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Origami di Elisabetta Vernier

ORIGAMI

di
Elisabetta Vernier

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Origami di Elisabetta Vernier

La notte in cui Nakamura ritornò nella Periferia sembrava


che il cielo avesse deciso di vomitare bile sulla City, per digerire
la feccia che ne infestava le strade come un morbo.
Il suo velivolo privato si posò come una sgraziata farfalla ci-
bernetica sul tetto del Queen Margaret Hotel, dove lo attende-
vano i responsabili della agenzia privata a cui Nakamura aveva
deciso di affidare la sua vita per tre giorni.
Per un milione di nuovi yen al giorno la STL, Surveillance
Team Leader, nota nel giro come la Steel, gli aveva garantito
sicurezza assoluta e totale libertà di movimento, nonché la scru-
polosa discrezione dei suoi agenti, i famosi Steel Angels. La te-
sta di Nakamura era un trofeo prezioso nella Periferia e il vec-
chio boss della Yakuza lo sapeva bene: la notizia del suo ritor-
no dall'Asia dopo vent'anni di esilio volontario doveva già avere
fatto più volte il giro della City. Sotto la pioggia battente, Na-
kamura percorse rapidamente il breve tratto scoperto che sepa-
rava la pista dall'ascensore dell'hotel, ansioso di conoscere
l'uomo che sarebbe stato il suo angelo custode.

Nel buio un led rosso iniziò a lampeggiare, accompagnato da


un sordo e fastidioso ronzio elettronico. Rafe aprì gli occhi e
mise a fuoco le cifre a cristalli liquidi rossi che scandivano le
ore sulla sua parete.
- Oddio, sono le tre e mezzo...- disse, assonnato.
Fu subito in piedi e dopo un secondo attivò il videoterminale
sul suo comodino. Lo schermo si accese.
- Rafe, il Capo ti vuole a rapporto entro mezz'ora. Codice
rosso.
La segretaria della Steel scomparve, sostituita dal logo del-
l'agenzia, "We are the best". In due minuti Rafe si lavò di dosso

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i resti della notte agitata sotto una doccia bollente poi, con gli
occhi ancora irritati dal cloro si rivestì e uscì dal cubicolo che
chiamava casa.
Sullo specchio filato dell'ascensore, uniformemente ricoperto
di graffiti metropolitani, Rafe passò in rassegna la sua immagine
per pochi istanti: lineamenti regolari, carnagione chiara, capelli
biondo scuro un po' lunghi sulle spalle e sul viso un'ombra di
barba di due giorni.
Nessuno, vedendolo, avrebbe pensato di trovarsi davanti al
migliore degli Steel Angels, l'agente numero zero.
Era proprio quello che Rafe voleva.

- Sei una bellezza...- mormorò Maggie mentre rimontava la


sua Smith & Wesson, la sua compagna di lavoro, fedele e mici-
diale. Maggie e la sua pistola erano la coppia più pagata della
Periferia e questo rendeva il Kranio, il loro padrone, ricco e fe-
lice.
Il Maze, il locale di proprietà del Kranio, era poco frequenta-
to quel giorno e nessuno badava a lei ma non per questo Mag-
gie era rilassata. Era un killer e viveva come una molla peren-
nemente compressa, sempre all'erta, sempre pronta a scattare.
Per questo quando Cane le mise una mano su una spalla, il
bavoso luogotenente del Kranio rischiò molto seriamente di
perdere l'uso del braccio che aveva incautamente allungato su di
lei.
- Ahi! Rilassati, ok? - disse Cane, - Quasi mi staccavi il brac-
cio!
- Ricordati Cane…- sibilò Maggie nel suo orecchi cascante.
- Non devi toccarmi mai, hai capito?
Uno sguardo bastò a sciogliere ogni resistenza in Cane che
biascicò:

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- Scusa...
- Beh, che cosa vuoi? Sei venuto qui solo per prenderle?
Un sogghigno malizioso fiorì sulle labbra sottili della ragaz-
za.
- No, certo... Il Kranio ti vuole vedere subito. Sembra che
abbia un nuovo lavoro per te.
Cane avrebbe fatto qualunque cosa per ingraziarsi quel felino
selvatico ma Maggie lo trattava sempre come un idiota.
- Ti accompagno?- le chiese, supplichevole.
- Naah! Appesti l'aria con quella tua puzza da letamaio.
Sparisci!
Rinfoderò la pistola e si diresse verso la stanza privata del
Kranio, nelle profondità del Maze. Cane rimase immobile con le
orecchie basse; solo la coda biosintetica che si era fatto impian-
tare di recente si insinuò tra i suoi polpacci magri come un ser-
pente in bianco e nero.

Il Kranio, afflosciato sulla sua sedia anti-G, osservava pen-


sieroso i tetti in HDPE delle costruzioni prospicienti il Maze: la
nebbia si era diradata e cadeva una pioggerella sottile, con un
pH leggermente più alto di cinque a causa delle favorevoli
condizioni di vento di quei giorni.
Nakamura...
Il Kranio poteva sentire il suo sangue ribollire di rabbia al
suono di quel nome che non aveva mai potuto dimenticare. Na-
kamura: era stato lui a ridurlo in quello stato, immobile e flacci-
do su una sedia anti-G, paralizzato dalla vita in giù e con la te-
sta chiusa da una calotta in titanio.
Quella notte di vent'anni prima aveva stravolto la sua vita e il
Kranio ne ricordava ogni attimo, ogni mossa, ogni parola. Ri-
cordava persino la sensazione che aveva provato quando il cavo

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monomolecolare nella mano di un ninja mandato a ucciderlo da


Nakamura gli aveva scoperchiato la sommità della testa; un cen-
timetro più in basso e sarebbe morto di sicuro ma lui si ricorda-
va solo quella curiosa sensazione di freddo al cervello.
Gli uomini di Nakamura lo avevano lasciato per morto sul
pavimento del suo vecchio locale, lo Smoke, con il cervello a
nudo e la spina dorsale spezzata poco al disopra del bacino.
Solo il desiderio di vendetta gli aveva permesso di sopravvi-
vere a quelle ferite, di vivere per vent'anni come un handicappa-
to: immobile, sessualmente impotente, pieno di rabbia e di vele-
no. Ma ora il Kranio era di nuovo forte, aveva molti uomini e
molto denaro e il giorno in cui Nakamura avrebbe pagato ogni
singolo centesimo di quello che gli aveva fatto passare era fi-
nalmente arrivato.
E il Kranio non si sarebbe limitato a menomarlo: la sua teca
di trofei al Maze si sarebbe riempita di variopinti pezzetti ana-
tomici dell'uomo, dai suoi globi oculari ai suoi testicoli, per ri-
cordare a tutti che il Kranio aveva una memoria molto lunga da
cui era meglio tenersi alla larga.

Quando il Kranio notò Maggie che attendeva pazientemente


la sua attenzione, discese dal suo posto di osservazione volteg-
giando e posò la sua enorme mole sull'opaco pavimento fibro-
rinforzato ad hoc. La sua voce sintetica, prodotta da un laringo-
fono, rimbombò nella stanza semivuota.
- Mag, bambina mia...- disse, con la luce del possesso negli
occhi. - Ho un lavoretto per te, sai? Sarai felice di tornare a la-
vorare, dopo il tuo ultimo impianto...
- Chi devo ammazzare questa volta?- domandò lei.
Il Kranio le rispose con un sorriso feroce.
- Nakamura è tornato nella Periferia.

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Il suo angelo custode aspettava Nakamura sull'attenti, in-


guainato in una tuta di pelle nera, immobile come una statua vi-
vente. Appena il boss entrò nel suo campo visivo, il giovane si
inchinò profondamente dicendo:
- Nakamura-san! Agente Steel numero zero ai suoi ordini,
signore.
All'interno della sua stanza blindata al Queen Margaret Ho-
tel, Nakamura iniziò, per la prima volta da quando era giunto
nella Periferia, a sentirsi finalmente al sicuro.
Si fermò davanti all'agente e lo guardò fisso negli occhi: il
giovane sostenne lo sguardo, senza battere le ciglia neppure una
volta.
È un samurai, pensò Nakamura, un fottuto samurai gai-jin.
Quegli occhi color dell'acciaio che lo fissavano erano assolu-
tamente impenetrabili e questo a Nakamura non piacque: amava
leggere la lealtà e la devozione negli occhi dei suoi sottoposti
ma non vi era traccia di ciò in quest'uomo.
C'era solo una temibile forza e una grande intelligenza.
Terminata la sua valutazione, il vecchio estrasse da una tasca
un chip di memoria e lo porse all'agente.
- Questi sono i suoi ordini per domani. Usi il mio terminale
portatile, prego. Non tollererò errori di alcun genere da parte
sua, sono stato chiaro?
Il giovane prese il chip e rispose, impassibile:
- Chiarissimo, signore.
Nakamura lasciò con un sospiro la stanza principale della
suite e si ritirò il camera da letto: era rassicurante potersi per-
mettere il meglio sul mercato ma il vecchio si addormentò con il
pensiero di quegli strani occhi gai-jin che non lo voleva abban-

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donare e che riempiva il suo cuore di uno strano senso di in-


quietudine.

La suite numero sette del Queen Margaret Hotel era di un'o-


pulenza vergognosa. Rafe vegliava disgustato il sonno di Na-
kamura-san, osservando il sistema di monitoraggio della stanza
che gli comunicava, minuto dopo minuto, la temperatura e l'u-
midità dell'ambiente circostante, il battito cardiaco del vecchio,
lo status degli ascensori e delle linee telefoniche ed elettriche.
Dalla consolle il giovane aveva un quadro completo della situa-
zione attorno a sé e la sua mente era libera di vagare.
Rafe detestava il vecchio boss ma era stato costretto ad ac-
cettare quell'incarico: il giapponese pagava profumatamente e
quei tre milioni di nuovi yen di premio gli servivano davvero.
Dall'ultimo controllo medico a cui si era sottoposto, era risulta-
to infatti che il suo nervo acustico aveva iniziato a subire danni
permanenti, a causa delle capsule endocutanee di tetrasinthinsu-
lina che era costretto a utilizzare per vivere.
Nessuno sapeva della sua malattia genetica, una malattia che
ormai veniva diagnosticata e curata a livello prenatale con la
massima efficienza. Quando era nato lui però, trent'anni prima,
la sua famiglia non si era potuta permettere una analisi prenatale
e Rafe si era trovato diabetico in un mondo dove questa malat-
tia non esisteva quasi più. Si procurava la tetrasinthinsulina da
un trafficante di droga che lo credeva un eccentrico in cerca di
sensazioni nuove, ma il prodotto era scarso e di cattiva qualità e
Rafe si trovava sempre più spesso sull'or-lo di una crisi ipergli-
cemica. Ora che il suo udito aveva cominciato a risentirne, met-
tendo a repentaglio il suo lavoro, Rafe aveva deciso di abban-
donare il suo status di 100% biologico, accettando l'idea di farsi
impiantare un pancreas artificiale a Softown. Costo dell'opera-

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zione: quattro milioni di nuovi yen, l'equivalente di dieci anni.


del suo stipendio in Agenzia

- Mag, stammi a sentire. - disse Albert Littlewall, il tecnico


informatico personale del Kranio.
- Cosa c'è?- gli chiese Maggie. - Muoviti perché ho molto da
fare: devo prepararmi per la missione.
- Non lavorerai da sola, questa volta...
- COSA!?- esclamò Maggie, infuriata. - E con chi dovrei la-
vorare, sentiamo?
- Il Kranio ha contattato il suo miglior virtual-surfer, l'Ebreo.
Resterai collegata a lui per via audio e video per tutta l'opera-
zione. Lui ti permetterà di aggirare tutti i sistemi di protezione
che circondano Nakamura, seguendoti dalla Virtual-Rete.
Littlewall cercò di essere conciliante per placare l'ira della
ragazza.
- Io lavoro sempre da sola! Cosa pretende da me il Kranio?
- Posso solo dirti che questo tipo è davvero in gamba nel suo
lavoro, il migliore...
- Puah!- rispose Maggie, disgustata.- Sarà il solito surfer
smidollato sempre nascosto dietro la sua consolle...
- Senti, io non ci posso fare niente. Quel che ti dovevo dare
te l'ho dato: prenditi anche il microfono tracheale e la microau-
ricolare - disse Littlewall, spazientito, e le mise in mano una
scatola di plastica nera.
- Poi se hai qualcosa da dire, vai a parlare col Kranio, ok?
Starnutì e si soffiò rumorosamente il naso, quindi si girò e
riprese a lavorare al suo videoproiettore.
- Scusami, ma ora ho da fare... Ciao, e chiudi quando esci.
Maggie si ritrovò in un secondo fuori dalla porta, furibonda,
con la sua scatola in mano e tanta voglia di uccidere qualcuno.

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- Io non lavoro in squadra! - gridò Maggie, esasperata dal-


l'atteggiamento del Kranio. L'uomo pareva non ascoltarla, mol-
lemente adagiato sulla sua poltrona fluttuante.
- Tu fai quello che dico io, e basta. - Il tono secco del Kranio
non ammetteva repliche.
- Ma Kranio... - cercò di replicare Maggie, ma la mano del
Kranio calò pesantemente sulla sua faccia, sbattendola sul pa-
vimento. La ragazza si tirò in ginocchio per guardare in faccia il
suo padrone; un filo di sangue le colava dal naso, macchiandole
i denti e le labbra di rosso.
- L'Ebreo ti aspetta nella stanza della consolle, sul retro del
Maze.
La calotta cranica catturò un riflesso di luce che negli occhi
umidi di Maggie si scompose nei sedici milioni di colori di un
arcobaleno sintetico. Avrebbe voluto piangere ma i suoi occhi
modificati non glielo permisero e Maggie si diresse, pesta e si-
lenziosa, nella stanza dove la attendeva il suo odiato socio.

Assorto nei suoi pensieri, Joel, detto l'Ebreo, si prendeva cu-


ra della sua adorata consolle per la Virtual-Rete, una macchina
dell'ultima generazione Sony-Mitzu offertagli dal Kranio come
ricompensa per l'ultimo lavoro andato a buon fine. Ultimamente
usciva dalla sua tana al Maze solo quando era strettamente ne-
cessario; per questo la vista di Maggie sulla porta gli tolse il fia-
to come un pugno allo stomaco.
- Tu sei l'Ebreo, vero? - disse la ragazza, nella penombra.
- Joel. - la corresse lui, secco. Detestava quel soprannome,
anche se sapeva che tutti lo chiamavano così alle sue spalle.

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- Maggie. - disse lei, lapidaria.


- Ti stavo aspettando. Vieni dentro...
- Senti, Ebreo, mettiamo subito le cose in chiaro...
La ragazza fece qualche passo all'interno della stanza semi-
buia, cercando di intravedere il suo interlocutore.
- Non voglio neppure fare finta che lavorare con te mi piac-
cia. - continuò, - Io non lavoro in squadra, ma questa volta ho
dovuto fare un'eccezione, perché me l'ha chiesto il Kranio...
Joel la fissò, muto. Lei proseguì , avvicinandosi piano.
- Facciamo quello che dobbiamo fare, chiudiamo questa fac-
cenda in modo rapido e pulito e poi ciascuno per la sua strada:
tu alla tua consolle e io alla mia Smith & Wesson, va bene?
La voce della ragazza era carica di rancore represso.
- Va bene - le rispose. - Proviamo il collegamento. Che inter-
faccia usi? Una OS166M?
Maggie fece una smorfia mentre si sedeva davanti alla
consolle .
- No. Una OS332M DoubleSpeed, appena impiantata. - ri-
spose, sdegnata.
Joel si sedette al suo posto, entrando nel cono di luce
proiettato dal faretto che illuminava la superficie del suo
computer.
- Inserisci l'auricolare e il microfono - le disse, muovendo
rapidamente le mani sulla tastiera.
Maggie, fingendo di adattare il suo impianto visivo alle mu-
tate condizioni luminose, si soffermò con il suo occhio biologi-
co sul volto del giovane che le sedeva affianco: la visione infra-
rossa non era molto utile da quel punto di vista.
L'Ebreo aveva un viso da persona perbene.
Aveva i capelli scuri e gli occhi ancora più scuri; forse il na-
so, dritto e sottile, era un tantino troppo lungo ma l'effetto glo-
bale non era per niente sgradevole. Vicino alla bocca, sul lato
sinistro del viso, il giovane aveva una piccola cicatrice bianca
che Maggie trovò molto sexy.

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Va bene, è carino, pensò tra sé, ma non ci voglio lavorare


lo stesso...
Joel le porse il connettore e la invitò a collegarsi alla
consolle.
Mentre lei si inseriva nel cranio il lungo spinotto d'acciaio
con gesti lenti ed esperti, Joel si strinse la fascia di neurotra-
smettitori sulla fronte, quindi disse:
- Pronta?
- Pronta. - gli fece eco Maggie dopo qualche secondo.
Joel spense la luce e accese la consolle, proiettando in un at-
timo le loro coscienze sulla griglia di energia informe e lumino-
sa della Virtual-Rete.

Andava tutto troppo bene.


Rafe osservava il suo cliente mentre il vecchio giapponese
discuteva animatamente con un corpulento uomo di colore co-
perto di catene d'oro. Seduti attorno a quel tavolo c'erano tutti i
pezzi da novanta della Periferia: il giro d'affari di quella sera a-
vrebbe fatto impallidire la borsa di New York e di New Tokyo
messe assieme. L'attenzione di Rafe fu catturata da un improv-
viso rumore pulsante captato dal sistema di monitoraggio ester-
no, solo leggermente udibile come una sorda vibrazione dalla
sua posizione nel seminterrato dell'albergo. Isolò il suono e lo
passò all'analizzatore di banda che, confrontatolo con la sua
banca dati rispose: camion equipaggiato con pneumatici anti-
proiettile a 1.2 chilometri di distanza.
Non era niente di importante.
Rafe si permise di distendersi per qualche secondo contro lo
schienale della sua poltroncina di osservazione. Aveva riveduto
il programma di incontri di Nakamura ormai infinite volte ed
era sicuro che il sistema difensivo da lui approntato non presen-

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tasse alcuna falla. Quel che era strano però era che non fosse
successo nulla di insolito, assolutamente nulla in tre giorni. Era
come se Dio, o chi per lui, avesse deciso che la missione di Na-
kamura dovesse andare liscia come l'olio.
Quella sera stessa, dopo l'ultimo appuntamento in program-
ma, Nakamura sarebbe partito per la costa orientale, per con-
cludere altri affari con le Corporazioni locali e Rafe avrebbe a-
vuto i suoi tre milioni di nuovi yen.
Il tutto era maledettamente strano.

Nakamura sapeva di avere un angelo custode ma senz'altro


non poteva sapere di averne due e che il secondo vigilava sulle
sue mosse con finalità tutt'altro che benevole.
Joel aveva passato, per la prima volta dopo quasi un anno,
tre giorni interi attaccato alla sua consolle e a una unità di so-
stentamento biologico; sdraiato nel suo bozzolo di fibra di vetro
pareva una larva di qualche insetto mutante a cui al posto delle
antenne fossero spuntati dei cavi di collegamento neurale.
A intervalli regolari percepiva la presenza di Maggie che si
collegava alla consolle per ricevere i suoi aggiornamenti e per
prepararsi alla sua parte nel piano. La loro coordinazione era
migliorata in modo incredibile dal loro primo collegamento, so-
prattutto da quando Maggie aveva accantonato la sua testarda
ostilità e si era decisa a collaborare in modo serio; ora la ragaz-
za si era abituata a muovere la testa in modo che le immagini
captate dal suo occhio Zeiss-Ikon fossero pulite e comprensibili
per Joel che le riceveva direttamente nella sua mente attraverso
un vecchio satellite spia cinese di cui era riuscito a rubare i co-
dici di trasmissione e ricezione.
Il satellite stazionava sulla Periferia fornendo una ottima ri-
soluzione audio e video su tutta l'area abitata e su parte delle

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Wastelands che circondavano la City; in quel modo Joel era si-


curo che non avrebbe mai perso l'indispensabile contatto con la
sua controparte a terra. La loro prima missione congiunta era
andata bene ma era costata molta fatica a entrambi: mentre Jo-
el, inseritosi nella rete del Queen Margaret Hotel attraverso un
vecchio numero di telefono non più utilizzato, inviava false let-
ture biologiche e ambientali alla consolle di monitoraggio in do-
tazione all'Angel, un apparecchio che Littlewall aveva già ab-
bondantemente vivisezionato a loro uso e consumo, Maggie si
era introdotta nella stanza di Nakamura e gli aveva inserito,
mentre il vecchio dormiva ignaro, un localizzatore satellitare
ipodermico miniaturizzato che avrebbe permesso loro di rin-
tracciarlo dovunque nel raggio d'azione del satellite cinese.
Era stata dura convincere la ragazza a non farlo fuori in quel
momento ma il Kranio era stato molto chiaro in materia: Na-
kamura doveva morire in modo doloroso, doveva soffrire, do-
veva implorare pietà. Doveva pagare…
Alla fine Maggie aveva capito e aveva obbedito; così , men-
tre Joel forzava i codici di protezione della griglia dei sensori,
delle porte e delle condotte di ventilazione, lei aveva portato a
termine il suo primo incarico in team.
Ora Nakamura era un puntino di luce rossa su una mappa
virtuale della Periferia e Joel lo osservava in silenzio, cercando
il momento migliore per scatenargli contro la sua micidiale col-
lega.

Mentre nei bunker sotterranei del Queen Margaret Hotel si


svolgeva il summit decennale della malavita organizzata della
Costa Occidentale, un elicottero leggero nero come la notte si
era avvicinato alla tozza costruzione in cemento a vista e u-
n'ombra nera ne era uscita, scivolando silenziosa lungo una fune

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invisibile e scomparendo tra le ombre più grandi dei velivoli


parcheggiati sul tetto dell'albergo.
Non era stato possibile eliminarne il rumore ma Joel era riu-
scito a ingannare l'analizzatore di suoni dell'Angel fornendogli
un falso input per coprire l'arrivo di Maggie: la cosa più simile
che aveva trovato nella banca dati dell'apparecchio era stata il
rumore di pneumatici antiproiettile e l'Angel ci era cascato in
pieno.
Ora veniva la parte più difficile del piano.
- Maggie, sei al punto zero? - chiese alla ragazza.
- Si, certo che ci sono...- rispose Maggie, apparentemente
bisbigliando a se stessa nel buio del tetto. - Il velivolo di Naka-
mura dovrebbe essere il terzo.
Inserì la modalità IR nel suo occhio Zeiss-Ikon e lesse:
NKM-001.
- Confermi? - chiese all'Ebreo, che vedeva quel che vedeva
lei.
- Confermo. È quello giusto. Procedi.
La voce di Joel era ferma nelle sue orecchie e Maggie si ac-
corse che essa aveva su di lei un effetto rassicurante. Se prima
durante le azioni parlava tra sé e sé, ora parlava automatica-
mente rivolgendosi all'Ebreo, come se lui fosse davvero lì af-
fianco a lei.
- Ho trovato la serratura. È una Digit40 Retinax...
- Perfetto! Conosciamo il codice. - le rispose Joel. - Inserisci
il collegamento neurale...
Maggie snodò il bandana che le fermava i capelli bruni e in-
serì prima un capo del cavo neurale nel suo cervello, poi l'altro
capo, con delicatezza infinita, nel jack diagnostico della serratu-
ra. Non successe niente.
Joel aveva disinserito il sistema d'allarme principale del veli-
volo attraverso il cordone ombelicale che lo univa alla piatta-

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forma d'atterraggio, ma non potevano essere sicuri che fosse


l'unico sino a che lei non si fosse collegata sul posto.
Era l'unico.
- Il collegamento è stabilito. Quando vuoi...- disse Maggie e
si preparò al contraccolpo neurale in arrivo assieme al pro-
gramma scassinatore dalla consolle di Joel.
- Ora! - disse Joel, e riversò il programma verso il satellite.
La botta fu peggiore del solito ma la porta si ritirò obbediente e
Maggie entrò, ancora confusa per lo shock, nel velivolo che sa-
rebbe stato la tomba di Nakamura.

Il velivolo NKM-001 volava silenzioso e invisibile, nero con-


tro il cielo nero. Rafe allontanò per un istante gli occhi dal pan-
nello di controllo per osservare Nakamura, che russava rumo-
rosamente su uno dei sedili imbottiti del salottino posteriore.
- Guarda come dorme, il porco! - commentò a mezza voce
mentre faceva una leggera correzione di rotta verso la loro ul-
tima destinazione.
Aveva appena reinserito il pilota automatico quando sentì
un rumore alle sue spalle, un leggero spostamento d'aria. Im-
maginò che fosse Nakamura che andava a liberare la sua vescica
incontinente ma mentre si voltava sentì qualcosa di freddo
poggiarglisi sul collo, poi un dolore atroce gli oscurò la vista,
facendo urlare ogni cellula del suo corpo.
Frusta neurale, pensò e svenne.

Mentre il velivolo proseguiva grazie al pilota automatico che


lo guidava verso la sua misteriosa destinazione, Maggie legò tra

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loro con un sottile cavo in kevlar i polsi e le caviglie dell'Angel


svenuto, poi si avvicinò al vecchio boss con passo felpato.
Durante l'azione fulminea che aveva messo l'Angel fuori gio-
co, Nakamura aveva continuato a russare beato; se fossero pre-
cipitati probabilmente sarebbe morto senza neppure accorger-
sene, ma Maggie era lì apposta perché questo non accadesse.
Così lo svegliò sferrandogli un potente calcio circolare sulla
bocca, che lo sbalzò fuori dalla poltroncina facendogli schizzare
via i denti sulla moquette bianca. Il vecchi cercò di risollevarsi,
sorpreso e intontito da quell'attacco imprevisto, ma Maggie si
avventò su di lui, ficcandogli la canna della S&W nella bocca
slabbrata e sanguinante.
- Ciao, Nakamura! Sono il tuo regalo da parte del Kranio...
- Non conosco nessun Cranio. - biascicò il vecchio.
- Ma lui ti conosce molto bene, non preoccuparti...- sibilò
Maggie, conficcandogli gli elettrodi della frusta neurale tra i te-
sticoli, a massima potenza. L'uomo si divincolò urlando, con la
bava alla bocca, per qualche secondo, poi si accasciò sul sedile
come un sacco di immondizia semivuoto. Maggie ritirò la S&W
con la canna lucida lorda di bava sanguinolenta.
- Che schifo! - disse, e la ripulì sulla giacca bianca del vec-
chio giapponese: con lui avrebbe finito più tardi, poi sarebbe
toccato all'Angel. In quel momento la cosa più importante era
tirare giù quell'affare dal cielo e lei non era affatto sicura di es-
sere in grado di farlo.
- Ebreo! Ci sei? - chiese, mentre prendeva posto sul sedile
del pilota e guardava smarrita il pannello di controllo incrostato
di led, cursori, monitor e display a cristalli liquidi.
- No, sono andato a fare merenda...- rispose sarcastico Joel.
Aveva aspettato quella chiamata per un'ora e adesso quella
sfacciata gli chiedeva se c'era. Certo che c'era!

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- Fai meno lo spiritoso e spiegami come fare atterrare questo


coso! - disse lei, leggermente alterata; detestava di essere nelle
mani di un altra persona, di doversi fidare.
- Lascia fare a me, ok? Lo guiderò io da qui. - disse l'Ebreo,
cercando di rassicurarla. -Vedi una presa con scritto deck?
Maggie la individuò con gli occhi e Joel disse:
- Eccola, è quella. Attiva il collegamento neurale e al resto
penserò io; tu rilassati e guarda...
Maggie si connesse al velivolo e si rilassò sulla poltroncina,
pronta ad assorbire il contraccolpo del flusso di dati, che giunse
puntuale a schiaffeggiarla.
- Oh, merda! - esclamò Joel. - C'è un blocco sui comandi e
non riesco a eliminare il pilota automatico. Sto per lanciare un
CodeCracker...
Maggie percepì i megabyte del programma che fluivano at-
traverso il suo cervello; qualche secondo più tardi vide che la
spia AUTOPILOT si spegneva e, mentre il velivolo proseguiva
nel suo volo livellato a bassa quota, attese fiduciosa che l'Ebreo
li facesse atterrare.
Ma a un tratto l'ala destra si abbassò bruscamente e comin-
ciarono a perdere quota.
- Ebreo, che cazzo fai? - gridò, terrorizzata, ma la sua auri-
colare restò muta.
- Joel, mi senti? - gridò alla cabina vuota attorno a lei, men-
tre il panico si impadroniva della sua mente.
Joel era sparito e le Wastelands le venivano incontro a velo-
cità vertiginosa.

L'Ebreo si accorse che aveva perduto il contatto con Maggie


solo quando la sua visione a distanza si spense, lasciandolo cie-
co nel suo bozzolo di vetro; era così assorto nella guida del ve-

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livolo che non si era accorto che questo stava per uscire dal
raggio d'azione del satellite che lo collegava alla ragazza.
- Maggie?! Che accidenti succede? - gridò nel microfono, ma
in risposta ottenne solo una scarica di statica: della ragazza non
vi era più alcuna traccia.
L'Ebreo si strappo dalla testa la fascia dei neurotrasmettitori
e uscì dall'unità di sostentamento, disperato. Maggie era sola
con Nakamura e l'Angel, alla guida di un velivolo che non era in
grado di pilotare, là fuori da qualche parte nelle Wastelands.
Il solo pensiero lo fece stare male. E l'idea di doverlo dire al
Kranio lo fece stare ancora peggio.

Maggie aprì gli occhi e vide attorno a sé i resti del velivolo


di Nakamura, che bruciavano lentamente nella notte; aveva la
bocca piena di sabbia e sangue e la gamba sinistra le doleva da
morire. Non ricordava bene quel che era accaduto prima di pre-
cipitare ma in quel momento la cosa non le interessava.
Voleva essere sicura che Nakamura e il suo angelo custode
fossero morti nell'impatto, così si fece forza per sollevarsi dal
terra, ma come iniziò a muoversi udì uno scatto metallico e si
trovò la S&W puntata alla faccia.
- Merda! - esclamò Maggie.
L'angelo custode era ancora vivo e, con la sua arma in ma-
no, la guardava imperturbabile attraverso un mirino laser.
- Ce l'hai fatta, sai? Nakamura-san è morto. - disse.
- Balle! Senti, Angel, non prendermi per il culo...
- Lo vuoi vedere? - continuò il giovane. - È là, sotto la turbi-
na destra, schiacciato come uno scarafaggio!-
Parlava con disprezzo dell'uomo che avrebbe dovuto pro-
teggere a costo della vita e Maggie se ne accorse.
- Non sembra che la cosa ti dispiaccia... - osservò.

18
Origami di Elisabetta Vernier

- Era un pezzo di merda - ammise Rafe. - Ero pagato per di-


fenderlo non per baciargli il culo!
L'Angel spense il mirino e mise via la pistola. Maggie si ri-
lassò un po' e riuscì a mettersi a sedere con la schiena appog-
giata a un pezzo di fusoliera; la gamba le faceva un male boia e
ogni movimento le strappava un gemito.
- Sei ferita? - le chiese l'Angel, con aria preoccupata.
- Credo di avere una gamba rotta... - ammise Maggie contro
voglia; era in una posizione di debolezza e l'idea che quella fac-
cia d'angelo potesse fare di lei quel che voleva la innervosiva
davvero. Appena vide l'uomo allontanarsi cercò di alzarsi ma
ricadde con un grido; Rafe tornò dopo qualche minuto con una
sbarra di duralluminio lunga come il suo braccio e alcune cin-
ghie strappate dai sedili fracassati.
- Ora ti sistemo la gamba... - disse e fece per toccargliela.
Maggie cercò di tirarsi indietro ma non riuscì a muoversi;
non le rimase che protestare. - Lasciami stare! Non mi serve il
tuo aiuto! - disse, ma Rafe continuò come se niente fosse. Le
afferrò la gamba e la raddrizzò con uno strattone, quindi la
bloccò con la sbarra e le cinghie. Maggie gridò una volta sola,
poi svenne.
L'Angel la sistemò con cura su un sedile bruciacchiato, la
coprì con alcune coperte salvate dal rogo poi accese un fuoco
con quello che riuscì a racimolare e si sedette alla luce della
fiamma, a osservare la sua prigioniera nella notte silenziosa del
deserto radioattivo. Abbandonata su quel sedile nero pareva
una bambina, il bel viso macchiato di sangue e fumo; aveva un
neo vicino al sopracciglio sinistro e una pelle bianchissima. L'a-
vrebbe consegnata alla Polizia Urbana; aveva perso Nakamura
ma almeno la cattura della sua assassina gli avrebbe permesso di
salvare la faccia in Agenzia e di riscuotere una parte di quel de-
naro che gli serviva per continuare a vivere e a lavorare.

19
Origami di Elisabetta Vernier

Joel detestava restare con le mani in mano.


Aveva forzato la banca dati del Servizio Aeronautico per
procurarsi il tracciato radar del velivolo di Nakamura e tutto
quello che aveva ottenuto era una linea di puntini verdi che si
spegneva appena superati i confini della City. Le Wastelands
non erano coperte neppure dai radar militari e certo non si po-
teva andare a setacciarle sul terreno in cerca di tre persone in
un'area di cento chilometri quadrati. Bisognava aspettare che
Maggie trovasse un modo di mettersi in contatto con lui, se era
ancora viva... Joel decise che non sopportava quel se e cercò di
cancellarlo dalla sua mente.
Maggie era viva, doveva esserlo!
Lavoravano troppo bene insieme per perderla alla prima mis-
sione, e poi il Kranio ci sarebbe rimasto molto male.
- Oh, Maggie... - mormorò l'Ebreo. - Maledizione, dove sei?

Marciavano ormai da molte ore sotto il sole cocente delle


Wastelands ma la City era come un miraggio, persa nell'aria
bollente che ne distorceva il profilo irregolare. La gamba di
Maggie andava sempre peggio e Rafe si era offerto più volte di
caricarsela sulle spalle ma lei aveva sempre rifiutato, dicendo
che non ne aveva bisogno. I due procedevano in una tregua non
dichiarata poiché in quella fornace era molto difficile scappare,
soprattutto con una gamba fratturata.
Sebbene il suo impianto di collegamento audiovisivo avesse
smesso di funzionare da tempo, Maggie si accorgeva di parlare
ancora come se l'Ebreo fosse lì ad ascoltarla; avrebbe dato
qualsiasi cosa per risentire la sua voce nell'auricolare ma questa
taceva ostinatamente.

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Origami di Elisabetta Vernier

- Hey, Angel! - disse la ragazza, con voce roca. - Io mi fer-


mo.
In quello stesso istante la sua gamba fratturata cedette e
Maggie si accasciò al suolo, con il viso nella sabbia, senza più
muoversi. Rafe si gettò su di lei e la sollevò delicatamente, gi-
randola sulla schiena per farla respirare; Maggie starnutì vigo-
rosamente e aprì gli occhi..
- Cristo! - la aggredì Rafe. - Perché non mi hai detto che
stavi crollando?
- L'ho fatto... - rispose lei, guardandosi la gamba rotta; la
frattura si era scomposta e le ossa rotte formavano strani bozzi
sotto la sua pelle incrostata di sangue.
- Bel casino, eh? - aggiunse sarcastica.
- Bel casino davvero... - le rispose Rafe, depresso.
Con la gamba ridotta in quel modo non avrebbero potuto
proseguire, a meno che lei non si fosse decisa a farsi trasporta-
re; i soccorsi potevano metterci molto tempo, un tempo che
Rafe non aveva affatto. Gli restava l'ultima dose di tetrasinthin-
sulina, che gli avrebbe permesso di tirare avanti sino a quella
notte, poi il coma lo avrebbe ghermito firmando la condanna a
morte per entrambi.
- Mangiamo qualcosa, ti va? - chiese alla ragazza.
- Non ho fame... -
- Se vogliamo proseguire devi mangiare! - insistette Rafe.
- Io non ho intenzione di proseguire. Gli uomini del Kranio
mi staranno già cercando e arriveranno qui al più tardi domani.
Era falso e Maggie lo sapeva bene.
- Non posso aspettare sino a domani!
- Beh, vattene! Chi ti trattiene?
- Non tornerò senza il mio ostaggio! Niente ostaggio, niente
soldi e a me i soldi servono...
- Soldi? È per questo che lo fai? - domandò Maggie, stupita.
- Certo. Tu perché uccidi, scusa?

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Origami di Elisabetta Vernier

- Perché mi piace farlo, e poi per far piacere al Kranio. Mi


sembrano motivi migliori dei tuoi!
- Dipende dai punti di vista. - tagliò corto Rafe e si avvicinò
per farle bere qualche sorso della poca acqua che gli era rima-
sta.
Maggie bevve senza fare storie e rimase in silenzio per qual-
che minuto, lasciando che l'acqua ridesse vita al suo corpo feri-
to. La sua mente rimuginava un'idea: i soldi.
- Senti, Angel... - disse al giovane, che si volse a guardarla.
- Mi chiamo Rafe. - la corresse lui, senza animosità.
- Rafe... Quanto ti pagano per questa missione?
- Perché ti interessa? - chiese, sospettoso.
- Mi interessa. - tagliò corto lei. - Allora, quanto?
- Tre milioni per Nakamura vivo ma ora da te ne ricaverò al
massimo due, se saranno generosi...
Maggie si accorse di avere avuto una buona intuizione: l'An-
gel era pagato una miseria e aveva bisogno di soldi. Forse pote-
va proporgli uno scambio vantaggioso per entrambi.
- Dimmi, secondo te quanto vale l'impero di Nakamura?
- In che senso? - domandò Rafe, senza capire.
- Nel senso di tutte le informazioni su tutte le sue attività le-
gali e illegali... - spiegò Maggie, osservando il volto del giova-
ne.
- Scherzi? Non meno di cinquanta milioni, perché?
In risposta Maggie si snodò il bandana, trafficò brevemente
dietro un orecchio quindi gli porse sulla tela lisa un minuscolo
chip cilindrico con tanti piedini metallici.
- Che cazzo fai? - le gridò in faccia Rafe, puntandogli contro
la S&W per la prima volta da quando avevano lasciato il velivo-
lo distrutto.
- E sta' calmo! - inveì Maggie, - Non vedi che è solo un
chip?
- Mettilo via... Detesto questa robaccia cibernetica!

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Origami di Elisabetta Vernier

- Ah davvero? - lo derise lei. - Peccato, perché qui dentro ci


sono cinquanta milioni cibernetici: tutto quello che avresti volu-
to sapere sulla buonanima di Nakamura e che non hai mai osato
chiedere!
- Mi prendi per un deficiente? - sbottò Rafe. - Magari là den-
tro ci sono le ricette della Zia Pina... Come faccio a sapere che
non mi stai fregando?-
- Sto dicendo la verità... - disse Maggie, ma si accorse di non
avere nessun modo di provare all'Angel che quello che diceva
fosse vero; ci voleva una consolle, ma quella più vicina stava
nel retro del Maze.
- So che non mi credi ma ti voglio fare una proposta. Ho
dentro di me un impianto di ricetrasmissone satellitare con cui
gli uomini del Kranio possono rintracciarmi ovunque, ma quan-
do siamo caduti dobbiamo essere usciti dal raggio d'azione del
satellite. Se riesci a portarmi all'interno della zona coperta i miei
colleghi saranno qui in poche ore con una consolle Sony-Mitzu.
Così tu potrai controllarti il tuo chip e levarti dalle palle e io me
ne tornerò dal Kranio con loro e buonanotte. Ci stai?
- Sì ... Allora mi hai preso davvero per cretino! - ribatté Ra-
fe. - Senti questa: arrivano i tuoi compari, mi rompono le ossa e
mi mollano qui nelle Wastelands a tirare le cuoia. Davvero un
bel quadretto, non trovi?
- Non accadrà! Per noi uomini del Kranio la parola data è sa-
cra. Il chip per la mia vita: questa è la mia offerta.
Rafe si accorse di non avere altra scelta: doveva accettare
l'offerta di Maggie. Se non l'avesse fatto sarebbe morto di sicu-
ro per una crisi iperglicemica in meno di dodici ore; una morte
certa contro una possibile, ma se invece Maggie diceva la verità,
avrebbe avuto cinquanta milioni di nuovi yen e una nuova vita.
- Accetto. - disse e, senza aggiungere altro, sollevò la ragaz-
za di peso, se la caricò sulla schiena e incominciò a camminare
verso la City.

23
Origami di Elisabetta Vernier

Quando il videoterminale collegato al satellite si accese, mo-


strando un puntino rosso sul bordo della griglia di monitorag-
gio, Joel fece un balzo così improvviso che rischiò di cadere
dalla sedia sulla quale aveva trascorso le ultime dodici ore. Fuo-
ri dal Maze il sole tramontava lentamente, nascosto tra le nubi
cariche di pioggia che avevano invaso il cielo della City prove-
nendo dall'oceano. L'Ebreo si allacciò con movimenti febbrili la
fascia di collegamento intorno alla fronte, accese la consolle e
ripristinò il collegamento audiovisivo con Maggie.
- Ma che diavolo... - esclamò, quando si accorse che il se-
gnale video era assente, ma poi sentì il respiro leggero sul ca-
nale audio e si calmò. Forse Maggie dormiva...
- Maggie, mi senti? Sono io, Joel... - disse, sussurrando nel
microfono. Un istante più tardi il video si accese e la voce di
Maggie risuonò nelle sue orecchie, stanca ma felice.
- Oh, grazie al cielo! Joel... - disse, poi aggiunse, parlando
con una terza persona di cui l'Ebreo poteva vedere solo la nuca:
- Ci hanno localizzato, ora ci possiamo fermare...
- Finalmente... - rispose una voce tenorile, impastata dalla fa-
tica. Non era Nakamura quindi poteva essere solo l'Angel.
- Maggie, l'Angel è vivo? - le chiese Joel.
- Sì , è vivo ma non è più un problema. - disse lei. - Il vec-
chio bastardo è morto e ho qui qualche suo ricordino per il
Kranio. Quando ci venite a prendere?
- Se restate dove siete, - rispose Joel, - saremo da voi in u-
n'ora al massimo.
- Perfetto! - esclamò Maggie, - E portate con voi una
consolle per la Virtual-Rete...
- Una consolle? - domandò Joel, perplesso. - Cosa ve ne fate
in mezzo alle Wastelands?

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Origami di Elisabetta Vernier

- Fai come ti dico, Ebreo! - lo zittì Maggie.


- Non chiamarmi Ebreo, hai capito? - sbottò Joel ma la ra-
gazza aveva già escluso il contatto audiovisivo. L'Ebreo non
riuscì ad arrabbiarsi per quell'insolenza: non era importante.
L'importante era averla trovata, e che fosse viva.

L'Angel si era accasciato al suolo vicino a lei ma non aveva


affatto un bell'aspetto: era pallido e sudato e respirava rumoro-
samente. Maggie inizialmente lo lasciò in pace, pensando che
avesse solo bisogno di un po' di riposo, ma poi vedendo che
non si riprendeva allungò una mano verso di lui e provò a scuo-
terlo.
- Rafe! - disse, preoccupata. - Rafe, che hai?
Il giovane non rispose e non si mosse.
- Hey, stupido Angel, rispondimi! Che cavolo hai, sei mala-
to?
Silenzio. Maggie si trascinò sul sedere sino a lui e puntellan-
dosi su un braccio lo rigirò in una posizione supina: il volto del
giovane si rilassò un poco e il respiro divenne meno faticoso.
Pareva che l'Angel fosse entrato in coma ma l'unica idea che
le venne in proposito fu che il giovane fosse stato punto da uno
scorpione del deserto. Così , sempre strisciando, gli scoprì pri-
ma le gambe poi le braccia ma non trovò il segno di punture.
Una cosa strana però la trovò: sotto la pelle dell'avambraccio
sinistro, così bianca da essere trasparente, si intravedeva una
piccola capsula endocutanea.
- Vediamo un po' che roba è questa... - disse Maggie tra sé e
con delicati movimenti estrasse il corpo estraneo dal braccio
dell'uomo; sull'etichetta della capsula vuota vi era stampato un
nome: tetrasinthinsulina.
- E che cazzo sarebbe? - esclamò la ragazza, esasperata.

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Origami di Elisabetta Vernier

Non aveva mai sentito un nome del genere; poteva essere


una medicina, una droga, o chissà cos'altro.
- Joel! - disse a voce alta, riattivando il contatto audiovisivo
con l'Ebreo. Era passato poco tempo e forse l'Ebreo era ancora
nella Periferia. - Joel, accidenti, vuoi rispondere? - ripeté, irrita-
ta dal silenzio radio ingiustificato.
- Cosa vuoi? - rispose dopo un po' l'Ebreo, con degnazione.
- Senti, per caso sai cosa cazzo è la te-tra-sinth-insulina?
- Mai sentita. Deve essere qualche nuova droga sintetica.
Vuoi che guardi?
- Sì , grazie... Guarda e sbrigati: l'Angel sta male.
- Mi spieghi cosa te ne frega di quello stronzo?
- Non rompere! Cerca e basta. - tagliò corto Maggie.
Aveva un debito con il giovane Angel, gli aveva dato la sua
parola e intendeva mantenerla; non lo avrebbe lasciato morire
come un cane in mezzo al deserto dopo che lui le aveva salvato
la vita, trasportandola sulla schiena per miglia.
- Maggie? - giunse la voce dell'Ebreo, - L'ho trovata: è una
specie di medicina per una malattia genetica molto rara, il dia-
bete. Sembra che il tuo amico sia malato, eh? - ridacchiò Joel.
- Smettila di ridere come un cretino e procurati una capsula
di quella roba. - lo zittì Maggie. - Se vieni senza la capsula ti
ammazzo! - aggiunse e chiuse il collegamento.
Era un bluff. Non avrebbe mai potuto uccidere Joel, le pia-
ceva troppo, ma questo lui non lo sapeva e una piccola minac-
cia non gli avrebbe fatto poi così male.

Il fuoristrada con a bordo Cane e l'Ebreo si fermò in una nu-


vola di polvere e Maggie zoppicò sino al portello posteriore.

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Origami di Elisabetta Vernier

- Dammi la capsula, svelto! - disse, strappando il contenitore


sterile dalle mani di Joel, poi ritornò al piccolo fuoco da campo
che aveva acceso con fatica per riscaldare Rafe.
L'Angel giaceva immobile sotto la giacca mimetica di Mag-
gie e aveva un aspetto davvero orribile. La ragazza gli inserì
delicatamente la medicina sotto la pelle del braccio inerte, mas-
saggiandolo per favorirne la diffusione, quindi si sedette sulla
sabbia, attendendo un qualunque segnale di ripresa.
Nel mentre Joel era sceso dalla macchina e scherzava con
Cane che, con i piedi fuori dal finestrino, fumava una sigaretta
di hashish al posto di guida; i suoi enormi canini brillavano nella
debole luce della cabina.
- Oh, che carina l'infermierina! - le gridò Joel, deridendola.
- Hey, Maggie! È stato bello fare sesso con un angelo? - rin-
carò la dose Cane, insensibile come sempre. Dal piccolo campo
giunse la risposta di Maggie, vetriolo puro.
- Vaffanculo, Cane! Hai il cervello a senso unico!
I commenti cessarono subito e Maggie tornò a concentrarsi
sul suo paziente che in quei minuti aveva cominciato a migliora-
re. La ragazza cercò di svegliarlo.
- Hey, Rafe! - disse, scuotendogli un braccio.
Dal veicolo provenne un coretto di derisione di voci in fal-
setto: - Hey Rafe! Hai sentito, lo chiama anche per nome...
Maggie non vi badò perché l'Angel aveva aperto gli occhi.
- Ciao… - le disse poi aggiunse, come stupito: - Sono vivo...
- Certo che sei vivo! - gli sussurrò Maggie. - Ho fatto porta-
re la tua medicina... - poi tacque, incapace di proseguire.
Gli occhi dell'Angel erano incredibilmente belli, di un azzur-
ro così chiaro che nella luce del fuoco assumevano tonalità am-
brate. Maggie inghiottì a vuoto.
- Grazie... - le disse Rafe. - Hai mantenuto la tua parola.

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Origami di Elisabetta Vernier

- Ho fatto portare anche la consolle... - disse lei e fece per


alzarsi per portargliela ma Rafe la trattenne, stringendole l'a-
vambraccio con una mano.
- Non serve, so che hai detto la verità, altrimenti non mi a-
vresti salvato la vita...
Maggie gli abbottonò distrattamente il penultimo bottone
della camicia poi gli mise in mano la capsula vuota di tetrasin-
thinsulina, che adesso conteneva il chip da cinquanta milioni di
nuovi yen e gli disse:
- Questo conclude il nostro patto. Ti lasceremo all'Holy Tri-
nity Hospital...- poi aggiunse - Rafe, ci rivedremo?
- Certamente... - rispose Rafe e si accasciò stremato, strin-
gendo in mano la sua nuova vita.

Quella sera il Maze era pieno come un uovo ma Maggie se-


deva da sola in uno dei piccoli séparé, avvolta dall'aria greve e
fumosa del locale. La gamba ingessata le doleva un po' ma la
ragazza era rilassata, come non lo era stata più da molto tempo.
Il Kranio, soddisfatto dall'esito della sua ultima azione, le
aveva concesso una settimana di vacanza e le aveva persino
promesso un impianto nuovo. Maggie lo aveva osservato men-
tre, gongolante, disponeva i suoi nuovi trofei nella teca del Ma-
ze: quella collezione di barattoli pieni di formalina era per lui
come un monumento al suo successo, e ora gli occhi e i testicoli
di Nakamura facevano bella mostra di sé assieme a tutti gli altri
trofei di guerra del Kranio.
La ragazza fu strappata alle sue riflessioni dal rumore dei
passi di qualcuno che si avvicinava al suo tavolino; pensando
che si trattasse del solito Cane che veniva a infastidirla, Maggie
fece per alzarsi e andare via.
Ma non era Cane.

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Origami di Elisabetta Vernier

- Aspetta, Maggie! - le disse l'Ebreo, facendole cenno di res-


tare.
- Ah, sei tu... - sospirò Maggie e si rimise comoda sulla pan-
ca, distendendo la gamba fratturata. Non vedeva l'Ebreo da or-
mai una settimana, la settimana che aveva trascorso all'ospedale
per farsi sistemare la gamba dopo la disavventura nelle Waste-
lands, e aveva cominciato a chiedersi che fine avesse fatto. A-
veva sentito la mancanza della sua voce nelle orecchie per tutto
quel tempo e ora quasi non lo riconosceva.
Joel infatti si era ripulito: si era rasato e al posto della solita
T-shirt bordeaux e dei blue jeans stinti indossava un ridicolo a-
bito da pinguino, con tanto di cravatta. Era davvero carino ma
Maggie non poté fare a meno di sfotterlo un po'.
- Allentati quel nodo che sennò ti strozzi! - gli disse.
Joel arrossì sino alla radice dei capelli e si allentò il nodo
della cravatta con un gesto goffo.
- Hai da fare stasera? - le chiese, giocherellando nervosa-
mente con l'anello che portava all'anulare destro.
- Perché? - chiese lei, perfettamente consapevole di metterlo
ancor più a disagio di quanto già non fosse.
- Niente, era solo per sapere... - tagliò corto Joel, punto nel
suo orgoglio maschile, ma poi aggiunse: - Beh, stasera c'è il
primo concerto virtuale alla Cyber Music Hall e pensavo di col-
legarmi per dare un'occhiata, ma suppongo che a te non interes-
si, vero? Voi killer non sapete apprezzare la musica classica...
- Cosa vorresti dire? - incominciò a inalberarsi Maggie, -
Credi che noi killer siamo tutti dei poveri ignoranti? Ma ti sei
guardato allo specchio, sottospecie di topo della Rete col cer-
vello di pastafrolla...
- Guarda che, in caso ti fosse sfuggito, io sono il miglior vir-
tual-surfer della City... - la interruppe Joel, piccato.
Maggie aprì la bocca per controbattere con una delle sue ri-
sposte al vetriolo ma poi la richiuse, accorgendosi di quanto

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Origami di Elisabetta Vernier

fosse grottesca quella situazione: non aveva nessuna voglia di


litigare quella sera, meno che mai con Joel.
Voleva sentirsi viva e voleva un uomo vicino a lei. Anzi,
ammise a sé stessa, voleva proprio quell'uomo in particolare...
- Posti in prima fila, stasera? - chiese con un sorriso
pacificatore e fece cenno a Joel di sedersi affianco a lei.

© Elisabetta Vernier (eliver@tin.it ) – 1997/2002

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