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ARCHIVIO DI STATO BIBLIOTECA PALATINA CONSERVATORIO DI MUSICA ”A. BOITO” PARMA ”... MONTEVERDI al quale ognuno deve cedere...” Parma, 1993 rriate sioni ,vuol poco nto é ‘altro anno na di rnon o alli ‘over ola a o sta zalle tuna 1 hor 2nzia arte nen- Padi effusi limites MARCO BOLZANI Angelo Grillo fu abate del monastero di S. Benedetto in Polirone (oggi S. Benedetto Po, venti chilometri a sud di Mantova) negli anni 1608-1611. NelP’arco dei suoi numerosi trasferimenti all interno della congregazione cassinese, vi aveva fatto tappa una prima volta dal 1574 al 1579, da poco indossato labito benedettino e proprio qui agli inizi della sua attivita poetica, quindi dal 1585 al 1586. L’ambiente che vi aveva trovato fin dal? inizio era quello di un grande monastero (dalle molte fabbriche e una ”popolazione” di circa 120 monaci, ”*compresi i commessi e i novizi”'), ricco di presenze e occasioni adatte alla sua for- mazione intellettuale, tanto che poté dar vita ad ”una sorta di espan- sione monastica non ufficiale dell’Accademia mantovana degli Inva- ghiti””. In particolare, per cid che riguarda la musica, é nota la presenza a Polirone, sempre in quell ultimo scorcio di Cinquecento, dei compo- sitori Mauro da Palermo (autore di ”cantiones sacrae” e di ”sacrae can- tiones”) e Benedetto Luchino (celebre autore della ”Chronica della vera origine et attioni dellIll.ma e fam.ma Contessa Matilda [...]”, nonché di molta musica ”valide pulchra, et venusta”’. Quando nel 1608 vi tornd nell’ impegnativo ruolo di abate — ruolo che rivestiva per la prima volta e a malincuore, data la propria natura, versata all’«otio let- terato», e la grandezza stessa de] monastero — la sua reazione fu di rim- pianto per il passato e di stanchezza e rassegnazione per lo stato pre- sente e futuro: “Io qui me n’andero seguitando il cominciato carico di questo vasto Monastero, e di questa Archi Badia, poiché cosi vuol Pobedienza; et nella mia bella Praglia saré talhora co’ desideri, et co’ sospiri. Qui non sospirerd di esser ritornato horamai vecchio; sospirerd bene esserci stato altre volte giovane, non avendoci cavato quel frutto, ch’io poteva da si bella fertilita di studi, et da si felice pugna di virtuosi congressi. Qui veggio la tomba, perché qui veggio la morte. Sotto tanto peso et di anni, et di cure, posso ben dire, che’l Superiore di S. Bene- detto di Mantova, si puo chiamar pil tosto General di una Religione, che Abbate di una Badia; tanti sono i luoghi di dependenza, et i membri di governo, che ha in diverse parti”. In pit si aggiunse Panno dopo VPinondazione del Po. I] Grillo non era nuovo a questo genere di calamita, tanto da dedurne gli estremi di un preciso destino (imperfetto): "Ma che meraviglia? Nacqui in Acqua- tio. Havessi almeno participato dal Pesce per assicurarmi della vita: ae andando mai tanto per terra, che wom possa dir, ch’io non vada re per acqua”’. A parte le piogG@ (€ *fango a pancia di Cavallo”) che nelle lettere puntualmente ricorda per piacere di p@wle in lista olito mio privilegio”), gli era capitato nel 1606 lo straripamento del Tevere: "Roma é inferma. Sa V.S. perché? Perché il Tevere é sano, et é fuor di letto. [...] Di Roma, o pit tosto dal Tevere li 23 di Gennaio”. Ugualmente tre anni dopo si trova a datare "di S. Benedetto, o pit tosto dal Po allagato li 22 di Novembre 1609”". Ma altrove Posserva- zione si fa concitata e, pur nei margini del topos, drammatica: ”Oltre lo strepito poi delle acque qui intorno erat ploratus et ululatus multos, non solo de’ monaci afflitti, ed affaticati dal portar pesi ad alto tutta la notte, et confusi; ma di case che si sentivano rovinare (che rappresen- tavano l orrore del terremoto) di creature che s’affogavano nelle acque: di persone che rampandosi su per gli arbori chiamavano misericordia et aiuto, di genti che per fuggire il corso dell’acque si ritiravano sui tetti, e co’ medesimi tetti pure cadevano nell’acque; et d’altri che per salvarsi dalla rovina delle proprie case, fuggivano con poco fagotello verso gli argini del fiume, et alcuni con la sola cam love ritiratisi in un piccol sentiero, vedendosi circondati dalPacque et temendo di restar morti di fame et di freddo, se non per troppo bere, empivano il cielo di strida et di querele [...] Ne’ oggidi passa ora che io non intenda nuovi danni, nuove rovine, e nuove perdite; et affacciandomi a veder Pacqua, non vedo altro che botte di vino, buoi vacche, animali, polami, letti casse et mille utensili de’ poveri et de nostri parimente, che sono portati git dal fiume. In casa poi le foresterie sono diventate stalle de’ cavalli, le camere del fuoco albergo de’ porcelli, e d’asini, e tutto rap- presenta un’arca di Noé, ma confusa, piena di fetore, di strepito et di disordine, anzi un chaos indistinto, et pieno di malinconia”.’ Labate Angelo Grillo scrive ancora: ”non so far altro, che dolermi delle disavventure di questo Monastero isolato intorno dall’acque del Po, che malamente ha rotto vicino a noi, et allagato per pid di cin- quanta miglia di campag@fa, et affogato le fatiche de’ buoi, le semenze dell anno, le case de’ poveri, i beni de’ ricchi; et noi fatti mesti del mal nostro, et delPaltrui, facciamo lagrimevoli essequie su l’ondosa sepol- tura alle nostre speranze presenti, et al raccolto dell’anno futuro”* Come Pietosi Affetti detta allora epigrafi in versi da pubblicare in tanti specifici luoghi del monastero, tutti toccati dall’onda del Po, per "far piangere le mura della nobil casa di S. Benedetto”.’ Questi i luoghi: aa ni el ze jal D- > 8 er a Nel portone dove entrano le Carrozze. Nel medesimo luogo. Alaltare della Madonna Santissima, ch’é alla Porta. Nel medesimo luogo. NelVingresso dello Spedale. Nel chiostro dello Spedale ad una picciola statua della Madonna santissima. Nel chiostro della foresteria de’ Secolari. Nel medesimo. Nel chiostro medesimo. Nellingresso. del secondo Chiostro. Sopra la porta del Chiostro della Specieria. Nel Cimiterio de’ Commessi. Nel horticino della Speciaria. Sopra la porta della foresteria de’ Padri verso l’horto. Alla foresteria de’ Secolari incontro alla Camera ducale. Sopra la porta che va alla Camera delle hostie. Nell’andito vicino al refettorio al refettorio cha va a S. Simeone. Nel dormitorio de’ Commessi. Nel medesimo soggetto. Al fenestrone dell’'Andito sopra la Cantina della fabrica nuova. All'ultima Camera del detto andito. Nell’andito per andar a S. Simeone sopra la porta. Nell’iniesso luogo, dove é la conserva delle pome. Sopra la porta del dormitorio de’ Commessi, che va verso la loggia. Sopra la porta della loggia. All'ultimo fenestrone della loggia verso il Reffettorio. Nell’alira parte. Nell’andito intesso per andar a S. Simeone. Sopra la porta della loggia da basso. Al Giardino di S. Simeone sotio il portico. Per contra. Alla fabbrica dell’horto grande. Alla Corte di S. Biasio. Nella Corte medesima. Alla Madonna di Val Verde nel Chiostro. Alla Madonna sudetta entrando nel Chiostro sopra la porta. Nel reffettorio. Nella Sala del gioco della Pala. NelVistessa Sala. Alla Corie della Moia. Nella medesima Corte. = 39 Nella Corte della Vedova, dove sono le Mandre. Nella Corte della Gaidella, la quale é su la riva di Secchia. Nella medesima. Nella Capeletta. Nella Scala di sopra. Nel Camerone. Sopra la Porta. Alla Gaidella Nella Camera. Nella Corte nova. Nella Corte medesima. Nella Corte di Zotole su la riva di Secchia. Nella corte di Bugno Martino." Ma non solo a scopo di memoriale dell’ onta sofferta, si anche ”perché havendo gli abitanti davanti a gli occhi le passate calamita si ricordino di ovviare alle future co’l presidio di pid fervida oratione, et di pit dili- gente opera nelle riparazioni, et provisioni contra si possente nemico”." Uno scopo persuasivo per cui se la lingua impiegata negli spazi vis- suti dai soli monaci é quasi sempre quella latina, é sempre italiana quella delle iscrizioni destinate alle corti monastiche fuori le mura. La concreta intenzione comunicativa pero andra presto disattesa, proprio perché, come ricorda Grillo stesso, quelle *memorie della famosa rotta” furono ”commesse all’infedelta delle pubbliche mura: che é tanto come a dire Vhaverle esposte all ingiuria de gli huomini, et del tempo, come scritte sopra fragile, et caduca calcina, e come lasciate libera preda allo scorno, e Poltraggio di chi si sia: fallace deposito, et pericolosa condizione delle opere d’ingegno, et di mano, non so se donate, o abandonate, o prostituite ne’ luoghi pubblici”."” Ma come rimangono i testi, affidati dall’autore alla pit sicura stampa, cosi in essi rimane il segno delloriginaria intenzione comunicativa, appunto: dal?intonazione allocutoria attorno ai ”tu che leggi” all’uso costante della prosopopea, con cui si personifica il luogo (i tanti luoghi sopra elencati) 0 si da voce a chi naturalmente lo abita (in un caso, Maria Vergine). La personificazione (che quand’é possibile nasce dall inter- pretatio del toponimo) risultava — qui dobbiamo usare l’imperfetto — piu efficace quando, oltre a mostrare se stesso, il luogo poteva mostrare concretamente al passante la linea indicante il livello rag- giunto dalle acque: perché ordino iu dili- ssente azi vis- taliana ura. La roprio come in essi punto: stante sopra Mari oteva O rag- Alla corte di S. Biagio Se le lagrime mie Brami veder, come le voci meste Odi con gli occhi in queste Note dolenti, et scure Aspra memoria de le mie sventure, Per pieta volgi o viatore i lumi Al vicin Re de fiumi, Ch’ivi vedrai, vedendo l’empio, e rio, La cagion del mio pianto, e’l pianto mio. Dall’altra parte Valtezza dell’acqua Qui giunse il Po, qui mira Se di lui poco fu lo sdegno, et Vira. Adi 25 Novembre 1609. Alla corte della Moia La Moia. Se spettacol non fui, Pur fui qui spettatrice Misera, et infelice De le miserie altrui: Che da questa men bassa mia pendice In varie morti errar vidi la morte, Per le campagne absorte, E’l Po rivolto in Ocean vorace Inghiottirsi rapace L’agresti case, et sormontar sublime Di piante annose ancor Veccelse cime: Onde MOIA saré vie pitt che mai, Serbando gli Occhi molli a tanti guai. Su Ia linea. L’aqua del focarin s’alz6 tant’alto Dal crudo Po nel furibondo assalto. 1609. Adi 24 Novembre. Nellingresso dello Spedale Aquae multae non potuerunt extinguere Charitatem, Quia in Mari via tua, et semitae tuae in aquis multis. Padi effusi limites. MDCIX. VII. kal. Decemb. Adveniente luce." &C. ae NOTE 1) Secondo quanto raccontano, nel 1580, due visitatori veronesi: cfr. Paolo Piva, San Benedetto a Polirone. L’abbazia, la storia, Mantova 1991, p. 52. 2) Elio Durante, Anna Martellotti, Don Angelo Grillo 0.8.B. alias Livio Celiano poe- ta per musica del secolo decimosesto, Firenze, S.PE.S., 1989, p. 86. 3) Cfr. Marco Bolzani, Note sulla musica a Polirone, in ”1 secoli di Polirone”, Museo Civico Polironiano, S. Benedetto Po 1981, pp. 536-539. 4) Elio Durante, Anna Martellotti, op. cit., p. 235. 5) Ibidem, p. 81. © Ibidem, tispettivamente: passim, quindi p. 218 e p. 240. 7) Lettera parzialmente riportata in Rosolino Bellodi, /! Monastero di S. Benedetto in Polirone nella storia e nell‘arte, Mantova 1905, p. 110. 8) Elio Durante, Anna Martellotti, op. cit., p. 240. 9) Delle lettere del Reverendissimo Padre Abbate Don Angelo Grillo Volume Secondo, raccolte [...] dal Sig. Pietro Petracci, Venezia, Deuchino, 1612, pp. 188-189. 10) Jbidem, pp. 188-200. 11) Ibidem, p. 189. 12) Ibidem. 13) Ibidem, p. 194, p. 196, p. 190. Ad