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Alfredo Romano

Lu Nanni Orcu
e altri racconti salentini
Nuova edizione riveduta e ampliata
con testo a fronte

Prefazione di Eugenio Imbriani


Illustrazioni di Maria Berto
indice

Prefazione di Eugenio Imbriani 9

Introduzione di Alfredo Romano 15

Lu Nanni Orcu e altri racconti salentini

Lu fattu te lu Nanni Orcu 22


Il fatto del Nanni Orcu 23
Quiddhu te la capra 40
Quello della capra 41
Lu fattu te li ṭṭre ppreti 54
Il fatto dei tre preti 55
Ca te cquai passava iu 66
Che di qua passavo io 67
La messa te le villane 70
La messa delle villane 71
Don Toninu 72
Don Tonino 73
Lu fattu te San Giorgi 76
Il fatto di San Giorgio 77
La meschina 82
La meschina 83
Cumpare mšsciu Tòturu 94
Compare maestro Tòtutu 95
La Chiara Funtana 98
La Chiara Fontana 99
Cesare e Palumbu 106
Impaginazione Loredana My 107
Cesare e Palombo
Art Director Nino Perrone Lu paṭre Picozzu 112
Il padre Picozzo 113
Li maccarruni pišciati 118
I maccheroni pisciati 119
© BESA Editrice
Lu fiju vulìa mmena sìrasa intru mmare 122
Via Duca degli Abruzzi, 13/15 Il figlio che voleva buttare il padre nel mare 123
73048 Nardò (LE) La puddhàšcìa sotta la cappa magna 126
Tel. +39 0833 871608 La pollastra sotto la cappa magna 127
Fax +39 178 277 6708 Lu pešce sṭracinatu 128
Il pesce strascinato 129
redazione@besaeditrice.it
Liberanusdòmine 130
www.besaeditrice.it Libera nos domine 131
Lu Culàu 132
Culàu 133
A rretu la pila 136
Dietro il lavatoio 137
Turu e tturài 138
Duro e durai 139
Lu cane te Lecce e llu cane te Bari 140
Il cane di Lecce e il cane di Bari 141
Lu jàggiu te nozze 144
Il viaggio di nozze 145
Lu cane cagniscìusu 148
Il cane schifiltoso 149
La fija cu lli urri 152 Ai miei fratelli:
La figlia con le bizze 153 lu Aldu, occhi te milampu
Lu pissìnchia 156
Pissinchia 157 l’Angiulinu, lu tatai
l’Eugeniu, nasu te fischia
Li fatti te lu Pieru

Lu bagnu a llu piccinnu 164


Il bagno al fratellino 165
La òccula 166
La chioccia 167
Tira la porta e biéni 170
Tira la porta e vieni 171

Certi fatti di papa Galeazzo


Premessa 175

Lu messone te papa Cajazzu 176


Il missone di papa Galeazzo 177
Li morti vii 178
I morti vivi 179
La ciuccia te papa Cajazzu 182
La somara di papa Galeazzo 183
La conṭramizione 184
La contravvenzione 185
Quistu vale pe' quiddhu ca tegnu inṭra 'lli cazuni 186
Questo vale per quello che porto nei calzoni 187
La chièsa pittata 188
La chiesa dipinta 189
Papa Cajazzu 'ncintu 192
Papa Galeazzo incinto 193
Prefazione

di Eugenio Imbriani

Chi si occupa di tradizioni popolari subisce spesso e volen-


tieri la tentazione di cedere all’intenzione che potremmo defi-
nire “del salvataggio”. In particolare, le espressioni orali della
cultura popolare sono volatili, fluide. La scrittura si configura,
allora, come intervento di salvataggio dei racconti e delle noti-
zie, delle testimonianze riferibili a un modello di vita che, nella
sostanza, appartiene al passato. La scrittura risponde anche alle
esigenze della comunicazione: la monografia, la restituzione
della ricerca tramite il testo scritto, si muovono nella direzione
di potenziali lettori per i quali scompare, di fatto, o, almeno,
si appiattisce, la figura del narratore. Sicché le storie di Hansel
e Grätel, di Biancaneve sono dei fratelli Grimm, che le hanno
pubblicate, Il gatto con gli stivali è una fiaba di Charles Perrault
molto più di quanto non appartengano, nell’accezione comu-
ne, ai narratori che gliele avevano raccontate. La narratrice di
storie più famosa, Sherazade, che, per non morire, ne inventa
per mille e una notte e oltre, è essa stessa il personaggio di una
fiaba; ma chi raccontava questa fiaba? Delle migliaia di voci
che per secoli l’hanno tramandata non ne conosciamo alcuna.
Sherazade è per noi, innanzitutto, essenzialmente una parola
scritta, prima di essere letta, enunciata, prima che la figura del-
la giovane donna acquisti corpo nelle immagini cinematogra-
fiche, o televisive, o disegnate.
Il pregio maggiore della presente raccolta di fiabe salentine
è, a mio parere, costituito dal fatto che l’autore di essa leghi i
testi alle figure dei narratori, informatori che gli sono stati mol-
to vicini e di cui conosciamo qualche notizia biografica, e qual-
che altra sul loro modo di raccontare. L’anziano Pasqualino,
il nonno materno, racconta le avventure di papa Galeazzo –
mitico curato cialtrone di Lucugnano vissuto, pare, nel XVII
secolo, protagonista di aneddoti classificabili tra lo scherzoso e
il pecoreccio –; sapeva leggere e scrivere, e allora, da giovane,

leggeva nei libri le storie che la sera raccontava alle figlie accan- endoli, ormai, alla dinamica sempre diversa del racconto orale.
to al caminetto; attingeva anche alle rappresentazioni che le La scrittura molte cose conserva, i testi, le parole, molte altre
compagnie teatrali provenienti dalla Sicilia tenevano nel fran- ne perde: l’esperienza del narrante e dell’ascolto seleziona alcu-
toio di Collemeto. ne parti del discorso, ne esclude altre: se i dialoghi di Romano
La vicenda personale di Pasqualino meriterebbe di entrare con la madre si fossero limitati solo alla narrazione di alcune
nel ciclo delle narrazioni, e troverebbe degnamente posto tra i fiabe, essi si ridurrebbero a una specie di monologo a puntate
cunti del volume. Era un macellaio molto stimato a Neviano, complessivamente breve e piuttosto arido. La scrittura, allo-
il suo paese (siamo in provincia di Lecce); aveva sette figli di ra, qualcosa conserva, qualcosa perde, qualcosa aggiunge; per
cui sei femmine e, preoccupato dalla necessità di dotarle e col- esempio, stabilisce un ordine alle storie, interviene sui testi con
locarle tutte dignitosamente, decise di investire i suoi rispar- dei segni di interpunzione e diacritici che ne agevolino la let-
mi in un affare che gli avrebbe reso moltissimo: acquistare un tura, li dota, come in questo caso, di una godibilissima tradu-
intero carico di asini, per venderne la carne alle macellerie di zione in lingua italiana.
altri paesi. Si recò in Calabria, qui fece stipare in vagoni merci Ma veniamo brevemente a un’altra questione: che cosa sono
gli asini provenienti da diversi allevamenti. Ma quelle bestie, le fiabe, e che cosa ci dicono? Non entrerò nel merito di un
assiepate com’erano in uno spazio ridottissimo, si aggrediro- dibattito tanto lungo e complesso su questi temi, che sfiorerò
no reciprocamente a calci e morsi, tanto che, quando il treno soltanto per fornirne un’idea.
arrivò a destinazione, ben poche erano sopravvissute, per di Forse molti sanno che la narrativa di tradizione orale è stata
più malconce. Così accadde che Pasqualino, per aver voluto ampiamente analizzata, sezionata, è stata oggetto di classifica-
arricchirsi in poco tempo, perdette tutto quello che aveva, fu zione; esistono indici e repertori che scompongono i testi in
costretto a lasciare il paese, con la numerosa famiglia, a rim- motivi, i quali rappresentano le unità narrative minime, e per
boccarsi le maniche e a ricominciare da capo. tipi, vale a dire, grosso modo, in base al soggetto, all’argomen-
Maria Neve, la moglie di Pasqualino, aggiungeva alla abilità to che toccano.
narrativa una peculiare verve drammatica, per cui imitava con Le migliaia di motivi che costituiscono le fiabe si mescolano
la voce e i gesti suoni, situazioni, personaggi, che dovevano variamente tra di loro, dando vita a una serie di combinazioni
sembrare chissà quanto più veri e chissà quanto più arcani ai in teoria infinita. Poiché si tratta di testi di tradizione orale,
giovani spettatori. come abbiamo già detto, nessuna fiaba narrata una seconda
Altri narratori di primo piano sono i genitori stessi di volta rimane perfettamente uguale alla versione precedente. I
Alfredo Romano, che esercitano la loro arte fino allo stremo. motivi viaggiano in lungo e in largo per il mondo, al seguito
Giovannino, sul letto di morte, raccoglieva le forze per dare di mercanti, pellegrini, migranti. I motivi viaggiano anche tra
quel che restava di sé ai visitatori che entravano pietosi nella la letteratura colta e la letteratura popolare, per cui non c’è da
sua stanza di malato e se ne uscivano divertiti. Lucia dettava meravigliarsi di trovare nelle fiabe elementi narrativi riscontra-
al figlio che, sul quaderno, trascriveva le parole, ma non po- bili, per esempio, nelle novelle di Sacchetti e di Boccaccio; per
teva fissare la voce, il tono, le cadenze, gli sguardi, i gesti della tacere di Basile che nel Pentamerone raccoglie un patrimonio
madre. di storie popolari.
La scrittura tradisce sempre la situazione narrativa. La tra- Le migliaia di motivi e le centinaia di tipi riscontrabili nelle
scrizione salva i testi, rendendoli nel contempo fissi e sottra- fiabe danno vita in realtà a trame molto semplici che si sus-
 
seguono e si ripetono secondo sequenze e schemi abbastanza A tutto questo si aggiunge la peculiare abilità dei narratori,
rigidi. Le migliaia di personaggi che le affollano svolgono tutto che si traduce nell’applicazione di una vera e propria tecnica
sommato poche funzioni; il grande folklorista russo Vladimir della narrazione orale. Su questo concetto Calvino si sofferme-
Propp, studiando le fiabe di magia, ha individuato una serie di rà ancora nelle Lezioni americane (1988); tra i valori letterari
azioni che, comunque, i personaggi compiono: c’è una situa- da tramandare al nuovo millennio c’è la rapidità, e il luogo in
zione iniziale, il protagonista è chiamato a superare alcune pro- cui meglio si esprime è proprio la narrazione orale. «La tecnica
ve, c’è un avversario, un aiutante magico, la soluzione. È come della narrazione orale nella tradizione popolare», scrive nelle
se nelle fiabe esistesse una sorta di meccanismo narrativo, che Lezioni, «risponde a criteri di funzionalità: trascura i detta-
i novellatori hanno seguito tramandandolo nello spazio e nel gli che non servono ma insiste sulle ripetizioni, per esempio
tempo, rincorrendo e intrecciando i motivi. Non basta raccon- quando la fiaba consiste in una serie di ostacoli da superare. Il
tare, bisogna saper raccontare, come con chiarezza suggerisco- piacere infantile di ascoltare storie sta anche nell’attesa di ciò
no gli stessi narratori delle storie raccolte da Alfredo Romano. che si ripete: situazioni, frasi, formule»; e più oltre rivelava di
Questo universo così articolato e multiforme sembrò sem- aver incontrato il massimo piacere quando un testo era laconi-
plicemente indominabile a Italo Calvino chiamato a redigere co e doveva cercare di tradurlo in lingua rispettandone la con-
la raccolta delle Fiabe italiane, uscita, poi, nel 1956. Calvino cisione. Credo che Alfredo Romano, che si è cimentato nella
confessava allora che quell’impresa editoriale lo esponeva a una traduzione delle sue fiabe, comprenda bene che cosa Calvino
sorta di malessere che nasceva proprio dal rapporto con un intendesse.
elemento non formalizzato, fluido, qual è la tradizione orale.
Eppure l’iniziale diffidenza svanì nel corso del lavoro, duran- Eugenio Imbriani
te il quale lo scrittore si trovò immerso nella precipua logica
dell’incantamento: «Ogni poco», scriveva nell’introduzione,
«mi pareva che dalla scatola magica che avevo aperto, la per-
duta logica che governa il mondo delle fiabe si fosse scatenata,
ritornando a dominare sulla terra». E continuava, parlando di
un suo intimo convincimento che giustificava il motivo per cui
ciò poteva accadere: cioè, che le fiabe sono vere. Costituiscono
un «catalogo dei destini», una «casistica di vicende umane», un
disegno sommario della vita, rappresentano «l’infinita possibi-
lità di metamorfosi di ciò che esiste».
Possiamo immaginare la vertigine di fronte alla sterminata e
prodigiosa campionatura di ciò che è narrabile, che egli aveva
davanti a sé. Eppure il gioco appariva dotato di regole; come
per gli scacchi i movimenti sulla scacchiera sono determinati,
eppure è possibile giocare un numero infinito di partite diver-
se, allo stesso modo la fiaba popolare si modella su strutture
fisse che consentono infinite variabili.
 
Introduzione

Non ho avuto libri da bambino, non c’erano i libri. La carta


era quella paglierina del pizzicagnolo che ti incartava un’aringa
o cento grammi di ricotta forte, detta schianta. La pagina era
quella di un vecchio giornale che trovavi dal barbiere, tagliata
fino a ricavarne un mazzo di quadratini sui quali sfregare il ra-
soio con la schiuma da barba. Per non dire di quella scritta in
latino quando si andava a servire messa a don Salvatore. A fare
i bravi si guadagnava anche un Ordo missae, l’annuario delle
messe che portavo a casa raggiante: era pur sempre un libro.
Non c’erano libri da bambino, ma è stata una fortuna non
avere libri da bambino, ci sarebbe stato tempo per i libri.
Non ho avuto libri… ma ho avuto in casa dei narratori che
ricordo come altrettanti libri parlanti, le cui voci mi giungono
ora, nel tempo, misteriose, inafferrabili. Quei vecchi narratori
che quando muoiono si portano nella tomba una biblioteca
orale intera, unica, senza speranza di riedizioni.
L’arte del raccontare è stata una prerogativa della mia fami-
glia. I miei nonni materni, come i miei genitori, erano deposi-
tari di una sconfinata tradizione orale fatta di storie vere e fan-
tastiche, satire e lazzi tipici dell’astuzia contadina. E poi canti
d’amore e di dispetto, poesie religiose e d’occasione, proverbi,
modi di dire, indovinelli, filastrocche, conte ecc.
Erano i tempi dell’ozio, inteso come tempo necessario da
dedicare allo spirito, allo svuotamento dei pensieri, al comuni-
care, al tramandare. Era questo il ‘perder tempo' a raccontare.
Il momento magico arrivava di sera, quando il buio scatenava
le paure sopite, quando il latrare dei cani sembrava provenire
dagli abissi infernali. La morte era in agguato, i morti non era-
no morti: tornavano invece a solleticare i vivi. C’erano strane
donne vestite di nero che salivano il sagrato della chiesa per la
funzione serale, poi, a rito finito, di loro nessuna traccia. C’era
un cane sconosciuto, enorme, vestito di una lanugine bianca,
che di notte girava il paese e scompariva all’alba: era l’uomo

pugnalato per sbaglio davanti all’osteria in una sera di lampi e nei suoi cicì-cicì dei tanti passeri, nei suoi bum-bum del Nanni
di tuoni, e la moglie, a cercarlo, era inciampata sul corpo nel Orco, nelle bucce di noci di Giovannino; oppure nelle batta-
buio. glie intorno a Guerrin Meschino, a Genoveffa di Parigi con la
Al mio paese nessun morto è mai morto, i sogni erano sem- sua capretta e al possente Fioravante.
pre tempestati di anime, di anime in pena che invocavano i E poi lei, sempre così religiosa, a dirmi di preti e monaci
suffragi così come gli eroi greci rimasti insepolti invocavano che si volevano fottere le donne pie (Il fatto dei tre preti, di
una degna sepoltura. Le anime erano i rami degli ulivi, pronti San Giorgio ecc.), ma che alla fine, per quante essi stessi ne
a ghermirti, che pendevano al chiaro di luna, disegnando stra- subivano, risultavano più degni di commiserazione delle loro
ne ombre sulle strade bianche e polverose. Le anime bussavano vittime.
alla finestra annunciate dal lugubre verso della civetta, oppure Mio padre Giovannino e mia madre Lucia, questa voglia
camminavano decise sui cornicioni delle case vestite di lun- di raccontare l’hanno esercitata fino all’ultimo, anche sul letto
ghissimi camici bianchi, o battevano i talloni al di sopra delle di morte durante la lunga malattia. Papà, a dire il vero, nella
lamie per spaventare i dormienti. A questi stessi non esitavano circostanza ci dava come l’illusione che stesse per migliorare.
magari a tirare i piedi, per rimproverarli di non aver posto nel- Si usava a Collemeto, quando si veniva a sapere di uno che
la bara tutti gli oggetti dovuti, o per essere trapassate senza le stava per morire, fargli visita ‘per vederlo un’ultima volta’ si
dovute scarpe nuove. diceva. Generalmente l’ora era quella pomeridiana. Mio padre
Perfino a tavola, nell’atto di mangiare un cocomero fresco o avvertiva, già dal brusio, la gente approssimarsi alla porta di
qualche altra delizia, bisognava augurarsi che allo stesso modo casa. Come per incanto sgranava gli occhi, si liberava del co-
si ‘refrigerassero’ i morti: ddefriscu a lli morti (refrigerio ai pricapo di lana e, con un certo sforzo, riusciva a porsi seduto
morti) era l’immancabile ritornello. sul letto; chiedeva perfino un pettine per darsi una sistemata.
È in questo clima che si raccontava, trasfigurati da una lam- Bene, i nuovi arrivati si mettevano seduti tutt’intorno al letto
pada a petrolio, in un gioco di lampi e di ombre che si rin- in un’atmosfera mesta, come per una veglia funebre. A mio
correvano per la stanza con i mezzibusti degli avi, severi, alle padre invece non sembrava vero trovarsi intorno un pubblico
pareti. tutto per lui, come lo aveva avuto in tante altre felici occasioni,
Mio nonno Pasqualino aveva l’abitudine, d’estate, di recarsi quando aveva narrato e sedotto accompagnandosi con grandi
a Rimini. Trascorreva 15 giorni da suo figlio Luigi, che si era gesti. E attaccava: il suo preferito era Don Tonino. Incredibile!
sposato colà durante la seconda guerra. Così mia nonna Maria La gente crepava dal ridere e se ne tornava a casa non certo
Neve restava sola, ed era abitudine, ogni volta, che un nipote con l’impressione di aver fatto visita a un morente. Ma, usciti
le facesse compagnia durante la notte. Questo privilegio toc- che erano tutti, ecco che mio padre tornava a morire: forse, in
cava a me, perché ero il più grande di quattro fratellini. Bene, cambio di un ultimo sorso di vita, aveva combinato qualche
si trattava di un’occasione unica. Prima di addormentarmi scellerato patto con sorella Morte. E noi a illuderci ogni volta.
nel letto matrimoniale, mia nonna si trasformava in un’intera E mia madre. Alcuni dei racconti li ho scritti quasi sotto
compagnia di teatro. Delle volte, per drammatizzare meglio i dettatura. Nel suo letto d’ospedale, in alcune pause del dolore,
suoi racconti, si levava in piedi sul letto e gridava e gesticolava al fine di distrarla, le chiedevo di raccontare. Li conoscevo già
a più non posso. Io ero lì come incantato, spettatore ignaro di quei racconti, ma avevo voglia di tornare su passi ormai caduti
eventi irripetibili, catapultato in storie che prendevano corpo nell’oblio, su alcuni ritmi, su dei toni di voce, delle sfumatu-
 
re, perfino su dei gesti e smorfie facciali essenziali al racconto.
Avevo voglia, questo sì, di far restare mia madre nelle parole, Avvertenze
di portarmela via in un quaderno di appunti, magico, che poi
avrei sfregato come la lampada di Aladino. Ma questo, lei, lo Il dialetto è quello salentino di Collemeto (2000 ab.), frazione
aveva capito bene.
Verbum caro factum est, la parola si è fatta carne. Mai detto di Galatina in provincia di Lecce. La trascrizione fonetica
evangelico fu più vero. Non esiste per me fascino più grande tiene conto solo dei segni diacritici per i fonemi:
della parola. Posso scrivere, posso bearmi con una pittura, un - cacuminale1 invertito2 sonoro ddh (beddha), ḍr (nḍrìzzate).
paesaggio, un film, una sonata di Chopin, per ricondurre poi - cacuminale invertito sordo ṭr (ṭràpule), ṭṭr (quaṭṭru), sṭr
tutto alla parola. La parola da sola è musica, è poesia. La parola (sṭrata).
non ha bisogno di supporti per essere bella. Ci sono canzoni
che preferisco, proprio così, cantare senza chitarra. Lo stru- - spirante sordo doppio š (nei gruppi šci e šce, come càšcia
mento ti obbliga in qualche modo a una misura già definita, e sušcettu ).- spirante sonoro ź (àźate, caźi).
mentre l’animo ha bisogno di librarsi all’infinito senza catene, Sono generalmente accentate le sdrucciole (parole con
come avveniva nel canto gregoriano. l’accento sulla terzultima sillaba) e le bisdrucciole (sulla
Tutto questo sento di non averlo appreso soltanto a scuola, quartultima); a volte anche le piane (sulla penultima) per
sono convinto di averlo anche ereditato. E quando a scuola è venire incontro al lettore che ha poca familiarità con la lettura
arrivato il mio primo libro di lettura, ho scoperto che era fatto
di parole, parole da declamare ad alta voce, per dare anima e del dialetto salentino.
corpo a pagine e a segni di per sé morti. Forse è per questo
che amo così tanto il libro, questo scrigno che basta scardinare
per imbattersi in parole che viaggiano per mari e mondi sco-
nosciuti, parole che concertano suoni e visioni che preludono
all’unico paradiso che possiamo sognare su questa bellissima
terra.

Alfredo Romano

1
Detto di suono nella cui articolazione la parte anteriore della lingua batte contro
la sommità del palato. Dal vocabolario Zingarelli.
2
Quando la consonante si articola nel palato duro con la punta della lingua all’in-
dietro. Dal vocabolario Zingarelli.
 
Lu Nanni Orcu
e altri racconti salentini
Lu fattu te lu Nanni Orcu Il fatto del Nanni Orco

Nc’era na fiata nu cristianu ca se chiamava Giuvanninu. Tenìa C’era una volta un tale che si chiamava Giovannino. Teneva
tanti fiji e lla mujère stia malata inṭra llu jettu. La fame era tanta tanti figli e la moglie stava nel letto ammalata. La fame era tanta
e lui non sapeva come fare per trovare un po’ da mangiare. Ma
mo’ e nnu’ ssapìa comu ia ffare cu ṭṭroa quarche ppocu te mangia- un giorno che faceva freddo e c’era vento, disse:
re. Ma, nu giurnu ca facìa friddu e mmutu jentu, tisse: «To’! mo’ mi armo di fucile e vado a vedere se piglio un
«Nà! mo’ me piju la reṭrucàrica e ba’ bìsciu ci pìju nu pocu te po’ d’uccelli per la moglie mia e per i figli che mi muoiono di
auceddhi1 pe’ la mujère mia e ppe’ lli fiji mii ca sta mme mòranu fame.»
te fame.» Visto che doveva recarsi lontano, si mise in tasca per provvi-
Ia šcire mutu luntanu mo’, e ppe’ pruìste se mise ‘n poscia do’ ove ste due uova sode. Cammina e cammina, cammina e cammina,
ddelessate. Camìna e ccamìna, camìna e ccamìna, rriàu inṭru giunse presso un fondo d’ulivi, ma ulivi così alti che pareva toc-
nnu fondu te ulìe, ma, àrburi cusì erti mo’, ca parìa ca rriàvanu cassero il cielo. E il vento li scuoteva di qua e di là e c’erano tanti
‘n cielu. E llu jentu li facìa te cquai e de ddhai e nc’èranu tanti te di quegli uccelli che si sentiva un continuo ci-ciiì ci-ciiì ci-ciiì.
quiddhi auceddhi ca se sentìa ciciiì-ciciiì-ciciiì… «Belli miei!» sospirò Giovannino, «che1 pure i figli miei han-
«Beddhi mii!» suspiràu lu Giuvanninu, «ca li fiji mii puru hanu no diritto di mangiare!»
mmangiare!» Tittu fattu e sse mise sparare, sai? Ppim-ppum- Detto fatto. Prese subito a sparare, sai? Pim-pum-pam! pim-
ppam! ppim-ppum-ppam! E catìanu ddhi sangu te auceddhi, sai? pum-pam! E cadevano gli uccelli, sai? Insomma tira di qua, tira
Tira te cquai, tira te ddhai, ‘nsomma, lu Giuvanninu se nchìu la di là, Giovannino si riempì la borsa di uccelli, e stava per far
borsa te auceddhi, e stia cu sse nde torna ccasa, quandu, tuttu te ritorno a casa, quando, a un tratto, sentì la terra rimbombar-
paru, ntise la terra ca ne rimbumbava sotta lli pieti: bum! bum! gli sotto i piedi: bum! bum! bum! bum! E questo bum-bum
bum! bum! E, quistu bum-bum, se mbicinava sempre te cchiùi. era sempre più vicino. Cos’era? Erano i passi del Nanni Orco
Cce ggh’èra? Èranu li passi te lu Nanni Orcu, ca, sentendu sparare che, avvertiti gli spari da lontano, si era mosso in cerca di carne
te luntanu, era ssutu ‘n cerca te carne umana. Quandu lu pòveru umana.
Giuvanninu se ccorse ca era lu Nanni Orcu, addhu nu’ ppotte Quando il povero Giovannino intravide Nanni Orco, altro
fare ca cu sse rràmpica susu ll’àrburu cchiù ertu ca nc’era. Addhai non potette fare che rifugiarsi in cima all’albero più alto che
ca lu Nanni Orcu ne rriàu sotta e ffacìa cu sse rràmpica puru c’era. Lì che Nanni Orco gli si fece sotto tentando a più ripre-
se di arrampicarsi, però, ahimè, lui era così grosso che a ogni
iddhu: cu rria sse lu mangia mo’. Ma era mutu crossu e scrufulava tentativo scivolava e scivolava lungo il tronco. Ma Giovannino,
sempre. appollaiato in alto lassù, non smetteva di tenergli il fucile pun-
Lu Giuvanninu, ddha ssusu a ddhunca stia mo’, tenìa la reṭrucàrica tato.
sempre a ttirezione te lu Nanni Orcu. Ma quandu quistu tuccàu Quando Nanni Orco si convinse di non poter acchiappare
ccustàta ca nu’ llu putìa propriu zziccare lu Giuvanninu, tuttu Giovannino, preso dalla rabbia, si mise a urlare:
rraggiatu pijàu ccritare: «Scendi che ti devo mangiare! Scendi che ti devo mangiare!»
«Šcindi ca t’àggiu mmangiare! Šcindi ca t’àggiu mmangiare!» «Sì, che sono fesso io!» gli rispondeva Giovannino, facendo-
«Sì, ca era fessa mo’!» li rispundìa a ttonu lu Giuvanninu, facen-
1
Che, nel senso di perché, ha il tono dell’uso popolare e quindi volutamente non
1
Auceddhi è dialetto di Neviano. A Collemeto si dice ceddhi. accentato.
 
du ddivedère ca nu’ llu timìa. E ntorna: gli credere di non temerlo. E di nuovo:
«Šcindi ca t’àggiu mmangiare! Šcindi ca t’àggiu mmangiare!» «Scendi che ti devo mangiare! Scendi che ti devo mangiare!»
«Sienti, Nanni Orcu, cerca cu tte stai quetu quetu. Ca cce tte «Senti, Nanni Orco,» più deciso stavolta Giovannino «statte-
pensi? Ca iu su’ cchiù fforte te tie!» ne quieto quieto! Ma che credi: io son più forte di te!»
«Come sarebbe a dire che sei più forte di me. E fammi vedere
«Comu sarebbe ddire ca sinti cchiù fforte te mie. E ffanne bìsciu allora come sei più forte!»
comu ete ca sinti cchiù fforte te mie!» A questo punto Giovannino tolse dalla tasca le due uova
Lu Giuvanninu, ‘llora, cacciàu te poscia le ddo’ ove ddelessate e sode, le chiuse in un pugno e gli disse:
nne tisse: «Le vedi queste due palle di ferro?»
«Sta lle viti ‘ste ddo’ palle te fierru?» «Le vedo, le vedo.»
«Sta lle vìsciu! sta lle vìsciu!» «Stai attento, perché io posso romperle con una mano sola.»
«Cuarda: iu fazzu cu sse rùmpanu cu nna manu sula.» E nnu’ E non finì di dire che le due uova erano già schiacciate.
spicciàu te tire, ca le ddo’ ove ddelessate èranu già scrafazzate. «Sangue di così!»2 bestemmiò Nanni Orco, «allora questo è
«Sangu te cusì!» castimàu lu Nanni Orcu «allora quistu è cchiù più forte di me!» Quest’ultime parole dette sottovoce. E si voltò
verso Giovannino e gli disse:
fforte te mie!» E sse vutàu a llu Giuvanninu e nne tisse: «Fai una cosa: scendi pure, facciamo la pace, non ti voglio
«Sai cce ffanne? šcindi ‘llora, ca nu’ mboju tte mangiu cchiùi: mangiare più. Andiamo a casa mia anzi: lì ci faremo una bella
facìmu pace; anzi, sciamu ccasa mia e nne facìmu na beddha mangiata.»
mangiata.» «Parola che non mi mangi?»
«Parola ca nu’ mme mangi?» «Parola!» disse Nanni Orco.
«Parola!» tisse lu Nanni Orcu. «Attento però, che io scendo col fucile. Ti avviso di un altro
«Cuarda ca iu šcindu cu lla reṭrucàrica: cu stai ccortu. E poi vòju fatto poi, e tienilo in mente se no saranno guai per te: se tu
tte vvisu te n’addha cosa, e ttiènila mmente, senò su’ guai pe’ ttie: avessi la ventura di sfiorarmi sia pure con un dito, prenderesti il
volo e scompariresti dalla faccia della terra.»
se tieni la ventura cu mme tocchi puru cu nnu tìsciatu, te nde uli «No no, non ti tocco! non ti tocco!» disse Nanni Orco. Ma
‘ll’aria e scumpari te la facce te la terra.» poi tra sé: «Sangue di così! questo deve essere proprio più forte
«None none, nu’ tte toccu, nu’ tte toccu!» tisse lu Nanni Orcu. E di me!»
ppoi ṭra de iddhu: «Sangu te cusì! quistu hae béssere cchiù fforte
te mie!» 2
L’espressione nei racconti sostituiva una bestemmia. Quel “così” poteva essere
Dio, la Madonna o qualche santo. Era generalmente usata dal narratore timorato
di Dio che, alle prese con un discorso diretto, non se la sentiva di ripetere di pari
passo una bestemmia pronunciata da un personaggio del racconto. Gli sarebbe
parso di bestemmiare a sua volta. C’è da dire che se era un uomo a narrare non
si faceva tanti scrupoli a volte. Se poi c’erano bambini ad ascoltare quel “così” era
d’obbligo. Altre finte bestemmie che io ricordi, che della bestemmia conservava-
no il suono e l’espressione (quindi non sostanziali, inefficaci ai fini del peccato)
erano: Sangu te la culonna o Sangu te la matombula (invece di Madonna); oppure
Mannaggia lu spiritu canfuratu (al posto dello Spirito Santo); ancora Sangu te santu
nuddhu (sangue di nessun santo).
 
E tutti toi te paru pijàra la sṭrata ca scia a ccasa te lu Nanni Orcu, Ed entrambi s’incamminarono per la via che portava alla
e quistu caminava e sse tenìa luntanu te lu Giuvanninu. Ca va’ casa del Nanni Orco. Costui però, a rischio di volare in aria, si
ssacci… cu nnu’ ssia ia bulare ‘ll’aria! Ma lu Giuvanninu lu tenìa teneva ben distante da Giovannino.
sempre t’occhiu lu Nanni Orcu. Ca va’ sacci... quiddhu a llu meju Erano appena arrivati nei pressi della casa, che la moglie
se putìa menare sse lu mangia. Nanni Orca, intenta alle faccende domestiche, fiutò già l’odo-
Quandu ca èranu ‘ppena rriati a lla casa te lu Nanni Orcu, la re di carne umana. Per questo uscì di fretta e, alla vista del
mujere, la Nanni Orca mo’, stia inṭru ccasa ffazza servizie, quan- forestiero, fece sorpresa:
du ntise la ndore te carne umana. Essìu te pressa e quandu vitte lu «Buongiorno, buon uomo.»
forastieru cu mmarìtusa, tisse sbabata: «Buongiorno!» rispose Giovannino con una faccia spaval-
«Bongiornu, bon omu.» da.
«Bongiornu, bongiornu» rispuse lu Giuvanninu cu nn’aria te Ma Nanni Orca, accostandosi all’orecchio del Nanni Orco,
omu benforte. gli disse zitta zitta:
Ma la Nanni Orca, ccustànduse a nna ricchia te lu Nanni Orcu, «Quando ce lo mangiamo? Che io sto morendo di fame!»
ne tisse cittu cittu: «Ma tu non cambi mai!» le sussurrò stizzito, «mo’ te ne stai
quieta quieta. Un po’ di pazienza diamine! Sai, questo è più
«Beh, iu sta mmoru te fame, maritu miu: quandu ete ca ne lu
forte di me, e bisogna prenderlo di sorpresa! Ma tu aggiusta
mangiamu ‘stu cristianu?»
tavola intanto: prima lo facciamo mangiare e bere e, una volta
«Nu’ ccangi mai! Pe’ mmoi statte queta, àggi nu pocu te canza: ca sazio, lo manderemo a dormire. E mentre lui dorme io gli pre-
quistu è cchiù fforte te mie, tocca llu pijámu a ll’ampruìsa. Tie paro… una bella carezza!»3
‘ntantu cconza tàula, ca facìmu prima cu mmangia e ccu bia, E Nanni Orca approntò subito tavola e si misero tutti a
e ppoi, quandu ca s’hae binchiatu bonu bonu, lu mandamu sse mangiare. In verità i due Nanni Orchi mangiarono poco, pre-
curca. E quandu ca sta dorme ‘n chinu ‘n chinu, ne preparamu gustando più in là un piatto più sostanzioso a base di carne
nu beddhu carizzu.» umana. Giovannino invece ne approfittò perché aveva fame e,
E lla Nanni Orca giustàu tàula e tutti ṭṭre se mìsera mmangiare. una volta sazio, si avviò a dormire nella camera approntatagli
Li Nanni Orchi però mangiàra picca, ca sapìanu ca a llu cramati- da Nanni Orca. Padrefigliolospiritosanto e finì a letto.
na s’ìanu binchiare te carne umana. Ca mo’ nu’ bitìanu l’ora, no? Ma appena si fece notte fonda, Nanni Orco svegliò Nanni
La Nanni Orca preparàu la stanza cu ddorma lu Giuvanninu e Orca e le ordinò:
quistu, paṭrefijoluspiritusantu, sciu sse curca. «Tu vai ad accendere il forno, io intanto vado e faccio a pez-
Quandu ca se fice notte funda, lu Nanni Orcu ddišcitàu la Nanni zi quel cristiano. Ah ah!, domattina che bella mangiata!»
Orca e nne tisse: Che ti fece Nanni Orco? Afferrò un’accetta grossa quanto
«Tie va prepàra lu furnu, ca iu mo’ vau, lu fazzu a stozze e ccra- oggi e domani, entrò piano piano nel buio della camera di
matina ne lu mangiamu beddhu beddhu.» E lla Nanni Orca te Giovannino e s’accostò al letto. Qui si mise a menare colpi
pressa sciu cu dduma lu furnu.
Cce ffice lu Nanni Orcu? Pijàu na sorta te ‘ccetta crossa quantu 3
In dialetto carizzu (carezza) ha un significato ironico e tragico nello stesso tem-
osci-ccrai e šciu cu apre chianu chianu senza ffazza rumore la por- po. Lu Signore m’ha ffattu ‘nu beddhu carizzu (Il Signore ci ha fatto una bella
carezza) a volte lo si dice in occasione di un evento tragico.
 
ta te la cambara a ddhunca sta’ ddurmìa lu Giuvanninu. ṭrasìu a d’accetta: tiritinghi e tiritanghi! tiritanghi e tiritanghi! I pezzi
llu scuru, sciu a ttirezione te lu jettu e nne zziccàu mmenare susu volavano dappertutto e gli ricadevano pure in faccia. «Ah, come
corpi te ‘ccetta: tiritìnghi e tiritànghi! tiritìnghi e tiritànghi! E lle te lo sto combinando!» ripeteva soddisfatto Nanni Orco.
stozze se nde vulàvanu ‘ll’aria a ddhunca t’ete, ca ne catìanu puru Quando credette d’averlo fatto in mille pezzi, lasciò la ca-
‘n facce. mera col proposito di tornarci non appena fatto giorno.
«Ah, comu sta tte lu cumbinu,» facìa tuttu cuntentu lu Nanni Giovannino invece non s’era fatto fregare, perché aveva in-
Orcu «sta mme ddefriscu propriu. Cramatina vegnu mme ccoju
tutte ‘ste beddhe stozze: acchiàtu comu n’imu binchiare!» E llassàu tuito che Nanni Orco stesse architettando un piano per ucci-
tuttu comu se troa e scìu sse curca. derlo. Così aveva raccolto un bel po’ di grosse zucche e le aveva
Ma se critìa, iddhu mo’, ca lu facìa fessa lu Giovanninu! Lu fattu adagiate sul letto a comporre una sagoma. Poi s’era posto al
foe ca quistu l’ia pensata ca lu Nanni Orcu s’ia misu quarche ppia- riparo in un angolo della camera.
nu ‘n capu cu llu ccite. Sicché cc’ia fattu? Ia pijàtu tante beddhe E all’alba Nanni Orco varcò la stanza munito di un canestro
cucuzze ca ia ṭruvatu inṭra nnu canišcione e ll’ia giustate susu lu con l’intento di riempirlo dei pezzi di carne umana. Ma quale
jettu: cu ffazza ccritìre mo’ ca iddhu stia intra li jettu. Poi s’ia misu sorpresa quando vide Giovannino tutto bello in piedi.
cu spetta a nn angulu te la càmbara. «Buongiorno!» disse Nanni Orco che non credeva ai suoi
Quandu se fice matina, lu Nanni Orcu ṭrasìu inṭru lla stanza cu occhi. «Ma… hai dormito bene stanotte?»
nna canìšcia cu sse ccòja le stozze, e… nnu’ ba tte vite lu Giuvan-
ninu, tuttu beddhu mpizzatu, ca sta sse la passaggiava? «Sì, sì, eccome!, ho dormito proprio bene! Solo che a una
«Bongiornu,» tisse lu Nanni Orcu, ca nu’ ccritìa a ll’occhi soi, «hai certa ora della notte mi sono sentito cadere addosso delle buc-
turmùtu bonu stanotte?» ce di noci.»
«Sì, sì, eccòmu! Àggiu turmùtu propriu bonu; sulamente ca a nnu «Sangue di così! Come…» imprecò Nanni Orco tra sé «l’ho
beddhu mumentu m’àggiu sentutu rriare ‘n capu scorze te nuci.» ridotto in pezzi e mi parla di bucce di noci. Sangue! questo
«Sangu te cusì!» castimàu lu Nanni Orcu inṭra te iddhu. «Comu, allora è più forte di me!»
l’àggiu fattu a stozze, l’àggiu fattu, e quistu tice scorze te nuci? Trascorse il giorno. A sera, dopo la cena consueta, Giovan-
Sangu! ma quistu ‘llora è cchiù fforte te mie!» nino si ritirò nuovamente in camera. Ma, a mezzanotte, ecco
Passàu tuttu lu giurnu. Alla sera, ntorna, mangiàra e llu Giuvan- Nanni Orca pronta di nuovo ad accendere il forno. Nanni
ninu scìu sse curca. Ma a llu vutare te la menźanotte, lu Nanni
Orcu tisse n’addha fiata a lla Nanni Orca cu bàscia prepàra lu Orco stavolta però aveva escogitato un altro piano. Che ti fece?
furnu pe’ llu cramatina. Tenìa n addhu pianu ‘sta fiata. Cce ffice? Raccolse una macina in pietra di frantoio, pesantissima, e pre-
Sciu cu ppìja na rota te ṭrappitu, ca pisava quarche quintale, e sse se a spingerla sulla scala esterna che portava su al terrazzo, dove
mise cu lla spinge susu lle scale ca purtàvanu susu lla làmmia te un lucernario si apriva proprio sul letto di Giovannino. Set-
la càmbara a ddhunca turmìa lu Giuvanninu. Susu ‘sta làmmia te camicie sudò Nanni Orco per spingervi quella macina, per
nc’era nu ṭrabuccu ca tia luce e cca stia propriu terittu terittu su llu aprire il lucernario e scaraventarla sul letto di Giovannino.
jettu. Sette camise sutàu lu Nanni Orcu cu lla pozza spingìre, la «Stavolta sì che l’ho ammazzato!» fece sicuro tra sé Nanni
rota, ddha ssusu. Aprìu ddhu sangu te ṭrabuccu e scurumbulàu la Orco.
rota susu lu jettu te lu Giuvanninu. Giovannino invece… se ne stava ancora tranquillo, rifugia-
«Ah, mo’ sì ca l’àggiu ccisu! Cce mmangiata ca m’àggiu ffare crama-
tina!» to nel solito angolo.
 
Iddhu mo’ se critìa… Lu Giuvanninu ia sciutu, sine, sse curca, Quando, fattosi giorno, Nanni Orco tornò in camera per
ma, cu nn occhiu ia turmùtu e ccu ll’addhu ia statu ddišcitatu. portarsi via la sospirata carne umana, non credette ai suoi oc-
Sicché, quandu ia ntisu lu rumore te quiddha sangu te rota, s’ia chi quando vide di nuovo Giovannino tutto bello in piedi.
misu ntorna a nn angulu te la stanza. «Buongiorno!» gli disse.
Quandu a llu cramatina lu Nanni Orcu scìu sse ccòje ddha bed- «Buongiorno, buongiorno!» ebbe per tutta risposta.
dha carne umana, lu vitte ntorna tuttu mpizzatu, ca nu’ ccritìa
a ll’occhi soi: «Ma… come hai dormito stanotte?»
«Bongiornu» ne tisse. «Bene, bene: giusto a una certa ora della notte mi sono sen-
«Bongiornu, bongiornu» rispundìu lu Giuvanninu. tito cadere in testa delle bucce di noci.»
«Beh, comu si’ statu stanotte?» «Bucce di noci!» fece tra sé Nanni Orco «Sangue!… una
«Ah, bonu bonu! sulamente ca a nnu beddhu mumentu àggiu macina di frantoio... e quello mi parla di bucce di noci! Questo
sentùtu ‘n capu do’ scorze te nuci.» allora è più forte di me!»
«Do’ scorze te nuci!» tisse inṭra te iddhu lu Nanni Orcu «Sangu! Mo’ Nanni Orco non sapeva più che piano inventarsi. Pen-
n’àggiu menatu susu na rota te ṭrappitu e sta mme cunta te scorze sa e ripensa… «Sai che faccio?» si disse «lo porto nel bosco e
te nuci? Quistu ‘llora hae béssere cchiù fforte te mie!» lo sfido ad abbattere un albero con le sole mani. Così, sul più
Mo’ lu Nanni Orcu nu’ ssapìa cchiùi comu ia ffare cu sse mangia
lu Giuvanninu. Pensa e pensa: «Mo’ sa’ cce ffazzu?» tisse «Lu por- bello, gli scaravento l’albero addosso e lo faccio morire!»
tu inṭra llu boscu e bitìmu a cci è capace cu mmena n àrburu ‘n «Vuoi misurarti con me?» propose Nanni Orco a Giovanni-
terra cu lle mane sulamente. Ca... bonu bonu, pìju n àrburu, ne no. «Vediamo chi è più bravo domani ad abbattere un albero
lu menu susu e ffazzu cu mmora!» del bosco con le sole mani.»
«Vo’ tte mmisuri cu mmie?» tisse lu Nanni Orcu a llu Giuvan- «Non mi tiro indietro!» pronto Giovannino.
ninu «Vitìmu ci è ccapace crai cu mmena n àrburu ‘n terra te Ma appena si fece notte, Giovannino si munì di una sega
inṭra llu boscu.» e si recò nel bosco. Qui scelse un tronco d’albero e lo segò in
«Ca percé:» rispuse lu Giuvanninu «nu’ mme tiru rretu iu.» basso, ma quel tanto da consentirgli di tenersi ancora in piedi.
Ma appena se fice notte, lu Giuvanninu scìu cu nnu serrettu inṭra Poi praticò due buchi profondi sul tronco, giusto per infilarci
llu boscu e ccuminciàu sserrare n àrburu, quiddhu ttantu però cu
rresta ‘ppena ‘ppena tisu. Poi fice do’ busci a llu ṭroncu quantu nu due dita, e li riempì di ricotta.
tìsciatu e lli inchìu te ricotta. S’alzarono presto il giorno dopo e, sulla via per il bosco,
A llu crai se a´zara prestu tutti toi cu banu inṭra llu boscu, e llu Giovannino non si stancò di ripetere a Nanni Orco di tenersi
Giuvanninu ne rripetìu ntorna a llu Nanni Orcu cu stèscia tten- sempre distante da lui, a rischio di spiccare il volo e perdersi
tu e ccu ccamina luntanu te iddhu: se no acchiàtu a ddhu se nde in aria. Giunti che furono nel bosco, Giovannino prese posto
vulava. davanti all’albero già segato e disse a Nanni Orco:
Rriati ca fora a llu boscu, lu Giuvanninu se mise nnanzi ll’àrburu «Vuoi vedere che quest’albero lo faccio cadere a terra spin-
ca ia serratu, e nne tisse a llu Nanni Orcu: gendolo con due sole dita?»
«Vo’ tte fazzu biti ca ‘st’àrburu fazzu ccàscia ‘n terra cu do’ tìscia-
te?» «Va’ va’! ma che dici: tu mi vendi frottole!»
«Vane! vane! Cce sta’ mme tici? Mo’ sta’ bindi ṭràpule!» «E guarda allora.» Detto fatto. Giovannino ficcò le dita nei
«Statte 'ttentu ‘llora.» buchi pieni di ricotta, una leggera spinta e l’albero cadde.
 
E llu Giuvanninu nfilàu do’ tisciate inṭra lli busci chini te ricotta «Sangue di così! questo è più forte di me!» tra sé Nanni
e, quantu pare ca ne tese na spinta, e ll’àrburu catìu. Orco.
«Sangu te cusì!» tisse lu Nanni Orcu «Ca quistu è cchiù fforte te E così se ne tornarono a casa. Il bello fu che Nanni Orca
mie!» anche stavolta non aveva mancato di accendere il forno per
E ccusì se nde turnàra ccasa. Lu bellu ca la Nanni Orca, lu stessu arrostire Giovannino. Per questo, vedendoli tutti e due di ri-
ca piace, ia preparatu lu furnu cu sse rrùstanu lu Giuvanninu e torno, rimase con tanto di naso.
quandu li vitte rriare tutti toi rimase cu ttantu te cannarozzu. «Qui non c’è niente da fare!» le disse Nanni Orco in un
«Acquai nu’ sse pote fare gnenzi,» ne tisse cittu cittu lu Nanni orecchio, «Questo è più forte di me!»
Orcu a lla Nanni Orca «quistu è cchiù fforte te mie!» Passavano i giorni e Giovannino pensava sempre ai figli suoi
E passàvane li giurni e llu Giuvanninu pensava sempre a lli fiji che morivano di fame e alla povera moglie che stava ammalata
soi ca sta’ mmurìane te fame e a lla mujère soa ca stia inṭra nnu in un fondo di letto. Voleva fuggire da Nanni Orco, ma per il
fundu te jettu. Mo’ nu’ ssapìa comu ia ffare cu sse la squàja te lu momento doveva essere prudente, aveva bisogno di un piano.
Nanni Orcu. Pensa e pensa, alla fine ne vinne ‘n capu nu pianu. Pensa e ripensa alla fine ebbe un’idea.
Nc’era nnanzi ccasa te lu Nanni Orcu na palla te fierru ca pisava V’era nei pressi della casa del Nanni Orco una grossa palla
ci sape quanti quintali. Cce ffice? Se piazzàu nnanzi ddha palla e di ferro. Che ti fece? Si piazzò davanti alla palla e si mise a gri-
ccuminciàu a critare menandu le razze ‘ll’aria: dare facendo grandi gesti:
«Cristiani te quistu mundu e de quiddhaaàddhu... scansaaàtive... «Uomini di questo mondo e di quell’aaàltro... scansaaàte-
rriparàtive a nn angulu te caaàsa... stàu cu ttoccu cu nnu tìsciatu vi... riparatevi a un angolo di caaàsa... sto per toccare con un
‘sta palla te fieeèrru... stàtive tteeènti... mo’ se nde vula ‘ll’aaària... dito questa palla di feeèrro... state atteeènti... adesso prende il
e ba ccate a quarche paaàrte!» vooòlo... va a cadere da qualche paaàrte!»
Lu Nanni Orcu ntise. «Ma cce sta ccrita?» tisse «Vo’ tte fazzu biti Nanni Orco intese. «Ma che grida!» disse. «Stai a vedere che
ca sta mme cumbina n’addha te le soe? Assa cu ba bìsciu, cu nnu’ vuol combinarmi un’altra delle sue? Fammi andare a vedere,
ssia me mena quarche addhu cazzunculu.» ché quello mi vuol mettere qualche altro cavolo in culo.» Così
Quandu scìu e llu vitte nnanzi ddha sangu te palla: «‘Nsomma se si avvicinò a Giovannino, ma questi continuava imperterrito
po’ capire percé sta’ ccriti?» ne tisse. E llu Giuvanninu ntorna: a gridare.
«Cristiani te quistu mundu e de quiddhaaàddhu... scansaaàtive... «Si può capire perché gridi?» disse Nanni Orco. Ma Gio-
rriparàtive a nn angulu te caaàsa... stau cu toccu cu nu tìsciatu vannino non smetteva:
‘sta palla te fieeèrru... stàtive tteeènti... mo’ se nde vula ‘ll’aaària... «Uomini di questo mondo e di quell’aaàltro... scansaaàte-
e ba ccate a quarche paaàrte!»
«None none! statte quetu! pe’ ll’amore te Ddiu!» Ma nu’ nc’era vi... riparatevi a un angolo di caaàsa... sto per toccare con un
gnenzi te fare: lu Giuvanninu nu’ lla spicciava te critare cristiani dito questa palla di feeèrro... state atteeènti... adesso prende il
te cquai e cristiani te ddhai. vooòlo... va a cadere da qualche paaàrte!»
«Pe’ ll’amore te Ddiu! pe’ ll’amore te Ddiu!» nsistìa lu Nanni Orcu «No no, cristiano mio, per l’amore di Dio, non toccarmi
«Nu’ mme tuccare quiddha palla te fierru! làssala stare! fermu, quella palla di ferro! lascia stare! fermo! fermo! che può cadere
fermu! cu nnu’ ssia va nne cate ‘n capu!» Ma lu Giuvanninu nu’ in testa a noi.» Ma Giovannino non sentiva ragioni. Alla fine
lla spicciava te critare. Nanni Orco:

 
«Sièntime cquai, sièntime cquai» risulvìu allora lu Nanni Orcu. «Stammi a sentire:» gli disse «ti darò un asino con due basti
«Vòju tte tau nu caricu te sordi: basta ca te nde vai. Te tau nu carichi di ducati d’oro, ma voglio che te ne vai! E non farti
ciucciu e ddo’ visazze chine chine te tucati t’oru. Vane e nnu’ ffatte vedere mai più, perché tu, se continui a star qui, non farai che
cchiùi bitìre: ca tie quantu cchiùi stai cquai, cchiùi me minti mettermi nei pericoli.» E Giovannino ebbe l’asino e i due basti
inṭru lli perìculi.» carichi di ducati d’oro, ma, prima di mettersi in viaggio, disse
E llu Giuvanninu ippe lu ciucciu cu le do’ visazze chine te oru, al Nanni Orco:
ma, prima cu pparta, tisse a llu Nanni Orcu: «Io me ne vado, ma non monterò sull’asino perché tu sai
«Iu sta mme nde vau, ma nu’ ppozzu salire susu llu ciucciu, senò che, se malauguratamente lo toccassi sia pure con un dito,
se nde vula. Vole tire ca iu caminu ‘ll’ampete e llu ciucciu te coste.» quello prenderebbe il volo. Farò la strada a piedi quindi, a di-
Salutàu lu Nanni Orcu e lla Nanni Orca e partìu.
Quantu ca fice nu pocu te sṭrata, poi, sicuru ca nu’ llu vitìa cchiui stanza dall’asino.» Poi salutò i due Nanni Orchi e se ne partì.
nišciunu, pijàu e mmuntàu susu lu ciucciu. E ffuci ccasa mo’! Ma, fatta un po’ di strada, sicuro di non essere più visto,
Lu Nanni Orcu però già s’ia fattu pentutu te tutti quiddhi sordi montò sull’asino e... trotta e trotta verso casa mo’!»
ca n’ia tatu. Nu ss’ia datu pe’ vintu ‘ncora. Nanni Orco però, nel frattempo, s’era pentito della sua ge-
«Cilaccriatu! tocca llu zzaccu!» tisse, e sse mise mmarciare cu llu nerosità e decise di mettersi in marcia per raggiungere Giovan-
rria. Addhai ca lu Giuvanninu menṭre sta ṭruttava cu llu ciucciu nino. Lì che questi, trottando sull’asino, ti andò a sentire di
sciu ba ssente: bum! bum! bum! bum! nuovo bum! bum! bum! bum!
«Sangu te ddhu porcu!» tisse «Lu Nanni Orcu sta mme sècuta!» «Sangue di quel porco!» imprecò «È Nanni Orco!» Scese
Cusì šcise te lu ciucciu, lu pijàu, lu scuse a rretu a nnu cozzu e se subito dall’asino allora, lo nascose dietro a un grosso masso e
mise ccuardare ‘ll’aria pe’ ffinta. Rriàu lu Nanni Orcu e vitte lu poi prese a far finta di guardare in aria. Qui che sopraggiunse
Giuvanninu senza ciucciu e cca sta ccuardava ‘ll’aria. Nanni Orco:
«Ma se po’ ccapire cce gh’ete ca sta’ ccuardi?» ne tisse lu Nanni «Si può capire cosa stai guardando?» chiese a Giovannino.
Orcu. «Purtroppo senza avvedermi ho toccato l’asino con un dito
«Na! è successu ca senza mmancu cu mme ddunu, àggiu tuccatu ed è sparito in aria con tutte le bisacce. Guardo nella speranza
lu ciucciu cu nnu tìsciatu e quiddhu se nd’è bulatu ‘ll’aria cu ttut- di vederlo cadere da qualche parte.»
te le visazze. Sta ccuardu ci pe’ ccasu lu vìsciu šcindire a quarche «Sangue di così!» disse tra sé Nanni Orco «se questo mi toc-
parte.»
ca con un dito, mi fa fare la fine dell’asino!» E si allontanò, e
«Sangu te cusì!» tisse ṭra de iddhu lu Nanni Orcu. «Acquai è
mmeju cu mme nde vau, cu nnu’ ssia quiddhu ci va mme tocca cu questa volta per sempre.
nnu tìsciatu me face cu mme nde ulu ll’aria comu lu ciucciu!» E, ingraziadiddio, Giovannino fece finalmente ritorno a
E ‘sta fiata, lu Nanni Orcu se nde turnàu rretu senza nuddha casa dove trovò la moglie e i figli più morti che vivi. Ma quan-
speranza cchiùi cu sse mangia lu Giuvanninu. do vuotò le bisacce cariche di ducati d’oro, dovevi vederli tutti
E llu Giuvanninu, angrazieteddiu, putìu turnare ccasa soa, ma, saltare di gioia. Così Giovannino chiamò i figli suoi e, a ognu-
a llu ṭrasire ca fice ccasa, ṭruvàu la mujère e lli fiji cchiù mmor- no dando dei soldi, ordinò:
ti ca bii. Ma quandu aprìu le visazze e ffice cu bìscianu tutti «Tu to’! vai a comprare il pane; tu to’! vai a comprare la
quiddhi tucati t’oru, frate miu! l’ii bitire cumu sartàvanu pe’ lla mortadella; tu to’! compra un’aringa; tu to’! le noccioline; tu
 
cuntentezza. E llu Giuvanninu chiamàu li fiji, e a unu a unu li to’! le arance; tu to’! la cioccolata; tu to’! un bel litro di vino;
cumandàu: tu to’! l’olio; tu to’! questo e tu to’! quest’altro. E sbrigatevi,
«Tieni ‘sti sordi tie! vane e ccatta lu pane; tie na! vane e ccatta la che d’ora innanzi in questa casa la fame non si deve neppure
murtatella, tie ccatta na ringa, tie pija to’ nuceddhe, tie li por- nominare!»
tacalli, tie la ggiocculata, tie nu beddhu liṭru te vinu, tie l’òju. E loro vissero felici e contenti e noi non avemmo nienti.
E sbricàtive: ca te osci nnanzi inṭru ‘sta casa la fame nu’ ss’hae Se volete un altro fatto, datemi un tarallo.4
mancu nnominare!
E iddhi vìssera felici e ccuntienti e nnui nu’ ìppime gnenzi. Ci voi
tte cuntu n addhu, me tai nu taraddhu.

4
In dialetto ‘altro’ e ‘tarallo’ (addhu e taraddhu) fanno rima.
 
Quiddhu te la crapa Quello della capra
Nc’era una ca se chiamava Maria e ia pparturìre. Allora ne tisse Era una che si chiamava Maria ed era in attesa di un bam-
lu maritu: bino. Allora il marito le disse:
«Nu’ è bonu cu nne ccattamu na crapa ca face latte pe’ quandu «Non sarà bene procurarci una capra per il bambino? Ci
našce lu vagnone?» sarà bisogno di latte.»
«Mmm… e scia’ ccattàmune la crapa!» tisse la mujère. «Ùmh, e compriamoci pure la capra!» rispose la moglie.
E ccusì ccattàra la crapa. La crapa criscìu e rriàu lu latte: beddha, E così si comprarono la capra. Capra che diventò bella gros-
cu lli crapetti soi, no? sa, bella con i suoi capretti, no? e che faceva tanto bel latte.
Nc’era nu mònicu picozzu ca passava sempre te casa te la Maria Successe che un monaco cercantino,5 che passava da casa
pe’ la limòsina, quandu ca vitte ddha sangu te crapa. della Maria per la questua, notò quella caspita di capra.
«Ah!» tisse ṭra de iddhu, «ddha capra è bona propriu pe’ llu paṭre «Ah!» disse tra sé «questa capra è proprio buona per il padre
cuardianu.» guardiano.»
«Nu’ mme faci la limòsina?» ne tisse ‘ntàntu a lla Maria. «Non mi fai l’elemosina?» chiese intanto alla Maria.
«Sine na!» tisse la Maria. E nne tese do’ beddhe frise, frische nfur- «Sì, to’!» disse la Maria. E gli porse due belle frise6 infornate
nate, e nnu pocu te pummitori. da poco insieme con una manciata di pomodori.
Allora, quandu ca se fice notte, lu picozzu sciu e rrubàu la crapa, Ma venne la notte e il frate cercantino andò a rubare la ca-
sai? pra della Maria, sai? Il marito mo’ s’era levato presto per andare
Lu maritu, la matina, se nd’ia sciutu prestu fore cu ffatica, e nnu’ in campagna e non s’era avveduto del furto. Ma quando a sera
ssia ccortu ca nu’ nc’era cchiùi la crapa. Ca va’ ssacci! rientrò dalla fatica, la Maria gli corse subito incontro e:
Bah…quandu è tturnatu: «Ah!» gridò «marito mio, la capra ci hanno rubato!»
«Ah!» tisse la Maria «maritu miu, n’hanu pijatu la crapa!» «Chi è passato ieri di qua?»
«Ci è ppassatu ieri te cquai?» «Il frate cercantino è passato: gli ho fatto un po’ d’elemo-
«Na! lu picozzu sulamente è ppassatu, e nn’àggiu fattu la limòsi- sina.» «Eh,» disse il marito «il frate se l’è presa!»
na.» «Nooò,» disse lei «non può essere!»
«Eh,» tisse lu maritu «viddhu se l’hae pijata!» «Siiì, se l’è presa, il frate se l’è presa, dài retta a me! L’ha
«Nooòne,» tisse iddha «nu’ pput’èssere. rubata sicuramente per il padre guardiano, che è uno che se ne
«Siiìne, lu picozzu se l’ha ppijata: tanne retta a mmie! Vo’ tte faz- sta sempre a pancia piena. Mo’ gli faccio vedere io!»
zu biti ca se l’hae pijata pe’ llu paṭre cuardianu? Ca quiddhu ete L’indomani, il marito corse al convento e, giunto sotto il
unu ca vole stae spurdacchiatu. Mo’ te fazzu biti mo’!» muro di cinta, vi s’arrampicò per affacciarsi sul giardino. E che
Allora, a llu cramatina, se mise ‘n viàggiu pe’ llu cumentu. Rriàu, ti vide? La pelle della capra sua stesa nel bel mezzo al sole ad
asciugare. Capì che i monaci, una volta mangiata la capra, si
pijàu te lu sciardinu te la manu te retu, no? se nfacciàu te inṭru e
sarebbero venduti pure la pelle.
bitte la pelle te la crapa soa mpisa ‘llu sole cu ssicca… Ca la pelle
poi se l’ìanu buta bindìre puru! 5
Un frate incaricato di fare la questua per il convento.
6
È un pane tostato a forma di ciambella, ma senza buco, caratteristico del Sa-
lento.
 
«Aaah! be l’iti scurciata e be l’iti mangiata, ah? Àggiu ffare cu be «Ah, l’avete scuoiata per mangiarla la mia capra eh? Farò in
saccia beddha sapurita! Bah, mo’ be ggiustu iu!» modo che vi sappia proprio saporita! Bah, ora v’aggiusto io!»
Quistu era cristianu ca nde sapìa cchiù iddhu te lu tiàvulu. Cce disse tra sé.
fice ‘llora? Se vestìu te signurina e, quandu ca scurìu, sciu e sse Questo era un uomo che ne sapeva più lui del diavolo. Che
presentàu a llu cumentu. Tuzzàu e nne aprìu nu monicu, ca… cosa fece quindi? Si travestì da donna e si presentò al convento.
quandu vitte ddha signurina, rimase cu ttanta te ucca perta… Bussò e aprì un monaco che, alla vista della forestiera, rimase
Ca quandu mai s’ia vista na femmana cu ttuzza te notte a llu con la faccia di fesso: che quando mai s’era vista una donna
cumentu?
bussare di notte al convento?
«Sta begnu te luntanu, s’hae fatta notte e mm’àggiu persa inṭra ‘ste «Vengo da lontano,» prese a dire la nuova arrivata «s’è fatta
ripe» tisse la signurina. «Tàtime nu jettu cu ppozzu turmire.»
notte e mi sono perduta da queste parti. Datemi un letto che
Addhai ca rriàu paṭre cuardianu, e, bitèndu la signurina, fiju possa dormire.»
miu, sùbitu ne ‘ssira l’occhi te fore, sai? Lì che giunse il padre guardiano che, alla vista della donna,
«Suntu lu paṭre cuardianu, quale ientu te porta?» tisse tuttu pre- sgranò gli occhi, sai?
sciàtu quandu rriàu nnanzi ‘lla signurina. «Sono il padre guardiano, qual buon vento ti porta?» disse
«Paṭre cuardianu miu, hae tuttu lu giurnu ca sta ccamìnu, m’hae con aria sorridente.
pijàta notte e mm’àggiu persa. Vau sṭracca te morte. Vulìa nu jettu «Padre guardiano mio, tutto il giorno che cammino, m’ha
cu mme stendu, a ‘st’ora nu’ ssacciu propriu a ddhu àggiu sbattire preso notte e mi sono persa. Sono stracca da morire e vorrei un
la capu. Fanne cu ṭṭrasu, pe’ ll’anima te li morti toi!» letto per dormire. A quest’ora non so proprio dove sbattere la
Li mònici, però, senza mancu spéttanu la risposta te lu paṭre cuar- testa. Fammi entrare, te lo chiedo per le anime di tutti i mor-
dianu, se fìcera nnanzi e ddìssera: ti.»
«None, signurina, nu’ ppoti turmire inṭra ‘llu cumentu: nu’ ss’hae «No, signorina, non puoi proprio dormire nel convento: non
mai vista na fèmmana cu ddorma cquai.» s’è mai vista una donna dormire qui» si affrettarono a rispon-
Ma lu paṭre cuardianu (furbu iddhu!) te pressa ne tisse a lli mò- dere i monaci precedendo il padre guardiano. Ma questi, furbo,
nici: disse ai monaci:
«Ma cce imu ttenire paura mo’ te na signurina? Cu ttante càmbe- «Macché, dobbiamo aver paura di una donna? Diamine,
re ca tenìmu, lampu! Cce nn’hanu ddire: ca cacciàmu li cristiani con tante stanze! Che ci devono dire, che non diamo ospitalità
te lu cumentu quandu tènanu bisognu? Sia, facìmula pe’ ll’amore alla gente che chiede aiuto? Facciamola entrare per l’amore di
te lu Signore.» Dio!»
Ti motu ca la signurina ippe na càmbera cu ppozza turmire. Fu così che la forestiera ebbe una camera per la notte. Ma il
Ma lu paṭre cuardianu tenìa malote ‘n capu. Chiamàu li mònici e padre guardiano aveva piattole per la testa, chiamò i monaci e
nne tisse: disse loro:
«Frati mii, iu stanotte àggiu šcire ba ṭṭrou la signurina, ca m’hae «Fratelli miei, io stanotte andrò a trovare la signorina, mi ha
tittu ca nu’ stae bona e ca tene bisognu te mie. Ma me raccuman- confidato di non star bene e che ha bisogno di me. Mi racco-
du, na cosa be ticu: ci sentiti critàre, o ca sentiti fèra o ca sentiti mando, però, una cosa vi dico: se sentite gridare, fossero grida o
 
rimòri, nu’ be vegna ‘mmente cu be nfacciati. ‘Nsomma nu’ biti rumori, statevene al vostro posto, fate finta di non sentire.»
pproccupare propriu: faciti finta te gnenzi.» E il padre guardiano fu ben presto nella camera della fo-
E llu paṭre cuardianu scìu ba ṭṭroa la signurina. Tuzzàu, ṭrasìu restiera. E parla di questo e parla di quell’altro, alla fine non
e sse ccumatàu inṭra ‘lla càmbera. E ccunta te cquai e ccunta te seppe più resistere. E sul più bello, sai che ti fece? To’! si sollevò
ddhai, alla fine lu paṭre cuardianu (ca nu’ resistìa cchiùi mo’), a la tonaca e le mostrò tutti gli attributi. Qui ti voglio, perché la
llu cchiù bellu, cce fice? Na! se ‘zzàu la tonaca e nne mmušciàu ‘lla donna si tolse la parrucca e il padre guardiano scoprì di trovarsi
signurina tutti li quarnamienti. Acquai te voju… Ca la signuri- di fronte a un uomo.
na sciu sse caccia la barrucca… Addhai mo’ t’eri ṭṭruare: tiritinghi «Ma chi sei?» gli fece tutto spaventato.
«Chi sono? Sono quello della capra!» disse l’uomo. Qui ti
e tiritanghe, tiritinghi e tiritanghe. E tte lu sṭruncunisciàu bonu dovevi trovare mo’: tiritìnghi e tiritànghe, tiritìnghi e tiritàn-
bonu te mazzate, sai? Mazzate e mmazzate, fiju miu: ddhu po- ghe. E te lo conciò ben bene di mazzate, mazzate e mazzate,
veru paṭre cuardianu te lu fice a ṭṭre ore te notte. E cca se mi mise tanto che quel povero padre guardiano fu ridotto a tre ore di
ccritare puru, ca sia ca sta’ ccitìanu lu porcu! notte. E che si mise a gridare pure, come se stessero scannando
Li mònici sentìanu tuttu, ma addhu nu’ nn’ia tittu lu paṭre cuar- il maiale.
dianu: cu sse stèscianu ‘llu postu loru. I monaci mo’ sentivano tutto, ma gli ordini erano ordini.
‘Nsomma, lu maritu te la Maria, dopu ca te ncofinàu bonu bonu E, finite le mazzate, l’uomo sollevò per un orecchio il padre
lu paṭre cuardianu, lu zziccàu te na ricchia e nne tisse: guardiano e gli disse:
«T’hae saputa sapurita la crapa, ah?»
«Ma ci sinti, frate miu, ci sinti?» «Ti è saputa saporita la capra ah?»
«Ci suntu? Suntu quiddhu te la crapa!» «Ma chi sei fratello mio, chi sei?»
«Uuùh, quiddhu te la crapa! quiddhu te la crapa!» «Chi sono? Sono quello della capra!»
A llu vutare te la matina, però, lu paṭre cuardianu tardava sse «Uuùh, quello della capra! quello della capra!» E l’uomo se
fazza bitìre. Li mònici ‘llora se rratunàra e ddìssera: la filò.
«Quarche càulu hae butu rricapitare lu paṭre cuardianu: sciàmu Al volgere del mattino, però, il padre guardiano tardava a
te pressa bitìmu.» farsi vedere. Sicché i monaci si radunarono e dissero:
E di fatti lu ṭruàra tuttu sṭruncunisciàtu te mazzate. E nne tìs- «Qualche diavolo deve essere successo al padre guardiano:
sera: corriamo a vedere.» E infatti lo trovarono tutto stramazzato. E
«Ma se po’ ccapire ci ete ca t’hae rritottu te quista manera?» gli dissero:
«Quiddhu te la craaàpa!» tisse lu paṭre cuardianu cu nna stizza «Ma si può capire chi è che ti ha ridotto a questo modo?»
te voce. «Quello della caaàpra!» rispose il padre guardiano con un
Lu paṭre cuardianu mo’ nu’ stia mai bonu, stia sempre curcatu. E fil di voce.
lli mònici scìanu sempre ‘n cerca te nu tuttore. Il padre guardiano mo’ stava così male che fu messo a letto.
Allora iddhu, lu maritu te la Maria, cce ffice? Se vestìu beddhu Lui allora, il marito della Maria, che ti combinò? Si vestì bello
beddhu comu nu signuru, se pijàu nu bastone, nu cappieddhu ‘n bello da gran signore, si munì di un bastone di gran classe, un
capu, na beddha borsa te tuttore, e sse mise ppasseggiare nnanti llu cappello in testa, la borsa da dottore e si mise a passeggiare
cumentu facendu la mmossa cu llu bastone: nu’ ssai comu fannu davanti al convento, facendo mosse col bastone come fanno i
li signuri? signori no? Non passò molto che vide i monaci uscire in tutta
fretta dal convento. Lui allora li fermò e disse loro:
 
Nu’ ppassàu mutu ca s’acchiàra šcindìre li mònici ‘n fretta ‘n fu- «Ehi, dove state andando? È successo qualcosa? Come mai
ria. Allora li fermàu e nne tisse: correte così di fretta?»
«Vehi, a ddhu sta’ šciàti? Cce b’hae rricapitatu ca sciati tantu te «Eh,» fecero i monaci «sta molto male il padre guardiano e
pressa?» corriamo a cercare un dottore.»
«Eh,» fìcera li mònici «lu paṭre cuardianu stae mutu fiaccu e sta «Ehi,» disse «e perché… io che cosa sono? Non sono un dot-
scia’ cchiamamu lu tuttore.» tore?»
«Vehi,» tisse «e peccé: iu cce ssuntu? Nu’ ssuntu tuttore iu?» «Uuùh, dottore nostro,» presto i monaci «quale Angelo ti
«Uh! tuttore nòšciu,» te pressa li mònici «ca ci te mandàu! Scia- mandò? Andiamo subito dal padre guardiano.»
mu sciamu!» Fuci iddhu! Nchianàu te susu bàscia bìscia lu paṭre Detto fatto, il dottore era già in camera del malato. E qui si
cuardianu mo’. E cquai se mise cu llu visita cu tutte le mmosse te mise a tastarlo con tutte quelle mosse che fanno i dottori, no?
lu tuttore, no? Poi aprìu la borsa e ppijàu le liźette. Dopo aprì la borsa ed estrasse il ricettario.
«Eh,» tisse «quistu hae bisognu te tante meticine. Ma quanti mò- «Eh,» disse ai monaci presenti «costui ha bisogno di molte
nici siti?» medicine. Ma quanti monaci siete?»
«Eh, tuttore, simu undici a ‘stu cumentu.» «Eh, dottore, siamo undici in questo convento.»
«Ma cu ttuttu lu paṭre cuardianu?» «Ma con tutto il padre guardiano?»
«Sì, cu ttuttu lu paṭre cuardianu.» «Sì, con tutto il padre guardiano.»
Allora pijàu tece liźette e sse mise ssegna meticine. Allora prese dieci ricette e si mise a segnare strane medicine.
Quindi si rivolse loro e disse:
«Le meticine ca sta be òrdinu,» ne tisse ‘lli mònici «nu’ stanu inṭra «Le medicine che ho segnato non si trovano al paese. Dove-
llu paese: iti šcire luntanu, cchiù lluntanu te zzimpogna.» te andare lontano: più lontano di una zampogna.7 Per il padre
Iddhu, prima sse lluntànanu li mònici, cu llu paṭre cuardianu guardiano però state tranquilli: ci penserò io a vegliare su di
facìa ca lu vegliava, ca lu ncarizzava. Quandu se reculàu bonu lui.» E infatti cominciò a lisciarlo e ad avere per lui tante pre-
bonu ca li mònici s’ìanu lluntanati, fiju miiìu… se mbicinàu mure, ma, quando si assicurò che i monaci erano andati via
nnanzi ‘llu paṭre cuardianu e nne tisse cittu cittu: tutti, figlio mio… si avvicinò all’orecchio del padre guardiano
«Ma sai ci suntu iu?» e gli disse zitto zitto:
«Ci sinti, cristianu miu?» «Ma lo sai chi sono io?»
«Suntu quiddhu te la crapa!» «Chi sei, cristiano mio?»
«Uuùh, frate miu, nu’ ssacciu gnenti te la crapa toa,» tisse lu paṭre «Sono quello della capra!»
cuardianu cu ll’anima cchiù ffore ca te inṭra. «Uuùh, non so niente della capra tua» disse il padre guar-
«Moi m’ha’ ddire li sordi àddhu stanu, se no te cciu te mazzate!» diano con l’anima più fuori che dentro.
«Mo’ mi devi dire dove nascondi i soldi, se no t’ammazzo
di botte!»

7
Un’espressione che usava mia madre per dire il più lontano possibile. La zampo-
gna, che per noi veniva da chissà quali montagne (che da noi non c’erano), dava
certamente un’idea di lontananza.
 
«Uuùh, frate miu, a ddhai stanu li sordi, vane e ppijatèli.» «Uuùh, là si trovano i soldi: prenditeli pure.»
Ntorna: E di nuovo:
«Moi m’hai ddire la tale cosa àddhu stae: ca àggiu šcire mme la «Mo’ mi devi dire dove sta la tal cosa, e quella e quell’altra,
piju!» Nsomma lu rrubàu bonu bonu, lu ddefriscàu bonu bonu te che mi devo prendere tutto!»
mazzate e sse nde scappàu. Insomma te lo rubò bene bene, lo prese a mazzate e se ne
Mo’, quandu s’acchiàra ccuijre li mònici, lu paṭre cuardianu lu scappò.
ṭruara cchiù mmortu ca biu, no? Mo’, quando si trovarono a tornare i monaci, il padre guar-
«Uh! paṭre cuardianu, comu stai, paṭre cuardianu? Ci t’hae ccun- diano fu trovato più morto che vivo, no?»
zatu a ttale motu?» «Oh, padre guardiano, come stai, padre guardiano? Chi ti
«Ah! fiji mii» tisse. ha conciato in questa maniera?»
«Ma ci è statu?» «Ah, figli miei!» disse.
«Quiddhu te la craaàpa!» suspiràu cu ll’ànima te fore. «Chi è stato?»
«Acquai tocca sse pruvvèta» tìssera li mònici. «Acquai lu paṭre «Quello della caaàpra!» sospirò con l’anima di fuori.
cuardianu nu’ llu putìmu lassare cchiùi te sulu. Puru quandu «Qui bisogna provvedere,» dissero i monaci «non possiamo
sciàmu ‘lla cerca ne l’ìmu ppurtare cu nnui.» lasciare da solo il padre guardiano. Anche quando si parte per
E di fatti, quandu a llu crai li mònici se ‘źara cu banu ‘lla cer- la questua occorre tirarcelo dietro.»
ca, cce ffìcera? Se caricàra an coddhu lu paṭre cuardianu, tuttu All’indomani infatti, quando i monaci si levarono per recar-
sṭruncunisciàtu, e ppartìra. si alla questua, che ti fecero? Si caricarono il padre guardiano
Ma lu maritu te la Maria ncora nu’ ss’ia filu binchiatu te tuttu tutto fracassato sulle spalle e partirono.
quiddhu ca n’ia fattu a ‘llu paṭre cuardianu. Iddhu mo’ era unu Ma il marito della Maria non era ancora soddisfatto delle
ca sapìa cu sse cangia e cu sse scangia, e spettava sempre lu bonu continue vendette ai danni del padre guardiano. Certo lui era
mumentu cu nde cumbìna n’addha te le soe. E cusì ffoe. uno che sapeva vestirsi e travestirsi e aspettava sempre il mo-
Di fatti vinne cu ssàccia ca li mònici passàvanu te na carrara fore mento opportuno per combinarne una delle sue. Momento
che arrivò. Venne a sapere infatti che i monaci, durante la que-
fore, cu paṭre cuardianu ‘n coddhu, sai? Cce ffice? Se mise n addhu stua, attraversavano un viottolo di campagna a lui conosciuto,
custume, se pittàu tuttu te facce, se fice addhe subracìje e sse vestìu sai? Che ti combinò? Si travestì da vecchio, truccandosi la fac-
te vecchiu. Ca nu’ sse canuscìa mancu ca era iddhu ‘nsomma, no? cia e i sopracciglia, si munì di una zappa e si mise ad aspettare
Poi se pijàu na zzappa e sse mise zzappare nnanzi ‘llu campu, a i monaci facendo finta di zappare nei pressi di quel viottolo.
‘ddhune ìanu ppassare li mònici. Poco dopo infatti passarono i monaci con sulle spalle il padre
Quandu li vitte cu ppaṭre cuardianu an coddhu, ne tisse: guardiano. Allora si rivolse loro e disse:
«A ddhu ete ca sta šciàti cu ddhu cristianu an coddhu tuttu «Dove andate con quel cristiano così malridotto? Non v’ac-
sṭruncunisciàtu? nu’ bitìti ca sta be ccitìti te fatìa? Lassatimèlu corgete che vi state ammazzando di fatica? Lasciatelo qui se
cquai ci vulìti, ca a iddhu nci pensu iu: ca quandu be ccujti te la volete, che ci penserò io a lui. Potrete riprendervelo al vostro
cerca, be lu pijati ntorna.» ritorno.» Furbo lui, no? camuffato da vecchio con la barba, che
Furbu iddhu mo’, vestutu te vecchiu cu lla barba, facìa ca zzappa faceva finta di zappare no? Che quelli l’avrebbero mai scoperto
no? Ca quiddhi, cce llu putìanu canušcire a quiddhu motu ca travestito a quel modo?
scia?
 
«Ca quale santu t’hae mandatu, cristianu nòšciu» ne tìssera li «Quale santo ti ha mandato, cristiano nostro,» gli dissero
mònici. «Ca te lu lassamu cquai e venìmu nne llu pijamu stasera i monaci «te lo lasciamo volentieri il padre guardiano. Ce lo
quandu n’acchiàmu tturnare. prenderemo al nostro ritorno.»
Allora, fiju miu, iddhu, quandu s’hanu lluntanati, cce hae fattu? Allora, figlio mio, lui, quando i monaci si allontanarono…
Hae fattu na foggia, hae precàtu sotta terra lu paṭre cuardianu che gli venne in mente? Fece una fossa e seppellì il padre guar-
e nn’hae lassatu te fore sulamente menźa ucca, na ricchia e nnu diano, lasciandogli allo scoperto soltanto mezza bocca, un orec-
pocu te capiddhi. E llu paṭre cuardianu perdìa te respiru e ffacìa: chio e un po’ di capelli. E il padre guardiano perdeva di respiro
«Fiji mii! frati mii! fiji mii!» e chiamava:
E iddhu, lu maritu te la Maria, poi se la squajàu, no? Quandu a
llu scurìre li mònici se cchiara tturnare, scira a llu postu a ddhun- «Figli miei! fratelli miei!»
ca ìanu lassatu lu paṭre cuardianu, ma nu’ bitìanu né llu vecchiu Lui poi se la squagliò, no?
e mmancu lu paṭre cuardianu. E dicìane: Quando i monaci all’imbrunire tornarono a riprendersi il
«Ma... cce sse l’hae purtatu ‘ccasa?» E giràvanu te cquai e gi- padre guardiano, sul posto non trovarono anima viva. E dice-
ràvanu te ddhai. E gh’èra scurùtu ormai. Ma tuttu te paru, cerca vano tra sé:
cerca, nnutàra ‘n terra na cosa ca, ddhai pe’ ddhai, nu’ ssapìanu «Ma che per caso quel vecchio se l’è portato a casa?» E gira-
cce ggh’era. vano di qua e giravano di là e ormai s’era fatto buio. Ma d’un
«Na! acquai fungi hae. Ha’ bèssere na beddha munìtula» tisse tratto, continuando a cercare, uno di loro notò per terra qual-
nu monicu. E stise la manu cu ttira la munìtula. Ma tira e ttira, cosa che lì per lì non riusciva a riconoscere.
ddha munìtula nu’ sse nde venìa. Sicché, chiamàu puru l’addhi «To’! ci sono funghi qui: deve essere una bella munìtula»8
mònici cu llu iùtanu. E ttira te cquai e ttira te ddhai, alla fine disse. E stese la mano per raccoglierla. Ma tira e tira, la munìtu-
essìu la capu te lu paṭre cuardianu. Addhai mo’ t’ii ṭṭruàre. la non se ne veniva e perciò chiese aiuto agli altri monaci. E tira
«Paṭre cuardianu, ci è statu? ci è statu?» di qua e tira di là tutti insieme, alla fine venne fuori la testa del
«Quiddhu te la craaàpa!» padre guardiano. Lì mo’ ti dovevi trovare!
«Quiddhu te la crapa!» tìssera li mònici cuardànduse unu cu «Padre guardiano, chi è stato? chi è stato?»
ll’addhu. E sse lu caricàra ntorna an coddhu e tturnara a llu cu- «Quello della caaàpra!»
mentu. «Quello della capra!» dissero i monaci guardandosi atterriti.
Nsomma, fine te li cunti, lu maritu te la Maria, ogni ttantu E non restò loro che caricarsi di nuovo in collo il padre guardia-
se cangiava e sse scangiava, e ddhu pòuru paṭre cuardianu nu’ llu no e tornarsene al convento mosci mosci.
lassava an pace, sai? Quandu se ccorse ca li mònici nu’ nde putìa- Insomma, per farla breve, il marito della Maria ogni tanto si
nu cchiùi, scìu a llu cumentu e nne tisse a tutti: travestiva dando filo da torcere a quel povero padre guardiano.
«M’iti nducìre tuttu, m’iti ffare paṭrunu te lu cumentu, vui iti Quando capì che i monaci non ne potevano proprio più, si recò
scappare te cquai, ci no nu’ be fazzu tteniti bene: rria ca be cciu al convento e disse loro minaccioso:
a ttutti.» «Dovete farmi padrone del convento! dovete scapparvene via
di qua! v’ammazzo tutti se no!»
8
È un tipo di fungo porcino della macchia salentina.
 
E ffoe te cusì ca rrimanìu paṭrunu te tuttu lu cumentu. E fu così che rimase padrone del convento. E lui e la Maria
E iddhu e lla Maria vìssera beddhi e ccuntiènti, e nnui nu’ vissero felici e contenti e noi non avemmo nienti.
ìppime nienti. Se vuoi che te ne racconti un altro, mi dai un tarallo.
Ci voi tte cuntu n addhu, me tai nu taraddhu.

 
Lu fattu te li ṭṭre ppreti Il fatto dei tre preti
A nnu paese, na fiata, ia na beddha fèmmana mmaritàta ca C’era una volta in un paese una bella donna di nome Maria.
se chiamava Maria. Vista era mutu tevota, e šcia sempre ‘lla chè- Questa era molto devota e si recava sempre in chiesa. Accadde
sia. Addhai ca lu prete ne zziccàu mmenare l’occhiu a lla Maria, però che il prete della chiesa prese a guardare la Maria con una
tantu ca nu bellu giurnu, spicciàtu ca ia te messa, la chiamàu te certa attenzione, tanto che un bel giorno, finito che ebbe di dir
scusu e nne tisse: messa, la chiamò in disparte e le disse:
«Maria mia, te tau centu tucati, basta ca faci begnu na notte «Maria mia, ti darò cento ducati, se mi farai entrare una
cu tte ṭrou sula sula ‘ccasa toa.» notte a casa tua: è un sogno poterti trovare sola soletta.»
La Maria pe’ llu scornu se nde scappàu senza ddice nu’ isti, nu’ La Maria, per la vergogna, se ne scappò senza dire una pa-
asti e nnu’ bonasera2. E ccu nnu’ sse senta maisiasignòre3 tire te- rola. E per il motivo che in paese non nascessero maldicenze,
quistupassa4, pijàu bàscia a mmessa a nn’addha chèsia. Ma puru decise di cambiare chiesa. Ma anche qui il prete cominciò a
cquai lu prete ne zziccàu mmenare l’occhiu a lla Maria, tantu ca guardare la Maria in un certo modo, e così un bel giorno, fini-
nu bellu giurnu, spicciatu ca ia te messa, la chiamàu te scusu e to anch’egli di dir messa, la chiamò in disparte e le disse:
nne tisse:
«Maria mia, te tau tocentu tucati, basta ca faci begnu na notte «Maria mia, ti darò duecento ducati se mi farai entrare una
cu tte ṭrou sula sula ‘ccasa toa.» notte a casa tua: è un sogno poterti trovare sola soletta.»
«Cce mmalesorte àggiu rricapitàtu,» tisse la Maria, «mo’ man- «Che malasorte mi è capitata,» disse la Maria «mo’ neanche
cu messa me pozzu vitire cchiùi.» a messa posso più andare!»
E ttuccàu ntorna ccàngia chèsia la Maria. Ma foe lustessu- E alla Maria toccò trovarsi ancora un’altra chiesa. Ma nul-
capiace5, ca cquai lu prete, anzi, ne prumise ṭrecentu tucati, e a la cambiò, anzi il nuovo prete le promise addirittura trecento
rretu llu prete se ṭruau puru lu sacristanu. Ca ne tisse: ducati, e dietro di lui si fece avanti pure il sacrestano. Che le
«Iu suntu cchiù ppoerieddhu, Maria mia, apposta te pozzu disse:
tare sulamente quaranta tucati.» «Io sono più povero, Maria mia, perciò ti posso dare sola-
Mo’ la Maria a llu paese nu’ ttenìa addhe chèsie cu bàscia: ca mente quaranta ducati.»
se l’ia passate tutte. Allora ne vinne la stizza e šciu e spumpàu tut- Adesso però non c’erano altre chiese al paese per la Maria,
tu a llu maritu. Quistu, a pprimu mumentu, se mise ccastimare e questo le fece talmente dispiacere che decise di spiattellare
scuddhàndu Gesucristu, la Vergine e ttutti li santi te lu paratisu, tutto al marito. Costui in un primo momento diede in escan-
tantu ca la Maria cchiùi se dispiacìu, ma poi pensàu bonu cu
descenze, bestemmiando Gesucristo, la Vergine e tutti i santi
pprufitta te l’occasione cu sse busca quarche ssordu. E nne tisse a
lla Maria: del paradiso, tanto da provocare un doppio dispiacere alla Ma-
ria, che era così devota, poi, però, pensò bene di approfittare
2
Per dire nulla. dell’occasione e fece alla Maria una proposta.
3
Mai sia Signore è un intercalare, sta per ‘non sia mai’ con l’aggiunta del vocati-
vo ‘Signore’ che lo sottolinea.
4
Altro intercalare: tire te quistu passa, nel senso di ‘dire maldicenze’.
5
Lu stessu ca piace nel senso di ‘come prima’.
 
«Mujère mia, sai cce ffanne? Vane e ddinne a lli preti, e ppuru «Sai che hai da fare, moglie mia? Rècati dai preti e dal sacre-
a llu sacristanu, cu pprepàranu li tucati e ccu bègnanu pe’ stasera. stano e fai capire loro che tu ci stai. Quello dei cento ducati,
A quiddhu te centu tucati, tinne begna alle nove; a quiddhu te to- lo farai venire alle nove; quello dei duecento, alle dieci; quello
centu, alle dece; a quiddhu te ṭrecentu, alle undici; lu sacristanu, dei trecento, alle undici; il sacrestano a mezzanotte. Li farai ac-
a menźanotte. Tie ne apri la porta e nne tici cu sse spójanu e cu comodare in camera, li farai spogliare e dirai loro di aspettare.
spéttanu, ca poi a llu restu ci pensu iu.» Che al resto ci penso io.»
E ffoe cusì ca la mujère scìu e sse mise t’accordu cu lli ṭṭre ppreti E fu così che la Maria andò a mettersi d’accordo con i tre
e ccu llu sacristanu, cu bègnanu a quiddh’ore ca n’ia tittu lu ma- preti e col sacrestano, proprio come aveva disposto suo marito.
ritu. Alle nove in punto della sera, sai? bussò alla porta il primo
Alle nove te la sera, sai? tuzzàu ‘lla porta lu primu prete: prete.
«Chi è?»
«Ci ete?» tisse la Maria. « Sono io, Maria, aprimi.»
«Maria, iu suntu, àprime.» «Entra, entra» disse la Maria aprendogli la porta.
«ṭrasi, ṭrasi» tisse iddha. «Me l’hai ndutti li centu tucati?» «Me li hai portati i cento ducati?»
«Sine, comu nu’ tte l’àggiu ndutti: ècculi, beddha mia! beddha «Sì, certo che te li ho portati: eccoli, bella mia, bella mia!»
mia!» ne fice lu prete. fece il prete con una certa impazienza.
«Chianu… chianu!» se parau la Maria «cu nnu’ nne senta «Piano… piano!» raccomandò la Maria «che potrebbero sen-
ciujèddhi. ‘Ntantu vane e sténdite susu llu canapé. E spòjate ca tirci! Intanto vai in camera, spogliati e aspettami sul canapé.»
mo’ vegnu.» E il prete andò in camera, si spogliò e si accomodò sul ca-
E llu prete se spujàu e sse stise susu lu canapé, spettandu la Ma- napé aspettando la Maria. Che mo’ quello, figlio mio… non
ria: ca quiddhu mo’, fiju miu… nu’ bitìa l’ora no? vedeva l’ora no?
A ddhai, però, e nnu’ mboi ca se sentìu tuzzare ‘lla porta? A quel punto non vuoi che si sentì di nuovo bussare alla
«Ci ete?» ntorna la Maria. porta?
«Iu suntu, Maria, marìtuta suntu.» «Chi è?»
«Io sono, Maria, il marito tuo.»
«Uuùh, sorta mia, marìtuma ete!» tisse la Maria critandu cu «Ooòh, sorte mia, è mio marito!» disse la Maria ad alta voce
lla senta lu prete. «Marìtuma, sorta mia!» perché il prete la sentisse «Mio marito! sorte mia!»
«Cce-àggiu ffare, cce-àggiu ffare!» zziccàu ddire lu prete, «E mo’ che ho da fare? che ho da fare?» prese a raccomandar-
‘źànduse te lu canapé tuttu culinutu comu stia. si il prete, levandosi dal canapé tutto nudo come si trovava.
«Sa’ cce fanne, cristianu miu? Vane e scùndite ‘rretu a quiddhu «Sai che puoi fare, cristiano mio? Vai a nasconderti dietro
patu te tàccari sotta lu jettu. Ca ci marìtuma va tte vite cquai… quei ciocchi di legna ammucchiati sotto il letto, che se mio
su’ dduluri!» E llu prete scìu e sse scuse ‘rretu lu patu te tàccari. marito ti sorprende qui… sono dolori per te!» E il prete corse a
‘Ntantu lu maritu nsistìa: ttu-ttú! ttu-ttú! «‘Nsomma, Maria, nascondersi sotto il letto dietro quel mucchio di legna.
vo’ mme apri, sì o no? Àggiu mmenare la porta ‘n terra?» Intanto il marito insisteva:
«None, sta begnu, maritu miu, sta begnu tte apru, na!» E nne «Insomma, Maria, vuoi aprirmi sì o no? Devo scardinare la
aprìu. porta devo?»
«No no, vengo subito, marito mio, ti apro, ecco.»
 
«Nci vulìa tantu cu mme apri?» «Ci voleva tanto per aprirmi?»
«Maritu miu, ma cce ssi’ benutu ffaci a st’ora? Nu’ mm’eri tit- «Marito mio, come mai sei tornato così presto? Non mi
tu» critandu mo’ cu lla sente lu prete «ca ìi butu šcire fore tuttu avevi detto che per tutta stanotte avresti avuto da fare in cam-
stanotte?» pagna?»
«Sine, ma àggiu ddumare lu furnu cramatina mprima, e «Sì, ma domattina sul presto mi tocca accendere il forno per
mm’àggiu šcerratu mme pìju na frazzata te legna te inṭra ccasa.» il pane e mi occorre una bracciata di legna, quella stipata sotto
«Maritu miu, ma propriu moi eri benire?» il letto.»
«E quandu se no? T’àggiu tittu ca àggiu ddumare lu furnu e «Marito mio, ma proprio adesso dovevi tornare?»
cca me sérvanu li táccari.» «E quando?» rispose adirato il marito.
Ddhu pòuru prete, scusu sotta lu jettu, ‘ntantu, sentendu lu Quel povero prete intanto, che sentiva tutto, s’era fatto pic-
maritu, s’ia fattu comu na coculeddha. E quandu lu maritu mise colo piccolo dalla paura. Così il marito ficcò la testa sotto il
la capu sotta lu jettu cu sse pija na frazzata te legna, e šciu bitte letto per prendere la legna… e non ti andò a scoprire quel
ddha ssotta ddhu sangu te prete… a ddhai mo’ t’ìi ṭruare! cavolo di prete? Mo’ là ti dovevi trovare, figlio mio!
«Beh? e cce ggh’ete ca faci qua ssotta a ‘st’ora a casa mia bruttu «Beh? cosa fai là sotto brutto porco a quest’ora a casa mia?»
porcu!» E cusì tte lu defriscàu bonu bonu te mazzate, e, ccu nna E te lo suonò ben bene di botte, e con un calcio in culo lo fece
cagge ‘n culu, lu mbarcàu ddha ffore. Lu prete, ca stia culinutu, volare fuori di casa. Il prete, tutto malconcio, andò a ripararsi
pe’ llu scornu scìu e sse nfilàu sotta a nnu ṭraìnu, cu nnu’ ssia lu sotto un carretto nei pressi della casa.
vite ciujèddhi. Alle dieci in punto bussò il secondo prete.
Quandu se fìcera le tece, ‘rriàu lu secondu prete. «Chi è?»
“Ttu-ttú!” «Sono io, Maria, aprimi.»
«Ci ete?». «Li hai portati i duecento ducati?»
«Maria, iu suntu.»
«L’hai purtati li tocentu tucati?» «Sì che li ho portati.»
«Sine, l’àggiu purtati.» E lo fece entrare, afferrò i duecento ducati e propose anche
E ffice cu ṭṭrasa, se nferràu li tocentu tucati e nne tisse cu bàscia a lui di andare in camera a spogliarsi e aspettarlo sul canapé.
E il prete, anche lui con una certa impazienza, corse subito in
inṭru ‘ll’addha stanza cu sse spòja e cu lla spetta susu llu canapé. camera a spogliarsi. Lì che bussò di nuovo il marito.
E llu prete, ca nu’ bitìa l’ora puru iddhu, fucendu sciu sse spòja.
Addhai ca tuzzàu ntorna lu maritu. «Chi è?»
«Ci ete?» «Sono il marito tuo, Maria, aprimi.»
«Marìtuta suntu, Maria, àprime.» «Ooòh, sorte mia, è mio marito! Sai cosa puoi fare?» disse
«Uuùh, sorta mia: marìtuma ete! Sai cce ffanne?» ne tisse a ‘llu al prete «Nasconditi nel canestro grande che si trova sotto il
prete «Scùndite inṭra llu canišcione ca stae sotta lu jettu, ca ci te letto, che se ti vede qui mio marito… sono dolori per te!» E il
vite marìtuma… su’ dduluri pe’ ttie!» E llu prete, culinutu, scìu e prete, senza un vestito addosso, andò a nascondersi nel cane-
sse scuse sotta lu jettu inṭra ‘llu canišcione. stro grande.
E a llu maritu, ca nu’ sse la binchiava te tuzzare: E al marito che non la smetteva di bussare:

 
«Maritu miu, pròpriu moi ìi benire? Nu’ mm’eri tittu» forte «Marito mio, proprio adesso dovevi venire? Non mi avevi
mo’ cu lla senta lu prete «ca tuttu stanotte ìi butu stare fore?» detto che saresti stato occupato tutta la notte in campagna?»
«Sine, ma m’àggiu šcerratu lu canišcione pe’ ccramatina mpri- «Sì, ma ho dimenticato il canestro grande per domattina,
ma: ca àggiu ccujìre le ulìe.» quando sul presto mi toccherà raccogliere le ulive.»
‘Nsomma lu maritu ṭrasìu, aźàu le cuperte te lu jettu, ṭruvàu Insomma il marito entrò, ficcò la testa sotto il letto, tirò a sé
lu prete, te lu ncofinàu bonu bonu te mazzate, ne tese na cagge il canestro grande e vi scovò il prete. E te lo suonò di santa ra-
‘n culu e llu mbarcàu ddha ffore. E ppuru quistu sciu fucendu sse gione. Quindi gli diede un calcio in culo e lo fece volare fuori
scunde sotta ‘llu ṭraìnu ffazza cumpagnìa a llu primu prete. di casa. E pure questo, così conciato, corse a darsi riparo sotto
Alle ùndici tuzzàu lu terzu prete. lo stesso carretto a far compagnia al primo prete.
«Ci ete?» Alle undici bussò il terzo prete.
«Iu suntu.» «Chi è?»
«L’hai purtati li ṭṭrecentu tucati?» «Sono io, Maria, aprimi»
«Sine, l’àggiu purtati.» «Li hai portati i trecento ducati?»
Ntorna lu fice ṭṭrasa e se nferràu li ṭṭrecentu tucati. E nne tisse «Sì che li ho portati.»
cu ba sse spòja inṭru ll’addha stanza, e ccu lla spetta susu llu ca- Lo fece entrare, s’afferrò i trecento ducati e gli disse di anda-
napé. E ttuzzàu lu maritu. re a spogliarsi sul canapé. E bussò il marito.
«Ci ete?» «Chi è?»
«Marìtuta suntu, Maria, àprime.» «Sono il marito tuo, Maria, aprimi.»
«Uuùh sorta mia, marìtuma ete! Sai cce ffanne?» ne tisse a llu «Ooòh sorte mia, è mio marito! Fai come ti dico:» disse al
prete «Mìntite ‘sta veste e ‘stu fazzulettu te la nonna mia, ssèttate prete «indossa questa veste e copriti il capo con un fazzoletto,
susu ‘sta séggia e ffanne finta ca sinti na vecchia poereddha ca tice siediti e fai finta di essere una povera vecchierella che dice il
rusari e cca si’ benuta cquai pe’ lla limòsina. Ca ci va ssape gnenzi rosario e che sei venuta qui per l’elemosina. Che, se s’accorge
marìtuma ne ccite!» E llu prete fice comu ne tisse la Maria. mio marito... sono dolori per tutti!» E il prete fece quanto gli
Addhai ca ṭrasìu lu maritu e sse ccorse te ddha vecchia. Ma pe’ raccomandò la Maria.
llu fattu ca ‘stu prete ia purtatu cchiù ssordi te l’addhi, ‘sta fiata Lì che fece ingresso il marito e si accorse della vecchia.
voźe nne risparmia le mazzate. «Ma chi è questa?» disse.
«To’! marito mio, è una povera vecchia che cercava l’elemo-
«E quista ci ete?» ne tisse ṭrasendu a lla mujère. sina, stava morendo di fame, le ho dato da mangiare e ora, in
«Nà! maritu miu, è nna pòera vecchia ca cercava la limòsina: compenso, dice il rosario a suffragio dei morti nostri.»
sta mmurìa te fame. Ddha cristiana l’àggiu fatta ṭṭrase e sta nne «Va bene, dagli pure un po’ di frise, ma che se ne vada! Che
tice tante recumaterne.» non ho voglia di sentire suffragi!»
«Va be’, tanne nu pocu te frise e ffanne cu sse nde vae: ca cce Stavolta al terzo prete furono risparmiate le botte, per via
boju ssentu recumaterne!» che in quanto a ducati era stato il più generoso.
E lla vecchia se nde ssìu te casa e šciu ffazza cumpagnìa a ll’ad- E la ‘vecchia’ se ne uscì di casa e andò a fare compagnia agli
dhi ddo’ preti ca stíanu sotta llu ṭraìnu. altri due preti sotto il carretto.

 
E sse fice menźanotte, e ddhai ca tuzzàu lu sacristanu. La Ma- E giunse mezzanotte e bussò il sacrestano. La Maria gli aprì,
ria ne aprìu, se nferràu li quaranta tucati e nne tisse puru a iddhu s’afferrò i quaranta ducati e disse pure a lui di spogliarsi di là sul
canapé. Al solito bussò il marito e la Maria questa volta racco-
bàscia sse spòja susu lu canapé. Acquai ca tuzzàu lu maritu. mandò al sacrestano, che era già senza vestiti addosso:
«Sai cce ffanne?» ne tisse la Maria a llu sacristanu, ca s’ia misu «Vai nella stanza accanto, attàccati sulla scala in alto e fai fin-
già culinutu «Cu nnu’ tte canusca marìtuma, vane e ttaccate susu ta di essere un crocefisso: così mio marito non ti riconoscerà.»
a quiddha scala ca stae a ll’addha càmbara e ffanne finta ca faci E così fece il sacrestano.
lu Crucifissu. E ccusì fice lu sacristanu. Entrò il marito e disse alla Maria che l’indomani gli serviva
ṭrasìu lu maritu ‘ntantu e ddisse ‘lla Maria ca ne servìa la giusto la scala per le ulive da abbacchiare. Di nuovo:
scala pe’ lla matina, ca ia šcire spruca ulìe. Ntorna: «Marito mio, marito mio, perché sei venuto a quest’ora?»
«Propriu moi, maritu miu!» forte mo’ cu senta lu sacristanu. Ma il marito, per il sacrestano che di ducati ne aveva por-
Nsomma ne aprìu, ma cu lli picca tucati ca ia nduttu, lu sacrista- tati pochi, aveva riserbato un trattamento particolare. Quando
nu ‘sta fiata se mmeritava nu bellu serviziu. andò a sollevare la scala alla quale era attaccato il sacrestano,
Quandu lu maritu scìu ba ppija la scala, se ddunàu ca era trovò che era troppo pesante. Era quasi buio nella stanza, ci ve-
mutu pisante. Nu’ bitìa però, ca era scuru, e sse fice tare na cande- deva poco, perciò si fece portare una candela accesa dalla Maria
la te la Maria. La dumàu e la aźàu scendu lla minte propriu sotta per vedere il da farsi. E che ti fece? To’! sollevò in aria la candela
lu culu te lu sacristanu. Acquai t’ìi ṭruàre, fiju miu… ca quantu accesa e avvicinò la fiamma al culo del sacrestano. Qui mo’ ti
cchiùi critava lu sacristanu, tantu cchiùi quiddhu ne mbicinava dovevi trovare, figlio mio, che quanto più urlava il sacrestano,
la candela ‘n culu. tanto più il marito gli ficcava la candela sotto il culo.
Nsomma puru lu sacristanu scìu ffazza la fine te l’addhi preti E anche il sacrestano andò a finire sotto il carretto con gli
sotta ‘llu ṭraìnu. altri preti.
Allu crai mo’, era tuménica, la Maria voźe bàscia a mmessa L’indomani era domenica mo’ e la Maria volle recarsi a mes-
a lla chèsia te lu primu prete. Quistu, tuttu nfassatu te capu pe’ sa nella chiesa del primo prete. Costui, tutto fasciato in testa
lle mazzate ca ia pijatu, quandu se vutàu dica dominuvubiscu, per le botte, voltandosi, nel dire messa, con le braccia aperte
comu vitte la Maria ssettata propriu te nanzi, ne fice cantandu: per dire Dominus vobiscum9, ti andò a scorgere la Maria sedu-
ta proprio in prima fila. Al che recitò invece:
«E ttie si’ benuta ‘mposta, centu tucati me costa!» «E tu sei venuta apposta, cento ducati mi costa!»
«Bah, è mmeju mme nde vau te ‘sta chèsia,» tisse la Maria «ca «Beh, è meglio andar via da questa chiesa,» disse la Maria «se
ci no quistu sempre mmaleparole me canta. no questo mi canterà sempre malparole.
E šciu a lla chèsia te lu secondu prete. Ntorna quistu quandu E si recò alla chiesa del secondo prete. Ma anche questi al
la vitte, a llu dominuvubiscu ne fice cantandu: Dominus vobiscum le recitò:
«E ttie si’ benuta ‘mposta, tocentu tucati me costa!» «E tu sei venuta apposta, duecento ducati mi costa!»
«Bah, mancu cquai pozzu venire cchiùi» tisse la Maria. E «Beh, mi tocca andar via!» disse la Maria. E provò a recarsi
ppruàu bàscia a lla chèsia te lu terzu prete, a ddhunca nc’era puru alla chiesa del terzo prete dove c’era pure il sacrestano.
lu sacristanu.
9
Significa ‘Il Signore sia con voi’. Fino agli anni sessanta, il prete celebrava la mes-
sa voltando le spalle al pubblico, sicché al Dominus vobiscum usava girarsi verso il
pubblico allargando le braccia.
 
Ma puru cquai, quandu lu prete se la vitte ssettata te nanzi, a Ma anche qui, quando il prete se la vide seduta in prima
llu dominuvubiscu ne fice cantandu: fila, nel voltarsi al Dominus vobiscum:
«E ttie si’ benuta ‘mposta, ṭṭrecentu tucati me costa!» «E tu sei venuta apposta, trecento ducati mi costa!» Ma non
Ma nu’ ffice ttiempu cu spiccia, ca lu sacristanu, cu llu campa- fece in tempo a finire, che il sacrestano, sbatacchiando il cam-
nièddhu ‘mmanu, se mise ccantare puru iddhu: panello in mano, si mise a salmodiare più forte:
«E mmie puru e mmie puru, quaranta tucati e nna brusciata «E io puru e io puru10, quaranta ducati e una bruciata di
te culu!» culu!»
E ffoe cusì ca la Maria nu’ ppotte scire cchiùi sse vite messa a E fu così che la Maria, da quel giorno, non potette frequen-
nnuddha chèsia. tare più alcuna chiesa.
E llu fattu nu’ ffoe cchiùi, mòrsera iddhi e ccampamme nui. E il racconto finisce qui, morirono loro e campammo noi.

10
Pure in dialetto è puru.
 
Ca te cquai passava iu Che di qua passavo io
Na fiata, nu furese scìu fore ‘n cavaddhu lla ciùccia cu ffazza Una volta, un contadino si recò al suo podere in groppa
la munda te le ulìe. Topu ca ttaccàu la ciùccia sotta nn àrburu, all’asina. Era tempo di monda degli ulivi. Legata che ebbe l’asi-
salìu susu nna ulìa e sse mise ssettatu propriu susu lla cima ca ia na a un tronco, diede inizio alla monda arrampicandosi sul
ttajàre. primo albero. Il caso volle che andò a porsi cavalcioni proprio
Addhai ca se ṭruàu ppassare nu cristianu ca se ddunàu te ddhu sulla cima dell’albero che si accingeva a segare.
furese ssettatu propriu susu lla cima ca sta tajàva. E nne tisse: Lì che si trovò a passare un cristiano, il quale, avendo notato
che il contadino stava in quell’assurda posizione, pensò bene di
«Bon omu, essi te ddhai, se no cati te ddha ssusu paru cu ttut- avvisarlo del pericolo:
ta la cima!» Nu’ ffice ttiempu cu spiccia la parola, ca la cima se «Buon uomo,» rivolgendosi al contadino «levati di lì, se
spezzàu e llu furese catìu cu tutta la cima. Ma nu’ nd’ìppe ṭroppu no rischi di cadere con tutta la mondatura!» Ma non finì di
male, anzi, se ‘źàu te pressa e nne tisse a llu cristianu ca l’ia ‘vver- dire che la cima cadde trascinandosi dietro anche il contadi-
tutu: no. Questi fortunatamente non si fece tanto male, tanto che
«Vistu ca m’hai nduvinatu ca ia ccatire, sai ‘llora nduvini puru ben presto si rimise in piedi. Solo che non riusciva a spiegarsi
quandu moru? Moi me l’hai ddire, sangu te cusì!» come quel cristiano avesse potuto indovinare la sua caduta. E
«Ddha ciuccia toa ete?» ne dumandàu lu cristianu. gli disse:
«Sine» tisse lu furese. «Cristiano mio, visto che hai predetto la mia caduta, saprai
pure quando mi toccherà morire allora. Mo’ tocca che me lo
«E ‘llora quandu face ṭṭre ppìrate la ciùccia, tandu mori.» dici, sangue di quel porco!»
Lu furese ‘llora, tuttu scustulisciatu (ca mo’ ia catutu te susu nn «È tua quell’asina?» chiese il cristiano.
àrberu!), restaccàu la ciùccia e ppijàu cu mmonta susu cu sse nde «Sì» rispose il contadino.
vae ‘ccasa. Ma nu’ ffice ttiempu cu ssale, ca la ciùccia ccuminciàu «Quando l’asina tua avrà fatto tre scoregge, a quel punto
ttirare caggi. E cquai ca ne scappàu lu primu pìratu. Se zzaccàu morirai» sentenziò.
ppijare pena ‘llora lu frese. E ddisse: A queste parole il contadino rimase tutto frastornato e così
«Do’ addhe pìrate su’ rrimaste: allora è bicina la morte mia!» E decise di slegare l’asina e di tornarsene subito a casa. Ma non
fece in tempo a montarci sopra che l’asina prese a sferrare calci.
ccusì nu’ bitìa l’ora cu ‘rria ‘ccasa. E qui le scappò la prima scoreggia. Il contadino cominciò a
Dopu nu pocu, la ciùccia fice n addhu pìratu. Tisse ‘llora lu prendersi pena allora.
furese: «Altre due scoregge sono rimaste:» disse «la morte mia è
«N addhu nde tegnu, sorta mia!» E sse mise ttirare caggi a lla vicina allora.» Così non vedeva l’ora di arrivare a casa.
ciùccia ‘llora, e nne tia puru cu lu scurisciatu, ‘mmotu cu ‘rria Ma, appena a metà strada, all’asina scappò una seconda sco-
prestu ccasa soa. La ciùccia, cu ttuttu ddhu scumbussulamèntu, reggia. Disse allora il contadino:
sùbitu fice lu terzu pìratu. Lu furese, a ‘stu puntu, tuttu nu corpu, «Ne è rimasta una sola, sorte mia!» E per arrivare a casa più
zziccàu e sse lassàu ccatìre te susu lla ciùccia pe’ mmortu ‘n terra. in fretta si mise a menare calci all’asina e a darle pure di scudi-
scio. Fu così che all’asina, per via di questo scombussolamento,
E menṭre ca stia menatu ‘n terra critava: scappò la terza scoreggia. A questo punto il contadino si lasciò
«Pòvera mmie! pòvera mmie! su’ mmortu! a ccasa mia nu’ ‘rriai cadere a terra per morto. E stando disteso al suolo gridava:
 
cchiui!» A ‘stu puntu nu’ ccuntàu cchiui: ca se critìa ca era mortu «Povero me! povero me! sono morto! a casa non ci arrivo
mo’. più!» E si mise in testa di essere morto.
Mo’ nc’era ggente ca passava, e llu primu ca lu vitte an terra se Sopraggiunse della gente intanto e guardava l’uomo per ter-
fermàu e ddisse all’addhi cristiani ca rriàvanu: ra. Uno disse agli altri:
«A cquai nc’ete nu mortu: purtàmulu a llu paese e bitìmu ci «C’è un morto qui, portiamolo al paese, vediamo di chi si
ete.» tratta.» Quindi lo rimossero e lo sistemarono di traverso, faccia
L’hanu zziccatu e ll’hanu misu pe’ ccurtu, tuttu mortu ca era, sotto, in groppa all’asina, poi tirarono in direzione del paese.
susu la ciùccia, e poi s’hanu misi ttirare la ciùccia a ttirezione te lu Ma, giunti che furono di fronte a un bivio, stavano per imboc-
care la strada sbagliata, quando il contadino alzò la testa e:
paese. Ma, rriati ca fora te nanzi a do’ sṭrate, quando sta šcìanu «Attenti! che quand’io ero vivo di qua passavo» disse indi-
cu ppìjanu quiddha sbaijata, lu furese ca stia pe’ mmortu susu la cando a tutti la strada da imboccare.
ciùccia se vutàu e ddisse a quiddhi cristiani:
«Ca quandu era viu iu, te cquai passava!» mmušciàndune
l’addha sṭrata ca ìanu ppijàre.

 
La messa te le villane La messa delle villane

Nònnuma lu Pascalinu, quandu abitava a Nevianu, a ddhun- Mio nonno Pasqualino, quando abitava a Neviano, dove di
ca facìa l’uccièri, tenìa casa propriu te frunte a nnu palazzu te mestiere faceva il macellaio, aveva casa proprio di fronte a un
signuri, a via Roma. palazzo di ricchi signori, in via Roma.
Addhai ca na tuménica mmatina, nfacciata a llu balcone te sti Lì che una domenica mattina, affacciata al balcone di questi
signuri, nc’era tonna Rusina, ca, vitendu nònnuma ca sta’ ‘ssia te signori, c’era una certa donna Rosina, che, notando mio non-
casa, aźàu voce e llu chiamau: no uscire di casa, lo chiamò a gran voce:
«Pascalinu? Pascalinu?» «Pasqualino? Pasqualino?»
«Cumandi!6 tonna Rusina,» prontu nònnuma. «Comandi! donna Rosina,» pronto mio nonno.
«Sai gnenzi ci è bessuta la messa te le villane?» «Sai niente se è finita la messa delle villane?»
«Sine,» ne rispuse nònnuma «ca mo’ ccumìncia quiddha te le «Sì,» rispose mio nonno «e mo’ comincia quella delle put-
bbuttane!» 7 tane!»

6
Il cumandi, che sta per ‘sì’, era una forma di riverenza che si usava non soltanto
verso i ‘signori’, ma anche verso i genitori e le persone più grandi d’età. Nella mia
infanzia era ancora d’uso.
7
Mio nonno materno Pasqualino, come pure mia nonna Maria Neve, era di
Neviano, in provincia di Lecce. Era nato nel 1887 ed era emigrato a Collemeto
intorno al 1935 con tutta la famiglia per la coltivazione del tabacco. Aveva sette
figli, di cui sei femmine. Altri quattro bambini gli erano morti di spagnola duran-
te la prima guerra mondiale, mentre lui stava al fronte.
A Collemeto tuttavia non smise di esercitare il mestiere di macellaio, lasciando le
incombenze del tabacco alle tante figlie femmine. Fu proprio una disavventura
economica a portarlo via da Neviano, dove pare fosse stato un macellaio afferma- tabacco. Ma furono quattro anni di infruttuoso lavoro e si convinse a tornare a
to e stimato. Si gloriava spesso di un suo antenato, un Giustizieri, che era stato il coltivarlo in provincia di Lecce. Non a Neviano, però, ma a Collemeto, distante
costruttore della chiesa della Madonna della Neve di Neviano. 15 chilometri. Lo assicurarono che qui c’era della terra buona e andò a rifugiarsi
Andò tutto bene fino a quando un giorno pensò di investire tutti i suoi risparmi in una masseria in località Molinari. Il tabacco a quei tempi era pur sempre una
in un treno carico di asini. Si recò personalmente in Calabria per trattare l’affare, risorsa.
e, dopo essersi assicurato una serie di vagoni merci stracolmi di asini, quanto ba- Mia madre mi raccontava che, quando partirono da Neviano per Monteparano,
stava per riempire le macellerie dell’intero Salento, affrontò il viaggio di ritorno. era il 13 dicembre, Santa Lucia, proprio il giorno del suo onomastico. Aveva
Gli asini però non venivano tutti da uno stesso allevamento, perciò non avevano frequentato appena tre mesi della prima elementare. Da quel giorno mia madre
familiarità tra di loro. Fu così che durante il tragitto, questi asini, assiepati insie- non andò più a scuola, tragedia che sarebbe ritornata spesso nel suo raccontare.
me per forza, presero a darsela di santa ragione, sferrandosi calci e morsicandosi a Molto più tardi, però, imparò a leggere e a scrivere da sola. Lo fece per amore di
sangue a più non posso. Quando alla stazione d’arrivo furono aperti i vagoni, lo mio padre che stava in guerra a Ventimiglia. Non sopportava che altri le leggesse-
spettacolo fu impressionante: la maggior parte degli asini era morta, i pochi rima- ro le lettere che lui spediva dal fronte. Così si armò di sillabario e, da sola, piano
sti avevano ferite in tutto il corpo. Così, l’affare, per così dire, andò in fumo e mio piano, cominciò a scrivere a mio padre. Di lettere poi ne avrebbe scritte tante. A
nonno, che si era indebitato nell’investimento, si ridusse sul lastrico. Ma aveva me, sempre lontano da casa, tantissime. Leggeva molto anche, specie i libri sacri
sette figli e non si perse d’animo: si trasferì con tutta la famiglia a Monteparano, e quelli popolari.
nei pressi di Taranto, per la coltivazione del
 
Don Tuninu Don Tonino
Nc’era nu prete ca se chiamava don Tuninu. Tenìa na beddha C’era un prete che si chiamava don Tonino. Teneva una bel-
cantina china te vinu, te oju e dde sardizze. Ogni giurnu ca pas- la cantina piena di vino, di olio e di salsicce. Col passare del
sava, però, vitìa ca tuttu ‘stu beneteddìu chianu chianu se ssutti- tempo, però, s’avvide che tutto questo bendiddio andava man
jàva. A ddire la verità, don Tuninu nu suspettu su cci lu rrubava mano assottigliandosi. A dire il vero un sospetto don Tonino
lu tenìa: lu Tore, lu sacristanu sou. Tante fiate n’ia fattu la fila, ce l’aveva su chi lo rubava: Tore, il sacrestano suo. Tante volte
ma nu’ ss’era mai fitatu cu llu scopre e nnu’ ssapìa comu ia ffare gli aveva fatto la fila, ma non era mai riuscito a trovarlo con le
cu lu spompa. mani nel sacco. E come fare e come non fare per scoprirlo, alla
E ccomu ia ffare e ccomu nu’ nn’ia ffare, alla fine pensàu ca fine gli venne in mente che l’unico modo era quello di portarlo
l’unicu motu era ffazza sse cunfessa: acquai lu Tore tuccava pe’ in confessionale: solo così infatti avrebbe potuto ammettere le
fforza cu ddica li peccati soi. Sicché alla prima occasione, don sue malefatte.
Toninu pruvàu nne dice a llu Tore: Sicché alla prima occasione, don Tonino provò a dire al sa-
«Tore, ma comu ete ca nu’ tte cunfessi mai? Pussibile ca nu’ crestano:
ttieni mancu nu peccatu? Ca simu tutti peccatori!» «Tore, ma com’è che tu non ti confessi mai? Possibile che tu
«Iu nu’ ttegnu propriu bisognu,» tisse lu Tore. «Cce mm’àggiu sia senza peccato? Che tutti abbiamo qualche peccatuccio.»
ccunfessare se stau sempre inṭra la chiesa, servu messa, sonu le «Io non tengo bisogno, don Tonino:» rispose Tore «come
campane, ticu rusari... Peccati nu’ nde tegnu propriu!» faccio a commettere peccati se non faccio che stare in chiesa,
«Nu’ è ppussibile!» nsistia don Tuninu «Sciàmu tte cunfessi! servire messa, dire rosari, accendere candele, suonare campa-
Cce tte custa? Sciamu, ca poi te tau na beddha ‘ssoluzione.» ne?»
‘Nsomma don Tuninu, quantu fice quantu nu’ ffice, riuscìu «Non è possibile,» insisteva don Tonino «dài, vieni al con-
ccunvince lu Tore cu sse cunfessa. E ‘ppena lu Tore se nginucchiàu fessionale! In fondo che ti costa? Vedrai che dopo ti darò una
nnanzi ‘llu cunfessiunile, don Tuninu zzaccàu: bella assoluzione.»
«Beh, Tore, timme cce ppeccati hai fattu.» Insomma don Tonino, quanto fece e quanto non fece, con-
«Nuddhu, don Tuninu, te l’àggiu titta ca nu’ ttegnu nuddhu vinse finalmente il sacrestano a confessarsi. E non appena Tore
peccatu: quante fiate te l’àggiu ddire?» si inginocchiò davanti alla grata del confessionale, don Tonino
«Ma pussibile, Tore? E ddimme ‘llora: ci ete ca se rruba lu cominciò:
vinu, ci ete ca se rruba l’oju, ci ete ca se rruba le sardizze te inṭra «Beh, Tore, dimmi che peccati hai fatto.»
la cantina mia?» «Nessuno, don Tonino, te l’ho già detto che io non tengo
«Don Tuninu, nu’ sse sente!» peccati. Ma quante volte te lo devo dire?»
«Comu nu’ sse sente, Tore, ca iu sta tte sentu! Tornu cu dicu: ci «Possibile, Tore? E dimmi allora: chi è che si ruba il vino,
ete ca se rruba lu vinu, ci ete ca se rruba l’oju, ci ete ca se rruba le chi è che si ruba l’olio, chi è che si ruba le salsicce della cantina
sardizze te inṭra la cantina mia?» mia?»
«Don Tuninu, te l’aggiu titta: nu’ sse sente!» «Don Tonino, non si sente!»
 
«Nu’ è pussibile, Tore, cu nnu’ sse senta. Sai cce ffacimu ‘llora? «Come non si sente, Tore! Io ti sento benissimo invece. Torno
Passa ‘llu postu miu e bitimu ci se sente!» a dirti: chi è che si ruba il vino, chi è che si ruba l’olio, chi è che
E ccusì lu Tore e don Tuninu se cangiàra te postu. si ruba le salsicce della cantina mia?»
«Cunta tie moi e bitimu ci se sente,» tisse don Tuninu a llu «Don Tonino, te l’ho già detto: non si sente!»
sacristanu. E llu sacristanu zzaccàu: «Mi sembra impossibile, Tore! Facciamo una cosa allora: passa
«Don Tuninu, timme na cosa: ma ci ete ca se futte mujèra- al posto mio e vediamo se si sente o no.»
ma?» E così il sacrestano e don Tonino si scambiarono il posto.
«Na! Tore, tieni ragione sai? Tici bonu ca nu’ sse sente.» «Parla tu adesso» disse don Tonino al sacrestano.
E llu fattu nu’ ffoe cchiùi, mòrsera iddhi e ccampamme nui. «Don Tonino, dimmi una cosa:» cominciò il sacrestano «ma…
chi è che si fotte la moglie mia?»
«Già, Tore, tieni ragione sai? Dici bene che non si sente.»
E il racconto non fu più, morirono loro e campammo noi.

 
Lu fattu te san Giorgi Il fatto di san Giorgio
Nc’era na fiata na piarella ca era mutu beddha. E abitava a cca- C’era una volta una che, essendo una donna molto pia, non
sa paru cu fràtusa. Scia sempre ‘lla chèsia ddha cristiana, e ccusì, lu mancava di recarsi in chiesa per assistere a tutte le funzioni.
prete, chianu chianu, ne ccuminciàu mmenare l’occhiu, sai? E nnu Era anche molto bella e abitava in una casa che divideva col
beddhu giurnu, tittu ca ia messa, la chiamàu te sparte e nne tisse: fratello.
«Tonna pia8, ti devo dire na cosa, na cosa che t’ha ppiàcere di Il prete della chiesa, tuttavia, pian piano se ne innamorò,
sicuro. È benuto a ṭrovarmi san Giorgi e mm’ha dditto ca ‘ole farti fino a che un giorno, finito che ebbe di dire messa, la chiamò
in disparte e le disse:
visita allo catìre della menźanotte. A nna condizione però: che devi «O cara donna pia, devo svelarti un segreto che credo ti farà
stare sola, non ci-ha bèssere nišciuno alṭro, manco il frate tuo.» felice. È venuto a trovarmi san Giorgio per dirmi che desidera
«Uuùh, san Giorgi ccasa mia! Cce onore! Cce ffurtuna! Nu’ scendere apposta dal paradiso per venire a farti visita. Potrà
ppozzu critìre: san Giorgi ca šcinde te lu cielu e bene ṭṭroa na tonna farlo però solo al cadere della mezzanotte e alla condizione che
cumu mmie, ca nu’ ssu ddegna mancu llu mantunu.» in casa tua non ha da esserci nessuno, neppure tuo fratello.»
Foe cusì ca la piarella, turnata a ccasa, ne cuntàu a llu frate sou «San Giorgio a casa mia! Ma che onore! Ma che fortuna!
te ‘sta visita te san Giorgi. E nne tisse puru ca, pe’ lla notte ca venìa, Non posso credere che san Giorgio scenda dal cielo per una
se nd’ia ‘ssire te casa, ca ia šcire se ṭroa cu ddorma a nn’addha parte, donna povera come me, io che non sono degna neppure di
percé cusì vulìa san Giorgi. E llu frate tisse a lla soru: nominarlo.»
«Nu’ tte nde ncaricare! Tici, lampu! ca pe’ llu tesitèriu te nu Fu così che la bella donna pia se ne tornò a casa e raccontò
santu, nu’ mme lluntanu na notte te casa?» tutta entusiasta al fratello di questa visita. Lo pregò pure, per la
E lla piarella se tese te fare cu ppuliźa tutta la casa mo’. Mise notte che veniva, di andare a dormire altrove, perché così voleva
puru te cquai e de ddhai quarche mazzu te fiuri e se ggiustàu bed- san Giorgio.»
E il fratello disse alla sorella:
dha beddha puru iddha pe’ la venuta te lu santu. Quandu ca se fice «Non preoccupartene! Dici mo’ che per il desiderio di un
menźanotte, ntise tuzzare ‘lla porta. santo non m’allontano una notte da casa?»
«Ci ete?» tisse tutta ṭremulandu. E la donna pia, per l’occasione, s’affrettò a pulire tutta la
«San Giorgi sono! Apri, donna pia.» casa, non mancando di porre qua e là anche dei mazzi di fiori.
«Uuùh, san Giorgi ccasa mia! Cce onore! Cce ffurtuna! ṭrasi, Lei stessa si fece ancora più bella per la venuta del santo. Lì che
ṭrasi, san Giorgi miu!» si fece mezzanotte e sentì bussare alla porta.
E san Giorgi ṭrasìu tuttu vestutu te curone e de tutti li paramen- «Chi è?» disse tutta tremante.
ti ca pòrtanu li santi. E lla piarella se nginucchiàu cu nne vasa le «San Giorgio sono. Aprimi, donna pia.»
mane e lli pieti. E sse raccumandava: «Oh, san Giorgio a casa mia! Ma che onore! Ma che fortu-
«San Giorgi miu, sàlvame tie, salva l’anima mia!» na! Avanti, avanti, san Giorgio mio.»
E san Giorgio entrò tutto vestito delle corone e dei para-
menti che usano indossare i santi. E la donna pia si inginoc-
8
Nel dare voce al prete, che è persona colta, il narratore si sforza (invano) di farlo chiò per baciargli le mani e i piedi. E gli si raccomandava:
parlare in lingua italiana. «San Giorgio mio, salvami tu, salva l’anima mia.»
 
«Ca io apposta so’ venuto: cu tte sarvo l’anima. Anzi ti dico che «Io sono venuto apposta per salvarti l’anima. Voglio dirti
ṭra poco te porto an paradiso co’ mme.» anzi che tra poco ti porterò con me in paradiso.»
«Uuùh, san Giorgi miu, a ddevèru sta’ ddici?» «Oh, san Giorgio mio, stai dicendo sul serio?»
Ma propriu a ddhu frattiempu, se ntise tuzzare ‘lla porta. E qui- Ma proprio in quel frattempo, figlio mio, si udì bussare alla
stu mo’ era lu frate sou, ca, pe’ ll’occasione, s’ia vestutu te san Pieṭru porta, sai? Era il fratello mo’ che bussava, e si era vestito da san
Pietro con un bel paio di chiavi in mano.
e ttenìa ‘mmanu puru nu beddhu paru te chiài. «Chi è che bussa?» disse la donna pia tutta frastornata.
«Ci ete ca tuzza?» tisse la piarella tutta frasturnata. «San Pietro sono. Aprimi!»
«San Pietro sono! Aprite!9» «Oh, san Pietro! Tutti i santi a casa mia! Che io non sono
«Uuùh, tutti li santi ccasa mia! Ca iu nu’ ssu’ ddegna!» neppure degna.»
Mo’, a san Giorgi, ca s’ia ‘ppena ssettatu susu llu canapé, ne zzic- Mo’, a san Giorgio, che s’era appena seduto sul canapé, gli
càra ṭṭremulare l’anche. San Pieṭru, ‘llora, ne se mbicinàu e nne presero a tremare le gambe. San Pietro allora gli si avvicinò e
tisse a ttonu: gli disse in tono di rimprovero:
«Giorgi, come hai potuto fare per uscire dallo paratiso senza le «Giorgio, come ti è stato possibile uscire dal paradiso senza
chiavi mie?» 10 E nne aźava ‘ll’aria ddhe sangu te chiài puru cu le chiavi mie?» E gli brandiva in alto quelle caspita di chiavi
lle vìscia. Iddhu mo’, san Giorgi, nu’ rrefiatava. E ntorna san perché le vedesse meglio. Lui mo’, san Giorgio, non fiatava. E
Pieṭru: di nuovo san Pietro:
«Giorgi, me vuoi dire ‘nsomma come hai potuto fare per uscire «Giorgio, mi vuoi dire insomma come sei potuto uscire dal
dallo paratiso senza le chiavi mie?» Ma san Giorgi nu’ rrespundìa, paradiso senza le chiavi mie?»
San Giorgio, però, non rispondeva e san Pietro allora se ne
sai? Allora, fiju miu, san Pieṭru se nde sciu te capu e nne ccumin- uscì di testa e, figlio mio, prese a dargli colpi in capo con quelle
ciàu mmenare corpi ‘n capu cu ddhe sangu te chiài, ritucendulu a caspita di chiavi, riducendolo a tre ore di notte.11
ṭṭre ore te notte. E lla piarella: E la donna pia:
«Uuùh, sorte miiìa, puru li santi se vaaàttanu! Purieddhu lu san «Oh, sorte mia, pure i santi si danno le botte! Povero san
Giorgi miu quante mazzate s'ae buscatu!» E san Pieṭru ntorna a Giorgio mio quante mazzate si sta buscando!»
san Giorgi: E san Pietro a san Giorgio in tono più deciso:
«Mo’ ti pigli la via e te nde vieni co’ me: che mo’ che sciàmo an «E adesso sloggia! Andiamo via! Che faremo i conti in para-
paratiso, dobbiamo fare ancora li conti!» diso!»
E lli santi se nde scira te casa, cu ddha povera piarella ca nu’ ffacìa E i santi uscirono di casa, e lasciarono la donna pia in una
addhu ca cu ddica: grande costernazione.
«Uuùh, sorte miiìa, puru li santi se vaaàttanu! Purieddhu lu san «Oh, sorte mia!» non faceva che dire la poveretta «pure i
santi si danno le botte! pure i santi si danno le botte!» E diceva
Giorgi miu quante mazzate sta sse buuùsca!»! Purieddhu lu san pure:
Giorgi miiìu!» «Povero san Giorgio mio quante mazzate si è buscato! Pove-
9
Il fratello qui deve parlare da santo: anche lui quindi azzarda la lingua italiana. ro san Giorgio mio!»
10
I santi stanno in paradiso e farli parlare in dialetto sarebbe stato come smitiz-
zarli. Anche qui allora ne viene fuori una lingua pasticciata.
11
Per dire che lo fece nero come la notte.
 
A llu crai, iddha mo’ sciu te pressa ‘lla chèsia cu bàscia sse cunfessa, L’indomani mo’ lei non vedeva l’ora di recarsi in chiesa per
ma nu’ ṭṭruàu lu prete cu nne tica lu fattu, lu ṭruàu sulamente a raccontare tutto al prete. Ma non c’era il prete alla messa: lo
lli ṭre giurni, cu lla capu tutta nfassata. E nne lu cuntàu lu fattu. trovò solo il terzo giorno e notò che aveva la testa tutta fascia-
ta. Si mise allora a raccontargli del brutto episodio, e mentre
E menṭre ca cuntava chiangìa pe’ san Giorgi. raccontava non faceva che piangere per san Giorgio.
E llu prete cittu, sai? Sulamente ca ogni tantu bàšciava la capu cu E il prete zitto, sai? Solo che ogni tanto annuiva con la testa.
ddica sine. E quandu iddha spicciàu lu cuntu, lu prete tisse a lla E quando lei finì di dire, il prete finalmente parlò:
beddha piarella: «O donna pia, per questo fatto mo’ san Giorgio non verrà
«Pe’ ‘stu fattu mo’ san Giorgi nu’ bene cchiui ccasa toa!» più a casa tua.»
E llu fattu nu’ ffoe cchiùi, mòrsera iddhi e ccampamme nui. E il fatto non fu più, morirono loro e campammo noi.

 
La meschina La meschina
Nu carusu, te nome Ntoni, ia menatu l’occhiu a nna vagnone Un giovane di nome Antonio aveva gettato lo sguardo su
te fore paese. Maria se chiamava. E sse tecìse bàscia ‘ccasa soa cu una ragazza di fuori paese: Maria si chiamava. Un bel giorno si
nne manda. Sciu ccunta prima cu lla mamma, però, pe’ ducazio- decise a dichiarare finalmente le sue intenzioni e si recò a casa
ne. E nne tisse: della Maria. Dovette, però, per educazione, presentarsi dappri-
«Fìjata vòju! M’àggiu ncapunutu te la fija toa e vvòju mme la ma alla madre di lei e chiederle il consenso.
sposu!» Ma la mamma te la Maria ne rispuse: «Mi sono proprio incaponito della figlia tua» le disse «e me
«Beddhu giòvine, nu’ tte cunviene tte la sposi la fija mia: ca ete la voglio sposare.»
meschina11.» Ma la mamma della Maria rispose all’Antonio:
«Cce bene ddire?» tumandàu lu carusu. «Bel giovane, non ti conviene sposare la figlia mia: è me-
«Ca nu’ ssape ffazza gnenzi, fiju miu12. Cuarda ca te ṭroi pen- schina.»
tutu ci te la sposi.» «Che significa?» domandò l’Antonio.
«Nu’ tte pijàre pena, ca iu ne voju bene lu stessu: chianu chia- «Che non sa fare niente, figlio mio. Stai attento, anzi, che ti
nu se mpara no?» troveresti pentito.»
«Non prenderti pena, che io le voglio bene lo stesso. Pian
«Cuarda ca è mmutu meschina» tisse ntorna la mamma. piano imparerà no?»
«E iu ne voju bene lu stessu!» turnàu rripetere lu Ntoni. «Guarda che è proprio meschina!» gli ripeté la mamma.
‘Nsomma, alla fine te li cunti, lu Ntoni s’era propriu ncapunu- «A me non importa, la voglio sposare lo stesso» fece l’Anto-
tu te la Maria. E sse la pijàu. nio alzando un po’ la voce stavolta.
Se spusàra ngrazieteddiu, la sera se curcàra e lla matina Insomma la Maria e l’Antonio si sposarono e la sera delle
lucišcìu. Iddha se fice li capiddhi, se llavàu la facce e sse ssettàu a nozze andarono a letto ingraziadiddio.
rretu la porta cu ccuarda ddha ffore la gente ca scia benìa. Ma nu’ L’indomani, quando si levò il sole, lei si pulì la faccia, si
giustava jettu, nu’ scupava ‘n terra, nu’ lavava: nu’ facìa gnenzi pettinò i capelli e poi si sedette presso la soglia a mirare dai
‘nsomma. vetri della portafinestra la gente che passava per la via. Ma non
Lu Ntoni ‘ntantu ia bardatu lu ciucciu, ia muntatu susu e ia rifece il letto, non scopò per terra, non lavò, non fece nessuna
pijatu la sṭrata cu bàscia fore ffatìa. faccenda insomma.
A llu cchiù tardu, la mamma te lu Ntoni sciu bìscia cce sta L’Antonio intanto aveva bardato l’asino, vi era montato so-
ffacìa la nora e bitte ca stia ddhai ssettata innanzi la porta e nnu’ pra e si era diretto in campagna a faticare.
sta sse proccupava mancu cu ccucina pe’ llu maritu. «Ddhu fiju Sul tardi la mamma dell’Antonio si recò a far visita alla nuo-
miu» ticia mo’ «quandu vene te fore, comu face se nu’ ṭṭroa quar- ra e la trovò che non solo se ne stava lì seduta, ma non si dava
che ccone te cucinatu?» neppure pensiero di preparare qualcosa di cucinato per il ma-
Quandu vitte ca la nora nu’ sse risulvìa propriu cu ccucina, cce rito. E pensò:
«Povero figlio mio, come farà quando, di ritorno dalla cam-
11
Nel senso di indolente, priva di idee. pagna, non troverà manco un boccone?» E quando capì che
12
Non si tratta di suo figlio, ma è d’uso l’appellativo di figlio rivolto a uno mol- la nuora non si risolveva, che ti fece? Tornò a casa sua e impa-
to più giovane, specie quando si vuol dare qualche consiglio. stò della farina per un po’ di lasagne; quindi le fece bollire, le
 
fice? Na! scìu ccasa e fice le sagne, le cucinàu, le ccunzàu cu llu scodellò in un piatto e le condì con un bel sugo di pomodori
sucu bone bone, na crattata te casu, le mise inṭra nnu piattu, le freschi, cospargendole di formaggio. E col piatto coperto, av-
mbucciàu e lle purtàu a lla Maria. Rriàu, puggiàu lu piattu susu volto nel grembiule, si avviò dalla Maria. Qui poggiò il piatto
‘lla banca e poi pijàu la via cu sse nde torna ccasa. in tavola e se ne ripartì.
A mmenźatìa rriàu lu Ntoni te la fatìa e, nnanzi ṭṭrasa ccasa, All’ora di pranzo giunse l’Antonio dalla campagna e, prima
scaricàu lu ciucciu comu te sòlitu. La Maria, però, stia sempre di fare ingresso in casa, scaricò come al solito il basto dell’asi-
ssettata nnanzi lla porta e nnu’ sse cotulàu mancu quandu vitte no. La Maria, intanto, continuava a star seduta presso la soglia,
nu cane ṭrasire inṭru ccasa ca ssartàu susu lla banca e sse nca- ma, proprio in quel mentre, non ti andò a infilarsi un cane
fuddhàu le sagne cu tuttu lu core. Iddha mo’ vitìa lu cane ca se dentro casa, che saltò sulla tavola e prese a divorare il piatto di
mangiava le sagne, ma nu’ sse resulvìa propriu cu sse aźa. A llu lasagne? La Maria non si smuoveva d’un dito, tuttavia lanciava
cane, però, ne facìa: qualche strillo in direzione del cane. E faceva:
«Zza! zza! Ca su’ ssignura e nnu’ mme pozzu ‘źà’!» Ma lu cane «Zza! zza! Che io sono signora e non mi posso alzà!» Ma il
mancu pe’ lla capu. cane, tranquillo, continuava a mangiarsi le buone lasagne.
«Zza! zza! Ca la mbesti ca sta ffazzu la signora. Zza! zza! Ca «Zza! zza! Buon per te che io faccio la signora. Zza! zza! Che
su’ ssignura e nnu’ mme pozzu ‘źà!» Ma lu cane ormai s’era llicca- io sono signora e non mi posso alzà!» Il cane, ormai, aveva
tu puru lu piattu.
finito di leccarsi pure il piatto.
Addhai ca ṭrasìu lu Ntoni e šciu bitte ddhu piattu susu la ban- Entrò l’Antonio e trovò la Maria seduta che piangeva.
ca beddhu puliźatu te lu cane e la Maria ssettata ca chiangìa.
«Beh,» tisse «e cce ccosa ete cquai?» «Beh!» disse «che è questa cosa? Perché piangi?»
«Na! la mamma toa n’ia purtatu nu piattu te sagne, ma è «To’! la mamma tua ci aveva portato un piatto di lasagne, è
entrato un cane e se l’è mangiate tutte. Io gli ho fatto pure zza
ṭṭrasutu lu cane e sse l’hae mangiate. Iu però n’àggiu fattu: “Zza,
zza! Ca su’ ssignura e nnu’ mme pozzu ‘źà!” Ma iddhu se l’hae zza, ma lui se l’è mangiate lo stesso.»
mangiate lu stessu.» «Va bene,» disse lui «non prenderti pena.»
«Va bene,» tisse iddhu «nu’ tte pijare pena.» Quel cristiano mo’ aveva fame. Mah, s’è racimolato un pez-
Ddu cristianu mo’ lu tenìa fame. Mah, se racimulàu nu stozzu zo di pane, si è ritirato dietro casa e se l’è mangiato solo solo.
te pane e šciu sse lu mangia rretu ccasa sulu sulu ngrazieteddiu. E la Maria? Pure lei aveva fame, ma non c’era niente da
E lla Maria? Puru iddha mo’ la tenìa fame, ma nu’ nc’era mangiare. E diceva tra sé: «Qui non si mangia, ah sventura
gnenzi cu mmangia. E ddicìa inṭru te iddha: «Acquai nu’ sse mia!»
mangia! Ah sorta mia!» Ma nu’ ete mancu ca se źava: spettava All’indomani, la Maria si pulì, si pettinò e andò a sedersi di
mo’ ca lu maritu n’ia ppurtare cu mmangia! [Quest’ultimo, un nuovo a rimirare la gente che passava. La suocera, andandola
commento di mia madre, fuori campo, nel raccontare]. sul tardi a trovare, notò che la nuora ancora una volta non si
A llu crai, la Maria se ‘źau, se llavàu la facce, se fice li capiddhi dava pensiero di cucinare per il figlio suo. Tornò a casa, cuci-
e šciu sse ssetta ntorna rretu lla porta: sempre mo’ cu ccuarda la nò nuovamente le lasagne, ritornò col piatto dalla Maria e lo
gente ca scia benìa. adagiò sul tavolo.
La socra, puru ‘sta fiata, quando vitte la nora ca stia sempre
ssettata senza ffazza gnenzi, ne portàu ntorna nu piattu te sagne Ma, all’ora di pranzo, non s’infilò di nuovo quel caspita di
 
e sse nde turnàu ccasa. Ma, a llu cchiù tardu, eccu ca va ṭṭrase te cane? Si mangiava le lasagne e la Maria faceva:
nou lu cane, sale susu ‘lla banca e, menṭre ca se nghiuttìa le sagne, «Zza! zza! Che io sono signora e non mi posso alzà.» Ma il
la Maria ne facìa: cane mangiava, altro che contento.
«Zza! zza! Ca su’ ssignura e nnu’ mme pozzu ‘źà!» Ma lu cane «Zza! zza! Buon per te che io faccio la signora. Zza! zza! Che
mancu pe’ lla capu. io sono signora e non mi posso alzà.»
«Zza! zza! La mbesti ca sta ffazzu la signora. Zza! zza! Ca su’ A quel frattempo arrivò il marito. Stessa canzone: quel cri-
ssignura e nnu’ mme pozzu ‘źà!» stiano si condì un po’ di pane e se lo mangiò solo solo. Lei
A ddhu frattiempu, rriàu lu maritu. Lustessucapiace: ddhu
cristianu se giustàu nu pocu te pane e sse lu mangiàu sulu sulu piena di pianti e morta di fame.
ngrazieteddiu. E iddha china te chianti mo’ e morta te fame. Terzo giorno. La suocera stavolta, per via di quel maledetto
A llu terzu giurnu, la socra, sapendo comu scìane le cose, le cane, pensò bene di far trovare il piatto di lasagne sul tavolo
purtàu le sagne, ma spettàu cu ttorna lu fiju sou te la fatìa e ccu solo all’arrivo del figlio. Quando finalmente le lasagne furono
sse ssetta ‘n tàula: ca se no a parere? se se l’ia mmangiare ntorna in tavola, la Maria, morsa dalla fame, s’accostò al piatto in un
lu cane? baleno, ma, stava per assaggiare il secondo boccone, quando il
ṭrasutu lu maritu, la Maria, quandu vitte lu piattu susu lla marito l’interruppe:
banca, se ssettàu ‘n tàula e sse menàu cu mmàngia pe’ lla fame. «Alt!» le disse.
Ma ia ppena ssaggiatu lu primu ccone, ca lu maritu ne tisse: «Perché?» disse lei «Io sto morendo di fame!»
«Altu!» «Quante faccende hai sbrigato oggi?»
«Percene?» tisse iddha «Ca iu sta mmoru te fame!» «To’! mi sono lavata la faccia e pettinata.»
«Quante servizie hai fattu osce?» «E per ciò che hai sbrigato, un boccone ti basta» disse lui.
«Na! m’àggiu llavata la facce e mm’àggiu fatti li capiddhi.» «Oh, sventura mia!» fece lei tra sé.
«E ppe’ cquiddhu ca hai fattu te basta nu ccone sulamente»
Ma il quarto giorno, la Maria si levò in fretta, si lavò, si pet-
tisse iddhu.
«Uuùh, sorta mia!» fice la Maria inṭru te iddha. tinò, poi rifece il letto e scopò pure per casa. La suocera notò
Ma, a llu quartu giurnu, la Maria se ‘źau te pressa, se llavàu, stavolta la buona volontà della Maria, tanto che uscì incontro
se fice li capiddhi e poi scupàu ccasa e giustàu lu jettu. Vitendu al figlio che tornava per dirgli della novità:
quistu, la socra ne ssiu nnanzi ‘llu fiju e nne tisse: «Guarda che oggi la moglie tua si porta bene, sai? Dopo
«Cuarda ca osci mujèrata sta sse cumporta bona: prima hae essersi pulita e pettinata, ha scopato tutte le stanze e ha rifatto
scupatu ccasa, poi hae ggiustatu lu jettu e ss’hae ssettata rretu lla il letto.»
porta sulamente quandu hae spicciatu.» Entrato in casa, l’Antonio trovò sulla tavola il piatto della
Quandu lu Ntoni ṭrasìu ccasa, ṭruàu susu lla banca lu piattu mamma sua e si mise a mangiare insieme con la Maria. Ma
te la mamma soa e sse mise mmangiare paru cu mujèrasa. La Ma- quando la Maria stava per mettere in bocca il quarto bocco-
ria ia ‘ppena pruatu ṭre ccuni, quandu ntorna marìtusa: ne:
«Altu!» «Alt!» le disse.
«Percene? Ca sta mmoru te fame!» «Perché? Io sto morendo di fame!»
 
«Quante servìzie hai fattu osce?» «Quante faccende hai sbrigato oggi?»
«M’àggiu fattu li capiddhi, àggiu scupatu ‘n terra e àggiu giu- «Mi sono pulita e pettinata, ho scopato per terra e ho rifatto
statu lu jettu.» il letto.»
«E ‘llora te bàstane ṭre ccuni. E, de osce nnanzi, quante servìzie «E allora ti bastano tre bocconi. E, d’ora in avanti, quante
faci, tanti ccuni te mangi. Pe’ ttenire lu cuntu, pe’ ogne servìzia ca faccende sbrigherai, tanti bocconi mangerai. Per avere il conto,
faci, minti na pajuzza susu la seggia ca stae rretu la porta, cusì, per ogni faccenda metti una pagliuzza sulla sedia che sta dietro
quandu tornu, mmesùru le servìzie.» la porta d’ingresso, così, quando torno, misuro le pagliuzze.»
A llu quintu giurnu, la Maria ormai nu’ bitìa cchiùi pe’ lla Al quinto giorno, la Maria, che ormai non ci vedeva più dalla
fame. Se ‘źau prestu ‘sta fiata, senza mmancu sse fazza li capid- fame, si alzò presto e, senza perdere tempo a pettinarsi, comin-
dhi, e zziccàu ffare terramotu inṭru ccasa. Poi mise la pignata ciò a far terremoto dentro casa, pulendo di qua e sbrigando di
nnanzi llu focu e, comu scia scia, fiatava cu nnu’ sse stuta: na là. Preparò perfino una pignatta di fagioli che pose accanto al
beddha pignata te pasuli cu sse bìnchianu! E lla socra ntorna ne fuoco del focolare, e stava talmente attenta che, fiamma o non
ssiu nnanzi a llu fiju sou cu nne tica: fiamma, soffiava sempre sul fuoco per alimentarlo.
«Ah, osce sta sse tae te fare la Maria! La fame l’hae rriata Stavolta la suocera andò incontro al figlio per dirgli:
sai?» «Ah, oggi la Maria si dà proprio da fare: la fotte la fame
A menźatìa, eccu lu Ntoni cu llu ciucciu. E nnu’ mboi ca lu ormai.»
All’ora di pranzo, ecco l’Antonio di ritorno con l’asino. E
ciucciu sciu ba mminte la capu inṭru ccasa e sse mangiàu le pa- non vuoi che l’asino mette la testa dentro casa e va a mangiarsi
juzze ca la Maria ia raccoddu susu la seggia? E lla Maria chianti? le pagliuzze che la Maria aveva adagiato in ordine sulla sedia?
chianti? Nu’ spicciava cchiùi te chiangire. Lu Ntoni ne tisse ‘llora: E la Maria, pianti? pianti? Non finiva più di piangere. L’Antonio
«Maria, comu ete ca sta cchiangi?» le disse allora:
«Uuùh, sorta mia! Mancu osce mangiu! Sta mmoru te fame! «Maria, com’è che piangi?»
Ca iu m’ia misa de parte le pajuzze e mo’ lu ciucciu se l’hae man- «Oh, sventura mia! Neppure oggi mangio: avevo messo da
giate.» parte le pagliuzze e l’asino se l’è mangiate!»
«Va bene, va bene: osce mangi» tisse lu Ntoni. «Va bene, va bene: oggi mangi» disse l’Antonio.
Allora mmenešciàra li pasuli ‘n tàula, se ssettàra e mmangiàra Allora la Maria scodellò in fretta i fagioli nei piatti e prese
ngrazieteddiu. Iddhu mo’ rritìa sottamusi. posto a tavola col marito. E mangiarono ingraziadiddio, men-
Chianu chianu ‘nsomma la Maria mparàu ccucina. La mam- tre lui se la rideva sotto il muso. E così pian piano la Maria
ma de la Maria, mo’, nu’ bitìa l’ora cu bae fore paese cu’ ba ṭṭroa imparò a sbrigare faccende e a cucinare.
la fija spusata. E šciu te tuménica, alli quindici giurni, e lla ṭruàu La mamma della Maria, mo’, non vedeva l’ora di andare a
ca sta temperava farina cu ffazza sagne. Cumu stai comu nu’ stai, trovare la figlia sposata. E, passati i quindici giorni, le fece visi-
poi la mamma se ssettàu ‘lla seggia. A cquai ca la Maria, a nnu ta una domenica. Trovò la figlia che impastava la farina per fare
certu mumentu ca nu’ lla vitìa nišciunu, menṭre facìa sagne, zzic- i maccheroni col ferro. Come stai e come non stai, la mamma
càu ffare segnu cu ll’occhi a lla mamma soa: «Psss psss!» ne facìa. poi si mise a sedere. Ma, a un certo momento, senza farsi vede-
Ma la mamma nu’ ccapìa. La fija ntorna ne facìa segnu e: «Psss re da nessuno, la Maria, nell’atto di cavare i maccheroni, prese
psss!» a strizzare l’occhio alla mamma e, nello stesso tempo: «Psss!

 
A ‘stu puntu la mmamma se ‘źau, se ncucchiàu nnanzi lla fija psss!» le bisbigliava a distanza.
e nne tisse cittu cittu: La mamma però non capiva. Di nuovo la figlia le strizzava
«Ma cce ggh’ete ca voi, fija mia, se po’ ccapire?» l’occhio e: «Psss psss!» insisteva.
E lla fija scusu scusu: A questo punto la mamma si levò dalla sedia, si accostò alla
«Mamma, nu’ stare ssettata, sai? Cerca cu tte aźi e ccu mme figlia e le chiese zitta zitta:
juti ffazzu sagne: ca cquai ete lu paese a ddhunca ci fatìa man- «Ma che cosa vuoi, figlia mia, si può capire?»
gia.» E la figlia misteriosa:
«Ah,» tisse la mamma «te l’hanu ṭruata l’acqua ‘llora!» «Mamma, non startene lì seduta, sai? Vedi di alzarti e di
E iddhi vìssera felici e ccuntienti e nnui nu’ ìppime nienti. Ci aiutarmi a fare la pasta, perché questo è il paese dove chi lavora
voi tte cuntu n addhu me tai nu taraddhu. mangia!»
«Ah,» disse la mamma «te l’hanno trovata l’acqua12 allora!»
E loro vissero felici e contenti e noi non avemmo nienti. Se
vuoi che te ne racconto un altro, portami un tarallo.

12
Nel senso di rimedio.
 
Cumpare mèšciu Tòturu Compare maestro Tòturu

Na banda te laṭri sonaturi, pprufittandu ca li mmassari èranu Una banda di ladri suonatori, approfittando del fatto che
ssuti te casa, scira a lla mmasserìa cu rrùbanu l’àuni. Mo’, cu i massari erano partiti, si recarono alla masseria per rubare gli
ppòzzanu rrubare, tuccàa cu sbàrianu le mmassare, e, ppe’ cqui- agnelli. Mo’, per poterli rubare, toccava distrarre le massare, e,
stu, lu pianu era ca unu ia ssunare, l’addhu ia ccantare e llu tièr- per questo, avevano elaborato un piano: uno suonava, l’altro
zu (ca se chiamava mèšciu Tòturu) a llu frattiempu ia rrubare. cantava e il terzo, che si chiamava maestro Tòturu, nel frat-
Addhai ca li primi toi, menṭre ca sbariàvanu le mmassare cu tempo rubava.
Lì che i primi due, mentre distraevano le massare con suoni
ccanti e ssoni, se ddunàra ca mešciu Tòturu, menṭre ca sta rruba-
e canti, notarono che a maestro Tòturu, mentre rubava, gli si
va, ne se vitìa la coppula. Rroba ca se se ccurgìanu le mmassare
intravedeva la coppola. Roba che, se se ne fossero accorte le
èrane cuai. Cu llu vvèrtanu te lu perìculu, ‘llora, se nventàra ‘sta
massare, sarebbero stati guai. Per avvertirlo del pericolo, allora,
canzone:
s’inventarono questa canzone:
Cumpare mèšciu Tòturu,
Compare mastro Tòturu
la coppula te pare
la coppola ti pare
li janchi janchi pìjali
i bianchi bianchi pigliali
li nìuri làssali stare13.
i neri lasciali stare.
Li niuri su’ capretti I neri son capretti
suggetti a llu schiamare soggetti al belare
iu sonu n addhu picca io suono un altro poco
cu sbàriu ‘ste mmassare distraggo le massare
iu sonu n addhu picca io suono un altro poco
cu sbàriu ‘ste mmassare. distraggo le massare.

13
Conveniva rubare gli agnelli bianchi, piuttosto che i neri capretti, perché
quest’ultimi, si sa, essendo meno mansueti, e potendo belare, avrebbero dato
l’allarme.
 
La Chiara Funtana La Chiara Fontana

Nc’era na fiata na fèmmana ca se chiamava Maria. Era mutu C’era una volta una donna che si chiamava Maria. Era
beddha e ttenia lu nnamuratu. Cu llu maritu mo’ se mmušciava molto bella e aveva l’innamorato. A dire il vero si mostra-
sempre bona, ma quandu ia ṭṭrasire ccasa lu nnamuratu, cu nna va sempre affettuosa col marito, ma, quando doveva entrare
scusa nde lu mandava a quarche banda. in casa l’innamorato, con qualche scusa gli trovava sempre
qualche commissione da fare. Capitò che il marito, un cer-
Rrivàu, però, ca lu maritu nu’ ippe cchiùi vòja cu sse nd’esse to giorno, non ebbe più voglia di uscire di casa a piacimento
te casa, puru ca la mujere lu cumandava. Sicché lu nnamuratu, della moglie, e così ebbero fine gli appuntamenti con l’inna-
cu llu fattu ca nu’ sse putìa vitire cu lla Maria, sciu perdendo te morato, che, non potendo più vedere la Maria, cominciò a
pacienza. E ffruntàndula a mmienzu lla sṭrata, ne tisse: dare segni di impazienza, e, incontrandola per strada, le disse:
«Ma quistu maritu tou, quandu ete ca se nd’esse te inṭru ccasa? «Maria mia, ma questo marito tuo quand’è che esce di
Ca iu nun ci resistu cchiùi. Acquai tocca ffacìmu cu scumpare pe’ casa? Lo sai che non ci resisto più! Bisogna che lo facciamo
sempre, ca quista nu’ è ccosa ca se pote secutare» scomparire bisogna, non è cosa che possa seguitare!» E lei:
E iddha: «Ma che ci posso fare? Che, lo caccio di casa?» E l’innamora-
«E iu cce ppozzu fare? Tici mo’ ca lu cacciu te casa?» to:
«Tie fanne ca te zzìccane tulori, ca iu te mandu lu tale tuttore. «Ho un piano: tu fai finta di avere un attacco di dolori, così
io ti mando il tale dottore che ti ordinerà una certa medici-
Tie tici ca voi lu tale tuttore, cusì vene e tte ordina la meticina ca na.»
ticu iu.» Insomma, che ti fece lei? Prese e si stese sul letto morta di
Nsomma, cce ffice ‘llora la Maria? Zziccàu e sse stise susu llu dolori:
jettu pe’ mmalata. «Ahi! ahi! ahi! mamma mia muooòio… muooòio!» strillava.
«Ahi! ahi! ahi! Mamma mia mooòru! mooòru! va’ cchiama lu «Chiamatemi il tale dottooòre… il tale dottooòre!»
tale tuttooòre! lu tale tuttooòre!» Lì che il marito andò a chiamare il tale dottore. E il dottore
A ddhai ca lu maritu scìu ba’ cchiama lu tale tuttore. E binne arrivò e fece una bella visita alla Maria. Poi si rivolse al marito
‘stu tuttore, visitàu la mujère e ddisse a llu maritu: e disse:
«Beh, a cquái, bon omu, nci vole l’acqua te la Chiara «Beh… qui, buon uomo, ci vuole l’acqua della Chiara
Funtana.» Fontana, un’acqua miracolosa, la sola che possa guarire tua
«Sì? E a ddhu ete ca stae ‘st’acqua te la Chiara Funtana?» moglie.»
«Eh, bon omu… Te tocca bai luntanu… luntanu!» «E dove si trova quest’acqua della Chiara Fontana?»
«Vau puru ‘n capu a llu mundu, basta ca la mujère mia stae «Eh… ti tocca andare lontano… tanto lontano!»
«Vado pure in capo al mondo, purché stia bene la moglie
bona» tisse lu maritu. mia» rispose il marito.
Lu tuttore allora ne spiecàu comu ia rrivare a lla Chiara Il dottore allora spiegò al marito come poteva raggiungere
Funtana: la Chiara Fontana:

 
«Pìja ‘sta šṭrata, poi quist’addha, vane prima te cquái, poi te «Prendi questa strada, poi quest’altra, vai prima di qua, poi
ddhai e de cquái e de ddhai…» di là e di qua e di là…»
‘Nsomma ddhu cristianu se mise camina e ccamina e, topu Insomma il marito, quel cristiano, si mise in cammino. Ma
giurni e giurni te sṭrata, a nnu certu puntu ne se presentàu te cammina e cammina, dopo giorni e giorni di strada, ecco che a
nanzi san Giseppu vestutu te mònicu. Ca tisse: un certo punto s’imbatté in un uomo di passaggio. Questi era
«Bon omu, a ddhu vai?» san Giuseppe travestito da monaco. Che disse:
«Buon uomo, dove vai?»
«Eh, la mujère mia nu’ stae bona e llu tuttore hae tittu ca ci nu’ «Eh, la moglie mia non sta bene e il dottore mi ha ordinato
nne portu l’acqua te la Chiara Funtana, nu’ sse cuarišce mai.» di trovarle l’acqua della Chiara Fontana, un’acqua miracolosa,
«Ah, bon omu,» fice san Giseppu «cu lle fatiche toe mujèrata che però sta tanto lontana. Solo che è l’unica che possa gua-
sta banchetta e sta sse tiverte cu llu nnamuratu propriu inṭra ccasa rirla.»
toa.» «Ah, buon uomo,» fece san Giuseppe «con le fatiche tue, la
«Vane! camina! nu’ ppote èssere!» tisse iddhu. moglie tua se ne sta a casa che banchetta, canta e fa baldoria
«Nu’ ddai retta? Allora pòrtame ‘ccasa toa. Cu nnu pattu però: con l’innamorato.»
ci è beru quiddhu ca te ticu, me tai ṭṭre ttùmani te cranu, ci nu’ «Vai! cammina! non può essere! » fece lui.
nn’è beru, iu li tau a ttie.» «Non dai retta? Allora portami a casa tua. A un patto però:
«T’accordu.» se sarà vero quel che dico, mi darai la raccolta di tre tùmani13.
di grano; diversamente, sarò io a darli a te.»
Sicché turnàra ‘ccasa te paru, e quandu ca èranu quasi rriati, «D’accordo.»
già se sentìa la baldoria ca venia te casa. Sicché presero la strada del ritorno e, quando giunsero nei
Lu mònicu allora tisse a llu maritu: pressi della casa, già si sentiva cantare e fare baldoria dalla casa.
«Tie mìntite inṭra llu saccu. Iu mo’ tuzzu a ccasa toa cu llu E il monaco disse al marito:
saccu ‘n coddhu e ccercu la limòsina.» «Tu chiuditi nel sacco, io busso col sacco in spalla e chiedo
Allora: ttú-ttú-ttù. Addhai ca la Maria ne aprìu la porta l’elemosina.»
mmušciànduse tutta llecra mo’. E il monaco bussò: ttú-ttú-ttú. Fu la Maria ad aprire, ed era
«Nu pocu te limòsina, an grazia te lu Signore» tisse lu mò- tutta allegra mo’.
nicu. «Un po’ di elemosina, per grazia del Signore» fece il mona-
«Cce bai cercandu, mònicu, vane ca nui nu’ ttenimu tiempu co.
te pèrdere!» «Stiamo a tavola e non abbiamo nulla da darti! E poi qui
non c’è tempo da perdere!» rispose la Maria.
«Eh, sta begnu te tantu luntanu e ttegnu muta fame. Armenu «Eh, vengo da lontano, sorella mia, ho tanta fame. Datemi
tàtime quarche cosa te quiddhu ca sta mmangiati vui.» almeno qualcosa di quello che mangiate voi.»
«Vabè, ṭrasi, mònicu, ṭrasi. A nnu pattu, però, ca ne canti na «E va bene, monaco, entra pure, ma a un patto: che ci canti
canzone.» una canzone!»
«Ca comu nu’ lla cantu! La cantu, la cantu!» tisse lu mònicu. «Ve la canto, ve la canto!» disse il monaco entrando col sac-
E ṭṭrasìu inṭra ‘ccasa cu ttuttu lu saccu ‘n coddhu. E lli nnamurati
13 .
Tùmanu: misura di superficie che corrisponde a 85 are.
 
fìcera cu sse ssetta an tàula. co in spalla, che depositò in un angolo di casa. Dopodiché gli
«Iu be la cantu na canzone, ma nu’ è mmeju cu zziccati prima innamorati gli fecero prendere posto a tavola.
vui ca siti paṭruni te casa?» «Io ve la canto una canzone,» prese a dire il monaco «ma
«E va bene,» tisse la Maria «Zzicca tie!» tisse rivulgénduse a llu non è meglio che cominciate voi a cantare, visto che siete i
nnamuratu. E llu nnamuratu zziccàu: padroni di casa?»
«E va bene!» disse lei, e rivolto all’innamorato:
«Sonu a casa te riccu villanu «Comincia tu a cantare.» E l’innamorato:
mangiu e bevu te cavalieri
mangiu pane te lu cistaru «Sono a casa di ricco villano
mangio e bevo da cavaliere
bevu vino te cantinaru.» mangio il pane del cestaro
E iddha appriessu: bevo il vino del cantinaro.»
«Tengu un marito totorotó14 E la Maria dappresso:
comu vogliu lu mbarderò «Tengo un marito totorotò
l’hu mmandatu ‘lla Chiara Funtana come voglio lo imbroglierò
longa la sṭrada nu’ ttorna pe’ mmo’.» l’ho mandato alla Chiara Fontana
Lu mònicu cotulava la capu mo’, e sta šcìa cu ccanta, ma lu lunga la strada non torna per mo’.»
maritu ne fervìa lu sangu mo’ e, tuttu chiusu inṭra llu saccu, zzic- Il monaco scuoteva la testa e stava per mettersi a cantare,
càu ccantare iddhu: ma il marito, col sangue che gli bolliva, tutto chiuso nel sac-
co, sbottò lui a cantare:
«E ṭre ttùmani fora lu pattu
e iu quaṭṭru te nde tò «E tre tùmani furono il patto
e io quattro te ne darò
càcciame mònicu t’inṭra llu saccu tirami monaco da questo sacco
quantu nne sonu lu totorotó.» per suonar loro il totorotò.»
A cquái ca lu mònicu te pressa restaccàu lu saccu e llu maritu A questo punto al monaco non restò che slegare il sacco in
essìu e tte sṭruncunisciàu la mujère bona bona te mazzate, e lla tutta fretta. Il marito venne fuori e prese a suonarle di santa
sunàu puru pe’ llongu e ppe’ ccurtu. E llu nnamuratu se ccoźe lu ragione alla Maria, che le prese per lungo e per corto. E l’in-
restu. namorato raccolse il resto.

14
Sostantivo inesistente, ma è un suono onomatopeico che rende l’idea di scemo
e che soprattutto fa rima col verso successivo.
 
Cesare e Palumbu Cesare e Palombo
La Orpe e llu Lupu na fiata èranu cumpari. La cummare Orpe La Volpe e il Lupo una volta erano compari. Comare Volpe
tenìa do’ àuni, Cesare e Palumbu, ca ne servìanu cu ttìranu lu possedeva due agnelli, Cesare e Palombo, buoni a trainare il
carrettu. Nu beddhu giurnu, la cummare Orpe e llu cumpare carretto. Un bel giorno, comare Volpe e compare Lupo pensa-
Lupu pensàra bonu cu bàscianu intra llu boscu cu sse fàzzanu le rono bene di recarsi col carretto nel bel mezzo di un bosco per
pruiste te legna. Ttaccara Cesare e Palumbu a lle do’ stanghe te lu farsi le provviste di legna. Legarono Cesare e Palombo alle due
carrettu, nu corpu te scurisciatu e partira. A llu scire, però, e nnu’ stanghe, diedero di scudiscio e partirono. All’andare, però, e
mboi ca sciu sse spezza na stanga te lu carrettu? Sicché la cummare non vuoi che venne a rompersi una stanga del carretto? Sicché
Orpe tisse a llu cumpare Lupu: comare Volpe disse a compare Lupo:
«Cumpare Lupu, sai cce ffanne? Fuci inṭra llu boscu, tàjame la «Sai che hai da fare? Corri nel bosco, tagliami il ramo più
stanga cchiù dderitta ca nc’ete e portamèla.» dritto che c’è e portamelo.» Compare Lupo non se lo fece ripe-
Lu cumpare Lupu nu sse la fice ripetere do’ fiate: fucìu inṭra tere due volte: corse nel bosco e tornò col ramo, ma col ramo
llu boscu e tturnàu cu lla stanga, ma cu lla stanga cchiù storta ca più storto che c’era.
nc’era. «Lo sapevo già che non ne combini mai una buona,» gli
«Lu sapìa già ca nu’ nde cumbìni mai una bona,» ne tisse la disse comare Volpe «ma vai a immaginare che non sai neanche
cummare Orpe «ma va’ ssacci ca nu’ ssai mancu a ddhu stae te dove sta di casa il dritto! Fai na cosa: aspettami qui, che vado io
casa lu terittu! Fanne na cosa: spettame cquai tie, ca vau iu lla a trovare il ramo più dritto che c’è. E stammi attento a Cesare
ṭrou na stanga teritta. Tie cerca cu mme stai ‘ttentu a Cesare e e Palombo.» Così comare Volpe si recò nel bosco a cercare il
Palumbu.» E la cummare Orpe scìu a llu boscu cu ṭṭroa la stanga ramo più dritto che c’era.
cchiù deritta ca nc’era. Compare Lupo, mo’, non aspettava che questa l’occasione.
Lu cumpare Lupu mo’ sta’ spettava propriu ‘st’occasione. Ap- Appena comare Volpe si allontanò per il bosco, che ti fece?
pena la cummare Orpe se lluntanàu inṭra llu boscu, cce tte fice? Scannò i due agnelli e se li mangiò… che restarono solamente
Scannàu li do’ àuni e sse li mangiàu… ca restàra sulamente le pel- le pelli. Per mascherare il fatto poi, cucì le pelli e le riempì con
li. Cu ffazza lu furbu poi, cusìu le pelli e lle inchìu cu na frazzata una manciata di paglia. Perché restassero in piedi gli agnelli,
te paja. Cu ppòzzanu restare tisi l’àuni, poi, rinfurzàu l’anche poi, rinforzò le zampe con dei bastoni e se la squagliò. Cesare e
cu lli zzippi e se la squajàu. Cesare e Palumbu, mpizzati ‘n terra Palombo, tenuti così in piedi, sembravano come vivi.
comu stíanu, parìanu comu vii. Di lì a non molto, comare Volpe fu di ritorno col ramo il
Nu ppassàu mutu ca turnàu la cummare Orpe cu lla stanga la più dritto che c’era. Vide gli agnelli in piedi e il carretto, ma,
cchiù deritta ca nc’era. Vitte l’àuni belli tisi, ma, nu bitendu lu stranamente, non c’era compare Lupo. Così prese a chiamarlo
cumpare Lupu se mise cu llu chiama. E ccritava: a gran voce:
«Cumpare Luuùpu, cumpare Luuùpu!» Ma lu cumpare Lupu «Compare Luuùpo, compare Luuùpo!» Ma compare Lupo
nu’ rrispundìa. «Addhu ete ca s’hae cacciatu? Ne tissi cu mme non rispondeva. «Ma dove si è cacciato? Gli raccomandai di
cuarda l’àuni, ma quiddhu addhu ntise. Eh, spalisciatu comu ete, guardarmi gli agnelli, ma quello intese altro. Eh, tonto com’è,
quiddhu ci sape a ddhu è šciutu mminta nsurti!» quello chissà dove è andato a far danno!»
 
A ‘stu puntu, la cummare Orpe, senza ssuspetta te gnenzi, se Comare Volpe, non sospettando di nulla, si mise a sostituire
mise ccangia la stanga te lu carrettu. Quandu ca spicciàu, mun- la stanga del carretto. Finito che ebbe, montò sul sedile e, con
tàu te susu e ddese nu fischiu all’àuni cu sse mòvanu. Ma Cesare un fischio, ordinò ai due agnelli di muoversi, ma Cesare e
e Palumbu stíanu ddhai mpizzati e nnu’ sse risulvìanu. Pijàu Palombo se ne stavano lì immobili e non si muovevano. Prese
‘llora lu scurisciatu e nne menàu do’ corpi. «Sciàmu!» critàu, ma allora lo scudiscio e li frustò:
quiddhi mancu pe’ lla capu. «Acquai cosa passa» tisse la cummare «Andiamo!» gridò, ma niente da fare. «Qui cosa passa» disse
Orpe. Šcise te lu carrettu, se mbicinàu a Cesare e Palumbu e ma- comare Volpe. Scese dal carretto, s’avvicinò a Cesare e Palom-
cari ca li cotulava e lli critava, quiddhi sempre mpizzati stíanu. bo e prese a sgridarli e a scuoterli. Niente, quelli erano come
Addhai ca se ddunàu ca Cesare e Palumbu l’ia ccisi e mmangiati piantati per terra. Fu lì che dovette constatare che Cesare e Pa-
lu cumpare Lupu. E ccritàu: lombo erano stati uccisi e mangiati da compare Lupo. E urlò:
«Cumpare Luuùpu, a ddhunca stai me l’hai ppacare tie e cci «Compare Luuùpo, dovunque tu sia me la pagherai tu e chi
sinti!» sei!»
Passàu bonu tiempu. Nu giurnu, caminandu a mmienźu nna Trascorse un bel po’ di tempo. Un giorno, camminando per
via, la cummare Orpe vitte passare nu ṭraìnu caricu te pešce bed- una strada, comare Volpe vide passare un traino carico di pesce
dhu friscu. Cce ffice? Furba iddha mo’, zziccàu ffucire, rrivàu bello fresco. Furba lei mo’, che ti fece? Si mise a correre, supe-
rò di un buon tratto il traino e si stese sulla strada fingendosi
cchiù nnanzi te lu ṭraìnu e sse stise an terra pe’ mmorta mmienźu morta. Il carrettiere, non appena sopraggiunse davanti alla vol-
la sṭrata. Lu ṭrainieri, quandu rriàu nnanzi lla orpe morta, fer- pe morta, s’arrestò fulmineo col cavallo.
màu te pressa lu cavaddhu e ddisse: «Bella mia questa volpe,» disse «che mi vendo la pelle e mi
«Beddha mia ‘sta orpe, ca me vindu la pelle e mme cuatagnu guadagno un po’ di soldi.» Così scese, raccolse la volpe e la
quarche ssordu.» Šcise, la pijàu e lla mbarcàu susu llu ṭraìnu. lanciò tra le sponde del traino.
«Aaah! aaah! Sciamu, ca osci la sciurnata è bona!» critàu a llu «Aaàh! aaàh! Andiamo, che oggi è giornata buona!» urlò al
cavaddhu. E partìu cu nna botta te scurisciatu. cavallo. E lo spronò con un colpo di scudiscio.
Ma la cummare Orpe, mbarcata su ttuttu ddhu beddhu pešce, Ma comare Volpe, allungata in mezzo a tutto quel pesce,
aprìu l’occhi e cce ffice? Na! menṭre lu ṭrainieri tia corpi te scuri- aprì gli occhi e, mentre il carrettiere dava al cavallo di scudi-
sciatu a llu cavaddhu, iddha brancava pešce e mmenava mmienźu scio, abbrancava pesce e man mano lo lanciava sulla strada.
‘lla via. Quandu ca lu menàu tuttu, sartàu puru iddha, se raccoźe Svuotato che ebbe interamente il traino, saltò giù, raccolse il
lu pešce inṭra lle visazze e ffuci ccasa mo’. pesce e si riempì le bisacce. Dopo di che, corri a casa!
Rriàta a ccasa te pressa se mise ffricìre a lla perduta, ca la ndore Giunta che fu a casa si mise a friggere pesce a iosa, sì che
rriava puru an cielu. E lla ntise puru lu cumpare Lupu la ndore l’odore arrivava fino in cielo e lo avvertì perfino compare Lupo.
te pešce, e ndurandu te cquai e ndurandu te ddhai, rriàu propriu Questi, seppur lontano, fiutando di qua e fiutando di là, giun-
a ccasa te la cummare Orpe. Quista mo’, a mmienźu a llu fumu se, con sua sorpresa, proprio davanti alla casa di comare Volpe,
te pešce, facia fricendu mangiandu. la quale mo’, in un alone di fumo, faceva friggendo mangian-
«Cummare Orpe,» tisse lu cumpare Lupu «e nnu’ mme tai nu do.
pocu te pešce, ca sta faci cu mmoru? Armenu cu llu prou. Ca tuttu «Comare Volpe,» disse compare Lupo «e non mi dai un po’
tie te l’hai mmangiare?» di pesce, che mi stai facendo morire? Almeno per provarlo.
Che tutto tu te lo devi mangiare?»
 
«Cumpare Lupu, na! ca nc’ete lu mare ca è cchinu te pešce: cu «Compare Lupo, to’! sappi che il mare è pieno di pesce: con
gnenzi lu pischi.» niente lo peschi.»
«E ttimme tie comu àggiu ffare, cummare Orpe.» «E dimmi tu come devo fare, comare Volpe.»
«T’àggiu tittu ca nu’ nci vole gnenzi: basta tte piji do’ capase «Te l’ho già detto che non ci vuol niente: sono sufficienti
e tte le ttacchi an coddhu, una te nanzi e una te retu. Poi te cali due capase,14 che ti appenderai al collo, una davanti e l’altra
inṭra mmare e a na-nná se ìnchianu te pešce.» dietro. Poi ti butterai in mare e quelle presto presto si riempi-
«E šciamu, cummare Orpe, sciamu! Vieni puru tie, armenu cu ranno di pesce.»
mme mmošci a ddhu ete ca m’àggiu ccalare, ca voju cu mme fazzu «E andiamo, comare Volpe, andiamo! Vieni pure tu, così
almeno mi mostri il punto dove mi devo buttare: che pure io
puru iu na beddha mangiata!» mi voglio fare una bella mangiata!»
E llu cumpare Lupu ṭruàu le capase e šciu ‘mmare paru cu lla E compare Lupo trovò le capase e si recò a mare insieme
cummare Orpe. Rriara nnanzi nnu scòju te mare beddhu fundu con comare Volpe. Giunsero così davanti a uno scoglio dove il
e lla cummare Orpe tisse a llu cumpare Lupu: mare era bello profondo. Comare Volpe si fermò e disse:
«Cumpare Lupu, acquai… acquai t’hai mmenare. Propriu ac- «Compare Lupo, è qui che ti devi buttare, proprio qui ho
quai àggiu piscatu tantu beddhu pešce.» pescato tanto bel pesce.»
Lu cumpare Lupu nu’ sse la fice rripetere do’ fiate: se mpise le Compare Lupo non se lo fece ripetere due volte: s’appese le
capase ‘n coddhu, una te nanzi e ll’addha te retu, e sse menàu capase al collo, una davanti, l’altra dietro, e si buttò in mare.
‘mmienźu mmare. A ddhai ca le capase chianu chianu se ccu- Qui che le capase pian piano presero a riempirsi d’acqua mo’,
minciara nchire t’acqua mo’, e llu cumpare Lupu se sentìa tirare e compare Lupo si sentiva tirare giù nel fondo. E gridava:
sottafundu. E ccritava: «Comare Volpe, comare Volpe, sto affogando!»
«Cummare Orpe, cummare Orpe, sta mme nfucu!» «Ma no che non affoghi: devi scendere sempre più giù, ché
«None, none, nu’ sta tte nfuchi: hai šcire cchiù ssotta cu ṭṭroi lu lì si trova tanto pesce,» gli faceva comare Volpe.
pešce» ne facìa la cummare Orpe. «Comare Volpe, affogo, affogo comare Volpe, affog... affo...
af...»
«Cummare Orpe, sta mme nfucu, sta mme nfucu, cummare
«Compare Lupo, quanto più sotto vai, più pecore e porci
Orpe, sta mme nfu... mme nf... mm...» trovi. Come ti seppero Cesare e Palombo? Così ti sappia l’ac-
«Cumpare Lupu, quantu cchiù sotta vai cchiù ppecure e pporci qua del mare fondo!»
ṭroi. Comu te sippe Cesare e Palumbu? Cusì tte saccia l’acqua te
lu fundu!»

14
Grandi vasi di creta per serbarvi olio e ulive.
Lu patṚe picozzu Il padre picozzo

Nc’era a llu cumentu te Calàtune nu paṭre picozzu, unu ca C’era nel convento di Galàtone un padre picozzo15, di quelli
scia tutti li giurni a lla cerca. E dde cquai e dde ddhai, nu giurnu che andavano in giro di casa in casa per la questua. E fu pro-
ne menàu l’òcchiu a nna beddha fèmmana: Maria se chiamava e prio in uno di questi giri che cominciò a prestare attenzione
gh’era spusata, lu maritu tenìa nu ṭrappitu propriu te coste ccasa. a una bella donna: Maria si chiamava, era sposata, il marito
teneva un frantoio proprio nei pressi dell’abitazione.
Sicché lu paṭre picozzu na fiata scìu ttuzza pe’ lla limosina pro- Un bel giorno, il padre picozzo bussò alla sua porta, e quan-
priu a ccasa te la Maria. E appena la Maria ne aprìu, iddhu te do la Maria gli aprì:
pressa: «Maria mia, quanto sei bella! Quanto sei bella, Maria
«Maria mia, cce ssi’ beddha! Cce ssi’ beddha, Maria mia!» mia!»
La Maria sculurìu tutta quanta. Se tisse: «Na! propriu a mmie Scolorì tutta quanta la Maria. Si disse: «To’! proprio a me
m’hanu rrecapitare certe cose: mo’ s’hae misu puru nu mònicu; nu’ dovevano capitare certe cose! Mo’ ci s’è messo pure un mona-
bastanu tutti l’addhi cristiani: ca cquai tocca tte penti puru ca si’ co; non bastano gli altri cristiani: qui tocca pentirti pure che
beddha!» E šciu a llu maritu cu nne tica te quistu passa. Tisse lu sei bella!» E andò a spifferare tutto al marito. Che disse:
maritu: «E bravo il padre picozzo, proprio bravo: s’immortala pro-
«E brau lu paṭre picozzu, brau: se mmurtala propriu!» Poi a prio!» Poi rivolto alla Maria: «La prossima volta che bussa il
lla Maria: padre picozzo e ti dice maleparole, digli che sei disposta a farlo
«Beh, quandu torna te nou e tte tice te quistu passa, tie tinne contento se prima ti porta cento ducati. Al resto ci penso io.»
cu tte nduca prima centu tucati, se vole cu llu faci cuntentu. A llu E il giorno dopo, il padre picozzo bussò di nuovo alla porta
restu ci pensu iu.» della Maria e:
A llu crai, lu paṭre picozzu scìu cu ttuzza ntorna a lla porta te «Maria mia, quanto sei bella! Quanto sei bella, Maria
la Maria. La Maria aprìu e iddhu ne tisse: mia!»
«Maria mia, cce ssi’ beddha! Cce ssi’ beddha, Maria mia!» «Tu portami cento ducati, » s’apprestò a dirgli la Maria «che
«Tie pòrtame centu tucati,» tisse la Maria «ca poi te ccuntentu poi ti farò contento.»
iu.» Bisognava vederlo il padre picozzo come correva al conven-
Mo’ ìi bitire lu paṭre picozzu comu se mise ffucire, sai? Fuci a to per raccattare i cento ducati. Tornò dalla Maria come un
llu cumentu cu ppìja li centu tucati. A ffùrmine turnàu a ddha fulmine:
lla Maria: «Maria mia, eccoti i cento ducati.»
«Na! t’àggiu purtatu li centu tucati.» La Maria agguantò i ducati e poi consigliò al padre picozzo
La Maria se gguantàu li tucati e nne tisse bàscia sse spòja inṭru di andarsi a spogliare nella stanza attigua e aspettare sul diva-
ll’addha stanza e cu lla spetta susu lu canapé. A ddhu frattiempu no.
però se ntise tuzzare. Ma in quel frattempo si udì bussare alla porta.

15
Padre picozzu: frate del convento che non aveva preso gli ordini, quindi non
celebrava messa. Era addetto alla questua e ai lavori manuali.
 
«Ci ete?» fice la Maria. Ttu-ttú!
«Maria, marìtuta suntu: àprime ca tocca ppìju la canìšcia te le «Chi è?» fece la Maria.
ulìe, ca me serve inṭru llu ṭrappitu.» «Tuo marito sono, Maria: nel frantoio c’è bisogno del cane-
«Maritu miu, cce mme scorci a ‘st’ora!» tisse forte, puru cu ssenta stro delle ulive.»
lu paṭre picozzu, cu ffazza divetère mo’ ca nu’ stia t’accordu cu llu «Marito mio, proprio a quest’ora mi devi scocciare?» disse a
maritu. voce alta per farsi sentire dal padre picozzo e fargli credere che
non s’era accordata col marito. Ma il marito insisteva:
«Maria, àprime ca li ṭrappitari sta’ mme spèttanu: la canìšcia
«Apri, Maria, mi serve il canestro, al frantoio mi aspettano,
me serve, nu’ mme fare cu pperdu tiempu!»
non farmi perdere tempo.»
La Maria ne aprìu e llu paṭre picozzu, ca s’ia già spujatu, scìu La Maria gli aprì e il padre picozzo, che era già nudo come
sse scunde tuttu culinutu propriu sotta llu jettu a ddhunca nc’era l’aveva fatto mamma sua, andò a nascondersi proprio sotto il
la canìšcia. ṭrasìu lu maritu e šcìu terittu sotta lu jettu. Quandu letto dove era situato il canestro. Il marito entrò e si recò dritto
te scuprìu lu paṭre picozzu, a ddhai t’ìi ṭṭruàre, fiju miu. Maz- dritto sotto il letto, dove scoprì il monaco. Qui mo’ ti dovevi
zate, sai? Mazzate a lla perduta: ddhu pòveru paṭre picozzu lu trovare, figlio mio. Mazzate, sai? Mazzate senza misura. Quel
sṭruncunisciàu bonu bonu pe’ lle feste e ppe’ lle uttisciàne. Poi lu povero padre picozzo, insomma, te lo conciò bene bene per
le feste e per le uttisciàne.16 Dopodiché lo spinse, tutto nudo
pijàu e llu purtàu, nutu comu l’ia fattu la mamma soa, inṭra lu com’era, dentro il frantoio. Qui slegò il cavallo che trainava a
ṭrappitu. Acquai restaccàu lu cavaddhu ca tirava giru giru le màci- giro le pesanti macine delle ulive e, al suo posto, legò il padre
ne te le ulìe, e, allu postu sou, ttaccàu lu paṭre picozzu. E nne picozzo. E come per il cavallo, gli assestava pure colpi di scu-
tia corpi te scurisciatu cu ttira, mancu sia ca era cavaddhu. E llu discio. E lo insultava:
nsurtava e ddicìa: «Tira, brutto maligno: volevi fotterti mia moglie ah? E mo’
«Tira, bruttu malecarne! Mujèrama vulìi tte futti ah? E mmo’ butta il sangue pure tu! che fino a domattina c’è tempo.»
butta lu sangu puru tie e ttira: ca fincu a ccramatina nc’è ttiempu.» Quel povero padre picozzo fu crepato di sudore e di fatica
Ddhu pòveru paṭre picozzu squjàu tutta la notte e quandu ca tutta la notte. Quando si fece giorno, il marito gli restituì la
se fice matina, lu maritu ne tese la tònaca cu sse veste e llu sbattìu tonaca e lo sbatté fuori del frantoio.
ddha ffore. «E non farti più vedere!» gli gridò dietro.
«E nnu’ tte fare vitire cchiui!» ne critàu te retu. Qui che il padre picozzo, nero di botte, uscendo dal fran-
Acquai ca lu paṭre picozzu, ritottu a ṭre ore te notte, ‘ssendu te toio si trovò a passare proprio sotto la finestra della Maria, che
lu ṭrappitu, sciu ppassa propriu sotta la finešcia te la Maria, ca stia stava affacciata. La Maria, vedendolo passare, aprì la bocca e
nfacciata. La Maria, vitendulu passare, aprìu la ucca e nne fice nu gli fece un po’ ingrugnita:
pocu ngrugnata: «Uh-uh-úh.»
«Uh-uh-uh!» Al che il monaco alzò la testa e:
«Uh-uh-úh un cazzo!» le disse «che, se vuoi macinarti le
Acquai ca lu paṭre picozzu aźàu la capu e: ulive, vai a comprarti la mula!»
«Uh-uh-uh lu cazzu!» ne tisse «Ca, ci voi tte mmàcini le ulìe cu
ba tte ccatti la mula!» 16
Giorni feriali.
 
Li maccarruni pišciati I maccheroni pisciati
C’era na fiata nu frate ca scia ‘lla limòsina, e šciu ba ttuzza C’era una volta un frate che girava per la questua e andò a
a nna casa addhune ne aprìu na vagnone nu’ ttantu giustata te bussare alla porta di una casa dove gli aprì una bambina che
capu. Ca tisse a llu frate: non ci stava molto con la testa. Che disse al frate:
«Spetta, ca vau pìju na cosa.» E šciu ba nne pìja lu tiestu cu «Aspetta, che vado a prenderti una cosa.» E tornò con un
nnu picca te maccarruni ca èranu rimasti te la sera prima. Ddhu tegame di coccio con dentro un po’ di maccheroni avanzati
frate, ca tenìa fame, se zziccàu lu tiestu cu lla cucchiara e sse della sera prima. Il frate, che era affamato, agguantò cucchia-
menàu sse li mangia. Ma topu lu primu nghiuttu, tuccàu lli lassa io e tegame e si buttò a mangiare i maccheroni. Ma, dopo il
li maccarruni, ca gh’èranu tutti nnacituti. Addhai ca la vagnone primo boccone, dovette lasciar perdere per via che erano tutti
ne tisse: inaciditi. Qui che la bambina disse al frate:
«None, ca te li poti mangiare, sai? Tantu nui l’imu mbarcare, «Guarda che te li puoi mangiare i maccheroni, tanto noi li
ca l’hanu pišciati li surgi.» buttiamo perché i sorci ci hanno pisciato sopra.»
«Ah sì?» tisse lu frate «E nna!» E nne rumpìu lu tiestu an capu. «Ah, è così?» esclamò il frate «E ttié!» E le ruppe il tegame di
La vagnone mo’ zziccàu cchiangire. E ffacìa: coccio in testa. La bambina mo’ si mise a piangere. E faceva:
«Povera mmie! povera mmie! Ca m’hai ruttu lu tiestu a ddhu «Povera me! povera me! Che m’hai rotto il tegame dove mio
cacava sìrama te notte. Povera mmie! povera mmie! Ca m’hai rut- padre cacava di notte. Povera me! povera me! Che mi hai rotto
tu lu tiestu a ddhu cacava sìrama te notte.» Sentendu te cusine, a il tegame dove mio padre cacava di notte.»
llu frate addhu nu’ nne restàu ca cu zzacca ddha vagnone e ccu tte Ascoltando la tal cosa, al frate non restò che afferrare la
la binchia bona bona te mazzate. bambina e riempirla buona buona di mazzate.

 
Lu fiju ca vulìa mmena sìrasa intru mmare Il figlio che voleva buttare il padre nel mare
A nnu cristianu vecchiu n’ia morta la mujère, e ccusì era sciutu A un vecchio cristiano era morta la moglie, e così era anda-
cu stae a ccasa te lu fiju spusatu. Vecchiu comu era ormai nu’ era to a vivere in casa del figlio sposato. Vecchio com’era, non era
bonu ffazza gnenzi cchiùi. Tandu la fame era tanta mo’ e nna più in grado di fare niente di buono. A quei tempi la fame era
ucca te cchiùi ticìa mutu, ca nu’ era comu moi, fiju miu, ca ad- tanta mo’ e una bocca in più da sfamare non era cosa da poco;
dhunca màngianu quaṭṭru màngianu cinque. non era come adesso, figlio mio, che dove mangiano quattro
La nora mo’ ticìa sempre ca nu’ sse putía scire innanzi cu ddha mangiano cinque.
situazione, ca lu pane ca se mangiava lu vecchiu tuccàa sse caccia La nuora mo’ diceva sempre che la situazione era insoppor-
te ucca a lli fiji. Cusì, tinne osci e dinne crai, a lla fine cunvinse tabile, perché il pane che si mangiava il vecchio toccava levarlo
lu maritu cu bàscia mmena sìrasa a mmare. Lu maritu, allora, di bocca ai figli. Così, dici oggi e dici domani, alla fine con-
se caricàu sìrasa an coddhu e sse mise ccaminare a ttirezione te lu vinse il marito a buttare il padre nel mare. Il marito, allora, si
mare. caricò il padre sulle spalle e si avviò in direzione del mare.
Camina e ccamina, camina e ccamina, prima cu rria a lla ripa Cammina e cammina, cammina e cammina, prima di arri-
te lu mare, se fermàu sotta a nn alberu bellu frunźutu cu tanta vare alla riva del mare, si fermò sotto un albero bello frondoso
beddha umbra. Era mutu sṭraccu e ccusì pensau bonu cu lassa che faceva tanta ombra. Era proprio stracco e così decise di
sìrasa ‘n terra cu sse riposa nu pocu. posare a terra suo padre per una breve sosta.
«Mi sono stancato, padre mio, riposiamoci un po’» disse.
«M’àggiu sṭraccatu, sire miu, ripusàmune nu pocu» tisse.
«Eh! figlio mio, pure io qui posai il padre mio!» fece il padre
«Eh! fiju miu, puru iu cquai lassài lu sire miu!» fice lu sire
ormai rassegnato.
oramai rassegnatu.
A queste parole il figlio non ci pensò due volte: sollevò il
A ‘ste parole lu fiju nu’ lla pensàu do’ fiate, te pressa se mise
padre in tutta fretta, lo rimise sulle spalle e ripigliò la strada
ntorna sìrasa ‘n coddhu e ppijàu la sṭrata te casa. di casa.
«Ca ci nu’ ssi’ bonu ffaci gnenzi,» tisse «si’ bonu armenu pe’ «Che, se non sei buono a nulla,» gli disse «sarai buono al-
ccunsìji!» meno per consigli!»

 
La puddhàšcia sotta la cappa magna La pollastra sotto la cappa magna
A nnu paese, na fiata, nc’era la prucissione. A llu cchiù bellu, In un paese, una volta, c’era la processione. Sul più bello,
na puddhašcia ca ‘ṭṭraversava la sṭrata sciu sse nfila propriu sotta una pollastrella che traversava la strada andò a infilarsi proprio
la cappa magna te lu prete. Cce tte ffice lu prete? Na! se la sṭrinse sotto la cappa magna del prete. Che ti fece il prete? To’! se la
strinse prima tra i piedi, poi si abbassò, l’agguantò, le torse il
prima ṭra lli pieti, poi se ngucciàu, la zziccàu, ne torse lu coddhu
collo e se la nascose sotto il braccio. E andava salmodiando:
e se la nfilàu sotta lu razzu. E šcìa cantandu:
«Sotto la cappa magna, Domine, porto una penna giovi-
«Sotta la cappa magna, Sdòmine, portu na pinna gènova.15»
ne.»
Lu sacristanu, ca li stía te coste e ss’ia ccortu te la puddhašcia,
Il sacrestano, che gli stava a fianco e s’era accorto della pol-
ne rispuse a llu stessu tonu:
lastrella, gli rispose nello stesso tono:
«Sciamu inṭru la sacristia, Sdòmine, e facimu tivisione.» «Andiamo nella sacrestia, Domine, e facciamo divisione.»
E tutti l’addhi ‘n coru: E tutti gli altri in coro:
«Amen!» «Amen!»

15
A mo’ di salmo.
 
Lu pešce sṭrascinatu Il pesce strascinato
Na fiata, na mujère ddumandàu a llu maritu: Una volta, una moglie chiese al marito:
«Lu pešce voi tte lu mangi?» «Il pesce te lo vuoi mangiare?»
«Sine,» tisse lu maritu. «Sì,» disse il marito.
«E ccomu te l’àggiu ffare?» «E come te lo devo cucinare?»
«Ma’, fammélu sṭrascinatu.» «Ma’, fammelo strascinatu.17»
Addhai ca la mujère pijàu lu pešce, lu ttaccàu a nnu filu te spa- Lì che la moglie prese il pesce, lo legò a un filo di spago e lo
cu e llu sṭrascinàu pe’ ttutta la sṭrata. Quandu sṭrascina sṭrascina strascinò per tutta la strada. Quando strascina strascina il pesce
lu pešce s’era ormai ritottu a nna spina, tisse: s’era ormai ridotto a una lisca, disse:
«Ma’, pensu ca moi s’hae cottu.» «Ma’, penso che mo’ s’è cotto.»

17
Strascinati, specie di maccheroni fatti in casa simili a degli gnocchetti schiaccia-
ti con la punta del coltello. Dopo lessati si condiscono con un soffritto di pancet-
ta e con pecorino. In questo caso naturalmente col pesce non c’entrano niente: il
termine strascinatu qui viene preso in prestito per un effetto comico.
 
Liberanusdòmine Libera nos domine

Alla mmasserìa te San Giuvanni, na fiata, se ṭruàu mmurire Alla masseria di San Giovanni, una volta, si trovò a morire il
lu mmassaru. Addhai ca la mmassara voźe ffazza li funerali a massaio. Lì che la massaia volle fare i funerali in pompa magna
ppompa magna e cchiamàu li mònici te lu cumentu te la Maton- e chiamò i monaci del convento della Madonna delle Grazie
na te le Grazie te Calàtune. di Galàtone.
Rriàra li mònici e sse mìsera tornu tornu a llu catàfaru. Acquai Arrivarono i monaci e si misero torno torno alla salma. Qui
ca zzaccàra ddìcianu prechiere pe’ llu mortu, orazioni e ccanti. che cominciarono a dire preghiere per il morto, orazioni e can-
La mujère mo’, ssettata te coste ‘llu mortu, ddha cristiana se lu tare i salmi di circostanza.
chiangìa beddhu beddhu lu maritu sou. E nne facìa a mmo’ te La moglie mo’, seduta di fianco al morto, quella povera
lamentazione: donna se lo piangeva bello bello il marito suo. E faceva a mo’
«Maritu miu, e mmo’ tuttu lu cranu ci se lu mangia?» di lamentazione:
«Ne lu mangiamu nui» rispundìanu li mònici, comu sia ca sta «Marito mio, e mo’ tutto il grano chi se lo mangia?»
ddicìanu sarmi. «Ce lo mangiamo noi» salmodiavano i monaci.
«Maritu miu, e ttuttu l’òju ci lu cunsuma?» «Marito mio, e tutto l’olio chi lo consuma?»
«Lu cunsumamu nui.» «Lo consumiamo noi.»
«E ttuttu lu vinu ci se lu bie?» «E tutto il vino chi se lo beve?»
«Ne lu bivimu nui.» «Ce lo beviamo noi.»
E ccritandu ‘ncora cchiù fforte ‘sta fiata: E alzando il tono stavolta:
«Maritu miu, e ttuttu lu tèbitu ci lu paca?» «Marito mio, e tutto il debito chi lo paga?»
«Liberanusdòmine!» cantàra te pressa li mònici. «Libera nos, domine!» si sbrigarono a cantare i monaci.

 
Lu Culàu Culàu
Nc’era nu sire vecchiu ca stia fiaccu. Tenìa tanti fiji: unu se C’era un padre vecchio che stava molto male. Teneva tan-
chiamava Culàu. ’Stu Culàu mo’, cu llu fattu ca lu sire stia fiac- ti figli: uno si chiamava Culàu. Questo Culàu mo’, col fatto
cu, lu pensieru ne scìa a lla rroba: ca nu’ mbulìa cu lla sparta cu che il padre stava male, pensava soprattutto all’eredità, che la
ll’addhi frati soi. E cce tte combinava? Nu’ ssulamente pijava lu voleva tutta per sé e non dividerla coi fratelli. E che ti combi-
sire sempre pe’ šcemu ma, quandu stia sulu cu cu iddhu ca nu’ llu nava? Non solo se ne stava sempre accanto al letto del padre
vitìa nišciunu, lu ddefriscava bonu bonu te mazzate. per raggirarlo, ma, quando non visto, gli dava pure un sacco
Lu sire mo’, cu tutte ‘ste mazzate, rriau cu stèscia propriu a di mazzate.
ppuntu te morte, tantu ca li fiji chiamàra lu nutaru pe’ llu te- Il padre mo’, con tutte queste mazzate, arrivò proprio in
stamentu. Lu nutaru mo’ ne facìa domande te ogne manera a llu punto di morte, tanto che i figli chiamarono un notaio per
sire cu pozza scrivìre le vuluntà soe, ma dhu pòveru cristianu, il testamento. Il notaio faceva domande di ogni maniera al
struncunisciatu comu era, nu’ sse fitava mancu ccunta cchiùi. E genitore per poter stendere le sue volontà, ma quel cristiano,
rispundìa sulamente: «Lu Culàu… lu Culàu…» quasi vulìa ddi- vessato come era, che faticava pure a parlare, diceva sempre:
ca: lu Culàu è statu, iddhu m’hae rritottu te ‘sta manera, pe’ iddhu «Culàu… Culàu…» quasi a dire: Culàu è stato, è per lui che
sta mmoru. E llu nutaru, sentendo tire Culàu, scrivìa Culàu. Ne sono ridotto così, è per causa sua che sto morendo. E il notaio
ddumandava: registrava Culàu. E gli domandava:
«E lla mmasserìa a cci vo’ lla lassi?» Ma quiddhu dicìa sempre: «Ma la masseria a chi la lasci?» E quello rispondeva sempre:
«Lu Culàu… lu Culàu…» pe’ ddire mo’ ca le curpa lu Culàu. E «Culàu… Culàu…» quasi a dire che era lui il colpevole. E il
llu nutaru scrivìa Culàu. Ntorna: notaio scriveva Culàu. Di nuovo:
«E lla tale cosa a cci la lassi? e quiddha? e quiddh’addhna?» Ma «E la tal cosa a chi la lasci? e quella? e quell’altra?» Ma quel
ddhu cristianu ticìa sulamente lu Culàu e llu Culàu. E llu nutaru cristiano diceva solamente Culàu e Culàu e il notaio scriveva
scrivìa Culàu e Culàu. sempre Culàu e Culàu.
E ffoe cusì ca lu Culàu se fice patrunu te tutta la rroba e ll’ad- Fu così che Culàu s’impadronì di tutta la roba e gli altri
dhi frati nu’ ìppera nu cazzu te nienti. fratelli ebbero un cavolo di niente.
E iddhi vìssera felici e ccuntienti e nnui nu’ ìppime gnenti. E loro vissero felici e contenti e noi non avemmo nienti.

 
A rretu la pila Dietro il lavatoio
Na fiata, la Nzina, na beddha vagnone te Nardò, tardava cu Una volta, l’Enzina, una bella ragazza di Nardò, tardava a
sse raccòje ‘ccasa e la mamma stia cu llu pensieri. Quandu final- rincasare e la mamma si prendeva pensiero. Quando finalmen-
mente turnàu ngraziateddiu, la mamma ne tisse nu pocu stizza- te rincasò ingraziadidio, la mamma le disse un po’ stizzita:
ta: «Ma dove sei stata mia, figlia mia? Mi fai stare sempre in
« Ma addhu ete ca si’ stata, figghia mia? Me faci cu stau sempre pensiero.»
cu llu pensieri.» «To’! mamma, sono stata dietro il lavatoio!» rispose l’Enzi-
«Na! mamma, a rretu lla pila su’ stata!» rispuse la Nzina. na.
«A rretu la pila! E cce gg’ete ca facìi rretu la pila, figghia mia? «Dietro il lavatoio! E che cosa ci facevi dietro il lavatoio,
«Na! mamma, sta šciucava cu Ccricòriu mia!» figlia mia?»
«Ah sì, figghia mia? E a cce sta šciucàvi cu Ccricòriu tua?» «To’! mamma, giocavo con Gregorio mio!»
«Na! mamma, cu nna cosa rossa e pponta sta šciucava!» «Ah sì, figlia mia? E a che giocavi con Gregorio tuo?»
«Figghia mia, statte ttenta, sai? ca cu queddha te vene lu «To’! mamma, giocavo con una cosa rossa a punta!»
fuèmmicu!»16 «Figlia mia, statti attenta, sai? che con quella ti viene il vo-
mito!»

16
Questa storiella papà ce la raccontava imitando il dialetto di Nardò. Per noi ra-
gazzi l’effetto comico era l’imitazione che gli cambiava la forma facciale con l’uso
di suoni ed espressioni per noi inusuali. Ma per questa storia, come per le tante
altre in questo libro, solo da grandi avremmo capito che alludevano a situazioni
in cui c’entrava il sesso. Gli adulti si divertivano quasi a raccontarle proprio in
virtù del nostro candore di bambini. In effetti eravamo presi più dai modi e dai
toni del raccontare, dalla gestualità, piuttosto che dal significato delle parole. A
proposito del nome Gregorio, a Nardò era il nome più diffuso per via del Santo
Patrono.
 
Turu e tturài Duro e durai

Nc’èranu ṭre sureddhe ca nu’ ṭṭruàvanu cu sse nzùranu. Una C’erano tre sorelle che non trovavano a maritarsi. Una di-
ticìa sempre: ceva sempre:
«Turu, turu, lu maritu e iu puru.» Ntorna: «Duro, duro, il marito e io puro.» Di nuovo:
«Turu, turu, lu maritu e iu puru.» «Duro, duro, il marito e io puro.»
Alla fine tisse: Alla fine disse:
«Turu e tturài e llu maritu nu’ llu pruài!» «Duro e durai e il marito non lo provai!»

 
Lu cane te Lecce e llu cane te Bari Il cane di Lecce e il cane di Bari
Na fiata, nu cane te Lecce se ffruntàu cu nnu cane te Bari. Una volta, un cane di Lecce si incontrò con un cane di Bari.
Quistu stringìa n’ossu am bucca. Lu cane te Lecce ‘llora tisse a Questo stringeva un osso in bocca. Il cane di Lecce allora disse
quiddhu te Bari: a quello di Bari:
«Si’ bonu cu ddici Bari?» «Sei buono a dire Bari?»
«Baaàri,» e a llu cane te Bari ne catìu l’ossu te ucca. Te pressa «Baaàri,»18 e al cane di Bari cadde l’osso dalla bocca. Pronto
quiddhu te Lecce se lu nferràu. quello di Lecce l’agguantò.
Mo’, lu cane te Bari, se sentìu pijàre pe’ ffessa. «Mo’ fazzu cu Mo’, il cane di Bari si sentì fottere. «Ora gli faccio dire Lec-
ddica Lecce,» pensàu ṭra de iddhu «e ccusì l’ossu me lu nferru ce,» pensò tra sé «così mi riprendo l’osso.»
ntorna iu.» «E tu sei buono a dire Lecce?»
«E ttie si’ bonu cu ddici Lecce?» «Leeécce!»
«Leeécce!» ma l’ossu allu cane te Lecce ne rrimase sṭrittu sṭrittu Ma l’osso, al cane di Lecce, rimase stretto stretto tra i denti
e quello di Bari rimase con un palmo di naso.19
inṭru lli tienti e quiddhu te Bari rimase cu nnu parmu te nasu.

18
Un barese in verità avrebbe detto Beeèri, ma da ragazzi, raccontandoci la sto-
riella, pronunciavamo Baaàri, anche perché nessuno di noi aveva ancora sentito
parlare un barese.
19
È un classico del campanilismo tra Lecce e Bari. Qui entra in gioco un fatto
linguistico e si prende in giro il parlare dei baresi a bocca aperta, al contrario dei
Leccesi che parlano a denti stretti.
 
Lu jàggiu te nozze Il viaggio di nozze

Na fiata, doi se spusàra e šcira an viàggiu te nozze cu llu ṭrenu. Una volta, due si sposarono e partirono col treno in viaggio
La mujère mo’ nu’ ssapìa ccunta lu talianu. Lu maritu, prima cu di nozze. La moglie mo’ non sapeva parlare in italiano. Il ma-
ppàrtanu, addhu nu’ ss’ia raccumandatu cu nnu’ ccunta filu inṭra rito, prima di partire, altro non s’era raccomandato che non
facesse parola in treno, a scanso di brutte figure.
llu ṭrenu, cu nnu’ ffàzzanu brutte ficure.
Nello scompartimento c’era gente oltre a loro; faceva un
Addhai ca inṭra llu scumpartimentu nc’era addha ggente paru gran caldo e i finestrini erano pure chiusi.
cu iddhi; facia mutu caddu e llu finesṭrinu era puru chiusu. Sic- «Si soffoca qua dentro!» disse il marito «Conviene che apro
ché lu maritu se aźàu e ddisse: il finestrino.»
«Sta nne nfucàmu cquai! È mmeju cu apru lu finesṭrinu.» All’aprire che fece, spirò nello scompartimento un bel vento
A llu aprire ca fice, ṭrasìu nu jentu beddhu friscu, e a lla mu- fresco, tanto che la moglie le scappò di dire:
jère ne scappàu cu ddica: «Oh che bel ventotto!»
«Oh che bel ventotto!» E il marito prontamente:
E llu maritu prontamente: «Ventinove e trenta alzati e torniamo a casa!»
«Vintinove e ṭrenta àźate e tturnamu a ccasa!»

 
Lu cane cagnisciùsu Il cane schifiltoso

Na fiata, nu paṭrunu tenìa nu’ cane ca nu’ mmangiava gnen- Una volta, un padrone di terre teneva un cane che non
zi. Non c’era versu: tuttu quiddhu ca ne tia se lu cagnisciava. Ia mangiava niente. Non c’era verso: tutto quello che gli dava,
ttenire quarche mmalatìa, pensava iddhu mo’, e nnu’ ssapìa mo’ il cane se lo schifava. Doveva essere una malattia, pensava lui
comu ia ffare cu ffazza nne passa. mo’, e non sapeva come fargliela passare.
Capitàu nu giurnu, menṭre ca passeggiava cu llu cane inṭru lli Accadde che un giorno, passeggiando col cane nei suoi po-
deri, incontrò un colono e gli parlò di questo cane che non
puteri soi, ca ncunṭràu nu culonu e nne cuntàu te ‘stu cane ca nu’
aveva piacere a mangiare.
ttenìa piacere cu mmangia.
«Lasciamelo qui,» disse il colono «anch’io avevo un cane
«Lassamélu cquai,» tisse lu culonu «puru iu tenìa nu cane te
simile, ma in capo a una settimana imparò a mangiare tutto.»
cusìne, ma an capu a nna semana fici mpara cu mmangia tut-
«Oh, che tu dica il giusto come è vero il Signore! perché non
tu.»
so più cosa dargli, colono mio. Te lo lascio e torno a ripren-
«Uh! lu Signore cu ddici lu giustu! ca nu’ ssacciu cchiùi cce
dermelo tra una settimana: che, se sarà come dici, ti darò una
nn’àggiu ddare, culonu miu. Te lu lassu e ttornu mme lu piju ṭra ricompensa.»
na settimana: ca ci ete te rrecalu puru.» «Vai ingraziadiddio, padrone mio, al tuo ritorno stai pur
«Vane ngrazieteddiu, paṭrunu miu. Quandu torni, statte tranquillo che il cane sarà guarito.»
ṭranquillu ca ‘sta mmalatìa lu cane tou nu’ lla tene cchiùi.» E il padrone lasciò il cane al colono e se ne partì.
E llu paṭrunu lassàu lu cane a llu culonu, e sse nde sciu. Ma il colono, appena si vide solo col cane, l’acchiappò e lo
Ma lu culonu, ‘ppena se vitte sulu cu llu cane, lu zziccàu e llu legò al palo. E qui lo lasciò senza mangiare.
ttaccàu a nnu palu. E cquai lu lassàu senza cu mmangia. Quel caspita di cane mo’, dopo qualche giorno lo fotteva la
Ddhu sangu te cane, dopu qualche giurnu mo’, lu futtìa la fame, ma il colono non se ne curava, giusto quando vide che il
fame, ma lu culonu nu’ sse nde curava. Giustu quandu vitte pro- cane si disperava, prese una cipolla e gliela buttò. Qui dovevi
priu ca se tisperava, zziccàu na cipuddha e nne la menàu. A ddhai vedere, figlio mio, come il cane s’agguantò la cipolla e se la
ìi bitire lu cane, fiju miu, comu se nferràu ddha cipuddha e sse la mangiò con tutto il cuore!
mangiàu cu ttuttu lu core! Allo scadere della settimana, il colono slegò il cane: beh,
A llu scatire te la semana, lu culonu lu restaccàu lu cane, ca mo’ non stava bene farlo vedere al padrone legato al palo.
nu’ era cosa bona lu paṭrunu cu llu vìscia ttaccatu. In capo alla settimana il padrone tornò a riprendersi il
cane.
E ‘n capu a nna semana lu paṭrunu vinne sse pìja lu cane. «Beh, come va il cane mio?» domandò al colono.
«Beh, comu vae lu cane miu?» tisse a llu culonu. «Ah, proprio bene!» rispose il colono «Adesso ha imparato a
«Ah, vae propriu bonu!» ne rispuse lu culonu «Mo’ s’hae mpa- mangiare perfino le cipolle.»
ratu cu mmangia puru le cipuddhe.» Si avvicinarono entrambi al cane e il colono gli lanciò una
Se mbicinara tutti ddoi a llu cane e llu culonu ne lanciàu cipolla. Il cane l’afferrò al volo e la divorò in un baleno.
na cipuddha. Lu cane te pressa se la nferràu e sse la mangiàu a
nn’apricchiusa t’occhi.

 
«Ha’ vistu? Te osce nnanzi, paṭrunu miu, ne poti tare cu mman- «Hai visto? D’ora in avanti, padrone mio, gli puoi dare da
gia tuttu quiddhu ca voi.» mangiare tutto quello che vuoi.»
«Mah! nu’ lla critìa mai e ppoi mai!» fice lu paṭrunu «Si’ statu «Mah! non avrei creduto mai e poi mai!» fece il padrone «Sei
propriu brau cu llu cane miu, e ppe’ cquistu voju tte rrecalu nu stato proprio bravo col cane mio, e per questo ti ricompenserò
quintale te cranu.» con un quintale di grano.»
E iddhi vìssera felici e ccuntienti e nnui nu’ ìppime gnenti. E vissero felici e contenti e noi non avemmo nienti.

 
La fija cu lli urri La figlia con le bizze
Nc’era na fiata na beddha fija ca era rriata all’età cu sse nzu- C’era una volta una bella figlia in età da marito, ma la mam-
ra, ma la mamma, a ogni bagnone ca ne se mbicinava, ne ticìa ma, ad ogni ragazzo che le si avvicinava, non faceva che dirgli:
sempre: «Bello mio, non ti consiglio di prenderti la figlia mia, sai?
«Beddhu miu, te cunsìju cu nnu’ tte la pìji filu la fija mia, sai? Che quella tiene le bizze.»
Ca quiddha tene li urri.» E ogni ragazzo a dirle:
«Ma cce ssuntu ‘sti urri?» ne rispundìa ogne bagnone. «Ma che sono queste bizze?»
«Li urri… li urri… Nu’ ssai cce ssuntu li urri?» rispundìa «Le bizze… le bizze… Non sai cosa sono le bizze?» diceva
sempre la mamma. sempre la mamma.
«Mah! li urri! Ma va’ ssacci cce ssuntu li urri!» E ogni bagnone «Mah le bizze! Vai a sapere che cosa sono le bizze!» E ogni
se nde scia scunsulatu. ragazzo se ne partiva sconsolato.
Nci foe nu giovanottu però ca sia propriu ncapunitu te ‘sta Ci fu un ragazzo, però, che della figlia s’era innamorato assai,
beddha fija e šciu a lla mamma cu sse tichiara. Ma puru a quistu proprio cotto, e quando si recò dalla mamma per dichiararsi,
la mamma ne tisse: anche a lui:
«Iu te la tia puru la fija mia, beddhu carusu, ma nu’ è pput’ès- «Io ti darei pure la figlia mia, bel giovanotto, ma non può
sere percé tene li urri!» essere perché tiene le bizze.»
«Ma cce ssuntu li urri?» «Ma che sono queste bizze?»
«Li urri, no? Nu ssai cce ssuntu li urri?». «Le bizze, no? Non sai cosa sono le bizze?»
«Vabbè, ma iu la fija toa la vòju lu stessu, cu lli urri e senza «Vabbene, ma io la figlia tua la voglio lo stesso, con le bizze e
urri!» senza bizze!»
«None, carusu miu, te cunsìju cu nnu’ tte la pìji, cuarda ca «No, ragazzo mio, non te lo consiglio, guarda che dopo ti
topu te ṭroi pentutu!» troverai pentito!»
«Ma ammenu se po’ ssapire quandu ete ca li tene ‘sti sangu te «Ma almeno si può sapere quand’è che le tiene queste bizze?»
urri?» «To’! le vengono ogni tanto queste bizze, ma, visto che te la
«Na! ogne tantu ne vènane ‘sti urri, ma vistu ca voi propriu tte vuoi proprio sposare, devi sapere che, quando le succede, pren-
la piji, sacci ca quandu ne pìjanu iddha se zzacca lu mantile e sse de e si mette il grembiule a rovescio. È segno questo che la devi
lu gira nnanzi rretu. Tandu è mmeju cu lla lassi stare e ccu nnu’ lasciar perdere, guai se le rivolgi la parola: quella se no hai voglia
nne cunti: quiddha senò acchiàtu ffazza sṭrèpiti!» a fare strepiti!»
«E quistu ete tuttu? Ma iu me la sposu, addhu ca nu’ mme la «E questo è tutto? Ma io me la sposo, altroché se non me la
sposu!» sposo!»
E sse spusara. Lu maritu, però, a llu primu giurnu tisse a lla E si sposarono. Ma il marito già il primo giorno disse alla
mujère: moglie:
«Voju tte ticu na cosa, mujère mia: sacciu ca quandu te vènanu «Voglio dirti una cosa, moglie mia: so che quando ti vengono
li urri, usi cu tte giri lu mantile nnanzi rretu, e cca pe’ quistu tocca le bizze tieni l’usanza di metterti il grembiule a rovescio, segno
tte lassu stare. Statti ccorta però ca puru iu tegnu li urri e quandu questo che devo lasciarti stare. Stai attenta, però, che anche a me
 
me viti ca ṭrasu ccasa cu lla còppula a lla mbersa, è mmeju mme vengono le bizze di tanto in tanto e, quando mi vedi entrare
lassi stare ca su’ dduluri.» Allora nu giurnu lu maritu sta tturnava in casa con la coppola a rovescio, è meglio che mi lasci perdere
te la fatìa e, prima ṭṭrasa ccasa, cuardàu te la finešcia e bitte ca la che son dolori!»
mujère s’ia giratu lu mantile nnanzi rretu; te pressa iddhu se mise Capitò un giorno che il marito, tornando dal lavoro, notò,
la coppula a lla mbersa e ṭṭrasìu ccasa. Quandu la mujère vitte lu spiando dalla finestra, che la moglie portava il grembiule a ro-
vescio; prese e si mise la coppola a rovescio pure lui ed entrò in
maritu ṭrasire cu lla còppula ‘lla mbersa, zziccàu e sse nderizzàu
casa. Quando però la moglie vide il marito sulla soglia con la
lu mantile, e addhuttantu fice lu maritu cu lla còppula. E, de
coppola a rovescio, presto si raddrizzò il grembiule: altrettanto
tandu, la mujère nu’ ttinne cchiui li urri… E mmancu lu maritu
fece il marito con la coppola. E da allora la moglie non ebbe
li tinne!
più le bizze. E neppure il marito le tenne.
E vissera felici e ccuntenti e nnui nu’ ìppime gnenti.
E vissero felici e contenti e noi non avemmo nienti.

 
Lu pissìnchia Pissinchia
Nc’era na mamma cu nnu fiju ca lu chiamàvanu Pissìnchia. C’era una mamma con un figlio che chiamavano Pissinchia.
La mmamma nu giurnu tisse a llu fiju: Un giorno la mamma disse al figlio:
«Fiju miu, ca nu’ mme sentu bona: vane tie e ccatta nu picca «Figlio mio, non sto affatto bene, rècati tu dal macellaio e
te ṭrippa.» E quiddhu sciu a llu uccièri e ddisse: compra un po’ di trippa.» E Pissinchia si recò dal macellaio e
«Ha tittu la mmamma cu mme tai nu picca te ṭrippa.» disse:
«None, nu’ tte la pozzu vindìre ca nu’ ll’àggiu ‘ncora puliźata» «Ha detto la mamma che mi dài un po’ di trippa.»
tisse l’uccièri.» «Non posso vendertela, che non l’ho ancora pulita» fece il
«Na! ca tamméla lu stessu» tisse lu Pissìnchia. E ll’ucciéri ne la macellaio.
ncartàu e nne la tese. «Ma sì, dammela lo stesso» disse Pissinchia. E il macellaio la
incartò e gliela diede.
E lu Pissìnchia purtàu ‘ccasa la ṭrippa e, così comu era, senza
Fu così che Pissinchia portò a casa la trippa e, così com’era,
puliźata, la mise inṭru nu caddarottu chinu t’acqua cu lla cucina. senza neppure pulirla, la versò nell’acqua di una pentola messa
E ca menṭre la ṭrippa bullìa scìu lla punge puru cu nna furcina e sul fuoco. E quando l’acqua prese a bollire, Pissinchia che fece?
quiddha mandàu spritte te mmerda a ddhunca tete spurcandu e Andò a pungerla con una forchetta, la qual cosa causò schizzi
mpuzzunandu tuttu. Allora scìu a ddha lla mamma e nne tisse: dappertutto, sporcando e ammorbando tutta la casa. Dopodi-
«Na! mamma, viti cquai cc’è mm’hae rricapitatu!» ché, preoccupato, si recò dalla mamma per dirle:
«Ma vattende tie e tutta la ṭrippa e ba’ mménala a mmare «Mamma, guarda cosa mi è capitato!»
spundatu!17 Nu’ biti ca nu’ ll’hai mancu llavata? nu’ biti ca è «Ma vattene via con tutta la trippa e buttala nel mare più
ncora china? M’hai fattu la casa a ṭre ore te notte.» profondo! Ma non ti sei accorto che era tutta piena di robac-
E llu Pissìnchia scìu a mmare spundatu e sse mise llava e llava. cia, sporca, ancora da lavare? Mi hai ridotto la casa a tre ore di
Ma topu ca la llavàu tisse: notte!»
«Mo’ comu fazzu cu ssàcciu ci ete puliźata?» Ma propriu a Fu così che Pissinchia si recò alla riva del mare più profon-
ddhu frattiempu vitte luntanu inṭru mmare nu bastimentu. Allo- do e si mise lava e lava la trippa. Lì che gli venne un dubbio.
ra pijàu na canna, mpizzàu la ṭrippa susu la punta e sse mise ien- Disse:
tulisciare de quai e dde ddhai. Li marinai te susu lu bastimentu «Mo’ come faccio a sapere se è pulita?» In quel mentre av-
mo’ se pensàvanu ca gh’era na specie te segnale. E ddìssera: vistò sul mare, in lontananza, un bastimento e pensò bene di
«Oh Madonna noscia! quista è rrichiesta te jutu! Fucìmu! fucì- issare la trippa sulla punta di una canna e sventolarla di qua
mu!» Quandu ca rriàra nnanzi a llu Pissìnchia ne tìssera: e di là. I marinai del bastimento, a quella vista, credettero a
«Vagnone, cce ggh’ete ca hai rricapitatu?» un segnale di aiuto. «Oh Madonna nostra! Andiamo, andiamo
di corsa!» dissero. E, volta la prua in direzione di Pissinchia,
«Na! voju ssàcciu ci sta ṭrippa l’àggiu bona lavata» tisse lu
quando gli furono vicini, gli chiesero a gran voce:
Pissìnchia. «Ehi ragazzo! cosa mai ti è capitato?» E Pissinchia mettendo
«Na ‘stu sangu te vagnone! E cca n’hae fatti rriare fincu quai bene in vista la trippa, disse:
17
Spundatu, nel senso di quanto più profondo.
«Volevo sapere da voi se questa trippa è ben lavata.»
 
pe’ nnienti: quistu è propriu šcemu e spergugnatu!» E lli mari- «Ma guarda ‘sto ragazzo disgraziato e scemo!» dissero stiz-
nai šcìsera te la nave e nne tèsera quaṭṭru schiaffi inṭra lla facce. ziti i marinai «E dire che per quella caspita di trippa ci ha fatti
E nne tìssera: venire fin qui con tutto il bastimento!» Fu così che scesero dal
«Nui ne nde sciamu, ma tie mo’ vattènde caminandu, e de ora bastimento e andarono a dargli quattro schiaffi sulla faccia. E
nnanzi sai comu hai ddire?» gli dissero:
«Comu àggiu ddire?» «Adesso noi ci rimettiamo in viaggio, ma tu d’ora in poi,
«Jèntu in fiore! jèntu in fiore!» camminando, devi sempre dire vento in fiore! vento in fiore!»
Allora lu Pissìnchia, sempre cu lla ṭrippa mmanu, se mise cca- E Pissinchia, con la sua trippa ben stretta tra le mani, andava
minare e šcìa ticendu sempre jèntu ‘n fiore, jèntu ‘n fiore.18 Addhai camminando e diceva sempre vento in fiore, vento in fiore. Fu
ca nu cacciatore ca passava vicinu, sentèndulu tire te cusìne, scìu lì che gli passò vicino un cacciatore, il quale, a quel sentire, non
e nne tese nu scarafone. E nne tisse: mancò di dargli un manrovescio.
«Ma cce sta’ ddici jèntu in fiore! Ca iu nu’ mbòju jèntu, ca cu «Ma che dici vento in fiore! Io non voglio vento, perché col
llu jèntu nu’ mme faci ppìju mancu nu ceddhu!» vento non becco neppure un uccello.»
«E ccomu àggiu ddire ‘llora?» tisse lu Pissìnchia. «E come devo dire allora?»
«Carne e ssangu! carne e ssangu!» «Carne e sangue! carne e sangue!»
Allora lu Pissìnchia scìa caminandu e ddicìa sempre carne e E Pissinchia camminava e ripeteva sempre carne e sangue,
ssangu, carne e ssangu. Addhai ca rriàu inṭra nnu paese e nc’èranu carne e sangue. E così dicendo si trovò in un paese dove c’erano
do’ cristiani ca sta sse vattìanu e la gente cercàva cu lli scùcchia. due che se le davano di santa ragione, mentre taluni ce la met-
Lu Pissìnchia se mbicinàu a quisti toi e ddicìa sempre carne e tevano tutta per separarli. Pissinchia si avvicinò ai due e conti-
ssangu, carne e ssangu. Mo’ la gente ticìa: nuava a dire carne e sangue, carne e sangue.
«Na ‘stu šcemu! Sta ffacìmu tantu cu lli scucchiamu e quistu «To’! ‘sto scemo!» fecero indignati quei taluni «Noi ci diamo
tice carne e ssangu, carne e ssangu.» E nne fìcera na ncofinata te da fare per separarli e questo li aissa.» E non si risparmiarono dal
mazzate. dargli quei quattro ceffoni.
«E ccomu àggiu ddire ‘llora?» «E come devo dire allora?»
«Cristu scùcchiali! Cristu scùcchiali!» «Cristo separali! Cristo separali!»
E llu Pissìnchia zzaccàu ntorna ‘st’addha canzone te Cristu E Pissinchia, che non si staccava mai dalla sua trippa, co-
scùcchiali, Cristu scùcchiali. Addhai ca rriàu inṭra nnu paese a minciò quest’altra canzone del Cristo separali, Cristo separali. E
ddhunca nc’era nu sposalìźiu. Iddhu mo’ era curiositusu, vulìa giunse in un paese dove si celebrava un matrimonio e lui, anche
bìscia tuttu. Cusì se mbicinàu a lli sposi e ddicìa sempre Cristu quando fu vicino agli sposi, proseguiva a dire Cristo separali,
scùcchiali, Cristu scùcchiali. La gente allora ne critava: Cristo separali.
«Ma tie si’ ppròpriu šcemu cu ddici te cusìne!» E nne tèsera na «Ma sei proprio scemo a dire così!» lo redarguirono alcuni. E
beddha scòppula. gli diedero uno scappellotto come si conveniva.
«E ccomu àggiu ddire allora?» «E come devo dire?»
«Sette-ottu te quisti llu giurnu! sette-ottu te quisti llu giurnu!» «Sette-otto di questi al giorno! sette otto di questi al giorno!»
18
Qui Ventu in fiore non significa vento a favore, ma vento forte.
 
E lu Pissìnchia zzaccàu ntorna ‘st’addha canzone te sette-ottu E andava così dicendo Pissinchia, quando si trovò in un
te quisti llu giurnu, sette-ottu te quisti llu giurnu. paese dove si svolgeva un funerale e lui non smetteva di dire
Caminandu caminandu, cu lla ṭrippa ca nu’ llassava mai, sette-otto di questi al giorno, sette-otto di questi al giorno.
rriàu a nnanzi nna chiesa a ddhunca nc’era lu mortu e iddu ticìa «Senti questo scemo! Ma che dice mo’!» gli si rivoltarono
sempre sette-ottu te quisti llu giurnu, sette-ottu te quisti llu giur- alcuni «Che con sette-otto di questi al giorno, alla fine chi ci
nu. rimane sulla terra? Tu e il fessacchiotto che sei?» E dàgli botte
«Na! ‘stu šcemu, ma cce ddice mo’!» tisse la gente «Ca sette-ottu di nuovo a Pissinchia.
te quisti lu giurnu, alla fine ci ete ca rrimane susu la terra? Tie lu «E come devo dire?»
fessa?» E dàlli mazzate ntorna. «Ma che devi dire… Che è bene che ti vai a perdere tu e
«E ccomu àggiu ddire ‘llora?» tutta la trippa puzzolente che tieni in mano!»
«Cce hai ddire… ca è mmeju cu ba' tte perdi tie e tutta quid- E Pissinchia non sapeva più che cosa fare e se ne tornò a
dha ṭrippa ca tieni mmanu china te iermi!» casa. Ma quando lo vide la mamma gli disse:
E ccusì lu Pissìnchia nu' ssapìa cchiùi cc’ia ffare e se nde turnàu «Ancora con quella trippa impuzzonita te ne vai in giro? Ah
ccasa. Ma quandu la mamma lu vitte, ne tisse: povero figlio mio!»
«Ancora cu ddha ṭrippa mpuzzunata mmanu vai caminandu, Se vuoi che ti racconti un altro, mi dai un tarallo.
fiju miu? Ah poveru fiju miu!»
Ci vo’ tte cuntu n addu me tai nu taraddhu.

 
LI FATTI TE LU PIERU

Lu bagnu a llu piccinnu Il bagno al fratellino

Nc’era na mamma ca tenìa do’ fiji. Unu era crandiceddhu: C’era una mamma che aveva due figli. Uno era grandicello:
Pieru se chiamava; l’addhu, picciccu picciccu. Nu giurnu, prima Piero si chiamava; l’altro, piccino piccino. Un giorno, prima di
bàscia fore, tisse a llu Pieru: recarsi in campagna, disse a Piero:
«Pieru, viti ca sta bau fore, tie ntantu minti la fersura susu llu «Piero, io vado in campagna. Tu, nel frattempo, raccatta un
focu, pìja to’ legne e scarfa nu pocu t’acqua cu nne faci lu bagnu po’ di legna, accendi il fuoco e scalda l’acqua in un calderotto
a llu piccinnu.» per fare il bagno al tuo fratellino.»
Addhai ca lu Pieru mise la fersura cu ll’acqua susu llu focu, Lì che Piero si mise a scaldare l’acqua sul fuoco e, accen-
e dduma e dduma ca l’acqua se fice bullente. Poi cce tte ffice? di accendi, l’acqua alla fine divenne bollente. Poi che ti fece?
versò l’acqua nella tinozza, afferrò il fratellino e ce lo immerse
Menàu l’acqua inṭru la bagnarola, zziccàu lu piccinnu e llu calàu dentro. Qui che al fratellino subito la faccia gli si arricciò tutta
ddhinṭru. A quai ca a lu vagnone ne se rrizzàu tutta la pelle e quanta, e dovevi sentire le urla e gli strepiti, di tale maniera
se mise ffare sṭrépiti. Lu Pieru allora cuardava lu frate picciccu e che a Piero sembrava che si rallegrasse. E lo osservava divertito
ddicìa: e gli faceva:
«Na! comu sta sse prèscia lu frate miu! cuarda comu sta sse prè- «Guarda come si rallegra il fratellino mio! guarda come si
scia!» Poi lu zziccàu e llu mise susu llu jettu cu ddorme. rallegra!» Dopo di che lo prese e lo adagiò sul letto per farlo
Quandu ca la mamma turnàu, ṭruàu lu vagnone stisu pe’ dormire.
mmortu susu llu jettu. Quando la mamma tornò, trovò sul letto il figlioletto che
«Pieru! ma cce nn’hai fattu a llu vagnone! cce nn’hai fattu!» non dava segni di vita.
«Na! mamma, ca sta dorme tantu beddhu! N’àggiu fattu nu «Piero! ma che hai fatto al fratellino tuo! che gli hai fatto!»
bagnu caddu caddu, comu m’ìi tittu ssignurìa, ma cusì caddu ca «To’! mamma, non vedi che dorme tanto bello? Gli ho fatto
ìi bitìre comu se presciava inṭru ll’acqua, e comu la facce ne se un bel bagno caldo caldo, come m’avevi detto tu, ma così cal-
rrizzava tutta beddha!» do che dovevi vedere come si rallegrava dentro l’acqua, e come
«Eeh, pòvera mmie! pòvera mmie! Ma ci foe ca me tese ‘stu la faccia gli si arricciava tutta bella!»
fiju!» tisse dha cristiana. «Eeh, povera me! Ma chi fu a darmi questo figlio!» disse
quella cristiana.

 
La òccula La chioccia
N’addha fiata, ntorna, la mamma te lu Pieru, prima bàscia Un’altra volta, la mamma di Piero, prima di andarsene in
fore, ne tisse a llu fiju: campagna, disse al figlio:
«Pieru, viti ca iu sta bau fore. Cuarda ca nc’ete la òccula ca sta «Piero, vedi che io sto uscendo. Ricordati che c’è la chioccia
ccova l’oe e cerca cu nne stai ttentu. Viti ca ogne ttantu se aźa e che sta covando le uova, e stacci attento perché quella tra un
bae ‘n giru cu mmangia, ma tie, dopu nu pocu, la pìji e lla ssetti po’ lascia la cova e se ne va in giro a mangiare. Tu però, se vedi
ntorna susu ll’oe: se no se ddefrìddanu.» che ci sta troppo tempo, l’acchiappi e la rimetti sulle uova pri-
La mamma essìu te nanzi e la òccula se aźàu te retu bàscia ma che si freddino.»
‘n giru e ccu mmangia. Lu Pieru, topu nu pucu, la zziccàu e lla La mamma uscì davanti e la chioccia s’alzò di dietro per
ssettàu susu ll’oe, ma quiddha nun ci stia, e sse nde scappava sem- beccare in giro. Ma dopo un po’, Piero l’acchiappò e la rimise
pre. Allora lu Pieru cce ffice? scìu e sse ssettàu iddhu susu ll’oe e lle sulla cova. La chioccia, però, non ci voleva stare e se ne scappa-
scrafazzàu tutte bone bone. va sempre. Piero, preoccupato che le uova si freddassero, che ti
Quandu ca la mamma turnàu vitte lu Pieru ssettatu susu ll’oe fece? andò a sedersi lui sulle uova, col risultato che s’acciacca-
a ppostu te la òccula. rono tutte bene bene.
«Pieru, na! ma cce sta ffaci ssettatu susu ll’oe!» Quando la mamma tornò, ti andò a vedere Piero che se ne
«Na! mamma, ca la òccula nu’ mbulìa stèscia e mm’àggiu sset- stava seduto sulla cova al posto della chioccia.
tatu iu susu ll’oe cu nnu’ ssia se ddefrìddanu.» «Piero, na! ma che ci fai seduto sulle uova! E la chioccia
«E mmo’ cce àggiu ffaaàre!» tisse dha cristiana cuardandu an dov’è?»
cielu «Tegnu nu fiju cchiù ffessa iddhu te l’acqua salata!» «Na, mamma, quella non voleva saperne di chiocciare e così
mi ci sono seduto io, se no le uova si freddavano.»
«E mo’ che devo faaàre!» disse quella cristiana guardando in
cielo «Tengo un figlio più fesso lui dell’acqua salata!»

 
Tira la porta e biéni Tira la porta e vieni
Una volta, la mamma te lu Pieru, scendu fore te matina pre- Una volta, la mamma di Piero, recandosi in campagna sul
stu, ddišcitàu lu fiju e nne tisse: presto, svegliò il figlio e gli disse.
«Pieru, sai cce ffanne? Quandu a llu cchiù ttardu te aźi, topu «Piero, sai che fai? Quando più tardi ti alzi dal letto, dopo
c’hai mangiatu, tira la porta e biéni fore, sai? Ca iu sta bau.» aver fatto colazione, tira20 la porta e vieni.»
«Sine, mamma, nu’ tte nde ncaricare.» «Sì, mamma, va’ pure, non ti preoccupare.»
E quandu a llu cchiù tardu lu Pieru se aźàu te lu jettu, cce fice? E quando sul tardi Piero s’alzò dal letto, che ti fece? to’!
na! schiuàu la porta te casa, se la caricàu ‘n coddhu e chianu chia- schiodò la porta di casa, se la caricò sulle spalle e prese la strada
nu pijau la sṭrata te fore. Quandu ca la mamma, menṭre ca sta per avviarsi in campagna. La mamma, mentre stava curva a
ffaticava, aźàu la capu e bitte te luntanu unu ca sta sse mbicinava lavorare, alzò la testa e s’avvide di uno in lontananza che s’av-
cu nnu talornu crossu crossu an coddhu: «Na! dhu cristianu!» tisse vicinava reggendo sulle spalle qualcosa d’ingombrante.
«Addhu caspita vae caminandu cu quiddhu pisu an coddhu!» «To’! quel cristiano!» disse «dove caspita va camminando
Ma quandu lu Pieru se mbicinàu a nnanzi màmmasa, quista con quel peso sulle spalle?»
spalancàu l’occhi e ddisse: Ma quando Piero fu più vicino, la madre non credette ai
«Pieru, ma tie eri? Na! ma ci t’hae tittu cu biéni cu tutta la suoi occhi:
porta! Cce ggh’ete ca m’hai cumbinatu!» «Piero, ma eri tu? Oh, ma chi t’ha detto di venire con tutta
«Na! mamma, ca nu’ mm’ha’ tittu ssignurìa cu ttiru la porta e la porta? Guarda cosa m’hai combinato!»
ccu begnu?» «Na! mamma, che non sei stata tu a dirmi tira la porta e
«Ah ‘stu fiju miu!» fice la mamma scunsulata «E mmo’ cce àg- vieni?»
giu ffare? Lu Signore nu’ mme tese furtuna cu lli fiji!» «Ah, questo figlio mio!» fece la mamma sconsolata «E mo’
che devo fare? Il Signore non mi rese fortunata con i figli!»

20
‘Tira’ qui sta per rinserrare, chiudere.
 
CERTI FATTI DI PAPA GALEAZZO
PREMESSA
I fatti di papa21 Galeazzo ce li raccontava mio nonno mater-
no Pasqualino. Lui sapeva leggere, scrivere e far di conto. Era
un novellatore. Quand’era più giovane leggeva apposta libri di
racconti per poi la sera raccontarli alle figlie davanti al caminet-
to. Raccontava anche storie popolari come Guerrin Meschino,
Genoveffa, Fioravante. Erano le storie che a Collemeto rap-
presentavano di tanto in tanto le compagnie popolari di teatro
che arrivavano per lo più dalla Sicilia. Le recitavano nel franto-
io, quando non c’era la raccolta delle olive.
Chi è papa Galeazzo? È un prete che ne combina di tutti
i colori, un ribelle, un buffone, un finto tonto, un goffo. Un
Bertoldo salentino con la tonaca, se vogliamo azzardare un pa-
ragone.
Pare che papa Galeazzo sia realmente esistito. Don Dome-
nico Galeazzo era arciprete di Lucugnano (nei pressi di Santa
Maria di Leuca), vissuto nel XVI secolo. Ma non tutti i rac-
conti si riferiscono a quell’epoca. In ogni tempo, anche recen-
te, sono nate delle storie con papa Galeazzo protagonista.

21
‘Papa’, nel Salento, precede sempre il nome di un prete. Equivale a ‘don’.

Lu messone te papa Cajazzu Il messone di papa Galeazzo
Na fiata, papa Cajazzu, siccomu nde cumbinava tante te le Una volta, papa Galeazzo, siccome ne combinava tante del-
soe, foe casticatu te lu Vescuvu cu bàscia ffazza lu prete a nn ad- le sue, per castigo fu mandato dal Vescovo a dire messa in un
dhu paese. Acquai ca li cristiani, vitendu lu prete nou, ci cchiùi altro paese. Qui che la gente, visto il prete nuovo, chi più an-
scia nne ddumanda quantu se facìa pacare iddhu pe’ nna messa a dava a domandargli quanto si faceva pagare lui per una messa
ssuffràgiu te li morti. Quandu se sparse la voce a llu paese ca papa a suffragio dei defunti. Quando al paese si sparse la voce che
Cajazzu se pijava sulamente centu lire, mbece te mille, quantu papa Galeazzo si faceva pagare solo cento lire, invece di mille,
se pijàvanu l’addhi preti, mo’ ìi bitire comu tutti fucìanu a ddha quanto si facevano pagare gli altri preti, mo’! dovevi vedere:
ppapa Cajazzu cu ordinànu messe. tutti da papa Galeazzo a ordinare messe!
Papa Cajazzu, te la matina ‘lla sera, nu’ ffacìa addhu ca cu Papa Galeazzo, dalla mattina alla sera, non faceva altro che
ssegna nomi te morti sulla ližetta te le messe, puru vinti a llu stessu segnare nomi di defunti sull’agenda per le messe, anche venti
giurnu, e ppe’ ogni mmessa se facìa tare le centu lire nticipate. nello stesso giorno, e per ogni ordine si faceva dare le cento lire
Mo’ a ll’addhi preti ne uschiava lu culu: ca nišciunu scia cchiùi anticipate.
a ddha iddhi cu ssègnanu messe pe’ ssuffragiu. E sse ddumandàva- A questo punto agli altri preti bruciava il culo, perché nes-
nu cumu cazza19 putìa fare papa Cajazzu cu ṭṭroa lu tiempu cu suno al paese si recava più da loro per ordinare le messe di
ddice tutte quiddhe messe. Sicché nu giurnu se rratunàra e šcira suffragio. E si chiedevano i preti come caspita papa Galeazzo
tutti te paru a ddha ppapa Cajazzu e nne ddumandàra: potesse trovare il tempo per celebrare tutte quelle messe. Così
«Papa Cajazzu, sapìmu ca li paesani vènanu tutti ddha ttie un bel giorno i preti decisero di recarsi tutti insieme da papa
cu ssègnanu messe: ma se po’ ccapire cumu sangu faci poi cu ddici Galeazzo. E gli dissero:
tutte ‘ste messe?» «Papa Galeazzo, sappiamo che i paesani vengono tutti da
«Na!» tisse papa Cajazzu «ca sta’ be proccupati tantu? Ca ticu te a ordinare messe. Ma ci vuoi spiegare come caspita farai a
nu messone e bale pe’ ttutte.» celebrare tutte queste messe?»
«To’!» rispose papa Galeazzo «vi state a preoccupare così
tanto? Che dirò un messone e varrà bene per tutte.»

19
La cazza è la schiumarola, ma qui, per assonanza, vuol dire ‘cazzo’ e serve al
narratore per attenuare la volgarità del termine. Per lo stesso motivo a volte si
ricorre a cazzarola, che sarebbe la casseruola.
 
Li morti vii I morti vivi
Na fiata, li preti te nu paese nu’ nde putìanu cchiui te tuttu Una volta, i preti di un paese non ne potevano più di tutto
quiddhu ca ne cumbinava papa Cajazzu, e nnu’ ssapìanu comu quello che combinava papa Galeazzo, e non sapevano come
ìanu ffare cu nde lu càccianu. E ccomu imu ffare e ccomu nu’ imu fare per cacciarlo via. Pensa e ripensa, alla fine ebbero una tro-
ffare, alla fine ìppera na pensata. Tandu mo’ nc’era l’usanza ca lu vata. C’era allora l’usanza di vegliare di notte i morti in chiesa
prete ia vvegliare li morti te notte inṭru lla chèsia. «Unu te nui» e la veglia toccava a un prete. «Uno di noi» disse un prete «si
tisse nu prete «se finge mortu, e lla notte facìmu cu llu vèja papa finge morto, e la notte facciamo fare la veglia a papa Galeazzo.
Cajazzu. A llu meju, menṭre sta fface lu mortu, aźa la capu e fface Sul più bello, mentre fa il morto, alza la testa e fa prendere uno
cu sse schianta papa Cajazzu: armenu cusì se nde scappa e nnu’ spavento a papa Galeazzo, così se ne scappa e non torna più.»
ttorna cchiùi!» E così fu. Un prete si finse morto, si fecero i funerali, giunse
E ccusì ffoe. Nu prete se finse mortu e sse fìcera li funerali, poi la notte e a papa Galeazzo fu assegnato il compito di vegliare la
rriàu la notte e papa Cajazzu ippe lu còmpitu cu vveja lu mortu salma in chiesa. Era tutto intento mo’ a dire preghiere accanto
al morto, quando, tutto ad un tratto, notò che la testa del mor-
inṭru lla chèsia. Menṭre ca papa Cajazzu era tuttu ‘ntentu cu
to s’alzava e s’abbassava: su e giù, su e giù.
ddica prechiere te coste a llu mortu, tuttu te paru va sse dduna ca
«To’! sangue!» imprecò «qui i morti vivi mi portano! Mo’ gli
la capu se aźava e sse bašciàva? Aźa e ccala, aźa e ccala.
faccio vedere io!» Che fece? Si recò nel retro della sacrestia e
«Na sangu!» tisse «acquai li morti vii me pòrtanu! Mo’ fazzu
prese una di quelle stanghe che si usano per portare in spalla la
cu bìscia iu!» Cce ffice? Sciu a rretu lla sacristia e ppijàu una te
Madonna in processione. S’accostò al morto e, quando questo
quiddhe stanghe ca se ùsanu cu pporti ‘n coddhu la Matonna ‘n
provò a sollevare la testa, alzò la stanga e… pumh! gli assestò
prucissione. Se mise te coste ‘llu mortu e, quandu quistu sciu cu
un colpo in fronte tale che lo stese una volta per tutte.
aźa la capu, aźàu la stanga e… ppumh! ne ssettàu nu corpu ‘n
«Così imparano a portarmi i morti vivi» disse papa Galeaz-
fronte e llu stise na fiata pe’ ssempre: «Cusì ‘mpàranu cu mme
zo.
pòrtanu li morti vii!» tisse papa Cajazzu.
E l’indomani che fece? Andò a protestare pure dal vescovo.
A llu crai poi cce ffice? Sciu a llu vescuvu cu pprutesta.
«Eccellenza, qui i morti vivi mi portano! Sono cose que-
«‘Ccellenza, acquai li morti vii me pòrtanu! Su ccose quiste? E
ste? E per poterne ammazzare uno ho dovuto buttare il sangue
ccu ppozzu ccitìre unu ha tuccatu cu buttu lu sangu te cusìne!»
così!» disse alterato papa Galeazzo, facendo il gesto di scrollarsi
tisse stizzatu papa Cajazzu passànduse lu tiscitòne te la manu ‘n
dalla fronte col pollice della mano destra il sangue presunto.
fronte e šcettàndulu ‘n terra comu cu ddica ca ia sutatu sangu.

 
La ciuccia te papa Cajazzu La somara di papa Galeazzo
Na fiata, papa Cajazzu se ccattàu na ciuccia e llu vinne ‘ssa- Una volta, papa Galeazzo si comprò una somara e tutto il
pire tuttu lu paese. Ma nu’ ppassava giurnu ca quarchetunu nu’ paese lo venne a sapere. Ma non passava giorno che qualcuno
nne ddumandava: non gli chiedesse:
«Papa Cajazzu, ma quantu te custa la ciuccia ca t’hai ccatta- «Papa Galeazzo, ma quanto costa la somara che ti sei com-
ta?» prato?»
E nnu giurnu e ddoi e ṭṭre… ‘nsomma sempre la stessa canzo- Un giorno, due, tre… insomma sempre la stessa canzone:
ne, era propriu nu scurciamentu te cujùni e papa Cajazzu nu’ nde era proprio una scocciatura e papa Galeazzo non ne poteva
putìa cchiui. più. Che ti fece allora? Ordinò al sacrestano di suonare le cam-
Allora cce ffice? Tisse a llu sacristanu cu ssona le campane a pane e chiamare in chiesa tutta la gente del paese. Quando si
mmotu cu cchiama inṭru ‘lla chesia tutta la gente te lu paese. ritrovarono in chiesa, tutti a chiedersi per che cavolo li avesse
chiamati papa Galeazzo.
Quandu però se ṭruara tutti inṭru ‘lla chesia, tutti se dduman-
«Ci siete proprio tutti? manca qualcuno?» domandò dal
dàvanu pe’ cce ccàulu l’ia chiamati papa Cajazzu.
pulpito papa Galeazzo.
«Siti propriu tutti? manca quarchetunu?» dumandàu papa
«Beh, tutti proprio no: mancano stroppi e malati» gli rispo-
Cajazzu tisu susu llu pùrpitu.
sero.
«Beh, tutti propriu none: màncanu li sṭroppi e lli malati» ne «E allora portate pure quelli!» ordinò papa Galeazzo. E an-
rispùsera. darono e tornarono con gli stroppi e con i malati.
«E allora nducíti puru quiddhi!» ne ordinàu papa Cajazzu. E Assicuratosi che fossero proprio tutti, papa Galeazzo disse
šcìra e tturnàra cu lli sṭroppi e ccu lli malati. ad alta voce, per farsi meglio sentire:
Quandu ca se ssicuràu ca èranu propriu tutti, papa Cajazzu «Se volete sapere quanto costa la somara che mi sono com-
tisse critandu, a mmodu cu llu sèntanu: prato, presto detto: ho speso cinque lire e un soldo… basta che
«Ci vuliti ssapiti quantu me custa la ciuccia ca m’àggiu ccat- ora non mi rompete più li pampasciuni!»22
tatu, àggiu spisu cinque lire e nnu sordu… basta ca nu’ mme
scurciati cchiùi li pampasciuni!»

22
Pampasciuni in gergo è una metafora che sta per ‘coglioni’. Il lampaggione (ter-
mine maldestramente italianizzato) è in realtà una cipolletta selvatica di sapore
amaro che costituisce una sciccheria gastronomica per le genti del Sud.
 
La conṭramizione La contravvenzione

Se cunta ca a Galàtune, na fiata, papa Cajazzu, topu ca spic- Si racconta che a Galàtone, una volta, papa Galeazzo, dopo
ciàu te tire messa a ssuffràgiu te nu mortu e buscatuse mille lire, aver celebrato una messa a suffragio di un morto, intascò le
mille lire dovutegli e uscì di chiesa per dirigersi come al solito
essìu te chiesa20 cu ttorna ccasa, comu a llu sòlitu. Ma, ṭruàndusi verso casa. Ma, trovandosi a passare nei pressi della villa co-
a ppassare te coste ‘lla villa comunale, ne vinne cu schiatta te munale, ebbe un bisogno impellente di pisciare. Che ti fece
pišciare. Cce ffice ‘llora? Na! ṭrasìu inṭru ‘lla villa, se aźàu la to- allora? To’! entrò nella villa, s’alzò la tonaca e si mise a pisciare
naca e sse mise ppišciare conṭru nn àrberu cu tutti li sani senti- contro un albero con tutti i sani sentimenti. Lì che una guardia
menti. comunale si accorse di papa Galeazzo che pisciava. E si avvici-
Addhai ca na cuàrdia te la Comune se ddunàu ca papa Cajaz- nò e gli disse:
zu sta ppisciava. E se vvicinàu e nne tisse: «Papa Galeazzo, sei in contravvenzione! È vietato pisciare
«Papa Cajazzu, sei in conṭramizione! Nu’ sse pote pišciare inṭru nei giardini pubblici!»
lli sciardini comunali! «E quanto devo pagare?» disse papa Galeazzo.
«E quantu àggiu ppacare?» tisse papa Cajazzu. «Mille lire.» rispose la guardia.
«Mille lire.» ne rispuse la cuàrdia. «To’! ho detto messa per il cazzo!» disse papa Galeazzo tutto
«Na! àggiu tittu messa pe’ llu cazzu!» tisse papa Cajazzu tuttu girato di testa.
giratu te capu.

20
A Collemeto si dice chesia oppure chiesa, ma quest’ultimo termine è più usato.
 
Quistu vale pe’ quiddhu ca tegnu inṭra ‘lli caźuni Questo vale per quello che porto nei calzoni
Na fiata, papa Cajazzu, ticendu messa, rriatu a llu puntu ca Una volta, papa Galeazzo, nel dire messa, all’atto della co-
ia ddare la comunione, se šcerràu le parole ca ia ddire: nu’ sse munione dimenticò le parole della formula:23 non si ricordava
mmentuava e nnu’ sse mmentuava. E nnu’ lla tese la comunione e e non si ricordava. E non diede la comunione a nessuno e le
le cristiane se nde turnara a ccasa senza. Sicché scìu a llu vescuvu cristiane tornarono a casa senza. Sicché si recò dal vescovo per
cu nne cunta te ‘stu fattu. raccontargli del fatto.
«Na! ca si’ ffessa!» ne tisse lu vescuvu. «Ca te scrìi quiddhu ca hai «To’! perché sei fesso!» gli disse il vescovo. «Che ti scrivi le
ddire e tte lu minti inṭra ‘lli caźuni e cusì nu’ tte scerri.» E papa parole e le metti nei calzoni e così non le dimentichi.» E papa
Cajazzu cusì ffice: se scrisse quiddhu ca ia ddire e se lu mise inṭra Galeazzo così fece: scrisse la formula e se la mise in tasca.
‘lli caźuni. L’indomani, però, all’atto della comunione, dimenticò di
nuovo le parole, ma pensò bene di dare la comunione ai maschi
A llu crai, quandu ca se ṭruàu cu ddèscia la comunione, però, se soltanto stavolta: alle femmine no, che si vergognava: a queste
šcerràu ntorna. Ma pensàu cu lla tescia lu stessu la comunione, a passava innanzi. E ai maschi metteva l’ostia in bocca e diceva:
lli masculi sulamente però, ca a lle femmane se scurnava: a quiste «Questo vale per quello che porto nei calzoni; questo vale per
ne passava nnanzi. E alli msaculi ne mintìa l’ostia 'm bucca e nne quello che porto nei calzoni.»
ticìa: Andò di nuovo dal vescovo a raccontargli l’accaduto. E il
«Quistu vale pe’ quiddhu ca tegnu inṭra lli caźuni; quistu vale pe’ vescovo gli disse:
quiddhu ca tegnu inṭra ‘lli caźuni.» «Ciuccio bestia, che come sono i maschi non sono le fem-
Scìu ntorna a llu vescuvu cu nne cunta comu era sciuta. E llu mine?»
vescuvu ne tisse: E il giorno dopo, nel dire messa, all’atto della comunione,
«Ciucciu bestia, ca comu suntu li masculi nu’ ssuntu le fèmma- dimenticò ancora la formula: non c’era verso che si ricordasse.
ne?» Stavolta però diede retta al vescovo e comunicò maschi e fem-
A llu crai tisse messa ntorna, ma quandu scìu cu ddescia la co- mine. E a tutti indistintamente porgeva la comunione e dice-
munione, gnenzi, nu’ sse ricurdava cu ddica. Ma ‘sta fiata, tandu va:
retta a llu vescuvu, tese la comunione a tutti: a masculi e femma- «Ciuccio bestia, che come sono i maschi non sono le fem-
ne. E a ognunu ne ticìa: mine? Ciuccio bestia, che come sono i maschi non sono le
«Ciucciu bestia, ca comu suntu li masculi nu’ ssuntu le fèmmane? femmine?»24
Ciucciu bestia, ca comu suntu li masculi, nu’ ssuntu le fèmma-
ne?»

23
Corpus domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam.
Amen.
24
Il racconto gioca in modo allusivo quando papa Galeazzo pronuncia la formula
“… per quello che porto nei calzoni”.
 
La chèsia pittata La chiesa dipinta
Na fiata, papa Cajazzu se mise ‘n capu cu ppitta te santi tutta Una volta, papa Galeazzo si mise in testa di affrescare la
la chèsia e chiamàu nu pittore ca ticìanu mo’ ca era mutu brau. chiesa. Così chiamò un pittore che aveva fama di essere molto
Quistu però, prima sse minta ffatica, ne tisse a papa Cajazzu: bravo. Costui però, prima di mettersi al lavoro, disse a papa
«Papa Cajazzu, iu me mintu ppittare la chèsia, ma voju tte Galeazzo:
vvertu te na cosa: ci unu è fiju te bbuttana nu’ ppote mai vitìre le «Papa Galeazzo, io m’appresto ad affrescare la chiesa, ma ti
ficure ca pittu iu: pe’ ccasticu te Diu.» avverto di una cosa: se uno è figlio di puttana, per castigo di
«Anime sante mie!» fice papa Cajazzu «Quista è l’urtima cosa Dio non vedrà mai le figure che dipingo io.»
ca ia ssentire. Ccumìncia ‘ntantu, fiju miu, ca pe’ quiddhu ca hai «Anime sante mie!» fece papa Galeazzo «Questa è proprio
tittu, acquai nun c’ète cu ttieni pensieri.» l’ultima cosa che dovevo sentire! Intanto comincia pure, figlio
E llu pittore se ggiustàu prima le ‘mparcature e poi zzaccàu cu mio, perché, per quello che hai detto, qui non c’è da stare in
ppitta li muri te la chèsia (ma iddhu mo’ facìa ddivetere: finta pensiero.»
facìa!). E il pittore innalzò dapprima le impalcature e poi prese ad
Passati ca fora nu pocu te giurni, papa Cajazzu ṭrasìu inṭru affrescare la chiesa. Ma tanto per far vedere mo’, perché in re-
lla chèsia pe’ ccuriosità, ma… cuarda te cquai e ccuarda te ddhai, altà lui faceva finta di dipingere.
sine… lu vitìa lu pittore ca passava lu pinnieddhu, ma ficure nu’ Passati che furono un po’ di giorni, papa Galeazzo entrò in
nde vitìa propriu! chiesa per curiosità, ma… guarda qui e guarda là, sì… notava
il pittore che tirava di pennello, ma non vedeva proprio nes-
Quandu lu pittore se ddunàu ca era ṭrasutu papa Cajazzu, ne suna figura!
tisse: Quando il pittore si accorse che era entrato papa Galeazzo,
«Papa Cajazzu, cuarda cce beddhi santi ca t’àggiu pittatu: ac- gli disse:
quai nc’ete santu Paulu, acquai nc’ète santu Tomasi, acquai santu «Papa Galeazzo, guarda che bei santi ti ho dipinto: qui c’è
Vitu; a sta parte nvece t’àggiu fattu la Matonna cu llu Bumbi- san Paolo, qui c’è san Tommaso, qui san Vito; da questa parte
nieddhu, cchiù ddhai san Giseppu cu llu bastone fiuritu. Me resta invece t’ho fatto la Madonna col Bambinello, più in là san
cu ffazzu l’anime sante te lu Purgatoriu, li santi Cosimu e Tta- Giuseppe Patriarca col bastone fiorito. Mi restano da fare le
mianu, la Vergine Ndolurata, la Vergine te lu Càrminu, quiddha anime sante del Purgatorio, i santi Cosimo e Damiano, la Ver-
te lu Rusariu e tanti angeli e angilieddhi te lu paratisu.» gine Addolorata, la Vergine del Carmine, quella del Rosario e
Papa Cajazzu, a ddire lu veru, nu’ bitìa gnenzi, ma facìa lu tanti angeli e angioletti del paradiso.»
stessu ca cuarda cu ll’occhi te maravìja. Anzi ne tisse a llu pitto- Papa Galeazzo a dire il vero non vedeva un accidente, ma
re: guardava ugualmente con occhi di meraviglia. Anzi disse al
«Brau, brau, sta’ tte mmurtali propriu: ‘sta chèsia sta bene pro- pittore:
priu beddha!» «Bravo, bravo, ti stai proprio immortalando! Questa chiesa
E rriàu finarmente lu giurnu ca lu pittore tisse ca ia spicciatu. sta venendo proprio bella!»
Così smuntàu tutte le mparcature, se pijàu li sordi ca ia mpattatu Giunse finalmente il giorno in cui il pittore disse di aver fi-
e sse nde sciu ‘ngrazieteddìu. nito il lavoro. Così smontò tutte le impalcature, intascò i soldi

 
Papa Cajazzu cce fice? Chiamàu lu sacristanu e nne ordinàu che aveva pattuito e se ne andò ingraziadiddio.
cu ssona le campane a mmotu cu lle sènta tutta la gente te lu paese: Che ti fece papa Galeazzo? Chiamò il sacrestano e gli ordi-
a mmotu cu begna inṭru lla chèsia e ccu la vìscia tutta pittata.» nò di suonare le campane per la gente del paese, perché tutti
E a llu sonu te le campane tutti li cristiani essìra te casa e šcira venissero in chiesa ad ammirare la bellezza degli affreschi.»
inṭru lla chèsia. Quandu ca se nchiu beddha beddha, papa Cajaz- E al suono delle campane tutti i paesani uscirono di casa e si
zu salìu susu lu purpitu e ttaccàu la spieca: recarono in chiesa. Quando la chiesa si riempì bella bella, papa
«Cristiani mii, b’àggiu chiamati cu ffazzu cu mmirati le ficure Galeazzo salì sul pulpito e cominciò il discorso:
«Cristiani miei, vi ho chiamati per farvi ammirare le figure
ca àggiu fattu pittare inṭru lla chèsia. Comu pututi vitire: acquai
che ho fatto dipingere in chiesa. Come potete vedere: qui c’è
nc’ete santu Paulu, acquai nc’è santu Tomasi, acquai santu Vitu;
san Paolo, qui c’è san Tommaso, qui san Vito; da questa parte
a sta parte nvece la Matonna cu llu Bumbinieddhu, a ddhai san
invece la Madonna col Bambinello, più in là san Giuseppe
Giseppu cu llu bastone fiuritu, cchiù ssotta hae l’anime sante te lu
Patriarca col bastone fiorito, là sotto le anime sante del Purga-
Purgatoriu e lli santi Cosimu e Ttamianu, cchiù ssusu la Vergine
torio e i santi Cosimo e Damiano, là sopra la Vergine Addolo-
Ndolurata, la Vergine te lu Càrminu, quiddha te lu Rusariu e
rata, la Vergine del Carmine, quella del Rosario e tanti angeli e
tanti angeli e angilieddhi te lu paratisu.»
angioletti del paradiso.»
«Papa Cajazzu, ma nui nu’ sta bitìmu gnenzi!» ne ccumin-
«Papa Galeazzo, ma noi non vediamo niente!» presero a
ciàra ddire tutti li cristiani.
borbottare i parrocchiani.
«Sapiti cce be ticu ‘llora? Ca siti tutti fiji te bbuttana!» critàu
«Sapete che vi dico allora? Che siete tutti figli di puttana!»
forte papa Cajazzu cu llu sèntanu tutti.
disse forte papa Galeazzo in modo che tutti l’avessero a senti-
re.

 
Papa Cajazzu ‘ncintu Papa Galeazzo incinto

Foe ca papa Cajazzu nu' stia bonu e llu tuttore ne ordinàu cu Fu che papa Galeazzo non stava bene e il dottore gli ordinò di
sse fazza l’analisi te le urine. Nu’ pputendu scire personalmente, farsi le analisi delle urine. Non potendo portarle di persona, però,
però, papa Cajazzu ncaricàu sòrusa cu lle porta iddha a llu spita- papa Galeazzo incaricò sua sorella di portarle all’ospedale. E le con-
le. E nne tese la buttijeddha china te urine. Addhai ca sòrusa, ca segnò la bottiglietta con le urine. Lì che la sorella, che mo’ era un
mo’ era nu pocu fessa, sṭrata facendu, mbersàu la buttijeddha e sse po’ fessacchiotta, strada facendo, inclinò inavvertitamente la botti-
devacàu tuttu lu pišciaturu. «Na!» tisse «e mmo’ cce àggiu tturna- glietta e le urine si svuotarono.
re rretu? Ca la ìnchiu iu la buttijeddha e gh’ete lu stessu.» To’!» disse «e mo’ mi tocca tornare a casa? Ci verso dentro la mia
di urina e fa lo stesso.»
Quandu ca a papa Cajazzu ne rriàra li risurtati te l’analisi,
Quando papa Galeazzo ebbe i risultati delle analisi, che ti andò
cce šciu tte legge? Na! ca era ssutu‘ncintu. Sciu ‘llora te pressa a llu a leggere? Che era incinto. Si recò in tutta fretta dal dottore, allora,
tuttore tuttu chinu te pensieri «Ca mo’ ‘sta cosa nu’ pputìa essere» pieno di tanti pensieri, chiedendosi come poteva darsi questa cosa.
ticìa. Addhai ca lu tuttore la vutàu a llu scherzu e nne tisse: Lì che il dottore, dopo aver dato uno sguardo alle analisi, gli disse
«Papa Cajazzu, nu’ tte sta’ pproccupare. Vene ddire ca ‘ppena sullo scherzo:
te sienti li primi tuluri, sali susu nn arberu e tte meni te ddha «Papa Galeazzo, non starti a preoccupare. Vuol dire che appena
ssusu: cusì ccatti lu vagnone.» ti vengono i primi dolori, sali su di un albero e ti lanci per terra: così
Quandu ca passàra nu poccu te misi, a papa Cajazzu ne vìn- ti nascerà il bambino.»
nera certi tuluri te pansa ca nu’ nde putìa cchiùi. Se ricurdàu Quando trascorsero un po’ di mesi, a papa Galeazzo vennero
‘llora te quiddhu ca n’ia tittu lu tuttore. Sciu e sse rrampicàu susu certi dolori di pancia da non poterne più. Ricordandosi delle parole
nn arberu e sse menàu te ddha ssusu. Addhai ca nu cunìju ca stia del dottore, andò a cercare un albero, vi si arrampicò sulla cima e si
scusu inṭru l’erba se nde scappàu propriu te sotta ‘ll’anche: «San- lanciò. Ma, nel toccare terra, un coniglio, che se ne stava nascosto
gu!» fice papa Cajazzu «Sta tte nde fuci, fiju miu? Ca armenu nell’erba, gli scappò da sotto le gambe:
spetta cu tte battezzu!» «Sangue!» fece papa Galeazzo «te ne scappi, figlio mio? Aspetta
almeno che ti battezzi!»

 
Quelli che m’hanno raccontato quand’ero bambino

Nonno materno Pasquale Giustizieri (Neviano 1887 –


Collemeto 1974)
Nonna materna Maria Neve De Blasi (Neviano 1889 –
Collemeto 1983)
Mio padre Giovanni Romano (Collemeto 1914 – Collemeto
1986)
Mia madre Lucia Giustizieri (Neviano 1919 – Collemeto
1994)
Zia suor Luigina Giustizieri, al secolo Rosina (Neviano
1931 -)
Zia suor Teresina Giustizieri, al secolo Cosimina (Neviano
1933 -)

I miei fratelli Aldo, Angelo ed Eugenio mi hanno arricchito


i racconti con alcune espressioni, dei particolari e qualche va-
riante. Eugenio, in particolare, mi ha ricordato il racconto La
fija cu lli urri.


Stampato presso
le grafiche panico
Galatina (Le)

il volume privo del simbolo


dell'editore sull'aletta è da
ritenersi fuori commercio