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Percorsi di lettura

Tutti a squola

I quaderni di Bibliogadda
Ottobre 2010
INDICE
I LIBRI

AAVV, La mia scuola


Cosimo Argentina, Beata ignoranza
Alessandro Banda, Scusi, prof, ho sbagliato romanzo
Giovanna Bandini, Lezione d’amore
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa
François Bégaudeau, La classe
Gianfranco Giovannone, Perché non sarò mai un insegnante
Hemann Hesse, Sotto la ruota
Marco Imarisio, Mal di scuola
Marco Lodoli, Il rosso e il blu
Paola Mastrocola, La scuola raccontata al mio cane
Paolo Mazzocchini, Studenti nel paese dei balocchi
Dario Molino, Il budda, la ragazza, il professore
Sandro Onofri, Registro di classe
Daniel Pennac, Diario di scuola
Antonio Scurati, Il sopravvissuto
Domenico Starnone, Ex cattedra

I FILM

Come te nessuno mai, Gabriele Muccino


Elephant men, Gus Vas Sant
Essere e avere, Nicolas Philibert
La classe, Laurent Cantet
La scuola, Daniele Luchetti
L'attimo fuggente, Peter Weir
Les Choristes. I ragazzi del coro, Christophe Barratier
Mery per sempre, Marco Risi
Non uno di meno, Zhang Yimou
Ricomincia da oggi, Bertrand Tavernier
AAVV, La mia scuola, Einaudi, 2005, pp. 177, € 14,50

Gli insegnanti di tutta Italia - a partire da esperienze personali, dalla vita quotidiana in classe -
raccontano cosa significhi oggi insegnare: tra difficoltà, riforme, molte frustrazioni e qualche gioia.
Grazie a un'iniziativa promossa nelle scuole, dal sito web della casa editrice Einaudi e da "La
Stampa", docenti di tutta la Penisola hanno fatto pervenire i propri racconti in prima persona. Il
risultato è un ritratto corale della scuola dei nostri giorni, dal Nord al Sud.

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Cosimo Argentina, Beata ignoranza, Fandango, 2008, pp. 96, € 8,00

Un professore precario racconta la scuola italiana in presa diretta nei mesi più difficili della sua storia.
Un quadro impietoso dove ci si indigna, ma si ride anche con un retrogusto amaro. Infernali collegi
dei docenti, le risse alle nomine, il nonnismo tra docenti, il bullismo tra studenti, il razzismo
serpeggiante, e infine la disorganizzazione. Un caos che aumenta con l'avvento di riforme scolastiche
continue e di una burocrazia che non sembra avere misericordia della formazione scolastica di un
paese, dunque del suo futuro. Cosimo Argentina spiega i motivi che animano l'agitazione della scuola
italiana in questi mesi con una prosa affilata e l'urgenza di un pamphlet tra invettiva e narrazione. Per
dirla con Sandro Veronesi: "Abbracciare una volta per tutte l'idea di complessità contenuta in tutto
quello che si studia, per contrastare la pochezza che ispira questa sventurata stagione civile".

Puoi leggere la scheda del libro nel catalogo del CSBNO, al seguente indirizzo:

http://webopac.csbno.net/index.php?page=View.DocDetail&id=414476

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Alessandro Banda, Scusi, prof, ho sbagliato romanzo, Guanda, 2006, pp. 185, € 13,00

In una scuola di una piccola città del Tragedistan, i professori sono riuniti in una sfibrante assemblea:
perché nel mondo burocratizzato dell'istruzione, tra crediti scolastici, scrutinii e circolari
incomprensibili, urge un imperativo che non può più essere ignorato: essere moderni. La grande idea,
questa volta, consiste nel modernizzare i classici, facendoli riscrivere dagli stessi studenti. E dunque,
tra raggelanti e parodistici rifacimenti dei "Promessi sposi" di Manzoni o della "Vita nova" di Dante,
mentre si agita sottobanco un sorprendente mercato nero di classici in veste originale, Banda gioca al
capovolgimento dei ruoli e regala al lettore un divertente ma impietoso ritratto della scuola,
raccontando una storia che è una parodia velenosa su uno dei mondi più controversi dell'Italia di oggi.

Puoi leggere la scheda del libro nel catalogo del CSBNO, al seguente indirizzo:

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Giovanna Bandini, Lezione d’amore, Newton Compton, 2008, pp. 288, € 9,90

Bianca, una giovane e bella professoressa che conserva un ricordo limpido e allegro dei suoi anni di
liceo, fa il gioco di “ora e allora” e confronta il suo passato di studentessa in un antico ginnasio di
Roma con il suo presente di insegnante precaria in un istituto gestito da una preside-manager. Il
contrasto è impietoso, quasi tutto a sfavore del presente, e la poco più che trentenne Bianca sembra
una professoressa di vecchia data. Ma qualcosa accade e per lei il gioco rischia di farsi pericoloso. La
linea d’ombra è sottilissima, basta un nulla per precipitare nei buchi della memoria e credersi ancora
nell’età sfrontata del primo amore. L’incontro con Allan, alunno ribelle, mette in crisi le sue certezze e
il suo stesso ruolo, costringendo Bianca a fare i conti con una spina che da molto tempo le graffia il
cuore. Finita in una classe dove le ragazze si ritoccano il trucco, i ragazzi parlano di calcio, i colleghi
oscillano tra il depresso e il furioso, Bianca cercherà di trovare uno spiraglio nel disagio arrogante
degli adolescenti e nella sua stessa crisi sentimentale. Fra vecchi bigliettini e moderni sms, studentesse
al limite dell’anoressia, antichi compagni di classe e nuovi legami, Lezione d’amore racconta una
scuola in cui la voce dello studente e quella del professore si scoprono talmente vicine da diventare
una cosa sola.

Puoi leggere la scheda del libro nel catalogo del CSBNO, al seguente indirizzo:
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Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 1996, pp. 166, € 10,00

Due ragazzi di Barbiana volevano dedicarsi all'insegnamento, per questo, dopo la licenza media,
svolsero presso la scuola di Barbiana il programma del primo anno delle magistrali e a giugno scesero
a Firenze per sostenere l'esame come privatisti. Furono entrambi respinti in modo umiliante.
Per la scuola di Barbiana fu un duro colpo. In 10 anni di vita mai i suoi ragazzi erano stati umiliati in
modo così forte, eppure ogni anno si presentavano alla scuola di Stato per sostenere gli esami da
privatisti per le medie e li superavano tutti brillantemente. Alcuni di questi ragazzi erano stati
preparati proprio da quei due respinti.
Lo stato d'animo di don Lorenzo e dei suoi ragazzi, di fronte alla bocciatura, traspare bene da questa
lettera che scrisse subito dopo ad un professore di un Istituto Magistrale del Piemonte, che aveva
espresso la sua solidarietà a seguito del processo subito dal priore per aver difeso gli obiettori di
coscienza.

Puoi leggere la scheda del libro nel catalogo del CSBNO, al seguente indirizzo:

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François Bégaudeau, La classe, Einaudi, 2010, pp. 223, € 11,00

Il film che ha vinto la Palma d'Oro 2008 a Cannes nasce da un romanzo francese che ha al centro la
scuola, la difficoltà di essere professori in un mondo in cui troppo spesso gli adulti sono o sospettano
di essere dalla parte del torto. Intessuto di dialoghi comici e bizzari che hanno il ritmo di un rap, il
libro misura la distanza tra la fissità del sapere scolastico e l'allegra fluidità dell'immaginario
studentesco, ma non dà giudizi e non si schiera a favore dell'uno o dell'altro. Ne fotografa l'abissale
incompatibilità con l'idea che ormai è nella scuola che si gioca l'unica vera lotta di "classe".

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Gianfranco Giovannone, Perché non sarò mai un insegnante, Longanesi, 2005, pp. 160, € 13,00

Che cosa succede se a un gruppo di studenti delle scuole superiori viene chiesto di spiegare perché
non vorrà mai fare l'insegnante? Ci si trova sotto gli occhi una sconvolgente istantanea capace di
mostrare il declino della professione docente molto più di tante inchieste sociologiche. È quello che ha
fatto, con saggio masochismo, il professore d'inglese Gianfranco Giovannone, costringendosi a
riflettere sul senso di estraneità, spesso di ostilità, espresso dalle nuove generazioni verso una
professione cui è delegato il compito di formarle per il futuro. Per i ragazzi gli insegnanti, anche i
migliori, sono dei veri e propri alieni tagliati fuori dal mondo reale, quello riassunto nella formula
'denaro, potere, immagine'. Né si può dar loro torto. La professione dell'insegnante ha perso il suo
antico prestigio sociale e culturale: un lavoro senza prospettive di carriera, senza incentivi, senza
retribuzione adeguata. Insomma, una professione 'finta' con uno stipendio simbolico, svolta dentro un
luogo, la scuola, ritenuto non più essenziale per l'istruzione dei futuri cittadini. Il professor
Giovannone analizza con lucidità la spietata opinione degli studenti, che costituisce il nucleo centrale
del libro, per cercare poi le responsabilità del declino della professione docente.

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Hemann Hesse, Sotto la ruota, in Romanzi brevi, Newton Compton, 2010, pp. 352, € 4,90

Sotto la ruota è la storia di una sconfitta, di una solitudine accorata. Il protagonista, Hans, figlio di uno
stolido uomo comune, ha una sola possibilità di sconfiggere la mediocrità che lo circonda: l'accanito,
disperatissimo studio. Ma l'esperienza del collegio - il seminario di Maulbronn, uno dei tanti
riferimenti autobiografici disseminati nella vicenda - che lo sottrae alla comunione quasi panica con la
natura semplice e selvaggia del suo borgo natio, finisce per rivelarsi negativa. Da motivo di riscatto, lo
studio si trasforma in un'atroce, progressiva perdita d'identità, che culmina nell'asservimento a
un'amicizia deleteria. L'analisi di una personalità in formazione diventa, nell'ultima parte del romanzo,
vivisezione di una personalità in disfacimento. Scritto da un giovane Hesse, Sotto la ruota contiene
già, nel rigore dello sviluppo tematico, nelle pause incantate, nei silenzi struggenti, il pensiero e
l'abilità narrativa del romanziere maturo.

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Marco Imarisio, Mal di scuola, Bur Rizzoli, 2007, pp. 191, € 9,80

Per la scuola italiana sono anni difficili. Se si prende in esame soltanto l'ultimo periodo, ci si accorge
di quanto ne si è letto sulle pagine sbagliate, quelle di cronaca (con una progressiva e allarmante
deriva verso la "nera"). Le sfide aumentano e la scuola sembra perderle tutte, smarrendo insieme la
propria credibilità e il poco che resta del prestigio istituzionale che dovrebbe contraddistinguerla. Gli
insegnanti, identificati come gli artefici e le vittime di questo fallimento, sono impegnati a
destreggiarsi tra studenti sempre più difficili da capire e coinvolgere, obblighi ministeriali spesso poco
comprensibili e genitori a volte ostili. È attraverso i loro occhi e le loro storie, dense di speranze,
delusioni, aspettative e frustrazioni, che Marco Imarisio, spostandosi di città in città, scuola dopo
scuola, docente dopo docente, dipinge il quadro critico del sistema scolastico, e dell'Italia, di oggi.

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Marco Lodoli, Il rosso e il blu, Einaudi, 2009, pp. 155, € 15,00

«Un giorno ho detto in classe: “Scrivete sul quaderno questi titoli di romanzi, per chi quest’estate
avesse voglia di leggere qualcosa di interessante”, e quasi tutti i miei alunni hanno preso il telefonino.
“Dico, scrivete questi titoli”, e una simpatica ragazza di Tor Bella Monaca ha replicato seria seria: “Li
sto scrivendo al cellulare cosí stanno al sicuro”»
Marco Lodoli non è soltanto uno scrittore, ma anche un insegnante, un professore nelle scuole
superiori. Ogni giorno, in presa diretta si incontra e scontra con la scuola, con gli studenti e con il
diffìcile e appassionante mestiere di insegnante. In "Il rosso e il blu" abbandona la finzione narrativa
e, attraverso brevi ma folgoranti osservazioni, affronta i molti "«cuori ed errori" che sono disseminati
nella scuola italiana, e di cui è testimone quotidiano, esprimendo così il suo punto di vista sui tanti
temi che entrano nel dibattito pubblico sull'educazione scolastica e i giovani di oggi: dal momento
topico dell'esame di maturità alla piaga emergente del bullismo; dalla straniante e defatigante
esperienza delle gite di classe al problema della droga. Dall'angoscia degli studenti per il loro futuro,
alla sintonia magica che talvolta si crea con il loro professore. Si delinea così un percorso mai
scontato, dove la chiarezza espressiva è contemperata dalla profondità di giudizio. Gli errori della
scuola sono solo un aspetto della questione. Non avrebbero senso e importanza, se dietro di essi non ci
fosse la passione, insomma i cuori.

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Paola Mastrocola, La scuola raccontata al mio cane, Guanda, 2004, pp. 208, € 12,00

Difficile oggi fare l’insegnante di lettere. Quando lo dico in giro, molti mi guardano perplessi.
Secondo me, chi è fuori dalla scuola non può sapere come stanno le cose. Allora mi è venuta voglia di
raccontarlo, dal momento che le sorti della scuola devono importare a tutti, è evidente. Ho deciso di
dire un po’ come la vedo io, questa volta senza la protezione di una storia romanzesca.
Ho scelto come primo ascoltatore il mio cane, perché chi ne sa meno di lui? La sua estraneità canina
mi aiutava a non dare niente per scontato. Poteva andare bene anche un marziano, ma dove trovarlo?
Il mio cane è attento e partecipe: credo che «senta» i miei pensieri, in particolare se fanno rumore; e i
miei pensieri sulla scuola ultimamente fanno dentro di me molto rumore...
Ho provato a dirgli come ci sentiamo adesso noi che abbiamo molto amato la letteratura, e perché
facciamo così fatica a «passare» i nostri amori ai ragazzi. Ho cercato di spiegargli che cosa sono i
Progetti, i Recuperi, i Percorsi, i Debiti, gli Obiettivi, il Pof, tutte queste parole che fino a ieri
appartenevano solo ad altri mondi – rispettivamente l’architettura, il diving, la topografia, l’arte
militare – e che di colpo si riversano sulla scuola come un fiume in piena (ovvio che poi ci sembra di
annegare). Mi sono anche chiesta: dove sono finiti lo studio, la lettura, il tema, la concentrazione, il
tempo, la logica, gli apostrofi, la noia? Perché, proprio nell’Era dell’Autonomia, ci pare di aver perso
completamente... l’autonomia? Per quale motivo dobbiamo imparare a insegnare, e insegnare a
imparare, e a nessuno importa mai che cosa? Ho finito il libro con un’utopia che, per quanto bizzarra e
piuttosto irrealizzabile, mi aiuta a fare ancora questo «mestiere che non c’è più».

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Paolo Mazzocchini, Studenti nel paese dei balocchi. Lettera di un insegnante a un genitore,
Aracne, 2007, pp. 80, € 7,00

Sono usciti ultimamente alcuni libri sulla scuola scritti da insegnanti; libri che hanno fatto rumore, non
solo per quello che hanno il coraggio di denunciare, ma soprattutto perché finalmente proprio loro, gli
insegnanti, questa categoria oggi così bistrattata e derelitta, hanno avuto il coraggio e la dignità di
esprimersi pubblicamente. Questo saggio intende aggiungere un'altra voce, energica ed originale, a
quel coro ancora troppo esiguo; una voce che si rivolge ad un ipotetico genitore intelligente per
denunciare con forza e lucidità i mali ed i possibili rimedi di un sistema (quello della scuola superiore)
che sta collassando, letteralmente, sotto i colpi sia delle cosiddette riforme sia, soprattutto, delle
assurde consuetudini organizzative e operative che da quelle scriteriate riforme si sono sviluppate,
negli ultimi anni, contro ogni logica ed ogni buon senso. Il richiamo al buon senso nella conduzione
della scuola è per altro la linea ispiratrice di queste riflessioni che si rivolgono, attraverso la brillante
finzione della lettera aperta, al più vasto pubblico di lettori interessati agli attuali problemi della nostra
istruzione superiore.

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Dario Molino, Il budda, la ragazza, il professore, Besa Editrice, 2010, pp. 52, € 15,00

È un “fantagiallo”, come veniva già definito il precedente Itala scola… Protagonista è Genesio,
insegnante di lettere di scuola superiore, che consente all’autore di tornare a focalizzare l’attenzione
sul mondo della scuola. Una scuola dove si materializza una vera e propria ossessione tecnocratica
che dà luogo alle scene più grottesche del romanzo: plotoni di allievi che intasano l’ingresso per
timbrare il cartellino, registri elettronici che attestano false presenze, misuratori di sudorazione
applicati agli indumenti del personale ausiliario per monitorarne l’attività lavorativa.
L’ispirazione distopica, a differenza di quanto avveniva in Itala scola, si estende ora anche al di fuori
delle mura scolastiche, ad una Torino sottoposta al controllo onnipresente degli occhi elettronici delle
telecamere e all’innaturale refrigerio degli impianti dell’aria condizionata. Le invenzioni che ne
derivano appartengono alla cifra più felice dell’autore che riesce a rappresentare realtà inquietanti con
la leggerezza del tono canzonatorio. Così gli impianti di climatizzazione arrivano anche nelle cabine
telefoniche e nei cessi pubblici, mentre il surriscaldamento globale consente la coltivazione dei datteri
in provincia di Cuneo … Ancora un romanzo che parla di scuola, dove gli studenti rimangono forse
l’unica componente positiva. Anzi, Molino, attraverso il suo alter ego Genesio, in entrambi i suoi
romanzi sembra quasi riporre nei giovani allievi una speranza di rigenerazione. Non per nulla
l’aiutante del protagonista non è tanto il monaco (“il budda” del titolo) che se fornisce un oggetto
magico (una statua di bronzo che salva il professore da un’aggressione) lo fa in modo inconsapevole,
quanto piuttosto la conturbante studentessa (“la ragazza”) che si chiama Beatrice e finisce per
accompagnarlo nel mondo dei morti (ovvero il cimitero monumentale di Torino, dove esplode la
scena finale) fino a discendere nelle profondità degli inferi.

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Sandro Onofri, Registro di classe, Einaudi, 2000, pp. 103, € 6,00

Registro di classe è prima di tutto il diario di un anno di vita. È un breviario rivolto agli studenti, ai
genitori, alla società civile, ma che lo scrittore destina soprattutto a se stesso. In questo libro Onofri
mette in gioco la sua vita intera e in particolare quell'adolescenza che lo ha visto così simile agli
studenti proletari con cui condivide una sorta di cromosoma interiore. E la ricerca di un modo per
comunicare con quei ragazzi, con la loro timidezza e afasia, sfrontataggine e indolenza, è anche una
ricerca nelle radici della propria educazione che lo ha portato da ragazzo ad amare un'idea della vita
così diversa da quella condivisa con i suoi compagni di allora.
“Sandro ha sempre pensato - e questo libro lo ribadisce nei modi d'una passione dolorosa - che potesse
esistere ancora, malgrado tutto, una zona franca (meglio: una zona d'affrancamento), un punto vivo
del mondo, ove il docente avesse modo di raggiungere i suoi discenti e incontrarli, appunto, dentro il
sogno d'una "lingua comune", al di là di ogni condizionamento, soprattutto quello pesantissimo delle
famiglie, le famiglie d'una Roma feroce e piccoloborghese, che si vergogna del suo passato recente e
sottoproletario come di una malattia oscena e innominabile. Quando raggiungeva questa "zona
d'ombra", e credo gli accadesse abbastanza spesso, Sandro non era solo un insegnante che sentiva
d'aver fatto il suo dovere, ma un uomo felice, se quest'aggettivo non suonasse subito retorico per un
temperamento come il suo…. "Esiste un mestiere più bello del mio?". Esiste un mestiere più bello del
nostro? Sandro era convinto di no: altrimenti non avrebbe mai abbandonato il mestiere di giornalista,
che esercitava con vero talento a "Diario", per tornare a fare il professore. Io, in questa scuola che ha
raggiunto il vertice del discredito, comincio ad avere più di qualche dubbio: e sono sempre più
numerose le mattine in cui entro in classe con lo stesso spirito con cui un minatore si cala nella
miniera.”
Puoi leggere la scheda del libro nel catalogo del CSBNO, al seguente indirizzo
http://webopac.csbno.net/index.php?page=View.DocDetail&id=82383:

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Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli, 2008, pp. 241, € 16,00

L'autore affronta il grande tema della scuola dal punto di vista degli alunni. In verità dicendo "alunni"
si dice qualcosa di troppo vago: qui è in gioco il punto di vista degli "sfaticati", dei "fannulloni", degli
"scavezzacollo", dei "marioli", dei "cattivi soggetti", insomma di quelli che vanno male a scuola.
Pennac, ex scaldabanco lui stesso, studia questa figura popolare e ampiamente diffusa dandogli
nobiltà, restituendogli anche il peso d'angoscia e di dolore che gli appartiene. Il libro mescola ricordi
autobiografici e riflessioni sulla pedagogia, sulle universali disfunzioni dell'istituto scolastico, sul
ruolo dei genitori e della famiglia, sulla devastazione introdotta dal giovanilismo, sul ruolo della
televisione e di tutte le declinazioni dei media contemporanei. E da questo rovistare nel "mal di
scuola" che attraversa con vitalissima continuità i vagabondaggi narrativi di Pennac vediamo anche
spuntare una non mai sedata sete di sapere e d'imparare che contrariamente ai più triti luoghi comuni,
anima i giovani di oggi come quelli di ieri. Con la solita verve, l'autore della saga dei Malaussène
movimenta riflessioni e affondi teorici con episodi buffi o toccanti, e colloca la nozione di amore, così
ferocemente avversata, al centro della relazione pedagogica.

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http://webopac.csbno.net/index.php?page=View.DocDetail&id=399572

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Antonio Scurati, Il sopravvissuto, Bompiani, 2007, pp. 370, € 10,00

Il 22 giugno 2001 Vitaliano Caccia, ventenne bello e dannato, dotato di un fascino terribile e
inesorabile, si presenta in tremendo ritardo e munito di pistola davanti alla commissione che ha già
deciso, con ingiusta severità e per poco limpidi secondi fini, di respingerlo all'esame di maturità.
Senza dire una parola, a sangue freddo, il ragazzo compie una strage, lasciando come unico
sopravvissuto il narratore, il professore di filosofia Andrea Marescalchi, a interrogarsi su un gesto di
cui si sente non solo vittima ma forse, in qualche modo, occulto e involontario ispiratore.

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Domenico Starnone, Ex cattedra, Feltrinelli, 2006, pp. 309, € 14,50

"Questo libro per me è una teca. Conserva e insieme espone le reliquie di un lavoro lungo, quello che
ho fatto nelle aule per una trentina di anni, quello che ho fatto scrivendo, sia per il gusto di raccontare,
sia per amore della scuola pubblica. Non si tratta di stinchi di santo dal profumo che ritempra. Ma per
me è stato un tirocinio importante e una parte fondamentale della mia esperienza." (Domenico
Starnone)
Ex cattedra di Domenico Starnone compie vent'anni. L'anniversario ha propiziato una nuova edizione
del libro, ormai un classico del filone scolastico, in un volume arricchito da altre sue storie di scuola,
pubblicate su giornali e riviste negli anni novanta. Nell'introduzione, densa e partecipe, Starnone
richiama alla memoria e difende le ragioni che avevano ispirato il suo racconto della scuola;
un'introduzione, guardandosi indietro, in forma di bilancio della propria personale esperienza di
insegnante (da cui ha preso congedo nel 1997), che è poi anche un bilancio della scuola degli ultimi
anni e di una parte importante della storia italiana.

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Come te nessuno mai, Gabriele Muccino (Italia 1999)

Film in famiglia per Muccino, che decide di raccontare le okkupazioni attuali messe a confronto con la
mitologia sessantottina, ora appannaggio di una generazione di genitori incerti. Tenerezze casalinghe
senza troppa nostalgia, con sicura guida della credibile Galiena. I ragazzi di questo film lavorano con
abilità consumata, ridando puntualmente la battuta ai "grandi". Un piccolo film che è risultato
giustamente gradito a quanti (e non sono, purtroppo, molti) sono riusciti a vederlo.

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Elephant men, Gus Vas Sant (Usa 2003)

Realizzato in 21 giorni con attori non professionisti, visualizza con lunghi piani sequenza, ripresi da
punti di vista differenti, i percorsi e gli incontri di alcuni studenti all'interno di un liceo di Portland
(Oregon). L'azione si svolge nell'arco di mezza giornata e si conclude con una strage compiuta da due
adolescenti armati di fucili automatici. G. Van Sant non indaga né giudica, si limita a guardare e a
mostrare, attraverso un pedinamento ostentato, l'atmosfera quotidiana di una giornata “straordinaria”,
ripercorrendo le possibili tappe della tragedia di Columbine del 1999. Invito esplicito a non
rimuovere, ma a riflettere già dal titolo, ripreso da un documentario di 35 minuti di A. Clarke (1989)
per la BBC, incentrato sulle violenze tra cattolici e protestanti nell'Irlanda del Nord. Elephant allude al
proverbio americano dell'“elefante nella stanza” di cui paradossalmente nessuno si accorge e alla
parabola di alcuni ciechi che esaminano le singole parti dell'animale senza riuscire a capire chi hanno
di fronte. Di ascendenza kubrickiana l'uso insistito e contrappuntistico di Beethoven. Nato come
progetto a basso costo per il canale televisivo HBO, approda a Cannes 2003 vincendo la Palma d'oro
come miglior film e migliore regia.

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Essere e avere, Nicolas Philibert (Francia 2002)

Nella classe unica della scuola di Saint-Etienne sur Usson, nel dipartimento del Puy-de Dôme
dell'Auvergne, zona di media montagna nel Massiccio Centrale della Francia. Bastano le prime
immagini a suggerire il teatro dell'azione e il suo senso: una mandria di bovini guidata verso la stalla
in una bufera di neve; il caldo confortevole di un'aula scolastica vuota; due piccole tartarughe che
avanzano sul pavimento; un mappamondo; l'ingresso in scena di un maturo insegnante con i suoi
tredici bambini. Da 60 ore di filmato, girato per 6 mesi e 3 stagioni, N. Philibert (La Ville Louvre,
Nel paese dei sordi, La Moindre des choses) ha cavato i 104 minuti di un emozionante e tenero
racconto di formazione, calato nel microcosmo infantile di cui trascrive in immagini dolcezza e forza,
tenacia e fragilità, dolore del presente e incertezza del futuro. Gli fa da tramite Georges Lopez, figlio
di un emigrante spagnolo, maestro ai limiti della pensione che sa coniugare la gentilezza con l'autorità,
la ragione col cuore. È un film di constatazione, senza presupposti ideologici né intenti pedagogici, in
linea con tutto il cinema di Philibert, segnato dal desiderio del contatto con gli altri e interessato alle
regole dell'apprendimento, della comunicazione, del rispetto. I tredici scolari “a noi, che li guardiamo
vivere sullo schermo, ricordano i bambini che siamo stati. E l'uomo che vorremmo essere.” (L. Barisone).
E che dovremmo essere. Preferibile l'edizione originale con i sottotitoli a quella doppiata.
Più di 1.500.000 spettatori in Francia.

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La classe, Laurent Cantet (Francia 2008)

È il film – il 4° di L. Cantet – che vinse la Palma d'oro a Cannes 2008, giuria unanime. Nel 2006 il
libro Entre le murs di Bégaudeau – qui protagonista e cosceneggiatore – aveva vinto il premio France
Culture/Télérama. In settembre Cantet gli chiese di trasporlo in un film da girare nel 2007. decisero di
farlo nel collegio Françoise-Dolto, sito nel 20° Arrondissement alla periferia di Parigi, vicino alla
scuola dove per 4 anni aveva insegnato. Racconta i difficili rapporti tra un prof. di francese e una
classe 4ª (l'ultima) mista e plurietnica (francesi, nordafricani, europei dell'Est, cinesi), chiamati a
parlare “la stessa lingua” con le sue insidie (in francese il computer si chiama “ordinateur”). Come nel
libro il titolo – Tra i muri, quello della Mikado italiana è debole e ambiguo – indica che nel sistema
scolastico francese la scuola è uno spazio di segregazione, non di integrazione: le differenze
linguistiche e culturali diventano diseguaglianze, si aggravano invece di essere superate. In Francia
discusso, attaccato da sinistra e da destra. Straordinario esempio di docufiction sociologica, girato da
Cantet con un largo margine di improvvisazione, è un film onesto e autentico, sincero e coinvolgente.
Pone molte domande senza pretendere di dare risposte anche nel doloroso finale in cui la finzione
prevale sul documentario.

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La scuola, Daniele Luchetti (Italia 1995)

Ultimo giorno di scuola e tempo di scrutini nella 4ª classe di un istituto tecnico alla periferia di Roma
con digressioni in flashback su una gita collettiva a Verona e altri momenti dell'anno scolastico. Da 3
libri (Ex cathedra, Fuori registro, Sottobanco) di Domenico Starnone; l'ultimo dei 3 adattato anche
per il teatro (1992-93). La scuola raccontata dalla parte dei docenti con una tipologia che ne
rappresenta efficacemente il ventaglio di ideologie e comportamenti. Commedia agrodolce con risvolti
grotteschi ben strutturata (da Rulli & Petraglia), servita da un'affiatata compagnia di attori in forma.

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L'attimo fuggente, Peter Weir (Usa 1989)

John Keating, giovane insegnante di letteratura inglese, arriva nel 1959 alla Welton Academy, di cui
era stato allievo, dove regnano Onore, Disciplina, Tradizione e ne sconvolge l'ordine imbalsamato
insegnando ai ragazzi, attraverso la poesia, la forza creativa della libertà e dell'anticonformismo.
Coraggioso nella scelta tematica, discutibile nella sua poco critica esaltazione dell'individualismo e
con qualche forzatura retorica, è una macchina narrativa perfettamente oliata che non perde un colpo
sino al finale che scalda il cuore, inumidisce gli occhi e strappa l'applauso. Di suo l'australiano P. Weir
ci mette l'abituale misticismo e la sapiente guida nella recitazione dei ragazzi inesperti tra cui spicca
R.S. Leonard sebbene solo E. Hawke abbia fatto carriera. Eccellente R. Williams. Oscar per la
sceneggiatura di Tom Schulman. Inatteso campione d'incassi 1989-90.

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Les Choristes. I ragazzi del coro, Christophe Barratier (Francia, Svizzera, Germania 2004)

Nel leggere un diario del 1949, tenuto da Clément Mathieu, Pierre Morhange (J. Perrin, da ragazzo J.-
B. Maunier), celebre direttore d'orchestra, rievoca gli anni duri di Fond de l'Estang, istituto di
rieducazione dove era uno degli allievi più indisciplinati e dove lavorava come istitutore Mathieu,
compositore mancato, che era riuscito a conquistare la fiducia degli allievi, interessandoli alla musica
e facendoli cantare in coro, anche su partiture scritte dal talentoso Morhange, in contrasto con i metodi
rigidi e carcerari del direttore Rachin (F. Berléand) che poi si attribuisce i meriti e i successi del coro.
Dopo un incendio doloso, Mathieu è licenziato. La storia è quella di La gabbia degli usignoli (1945) di
Jean Dréville con il popolare Noël-Noël, anche sceneggiatore, come protagonista. Nella nuova
sceneggiatura di Philippe Lopes Curval (Monsieur Batignole) e di C. Barratier, regista esordiente, la
prospettiva è quella nostalgica di 50 anni dopo e lo stesso Jugnot, ottimo protagonista (e coproduttore
con J. Perrin) aveva chiesto di “asciugare” il sentimentalismo dell'altro film. Il risultato è un tipico
prodotto medio francese, tradizionale e convenzionale dalla regia invisibile e corretta, affidato a
un'affiatata squadra di attori. In Francia è stato campione d'incassi del 2004 con 8 milioni di spettatori.

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Mery per sempre, Marco Risi (Italia 1989)

Insegnante accetta l'ingrato compito di docente nel riformatorio Malaspina di Palermo dove
sperimenta il suo metodo antiautoritario e democratico, scoprendo nei ragazzi devianti e sbandati la
dimensione della dignità. Il materiale narrativo di Aurelio Grimaldi, la sagace drammaturgia di Rulli e
Petraglia, l'occhio di Risi junior, la verità degli attori (professionisti e non), ne hanno fatto un film
“giusto”, necessario, coinvolgente. Efebo d'oro 1989.

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Non uno di meno, Zhang Yimou (Cina 1999)

Con attori non professionisti. Il maestro Gao della scuola elementare di Shuiquan, costretto ad
assentarsi un mese, raccomanda alla 13enne Wei Minzhi, scelta dal capo del villaggio come supplente,
di non perdere nemmeno uno dei suoi 28 alunni. Se ci riuscirà, avrà un premio di 10 yuan. Quando
apprende che uno dei bambini è stato costretto ad andare in città a lavorare, Wei parte per trovarlo e
ricondurlo a scuola. Zhang Yimou torna al realismo e all'ambiente contadino di La storia di Qiu Ju
(1992) con il suo 9° film, anch'esso premiato con il Leone d'oro a Venezia. È un film double-face “che
semina sospetti” (Ermanno Comuzio): limpido, diretto, ma non semplice. Ha la complessità del suo
cauto ma lucido approccio critico alla realtà della società cinese, coinvolta in un processo altrettanto
complesso di privatizzazione (si parla di denaro con insistenza maniacale). Ammirevole varietà di
registro narrativo dove la tenerezza si alterna alla denuncia, il patetico all'arguto, la realtà alla
finzione. Sagace direzione dei non attori tra cui la protagonista che ha la statura di una eroina che non
si arrende. La sceneggiatura è di Shi Xiangshen che l'ha desunta da un suo romanzo.

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Ricomincia da oggi, Bertrand Tavernier (Francia 1998)

A Harnaing, (Nord Est della Francia), in una zona mineraria dove la disoccupazione (2000 su 7000
abitanti) è all'origine di un profondo degrado sociale, Daniel (P. Torreton), direttore di una scuola
materna, combatte contro burocrazie ottuse, servizi sociali insufficienti, genitori assenti, ispettori
parolai, colleghi integrati, sindaco comunista allineato. Scritto dal regista con un insegnante vero,
Dominique Sampiero, suo genero, e con sua figlia Tiffany, girato in Cinemascope in luoghi autentici,
è interpretato da attori mescolati alla popolazione locale e ai bambini di due classi. Nonostante la linea
narrativa un po' pasticciata con qualche concessione alla predica e un finale un po' accomodante, è
“uno di quei film in cui, quando si entra, non si vorrebbe più uscire” (Lorenzo Pellizzari) per la forza
del suo approccio semidocumentaristico, il gusto dell'improvvisazione della veloce cinepresa guidata
da Alain Choquart, la coinvolgente tenerezza dei bambini di cui “si ruba” la spontaneità.

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