato di conseguenze karmiche nel caso in cui le potenzialità karmiche fossero state esaurite. A volte la morte può essere prematura, come conseguenza di condizioni circostanziali; altre volte ancora, si può esperimentare la morte, non a causa dell'esaurimento dell'utilizzo di un karma, ma a causa dell'esaurimento del potenziale meritevole. Esistono inoltre diversi tipi di malattie: le malattie provocate karmicamente e le malattie per le quali la causa primaria è esterna o interna.

Con morte provocata karmicamente ci si riferisce a quelle situazioni in cui, nonostante si faccia tutto per combattere la morte, non è possibile evitarla. Inoltre, in caso di morte improvvisa, dove le condizioni sono considerate esterne, il karma riveste ancora una volta un ruolo importante. Per esempio, il fatto che si possa prolungare la vita di un individuo, che vi siano le condizioni necessarie, è, in un certo senso, una conseguenza del karma.

Ho notato spesso che le persone non hanno il coraggio di prendere l'iniziativa e che tendono a utilizzare il karma come una scusa. È un atteggiamento che ritengo assolutamente scorretto. Siamo infatti noi stessi, con le nostre azioni, a creare il karma. Per esempio, se desidero scrivere qualcosa, la mia azione determina nuove circostanze, nuove cause e risultati. Ancora una volta si parla di causa ed effetto.

Il karma non è un'energia indipendente. Nella nostra vita tutto avviene attraverso l'azione. Azione che provoca un risultato. Azione che è soltanto nostra.

Anche chi ha accumulato del karma negativo può, attraverso l'azione, trasformarlo in karma virtuoso.

Un vero buddhista è convinto dell'esistenza della Natura di Buddha, che permette di ottenere lo stato di Illuminato, uno stato di perfezione. Allo stesso modo un qualsiasi individuo deve convincersi di poter superare e sconfiggere svariati problemi.

La teoria o dottrina del karma è piuttosto complessa, perciò è sbagliato generalizzare sostenendo che ogni cosa è un prodotto o una conseguenza del karma. Per esempio, nel caso del mio corpo attuale, il fatto che la mia mano sia intimamente legata alla mia esperienza e alle mie sensazioni fisiche di dolore e piacere è assolutamente evidente. Ma se dovessimo risalire alla causa fisica che ha prodotto questa parte del mio corpo, dovremmo risalire alla notte dei tempi. La mano è il prodotto di un fenomeno materiale, che a sua volta risale a uno stato precedente e precedente ancora, fino a raggiungere uno stato in cui è un atomo o una particella pura.

La letteratura buddhista definisce tecnicamente tale particella una "particella spaziale". Come risultato di un processo di evoluzione durato miliardi di anni, quella piccola particella si è ora trasformata in questo corpo fisico che emette sensazioni di dolore e piacere. Il fatto che questo corpo sia il mio corpo può essere ritenuto come un risultato del karma, ma il fatto che questo corpo sia la conseguenza dell'infinito continuo di particelle materiali non può essere considerato come un prodotto del karma, bensì come un prodotto sviluppatosi secondo una legge di natura.

Gli oggetti materiali derivano da cause materiali. Allo stesso modo, quando pensiamo alle differenze fra mente e corpo, scopriamo che esistono alcune caratteristiche fondamentali che distinguono queste due entità. Per esempio, i fenomeni materiali hanno determinate caratteristiche che li rendono fisici: sono ostruttivi; mentre i fenomeni mentali sono caratterizzati da una natura chiara, luminosa, conoscitiva, ma, non essendo fisici, non sono ostruttivi.

Il fatto che questi due elementi esistano in modo così contrastante è dato da una semplice legge di natura e non certo dal karma.

La letteratura buddhista Mahayana prende in considerazione questa complessità della realtà e mostra come esistano diversi modi per accostarsi alla natura della realtà, per la cui comprensione la religione buddhista si basa su quattro principi.

Uno è il principio della deduzione logica, che può essere applicato sulla base della nostra comprensione della natura ultima della realtà, ma solo se esiste una determinata connessione causale fra i fenomeni (un elemento dà origine a un altro elemento). Sulla base di tale principio di dipendenza è possibile applicare la deduzione logica.

Il principio di dipendenza è inoltre possibile perché, per esempio, la materia e la mente, o la materia e la coscienza, hanno diverse caratteristiche. Tali differenze esistono per una semplice legge di natura, definita dalla letteratura buddhista Mahayana, principio della Legge Naturale. Prendendo in considerazione tale complessità della natura della realtà, dobbiamo avvicinarci alla comprensione della natura della realtà seguendo diversi ragionamenti. Determinare l'influenza del karma diventa quindi difficile. Sebbene si possa affermare che molto di ciò che noi sperimentiamo è una conseguenza del karma, stabilire fino a che punto giunga la sua influenza e quanto dipenda da un semplice meccanismo della legge naturale è veramente complicato.

Sul modo di affrontare la morte di persone care

D: La religione buddhista insegna ad affrontare la propria morte con pace e serenità. E come si pone nei confronti della morte di persone amiche?

R: Non lo so. Quando è morto mio fratello ho provato una profonda tristezza. Eravamo molto legati e ancora oggi mi chiedo dove si trova, se in questo mondo o in un altro.

Sullo stadio mentale intermedio fra la morte e la rinascita

D: Lei ha parlato di uno stato mentale intermedio fra la morte e la rinascita. Si tratta di uno stato legato a processi fisici e biologici o completamente indipendente da essi?

R: Dalle scritture risulta chiaro che si tratta di uno stato intermedio slegato dalla fisicità corporea. Viene descritto come un essere con un corpo che, per natura, è energia sottile; un corpo quindi privo di fisicità, ma che possiede una sorta di forma e colore. Questo corpo si dice assomigli a quello di un sogno.

Alcuni maestri riescono, nello stato di sogno, ad assumere un corpo di sogno, che viene definito molto simile a quello di un essere allo stato intermedio.

Esistono individui in grado di sperimentare naturalmente un corpo di sogno e altri in grado di provarlo deliberatamente.

Lei mi ha chiesto di parlare dell'energia sottile o di alcuni aspetti della

colori

forme. È una questione

mente

sottile. Gli uomini vedono

i

e

le

complicata, ma a parer mio esistono i cinque elementi esterni e i cinque elementi interni, e all'interno di questi ultimi si trovano il livello più grossolano dei cinque elementi e gli elementi più sottili. Nella base più sottile si trova la Chiaroveggenza, che rappresenta un aspetto, mentre l'altro e costituito dall'energia sottile. In tale energia è contenuto il seme dei cinque elementi. Perciò quando parliamo della Chiaroveggenza come un fondamento di tutta l'esistenza è perché esiste una sorta di legame con le cose esterne e materiali.

La letteratura buddhista tibetana cita una particolare forza, definita tecnicamente l'Energia con Cinque Radianze, e sono convinto si possa rilevare una sorta di collegamento fra il mondo macroscopico della nostra esperienza quotidiana e quello microscopico dell'energia sottile. Il legame esistente può essere assimilato, comprendendo la natura di tale forza citata nelle scritture.

Fondamentale è cercare di scoprire se esiste un rapporto significativo fra questa particolare forza e ciò che ho descritto come particelle spaziali.

D: Leggendo il Libro Tibetano dei Morti è possibile conoscere e comprendere i processi di morte?

R: Sicuramente aiuta molto. Per quanto riguarda le diverse caratteristiche dello stato intermedio si trovano numerose divergenze fra la letteratura Abhidabram e quella tantrica. Per avere quindi una visione più completa, consiglio di leggere più testi. Comunque, la maggior parte delle visualizzazioni e delle visioni descritte nel Libro Tibetano dei Morti possono essere considerate più specifiche per un praticante di divinità conosciute come il mandala delle divinità irate e serene.

LA SITUAZIONE IN TIBET - Sul rapporto con la popolazione cinese non buddhista nel Tibet

D: Se lei tornasse in un Tibet indipendente, pensa che sarebbe difficile conciliare il principio buddhista della compassione con il governare un paese abitato in gran parte da cinesi nonbuddhisti?

R: Negli ultimi vent'anni ho notato un'incredibile degenerazione nella cultura e nello stile di vita tibetano. Il pericolo sembra annidarsi non solo fra i cinesi, ma anche fra i tibetani. Il comportamento di alcuni miei giovani compatrioti fuggiti dal Tibet mi preoccupa molto. Per ottenere ciò che volevano hanno fatto ricorso alla violenza e, ultimamente, vi sono stati un paio di casi di omicidio in cui erano coinvolti giovani fuggiaschi tibetani. La loro motivazione è indubbiamente giusta, ma c'è una tale degenerazione nel loro comportamento!

Comincio a preoccuparmi seriamente e ogni giorno mi chiedo che cosa stia realmente accadendo nel mio paese.

Purtroppo questa è la realtà e non possiamo fare altro che affrontarla. Quando però riconquisteremo la libertà di parola, di pensiero e di movimento, riusciremo a minimizzare simili problemi. Quando il Tibet tornerà un paese libero, io non sarò più il capo del governo tibetano. Abbiamo infatti redatto un documento ufficiale nel quale si afferma che, appena il Tibet riacquisterà la propria indipendenza, verrà formato un governo ad interim al quale io cederò i miei poteri. Nel giro di due anni, quel governo dovrà formare l'Assemblea del Popolo Tibetano e redigere la costituzione del paese.

Sul ruolo futuro del Dalai Lama nel Tibet

D: Ha appena affermato che il comportamento dei giovani tibetani è per lei fonte di viva preoccupazione. Perché allora ha deciso di rinunciare alla sua posizione in un momento in cui i giovani sembrano avere bisogno più di una guida spirituale che politica?

R: Il fatto che non sarò più il capo del governo tibetano non significa che rinuncerò alle mie responsabilità e impegno morale. Essendo tibetano e godendo della fiducia del mio popolo, è mio preciso dovere aiutare il mio prossimo fino alla morte. Uno dei motivi per cui non voglio responsabilità governative è legato alla mia età anagrafica: ho ormai cinquantasette anni e, sebbene speri di poter essere attivo ancora per una ventina di anni, dopo sarò troppo vecchio. Comunque, all'interno della comunità in esilio in India stiamo già mettendo le basi del sistema democratico. Entro i prossimi vent'anni, la democrazia dovrà essersi consolidata. Inoltre, il fatto che io continui a rappresentare la massima autorità potrebbe diventare un ostacolo per un sano sviluppo della democrazia. Perciò ho deciso di restarne fuori. A tutto ciò si aggiunge un altro vantaggio: se rimanessi a capo del governo e sorgessero problemi fra il governo centrale e i singoli gruppi, la mia presenza potrebbe creare ulteriori complicazioni, mentre agendo al di fuori del governo potrei darmi da fare per cercare di risolvere importanti e delicate questioni. Infine, non voglio trovarmi a vivere in un ambiente legato a etichette e cerimoniale. Voglio poter essere libero di andare dove desidero senza dovermi preoccupare del protocollo. Queste sono le ragioni che mi hanno spinto a prendere una simile decisione. Tengo comunque a sottolineare ancora una volta che rinunciando alla mia posizione di capo del Tibet non intendo scaricarmi delle mie responsabilità.

Sul ricorso alla violenza per liberare il Tibet

D: Non pensa che per salvare il Tibet e alleviare le sofferenze del suo popolo varrebbe la pena sacrificare le sue convinzioni nei confronti dell'utilizzo della violenza?

R: Assolutamente no. Un'azione simile farebbe nascere soltanto altra violenza. Certo otterremmo molta pubblicità che, forse, potrebbe esserci d'aiuto. Ma il fatto è che la Cina e il Tibet devono vivere una accanto all'altro,

che ci piaccia o no. Perciò, per poter vivere in pace e armonia in futuro, è essenziale lottare senza ricorrere alla violenza. Inoltre, la soluzione definitiva del problema deve essere trovata dai cinesi e dagli stessi tibetani. Per questo abbiamo bisogno dell'appoggio del popolo cinese. In passato abbiamo sempre mantenuto un atteggiamento contrario alla violenza, ottenendo così l'appoggio di molti cinesi, non solo di quelli residenti in Tibet, ma anche di quelli residenti nella madre patria. Con il passare del tempo, sempre più cinesi esprimono simpatia e apprezzamento per il nostro comportamento. Se i tibetani prendessero le armi, perderemmo un simile sostegno che, sono convinto, è di estrema importanza.

Sul contributo alla causa del Tibet

D: Che cosa vorrebbe che facesse il pubblico presente per aiutare la causa tibetana?

R: Sebbene sia molto felice dell'appoggio che stiamo ricevendo da Stati Uniti e Gran Bretagna, abbiamo ancora bisogno di molto aiuto. La questione tibetana non interessa soltanto i diritti dell'uomo, ma anche problemi riguardanti l'ambiente e la decolonizzazione. Al momento, la questione più pressante é quella del trasferimento della popolazione cinese. Ciò di cui abbiamo bisogno è un aiuto pratico per fermare tale stravolgimento demografico. In qualsiasi modo vogliate aiutarci, ve ne saremo immensamente grati.