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Wittgenstein (Cioffi, Luppi) Il Tractatus logico-philosophicus Il contenuto dell'opera organizzato intorno alle sette proposizioni fondamentali , che sono:

: 1. il mondo tutto ci che accade; 2. ci che accade, il fatto, il sussistere di stati di cose; 3. l'immagine logica dei fatti il pensiero; 4. il pensiero la proposizione munita di senso; 5. la proposizione una funzione di verit delle proposizioni elementari; 6. la forma generale della funzione di verit : ; 7. su ci, di cui non si pu parlare, si deve tacere. Sebbene privo di partizioni interne, il testo pu essere diviso in tre sezioni fon damentali: una prima sezione di argomento ontologico, che comprende le osservazioni relati ve alle proposizioni 1 e 2; una seconda di argomento logico (proposizioni 3-6), in cui l'autore fa corrispo ndere alla concezione della realt una teoria del linguaggio, articolata in una te oria dell'immagine e in una teoria della proposizione; una conclusione di argomento filosofico. Il mondo e il linguaggio Poich il mondo mostra il suo senso essenzialmente nel linguaggio, per comprenderl o, per scoprirne la "logica", in primo luogo necessario comprendere il senso del linguaggio. Il punto d'avvio dell'indagine cos quello per cui le proposizioni de l linguaggio sono raffigurazioni dei fatti del mondo. Che il mondo sia , per Witt genstein, una condizione primitiva, che il linguaggio ha come presupposto e la c ui esperienza , per noi, immediata. Che cosa si intende, tuttavia, con il termine "mondo"? Il mondo tutto ci che acca de, ossia la totalit dei fatti. Un fatto pu constare di, altri fatti, pu cio essere un fatto complesso. Un "fatto atomico", cio un fatto che non consta di altri fatt i, chiamato da Wittgenstein uno stato di cose. A sua volta, uno stato di cose si presenta come una combinazione di oggetti, di cose, termini con i quali il filo sofo austriaco designa le realt pi semplici e non ulteriormente scomponibili che c ostituiscono i fatti. Nello stato di cose gli oggetti ineriscono l'un l'altro com e le maglie di una catena. Il modo in cui sono connessi , in definitiva, la strutt ura dello stato di cose. L'ontologia di Wittgenstein: la totalit dei fatti Gli oggetti sono la "sostanza" del mondo; essi hanno il carattere dell'immutabil it. Il cambiamento, infatti, un'alterazione nelle configurazioni degli oggetti, o ssia negli stati di cose. Gli oggetti, al contrario, restano sempre quello che s ono, poich la sostanza ci che sussiste indipendentemente da ci che accade; e ci che a cade il fatto. Secondo Wittgenstein, tuttavia, non possibile considerare il sing olo oggetto se non nella relazione che esso intrattiene con gli altri oggetti, s e non cio in quanto concorre a determinare uno stato di cose. Per esempio, per ra ffigurare un ambiente, una stanza, non basta nominare gli oggetti in esso presen ti, ma occorre anche mostrarne la reciproca disposizione; allo stesso modo, per raffigurare il mondo non sufficiente indicare le cose che esistono, ma necessari o mostrare i fatti, ossia i modi con cui le cose sono connesse le une alle altre . La principale innovazione dell' ontologia wittgensteiniana, nei confronti delle metafisiche tradizionali, sta nel considerare il mondo alla stregua di un aggreg ato di fatti, non di cose. Cerchiamo di dare un'interpretazione concreta dell'on tologia del Tractatus, costruendo un modello sulla base del gioco degli scacchi. Immaginiamo che gli oggetti del mondo siano i pezzi degli scacchi e i quadrati della scacchiera. Gli stati di cose saranno le relazioni fra i pezzi e i quadrat i. Che un certo pezzo occupi un certo quadrato sar un fatto. Il mondo corrisponde r alla posizione dei pezzi in un dato momento; esso sar la totalit dei fatti, non d elle cose: non quindi i pezzi pi la scacchiera, ma la posizione di quelli su ques ta. I pezzi sono oggetti semplici; tuttavia essi non possono essere pensati sepa ratamente dalle regole del gioco, ossia dall'insieme delle mosse possibili ammes se.

La teoria dell'immagine Dopo aver esposto la sua concezione del mondo come totalit strutturata di fatti, Wittgenstein introduce la propria teoria del linguaggio. Il linguaggio viene inteso come un sistema raffigurativo complesso; esso "rappre senta" la realt, nel senso che ne costituisce l'immagine, ossia ne rispecchia le propriet formali. Che il linguaggio sia , per Wittgenstein, una condizione primiti va: c' il linguaggio perch possibile stabilire isomorfismi, ossia identit struttura li fra "situazioni" diverse. Seguiamo quindi l'argomentazione. Dei fatti che compongono il mondo, noi ci formiamo innanzitutto delle immagini. Il rapporto di immagine concepito da Wittgenstein come un particolare rapporto t ra fatti: da un lato vi il fatto raffigurante, dall'altro quello raffigurato. Il fatto raffigurante consta di oggetti (gli elementi dell'immagine) non meno del fatto che esso raffigura. Nell'immagine gli elementi stanno per gli oggetti. Tra fatto e immagine esiste pertanto un preciso rapporto di corrispondenza (che chi ameremo relazione raffigurativa), tale per cui agli elementi dell'uno corrispond ono gli elementi dell'altro. Nell'immagine, dunque, trova rappresentazione il mo do in cui gli oggetti sono connessi l'uno all'altro nel fatto raffigurato, ossia la sua struttura. L'identit di forma tra immagine e mondo Chiamiamo struttura dell'immagine la connessione degli elementi dell'immagine, c he a sua volta raffigura la connessione degli oggetti di cui si compone il fatto . La verit o la falsit di un'immagine dipende dalla sua corrispondenza o non corri spondenza con lo stato di cose che essa rappresenta. Diremo che un'immagine prov vista di senso se pu essere vera o falsa. Con senso dell'immagine intendiamo quin di ci che essa rappresenta, indipendentemente dal fatto che la rappresentdzione s ia veritiera o meno. Un'immagine sensata in quanto rappresenta una situazione po ssibile. In che modo, tuttavia, un'immagine connessa con il mondo? Come possono i fatti renderla vera o falsa? Facciamo l'esempio del modello in scala di un inc idente stradale. Sul tavolo sono disposti i modellini che stanno per le vetture coinvolte nell'incidente, i segnali stradali, i pedoni ecc.; vengono poi riporta ti i rapporti e le distanze che ciascuno di essi aveva in realt all'atto dell'inc idente. Il come dell'incidente viene cos raffigurato dalla disposizione spaziale dei pezzi, cosicch il senso del modello dinanzi ai nostri occhi: nella raffiguraz ione che noi possiamo vedere ci che accaduto effettivamente nella realt. L'immagin e viene considerata come un fatto, i cui elementi (i pezzi del modellino) sono u niti secondo una struttura ben determinata. L'immagine e il mondo risultano in q uesto modo connessi da un'identit di forma. La teoria della proposizione Nome e proposizione, significato e senso Consideriamo ora le proposizioni del linguaggio. Esse sono un complesso di segni , formato secondo regole grammaticali e sintattiche ben determinate. Wittgenstei n intende la proposizione come un tipo particolare di immagine: essa dunque l'es pressione simbolica di un fatto. Chiamiamo nomi gli elementi semplici della prop osizione. Il nome pertanto , nella proposizione, il rappresentante dell'oggetto. Alla configurazione dei nomi (la struttura della proposizione) corrisponde la co nfigurazione degli oggetti (la struttura del fatto). Il nome un "segno primitivo ", ossia il costituente ultimo della proposizione. Esso denota o designa l'ogget to; la proposizione invece descrive il fatto. In che modo? Grazie a due caratter i: a) il rapporto di denotazione fra nomi e oggetti rappresentati; b) l'identit d i struttura fra proposizione e fatto. Parleremo, a questo proposito, di significato del nome e di senso della proposiz ione. Il significato di un nome ci che quest'ultimo designa; il senso di una prop osizione il suo essere una rappresentazione possibile di uno stato di cose, ossi a il suo poter essere vera o falsa. Comprendere il senso di una proposizione vuo l dire cogliere la connessione logica dei segni che la compongono. Per cogliere il significato, invece, necessario il rinvio al mondo reale, allo stato di cose raffigurato. Ne risulta che un nome ha una sola relazione con la realt: se non de signa qualcosa, non un simbolo dotato di significato. Una proposizione invece po ssiede una duplice relazione con la realt: ossia, pu mantenere un senso anche quan do non vera.

Solo all'interno della connessione stabilita dalla proposizione, tuttavia, un no me ha significato. Come un oggetto non pu sussistere indipendentemente dal suo oc correre in stati di cose, cos il significato del nome dipende dalla sintassi dell a proposiziona in cui si trova inserito. I nomi, in altre parole, svolgono, seco ndo il filosofo, la loro funzione referenziale solo entro un contesto. Vediamo di spiegare questo punto tramite un esempio. Ci che Wittgenstein afferma che noi comprendiamo una proposizione senza sapere se essa vera o falsa. Se io d ico: Mio fratello ha i baffi, l'interlocutore mi capisce senza alcun bisogno di sa pere se effettivamente mio fratello li ha o no. Ora, Frege aveva concepito le pr oposizioni come nomi. Tuttavia, noi sappiamo che un nome compreso solo se si sa quale oggetto nella realt gli corrisponde (infatti, per esempio, l'espressione "p xfy" non ha significato). Ma ci che corrisponde nella realt alle proposizioni come abbiamo visto sopra il loro essere vere o false. Dunque, se le proposizioni fos sero nomi, noi le comprenderemmo solo sapendo se sono vere o false. Invece obiet ta Wittgenstein noi comprendiamo una proposizione anche senza saperlo. Dobbiamo pertanto concludere che il significato di un nome (l'oggetto designato) cosa div ersa dal senso di una proposizione (il suo poter essere vera o falsa). La corrispondenza tra piano linguistico e piano ontologico Una proposizione complessa per esempio Se Emilio pensa allora mio fratello ha i b affi si pu comprendere se si comprendono le sue parti costitutive, che chiamiamo p roposizioni elementari (rispettivamente, Emilio pensa e Mio fratello ha i baffi). Un a proposizione elementare rappresenta un semplice nesso di nomi che raffigura un fatto elementare, ossia uno stato di cose. Essa vera se sussiste lo stato di cose che raffigura, falsa nel caso contrario. A sua volta, perch una proposizione elementare venga compresa necessario, secondo Wittgenstein, che sia evidente il significato dei nomi che la compongono. Io ca pisco, e comprendo, che cosa vuol dire la proposizione Perugia una bella citt, se i l nome "Perugia" mi rimanda a un oggetto la cui sussistenza garantita. La teoria della proposizione ripete, cos, il movimento analitico compiuto sul piano ontolo gico, fondato sulla scomposizione delle strutture complesse in unit semplici. Agl i oggetti corrispondono i nomi; agli stati di cose le proposizioni elementari; a i fatti le proposizioni complesse; al mondo il linguaggio. Tra il piano ontologi co e quello linguistico risulta una corrispondenza formale, che possiamo rappres entare attraverso il seguente schema:

Il problema dell'atomismo logico Gli oggetti corrispondono, quindi, alle cose empiriche? Su questo punto di doman da, Wittgenstein si ricollega allatomismo logico di Bertrand Russell, concezione per cui possibile, se non in pratica, in teoria, arrivare fino a degli elementi s emplici ultimi, dai quali costituito il mondo. Se i fatti fossero irriducibilmente complessi, se cio non ci fossero degli oggett i ultimi "sostanza" del mondo in connessione diretta con i nomi che li rappresen tano, nessuna proposizione direbbe qualcosa sul mondo (potrebbe cio affermare qua lcosa di sensato), in quanto il processo di scomposizione della complessit della proposizione non avrebbe mai fine. Solo se alcuni segni sono in connessione dire tta con il mondo come sono i nomi quando rappresentano gli oggetti tutti gli alt ri segni possono stare a loro volta in connessione, sia pure indiretta, con il m ondo. L'esistenza di oggetti e la loro semplicit sono dunque la condizione perch l e proposizioni abbiano senso: se ci sono proposizioni dotate di senso, come ci s ono, allora devono esserci oggetti semplici. Da quanto detto, risulta chiaro che gli oggetti vengono postulati sul piano logico piuttosto che determinati sul pi ano empirico. La loro esistenza risulta "dedotta" a partire dalle propriet logich e del linguaggio. La forma generale della proposizione Ricapitoliamo schematicamente quanto abbiamo detto fino a questo momento: a) il mondo la totalit dei fatti, i quali constano di stati di cose; b) il linguaggio l'immagine del mondo; c) il linguaggio si esprime attraverso proposizioni che hanno senso in quanto so

no possibili raffigurazioni dei fatti; d) la proposizione elementare esprime stati di cose: se essa vera, lo stato di c ose esiste; se essa falsa, lo stato di cose non esiste. Il passo ulteriore di Wittgenstein il seguente: il mondo completamente descritto da tutte le proposizioni elementari, pi l'indicazione di quali siano vere e qual i false. Questa descrizione completa, per il filosofo austriaco, riassunta in qu ella che egli definisce la "forma generale della proposizione" espressa nella se sta proposizione fondamentale del Tractatus, la quale dice: La forma generale del la funzione di verit : . Questa la forma generale della proposizione. Omettiamo i passi tecnici per cui si arriva a questa formula. Sottolineiamo invece che Wittg enstein ritiene in questo modo di aver assolto al compito formulato dal logicism o di Frege e di Russell di una traduzione in termini formali del linguaggio. Il dicibile e l'indicibile Indicando le condizioni logiche che consentono di costruire un linguaggio formal mente corretto, Wittgenstein traccia una linea di demarcazione netta tra ci di cu i si pu parlare e ci di cui, invece, si deve tacere; ovvero, tra il ristretto ambi to (le scienze) di ci che esprimibile in modo chiaro ed esaustivo e la vastit di q uanto invece (l'ineffabile) si sottrae alla possibilit di un linguaggio rigoroso. Il linguaggio dotato di senso espressione dei fatti e coincide con il linguaggi o delle scienze naturali. Non fanno parte, viceversa, della scienza gli enunciat i che non sono trascrivibili in proposizioni, ossia in espressioni linguistiche dotate di senso. Ora, le proposizioni della scienza sono contingenti (mostrano c io di essere compatibili con certi fatti del mondo e non con altri); le proposizi oni della logica sono invece puramente analitiche: esse sono compatibili con tut ti i fatti, ossia sono sempre vere (le "tautologie") o sempre false (le "contrad dizioni"), senza bisogno di alcun confronto con la realt. Nelle tautologie e nell e contraddizioni viene esclusa a priori la possibilit, i rispettivamente, della f alsificazione e della verificazione. Le proposizioni della logica non descrivono dunque fatti. Esse non dicono nulla sul mondo (non raffigurano alcun particolar e stato di cose), ma valgono per tutti i possibili stati di cose. Per questo han no una funzione speciale rispetto alle altre proposizioni: mostrando le propriet formali del linguaggio, esse rappresentano l'armatura del mondo. La filosofia come chiarificazione del linguaggio Individuando le condizioni di sensatezza del linguaggio, l'analisi logica vieta come privi di senso (ossia n veri n falsi) tutti gli enunciati linguistici contene nti simboli che mancano di determinazione semantica, per esempio le "pseudo-prop osizioni" della metafisica, dell'etica, dell'estetica e in generale tutti gli as serti che non sono immagine di alcun fatto. Ne deriva che gran parte dei problem i tradizionali della filosofia si fondano solo su un cattivo uso del linguaggio. L'autentico compito della filosofia deve piuttosto essere quello di smascherare l'insensatezza della metafisica, i cui enunciati, apparentemente corretti, non hanno in realt alcuna funzione descrittiva. La filosofia non n una scienza, n una d ottrina produttiva di conoscenze. Non c' un dominio di oggetti specifico della fi losofia, n ci sono "verit filosofiche" nel senso in cui ci sono verit fisiche. La f ilosofia non d immagini della realt. Il suo campo il linguaggio: essa un'attivit di chiarificazione logica del pensiero e del linguaggio. Il compito della filosofi a si situa "prima" della scienza, nel punto in cui i pensieri sono ancora "torbi di e indistinti"; e anche prima del linguaggio, se con questo termine si intende il linguaggio logicamente chiaro e distinto. Essa , in ispecie, critica del ling uaggio comune, in quanto tende a ricondurre quest'ultimo al linguaggio formale d elle scienze. Inscrivendosi in una tradizione illustre, che dalla maieutica socr atica giunge al dubbio cartesiano e al metodo kantiano, Wittgenstein circoscrive cos la funzione della filosofia come insieme di "istruzioni" ai fini della costr uzione di un linguaggio adeguato a parlare del mondo. Il problema dei valori e l'Ineffabile Alla fine del Tractatus, Wittgenstein scrive: Noi sentiamo che, persino nell'ipot esi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. In una lettera aggiunge: Il mio lavoro consiste di due parti: di quello che ho scritto, e inoltre di tutto quel lo che non ho scritto. E proprio questa seconda parte quella importante. E avvert

e: Il senso del libro un senso etico. Si annuncia in questo modo ci che il filosofo austriaco definisce con il termine Mistico. Esso l'"ineffabile", ci che trascende i limiti del pensiero e del linguaggio, in quanto nessuna proposizione pu esprimere il senso del mondo. I "problemi vitali" a cui allude Wittgenstein sono innanzitutto i problemi moral i, religiosi ed estetici, concernenti dunque i "valori". Tali problemi non solo non si fondano sulla conoscenza, ma non sono neppure formulabili, perch il lingua ggio dotato di senso si riferisce solo a fatti, mentre i valori non sono fatti. Essi si collocano all'esterno delle possibilit del pensiero. Una volta chiariti d efinitivamente i problemi logici e scientifici, noi "sentiamo" attraverso una so rta di "sentimento mistico" che i nostri problemi vitali rimangono ancora non to ccati e che essi appartengono al dominio dell'inesprimibile. Si comprende allora l'ultima proposizione dell'opera: Su ci, di cui non si pu parlare, si deve tacere. Lungi dall'essere un semplicistico invito ad attenersi alla realt dei fatti, essa vale come un principio che rende l'uomo consapevole dei suoi limiti. Il dovere di tacere su ci che trascende le possibilit della logica e del linguaggio non escl ude e non nega ci che si tace. Il silenzio non significa che ci su cui si tace non esiste, ma che si inadatti a parlarne. Dopo il Tractatus, ritenendo di aver ris olto nell'essenziale i problemi filosofici, ma anche di aver mostrato quanto poco sia fatto dall'essere questi problemi risolti, Wittgenstein interrompe la sua at tivit di ricerca, dedicandosi all'insegnamento nelle scuole elementari. Dal Tractatus alle Ricerche I limiti del Tractatus e la nuova concezione del linguaggio Nel Tractatus Wittgenstein scrive: La verit dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile e reversibile. Io ritengo, dunque, d'avere definitivamente risolto n ell'essenziale i problemi. E, in una lettera a Keynes del 1924, aggiunge: Tutto qu ello che avevo da dire l'ho detto e con ci la sorgente si inaridita. Gli anni tras corsi nel silenzio maturano tuttavia nel filosofo austriaco nuove riflessioni, c he risentono sia dell'esperienza pedagogica compiuta nel frattempo (in particola re della consuetudine con il linguaggio dei bambini), sia dell'influsso della ma tematica intuizionistica di Brouwer e della filosofia di Moore. Gli appunti di q uesto periodo apparsi postumi, nel 1964, con il titolo di Osservazioni filosofic he rivelano posizioni che sono gi lontane dalla sua opera giovanile. Wittgenstein ora del parere che la teoria logica del Tractatus renda conto di un a parte assai ridotta del linguaggio effettivo. Anche il linguaggio non scientif ico pu essere sensato; la filosofia, di conseguenza, deve occuparsi dei linguaggi ordinari, non formalizzati (quello morale, quello estetico, quello religioso), trascurati in precedenza. Al progetto di una definizione di un linguaggio scientificamente ideale, logicam ente perfetto, subentra cos l'interesse per l'analisi degli usi concreti del ling uaggio stesso. Questa "autocritica" porta Wittgenstein, negli anni in cui risied e a Cambridge, a riflettere su quelli che chiama i "gravi errori" del ,Tractatus e a elaborare un insieme di note e riflessioni che verranno poi raccolte nelle Ricerche filosofiche, la sua seconda fondamentale opera. Il rifiuto dell'atomismo logico Nelle Ricerche, Wittgenstein abbandona il punto di vista dell' "atomismo logico" : le proposizioni dotate di senso non vengono pi intese come funzioni di verit di proposizioni elementari; queste ultime non sono pi analizzate in quanto nessi di nomi che "stanno per" oggetti semplici. Il senso di una proposizione non consist e solo nella sua possibilit di raffigurare uno stato di cose, ma nelle circostanz e caratteristiche del suo uso. Il linguaggio, cos come effettivamente usato, non la raccolta delle proposizioni elementari logicamente ordinate, bens un insieme d i espressioni che svolgono funzioni diverse (quella descrittiva, ma per esempio anche quella valutativa) nell'ambito di pratiche e regole discorsive differenti. Dunque, il significato di una parola il suo uso nel linguaggio: comprendere una parola vuol dire sapere come essa usata all'interno di determinate situazioni l inguistiche. Il linguaggio non ha pi soltanto una funzione denotativa. Le regole che lo istituiscono nascono invece in relazione a un insieme di circostanze e di bisogni che Wittgenstein chiama forme di vita.

La pluralit del linguaggio e delle sue funzioni Non c' un'essenza del linguaggio n, quindi, pu esserci una sua teoria sistematica. Con il termine "linguaggio", piuttosto, designamo una variet di pratiche che, pur assomigliandosi, non hanno una natura comune. Il linguaggio dunque plurale. Poi ch tutte le nostre pratiche intellettuali sono intrecciate con l'uso del linguagg io, esse sono assimilabili a giochi linguistici. L'idea di Wittgenstein quella d i un'irriducibile pluralit di criteri, di regole, di finalit che agiscono nel ling uaggio: di qui la negazione dell'idea di una ragione unica e comune. Non c' un co ncetto universale e univoco di gioco linguistico, ma una rete di somiglianze di famiglia che collega un gioco all'altro. Il metodo corretto dell'analisi linguis tica deve, per questo, procedere analizzando i diversi contesti significativi in cui le parole trovano posto, seguendo i concetti nelle sue ramificazioni gramma ticali, nelle sue ambiguit, nelle parentele tra i differenti usi. Il concetto di g ioco linguistico connesso con quello di regola. Secondo Wittgenstein non si pu segui re una regola da soli: essa deve essere controllata e il controllo deve essere p ubblico. L'applicazione corretta di una regola dipende dunque dai comportamenti e dal consenso di una comunit linguistica. Dalla concezione del Tractatus per cui il linguaggio il mio linguaggio (ossia una rappresentazione del mondo), Wittgen stein perviene cos all'idea per cui esso quindi il nostro linguaggio, ossia uno s trumento della vita di una comunit. Giochi linguistici e forme di vita Se il linguaggio , come ritiene Wittgenstein, l'insieme di tutti i possibili gioc hi linguistici, il significato di una parola definito dalla sua grammatica, ossi a dalle regole che, all'interno del gioco, ne determinano l'uso. Una parola o un a proposizione si caricano di significati diversi in relazione ai diversi giochi , ai diversi contesti linguistici in cui vengono di volta in volta adoperate. Es sendo i significati differenti da gioco a gioco, non si pu pi parlare del linguagg io come di ci che definito dalle proposizioni elementari e dalle loro funzioni di verit (come faceva il Tractatus). Si dir invece che un linguaggio istituito da de terminate regole: regole diverse istituiscono linguaggi diversi, conferendo sens o, in un gioco, a espressioni che, in un gioco diverso, non ne hanno o ne hanno uno differente. Il linguaggio non serve solo a raffigurare il mondo come totalit di fatti, ma anche a domandare, pregare, comandare, recitare ecc. All'interno di questa gamma infinita di possibilit, che danno luogo ad altrettanti giochi lingu istici, l'ostensione, ossia la descrizione degli stati di cose, non tutto il linguag gio, ma solo una delle possibilit, cio uno degli infiniti giochi possibili. La teo ria raffigurativa del linguaggio propria del Tractatus e ripresa, attraverso il principio di verificazione, dall' empirismo logico sosteneva che le parole compi ono un solo ufficio: denominare le cose. Al contrario, ora per Wittgenstein il l inguaggio svolge le funzioni pi varie, non riducibili alla pura denominazione di o ggetti. I tipi di proposizione e i differenti tipi d'impiego delle parole sono in numerevoli. E questa molteplicit non qualcosa di fisso: nuovi giochi linguistici si affermano, altri invecchiano e vengono dimenticati. Il parlare un linguaggio fa dunque parte di un'attivit. Il concetto di gioco linguistico rimanda direttame nte a quello caratteristico del cosiddetto "secondo Wittgenstein" di forma di vi ta: poich il "gioco" si fonda su regole semantiche e sintattiche che sono stabili te e condivise da una comunit umana, esso fa parte di una forma di vita, ossia co llegato a una determinata situazione pragmatica, vive e si trasforma in un conte sto di istituzioni e di comportamenti umani. Con la teoria dei giochi linguistici, Wittgenstein apre la via a quell'important e tendenza conosciuta come filosofia analitica, e si pone, a fianco di Martin He idegger, come uno dei protagonisti della cosiddetta "svolta linguistica" che car atterizza una buona parte della filosofia del Novecento. La filosofia come terapia delle malattie del linguaggio Sarebbe errato contrapporre in modo assoluto il Tractatus e le Ricerche. Nonosta nte le profonde differenze che corrono tra i due testi, Wittgenstein non muta il suo fondamentale interesse linguistico n, nella sostanza, la sua concezione dell a filosofia: essa continua a essere intesa non come una dottrina o una scienza, ma come attivit di chiarificazione del linguaggio, volta a prevenire i fraintendi menti che nascono nell'ambito dei suoi usi. Con un'importante differenza, tuttav

ia: ora l'opera di chiarificazione non ha pi lo scopo di portare alla luce la str uttura formale delle proposizioni e di fabbricare, su questa base, un linguaggio ideale, ma tende a mostrare il modo in cui parole ed enunciati trovano applicaz ione entro le regole stabilite dai giochi linguistici. La filosofia non descrive il linguaggio, bens i suoi usi concreti. Non si tratta, quindi, di spiegare le c ose, di coglierne l'essenza. Ci che pu fare il filosofo descrivere il disordine dei giochi linguistici, liberan doli, cos, dai fraintendimenti. La filosofia una guida al funzionamento dei lingu aggi. Essa viene paragonata a una tecnica medica, a una terapia delle malattie d el linguaggio (Il filosofo tratta una questione come una malattia). Permane la cla usola antimetafisica: i problemi della metafisica nascono quando il linguaggio fa vacanza e si risolvono dissolvendoli: Noi scrive Wittgenstein riportiamo le parol e, dal loro impiego metafisico, indietro al loro impiego quotidiano. E ci in quant o il linguaggio fa parte della nostra storia naturale, come il camminare, il mang iare, il bere, il giocare.